Due docce fredde prima dell’impeachment

Il trepido, crescente ottimismo dei democratici USA per l’apertura mercoledì prossimo 13 novembre della procedura parlamentare di impeachment nei confronti di Donald Trump ha subìto, nel frattempo, una doppia doccia fredda. Prima con la pubblicazione dei risultati dell’ultima indagine demoscopica Times/Siena College sull’orientamento dell’elettorato americano in vista delle presidenziali del 2020. Secondo cui il Presidente conserverebbe ancora un netto vantaggio sui suoi oppositori nei decisivi collegi dei cosiddetti swing state: Pennsylvenia, Wisconsin, Michigan, Florida, North Carolina e Arizona. I quali, come forse molti ricorderanno, nel 2016, tradendo nell’urna il partito dell’asinello, gli avevano consentito di battere Hillary Clinton.

Una delusione resa ancora più bruciante per i democratici dall’esito del referendum popolare svoltosi lo scorso fine settimana in alcuni importanti comuni del democraticissimo New Jersey. I cui abitanti, voltando le spalle alle indicazioni delle locali autorità, hanno pensato bene di premiare con uno scarto di 2 a 1 quanto proposto dall’opposizione repubblicana.

Un risultato non solo sorprendente, ma significativo se si considera il “contenzioso” su cui la popolazione, votando, ha deciso di dire la sua: l’immigrazione. Nel caso schierandosi a favore di uno delle misure più contestate del giro di vite alternativamente imposto o invocato dalla Casa Bianca sugli immigrati. Riguardante la collaborazione tra la polizia locale e quella federale nella lotta agli stranieri clandestini o irregolari presenti sul territorio americano. Che i democratici e con essi molti stati, California e New York in primis, da sempre rifiutano. In ossequio della loro antica tradizionale amichevole accoglienza degli immigrati da sempre orgogliosamente difesa contro le ingerenze degli uomini del Border and Costums Enforcement. Che Trump, invece, considera non solo necessaria ma dovuta. Al punto da aver fatto della lotta ai cosiddetti sanctuary state una delle priorità della sua strategia di riorganizzazione della malandatissima immigrazione del suo paese. E, vista la piega assunta negli ultimi mesi dalla questione, della possibilità di essere rieletto per il secondo mandato nel 2020.

Le quote di Macron finiranno come quelle di De Gaulle

Sull’immigrazione economica Macron ricalca le orme di De Gaulle. Infatti la sua recente proposta di introdurre un sistema di quote annuali per selezionare la manodopera richiesta dalle aziende ricorda da vicino quella avanzata dal Generale nel Secondo Dopo Guerra.

In entrambi i casi la ratio è identica: affermare una politica dell’immigrazione all’interno dello Stato-Nazione, assegnando a una sorta di politburo il potere di individuare dall’estero gli immigrati utili (de bons éléments, amava ripetere De Gaulle) all’economia nazionale. All’epoca l’ambizioso progetto si infranse di fronte alla galoppante e cangiante domanda di manodopera di un’industria in pieno boom economico. Al punto che la stragrande maggioranza degli imprenditori, per assumere nuovi immigrati bypassò il farraginoso iter burocratico ideato da De Gaulle e si affidò al mercato nero, favorendo persino l’ingresso illegale di molti stranieri.

È questo il destino che attende anche la proposta di Macron? Risposta scontata: assolutamente sì. Tanto più che oggi, rispetto a mezzo secolo fa, l’immigrazione, come i beni, i servizi e i capitali, è ormai una componente strutturale della moderna globalizzazione. Verità che i governi fanno finta di non vedere e continuano a trattarla come materia di esclusiva competenza nazionale. Con il risultato che mentre ciascuno difende a piè fermo, le quote di Stato, è il mercato che silenziosamente impone al sistema le sue ferree leggi.

Ecco perché – ammoniva Patrick Weil nelle prime monumentali pagine de La République et sa diversitè – l’esperienza ha dimostrato che il metodo delle quote è quello peggiore. Per la semplice ragione che sul mercato mondiale sono le imprese, non già i poteri pubblici, a selezionare e pagare i lavoratori di cui abbisognano.

