Contro l’impeachment Clinton fu più abile

Sull’impeachment Trump deve guardarsi da sé stesso. E dai rischi potenzialmente insiti nella sua incrollabile sicurezza psicologica secondo cui può vincere anche senza convincere. Ragione per la quale, nonostante la difficile contingenza politica in cui si trova, usa continuamente la politica dell'immigrazione per provocare ed innervosire quella parte certamente non piccola dell’America che non lo ama. Con l’unica preoccupazione di rafforzare e rinsaldare ad ogni occasione possibile, con le parole ed i fatti, la fedeltà della sua base politica. Nella convinzione, razionale o meno poco importa, che la “protezione” di un esercito di fedelissimi composto dal 35% dell’elettorato sia sufficiente ad evitargli i guai della procedura di censura parlamentare.

Una strategia a dir poco azzardata. Che se anche alla fine darà i frutti sperati presenta però non poche debolezze. Tema sul quale vale la pena leggere l’eccellente articolo “Bill Clinton had a strategy.Trump is doing the opposite” pubblicato qualche settimana fa da David Froom sulla rivista americana Atlantic. La linea difensiva di Trump, infatti, se confrontata con quella che a suo tempo consentì a Bill Clinton di evitare l’impeachment, presenta tre serissime debolezze.

La prima: nel 1998, appena avuto sentore della “bufera” che lo stava per investire Clinton convocò alla Casa Bianca un’improvvisa conferenza stampa. Nella quale si augurò, per il bene dell’America, che la sentenza che il Senato si apprestava ad emettere nei suoi confronti fosse “reasonable, proportionate and bipartisan”. Non parlò, come invece fa di continuo l’attuale Presidente, di complotti né di oscure trame ai suoi danni.

La seconda: nei lunghi mesi dello scandalo Lewinsky l’allora inquilino della Casa Bianca anziché demonizzare gli accusatori scelse la strada del dialogo con la pubblica opinione. Rivolgendosi in particolare alla enorme ed in quel momento assai ostile platea dalle cosiddette soccer mom, le casalinghe. Riuscendo a convincerle che anche se la loro arrabbiatura era legittima, visto che il suo non era certo stato un comportamento degno di un padre di famiglia, conveniva a tutti evitare che la crisi politica compromettesse la salute, allora ottima, dell’economia. Tutt’altra musica, dunque, da quella dei velenosi tweet di cui il magnate newyorkese non sembra riuscire a fare a meno.

La terza: Clinton a pochi giorni dal voto del Senato che lo avrebbe condannato o assolto, trovò la forza ed il coraggio di lanciare contro l’Iraq la riuscitissima operazione militare Desert Fox. Che fece schizzare il suo indice di gradimento, mai sceso sotto il 60%, ad oltre il 73%. L’esatto opposto di quello riservato oggi a Trump dopo il ritiro dei marines dal confine curdo. Che da sempre mediocre nelle ultime ore sembra addirittura in caduta libera.

Tapachula ci dice l’aria che tira sui rifugiati

Da Tapachula arriva l’ennesima conferma che il sistema globale di accoglienza dei rifugiati, nato con la Convenzione di Ginevra del 1951, si sgretola ogni giorno di più. Questa cittadina messicana, al confine col Guatemala, luogo di transito per i richiedenti asilo negli USA, è oggi teatro di una crisi umanitaria senza precedenti, come rivela Nanjala Njabola sull’ultimo numero di Foreign Affairs. Perché l’amministrazione Trump, con l’autorevole avallo della Corte Suprema statunitense, ha stabilito che i centro-americani intenzionati a chiedere protezione negli Stati Uniti dovranno depositare le loro richieste non più al confine americano, ma nelle nazioni attraversate nella marcia di avvicinamento al Norte. Per quelli dell’Honduras e del El Salvador i paesi delegati sono il Guatemala e il Messico, mentre per i guatemaltechi solo il secondo. Una novità assoluta oltreoceano che ricorda da vicino il principio della Convezione di Dublino in base al quale i migranti hanno l’obbligo di chiedere asilo nel paese UE di primo approdo.

