Usa: uno strano silenzio sull’immigrazione

L’immigrazione sembra scomparsa dal dibattito politico americano. Una novità che richiede una spiegazione vista la durezza con cui proprio su questo tema l’opposizione democratica aveva fino a poche settimane fa attaccato Trump e il giro di vite alle frontiere imposto senza andare per il sottile dalla sua amministrazione. Un cambiamento improvviso di cui, al momento, le ragioni più plausibili sembrano essere due.

La prima è che la strategia del Presidente, al netto di non pochi né piccoli strappi, sembra essere riuscita a raggiungere l’obbiettivo prefisso. Visto che non solo la situazione al confine meridionale con il Messico sembra oggi più calma e, forse, anche sotto controllo rispetto al caos dilagante dei mesi scorsi. Ma soprattutto perché sembra essere riuscita, a differenza di quanto sperato dai democratici, a convincere persino i settori più scettici della pubblica opinione se non della sua bontà certo della sua necessità.

La seconda, invece, affonda le sue radici nel dibattito interno al partito dell’asinello. Nel quale, in vista delle difficilissime elezioni presidenziali del prossimo novembre, moderati e ultrà sembrano aver raggiunto un accordo, pur di riuscire a sfrattare l’attuale inquilino della Casa Bianca, per mettere il silenziatore su un tema che rischia di farli apparire agli occhi degli elettori più divisi che mai.

Una sorta di tregua tattica in qualche modo imposta anche dall’esito a dir poco infelice della campagna sull’impeachment finita nel modo che tutti sanno. E che molti autorevoli commentatori ritengono sia destinata a durare almeno fino alla Convention democratica del prossimo luglio. Quando a Milwaukee, concluso il lungo e tormentato cammino delle primarie, il partito dell’opposizione indicherà la figura politica chiamata a contendere nelle urne lo scettro del comando del paese a stelle e strisce oggi saldamente in mano al magnate newyorkese.

Johnson scivola sull’immigrazione dei cervelli

L’estro di Boris Johnson sprofonda nelle sabbie mobili dell’immigrazione. Perché il super piano sulla futura immigrazione nell’Inghilterra di Brexit da lui appena reso noto ha tutta l’aria di un déjà vu. Una mezza stonatura nella storia politica di uomo che, nel bene o nel male, si è fatto largo spiazzando e stupendo la vecchia classe dirigente.

In questo caso, invece, quello da lui dato alle stampe più che ad un piano dell’immigrazione del nuovo tipo ricorda molto da vicino il classico ma consumato wishful thinking di cui è lastricato il mondo dei governanti del Pianeta: rifiutare gli immigrati peggiori ed accaparrarsi quelli migliori. Nel caso in questione stabilendo che dal 2021 i visti di ingresso per lavoro Oltremanica saranno legati ad un sistema a punti che premia gli immigrati English fluently, con elevati livelli di istruzione, formazione e specializzazione. E penalizza quelli di bassa manovalanza. Insomma, sì a ingegneri, medici e accademici, no a idraulici, operai e giovani camerieri che non spiccicano se non poche parole di inglese. È questa secondo il nuovo inquilino di Downing Street la via maestra per trasformare la Gran Bretagna in una sorta di Paradiso in terra dove l’immigrazione sarà composta solo e soltanto da cervelli. Mentre per quanto riguarda quella delle braccia, questo il Johnson-pensiero, Albione ne potrà finalmente fare a meno. Come? Sostituendola con la robotica ed aumentando i salari per i lavori più umili e meno qualificati. Una mossa che convincerà i disoccupati autoctoni ad accettare occupazioni fino a oggi rifiutate e appaltate alla forza lavoro immigrata.

