Con IRINI l’Europa ne fa un’altra delle sue

Neanche il micidiale COVID-19 scalfisce i vecchi vizi dell’UE sull’immigrazione. Avanziamo divisi sull’uno e sull’altro fronte, spediti verso il baratro. L’ultima conferma, ma solo in ordine di tempo, è arrivata qualche giorno fa dalla presentazione di IRINI. Questo l’appellativo della nuova missione europea per il pattugliamento militare del Mediterraneo ed il contrasto dei traffici clandestini nelle acque libiche. Che nella forma e nella sostanza è la perfetta sintesi delle lacerazioni e delle indecisioni dei 27 su entrambi i temi.

Partiamo dalla forma. La notizia del varo di questa nuova iniziativa militare è passata sotto traccia. Fatta eccezione per gli addetti ai lavori, l’opinione pubblica del Vecchio Continente è stata debitamente tenuta all’oscuro. Si dirà che in queste ore siamo tutti sintonizzati sul virus e i disastri che causa. Vero, ma fino a un certo punto. Il sospetto, corroborato da una prassi consolidata negli anni, è che anche questa volta i partner UE abbiano preferito tacere ai cittadini di aver preso un sia pur blando e scarsamente finanziato impegno comune per la gestione di ciò che accade a un passo da casa nostra. La ratio che ormai da decenni accomuna le cancellerie di mezza Europa è sempre la stessa: alzare la voce per dissentire, abbassarla quando si trova un accordo. Ciò nel timore che i rispettivi elettorati vedano di cattivo occhio l’allocazione di risorse nazionali a favore di cause comunitarie distanti dalla loro quotidianità. Ai leader UE sfugge, tuttavia, che questo modus operandi è la retta via per trasformare persino il più inossidabile cittadino europeista in un rancoroso euroscettico, convinto che a Bruxelles, oltre a sprecare il denaro dei contribuenti, non si faccia niente.

Passando dalla forma alla sostanza il risultato non cambia. Perché persino il più euro-entusiasta degli abitanti UE se fosse stato adeguatamente informato del varo di IRINI avrebbe reagito con un mix di frustrazione e rabbia. Perche? E’ presto detto. Questa neonata missione militare dall’altisonante nome che in greco vuol dire pace prende il posto di Sophia varata nel 2015. Ma a differenza di quella precedente non avrà più come compito quello di contrastare il traffico di esseri umani sul canale italo-libico del Mediterraneo Centrale. Ma quello del commercio clandestino di armi verso le fazioni libiche in guerra tra loro. Ragione per la quale l’area dei pattugliamenti riguarderà principalmente le coste orientali del paese nord africano. Il salvataggio degli immigrati in mare non rientra nel mandato della nuova missione. Ma c’è di più. Se una delle navi appartenenti al convoglio IRINI dovesse casualmente incrociare un natante con immigrati diretti clandestinamente al Nord sarà obbligata, dopo il salvataggio, a procedere al loro sbarco in Grecia (l’Italia è esclusa per via del contagio). Paese dal quale poi verrebbero redistribuiti verso altre nazioni dell’UE. Ma se questa circostanza da eccezionale dovesse diventare usuale in base all’accordo IRINI verrebbe immediatamente sospesa. Per evitare che si trasformi di fatto in un incentivo alle partenze di clandestini dal Maghreb.

Tradotto: vista la mancanza di una intesa sul se e come contrastare la gestione della pressione migratoria, soprattutto dalla Libia, i governi europei hanno spostato la loro l’attenzione su un secondo problema (le armi) lasciando irrisolto il primo. Non solo. La decisione di scaricare sulla Grecia gli eventuali immigrati salvati in mare per allentare le pressioni sull’Italia in piena crisi sanitaria, rischia di scatenare tra l’Ellade e quello che una volta era il Bel Paese una guerra tra poveri.

