Brexit fa rimpatriare un nostro cervello

C'è anche un mini incentivo al rientro in Italia dei cervelli in fuga nel Decreto Crescita approvato lo scorso 5 aprile. Su questo intervento normativo, che non è una novità per il nostro Paese, ne abbiamo parlato con la Professoressa Lucia Quaglia che ha un passato all'Università di York e un presente da ordinario di Scienza Politica in quella di Bologna.  

 Dalla sua esperienza personale, può spiegare ai nostri lettori quando, come e perché ha scelto di rientrare in Italia? Lo rifarebbe?

Io sono stata professore ordinario all’Università di York fino a maggio 2017, quando ho preso servizio all’Università di Bologna, a seguito di chiamata diretta dall’estero per chiara fama internazionale. Diverse motivazioni professionali e personali mi hanno spinto a tornare in Italia. Primo, la possibilità di lavorare in una ottima università, Bologna, eccellenza accademica in Italia, soprattutto nelle scienze politiche. Secondo, vi era la prospettiva di contribuire a sviluppare ed ‘internazionalizzare’ la ricerca in Italia. Terzo, la Brexit ha avuto un suo peso. Non sapevo (nè tuttora si sa’ con certezza) se i cittadini di paesi UE avrebbero potuto continuare a vivere e lavorare Oltremanica, e a quali condizioni. E nel campo accademico, se il Regno Unito fosse rimasto parte di programmi di ricerca e finanziamento della UE in futuro. Infine, io insegno corsi sulla Unione Europea, e molta della mia ricerca e’ in questo ambito.

Per riprendere lo stesso quesito che anni fa Amartya Sen pose al governo indiano preoccupato dal come fare rientrare i suoi talenti all'estero: il problema dell'Italia oggi sono i cervelli in fuga o la sua scarsa attrattività nei confronti di quelli stranieri?

L’Italia é poco attrattiva per gli accademici stranieri per una serie di fattori. Primo, gli stipendi sono più bassi, anche se dipende dal livello di seniority (il divario salariale per i professori ordinari e’ minore rispetto agli associati o ai ricercatori) e dal paese di comparazione. Secondo, le infrastrutture ed l’apparato amministrativo sono di minor qualità rispetto ad altri paesi, primo fra tutto, Regno Unito e Svizzera. La burocrazia, universitaria e non, è piuttosto farraginosa. Terzo: pochi stranieri parlano l’italiano, non è una lingua facilissima da imparare, e con il solo inglese non si sopravvive in Italia, nè nelle università ne’ nella vita di tutti i giorni. Infine, lavorare e vivere in un paese straniero richiede in genere un qualche ‘adattamento’, ma credo che l’Italia, soprattutto per chi non la conosce, richieda qualche ‘aggiustamento’ in piu’.

Mossa a sorpresa di Trump sui rifugiati

L’ordinanza emessa ieri dal nuovo ministro USA della Giustizia William Barr che impone la detenzione dei richiedenti asilo fino al completo esaurimento dell’iter giudiziario relativo alla fondatezza delle loro domande è destinata, nel bene e nel male, a segnare la storia della politica dell’immigrazione non solo americana ma internazionale. In base a questa nuova direttiva, in vigore entro 90 giorni, anche ai rifugiati che superano i preliminari, sommari accertamenti di polizia non sarà consentito, come in passato, di versare una cauzione e soggiornare liberamente nel paese in attesa cha la giustizia decida sull’attendibilità delle loro richieste.

Un giro di vite che, come prevedibile, ha scatenato l’immediata reazione delle organizzazioni umanitarie che contestano, a ragione, il rischio che per molti immigrati, vista la lunghezza pluriennale dei procedimenti giudiziari, questo provvedimento determini una sorta di detenzione a tempo indeterminato. Un orrore giuridico figlio, però, di un problema vero. Riconosciuto dallo stesso Trump che venerdì della scorsa settimana a Minneapolis di fronte ad una folta platea di imprenditori aveva annunciato l’intenzione di mettere fine alla “inconcludente sceneggiata” di quella che gli addetti dell’immigration americana bollano in gergo catch and release (prendi e lasci). Perché obbligati dalla legge a consentire ai richiedenti asilo in attesa del pronunciamento della giustizia di soggiornare liberamente (e sparire) sul territorio nazionale.

Una dinamica che negli ultimi mesi, a causa delle massicce ondate di arrivi dai martoriati paesi centro americani, rischiava non solo di andare fuori controllo ma di essere utilizzato da molti immigrati (ben informati che in base alla legge anche se fermati dalla polizia sarebbero stati rilasciati in attesa del processo) per saltare gli obblighi di frontiera e raggiungere l’agognato Norte. Cosa riconosciuta ed ammessa persino dal prestigioso e super democratico Migration Policy Institute che nel suo ultimo lavoro parla di una crisi migratoria che si auto alimenta ai confini meridionali del paese ed alla quale, pur con soluzioni diverse da quelle adottate dall’amministrazione repubblicana, è urgente dare risposta.

Detto questo occorre un’ultima ma necessaria precisazione. I nuovi provvedimenti restrittivi non riguarderanno i rifugiati che si presentano per essere accolti nei port entries governativi di frontiera, ma solo quelli che chiedono asilo dopo essere stati intercettati dalle forze dell’ordine nell’atto di superare clandestinamente il confine.

