I figli dei clandestini usati come pedine elettorali

Perché in America la dolorosa, dolorosissima vicenda dei minori immigrati che vengono separati dai genitori clandestini arrestati alle frontiere sembra riguardare più la politica che il cuore del Paese ?

Per la semplice ragione che essa, a differenza di quanto in questi giorni molti sostengono, più che di un abuso morale della legge è giudicata un azzardato, pericoloso calcolo politico-elettorale dall’amministrazione Trump. Decisa ad ottenere dalla sua zero-tollerance-policy sull’immigrazione, con ogni mezzo ed a tutti i costi, i frutti promessi ai suoi elettori. Forte anche del fatto che la questione della detenzione separata dei figli dei clandestini dalle loro famiglie aveva già più volte in passato, anche se non nell’attuale dimensione, rappresentato uno spinoso rompicapo per le autorità federali. L’ultimo dei quali capitato fra capo e collo dell’amministrazione democratica di Bill Clinton. Che nel 1997 aveva preferito “patteggiare” per evitare le conseguenze di una class action intentata da un gruppo di organizzazioni umanitarie proprio riguardo al trattamento da essa riservato a questi minori. Promettendo di limitare la detenzione dei piccoli solo per un tempo brevissimo e di separarli solo dai genitori reclusi, in quanto clandestini, a tempo indefinito.

La verità è che prima di Trump tutti i Presidenti avevano solo per ragioni di opportunità accuratamente ridotto al massimo, se non addirittura escluso (George Bush), di usare i minori nella guerra anti-clandestini. Consapevoli che un’arma anche se legale può essere politicamente letale. Ragione per la quale, a differenza di quanto sostiene l’attuale inquilino della Casa Bianca, avevano ritenuto saggio ed opportuno non punirli anche quando le loro famiglie, pur di riuscire a passare i confini, li usavano a mò di “scudi umani”.

Con l’ulteriore aggravante che oggi, rompendo con una norma antica quanto la storia dell’immigrazione americana, passare illegalmente il confine da grave infrazione amministrativa è stato “elevato” a crimine federale. Di questo passo è difficile capire cosa dirà Trump ai propri sostenitori se l’immigrazione, come testimoniano gli ultimi dati sull’aumento dei fermi alle frontiere, non dovesse recedere come e quanto da lui sperato e, soprattutto, promesso.

Quando sull’immigrazione non si litiga si ragiona

Per chi da anni studia e cerca soluzioni per governare l’immigrazione, che rischia di squassare gli equilibri politici nazionali e internazionali, “le nuove frontiere dell’immigrazione”, discusse a Catania dai magistrati di AREA, hanno rappresentato un sospiro di sollievo. Contribuendo a chiarire punti che in questi giorni anziché tranquillizzare, eccitano il dibattito politico. In particolare due.

Il primo riguarda le operazioni di soccorso e salvataggio delle navi delle Ong nel Mediterraneo. Su cui ha fatto chiarezza il Procuratore Carmelo Zuccaro, da mesi in primissima linea, grazie a un pool di ottimi, giovani magistrati (in maggioranza donne), nella lotta al traffico e la tratta di esseri umani nelle rotte migratorie euro-africane. Che ha spiegato come e perché i trafficanti che gestiscono i flussi migratori illegali dall’Africa all’Italia abbiano progressivamente approfittato della preziosissima attività dei volontari delle Ong in mare. Rilevando come dal momento in cui le imbarcazioni delle organizzazioni non governative hanno cominciato ad operare a ridosso delle acque territoriali libiche, con fini esclusivamente umanitari, la criminalità organizzata, per garantire al più alto numero possibile di immigrati l’arrivo a destinazione, ha cambiato strategia. Infatti, mentre in passato cercava di guidare, con il rischio di essere intercettata dalle forze di polizie italiane, i barconi a ridosso delle acque siciliane, oggi li lascia alla deriva, ai confini delle acque territoriali libiche e torna immediatamente alla base. Tant’è che come mezzi di trasporto utilizza sempre più precari gommoni low cost, made in China che hanno un’autonomia di pochissime miglia. Un nuovo modus operandi che garantisce loro una duplice clamorosa assicurazione: che i “clienti” giungano in Italia (perché sanno che verranno salvati dalle imbarcazioni delle organizzazioni del volontariato) e di non essere perseguibili dalla giustizia italiana perché autori di reati commessi in acque extra-territoriali. Di fronte a una così sofisticata e cangiante regia del crimine organizzato, le istituzioni non possono stare a guardare. Ed è per questo, come ha insegnato Giovanni Falcone nella sua lotta contro la mafia, che occorre: “inaridire le fonti di ricchezza dei trafficanti di esseri umani e non lasciare che pericolosi criminali possano impossessarsi di ostaggi per ricattare le schizofreniche coscienze dei paesi UE”.