Il new deal di Trump contro il Coronavirus

La Politica non smette mai di sorprendere. Fino a ieri chi avrebbe infatti mai immaginato che Trump, Presidente super falco repubblicano, si sarebbe spinto a varare, causa coronavirus, un relief plan, un piano di assistenza pubblica di proporzioni enormemente superiori a quello assurto a pietra miliare della Storia Sociale americana con il New Deal di quel grande democratico che fu F. Delano Roosvelt?

Sembra forse strano, eppure è così che stanno le cose. Visto che, come ha ben spiegato ieri dalle colonne del quotidiano on-line Axios Jonathan Parker, economista MIT, l’intervento di 2.200 miliardi di dollari messo in campo dalla Casa Bianca:"this should not be thought of as a stimulus bill, this should be thought of as social insurance in a disaster state of the world for the most hard hit”. Una sorta di assicurazione sociale straordinaria di 4/6 settimane per tutti onde evitare che la popolazione a causa del blocco delle attività produttive imposto dalla pandemia venga travolta da una valanga di debiti , di fame e di sfratti su larga scala.

Un’impresa che detta così sembrerebbe poca cosa salvo rimanere a bocca aperta nell’apprendere che nei sette giorni appena trascorsi sono stati oltre 3,2 milioni gli americani che hanno fatto richiesta del sussidio di disoccupazione. Anche se al momento è impossibile prevedere come e quanto verrà speso dei 2mila 200miliardi previsti da un testo di legge di 883 pagine, una cosa è certa. Trump sembra oggi avere avuto il coraggio che in parte mancò ad Obama nell’affrontare le dolorose conseguenze sociali ed economiche della gravissima recessione del 2008. Quando increduli e con lo sguardo attonito incollato alla tv vedemmo migliaia di giovani funzionari pubblici e privati lasciare con la lettera di licenziamento in tasca e gli scatoloni in spalla le sfavillanti sedi dawn town di New York, Chicago o Los Angeles.

Una sorta di capovolgimento di ruolo tra desta e sinistra made in US che , come decenni orsono spiegò con la sua solita finezza intellettuale Henry Kissinger nell’atto di stringere la mano al primo ministro cinese Ciu En Lai, può colpire ma non stupire. Perché, queste le sue parole, ci sono rotture dei confini della politica (nel caso di allora riguardava il riconoscimento da parte americana della Cina comunista di Mao) che pur sognate dalla sinistra possono essere realizzate solo dalla destra.

Uno scenario del tutto simile a quello a cui oggi stiamo assistendo. Con un Presidente repubblicano ed antistalista per eccellenza che, di punto in bianco, scarica l’ortodossia liberista del capostipite repubblicano Ronald Reagan ed abbraccia quello considerato fino a ieri peggio del demonio: il Big Goverment. Con il risultato che d’incanto nell’America priva di sanità pubblica per tutti e nella quale la disoccupazione è stata sempre vista e giudicata come una colpa più che una disgrazia, si distribuiscono 1200 dollari ad ogni adulto in età di lavoro, 500 dollari ad ogni figlio e l’assegno di disoccupazione, aumentato, viene concesso a tutti i disoccupati compresi i precari della GiG Economy .

Sul Covid-19 il nostro Parlamento tace quello USA litiga

La montagna di dollari previsti dalla Casa Bianca per combattere la pandemia e le sue conseguenze sull’occupazione e la produzione americane peserà non poco sull’esito delle elezioni presidenziali del prossimo novembre. Cosa che spiega più e meglio di tante parole le ragioni del feroce braccio di ferro tra i senatori repubblicani e quelli dell’opposizione democratica che da oltre 48 ore ne impedisce il varo.

Non c’è dubbio infatti che, come sempre avviene in frangenti come l’attuale, dietro i buoni propositi di facciata quello che conta, in parallelo con le modalità distributive, sono quelle redistributive. Ossia chi saranno i gruppi ed i settori sociali che più di altri beneficeranno dei trasferimenti pubblici: il mondo delle imprese e delle professioni o quello del lavoro dipendente e delle attività scarsamente qualificate e altamente precarie?