Sfatati i luoghi comuni sull’immigrazione africana

Entrare nel cuore dell’immigrazione dell’immigrazione africana e non riconoscerla. È questa la sensazione che potrebbe capitare a chi sfogliasse, usando come lenti i luoghi comuni in materia, le formidabili pagine del report Africa’s youth: jobs or migration? appena pubblicato dalla Mo Ibrahim Foundation di Dakar (Senegal). Oltre cento pagine che con rigore scientifico, dati alla mano, sfatano molte delle convenzioni dominanti nel dibattito politico occidentale sulle cause e le conseguenze dell’immigrazione dall’Africa. Soprattutto su tre punti.

Il primo: l’immigrazione africana non è diretta in maggioranza verso l’Europa ma verso le regioni limitrofe. Tant’è che oltre il 70% degli immigrati prova a farsi una nuova vita negli Stati prossimi a quello di origine. Mentre meno del 30% supera i confini dell’Africa. Per la semplice ragione che partire verso più prestigiose mete, come gli USA o l’UE, ha un costo, esistenziale ed economico, non alla portata di tutti. Tant’è che, solo per fare un esempio, il Vecchio Continente ospita meno di 9 milioni di africani, per lo più originari del Maghreb, cioè la parte Nord e tra le più sviluppate dell’Africa.

Il secondo: la povertà assoluta e l’insicurezza non rappresentano, a differenza di quanto sostenuto da più parti, le ragioni fondamentali che spingono gli immigrati africani a partire. L’80% di chi lascia la terra natìa lo fa non per necessità ma per soddisfare l’ambizione di un upgrade delle proprie condizioni personali e professionali. Cercano, insomma, servizi, prestazioni e occupazioni superiori allo standard di quelli offerti in patria. Sono, quindi, come sosteneva più di un secolo fa l’economista americano Mayo-Smith, coloro che all’interno delle diverse realtà nazionali appartengono, in genere, a gruppi sociali relativamente meno poveri e con qualità culturali, fisiche e motivazionali superiori a quelle medie. E che proprio per queste qualità superiori non rappresentano un campione significativo delle nazioni di origine. Solo i più dotati, gli ambiziosi e quelli con le “entrature” giuste hanno la forza di puntare “oltre confine”. Anche a costo di correre dei rischi. Mentre i loro connazionali più poveri materialmente ed intellettualmente, gli inerti, i deboli restano a casa.

Il terzo: l’identikit dell’immigrato africano-tipo africano è oggi assai diverso da quello presente nell’immaginario collettivo di molti occidentali. Perché rispetto al passato, a cercare un futuro migliore all’estero non sono più soltanto maschi, con scarsa istruzione e poche specializzazioni. Ma giovani con una crescente presenza di donne (sfiorano il 50%). E, in generale, elevati livelli di salute, formazione, conoscenze digitali e informatiche che sono il vero, principale indicatore della distanza siderale tra loro e gli immigrati d’un tempo.

Tutto questo non vuol dire che non esista un problema-Africa. Tantomeno una spinosissima questione immigrazione in mezzo Occidente. Ma che ci troviamo di fronte a un fenomeno sì epocale ma perché, rispetto al passato, assai più complesso. Che come tale, lontano da ogni forma di semplicismo, va trattato.

Una proposta sulla cittadinanza ai figli degli immigrati

Ci sono molte buone ragioni per cambiare la legge n.91 del 1992 sulla cittadinanza, oggi vigente in Italia. A spiegarle è il Prof. Alessio Rauti, docente di Diritto pubblico all'Università Mediterranea di Reggio Calabria, membro della neonata Accademia di Diritto e Migrazione che riunisce oltre duecento studiosi.

La storia di Rami Shehata e Adam El Hamami, premiati con la cittadinanza italiana perché hanno aiutato i carabinieri a intercettare il loro pullman dirottato da Ousseynou Sy, ha riaperto il dibattito sulle modalità di concessione dello status civitatis ai nati nel nostro paese da genitori stranieri. Qual è la sua opinione a tal proposito?

La legge n. 91 del 1992 in tema di acquisto e perdita della cittadinanza italiana è nata già vecchia, ovvero incapace di rimodulare i criteri di acquisto della cittadinanza alla luce della progressiva trasformazione della nostra Repubblica da Stato ad alta emigrazione a Paese ad alta immigrazione. In verità, non ci solo miopia politica, ma una precisa scelta che addirittura rese questa legge, ancora oggi vigente, molto meno inclusiva di quanto lo fosse la precedente legge n. 555 del 1912, in cui, ad esempio, era prevista una forma di ius soli temperato in base alla quale la cittadinanza era acquistata, a certe condizioni, dal figlio di stranieri residenti nel territorio del Regno da almeno dieci anni o poteva essere concessa allo straniero ivi residente da cinque anni . Il riferimento è particolarmente significativo se si fa caso al fatto che quella legge era stata approvata al culmine storico dell’emigrazione italiana, ovvero quando tutta l’attenzione del legislatore era rivolta non certo all’immigrazione, quanto e piuttosto, per svariate ragioni, a tenere fermo il legame con la Patria dei cittadini all’estero.