Non sappiamo quale sarà la reazione di Bojo al risveglio da questo sogno che lo accomuna a una sfilza di suoi illustri predecessori (De Gaulle in primis). È comunque certo che a scuoterlo sarà Sua Maestà il Mercato. Non è un caso, infatti, che a meno di ventiquattrore dal suo annuncio la Confindustria britannica ha fatto trapelare anche se con discrezione non poca irritazione. Perché oltre che di talenti i suoi aderenti hanno una grande fame di braccia straniere a basso costo. Soprattutto in settori come la sanità, l’assistenza alla persona, l’edilizia, l’agricoltura, il turismo e la ristorazione. Che richiedono forza lavoro just in time, che non rispetta i diktat della politica ma quelli della domanda e dell’offerta. Questo significa che per ottenere ciò di cui abbisogna il mondo del business presto o tardi sarà costretto a rivolgersi al mercato nero dell’immigrazione. Con l’unico risultato che domani, diversamente dal passato, il pericoloso spettro dell’idraulico polacco entrerà non più dalla porta ma dalla finestra.

Contro i clandestini si calpesta la morale

La lotta all’immigrazione clandestina dell’amministrazione Trump sembra decisa a violare anche le più elementari barriere etiche. Secondo un rapporto pubblicato dal Washington Post, infatti sembra che i funzionari dell’ICE (l’agenzia federale addetta al controllo dell’immigrazione), abbiano utilizzate le cartelle cliniche redatte dagli psicologi sui traumi dei piccoli profughi non per curarli ma per poter procedere alla loro espulsione. Per questo, non guardando in faccia nessuno, i zelanti funzionari dell’immigration dopo essersi fatti consegnare le note, riservate, delle sedute terapeutiche le avrebbero “girate” ai giudici dei tribunali per l’immigrazione. In altre parole, le informazioni fornite in confidenza dai bambini sono state utilizzate contro di loro per rispedirli a casa.

Quel che è peggio, sottolinea il Washington Post, è che questa pratica, inaccettabile sul piano morale, è consentita su quello legale. Nell’articolo la giornalista Hannah Dreier si concentra sul caso di un giovane richiedente asilo dell’Honduras, Kevin Euceda. Arrivato negli USA nel 2017 appena 17enne per sfuggire alle violenze della gang MS-13 che, tra l’altro, aveva trucidato la sua famiglia. Fermato al confine messicano, venne rinchiuso in un centro di detenzione per minori non accompagnati. In America la legge impone che tutti i minori, soprattutto quelli non accompagnati, siano sottoposti al consulto di uno psicologo entro le 72 ore dalla loro entrata nel sistema ORR (Office of Refugee Resettlement). Cosa che dette a Kevin Euceda la possibilità di narrare la vita di inferno vissuta in Honduras al terapista di turno. Una persona di cui si fidava perché gli aveva assicurato che le loro “chiacchierate” sarebbero restate riservate. Invece quelle confessioni sono finite all’Ice che, nell’autunno 2019, le ha usate davanti al tribunale per l’immigrazione per sostenere le ragioni della sua espulsione.

Questo tipo di condivisione delle informazioni fa parte di una precisa strategia dell’amministrazione Trump. Sebbene tecnicamente legale, per le associazioni di categoria degli psicologi rappresenta invece una palese violazione della riservatezza che è alla base di ogni rapporto terapista-paziente. Come se non bastasse l’amministrazione richiede, ora, che le note prese durante le sessioni di terapia obbligatoria con i bambini immigrati vengano trasmesse in automatico all’ICE, per poterle poi utilizzare in tribunale. Confessioni intime, traumi, incubi: tutto viene trasformato in arma giudiziaria, spesso senza il consenso dei terapeuti e sempre senza il consenso dei minori interessati. Non una bella pagina per la burocrazia americana, che nella lotta all’immigrazione sta davvero superando i limiti.

La sinistra dovrebbe leggere questa ricerca sull’immigrazione

Dopo che per anni West, nell’indifferenza generale, ha cercato di segnalare il problema, finalmente trova conferma il fatto che se è vero che l’immigrazione produce ricchezza, è altrettanto vero che di essa si avvantaggia solo una parte della società. Basta leggere le conclusioni di un interessante studio appena pubblicato dal think tank liberal londinese Global Future. Secondo cui se si vuole mettere fine al pericoloso scontro in atto sull’immigrazione, la prima cosa da fare è sperimentare innovativi strumenti per redistribuire in modo egualitario tra la popolazione del paese ospitante il surplus generato dai nuovi arrivati. Un tema gigantesco e complicato. Al punto che fino a oggi se ne sono tenuti alla larga sia i nuovi partiti sovranisti che quelli aperturisti. I primi, invocando i muri. I secondi cincischiando tra frontiere aperte sì, frontiere aperte no.