Anche se al momento è impossibile prevedere come andrà a finire la faccenda vale però la pena rilevare che nell’occasione il comportamento di Trump sembra aver messo il silenziatore a quello ferocemente provocatorio a cui da tempo ci aveva abituati. Visto che in queste ore anziché attaccare frontalmente, come suo solito, l’opposizione sembra aver scelto la via del dialogo e della mediazione. Una svolta, però, solo all’apparenza spontaneamente sincera.

In parte perché la quarantena obbligata di tre “suoi” senatori positivi al coronavirus ha fatto perdere ai repubblicani la maggioranza dell’aula. Consentendo ai democratici di riportarsi sul piede di parità: 47 a 47. E di subordinare il loro assenso al Relief Plan proposto dalla Casa Bianca all’introduzione di modifiche che per gli uomini del Presidente non è affatto facile accogliere.

Ma soprattutto in ragione del fatto che Trump, da quell’astuto politico che si è rivelato essere, sembra aver fiutato, vista la crisi psicologica e produttiva del paese per la temutissima pandemia Covid-19, il rischio che il suo abituale settarismo potrebbe rappresentare per riuscire a restare, dopo novembre, altri quattro anni alla Casa Bianca.

Sull’immigrazione il Covid-19 dà una mano a Trump

Sull’immigrazione il coronavirus non è per Trump quel cigno nero di cui tanti parlano. Anzi. La Casa Bianca, infatti, come denuncia un articolo dello scorso martedì del New York Times, con la scusa di bloccare la diffusione del Covid-19 si appresta a sigillare le frontiere. E a rispedire in Messico tutti gli immigrati “pescati” lungo il confine meridionale del Paese. In base ad un ordine perentorio dell’amministrazione federale, a partire dalle prossime ore chiunque verrà intercettato nel tentativo di varcare illegalmente la frontiera americana sarà immediatamente riaccompagnato in Messico. In modo tale da evitare alle forze di polizia l’obbligo di trattenere per l’identificazione e ed il successivo trasferimento degli immigrati nei centri di detenzione ad essi riservati. A questa misura, visto il rischio pandemico, non fanno eccezione neppure i richiedenti asilo.

Una stretta che la Casa Bianca sognava da tempo ma resa fino ad oggi inattuabile dalle norme nazionali e ed internazionali sulla protezione dei profughi e degli sfollati. Ora la pandemia che spaventa il mondo offre a Trump l’occasione che sognava da quando ha  messo piede alla Casa Bianca: blindare l’immenso confine del Paese a stelle e strisce che attraverso migliaia di miglia unisce, passando per il Texas, l’Arizona ed il New Messico, la costa est della Florida con quella ovest della California. Secondo le indiscrezioni raccolte dai giornalisti del NYT il governo avrebbe già approntato il piano che lascia mano libera agli agenti di respingere senza troppi complimenti chiunque tenti di entrare illegalmente negli Stati Uniti. E per mettere a tacere le Ong e le associazioni in difesa delle libertà civili, l’amministrazione si fa scudo della necessità di mettere in sicurezza il Paese ed evitare ad ogni costo la diffusione del Covid-19 che ha già raggiunto livelli allarmanti. Tra le restrizioni in arrivo anche la sospensione dei processi presso i tribunali per l’immigrazione, chiamati ad esaminare le richieste d’asilo delle migliaia di disperati richiusi nei centri detenzione.

