Aiutiamoli a casa loro è solo uno slogan

Non è vero che con l’aiuto allo sviluppo si frena l’immigrazione. Almeno nel breve, medio periodo. Un’affermazione che, forse, coglierà qualcuno in contropiede perché convinto, come da anni invariabilmente ripetono i governanti di mezzo mondo nei documenti finali dei loro vertici, che “se li aiutiamo a casa loro” gli immigrati non vengono.

Le cose, purtroppo, non stanno così. Viste le conclusioni cui sono giunte molte aggiornate ricerche sulla questione. Per ultimo riprese e rilanciate in grande stile negli USA da un quotidiano ultra liberale e di solida fede democratica come OZY. Che qualche settimana addietro ha edito un articolo di Marrosha Muzaffar, grande esperto della materia, con il titolo: “To reduce migration Trump might be right about cutting foreign aid ”. Nel quale si spiega, sulla scorta di un recente, dettagliatissimo studio del Center for Global Development di Washington, che l’aiuto allo sviluppo è sì di straordinaria efficacia nella cura delle crisi sanitarie ed umanitarie che affliggono le aree arretrate del Pianeta ma non per garantire il controllo e la riduzione dei flussi migratori. In ragione del fatto che nei paesi più poveri gli interventi della cooperazione internazionale proprio perché ne alleviano l’indigenza interna elevano la propensione all’emigrazione delle loro popolazioni.

In quelle società, infatti, l’arrivo degli aiuti stranieri consente di poter disporre delle risorse, fino ad allora mancanti, per riuscire a partire. Anche se ha il sapore del paradosso sta di fatto che l’aiuto allo sviluppo aggrava anziché attenuare, come molti pensano e sperano, la spinta all’emigrazione dai paesi più poveri e arretrati. Insomma se è innegabile che gli aiuti economici nelle nazioni sottosviluppate producono nella loro società una spinta al progresso, è pur vero che il di più economico che essi garantiscono e mettono in circolo si trasforma per molti nell’opportunità di trasformare la fuga all’estero da sogno in realtà.