Nicolini fa rima con Salvini

Oltre che con i cognomi, è sull’immigrazione che Matteo Salvini e Giusi Nicolini fanno rima. Il leader della Lega e l’ex-sindaca di Lampedusa, soffiano, sia pur da lati opposti, sul fuoco dell’immigrazione. Lui capofila dello schieramento securitario. Lei tra i portavoce del movimento del laissez-faire umanitario. Il primo chiede porti chiusi e tolleranza zero. La seconda vuole porti aperti e massima tolleranza verso gli ultimi che dall’Africa cercano rifugio da noi.

I due sono all’apparenza come l’acqua e l’olio. Ma nei fatti rappresentano l’incastro perfetto, l’asse dei due estremi ideologizzati che sta trasformando la gestione dell’immigrazione in Italia in una bomba ad orologeria. Tanto più in tempi di pandemia.

A confermare l’entente cordiale di Mr e Miss –ini è, in ordine tempo, la posizione espressa nei confronti delle cosiddetta navi-quarantena anti Covid-19 usate in questi giorni di fronte ai nostri porti per la prima accoglienza degli immigrati. Una soluzione, pragmatica, richiesta a gran voce da uno schieramento trasversale di sindaci di frontiera per evitare il pericolo di un contagio tra i nuovi arrivati e comunità locali, come ad esempio Lampedusa, Pozzallo e Porto Empedocle. Inutile dire che anche su questa scelta di buon senso, i due schieramenti, qui rappresentati dal Signor e dalla Signora –ini, che dominano da decenni l’agone della politica migratoria italiana, si sono accapigliati.

Il gruppo del laissez-faire umanitario ha denunciato quella che è stata definita una quarantena politico-ideologica giustificata dall’emergenza sanitaria col solo reale obiettivo di discriminare e affibbiare l’etichetta di untori ai nuovi vulnerabili arrivati.

Il team securitario risponde che ancora una volta l’Italia spreca risorse dei contribuenti (i rumors parlano di €1,5 mln al mese per nave) per accogliere, anziché respingere chi bussa alla nostra porta.

Eppure i sindaci, di destra e di sinistra, che quotidianamente fanno i conti sul come gestire la ricezione dei migranti, hanno ripetuto anche durante una recente audizione parlamentare al Comitato Schengen, di condividere l’opzione degli “hotspot galleggianti”. Anzi, ne chiedono di più.

Si tratta, peraltro, di una soluzione che potrebbe segnare, forse senza saperlo né volerlo, una sia pur involontaria svolta epocale per le politiche di asilo in Italia. Oggi le usiamo per evitare il potenziale rischio contagio tra i nuovi arrivati e le popolazioni ospitanti. Domani potrebbero essere lo strumento ideale per distinguere il luogo del riconoscimento da quello dell’accoglienza che rappresentano i veri punti dolens della questione.

Il primo, la possibilità che anche chi non ha diritto d’asilo una volta messo piede sulla terraferma si dilegui nell’attesa che le autorità valutino la sua domanda, rendendone impossibile il rimpatrio.

Il secondo, la prassi di addossare alle nazioni (e ai comuni) di frontiera l’onere di gestire la pressione di migratoria dal continente africano. Visto che una volta riconosciuti gli immigrati sugli “hotspot galleggianti”, potrebbero essere redistribuiti nel resto d’Italia o, cosa auspicabile, d’Europa.

E' una luce di buon senso nel tunnel ideologizzato in cui si trova, prima e dopo Minniti, la gestione dell’immigrazione in Italia.

La grande migrazione tramonta col Covid-19

Il crollo dell’immigrazione, di pari passo con quello dei viaggi, dei commerci e degli investimenti, è l’emblema di un mondo in cui, a causa del Covid19, decenni di spumeggiante globalizzazione economica stanno cedendo il passo ad un’era di global distancing. Perché se è vero che il nazionalismo aveva attaccato la globalizzazione prima che si avesse notizia del paziente zero di Wuhan, è certo che l’epidemia sta ridisegnando le relazioni culturali ed economiche di lungo periodo di un mondo già fortemente polarizzato.