Un pacchetto di misure definito “senza precedenti” dagli stessi funzionari del Dipartimento di Giustizia. Che pur se legalmente assai discutibile viene però considerato da Washington un obbligo. Con l’argomentazione che l’esplosione di una pandemia da Covid-19 al confine con il Messico sarebbe talmente pericolosa da mettere a rischio la sicurezza nazionale americana. Da sottolineare però il fatto che mentre nel grande Stato centroamericano i casi accertati di coronavirus sono più di un centinaio, negli Usa hanno invece superato nelle ultime ore la soglia dei 13.000. Numeri che confermano come la pandemia rappresenti una scusa per mettere in atto la chiusura del confine meridionale più volte tentata, ma che avvocati e tribunali, in punta di diritto, hanno sempre bloccato.

L’Europa vacilla: rischia il ko?

Morì di risposte nazionali alle crisi globali. È forse questo l’epitaffio ideale per spiegare ai posteri il decesso dell’Unione Europea nell’anno domini 2020. Una morte, sarà il caso di farlo ben presente nell’iscrizione lapidaria, non improvvisa. Ma figlia di una lunga e straziante agonia aggravata nel 2015 dall’emergenza profughi ed oggi dalla pandemia in corso.

Negli anni Novanta del secolo scorso gli Stati europei hanno a lungo cenato e straviziato spensieratamente insieme. Madesso che la globalizzazione chiede di pagare il conto, nessuno è disposto a condividere le spese. È un fuggi, fuggi generale. Chacun pour soi, dieu pour tous, insomma. Di qui il rapido e progressivo deterioramento dei pilastri della nostra Unione.

La libera circolazione delle persone, cioè gli accordi di Schengen, è stata sospesa ieri unilateralmente da stati fondatori come la Germania, lo stesso era avvenuto durante la crisi migratoria di cinque anni fa. La libera circolazione delle merci è a sua volta minacciata da un crescente numero di paesi che, per timore di averne bisogno, ostacolano il traffico doganale di prodotti sanitari (mascherine, camici, etc.) richiestissimi per assistere i pazienti affetti da Coronavirus. La Presidente della Banca Centrale Europea ha gettato benzina sul fuoco dei mercati finanziari dichiarando di guidare un’istituzione che non può fare niente contro lo spread che aumenta in paesi come l’Italia. La politica estera e di difesa dell’UE è al lumicino al punto che sulle guerre civili a un passo da casa nostra, Libia e Siria in testa, non è in grado di intervenire né diplomaticamente, né militarmente. La politica interna europea non è riuscita a imporre un piano equo e solidale per la gestione e la ripartizione dei flussi migratori, soprattutto di rifugiati che in queste ore premono sul corridoio balcanico mentre mezza Europa fa spallucce.

È solo una sintesi incompleta della cartella clinica della paziente UE appena collassata. Con essa, però, non muore la globalizzazione. Agli statarelli europei divisi e felici toccherà per questo l’onere di intessere relazioni e alleanze con le grandi potenze che continueranno a giocare la partita alla quale noi, invece, abbiamo rinunciato.

Per gli anti-Trump l’ottimismo peggio del coronavirus

Tra i democratici Usa una contagiosa euforia sul possibile esito positivo delle prossime elezioni presidenziali di novembre sembra aver scacciato negli ultimi giorni la cupa depressione della sconfitta fino a ieri data invece da molti di loro quasi per scontata. Questo grazie alla ritrovata unità del partito sulla nomination di Joe Biden ed alle sue indubbie chance di strappare a Trump la Casa Bianca. Anche grazie ai non piccoli errori di valutazione e di gestione dell’epidemia da coronavirus commessi dal Presidente.

Un cambio di umore che rappresenta per il partito dell’asinello l’unguento richiesto dalle fatiche di una campagna elettorale a dir poco in salita. Ma che rischia di fargli perdere di vista due insidiose trappole politiche. Che l’opposizione democratica farebbe invece bene a tenere nel conto dovuto. Onde evitare una nuova, ennesima sconfitta elettorale. Potenzialmente più devastante della dolorosa e inaspettata Caporetto del 2016. Quando Illary Clinton, data per sicura vincitrice, nelle urne finì seconda alle spalle dell’outsider miliardario newyorkese.

