Se l’Europa non cambia l’immigrazione la uccide

Sull'attualità dell'immigrazione euro-mediterranea, West ha intervistato il Prof. Mario Savino, docente di diritto amministrativo all’Università della Tuscia, profondo conoscitore della materia. 

1) In Europa è come se l'immigrazione avesse azzoppato d’un colpo, oltre ai partiti di sinistra, anche quelli, storicamente decisivi, di centro. Se questa è la situazione cosa possiamo attenderci dalla elezioni europee del prossimo anno?

 L’immigrazione ha messo in ginocchio la sinistra perché la sinistra non ha saputo coniugare, nel suo messaggio politico, la solidarietà verso gli ultimi (i migranti) con la solidarietà verso i penultimi (i ceti popolari) e i terzultimi (i ceti medi declassati dalla crisi). Accogliere e integrare gruppi di migranti di cultura e religioni diverse comporta costi elevati, a carico del bilancio statale e delle comunità ospitanti. Quei costi richiedono una adeguata compensazione, possibile soltanto attraverso una coraggiosa riforma del welfare e delle politiche sociali. È paradossale che le sinistre abbiano lasciato questo tema alla destra e dato l’impressione di una solidarietà unidirezionale verso gli outsider. Lo strabismo della sinistra – un occhio al mercato e l’altro all’immigrazione – ha spianato la strada alla riscossa dei populismi e dei nazionalismi.

La polarizzazione che ne è derivata ha prodotto un nuovo scenario, nel quale – come spiegano i politologi – il cleavage non corre più lungo l’asse destra-sinistra, ma lungo l’asse apertura-chiusura. In questo nuovo paesaggio politico,le forze centriste di un tempo sono rimaste spiazzate: non più al centro, ma vicine al polo dell’apertura. Per questo, hanno finito per essere accomunate alla sinistra e perdere la loro base di consenso.

Le elezioni europee del 2019 potrebbero rappresentare per le forze dell’apertura (di centro e di sinistra) una importante occasione per fare autocritica e includere nel loro messaggio di riscatto sociale quella parte dell’elettorato che si è sentita tradita e abbandonata. È una sfida difficile, soprattutto per la segmentazione nazionale degli elettorati. Ma la posta in gioco è alta. Il Parlamento europeo potrebbe finire per essere dominato da quelle forze nazionaliste per contrastare le quali sono nate prima la Comunità e poi l'Unione. Il rischio non è solo il rallentamento del processo di integrazione, ma la sua perdita di senso. Un pericolo esistenziale per l'Unione.

2) Anche se l'ultimo Consiglio europeo sull'immigrazione ha evitato il peggio, non è forse vero che le sue confuse conclusioni sono una preoccupante conferma  di una crisi "decisionale" delle istituzioni di governo dell'UE? 

Nell’UE la crescente preminenza del Consiglio, cioè dei governi nazionali, e la parallela marginalizzazione della Commissione e del Parlamento sono il risultato di due fattori convergenti.

Il primo è la diffusa domanda di sicurezza e protezione, che nasce dalla mancanza di lavoro, dall’impoverimento dei ceti medi e dall’arretramento del welfare. A questa domanda i governi europei devono dare risposta. E la risposta è spesso fatalmente declinata nei termini hobbesiani della difesa sociale e della chiusura verso l’esterno. Di qui, il ritorno all’ideale antistorico del Leviatano, che aleggia su gran parte del Vecchio Continente e si riflette sugli equilibri istituzionali europei.

Il secondo fattore è la insufficienza dei poteri che i trattati conferiscono all’Unione. Per dare risposte efficaci a problemi difficili e complicati, qual è quello dell’immigrazione, le istituzioni sovranazionali dovrebbero ricevere dagli esecutivi nazionali nuovi e maggiori poteri su questioni che però toccano il “cuore” della loro sovranità. I governi, invece, accettano di "condividere" quei poteri soltanto in una sede come il Consiglio dove, grazie alla regola delle decisioni prese all'unanimità, li possono difendere e conservare.

Il risultato è un dominio sterile del Consiglio, confermato dalle conclusioni del vertice UE del 28 giugno. Il baratro è stato evitato, perché sulle ragioni di consenso interno hanno alla fine prevalso le ragioni diplomatiche e la consapevolezza dell’interdipendenza. Nella sostanza, però, a Bruxelles non è stato preso nessun impegno vincolante. In materia di immigrazione e richiedenti asilo, tutte le ipotesi discusse – dalla distribuzione dei migranti dopo gli sbarchi al reinsediamento dei rifugiati da paesi terzi ai cosiddetti rimpatri Dublino – sono state condizionate all'adesione volontaria dei singoli Stati membri. Questo dominio solitario non giova allo stesso Consiglio, paralizzato al suo interno dalla “trappola della decisione congiunta”: senza il supporto della Commissione e la dialettica con il Parlamento, gli esecutivi nazionali non sono in grado di superare le contrapposizioni che li dividono, con grave danno per l’Unione e i suoi cittadini.

