E’ lui il padre di Salvini e Di Maio

Anche sa fa finta di non saperlo il populismo europeo ha un padre. Con nome e cognome. Umberto Bossi. Che molto prima di Matteo Salvini, Marine Le Pen & Company, obbligò l’establishment politico nazionale a fare i conti con il populismo d’antan.

Un mix tra un impareggiabile carisma ed un linguaggio all’apparenza banalizzato e fuori dalle righe. Un avvento per primo segnalato da Ian Buruma, che di populismo e di populisti si intende più di tanti, come un vero e proprio evento: “first it was Umberto Bossi, in Italy, feeding on the resentment of southern migrant in the affluent north. Well-dressed, well-spoken, young Bossi set the tone for the new type of rightist”[1].

Tanto è vero che al pari degli attuali neopopulisti, l’allora semi sconosciuto capo leghista finì per calamitare la curiosità e l’interesse di grandi maestri della scienza politica internazionale. Che sbarcarono in Italia per analizzare e decodificare le ragioni alla base del crescente consenso riscosso nella pubblica opinione da questo “nuovo barbaro” nemico delle istituzioni. Il sociologo John Torpey, nell’attesa di essere ricevuto nella sede del Carroccio a Milano, ebbe a scrivere: “Nell’Europa Occidentale il movimento di Umberto Bossi è di certo il più interessante…non solo per quello che dice dell’Italia, ma anche per quello che può spiegare di molte altre nazioni europee”[2]. Concetti ribaditi ancor più nettamente dal politologo di Harvard Robert Putnam affermava: “l’Italia è il primo esempio di collasso di un sistema durato l’intera Guerra Fredda. Arrivate per primi a misurarvi con una crisi che scorre sotto la pelle delle nostre democrazie”[3]. E dal suo collega di Yale Joseph La Palombara: “in questa fase l’Italia conferma di essere un laboratorio politico”[4].

Ma per misurare a pieno il debito del moderno populismo verso Bossi bisogna ricostruire tre grandi questioni che rappresentarono, fin dagli esordi, la vera novità della sua scesa in campo.

Lotta e Governo. Contrariamente ai tradizionali leader populisti di estrema destra, Umberto Bossi, oltre ad essere sedotto agli inizi dall’ideologia comunista (proprio come il padre del neopopulismo olandese Pim Fortuyn), non rimane ai margini della politica. Nasce come forza anti-sistema, ma muore come forza di governo. Senza perdere, va da sé, sia pur a fasi alterne, la verve delle origini: l’istinto alla lotta. Declinato, spesso, in toni e dichiarazioni ai limiti, se non in violazione, dei principi democratici. Un aspetto non da poco. Una novità assoluta. Un percorso che anticipa di oltre un decennio ciò che si verificherà nel resto d’Europa. Austria e Olanda in testa.

Post-nazionalismo e globalizzazione. Contrariamente al populismo xenofobo, quello di Umberto Bossi è un conservatorismo che non si prefigge però, non la difesa aggressiva dell’identità nazionale. Ma quella di un determinato territorio considerato un patrimonio di produttività, ordine e sicurezza. In difesa del quale sono visti di buon occhio eventuali accordi transnazionali. Si pensi ai tentativi di Umberto Bossi di stringere alleanze con Jorg Haider in Austria. Alla scelta del 2009 di fondare, con gli inglesi dell’UKIP il Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia in seno al Parlamento Europeo. E più in generale alla più volte millantata idea di costruire un’Europa dei Popoli. Una difesa dell’identità e della ricchezza territoriale del tutto nuova rispetto al passato. Che, questa l’altra grande novità, soddisfa le richieste e i malumori non solo dei settori sociali economicamente e culturalmente meno protetti. Ma anche di un elettorato trans-classista. Di cui fa parte persino un pezzo dell’elite economica e sociale del paese. Insomma un’idea di conservazione del nuovo tipo. Perfettamente attagliata a una società squassata dalla crisi economica e impaurita dai fantasmi minacciosi della globalizzazione. Una società moderna composta da una miriade di categorie trasversali unite dalla paura dell’impoverimento e del declassamento. E da una crescente avversione nei confronti dei tecnocrati al potere, dei parassiti della società: immigrati in primis. Un’idea di conservazione, per concludere, che piace a tutti coloro hanno perso e sono vittime del treno della globalizzazione e della modernità. Che, a dispetto di quanto si possa pensare, non sono solo i ceti meno abbienti, ma pezzi sempre più ampi della classe media.

Anti-immigrazione. Contrariamente ai tradizionali partiti populisti di estrema destra, Umberto Bossi e il suo partito si battano contro l’immigrazione, più che contro gli immigrati. Il Senatur usa poco il linguaggio della razza o dell’etnia contro i nuovi arrivati. La sua, insomma, non è una battaglia contro “negri o “ebrei”. Bensì nei confronti di tutti coloro che minacciano il benessere, l’occupazione e l’ordine del Nord. Prova ne è il fatto che la sua retorica contro gli extra-comunitari ha, mutatis mutandis, le stesse radici di quella, mai abbandonata, contro i terroni italiani del Sud. I primi come i secondi sono visti come una minaccia. Dei parassiti che rischiano di mettere a repentaglio la prosperità e l’ordine del ricco Nord.