Il risultato è che il Messico è tenuto adesso, se non vuole perdere aiuti e scambi commerciali con i vicini e minacciosi yankee, a fare quello che non aveva mai fatto: accogliere e valutare le domande di asilo dei centro-americani nei confronti dei quali aveva, invece, sempre chiuso un occhio, sapendo che gli Usa erano la loro destinazione finale.

Ma i problemi per il governo messicano non finiscono qui. Non foss’altro perché nelle città di confine come Tapachula e Tijuana alla pressione migratoria dall’America centrale, si è sommata, cosa che nessuno aveva previsto, quella dall’Africa. Sono infatti in aumento gli africani che attraversano l’Atlantico per raggiungere gli Usa passando per il Messico dove però, viste le novità di cui sopra, rimangono bloccati. Il risultato è che per questo vasto ed eterogeneo esercito di richiedenti asilo e immigrati illegali (difficile distinguere gli uni dagli altri) quello messicano rischia di trasformarsi in vero e proprio eterno limbo. Dove persino chi avrebbe pieno diritto allo status di rifugiato passerà mesi, se non anni, nell’attesa di ricevere la protezione umanitaria che gli spetta.

Ciò che più conta, tuttavia, è che il caso messicano più che un’eccezione è la regola nel sistema globale di accoglienza dei rifugiati. Le difficoltà nel distinguere gli immigrati illegali dai richiedenti asilo, così come quella di garantire protezione a nuove tipologie di vulnerabili (es. i rifugiati climatici) non annoverati nella Convenzione di Ginevra del 1951, sono all’ordine del giorno in mezzo mondo. Tant’è che a livello internazionale è in costante crescita il numero di richiedenti asilo che addirittura nasce e muore dentro i campi profughi UNHCR, aspettando tutele che non riceveranno mai.

Un quadro assai poco confortante ma stranoto ai più. Prova ne è il fatto che nell’ottobre 2019 l’Alto Commissario Onu per i rifugiati, l’ambasciatore italiano Filippo Grandi, lanciò un ambizioso piano di riforma (Global Compact on Refugees) della Convenzione di Ginevra 1951. Una fatica di Sisifo, quella di Grandi, visto il mancato supporto degli Stati che contano. Usa in testa.

Immigrazione Usa, scontro senza fine

Trump e i giudici americani tornano ai ferri corti sull’immigrazione. Venerdì scorso, infatti, tre sentenze emesse una dopo l’altra dalle corti statali di New York, California e Washington hanno posto fine ad una tregua che durava da luglio scorso. Quando la Corte Suprema -respingendo le pregiudiziali di costituzionalità sollevate dai magistrati di numerosi tribunali- aveva dato ragione al Presidente. Ritenendo legittima la sua decisione di utilizzare per la costruzione del Muro risorse altrimenti stanziate dal bilancio federale. Ma l’armistizio tra Esecutivo e Magistratura non ha retto. Di fronte alla decisione annunciata dalla Casa Bianca di legare la concessione dei permessi di ingresso e soggiorno degli immigrati alla cosiddetta public charge rule. Con l’obbiettivo di ridurre il numero di coloro che poveri o fisicamente incapaci vivono di sussidi pubblici.

Una modifica normativa che sarebbe dovuta entrare in vigore già ieri, martedì 15 ottobre. Ma che i magistrati hanno invece bloccato ritenendola pericolosamente discriminatoria. In particolare nei confronti dei futuri immigrati provenienti dalle aree più povere del Pianeta. Le cui domande di ingresso negli USA, in base ai nuovi criteri proposti, sarebbero state ingiustamente penalizzate rispetto a quelle dei concorrenti delle nazioni più sviluppate.

Un meccanismo che a loro parere avrebbe, alla lunga, modificato negativamente la composizione etnico-classista dell’immigrazione made in US. Riportandola a quella ante 1965 quando l’Immigration and Nationality Act aveva abolito il vecchio sistema delle quote basate sulla razza. Obiezioni che gli uomini del Presidente, ben lontani dal volersi arrendere, hanno respinto al mittente. Facendo notare, con un pizzico di malizia, che gli autori delle sentenze sono magistrati filo democratici nominati, vedi il caso, uno da Clinton e gli altri due da Obama. E, soprattutto, che l’adozione della public charge rule non è una invenzione estemporanea. Ma parte di quella riforma dell’immigrazione auspicata da Trump nel suo primo Discorso alla Nazione da Presidente. Fin qui i fatti. Per la soluzione bisognerà attendere la Corte Suprema. Oppure la decisione degli elettori che nel 2020 saranno chiamati alle urne per confermare o cambiare l’inquilino della Casa Bianca .

