Sull’immigrazione ci vuole una Bad Godesberg

In Occidente l’immigrazione ha messo politicamente in ginocchio i progressisti. E’ su questo tema, infatti, che i loro partiti, nessuno escluso, pur tanto diversi per storia, cultura e forma organizzativa, stanno pagando, sia in Europa che in America, un prezzo altissimo in termini di consenso e di ascolto nelle rispettive opinioni pubbliche.

Una paralisi politico strategica resa ancor più grave dal fatto che essi, con una pervicacia degna di miglior causa, invece di farsi carico continuano a bollare come un errore l’ostilità di tanti cittadini nei confronti dell’immigrazione. Cosa che, con loro grave danno, anziché contrastare rafforza la montante marea della controrivoluzione populista. Consentendole di aver buon gioco nel contrapporre le paure e le ansie dei ceti economicamente e culturalmente meno protetti della società ed il cosmopolitismo pro-immigrazione dei suoi settori liberal.

Una divaricazione che per i partiti progressisti rischia però di essere senza ritorno. Perché rompe l’alleanza tra forze e ceti sociali diversi che per decenni ne avevano rappresentato il blocco storico di riferimento. Basta leggere, al riguardo, le pagine di “Fear, Hope and Loss”. La splendida inchiesta sulle ragioni della Brexit pubblicata mesi addietro dalla Hope not hate Charitable Trust di Londra. Che nelle ultime righe del suo rapporto conclusivo scriveva riguardo all’immigrazione: “molte delle aree individuate dal nostro rapporto come le più ostili appartengono per la stragrande maggioranza a comunità di classe operaia di antica fede laburista…Ma anche tra le aree più liberal il tasso di adesione al laburismo risulta assai elevato. Una contrapposizione che per il partito laburista è tanto difficile conciliare quanto riuscire a quadrare un cerchio”.

Stando così le cose c’è solo da sperare che i partiti progressisti mettano presto mano ad una radicale revisione della sventurata politica fin qui condotta sull’immigrazione. Ed evitare che i suoi frutti preziosi anziché arricchire continuino ad avvelenare le nostre società.

Gli immigrati che preferiscono l’Africa all’Europa

La stragrande maggioranza degli immigrati africani (8 su 10) è in fuga non in Europa ma all’interno del Continente nero. E nel futuro prossimo venturo il trend è al rialzo. Non solo perché, com’è noto, per motivi economici e logistici è più semplice cercare lavoro o protezione umanitaria nei paesi limitrofi anziché nel Vecchio Continente. Ma anche in ragione del fatto che alcuni paesi dell’Africa, spesso descritti come un coacervo di prolifici affamati pronti a invadere l’Occidente, grazie a una relativa, costante crescita economica sono, invece, vere e proprie mete di immigrazione.

È questo il caso, solo per fare un esempio, della Costa d’Avorio. Che come ha di recente dimostrato una dettagliatissima inchiesta di Le Monde, con un tasso di crescita annuo dell’8% e livelli di disoccupazione inferiori al 6% ha attirato dagli Stati confinanti un fiume di manodopera. Il 40% dei suoi attuali 24 milioni di abitanti è o ha, infatti, origine immigrata. Impiegati per lo più nella coltivazione di caffè, olio di palma ma soprattutto delle preziosissime (qualità senza pari) e ambitissime (dalle multinazionali del cioccolato) fave di cacao di cui è il principale esportatore mondiale.

E come in tutti i poli migratori internazionali che si rispettino, la bassa manovalanza straniera (in maggioranza dal Burkina Faso) è tanto richiesta dall’economia quanto indigesta per la società. Tant’è che anche da quelle parti, come da noi, i sostenitori del Prima gli ivoriani non mancano. Anzi, aumentano. Anche perché, come spiega il sociologo Sosthène Koffi (uno dei massimi conoscitori del mondo rurale ivoriano), alla base dei pregiudizi che i vecchi residenti hanno verso i nuovi arrivati ci sono incomprensioni ed errate percezioni che per quanto banali se non sanate rischiano di moltiplicarsi. Molti anziani doc dei piccoli villaggi, ad esempio, non sopportano l’arroganza dei giovanissimi lavoratori immigrati che con le mote acquistate coi primi risparmi scorrazzano a destra e a manca indifferenti alla vita sociale della comunità che li ha accolti.