Come? Evitando, per prima cosa, di contare a occhi ciechi, come invece molti democratici continuano a fare, sul favorevole apporto elettorale delle minoranze. Intanto perché tra i neri americani la partecipazione elettorale è tradizionalmente di gran lunga inferiore alla media. Ma soprattutto in ragione del fatto che quella numerosissima dei Latini presenta al suo interno divisioni di appartenenza politico-culturale assai significative. L’elettorato latino-americano non è infatti un blocco unico ma un mosaico di origini regionali, di età e di istruzione. Basti pensare a quelli super-democratici del Texas e della California e, all’opposto, al fortissimo radicamento repubblicano dei cubani e dei venezuelani della potente Florida.

Ma non basta. Sono numerosi i democratici statunitensi, di cui Sanders è certamente il rappresentante più nobile, convinti, ecco la seconda trappola, di ottenere il consenso degli elettori con una campagna contro (Trump) e non per (l’America). E che non vogliono accettare l’idea che per riavere indietro il consenso di quelli che l’avevano negato quattro anni fa sia necessario riconoscere con umiltà le ragioni del loro malcontento.

La verità è che se anche a novembre prossimo dovesse cambiare l’inquilino della Casa Bianca, l’America non tornerà più ad essere quella lasciata da Obama il 20 gennaio 2017. Ragione per cui sbagliano coloro che per puro odio nei confronti di Trump non vedono l’ora di ripetere le parole di Gerald Ford che, messo alle spalle lo scandalo del Watergate disse:”Our National nightmare is over”.

Più coronavirus, meno Sanders: i guai per Trump

Al momento è difficile capire se la corsa di Trump al secondo mandato presidenziale rischi di più dalla sua incerta e da molti criticata gestione dell’epidemia da coronavirus o dall’ascesa verso la nomination nel partito democratico del moderato Joe Biden. Che martedì scorso ha sonoramente sconfitto l’incendiario Bernie Sanders nello stato da sempre considerato come la sua vera roccaforte: il Michigan. Un risultato accolto con sollievo da quella parte della pubblica opinione che pur avversando l’attuale Presidente molto probabilmente a novembre prossimo avrebbe scelto l’astensione anziché votare per un candidato dell’opposizione estremista e per non pochi aspetti velleitario come l’anziano senatore del Vermont. Ma, come spesso accade in politica, le cose non sono andate come sembrava dovessero andare.

In primo luogo per il margine di vittoria con cui Biden ha schiacciato il suo avversario: 16%. Una percentuale enorme se si considera che quella con cui nel 2016 Sanders aveva “azzoppato” l’allora super candidata Illary Clinton era stata di 1,5%. Ma soprattutto perché l’enorme numero di delegati portati in dote dall’industrioso stato del Midwest all’ex vice di Obama (150) è il frutto di un vero e proprio plebiscito tra gli elettori (giovani, anziani, uomini e donne) del partito dell’asinello. Molti dei quali hanno forse cercato in questo modo di farsi perdonare il tradimento del 2016 che consentì al miliardario newyorkese di intascare i voti necessari per battere al foto finish la ex First Lady. Ma soprattutto perché riducendo al lumicino le possibilità di Sanders di aggiudicarsi la nomination i democratici privano Trump delle chance elettorale su cui forse più contava. Quello di un avversario amato dalla sua base ma inviso alla maggioranza dell’elettorato.

Il nativismo è nato prima di Trump

L’immigrazione ha da sempre rappresentato una vera e propria cartina di tornasole sulla natura dei cambiamenti in corso nella società americana. Nel bene come nel male. Sbagliano perciò coloro secondo cui l’aspro scontro che su questa questione dal giorno dell’elezione di Trump divide la politica e la società statunitensi è qualcosa di inedito per la storia di un paese che ha da sempre fatto dell’immigrazione un caposaldo della sua cultura nazionale. E che per questo imputano solo alla protervia conservatrice del trumpismo il tradimento del sacro principio dell’accoglienza simbolicamente scolpito alla base della Statua della Libertà con le parole: "Date a me le vostre stanche, povere, rannicchiate masse…io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata".