 

[1] I. Buruma, Right is the new left, The Guardian, 26 March 2002.

[2] L.Annunziata, anno 1993. La scoperta dell’Italia, Il Corriere della Sera, 20 giugno 1993.

[3] Ivi.

[4] Ivi.

Populismo figlio del modernismo

Chi sono e cosa vogliono questi neo populisti la cui campagna elettorale per le prossime elezioni europee sta provocando tanta inquietudine nelle cancellerie del Vecchio Continente e nei piani alti di Bruxelles?

Il populista è un imprenditore politico che cerca, al pari dei suoi concorrenti, di massimizzare a suo vantaggio il profitto elettorale e mediatico. Una volta individuato un nemico nelle istituzioni statali, nelle classi dirigenti o, come nel caso di oggi, nelle forze «espropriatrici» della globalizzazione e della burocrazia di Bruxelles, li attacca in nome e per conto del Popolo. Il populista contrappone un popolo virtuoso e omogeneo contro una serie di élites e pericolosi “altri” che sono descritti come uniti nel privare (o nel cercare di privare) il popolo sovrano dei suoi diritti, valori, identità e voce. Ha un comportamento politico che potremmo definire double face, ambivalente: può essere conservatore e reazionario ma anche espressione di istanze democratiche dirette e partecipative. Va fatto presente, per chiarezza di ragionamento, che è fuorviante sostenere, come spesso invece accade, che tra il comportamento del populista e quello del demagogo non c’è differenza. Il demagogo è infatti colui che per assicurarsi vantaggi raggira ed inganna scientemente il popolo. Fino a spingerlo alla rovina. Mentre nel caso del populista si deve vedere, specificatamente, “uno stile politico, una mentalità”. Per il populista le virtù innate del popolo rappresentano la fonte esclusiva che ne legittima l’azione politica. Insomma, il primo si basa su un’idea positiva del popolo inteso come unico e solo soggetto «pulito» ed originario della politica. Il secondo sulla sua strumentalizzazione a fini personali.

Di populisti nella storia ce ne sono stati tanti e di tutti i tipi. Di certo è che i movimenti populisti sorgono nelle fasi di rapida trasformazione sociale, quando le tradizionali strutture di potere entrano in crisi e un senso di profonda incertezza si impadronisce delle masse. Esemplare, al riguardo, la pionieristica analisi della sciagurata esperienza argentina di Peròn fatta più di sessant’anni fa da Gino Germani. Secondo cui il peronismo, di cui era acerrimo nemico, aveva rappresentato un peculiare canale di integrazione delle masse, senz’altro alternativo nella sua forma autoritaria a quello della democrazia rappresentativa, sfruttando l’esistenza, in vasti strati sociali, di un immaginario democratico latente diverso da quello liberal-democratico. Un immaginario di tipo olistico, che trovava nella frequente violazione dello spirito della democrazia rappresentativa da parte dei suoi stessi apostoli un’inesauribile fonte di vitalità e Capace, allo stesso tempo, di attrarre consensi con la sua promessa di riscatto della dignità dei lavoratori.

Il populista agisce politicamente sulla base di una visione negativa, manichea e “confrontazionista” della realtà. Molti elementi di questo nucleo di pensiero li aveva magistralmente evocati Isaiah Berlin ricordando, nel lontano 1969, che il populismo invoca una Gemeinschaft, cioè un’idea di comunità; è apolitico, in quanto radicato per lo più nella sfera sociale; ha un afflato rigeneratore, poiché intende ridare al popolo la centralità sottrattagli; vuole impiantare i valori di un mondo idealizzato del passato in quello attuale. È un “nostalgico” nel vero e proprio senso della parola. Visceralmente attaccato a ciò che vede, crede o teme stia per tramontare. Un attaccamento che nella sua logica non ha, però, una valenza disperatamente ed inutilmente conservatrice. Ma, piuttosto, quella attiva - difficile dire con quale tasso di redditività - di un anticorpo nei confronti dei contraccolpi che i processi di modernizzazione determinano nei gruppi sociali più deboli e meno protetti.

La democrazia populista si presenta come «una forma estrema di democrazia», che ridà nelle mani dei cittadini tutto il potere possibile. È alternativa al modello della democrazia liberale basato sul meccanismo decisionale della delega ai partiti ed alle organizzazioni intermedie. Mentre predilige i referendum, propositivo o abrogativo, le proposte di iniziativa popolare, la revoca del mandato parlamentare. Questa forma di populismo politico corrisponde a una forma moderna di democrazia diretta: lo dimostra il fatto che, soprattutto dopo la metà del XX secolo, è tornato in auge il referendum come strumento del populismo politico.