La cosa più curiosa, però, è che, secondo alcuni raffinati osservatori, Macron sarebbe consapevole di tutto ciò. Avrebbe, tuttavia, deciso di tirare dritto nel disperato tentativo di dare un segnale di fermezza a un’opinione pubblica sempre più intollerante verso i nuovi arrivati ed evitare, alle presidenziali del 2020, un’emorragia di voti a favore di Marine Le Pen e del suo Fronte Nazionale. Se così fosse, viene da chiedersi perché gli elettori dovrebbero preferire la copia all’originale.

Macron sfida Le Pen sull’asilo

Il governo francese ha reso noto ieri di aver predisposto un testo di legge di modifica della normativa sull’immigrazione attualmente in vigore nel paese. Che in vista della sua emanazione sarà già nelle prossime settimane sottoposto all’esame della Camera e del Senato transalpini.

Una decisione improvvisa ma non inattesa. Mesi addietro, infatti, nel discorso alla nazione pronunciato in uno dei momenti più caldi della protesta dei jillet jaune, il presidente Macron rivolgendosi ai suoi concittadini aveva chiesto: “in tema di immigrazione non ritenete opportuno che per i visti di ingresso, fatti salvi gli obblighi derivanti dal diritto di asilo, si debba procedere sulla base di obbiettivi annualmente indicati dal Parlamento ?”

La verità è che il provvedimento messo a punto dall’Esecutivo di Parigi dà il via, anche se con largo anticipo, alle elezioni presidenziali del 2022. In vista delle quali Macron, sapendo che l’immigrazione sarà il cavallo di battaglia dell’opposizione lepenista, tenta di giocare in contro piede. Cercando, anche a rischio di gravi lacerazioni nella sua maggioranza, di mettere mano con un giro di vite a quello che rappresenta il vero tallone d’Achille della normative francese sull’immigrazione: l’asilo.

Tanto è vero che nel corso della presentazione alla stampa l’unico capitolo del provvedimento dettagliatamente definito è stato appunto quello riguardante le modifiche delle regole attualmente in vigore nell’Exagone sul diritto alla sanità ed alla sicurezza sociale per i richiedenti asilo. Che sono assai più permissive di quelle di tutti gli altri paesi dell’UE, eccezion fatta per il Belgio. Infatti, anche se pochi lo sanno, il sistema sanitario francese è l’unico che riconosce agli stranieri indigenti il diritto di cura gratuito anche per malattie o infermità diagnosticate prima del loro arrivo sul territorio nazionale. Una situazione che nelle urne prossime venture potrebbe rappresentare per Marine Le Pen l’arma letale finora mancata.

La nuova immigrazione irregolare made in US

Nelle ultime settimane l’immigrazione USA ha registrato due record uno più negativo dell’altro. Secondo gli ultimi dati il numero degli immigrati arrestati perché entrati clandestinamente nel paese sarebbe ormai prossimo alla soglia del milione. Una cifra mai raggiunta da venti anni a questa parte. Resa ancora più allarmante dall’elevata, crescente presenza al loro interno di minori non accompagnati. Basti considerare il fatto che nel 2019 quelli presi in consegna dall’United States Customs and Border Protection sono stati 76.060 con un incremento del 52% rispetto all’anno precedente.

Un fenomeno che, al netto delle infuocate polemiche sul trattamento loro riservato nei centri di trattenimento federali, rappresenta fin dai tempi della presidenza Obama un serio, serissimo grattacapo per l’amministrazione americana. In primo luogo perché assolutamente inedito nella pur antichissima storia dell’immigrazione a stelle e strisce. Ma soprattutto in ragione del fatto che esso, al pari di quello delle cosiddette carovane di famiglie centro americane, testimonia un radicale, inquietante cambiamento sia strategico che antropologico dell’immigrazione irregolare made in US. Che anziché da messicani maschi adulti, come in passato, è oggi formata da minori soli e madri di famiglia con prole provenienti, in maggioranza, da San Salvador, Honduras e Nicaragua. Convinti “al grande balzo” dalla possibilità di sfruttare, sull’onda del tamtam sapientemente amplificato dal business dell’immigrazione clandestina, il divieto di espulsione che la legge americana prevede per queste tipologie di figure.

