Tornano i caravaneros ai confini USA

Dopo mesi di relativa calma sono riprese le marce dei disperati del Centroamerica. Da giorni circa 4mila persone sono accalcate al confine tra Guatemala e Messico nel tentativo di raggiungere gli Stati Uniti. La carovana si è formata mercoledì della scorsa settimana a San Pedro Sula, nel nord dell’Honduras, ed è stata organizzata, come è ormai consuetudine, attraverso gruppi di WhatsApp e Facebook. Partiti in 300 ora sono più di 4mila. Secondo i funzionari dell’Onu la carovana è composta in maggioranza da famiglie, più di un terzo sono minori e donne incinte. Dopo aver attraversato il Guatemala, sono ora bloccati alla frontiera con il Messico, che per il momento non lascia passare nessuno. Come scrive il Washington Post, la prima carovana dell’anno rappresenta un test per il governo del presidente Andrés Manuel López Obrador, che l'anno scorso ha promesso all’amministrazione Trump che avrebbe intensificato il controllo dei confini. Sotto la minaccia di dazi, gli sforzi messicani sono notevolmente aumentati, ma ciò non ha impedito ai migranti provenienti da Honduras, Salvador e Guatemala di formare una nuova e imponente carovana.

Il Messico è determinato a non ripetere gli errori commessi in passato, e al momento è riuscito a contenere l’ingresso dei clandestini. Anche facendo ricorso all’uso della forza con la Guardia nazionale schierata in massa lungo il confine. Nonostante le possibilità dei migranti di entrare negli Stati Uniti siano le più basse da anni, la violenza e la miseria che flagellano i Paesi del Centroamerica spingono queste persone a tentare il tutto per tutto. L’era delle carovane era iniziata nell’autunno del 2018, un esodo collettivo che aveva portato centinaia di migliaia di persone a tentare l’ingresso negli USA dal Messico. Per bloccare un fenomeno ormai senza controllo, gli Stati Uniti avevano imposto al Messico, sotto la minaccia di pesanti sanzioni, la chiusura delle frontiere. Lo scorso luglio Trump aveva anche firmato un accordo con il Guatemala in materia di asilo: il cosiddetto “Paese terzo sicuro”. Un’intesa che obbliga i migranti, in maggioranza salvadoregni e honduregni che passano dal Guatemala per recarsi negli Stati Uniti, a richiedere protezione prima nello Stato guatemalteco invece che al confine yankee. Il pugno di ferro contro i clandestini sembrava aver funzionato. Ma le drammatiche immagini della marea umana ammassata sul ponte che collega Tecun Uman, in Guatemala, con Ciudad Hidalgo, in Messico, dicono il contrario.

I white poor si accasano da McDonald’s

Chissà se qualcuno degli accigliati soloni che hanno puntato il dito accusatore contro la scorretta dieta alimentare suggerita da Trump con una delle sue classiche “uscite” (meglio la pizza che la verdura) ha provato a discuterne con i milioni di statunitensi nullatenenti di cui parla “Dignity: Seeking Respect in Back Row America”. Il recentissimo, coraggioso lavoro dell’americano Chris Arnade. Che con un lungo viaggio alle radici della dilagante povertà del suo paese ne ha scoperto un intero esercito, non di immigrati ma di americani emarginati, là dove mai nessuno avrebbe mai immaginato: i McDonald's. Che sparsi ai quattro angoli delle grandi periferie urbane rappresentano un rifugio per i tantissimi che non sanno dove e come sbarcare il lunario. Perché offrono loro per pochi dollari, oltre a patatine fritte ed hamburger, anche un posto caldo dove leggere, ricaricare il telefonino e, quando capita, scambiare quattro chiacchiere.

Un quadro certo parziale ma preoccupante di un paese inquieto e pericolosamente lacerato. Che non solo ha smesso di essere giovane, visto che le nascite diminuiscono come mai in passato. Ma nel quale, cosa pressoché sconosciuta nel resto del mondo industrializzato, sono tre anni consecutivi che le aspettative di vita anziché aumentare diminuiscono. Secondo l’ultimo rapporto del Journal of American Medical Association, infatti, la soglia della vita media del paese è oggi scesa a 72 anni contro gli 82 del Giappone e di molte nazioni del Vecchio Continente.

Dati che sembrano fare a pugni con quelli in galoppante crescita della sua economia. Ma che più di tante parole aiutano a comprendere cosa c’è dietro l’irruzione vincente ma destabilizzante di Trump e del trumpismo. E le ragioni per le quali milioni di elettori di questa “America a parte” che nel 2012 avevano votato per Obama, nel 2016 hanno invece deciso, in polemica con l’establishment sia democratico che repubblicano, di plebiscitare un outsider miliardario newyorkese.