A differenza del Fascismo e del Comunismo per il populismo non esiste un corpo dottrinario di riferimento. Condiviso e riconosciuto. Ed è per questo che non dispone di un’unica ricetta.

Il populista trova spazio ed ascolto quando i poteri e le istituzioni tradizionali non vedono o non si curano del fatto che tutti i processi di modernizzazione, anche quelli obbligati e potenzialmente positivi, comportano sempre costi e traumi nella società. Che non non vanno sottovalutati e, se possibile, curati. Per evitare quello che gli americani chiamano disconnect, ossia la sconnessione tra gli interessi reali e le percezioni culturali dei gruppi sociali più svantaggiati e quelli delle élites economico-politico.

Dall’Africa scappano i ceti medi non i poveri

Si chiama Fuga in Europa (Einaudi, pagg.165) l'ultimo libro di Stephen Smith, docente di studi africani alla prestigiosa Duke University di Durham negli USA. Lo abbiamo intervistato.   

Lei sostiene che l’Africa per l’Europa non è come il Messico per gli USA. Perché?

Per almeno due ragioni. La prima: è più difficile e pericoloso attraversare il Mediterraneo che il Rio Grande. Tant’è che molti immigrati subsahariani in viaggio verso l’Europa rimangono bloccati in Nord Africa. La seconda: nel 2050 l’Europa avrà 500 milioni di abitanti contro i 2,5 miliardi dell’Africa. Mentre gli USA ne conteranno circa 325 milioni contro i 650 milioni di tutta l’America Latina.

Dalla storia dell’emigrazione messicana emergono, tuttavia, indicazioni preziose per l’Unione Europea.

Il 1975 segna l’inizio in Messico di un livello di prosperità sufficiente, per un fetta importante dei suoi 60 milioni di abitanti, a sostenere i costi di un progetto migratorio. Tant’è che da quel momento, nell’arco di un trentennio, dieci milioni di messicani sono emigrati negli Stati Uniti, dove hanno trovato lavoro e messo su famiglia. Per questo oggi sono circa 30 milioni e rappresentano il 10% della popolazione americana. Badate bene alle date, non sono casuali.

Dal 2010, invece, contrariamente a quanto sostiene Donald Trump, c’è stato un calo dell’immigrazione messicana verso gli USA. Perché l’economia del Messico (che oggi ha 120 milioni di abitanti) ha fatto un ulteriore balzo in avanti. Tale da garantire, almeno in parte, alla sua popolazione dignitose condizioni di vita e lavoro.

Oggi molti paesi africani (Ghana, Costa d’Avorio, Nigeria e Kenya), proprio come il Messico negli anni Settanta, hanno raggiunto una soglia di prosperità tale da consentire alle classi medie, che dispongono di maggiori capacità culturali ed economiche, di emigrare verso una vita migliore in Europa. È per questo che mi aspetto nei prossimi venti-trent’anni un boom di immigrati dall’Africa.

Lei sostiene che ad emigrare dall’Africa non sono le classi più povere ma quelle medie?

La migrazione ha un costo e richiede una certa comprensione e visione generale del mondo. Essere "collegati" al resto del mondo - attraverso la TV satellitare, Internet, i social media o WhatsApp - e avere i mezzi finanziari per intraprendere il viaggio. Che costa almeno 2-3 mila euro, cifra di gran lunga superiore al reddito pro-capite annuale di molti stati sub-sahariani. Quindi, piuttosto che il "più povero dei poveri", è la classe media emergente del continente che migra. Oggi, circa 150 milioni di africani dispongono di un reddito giornaliero compreso tra 5 e 20 dollari USA. Nei prossimi trent'anni, questa classe media dovrebbe quadruplicarsi.

Ma, allora, perché Bill Gates, che con la sua fondazione si batte per migliorare gli standard medici e d’istruzione dei paesi africani, sostiene che solo contribuendo all’emergere di una classe media in Africa, l’Europa potrà registrar un calo della pressione migratoria da quel continente.

Sul breve periodo ha torto. Perché l'aiuto straniero è un sussidio per la migrazione perché aiuta i paesi poveri in Africa a varcare la soglia della prosperità, a quel punto i loro abitanti hanno i mezzi per andarsene. Ma sul lungo termine Bill Gates ha ragione. Perché i paesi africani veramente sviluppati manterranno i loro abitanti che preferiranno avere successo a casa piuttosto che tentare la fortuna tra estranei.

 In assenza di una politica dell’immigrazione comune come fa l’Europa a reggere il confronto con un gigante come l’Africa?

