2) Test di cittadinanza – Ines Michalowski

L’inchiesta di West sui test di cittadinanza in vigore a livello europeo si conclude con questa seconda parte dell’intervista a Ines Michalowski. Con il suo intervento, la ricercatrice del Social Science Research Center Berlin, offre ai nostri lettori maggiore chiarezza su un tema complesso e dibattutto.

Qual è la sua opinione sui test di cittadinanza? E, soprattutto, quali sono gli stati europei in cui hanno avuto maggior successo?

La risposta dipende molto da cosa si intende per “successo”. Se con questo intendiamo che ad ottenere la cittadinanza siano  soltanto gli immigrati realmente interessati e meritevoli, si può dire che (anche se il numero di naturalizzazioni diminuisce a causa delle prove), i test sono davvero utili perché permettono di selezione come nuovi cittadini per così dire  i “più adeguati”.

Per altri, invece, si può parlare di successo solo quando si registra un’elevata percentuale di idonei al test e parallelamente un tasso piuttosto stabile di naturalizzazioni, perché questo significa che le prove non ostacolano la possibilità di ottenere lo status civitatis.

Inoltre, secondo alcuni il successo dipende dalla capacità dei test di misurare la preparazione e soprattutto, la qualità dei futuri cittadini. Il che significa ad esempio misurare se chi ottiene la cittadinanza sia, ad esempio, più predisposto ad essere politicamente attivo visto che grazie alle prove conosce meglio il sistema politico del paese ospitante.

Purtroppo la verità è che è difficile condurre un’analisi comparata tra chi ha superato i test e chi no. In sintesi, è impossibile rispondere alla domanda iniziale.

 

È possibile sostenere che i test di cittadinanza siano un mezzo illiberale per raggiungere un fine liberale?

Come ha più volte sostenuto Christian Joppke una democrazia liberale può introdurre i test senza per questo violare i principi fondamentali che la caratterizzano.

Chi critica questo strumento sottolinea spesso che si tratta di una procedura obbligatoria per chiunque voglia ottenere la cittadinanza, rendendo ben più complicata la procedura per ottenere lo status civitatis e imponendo ai richiedenti l’obbligo di studiare argomenti ai quali non sono interessati. Infine, secondo i più scettici si tratterebbe di una vera e propria forma di assimilazionismo culturale.

Andiamo per ordine. Se è vero che a volte i test complicano realmente la possibilità di ottenere la cittadinanza, è altrettanto vero che non si tratta certo di una regola generale. Per fare un esempio, i dati sul test di cittadinanza introdotto nel settembre del 2008 in Germania dimostrano che in media più del 90% dei candidati lo supera. Anche se una percentuale così alta può far pensare che a provare i test siano solo coloro che si sentono sicuri di superarlo, uno sguardo ai dati aggregati sui tassi di naturalizzazione dimostra che sono diminuiti nell’anno in cui il test è stato introdotto per aumentare nuovamente negli anni successivi. Come dire che le prove possono scoraggiare gli interessati a chiedere la cittadinanza, ma si tratta di un fenomeno tutt’altro che permanente.

A questo occorre aggiungere che è vero che i test obbligano a studiare materia che possono non interessare, ma questo vale, ad esempio, anche per le prove delle patente.

Infine, per quanto riguarda l’accusa che i test sono una forma di assimilazionismo culturale, bisogna dire che si tratta di un argomento piuttosto dibattuto, ma se guardiamo ai test in vigore in cinque stati (Germania, Olanda, Austria, Gran Bretagna, USA) ci accorgiamo che fatta eccezione per l’Olanda che prevede quesiti relative a norme sociali (l'istruzione dei figli, la religione etc), negli altri casi è evidente che non vengono trattati temi sensibili che potrebbero essere associabili a forma di assimilazionismo culturale.

 

Com’è possibile sottoporre il medesimo test a persone che presentano non poche diversità: giovani, anziani, soggetti con diversi livelli di istruzione, persone diversamente abili?

Molti paesi prevedono eccezioni proprio per soggetti con disabilità o per gli anziani.

Per quanto riguarda, invece, il livello di istruzione è vero che i test non prevedono particolari eccezioni per chi ha un basso livello se non bassissimo di istruzione. Nel caso della Germania, però, le autorità hanno tenuto a precisare che i test sono stati formulati per essere superati per chi ha un livello di preparazione equivalente a quello di un bambino di 9 anni. Questo implica che un cittadino medio tedesco sia in grado di superare il test. Anche se è altrettanto vero che molti cittadini non sarebbero in grado di superare le prove perché non hanno mai studiato quelle nozioni o più semplicemnte le hanno dimenticate. Cosa che vale sia per gli autoctoni che per i naturalizzati.

Ciò detto, come ribadito in precedenza, il carattere selettivo dei test di cittadinanza non può essere negato.

I test di cittadinanza prevedono soltanto domande relative al contesto nazionale o fanno riferimento anche alle istituzioni europee?

Principalmente si focalizzano su aspetti pertamente nazionali, ma spesso, seppur in modalità diverse, fanno anche riferimento alla storia dell’UE se non addirittura a quella degli altri stai membri.




Vedi anche:



1) Test di cittadinanza – Ines Michalowski




Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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