La sinistra USA divisa sull’immigrazione

Alla sinistra del partito democratico americano non piace il cauto riformismo che sull’immigrazione ha informato i primi, significativi atti della presidenza Biden. Non solo per la scarsa aggressività dei toni quanto, soprattutto, per l’eccessiva disponibilità alla mediazione. Che rischia, a detta dei critici più radicali, di indebolire fino a compromettere gli obiettivi di riforme e cambiamenti promessi nelle vittoriose elezioni per la presidenza. Una contrapposizione che da latente si è fatta evidente giovedì scorso. Subito dopo la presentazione da parte di un gruppo di parlamentari democratici del progetto di legge di riforma dell’immigrazione denominato US Citizenship Act 2021. Infatti, mentre Biden ed i suoi di fronte alla furiosa reazione dell’opposizione repubblicana, visti anche i non favorevoli rapporti di forza parlamentari, pur di evitare un rischioso o tutto o nulla ventilavano la disponibilità alla soluzione anche di singoli, specifici capitoli del testo, Bob Mendez, Senatore democratico New Jersey, alzava la voce contro ogni cedimento affermando: “è un errore smettere di combattere prima ancora di cominciare”.

Una posizione spalleggiata, anche se con minore retorica, dal New York Times. Che lo scorso 22 febbraio nel commento di prima pagina “Why Biden is taking immigration now” di Giovanni Russonello sosteneva che: “Biden ha bisogno di un’azione altisonante se vuole evitare che si aggravi il clima di delusione tra gli elettori Latini”. Infatti, secondo Carlos Odio, cofondatore del latino-focused data firm EquisLabs : “a spianare sia pur in parte la strada a Trump è stato la loro convinzione che sull’immigrazione tra repubblicani e democratici non c’è differenza”.

Giudizi ed affermazioni che nella loro enfatica perentorietà sembrerebbero, a prima vista, fare pendere la bilancia a favore dei fautori del muro contro muro. Una invocazione all’apparenza non solo coraggiosa ma addirittura liberatoria dopo quattro anni di trumpismo imperante. Ma che, purtroppo, ignora o non tiene nel dovuto conto che nelle elezioni dello scorso novembre la conquista da parte del partito democratico della Casa Bianca è stata vistosamente “azzoppata” da una pesante anche se da molti sottaciuta débacle parlamentare.

Prima di procedere nella disamina del problema vale forse la pena ricordare, per chi non ne fosse al corrente, che nelle elezioni presidenziali gli americani hanno a disposizione due schede. Una che riguarda il candidato Presidente e l’altra la nomina dei cosiddetti down ballots: i parlamentari della circoscrizione di appartenenza. Ed è proprio in base a questo complicato meccanismo elettorale che lo straripante 51% del consenso popolare per Biden non si è replicato nei confronti dei candidati democratici in corsa per un seggio parlamentare. Gli elettori, infatti, con un voto gergalmente definito disgiunto, hanno punito Trump ma per quanto riguarda i down ballots hanno consentito ai repubblicani di aumentare alla Camera il numero dei deputati, saliti da 197 a 2010; ed al Senato di strappare un preziosissimo pareggio: 50 a 50.

Sulle ragioni di questo voto disgiunto i critici di sinistra farebbero forse bene a riflettere. Non solo perché raramente in passato ai democratici era accaduto che la conquista della Casa Bianca non avesse trascinato con sé anche quella di una robusta maggioranza in Parlamento. Ma soprattutto in ragione del fatto che a tradire le loro aspettative hanno contribuito le scelte a favore dei down ballots repubblicani fatte dagli immigrati-elettori di aree come la Florida, il Texas e la California. Che hanno detto un sì convinto al senatore del Delaware ma un no altrettanto deciso alla linea del suo partito. Non certo per l’eccessiva prudenza. Ma perché, ecco dove casca l’asino, contrari e spaventati dal radicalismo astratto ed ideologico di alcune proposte di riforma dell’immigrazione sbandierate nei comizi dagli esponenti democratici super liberal: abolizione della polizia di frontiera, cancellazione dell’accordo con il Messico sui richiedenti asilo, sanatoria immediata ed automatica dei clandestini.