Si confrontano due giganti: uno demografico (Africa), l’altro economico (Europa). Che con il 7% della popolazione mondiale, dispone del 25% del PIL e del 50% del Welfare globale. Anche senza una politica comune, il Vecchio Continente ha i mezzi almeno per rallentare l'afflusso di immigrati indesiderati. I 6 miliardi di euro pagati alla Turchia hanno, ad esempio, consentito di trattenere sul suolo turco più di 2,5 milioni di rifugiati. Così come gli accordi raggiunti con i signori della guerra libici hanno impedito a 700.000 immigrati africani di attraversare il Mediterraneo. Ma, naturalmente, questa non è una soluzione praticabile a lungo termine, alla luce della migrazione di massa che mi aspetto per i prossimi tre decennia. Infatti, ogni tentativo di rispondere, senza una politica di ampio respire ma soltanto con la forza e il denaro alla pressione migratoria africana è destinato a fallire. La verità è che l’immigrazione rafforzerà o seppellirà l’Europa.

Chi combatte i populisti farebbe bene a conoscerli

L’Europa, anche se contro voglia, sarà obbligata a fare i conti con i cosiddetti neo populisti. Tanto più se dovessero avere successo alle elezioni europee del prossimo maggio. Man mano che si avvicina quella data, infatti, il barometro del voto sembra indicare questo come un esito possibile anche se fino a ieri inimmaginabile. Eventualità per la quale c’è in giro più preoccupazione che riflessione. E, soprattutto, pochissima azione. Un clima che ricorda l’antica Roma ai tempi di Sagunto. Che chiacchierava mentre quello bruciava.

Un cincischiamento che nei confronti di questa composita galassia di “neo barbari” è alternato al disprezzo. Terapia che, stando ai fatti, sembra, però, la meno indicata. Visto che il loro ascolto anziché diminuire aumenta. La verità, però, è che su chi sono e cosa vogliono i neo populisti le idee risultano , a dir poco, confuse e, molto spesso approssimative. Tanto più in Italia, dove, caso unico al mondo, sono alleati di governo forze politiche figlie di populismi storicamente antitetici.

Un deficit di buona informazione che disorienta l’opinione pubblica che di questa nuova, variegata galassia politica continua a sapere poco o nulla. Che i grandi mezzi di comunicazione, prima fra tutti la tv, contribuiscono colpevolmente a peggiorare. Basta ascoltare uno dei tanti dibattiti di cui è quotidianamente inondato il piccolo schermo. Nei quali populista non è più un aggettivo ma solo un epiteto offensivo. Un insulto. Ripetuto, come se niente fosse, con l’unico obiettivo di mettere all’angolo l’avversario di turno chiudendogli la bocca.

Un’accusa che i politici si rimpallano sulla base di una logica tanto singolare quanto paradossale. Che ricorda molto da vicino quella usata da Dylan Thomas per definire l’alcolista: “che non ci piace semplicemente perché beve come e quanto noi”. Tanto è vero che se a proporre, ad esempio, il pugno di ferro contro la criminalità, la riduzione delle tasse o l’aumento della spesa sociale è uno “dell’altra parte”, allora è populista. Mentre se a fare le stesse proposte sono “loro” è perché rispondono alle sacrosante, improcrastinabili esigenze del paese! Amen!

Una Babele lessicale che diventa, invece, concettuale nel caso dell’altra accusa rivolta ai partiti populisti, in aggiunta a quella dell’impresentabilità: di essere estremisti di destra. Contestata, invece, da molti studiosi. Perché, ricerche alla mano, hanno spiegato che è quanto meno fuorviante sostenere che i populisti sono di destra solo perché cercano di sfruttare politicamente temi quali l’immigrazione e la rivolta fiscale. Visto che queste stesse questioni, spesso con l’aggiunta che riguarda il diritto del popolo di vedere reintegrata la sovranità decisionale sottrattagli, sono caldeggiate, più spesso che volentieri, anche dalla sinistra estrema. E che, in aggiunta, hanno anche fatto presente che, all’opposto della destra, gerarchica e statalista, i populisti sono, invece, per l’egualitarismo ed il comunitarismo.

Se è discutibile, dunque, che siano di destra ancor più lo è ritenerli di estrema destra. Infatti, ha chiarito Pietro Ignazi, “un partito può essere definito di estrema destra solo se il suo elettorato appartiene a quell’area dello schieramento politico e professa un’ideologia basata su valori che si richiamano al fascismo e persegue tra i suoi obbiettivi quello del sovvertimento dell’ordine democratico. Se questo è vero pensare di dire che la Lega Nord è di estrema destra è, al meglio, altamente problematico”.

Una verità che potremmo sintetizzare in tre punti: 1) gli elettori dei partiti neo populisti non vengono né tutti né sempre dall’estrema destra. Anzi, è vero in molti casi proprio il contrario; 2) i legami con l’eredità del fascismo, certamente riscontrabili in alcuni di questi partiti, non rappresentano la loro regola generale; 3) la lotta dei neo populisti non è finalizzata al sovvertimento dello Stato, se mai, al suo iper rafforzamento. Propugnano una democrazia illiberale e anti-istituzionale perché nemici di qualsiasi forma di mediazione frapposta tra il popolo e l’esercizio effettivo, diretto del potere. Criticano la democrazia rappresentativa in nome e per conto di quella diretta. Le loro posizioni non sono anti-sistema ma di protesta, anche estrema, contro il funzionamento difettoso dei meccanismi della democrazia rappresentativa.