Il secondo, per certi versi più complesso del precedente, concerne le condizioni umanitarie dei centri di detenzione per immigrati in Libia. Una questione che il Procuratore Giovanni Salvi, ideatore dell’iniziativa, ha chiarito segnalando, contro le opinioni correnti, che negli ultimi dieci mesi un’azione congiunta italo-libica ha consentito, oltre a ridurre la pressione migratoria nella rotta del Mediterraneo centrale, a migliorare le condizioni umanitarie dei migranti reclusi nei centri di detenzione gestiti dal governo libico (che non vanno confusi con quelli disumani in mano ai trafficanti). Il tema è decisivo. Visto che, a dispetto di quanto emerge dal dibattito politico-mediatico, questi centri, anche se con standard ben al di sotto dell’ottimale, sono oggi meno sovraffollati e regolarmente visitati e monitorati, cosa che non era mai successa prima, dalle Organizzazioni internazionali e da quelle non governative. Un miglioramento non da poco, confermato dai funzionari dell’Oim e dell’Unhcr ma soprattutto dall’ambasciatore Giuseppe Perrone che, forse vale pena ricordarlo, guida l’unica rappresentanza diplomatica europea aperta in Libia: quella italiana.

Con la nave Aquarius l’Europa affonda

Sul piano inclinato dell’immigrazione l’Europa sta inesorabilmente scivolando verso la propria autodistruzione. Una diagnosi dolorosa ma obbligata visto che l’assurdo odierno scontro italo-francese sulle sorti degli immigrati dell’Aquarius non è un semplice, anche se aspro, conflitto diplomatico. Ma la riedizione, rivista e corretta, dello stesso tipo di interna, distruttiva litigiosità che negli anni successivi alla fine della Grande Guerra ne lastricò la strada verso l’inferno.

Quello che sta avvenendo oggi sull’immigrazione è infatti il frutto avvelenato dello stesso perverso nazionalismo che allora non volle e non seppe rendersi conto per tempo delle terribili conseguenze prodotte dal braccio di ferro ingaggiato con la Germania sul pagamento dei debiti di guerra. Solo così, infatti, si può spiegare il paradosso per cui Macron, fino a ieri il più europeista degli europeisti, sia riuscito nell’incredibile impresa di affidare ad uno da lui bollato come un pericoloso euroscettico il compito di dire basta al tran-tran sull’immigrazione che non da ieri ma da anni avvelenava il Vecchio Continente.

La verità è che una existential question, come Frau Merkel ha definito quella dell’immigrazione, richiederebbe ciò che per ragioni culturali e di statura della sua classe dirigente, oltre che politiche, l’Europa di oggi non sembra in grado di fare. Se non altro ricordando che nel lontano 1889 gli Stati Uniti, incalzati delle enormi ondate di immigrati che dall’Atlantico sbarcavano ad Ellis Island, decisero, mettendo fine alla gelosia inefficiente dei singoli stati, di unificare e delegare tutte le competenze sull’immigrazione nelle mani del potere federale centrale. Una soluzione che se non risolve tutte le difficoltà certo potrebbe evitare lo spettacolo di sciatto egoismo con cui l’immigrazione, forse perché ritenuta di secondaria importanza, ha avuto nell’agenda politica di quella che con uno sforzo di ottimismo della volontà insistiamo per considerare ancora la nostra Unione.