Un clash tra indigeni e immigrati che, peraltro, non è una novità di oggi. Tant’è che per coniugare pax sociale e bisogni economici, nel 1998 il governo di Abidjan fu costretto ad approvare una legge in base alla quale solo ed esclusivamente gli autoctoni ivoriani potevano vantare la proprietà di terreni agricoli nel paese. Un diktat rafforzato dalla nuova Costituzione del 2016 secondo cui soltanto lo Stato, società pubbliche o cittadini ivoriani doc possono acquistare appezzamenti di terra. Passare dalle parole ai fatti non è tuttavia semplice. Non solo per l’instabilità politica di un paese spaccato in due tra il ricco e fertile Sud e il più povero Nord. Ma soprattutto perché in una terra dalla lunghissima tradizione migratoria (oltre ai discendenti dei coloni francesi ci sono anche importanti comunità libanesi e siriane), stabilire come e chi è ivoriano doc più che difficile risulta impossibile.

Dopo La Valletta il Viminale chiede regole per le Ong

Sulle navi delle Ong nel Mediterraneo la Ministra dell’Interno Luciana Lamorgese torna alla linea Minniti. Infatti, ieri a Bruxelles si è fatta latrice della necessità di una qualche forma di regolamentazione delle imbarcazioni private che nel Mare Nostrum realizzano operazioni di ricerca e soccorso degli immigrati.

La proposta, che ricorda da vicino il codice di condotta per le Ong voluto dall’ex Ministro del PD nell’estate del 2017, mira a imporre ai natanti che operano in mare più regole e sicurezza, per l’equipaggio e per gli immigrati messi in salvo. Con una maggiore responsabilizzazione degli Stati di cui le imbarcazioni del volontariato battono bandiera, che spesso vengono meno agli obblighi derivanti dal diritto internazionale.

Il Lamorgese-Minniti pensiero è chiaro. Per non subire l’immigrazione, bisogna governarla. Per governarla servono ordine e regole per tutti i soggetti coinvolti. L’alternativa, come accade ormai da anni, è lasciare che nella lingua d’acqua che separa l’Africa dalla Sicilia, regni il caos, trasformando in una vera e propria roulette, con la criminalità a fare da croupier, il diritto dei rifugiati a chiedere asilo e il diritto degli Stati al respingimento degli immigrati illegali.

Propositi, forse, di buon senso che, tuttavia, trovano scarsissimi consensi non solo tra buona parte della destra, ma anche della sinistra, che ha persino rinnegato l’eredità di Minniti. La prima, sempre più impregnata di nazional-sovranismo, propone di serrare le frontiere della fortezza Europa. La seconda, in nome e per conto del diritto umanitario, chiede e pretende di aprire porti e braccia per accogliere i nuovi arrivati.

In mezzo, fra queste due ali estreme, non c’è spazio. È questa l’aria che tira in Italia e nel resto del Vecchio Continente. Ideale per far naufragrare la proposta della nostra Ministra. Non resta, per chi scrive, la speranza di essere smentito.

ll Mediterraneo nuovo centro della crisi mondiale

Maurice Aymard, massimo esperto mondiale di geopolitica del Mediterraneo, allievo di Fernand Braudel, spiega ai lettori di West come e perché quello che i romani definivano Mare Nostrum si è globalizzato, diventando il nuovo centro della crisi mondiale. 

Perché lei sostiene che il Mediterraneo da Mare Nostrum è diventato globale, un moltiplicatore di instabilità?