Infatti come spiega sul Washington Post del 29 giugno scorso il presidente del Peterson Institute for Economics Adam Posen :"The pandemic has made it so that you now have an additional excuse to block human-to-human conctat and intellectual and economic exchange….It’s a corrosion of globalization, but it’s also an acceleration of a realignment that was already happening” . Con il risultato, ad esempio, che all’aereoporto di Changi (Singapore), uno tra i maggiori hub mondiali, il traffico passeggeri è crollato tra gennaio e aprile 2020 da 5,9 milioni a poco più di 25 mila.

Ma la novità che fa più riflettere è che, oltre e al di là dei viaggi la pandemia ha messo in ginocchio i flussi migratori. Che a partire dal Secondo Dopoguerra avevano contribuito a tirar fuori dalla povertà più di 1 miliardo di abitanti delle regioni meno avanzate del Pianeta. Una diminuzione degli arrivi che ha riguardato non solo quelli regolari ma in misura forse maggiore quelli irregolari. Tanto è vero che ad Aprile scorso, rispetto al mese precedente, il numero degli stranieri senza visto di ingresso intercettati dagli agenti dell’Immigration americana sul confine messicano è calato, cosa mai avvenuta negli ultimi 20 anni, di oltre il 47%. Ma non basta.

I dati raccolti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) nei 35 principali luoghi di transito dell’Africa centrale ed occidentale testimoniano un potente rallentamento dei flussi migratori: -48% tra gennaio e aprile 2020. Una frenata confermata anche dalla riduzione degli ingressi irregolari sulle principali rotte europee. Che ad aprile 2020 si sono ridotti a 1.740: il numero più basso da quando Frontex ha iniziato nel 2009 a stilare un’accurata statistica mensile del fenomeno.

Una diminuzione che però, purtroppo per noi, va presa con le molle. Visto che nel mese successivo, pur restando largamente al di sotto di quelli degli anni precedenti, essi sono tornati a salire fino a 4.260. Questo perché in alcuni strati sociali dei paesi in via di sviluppo le prospettive di guadagno garantite dall’emigrazione fanno passare in secondo ordine i possibili rischi sanitari. Resta comunque il fatto che per l’anno in corso, secondo i calcoli della Banca Mondiale, le rimesse degli immigrati verso le nazioni in via di sviluppo caleranno, come mai avvenuto in precedenza. E la loro incidenza rispetto al prodotto lordo interno di quei paesi tornerà ad essere quello del 1999.

Per concludere. Anche se il recente positivo andamento delle borse ed il riavvio delle attività produttive per mesi interrotte  testimoniano la tenace volontà con cui il Nord industrializzato spinge per tornare presto “alla normalità”, è però sicuro che il modo con cui fino a ieri si viaggiava, consumava, interagiva ed immigrava a livello globale non sarà più lo stesso per molti anni a venire.

I trafficanti hanno riscoperto le vecchie rotte degli schiavisti

Come i migliori broker, anche i trafficanti di immigrati diversificano il portafoglio di investimento per massimizzare i profitti. Semplicemente ampliando l’offerta dei viaggi e delle destinazioni da raggiungere clandestinamente, col duplice obiettivo di allargare il potenziale bacino dei clienti-vittime e ridurre il danno prodotto dagli eccessivi controlli sulle rotte migratorie più battute.

Non deve, dunque, stupire che nella brochure dei servizi forniti dai trafficker abbia trovato spazio anche la rotta Africa-America Latina-Stati Uniti. A denunciarlo, dalle colonne dell’autorevole rivista americana Quartz, è un recente studio dell’Organized Crime and Corruption Reporting Project sul quale ha lavorato negli ultimi 12 mesi, con rilevazioni sul campo, un equipe di esperti internazionali di traffici di esseri umani. Si scopre, ad esempio, che soltanto nel luglio 2019 la polizia di frontiera statunitense ha intercettato al confine col Messico 66 mila immigrati irregolari partiti dall’Africa. Si tratta in maggioranza di africani, per lo più congolesi e camerunesi, ma anche di asiatici. Costo del biglietto: $10 mila per i primi, $25 mila per i secondi. Con un incasso medio annuo per la criminalità organizzata che si attesta intorno ai $300 milioni dollari. Anche se a causa del Covid-19 il cash flow è destinato a ridursi.