Sull’immigrazione un piccolo grande esperimento parte da Fiumicino

La lotta al Covid ha fatto passare sotto traccia in Europa una novità assoluta sull’immigrazione. E che ha come protagonista l’Italia. Lo scorso 3 febbraio, infatti, l’aeroporto di Fiumicino è diventato il primo scalo europeo ove opera una task force congiunta della nostra Polizia e degli agenti di Frontex, l’Agenzia UE per il controllo delle frontiere esterne. Questa inedita squadra speciale ha la mission di eseguire operazioni di transito e rimpatrio degli immigrati destinatari di misure di allontanamento adottate dall’Italia o da altri Stati membri.

L’iniziativa, che presto verrà estesa al resto d’Europa, rappresenta un decisivo passo, anche se da molti incompreso, verso un vero processo di europeizzazione delle politiche migratorie dei 27 Stati UE.

Innanzitutto perché essa testimonia uno dei pochi casi in cui i Paesi del Vecchio Continente cedono, o quantomeno condividono, a un’agenzia sovranazionale le competenze su una materia che l’unanimità delle Cancellerie europee ha storicamente considerato di esclusiva prerogativa nazionale. Se non è una rivoluzione, poco ci manca. Non foss’altro perché questo sia pur circoscritto salto di qualità potrebbe consentire di superare quello che taluni esperti hanno definito il paradosso di Schengen. Che ha imposto agli Stati UE sotto pressione migratoria come l’Italia, l’onere di sorvegliare una frontiera che formalmente è nazionale, ma nei fatti è europea visto che l’ingresso ad esempio nel nostro Paese può consentire di circolare liberamente nel resto d’Europa.

Secondariamente, l’organizzazione di rimpatri sotto l’egida di Frontex, consentirebbe ai governi nazionali di ridurre il danno in termini di consenso prodotto da operazioni di polizia nazionali che spesso dividono e contrappongono l’opinione pubblica tra gli estremisti del tutti fuori e quelli del tutti dentro.

Infine, l’esperimento di Fiumicino potrebbe, inoltre, attutire una delle più aspre contese degli ultimi anni tra gli Stati di frontiera dell’Europa mediterranea e quelli del Nord. Alle accuse da parte dei primi di mancanza di solidarietà, i secondi hanno spesso risposto di essere disponibili a ricevere una parte dei richiedenti asilo arrivati al Sud, ma non gli immigrati irregolari da rimpatriare hic et nunc.

Intendiamoci, è vero che anche se l’esperimento di Fiumicino dovesse diventare strutturale su scala europea, saremmo solo a metà del cammino. Ma come è sempre accaduto nella storia UE, è buscando l’Oriente per l’Occidente che si arriva alla metà, cioè, in questo caso, a una matura politica europea dell’immigrazione che preveda anche l’introduzione di canali UE legali di ingresso per immigrati economici e richiedenti asilo.

Biden sul filo dell’immigrazione

L’immigrazione rischia di rovinare a Biden la luna di miele alla Casa Bianca. Viste anche le reazioni non proprio entusiaste con cui sono stati accolti da molte organizzazioni pro immigrati e dai settori dei democratici di sinistra i suoi recentissimi executive orders. Con cui l’ex vice di Obama, rispettando le promesse fatte in campagna elettorale, ha cancellato quelli più discutibili e dolorosi imposti agli stranieri dall’amministrazione Trump.

Reazioni che pur se diverse nelle motivazioni sono espressione di una comune e ben radicata convinzione. A loro parere, infatti, per assicurare un effettivo rinnovamento della politica dell’immigrazione americana più che cancellare i lati peggiori del “cattivismo” reazionario trumpiano serve ripristinare i canoni dell’accoglienza di massa del passato. Una scelta dalla quale , invece, il nuovo Presidente appare deciso a tenersi debitamente alla larga.

Infatti il suo “I’m not making new law…I’m eliminating bad policies” non è dettato, come invece sostengono gli ultra liberal del suo partito, solo dalla prudenza innata in un politico di lungo corso come lui. Ma dalla meditata consapevolezza che riaprire il dossier immigrazione, nei tempi e nei modi invocati dai suoi critici, equivarrebbe a rinunciare all’obiettivo numero uno della nuova presidenza: pacificare e rasserenare un paese rancorosamente diviso come non accadeva dai sanguinosi anni della Guerra di Secessione.