Partiamo dal cuore del problema, cioè dal fatto che gli Stati occidentali al loro interno sono ormai spaccati in due contrapposti schieramenti: Anywhere vs Somewhere, per usare la fortunata definizione coniata dall’analista britannico David Goodhart. Alla prima categoria appartiene una minoranza di professionisti globali, super specializzati e istruiti che hanno il potere di contrabbandare per nazionali decisioni prese solo a tutela dei loro interessi. Come, ad esempio, quella di puntare sull’economia della conoscenza, aperta e con una elevata immigrazione, che garantisce loro sicuri vantaggi. Ma penalizza gli appartenenti alla seconda categoria perché meno colti e qualificati. È intorno a questo cleavage tra vincenti e perdenti della globalizzazione/immigrazione che si gioca l’equilibrio geopolitico dell’Occidente nato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Perché di fronte a questa epocale sfida, il rischio è che l’ansia e la frustrazione sociale dei Somewhere si traduca in un sostegno elettorale sempre più robusto all’eterogenea galassia di capi-popolo che non a caso dal 2016 (anno del clamoroso sì alla Brexit) esce vincente dalle urne occidentali.

Ed è proprio per evitare questo rischio che i ricercatori di Global Future avanzano una proposta assai innovativa. Ovvero quella di creare a livello nazionale, nel caso di specie in Gran Bretagna, un Fondo Nazionale per ripartire la ricchezza prodotta dall’immigrazione tra i ceti-medio bassi dei quartieri periurbani che vedono i nuovi arrivati come una minaccia al loro benessere economico e sociale. Si tratterebbe di investire annualmente una cifra pari alla ricchezza che l’immigrazione, ad esempio attraverso il pagamento di contributi previdenziali apporta al Paese ospitante. Nel caso del Regno di Sua Maestà se si tiene conto soltanto degli immigrati dall’aria UE parliamo di circa 4,3 miliardi di sterline l’anno. Da destinare, d’accordo con gli amministratori locali delle aree con la più elevata percentuale di Somewhere a sei dossier: formazione, inserimento lavorativo, rigenerazione degli spazi urbani, trasporti pubblici, innovazione, investimenti.

Insomma, un pacchetto di azioni pensata come una sorta di riduzione del danno che i ceti svantaggiati, incluso un grosso pezzo della classe media, hanno subìto perdendo, a torto o ragione, il treno della globalizzazione che ad altissima velocità ha frantumato molte delle loro certezze.

Una possibile soluzione a un problema che, peraltro, mentre le tradizionali classi dirigenti occidentali fanno finta di non vedere, era stato segnalato in larghissimo anticipo da accademici di fama internazionale come il Professor George Borjas dell’Università di Harvard. Che negli anni Ottanta del secolo scorso, dopo un monumentale studio pluriennale sull’impatto economico-sociale dei profughi cubani (i cosiddetti Marielitos immortalati nel film-cult Scarface) sul mercato del lavoro della Florida, era giunto alla conclusione che avevano abbassato i redditi dei ceti autoctoni medio-bassi e aumentato quello dell’upper-class. Nient’altro, sostiene Borjas, che la dimostrazione della legge della domanda e dell’offerta. Perché con l’aumento della disponibilità di risorse umane disposte a fare determinati mestieri, diminuisce il valore della loro prestazione, e dunque del salario. A vantaggio del datore di lavoro. Più chiaro di così.