Detto ciò, dando uno sguardo a una carta geografica, è facile intuire che quella che dell’Africa, via Oceano Atlantico, porta agli USA è una tratta per definizione residuale rispetto a quelle, più remunerative, che attraverso il Mediterraneo consentono di sbarcare in Europa. Tuttavia, essa rappresenta una novità che colpisce perché testimonia, ancora una volta, l’elevatissima capacità e velocità dei trafficanti di organizzarsi, aggiornarsi e cambiare strategia, in base alle dinamiche geopolitiche del momento. Una macchina illegale efficiente e globalizzata che ha buon gioco di fronte alle inefficienze e alle risposte nazionali dei paesi di destinazione.

Politica USA corrosa dall’età

La presidenza degli Stati Uniti si sta trasformando in una vera e propria gerontocrazia. E la Casa Bianca da storico, vibrante centro di comando di una democrazia giovane per antonomasia in una sorta di residenza per leader politici molto, forse troppo avanti negli anni. Un dominant-recessive generational pattern, come lo definisce il demografo americano Neil Howe, che le elezioni presidenziali del prossimo 3 novembre anziché curare rischiano di aggravare. Il perché è presto detto.

Donald Trump, eletto nel 2016, al momento del suo insediamento a Washington è risultato essere il presidente al primo mandato più avanti con l’età della storia americana. E visto che a giugno scorso ha compiuto 74 anni nel caso dovesse ottenere dagli elettori un secondo mandato sarebbe certamente in assoluto il più anziano a lasciare l’incarico nel 2024. Record che però potrebbero essere presto dimenticati nel caso venisse invece premiato dalle urne, come oggi molti ritengono probabile e non solo possibile, lo sfidante democratico Joe Biden. Che rischia, a sua volta, di prendere in mano le redini del paese a stelle e strisce alla onorevole età di anni 78. Una competizione che viste l’età dei contendenti fa paura perché ricorda, anche se ancora da lontano, quella che si consumò nella Mosca dei Cernienko ed Andropov prima del collasso del regime comunista.

Ma se dalla Casa Bianca leviamo lo sguardo all’insieme del sistema politico americano vediamo che in fatto di gerontocrazia le cose non vanno certamente meglio. Nancy Pelosi, la democratica che occupa lo scanno più alto della Camera dei Deputati, ha compiuto 80 anni; il capo dei Senatori, il repubblicano Mitch McConnel, ben oltre i 78; i giudici della Corte Suprema in media oltre i 67 ed i membri del Governo dai 60 in su. Certificati di nascita che per quanto riguarda le generazioni alla guida delle istituzioni democratiche made in US testimoniano:


  1. un significativo scostamento dell’età media rispetto a quelle dei governi, eccezion fatta per Israele e Cile, delle grandi nazioni OCSE;

  2. il rischio che il perdurante dominio del political ageism potrebbe determinare, per usare le parole della scienziata politica californiana Kaare Strom, la sclerosi economico-istituzionale di cui negli anni recenti sono state vittime l’Italia ed il Giappone.

Sfruttano il Covid-19 e aumentano i profitti

È in corso una sorta di ripetitivo match di tennis, dall’esito scontato, da una riva all’altra del Mediterraneo. In campo si confrontano la criminalità internazionale, che organizza le partenze dei migranti dal Nord Africa, ed i governi dei paesi di destinazione obbligati ad accoglierli.