Il costo occulto dell’immigrazione

Gli immigrati invecchiano. Eppure salvo rare, rarissime eccezioni nessuno ne parla. Un errore tanto più grave in ragione del fatto che questo fenomeno è destinato, con il passare degli anni ed in assenza di opportuni correttivi, a presentare un conto sul piano sia politico che economico a dir poco salato. Basta leggere i numeri per capirlo. Calcoli recenti stimano che attualmente in Europa sono già oltre 7 milioni gli immigrati over 65. E che la sola Francia ne ospita, al netto di quelli (non pochi) che hanno preferito consumare gli ultimi anni di vita facendo ritorno nelle rispettive nazioni di origine, più di 400mila.

Una tipologia di popolazione che pur se in ritardo rispetto ad altre nazioni è in sistematica, costante crescita anche nel nostro Paese. Secondo le proiezioni elaborate dall’ISMU di Milano, infatti, entro il 2037 l’Italia registrerà, rispetto a quella che sarebbe stata la popolazione di soli autoctoni, un surplus annuo di 100mila ultra 65enni: "immigrati destinati ad invecchiare nel nostro paese, la cui posizione contributiva, stante le peripezie di una vita lavorativa spesso irregolare e discontinua, potrebbe non garantire una adeguata protezione; lasciando alla fiscalità generale l’onere della doverosa integrazione al minimo delle loro pensioni”. Ma anziché prendere, come si dice, il toro per le corna l’attitudine dominante è riconducibile a quella splendidamente sintetizzata dal Manzoni in un passo dei Promessi Sposi con la frase : “quieta non movere et mota quietare”.

Tanto è vero che pur di evitare di fare i conti con i problemi, che montano, si sceglie di restare serenamente accucciati al riparo di un assai conveniente stereotipo culturale. In base al quale l’immigrato, giovane ed aitante ad eternum, serve l’economia lavorando e la demografia figliando. E con i suoi contributi lavorativi consente di tenere in piedi i nostri malandatissimi sistemi pensionistici. Una favola che rischia però di non avere un lieto fine. Per la semplice ragione quanto versato dagli immigrati nelle casse della previdenza nazionale non è (anche se molti lo sognano) a fondo perduto. Ma un vero e proprio prestito che a scadenza data dovrà essere loro restituito con i relativi interessi. Come? Dio sa e provvede.

Adesso dalla Libia arrivano i libici

L’Italia discute, mentre la Libia brucia. Un’inerzia che Roma rischia di pagare a carissimo prezzo. Un assaggio del disastro prossimo venturo che ci aspetta lo abbiamo avuto nel weekend appena concluso. Perché tra i primi immigrati arrivati da Tripoli via mare nelle nostre coste in quest’alba del 2020 abbiamo registrato una decina di nuclei familiari di nazionalità libica.

Pochi, ma rilevanti. Si tratta infatti di una novità assoluta. Per capire di cosa stiamo parlando, è forse il caso di ricordare che gli autoctoni libici non hanno mai lasciato il paese di origine. Neanche dopo la caduta di Muammar Gheddafi nel 2011. Né durante l’emergenza immigrazione del triennio 2014-2015-2016 quando dalla Libia partirono (destinazione Italia) circa 500 mila immigrati, africani e asiatici, ma in nessun caso libici. Per la semplice ragione che gli abitanti di quella che fu una nostra colonia sono cresciuti a pane e retorica anti-italiana, in un paese certo non democratico, ma che grazie ai proventi petroliferi era capace di garantire ai suoi cittadini standard economici tali da non indurli a cercare fortuna all’esterno.

E, tuttavia, quello che sulla carta sembrava impossibile, si è realizzato in questo inizio del nuovo anno. Merito di un’Italia imbambolata, di un’Europa sempre più divisa e di due famelici player geopolitici internazionali come Russia e Turchia. Che hanno messo le mani in Libia per rafforzare le rispettive sfere di influenza nello scacchiere mediterraneo. Strategia e tattica impeccabili, quelle di Mosca e Istanbul. Sanno, infatti, benissimo che in entrambe le rive di quello che i romani dominavano e per questo chiamavano Mare Nostrum, si affacciano oggi Stati fragili e impotenti. In quest’ottica, la sensazione è che il peggio, almeno per noi, potrebbe ancora arrivare.