Esternalizzare le frontiere contro i viaggi della morte

Mentre nel Mediterraneo si consuma una durissima querelle tra Italia e Malta sul chi e perché ha l’obbligo di accogliere i profughi soccorsi in mare dalle Ong di mezzo mondo, dall’Europa del Nord arriva una super proposta per far fronte all’emergenza immigrazione. Secondo Le Monde, il governo austriaco, col sostegno di quello danese, sembrerebbe intenzionato a inaugurare il prossimo luglio il semestre di presidenza di turno del Consiglio UE lanciando un pacchetto di proposte che dovrebbero muoversi nell'ambito di quella, più volte sostenuta da West, che tecnicamente viene definita  "esternalizzazione delle frontiere": ovvero chiedere ai paesi di partenza e transito, in cambio di precisi accordi, di sorvegliare i loro confini e, di conseguenza, i nostri, fungendo da vero e proprio filtro dei movimenti di popolazione che dall’Africa, e non solo, vanno verso l’Europa.
Tematiche assai spinose e difficilmente decifrabili soprattutto dal punto di vista giuridico. È per questo che ne abbiamo parlato con il Prof. Mario Savino, docente di diritto amministrativo all’Università della Tuscia, profondo conoscitore della materia, tra i relatori del Convegno “Le nuove frontiere dell’immigrazione” organizzato a Catania il prossimo 15-16 giugno dall’Area Democratica per la Giustizia, gruppo autonomo della magistratura associata.

1) I dati dicono che l’accordo UE-Turchia ha consentito un drastico calo dei flussi migratori nella rotta del Mediterraneo orientale. Crede che questo tipo di processi di esternalizzazione delle frontiere siano un modello da replicare per migliorare la gestione dei movimenti di popolazione euro-africani?

L’accordo UE-Turchia è un esempio della politica europea di esternalizzazione delle frontiere. L’Italia sta cercando di replicare il modello con la Libia, ma con molte difficoltà in più, data l’assenza di un unico interlocutore che sia in grado di controllare il territorio libico e la necessità, quindi, di fare accordi con le tribù che agiscono lungo il confine meridionale della Libia e con le milizie che controllano il litorale libico e gli imbarchi verso l’Italia. In una prospettiva di breve periodo, non vi sono alternative a questa politica, l’unica in grado di contenere gli arrivi sulle coste europee. Nel medio e lungo periodo, invece, questa politica di esternalizzazione è destinata a evidenziare i suoi limiti: di sostenibilità politica, che dipende dalla stabilità e affidabilità dei paesi terzi che accettino di collaborare, nonché dalla capacità di quei governi di far digerire ai rispettivi popoli una politica restrittiva in genere molto impopolare; ma anche di sostenibilità giuridica, perché l’esternalizzazione si fonda su pratiche di dubbia compatibilità (in alcuni casi, anzi, di evidente incompatibilità) con il rispetto dei diritti umani e delle norme sulla protezione dei rifugiati. Dunque, una politica di corto respiro, buona per le emergenze ma non per governare i processi migratori nel lungo periodo. Occorre individuare altre soluzioni e strategie più sostenibili.

2) Negli anni Ottanta del secolo scorso, gli USA, di fronte alla forte pressione migratoria dei richiedenti asilo haitiani che cercavano di raggiungere via mare le coste degli Stati Uniti, decisero di utilizzare, grazie alla presenza a bordo di funzionari statali esperti in materia, le navi della marina militare come primo strumento di “filtro” della domande d’asilo. Quanti tra loro non rispettavano le condizioni giuridiche previste per ottenere lo status rifugiato venivano rispediti in patria prima ancora di sbarcare negli USA. Crede che questa sia una via percorribile anche per i profughi che dalle coste del Nord Africa provano a entrare nel nostro territorio?