E che le cose stiano così lo confermano due grandi studiose della materia come Doris Meissner e Sarah Pierce. Nel loro recente lavoro titolato Policy Solutions to Address Crisis at Border  Exists esse affermano: ”le organizzazioni che controllano il traffico di esseri umani stanno cercando di procacciarsi sempre nuovi clienti offrendo loro un carnet con varie opzioni per entrare negli USA: dai viaggi super express a sconti per specifiche, particolari combinazioni (adulti con minori o gruppi famigliari composti da cinquanta unità in sù )”. Insomma, parafrasando un nostro vecchio proverbio, verrebbe da dire fatto il Muro gabbatu lu Santo.

Il sogno americano nasconde un segreto

Oggi è più facile comprendere perché il sogno americano continua a mantenere da secoli per gli immigrati la stessa forza d’attrazione. Chiamando a sé, anche dai più reconditi angoli del Pianeta, milioni di uomini, donne e bambini alla ricerca di una vita migliore. Grazie ai risultati di un recentissimo studio condotto da tre prestigiose università (Princeton, Stanford e UC Davis) che ha avuto una vasta eco sulle pagine del New York Times. Dal quale emerge, dati alla mano, come e perché l’immigrazione negli USA non abbia mai smesso di essere una sorta di fonte inesauribile di opportunità per chi cerca con il suo lavoro di migliorare la sua posizione socio-economica.

La ricerca, che si estende su un arco temporale di oltre un secolo, dal 1880 ai giorni nostri, dimostra, in maniera incontrovertibile, che i figli degli immigrati poveri hanno avuto e continuano ad avere, in media, performance di riuscita nello studio come nel lavoro superiori a quelle dei figli delle famiglie povere autoctone. Mentre nel secolo scorso l’ascesa sociale ha “premiato” soprattutto le seconde generazioni di immigrati europei (italiani, irlandesi, finlandesi, tedeschi ecc.), oggi quello stesso successo è appannaggio dei figli nati sul territorio americano da povere famiglie immigrate latinos. Tutti, nelle loro rispettive epoche, hanno goduto di una mobilità sociale che è invece assai più bassa tra la progenie delle famiglie povere d’America. In primis quelle degli afroamericani. Se il sogno americano è quello di consentire ai poveri di assicurare ai figli una vita migliore della loro, ebbene, a parità di condizioni di partenza, sono riusciti a realizzarlo molto di più gli immigrati che gli yankee. Inoltre i risultati di questa ricerca, come giustamente fa notare il NYT, sembrano voler smentire la fondatezza di uno degli argomenti centrali dell’aspro scontro sull’immigrazione che da mesi infuoca la politica statunitense.

L’azione dell’amministrazione Trump, infatti, è volta soprattutto ad aprire le porte agli immigrati ricchi e qualificati, sostenendo che il Paese non può permettersi di accogliere le famiglie povere (soprattutto centroamericane) perché andrebbero a gravare sui programmi pubblici di assistenza sociale. Lo studio dimostra, invece, che la prospettiva a breve termine dei politici sottovaluta i benefici all’economia del Paese che arrivano dalle seconde generazioni. Così come è errato pensare che gli immigrati di oggi, che arrivano prevalentemente dall’America Latina e dall’Asia, hanno meno probabilità di integrarsi nel tessuto sociale ed economico rispetto alle precedenti ondate di poveri che arrivavano dall’Europa. Infatti secondo i dati pubblicati dalla ricerca emerge che tra gli immigrati che meno si sono integrati figurano, a sorpresa, i norvegesi. Che ironia della sorte Trump ha invece indicato come modello di immigrati da “importare”.