Anche l’America invecchia

Adesso anche l’America ha deciso di invecchiare e di fare meno figli di un tempo. Una novità assoluta per la demografia mondiale che, non a caso, aveva sempre considerato e definito gli USA come una nazione giovane par excellence. A testimoniarlo sono i dati appena pubblicati dal Census Bureau statunitense secondo cui tra il 2018 e il 2019 il saldo nati/morti pur se positivo (+ 956.674) è sceso, come non avveniva da tempo immemorabile, sotto “l’invalicabile” soglia del milione.

Un calo non occasionale ma preoccupante. Non solo perché in linea con il deciso rallentamento del tasso di crescita della popolazione. Che nell’ultimo decennio è risultato il più basso a far data dal primo censimento del 1790. Ma soprattutto perché espressione di una crisi demografica endogena legata alla progressiva riduzione del numero dei nuovi nati. E sulla quale, a differenza di quanto alcuni si sono affrettati a dire, le politiche restrittive sull’immigrazione messe in atto negli ultimi 24 mesi dalla presidenza Trump possono aver contribuito solo in maniera marginale.

Orbene, anche se è vero che il calo delle nascite in sé e per sé non è un fenomeno irreversibile, resta il fatto che quello americano rappresenta un segnale di cui l’Occidente, per come vanno le cose, avrebbe volentieri fatto a meno. Perché se è vero che gli USA sono ancora molto lontani dai “buchi neri” demografici in cui sono invece precipitati paesi come l’Italia ed il Giappone, è pur vero che se anche da loro viene meno la spinta vitale del “sogno americano” vuol dire che quella di Buio a Mezzogiorno rischia di confermarsi una terribile ma fondata previsione.

L’immigrata eroina del “Sanctuary Movement”

La 41enne salvadoregna Rosa Gutiérrez López sono 15 anni che vive da clandestina negli Stati Uniti. Una storia, la sua, uguale a tante altre. La fuga da un Paese devastato dalla violenza e dalla povertà, lavori umili e massacranti per assicurare un futuro ai suoi tre figli -di cui uno, il più piccolo, affetto da sindrome di Down- nati negli USA e perciò cittadini americani. Da oltre un anno Rosa è però diventata il simbolo della resistenza contro la promessa di Trump di espellere senza troppi complimenti i circa 11 milioni di immigrati illegali presenti sul territorio americano.

La sua lotta è iniziata il 10 dicembre 2018. Giorno in cui invece di ottemperare al decreto di espulsione emesso nei suoi confronti dall’Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale dell’immigrazione, ha scelto di chiedere asilo ad una chiesa: la Cedar Lane Unitarian Universalist Church a Bethesda nel Maryland. Diventando così la prima immigrata clandestina ad essere accolta da un’istituzione religiosa nella zona di Washington DC. Una storia che ha colpito i giornali americani, a partire dal Washington Post. E riacceso i riflettori della pubblica opinione sul cosiddetto “Sanctuary Movement”. Un movimento attivo in molte città statunitensi che sfida le autorità governative offrendo protezione contro l’espulsione agli stranieri clandestini ricercati dalle forze di polizia. E che rifacendosi alla tradizione biblica vede in prima linea molte congregazioni religiose.

Questo movimento, anche se di antichissime tradizioni, in epoca recente è tornato a farsi sentire negli anni Ottanta del ‘900. Quando l’amministrazione Reagan, in violazione del principio internazionale che proibisce il refoulement degli immigrati in Paesi non sicuri, decise la deportazione nelle nazioni di provenienza dei rifugiati del Centroamerica. Fu così che oltre 500 chiese statunitensi decisero di costituirsi “santuari per l’asilo politico” accogliendo e salvando dal rinvio oltreconfine migliaia di irregolari. Oggi nell’era Trump la storia si ripete. Anche se, stando almeno ai dati ufficiali, con numeri assai inferiori. Secondo il World Church Service, infatti, sarebbero 50 gli immigrati privi di documenti che, al momento, risultano accolti in 39 chiese statunitensi. Una cifra che, invece, a detta di molti sottostimerebbe l’effettiva ampiezza del fenomeno. Ma al di là dei numeri resta il fatto che il caso di Rosa Gutiérrez López continuando a calamitare l’attenzione dei media ha spinto la Cedar Lane Unitarian Universalist Church a raccogliere fondi per assistere la sua famiglia. E che la sua situazione, in stallo sul piano giudiziario, rischia di tenerla per anni “reclusa” in un luogo di culto che, ironia della sorte, dista soli 15 km dalla Casa Bianca.

Una marea di profughi all’orizzonte

Un’emergenza profughi senza precedenti rischia di abbattersi sull’Italia. Il pericolo arriva dalla vicinissima Libia. Le sorti di quella che fu una colonia italiana sono ormai in mano alla Russia e alla Turchia. Ma è sul nostro paese che ricadranno, per evidenti ragioni geografiche, le conseguenze geopolitiche del nuovo assetto che Putin ed Erdogan stabiliranno in loco.