Processare le richieste di protezione internazionale a bordo di navi non è una strada percorribile in base al diritto europeo. La direttiva procedure (2013/32/UE del 2013) assicura ai richiedenti asilo una serie di diritti che non potrebbero essere adeguatamente garantiti a bordo di una nave. Si pensi al diritto a una procedura di esame che sia conforme ai principi fondamentali (art. 31); al diritto a un ricorso effettivo (art. 46); al divieto di trattenimento (art. 26), o ancora alle esigenze di assistenza psico-fisica e di rappresentanza legale (artt. 18 ss.). Come potrebbero questi diritti essere adeguatamente garantiti a bordo di una nave? E come potrebbero svolgersi a bordo di una nave procedure che, svolte a terra, richiedono mesi o, in caso di ricorso, addirittura anni? Delle due l’una: o quelle garanzie sono prese sul serio e allora non c’è nessuna possibilità di assicurarle a bordo di una nave; oppure quelle garanzie sono eluse e allora si tratta di una pratica contraria al divieto di respingimento in alto mare, per il quale l’Italia è già stata condannata nel 2012 davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Hirsi.

3) La sensazione è che negli ultimi quattro anni, fare domanda d’asilo sia di fatto diventato l’unica via di accesso legale per entrare in Italia e in Europa. Come uscire da questo cul de sac?

L’unico modo per uscirne è prevedere canali di ingresso regolari per migranti economici. L’Italia in particolare, ma tutta l’Europa nel suo complesso, sono geograficamente troppo esposte per poter pensare che una politica dell’immigrazione zero possa avere successo. Come accade nel contesto attuale, i flussi possono essere ridotti, a fronte di enormi sforzi, ma non possono essere eliminati. E questo significa che una politica volta ad azzerare l’immigrazione non solo è destinata all’insuccesso, ma produce molte conseguenze non intenzionali: l’arricchimento delle organizzazioni criminali che gestiscono i traffici irregolari, l’arrivo di migranti non selezionati in base alle competenze, l’impossibilità di security checks se non all’arrivo, sofferenze indicibili da parte dei migranti lungo il loro viaggio. L’immigrazione è un fenomeno strutturale, col quale occorre fare i conti. Ed è, come altri fenomeni sociali, un fenomeno che può avere vantaggi superiori ai costi, soprattutto in paesi, come l'Italia e la Germania, che sono in piena crisi demografica (una crisi difficile da sovvertire con politiche interne) e hanno quindi molte difficoltà nell'assicurare la sostenibilità dei loro sistemi di welfare. Un'immigrazione ben regolata non è la panacea, ma può contribuire positivamente ad affrontare questo cruciale problema. Per far questo, occorre de-ideologizzare il dibattito sull'immigrazione e avviare una attività di pianificazione degli ingressi su base pluriennale, ovviamente in collaborazione con i paesi d'origine, che devono essere trattati come interlocutori paritari.

Temono le espulsioni e tacciono le violenze domestiche

La politica dell’immigrazione è più complicata di quanto normalmente si pensa. Per la semplice ragione che, in aggiunta alle intrinseche e ben note difficoltà applicative, la sua messa in atto finisce, talvolta, per dare esiti diversi o indesiderati rispetto a quelli previsti. Una vera e propria eterogenesi dei fini, come l’ha definita la grande stampa americana. Tipo quella prodotta dal controverso provvedimento adottato lo scorso settembre dal Governatore repubblicano dallo stato americano del Texas. Una norma, nome in codice Senate Bill 4, che in applicazione con la linea dura del Presidente Trump, impone alla polizia locale, differentemente da quanto tradizionalmente in uso, di consegnare, una volta scontata la pena, i detenuti stranieri sospetti clandestini all’Immigration federale. Ma che alla prova dei fatti anziché portare l’ordine e la tranquillità per la quale era stata pensata ha prodotto, ecco l’effetto indesiderato, un drastico calo del numero delle denunce di reati da parte della numerosissima comunità latino-americana.