Prima di rispondere è utile fare qualche passo indietro nella storia. Ricordando, per esempio, che il Mediterraneo fu ribattezzato Mare Nostrum dai Romani a suggello del loro dominio. Che divenne pressoché assoluto dopo la sottomissione delle colonie greche dell’Italia meridionale; l’annientamento della talassocrazia punica dell’Africa del Nord; della penisola iberica e, uno dopo l’altro, dei vari regni ellenistici del Mediterraneo orientale. Roma divenne così potenza unica in grado di avere in pugno, per due-tre secoli, il bacino mediterraneo. Sia marittimo che costiero. Ma dalla seconda metà del II secolo dopo Cristo fino alla caduta dell’impero romano d’Occidente le frontiere del Reno e del Danubio cominciarono ad essere sistematicamente attraversate da popolazioni europee nord orientali e dell’Asia centro-settentrionale. Le prime scalzarono il potere di Roma dalla penisola iberica con i Visigoti e da quello nord africano con i Vandali. E, al contempo, l’Impero d’Oriente accettò l’arrivo e poi l’insediamento degli slavi nella penisola balcanica e dei turchi in Anatolia. Invasioni a flusso continuo che in Europa finirono per esaurirsi alla fine del primo millennio e che, invece, in Asia minore proseguirono ancora a lungo. A guardar bene, dunque, il Mediterraneo ha conosciuto tre secoli di stabilità e di calma (spesso solo apparenti) di pax romana e sette/otto di instabilità permanente. Che determinarono una serie di cambiamenti irreversibili sul piano etnico e linguistico. Che le istituzioni eredi di Roma hanno cercato di fronteggiare in due modi. Da una parte concedendo quanto potevano e dall’altra facendo muro con l’unica arma di cui disponevano: la cristianizzazione. Finendo però per lasciare mano libera all’Islam di mettere radici e conquistare irreversibilmente i paesi rivieraschi del Mediterraneo meridionale. Passando dalla storia di ieri a quella contemporanea dobbiamo prestare attenzione alla grande svolta intervenuta nelle migrazioni mediterranee tra la fine del ‘900 e i primi anni del 2000. Quando dopo un secolo e mezzo cessò la grande ondata migratoria euro mediterranea transoceanica e il Mediterraneo divenne il centro di una nuova catena migratoria. Fatta da migranti che non vengono più, così come fino allora avvenuto, solo dalle sue “periferie”nord africane, come il Marocco o l’Algeria, ma dall’Africa sub sahariana. Non più solo dal Medio Oriente ma dall’Asia. Oggi la circolazione degli uomini da una sponda all’altra non si limita più ai popoli dell’antico circondario. Ma si è allargata assumendo dimensioni mondiali. Insomma, c’è stata una dilatazione del Mediterraneo che ha superato la fascia costiera per arrivare al ventre dell’Africa e dell’Estremo Oriente. Un fenomeno di dimensioni intercontinentali, mondiale. Caratterizzato dalla nascita di un nuovo sistema di reti, informali e spesso illegali, atte a canalizzare questo nuovo tipo di mobilità. Che rappresenta un fattore di crisi per le amministrazioni pubbliche, disarmate di fronte a dei flussi che non possono controllare, limitare, né tanto meno bloccare: la proibizione è sempre il migliore incentivo al contrabbando. Ai governi non resta altro che, come si dice, fare buon viso a cattivo gioco. Non fosse altro perché l’invecchiamento della popolazione europea necessità degli immigrati per finanziare le pensioni dei suoi anziani. Una situazione che se anche molto difficile, con un pizzico di fantasia e di coraggio non è impossibile da gestire.
Mentre il Mediterraneo si globalizza, l’Europa tende a chiudersi in se stessa. Non crede che lo scontro tra sovranisti e non rischia di trasformare il Vecchio Continente nella periferia del mondo?

