Università per clandestini a Los Angeles

Le vie del business dell’immigrazione illegale sono davvero come quelle del Signore: infinite. Prova ne è il singolarissimo caso, reso noto dall’edizione odierna del quotidiano Los Angeles Times, di quattro blasonati istituti universitari della splendida città californiana che in cambio di salatissime tasse di iscrizione (1600 dollari a semestre) attestavano la falsa presenza ai loro corsi di migliaia di giovani immigrati. Consentendo loro, in questo modo, di ottenere gli speciali visti di soggiorno previsti dalla legge made in US per gli studenti stranieri.

Un trucco, definito dalle autorità con la formula “pay-to-stay”, e sfruttato per anni dal proprietario delle strutture universitarie di Koreatown. Il quartiere a più elevata immigrazione di Los Angeles. Una specie di gallina dalle uova d’oro che ha finito però di funzionare quando gli agenti dell’immigration, a conclusione di un'indagine partita nel 2011, hanno fatto ingresso d’improvviso nell’assai ben curato campus della Prodee University. Trovando tra i banchi un solo allievo dei mille iscritti. E per di più che la maggioranza degli assenti oltre ad abitare a migliaia di chilometri di distanza dal presunto luogo degli studi, era anche in ben altre faccende affaccendata. Con il risultato che l’indagine, allargatasi a macchia d’olio ad altre sedi universitarie, è costata ad un insospettabile “trafficante-Rettore” di false matricole immigrate 15 mesi di reclusione ed una multa di mezzo milione di dollari.

Una vicenda, per quel che risulta, senza precedenti. A conferma del fatto che nella galassia dell’immigrazione l’irregolarità è una componete strutturale. Perché capace di riprodursi seguendo strade che neppure la mente più fantasiosa sarebbe in grado di immaginare. E con la quale l’unica politica in grado di fare i conti è quella, saggia, che non si illude di poterla eliminare una volta per tutte.

Nigeria: fuga dal malgoverno non dalla povertà

Sono nigeriani gli immigrati che più numerosi sbarcano sulle nostre coste e che detengono il record delle domande d'asilo presentate in Italia. Un fenomeno quello dell’immigrazione dalla Nigeria verso il Bel Paese che prosegue ormai da anni in maniera massiccia e senza soluzione di continuità. Eppure l’economia di questo stato africano, grazie agli immensi giacimenti di gas e petrolio, è ormai la più potente di quell'immenso, disgraziato Continente. Con un Pil di oltre 500miliardi di dollari. Una ricchezza che ha fortemente contribuito al miglioramento delle condizioni socio-economiche dei suoi 190 milioni di abitanti. Secondo la Banca Mondiale, infatti, il reddito medio annuo pro-capite è aumentato di nove volte nell'arco di 16 anni: dai 270 dollari del 2000 ai 2.450 dollari del 2016. Come si spiega la sua massiccia emigrazione in parallelo alla crescita della ricchezza interna tanto significativa? Secondo il quotidiano americano Ozy.com tutto o molto dipende dal cattivo funzionamento degli apparati amministrativi. Primo fra tutti quello della Sanità. Incapaci di assicurare accettabili standard sanitari soprattutto alle popolazioni assediate dal disastro ambientale nel Delta del Niger.