Contro Trump lasciano l’immigrazione per l’impeachment

Nella guerra contro Trump i democratici americani hanno, come si usa dire in questi casi, cambiato spalla al loro fucile. E per impedirne la rielezione nel 2020 hanno deciso di spostare il tiro della loro campagna elettorale dall’immigrazione, come invece avevano fatto fino ad oggi, al suo impeachment.

Una svolta difficile e sofferta che dopo molte incertezze e aspre lacerazioni interne è stata nelle ultime settimane ratificata e “benedetta” anche dai massimi esponenti del partito. Come conferma l’ultima, autorevolissima presa di posizione di quello che molti, al momento, considerano come il candidato democratico numero uno alle prossime elezioni presidenziali, l’ex vice di Obama, Joseph Biden. Che venerdì scorso in un comizio nel New Hampshire rivolgendosi ad una incredula ma elettrizzata platea di suoi simpatizzanti ha dichiarato di essere anche lui favorevole alla mozione parlamentare di messa sotto accusa del Presidente. Una decisione legittima sul piano formale ma azzardata su quello politico. Perché, come molti attenti analisti sostengono, giocando la carta dell’impeachment essi corrono il rischio di rafforzare anziché sconfiggere Trump. Perche? E’ presto detto.

In base alla costituzione USA la natura del procedimento per la messa in stato di accusa del Presidente è politica e non giudiziaria. L’impeachment non è un atto penalmente obbligato ma discrezionale. Che viene messo in atto se e solo se la maggioranza assoluta dei membri del Parlamento ritiene il Presidente colpevole di aver agito contro gli interessi del Paese mettendone a rischio la sicurezza. Norma in base alla quale, data l’attuale composizione del Congresso, per riuscire a “fare fuori” il magnate newyorchese, sarebbe necessario che un rilevante numero di senatori repubblicani (almeno 20) decidesse di abbandonare l’uomo della Casa Bianca e votare con l’opposizione.

Un’eventualità al momento tanto remota quanto improbabile. Prova ne è il fatto, ad esempio, che gli stessi esponenti repubblicani che negli ultimi giorni hanno manifestato una chiara irritazione nei confronti del magnate newyorkese per il ritiro militare dal confine siriano hanno invece continuato a tacere sulla questione al centro della sua eventuale messa in stato di accusa: l’Ukrainagate. Per questo la strada dell’impeachment, così come accadde ai repubblicani quando anni fa tentarono di usarlo per spodestare Bill Clinton, rischia di trasformarsi anche per i democratici in un boomerang. Che può, ad un tempo, rafforzare anziché indebolire la lealtà verso Trump della sua base popolare e populista. E con l’ammaina bandiera “tattico” deciso sull’immigrazione minare la preziosa, combattiva mobilitazione anti repubblicana delle tantissime minoranze etniche made in US.

Sui rifugiati l’Europa è alla mercé degli altri

Le politiche europee per il controllo delle frontiere esterne fanno acqua da tutte le parti. Non si fa in tempo a tappare un buco che se ne apre un altro. Come dimostra la dinamica in atto nei due grandi corridoi delle rotte migratorie del Mediterraneo: quello occidentale e quello orientale.