Qualunque sia il disegno dei due leader, nell’attesa che venga realizzato, per noi sarà un disastro. Nell’immediato si profila, infatti, sul territorio libico una sorta di guerra di logoramento tra le truppe del maresciallo Khalifa Haftar (sostenuto da russi, egiziani, sauditi) e quelle del Premier Fajez al Serraj (riconosciuto dall’Onu e foraggiato dai turchi). Preso atto che su questo scontro potevamo ma non abbiamo voluto dire la nostra, è certo che esso potrebbe avere almeno due non trascurabili ripercussioni sulla pressione migratoria verso l’Italia.

La prima, obbligare persino i cittadini libici a fare quello che (per orgoglio anti-italiano e discreto benessere economico) non hanno mai fatto, neanche durante la crisi umanitaria dovuta alla caduta di Gheddafi nel 2011, cioè cercare rifugio in Italia.

La seconda, rafforzare lo strapotere dei trafficanti di esseri umani nel Sud del paese (regione del Fezzan) che potrebbero approfittare del caos generale per intensificare, e trarre lauti profitti, il flusso di immigrati che dall’Africa subsahariana, via Libia, sogna di arrivare nelle nostre coste.

La speranza è che si tratti di previsioni sbagliate. Ma dovessero rivelarsi anche solo in parte corrette, è difficile immaginare che di fronte a un’emergenza umanitaria di questa portata il governo italiano riceva un aiuto dai partner europei. Se non siamo stati in grado di intervenire con una voce unanime sulle cause, figuriamoci sulle conseguenze.

I cervelli sì, i latinos no

L'America di Trump cerca i cervelli immigrati, ma rifiuta i latinos.  Tant'è che in parallelo al giro di vite verso i latino-americani poco qualificati, riserva il più accattivante dei welcome ai talenti stranieri di ogni razza e colore. Una politica migratoria a due facce di cui, però, si parla moltissimo della prima ma assai meno della seconda. Infatti, all’opposto del braccio di ferro ingaggiato dalla Casa Bianca col Messico per scaricare sulle spalle dell’alleato centro americano l’onere di frenare le carovane di migranti provenienti da Ecuador, San Salvador e Nicaragua, si sa poco e male della guerra in atto tra le prestigiose università made in US per accaparrarsi il fior fiore degli studenti di mezzo mondo.

Esemplificativo, come riporta Jonathan Moules sul Financial Times, il caso dei più quotati Master in Business Administration d’Oltreoceano che, tanto per intenderci, sfornano i super manager del futuro. I cui rettori non sanno più cosa inventarsi per attirare dall’estero the best and the brightest perché, nonostante la ventata dell’America First, sanno bene che grazie alla mixité aumentano in maniera esponenziale la qualità e le performance degli iscritti ai loro istituti. Una verità che però non dice tutto visto che restano da chiarire le ragioni per cui i centri di eccellenza americani fanno oggi più fatica che in passato a reclutare dall’estero i cervelli dalle uova d’oro.

La prima: con la globalizzazione è cominciato uno scontro al color bianco tra i poli di eccellenza globali. Questo vuol dire che, rispetto a ieri, gli USA hanno nuovi e più robusti competitor, Cina in primis , con i quali fare i conti;

La seconda: è quella che in economia viene definita asimmetria informativa. Proprio come un consumatore medio spesso non è al corrente che, ad esempio, il supermercato a un passo da quello in cui va abitualmente ha prodotti a prezzi più vantaggiosi, così capita che molti potenziali “clienti” degli MBA statunitensi non siano al corrente delle favorevolissime offerte formative e dei relativi benefit (rette scontate, vitto e alloggio gratuiti etc.) loro riservati. Ecco una delle tante conferme della complessità con cui deve fare i conti l’immigrazione del XXI secolo.

Il muro divide i trumpiani

Il Muro divide oggi quelli che aveva unito ieri. Non è un gioco di parole. Né un irriverente riferimento ai seguiti della caduta vent’anni fa di quello di Berlino. Ma la fotografia di un conflitto con cui l’amministrazione Trump non si aspettava certo di dover fare i conti.