Salvini rischia meno di Berlusconi

Sull’immigrazione i nemici di Salvini hanno forse deciso di consegnare l’Italia a Salvini? Una domanda forse maliziosa ma che viene spontaneo porsi dopo l’azzardato voto con cui i senatori della maggioranza di governo hanno dato il loro placet al suo processo per la gestione degli immigrati della Gregoretti. Non solo perché, come nella più classica eterogenesi dei fini, questa decisione anziché azzoppare rischia di trasformarsi in un potente, graditissimo assist per il Capo dell’opposizione. Che uscito malconcio dal voto delle ultime regionali si ritrova, non certo per suo merito e per di più su un terreno a lui graditissimo, al centro del dibattito politico nazionale. Ma soprattutto in ragione del fatto che gli alleati di governo, forse dimentichi del passato, non si sono forse resi conto di quanto pericoloso sia, visti anche gli attuali complicati equilibri parlamentari, tornare ad alzare i toni e stuzzicare l’umore della pubblica opinione sul delicato tema dell’immigrazione.

Senza contare, inoltre, che agli occhi di molti la vicenda presenta un lato se non sospetto quantomeno curioso. Infatti le forze politiche che oggi dicono sì al processo sono le stesse che ieri, per evitare che il caso fosse usato da Salvini per fare propaganda all’opa politica lanciata per il governo dell’Emilia-Romagna, avevano invece fortemente voluto che si rinviasse ogni decisione a dopo le elezioni regionali.

I problemi, però, non finiscono qui. Intanto perché visti i tempi della giustizia e l’oggettiva scivolosità giuridica dei capi di accusa è poco ma sicuro che il contenzioso andrà avanti, con tutte le immaginabili conseguenze, per lunghi mesi. Ma soprattutto perché c’è da dubitare, come invece pensano e sperano i suoi accusatori, che una eventuale condanna del leader leghista sia accolta dalla pubblica opinione con lo stesso silenzio-assenso a suo tempo da essa riservato a quella inflitta a Berlusconi per i suoi stravizi notturni. Che sanzionato come incandidabile nel 2017 non poté partecipare alle elezioni dell’anno successivo finendo relegato, per lunghi anni, nel retrobottega della politica nazionale.

Clandestini in trappola con i telefonini

La lotta di Trump all’immigrazione clandestina non conosce davvero confini. Nella battaglia entra ora anche il cyberspionaggio. Infatti secondo un rapporto pubblicato dal Wall Street Journal l’amministrazione americana, acquistato l’accesso a un database commerciale che mappa i movimenti di milioni di smartphone negli Stati Uniti, lo sta impiegando per controllare i movimenti dei clandestini presenti nel Paese o di quelli che tentano di attraversare il confine con il Messico. I dati sono raccolti dalle app per giochi, previsioni meteo e acquisti online di telefoni e tablet alle quali gli utenti hanno dato il permesso di registrare il luogo in cui si trovano. Il governo federale, rivela il WSJ, ha acquistato il data base da una società chiamata Venntel, che a sua volta li ha comprati da diverse società di marketing.

Nel solo 2018 l’ICE, l’agenzia del Dipartimento per la Sicurezza nazionale che controlla le frontiere, ha comprato da Venntel licenze per un valore di oltre 190mila dollari. Le autorità federali non hanno né smentito né confermato l’uso dei dati nella caccia agli immigrati illegali. Una conferma, anche se indiretta, arriva però dai vertici dell’ICE. Che per pubblicizzare il brillante risultato di un’operazione che ha consentito di scoprire un tunnel sotterraneo che dal Messico sbucava all’interno di un locale in disuso a San Luis in Arizona, hanno fatto esplicito riferimento alla mappatura dei dati degli smartphone.

Il modo in cui il governo sta ottenendo queste informazioni rientra in una zona grigia che apre serissimi interrogativi sulla sempre più estesa sorveglianza commerciale che i colossi del web esercitano sui privati cittadini. E non è solo questione di privacy. Perché secondo il Wall Street Journal nel caso in questione il governo starebbe violando una sentenza della Corte Suprema. Che, nel caso Carpenter vs United States del 2017, aveva stabilito che le forze dell’ordine solo su mandato della magistratura possono acquisire informazioni relative alla localizzazione dei cellulari. Ma per gli avvocati del Dipartimento della Sicurezza Nazionale il caso non si applica a questa circostanza perché il governo sta acquistando dati già disponibili per fini commerciali. Questo rapporto è solo l’ultimo in ordine di tempo a rivelare come i funzionari federali usino tattiche spregiudicate al solo fine di perseguire l’agenda dettata dalla Casa Bianca.