Nel primo, a guardare i dati, l’aria che si respira sembra di quiete. Dall’inizio del 2019, infatti, gli immigrati che dal Marocco hanno raggiunto la Spagna sono stati 15.600: -50% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ciò grazie agli ingenti finanziamenti (€ 60 milioni da Madrid e € 140 milioni dall’Unione Europea) che hanno “convinto” i governanti di Rabat a mettere in atto misure straordinarie per frenare la pressione migratoria dall’Africa sub-sahariana al confine marittimo spagnolo. Un’intesa che oggi funziona, ma che già domani potrebbe naufragare. Non foss’altro perché il re Mohammed VI sa benissimo che, come per altro più di una volta ha fatto in passato, può tornare a battere cassa ed alzare la posta minacciando la riapertura dei rubinetti dell’immigrazione. Secondo uno schema a suo tempo usato dalla Libia di Gheddafi. “Morocco has realised that the migration card is a very effective pressure tool” ha affermato in un’intervista a El Pais Eduard Soler, esperto di geopolitica del Maghreb del think tank catalano CIDOB.

Nel secondo, l’Egeo, soffiano invece venti di tempesta. Perché rischia di saltare l’accordo UE-Turchia che dal 2016 in cambio di €6 miliardi ha frenato il boom di migranti che attraversavano il confine turco-ellenico per trovare rifugio in Europa. È di queste ore la decisione del Sultano Recep Tayyip Erdoğan di invadere la Siria del Nord e ripopolarla, con un’operazione di pulizia etnica dei curdi che la abitano, obbligando a un trasloco forzato i rifugiati siriani in Turchia. Minacciando, se i partner UE/NATO dovessero ostacolare questo piano neo-ottomano, di cancellare l’impegno preso nel 2016 consentendo alle migliaia di profughi oggi “ospitati” di rimettersi in marcia, come nel 2015, verso i confini europei.

Morale della favola: la politica delle “pezze” non solo è un rimedio fragile e di corto respiro, inadeguata a fronteggiare l’enorme pressione migratoria dal Sud del Mediterraneo. Ma, cosa ancora più allarmante, mette l’UE alla mercé di famelici governi locali e di trafficanti di esseri umani senza scrupoli. Subisce e non governa la globalizzazione dell’immigrazione. Con il risultato, che spiega il disgusto sempre più diffuso nell’opinione pubblica del Vecchio Continente nei confronti di Bruxelles, di non riuscire a garantire né la sicurezza degli immigrati che arrivano e né quella degli autoctoni che li dovrebbero accogliere.

Lezione di tedesco sui rifugiati

La lezione che arriva dalla Germania, o meglio dalla sua regione del Baden-Württemberg, dovrebbe far riflettere un po’ tutti. Europei e non. Il Land, tra i più industrializzati del Vecchio Continente, sta infatti vincendo alla grande una sfida che altrove sembra impossibile: l’integrazione dei rifugiati. Questo che è il cuore pulsante dell'industria tedesca e la patria dei colossi automobilistici Mercedes e Porsche e delle multinazionali Bosch, SAP e BASF, ha fatto bingo puntando sul loro lavoro. Un caso unico per la Germania che nel biennio 2015-2016, nel pieno della crisi migratoria, ha accolto con grande generosità più di un milione di profughi ma che oggi fa i conti con la crescente insofferenza di molti autoctoni nei loro confronti. Come dimostra l’avanzata del partito di estrema destra Afd (Alternative für Deutschland), soprattutto nei territori orientali ex comunisti.

Un’onda nera che, invece, sembra non riguardare il Baden-Württemberg. Dove tutti i sondaggi danno l’Afd in costante calo. Proprio perché la narrazione anti-immigrati è stata sconfitta dalle buone pratiche per l’integrazione. Tanto da richiamare negli USA l’attenzione del sito giornalistico online Ozy. E che per la sua emblematicità merita di essere raccontata. La Germania, così come l’Italia, è uno dei Paesi europei più in crisi dal punto di vista demografico. L'invecchiamento della popolazione tedesca porterà, da qui ai prossimi anni, a una carenza di lavoratori stimata in oltre un milione di unità. Partendo da questo dato le autorità di Stoccarda hanno capito prima e meglio di altri l’opportunità di investire su immigrati e rifugiati. E grazie al coinvolgimento di attori pubblici, privati e Ong, sono riuscite a mettere a frutto con rara efficienza le risorse messe a disposizione dai programmi federali per l’integrazione. Organizzando, oltre ad ottimi corsi di lingua e di formazione professionale, anche interventi mirati a favore di donne, minori e individui particolarmente vulnerabili. Assicurando a tutti con il sostegno della Caritas di Stoccarda una accettabile sistemazione abitativa.