Incubo Brexit per gli immigrati UE a Londra

Should I stay or should I go? Quesito amletico che dal giugno 2016 quando la Gran Bretagna disse Sì a Brexit rovina il sonno dei 3,5 milioni di europei che vi risiedono.

Per questo esercito di stranieri se lasciare il Regno di Sua Maestà significa azzerare anni e anni di sacrifici riuscire a restarvi si sta trasformando in un’impresa d’inferno. Perché un minuto dopo l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione, con il principio della libera circolazione decadrà anche il loro status di soggiornanti regolari. Al punto da essere considerati dei veri e propri immigrati illegali.

Per scongiurare questo catastrofico scenario, che causerebbe una colossale crisi migratoria, il governo inglese ha approvato il cosiddetto EU Settlement Scheme. Una sorta di sanatoria che consentirebbe ai lavoratori UE di avere in mano un regolare permesso di soggiorno prima dell’ora X quando entrerà in vigore il distacco dall’Unione Europea. Un’idea in via di principio buona ma che all’atto pratico, come spiega la puntuale inchiesta di Yasmeen Serhan su The Atlantic, fa acqua da tutte le parti. Vediamo di capire perché.

Partiamo dall’aleatorietà dei tempi di applicazione. La sanatoria, infatti, è aperta ma non è certa quale sarà la sua data di chiusura: giugno 2021 se il divorzio dall’UE è concordato, oppure dicembre 2020 nel caso di una rottura traumatica delle trattative ed un’uscita no deal. Nel dubbio, migliaia di cittadini europei si sono affrettati a formalizzare la domanda di regolarizzazione mettendo in ginocchio la burocrazia inglese.

Alle denunce di disservizi di ogni genere e tipo, Downing Street ha risposto di avere semplificato l’iter con un’app che pur costata ben 175 milioni di sterline funziona poco e male. Innanzitutto perché la versione mobile è utilizzabile solo su dispositivi Android più recenti. Mentre più della metà della popolazione utilizza smartphone con sistemi operativi diversi. E molti europei, nonostante il tesoro inglese incassi regolarmente le loro tasse, per il solo fatto di non possedere un telefonino Android o la necessaria dimestichezza con la sua tecnologia, rischiano giuridicamente di finire nel limbo. Secondo il think-tank British Future un terzo dei 3,5 milioni di europei che vive nel Regno Unito, in particolare anziani e persone con scarse conoscenze di inglese e informatica, potrebbe non riuscire a compilare la domanda. Ma c’è di più. Perché anche chi riesce a compilarla può inciampare nei cavilli della disastrosa burocrazia della Perfida Albione. Tra le varie condizioni richieste per ottenere un permesso di soggiorno permanente c’è, ad esempio, anche quella di dimostrare di risiedere nel Regno da almeno 5 anni in modo continuativo. Provarlo è impresa ardua persino per i the best and brighetest con le carte in super regola.

Come dimostra il caso a dir poco clamoroso dello chef stellato di origine polacca Damian Wawrziniak. Residente da 15 anni in Gran Bretagna, stranoto al grande pubblico, cuoco ufficiale alle Olimpiadi di Londra 2012, ed in grado di vantare tra i suoi clienti persino la famiglia reale, si è visto negare, per una colpevole sciatteria burocratica la sua domanda di regolarizzazione. Cosa che oltre alla sua giusta indignazione ha scatenato un putiferio sui social network (ha migliaia di follower). Obbligando l’Immigration britannica a tornare sui suoi passi, riconoscere di aver sbagliato e concedergli in quattro e quattr’otto il visto di cui aveva pieno diritto.

Ma come sarebbe andata questa disavventura a lieto fine se il mal capitato, anziché uno straniero di successo, fosse stato un semplice, anonimo lavoratore? Viene da pensare che Oltremanica il rischio di un nuovo caso Windrush si faccia sempre più concreto. All’epoca a farne le spese furono gli immigrati caraibici. Oggi quelli europei.