Il petrolio, dunque, da fonte di ricchezza a fonte di devastazione, causa le fuoriuscite di greggio che hanno distrutto l’ecosistema dei nove Stati nigeriani che si affacciano sul Golfo di Guinea. Tra il 2006 e il 2016, infatti, mentre a livello nazionale l'aspettativa media di vita dei nigeriani è aumentata, per gli uomini di sette anni e per le donne di otto, nel Delta del Niger è invece diminuita di tre. Secondo gli esperti dell'UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente, questo squilibrio può ulteriormente complicare gli sforzi per portare la pace nella regione, lacerata da oltre 30 anni da un conflitto tra esercito e gruppi armati locali. Bodo, piccolo centro a 20 km da Port Harcout capitale petrolifera della Nigeria, ha subito alcune delle peggiori fuoriuscite tra il 2008 e il 2009, quando secondo un tribunale britannico, 600.000 barili di greggio si sono riversati nell'area distruggendo l’habitat naturale e lasciando senza lavoro contadini e pescatori. Questi disastri ambientali che hanno avuto forti ricadute sull'economia locale sono al centro del conflitto armato tra il governo e i ribelli del Delta. Ma quello che ora preoccupa di più è l'impatto sulla salute umana. La ricerca condotta dall'economista Roland Hodler dell'Università di San Gallo in Svizzera, pubblicata nel settembre 2017, ha scoperto che i bambini nati nelle aree delle fuoriuscite di greggio hanno il 70% di probabilità di morire entro il primo anno di vita. Mentre quelli che sopravvivono muoiono molto prima dei loro coetanei nati in altre zone del Paese. L'UNEP attribuisce questa disparità all'esposizione per tutta la vita all'aria contaminata, alle fonti d'acqua inquinate, al suolo e ai sedimenti derivanti dalla dispersione di petrolio. Solo nel 2016 il governo centrale ha avviato un progetto di riqualificazione ambientale, ma potrebbero volerci più di tre decenni per vederlo ultimato. Le popolazioni più povere della Nigeria, ecco spiegato il paradosso, pur vivendo nell'area più ricca del Paese, a causa del mal governo nazionale sono costrette ad emigrare.

Perché gli USA contano gli immigrati morti ai confini e l’UE no?

Nel Mediterraneo serve meno volontariato e più Stato anche nella conta degli immigrati morti. Continuare a delegare alle Ong con i salvataggi in mare persino l’onere del calcolo dei decessi è, da parte dei governi europei, una forma, non più accettabile, di deresponsabilizzazione. Soprattutto di fronte ai numeri degli ultimi anni che non hanno precedenti nella storia dei movimenti di popolazione internazionali.

Non esiste, infatti, oggi al mondo un confine più pericoloso e letale di quello marittimo che divide la ricca e anziana Europa dalla povera e giovanissima Africa. Eppure non abbiamo a disposizione fonti governative ufficiali su quanti hanno perso la vita in quella tomba liquida che è il Mediterraneo.

Stime e dati arrivano soltanto dalla vasta ed eterogenea galassia dell’associazionismo e dei centri di ricerca europei. Secondo, ad esempio, l’equipe di esperti guidati dal geografo francese Olivier Clochard sono almeno 40 mila gli immigrati deceduti nel Mare Nostrum dal 1990 a oggi. Mentre per alcuni il numero di questo esercito di fantasmi annegati o uccisi da stenti e malattie a un passo dalle nostre coste, potrebbe essere pari al doppio o, addirittura, al quintuplo.

Una incertezza statistica che riflette quella delle politiche migratorie messe in atto negli ultimi anni dai paesi UE e, soprattutto, da Bruxelles. Che troppo spesso ha scelto di non decidere sperando che l’emergenza immigrazione passasse come un temporale estivo. Ma così non è stato. Per ragioni politiche, economiche e demografiche i flussi migratori dall’Africa saranno il nostro pane quotidiano per i prossimi vent’anni e più. Piaccia o no, il fenomeno è strutturale.

L’esigenza è quella di garantire e bilanciare la sicurezza delle popolazioni autoctone dei paesi ospitanti con quella degli immigrati. È per questo che, come fanno gli USA dal 1998, all’Agenzia Europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex) oltre al controllo dei confini UE andrebbe affidato il compito di stilare e aggiornare un bollettino di coloro che muoiono nel tentativo di raggiungere il Vecchio Continente.

Si tratterebbe più che di un gesto simbolico-umanitario, di un dovere. Uno dei passaggi necessari a far sì che l’UE, e le nazioni che la formano, decidano di prendersi l’onore e l’onere di affrontare e governare una delle più rilevanti sfide che la globalizzazione, con l’accelerazione e la semplificazione dei movimenti di popolazione, ci pone da qui al futuro prossimo venturo.

L’immigrazione della grande trasformazione

Se, scusandoci di non andare troppo per il sottile, dovessimo indicare quale è il minimo comun denominatore alla base della ventata politica che nel giro degli ultimi due anni ha sconvolto i vecchi assetti politici delle democrazie occidentali risponderemmo: l’immigrazione. Che senza volerlo né saperlo ha mobilitato ed unificato nella rivolta i gruppi sociali meno protetti, ma più numerosi, di realtà nazionali tanto lontane geograficamente quanto diverse per storia, cultura e, soprattutto, livello dello sviluppo economico.

Un evento di enorme portata. La cui dinamica “contagiosa” ricorda per molti aspetti quello, di segno opposto, innescato cinquant’anni fa dai giovani studenti del ’68. Ed al pari di quello destinato a produrre conseguenze con le quali, negli anni a venire, saremo obbligati a fare i conti. Per la semplice ragione, come acutamente spiegano Ronald Inghelart e Pippa Norris nel pagine di “Trump, Brexit, and the Rise of Populism”, quella a cui oggi assistiamo è una sorta di silent controrevolution dei modelli culturali e degli stili di vita che per decenni hanno dominato l’affluente Occidente industrializzato. Contro i quali, oggi, l’esercito dei lasciati indietro delle nostre società ha invece deciso, sentendosi messo al muro dall’arrivo di tanti (e per loro troppi) stranieri, di passare alla riscossa. Puntando i piedi e votando no ad un mondo nel quale la sola diversità che non conta, perché priva di glamour, è la loro: economicamente precari, nati in loco, non più giovani e, possibilmente, anche poco attrezzati culturalmente per apprezzare, e godere, il fascino del vivere globale.

Un problema serio sul quale, nonostante l’impresentabilità dei politici che oggi provano a sfruttarlo a proprio uso e consumo, è doveroso ragionare e tentare di trovare una risposta. Riconoscendo, come prima cosa, che se è vero che l’immigrazione è una risorsa, è altrettanto vero che dei suoi benefici profitta non tutta ma solo una parte della società. Proprio quella che, di solito, non sa e non intende neppure sapere cosa significa sentirsi stranieri a casa propria.

San Francisco sfida Trump anche sul sindaco

San Francisco prova a sbalordire di nuovo l’America con l’elezione, il prossimo 5 giugno, dell’erede di Ed Lee. Il suo primo mayor di origini cinesi stroncato da un infarto lo scorso 12 dicembre. In corsa tre candidati, tutti democratici, che per storia e cultura sembrano appartenere ad un universo opposto a quello di chi oggi comanda a Washington. Ma chi sono questi Tre? La favorita, perché la sola nata in città, è London Breed. 43 anni, erede politica di Lee, potrebbe diventare la prima donna afroamericana a prendere in mano le redini, non facili, del Campidoglio. Cresciuta nelle case popolari del quartiere di Western Addition, dove taxi e poliziotti evitano di andare, e con un fratello in carcere per droga. In corsa, con lei, un’altra donna Jane Kim. 40 anni, newyorkese, figlia di genitori coreani arrivata in California per studiare e poi rimasta per lavorare occupandosi di asili nido e salario minimo. Il terzo ed ultimo candidato è Mark Leno. Imprenditore di 66 anni traslocato da New York nel 1977 all’epoca della “storica migrazione queer”. Quando grazie all'attivismo di Harvey Milk (ucciso insieme al sindaco George Moscone all’interno del municipio nel 1978) San Francisco è diventata la capitale della comunità Lgbt.

San Francisco, non solo per la sua collocazione geografica, è come un’isola nel panorama americano. Soprattutto nell’epoca di Trump. Da sempre cosmopolita, polo di attrazione della controcultura e, grazie al generoso welfare, del mondo degli homeless. Ma negli ultimi anni sembra molto cambiata. A partire dal giorno in cui l’amministrazione comunale, per attrarre i giganti della net economy, sei anni fa decise di esentare Twitter dal pagamento delle imposte sui salari dei nuovi assunti in cambio dell’apertura del suo quartier generale in uno dei quartieri più poveri della città. Scelta seguita poi da altri colossi del settore hi-tech. Ben presto, così, il quartiere del Mid-Market è diventato un polo tecnologico d’eccellenza che assicura decine di milioni di dollari l'anno al fisco locale. Con il piccolo problema, però, che proprio il successo dell’operazione spingendo in alto i prezzi delle case ha obbligato parti non piccole della storica media e piccola borghesia ad un vero e proprio esodo verso realtà meno care. A differenza delle elezioni di sette anni fa, spiega sul Washington Post Corey Cook, della San Francisco State University, quelle di quest’anno saranno fortemente influenzate dallo straordinario divario tra ricchi e poveri esploso negli ultimi tempi. Allora la preoccupazione era che San Francisco diventasse il dormitorio della Silicon Valley, ora che “San Francisco sia una parte della Silicon Valley”. E di aver perso la sua aria alternativa per sostituirla con quella dell’economia “sterilizzata che potrebbe esistere ovunque”. Di qui la domanda: riuscirà il nuovo sindaco a ridare a San Francisco l’anima di un tempo?

E’ la speranza l’antidoto a 5 stelle e Lega

Dagli attentati che nel 2011 hanno insanguinato la pacifica Norvegia al boom dei movimenti populisti e anti-immigrati, passando per la crisi delle social democrazie europee. È di questo che abbiamo parlato con Thomas Hylland Erikssen professore di antropologia sociale all’università di Oslo, presidente dell’European association of social antropologists.

Sono passati sette anni da quando l’estremista di destra Andrei Breivik tra Oslo e l’isola di Utoya uccise 76 persone. Ci può dire se e come questi attentati hanno cambiato la società norvegese?

Mi dispiace ammetterlo ma la risposta è: poco o niente. Gli attentati dell’estremista di destra Andrei Breivik avrebbero dovuto rappresentare l’occasione per una riflessione critica utile a capire che in un mondo globalizzato non c’è e non può esserci spazio per il nazionalismo, il razzismo e l’esaltazione della purezza etnica. È, invece, accaduto il contrario. L’ideologia estremista di Breivik ha oggi in Norvegia più consensi che nel 2011. Come nel resto d’Europa, anche da noi si allarga a macchia d’olio il consenso popolare nei confronti dei movimenti anti-establishment e anti-immigrati. Ansia, timori e tensioni contro i nuovi arrivati sono in aumento. Il modello cosmopolita norvegese è sotto attacco da più parti.

In mezza Europa, la sinistra perde voti sull’immigrazione. Per recuperare il terreno elettorale perduto, senza copiare le ricette anti-stranieri dei partiti populisti, qual è la soluzione? Condivide, ad esempio, la scelta dei socialdemocratici danesi guidati da Mette Frederiksen che sull’immigrazione hanno aperto una finestra di dialogo con i populisti di Kristen Thulesen?

No, considero sbagliata la scelta dei socialdemocratici danesi. È innegabile che i tradizionali partiti politici europei abbiano perso consensi e credibilità, spesso anche per buone ragioni. Milioni di persone, soprattutto delle classi medio-basse, sono, infatti, convinte di essere state tradite dalle élite perché non si preoccupano e non hanno cura dei loro problemi quotidiani. Ma tutto questo non è una buona giustificazione per dare fiato alle trombe del razzismo e del populismo anti-immigrati. La verità è che per rinascere la sinistra europea deve tornare a lottare per quei valori che fanno parte del suo DNA: solidarietà e uguaglianza. Questo significa, ad esempio, risolvere le crisi umanitarie nei paesi di origine che sono la causa dell’emergenza profughi nel Vecchio Continente. Gli Stati del Nord Europa, ricchi e ben organizzati, hanno le carte in regola per farlo, ma noto che questa mia posizione è sempre più minoritaria.

Dal suo osservatorio norvegese ha capito come sono andate le elezioni politiche in Italia dello scorso 4 marzo?

Il movimento 5 stelle rappresenta un curioso mix di valori e obiettivi, ma è figlio di quegli stessi sentimenti popolari che hanno portato alla Brexit e all’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. La Lega è un partito più convenzionale ma guadagna consensi dalla stesso bacino di rancore che ha spinto molti elettori italiani a votare M5S. Comprendo il malumore e il risentimento dei left behind europei, ma proprio per questo spero che il successo dei movimenti populisti ridesti la buona politica e i partiti tradizionali. Che devono riprendere i contatti con il popolo offrendogli una piattaforma programmatica innovativa ispirata non dalla rabbia e dall’ansia ma da speranze e sogni di un futuro migliore.

E’ così che vanno riconosciuti i veri dai falsi richiedenti asilo

Sulla spinosa querelle ONG-clandestini da West più volte sollevata, abbiamo intervistato il Prof. Marco Lombardi dell’Università Cattolica di Milano. 

Perché lo scontro tra Stato italiano e Ong si consuma in uno spazio marittimo e territoriale dove ci sono molti immigrati economici e pochi rifugiati, mentre passa quasi in ombra l'emergenza profughi in Siria in guerra ormai da sette anni?

 La questione principale riguarda la distinzione tra immigrati economici e richiedenti asilo: se avviene in condizioni di emergenza, in alto mare o in centri di accoglienza sovraffollati si rischia di confondere gli uni con gli altri. Lo scenario del soccorso marittimo ha, ovviamente, proprie norme che obbligano al soccorso in certi casi, non si può fare riferimento ad alcuno status di chi è soccorso. Di conseguenza in Italia poi si innesca il perverso, lungo e incerto iter del riconoscimento dello status e della successiva eventuale espulsione di chi non ha diritto a restare. Già ma… come? Visto che ci si basa su protocolli bilaterali di riammissione? Quindi l’unico modo di fare le cose seriamente è lavorare sul posto, nelle aree di origine, con centri di identificazione che gestiscono da là l’intero processo. Le ONG devono essere residuali e non centrali nella questione.

Di fronte alla nullità dei partner europei e alla spietatezza dei trafficanti di esseri umani, qual è la mossa del cavallo che il prossimo governo italiano dovrebbe fare per uscire dal cul de sac dell'emergenza immigrazione in cui si trova ormai da quattro anni?

La mossa del cavallo e difficile da trovare, siamo all’arrocco difensivo, cioè al contenimento del danno. Finora in assenza di Europa si ci è mossi bene cercando di fare alleanze locali, nei paesi di origine e mettendo delle regole alle ONG. Questa è la strada da proseguire, a cui aggiungere “porti legittimi di imbarco” nei paesi d’origine. Ma quest’ultimo punto solo in un chiaro quadro di relazioni internazionali, per non correre il rischio di essere gli unici a portarci a casa i richiedete asili. Insomma, le prime due sono pratiche difensive e di contenimento del problema che dobbiamo mantenere per non soccombere. La terza è una prima pratica operativa di soluzione del problema alla fonte.

Cosa fare con coloro che in Italia si sono visti rifiutare la domanda d'asilo?

E’ urgente trovare forme di negoziazione con i paesi d’origine per provvedere ai rimpatri, preferibilmente volontari ma, in caso di necessità, considerando anche forme di rimpatrio obbligatorio. Sia chiaro: il rimpatrio è possibile se a) sai dove rimpatriare b) se accettano il rimpatrio. Se no è ridicolo parlarne. Quindi dobbiamo avere una forte capacità politica internazionale, bilaterale, per definire questo accordi. In alternativa… praticamente i soggetti sprofonderanno nella suburra del disagio cittadino, incrementando la piccola criminalità. Ma questo aspetto è il secondo aspetto importante, oltre a quello di “chi ospita chi”, sul quale confrontarsi a livello europeo.

Immigrazione: rischio secessione negli Usa

E’ sull’immigrazione che torna a volteggiare in America lo spettro minaccioso di una nuova guerra di secessione. Non militare, come quella sanguinosa del 1861 tra nordisti e sudisti sull’abolizione dello schiavismo, ma politica.

La scorsa settimana, infatti, dodici stati capeggiati dalla California hanno deciso di ribellarsi e di ricorrere alla giustizia contro la decisione dell’amministrazione Trump di introdurre nel questionario del prossimo censimento della popolazione, previsto per il 2020, la domanda agli intervistati se hanno o meno la cittadinanza americana. Un quesito all’apparenza legittimo ma che negli USA ha scatenato un’ondata di proteste di rare dimensioni. Ciò in ragione del fatto che l’introduzione di questa nuova domanda censuaria modifica gravemente una prassi “statistica” in vigore da tempo immemorabile. In base alla quale il Census ha come unico compito quello di stabilire quanti sono i presenti sul territorio dell’immenso continente yankee, non il loro status giuridico. Quindi il numero di chi ci vive e lavora ma non se ha o meno il passaporto a stelle e a strisce.

Una differenza di non poco conto che ha spinto molti stati sul piede di guerra contro Washington. Preoccupati del fatto che non pochi tra i loro concittadini immigrati, diffidando o temendo che il quesito del censimento possa essere una “trappola” tesa dall’immigration dell’era Trump, decidano, per evitare guai, semplicemente di non compilare e rispedire il formulario ricevuto dagli addetti al censimento. Il che determinerebbe, come prima ma non piccola conseguenza, un significativo scarto numerico tra i residenti ufficiali e quelli effettivi. Con due pesanti, negative conseguenze.

La prima economica. Dato che è la demografia la base di calcolo per il riparto dei trasferimenti finanziari dallo stato centrale a quelli locali.

La seconda politica. Molto più delicata. Visto che secondo la costituzione americana il peso dei collegi elettorali, e quindi quanti deputati e senatori gli stati possono nominare al Congresso, dipende dal numero dei residenti (a prescindere dalla cittadinanza). E’ questo il punto sul quale i dissidenti non intendono cedere al volere della Casa Bianca. All’inquilino della quale, anche se si dice sorpreso da tanto trambusto, non è deve essere sfuggito il fatto che gli stati che rischiano di più dalla battaglia sul censimento sono, in grande parte, di antica fede democratica. Primo fra tutti quello della California. Che fiutando un tiro mancino dagli uomini dello staff presidenziale, si era premunito anzitempo. Varando alla fine del 2017 un provvedimento che, a protezione degli immigrati regolari o irregolari che fossero, vieta alla polizia statale di “collaborare” in qualunque modo con i federali. Non comunicando loro, per evitare che li prendessero in custodia per deportarli, persino i nomi degli immigrati che, scontata la pena, lasciano i penitenziari californiani.

Un braccio di ferro al calor bianco. Fino al punto che Libby Schaaf, sindaco della ridente e ricca cittadina di Oakland, sulla costa est di S. Francisco, scatenando l’ira del ministro della giustizia Sessions, trampiano da sempre, si è spinta ad usare la radio cittadina per mettere in guardia i “suoi” immigrati da una possibile, imminente ispezione nei luoghi di lavoro degli agenti dell’ICE (Immigration Custom Service). Questo il quadro della situazione. Anche se al momento è difficile capirne l’esito, è certo che, da qui alle prossime elezioni di medio termine del prossimo autunno, sull’immigrazione USA ne vedremo delle belle.

L’arresto dell’imam non chiarisce i lati oscuri di Foggia

Dalla maxi operazione anti-terrorismo di ieri a Foggia emergono molti dubbi e un’unica certezza.

Il punto fermo è il formidabile lavoro delle nostre forze di intelligence e sicurezza. Che dopo mesi di pazienti intercettazioni hanno arrestato Mohy Abdel Rahman, responsabile del centro culturale islamico Al Dawa della cittadina pugliese. Dove due volte a settimana inculcava l’odio contro gli infedeli a una quindicina di bambini tra i quattro e i dieci anni nati in Italia da genitori di origine immigrata, soprattutto marocchina.

Il quadro che è venuto fuori dall’inchiesta, lo ha detto il Ministro dell’Interno, non ha eguali in Occidente. Quello che sarebbe dovuto essere un istituto per l’insegnamento della lingua araba era diventato una fucina di potenziali nuove leve del terrorismo islamista. Più che lezioni, veri e propri lavaggi del cervello che il cattivo maestro (questo il nome in codice che gli agenti avevano dato a Mohy Abdel Rahman) esercitava a base di video e frasi shock: “rifiutate di festeggiare la Pasqua” oppure “rompete il cranio ai miscredenti e bevete il loro sangue”. Sono solo alcuni degli ammonimenti che l’instillatore di acredine rivolgeva ai piccoli, e indifesi, discenti.

Detto questo da Foggia arrivano, però, segnali e quesiti assai inquietanti.

Com’è spiegabile che un modestissimo centro culturale come l’Al Dawa in un contesto socio-economico assai disagiato, abbia ricevuto in donazioni private quasi €400 mila?

Difficile pensare che nella terra di Padre Pio ci sia stato un numero tale di conversioni all’Islam da giustificare il boom di versamenti nel conto corrente del cattivo maestro. Spetta, allora, agli inquirenti trovare la quadra.

Il foggiano è forse diventato l’epicentro del fondamentalismo islamista in Italia?

Domanda legittima se si pensa che i fatti di ieri sono solo la punta di un tenebrosissimo iceberg. L’arresto di Mohy Abdel Rahman è solo l’ultima testimonianza di una serie di attività illecite legate alla locale moschea dove lo scorso 19 maggio la polizia arrestò Kamel Sadraoui, tusino di 34 anni con l’accusa di apologia del terrorismo. L'uomo svolgeva attività di propaganda dello Stato Islamico pubblicando sui 'social network' video e post che esaltavano le azioni compiute dalle milizie terroristiche.

L'8 luglio successivo la polizia arrestò a Foggia un cittadino ceceno di 38 anni, Eli Bombataliev, che secondo gli investigatori all'interno della moschea di Foggia, avrebbe cercato di reclutare nuovi combattenti e indottrinare nuovi adepti alla guerra santa.

Accusati di propaganda terroristica anche due cittadini albanesi, che vivevano nel foggiano, espulsi e rimpatriati dalla polizia il 7 dicembre scorso. I due, stando all'accusa, erano in collegamento con foreign fighters e avrebbero pubblicato, sui social network in concomitanza con attentati effettuati in Europa documenti anti-occidentali. Il 15 dicembre, infine, i carabinieri del Ros arrestarono alla stazione ferroviaria di Foggia un cittadino algerino, Yacine Gasry, in esecuzione di un provvedimento dell'Ufficio esecuzione penale della Procura generale di Napoli. Lo straniero, accusato di far parte di un gruppo che forniva sostegno logistico a formazioni terroristiche algerine, era stato condannato  in via definitiva a quasi cinque anni di reclusione per associazione con finalità di terrorismo internazionale

I genitori sapevano cosa veniva insegnato ai loro figli?

Si fatica a pensare che un bimbo di quattro anni quando torna casa non racconti a parole, gesti o disegni quello che ha vissuto. Di conseguenza, se la risposta dovesse essere positiva, il problema è ancora più grande. Sarebbe, infatti, il primo sintomo per l’Italia di quella peste comunitaria che in altri paesi europei ha spinto frange minoritarie della popolazione immigrata a rivoltarsi contro lo Stato che li ospita.

Gli insegnanti della scuola pubblica a contatto ogni mattina con questi bambini non si sono accorti di niente oppure hanno fatto spallucce visto che si trattava di figli di immigrati?

È arduo anche solo immaginare che almeno uno dei piccoli studenti, dopo il lavaggio del cervello nel centro islamista, non abbia in un modo o nell’altro lanciato segnali allarmanti.

I genitori avrebbero scritto i loro figli al centro Al Dawa, se la scuola pubblica italiana avesse offerto, ad esempio, corsi facoltativi di lingua araba?

