Apre le quote non i porti

Retrofront di Matteo Salvini sul decreto flussi per gli immigrati. In nome del prima gli italiani aveva sempre detto No. Ma ieri è arrivato il suo Sì all’ingresso nel 2019 di 30.850 lavoratori extra-UE, a patto che non provengano da paesi che non hanno firmato accordi di rimpatrio con l’Italia. La notizia è buona e cattiva allo stesso tempo.

Buona perché forse é un segnale che il Ministro dell’Interno chiusi porti e frontiere ha capito che per rispondere alla domanda di manodopera a basso costo degli imprenditori occorre aprire, sia pur sub-condicione, vie di accesso legale al nostro Paese. Non foss’altro perché quando l’economia chiama se a rispondere non è il mercato legale a sostituirlo è quello super efficiente ma illegale. Che come abbiamo visto di recente in Calabria a San Ferdinando, una delle ultra-tentennali baraccopoli italiane per manovali clandestini, produce sfruttamento, degrado se non addirittura morte ma è formidabile nel mettere in contatto domanda e offerta.

Cattiva perché per risolvere un problema reale (la richiesta di manodopera del sistema economico) ricorre a uno strumento obsoleto che rischia persino di essere impopolare. È, infatti, arcinoto che i tempi, lunghi e farraginosi, che l’amministrazione necessita per stabilire le quote non coincidono affatto con quelli assai più veloci e cangianti dell’economia. L’esperienza – sostiene Patrick Weil nelle prime, memorabili pagine de La Republique et sa diversité – “ha dimostrato che il metodo delle quote è il peggiore….poichè sul mercato mondiale sono le imprese, non già i pubblici poteri, che selezionano e pagano i lavoratori di cui abbisognano. La politica di quote predeterminate dallo Stato rischia così semplicemente di giustificare l’esistenza di una costosa burocrazia incaricata di sovrintendere la loro definizione e ripartizione”. Un farraginoso meccanismo capace di produrre un doppio, negativo, risultato: fissare cifre, che la velocità del mercato rende presto superate, e turbare ciclicamente la pubblica opinione con l’annuncio di arrivi di cui essa fatica a comprendere l’utilità e la necessità. Con l’aggravante che, mentre le cancellerie continuano a sfornare dichiarazioni contro l’immigrazione clandestina, la crescente domanda di lavoro da parte di imprese e famiglie viene, in grande parte, soddisfatta solo grazie all’efficientissimo, onnipresente mercato della clandestinità.

Se, ad esempio, quest’anno, smentendo ogni indicatore, la nostra economia dovesse tirare più di un treno ad alta velocità, il numero di lavoratori immigrati fissato ieri potrebbe rivelarsi insufficiente. Costringendo gli imprenditori a chiedere aiuto al mercato sommerso. Cosa che peraltro, comunque vada, possiamo dare per scontato. Per il semplice fatto che come quelli dei suoi predecessori, il decreto flussi di Matteo Salvini è sì previsto per garantire un ingresso legale agli immigrati economici a noi utili ma di fatto verrà usato per sanare, in un modo o nell’altro, la posizione di coloro che già risiedono e lavorano illegalmente sul nostro territorio. Tant’è che dei 30.850 sopra indicati: 18.000 sono riservati agli stagionali (che finita l’ultima raccolta non hanno mai lasciato, come avrebbero dovuto fare per legge, l’Italia); 12.850 dovrebbero essere dedicati ai non stagionali ma anche in questo caso la stragrande maggioranza (circa 10 mila) servirà per riconvertire in permessi di lavoro altre tipologie di permessi. Soprattutto quelli per protezione umanitaria. Che essendo stata abolita dal decreto sicurezza Salvini (novembre 2018) rischia di trasformare in fantasmi migliaia di beneficiari.

Ma, come dicevamo, lo strumento delle quote, oltre che fuori dal tempo può risultare indigeribile, se non indigesto a una porzione rilevante dei disoccupati autoctoni. Che, infatti, potrebbero scagliarsi contro il paladino del prima gli italiani accusandolo di calpestare i loro bisogni. Fino al punto di consentire ai nuovi arrivati di occupare posti di lavoro, per di più con salari da fame a discapito dei nazionali che non sanno come sbarcare il lunario.

