Anche l’Australia paga pegno all’immigrazione

Anche il paese dei canguri paga pegno sull’immigrazione. Martedì scorso, per la prima volta dal 1929, il governo in carica australiano è stato battuto dopo un aspro scontro parlamentare sulla condizione dei rifugiati. Con la differenza che mentre 90 anni fa l’allora primo ministro sconfitto si dimise convocando nuove elezioni, l’attuale Premier, il conservatore Scott Morrison, fa finta di niente e tira dritto per la sua strada. E per nulla intimorito dal voto di sfiducia ha ribadito che i clandestini, anche se malati, continueranno ad essere rinchiusi nei centri di detenzione, eretti fuori dai confini nazionali, sulle isole di Nauru e Manus in Papua Nuova Guinea. Convito che il pugno di ferro premierà i Conservatori alle elezioni già previste per maggio prossimo.

Eppure a Canberra qualcosa di nuovo è avvenuto. L’opposizione laburista, infatti, insieme ad altri partiti minori, è riuscita a far approvare un disegno di legge su una questione ritenuta fino a ieri un vero e proprio tabù della politica australiana: consentire l’accesso alle cure mediche negli ospedali nazionali ai richiedenti asilo che ne abbiano necessità. La proposta approvata con un solo voto di scarto, 75 a 74, prevede infatti che siano i medici e non i funzionari dell'immigration a decidere se e quali rifugiati hanno diritto ad essere trasportati per cure mediche in Australia dai centri di Nauru e Manus. Dopo il voto della Camera bassa, che nelle prossime ora sarà probabilmente confermato dal Senato, il premier Morrison ha escogitato una mossa a sorpresa. Facendo finta di accettare le indicazioni del Parlamento ha deciso di riaprire il contestato centro di detenzione sull'Isola di Natale, che a differenza di Nauru e Manus si trova sì in Australia ma dista migliaia di miglia dalla costa.

Grazia De Vincenzis

Giornalista con 25 anni di attività nel mondo dell’informazione cartacea, digitale e radiofonica.

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