Peraltro, mentre molti altri Stati europei, una volta divenuti Paesi ad alta immigrazione, hanno modificato in senso più inclusivo le loro leggi, il legislatore italiano, che ha subito tale trasformazione attraverso un lungo processo iniziato nella seconda metà degli anni settanta del secolo scorso, tace sul punto. Anzi, dopo una sfilza di progetti puntualmente presentati in ogni legislatura e arenatisi nelle secche parlamentari, il recente “Decreto Salvini” (D.L n. 113/2018, convertito nella legge n. 132 dello stesso anno) addirittura aumenta a quattro anni il tempo per la decisione sulle domande di cittadinanza per naturalizzazione. È il segno dell’incapacità delle forze politiche – a questo punto, deve dirsi, di tutte – di coltivare e realizzare un progetto organico sulla cittadinanza e sulla convivenza sociale di questo Paese o talvolta della loro profonda debolezza nell’affrontare a testa alta le conseguenze di tale opera a livello elettorale.

A mio avviso, l’acquisto della cittadinanza è la tappa di un percorso in cui lo straniero decide di comportarsi come se fosse cittadino, sentendosi di conseguenza investito del dovere di fedeltà alla Repubblica (ancora formalmente riferito ai soli cittadini) e del dovere di difesa della Patria, in combinato disposto col principio di solidarietà di cui all’art. 2 della Costituzione, dovere che la stessa Corte costituzionale ha ritenuto assolvibile in forme non armate e volontarie anche da parte degli stranieri (sent. n. 119/2015, relativa al servizio civile nazionale). Ecco, il dovere di difesa della Patria e la fedeltà alla Repubblica – si pensi alla possibilità, prevista dalla legge, per alcune categorie di stranieri di accedere sin d’ora ad alcuni impieghi pubblici, per i quali vale in maniera ancora più forte il dovere di fedeltà alla Repubblica, oltre che quello di adempiere le relative funzioni con disciplina e onore – costituiscono la cartina di tornasole per individuare i veri cittadini, quelli che davvero compongono la comunità politica, sebbene ai fini dell’acquisto dei diritti politici sia richiesto l’ultimo passo di questa prima fase di cammino, ovvero il giuramento, che in verità, se formalmente costituisce il cittadino, sostanzialmente non fa che dichiarare un’appartenenza che si costruisce prima.

Ecco, a me pare necessaria una completa rivisitazione della legge del 1992, che introduca una panoplia di criteri temperati (di ius soli e ius sanguinis) e misti. Segnatamente, opterei per il criterio dello ius soli condizionato al possesso del permesso di lungo soggiorno dei genitori od alla loro residenza legale per almeno cinque anni, mentre sembra davvero eccessivo mantenere un criterio puro di ius sanguinis, tarato su schemi “familistici”, che consente l’esercizio del diritto di voto anche a quanti non hanno mai risieduto in Italia e magari neppure conoscono la lingua italiana. Oltre alle conseguenze sul reale carattere politico-rappresentativo delle elezioni ed al rischio accresciuto di manipolazione del voto, è evidente come in questi casi venga offuscata oltre la soglia della ragionevolezza la natura davvero politica della cittadinanza, che si fonda su specifici doveri di solidarietà sociale, politica ed economica.

Inoltre, accanto ad un ragionevole abbassamento del numero di anni di residenza necessari per richiedere la cittadinanza – e ad un intervento di modifica del Testo Unico sull’immigrazione, volto ad introdurre il criterio di progressività della durata dei permessi rinnovati – io spingerei verso la valorizzazione del territorio come spazio di relazioni e, dunque, per i ragazzi, verso l’abbinamento con meccanismi di ius culturae legati alla frequenza di cicli scolastici; per i giovani valorizzerei esperienze come il servizio civile o, come per gli adulti, la partecipazione a forme qualificate di solidarietà sociale, come la protezione civile, le attività della Croce Rossa, etc. Ad esempio, il minore nato in Italia o che vi entra regolarmente entro l’età in cui normalmente viene terminata la scuola secondaria di primo grado (13 anni) potrebbe acquistare la cittadinanza una volta terminati due cicli scolastici. Questo consentirebbe anche di superare le difficoltà legate all’attuale criterio che consente l’acquisto della cittadinanza da parte del minore straniero nato in Italia e che abbia risieduto legalmente e ininterrottamente nel territorio italiano addirittura per diciotto anni, fino al compimento della maggiore età.

Se non va dimenticato che la frequenza scolastica è l’unica in grado di incidere, sia pure con risultati variabili, sull’apertura di nuclei familiari tendenzialmente chiusi, l’ideale sarebbe comunque modulare criteri che, senza sacrificare le legittime aspettative dei minori, agiscano in modo promozionale offrendo possibilità agevolate di acquisto della cittadinanza che coinvolgono la vita dell’intera famiglia.

È una sfida complessa ed impegnativa, nondimeno decisiva per il nostro futuro.

Superare la contrapposizione ius sanguinis-ius soli

Confusi dall'animato, infruttuoso dibattito della politica italiana sulla cittadinanza ai figli degli immigrati, abbiamo chiesto lumi al Prof. Alessio Rauti, docente di Diritto pubblico all'Università Mediterranea di Reggio Calabria, membro della neonata Accademia di Diritto e Migrazione che riunisce oltre duecento studiosi.

Quando si parla di concessione della cittadinanza a figli degli immigrati, la politica italiana si divide tra i sostenitori dello ius sanguinis e quelli dello ius soli. Ma questa contrapposizione, soprattutto guardando a cosa accade all'estero, non è largamente datata?