Tutti i paesi dell’Europa occidentale prima, meridionale dopo, e orientale (dopo la caduta della cortina di ferro) hanno « bruciato » le loro riserve di mano d’opera rurale per alimentare la crescita delle loro economie, del loro mercato interno, delle loro città. Hanno bisogno di lavoratori immigrati come avevano bisogno (e lo gridavano in piazza quindici anni fa) di badanti e occuparsi dei loro anziani. Ma elaborare e, soprattutto, fare accettare alle pubbliche opinioni nazionali politiche all’altezza di queste sfide richiede tempi lunghi e grandi capacità di convincimento. E grandi doti di gestione da parte delle amministrazioni. Non si tratta di fare miracoli ma di utilizzare, al meglio, gli spazi di manovra disponibili per fronteggiare la grande complessità dei fattori in gioco.

Gli immigrati che attraversano il Mediterraneo per arrivare in Europa, sono i più poveri tra i poveri e in fuga da guerre oppure sono la conseguenza della crescita economica e di quei profondi cambiamenti che attraversano l’Africa del XXI secolo?

Non sono mai gli ultra-poveri che migrano. Migrare ha un costo (umano e anche finanziario), e rappresenta un investimento, che mobilita le risorse e gli appoggi delle famiglie allargate. Mentre la crescita demografica della Cina si fermerà nel 2040-50, l’aumento della popolazione mondiale nella seconda metà del nostro secolo si concentrerà sull’Africa sub-sahariana che deve colmare un enorme ritardo accumulato nel corso dei secoli, e vedrà anche aumentare fortemente la percentuale della sua popolazione urbana. Non dobbiamo dimenticare che, malgrado tutti i discorsi politici ostili ai nuovi arrivi, le migrazioni significano sempre un trasferimento di ricchezze dai paesi di partenza che hanno prodotto ed educato i loro migranti, verso i paesi d’arrivo che potranno raccogliere il frutto del loro lavoro durante i decenni della loro vita adulta.

Com’è possibile rilanciare l’immagine dell’Europa? Si potrebbe, ad esempio, scommettere sulla comunitarizzazione delle politiche migratorie come avvenne con la moneta unica?

La comunitarizzazione dell’immigrazione è il vero, più efficace modo per mettere a tacere i nemici degli immigrati. Così com’è vero che non si possono vendere favole e non ricordare che i migrati finiranno per andare là dove vogliono. E che le decisioni prese dall’alto possono rallentare e, talvolta, anche bloccare, temporaneamente, i flussi d’arrivo. Ma, come la storia insegna, saranno sempre gli “ospiti” a decidere dove e da chi farsi ospitare. In fondo, forse, è meglio così.

A cent’anni dalla grande deportazione made in US

Cento anni fa l’immigrazione americana conobbe un evento che l’avrebbe segnata per lunghi decenni. In una gelida notte di dicembre del 1919, infatti, al culmine di un crescendo paranoico contro l’invasione straniera il governo degli Stati Uniti mise in atto la più massiccia espulsione di massa di immigrati della sua storia. Accusati dopo sommari processi di sabotaggio, sovversivismo e terrorismo centinaia di immigrati italiani, tedeschi ed ebrei esteuropei, in maggioranza attivisti sindacalisti e anarchici, scortati da un imponente schieramento di forze dell’ordine vennero trasferiti incatenati e mal vestiti sull’isola newyorkese di Ellis Island. E dopo poche ore imbarcati su una nave militare che li avrebbe rimpatriati.

Un’operazione in grande stile ma, soprattutto, altamente simbolica. Visto che il luogo prescelto per la sua esecuzione era proprio quello che per anni aveva invece rappresentato la più importante porta di ingresso nella “terra promessa” americana per milioni di famiglie provenienti dall’Europa meridionale e dalle regioni dell’ex impero austriaco. Una tipologia di immigrati poveri e ribelli che l’America bianca e protestante non capiva e disprezzava.