Una scelta saggia che invece molti faticano ad accettare. Al punto che persino un quotidiano quale il Washington Post, che si è battuto come pochi a suo favore nella feroce competizione elettorale con Trump, in un articolo dello scorso 5 febbraio è arrivato ad affermare: “sull’immigrazione a ben guardare la nuova amministrazione si sta muovendo lungo un doppio binario: da un lato dare di sé un’immagine opposta a quella di Trump e amica degli immigrati; dall’altro evitare di mettere mano e rimuovere le restrizioni da tempo in essere”.

Per Biden in parallelo con i problemi interni sull’immigrazione aumentano pericolosamente anche quelli dall’esterno. In particolare lungo la linea dello sterminato confine sud occidentale del paese. Dove il tam tam informativo sapientemente manipolato dalla mafia dell’immigrazione messicana, sembra aver convinto le migliaia di honduregni, guatemaltechi e salvadoregni accampati ai quattro angoli del paese sulla possibilità di sfruttare la presunta minore severità della nuova amministrazione democratica per riuscire finalmente a mettere piede nell’agognato Norte.

Un’opportunità resa ai loro occhi ancor più seducente dalla recente decisione del Governo messicano di proibire, al contrario di quanto previsto dall’accordo Stay in Mexico firmato a suo tempo con l’amministrazione Trump, il trattenimento in stato di fermo dei giovani clandestini al di sotto dei 12 anni di età. Con il risultato che l’obbligo dell’affido familiare ha imposto alle autorità messicane di mettere in libertà con loro anche le rispettive famiglie. Finendo così per infoltire ulteriormente l’esercito già sterminato di coloro che rischiano da un momento all’altro di mettere in seri guai la prudenza riformista dell’amministrazione Biden.

Sull’immigrazione Biden fa i conti con i falchi di destra e di sinistra

Delle tre grandi sfide che decideranno l’esito dei primi 100 giorni della presidenza Biden quella sull’immigrazione è certamente la più rischiosa. Non solo perché molti all’interno del suo stesso partito sembrano non rendersi conto che la strada della sua riforma è lastricata di serie, serissime complicazioni tecnico giuridiche. Che sommate alle prevedibili resistenze politiche formano un quadro di difficoltà ben superiori a quelle che presenta il varo di un serio ed efficace programma di lotta alla pandemia e di misure di sostegno al reddito di milioni di americani senza lavoro. In particolare nel gigantesco ma agonizzante settore dei servizi.

E per capire che le cose stanno così basta riflettere sul tipo di reazioni che hanno accompagnato martedì scorso la firma dei tre executive orders con cui il neo Presidente ha deciso di cancellare quelli più discussi e odiosi dell’amministrazione Trump: la separazione dai genitori dei figli dei clandestini; il taglio pressoché totale del numero dei profughi accolti; i cavilli burocratici per rallentare la naturalizzazione degli immigrati e trasformare la concessione delle green card agli stranieri in un impossibile salto ad ostacoli.

Infatti, oltre alla scontata e prevedibile ostilità dell’opposizione repubblicana, queste nuove misure sono state accolte dalle organizzazioni pro immigrati e dai rappresentati di sinistra del partito dell’asinello con un entusiasmo talmente contenuto da rasentare la freddezza. In ragione della loro irrealistica convinzione - largamente alimentata dall’anti trumpismo esasperato della feroce campagna presidenziale - secondo cui, una volta sfrattato il miliardario newyorkese dalla Casa Bianca, Biden avrebbe cancellato non solo i discutibili executive orders del suo predecessore. Ma, con un tratto di penna tutta la vigente legislazione sull’immigrazione. Dalla A alla Z. A partire dalla cosiddetta norma stay in Mexico. In base alla quale i richiedenti asilo provenienti dal Centro America devono attendere in Messico la valutazione della giustizia americana relativamente all’accoglibilità delle loro domande. E proseguire con quella del Title 42 che prevede, contro la diffusione del Covid, l’immediata espulsione dal territorio dei latinos arrestati in flagrante nel tentativo di varcare clandestinamente la frontiera meridionale degli USA.

Posizioni irricevibili per la prudente cultura di un politico di lungo corso quale è Joe Biden. Che non solo le giudica lontanissime dal comune sentire dell’elettorato americano. Ma, soprattutto, e all’opposto di Trump, è convinto che in democrazia le norme non si cancellano con gli executive orders ma si modificano in Parlamento trattando con l’opposizione.