Solo nella città di Huston, ad esempio, il numero delle denunce delle violenze domestiche da parte delle donne immigrate è sceso, tra prima e dopo l’adozione del Bill 4, da 7460 a 6273. Un 16% in meno dovuto, a parere dei critici del provvedimento, al rifiuto da parte delle vittime “clandestine” di rivolgersi alle autorità di polizia per non correre il rischio, una volta identificate, di essere espulse. Un problema assai serio e che, non a caso, viene usato dai nemici della politica anti-immigrati di Donald, primo fra tutti il potente governatore democratico della California Jerry Brown, come la ragione numero uno della loro non collaborazione. Fino al punto che poche settimane addietro, cosa che ha scatenato non solo i fulmini ma la denuncia di grave insubordinazione al potere federale da parte del ministro della giustizia Session, il sindaco liberal di Oakland (San Francisco) Libby Schaaft ha usato la radio locale per avvertire gli immigrati del suo comune su un possibile raid ai loro danni da parte dei federali. Questi i fatti a dimostrazione che con l’immigrazione, se necessario, il bisturi è meglio dell’ascia.

Visto Dublino, meglio la mossa del cavallo

È fuori, e non dentro i confini UE che si gioca il futuro della politica migratoria europea. Visto che i 27 stati membri non trovano una strada condivisa sulla gestione degli immigrati e dei rifugiati che arrivano in Europa, non ci resta che unire le forze per arginare i flussi nei paesi di origine. Una verità che trova conferma in due rilevantissime novità registrate in queste ultime ore.

La prima: dal Lussemburgo è appena arrivata la notizia dell’ennesimo mancato accordo dei Ministri degli Interni UE sulla riforma del regolamento di Dublino. Questo significa che, salvo improbabili sorprese, i nuovi arrivati, sulla base della normativa vigente, continueranno ad avere l’obbligo di fare domanda d’asilo nei paesi di primo approdo: Grecia, Italia e Spagna.

La seconda: Madrid ha da poco siglato un accordo con l’Algeria in materia di contrasto all’immigrazione illegale. Che prevede, in particolare, la creazione, accompagnata da lauti finanziamenti da parte iberica, di una super task force ispano-algerina per allentare la pressione migratoria al confine meridionale dello stato maghrebino.

Il governo spagnolo, che vanta simili intese ultra-decennali con Tunisia e Marocco, spera così di ridurre il boom di arrivi nelle proprie coste: 13.000 dall’inizio del 2018 contro gli 8.800 nello stesso periodo del 2017. Un incremento dovuto alla chiusura della rotta balcanica dopo l’accordo UE-Turchia del 2016 e alla riduzione dall’estate dello scorso anno dei flussi migratori nella via del Mediterraneo centrale come conseguenza della collaborazione tra le autorità italo-libiche.

Insomma, piaccia o no, per risolvere l’emergenza immigrazione alle porte dell’UE, l’unica strada oggi percorribile è quella che tecnicamente viene definita esternalizzazione delle frontiere: ovvero chiedere ai paesi di partenza e transito, in cambio di denaro, di sorvegliare i loro confini e, di conseguenza, i nostri.