È uno scontro impari. I primi, tonici e pimpanti, giocano a tutto campo, con continui cambi di strategia. I secondi, imbolsiti col braccino corto, subiscono colpo su colpo. La conferma arriva dall’attualità delle ultime ore nello spazio euro-mediterraneo. Nel weekend appena trascorso, sono infatti arrivati soltanto a Lampedusa più di mille migranti che portano a un totale di nove mila il numero degli arrivi via mare dall’inizio dell’anno.

Siamo lontanissimi dalle cifre emergenziali del triennio 2014-2015-2016, tuttavia c’è poco da stare sereni. Soprattutto perché a fronte dell’immobilismo dei player governativi, l’avversario (i trafficker) mostra un’inesauribile energia e fantasia nell’alimentare un business che ormai da anni genera profitti pari se non superiori a quelli derivanti dal traffico di droga.

La novità delle ultime settimane è che l’agenzia illegale delle partenze dalla riva Sud del Mediterraneo ha allargato l’offerta per i suoi clienti-vittime con maggiori disponibilità economiche. Questi ultimi, va da sé con tariffe più alte, possono, infatti, acquistare un biglietto per Lampedusa con partenza dai più sicuri porti tunisini, a bordo di piccole imbarcazioni meno sovraffollate, capaci di giungere a destinazione senza scommettere sul soccorso della marina militare o delle Organizzazioni non Governative. Per i meno abbienti, invece, rimane sempre l’opzione low cost via Libia con tempi più lunghi e il rischio di non essere salvati in tempo da qualche vascello delle ONG.

È uno scenario noto anche alle autorità giudiziarie competenti in Italia che ormai da settimane segnalano “l’ennesima riapertura” del fronte tunisino. Eppure non si muove foglia. Continuiamo a subire i colpi senza reagire. Il risultato è che per ogni sbarco di immigrati in Italia, i signori che comandano il traffico di immigrati incassano lauti proventi economici e persino consenso e popolarità tra i familiari dei migranti giunti alla meta.

Mentre l’impasse delle istituzioni lascia spazio nei centri di accoglienza e nelle piccole città che li ospitano a un potenziale scontro tra veri e finti richiedenti asilo e le popolazioni locali. Che complice l’emergenza sanitaria che si sta trasformando in economica, mal tollerano i nuovi arrivati considerati come potenziali untori. Si dirà che il popolo non ha sempre ragione. Che non tutti gli immigrati hanno il Covid-19, etc. Verissimo. Ma se di fronte a quello che accade ancora una volta in queste ore negli hotspot siciliani o calabresi, le istituzioni cincischiano. Lanciano segnali contraddittori. Dimostrano di subire e non governare il fenomeno. Di non garantire sicurezza e asilo a chi ne ha realmente bisogno. Di non tutelare le comunità locali ospitanti. Di non rimpatriare chi mente presentandosi come rifugiato, non stupiamoci della vox populi, con tutte le sue potenziali drammatiche controindicazioni. Mondragone ieri, Amantea oggi: e domani?

Negli Usa le divisioni non si riducono a Trump

Anche se Trump dovesse uscire sconfitto dalle elezioni del prossimo 3 novembre (cosa al momento affatto scontata) l’America difficilmente ritornerà, come invece sperano i suoi avversari, quella di un tempo. Perchè i sussulti che ormai a getto continuo scuotono la vita pubblica del paese sono espressione di una sua divaricazione politico-culturale che sarebbe non solo ingiusto ma miope addebitare agli errori (non pochi né piccoli) dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

I problemi nascono e vengono da molto più lontano. Infatti come ha scritto Thomas B. Edsall in un bellissimo ed assai ragionato commento sul New York Times del 7 luglio: “L’elettorato è diviso in due campi opposti basati sull’adesione degli elettori a principi morali fondativi ed alle politiche che da essi ne derivano sia per quanto riguarda la loro identità socio-culturale che la loro propensione per leadership liberali o autoritarie. Una complessità che i politici capiscono intuitivamente al punto che mentre Trump è convito che il caos, la confusione ed i conflitti aiutano la sua rielezione, Joe Biden si da fare per spegnere il fuoco su cui soffia Trump