Comincio subito col dire che il punto centrale del discorso sulla cittadinanza riguarda non solo o tanto quello che pensano gli studiosi, ma il grado di competenza e consapevolezza raggiunto dall’opinione pubblica, ancora molto basso. È importante dunque qualunque opera di adeguata informazione sui differenti modi in cui questi due criteri di acquisto della cittadinanza possono essere (e siano) modulati nelle legislazioni statali. Ma la questione riguarda innanzitutto l’Italia: ad esempio, non credo sia ben chiaro che anche il nostro ordinamento prevede una specifica ipotesi di ius soli diretta ad evitare la creazione di situazioni di apolidia. La legge n. 91 del 1992 stabilisce infatti l’acquisto della cittadinanza alla nascita da parte dei minori nati nel territorio statale che, per diversi motivi, si ritroverebbero privi di qualsiasi cittadinanza: perché figli di apolidi, genitori ignoti o stranieri che non sono in grado di “trasmettere” loro la propria cittadinanza in base alla legge dello Stato cui appartengono. Insomma: uno ius soli c’è già nel nostro ordinamento e a questo si aggiunge la più nota forma ulteriore ed ibrida di tale criterio che consente l’acquisto della cittadinanza ai minori stranieri nati in Italia che risiedano legalmente e ininterrottamente nel territorio dello Stato fino al compimento della maggiore età.
Se poi consideriamo le legislazioni degli altri Stati, ci accorgiamo che esistono ulteriori, differenti modalità di acquisto della cittadinanza in base ad un criterio temperato di ius soli e/o di un criterio corretto di ius sanguinis. Si aggiungono poi molti altri criteri: accanto a quelli assai noti della residenza prolungata sul territorio dello Stato, dell’adozione del minore straniero da parte di un cittadino, del matrimonio con un cittadino, va pure ricordato il c.d. ius culturae, legato alla frequenza da parte del minore straniero di uno o più cicli scolastici. È chiaro che rispetto sia allo ius soli che allo ius sanguinis può essere decisiva la Dea Fortuna, ma lo ius soli è decisamente più inclusivo, perché, a differenza dello ius sanguinis, può permettere agli stranieri che si trovano nel territorio di un altro Stato di far acquistare la relativa cittadinanza ai propri figli nati nel Paese, ancorché alle condizioni di volta in volta previste dalle legislazioni nazionali. Si tratta, dunque, di un criterio che, purché sapientemente modulato, può ben bilanciare il carattere tendenzialmente escludente dello ius sanguinis, senza per ciò impedire agli Stati un ragionevole controllo statale sui flussi migratori e sulla tenuta sociale.

Può spiegare ai nostri lettori quali sono a livello internazionale gli orientamenti prevalenti in materia di concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati?

