Il PD sull’immigrazione cancella Minniti

Per il PD puntare sull’anti-salvinismo per combattere la politica dell’immigrazione di Salvini rischia di essere una trappola mortale. Perchè, come dimostrano le vuote, inconcludenti parole di circostanza pronunciate dalla sua nuova dirigenza di fronte al teatrale salvataggio dei 42 immigrati da parte degli attivisti della Mare Jonio, anziché la mano dura del Ministro degli Interni rischiano di colpire l’intelligenza della pubblica opinione. E soprattutto cancellare dalla sua agenda politica la capacità di governo di questo fenomeno dimostrata a suo tempo, con alti e bassi, ma con successo da Marco Minniti.

E’ infatti singolare che il maggior partito di opposizione abbia col silenzio date per buone le argomentazioni sulla non democraticità delle istituzioni libiche addotte dalla ONG di Beppe Caccia per giustificare il rifiuto di riportare da dove erano partiti i naufraghi. Visto che con esse un suo autorevole esponente, al tempo Ministro degli Interni, ha lungamente trattato e fortemente incoraggiato a riorganizzarsi. Fino a convincerle ad accettare l’ingresso sul loro territorio di osservatori ed operatori dell’ONU e dell’OIM. Ma soprattutto non si può far finta di continuare a non vedere ciò che a molti osservatori imparziali ormai appare chiaro. E cioè che il doveroso obbligo imposto dalle convenzioni internazionali che regolano il salvataggio in mare non può essere usato fraudolentemente da chi decide deliberatamente di naufragare per immigrare.

Non dire la verità per timore di essere accumunati al “nemico” è una tabe intellettuale dell’estremismo politico da cui credevamo che la sinistra si fosse da tempo immunizzata. Tanto più in una materia delicata ed esplosiva quale da sempre è quella dell’immigrazione. Una domanda per concludere: alle prossime elezioni di maggio il PD ritiene forse possibile riguadagnare l’opinione pubblica di cui tanto abbisogna la causa europeista facendo lo “gnorri” sull’immigrazione?

C’è del metodo nella follia terrorista

Non la chiami strage ma attentato terroristico”. Esordisce così da Bruxelles Marco Martiniello, Professore di sociologia dell’immigrazione all’Università di Liegi, quando lo contatto al telefono per capire perché venerdì scorso, in diretta Facebook, il suprematista bianco, ventottenne, australiano, Brenton Tarrant abbia ucciso 49 persone in un duplice attacco alle moschee di Christchurch in Nuova Zelanda.

Secondo il docente belga di origine italiana, infatti, a turbare la pace di un paese che di solito fa notizia per i suoi paesaggi, il rugby e la vela, non è stato il gesto di uno squilibrato. Ma, al contrario, la mente lucida di un uomo con un preciso progetto politico, questo sì folle. Che, costi quel che costi, vuole difendere l’uomo bianco dalla minaccia dei neri o dei musulmani. Ecco perché – continua il Prof. Martiniello – il tragico weekend neozelandese “non ricorda le tante stragi di massa firmate da isolati psicopatici che hanno riempito la cronaca nera USA. Ma gli attentati terroristici che in mezzo mondo, in nome delle più svariate ideologie, seminano paura e morte”.

Ci troviamo, dunque, di fronte a un vero e proprio terrorista di estrema destra appartenente in qualche modo a una sorta di nuova internazionale, sia pur non organizzata, di suprematisti bianchi rafforzati dall'avanzata al di là e al di qua dell’Atlantico di leader politici sommariamente definiti populisti?

"Sì. Intendiamoci, queste forme di estremismo hanno origini assai antiche. Sono sempre esistite nel sotto bosco della nostra quotidianità. Ma oggi sono rafforzate da almeno tre fattori.

Il primo è il diffuso malcontento dell’opinione pubblica occidentale nei confronti dell’immigrazione, che è stato incoraggiato dai leader politici populisti e nazionalisti per motivi elettorali ed ideologici .

Il secondo è il terrorismo islamista, un alleato obiettivo dell'estrema destra, che dalle Torri Gemelle in poi ha minacciato la pax sociale dell’Occidente.

Il terzo si chiama internet. Anzi, social network. Che, come già accaduto con gli islamisti dell’Isis , hanno consentito a quella che fino ieri era una frammentata galassia di estremisti di destra, di globalizzarsi. Mettersi in rete. Diventare comunità. Sotto la regia di soggetti culturalmente attrezzati che con il loro sapere rafforzano le convinzioni dei nuovi soldati suprematisti come Brenton Tarrant. Che, non a caso, nel suo manifesto di 86 pagine cita fatti storici (dalla guerra di Lepanto a quella di Poitiers) e sfide odierne (crisi demografica dell’Occidente) raccolti presumibilmente dalla propria community online. Alla quale, peraltro, ha voluto dare testimonianza del suo gesto, attrezzandosi, prima dell’attentato, oltre che di micidiali armi automatiche, anche di una mini-telecamera che gli ha consentito di rilanciare la carneficina in presa diretta su Facebook".

Qual è, allora, l’antidoto all’odio che produce a livello globale questo scontro che sembra delinearsi tra estremismo islamista e quello bianco-cristiano?

"I governi possono fare tanto, a partire dall’educazione delle nuove generazioni che non hanno vissuto e spesso neanche studiato i drammi del Novecento. Ma tutto questo potrebbe rivelarsi inutile se i big dei social network continuano a non fare la loro parte. Non è francamente accettabile che Brenton Tarrant sia riuscito, indisturbato a fare una diretta Facebook di venti minuti per pubblicizzare i macabri dettagli del suo attentato".

Gli immigrati che preferiscono l’Africa all’Europa

La stragrande maggioranza degli immigrati africani (8 su 10) è in fuga non in Europa ma all’interno del Continente nero. E nel futuro prossimo venturo il trend è al rialzo. Non solo perché, com’è noto, per motivi economici e logistici è più semplice cercare lavoro o protezione umanitaria nei paesi limitrofi anziché nel Vecchio Continente. Ma anche in ragione del fatto che alcuni paesi dell’Africa, spesso descritti come un coacervo di prolifici affamati pronti a invadere l’Occidente, grazie a una relativa, costante crescita economica sono, invece, vere e proprie mete di immigrazione.

È questo il caso, solo per fare un esempio, della Costa d’Avorio. Che come ha di recente dimostrato una dettagliatissima inchiesta di Le Monde, con un tasso di crescita annuo dell’8% e livelli di disoccupazione inferiori al 6% ha attirato dagli Stati confinanti un fiume di manodopera. Il 40% dei suoi attuali 24 milioni di abitanti è o ha, infatti, origine immigrata. Impiegati per lo più nella coltivazione di caffè, olio di palma ma soprattutto delle preziosissime (qualità senza pari) e ambitissime (dalle multinazionali del cioccolato) fave di cacao di cui è il principale esportatore mondiale.

E come in tutti i poli migratori internazionali che si rispettino, la bassa manovalanza straniera (in maggioranza dal Burkina Faso) è tanto richiesta dall’economia quanto indigesta per la società. Tant’è che anche da quelle parti, come da noi, i sostenitori del Prima gli ivoriani non mancano. Anzi, aumentano. Anche perché, come spiega il sociologo Sosthène Koffi (uno dei massimi conoscitori del mondo rurale ivoriano), alla base dei pregiudizi che i vecchi residenti hanno verso i nuovi arrivati ci sono incomprensioni ed errate percezioni che per quanto banali se non sanate rischiano di moltiplicarsi. Molti anziani doc dei piccoli villaggi, ad esempio, non sopportano l’arroganza dei giovanissimi lavoratori immigrati che con le mote acquistate coi primi risparmi scorrazzano a destra e a manca indifferenti alla vita sociale della comunità che li ha accolti.

Un clash tra indigeni e immigrati che, peraltro, non è una novità di oggi. Tant’è che per coniugare pax sociale e bisogni economici, nel 1998 il governo di Abidjan fu costretto ad approvare una legge in base alla quale solo ed esclusivamente gli autoctoni ivoriani potevano vantare la proprietà di terreni agricoli nel paese. Un diktat rafforzato dalla nuova Costituzione del 2016 secondo cui soltanto lo Stato, società pubbliche o cittadini ivoriani doc possono acquistare appezzamenti di terra. Passare dalle parole ai fatti non è tuttavia semplice. Non solo per l’instabilità politica di un paese spaccato in due tra il ricco e fertile Sud e il più povero Nord. Ma soprattutto perché in una terra dalla lunghissima tradizione migratoria (oltre ai discendenti dei coloni francesi ci sono anche importanti comunità libanesi e siriane), stabilire come e chi è ivoriano doc più che difficile risulta impossibile.

Il Muro o la Casa Bianca nel 2020

Più passa il tempo più aumenta per Trump il rischio che il Muro anti clandestini al confine del Messico finisca nel nulla. Ma non c’è dubbio che, comunque vada a finire la vicenda, il braccio di ferro da mesi in atto sulla sua costruzione è destinato a lasciare il segno nella storia politica americana. Non differentemente di come nel recente passato era accaduto, ad esempio, quando Lyndon B. Johnson impose nel 1964 il varo del Civil Rights o Nixon, ad un passo dall’impeachment dopo il Water Gate, si dimise da Presidente nel 1974.

Per la semplice ragione che la questione del Muro sì/Muro no ha ormai assunto i connotati simbolici di uno scontro in piena regola sul modo di essere e di funzionare della democrazia made in US. Che nelle ultime ore ha conosciuto una ulteriore, drammatica accelerazione. Visto che Trump - sfidando la censura votata la scorsa settimana dalla Camera e quella attesa la prossima settimana del Senato grazie alla defezione annunciata da 13 repubblicani - ha invece pensato bene ieri di rincarare ulteriormente la dose. Annunciando di aver iscritto nel budget di spesa 2019 i miliardi necessari alla costruzione del Muro nonostante il no del Parlamento. Violando la regola costituzionale da sempre in vigore secondo la quale: “ il Presidente propone, il Congresso dispone”.

Perché una così evidente forzatura? Al di là del fatto che, data la complicata architettura costituzionale americana, solo la Corte Suprema sarà in grado di stabilire, e ci vorranno mesi, se legittima o meno, quello che più colpisce è l’argomentazione usata a sua giustificazione dal Presidente. La quale, se dovesse prevalere, rischia di stravolgere, più di quanto già fin qui avvenuto, il modo di essere della democrazia rappresentativa del paese a stelle e strisce. Il suo messaggio è semplice: poiché la costruzione del Muro è una promessa fatta agli elettori essa deve essere onorata costi quel che costi. Costringendo alla resa l’ostracismo conservatore dell’establishment politico tradizionale. Che per Trump oltre ai democratici comprende anche alcuni potenti maggiorenti del suo stesso partito da anni seduti in Parlamento. Che, vista la piega che hanno preso le cose, si stanno organizzando per impedire la sua ricandidatura alle prossime elezioni presidenziali del 2020.

Partono per farsi un futuro non per riempire le nostre culle

Per coloro che spiegano l’immigrazione come una duratura terapia per la nostra demografia malata, Yoselin Wences è un nome che non dice nulla. Del quale, tuttavia, farebbero bene a interessarsi. Perché potrebbe, forse, essere utile a far cambiar loro idea. La sua storia è, infatti, la cartina di tornasole del comportamento demografico dei figli degli immigrati negli Usa, paese leader dell’immigrazione. Visto che, al contrario dei genitori, sognano tutto meno che di procreare.

Basta leggere al riguardo quanto ha scritto di recente il New York Times. Che dopo aver intervistato un vasto campione di giovanissimi immigrati di seconda generazione, che come i coetanei yankee posticipano o rinunciano a fare un bebé, si è concentrato sull’emblematica vicenda personale di Yoselin Wences. Figlia ventenne di una casalinga e di un manovale messicani che con i risparmi di una vita di durissimo lavoro negli Stati Uniti le hanno dato la possibilità di iscriversi alla North Carolina University per diventare la prima laureata della famiglia. Cosa che, come ogni traguardo, ha, però, un costo. Materiale e immateriale. Tant’è che mamma e papà, per evitare che l’investimento sul suo futuro andasse in fumo, fin da piccina, insieme alle favole le ripetevano, come fosse un mantra “di non cadere nel loro stesso errore di mettere su famiglia in giovane età ma di pensare solo a studiare e fare carriera”.

E così è stato. Tant’è che dalla testimonianza raccolta dal quotidiano americano, emerge il ritratto di una brillante studentessa, testarda e caparbia nella sua volontà di riscattare i sacrifici dei genitori ma assai lontana dal retaggio culturale dei suoi avi: donna-angelo del focolare domestico. Yoselin ha, infatti, dichiarato che fare i figli è fuori dalla sua agenda. Se ne parlerà, forse, verso i 35 anni. Ciò che conta adesso è non perdere tempo. Conquistare l’agognato titolo studio grazie al quale occupare un posto sull’ascensore sociale che i genitori non avrebbero neanche immaginato.

Ma ciò che più conta è che la storia della signorina Wences è comune a mille sue pari età di origine straniera. Non solo negli Usa ma in mezzo mondo. Italia inclusa. Perché come di recente certificato dall’Istat, anche da noi, rispetto alle prime, le seconde generazioni di immigrati fanno sempre meno figli. Per la semplice ragione che si adottano al generale trend del nostro paese. Sono, insomma, esseri razionali. Proprio per questo più che la soluzione sono lo specchio dei nostri problemi. E non solo demografici.

Anche negli Usa per entrare chiedono asilo

Nell’incerto ma durissimo braccio di ferro parlamentare sul Muro tra Trump e l’opposizione democratica si è da ultimo inserito un Terzo Attore. Che anche se non da diretto protagonista potrebbe, però,  risultare decisivo per il suo esito. Si tratta delle decine di migliaia di famiglie e di minori non accompagnati del Nicaragua, dell’Honduras e del San Salvador che cercano di entrare negli USA lungo l’immenso confine meridionale del paese.

Un fiume umano che nel solo mese di febbraio ha superato, cosa mai avvenuta dal 2011, la cifra record di 76mila. Gettando nel panico la pur ben oliata macchina organizzativa dei servizi dell’Immigration statunitense. Chiamati a gestire un esercito di “non autorizzati” che, diversamente dal passato, anziché da maschi soli è composto da padri, madri con figli e  da moltissimi minori non accompagnati. Che non solo abbisognano di strutture di accoglienza speciali di cui, al momento, l’amministrazione a stelle a strisce non è assolutamente dotata. Visto che i tre centri di cui dispone ( due in Texas ed uno in Pennsylvania ) hanno una capacità di ricezione inferiore a quattro mila unità. Ma, soprattutto, non possono essere rimpatriati. In ragione del fatto che la grande maggioranza di questi immigrati anziché cercare, come in passato, di entrare clandestinamente si consegna agli agenti di confine dichiarandosi rifugiati in cerca di asilo. Sapendo che in base alle norme in vigore le loro richieste vanno obbligatoriamente sottoposte al parere della magistratura competente. Ed essendoci dei minori di mezzo non possono essere trattenuti in stato di fermo per più di 20 giorni.  Con il risultato che molti di loro, in attesa delle lunghissime procedure giudiziali, hanno tempo e modo di sparire nei meandri oscuri di un mercato del lavoro irregolare che definire immenso è poco.

Un uso forse strumentale delle norme di garanzia che però, paradossalmente, rischia di assestare un colpo mortale alla utilità del Muro anti clandestini sostenuta dal Presidente. Visto che, come sostengono i suoi detrattori, anche se oggi fosse in funzione verrebbe tranquillamente bypassato dalla nuova strategia adottata ai confini da chi, giocando la carta dell’asilo, pur senza essere clandestino riesce ad entrare e restare non avendone formalmente il permesso.

Gilet gialli e immigrati: due rabbie che non si incontrano

“A smorzare l’ira dei gilet gialli che da quattro mesi, ogni sabato, mettono a ferro e fuoco la Francia, è stata l’alleanza che nessuno riteneva possibile: tra i ceti borghesi dei quartieri bene metropolitani e quelli di origine immigrata delle banlieue”. A sostenerlo, intervistato da West, è Jacques Levy, docente al Politecnico federale di Losanna e all'Università di Reims, vincitore del prix Vautrin-Lud, considerato come una sorta di Premio Nobel della Geografia.

Secondo lo studioso d’Oltralpe, infatti, la rabbia ma soprattutto la violenza di chi è sceso in strada ha impaurito, allo stesso tempo, due pezzi di popolazione che fino a poco tempo avevano poco o nulla in comune: gli abitanti benestanti dei centri urbani e quelli con background straniero delle periferie. Ma se il perché del timore dei primi è facilmente intuibile (incarnano l’élite odiata dalla piazza), lo è meno quello dei secondi. Che, invece, sostiene Jacques Levy sono “forse i più preoccupati dalla volontà populista dei gilet gialli perché colpisce quello che, nonostante tutto, è il loro unico protettore: ovvero lo Stato”. Insomma, i cittadini di origine straniera sono letteralmente spaventati dalla potenziale avanzata di una democrazia di arrabbiati ostile al potere di mediazione delle istituzioni pubbliche. Il cui operato, fino a oggi, per quanto duramente contestato, ha garantito al popolo delle banlieue un minimo di prestazioni e servizi sociali. Che, invece, la rabbia dei casseur potrebbe cancellare con un tratto di penna.

Chiarito il profilo dei nemici dei gilet gialli, rimane da capire qual è quello di questi ultimi. Chi sono questi scontenti che da mesi agitano i weekend francesi?

Partiamo dal fatto – ci dice Jacques Levy – che si tratta di un blocco sociale eterogeneo appartenente ai ceti medio bassi periurbani, in cui a fare da mastice è la medesima volontà politica di scardinare, in nome del popolo sovrano, il potere di una ristretta élite che, a loro avviso, detiene il monopolio del capitale culturale ed economico. Nell’era della globalizzazione vedono tutto e tutti in fluido movimento mentre loro si sentono agli arresti domiciliari, paralizzati da una fragile condizione socio-economica. Che li condanna a scegliere tra due frustranti opzioni: vivere, senza permettersi altri lussi, in pochi metri quadri in centro con affitti alle stelle oppure optare per la periferia comprando casa ma anche l’automobile necessaria per raggiungere, con mille difficoltà, il posto di lavoro in città. Ed è proprio per questo che la tassa ecologista sul gasolio e sulle auto inquinanti voluta dal Presidente Macron ha rappresentato la goccia che ha fatto traboccare il vaso della loro rabbia, dando il là a quello che oggi, non a caso, chiamiamo movimento dei gilet gialli”. Che, infatti, sono i giubbotti retro-riflettenti che per la legge francese, così come per quella italiana, vanno indossati da chi scende dal proprio veicolo lungo le strade.

Se è vero che questa eterogenea galassia di arrabbiati punta il dito contro le élite nazionali ed europee che cannibalizzano i vantaggi della globalizzazione, verrebbe da pensare che possano rappresentare un ottimo serbatoio per il nuovo Front National anti-establishment di Marine Le Pen. Ma su questo il Professor Levy è assai prudente. “Per la semplice ragione che agli occhi dei gilet gialli i lepinisti sono troppo moderati. Hanno accettato le regole del gioco istituzionale. Non sono, dunque, la soluzione ma parte dei loro problemi”. Spiegazione di per sé sufficiente anche a comprendere il perché del catastrofico tentativo del leader del Movimento 5 stelle Luigi Di Maio, vice-premier e ministro, di instaurare con i movimentisti d’Oltralpe un’alleanza transnazionale.

E anche a proposito dei rapporti Italia-Francia, al calor bianco specie sull’immigrazione, Jacques Levy sembra avere le idee chiarissime. “L’Italia è stata lasciata sola dai partner europei. Ma, tuttavia, come diceva Italo Calvino è vero che la menzogna non è nel discorso ma nelle cose. Perché nell’UE il manicheismo sull’immigrazione (pro o contro senza mediazioni) offusca la ragione. Non consente di riflettere su un problema che certo esiste ma che ha contorni ben diversi da quelli dominanti nel dibattito pubblico. Ossessionati dall’invasione degli immigrati, non discutiamo né affrontiamo i veri nodi della questione. Ai nuovi arrivati chiediamo, ad esempio, il rispetto di regole che, spesso, noi stessi disconosciamo. Visto che ormai non siamo più d’accordo neanche su chi è e come si distingue un immigrato economico da un rifugiato”. È, forse questo, il momento, rispolverando Spinoza, di non versar lacrime, né esprimere indignazione. Ma, appunto, di cercare di capire.

Tre stop ai neo populisti

È proprio vero, come dicevano i latini, che in politica simul stabunt, simul cadent. Una legge spietata della politica che nel giro di una manciata di giorni sembra aver costretto alla ritirata l’Armada Invencible del neo populismo internazionale. Proprio nelle tre nazioni simbolo che avevano dato il là, nel 2016, alla sua irresistibile ed inarrestabile ascesa al potere: l’Inghilterra di Brexit, l’America di Trump e l’Italia dei 5 Stelle.

Nel giro di pochi giorni, infatti, dopo le disfatte elettorali dei grillini e l’annuncio à bout de souffle con cui il Premier Theresa May ha fatto balenare l’ipotesi che il marasma di Brexit possa risolversi col No Brexit, martedì scorso è arrivato come un macigno dagli Usa il voto della Camera dei Rappresentanti. Che ieri l’altro ha sonoramente bocciato (245 sì, 182 no) lo stato di emergenza militare dichiarato due settimane fa da Trump per scippare al Congresso i miliardi necessari per la costruzione del Muro anti clandestini al confine del Messico. Una deliberazione che però, anche se ha visto 13 deputati repubblicani votare con l’opposizione, difficilmente riuscirà a passare lo sbarramento del quorum richiesto nel Senato. Dove, nonostante qualche possibile defezione, i repubblicani sono in numero sufficiente per respingere l’assalto dei democratici.

Resta il fatto però, che al di là di come andrà a finire lo scontro parlamentare al Capitol Hill, l’argomento usato da Nancy Pelosi per motivare la mozione di censura contro il Presidente è destinata a rappresentare un vero e proprio antemurale politico-parlamentare alla pericolosa distruttività anti istituzionale del neo populismo trumpista. E di fare breccia nelle fila degli uomini del Presidente. Costringendoli a scegliere tra l’obbligo di fedeltà verso il Capo e quello, dovuto, ai propri elettori. Di cui abbisognano come il pane per essere rieletti nelle prossime elezioni abbinate a quelle presidenziali del 2020. Per la semplice ragione che se il Parlamento accettasse oggi il diktat dello stato di emergenza usato da Trump, con la scusa del Muro, per bypassare la sua autorità costituzionale sulla spesa pubblica, darebbe luogo ad un micidiale precedente. Che i futuri inquilini della Casa Bianca potrebbero accampare per annullare, sempre e comunque, il volere degli eletti in Parlamento.

Un argomento, tra l’altro, in passato invocato proprio dai repubblicani, con l’appoggio della Corte Suprema, per bloccare i presidential order usati da Obama per piegare il filibustering parlamentare dell’opposizione sulla riforma sanitaria e la legalizzazione dei Dreamers. La verità è che anche per il nuovismo neo populista vale la vecchia ma sempre valida regola politica secondo cui chi di spada ferisce prima o poi di spada perisce.

Apre le quote non i porti

Retrofront di Matteo Salvini sul decreto flussi per gli immigrati. In nome del prima gli italiani aveva sempre detto No. Ma ieri è arrivato il suo Sì all’ingresso nel 2019 di 30.850 lavoratori extra-UE, a patto che non provengano da paesi che non hanno firmato accordi di rimpatrio con l’Italia. La notizia è buona e cattiva allo stesso tempo.

Buona perché forse é un segnale che il Ministro dell’Interno chiusi porti e frontiere ha capito che per rispondere alla domanda di manodopera a basso costo degli imprenditori occorre aprire, sia pur sub-condicione, vie di accesso legale al nostro Paese. Non foss’altro perché quando l’economia chiama se a rispondere non è il mercato legale a sostituirlo è quello super efficiente ma illegale. Che come abbiamo visto di recente in Calabria a San Ferdinando, una delle ultra-tentennali baraccopoli italiane per manovali clandestini, produce sfruttamento, degrado se non addirittura morte ma è formidabile nel mettere in contatto domanda e offerta.

Cattiva perché per risolvere un problema reale (la richiesta di manodopera del sistema economico) ricorre a uno strumento obsoleto che rischia persino di essere impopolare. È, infatti, arcinoto che i tempi, lunghi e farraginosi, che l’amministrazione necessita per stabilire le quote non coincidono affatto con quelli assai più veloci e cangianti dell’economia. L’esperienza – sostiene Patrick Weil nelle prime, memorabili pagine de La Republique et sa diversité – “ha dimostrato che il metodo delle quote è il peggiore….poichè sul mercato mondiale sono le imprese, non già i pubblici poteri, che selezionano e pagano i lavoratori di cui abbisognano. La politica di quote predeterminate dallo Stato rischia così semplicemente di giustificare l’esistenza di una costosa burocrazia incaricata di sovrintendere la loro definizione e ripartizione”. Un farraginoso meccanismo capace di produrre un doppio, negativo, risultato: fissare cifre, che la velocità del mercato rende presto superate, e turbare ciclicamente la pubblica opinione con l’annuncio di arrivi di cui essa fatica a comprendere l’utilità e la necessità. Con l’aggravante che, mentre le cancellerie continuano a sfornare dichiarazioni contro l’immigrazione clandestina, la crescente domanda di lavoro da parte di imprese e famiglie viene, in grande parte, soddisfatta solo grazie all’efficientissimo, onnipresente mercato della clandestinità.

Se, ad esempio, quest’anno, smentendo ogni indicatore, la nostra economia dovesse tirare più di un treno ad alta velocità, il numero di lavoratori immigrati fissato ieri potrebbe rivelarsi insufficiente. Costringendo gli imprenditori a chiedere aiuto al mercato sommerso. Cosa che peraltro, comunque vada, possiamo dare per scontato. Per il semplice fatto che come quelli dei suoi predecessori, il decreto flussi di Matteo Salvini è sì previsto per garantire un ingresso legale agli immigrati economici a noi utili ma di fatto verrà usato per sanare, in un modo o nell’altro, la posizione di coloro che già risiedono e lavorano illegalmente sul nostro territorio. Tant’è che dei 30.850 sopra indicati: 18.000 sono riservati agli stagionali (che finita l’ultima raccolta non hanno mai lasciato, come avrebbero dovuto fare per legge, l’Italia); 12.850 dovrebbero essere dedicati ai non stagionali ma anche in questo caso la stragrande maggioranza (circa 10 mila) servirà per riconvertire in permessi di lavoro altre tipologie di permessi. Soprattutto quelli per protezione umanitaria. Che essendo stata abolita dal decreto sicurezza Salvini (novembre 2018) rischia di trasformare in fantasmi migliaia di beneficiari.

Ma, come dicevamo, lo strumento delle quote, oltre che fuori dal tempo può risultare indigeribile, se non indigesto a una porzione rilevante dei disoccupati autoctoni. Che, infatti, potrebbero scagliarsi contro il paladino del prima gli italiani accusandolo di calpestare i loro bisogni. Fino al punto di consentire ai nuovi arrivati di occupare posti di lavoro, per di più con salari da fame a discapito dei nazionali che non sanno come sbarcare il lunario.

Insomma, a conti fatti, gli esperti definirebbero il contesto prodotto dalle quote una triple lose situation. Perché soddisfa poco e male le esigenze delle tre parti in causa in questa partita: immigrati, imprenditori e Stato ospitante. Solo una minoranza dei primi riuscirà, infatti, ad entrare e lavorare legalmente. Di conseguenza solo una minima parte degli imprenditori si rivolgerà al mercato legale. Mentre lo Stato ospitante di anno in anno ospiterà un crescente numero di immigrati illegali che essendo fuori quota vivrà da invisibile nell’attesa della sanatoria prossima ventura. Dovrebbe partire proprio da qui semmai qualcuno volesse davvero innovare la politica migratoria italiana. Sciogliendo questo vero e proprio nodo gordiano attraverso un nuovo modello di ingresso: la migrazione circolare. Ovvero un flusso migratorio temporaneo che, nel massimo della sicurezza e nel rispetto assoluto dei tempi previsti per l'uscita, secondo l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni può essere utile a tutti i soggetti coinvolti se avviene volontariamente e se legato alle esigenze del mercato del lavoro dei paesi di origine e di destinazione.

Se le quote producono, dunque, una triple lose situation, la migrazione circolare genera una triple win situation. Il paese di origine otterrebbe i benefici economici del vecchio sistema (rimesse) ma, questa la grande novità, senza rinunciare definitivamente alle nuove generazioni che rappresentano per definizione il futuro di ogni Stato. L’immigrato avrebbe il sicuro vantaggio di mettersi in viaggio attraverso canali legali e regolari, potrebbe acquisire nuove competenze professionali spendibili una volta tornato nel paese di origine, e beneficerebbe di una possibilità di accesso facilitato nel caso decidesse di rientrare nel paese che lo ha accolto la prima volta. Il paese di destinazione risolverebbe il problema di mancanza di forza lavoro e nello stesso tempo migliorerebbe la percezione della migrazione economica da parte dell’opinione pubblica, che non si sentirebbe allarmata a causa della possibilità di un insediamento definitivo del lavoratore.

Tutto questo funziona già alla grande, e senza nessuna particolare criticità, con gli immigrati altamente classificati. Per ovvie ragioni neanche il peggiore degli odierni sovranisti negherebbe il permesso di soggiorno a un chirurgo o un ingegnere aerospaziale super specializzati. La vera grande sfida sta nell’adottare il modello della migrazione circolare anche alla manodopera poco qualificata. Come quella impiegata nelle nostre campagne. Difficile ma non impossibile. A patto che si cominci sperimentando uno speciale permesso di soggiorno e lavoro temporaneo ma di lungo periodo che consenta a chi ne beneficia di avere la certezza ad esempio per dieci o venti anni consecutivi di potere entrare e lavorare legalmente nel nostro paese ma solo per un tot di mesi. Necessari per ultimare il raccolto e mettere da parte una cifra comunque sufficiente per passare più che dignitosamente il resto dell’anno a casa. D’altronde, potendo scegliere, con in tasca soldi e certezza di tornare, è difficile immaginare un immigrato marocchino che si rifiuti di passare qualche mese lungo le splendide coste mediterranee del suo paese anziché tutto l’anno nella profonda provincia triveneta.

Ps. Ai più scettici ricordiamo che proprio in Italia la migrazione circolare come antidoto all’immigrazione illegale è stata già sperimentata in successo. Grazie a una formazione professionale capace di contribuire allo sviluppo dei Paesi di origine. È questa la proposta innovativa per la governance dell’immigrazione alla base del progetto MENTOR (Mediterranean Network for Training Orientation to Regular Migration). Una partnership tra Comune di Milano, Torino e Agenzia Piemonte Lavoro, in collaborazione con Anolf Piemonte. Che ha coinvolto una selezione di giovani immigrati marocchini tunisini in un tirocinio di tre mesi presso aziende delle aree metropolitane torinese e milanese. Qui i dettagli.

Il muro della democrazia in America

Il futuro della democrazia americana è appeso al Muro. La decisione con cui 18 Stati dell’Unione, tra cui due giganti come California e New York, hanno deciso di impugnare in tribunale contro Trump la legittimità del suo ricorso allo stato di emergenza per finanziarne la costruzione segna infatti l’avvio di uno scontro politico che rischia di essere per le istituzioni del Paese senza ritorno. Se per ritorno si intende il ripristino quo ante del loro tradizionale modo di essere e di funzionare.

Non fosse altro perché nella storia post bellica USA l’emergenza militare nazionale decisa da Trump venerdì scorso 15 febbraio è stata la prima ed unica dopo quella dichiarata da George Bush dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2011. Con l’ulteriore aggravante che la natura complessa e giuridicamente molto “scivolosa” del contenzioso è tale che i tempi lunghi per le sua eventuale soluzione sono destinati ad incrociare ed avvelenare quelli dell’ormai prossima campagna presidenziale 2020. Un corto circuito negativo destinato a rafforzare, sia tra i democratici che tra i repubblicani, i fautori dello scontro a scapito di quelli del dialogo. Ma i guai per l’America non finiscono qui.

Per la semplice ragione che il vero braccio di ferro in corso all’ombra del Muro è quello tra il Presidente ed il Congresso. O meglio tra i poteri del primo e le prerogative costituzionali del secondo sulla delicatissima questione relativa allo stanziamento e l’uso della spesa pubblica. Che, ritenuta una architrave dell’equilibrio costituzionale del presidenzialismo federalista statunitense, è stata gestita fin dai tempi dei Padri Fondatori in base al principio: il Presidente propone, il Congresso dispone. Il cuore della crisi americana sta nella fine di questo “duopolio democratico”. Tanto è vero che nel 2014, quindi prima dello strappo sul Muro di Trump, Barak Obama era stato accusato, e sconfitto in giudizio, dai parlamentari repubblicani, all’ora all’opposizione, per aver usurpato i poteri del Congresso finanziando per decreto la “sua” riforma sanitaria.