Una contrapposizione che gli ultimi clamorosi eventi legati alle dimostrazioni innescate dall’uccisione di George Floyd hanno se possibile ulteriormente rafforzato e confermato. Nello scorso week end, ad esempio, mentre nelle piazze di New York i liberal d’America chiedevano l’impegno dei democratici a tagliare i finanziamenti alla polizia (defunding) nelle strade della Grande Mela si è consumato un vero e proprio bagno di sangue: 64 aggressioni armate e 10 morti. Cifre e numeri che New York sperava di aver definitivamente archiviati dopo l’anno nero del 1996. E che, soprattutto, hanno messo in grave imbarazzo la municipalità democratica cittadina. Stretta tra l’obbligo di usare il pugno di ferro per evitare che l’insicurezza di un tempo tornasse a spadroneggiare in città, e le proteste dei giovani militanti che consideravano la loro prudenza nei confronti degli uomini in divisa alla stregua di un vero e proprio regalo al trumpismo.

Un conflitto che per i democratici ha il sapore di un assaggio visto che in vista della loro prossima Convention di agosto dovranno per forza di cose decidere se assecondare la piazza sul defunding delle forze dell’ordine oppure scegliere la moderazione per non inimicarsi l’elettorato che non ama Trump ma neppure il caos. Ed evitare di pagare pegno all’antico detto politico: piazze piene, urne vuote.

Con questi salvataggi si rischia l’incidente

Verrebbe da dire che sull’emergenza immigrazione nel Mediterraneo c’è qualcuno che spera succeda qualcosa di grave. È quello che viene da pensare assistendo in queste ore all’ennesimo braccio di ferro fra istituzioni e organizzazioni non governative sul se e dove lasciare attraccare la nave umanitaria di SoS Mediterranée, Ocean Viking con i suoi 180 immigrati a bordo.

La soluzione sembra vicina (trasborderanno nella nave quarantena Moby-Zaza davanti la costa agrigentina di Porto Empedocle), ma per raggiungerla si è giocato sul filo del rasoio. Partiamo dai fatti. Il caso Ocean Viking è esploso il 25 giugno. Quando l’equipaggio della Ong effettua un’operazione di soccorso e salvataggio di 51 immigrati a largo di Lampedusa. Nelle ore e nei giorni successivi altri salvataggi che consentono di issare a bordo un totale di 180 disgraziati. A quel punto scatta per più di dieci giorni la consueta ricerca di un porto sicuro. Mentre le autorità cincischiano, la situazione a bordo si complica o, secondo alcuni, viene appositamente complicata dall’equipaggio per obbligare il governo italiano a non perdere altro tempo. Si racconta di tentati suicidi, condizioni sanitarie e psiche labili, atti di protesta, scioperi della fame, etc. Quando la situazione sembra ormai sul punto di sfuggire di mano ecco la sospirata autorizzazione per la Ocean Viking a dirigersi in rada verso Porto Empedocle. I naufraghi passeranno due settimane su una nave-quarantena anti Covid-19, prima di toccare la terraferma. A breve calerà, dunque, il sipario sulla Ocean Viking, ma non ci vorrà molto per aprirne un altro con dinamiche e attori simili, se non identici. È un teatrino che va avanti da oltre un lustro. Con trame e finali scontati, anche ai non addetti ai lavori.

Ma che cosa succederebbe se nel cuore della pièce, cioè durante il consueto tira e molla in mare tra Ong che chiedono un porto sicuro e le autorità che cincischiano, dovesse accadere una tragedia? Se i tentati suicidi diventassero suicidi di massa? Se a bordo delle navi umanitarie esplodesse una bomba epidemiologico oppure uno scontro tra naufraghi immigrati con i membri dell’equipaggio o tra questi ultimi e la marina militare italiana?