Accanto ad una rivisitazione in senso più inclusivo delle norme che consentono l’acquisto della cittadinanza attraverso il legame con il territorio statale – come in Germania, dove attualmente bastano otto anni di residenza regolare – l’individuazione di criteri temperati di ius sanguinis e di ius soli costituisce la principale linea di tendenza riscontrabile nei Paesi europei. E va ricordato come anche Stati tradizionalmente legati al criterio del sangue, a partire dall’inizio di questo secolo hanno introdotto con intelligenza forme moderate di ius soli.
Se per lo ius sanguinis, la versione “pura” – priva di condizioni e senza limiti di generazioni – si ritrova oramai in pochi Paesi, fra cui l’Italia e solo parzialmente la Spagna (per alcuni adempimenti richiesti in alcuni casi ai figli nati all’estero), mentre molto più diffusa è la forma temperata (ad esempio, in Austria, Francia, Germania e Regno Unito), che pone ulteriori condizioni nel caso in cui il figlio di cittadino sia nato all’estero e/o impedisce la trasmissione della cittadinanza nel caso in cui il cittadino non risieda più da diverso tempo nel territorio dello Stato o la consente unicamente entro un numero limitato di generazioni.
Quanto, invece, allo ius soli, si possono distinguere almeno quattro forme temperate:
1) il c.d. doppio ius soli, in base al quale acquista la cittadinanza il minore se non solo quest’ultimo ma anche i genitori (o almeno uno dei due) sono nati nel territorio statale: in questo modo, lo straniero che si stabilisce regolarmente all’interno di un Paese diverso da quello di appartenenza può ben sperare che almeno i nipoti possano divenire cittadini di quello Stato. Il modello, in questo caso, è costituito dalla Francia, ma il criterio è presente anche in Spagna.
2) lo ius soli condizionato al possesso di alcuni requisiti da parte dei genitori del minore: a) il possesso di un permesso di soggiorno permanente o b) un certo numero di anni di residenza. Nel primo caso, il modello può rintracciarsi nel Regno Unito – in cui lo straniero nato nel territorio statale può essere registrato come cittadino, mentre è ancora un minore, se uno dei due genitori «becomes settled in the United Kingdom» (acquista, cioè, l’indefinitive leave to remain, ovvero il diritto di residenza permanente) – ma anche in Grecia. Per il secondo caso, ci si può riferire, ad esempio, all’ordinamento dell’Irlanda, la cui legge in materia consente l’acquisto della cittadinanza da parte dei figli di stranieri (o anche di un solo genitore) che abbiano legalmente risieduto, nell’arco dei quattro anni antecedenti alla nascita del figlio, per almeno tre anni sul territorio della Repubblica irlandese. In verità, un criterio simile si ritrova anche in altri Paesi europei, ma con effetti non automatici (Portogallo, Grecia e Belgio), mentre in altri casi la disciplina si presenta più variegata, come nel caso della Germania, in cui si richiede invece che il genitore vanti almeno otto anni di residenza regolare e sia titolare di un diritto di soggiorno (Aufenthaltsberechtigung) o, da almeno tre anni, di un permesso di soggiorno permanente (unbefristete Aufenthaltserlaubnis). Nel complesso tale tipologia di ius soli temperato si presenta maggiormente diffuso rispetto al “doppio ius soli” e appare decisamente più inclusivo: non a caso è stato adottato dall’Irlanda dopo aver abbandonato il criterio dello ius soli “puro” (senza condizioni) al fine di apportare a quest’ultimo una correzione ragionevole.
3) Lo ius soli temperato ibrido, che costituisce una vera e propria contaminazione fra le due forme di ius soli “temperato”, stabilendosi, ad esempio che acquista la cittadinanza di uno Stato chi nasce nel relativo territorio se anche un genitore vi sia nato e a) vi risieda regolarmente per un certo numero di anni – ad esempio: cinque negli ultimi dieci anni in Belgio oppure b) dalla nascita del figlio sia stato permanentemente domiciliato nel territorio dello Stato (come stabilito in Grecia).
4) Lo ius soli combinato con la residenza del minore costituisce un criterio che richiede all’interessato ulteriori condizioni oltre alla nascita nel territorio statale. Così, in Belgio e il figlio di stranieri nato nel territorio può acquistare la cittadinanza su richiesta al compimento dei diciotto anni, dimostrando la sua residenza continuativa ed interrotta (e in Olanda si richiede che il minore abbia scelto quello Stato come luogo principale della sua residenza). In Francia, invece, nel caso in cui i genitori non siano nati nel territorio francese, per le seconde generazioni si applica un criterio di naturalizzazione speciale, per cui il figlio nato nel territorio dello Stato da genitori stranieri nati altrove può rivendicare la cittadinanza a partire dall’età di sedici anni, se ha la residenza francese e l’ha avuta come residenza abituale per un periodo continuo o discontinuo di almeno cinque anni, dall’età di undici anni. Se la richiesta è invece presentata dai genitori, col consenso del minore, la cittadinanza francese può essere acquistata a partire dall’età di tredici anni, purché si dimostri che l’interessato abbia avuto la residenza abituale in Francia dall’età di otto anni. Nel Regno Unito, invece, acquista la cittadinanza lo straniero nato e vissuto per i primi dieci anni nel territorio dello Stato senza assentarsi per più di novanta giorni. In queste ultime ipotesi emerge un concetto di “comunità” intesa non solo come prossimità di luogo, ma anche come crescita interpersonale in un determinato territorio e, per certi aspetti, come risultato della volontà di rimanere, che molto spesso viene consacrata in una scelta finale compiuta dall’interessato. Peraltro tali requisiti costituirebbero non solo l’indice del rapporto continuativo col territorio statale, ma anche un importante veicolo di legami orizzontali con la società, tanto più necessari quanto più si presenti il rischio reale di gruppi familiari particolarmente chiusi. Peraltro, ben potrebbero rinvenirsi casi particolari in cui tale criterio viene associato con quello dello ius soli temperato, nella sua versione più inclusiva.
Infine, è possibile in alcuni casi rinvenire criteri misti di residenza e ius culturae. In tema, mi sembra significativo quanto disposto in Grecia dal codice della cittadinanza, secondo cui, previa dichiarazione congiunta e richiesta di registrazione da parte dei propri genitori, acquista la cittadinanza il figlio di stranieri che abbia completato con successo la frequenza di un ciclo scolastico per almeno sei anni in una scuola greca ed abbia risieduto «lawfully permanently».

Sull’immigrazione fa fuori anche lei

Trump quando si sente criticato o scavalcato a destra sull’immigrazione reagisce e colpisce. E come prima cosa mette alla porta un rappresentante del suo governo. Il cui sacrificio viene usato a mò di simbolica ma efficace rassicurazione nei confronti dell’oltranzismo leale della sua base elettorale. Su cui poggia l’opa politica da lui lanciata, e sistematicamente perseguita, nei confronti della tradizionale linea politica del suo partito. Ritenendola troppo moderata e disponibile alla mediazione nei confronti dell’opposizione. Soprattutto sull’immigrazione.

Solo così si spiega l’inatteso annuncio del licenziamento con cui domenica scorsa all’ora di pranzo la Casa Bianca ha messo fine alla carriera del capo dell’Homeland Security Krstjen Nielsen. Da molti considerata, almeno fino all’altro ieri, una fedelissima del Presidente. Al punto di essersi guadagnata il non invidiabile appellativo di “falco di destra e senza cuore” per essere stata l’unica a difendere mesi fa in diretta tv la controversissima direttiva presidenziale che imponeva all’agenzia federale da lei guidata di separare e detenere i figli dei genitori immigrati clandestini arrestati al confine meridionale del paese. Una fedeltà che però non è bastata a metterla al riparo dalla spregiudicatezza, al limite del cinismo, con cui Trump ha messo fine alla carriera del suo ministro per riparare ad un errore da lui stesso commesso.

Di che si tratta? E’ presto detto. Venerdì scorso, infatti, il magnate newyorkese aveva fatto balenare ad una platea di agguerriti imprenditori americani l’ipotesi di allentare il giro di vite alle frontiere per consentire, viste le ottime performance dell’economia, l’ingresso di nuovi immigrati. Un’affermazione ingenuamente presa per buona dalla Nielsen. Che il giorno dopo, in una dichiarazione raccolta dal Washington Post, si è spinta ad ipotizzare la concessione da parte dell’agenzia per la sicurezza nazionale di una quota aggiuntiva di 69mila nuovi visti H-2B riservati agli stagionali stranieri. Scatenando immediatamente la rivolta degli ultras trumpiani. Che per voce del Center for Immigration Studies hanno accusato il Presidente e la sua amministrazione di tradire, come tante volte avevano già fatto in passato altri leader del tradizionale establishment repubblicano,   i lavoratori americani disoccupati. Un’accusa che Trump, già in piena campagna per le elezioni presidenziali del 2020, ha pensato bene di scansare usando la Nielsen nel più comodo ed efficace dei parafulmini.