Un quesito sul quale vale almeno la pena riflettere visto che l’offerta formativa dei nostri istituti non è certo al passo con la domanda di una parte degli studenti che la frequentano.

Memo immigrazione per il governo che verrà

Se è vero che le elezioni cambiano la politica, è anche vero che non risolvono i problemi. Soprattutto in Italia. Ragione per la quale il futuro governo, quando ci sarà, non potrà, anche se lo volesse, evitare di fare i conti con la difficile ma cruciale questione dell’immigrazione. Il cui ruolo centrale nell’esito “tellurico” delle urne ci si augura venga letto, una volta sopita l’ asprezza delle contrapposizioni proprie di una ricerca del consenso elettorale senza esclusione di colpi, nel modo dovuto. E capire che il messaggio lanciato sull’immigrazione con il voto, per come sono fatti e pensano gli italiani, non è quello della chiusura etnica. Ma una richiesta, ai limiti della pazienza, di un suo ragionevole ma efficace governo.

Che assicuri, nella misura del possibile: a) l’agibilità normativa ed amministrativa necessaria per selezionare non solo il numero ma la qualità di chi dall’estero decide di vivere e lavorare nel nostro paese (compresi i veri rifugiati); b) l’effettiva integrazione dei nuovi arrivati con l’obbiettivo di consentire a coloro che lo meritano e lo vogliono di divenire, in tempi più rapidi e meno discrezionali degli attuali, da stranieri nuovi cittadini; c) la sanzione certa non solo dei grandi ma anche dei piccoli reati. Nella consapevolezza di quanto gli anni di giustificazionismo sociologico dei comportamenti trasgressivi, spesso minuti ma quotidianamente ripetuti da molti stranieri, hanno offeso e irritato larga parte della nostra pubblica opinione.

Una strada difficile ma non impossibile. In Italia, per fortuna, la politica dell’immigrazione anche se malandata non è all’anno zero. Ragione per la quale il nuovo governo, per essere tale, per prima cosa deve evitare l’errore fatto da altri nel passato che, una volta “arrivati nella stanza dei bottoni”, hanno preteso, ingarbugliandosi, di ricominciare tutto da capo. Molto meglio, facendo tesoro dell’esperienza, mettere mano all’impianto normativo esistente e rivederlo là dove non funzione.

In particolare per quanto riguarda tre questioni.

La prima: gli ingressi per lavoro. Eccezion fatta per figure di alta e certificata professionalità, l’attuale sistema dei “flussi”, in particolare nel settore dei servizi privati e delle famiglie, non funziona. Per la semplice ragione che è un’illogica ipocrisia pretendere che qualcuno che sta in Italia possa assumere, per giunta con richiesta nominativa, qualcuno/a da un altro paese e che non ha mai né visto né conosciuto.

La seconda: il reato penale di clandestinità. Una norma solo all’apparenza draconiana perché, spiega lucidamente un magistrato del calibro di Paolo Borgna “rappresenta per gli stranieri che delinquono un utilissimo appiglio …sfruttando i tempi (troppo) lunghi della Giustizia (tre gradi di giudizio) anche se condannati hanno diritto di restare” . Il processo penale, per essere efficace, deve essere riservato alla repressione di condotte particolarmente gravi per la collettività. Ma non per fronteggiare comportamenti di massa per i quali vanno pensati ed utilizzati mezzi e forme sanzionatorie di altro tipo.

La terza: la questione dello status civitatis dei figli degli immigrati. Che messa in soffitta l’accesa ma inconcludente diatriba sullo jus soli si- jus soli no, potrebbe essere garantita sulla base di un modello misto jus soli- jus sanguinis semplicemente modificando alcuni articoli della legge sulla cittadinanza attualmente in vigore ( n. 91/ 1992). In modo da consentire finalmente alla legislazione italiana di allinearsi a quelle da tempo in vigore in tutte le altre principali nazioni europee. Consapevoli che molto del futuro dell’immigrazione è legato al grado ed alla qualità dell’integrazione delle sue seconde generazioni.