Domande provocatorie? Forse. Ma che confermano l’amara verità che solo le tragedie sono in grado di svegliare dal letargo l’Europa che continua a non avere una politica sui rifugiati ordinata e sicura per chi arriva e chi riceve. Continuando a far finta di non vedere i focolai di crisi nella riva Sud del Mediterraneo quasi che gli sbarchi di immigrati in Italia siano un problema del Bel Paese e non dell’Unione.

Da Jerry Masslo a Mondragone non è cambiato niente

A cosa sono serviti trent’anni di sanatorie in Italia? E’ quello che viene da chiedersi di fronte alle condizioni abitative, sociali e lavorative dei braccianti bulgari irregolari contagiati dal Covid-19 a Mondragone. Sfruttati alla luce del sole nei campi del casertano, sono adesso confinati e mal visti dalla popolazione autoctona nei fatiscenti palazzi ex-Cirio.

Li chiamano invisibili. Ma di loro sappiamo tutto: dai dati anagrafici, al luogo di residenza fino ad arrivare ai datori di lavoro che di questa manodopera irregolare e sotto pagata fa, da sempre, quello che vuole . Non sembra, infatti, cambiato molto da quel lontano 25 agosto 1989 quando a Villa Literno (25 km da Mondragone) l’omicidio del rifugiato e attivista sudafricano Jerry Masslo svelò all’Italia intera i vizi del mercato clandestino dell’immigrazione stagionale. Che vedeva in questi immigrati gli ingranaggi ideali per sostenere un sistema agricolo arretrato e fuori dalle regole. Scoprimmo all’improvviso il caporalato, le baracche, i ghetti, gli schiavi del nuovo tipo, etc. Orrori che un robusto e trasversale schieramento politico pensò di combattere, e guarire, con una serie di regolarizzazioni a ripetizione.

In nome di questo nobile fine l’Italia è oggi saldamente al comando nella speciale classifica internazionale dei pochi paesi che hanno fatto sistematicamente ricorso a questo tipo di provvedimenti anziché ad una vera e seria politica migratoria. Tuttavia, qui la grande unicità del caso italiano, nel corso del tempo col numero dei sanati è cresciuto, o nella migliore delle ipotesi è rimasto invariato, quello dei ghetti abitati da quelli che per opportunismo definiamo invisibili. Insomma, è come assumere overdose di paracetamolo e non vedere calare la febbre.

A fronte di questo mismatch tra rimedio e male, questo schieramento trasversale pro-sanatoria continua, imperterrito come nulla fosse sempre sulla stessa strada. Tant’è che nel recente Decreto Rilancio Italia, ha trovato posto un discusso provvedimento di regolarizzazione presentato come necessario per rispondere durante la pandemia alla mancanza di manodopera straniera stagionale nei campi e garantire il diritto alla salute e al lavoro legale degli immigrati irregolari soprattutto nel settore agricolo. Cosa che, purtroppo, non è servito, ancora una volta, ad evitare il prevedibile, ennesimo disastro di Mondragone.

Biden avanza ma per la vittoria c’è tempo

Per Trump la corsa alla rielezione presidenziale si fa di giorno in giorno più faticosa. Come testimoniano i risultati , per lui certo non confortanti, resi noti dall’ultimo sondaggio New York Times/ Siena College relativo all’orientamento del voto nei sei stati (Pennsylvania, Wisconsin, Florida, Arizona, Michigan, North Carolina) che per il loro peso elettorale saranno decisivi sull’esito delle urne a novembre prossimo. In base alle risposte degli intervistati, infatti, il candidato dell’opposizione democratica Joe Biden avrebbe sull’attuale inquilino della Casa Bianca un vantaggio di ben 14 punti.

Uno scarto notevole. Reso ancora più significativo dal fatto che l’ex vice di Obama oltre ad avere dalla sua il cosiddetto elettorato indipendente, quello femminile scolarizzato e dei giovani delle varie minoranze sembrerebbe addirittura tener testa a Trump anche tra gli adulti maschi bianchi da sempre massicciamente schierati dalla sua. Un cambiamento nell’umore politico del paese segnalato anche dal fatto che a maggio la raccolta fondi del candidato democratico aveva superato per la prima volta dall’avvio della campagna elettorale quella del magnate newyorkese.