Con questa legge sulla cittadinanza rischia le Olimpiadi

Se non salva un bus da un terrorista, alle Olimpiadi non ci va. Non fanno altro che ripetere questo i parenti e gli istruttori di Eduard Cristian Timbretti Gugiu, formidabile tuffatore della nostra nazionale, nato in Italia da genitori rumeni. Che nonostante il suo indiscutibile talento, rischia di perdere l’appuntamento con i giochi olimpici 2020 perché non ha la cittadinanza italiana.

La sua storia ricorda da vicino quella di Rami Shehata e Adam El Hamami che, però, a differenza di questo astro nascente del nostro nuoto, hanno, in via eccezionale appena ottenuto la cittadinanza italiana come premio per aver consentito un paio di settimana fa ai carabinieri di intercettare il loro pullman dirottato da Ousseynou Sy, con l’intenzione di fare una strage.

Ma la vicenda di Eduard è ancora più paradossale di quella dei due eroi nuovi cittadini grazie a uno sventato attentato. Perché secondo la legge vigente nel nostro Paese (n.91/1992) i primi, in quanto minorenni, come tutti i figli nati in Italia da genitori stranieri, avrebbero dovuto attendere il compimento della maggiore età per chiedere la cittadinanza. Lui, invece, 18 anni li ha già compiuti nel 2018. E lo scorso dicembre ha puntualmente fatto richiesta dello status civitatis dimostrando, come richiesto dalla suddetta norma, di aver risieduto, fin dalla nascita, ininterrottamente in quella che credeva fosse la sua nuova patria.

Ma allora dove sta l’inghippo?

In un codicillo, passato sotto traccia, del Decreto sicurezza approvato lo scorso ottobre dal Parlamento, su iniziativa del Ministro degli Interni Matteo Salvini. Che ha raddoppiato (da 2 a 4 anni) i già lunghissimi tempi che la Pubblica Amministrazione si prende per rispondere alle richieste di cittadinanza.

Sperando di non peccare di ottimismo, crediamo, anzi, vogliamo che anche la disavventura di Eduard, come quella di Rami e Adam, si risolva a lieto fine. Consentendogli di ottenere il passaporto tricolore in tempo per le Olimpiadi di Tokyo del prossimo anno. Ma quest’altra eccezione alla regola non risparmierà a migliaia di minori nati in Italia da genitori stranieri la doppia pena: di attendere fino alla maggiore età per sapere se è concesso loro di diventare nostri concittadini e di fare i conti con l’ulteriore balzello imposto dal decreto Salvini. Per questo viene da chiedersi se non è forse ora di mettere mano a una norma scritta 30 anni fa quando l’Italia, contrariamente oggi, non era ancora diventato una delle più importanti mete europee dell’immigrazione internazionale.

La domanda è retorica. La risposta non può che essere positiva. Semmai si può e si deve ragionare sul come. Partendo magari dal buon senso. Con due semplici ma fondamentali emendamenti alla legge n.91 del 1992.

Il primo: dimezzare il tempo previsto dall’art.9 comma 1 lettera F che prevede la concessione della cittadinanza allo straniero residente da almeno dieci anni sul territorio della Repubblica. In questo modo sarà più facile e rapido per i genitori, e di conseguenza anche per i loro minori, diventare nuovi cittadini.

Il secondo: cancellare dall’art.4, comma 2 l’onere a carico del richiedente di dimostrare di aver vissuto ininterrottamente fino alla maggiore età sul territorio patrio. Non foss’altro perché lascia un’eccessiva discrezionalità burocratica. Che può spingere il funzionario di turno a negare la cittadinanza perché il soggetto interessato ha, ad esempio, passato un banale, prolungato soggiorno estivo dai nonni nel paese di origine dei genitori.

Il terzo: obbligare la PA a rispondere entro dodici mesi alle richieste di cittadinanza.

Se è vero che l’ottimo è il nemico del bene, ci si potrebbe accontentare di queste tre modifiche alla legge vigente. Poco rivoluzionarie. Ma sufficienti a rendere più semplice la vita dei tanti ragazzi che studiano e giocano con i nostri figli. Evitando, allo stesso tempo, inconcludenti, rissose barricate politiche come quelle alle quali abbiamo assistito nella scorsa legislatura. Quando lo scontro tra i paladini dello ius sanguinis e quelli dello ius soli fece perdere di vista col problema principale (la cittadinanza ai nati da genitori stranieri), un piccolo dettaglio. E, cioè, che entrambi i modelli pari sono. Sia l’uno che l’altro sono discriminatori. Perché lasciano che sia la sorte a stabilire chi può essere cittadino e chi no. Nel primo caso tutto dipende da chi nasci. Nel secondo dal dove. Ecco perché nel mondo avanzano sistemi misti che miscelano il meglio dell’uno e dell’altro.