Ma non è così. Visto che gli eventi di oggi ricordano molto da vicino il clima anti immigrati che, a partire dalla metà dell’800, fin quasi alla soglia del secolo successivo scosse, più e peggio di oggi, gli USA. Anche allora in pieno subbuglio per l’incalzare di radicali rivolgimenti dell’economia e della società che avrebbero fatto di una ex colonia la prima potenza del mondo industrializzato. Un cambiamento colossale che per molti, però, fu peggio di un travaglio. Spingendoli ad aderire ed animare il Know Nothing Party (“non so nulla” rispondevano i suoi militanti quando venivano interrogati dalle forze dell’ordine) che dal 1840 per quasi un trentennio lottò strenuamente contro l’arrivo di centinaia di migliaia di immigrati in gran parte cattolici irlandesi. E che al momento del suo esaurimento consegnò il testimone della protesta contro i nuovi venuti al restrizionismo delle cosiddette Jim Crow Laws ed al Chinese Exclusion Act del 1882. Tutto perché una parte dell’America temeva di essere travolta dal progresso e costretta dall’immigrazione a fare la stessa fine dei cavalli quando con l’avvento dei trattori vennero cacciati dall’agricoltura e rinchiusi nelle stalle aspettando di morire.

La similarità con l’oggi stato tutta qui. Come testimoniano meglio e più di molte parole le ultimissime proiezioni dell’ufficio statistico americano secondo le quali:
a) la popolazione USA che oggi vive nelle grandi città è l’87% di quella totale contro il 50% di venti anni fa;
b) la demografia USA sta cambiando ad una velocità impressionante al punto che nel giro dei prossimi venti anni conoscerà l’inimmaginabile: ad essere maggioranza non saranno più gli yankee bianchi ma gli appartenenti alle attuali minoranze etniche;
c) oggi sul totale della popolazione la percentuale di quella immigrata ha raggiunto il suo massimo storico;
d) nel 2040 i musulmani superando gli ebrei saranno il secondo più numeroso gruppo religioso del paese;
e) in America nei prossimi due decenni, per la prima da quando è nata, ci saranno più anziani che bambini.
E così, al pari delle lancette dei barometri che sentendo l’arrivo della bassa pressione si spostano sul quadrante “tempesta”, quelle dell’immigrazione iniziano a fibrillare quando cambiano i fondamentali della società.

“Remain in Mexico” dipende dalla Corte Suprema

I giudici della California danno un nuovo, ennesimo altolà alla politica dell’immigrazione dall’amministrazione Trump. In questo caso a finire nel mirino della Corte d’Appello federale del IX distretto di San Francisco è toccato all’assai discusso e controverso programma “Remain in Mexico”. In base al quale i richiedenti asilo negli USA devono attendere fuori del territorio americano la conclusione delle procedure relative alle loro domande. Vale la pensa ricordare, come spiega in un lungo reportage il New York Times, che questo programma era già stato bocciato una prima volta dalla magistratura lo scorso 28 febbraio. Quando i giudici californiani avevano deciso che i richiedenti asilo, in stragrande maggioranza provenienti dal Centroamerica, non dovevano essere respinti in Messico. Perché in base ai dettati di una legge federale spettava loro il diritto di restare negli Stati Uniti fino alla conclusione dell’iter giudiziario dei procedimenti che li riguardavano da parte dei tribunali dell’immigrazione. Una sentenza che i magistrati, onde evitare l’ennesimo braccio di ferro con la Casa Bianca, avevano deciso di non rendere operativa in modo da consentire al governo il tempo necessario per ricorrere in appello.