Insomma, a conti fatti, gli esperti definirebbero il contesto prodotto dalle quote una triple lose situation. Perché soddisfa poco e male le esigenze delle tre parti in causa in questa partita: immigrati, imprenditori e Stato ospitante. Solo una minoranza dei primi riuscirà, infatti, ad entrare e lavorare legalmente. Di conseguenza solo una minima parte degli imprenditori si rivolgerà al mercato legale. Mentre lo Stato ospitante di anno in anno ospiterà un crescente numero di immigrati illegali che essendo fuori quota vivrà da invisibile nell’attesa della sanatoria prossima ventura. Dovrebbe partire proprio da qui semmai qualcuno volesse davvero innovare la politica migratoria italiana. Sciogliendo questo vero e proprio nodo gordiano attraverso un nuovo modello di ingresso: la migrazione circolare. Ovvero un flusso migratorio temporaneo che, nel massimo della sicurezza e nel rispetto assoluto dei tempi previsti per l'uscita, secondo l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni può essere utile a tutti i soggetti coinvolti se avviene volontariamente e se legato alle esigenze del mercato del lavoro dei paesi di origine e di destinazione.

Se le quote producono, dunque, una triple lose situation, la migrazione circolare genera una triple win situation. Il paese di origine otterrebbe i benefici economici del vecchio sistema (rimesse) ma, questa la grande novità, senza rinunciare definitivamente alle nuove generazioni che rappresentano per definizione il futuro di ogni Stato. L’immigrato avrebbe il sicuro vantaggio di mettersi in viaggio attraverso canali legali e regolari, potrebbe acquisire nuove competenze professionali spendibili una volta tornato nel paese di origine, e beneficerebbe di una possibilità di accesso facilitato nel caso decidesse di rientrare nel paese che lo ha accolto la prima volta. Il paese di destinazione risolverebbe il problema di mancanza di forza lavoro e nello stesso tempo migliorerebbe la percezione della migrazione economica da parte dell’opinione pubblica, che non si sentirebbe allarmata a causa della possibilità di un insediamento definitivo del lavoratore.

Tutto questo funziona già alla grande, e senza nessuna particolare criticità, con gli immigrati altamente classificati. Per ovvie ragioni neanche il peggiore degli odierni sovranisti negherebbe il permesso di soggiorno a un chirurgo o un ingegnere aerospaziale super specializzati. La vera grande sfida sta nell’adottare il modello della migrazione circolare anche alla manodopera poco qualificata. Come quella impiegata nelle nostre campagne. Difficile ma non impossibile. A patto che si cominci sperimentando uno speciale permesso di soggiorno e lavoro temporaneo ma di lungo periodo che consenta a chi ne beneficia di avere la certezza ad esempio per dieci o venti anni consecutivi di potere entrare e lavorare legalmente nel nostro paese ma solo per un tot di mesi. Necessari per ultimare il raccolto e mettere da parte una cifra comunque sufficiente per passare più che dignitosamente il resto dell’anno a casa. D’altronde, potendo scegliere, con in tasca soldi e certezza di tornare, è difficile immaginare un immigrato marocchino che si rifiuti di passare qualche mese lungo le splendide coste mediterranee del suo paese anziché tutto l’anno nella profonda provincia triveneta.

Ps. Ai più scettici ricordiamo che proprio in Italia la migrazione circolare come antidoto all’immigrazione illegale è stata già sperimentata in successo. Grazie a una formazione professionale capace di contribuire allo sviluppo dei Paesi di origine. È questa la proposta innovativa per la governance dell’immigrazione alla base del progetto MENTOR (Mediterranean Network for Training Orientation to Regular Migration). Una partnership tra Comune di Milano, Torino e Agenzia Piemonte Lavoro, in collaborazione con Anolf Piemonte. Che ha coinvolto una selezione di giovani immigrati marocchini tunisini in un tirocinio di tre mesi presso aziende delle aree metropolitane torinese e milanese. Qui i dettagli. [1]