Trump minaccia ma non chiuderà il confine

Con l’immigrazione vince in politica chi la drammatizza. Una regola che Trump conosce ed usa come pochi. Tanto è vero che alla fine della scorsa settimana, resosi forse conto che le difficoltà politiche e giudiziarie frapposte alla costruzione del Muro anti clandestini con il Messico rischiavano di dare ossigeno alla dura campagna dei democratici contro la sua linea anti immigrati, ha deciso di cambiare “cavallo” e rilanciare. Minacciando, di fronte al crescente afflusso di stranieri irregolari dallo stato centro americano verso i confini del paese, di chiudere gli ingressi di frontiera.

Una possibilità che pur se solo annunciata è riuscita, per la sua enormità, nell’obbiettivo di rinfocolare l’ansia della pubblica opinione statunitense sull’immigrazione. Un tema che nella strategia del Presidente, essendo stato di grande aiuto per la conquista della Casa Bianca nel 2016, potrebbe rappresentare, insieme al buon andamento dell’economia, il vero asso nella manica per la sua eventuale ma al momento tutt’altro che scontata rielezione nel 2020. A costo, però, di correre dei seri, serissimi rischi. Infatti chiudere i confini con il Messico determinerebbe una vera e propria soluzione di continuità nelle relazioni geopolitiche tra due nazioni amiche ed alleate. Che, insieme al Canada, rappresentano da sempre un elemento di storica stabilità per il continente americano. Ed un unicum nella storia del Secondo Dopoguerra. Visto che la sola volta in cui una misura del genere è stata messa in atto risale alle concitate ore successive all’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle di New York.

Ma i problemi non finiscono qui. Per la semplice ragione che un alt ai corridoi di comunicazione Usa-Messico avrebbe enormi conseguenze negative per l’economia del paese a stelle e strisce. Che rischia non solo un pesante rallentamento dell’export verso quello che rappresenta il suo terzo partner commerciale in assoluto. Ma anche serie difficoltà nell’approvvigionamento dei semi lavorati di cui la produzione industriale abbisogna come il pane.

A puro titolo indicativo vale forse la pena ricordare che in base alle statistiche del National Foreign Trade Counsil americano i numerosissimi port entry dislocati lungo l’immenso confine che si estende dalla California al Texas vengono annualmente attraversati da non meno di 500mila giganteschi tir carichi all’inverosimile di ogni tipo di merci . Dati che se sommati ai non semplici procedimenti istituzionali che la legge impone di rispettare (informare il Congresso, trattare con il sindacato degli agenti dell’immigration e delle dogane etc.) prima di procedere alla chiusura dei confini, rendono legittimo il dubbio che per Trump non sarà facile andare oltre l’annuncio. Scegliendo di incassare il “dividendo politico” che gli interessa senza però contrariare l’umore (ed i profitti) del big business da sempre schierato al suo fianco.

Elezioni USA: vince chi sbaglia meno sull’immigrazione

Negli USA l’allarmante aumento degli immigrati irregolari fermati ai confini meridionali del paese dagli uomini dell’Immigration rischia di rappresentare un inatteso ma serio rompicapo politico per l’opposizione democratica. Chiamata a scegliere tra una doppia ma tutt’altro che facile alternativa.

Proseguire nella battaglia condotta, con non pochi risultati, negli ultimi mesi. Ribadendo che il rischio di una crisi migratoria ai confini è solo un’ invenzione propagandistica, per metà paranoica e per l’altra elettoralistica, di Trump. Con il rischio però, visto il crescente numero degli stranieri arrestati, di apparire agli occhi della pubblica opinione come negligentemente indifferenti ad una questione che preoccupa non poco anche vasti settori del suo stesso elettorato.

Oppure riconoscere, a proprio rischio e pericolo, che il problema esiste. Visto che Trump non si lascerebbe certo sfuggire l’occasione per usare questa ammissione come prova dell’irragionevole braccio di ferro condotto dall’opposizione contro la costruzione del Muro anti clandestini da lui cocciutamente e strenuamente invocato. Un quadro che definire complicato è poco. Rispetto al quale, però, almeno due cose appaiono chiare.

La prima: sapere oggi per quale delle due alternative opteranno i democratici è non solo difficile ma prematuro. Visto che molto se non tutto dipende dall’esito delle primarie tra i contendenti del partito dell’Asinello in lizza per la nomination alle presidenziali del 2020. Divisi tra quelli più radicali convinti che nell’America di oggi solo l’anti-trumpismo inflessibile può consentire ai democratici di tornare a sedere alla Casa Bianca. E l’ala dei moderati, assai forte nell’establishment storico del partito e tra i gruppi parlamentari. Che, a differenza dei primi, puntano a riguadagnare il sostegno degli elettori del ceto medio e del lavoro dipendente che dopo aver votato per due volte Obama nel 2016 si erano lasciati incantare dalla sirena del neo populismo di Trump;

La seconda: stando solo ai i numeri degli arresti degli immigrati senza permesso effettuati nei primi mesi del 2019 ai confini meridionali statunitensi sarebbe difficile dare torto a Trump e ragione ai democratici. Visto che se il loro trend dovesse essere confermato anche per quelli a venire essi rischiano di essere secondi al record degli oltre 700mila registrati nel lontano 2008.

Ma se oltre alle cifre analizziamo la tipologia degli stranieri finiti nelle maglie del Border Patrol il giudizio cambia. E non poco. Visto che non si tratta più come un tempo, di clandestini, in maggioranza giovani messicani, che, come Trump sostiene, cercano di entrare illegalmente per rubare il lavoro agli americani. Ma di intere famiglie in fuga dalle violenze in atto nei martoriati paesi centro-americani di San Salvador, Guatemala e Honduras che si presentano spontaneamente agli agenti di confine chiedendo asilo e protezione. Per fermare le quali, come giustamente sostengono i democratici, l’utilità del Muro di Trump è pari a zero.