Al punto da spingere anche un grande, raffinato scrittore come Henry James a parlarne come di “small strangers animals...snakes or worms”. E che l’establishment conservatore statunitense, terrorizzato dall’arrivo al potere a Mosca dei bolscevichi di Lenin, considerava come gli agit prop di una oscura , minacciosa rivoluzione sociale del sistema. Che per essere salvato imponeva, accanto ad una preventiva operazione di repressione politica, la strenua difesa della tradizionale composizione demografica del paese. Bloccando l’arrivo di immigrati etnicamente e culturalmente ad essa inconciliabili.

Un’operazione che Albert Johnson, noto anti semita e viscerale nemico degli immigrati allora capo dell’House Committe on Immigration guidò con successo e senza andare per il sottile. Nel 1924, infatti, con il varo del Johnson-Reed Act l’America “to preserve the ideal of US homogeneity” introdusse un sistema di quote che fino al 1965, anno in cui venne abolito, oltre al bando totale degli immigrati asiatici ridusse a poco più di niente l’arrivo di quelli italiani, greci, polacchi e slavi. Senza dimenticare gli ebrei che sfuggiti ai nazisti a bordo del Saint Louis giunti ad un passo dalla salvezza furono costretti dalla ottusa brutalità di questa legge a riattraversare l’oceano e morire nei campi di concentramento hitleriani.

Serpeggia il malcontento tra gli uomini dell’Immigration USA

Non è ancora una rivolta, ma poco ci manca. Di giorno in giorno, infatti, negli USA si fa sempre più forte il malessere e lo scontento tra funzionari federali incaricati della gestione delle domande di asilo. La causa? Il programma “Remain in Mexico” in base al quale gli immigrati centroamericani debbono essere “rispediti” oltre confine in attesa che i giudici statunitensi decidano in merito alle loro richieste. Il primo ad uscire allo scoperto è stato nei giorni scorsi Doug Stephens, un funzionario californiano che ha rassegnato le dimissioni in aperta polemica con una politica da lui definita “contraria alla morale del Paese e agli obblighi legali nazionali e internazionali”. In una intervista al Los Angeles Times ha spiegato che il programma imposto da Trump al presidente messicano Obrador mette sistematicamente a rischio la vita e l’incolumità dei profughi. Un atto di sfida all’apparenza isolato visto che secondo il portavoce del sindacato che rappresenta i 13.000 funzionari pubblici che prestano servizio presso gli uffici per l’immigrazione, oltre alla sua non si registrano altre dimissioni.

Ma la situazione appare meno tranquilla di quella descritta dalle autorità. Molte fonti di stampa, infatti, sostengono che negli ultimi mesi si sono moltiplicati i casi di funzionari addetti alle domande d’asilo che hanno chiesto il trasferimento o il pensionamento anticipato. E che queste scelte nasconderebbero una forma di ribellione alle politiche volute dalla Casa Bianca. Vale la pena ricordare che a giugno scorso il sindacato dei funzionari pubblici aveva impugnato davanti alla nona Corte d’Appello il programma “Remain in Mexico”. Denunciando l’amministrazione colpevole di imporre ai propri dipendenti la violazione di leggi federali e internazionali e di rinnegare il giuramento fatto sulla Costituzione di difendere “i deboli dalle persecuzioni”. Nell’attesa del pronunciamento dei giudici, gli impiegati governativi hanno scelto la via della protesta silenziosa. Che le dimissioni di Doug Stephens hanno fatto assurgere agli onori della cronaca.

La verità è che gli immigrati irregolari rispediti in Messico sono vittime di stupri, rapimenti e violenze di ogni genere. Eppure negli ultimi mesi quasi 60mila aspiranti rifugiati sono stati “delocalizzati” nell’inferno messicano ben conosciuto dalle autorità statunitensi. Prova ne è il fatto che il Dipartimento di Stato sconsiglia ai propri cittadini di recarsi nello Stato di Tamaulipas perché pericoloso tanto quanto la Siria e l’Iraq. Impossibile però squarciare questo velo di ipocrisia. Anche se, lontano da microfoni e telecamere, funzionari della Sicurezza nazionale riconoscono che il programma è stato ideato in vista delle elezioni presidenziali con l’obbiettivo di “alleggerire” la pressione dei richiedenti asilo al confine meridionale del paese.