La verità, spiegava una nota Axios dello scorso 22 giugno, è che oggi molti swing voters che nel 2016 avevano tradito la Clinton per Trump dicono di voler ritornare suoi loro passi perché: “they see Biden less a change agent than as a path back to stability". Anche se hanno consapevolezza dei problemi che attanagliano il loro vivere quotidiano manifestano però il bisogno, dopo quattro anni di una presidenza a dir poco tumultuosa, di tirare il fiato sacrificando le speranze alla normalità. Ma pur stando così le cose Biden farebbe però bene a non cullarsi sugli allori.

Intanto perché in politica i mesi che mancano al giorno delle urne sono un’eternità. Capace di riservare ogni tipo di sorprese. A partire dagli esiti delle Convention conclusive dei democratici a Milwaukee il 17 agosto e dei repubblicani Jacksonville il 24 dello stesso mese. Ma soprattutto facendo tesoro delle elezioni del 2004. Quando George W. Bush dato per sconfitto per la disastrosa condotta della guerra in Iraq venne rieletto alla Casa Bianca infliggendo all’astro democratico di allora John Kerry una pesante quanto inaspettata sconfitta. La verità, ammoniva scaramanticamente un’editoriale del New York Times dello scorso 15 giugno è che “gli americani sono meno interessati al processo del passato che alla valutazione della concretezza e del realismo dei progetti e delle proposte per il futuro”.

Sui rifugiati è ora di decidere

Una strana asimmetria domina il dibattito politico sui rifugiati. A livello internazionale, infatti, si parla molto del loro spaventoso aumento (80 milioni) ma si tace sul che fare e su come intervenire per riuscire ad assicurare un minimo di tutela a questo sterminato esercito uomini, donne e bambini in cerca di asilo dai quattro angoli del Pianeta.

La ragione di tanto disastro è, nella sua drammaticità, chiara e semplice. Dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso, infatti, assistiamo al moltiplicarsi di crisi umanitarie senza soluzione. Dalla Siria, alla Somalia, passando la Libia e il Camerun, fino ad arrivare al Venezuela, registriamo conflitti che non trovano tregua, obbligando migliaia di individui e di famiglie a cercare protezione dentro e fuori dei loro confini nazionali.

Se tutto ciò è vero come si spiega il silenzio su come affrontare questa emergenza umanitaria senza precedenti? Domanda alla quale, nei limiti consentiti da un breve articolo, proveremo a rispondere.

Partiamo dal fatto che la Convenzione di Ginevra del 1951, pivot della governance dei rifugiati nel mondo, mostra ogni giorno di più i danni dell’età. Prova ne è il fatto che oggi a dettare i tempi ed i modi della concessione dello status di profugo nei paesi che nel 1951 sottoscrissero quell’intesa è il caso più che i suoi articoli. A denunciare questa anomalia che mette a repentaglio l’incolumità di molti soggetti vulnerabili era stato poche settimane fa un dettagliato reportage di Matt Katz sull’autorevole rivista americana The Atlantic. Che per offrire ai lettori un esempio concreto di come la Convenzione di Ginevra funzioni poco e male, ha dato voce e conto della sorte che spetta ai fortunati che riescono a fuggire dalla gravissima, e dimenticata, guerra civile tra anglofoni e francofoni in Camerun. Si scopre così che per i richiedenti asilo camerunensi la probabilità di ottenere all’estero lo status rifugiato dipende più dalla porta alla quale bussano che dalle condizioni oggettive nelle quali si trovano. Facile, ad esempio, essere accolti in Svezia, molto più complicato in Giappone. Visto che Tokyo, in media, ogni anno accoglie non più di 20 richieste di asilo.