Cosa che essendo puntualmente avvenuta ha fatto sì che la questione finisse al vaglio della Corte Suprema. A fronte di questa complessa situazione i giudici di San Francisco lo scorso 4 marzo hanno accolto la richiesta del governo di Washington di mantenere in vigore le restrizioni del programma “Remain in Mexico” fino all’11 del mese. Data a partire dalla quale, in assenza di una decisione della Corte Suprema, le restrizioni imposte dall’amministrazione ai richiedenti asilo verranno abolite. Limitatamente, però, a quelli rimandati in Messico dagli stati di competenza della corte federale di San Francisco: Califronia ed Arizona. Dal provvedimento resterebbero quindi esclusi tutti coloro che avevano tentato di entrare in America varcando i confini del Texas e del New Mexico. Dall’inizio del programma “Remain in Mexico”, entrato in vigore nel gennaio 2019, più di 60mila persone sono state rispedite al di là della frontiera sud del Paese a stelle e strisce. E di queste solo l’1% ha ottenuto il riconoscimento del diritto d’asilo. E poiché in passato più volte i Supremi giudici hanno dato ragione in materia di immigrazione all’amministrazione centrale si capisce il perché dell’ottimismo manifestato dal Presidente sull’esito finale della disputa.

Che fare per i profughi visto che Ginevra non funziona più

La Convenzione di Ginevra sui rifugiati ormai funziona come una vera e propria lotteria del diritto d’asilo. Più che le norme internazionali, infatti, è ormai il caso che detta tempi e modi della concessione dello status di profugo nei paesi che nel 1951 sottoscrissero nell’omonima cittadina svizzera quell’accordo internazionale.

A denunciare questa anomalia che mette a repentaglio l’incolumità di molti soggetti vulnerabili è un dettagliato reportage di Matt Katz appena pubblicato dall’autorevole rivista americana The Atlantic. Che per offrire ai lettori un esempio concreto di come la Convenzione di Ginevra faccia acqua da tutte le parti, dà voce e conto della sorte che spetta ai fortunati che riescono a fuggire dalla gravissima, e dimenticata, guerra civile tra anglofoni e francofoni in Camerun. Si scopre così che per i richiedenti asilo camerunensi la probabilità di ottenere all’estero lo status rifugiato dipende più dalla porta alla quale bussano che alle condizioni oggettive nelle quali si trovano.

Facile, ad esempio, essere accolti in Svezia, molto più complicato in Giappone. Visto che Tokyo, in media, ogni anno accoglie non più di 20 richieste di asilo. Al punto di dire no persino ai siriani che rientrano senza ombra di dubbio nella definizione di rifugiato della Convenzione di Ginevra: “un individuo che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino”.

Sono due le ragioni che spiegano la profonda divergenza che a livello internazionale regna sull’interpretazione di chi risponde alla suddetta definizione.

La prima: molti governi, vista il vento anti-immigrazione che tira, giocano sui cavilli burocratici per rigettare e negare le domande d’asilo. Come fa, ad esempio, una donna fuggita di nascosto e senza documenti di identità, a dimostrare di essere stata abusata in patria perché appartenente a un determinata minoranza etnica? E, allo stesso tempo, come fanno i governi a smascherare chi si presenta come rifugiato ma tale non è?

La seconda: la Convenzione di Ginevra del 1951 ha fatto il suo tempo. Quando fu firmata, infatti, il rifugiato era per lo più un soggetto vittima dello Stato in cui era nato. Dal quale doveva essere protetto. Oggi non è sempre così. Perché al netto di chi fugge dalla guerra (es. i siriani), sono emerse nuove categorie di potenziali rifugiati che mezzo secolo fa nessuno considerava come tali. Dai perseguitati per il loro orientamento sessuale a quelli che subiscono le gravi conseguenze dei cambiamenti climatici, fino ad arrivare alle vittime di violenze domestiche o private. Di questo universo mondo è, forse, ora di parlare.