Se a siglare questi accordi fosse l’UE e non i singoli Stati, sarebbe, peraltro, più semplice garantire, al contempo, il contrasto all’immigrazione clandestina con il diritto di chiedere asilo a chi ne ha effettivamente bisogno. Bruxelles potrebbe, infatti, finanziare gli stati della riva sud del Mediterraneo non solo per bloccare le partenze. Ma anche per creare, negli snodi cruciali delle rotte migratorie, super hotspot dove, sotto l’egida dell’UNHCR, fare domanda d'asilo. Offrendo ai candidati che rispettano le condizioni previste dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati, la possibilità di arrivare legalmente, in tutta sicurezza, e trovare protezione, secondo un’equa redistribuzione, negli Stati UE.

Nel Sud l’immigrazione è ferma a Jerry Maslo

Con l’omicidio avvenuto ieri nelle campagne calabresi di Sacko Soumali la politica dell’immigrazione italiana sembra tornata indietro di trent’anni. Quando nell’agosto del 1989 tra i filari dei pomodori di Villa Literno venne fatto fuori Jerry Maslo. Anche lui, al pari di Sacko, bracciante straniero di colore in regola con il passaporto ma non con il libretto di lavoro.

Una similitudine di eventi che, oltre all’orrore, ha la forza del simbolico. Per la semplice ragione che mentre quello dell’89 segnò l’incipit della moderna legislazione sulla condizione degli stranieri in Italia, quello di oggi ripropone all’ordine del giorno un aspetto della politica dell’immigrazione che la virulenza delle contrapposizioni ideologiche ha da tempo cancellato dal dibattito e dall’attenzione della nostra pubblica opinione. Che allarmata dalla baraonda degli arrivi alle frontiere ha finito quasi per dimenticare la condizione dei tanti che già ci stanno e che pur con le carte in regola si guadagnano da vivere lavorando in nero per imprenditori disonesti.

Una piaga storica del nostro mercato del lavoro che se non affrontata seriamente rischia di indebolire se non addirittura di vanificare qualunque serio e doveroso impegno contro il traffico e l’arrivo di irregolari e clandestini sul nostro territorio. Visto che, come soleva ricordare ai suoi studenti di Princeton il grande maestro dell’immigrazione Alejandro Portes, gli immigrati non vengono perché lo vogliono ma perché li vogliono. Una verità sulla quale tutti ma proprio tutti devono riflettere tenendo a mente che la solidarietà non può spingersi al punto da rompere quella, doverosa, verso quelli con i quali condividiamo la vita di tutti i giorni.

I rifugiati siriani, torneranno mai a casa?

I rifugiati siriani sparsi nel mondo torneranno mai a casa? Se sì, come e quando? A chiederselo sulle colonne dell’ultimo numero di Foreign Affairs è Maha Yahya, direttrice del Carnegie Middle East Center. Una domanda, la sua, tutt’altro che oziosa. Visto che parliamo di milioni in fuga da un paese che combatte senza soluzioni di continuità dal 2011.

La popolazione della Siria (18 milioni di persone) rappresenta meno dell’1% di quella mondiale ma sul totale dei rifugiati internazionali il 33% viene da quel paese. Sono, infatti, 5,5 milioni i siriani che negli ultimi sette anni hanno chiesto asilo all’estero. Per lo più in Turchia (3,3 milioni), Libano (1 milione), Giordania (650.000), Europa (oltre 500.000), Canada (50.000) e USA (18.000). Ai quali vanno aggiunti oltre 6,6 milioni di sfollati interni, costretti a lasciare i territori di origine per transmigrare in quelli meno minacciati dai bombardamenti.

È arcinoto che i paesi che ospitano la maggioranza dei siriani chiede loro, se e quando il conflitto in patria terminerà, di tornare a casa. Ma come la pensano i diretti interessati? La risposta arriva da uno studio condotto da Maha Yahya che, in collaborazione con un team di esperti del Carnegie Middle East Center, ha intervistato un campione rappresentativo di siriani accolti in Giordani e Libano. Ne è emerso che tutti sognano il ritorno tra le mura domestiche, ma in condizioni di sicurezza.