Puntano sulla demografia per farlo fuori dalla Casa Bianca

Verrebbe quasi da sorridere di fronte al presunto, nobile candore delle spiegazioni che i nemici di Trump danno delle ragioni del durissimo scontro sull’immigrazione che da mesi infiamma la politica USA. A sentire le quali il giro di vite contro gli stranieri voluto dal Presidente non avrebbe altro scopo se non quello di cementare la fedeltà della sua base elettorale eccitandone il risentimento anti immigrati. E non quello, al contrario di quanto lui sostiene, di dare risposta ad un’emergenza che, soprattutto ai confini meridionali del paese, si fa ogni giorno più grave.

Insomma un consapevole, perfido “machiavellismo” politico-elettorale utilizzato ad arte per compiacere “la pancia” dell’America bianca, rurale e mediamente poco scolarizzata a lui devota. Il cui voto alle prossime presidenziali del novembre 2020 gli assicurerebbe di replicare il successo che, contro tutti i pronostici, lo ha premiato in quelle del 2016. Donde la parola d’ordine dei “trumpiani” che rimbomba assordante in tutti i comizi del loro leader: “we win where we won, vinceremo dove abbiamo vinto.

Un uso dell’immigrazione che l’opposizione democratica ha messo nel mirino della sua strategia elettorale. Definendola politicamente strumentale e pericolosamente immorale. Contrapponendo alla sua grezza, calcolata partigianeria gli ideali storici dell’America accogliente ed aperta agli immigrati. Secondo i comandamenti al riguardo scolpiti nel marmo monumentale della Statua della Libertà. Mentre per Trump contano solo i desiderata della sua base per i democratici, invece, a contare sono in primis quelli del paese con la P maiuscola. Infatti tutti gli aspiranti alla sfida contro l’attuale inquilino della Casa Bianca, che si chiamino Biden, Warren o Sanders, l’unico punto su cui concordano nel modo più fermo e risoluto è che gli ideali vengono sempre e comunque prima dei calcoli di parte.

Un quadro dal sapore quasi idilliaco che, purtroppo per loro, ha di recente perduto un po' del suo nobile appeal. Quando i media sono entrati in possesso di un documento top secret da cui emerge che anche i democratici, a loro modo, i calcoli li fanno e come. In particolare per quanto riguarda le potenziali chance di vittoria derivanti dai cambiamenti prodotti dall’immigrazione sulla composizione demografica dell’elettorato. Una novità dalla quale si evince che anche i democratici, al netto di tante belle parole, fanno né più né meno di Trump i “conti” con quella che hanno eletto a loro speciale base politica di riferimento: la demografia. Basta leggere il documento in questione secondo il quale:


  • nel 2020, secondo le tendenze demografiche in atto nel paese, il segmento degli elettori non diplomati, che rappresenta il grosso della base “trumpiana”, è destinato a diminuire in media del 2,3%. Un calo che si prospetta ancor più accentuato in stati chiave dal punto di vista elettorale come il Nevada (-3,2%), Arizona (-2,8), Texas (-2,5%);

  • il Texas, storica roccaforte repubblicana, sta cambiando “colore” grazie all’ aumento dei nuovi residenti “etnici” ( Latinos+1,9 milioni, Afro Americani +541mila, Asiatici +473mila ) rispetto a quelli bianchi (+484mila);

  • l’immigrazione di massa di molti giovani americani - mediamente più filo democratici degli anziani – che a causa dell’elevato costo della vita si stanno trasferendo dalle mega città del Nord (New York in primis) verso quelle del Sun Belt, dà al partito dell’asinello nuove e fino a ieri inimmaginabili chance di riuscire a sfondare in regioni un tempo per loro politicamente “proibitive” come l’Arizona, la Georgia ed il Texas.


Un episodio piccolo ma significativo che conferma quanto difficile sia per la politica attenersi al detto evangelico secondo cui solo chi è senza colpa può scagliare la prima pietra.

