A Lesbo brucia l’egoismo europeo

L’incendio che mercoledì scorso ha distrutto l’immenso campo profughi di Moria nell’isola greca di Lesbo, ha gettato una ulteriore, nuova luce sinistra sui disastri della politica migratoria europea. Per la semplice ragione che quanto accaduto nella minuta perla del Mar Egeo, è il risultato di un’inerzia che negli ultimi cinque anni ha consentito che un centro pensato per accogliere 2.500 persone si trasformasse in un accampamenti di oltre 12 mila migranti. Questo perché gli Stati europei, tranquillizzati dall’accordo UE-Turchia del 2016 sui respingimenti di coloro che provavano a superare illegalmente il confine turco-ellenico, hanno pensato bene di tornare a nicchiare sui tre grandi nodi irrisolti della politica migratoria del Vecchio Continente.

Il primo riguarda come distinguere i rifugiati dagli immigrati economici irregolari. Nell’isola di Lesbo, ma anche ad esempio a Lampedusa, le autorità non hanno i mezzi per vagliare al momento dello sbarco lo status dei nuovi arrivati. Migranti da rimpatriare, trafficanti da arrestare, rifugiati da accogliere, si ritrovano spesso stipati per anni nei medesimi centri. Che sono vere e proprie bombe socio-sanitarie a orologeria. Per chi vi abita, ma anche per la popolazione autoctona che risiede nei pressi. Ne risulta una assoluta impossibilità per le autorità pubbliche di garantire la sicurezza degli Altri e quella dei Nostri. Il contesto ideale per un potenziale scontro sociale tra chi ospita e chi viene ospitato. A peggiorare il quadro c’è lo spettro del COVID-19, che alimenta ansie e paure da un lato e dall’altro. Tuttavia, le soluzioni per uscire da questo cul de sac ci sono, manca la volontà politica. La quadratura del cerchio potrebbe inaspettatamente arrivare dalle grandi navi che l’Italia sta utilizzando per la quarantena dei nuovi arrivati e che la Grecia ha appena disposto davanti l’isola di Lesbo per ospitare i “senza casa” di Moria. Si potrebbe trasformarle in hotspot europei galleggianti, super visionati dall’UNHCR e dall’OIM, dove distinguere i rifugiati da redistribuire in sicurezza tra i paesi UE e gli immigrati economici irregolari da rimpatriare negli Stati di origine. E qui arriviamo agli altri nodi irrisolti della politica migratoria europea.

Il secondo concerne, infatti, la redistribuzione dei nuovi arrivati in seno all’UE. I big europei sono d’accordo e disponibili a condividere con gli Stati di primo approdo come Grecia e Italia, l’onere dell’accoglienza, ma solo dei rifugiati. È notizia di oggi, ad esempio, che dalle ceneri di Moria è emerso un barlume di solidarietà che ha spinto dieci Stati europei, guidati dalla Germania, a ricevere dall’isola di Lesbo 400 minori stranieri non accompagnati. È un’ottima notizia che tuttavia non risolve il problema di fondo di cui sopra: se non riusciamo a distinguere i rifugiati da accogliere e gli immigrati economici irregolari da rimpatriare come facciamo a trovare un accordo strutturale sula redistribuzione dei primi tra i 27 Stati UE?

Il terzo, forse il più delicato, ha a che vedere con i rimpatri degli irregolari. Gli Stati di primo approdo non hanno la capacità di sostenere le lunghe, costose e farraginose operazioni di rimpatrio. Tanto più che spesso manca la collaborazione degli Stati di origine. L’Agenzia europea per il controllo delle frontiere ha per statuto la possibilità di compiere rimpatri collettivi. Ne ha già fatti, ma si tratta di interventi spot perché non c’è accordo a livello europeo sulla stanziamento di maggiori fondi e mezzi atti a potenziare le capacità dell’Agenzia.

Di certo, data l’aria che tira in Europa, neppure le fiamme di Moria consentiranno di affrontare questi temi.