Ed è qui che nascono i problemi. Perché molti sono considerati veri e propri nemici del regime di Bashar Al-Assad. Di conseguenza devono sperare che il conflitto si risolva con la destituzione del loro odiato leader. Se così non fosse, anche un ritorno alla stabilità non sarebbe una condizione sufficiente per tornare in Siria. Per la semplice, amara, ragione che Assad ha già approvato una serie di leggi che negano di fatto o comunque ostacolano il diritto alla cittadinanza in Siria di coloro che hanno trovato rifugio all’estero.

Si ricordi, ad esempio, che in Siria il servizio militare è obbligatorio per i maschi tra i 18 e i 42 anni. E dal 2017, passati novanti giorni dal compimento della maggiore età, il mancato arruolamento costa una multa superiore agli otto mila dollari, più duecento dollari per ogni anno di assenza dall’esercito fino al rischio carcere per coloro che, una volta rientrati in patria, dovessero rifiutare di adempiere il mancato obbligo.

Ma la velenosa vendetta di Assad contro i suoi cittadini all’estero non si ferma qui. È forse il caso di ricordare che non più tardi dello scorso 2 aprile il parlamento siriano ha approvato alla chetichella una leggina presentata come il primo passo per la ricostruzione della nazione. Ma che in realtà è l’ennesima batosta riservata a chi rema contro il regime. La nuova norma, con la scusa di migliorare il panorama edilizio devastato dai bombardamenti, incentiva e facilita l’espropriazione statale di beni immobili privati danneggiati o distrutti dal conflitto. Essa prevede che dal momento in cui lo Stato decreta l’esproprio di una casa o di un terreno, il legittimo proprietario ha trenta giorni di tempo per fare valere i propri diritti. Peccato, però, che il 91% dei 5,5 milioni di siriani rifugiati in mezzo mondo, ha perso sotto le bombe i documenti ufficiali che attestano eventuali patrimoni in patria. E anche i pochi che ne sono in possesso, c’è da scommetterlo, difficilmente riusciranno, mentre risiedono, ad esempio, in un campo profughi libanese, turco o tedesco, a fare ricorso contro il governo siriano.

Se a tutto a questo, denuncia Maha Yahya, aggiungiamo i disastri economici della guerra civile e il rischio di ritornare in città polverizzate dai bombardamenti, è facile pensare che in un futuro prossimo venturo anche se l’inferno che hanno lasciato dovesse, cosa assai improbabile, trasformarsi in un paradiso terrestre, loro non avrebbero più nessuna ragione per rimetterci piede.

In questo contesto, l’appello della super esperta del Carnegie Middle East Center è quello di dare quanto meno voce e coinvolgere i rappresentanti dei profughi siriani nei processi di pace che la comunità internazionale ha il dovere di promuovere.

Anche Trump non sa che fare con i minori stranieri non accompagnati

E’ proprio vero che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. L’altro giorno, infatti, un azzardato tweet nel quale Trump, per convincere gli indecisi sull’utilità del Muro al confine messicano, incolpava (ingiustamente) i democratici della dolorosa sorte dei figli dei clandestini arrestati alla frontiera, si è trasformato, invece, in un imbarazzante boomerang per la sua amministrazione. Colpevole, secondo un’indagine pubblicata in prima pagina dal New York Times, di non sapere più che fine avevano fatto ben 1.475 dei 7.635 minori stranieri non accompagnati finiti negli ultimi mesi nella rete dell’immigration statunitense.

Un fatto grave che gli addetti ai Servizi Sociali e Sanitari per i Rifugiati, nel goffo tentativo di trovare una giustificazione, hanno contribuito a rendere, se possibile, ancora più allarmante. Visto che da un accertamento degli elenchi in loro possesso è emerso che, in aggiunta ai piccoli desparicidos, altri 25 risultavano in fuga e 5 rimandati a casa con il foglio di via. Uno schiaffo tanto più sonoro per un’amministrazione che da sempre ha fatto dell’efficienza il suo punto di orgoglio. Confermando, con buona pace del pugno di ferro vantato dal nuovo inquilino della Casa Bianca, che tra i molti problemi della moderna immigrazione quello dei minori stranieri non accompagnati è certamente il più difficile. E non da oggi.