Il coronavirus non ferma i cervelli immigrati cinesi

La vox populi sul coronavirus rischia di riportare al 1882 le lancette dell’orologio della storia dell’immigrazione cinese negli USA. All’epoca il Congresso americano con il Chinese Exclusion Act decretò il blocco degli ingressi dalla Cina. Fu la prima volta che Oltreoceano una legge formalizzava un sistematico meccanismo di esclusione e discriminazione nei confronti di una determinata comunità straniera. Un record assai poco onorevole che assecondava il diffuso comune sentire che vedeva negli immigrati orientali un vero e proprio yellow peril, un pericolo giallo, come si leggeva persino nella più autorevole stampa statunitense. Ai cinesi si attribuiva di tutto: traffico di droga, atti di pedofilia, violenza, furti, contagio di malattie di ogni genere, etc. Tant’è che soltanto nel 1965 il governo americano tornò sui suoi passi con l’approvazione dell’Immigration and Nationality Act che riaprì anche agli immigrati orientali le porte degli Stati Uniti. Ma è solo dal 1979, con la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Pechino e Washington, che i flussi migratori dalla Cina verso gli USA tornano ad essere costanti e crescenti. Fino al punto che oggi tra le comunità straniere più numerose Oltreoceano quella cinese è salita al terzo posto (5,5% del totale), alle spalle di messicani e indiani.

Ma ciò che più conta è che con la quantità è cambiata anche la qualità degli immigrati cinesi che lasciano la madrepatria sedotti dall’american dream. Fino agli Novanta del secolo scorso rappresentavano, infatti, il prototipo della manodopera straniera a basso costo, poco integrata e molto sfruttata, soprattutto nei settori agricolo, edile e minerario. Oggi non è più così. Più che le braccia sono sempre più i cervelli cinesi a trovare casa e lavoro negli Stati Uniti.

A confermarlo è il dettagliatissimo rapporto Chinese Immigrants in United States di Carlos Echeverria-Estrada and Jeanne Batalova, appena pubblicato dal Migraton Policy Institute. Dal quale emerge che la comunità cinese americana è una vera e propria eccellenza internazionale. Sono al primo posto tra gli studenti stranieri nelle Università d’Oltreoceano e secondi solo agli indiani per numero di permessi di lavoro altamente specializzato (H-1B) ottenuti nel 2018.

Un fiume di talenti orientali che peraltro primeggia nei comparti chiave per le moderne democrazie occidentali: scienze, tecnologie, ingegneria e matematica, riassunti dall’acronimo inglese STEM. Senza contare che fanno registrare tra i più bassi tassi di criminalità e fra i più alti livelli di integrazione. Insomma, da appestati a super ricercati. Sarà forse questo il loro vero vaccino contro i sintomi sociali del coronavirus.

La fortuna è tutta dalla parte di Trump

Che in politica la fortuna faccia la differenza è una verità nota da tempo. Ma quella che sembra assistere Trump ha dello straordinario. Come dimostra la sequenza di eventi che martedì scorso gli hanno consentito di uscire d’incanto dall’angolo in cui gli avversari pensavano di averlo cacciato. Visto che il Discorso sullo Stato dell’Unione, che molti speravano potesse essere il suo canto del cigno, si è invece trasformato, grazie alla dea bendata che lo protegge, nel trampolino di lancio per la futura rielezione a Presidente degli Stati Uniti d’America. Nel giro di poche ore, infatti, con una coincidenza che ha dell’incredibile, oltre all’assoluzione ormai certa dalla trappola dell’impeachment, gli sono giunti gli inattesi ma per lui graditissimi regali dell’opposizione democratica. Che forse non contenta della pessima immagine data al Paese con la confusa ed approssimativa gestione della sua convention dell’Iowa, ha pensato bene di farne una peggiore.