Convenzione di Dublino: forse ci siamo

In Europa sull’immigrazione si comincia, forse, a ragionare. Secondo indiscrezioni di stampa, infatti, una innovativa proposta di riforma della Convenzione di Dublino delineata in una bozza di documento elaborata dal governo tedesco dovrebbe essere discussa tra i 28 Ministri dell’Interno UE il prossimo 2 dicembre a Bruxelles. Stando ai rumors che circolano con insistenza nelle ultime ore il testo prevederebbe, superando l’attuale regola del paese di primo ingresso, l’obbligo di ridistribuire pro-quota tra gli Stati membri non solo i richiedenti asilo arrivati nei paesi di frontiera come l’Italia, ma anche gli immigrati illegali da rimpatriare.

Si tratterebbe di una prima assoluta. L’ipotesi di condividere a livello europeo l’onere dei rimpatri fino a oggi, infatti, non era mai stata neanche lontanamente ventilata. Parlarne è già una buona notizia. Un vero e proprio salto di qualità nel tentativo di promuovere una governance comune del fenomeno migratorio.

Tuttavia viene da chiedersi se in passato la ripartizione a livello europeo dei richiedenti asilo non ha funzionato, perché dovrebbe funzionare quella degli immigrati illegali da rimpatriare?

La domanda è quantomeno lecita. Soprattutto se prendiamo per buoni i suddetti boatos, in base ai quali la riforma made in Germany della Convenzione di Dublino prevedrebbe che una primissima, anche se non definitiva, valutazione delle domande di asilo avvenga in collaborazione con Frontex al momento dell’approdo. In caso di manifesta inammissibilità della richiesta di protezione, il migrante va rimpatriato col supporto della polizia di frontiera UE. Diversamente verrà redistribuito tra i 28 ai quali spetterà l’onere di una valutazione definitiva della domanda di asilo e, in caso di bocciatura, del conseguente rimpatrio.

Il problema sta tutto qua. Perché, proprio come accade oggi, anche con la nuova riforma la partita principale si giocherebbe, come abbiamo visto, sempre e comunque nello Stato di primo approdo, costretto a farsi carico di una difficile e complicata scrematura tra un eterogeneo esercito di nuovi arrivati, fra i quali separare il vero dal falso richiedente asilo è impresa ardua. Se non impossibile, quantomeno in tempi ristretti.

Come uscire da questo cul de sac?

Lo abbiamo già scritto, ma, forse, repetita iuvant. Si potrebbe, ad esempio, rilanciare la proposta avanzata trent’anni fa da uno dei massimi esperti internazionali in materia, il Prof. James Hathaway. Secondo il quale per allentare la pressione migratoria sugli stati di frontiera ed evitare che per arrivare a destinazione gli immigrati economici illegali sfruttino come cavalli di Troia i richiedenti asilo in fuga da guerre e persecuzioni, è cruciale distinguere il luogo di identificazione dei nuovi arrivati da quello di accoglienza. Questo nel caso europeo, che vuol dire?

Dall’Indiana alla Casa Bianca

Manca ormai meno di un anno a martedì 5 novembre 2020. Giorno in cui gli americani saranno chiamati a decidere con il loro voto se confermare o sostituire Trump alla Casa Bianca. Una alternativa sul cui esito molti ritengono, al momento, difficile se non impossibile fare anticipazioni. Soprattutto in ragione del fatto che in politica gli 11 mesi e 13 giorni mancanti al D-day equivalgono ad una eternità.

Detto ciò e pur a rischio di una sonora smentita prevediamo che i democratici, al netto di come andrà a finire la vicenda dell’impeachment, solo puntando su un volto nuovo come quello di Pete Buttigieg possono sperare di battere nelle urne Trump. Infatti colui che fino a ieri era solo l’ottimo sindaco di South Bend, remota città dell’ancor più remoto stato dell’Indiana, ha dalla sua, per età (37 anni), cultura e professionalità le “diversità” (è il primo ed unico politico Usa dichiaratamente gay) richieste per produrre quello che in politica viene gergalmente definito come lo “spariglio”.