Per dirla con Halbert O. Hirschman i neo populisti hanno una posizione di tipo voice che non sfocia nell’exit. Come invece fanno i partiti che si collocano agli estremi dello spettro politico e, in genere, le forze extra parlamentari. Per concludere, è bene anche ricordare che il neo populismo non è anti mercato ma favorevole a un capitalismo assistenziale-corporativo. I suoi veri nemici sono i burocrati di Bruxelles.

Per i rifugiati il mercato può fare di più delle Ong e dei governi

Né le Ong, né i governi possono risolvere da soli la crisi globale dei rifugiati: serve più concorrenza e mercato anche nel settore umanitario. È con questa dichiarazione fuori dal mainstream che è tornato a far parlare di sé Hamdi Ulukaya, imprenditore immigrato naturalizzato americano, diventato miliardario vendendo yogurt greci negli USA. Che nel 2016 aveva richiamato l’attenzione dei media devolvendo il 50% del suo enorme patrimonio per la creazione di nuove forme di integrazione internazionale dei richiedenti asilo.

A distanza di due anni sappiamo che la sua non è stata una semplice forma filantropismo assai diffusa tra i paperoni d’Oltreoceano. Perché il re dei latticini ha fatto sapere qualche giorno fa che ha superato quota 100 il numero dei big dell’economia globale che sostengono la sua fondazione Tent partnership for refugee. Da Barilla a Microsoft passando per Hilton, tanti hanno raccolto la sfida di Mr. Latticini convinto più che mai che per trasformare i rifugiati da problema a risorsa bisogna archiviare il modello assistenziale dominante e fallimentare a livello mondiale. Anziché sperperare fondi pubblici per garantire loro beni e servizi, meglio, questo il suo ragionamento, incentivare investimenti privati per trasformarli in lavoratori specializzati preziosi per le imprese dello Stato che li ospita.

Quella di Hamdi Ulukaya è una sorta di solidarietà capitalista 2.0, che aiuta gli sfollati col pragmatismo tipico dei business man. E che potrebbe riuscire laddove il vecchio paradigma assistenzialista, basato sulla Convenzione di Ginevra del 1951, continua a fallire. Perché sulla convinzione che i rifugiati, finita l’emergenza che li ha spinti ad emigrare, tornano a casa. Ma oggi non è più così.

Secondo le Nazioni Unite, infatti, il 40% dei 65,3 milioni di profughi nel mondo rientra nella categoria tecnicamente nota dei protracted, cioè quelli costretti a vivere lontano da casa da 5 anni in su. Tanto è vero che sulla base di una ricerca pluriennale dell’Overseas Development Institute (ODI) di Londra, sappiamo che, tra il 1978 e il 2014, l’80% delle emergenze rifugiati si è risolta dopo 10 o più anni, mentre solo 1 su 40 nell’arco di tre anni. A ciò va aggiunto che il 50% dei rifugiati rifiuta di tornare a casa anche quando la crisi nel loro paese si è conclusa. Una scelta di non ritorno che, secondo l’UNHCR, nel 2015 ha raggiunto i livelli più alti degli ultimi trent’anni.

Insomma, se una volta arrivati, per un motivo o per un altro, non vanno più via, è meglio sperimentare la via pragmatica di Hamdi Ulukaya o quella idealistica-assistenzialista che battiamo, senza successo, da molto tempo?

Le europee del 2019 si vincono sull’immigrazione

Alle elezioni del prossimo maggio sarà l’immigrazione a decidere il futuro dell’Europa. Una verità che le forze politiche europeiste faticano ad affrontare e persino ad accettare. Con un cincischio che non solo rischia di aggravare l’umore non particolarmente favorevole della nostra pubblica opinione. E che potrebbe spingere molti, al momento del voto, a passare dall’indecisione alla protesta. Ma perché conferma, almeno per quanto riguarda l’immigrazione, l’incapacità, ai limiti della non volontà, dell’establishment europeo di prestare ascolto ai tanti avvertimenti ed alle richieste di cambiare strada lanciati dalla società. In un arco di tempo che non è dell’oggi ma che risale al 2005. Quando, tra il maggio ed il giugno di quell’anno, prima la Francia ed a ruota l’Olanda, votarono no al referendum approvativo della Costituzione europea. Firmata solo pochi mesi prima in pompa magna dai capi dei governi dell’Unione. Un no che a Bruxelles, e nelle cancellerie nazionali, si pensò bene, una volta decantati il trambusto ed il disorientamento dei primi giorni, di archiviare come un puro e semplice incidente di percorso.