Il voluto, irrituale gesto con cui una “vecchia volpe” come Nancy Pelosi ha platealmente stracciato, di fronte ai membri del Congresso, il testo del discorso appena pronunciato da Trump, ha infatti segnalato in mondo visione lo stato di pericoloso nervosismo in cui sembra essere precipitato il partito dell’asinello. Cosa di cui molti elettori hanno sicuramente preso nota. Interrogandosi sull’affidabilità di un partito che con il passare dei giorni sembra sempre più deciso ad affidare le sue chance di riconquistare la Casa Bianca al puro e semplice anti trumpismo anziché ad un credibile e dettagliato progetto politico.

La verità è che Trump, nonostante penalizzato da un bassissimo indice di gradimento per i molti errori e le imperdonabili gaffe, ha il vento in poppa per tre indiscutibili, buonissime ragioni. L’ottimo andamento dell’economia; l’innalzamento nel 2018, dopo anni di caduta, dell’aspettativa di vita media degli americani; il consenso silenzioso ma diffuso per la sua politica di fermezza sull’immigrazione.

Discorso chiuso per l’opposizione? Sì, ma fino ad un certo punto. Perché la sorte non sembra essersi dimenticata del tutto dei democratici. Dando loro con la vittoria in Iowa del volto nuovo Pete Buttigieg una chance di ultima istanza che si spera non venga sacrificata sull’altare delle loro inguardabili divisioni e le ripicche interne

I cervelli non si fermano, si attirano

Sul alcuni delicati ma controversi aspetti in tema di immigrazione e questione meridionale il direttore di West ha raccolto l’opinione del Prof. Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione Con Il Sud.

Bolaffi In una Sua recente intervista Lei ha sostenuto, contrariamente a quanto affermato da molti, che non è vero che si aiuta il Mezzogiorno bloccando la cosiddetta “fuga dei cervelli”. Perché?

Borgomeo Fondamentalmente per due ragioni. La prima ha a che vedere con il mondo e l’economia globali. Nei quali confini e divieti sono armi spuntate del passato. Anche per quanto riguarda i problemi e le necessità, assai diverse da quelle del passato, di molti giovani meridionali. Per cui è retorico ed inutile pensare di “trattenere” coloro che emigrano con l’obbiettivo di raggiungere fuori dai confini un riconoscimento più consono, sia in termini salariali che di qualità della vita, delle proprie capacità professionali. Nel mondo globale, infatti, la competizione che più conta riguarda il livello e la qualità delle condizioni che i diversi territori sono in grado di offrire ai singoli. E’ questo il nuovo, potente magnete che orienta la decisione di partire o restare di coloro che hanno più doti e capacità di altri. La seconda ragione, invece, è di natura politica: anziché salvarsi l’anima versando lacrime impotenti sul fatto che “partono i migliori” - tipico del meridionalismo tradizionale - sarebbe assai più produttivo cominciare a darsi da fare per rimuovere le cause alla base dell’insoddisfazione esistenziale di tanti giovani. Legata, soprattutto, alla cattiva qualità dei servizi ed ai molti ostacoli burocratici che penalizzano il loro vivere quotidiano nei centri, piccoli e grandi, del nostro Mezzogiorno;

Bolaffi Quindi mi pare di capire che a proposito dei cervelli che emigrano Lei concorda con Amartya Sen che sostiene la tesi del brain gain contro quella “piagnucolosa” del brain drain;

Borgomeo Direi di sì. A condizione che si instauri un canale bi-univoco tra chi va e chi viene. Tra i cervelli italiani che vanno e quelli stranieri che vengono. Questo è il punto più delicato della questione che molti si rifiutano di capire. E’ infatti solo un pregiudizio quello secondo cui gli stranieri con elevate doti professionali non sarebbero interessati a trasferirsi e lavorare nel nostro Sud. Basta vedere gli istruttivi risultati conseguiti da alcuni progetti, ad esempio quello che ha riguardato il risanamento del rione napoletano della Sanità, realizzati dalla nostra Fondazione. Ma c’è un secondo e forse più importante aspetto della questione. Quello delle “rimesse immateriali” a cui in Italia non si presta la dovuta attenzione. Che a differenza di quelle monetarie tradizionali riguardano quell’enorme, decisiva massa di conoscenze e informazioni con cui i “cervelli fuggiti” vengono in contatto nelle nuove terre di arrivo ed inviano a parenti e conoscenti restati a casa. Un fenomeno che come testimoniano numerosi studi e ricerche condotti all’estero rappresenta un formidabile strumento di modernizzazione dell’economia e della società;