Ombre cinesi su Brexit

Un brutto presagio per Brexit. E’ questo che viene da pensare di fronte alla scoperta dei poveri resti di 39 clandestini cinesi ammassati all’interno del rimorchio di in un Tir parcheggiato nel porto inglese di Purfleet. Non solo perché quel carico di morte, al di là del crudele caso di cronaca, sembra oggi voler ricordare alla litigiosissima politica britannica l’antica ammonizione di Tito Livio a quella romana: "Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur". Ma soprattutto in ragione del fatto che la dinamica di questa triste vicenda, se letta attentamente, ha davvero il sapore di un un beffardo presagio per l’Inghilterra di Brexit. Che secedendo dall’Europa anziché “take back the control of our borders”, come dicono i suoi sostenitori, rischia invece di pagare sull’immigrazione un prezzo salatissimo. Per la semplice ragione che i confini nazionali, anche i meglio attrezzati del mondo, non sono più una assoluta garanzia di fronte ad un fenomeno di dimensioni globali come è appunto quello della moderna immigrazione. Ed in particolare di quella clandestina.

Una pericolosa ubia nostalgica di un passato imperiale ormai da tempo tramontato. Quando all’Inghilterra per tenere lontani i guai bastava il mare che la circondava. Ma oggi non è più così. Prova ne è l’odissea che dalla Bulgaria passando per il Belgio ha portato i clandestini cinesi a morire in un container scaricato su una banchina portuale del Galles meridionale da un Tir originariamente imbarcato senza “rimorchio umano” su un traghetto di linea dall’Irlanda del Nord. Un quadro che dovrebbe spingere la politica inglese a riflettere anziché, come è quasi certo avverrà, cercare rapidamente di voltare pagina. Per tornare al suo business as usual.

Doppio passaporto, l’Ue in ordine sparso

Quella della cosiddetta doppia cittadinanza è una delle questioni più controverse e poco note del dibattito sull’immigrazione. Parliamo della possibilità per gli immigrati di ottenere il passaporto del Paese ospitante, senza perdere quello dello stato di origine. Nei confronti di questo istituto in Europa, contrariamente a quanto si è registrato fino agli anni Sessanta del secolo scorso, prevale oggi un orientamento giuridico di maggiore tolleranza. Per almeno tre fattori: la nascita di norme più efficaci contro la discriminazione di genere; un lungo periodo di pace nelle relazioni internazionali; un cambiamento di percezione degli interessi statali nell’ambito della migrazione.

Con l’aggiunta che nel Vecchio Continente, l’approvazione di norme contro la discriminazione di genere ha consentito ai figli di coppie miste di ereditare la cittadinanza non solo dai padri ma anche dalle madri.

Un mutamento accelerato anche dal cambio di strategia dei paesi di origine che tradizionalmente guardavano i loro emigrati come una risorsa persa, ma in seguito, ne hanno scoperto il valore economico e politico. Prendendo atto che privare gli emigrati della loro cittadinanza dopo la naturalizzazione nel paese di insediamento, significava tagliare inutilmente quei legami che facilitavano l’arrivo in patria di ingenti rimesse o che li aiutavano ad acquisire appoggio politico in un paese straniero.

Di seguito una breve rassegna di quanto previsto in materia negli ordinamenti dei principali Paesi UE:

ITALIA. E’ ammessa la doppia cittadinanza. Con il decreto ministeriale del 7 ottobre 2004 è stato, infatti, abolito l’obbligo per gli stranieri che diventano cittadini italiani di rinunciare alla cittadinanza di origine.

FRANCIA. E’ ammessa la doppia cittadinanza. Il possesso di una o più altre nazionalità non ha, in linea di principio, alcuna incidenza sulla cittadinanza francese. La legge non richiede, infatti, che uno straniero diventato francese rinunci alla sua cittadinanza di origine o che un francese diventato straniero rinunci alla cittadinanza francese. La Francia non stabilisce distinzioni fra coloro che hanno una doppia cittadinanza e tutti gli altri francesi per quanto riguarda i diritti e i doveri legati alla cittadinanza.