Un bacino di manodopera certificata a cui stanno attingendo sia i colossi dell’industria tedesca sia le piccole aziende. Ultima in ordine di tempo la Deutsche Bahn (le ferrovie tedesche). Che per fare fronte alla crescente mancanza di macchinisti per i suoi convogli ha messo in piedi dal mese scorso uno speciale corso di addestramento tra richiedenti asilo della regione. Che concluso il periodo di tirocinio e superato il test finale quando saliranno alla guida di una locomotiva guadagneranno 3mila euro al mese. È questo l'ultimo esempio dell'approccio out-of-the-box del Land. 30 anni dopo la caduta del muro di Berlino, il Baden-Württemberg sta dimostrando che il ruolo pubblico resta fondamentale per una giusta integrazione degli “stranieri”. Che da minaccia possono, invece, diventare una preziosa risorsa. Perché, allora, come maliziosamente si chiede Ozy, il Baden-Württemberg, che per dimensioni non supera il piccolo stato americano del Maryland, ha accolto da solo nel 2018 11.000 immigranti mentre gli Stati Uniti a livello nazionale pensano di non poterne “sopportare” più 18.000?

Vertice UE sull’immigrazione: l’incognita Visegrad

La politica, si sa, è l’arte di convincere. Soprattutto sull’immigrazione. Una disciplina in cui sono campioni i leader di Polonia, Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca, che mentre importano da mezzo mondo manodopera straniera a basso costo dicono NO a ogni accordo UE sulla gestione solidale di migranti e rifugiati. Incluso quello che si discuterà oggi e domani a Lussemburgo.

A smascherare la schizofrenia tra ultra-nazionalismo politico e super globalismo economico del quartetto di Visegrad, dopo il New York Times, stavolta è un formidabile reportage di Bloomberg Businessweek. Grazie al quale scopriamo, ad esempio, che nel 2018 l’Ungheria ha rilasciato ai cittadini non comunitari 50 mila permessi di lavoro, il doppio rispetto a quelli previsti dal Premier anti-immigrati Orban. Che di fronte a queste cifre non deve aver fatto sonni tranquilli. Perché col boom dei nuovi arrivati segnano anche un deciso cambio dei paesi da dove arrivano. Infatti mentre aumentano quelli dall’India, dal Vietnam e dalla Mongolia, crollano quelli dalle vicine Bielorussia e Ucraina. Tradotto: più immigrati meticci di varie religioni, meno bianchi cristiani. Un vero e proprio dramma esistenziale per il Primo Ministro ungherese che si è sempre presentato come il paladino iper-nazionalista di un paese autosufficiente ed etnicamente omogeneo nonostante ospiti oltre mezzo milione di stranieri su un totale di 10 milioni di abitanti.

Stessa musica negli altri paesi di Visegrad. Caso emblematico quello della Polonia che nel 2017 ha rilasciato un numero di visti per l’ingresso di lavoratori stranieri superiore a quello di qualsiasi altra nazione UE. Una domanda di manodopera dall’estero che secondo uno studio del Fondo Monetario Internazionale nel futuro prossimo venturo è, peraltro, destinata a crescere ulteriormente. Perché nei quattro ex-satelliti sovietici mentre l’economia tira, il mercato del lavoro arranca a causa dei milioni di emigrati all’estero, in maggioranza donne impiegate come colf e badanti negli Stati dell’Europa occidentale.

Indicazioni forse utili per spingere i Fab Four a un cambio di strategia. Che non significa passare dalle porte (fintamente) chiuse a quelle spalancate. Ma più semplicemente ragionare con i partner UE sul se e come costruire una efficace governance europea del fenomeno migratorio.

Dubbi su voto a 16 anni e ius culturae

L’Italia riserva ai giovani un trattamento di gran lunga peggiore di molti altri paesi. Non solo per l’enorme squilibrio materiale tra le risorse che lo Stato dedica (e spende) per il loro futuro e quelle che invece investe (e spende) a favore degli anziani. Ma anche per la superficiale approssimazione e le non piccole incongruenze che caratterizzano due nuove proposte di legge piombate rumorosamente nella nostra già infuocata situazione politico-parlamentare.

