Il fattore g dei pro e dei contro all’immigrazione

C’è il fattore g dietro lo scontro che in mezzo Occidente divide l’esercito dei pro da quello dei contro la globalizzazione e l’immigrazione. La g di geografia aiuta, infatti, moltissimo a decifrare le dinamiche che spingono un crescente numero di nuove leve a schierarsi da una parte o dall’altra della barricata. Dall’analisi dei flussi elettorali in Europa come Oltreoceano emerge con tutta evidenza che i super globalisti pro-immigrazione vivono nel cuore delle megalopoli occidentali. Mentre i loro oppositori abitano, come ha sostenuto il geografo francese Jacque Levy, le zone periurbane (e rurali) dove di questo nuovo mondo iper-tecnologico e senza barriere si vedono solo gli enormi svantaggi. Intorno a questo cleavage territoriale si sta dunque consumando una durissima battaglia che, rispetto al passato, non è più di classe ma per l’appunto di natura geografica.

Per capire di cosa parliamo è, forse, utile riprendere i dati emersi da un recente e assai raffinato speciale del Financial Times dall’emblematico titolo The Future of Cities. Che segnala, ad esempio, come il 75% degli investimenti negli Stati Uniti finisca in tre aree metropolitane (Silicon Valley, New York e Boston) che ospitano appena il 10% della popolazione americana. Per dirla con Richard Florida, che prima di altri ha colto questo problema, si tratta di veri e propri picchi di eccellenza tecnologica, economica e politica che grazie alla capacità di attirare talenti e finanziamenti internazionali vanno a gonfie vele mentre il resto del mondo rimane a guardare. Sempre più frustrato e arrabbiato al punto da affidarsi ai partiti sovranisti in cerca di aiuto e protezione.

Un gap, quello tra perdenti e vincenti della globalizzazione, destinato a minacciare seriamente la pax sociale dei paesi occidentali. Sarà, forse, per questo che Steve Case l’ultramilionario fondatore di AOL, proprietario di giganti come Yahoo e Huffingtonpost, ha spiazzato molti suoi colleghi lanciando un maxi programma di finanziamento di progetti imprenditoriali nelle regioni americane extra-urbane. Una mossa, quella di Steve Case, più politica che economica. Difficile immaginare, quantomeno nel breve-medio periodo, che possa trarre lauti guadagni da investimenti in zone del tutto prive dei fondamentali (infrastrutture, tecnologie, risorse umane, etc.) necessari per giocare nel campionato globalista. Ma, al contempo, è facile prevedere che la sua offerta d’aiuto possa riabilitare l’immagine delle elités economiche agli occhi degli arrabbiati che vivono fuori o ai margini delle grandi città. Con la speranza che domani comincino a negare il consenso che fino a oggi hanno dato a politici sovranisti come Donald Trump. Che non a caso ha dimostrato di volere smantellare i capisaldi di quell’ordine internazionale post-seconda guerra mondiale (es. diplomazia multilaterale, libera circolazione delle merci, etc.) che hanno fatto la fortuna di colossi come Facebook o Apple

In questa sua nuova avventura politica il boss di AOL potrebbe contare, per ovvie ragioni, sui sindaci delle megalopoli occidentali. Come, per fare un esempio a noi vicino, quello di Milano. Che non a caso è al centro della suddetta indagine del Financial Times sullo strapotere delle città. Riusciranno i Sala da una parte all’altra dell’Atlantico, in collaborazione con i big delle multinazionali, a costruire una proposta politica alternativa a quella dei sovranisti e, soprattutto, capace di rincuorare i perdenti della globalizzazione togliendo terreno ai sovranisti?

La grande stampa USA divisa sull’accordo col Messico

Negli USA il fronte dei grandi organi di informazione da sempre compatto contro Trump ieri si è rotto clamorosamente. Per di più sulla delicata e politicamente molto discussa questione dell’accordo raggiunto lo scorso fine settimana tra Washington e Città del Messico per bloccare il fiume di immigrati centro americani che da mesi tentano dal Sud di raggiungere il suolo statunitense. Che la grande stampa guidata dal New York Times, tradendo quello che per essa dovrebbe rappresentare solo un sacro dovere, si era affrettata per incauta faziosità anti trumpiana a sminuire fino a rasentare il dileggio. Al punto da consentire a Michelle Goldeberg di titolare il commento di prima pagina del quotidiano newyorkese di martedì scorso con una domanda a dir poco carica di sarcastica retorica:”Should we pretend that Donald Trump made a real deal with Mexico?”. Mentre sarebbe bastato un po’ più di equilibrio e una ponderata analisi dei documenti per capire, come il giorno stesso ha dimostrato il Washington Post, che a Trump il “deal” oltre a riuscire era andato al di là delle sue stesse aspettative.