3) Per superare i paralizzanti egoismi nazionali, l'Europa potrebbe incamminarsi su una strada come quella scelta dagli USA nel 1889. Quando decisero, per mettere fine agli inefficienti nazionalismi dei singoli stati, di unificare e delegare tutte le competenze sull'immigrazione al Congresso e al Presidente?

L’Europa di oggi è molto diversa dagli Stati Uniti di allora. Nella seconda metà dell’Ottocento il fiorire del commercio e della libera circolazione sulle due sponde dell’Atlantico creava un humus favorevole ai processi federativi e di integrazione politica. Oggi, la crisi economica ha innescato un processo opposto, che porta a sopravvalutare la sovranità statale e a ipotizzarne una riscossa rispetto al mercato e alla globalizzazione. In questo quadro, o si accelera il processo di integrazione in alcune aree, come l’immigrazione, ricorrendo alle cooperazioni rafforzate, ma è forte il rischio di approfondire linee di frattura già esistenti tra Est e Ovest o tra Sud e Nord dell’Europa. Oppure si procede in modo graduale, con un percorso fatto di piccoli passi e di mediazioni con i governi sovranisti, le cui posizioni spesso sono dettate da contingenti ragioni di convenienza elettorale più che da convinzioni radicate sull’inutilità della cooperazione sovranazionale. Su questo doppio registro bisognerà costruire un percorso comune.

Da Bruxelles novità in arrivo sull’immigrazione

6 mila euro per ogni immigrato che gli Stati UE prenderanno in carico dalle navi che nel Mediterraneo sono costrette a salvare vite umane. Sarebbe questa, secondo un’indiscrezione del Financial Times, l’offerta-pivot del progetto per allentare la pressione migratoria sull’Italia che la Commissione Europea renderà pubblico nelle prossime ore e che mercoledì sarà discussa dagli ambasciatori dei 28.

La ratio del piano attribuito all’Esecutivo di Bruxelles, come West aveva intuito, è quella di provare a formalizzare quella solidarietà dei volonterosi, di cui aveva parlato Angela Merkel, sperimentata, in contemporanea con le convulse fasi del Consiglio UE dello scorso 28 giugno, con il modello Lifeline. Il nome della nave Ong che alla vigilia di quel summit fu accolta da Malta, dopo giorni di scaricabarile con l’Italia, con un preventivo impegno - cosa mai successa prima - da parte di otto stati europei (Belgio, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda e Portogallo) di condividere il carico di disperati a bordo.

In cambio di questa iniziativa che sembra rispondere alle richieste di Roma, Bruxelles ci chiederebbe il rispetto di tre condizioni.

La prima: mettere fine all’incertezza delle ultime settimane sui porti chiusi o aperti, garantendone, invece, la piena operatività almeno fino al prossimo settembre. Quando dovrebbero cambiare le regole di ingaggio della missione militare europea Sophia. Che con l’obiettivo di neutralizzare il traffico di esseri umani opera nel Mediterraneo utilizza come base degli sbarchi unicamente i nostri e non quelli di altri stati membri. Su questo punto, ieri il Ministro degli Esteri Moavero Milanesi, a margine dei colloqui avuti a Berlino con l’omologo Heiko Mass, ha dato ai partner europei assicurazioni chiare e precise.

La seconda: assicurare che i migranti sbarcati in Italia non finiscano, in un modo o nell’altro, oltre le Alpi, soprattutto in Germania. Dove questo tema, cioè quello che gli addetti ai lavori definiscono movimento secondario, è caldissimo. Perché utilizzato dal Ministro dell’Interno Horst Seehofer contro la politica pro-rifugiati della sua compagna di partito Angela Merkel, colpevole, a suo avviso, di aver perso voti in favore dell’estrema destra.

La terza: avviare l’apertura di centri sorvegliati sotto l’egida UE dove riconoscere e distinguere i richiedenti asilo e gli immigrati economici. Per ridistribuire i primi tra i partner europei e rimpatriare i secondi col supporto di Frontex.

Nell’attesa di conoscere i dettagli della proposta ufficiale di Bruxelles, sembra prendere piede, dopo il fallimento della redistribuzione dei rifugiati per quote obbligatorie, un metodo in linea con quello di successo utilizzato in passato (vedi Schengen), riassumibile con lo slogan: piccoli passi per grandi conquiste.