Un cambiamento della dinamica politico-elettorale necessario per evitare che a novembre 2020 Trump, duplicando la vittoria del 2016, abbia garantita la rielezione. Cosa difficile ma non impossibile. A patto di convincere quella parte dell’elettorato americano intermedio che pur non approvando il modo di fare del Presidente preferisce l’astensione alla verbosità radicale professata dall’attuale nomenclatura democratica. In particolare per quanto riguarda l’immigrazione. Tema sul quale Pete Buttigieg, forse reso edotto dagli errori commessi dalla Clinton nella sua avventata campagna elettorale, ha sempre sostenuto la necessità di dare concrete risposte e non snobistiche condanne alle paure radicate in larghi settori della pubblica opinione.

Una posizione, la sua, resa ancora più convincente dal fatto di essere propugnata da un politico proveniente da una regione prevalentemente rurale e con una popolazione al 90% bianca. Tipologia demografica sulla quale, come è noto, il messaggio sovranista del magnate newyorkese ha molta presa. Detto tutto questo resta però l’interrogativo: riuscirà il partito dell’asinello ad avere la forza, l’unità e la fortuna di indicare l’uomo del Corn Belt (la zona del mais) come lo sfidante di Trump?

Questi dati spiegano Brexit e Trump

La metà dei quasi 5 milioni di immigrati unauthorized giunti in Europa è finita in due soli Paesi: Germania e Gran Bretagna. Un rigoroso studio del Pew Research Center, think tank statunitense con sede a Washington, stima che con circa 1,2 milioni a testa i due Stati detengono il triste primato del più alto numero di clandestini di tutta l’Unione europea, che in totale ne conta 4,8 milioni.

Emblematico il caso britannico. Qui l’esercito dei sans papier è raddoppiato nell’arco di un decennio. La maggior parte degli immigrati irregolari è costituita da residenti di lungo periodo, più della metà vive illegalmente nel Regno Unito da più di cinque anni e oltre un terzo da più di dieci anni. La stima arriva dopo lo choc causato dalla scoperta dei 39 cadaveri di migranti vietnamiti rinvenuti all’interno di un container qualche settimana fa. Una strage che ha squarciato il velo d’ipocrisia sul contrabbando di esseri umani particolarmente fiorente sulla rotta della Manica. Ed esploso negli ultimi tempi, con l’avvicinarsi della Brexit. Come dimostra anche il record di attraversamenti del Canale a bordo di piccole imbarcazioni: più di mille le persone che quest’anno da Calais sono giunte a Dover. Ma la ricerca mostra poi un altro dato che potrebbe irrompere nella battaglia elettorale al momento tutta incentrata sul “pasticcio” Brexit. Poiché in alcuni Stati europei gli immigrati clandestini che chiedono asilo ottengono un riconoscimento legale temporaneo, questo fa sì che parte degli unauthorized escano dal conteggio ufficiale. Per questo motivo in Germania gli irregolari veri e propri da 1,2 milioni scendono a 700mila, lasciando alla Gran Bretagna, che nel suo ordinamento non contempla permessi temporanei, la leadership del Paese con il più alto numero di clandestini d’Europa. Un primato che non potrà non avere ripercussioni sulle prossime elezioni, visto che secondo un recente sondaggio il 77% degli elettori britannici considera l’immigrazione clandestina il problema più grave che affligge il Paese.