Un errore politico madornale. Non solo perché in democrazia si paga sempre a caro prezzo trattare come fosse acqua fresca il pollice verso degli elettori. Tanto più, come in quel caso, se appartenenti a due dei sei stati fondatori della Comunità Europea. Ma, cosa ancor più grave, non si capì che francesi ed olandesi avevano, come avviene in democrazia, usato le urne per fare sentire la loro voce. E segnalare insoddisfazione e timore per lo stravolgimento che il mercato del lavoro ed il sistema dei servizi dei loro paesi rischiavano di subire dalla libera circolazione “garantita” agli immigrati dei paesi dell’Est. Che dal 2004 erano entrati a fare parte, a pieno titolo, del Club Europa. Una lacerazione politica che negli anni anziché essere sanata si è allargata. Fino ad esplodere con Brexit nel 2016. E che oggi il populismo nazionalista usa come una clava per colpire al cuore le nostre società aperte.

Se le cose stanno così alle forze convintamente europeiste non resta altro che rimboccarsi le maniche. E decidere, messi da parte dubbi ed ubbie, di prendere come si dice il toro per le corna. Per evitare che l’ansia e l’insicurezza (reali o percepite poco importa) spingano milioni di elettori nelle braccia apparentemente più rassicuranti del sovranismo comunitario. Mettendo al primo punto dei loro programmi elettorali la promessa, una volta vinte le elezioni , di modificare le norme che attualmente regolano l’ingresso degli immigrati dell’Est in quelli più ricchi dell’Ovest.

Una mossa che se tempestiva e fatta nel modo dovuto potrebbe, forse, essere anche d’aiuto per chiudere la trattativa, oggi pericolosamente in panne, con gli inglesi bisognosi di trovare una dignitosa via d’uscita al pasticcio combinato con il referendum del 2016. Poiché in politica non esistono le cose impossibili ma solo quelle difficili, anche un’amputazione, sia pur dolorosa, non deve fare paura. Se serve a difendere i principi generali della libera circolazione dall’assalto, ormai all’arma bianca, del tribalismo nazionalista. Hic Rodus, hic salta! Dicevano i saggi di un tempo.

Anche il Canada ha il suo Salvini

Dal lontano Québec arrivano utili spiegazioni sul come e perché il neopopulismo anti-immigrati sfonda in mezzo mondo. In questa ricca e pacifica provincia francofona di uno Stato, il Canada, in piena espansione economica, con un tasso di disoccupazione ai minimi storici (5,8%), la campagna elettorale (che si conclude con il voto oggi) per la nomina dei rappresentanti locali all’assemblea nazionale, è stata dominata dall’immigrazione.

Merito del capo-popolo, imprenditore, già ministro François Legault che con il suo partito (CAQ-Coalition Avenir Québec), aizzando le paure anti-stranieri, oltre a conquistare secondo i sondaggi molti consensi, è riuscito laddove nessuno era mai arrivato da mezzo secolo a questa parte: affievolire l’indole indipendentista di questa terra dal DNA francese che mal tollera il governo centrale anglofono.

È la prova provata che da un lato all’altro dell’Atlantico, sia pur scontate le differenze del caso, a tirare la volata dei partiti neopopulisti anti-immigrati oltre alle questioni economiche ci sono quelle identitarie. Insomma, contrariamente al passato, il No all’immigrazione spopola oggi in lungo e in largo non solo perché arricchisce molti autoctoni e ne impoverisce altrettanti. Ma anche e soprattutto in ragione del fatto che è temuta come una minaccia all’identità, allo stile di vita e ai tradizionali usi e costumi. Non è un caso che François Legault, come molti suoi omologhi nel resto dell’Occidente, abbia trasformato, in appena sette anni, il suo semi-sconosciuto movimento in un partito di massa (lo danno al 30%) incentrando la propaganda politica su un doppio binario.

Il primo è quello del silenzio sul boom delle richieste di manodopera straniera che arrivano dagli imprenditori canadesi in piena crescita economica.

Il secondo è quello delle urla di allarme sulla categoria di immigrati che più fanno paura: quelli musulmani. Una retorica impregnata di menzogne che, sia pur smentite da fonti ufficiali, fanno presa sul grande pubblico. Come quella che ha convinto molti, sedotti dai comizi di Monsieur Legault, a credere che quegli immigrati che impongono il burqa alle proprie donne riescono a ottenere la carta d’identità canadese in meno di tre mesi, quando, invece, servono tre anni oltre al superamento di un rigido test di lingua e cittadinanza.

E’ quella che Francis Fukuyama nel suo ultimo libro ha definito the rise of identity politics, ma che gli europei toccano con mano, senza tenerne conto, da quasi vent’anni. Era, infatti, il 2002 quando nello scenario politico olandese, uno dei più ricchi e multiculturali d’Europa, faceva il suo ingresso il movimento liberale, libertario ma anti-Islam di Pim Fortuyn, che poi verrà ucciso da un’estremista di sinistra. Dalla sua morte, insieme a quella del regista Theo Van Gogh, accoltellato da un olandese di origine marocchina, è nato politicamente Geert Wilders e il suo partito (PVV) anti-musulmano. Che ha dato il là alla stagione neopopulista prima nei paesi più economicamente in salute del Vecchio Continente (Svezia in testa) e oggi anche in quelli mediterranei.