Per la semplice ragione che il Messico, come confermano i documenti sottoscritti dalla sua delegazione a fine trattativa, ha accettato, per non rischiare l’introduzione di nuovi, pesanti dazi all’ export verso gli USA, di fare per i nord americani quel dirty work (il lavoro sporco) a cui il Presidente Lopez Obtrador in varie precedenti occasioni aveva invece giurato il suo paese non si sarebbe mai prestato. Infatti in base all’intesa raggiunta i richiedenti asilo negli USA dovranno farne domanda “in the first foreign country they reach” e non più, come fino ad oggi avveniva, in territorio americano. Un marchingegno normativo che consente alle autorità americane, come appunto voleva la Casa Bianca, di imporre ad honduregni, guatemaltechi e san salvadoregni di attendere in Messico o a casa loro l’esito delle loro richieste anziché “volatilizzarsi” negli immensi meandri oscuri del vasto mercato del lavoro a stelle e strisce.

Per Trump l’accordo col Messico vale il doppio

Trump, incassata la positiva conclusione del braccio di ferro sulla delicatissima questione della crisi migratoria con il Messico, ha almeno due nuovi, buoni motivi per guardare con maggiore fiducia alle prossime elezioni presidenziali del 2020.

Il primo: le autorità messicane impegnandosi a rafforzare con 6mila nuove unità dell’esercito il controllo anti clandestini alla frontiera con gli USA oltre ad ammettere la realtà di un problema da loro a lungo negato hanno, di fatto, messo all’angolo l’opposizione democratica americana. Che, prima sulla questione della costruzione del Muro e poi su quella dei dazi all’import messicano, negando l’esistenza di una reale crisi migratoria ai confini meridionali del paese ha per mesi contrastato il giro di vite invocato dal Presidente bollandolo come cinico e strumentale. Uno smacco che per i democratici agli occhi del loro elettorato di riferimento potrebbe da sonoro risultare persino indigesto visto che sulla questione della punizione dell’interscambio commerciale con il Messico l’oltranzismo della loro politica li ha addirittura spinti, pur di contrastare Trump, ad anteporre la difesa del mondo degli affari, che rischiavano di uscirne penalizzati, a quella della sicurezza interna del paese.

Il secondo: l’immancabile trionfalismo con cui Trump ha commentato lo stop, se definitivo o temporaneo lo vedremo, delle carovane di guatemaltechi, honduregni e san salvadoregni in marcia verso il Norte rischia di aggravare, più di quanto già lo sia, il PTED (post traumatic election disorder) che da tempo tormenta i democratici. All’interno dei quali,infatti, cessata la tregua faticosamente concordata nelle ultime settimane si è già riaperta una guerra senza quartiere tra i tanti (troppi) candidati in corsa per chi sarà il designato a impedire nel 2020 la rielezione alla Casa Bianca del magnate newyorkese. Al punto che nelle ultime ore Alexandria Ocasio Cortez, la sofisticata ed ultra radicale delegata di New York, si è spinta al punto di invitare in diretta televisiva il collega della California John Delaney ha ritirare la propria candidatura perché troppo moderato e troppo poco anti Trump. Il quale, da animale politico di razza quale è, quando sente odore di sangue capisce che la preda è vicina.

Il modello zoppo dell’immigrazione italiana

Sull’immigrazione l’Italia presenta una seria, serissima anomalia. Perché, a differenza di quanto avviene in molti altri grandi paesi, da noi ci si dilania ma su una politica che non c’è. Visto che la questione dell’apertura o della chiusura dei porti anche se accende gli animi non surroga la mancanza di idee e di regole indispensabili per la sua moderna, efficace gestione. Un buco nero programmatico che rispetto all’altrove è ulteriormente aggravato da una insostenibile, diffusa sciatteria operativa dei nostri apparati burocratico-amministrativi. Con il risultato che alla domanda di quale sia il modello ispiratore della nostra politica dell’immigrazione è difficile se non impossibile trovare oggi qualcuno in grado di darvi risposta. Le ragioni? Due soprattutto.