INGHILTERRA. È ammessa la doppia cittadinanza. Nel Regno Unito, a differenza che in Germania o in Spagna, il possesso di una o più altre nazionalità non ha, in linea di principio, alcuna incidenza sulla cittadinanza britannica.

GERMANIA. Non è ammessa la doppia cittadinanza, salvo in alcuni casi. Per i cittadini svizzeri ed europei sulla base del principio di reciprocità. E per i figli degli immigrati nati in Germania, visto che dal 2014 è stato abolito il cosiddetto Optiospflicht: l’obbligo di scegliere una sola nazionalità – quella tedesca o quella della famiglia di origine – al compimento dei 23 anni.

SPAGNA. Non è ammessa la doppia cittadinanza, salva in alcuni casi. Ossia quelli previsti dall'art.11, comma 3 della Costituzione, che riguardano gli stranieri provenienti dall'America latina e da Andorra, Filippine Guinea Equatoriale e Portogallo. Lo stesso articolo, infine, introduce il principio generale del divieto della privazione della cittadinanza nei confronti degli spagnoli d’origine.

Contro l’impeachment Clinton fu più abile

Sull’impeachment Trump deve guardarsi da sé stesso. E dai rischi potenzialmente insiti nella sua incrollabile sicurezza psicologica secondo cui può vincere anche senza convincere. Ragione per la quale, nonostante la difficile contingenza politica in cui si trova, usa continuamente la politica dell'immigrazione per provocare ed innervosire quella parte certamente non piccola dell’America che non lo ama. Con l’unica preoccupazione di rafforzare e rinsaldare ad ogni occasione possibile, con le parole ed i fatti, la fedeltà della sua base politica. Nella convinzione, razionale o meno poco importa, che la “protezione” di un esercito di fedelissimi composto dal 35% dell’elettorato sia sufficiente ad evitargli i guai della procedura di censura parlamentare.

Una strategia a dir poco azzardata. Che se anche alla fine darà i frutti sperati presenta però non poche debolezze. Tema sul quale vale la pena leggere l’eccellente articolo “Bill Clinton had a strategy.Trump is doing the opposite” pubblicato qualche settimana fa da David Froom sulla rivista americana Atlantic. La linea difensiva di Trump, infatti, se confrontata con quella che a suo tempo consentì a Bill Clinton di evitare l’impeachment, presenta tre serissime debolezze.

La prima: nel 1998, appena avuto sentore della “bufera” che lo stava per investire Clinton convocò alla Casa Bianca un’improvvisa conferenza stampa. Nella quale si augurò, per il bene dell’America, che la sentenza che il Senato si apprestava ad emettere nei suoi confronti fosse “reasonable, proportionate and bipartisan”. Non parlò, come invece fa di continuo l’attuale Presidente, di complotti né di oscure trame ai suoi danni.

La seconda: nei lunghi mesi dello scandalo Lewinsky l’allora inquilino della Casa Bianca anziché demonizzare gli accusatori scelse la strada del dialogo con la pubblica opinione. Rivolgendosi in particolare alla enorme ed in quel momento assai ostile platea dalle cosiddette soccer mom, le casalinghe. Riuscendo a convincerle che anche se la loro arrabbiatura era legittima, visto che il suo non era certo stato un comportamento degno di un padre di famiglia, conveniva a tutti evitare che la crisi politica compromettesse la salute, allora ottima, dell’economia. Tutt’altra musica, dunque, da quella dei velenosi tweet di cui il magnate newyorkese non sembra riuscire a fare a meno.

La terza: Clinton a pochi giorni dal voto del Senato che lo avrebbe condannato o assolto, trovò la forza ed il coraggio di lanciare contro l’Iraq la riuscitissima operazione militare Desert Fox. Che fece schizzare il suo indice di gradimento, mai sceso sotto il 60%, ad oltre il 73%. L’esatto opposto di quello riservato oggi a Trump dopo il ritiro dei marines dal confine curdo. Che da sempre mediocre nelle ultime ore sembra addirittura in caduta libera.