L’immigrazione spaventa la democrazia inefficace

Per cercare di fare luce sulle ragioni alla base dell’ondata anti liberale che sta facendo tremare le istituzioni dell’Occidente democratico, West ha chiesto lumi a Giovanni Orsina. Professore di Storia Contemporanea dei Sistemi Politici Europei alla Università Luiss di Roma ed editorialista di punta del quotidiano La Stampa.

Professore,  a Suo parere l’attuale “recessione democratica”, come l’ha definita il politologo americano Larry Diamond, è solo figlia della rabbia socio-economica  dei perdenti della globalizzazione o c’è dell’altro?

Che la crisi economica c’entri non c’è dubbio. Ma quello che bisogna chiarire è come e perché ha innescato la crisi politica alla base di quella che, per restare alla domanda, è l’attuale “recessione democratica”. Per oltre 70 anni, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, le istituzioni democratiche dell’Occidente hanno guadagnato ed ottenuto consenso promettendo e dando benessere materiale. Esaltando tutto ciò che sapeva di “performance” ma badando poco, fino ad essiccarli, ai valori. Pur di fare andare avanti la barca dell’economia si sono mollati gli ormeggi della società. Oggi che il benessere è venuto meno, il deficit di contenitori non economici spinge molti a chiedersi: io chi sono? Qual è la mia comunità di appartenenza? Che mondo lascio ai miei figli? etc.  Ecco perché, come dicevo all’inizio, la crisi economica è stato l’innesco di una bomba che, però, ha molto a che fare con l’identità. Che, come tutti sanno, è spesso il fattore determinante dei grandi sommovimenti politici.

Quanto è vero, se è vero, che l’immigrazione, come sostiene il ministro degli interni tedesco Seehofer,  è “ la madre di tutti i guai”?

Parecchio. Più che l’immigrazione reale quella temuta. Viviamo in un mondo “asimmetrico”: mentre le società liberali hanno, per loro stessa volontà,  le mani legate da leggi, convenzioni internazionali, norme procedurali etc., ci sono nazioni e persone che ne approfittano e le usano a mo’ di cavallo di Troia. Prendiamo ad esempio il caso dei famosi barconi che attraversano il Mediterraneo: sono destinati fin dall’inizio al naufragio, perché la loro funzione è quella di “attivare” il diritto internazionale marittimo e rendere obbligatorio il salvataggio. Ma questo non è nient’altro che uno stratagemma per dribblare elegantemente le leggi sull’ingresso degli stranieri sul territorio nazionale. Insomma: le regole dell’Occidente vengono usate contro le regole dell’Occidente. E, in sovrappiù, l’Occidente ci mette del suo. Visto che, quasi fosse una bestemmia, nessuno si pone la domanda: ma la sacrosanta convenzione internazionale che impone in mare l’obbligo di salvare chi naufraga, fino a che punto vale se il naufragio anziché accidentale è organizzato, cercato e realizzato scientemente, e con lo scopo di violare una legge? Dobbiamo fare grande attenzione, perché all’indomani del 1945 l’Europa ha accettato la liberal democrazia non per il suo intrinseco valore morale, ma per la sua utilità. Il che vuol dire che, se le opinioni pubbliche europee cominciano a dubitare della sua utilità, sarà difficile convincerle a non abbandonarla. Torniamo così alla “recessione democratica”.

Sempre per restare in tema di immigrazione c’è un rebus che Le chiederei di aiutarmi a risolvere: come mai, dopo che a partire da Marx e per molti decenni l’immigrazione è stata avversata perché indeboliva  le capacità contrattuali dei lavoratori nei confronti degli imprenditori, i partiti pro-labour sono poi diventati, talvolta ben oltre il necessario, pro-immigrati ?

Per trovare una possibile risposta bisogna ritornare agli anni ’70 del secolo scorso. Quando, sull’onda vittoriosa di quella che Inglehart allora definì come  “the silent revolution”, la nuova sinistra dei diritti scalzò quella di classe. Anche perché bisognava sostituire la classe operaia, considerata al tramonto, con settori del ceto medio fino ad allora egemonizzati dai partiti di centro. Il linguaggio-messaggio dei diritti, a partire da quelli sessuali, è non solo potentissimo ma, nel senso buono del termine, impunito. Per la semplice ragione che, mentre un marxista poteva essere delegittimato perché incompatibile col quadro valoriale occidentale, oltre che irrevocabilmente destinato al retrobottega della Storia, i paladini dei diritti possono reclamare di essere in realtà i più “occidentali” di tutti. L’inflazione dei diritti, altro punto da non dimenticare, ha finito per allargare a dismisura l’onnipotenza “giudicante” dei giudici. Che, infatti, e non solo in Italia, da allora hanno visto crescere di molto il proprio potere. Insomma, la valorizzazione delle diversità e delle minoranze, fino alle diversità minime e alle più piccole minoranze, ha disintegrato ogni di idea di comunità, a cominciare da quelle nazionali e di classe. Delegittimata ogni identità, in nome di che cosa si sarebbe potuta fermare l’immigrazione? In fondo, per ridurre il ragionamento all’osso, nel momento in cui si è convinta che  la tradizione e la nazione non potevano più essere combattute nel nome dell’identità di classe, e ha preso a combatterle nel nome di un individuo astratto e universale, la sinistra non ha trovato più alcuna ragione per non spalancare “le mura di Gerico” agli immigrati.