La prima riguarda la forma del suo governo. In Italia, infatti, le competenze dell’immigrazione anziché essere affidate, come avviene in gran parte delle nazioni industrializzate, ad un unico “cervello” istituzionalmente responsabile, risultano “sminuzzate” per le gelose, intoccabili prerogative di diversi dicasteri: Interni, Esteri, Giustizia, Lavoro, Sanità, Istruzione etc. Che nati e pensati per un paese da cui si partiva ma non certo si arrivava risultano, al di là della buona o della cattiva volontà, oggettivamente non all’altezza del compito. Visto che un fenomeno di natura trasversale come l’immigrazione è per forza di cose destinato a sfuggire di mano ad un’amministrazione che preferisce funzionare per compartimenti stagni. E che, per questo, ha sempre rifiutato di demandarne il controllo e la gestione ad un apposito corpo di funzionari dedicati ed altamente specializzati. Una debolezza sistemica responsabile del paradosso per cui da noi la politica anziché comandare è costretta a rincorrere l’immigrazione sfornando sanatorie a ripetizione. Come testimonia il fatto, più unico che raro, che gli immigrati regolari oggi presenti sul nostro territorio sono nella stragrande maggioranza ex irregolari di volta in volta “sanati” nel corso degli anni.

La seconda, non meno preoccupante, è che la politica dell’immigrazione "all'italiana" anziché contrastare quella irregolare ma dedicarsi nel modo dovuto a quella regolare parla solo e sempre della prima disinteressandosi fino ad ignorare la seconda. Su di essa, infatti, una volta prematuramente tramontati con la crisi di governo del 1998 gli intenti della Turco-Napolitano, è come se le istituzioni avessero deciso di calare il silenzio. Decidendo, non è ancora chiaro se coscientemente o meno, di poter relegare nel dimenticatoio quella che da che mondo è mondo la questione numero uno delle politiche dell’immigrazione degne di questo nome: aiutare gli immigrati che lo vogliono e lo meritano di lasciare la condizione di stranieri per diventare nostri nuovi concittadini.

Un’amnesia doppiamente colpevole. Non solo perché trascura i tanti che in silenzio ma con molta fatica hanno deciso di fare dell’Italia la terra dei propri figli. Ma, cosa ancora più grave, ha ridotto in non pochi talenti stranieri l’interesse per l’Italia e che per questo hanno ritenuto più conveniente trasferire in terre lontane da noi le loro preziose ed assai competitive qualità professionali.

La sinistra danese ripensa l’immigrazione e avanza

In Danimarca dove sono in corso le elezioni per il nuovo Parlamento secondo i primi exit pool i risultati potrebbero riservare due inattese quanto interessanti sorprese. La prima: a differenza che nel resto del Vecchio Continente i socialdemocratici danesi rischiano di vincere. La seconda: la ragione che ha riportato “all’ovile” molti vecchi militanti socialdemocratici che negli ultimi anni avevano abbandonato il partito è stata il nuovo corso politico voluto ed imposto, soprattutto sul tema dell’ immigrazione, dalla giovane, coraggiosa leader Mette Frederiksen. Che vincendo l’opposizione e la resistenza di molti ha traghettato sull'immigrazione il partito da un aperturismo velleitario ed autolesionista ad una impostazione modernamente selettiva e credibile. Soprattutto da parte dei settori popolari ed operai resi inquieti dai tanti stranieri arrivati negli ultimi anni. Una svolta emblematicamente suggellata dalla designazione come suo braccio destro di Mattias Tesfaye figlio di un rifugiato etiope.

Al netto di quello che sarà l’esito finale che uscirà delle urne, vale certo la pena approfondire le ragioni alla base della nuova linea scelta sull’immigrazione da una delle più illustri famiglie storiche della socialdemocrazia europea.

Partiamo dal fatto che il revirement dei socialisti danesi non è una eccezione ma la conferma di un trend che riguarda, almeno da due anni a questa parte, molte organizzazioni della sinistra nord europea. Tant’è che, solo per fare un esempio, il 21 maggio del 2018, con un discorso pubblico che fece molto clamore, Stefan Lofven, Premier svedese e leader del partito che fu di Olaf Palme, annunciò in pompa magna che le misure restrittive nei confronti dei richiedenti asilo varate nel 2016 dopo il boom di 160 mila domande d’asilo del 2015, da temporanee sarebbero diventate permanenti. Con l’obiettivo di accogliere non più di 14 mila rifugiati l’anno; smascherare i falsi profughi e scoraggiare i ricongiungimenti familiari. Tra le altre novità: il divieto di frequentare la scuola dell’obbligo per i piccoli immigrati irregolari.

Forse i socialdemocratici scandinavi, a differenza degli omologhi mediterranei, hanno intuito che per tirare a campare conviene furbescamente scimmiottare le posizioni anti-immigrati dei neopopulisti in ascesa in mezzo Occidente?

La risposta è no. Almeno secondo Mattias Tesfayes. Che intervistato dal Financial Times ha sostenuto che la nuova politica migratoria selettiva dei socialisti danesi, oltre che indispensabile per sostenere il Welfare State di cui usufruiscono le fasce più deboli della popolazione, fa parte del DNA e della storia della socialdemocrazia occidentale. Come, peraltro, lui stesso aveva teorizzato in un formidabile pamphlet del 2017 dal provocatorio titolo Welcome Mustafa, richiamo alle sue origini africane, in cui aveva riportato alla luce lo scetticismo verso gli immigrati che negli anni 50’ e ’60 del secolo scorso accumunava le famiglie socialdemocratiche europee.

Si tratta forse di una raffinata forma di revisionismo a fini squisitamente elettorali?

Di certo sappiamo che Karl Marx, con tutta probabilità, sarebbe stato dalla sua parte. Visto che nel lontano 1870, a proposito delle conseguenze dell’immigrazione irlandese in Inghilterra, scriveva: “l’Irlanda fornisce il suo sovrappiú al mercato del lavoro inglese e in tal modo comprime i salari nonché la posizione materiale e morale della classe operaia inglese…Ogni centro industriale e commerciale in Inghilterra possiede ora una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime il livello di vita...egli nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali contro l’operaio irlandese…L’irlandese lo ripaga con gli interessi della stessa moneta..questo antagonismo viene alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa, dal pulpito, dai giornali umoristici, insomma con tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto della debolezza del movimento operaio inglese a dispetto della sua organizzazione”.

La cattiva politica dell’asilo aiuta l’immigrazione irregolare

I richiedenti asilo sono diventati il vero bacino sommerso della manodopera immigrata di mezza Europa. Sta qui, forse, la spiegazione del generale silenzio bipartisan sull’annunciata e mai realizzata riforma del sistema europeo comune di asilo. In questi ultimi anni, infatti, nonostante le crisi umanitarie consumatesi a un passo da casa nostra se a criticare sono stati in molti, sono stati invece pochi coloro che hanno avanzato proposte o fatto qualcosa per superare il sistema attuale. Basato sulla Convenzione di Dublino che stabilisce il cosiddetto criterio del first step, secondo cui spetta al paese UE di primo approdo l’onere di accogliere temporaneamente e valutare le richieste di asilo dei nuovi arrivati.

È vero che questo penalizza gli Stati (Grecia, Italia e Spagna) che si affacciano sulla polveriera mediterranea. Ma è arcinoto che questi ultimi, soprattutto ma non solo nei casi di diniego, viste le enormi criticità delle procedure di rimpatrio, lasciano un esercito di fantasmi che non hanno diritto all’asilo in un limbo giuridico che li rende appetibili per gli imprenditori che cercano in nero di accaparrarsi manodopera poco specializzata e a bassissimo costo. Il risultato è che mentre una parte viene arruolata “in loco” dalle imprese degli Stati di primo ingresso, la restante supera illegalmente i confini per andare a soddisfare la domanda di manodopera irregolare di quelle nord europee.

Discorso chiuso, quindi? Fino a un certo punto. Non foss’altro perché a questa sistematica violazione delle regole e del diritto comunitario, un’alternativa, capace di rispettare le esigenze di tutte le parti in causa, c’è. E’ quella avanzata nel 1997 dalla Commissione di massimi esperti internazionali di diritto asilo, guidati dal Prof. James C. Hathaway dell’Università del Michigan, chiamata a fare il “tagliando” al sistema globale di accoglienza dei rifugiati imperniato sulla Convenzione di Ginevra del 1951. Che secondo il team di esperti oltre a non pochi meriti presenta come vero grande difetto (accentuato da quella di Dublino) di non separare “il luogo” in cui si opera lo screening delle domande di asilo da quello in cui vengono accolti gli aventi diritto. Il punto, al netto degli opportunismi politici, sta qui. Per questo la proposta Hathaway, rimasta lettera di morta, chiedeva di riconoscere e istituire a livello internazionale, sotto l’egida dell’UNHCR, in territori prossimi alle aree di crisi, hotspot sicuri (ad esempio i campi profughi Onu) in cui trovare temporaneo rifugio per richiedere formalmente asilo. E, in caso di esito positivo poter essere redistribuiti pro-quota tra tutti gli Stati della comunità internazionale.

Che poi, a dirla tutta, non sarebbe neanche una novità assoluta. Visto che nel 1979 l’allora segretario generale delle Nazioni Unite Kurt Walheim, per risolvere l’emergenza boat people in fuga dal Vietnam, convocò una conferenza internazionale. Cui aderirono 65 governi. L’iniziativa consentì di evitare che la crisi precipitasse sulla base di un do ut des: asilo temporaneo nella regione, in cambio di un reinsediamento permanente nei paesi terzi. In buona sostanza, con quello che era di fatto un accordo tripartito fra i paesi d’origine, quelli di primo asilo e quelli di reinsediamento, gli stati dell’Asean (Filippine, Indonesia, Malesia, Singapore e Thailandia) si impegnarono a continuare a concedere l’asilo temporaneo, a condizione, però, che il Vietnam si impegnasse a frenare le partenze illegali e a promuovere quelle organizzate dall’Onu. E che, in parallelo, i paesi terzi accelerassero il ritmo del reinsediamento. Salvo alcune eccezioni, cessò il respingimento delle imbarcazioni in mare. Fra il 1979 e 1982, oltre 20 paesi – in testa Stati Uniti, l’Australia, la Francia e il Canada – assorbirono 623.800 rifugiati indocinesi. Si può fare.

Guerra tra immigrati al di qua del muro di Trump

Stretto tra l’incudine e il martello il Messico sta vivendo la più grave crisi migratoria della sua storia recente. Stritolato tra il Muro di Trump, che ha di fatto blindato i confini meridionali degli Stati Uniti, e l’onda umana delle carovane che avanzano da Honduras, Guatemala e El Salvador questo paese si è trasformato negli ultimi mesi in uno Stato cuscinetto. Una sorta di camera di decantazione del flusso ininterrotto di immigrati che in massa si dirigono al Norte. Ultimamente, però, la situazione si è seriamente aggravata costringendo il presidente Andrés Manuel López Obrador ad una clamorosa e per molti preoccupante marcia indietro.

Nel dicembre scorso, al momento del suo insediamento, il nuovo Capo dello Stato messicano, da uomo di sinistra, aveva infatti promesso che non avrebbe fatto “il lavoro sporco per Trump” e che avrebbe offerto aiuto ed assistenza agli immigrati in marcia verso il sogno americano. Nessun respingimento, dunque, a differenza del suo predecessore, il conservatore Enrique Peña Nieto. Sei mesi dopo però, annuncia a lettere cubitali un articolo di Usa Today, il Messico ha deciso di chiudere le frontiere. Perché la minaccia di Trump di ridiscutere gli accordi commerciali tra i due paesi, a partire dai dazi al 5% dal prossimo 10 giugno, ha obbligato López Obrador a rivedere le sue ottimistiche promesse di accoglienza. Ed ai confini meridionali del Messico la guardia nazionale ha iniziato ad arrestare e respingere molti immigrati impedendo loro di proseguire verso nord. In più, stretto tra le pressioni di Washington e le crescenti proteste di molti settori della popolazione stanchi di questi arrivi in massa di stranieri, López Obrador dopo aver promesso e rilasciato 13mila visti umanitari a febbraio ne ha bloccato la prosecuzione. Usando come spiegazione ufficiale l'esaurimento dei fondi all'uopo dedicati e tacendo invece sul crescente malcontento di molte comunità locali esasperate dall'eccessiva presenza di honduregni, guatemaltechi e salvadoregni.

Nella Lampedusa messicana, Tapachula, città del Chiapas al confine con il Guatemala, la situazione si è fatta addirittura esplosiva. Nelle sue baraccopoli, sorte ovunque, regna degrado e disperazione. E come riferisce la rivista Ozy, le autorità messicane per la prima volta si trovano ad affrontare il difficile, doloroso problema dei minori stranieri non accompagnati. Un fenomeno nuovo a queste latitudini e in preoccupante aumento. Ma i problemi non finiscono qui. Visto che negli ultimi mesi all'interno delle carovane dei centroamericani è aumentata la presenza di immigrati provenienti da Cuba, Haiti e persino dall'Africa. Ma il dietrofront del governo messicano è arrivato, a parere di molti, tardi e fuori tempo impedendo che scoppiasse, come infatti è avvenuta, la guerra tra poveri.

Trumpismo figlio del Know Nothing Party

L’immigrazione ha da sempre rappresentato una vera e propria cartina di tornasole sulla natura dei cambiamenti in corso nella società americana. Nel bene come nel male. Sbagliano perciò coloro secondo cui l’aspro scontro che su questa questione dal giorno dell’elezione di Trump divide la politica e la società statunitensi è qualcosa di inedito per la storia di un paese che ha da sempre fatto dell’immigrazione un caposaldo della sua cultura nazionale. E che per questo imputano solo alla protervia conservatrice del trumpismo il tradimento del sacro principio dell’accoglienza simbolicamente scolpito alla base della Statua della Libertà con le parole: "Date a me le vostre stanche, povere, rannicchiate masse…io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata".

Ma non è così. Visto che gli eventi di oggi ricordano molto da vicino il clima anti immigrati che, a partire dalla metà dell’800, fin quasi alla soglia del secolo successivo scosse, più e peggio di oggi, gli USA. Anche allora in pieno subbuglio per l’incalzare di radicali rivolgimenti dell’economia e della società che avrebbero fatto di una ex colonia la prima potenza del mondo industrializzato. Un cambiamento colossale che per molti, però, fu peggio di un travaglio. Spingendoli ad aderire ed animare il Know Nothing Party (“non so nulla” rispondevano i suoi militanti quando venivano interrogati dalle forze dell’ordine) che dal 1840 per quasi un trentennio lottò strenuamente contro l’arrivo di centinaia di migliaia di immigrati in gran parte cattolici irlandesi. E che al momento del suo esaurimento consegnò il testimone della protesta contro i nuovi venuti al restrizionismo delle cosiddette Jim Crow Laws ed al Chinese Exclusion Act del 1882. Tutto perché una parte dell’America temeva di essere travolta dal progresso e costretta dall’immigrazione a fare la stessa fine dei cavalli quando con l’avvento dei trattori vennero cacciati dall’agricoltura e rinchiusi nelle stalle aspettando di morire.

La similarità con l’oggi stato tutta qui. Come testimoniano meglio e più di molte parole le ultimissime proiezioni dell’ufficio statistico americano secondo le quali:
a) la popolazione USA che oggi vive nelle grandi città è l’87% di quella totale contro il 50% di venti anni fa;
b) la demografia USA sta cambiando ad una velocità impressionante al punto che nel giro dei prossimi venti anni conoscerà l’inimmaginabile: ad essere maggioranza non saranno più gli yankee bianchi ma gli appartenenti alle attuali minoranze etniche;
c) oggi sul totale della popolazione la percentuale di quella immigrata ha raggiunto il suo massimo storico;
d) nel 2040 i musulmani superando gli ebrei saranno il secondo più numeroso gruppo religioso del paese;
e) in America nei prossimi due decenni, per la prima da quando è nata, ci saranno più anziani che bambini.
E così, al pari delle lancette dei barometri che sentendo l’arrivo della bassa pressione si spostano sul quadrante “tempesta”, quelle dell’immigrazione iniziano a fibrillare quando cambiano i fondamentali della società.

L’allarme di Lancet sulle condizioni di lavoro degli immigrati

Sull’immigrazione tutti parlano ma nessuno fa. La conferma, semmai ce ne fosse ancora bisogno, arriva da uno studio sullo stato di salute dei lavoratori immigrati nel mondo firmato da Marie Norredam e Charles Agyemang, appena pubblicato dall’autorevolissima rivista scientifica inglese Lancet.

I due autori, ricercatori di clara fama assai lontani da posizioni ideologiche sul tema, accendono i riflettori sulle pessime condizioni psico-fisiche in cui versa, a causa di occupazioni super usuranti, quella non trascurabile fetta dei 258 milioni di immigrati internazionali che in Occidente come nei Paesi del Golfo svolge mestieri che gli autoctoni rifiutano perché sottopagati. Si tratta per lo più di colf, badanti, camerieri, manovali edili e agricoli che nel 69% dei casi hanno letteralmente scontato sulla propria pelle e/o mente le conseguenze di un’attività lavorativa fatta di tanti doveri ma zero diritti. Un fenomeno poco conosciuto che gli studiosi d’Oltremanica invitano, con un appello ai colleghi di mezzo mondo, ad approfondire per individuare le necessarie contromisure in difesa di questo vasto ed eterogeneo esercito di soggetti fragili che vivono alla stregua di fantasmi nelle comunità ospitanti.

Perché preoccuparsi di loro visto che spesso sono disposti a ogni genere di vessazione pur di mettere da parte denaro da inviare a casa ($689 miliardi di rimesse nel 2018)?

Per ragioni di giustizia sociale e rispetto dei diritti umani, certo. Ma per chi di fronte a questa durissima realtà non avesse il cuore tenero, è, forse, il caso di segnalare che egoisticamente aver cura di loro significa aver cura di noi. Piaccia o meno chi accudisce i nostri figli e genitori anziani fa parte della nostra comunità. Investire, formare e tutelare le condizioni di salute di quelli che sono i nuovi cittadini di domani è semplicemente conveniente. Significa guardare al futuro.

Chi sa tutto sull’immigrazione deve studiare il Giappone

Sull’immigrazione come fenomeno economico-sociale si danno spesso per assolute e scontate spiegazioni che, invece, potrebbero non esserlo. Tipo quella che, ad esempio, ritiene che essa sia l’unica, possibile soluzione alle esigenze produttive di paesi il cui intenso sviluppo rischia di essere penalizzato dalla scarsa e perciò insufficiente offerta di forze di lavoro nazionali. Che obbliga le imprese, pena il rallentamento dell’attività e la perdita di quote di mercato, ad usare l’immigrazione come l’unica soluzione possibile per disporre di manodopera altrimenti introvabile.

Una spiegazione en économique a cui se ne accompagna un’altra di tipo demografico. Perché, così si dice, l’immigrazione è una necessità imposta non solo dalla carenza di braccia ma anche da quella delle nascite. Cui i ricchi e sempre più vecchi paesi dell’Occidente industrializzato possono fare fronte aprendosi ad un esercito di giovani stranieri tanto volenterosi quanto prolifici. Tutto normale, dunque. Salvo però accorgersi che le cose non vanno sempre e comunque così.

Come dimostra il caso del Giappone dove, nonostante gli imprenditori non sappiano a che santo rivolgersi per trovare nuovi dipendenti in un mercato del lavoro con un’occupazione non in piena ma pienissima. Per avere la misura della quale vale la pena ricordare che, nonostante a Tokyo e dintorni la popolazione sia, in media, la più anziana del Pianeta e la crescita del prodotto lordo interno talmente sostenuta da aver fatto sprofondare il tasso della disoccupazione al 2,5% (più in basso del 3% di quello americano vantato come un record dal presidente Trump) da quelle parti di immigrati è difficile vedere persino l’ombra. E quando nell’ottobre dello scorso anno il primo ministro Shinzo Abe, per cercare di andare incontro alle pressanti richieste delle associazioni imprenditoriali, ha proposto di aprire non una porta ma poco più di uno spioncino all’arrivo di immigrati, nel paese c’è stata una mezza rivolta. Obbligando politici e datori di lavoro a fare marcia indietro e assicurare che il Giappone, a differenza di quanto avviene nella stragrande maggioranza degli altri paesi del ricco mondo industrializzato, non ha bisogno di ricorrere all’immigrazione su larga scala per proseguire nelle sue invidiabili performance di mercato.

Un caso che forse proprio per la sua singolarità suggerisce qualche spunto di riflessione. Non fosse altro perchè, spiega un interessante reportage di metà maggio del Financial Times dal titolo “Japan employers struggle to fill jobs”, oltre all’immigrazione l’economia del paese del Sol Levante presenta anche un’altra singolare anomalia. Visto che pur se il suo mercato del lavoro ha da tempo raschiato il fondo del barile non si manifestano, come in questi casi normalmente avviene nelle economie di mercato, richieste sindacali di aumenti salariali né spinte all’insù dei prezzi. Insomma, al netto delle tante, indiscutibili peculiarità, il caso giapponese aiuta a chiarire che l’immigrazione più che dalle regole dello sviluppo economico e della demografia dipende, fondamentalmente, dalle scelte della politica e, con essa, della società. In sé nè giuste né sbagliate ma, come premeva segnalare, neppure in assoluto obbligate.