Un’opinione diffusa un po’ in tutta Europa, Germania compresa dove l’avanzata dell’ultradestra xenofoba ha fatto scattare più di un campanello d’allarme. E costretto Frau Merkel a rivedere la generosa politica delle frontiere aperte, dopo aver accolto più di 1 milione di profughi siriani nel pieno della crisi del 2015-2016. Infatti non è un caso se il numero degli immigrati irregolari presenti sul territorio tedesco è praticamente raddoppiato tra il 2014 e il 2017. Anche se va sottolineato che il 32% dei sans papier proviene da Paesi europei extra Ue. Il terzo e quarto posto in classifica spettano a Italia e Francia rispettivamente con 700mila e 400mila clandestini. I quattro Paesi in testa alla classifica da soli accolgono il 70% di tutti gli immigrati irregolari presenti nell’Ue e nell’Efta (l’Associazione europea di libero scambio che comprende Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera). E comunque, sottolinea la ricerca Pew Research Center, nonostante le migrazioni verso l’Europa negli ultimi 5 anni siano notevolmente aumentate, gli attuali 4,8 milioni di irregolari rappresentano meno dell'1% della popolazione totale che conta 500 milioni di persone. Numeri risibili se confrontati con i dati degli Stati Uniti, dove su circa 325 milioni di abitanti i clandestini sono quasi 11 milioni, il 3% della popolazione. Numeri che aiutano a capire le dinamiche politiche degli ultimi anni. E perché Brexit e Trump non sono scherzi della storia.

L’economia italiana stagna, le rimesse aumentano

L’economia italiana stagna, ma quella sommersa va a gonfie vele. Soprattutto grazie al plus valore che gli imprenditori (autoctoni e non) ottengono dallo sfruttamento a basso prezzo della manodopera straniera irregolare e poco qualificata.

Solo così si spiega l’apparente anomalia di un’Italia a crescita zero, disoccupazione alle stelle, ma con un clamoroso boom di rimesse che gli immigrati inviano nei paesi di origine. Secondo Banca d’Italia, infatti, nel 2018 il flusso di denaro che la popolazione straniera residente, legalmente e non, nella Penisola ha inviato a casa è salito a €5,8 miliardi (+17% rispetto al 2017). E nella prima metà del 2019 segna già un ulteriore +2%.

Insomma è come se vivessimo su un iceberg: c’è poco sopra e moltissimo sotto. Ed è proprio negli abissi del macro-mondo economico italiano che gli invisibili, cioè gli immigrati irregolari impiegati in nero, hanno un ruolo cruciale. Per la semplice ragione che in un sistema produttivo che sembra non volere saperne di innovazione e nuove tecnologia, buona parte del profitto è assicurato dalla “spremitura” della bassa manovalanza.

Questo spiega perché i business men nostrani siano tra i principali azionisti della robustissima e trasversale lobby pro-immigrazione in Italia. Che negli ultimi due anni, per una singolare eterogenesi dei fini, sembra aver tratto vantaggio proprio dall’arcigno sovranismo della politica sull’immigrazione dell’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini. Perché la sua decisione di abolire il permesso di soggiorno umanitario che ha trasformato in clandestini i tantissimi che ne erano in possesso (senza però preoccuparsi di rimpatriarli) ha ingrossato le fila delle braccia straniere a disposizione del mercato nero della manodopera. Una verità confermata dal fatto che la top list delle nazioni destinatarie delle rimesse inviate dall’Italia nel 2018/2019 coincide con quella da cui proviene il maggior numero di richiedenti asilo.

Allo stato dei fatti viene dunque il sospetto che gli immigrati di cui, come da tante parti si sostiene, l’economia italiana avrebbe oggi disperato bisogno sono, in maggioranza, quelli richiesti dalla nostra floridissima economia sommersa: dequalificati,  irregolari e sotto pagati. Una verità confermata amaramente dal fatto che la leadership europea dell’industria del pomodoro è appannaggio dei grigi Paesi Bassi anziché di quelli assolati del Bel Paese. Visto che nei primi la produzione è di 144 mila tonnellate di pomodori ogni 260 ettari: dieci volte maggiore di quella “nostrana”. La formula del loro successo? Immigrati stagionali regolari, niente lavoro in nero e costante innovazione nei mezzi di produzione. .