Caro Salvini, agli immigrati regolari chi ci pensa?

Uno strano virus continua ad aleggiare ai piani alti del Viminale. Anche l’attuale Ministro dell’Interno, proprio come il suo predecessore, è, infatti, vittima di una sindrome che lo spinge a trattare immigrazione e sicurezza come fossero un tutt’uno. È per questo che con un pizzico di ironia il decreto Salvini, presentato ieri in pompa magna, potrebbe essere ribattezzato Minniti 2.0. Visto che si continua ad associare problemi fra loro diversi, mettendo sullo stesso piano immigrati regolari, illegali, finti richiedenti asilo, ultras, mafiosi e terroristi.

Sta qui il vero, grande limite di un intervento normativo sul quale, salvo un paio di sbandate che auspichiamo il Parlamento raddrizzi (revoca della cittadinanza, sospensione dello status di richiedente d’asilo e finanziamento dello Sprar), non c’è, come qualcuno ha cominciato a fare, da stracciarsi le vesti. Ha, dunque, un vizio, oltre che di forma, di metodo. Perché sottovaluta, come amava ripetere il sociologo francese Marcell Mauss, che l’immigrazione è un fatto totale. Per governarla servono strumenti che tengano conto di questo fenomeno non a 180 ma a 360 gradi.

Va benissimo la lotta ai falsi rifugiati, agli immigrati che minacciano la sicurezza nazionale e a quelli illegali che nell’attesa di essere espulsi fuggono dai Centri per i Rimpatri (CPR). Ma dell’altra faccia dell’immigrazione, degli imprenditori e dei dipendenti stranieri che vivono e lavorano onestamente sul nostro territorio e che, con l’aria che tira, rischiano di essere additati come terroristi e stupratori seriali, chi e quando se ne occuperà? E che dire del milione di giovanissimi stranieri che tra i banchi di scuola di mezza Italia giocano e studiano, fianco a fianco ai nostri figli?

Si poteva, ad esempio, investire su di loro il miliardo e più di euro risparmiati dal crollo degli sbarchi nelle nostre coste. Non foss’altro perché in maggioranza hanno ormai la carta d’identità italiana o i documenti in regola per ottenerla nel prossimo futuro. Strano che non abbiano trovato posto in un decreto che porta il nome di chi dello slogan “prima gli italiani” ne ha fatto una ragione di vita politica.

Se l’emigrazione dipende dalla stupidità dei politici

Sulle cause delle migrazioni non si finisce davvero mai di imparare. Visto che quando pensavamo di conoscerle tutte, siamo oggi costretti ad ammettere che ce ne è una che non avevamo mai presa nella dovuta considerazione: la stupidità della politica. O, se si preferisce, la stupidità politica dei governanti. Che in Venezuela, dopo aver ridotto sul lastrico, prima con Chavez e poi con Maduro, l’economia più ricca del Sud America, sta costringendo centinaia di migliaia di abitanti a fuggire all’estero per non essere inghiottiti dall’inferno quotidiano del loro paese. Cercando scampo, ad ogni costo e con tutti i mezzi possibili in nazioni che, all’opposto di oggi, fino a ieri guardavano al Venezuela come alla terra promessa.

Basti considerare che dei 2,3 milioni di emigrati quelli accolti come rifugiati dal solo Perù superano il milione. E che secondo le stime dell’Alto Commissariato Rifugiati dell’Onu il numero dei minori venezuelani non accompagnati in arrivo nelle nazioni circonvicine è 4 volte superiore a quello registrato in tutte le peggiori situazioni di crisi a livello mondiale. Numeri che danno la misura e la dimensione di una vera e propria catastrofe umanitaria. Mai vista in un continente, per altro non proprio tranquillo, qual è l’America Latina. Che ricorda, in peggio, quella conosciuta dall’Europa con i rifugiati nel 2015.

A parere degli esperti, infatti, il Venezuela da pericolosa pentola a pressione si è ormai trasformata in una bomba migratoria pronta ad esplodere da un momento all’altro. Con conseguenze che oggi nessuno osa neppure immaginare. Al punto, paradosso dei paradossi, da spingere molti a ritenere che per evitare rogne con nuovi, indesiderati arrivi finiscano per prendere la situazione in mano il vecchio Zio d’America e la sua CIA.