1) Un rebus chiamato Belgio

“Barst Belgie!”, (Che il Belgio crepi!). Questo slogan del partito ultranazionalista, populista e secessionista “Vlaams Belang” (Interesse fiammingo),  riassume la delicatissima situazione politica in cui versa oggi il paese che, oltre ad ospitare la capitale europea,  è presidente di turno dell’UE. Una situazione perfettamente fotografata dai risultati delle elezioni nazionali dello scorso 13 giugno. Quando l’avversario-amico del Vlaams Belang, ovvero la NVA, altro movimento nazionalista fiammingo, apertamente repubblicano, si è affermato quale prima forza politica delle Fiandre. La vittoria della destra nel nord del paese, è stata controbilanciata da uno schiacciante trionfo elettorale dei socialisti nel sud francofono, in Vallonia. Di qui l’attuale impasse. A oltre 100 giorni dalla tornata elettorale, i belgi sono ancora in attesa di conoscere il nuovo esecutivo. La dinamica di questi eventi si può individuare a partire dal 2007. In questi anni,  infatti, il paese stenta a trovare un equilibrio politico al punto che si susseguono ben quattro diversi esecutivi nazionali. La vera complicazione sta nello scarto atipico rispetto al resto del mondo occidentale: destra e sinistra. Che nel regno di Alberto II, invece, è accompagnato dallo scontro tra blocchi territoriali: fiamminghi e valloni. Due comunità che hanno davvero poco da condividere: non guardano la stessa tv, ascoltano radio diverse, votato partiti opposti, parlano lingue distinte. Un’anomalia che va inquadrata a livello storico. Dal 1861, anno di fondazione del Belgio, 3 comunità (fiamminga, francofona e germanofona) vivono sotto il cielo di una stessa patria. Il tradizionale dominio della lingua francese dentro i confini del paese ha però permesso la nascita e la crescita di un sentimento di frustrazione della prevalente popolazione della Fiandre che per lungo tempo si è vista precluse le vie della responsabilità politica ed istituzionale, ad eccezione della sua elite che utilizzava correntemente la lingua di Rousseau e che aveva partecipato direttamente alla formazione dello Stato. Alla barriera linguistica si aggiungeva quella sociale, tenuto conto della differenza di ricchezza e di sviluppo economico tra il Nord ed il Sud del Regno. Le rivendicazioni fiamminghe si sono via via strutturate fino a reclamare la dissoluzione dello stato unitario in uno federale. La comunità  fiamminga, demograficamente più consistente, ha così cominciato ad insediarsi in quasi tutti i posti chiave della nuova struttura statale al punto che da oltre 36 anni nessun francofono occupa la carica di Premier. Ma la rivalità linguistica, ed un “pizzico” di egoismo economico (una consistente fetta della protezione sociale vallona è di fatto finanziata dalle ricche Fiandre), hanno impedito una seria “riconciliazione” nazionale. Il federalismo, realizzato negli anni 90’ del secolo scorso, non ha così risolto il problema della stabilità, né pacato le rivendicazioni. Al contrario, mettendo mano alla riforma dello Stato è stato aperto un vaso di Pandora che ha sprigionato tutte le reticenze fiamminghe del passato ed alimentato l’appetito verso un più largo potere. In poche parole, il federalismo è oramai percepito al Nord come uno dei più importanti passi compiuti verso la meta finale: l’indipendenza.

Iscriviti alla newsletter: