La nuova politica UE sull’immigrazione tranquillizza ma non troppo

Anche se rappresenta un passo avanti, l’accordo sull’immigrazione, che Finlandia, Francia, Germania, Italia, Malta (forse anche Portogallo e Spagna) proveranno a sottoscrivere il prossimo 23 settembre a La Valletta, ha due criticità di non poco conto.

Per capire di cosa parliamo, partiamo dal nocciolo della potenziale intesa che mira ad automatizzare fra le parti contraenti disponibili la redistribuzione immediata dei migranti che sbarcano sulle coste dell’Europa del Sud. Con tanto di penalizzazione per gli stati che non fanno la loro parte.

Rispetto al piano Juncker del 2015, la novità, fortemente voluta dal governo italiano, consisterebbe (il condizionale è d’obbligo) in un superamento de facto della Convenzione di Dublino. Risparmiando al paese di primo approdo l’obbligo di fotosegnalere, valutare e distinguere la posizione dei richiedenti asilo (da ridistribuire tra i partner UE) e quella degli immigrati irregolari da rimpatriare, con tutte le enormi difficoltà del caso, a proprie spese. Una buona notizia rispetto al recente passato, non sufficiente, tuttavia, a risolvere:

- L’annosa e mai risolta questione del se e come rimpatriare coloro, e non sono pochi, che si presentano come richiedenti asilo, ma sono immigrati irregolari. Che spetti al paese di primo approdo (come accade oggi) o a quello di secondo approdo (potrebbe succedere dopo il 23 settembre) il problema rimane. In entrambi i casi, è, infatti, arcinoto che si tratta, soprattutto nel caso di grandi numeri, di procedure lunghe, costose, farraginose, a volte impopolari e spesso ostacolate dal mancato accordo con i paesi di origine.

- I non pochi problemi di ordine legale. L’ipotesi di penalizzare sul piano finanziario gli stati che dicono no a qualsiasi forma di ridistribuzione, può, infatti, essere politicamente condivisibile. Ma in punta di diritto, se ci atteniamo ai dettati dei Trattati che hanno istituito l’UE, è, se non irricevibile, quanto meno discutibile. Tant’è che, se si dovesse passare dalle parole ai fatti, non è difficile immaginare per i giudici della Corte di giustizia europea lunghe notti e giorni di durissimo lavoro per rispondere ai ricorsi e ai contro ricorsi degli stati protagonisti di questa partita.

Per tali ragioni, non ci rassegniamo a ribadire quanto già scritto più volte in queste colonne. Si potrebbe, infatti, rilanciare la proposta avanzata trent’anni fa da uno dei massimi esperti internazionali in materia, il Prof. James Hathaway. Secondo il quale per allentare la pressione migratoria sugli stati di frontiera ed evitare che per arrivare a destinazione gli immigrati economici illegali sfruttino come cavalli di Troia i richiedenti asilo in fuga da guerre e persecuzioni, è cruciale distinguere il luogo di identificazione dei nuovi arrivati da quello di accoglienza. Nel caso nostro creando a ridosso delle aree di crisi come quella libica zone franche e sicure (ad es. in Tunisia), sotto l’egida dell’UNHCR, dell’OIM e dell’UE, in cui chiedere asilo. Al fine di garantire solo a chi ne ha diritto ai sensi della Convenzione di Ginevra di essere ridistribuiti e accolti, senza affidarsi ai trafficanti di esseri umani, nei 28 stati dell’Unione.

La diversità rende forte l’economia USA

L’America di Trump non finisce mai di stupire. E stavolta la sorpresa arriva dal mercato del lavoro che fa registrare un primato straordinario: nel 2018 la maggior parte dei nuovi assunti sono di colore o appartenenti alle minoranze etniche. E novità nella novità, a guidare questa tendenza sono le donne. È lo straordinario annuncio fatto qualche giorno fa in prima pagina dal Washington Post, quotidiano non certo tenero con l’attuale inquilino della Casa Bianca che ha analizzato i dati del Dipartimento del Lavoro dagli anni ’70 ad oggi. In particolare il numero degli occupati è aumentato di 5,2 milioni dalla fine del 2016, e di questi 4,5 milioni appartengono alle minoranze.

Mai era accaduto nella storia recente del Paese. Il rimodellamento della forza lavoro americana è iniziato nel 2015, anno in cui un sempre maggiore numero di donne afroamericane e ispaniche hanno deciso di mettersi in gioco abbandonando il tradizionale ruolo di casalinghe e mamme. Una rivoluzione culturale, favorita anche dai posti di lavoro lasciati liberi dai molti baby boomer bianchi che nel frattempo stanno andando in pensione. Ma a spingere queste donne a cercare lavoro è soprattutto la necessità di una maggiore stabilità economica. Non è un mistero che le famiglie appartenenti a minoranze etniche sono meno ricche di quelle bianche. Secondo i dati della Federal Reserve del 2016 un nucleo familiare Wasp può contare, in media, su un patrimonio netto superiore ai 170mila dollari, mentre una tipica famiglia afroamericana o latina non supera i 21mila dollari. Secondo molti economisti dietro il boom di queste assunzioni c’è anche un diverso approccio dei datori di lavoro che ormai non cercano più solo bianchi e preferibilmente uomini.

Un altro dato che il Washington Post mette in evidenza è l’avanzata delle donne latinoamericane. Spinte a cercare lavoro e a garantire un reddito alla famiglia dopo l'escalation delle espulsioni dei clandestini, che per il 90% sta colpendo uomini originari del Centroamerica. Ma c’è un altro aspetto che favorisce le ispaniche, l’alta scolarizzazione: dal 2010 al 2016 le laureate sono passate dal 36 al 41%. Ad aiutarle è poi la perfetta conoscenza di inglese e spagnolo, di fatto seconda lingua negli USA.

Fin qui le buone notizie. Ma come evidenzia il Washington Post l’economia americana mostra segni di rallentamento. La guerra dei dazi e le incertezze globali hanno già portato a una frenata dell’occupazione. A questo punto è perciò lecita una domanda: chi subirà il colpo più duro di una possibile recessione? La risposta è facile: le donne delle minoranze. Perché nonostante tutte le rivoluzioni culturali, in caso di crisi, infatti, i white worker restano sempre e comunque la “prima scelta” delle imprese.

Dagli USA un’idea sull’asilo su cui riflettere

Martedì scorso 11 settembre la Corte Suprema americana ha emesso sull’immigrazione una sentenza carica di enormi conseguenze. In primo luogo in ragione del fatto che in piena campagna elettorale per le prossime elezioni presidenziali e su uno dei più accesi e contestati dossier della politica interna del paese dà torto a quanto per mesi sostenuto contro il Presidente dall’opposizione democratica e da una parte della magistratura statunitensi. Semplificando, di fatto e di molto, la strada di Trump alla difficile ma agognatissima rielezione alla Casa Bianca nel 2020. Ma soprattutto perché aiuta a fare una volta per tutte chiarezza su un argomento delicatissimo qual è appunto quello dell’asilo che la crisi alla frontiera meridionale del paese ha fatto deflagrare in tutta la sua drammaticità.

Per capire di cosa stiamo parlando vale forse la pena iniziare dai numeri. Solo negli ultimi 12 mesi sulla linea di confine che separa gli Stati Uniti dal Messico gli agenti dell’immigration americana hanno fermato, mentre tentavano di entrare illegalmente nel paese, quasi mezzo milione tra adulti e bambini. Nella stragrande maggioranza provenienti dal San Salvador, Guatemala ed Honduras. Che però, una volta intercettati, sulla base di uno schema adottato fin dai tempi della presidenza Obama, in base alle norme in vigore che appunto Trump intende cambiare, dichiarandosi richiedenti asilo devono essere rilasciati dalle forze dell’ordine. E in attesa che la giustizia abbia modo e tempo di esaminare la loro richiesta spariscono nell’immenso continente nordamericano. E del suo mercato del lavoro mai sazio di braccia volonterose e a buon mercato.

Un sistema che gli studiosi del Migration Policy Institute in un’indagine sull’argomento hanno definito “ben oliato e sponsorizzato dalle gang centro americane” perché dimostratosi per loro meno rischioso e più “sicuro” rispetto a quello dell’immigrazione clandestina del passato. Quando a tentare di passare il confine senza documenti, rischiando però di morire o di essere acciuffati e rimpatriati dal Border Patrol, erano per lo più giovani maschi messicani soli e non intere famiglie come oggi.

Un meccanismo infernale nel quale i veri rifugiati funzionano da “copertura” per i tantissimi immigrati economici intenzionati a raggiungere, senza permesso, i nuclei dei loro “paesani” da tempo insediati ai quattro angoli del paese a stelle a strisce. Ma che la Casa Bianca, con il placet della Corte Suprema, ha deciso oggi di spezzare stabilendo che i centro americani intenzionati a chiedere asilo negli USA dovranno depositare le loro richieste non più al confine yankee ma nelle nazioni attraversate nella marcia di avvicinamento al Norte. Per quelli dell’Honduras e del San Salvador le nazioni delegate sono il Guatemala e il Messico, mentre per i guatemaltechi solo il secondo.

Una pillola forse per alcuni difficile da ingoiare addolcita però, come giustamente sottolineato dai supremi magistrati americani, da un principio di garanzia in base al quale coloro che avessero respinte le richieste di accoglienza nei paesi “terzi” saranno autorizzati a perorare la loro causa e difendere i loro diritti rivolgendosi direttamente all’amministrazione made in USA.

Per la Von der Leyen la riforma dell’asilo è un obbligo

La solidarietà non può dipendere da una posizione geografica, la Convenzione di Dublino sui richiedenti asilo deve essere riformata. Sante parole, quelle pronunciate oggi dalla neo-presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen durante la conferenza stampa convocata a Bruxelles per annunciare i portafogli dei suoi commissari. Per la semplice ragione che la Convenzione siglata nella capitale irlandese da 12 Stati UE nel 1990, entrata in vigore nel 1997, aggiornata nel 2003 e nel 2013, è oggi carta straccia. Non è più sufficiente a garantire sicurezza e diritto d’asilo in Europa.

Per capire il perché, partiamo da quello che ormai da quasi trent’anni è il suo principio-guida. In base al quale i cittadini extracomunitari, in fuga dai paesi di origine a causa di guerre o persecuzioni per motivi di natura politica o religiosa, possono fare richiesta di asilo solo nel primo paese membro dell'Ue in cui arrivano (one step, one shop). Una norma allora pensata per risolvere due problematiche:

- Asylum shopping, cioè il rischio che uno stesso soggetto facesse domanda d’asilo in più Stati.
- Rifugiati in orbita, ovvero richiedenti asilo che venivano rimbalzati da uno Stato all’altro per conflitto di competenza.

Per lungo tempo, fin quando la pressione migratoria, prima dall’Europa dell’Est, poi dai Balcani e infine soprattutto dal Nord Africa, non ha raggiunto livelli allarmanti, la Convenzione è rimasta in vita solo sul piano squisitamente formale, in forza di un compromesso tacito tra gli Stati dell’Europa mediterranea e quelli mitteleuropei. Nonostante i vincoli imposti da Dublino, i primi si sono fatti sempre carico da soli dell’onere di ricevere i richiedenti asilo e garantire loro una prima assistenza, consentendo, tuttavia, a coloro che rifiutavano di farsi registrare e fotosegnalare, di chiedere formalmente rifugio nel Nord Europa che li accoglieva di buon grado vista l’elevata domanda di manodopera straniera. Solo così si spiega perché, dati Eurostat e Unhcr alla mano, tra gli Stati UE, a registrare il maggior numero di rifugiati pro-capite sono per lo più quelli lontani dalle frontiere calde dell’immigrazione, come, ad esempio, la Svezia.

Questo silenzioso patto tra Nord e Sud Europa sulla distorta applicazione della Convenzione di Dublino, è saltato con la Primavera Araba del 2011. Le proteste di piazza in buona parte dello scacchiere nordafricano hanno spazzato via i regimi autoritari che per decenni, sia pur con alti e bassi, avevano garantito ai partner europei un filtro alla pressione migratoria dall’Africa sub-sahariana. Con il risultato che, specialmente nel triennio 2014/2015/2016, il numero dei richiedenti asilo nell’Europa mediterranea ha raggiunto cifre spaventose, mai registrate prima. Cosa che ha spinto i leader dei governi mitteleuropei (ad eccezione di Angela Merkel), intimoriti dall’onda populista anti-immigrati al loro interno, a chiedere a quelli del Sud quello che, per ragioni opportunistiche di cui sopra, non avevano mai richiesto: il rispetto della Convenzione di Dublino. Addossando sulla Grecia e Italia l’onere di valutare migliaia di domande d’asilo da parte di soggetti desiderosi di raggiungere i più ricchi stati mitteleuropei. Un compito tanto più arduo se si tiene conto del fatto che i molti casi di diniego, viste le complesse procedure di rimpatrio, hanno ingrossato le fila di un esercito di fantasmi sul territorio italiano e greco.

Il bandolo della matassa sta tutto qua. Non mancano le soluzioni per sbrogliarlo. Si potrebbe, ad esempio, rilanciare la proposta avanzata trent’anni fa da uno dei massimi esperti internazionali in materia, il Prof. James Hathaway. Secondo il quale per allentare la pressione migratoria sugli stati di frontiera ed evitare che per arrivare a destinazione gli immigrati economici illegali sfruttino come cavalli di Troia i richiedenti asilo in fuga da guerre e persecuzioni, è cruciale distinguere il luogo di identificazione dei nuovi arrivati da quello di accoglienza. Creando a ridosso delle aree di crisi come quella libica zone franche e sicure (ad es. in Tunisia), sotto l’egida dell’UNHCR, dell’OIM e dell’UE, in cui chiedere asilo, garantendo solo a chi ne ha diritto ai sensi della Convenzione di Ginevra di essere redistribuiti e accolti, senza affidarsi ai trafficanti di esseri umani, nei 28 Stati dell’Unione.

Ursula Von der Leyen sembra avere le idee chiare in proposito. Meno convincente, tuttavia, la sua scelta di affidare un portafoglio dal peso massimo, qual è quello dell’immigrazione al rappresentante (Margaritinis Schinas) di uno Stato, la Grecia, peso-piuma. Decisione che ricalca quella presa a suo tempo da Jean Claude Junker che affidò il medesimo delicatissimo incarico, al greco Dimitris Avramopoulos. Se il buon giorno si vede dal mattino…

Idee per il nuovo governo dell’immigrazione

Poiché per il nuovo Governo l’immigrazione rappresenterà una questione assai delicata è auspicabile che i suoi interventi, per evitare guai peggiori di quelli che intende mettersi alle spalle, siano improntati alla massima prudenza. Scansando la trappola, in cui sono finiti in passato altri esecutivi, che nell’euforia del loro insediamento hanno fatto promesse dimostratesi poi nei fatti sbagliate o irrealizzabili. Come sarebbe quella, da qualcuno in questi giorni addirittura invocata, di “buttare a mare” la Bossi-Fini e promulgare l’ennesima, nuova legge sull’immigrazione. Accompagnata, ça va sans dire, dalla sanatoria in massa delle centinaia di migliaia di immigrati che, nonostante il diniego della richiesta di asilo e la promessa (non mantenuta) di rimpatrio da parte di Salvini, continuano ad essere presenti sul nostro territorio.

Un errore che su un terreno minato com’è quello dell’immigrazione in Italia rischia non solo di essere politicamente e culturalmente regressivo. Ma di compromettere definitivamente la credibilità e l’attendibilità delle nostre proposte per un futuro, profondo cambiamento delle regole dell’asilo e dell’immigrazione a livello europeo. Anziché pensare a radicali ma rischiosissime innovazioni palingenetiche sarebbe molto meglio se la nuova coalizione di governo si concentrasse su alcune urgenti “necessità” della nostra immigrazione. In particolare quattro:

1) abrogare il reato penale di clandestinità. Perché, come ricorda Paolo Borgna da anni in prima fila nella lotta contro la tratta o lo sfruttamento degli esseri umani “è proprio questa norma, all’apparenza draconiana, che rappresenta per gli stranieri che delinquono un utilissimo appiglio per evitare di essere rimpatriati”.

2) modificare le attuali norme degli ingressi per lavoro. Il sistema dei “flussi” fin qui utilizzato, infatti, non funziona. Per la semplice ragione che subordinare l’ingresso alla stipulazione di un contratto tra un datore di lavoro che sta in Italia e un lavoratore che sta all’estero è un’ipocrisia che fa a pugni con il buon senso. E semplicemente illogico pensare che un datore di lavoro che sta in Italia debba assumere con richiesta nominativa qualcuno/a che sta in un altro paese e che non ha mai conosciuto.

3) riorganizzare le strutture preposte al governo dell’immigrazione. Un’operazione per nulla semplice vista la rigidità della nostra struttura amministrativa e la sua storica avversione ai cambiamenti dei suoi storici equilibri di potere e delle relative, interne aree di competenza. Difficoltà che si possono ovviare creando all’interno delle diverse amministrazioni che hanno voce in capitolo un network operativo di funzionari non solo specializzati ma stabilmente ed esclusivamente dedicati al governo dell’immigrazione.

4) risolvere presto e bene la questione della cittadinanza dei figli degli immigrati nati in Italia. Con un modello misto che sfruttando, con tutte le necessarie modifiche, la legge ’91 del 1992, permetterebbe di superare l’accesa ma inconcludente discussione consumatasi nel nostro Paese tra i fautori dello jus soli sì, jus soli no. Consentendo alla legislazione italiana di allinearsi, al riguardo, con quelle in vigore nelle principali nazioni europee.

Dover come Lampedusa

Anche se da noi pochi ne parlano, il Canale della Manica (poco più di 30 chilometri separano le coste francesi da quelle del Regno Unito) è diventato negli ultimi anni una delle nuove rotte migratorie più battute d’Europa. Un fenomeno i cui numeri, pur se lontanamente paragonabili a quelli del Mediterraneo, sta allarmando le cancellerie di Parigi e Londra. Infatti Secondo le autorità francesi dall’inizio del 2019 circa 1.470 persone, più di 250 nel solo mese di agosto, sono state soccorse mentre provavano a raggiungere con imbarcazioni di fortuna le bianche scogliere di Dover. L’anno scorso furono solo 586. Secondo la prefettura di Pas-de-Calais, in 4 anni 98 barche, con 1.029 immigranti a bordo, sono riuscite a raggiungere la costa inglese.

Ma il dato è approssimativo, così come è impossibile da calcolare il numero delle vittime. Che pure ci sarebbero già state e i cui corpi potrebbero non essere recuperati prima di alcuni anni. Di certo la vittima n.1 del Canale della Manica è un immigrato iracheno, partito da Calais, il cui cadavere è stato ritrovato la settimana scorsa al largo di Zeebrugge in Belgio. Al di là del singolo fatto di cronaca resta la domanda: perché le traversate della Manica sono triplicate nell’ultimo anno? Secondo le Ong locali l’aumento dei tentativi di attraversamento è legato alle pressioni della polizia francese con i continui smantellamenti dei campi di Calais, dei maggiori controlli su auto e tir all’imbocco dell’Eurotunnel o all’imbarco dei traghetti , e non ultimo l’avvicinarsi della Brexit. Un insieme di cause, denuncia l’associazione Medecins du Monde, che porta all’aumento di comportamenti a rischio. Tanto da spingere il ministro dell’Interno francese Christophe Castaner e la sua omologa britannica Priti Patel ad annunciare un rafforzamento del piano contro gli sbarchi dei clandestini adottato lo scorso gennaio.

Ma nonostante la polizia francese abbia preso a ispezionare ogni notte le spiagge intorno al porto di Calais, i tentativi di traversata non si arrestano. E gli scafisti continuano a fare affari d’oro grazie alla disperazione dei tanti che vedono nel Regno Unito un approdo sicuro. In maggioranza iracheni e afghani sognano di arrivare in un Paese dove hanno, nella stragrande maggioranza casi, una rete familiare su cui contare. E grazie alla conoscenza dell’inglese sono convinti di trovare facilmente lavoro e avere perciò una vita più facile. Anche se poi la realtà sull’altra sponda della Manica è ben diversa e gli stessi migranti sanno che lì vige un sistema molto ostile nei loro confronti. Nell’ultimo anno, poi, è stato registrato l’anomalo aumento di immigrati iraniani. Secondo la National Crime Agency ciò è dovuto alla crisi economica che ha colpito l’Iran dopo il rinnovo delle sanzioni da parte degli Stati Uniti. A questo va aggiunto che nell’agosto 2017 la Serbia ha abolito i visti per i cittadini iraniani. Poi ripristinati in fretta e furia a ottobre sotto le pressioni dell’Unione europea. Ma in quei tre mesi di frontiere serbe aperte 15.000 iraniani hanno approfittato del nuovo sistema per giungere in Europa. E iniziare il viaggio Belgrado-Londra, con incluso attraversamento della Manica con ogni mezzo.

Sull’immigrazione caduto Salvini i problemi restano

L’immigrazione rischia di essere per la nuova maggioranza di governo ragione di serie, serissime difficoltà. Soprattutto se il jackpot politico incassato con il capitombolo di Matteo Salvini dovesse essere erroneamente giudicato come un premio ed un incitamento al puro e semplice azzeramento delle sue politiche. A cominciare dal discusso Decreto Sicurezza.

Un rischio niente affatto campato per aria come testimoniano, ad esempio, le gravi divisioni politiche che sull’immigrazione sono esplose all’interno dell’opposizione democratica americana dopo lo scivolone, anch’esso clamoroso, subito dall’onnipotente Trump lo scorso novembre nelle elezioni di midterm. I democratici USA,infatti, commettendo un errore capitale, hanno letto il favore con cui gli elettori hanno permesso loro di strappare ai repubblicani la maggioranza alla Camera e di aumentare i seggi al Senato semplicemente come il risultato dell’opposizione dura e pura condotta per mesi contro il giro di vite anti-immigrati voluto dal Presidente.

Una strategia che si è però rivelata solo un collante di breve durata. Visti gli scontri ai limiti dell’insulto che caratterizzano il faticoso e assai poco convincente andamento delle loro primarie in vista della nomina del candidato democratico per le prossime elezioni presidenziali.

La verità è che definire la politica della Casa Bianca inumana, reazionaria ed inefficace è stato molto più facile che concordare un dettagliato e credibile programma alternativo a quello perseguito dal tycoon newyorkese. L’immigrazione anti va bene come distintivo ma quando mancano le proposte finisce sempre per trasformarsi in un veleno. Fino al punto che la deputata democratica Norma Torres si è spinta a definire i suoi compagni di partito che provano a farsi carico di proposte partendo dalla gravità della situazione ai confini meridionali del paese come dei “Trump Democrats”.

Per non parlare del puro e semplice linciaggio politico subito ad opera degli altri candidati democratici dal texano Beto O’Rourke che, sapendo bene come vanno le cose dalle sue parti, ha avuto il coraggio di opporsi esplicitamente alla proposta, da tutti gli altri condivisa, di una totale decriminalizzazione dell’immigrazione clandestina accompagnata dallo scioglimento dell’Immigration Customs Enforcement. Fatti e vicende che in queste ore dalle nostre parti sarebbe bene tenere a mente perché, dicevano i latini de te fabula narratur.

Parole nuove sull’immigrazione africana

Contrariamente a quanto sostenuto da più parti, il futuro sbocco demografico dell’Africa non è l’Europa. A smentire le fosche previsioni di un prossimo gigantesco travaso di esseri umani dalla povera e giovane Africa al ricco e Vecchio continente, è il politologo Achille Mbembe docente all’Università sudafricana di Witwatersand. Che dalle colonne dell’ultimo numero dell’autorevole rivista francese Le Débat (edizioni Gallimard), ha avanzato una tesi-shock, destinata a far storcere il naso a molti. Perché a suo avviso l’Africa ha le carte in regola per garantire lavoro e condizioni di vita dignitose ai suoi abitanti, anche nel caso in cui, come indicato da più parti, dovessero raddoppiare entro il 2050 rappresentando il 22% della popolazione mondiale. Sì, ma come?

Creando uno spazio di libera circolazione delle persone al suo interno. Una sorta di Schengen in versione africana capace di intensificare la mobilità, i collegamenti e l’interscambio tra Stati e regioni, smantellando il retaggio coloniale di quelle frontiere stabilite in passato, a proprio uso e abuso, dagli occupanti europei e riconosciute nel 1963 dall’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA).

Si tratterebbe dell’ultimo stadio del processo di decolonizzazione iniziato con la fine della Seconda Guerra Mondiale, ma ancora oggi incompiuto. Per realizzarlo, suggerisce Achille Mbembe, serve un mix di riforme politiche ed economiche. Dall’introduzione di un visto Schengen-Africa a un robusto piano di investimenti pubblici, soprattutto nel settore delle infrastrutture (autostrade, ferrovie, aeroporti, etc.), necessarie per liberalizzare e accelerare lo scambio di merci e persone all’interno di un continente che, in questo modo, sia pur in ritardo, prenderebbe il treno della globalizzazione.

Wishful thinking, si dirà. Fino a certo punto. Non foss’altro perché un primo passo in questo non semplice cammino è stato registrato lo scorso 7 luglio a Niamey, in Niger, con la firma dello storico accordo di libero scambio (AFCFTA) tra gli stati africani. Di tutto questo la Cina ha piena contezza, tanto è vero che dal 2001 investe decine di miliardi in Africa. Mentre l’Europa, e specialmente l’Italia, impegnata in una lunga e sterile battaglia tra amici e nemici dell’immigrazione, porti aperti e porti chiusi, sì o no alle ONG, nicchia, perdendo di vista che a un passo da casa si sta giocando una delle più importanti partite (insieme a quella asiatica) per stabilire i nuovi equilibri geopolitici globali.

Populismo figlio del modernismo

Chi sono e cosa vogliono questi neo populisti la cui campagna elettorale per le prossime elezioni europee sta provocando tanta inquietudine nelle cancellerie del Vecchio Continente e nei piani alti di Bruxelles?

Il populista è un imprenditore politico che cerca, al pari dei suoi concorrenti, di massimizzare a suo vantaggio il profitto elettorale e mediatico. Una volta individuato un nemico nelle istituzioni statali, nelle classi dirigenti o, come nel caso di oggi, nelle forze «espropriatrici» della globalizzazione e della burocrazia di Bruxelles, li attacca in nome e per conto del Popolo. Il populista contrappone un popolo virtuoso e omogeneo contro una serie di élites e pericolosi “altri” che sono descritti come uniti nel privare (o nel cercare di privare) il popolo sovrano dei suoi diritti, valori, identità e voce. Ha un comportamento politico che potremmo definire double face, ambivalente: può essere conservatore e reazionario ma anche espressione di istanze democratiche dirette e partecipative. Va fatto presente, per chiarezza di ragionamento, che è fuorviante sostenere, come spesso invece accade, che tra il comportamento del populista e quello del demagogo non c’è differenza. Il demagogo è infatti colui che per assicurarsi vantaggi raggira ed inganna scientemente il popolo. Fino a spingerlo alla rovina. Mentre nel caso del populista si deve vedere, specificatamente, “uno stile politico, una mentalità”. Per il populista le virtù innate del popolo rappresentano la fonte esclusiva che ne legittima l’azione politica. Insomma, il primo si basa su un’idea positiva del popolo inteso come unico e solo soggetto «pulito» ed originario della politica. Il secondo sulla sua strumentalizzazione a fini personali.

Di populisti nella storia ce ne sono stati tanti e di tutti i tipi. Di certo è che i movimenti populisti sorgono nelle fasi di rapida trasformazione sociale, quando le tradizionali strutture di potere entrano in crisi e un senso di profonda incertezza si impadronisce delle masse. Esemplare, al riguardo, la pionieristica analisi della sciagurata esperienza argentina di Peròn fatta più di sessant’anni fa da Gino Germani. Secondo cui il peronismo, di cui era acerrimo nemico, aveva rappresentato un peculiare canale di integrazione delle masse, senz’altro alternativo nella sua forma autoritaria a quello della democrazia rappresentativa, sfruttando l’esistenza, in vasti strati sociali, di un immaginario democratico latente diverso da quello liberal-democratico. Un immaginario di tipo olistico, che trovava nella frequente violazione dello spirito della democrazia rappresentativa da parte dei suoi stessi apostoli un’inesauribile fonte di vitalità e Capace, allo stesso tempo, di attrarre consensi con la sua promessa di riscatto della dignità dei lavoratori.

Il populista agisce politicamente sulla base di una visione negativa, manichea e “confrontazionista” della realtà. Molti elementi di questo nucleo di pensiero li aveva magistralmente evocati Isaiah Berlin ricordando, nel lontano 1969, che il populismo invoca una Gemeinschaft, cioè un’idea di comunità; è apolitico, in quanto radicato per lo più nella sfera sociale; ha un afflato rigeneratore, poiché intende ridare al popolo la centralità sottrattagli; vuole impiantare i valori di un mondo idealizzato del passato in quello attuale. È un “nostalgico” nel vero e proprio senso della parola. Visceralmente attaccato a ciò che vede, crede o teme stia per tramontare. Un attaccamento che nella sua logica non ha, però, una valenza disperatamente ed inutilmente conservatrice. Ma, piuttosto, quella attiva - difficile dire con quale tasso di redditività - di un anticorpo nei confronti dei contraccolpi che i processi di modernizzazione determinano nei gruppi sociali più deboli e meno protetti.

La democrazia populista si presenta come «una forma estrema di democrazia», che ridà nelle mani dei cittadini tutto il potere possibile. È alternativa al modello della democrazia liberale basato sul meccanismo decisionale della delega ai partiti ed alle organizzazioni intermedie. Mentre predilige i referendum, propositivo o abrogativo, le proposte di iniziativa popolare, la revoca del mandato parlamentare. Questa forma di populismo politico corrisponde a una forma moderna di democrazia diretta: lo dimostra il fatto che, soprattutto dopo la metà del XX secolo, è tornato in auge il referendum come strumento del populismo politico.

A differenza del Fascismo e del Comunismo per il populismo non esiste un corpo dottrinario di riferimento. Condiviso e riconosciuto. Ed è per questo che non dispone di un’unica ricetta.

Il populista trova spazio ed ascolto quando i poteri e le istituzioni tradizionali non vedono o non si curano del fatto che tutti i processi di modernizzazione, anche quelli obbligati e potenzialmente positivi, comportano sempre costi e traumi nella società. Che non non vanno sottovalutati e, se possibile, curati. Per evitare quello che gli americani chiamano disconnect, ossia la sconnessione tra gli interessi reali e le percezioni culturali dei gruppi sociali più svantaggiati e quelli delle élites economico-politico.

Il populismo colto del Mago di Oz

Dopo la Russia, a distanza di appena un decennio ma a migliaia di chilometri di distanza, populismo e populisti comparvero, quasi d’improvviso, nella vita politica degli Usa. Grazie alla nascita, nel 1892, del People's Party.

Un partito che per un certo periodo ebbe dimensioni ragguardevoli e che nacque come reazione dei piccoli contadini (farmers), e in genere dei piccoli e piccolissimi proprietari, contro lo strapotere, giugulatorio del sistema bancario e della grande finanza. Ma fin dai primi anni del ‘900, tuttavia, il People's Party vide contrarsi drasticamente la propria capacità di penetrazione e i propri consensi. Nel 1912 il partito non esisteva più.

Eppure dal 1892, quando era stata varata a St. Louis la sua piattaforma partitica, il sostantivo populismo ebbe un formidabile successo politico e mediatico. Nei primi anni ’90 dell’800 il People’s Party riuscì a darsi un solido assetto organizzativo. Divenendo punto di riferimento di una vasta ondata di protesta che agitava le campagne. A causa della depressione sociale e morale che, in particolare negli stati del Sud, aveva fatto seguito alla sanguinosa guerra di secessione. Ma anche agli effetti della grande depressione che tra il 1870 e il 1897 aveva fatto crollare di anno in anno i prezzi dei prodotti agricoli.

Le aree geografiche in cui si insediò il partito populista, che ha rappresentato nella storia americana il tentativo forse più serio di spezzare il tradizionale duopolio del sistema politico statunitense, furono peraltro quasi esclusivamente quelle più colpite dalla crisi: gli ex Stati confederati del Sud e quelli del Midwest. Intercettando sentimenti, umori e frustrazioni che da allora in poi non sono mai più tramontati nel mainstream socio-politico americano. Che puntava il dito contro il mondo dell’industria e della finanza, di cui Wall Street era l’emblema. Che secondo i populisti poteva essere indebolito con la sostituzione dell’oro, allora unico mezzo di pagamento, con il libero conio dell’argento. Che avrebbe, infatti, determinato un aumento della massa monetaria. E che facendo salire l’inflazione avrebbe diminuito il costo del denaro e, quindi quello dei prestiti bancari gravanti sui piccoli contadini. Una proposta di nuova strategia economica che i populisti accompagnavano con la richiesta di calmieramento dei prezzi agricoli (con la creazione di depositi federali dove immagazzinare le eccedenze), della nazionalizzazione delle ferrovie e, sul piano politico-istituzionale, dell’introduzione dello strumento del referendum.

Ma c’era, però, un altro fronte per i populisti: gli immigrati e il nascente melting pot. Che spiega le ragioni dell’odio dichiarato e radicato, soprattutto tra i militanti di base, nei confronti degli ebrei, dei nuovi immigrati, degli stranieri e, naturalmente, dei neri. Un atteggiamento di risentimento rancoroso che non risparmiava neppure l’intellighènzia. Alla cui decadenza veniva contrapposta la semplice etica dell'uomo comune (everyman) e dei produttori onesti. Contro i quali i gruppi di affari, per difendere i propri interessi, non esitavano ad ordire giganteschi complotti. Che rientravano, secondo i documenti programmatici del People's Party, in "una vasta cospirazione contro l'umanità, organizzata su due continenti e ormai dilagante nel mondo intero".

Un tema che fu al centro della Convention di Chicago del 1896 conclusa da William Jenniger Bryan con quello che è unanimemente considerato il più appassionato e straordinario discorso della storia politica americana: The Cross of Gold. “Voi ricchi non pianterete sulla fronte dei lavoratori questa corona di spine e non crocifiggerete l’umanità sulla Vostra Croce d’Oro”. Potremmo concludere qui se non fosse che fu proprio quell’episodio ad ispirare uno dei maggiori e più amati capolavori della letteratura per l’infanzia: Il Mago di Oz. Che altro non è che un’allegoria, piena di amore e nostalgia, per il mondo sognato e mai raggiunto del People’s Party.