Ius soli, ius sanguinis: una contrapposizione da superare

Da oggi l’Italia ha due nuovi cittadini ma un vecchio, irrisolto problema. I primi sono Rami Shehata e Adam El Hamami. Che pur essendo minorenni hanno, in via eccezionale, appena ottenuto la cittadinanza italiana come premio per aver consentito una settimana fa ai carabinieri di intercettare il loro pullman dirottato da Ousseynou Sy, con l’intenzione di fare una strage.

Il secondo, cioè l’annoso grattacapo da risolvere, riguarda migliaia di figli di immigrati nati in Italia che, proprio come Rami e Adam, se la sorte non li trasforma in eroi per un giorno, per ottenere la cittadinanza italiana devono aspettare, dimostrando di aver vissuto ininterrottamente nel nostro paese, il compimento della maggiore età. Così prevede la legge vigente in Italia (n.91. del 1992), improntata sul princìpio dello ius sanguinis, che confina in una sorta di limbo giuridico un vero e proprio esercito di nuovi potenziali cittadini.

Per trovare una soluzione a questo problema, nella passata legislatura era stata proposta, ma non approvata, una norma per l’introduzione dello ius soli che ai nati in Italia avrebbe consentito, sub condicione, l’automatica concessione della cittadinanza.

All’epoca, come oggi, l’infuocato dibattito tra i pro e contro lo jus soli fece perdere di vista un dettaglio non da poco. E, cioè, che entrambi i modelli (jus sanguinis e jus soli) pari sono. Sia l’uno che l’altro sono discriminatori. Perché lasciano che sia la sorte a stabilire chi può essere cittadino e chi no. Nel primo caso tutto dipende da chi nasci. Nel secondo dal dove.

È per queste ragioni che se diamo uno sguardo oltre i rissosi confini patri, scopriamo che nel mondo occidentale vi è una generale tendenza a sperimentare sistemi misti, che per evitare indebite forme di inclusione ed esclusione, miscelano lo jus sanguinis con lo jus soli. Emblematico il caso della Svezia e della Germania.

La prima applica lo jus soli per i minori stranieri nati sul suo territorio ma di cui non si conoscono i genitori oppure per quelli di genitori apolidi. Gli altri, in base alla discendenza, diventano cittadini se figli di immigrati residenti nel paese da almeno tre anni su semplice richiesta dei genitori o di chi ne fa le veci.

La seconda, che aveva un ordinamento assai vicino al nostro, a seguito della nuova legge varata nel luglio 1999, consente l’acquisizione automatica della cittadinanza ai figli di immigrati nati sul territorio nazionale ma a condizione che almeno uno dei genitori risulti stabilmente residente nel paese da almeno otto anni e sia in possesso di un regolare permesso di soggiorno. Nella maggior parte dei casi coloro che diventano cittadini tedeschi per nascita mantengono anche la nazionalità straniera dei genitori in base al principio di filiazione. Ma al momento della maggiore età, e comunque non oltre cinque anni dal suo compimento, se optano per la prima perdono quella ereditata dai genitori o viceversa.

Un mix tra i due jus che di recente ha fatto capolino, sia pur di soppiatto, finanche negli Usa. Infatti dal 2000 per risolvere la contraddizione della cittadinanza per i minori stranieri nati all’estero ma adottati da genitori americani il Child Citizenship Act ha deciso che questi bambini vanno considerati a tutti gli effetti come nati sul suolo statunitense. Un escamotage legale che a ben vedere, riconoscendo l’importanza della componente parentale, ammette, in contrasto con la legge del suolo da sempre ritenuta inviolabile, un sia pur parzialmente ricorso a quella del sangue.

Se tutto questo è vero, per risolvere i problemi in casa nostra (anche se per numero di cittadinanze concesse agli immigrati siamo leader in Europa) si potrebbero proporre tre piccole modifiche di buon senso alla legge n.91 del 1992.

La prima concerne l’art.4 comma 2 che, lo ripetiamo, ai nati da genitori immigrati consente di diventare italiani al compimento del diciottesimo anno a condizione di aver vissuto ininterrottamentefino alla maggiore età sul territorio patrio. Con il risultato che può bastare una vacanza all’estero con gli amici o una visita ai nonni nel paese dei genitori, per far saltare tutto.

La seconda ha a che fare con la necessità di eliminare ogni forma di possibile, arbitraria discrezionalità burocratica nelle relative procedure di concessione. Fino a oggi, infatti, le risposte positive o negative alle richieste di cittadinanza sono fin troppo legate al parere soggettivo dei funzionari di turno.

La terza riguarda l’art.9 comma 1 lettera F che prevede la concessione della cittadinanza allo straniero che risiede da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica. Questo significa, caso unico in Europa, che gli immigrati extra-UE possono richiedere lo status civitatis italiano (che sulla base dello ius sanguinis possono trasmettere ai figli) solo dopo due lustri di regolare soggiorno nel nostro paese. Sarebbe consigliabile ridurli, ad esempio, a quattro come, peraltro, già previsto dal nostro ordinamento per i comunitari originari di un paese europeo.

Sembra facile ma – come ripeteva Orwell – per vedere quello che abbiamo proprio davanti agli occhi serve uno sforzo continuo.