Che riguardano, nel caso della prima, l’abbassamento della soglia di età da diciotto a sedici anni del diritto di voto per i giovani italiani. Mentre la seconda propone di introdurre nella nostra legislazione il cosiddetto jus culturae. Con l’obbiettivo di dare la possibilità ai figli degli immigrati nati o arrivati in tenerissima età nel Bel Paese di diventare italiani prima di aver compiuto, come invece impone la normativa in vigore, diciotto anni. Due proposte che anche se animate dalle migliori intenzioni presentano non piccole controindicazioni.

Nel caso della prima, infatti, appare davvero singolare come si possa pensare di abbassare l’età del voto a sedici anni lasciando però inalterata a diciotto quella della maggiore età. Una contraddizione dal sapore strampalato che Mattia Feltri ha lapidariamente bollato sulla Stampa di qualche giorno fa: “se uno a sedici anni ha la testa buona per partecipare alla scelta del governo del paese, ce l’ha anche per ottenere il porto d’armi, acquistare casa, vivere da solo, come qualsiasi adulto rispondere penalmente delle sue azioni. In due parole è maggiorenne”. L’errore sta qui. Perché se si abbassa l’età “elettorale” ma non quella della maggiore età c’è il rischio che nella testa dei giovani il diritto di voto appaia di secondo livello rispetto a quelli assai ambiti ma riservati ai diciottenni della patente di guida o di un conto in banca senza l’autorizzazione di papà e mamma. Con il risultato di aggravare anziché curare il loro crescente disinteresse per le urne.

Per quanto riguarda invece lo jus culturae va detto che rischia di produrre pericolose contraddizioni e diseguaglianze nelle loro famiglie, indebolendo l’obiettivo che si propone: mettere fine alla disparità di trattamento che sulla cittadinanza l’Italia, unico caso in Europa, continua a riservare ai figli degli immigrati. Infatti in base a questo nuovo diritto si potrebbe dare il caso che diventino italiani i figli ma non i genitori. Oppure che tra due fratelli l’acquisizione della cittadinanza sia consentita a quello “studioso” e sia invece negata all’altro solo perché ama poco i banchi di scuola. Con il risultato di costringerlo a sentirsi straniero anche tra le mura di casa. Queste due controindicazioni, aggiunte ad altre di cui ci occuperemo in prossimo articolo, meritano di essere prese in seria, serissima considerazione. Non fosse altro perché su una materia scottante e delicata com’è quella della riforma della cittadinanza le approssimazioni sono vivamente sconsigliate.

Sull’asilo una lezione dall’Africa

Sembra assurdo ma è vero. Mentre l’Europa chiacchiera, l’Africa comincia, per quel che può, a fare la sua parte nell’emergenza umanitaria in Libia. Pochi giorni fa un primo gruppo di eritrei, somali e sudanesi è stato, infatti, evacuato dai centri di detenzione libici in Ruanda. Sono i primi a beneficiare del meccanismo di transito di emergenza, concordato, istituito e finanziato dal governo ruandese, dall’UNHCR e dall’Unione Africana. Al loro arrivo nel paese dalle mille colline, teatro nel 1994 di una guerra civile con quasi 1 milione di vittime, hanno ottenuto un documento d’identità, lo status di richiedenti asilo, vitto, alloggio, assistenza sanitaria gratuiti e l’accesso a un sofisticato programma di formazione e inserimento lavorativo.

Il loro prossimo futuro dipenderà dalla risposta che i funzionari UNHCR daranno alle rispettive domande di protezione internazionale ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951. Le opzioni sono due.

La prima: in caso di esito positivo con lo status rifugiato avranno il diritto di rifarsi una nuova vita in Ruanda.

La seconda: se, invece, l’esito è negativo, saranno assistiti per fare ritorno nel paese di origine. Oppure in base alla richiesta di manodopera del mercato locale, avranno la possibilità di regolarizzare la propria condizione giuridica in Ruanda.

