2) Un rebus chiamato Belgio

Secondo un’inchiesta condotta nel 2007 dal quotidiano “Het Laatste Nieuws”, il 62,8% dei fiamminghi crede che il Belgio non avrà lunga vita, e il 25,1% di essi è convinto che l’implosione del paese potrà avvenire entro pochi anni. A conferma dell'instabilità politica in cui versa il paese da oltre un decennio e di cui non si vede la fine. Soprattutto perché lo scarto economico tra le due regioni si è nel tempo invertito a spese del sud. In particolare come conseguenza della riconversione economica imposta dalla chiusura delle miniere in Vallonia e da una macchinosa redistribuzione delle competenze istituzionali: federalismo a doppio strato. Il vero pomo della discordia è rappresentato dalla richiesta fiamminga di nuove e più radicali riforme istituzionali che, però, non incontra più il favore dei valloni. Un conflitto che si è trasformato in una vera e propia incomunicabilità tra le leadership delle due comunità del paese. Il Belgio non ha mai avuto una crisi così grave. Basti pensare che gli episodi di razzismo nei confronti dei francofoni residenti nei territori bilingue o a maggioranza fiamminga sono ormai all'ordine del giorno. E’ come se il paese avesse perduto l'ancoraggio ad una idea di identità comune e condivisa.

Una situazione talmente evidente che qualche settimana fa, per la prima volta, cosa mai avvenuta, anche il leader francofono Elio Di Rupo sembra essere entrato nell'ordine idee, ammettendo la reale possibilità della fine della convivenza belga. La stessa elite politica ed intellettuale vallona sta ipotizzando tutti gli scenari possibili e riflettendo, in casus extremis, al cosiddetto “piano B”: la costituzione di uno nuova federazione Bruxelles-Vallonia. Un’ipotesi non scevra di difficoltà sostanziali dato che difficilmente, in caso di effettiva disintegrazione del paese, i fiamminghi rinuncerebbero alla capitale della propria regione, oltre che del Belgio, situata in territorio proprio. Bruxelles è anche la città più ricca e produttiva del regno. Un motivo in più per non mollare facilmente il boccone, pur se popolata al 90% da francofoni.

La conferma più evidente di questo stato di fibrillazione collettiva è arrivata il 13 dicembre 2006. Quando anche i belgi hanno vissuto lo “sbarco dei marziani”, la geniale farsa radiofonica di Orson Welles che nel 1938 creò un panico generalizzato tra gli ascoltatori americani. Da Bruxelles, infatti, l’emittente televisiva nazionale RTBF mandava in onda un documentario-fiction in cui si annunciava che il Parlamento del nord aveva votato la secessione delle Fiandre dal Belgio. L’operazione “BBB” (Bye Bye Belgium), preparata mediaticamente alla perfezione in un anno di lavoro, è stata vissuta come un vero choc nazionale, soprattutto in Vallonia e nei territori bilingue. Mentre il Principe erede al trono fu costretto al rientro da una missione all’estero, i militari si ritiravano nelle caserme, così come prescrive la Costituzione in caso di secessione. Per venti interminabili minuti molti hanno creduto all’originale messa in scena. Essa ha avuto il merito di proiettare nella realtà quotidiana un’ipotesi considerata, fino a pochi tempo fa, un tabù. Oggi, la classe dirigente, gli intellettuali e la gente comune hanno preso coscienza di una realtà del paese spesso e volentieri sottovalutata. Sono cominciati così gli interrogativi:  e se domani succedesse davvero?



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1) Un rebus chiamato Belgio



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