Immigrazione: ora i giudici attaccano Biden

Sull’immigrazione si riaccende negli USA lo scontro tra Casa Bianca e magistratura. Ma a parti invertite rispetto al recente passato. Visto che oggi ad invocare l’intervento dei giudici è la destra anziché, come negli anni della presidenza Trump, le organizzazioni pro immigrati. Infatti il giudice federale del Texas Drew Tipton , accogliendo il ricorso dell’attorney generale dello stato Ken Paxton, super falco e trumpiano di ferro, contro la sospensione delle espulsioni dei clandestini ordinata da Joe Biden al momento dell’insediamento presidenziale, ha infatti imposto all’amministrazione democratica una moratoria di 14 giorni all’esecutività del provvedimento. Tempo a suo giudizio congruo per consentire sia agli uffici legali di Washington che a quelli del Texas di predisporre la documentazione da lui ritenuta necessaria per decidere sulla questione in via definitiva.

Una vicenda che al netto di quelle che ne saranno le conclusioni obbliga a riflettere. Non solo perché conferma, gelando le speranze di molti, che sull’immigrazione non basta l’uscita di scena Trump per calmare le acque. Ma soprattutto di quanto errato sia leggere il braccio di ferro sull’immigrazione tra politica e magistratura con l’ottica di quello che in gergo viene definito “il doppio pesismo”. Se i togati bloccano Trump va bene, ma se gli stessi bloccano i democratici no.

Una logica non solo sbagliata ma pericolosamente perversa che non a caso ha spinto molti a collegare perfidamente la sentenza del giudice texano alla nomina a suo tempo voluta da Trump. Replicando così, a parte invertite, gli stessi velenosi sospetti lanciati a ripetizione dai tweet del magnate newyorkese contro gli invadenti togati rossi nominati da Obama. Un circolo vizioso che danneggia oltre misura il governo dell’immigrazione. Che oggi come non mai richiede, per essere esercitato anziché perennemente revocato, una nuova definizione dei ruoli e dei compiti della politica da un lato e della magistratura dall’altro.

Il Covid non frena le rimesse degli immigrati

Gli ultimi dati sulle rimesse degli immigrati in Italia confermano che l’immigrazione è lo specchio del Paese ospitante. Nel 2020, a fronte di un vero e proprio crollo su scala globale, i flussi di denaro inviati dagli immigrati d’Italia nelle ex terre di origine sono invece significativamente cresciuti. Infatti, come evidenziano i dati dell’ultimo, recentissimo bollettino statistico di Bankitalia, nei primi nove mesi dell’annus horribilis 2020 le rimesse degli immigrati hanno segnato, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, un aumento del 19%. Passando in termini assoluti da 4,4 a 5,3 miliardi di euro. Dunque all’opposto di quelli del resto del Pianeta gli stranieri del Bel Paese nel picco della pandemia non hanno rallentato ma intensificato l’invio di denaro a casa.

Come spiegare questa non trascurabile disponibilità di denaro in un periodo di massima crisi economica?

La risposta è forse da rintracciare in alcune caratteristiche specifiche del tessuto sociale ed economico dell’Italia. Che con tutta evidenza sembra avere influenzato i comportamenti degli immigrati. Siamo notoriamente un popolo di risparmiatori. Tant’è che, secondo Unimpresa, nel 2020, proprio come rilevato per gli stranieri, la liquidità nei conti correnti delle famiglie e delle aziende italiane è cresciuta rispettivamente del 7% e del 20,8% fino a sfiorare un totale 2 mila miliardi di euro, cifra assai più alta del valore del Prodotto Interno Lavoro. E’ un boom di riserve spiegabile certo con la nostra storica propensione al risparmio (e col fatto che i lockdown riducono le occasioni di spesa), ma anche col prosperare dell’informale che è un altro tratto distintivo dell’economia italiana. Perché è vero che la pandemia ha paralizzato settori cardine del nostro mercato sommerso: bar, ristoranti e hotel. Ma altrettanti, agricoltura e servizi pubblici e privati, hanno, invece, continuato ad offrire, con tutte le difficoltà del caso, impieghi irregolari, sia agli italiani che agli stranieri. Si tratta peraltro spesso di soggetti che proprio perché formalmente disoccupati usufruiscono di diverse forme di sussidi pubblici (es. il reddito di cittadinanza) che sommate alle entrate derivanti dal lavoro sommerso possono almeno in parte spiegare il perché i salvadanai degli autoctoni come quelli dei nuovi arrivati siano gonfi di liquidità.