Un’operazione senza precedenti anche se non è la prima volta dal crollo del regime di Gheddafi che uno stato africano offre assistenza alle vittime della crisi libica. Lo aveva fatto e continua a farlo dal gennaio 2018 il governo nigeriano, ma solo nei confronti dei suoi cittadini.  Da quella data, infatti, la Nigeria, il più grande trampolino di lancio di immigrati illegali verso le nostre coste, è impegnata a evacuare i nigeriani bloccati nei centri di detenzione libici. I diplomatici del paese hanno identificato cinquemila connazionali, di cui oltre mille sono stati già rimpatriati via area. Il governo del primo paese africano e settimo al mondo per densità demografica (186 milioni di abitanti) ha precisato che la missione è a tempo indeterminato e i voli continueranno fino quando ci saranno nigeriani sul territorio libico disponibili a tornare a casa.

Le sia pur nobili iniziative dell’esecutivo ruandese e nigeriano sono una goccia nel mare di problemi del nostro dirimpettaio libico. Rappresentano, tuttavia, un gigantesco segnale di maturità e autonomia politica che l’Unione Europea dovrebbe cogliere. Perché trattare gli stati africani da adulti, e non da eterni adolescenti da assistere e mantenere, conviene. Significa contare su nuovi partner per elaborare strategie di lungo respiro in materia di gestione dei flussi migratori ed altro: Pechino docet.

Storico calo degli immigrati negli USA

Brusca frenata dell’immigrazione USA. Nel 2018, infatti, cosa mai avvenuta negli ultimi dieci anni, il numero degli immigrati arrivati sul suolo americano è stato inferiore a quello registrato nei dodici mesi precedenti. Con una riduzione percentuale di oltre il 70%. Equivalente, secondo i calcoli resi noti giovedì scorso dal Census Bureau’s American Community Survey , ad un “taglio” in termini assoluti di oltre 200mila unità.

Uno stop degli arrivi che oltre ad interrompere un trend caratterizzato in passato da un costante, significativo aumento, è stato pari, per dimensioni, solo a quello registrato nel lontano 2008. Quando a causa della grave crisi dell’economia statunitense, innescata dal colossale fallimento finanziario della Lehman Brothers, molti immigrati avevano ritenuto più conveniente non muoversi da casa rinviando a tempi migliori il loro viaggio al Norte. Ma il calo negli arrivi di oggi ha cause e ragioni assai diverse, anzi opposte, a quelle di ieri. Visto che il mercato del lavoro statunitense, sull’onda di una floridissima condizione della produzione e dell’economia, non è in recessione come allora bensì in costante, fortissima espansione. E le imprese sono alla disperata ricerca di nuove forze di lavoro che solo l’immigrazione è in grado di fornire. Il punto sta qui. Perché il calo delle presenze immigrate sul totale della popolazione americana descritto all’inizio non ha ragioni economiche ma politiche. In particolare due.

La prima: Trump con il giro di vite messo in essere e la violenta retorica del suo linguaggio ha lanciato verso le comunità immigrate un segnale che definire disincentivante è poco. Che il tam-tam dell’informazione inviata dalle numerose diaspore presenti nel paese a stelle e a strisce ai propri connazionali si è trasformato in un messaggio tanto semplice quanto chiaro: non venite perché qui non vi vogliono.

La seconda: la Casa Bianca con l’arrivo del taycoon newyorkese ha colpito al cuore, prosciugandola, la seconda principale fonte della nuova immigrazione americana, quella dei resetteled refugee. Che preceduti solo dai  ricongiungimenti familiari hanno per quasi mezzo secoli assicurato nella popolazione americana il costante aumento della sua componente foreign. Infatti mettendo fine ad una prassi in essere dal 1980 la nuova amministrazione repubblicana ha drasticamente ridotto il numero degli stranieri accolti in base all’American Refugee Act. Che dai 110mila dell’ultimo anno della presidenza Obama sono stati ridotti nel 2017-18 a 33mila e con l’ordine esecutivo firmato la scorsa settimana ad appena 18mila. Poco più di niente. Tenuto conto che l’America nell’arco degli ultimi quaranta anni ha accolto tre dei quattro milioni di rifugiati sparsi nel mondo.