Nelle ultime settimane, infatti, sembra che molti agricoltori texani che nel 2016 avevano entusiasticamente accolto la proposta della costruzione del Muro anti-clandestini lanciata dal magnate newyorkese votandolo in massa, stiano tornando sui loro passi. Opponendosi uno dopo l’altro all’esproprio dei terreni sui quali, in base ai programmi di fattibilità stilati dagli uffici del governo, dovrebbero prendere il via i lavori di edificazione dell’imponente, impenetrabile barriera difensiva del confine meridionale statunitense promessa dal Presidente. Con il risultato che ad oggi in Texas il governo, nonostante la legge imponga agli agricoltori di vendere gli appezzamenti destinati ad interventi legati alla sicurezza nazionale, delle 162 miglia di terreni previste ne è riuscito ad acquistare solo 3.  Uno scenario che sembra preconizzare l’avvio dello stesso estenuante braccio di ferro giudiziario seguito alla decisione di George W. Bush di avviare nel 2006 l’edificazione al confine con il Messico della prima barriera anti immigrati.

Un quadro di incertezza che si somma a quello non meno complesso legato alle numerose cause pendenti in diversi tribunali del paese riguardo la legittimità con cui Trump, bypassando l’opposizione del Congresso, ha deciso di finanziare la “sua creatura” modificando alcune voci del bilancio statale dalle loro originarie finalità. Ragione per la quale è facile prevedere che a novembre prossimo, quando si apriranno le urne per l’elezione del nuovo presidente USA, la costruzione del Muro sarà ancora, dopo tante promesse, al punto di partenza. O quasi. Di qui la domanda: il Muro che non c’è indurrà almeno alcuni dei trumpisti convinti di ieri, cosa di cui però molti dubitano, a cambiare idea domani? Staremo a vedere.

L’immigrazione africana che non conosciamo

L'immigrazione dal continente nero è diversa da quella che si racconta. Basta sfogliare le illuminanti pagine del report Africa’s youth: jobs or migration? appena pubblicato dalla Mo Ibrahim Foundation di Dakar (Senegal). Oltre cento pagine che con rigore scientifico, dati alla mano, sfatano molte delle convenzioni dominanti nel dibattito politico occidentale sulle cause e le conseguenze dell’immigrazione dall’Africa. Soprattutto su tre punti.

Il primo: l’immigrazione africana non è diretta in maggioranza verso l’Europa ma verso le regioni limitrofe. Tant’è che oltre il 70% degli immigrati prova a farsi una nuova vita negli Stati prossimi a quello di origine. Mentre meno del 30% supera i confini dell’Africa. Per la semplice ragione che partire verso più prestigiose mete, come gli USA o l’UE, ha un costo, esistenziale ed economico, non alla portata di tutti. Tant’è che, solo per fare un esempio, il Vecchio Continente ospita meno di 9 milioni di africani, per lo più originari del Maghreb, cioè la parte Nord e tra le più sviluppate dell’Africa.

Il secondo: la povertà assoluta e l’insicurezza non rappresentano, a differenza di quanto sostenuto da più parti, le ragioni fondamentali che spingono gli immigrati africani a partire. L’80% di chi lascia la terra natìa lo fa non per necessità ma per soddisfare l’ambizione di un upgrade delle proprie condizioni personali e professionali. Cercano, insomma, servizi, prestazioni e occupazioni superiori allo standard di quelli offerti in patria. Sono, quindi, come sosteneva più di un secolo fa l’economista americano Mayo-Smith, coloro che all’interno delle diverse realtà nazionali appartengono, in genere, a gruppi sociali relativamente meno poveri e con qualità culturali, fisiche e motivazionali superiori a quelle medie. E che proprio per queste qualità superiori non rappresentano un campione significativo delle nazioni di origine. Solo i più dotati, gli ambiziosi e quelli con le “entrature” giuste hanno la forza di puntare “oltre confine”. Anche a costo di correre dei rischi. Mentre i loro connazionali più poveri materialmente ed intellettualmente, gli inerti, i deboli restano a casa.

Il terzo: l’identikit dell’immigrato africano-tipo africano è oggi assai diverso da quello presente nell’immaginario collettivo di molti occidentali. Perché rispetto al passato, a cercare un futuro migliore all’estero non sono più soltanto maschi, con scarsa istruzione e poche specializzazioni. Ma giovani con una crescente presenza di donne (sfiorano il 50%). E, in generale, elevati livelli di salute, formazione, conoscenze digitali e informatiche che sono il vero, principale indicatore della distanza siderale tra loro e gli immigrati d’un tempo.

Tutto questo non vuol dire che non esista un problema-Africa. Tantomeno una spinosissima questione immigrazione in mezzo Occidente. Ma che ci troviamo di fronte a un fenomeno sì epocale ma perché, rispetto al passato, assai più complesso. Che come tale, lontano da ogni forma di semplicismo, va trattato.