Basti pensare che nel 2016 anche l’amministrazione Obama, chiamata a fronteggiare il più massiccio afflusso di minori stranieri non accompagnati della storia americana, aveva dovuto ammettere che erano ben 4.159 quelli di cui si erano perse le tracce. Molti dei quali finiti nei meandri oscuri del mercato del lavoro nero.

La verità è che al di là del colore politico dei governi in carica, nessuno sa bene come affrontare questa questione. Per la semplice ragione che nella pur tormentata storia dell’immigrazione fino ad oggi non era mai accaduto che fossero i figli anziché i padri a lasciare casa alla ricerca di un mondo migliore.

Tacciono sull’immigrazione dopo averla usata per vincere

La crisi politica italiana ha un non so che di surreale. Perché si consuma su un dossier, l’Euro, che non è stato oggetto di campagna elettorale. Mentre si tace su quello che è stato se non l’unico, il principale tema che ha influenzato le urne: l’immigrazione. Un’anomalia tanto più grave se si guarda a cosa succede oggi al di là delle Alpi. Il resto dell’UE, pur non versando in ottime condizioni, guarda avanti, sperimentando, soprattutto sull’immigrazione, innovative piattaforme programmatiche per andare oltre approcci e contenuti tradizionali bocciati dagli elettori di mezza Europa.
Due le novità fresche di giornate.

La prima arriva dalla Svezia. Dove Ulf Kristersson, leader del centro-destra, oggi all’opposizione, per contrastare la concorrenza dei neopopulisti anti-stranieri di Jimmy Akesson, ha dichiarato che l’immigrazione sarà al centro della sua campagna elettorale in vista delle legislative di settembre. Per smarcarsi dalle posizioni xenofobe di Akesson&co e, al contempo, rassicurare i left behind svedesi spaventati dai nuovi arrivati, Ulf Kristersson propone meno Welfare per favorire l’integrazione lavorativa degli immigrati. Questo significa tagli ai servizi e ai sussidi sociali per i disoccupati perché a suo avviso causerebbero una riduzione della loro propensione a cercare lavoro.

La seconda novità arriva dall’Austria. Qui Sebastian Kurz, che ad appena 31 anni guida una coalizione di governo con un forte piglio anti-stranieri, ha annunciato che dal prossimo 1 luglio in qualità di Presidente di turno del Consiglio UE darà massima attenzione al dossier immigrazione. Con una novità che può essere riassunta nello slogan “no alla redistribuzione dei rifugiati tra gli stati UE, sì all’esternalizzazione delle frontiere esterne”. Secondo il giovanissimo cancelliere austriaco, infatti, che in linea con Angela Merkel si è battuto per la sigla dell’accordo UE-Turchia per sigillare la rotta balcanica, la soluzione all’emergenza immigrazione nel Mediterraneo non è la suddivisione tra i paesi membri, secondo quote obbligatorie, dei profughi che arrivano in Grecia e Italia. Ma la moltiplicazione di accordi bilaterali che, sul modello di quello Ankara-Bruxelles, consentano all’Europa di ottenere, in cambio di denaro, la collaborazione dei paesi di origine e di transiti nel contrastare i flussi di immigrati verso le nostre coste.

Notizie, quelle giunte oggi da Stoccolma e Vienna, che, piaccia o no, obbligano a riflettere. Perché in un’Unione Europea piegata e dilaniata al suo interno, sono il sintomo della necessità di far funzionare la politica con le idee. E, in una congiuntura storica assai difficile, mostrano il coraggio e la forza di innovare e sperimentare. Un abisso rispetto a una politica, come la nostra, che guarda indietro.