Sono due le ragioni che spiegano la profonda divergenza che a livello internazionale regna sull’interpretazione di chi risponde alla suddetta definizione.

La prima: molti governi, vista il vento anti-immigrazione che tira, aggravata dalla pandemia, giocano sui cavilli burocratici per rigettare e negare le domande d’asilo. Come fa, ad esempio, una donna fuggita di nascosto e senza documenti di identità, a dimostrare di essere stata abusata in patria perché appartenente a un determinata minoranza etnica? E, allo stesso tempo, come fanno i governi a smascherare chi si presenta come rifugiato ma tale non è?

La seconda: quando la Convenzione di Ginevra del 1951 fu firmata, il rifugiato era per lo più un soggetto vittima dello Stato in cui era nato. Dal quale doveva essere protetto. Oggi non è sempre così. Perché al netto di chi fugge dalla guerra (es. i siriani), sono emerse nuove categorie di potenziali rifugiati che mezzo secolo fa nessuno considerava come tali. Dai perseguitati per il loro orientamento sessuale a quelli che subiscono le gravi conseguenze dei cambiamenti climatici, fino ad arrivare alle vittime di violenze domestiche o private. Di questo universo mondo è, forse, ora di parlare. Ma nessuno dei big player internazionali ha la forza o la voglia, per le ragioni di cui sopra, di promuovere un new deal sui rifugiati che possa portare a un aggiornamento della Convenzione siglato ormai 70 anni fa. Un’occasione persa, tanto più che autorevoli esperti mondiali di diritto d’asilo hanno da tempo proposto soluzioni concrete per risolvere almeno una parte dei problemi fin qui esposti. Pensiamo, ad esempio, al Professor James C. Hathaway che nel 1997 ha presieduto una Commissione Onu di specialisti della materia che aveva teorizzato l’introduzione di una sorta di corridoi umanitari statali (non gestiti da enti privati) come soluzione al problema della condivisione fra la comunità internazionale degli oneri derivanti dalle emergenze profughi nel pieno rispetto dei diritti di questa speciale e vulnerabile categoria di immigrati forzati.

Per consultare le conclusioni alle quali giunse il panel di studiosi guidati da James C. Hathaway, basta digitare su internet Making International refugee law relevant again: a proposal for collectivized and solution-oriented protection. Il documento, considerato una pietra miliare degli asylum studies contemporanei, proponeva di introdurre a livello globale una netta distinzione tra i luoghi di identificazione dei richiedenti asilo da quelli di accoglienza di coloro cui venisse riconosciuto lo status di rifugiato. Era questa, a loro avviso, l’unica via per evitare che in caso di crisi umanitarie la responsabilità di assistere e proteggere profughi e sfollati, ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951, ricadesse esclusivamente sugli stati limitrofi.

Per capire di cosa parliamo, immaginiamo di applicare questa teoria nello spazio euro-mediterraneo che dalla Primavera Araba del 2011 è il luogo di transito di migliaia di richiedenti asilo e immigrati economici in fuga dall’Africa verso l’Europa. Una pressione migratoria senza precedenti che è gravata, per ragioni geografiche, sugli Stati UE di frontiera, Grecia e Italia in testa, chiamati a svolgere, al contempo, il doppio ruolo di paesi che identificano e accolgono i nuovi arrivati.

Problema che, invece, seguendo le indicazioni della Commissione Hathaway potrebbe essere risolto creando negli stati collaborativi dell’Africa del Nord e di quella subsahariana, sotto l’egida dell’UNHCR e dell’OIM, safety zone dove chiedere asilo senza rischiare la vita. In caso di esito negativo i richiedenti verrebbero rimpatriati nel paese di origine. Mentre, ecco il significato dei sopra citati corridoi umanitari statali, se il parere è positivo i rifugiati verrebbero redistribuiti tra una coalizione di Stati firmatari di un accordo internazionale che li obbliga ad accoglierli pro-quota. Sta qui il passaggio dall’emergenza a una politica ordinata e sicura per chi arriva e chi riceve.