Detto questo rimane da capire perché gli immigrati hanno dirottato così tanti risparmi nei Paese di origine. Sono tre i possibili scenari.

1) Si può presumere, soprattutto per gli immigrati dell’Europa dell’Est, che le restrizioni anti-Covid abbiano limitato con la libera circolazione la possibilità di trasferire informalmente le rimesse in patria attraverso periodici viaggi. Finendo per essere obbligati, di conseguenza, a ricorrere ai canali formali come MoneyGram e consentendo alle autorità italiane di avere contezza di un flusso di denaro che in precedenza passava sotto traccia.

2) Si può supporre che l’effetto pandemia abbia impaurito una fetta degli immigrati a tal punto da spingerli a pensare di dovere abbandonare definitivamente l’Italia. Cosa che li ha convinti a togliere i contanti da sotto il materasso per inviarli a casa.

3) Si può, infine, ipotizzare che gli immigrati abbiano aumentato il flusso delle rimesse semplicemente a supporto dei loro cari residenti in Paesi meno avanzati che più di altri hanno subìto i contraccolpi economici della pandemia.

Un dato, tuttavia, sembra certo. La disponibilità di liquidità che ha consentito agli immigrati di inviare anche in un momento di crisi un così elevato flusso denaro in patria, indica che almeno dal punto di vista economico si sono adattati ai vizi e alle virtù del Paese che li ospita. Forse sono più integrati di quanto pensiamo.

Sull’immigrazione Biden evita il muro contro muro

Chissà se nella vita pubblica la fortuna risarcirà Joe Biden dei tremendi dolori inflittigli dalla sfortuna in quella privata. Non c’è dubbio, infatti, che il senatore del Delaware di fortuna, e molta, abbisognerà per realizzare, anche solo in parte, l’ambizioso programma di riforme annunciato all’atto del suo giuramento da Presidente sulle scale del Campidoglio. In primo luogo perché, come già sperimentato in passato da molti dei suoi predecessori, una cosa è annunciare un programma al momento dell’insediamento alla Casa Bianca. Altra metterlo in pratica. Tanto più in un paese mai come oggi sull’orlo dell’ingovernabilità a causa delle ferite istituzionali e delle feroci contrapposizioni politiche ereditate dal rovinoso tracollo dell’amministrazione Trump. Ma soprattutto in ragione del fatto che Biden per riuscire ad onorare gli impegni presi con l’elettorato nella vincente ma durissima campagna elettorale, come ad esempio quello dell’immigrazione, sarà obbligato ad un doppio, arduo compromesso. Con l’oltranzismo ferito dei trumpiani. Al momento, e chissà per quanto tempo ancora, fortissimi nelle file dei repubblicani. Come testimonia il feroce tweet del senatore del Tom Cotton secondo cui “non consentiremo a Biden di anteporre la sanatoria degli immigrati clandestini alla pandemia e al lavoro degli americani disoccupati”.

Ma anche con la sete di rivincita dell’ala di sinistra del suo partito. Che uscita rafforzata dall’esito delle urne si è detta, per bocca di molti suoi autorevoli esponenti, pronta a dare battaglia e negare il suo appoggio a provvedimenti di legge “mediati” con l’opposizione di destra. Una situazione che Biden, sperimentato da decenni di duri confronti parlamentari, sa che va affrontata più con la prudenza che con i proclami. Come si evince dall’attenta lettura del suo executive order di riforma dell’immigrazione. Che, ad un tempo, consente ai suoi di cantare vittoria sul tema più controverso, e per loro odioso, del trumpismo. E dall’altro di evitare un immediato muro contro muro con l’opposizione diluendo in 8 anni, quindi ben oltre il suo mandato presidenziale, i tempi della legalizzazione degli immigrati clandestini. Una mossa che non solo dà ai repubblicani il tempo di cui abbisognano per riflettere sui loro guai interni. Ma, soprattutto, memore del fallimentare esito dei precedenti executive order presidenziali, stabilisce di fatto che sia come giusto il Parlamento e non di autorità il Presidente a decidere come e se riformare le norme vigenti dell’immigrazione.