Bolaffi Secondo Lei perché in Italia, diversamente da tutti gli altri grandi paesi industrializzati, la politica dell’immigrazione pensa a tutto meno che ad attrarre i talenti stranieri?

Borgomeo Non sono particolarmente esperto di immigrazione. Ma credo di poter rispondere che molto dipende da una consumata ma dominante cultura “lavoristica”. Che considera poco più che una astratta fuga in avanti l’idea di elevare la ricchezza del territorio meridionale attirando cervelli e professionalità dall’estero;

Bolaffi Un’ultima questione. Secondo Lei è fondata l’affermazione contenuta in una intervista rilasciata mesi orsono a West dal Prof. Isai Sales secondo cui, caso più unico che raro, molti giovani che in Italia dal Sud trovano lavoro nelle regioni del Nord anziché aiutare economicamente le famiglie continuano a necessitare del loro aiuto?

Borgomeo Premesso che la questione andrebbe approfondita meglio di quanto io sia in grado di fare direi che l’affermazione di Sales è fondata. Soprattutto per una ragione. In Italia, più che in altri paesi, trovare casa “lontano da casa” è non solo difficile ma molto costoso. E per molti anche se hanno un lavoro stabile con gli stipendi che corrono è difficile se non impossibile arrivare alla fina del mese.

Immigrazione e lotta di classe

Sull’immigrazione è in atto una lotta di classe per procura. Oggi, infatti, le sorti del conflitto sociale dipendono per molti aspetti dagli esiti del braccio di ferro in atto su questa questione. E che gruppi e ceti sociali combattono per difendere o, all’opposto, guadagnare terreno sulla frontiera del benessere materiale ed esistenziale. Ma quali sono le cause di questa lacerante tensione prodotta dall’immigrazione? Anche se non definitive sono due le risposte più “gettonate” tra gli studiosi.

La prima poco convincente, di recente elegantemente argomentata dall’americana Suzette Brooks Masters. Che nel suo ultimo libro Change is Hard sostiene che i problemi legati all’immigrazione, essendo di natura culturale, spariscono grazie all’uso di una pedagogia narrativa utile a conciliare interessi che rischiano altrimenti di essere gli opposti: "Poiché spesso coloro che sono favorevoli all’immigrazione usano un linguaggio che sia pur involontariamente suscita la reazione degli americani contro gli immigrati…è bene evitare di esaltare l’eccezionalità della figura dell’immigrato e, soprattutto, esaltare sconsideratamente la diversità come un bene assoluto”. Una posizione pedagogica -sovrastrutturalista che esclude l’esistenza di altri tipi di problemi.

La seconda, più concreta e convincete, esposta da Alejandro Portes. Che nel suo Tensions that Make Difference sostiene che l’immigrazione è fonte di tre assai seri problemi : “ 1) una pesante competizione ai danni dei lavoratori nazionali sia qualificati che non; 2) il disagio largamente diffuso tra la popolazione delle classi popolari per la crescente, invadente presenza immigrata. Cosa che invece non riguarda quelli dei ceti privilegiati che hanno invece solo da guadagnare dalla presenza degli immigrati; 3) l’assenza di diritti che espone gli immigrati clandestini ad abusi da parte dei datori di lavoro ed ai pericolosi tentacoli del crimine organizzato".

Un quadro come si vede affatto semplice da decifrare. Reso se possibile ancora più complicato dal fatto che nell’attuale conflitto legato all’immigrazione è la destra e non più come in passato la sinistra che difende (e sfrutta politicamente) le paure e le ansie dei settori meno protetti della società.