Calano come non mai gli studenti stranieri negli Usa

L’american dream non fa più breccia tra gli universitari di mezzo mondo. Almeno è questo che viene da pensare leggendo l’autorevole analisi del Migration Policy Institute di Washington sullo storico crollo delle matricole straniere nelle Università USA nell’anno accademico 2019/2020: -20 mila rispetto a quello precedente. In termini assoluti i numeri rimangono ancora alti, oltre un milione, ma è una flessione che Oltreoceano fa moltissimo rumore. Non foss’altro perché è il primo segno negativo che si registra dal 1965, quando il governo americano con l’Immigration and Nationality Act abolì i divieti di ingresso riservati fino ad allora a determinate nazionalità consentendo anche tutti gli studenti internazionali di scommettere nel sogno americano.

Una inedita inversione di tendenza che secondo le ricercatrici Emma Israel e Jeanne Batalova ha almeno quattro spiegazioni: il costo medio delle rette in continuo aumento; le procedure burocratiche per ottenere visti di studio inasprite quando si scoprì che uno degli attentatori delle Torri Gemelle era entrato negli USA grazie a un permesso di soggiorno per studenti; la competizione tra gli Stati globali per attirare i migliori cervelli dall’estero; il clima anti-immigrati foraggiato dall’amministrazione Trump. Il tutto condito dall’effetto pandemia che ha spinto o costretto anche migliaia di studenti stranieri già iscritti nelle accademie statunitensi a rientrare in patria dove è più economico e conveniente seguire la didattica a distanza.

È forse ancora presto per stabilire se tale calo di iscrizioni dall’estero sia una parentesi o un dato destinato a diventare strutturale. Di certo non è un buon segnale per un impero che ha fondato la sua grandezza su una formidabile capacità di attrarre per decenni the brightest and the best da ogni angolo del Pianeta. Curioso notare che in questo quadro non proprio confortante per gli USA, l’unica buona notizia arrivi dal suo attuale acerrimo rivale, la Cina. Pare, infatti, che nell’anno horribilis appena concluso, a differenza del resto degli studenti stranieri, quelli cinesi siano stati gli unici ad aumentare nelle Università americane, fino al punto da rappresentare il 35% del totale delle matricole che arrivano dall’estero.

Il rancore degli americani precede Trump

Sostenere che il devastante assalto di Capitol Hill è tutta e solo colpa dell’avventurismo di Trump e dei suoi fanatici accoliti è solo parte di una verità assai più complicata. Di fronte a tanta sconsiderata violenza non basta certo alzare il dito accusatore. Né denunciare come giustificazionista chi riflette sulle ragioni di un rancore sociale le cui radici risalgono a prima dell’avvento del trumpismo.

Infatti, spiega Thomas B. Edsall sul New York Times del 13 gennaio scorso: “a partire dagli anni 70 si evidenzia tra i meno istruiti, in parallelo con una diminuzione dei salari, anche un forte calo percentuale dei matrimoni con partner in possesso di un più elevato grado di scolarizzazione”. Una verità ribadita da Carol Graham e Sergio Pinto sulle pagine del Brookings Paper 2020: “ la disperazione - associata da un maggiore tasso di mortalità - è più diffusa tra i bianchi meno istruiti e presenta un tasso più elevato rispetto a quella mediamente accertata tra gli appartenenti alle minoranze etniche”.

D’altra parte per accorgersi che nel cuore del gigante americano covava la rabbia non bisognava certo attendere l’invasione dei corridoi del Congresso da parte di Jack Angeli travestito da sciamano con le corna. Sarebbe infatti bastato prestare attenzione alle preveggenti pagine dell’Elegia Americana di J. D. Vance. Un bellissimo e commovente romanzo sulla disperante condizione di vita degli Hillbilly della Virginia. O a quelle ancor più strazianti scritte da Stephen Markley sulle vite senza futuro dei giovani sbandati dei paesini dell’Ohio de-industrializzato. Pezzi di società passati dalla parte della conservazione semplicemente perché soli e abbandonati a sé stessi. E quindi condannati, non solo per colpa loro, a ripercorrere gli stessi sentieri che, mutatis mutandis, aveva spinto i soldati italiani della Prima Grande Guerra nelle braccia del fascismo. O i piccolo borghesi tedeschi impoveriti dalla crisi di Weimar nelle feroci falangi del regime hitleriano. Ma i problemi non finiscono qui.

Quello americano, infatti, è l’ultimo e più allarmante capitolo di una crisi più generale che scuote ormai da tempo tutte le società democratiche dell’Occidente. Trump è venuto non prima ma dopo che in una notte del lontano giugno 2016 gli inglesi avevano deciso, cogliendo di contro piede le cancellerie di mezzo mondo, di votare Brexit. Così come Brexit non è venuta prima ma dopo che nel 2005 i cittadini di Francia ed Olanda avevano, primi fra tutti e contro le indicazioni dei loro stessi governanti, detto no alla nuova Costituzione dell’Unione Europea. Eventi che pur se espressione di storie nazionali e di contesti istituzionali tra loro assai diversi sono tutti figli di un disorientamento e di un malessere di cui il montante populismo dei nostri tempi più che la causa ne è la prova.

La verità è che per oltre 70 anni, dopo la fine della guerra, le istituzioni democratiche dell’Occidente hanno guadagnato ed ottenuto consenso promettendo e dando benessere. Esaltando tutto ciò che sapeva di performance ma badando poco, fino ad essiccarli, ai valori. Pur di fare andare avanti l’economia si sono mollati gli ormeggi della società. Un mondo oggi per molti al tramonto e che li spinge a chiedersi: io chi sono? Quale è la mia comunità di appartenenza? Che futuro avranno i miei figli?

I cervelli ritornano, ma a casa di mamma

Sul ritorno in patria causa pandemia dei cervelli italiani “fuggiti” all’estero, c’è poco da festeggiare e molto da riflettere. Infatti, dietro il picco (+20%) di nostri giovani fra i 18 e i 34 anni che nel 2020 sono rientrati in Italia, si celano tre grandi ombre nascoste dall’inspiegabile entusiasmo con il quale i più autorevoli quotidiani nazionali (e non) hanno accolto la notizia.

La prima riguarda coloro che sono rientrati perché hanno perso il lavoro. Conclusa la pandemia è facile immaginare che almeno una parte di essi, non avrà la capacità psichica ed economica per ricominciare da zero all’estero. I nuovi rimpatriati si aggiungeranno al già vasto bacino di loro coetanei disoccupati che vivono e/o sopravvivono in Italia grazie a quella formidabile riserva di Welfare familiare (stipendio dei genitori, pensione dei nonni) che primo o poi si esaurirà.

La seconda concerne i più fortunati che incentivati dal telelavoro hanno preferito passare i lockdown in patria tra il calore di amici, parenti e del clima mite del Bel Paese. Le previsioni sulle loro scelte future post pandemia sembrano altrettanto scontate: torneranno all’estero. Per la semplice ragione che la pandemia non ha cancellato, ma semmai accentuato, quelle carenze strutturali del mercato del lavoro italiano che li avevano spinti ad andare oltre confine. Insomma, è vero che grazie alle nuove tecnologie delle comunicazioni le occupazioni altamente qualificate possono essere svolte da ogni angolo del globo. Ma è altrettanto innegabile, come ha di recente notato Richard Florida, che finita la sessione su Zoom o su Meet, l’esercito cosmopolita dei the best and brightest continuerà a domandare servizi e infrastrutture avanzate che solo le regioni e le smart cities globali offrono loro.

Morale della favola, e qui arriviamo alla terza ombra. Anche sul tema dei cervelli in fuga la pandemia rischia di rappresentare la cartina al tornasole dei vizi del Bel Paese. Concentrati ad esultare per il ritorno dei nostri amatissimi talenti, continuiamo a non interrogarci sul perché non riusciamo, invece, ad attirare quelli altrui.

Il punto, come aveva notato oltre un ventennio fa Amartya Sen, sta proprio qui. Nel mondo globale, infatti, la competizione che più conta riguarda il livello e la qualità delle condizioni che i diversi territori sono in grado di offrire ai singoli. E’ questo il nuovo, potente magnete che orienta la decisione di partire o restare di coloro che hanno più doti e capacità di altri. A prescindere dal paese di origine, i cervelli sono e saranno sempre in movimento, per nostra fortuna.