Dall’Onu una proposta anti-sovranista sull’immigrazione

Marta Foresti, direttrice dell'Overseas Development Institute di Londra, ha partecipato ai negoziati che dopo quasi due anni di lavori, la scorsa settimana hanno portato gli Stati Onu a trovare un accordo sul Global Compact for Migration (GCM), il primo trattato internazionale sulla migrazione globale.

Cos'è, come nasce e a che punto è il negoziato del Global Compact for Migration (GCM)?

Lo scorso venerdì, dopo quasi due anni di negoziati, i paesi membri dell’Onu, ad eccezione di Stati Uniti e Ungheria, hanno trovato uno storico accordo sulla bozza del primo trattato internazionale sulla migrazione globale. Non è una risposta a tutti i problemi sulle questioni migratorie , ma, comunque, un traguardo da non sottovalutare.

Quali sono i punti di debolezza?

Come ogni accordo internazionale che si rispetti, anche il GCM, essendo figlio di un compromesso, non è perfetto e a mio parere i punti di debolezza sono tre.

Il primo: a differenza della Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, il Global Compact non ha valore legale e quindi gli stati firmatari non sono vincolati a rispettare quanto previsto dall'accordo.

Il secondo: la bozza finale del testo approvato sarà adottata formalmente dai singoli Stati soltanto il prossimo dicembre al Summit internazionale di Marrakech. E’ facile immaginare che, nel frattempo, qualcuno, sulla scia degli USA di Trump e dell’Ungheria di Orban, si tiri indietro.

Il terzo: alcuni temi controversi sono stati affrontati poco e male. Penso, ad esempio, alla detenzione dei minori, che non e’ stato possibile eliminare una volta per tutte; al rapporto tra immigrazione illegale e via di ingresso legali; alla relazione tra migrazione e sviluppo, a cui il testo fa riferimento ma senza apprezzarne il veri potenziale.

Quali i punti di forza?

Anche in questo caso sono tre.

Il primo: il fatto che si sia trovato accordo sulla bozza dell’accordo e’ di per sé un'importante risposta al populismo e al sovranismo dilagante. In pochi due anni fa credevano che saremmo arrivati a questo punto. Ci siamo, invece, riusciti grazie a un complesso e sofisticato lavoro di mediazione, ispirato a princìpi di sano pragmatismo, che ha visto in campo stati ma anche la società civile e il settore privato

Il secondo: propone idee innovative e buone pratiche per una migliore governance del fenomeno migratorio. Come, ad esempio, la proposta di un’alleanza internazionale sulle competenze capace di agevolare la mobilità del lavoro. A coloro che considerano tutto questo una includente ‘wish list’ rispondo che è, invece, un vero e proprio scrigno del tesoro, con proposte preziose e pragmatiche . Che spetterà agli stati, alle associazioni non governative, agli esperti e ai ricercatori di ogni parte del globo sfruttare al meglio.

Il terzo: riguarda il metodo. La possibilità di aderire su base volontaria, senza vincoli legali o accordi formali che molti oggi considerano un limite, domani potrebbe essere un vantaggio. Il mondo, infatti, è pieno di trattati internazionali vincolanti, siglati, ratificati ma mai rispettati. Sull’immigrazione, tema complesso e politicamente delicatissmo, scommettere su un accordo flessibile può rappresentare una chance per una coalizione di volenterosi, capaci di guardare al futuro e costruire, gradualmente, una governance internazionale di un fenomeno globale.

Cosa bisogna fare adesso per evitare che la conferenza di Marrakech del prossimo dicembre sia un flop?

È l’ora dell’azione, diplomatica e non. Gli attori che hanno lavorato sui 23 punti del trattato, devono negoziare, giorno dopo giorno, a livello bilaterale e multilaterale per smussare gli aspetti controversi e formare coalizioni trasversali che consentano il prossimo dicembre di mettere un sigillo sul successo ottenuto lo scorso venerdì.

Non mi faccio illusioni. So che la strada, per quanto giusta, è in salita e lastricata di difficoltà. Abbiamo la cornice, ora bisogna finire il quadro.

Le proposte sull’immigrazione di un eretico di sinistra

Col motto “non sono razzista ma realista” Jimmy Jansson, 40 enne sindaco di Eskilstuna (90 km a Ovest di Stoccolma) sta obbligando i socialdemocratici svedesi a rivedere la loro tradizionale politica dell’immigrazione. In particolare su tre punti: no ai Rom che chiedono l’elemosina; giro di vite contro gli irregolari; sì all’accoglienza di un numero di rifugiati proporzionale a quello della popolazione locale. Ai suoi nemici, in gran parte compagni del suo stesso partito, che lo accusano di essere di destra oppone, con orgoglio, non solo di essere figlio della classe operaia ma, soprattutto, il crescente ascolto che il suo messaggio sta raccogliendo tra i militanti dei partiti politici della nuova sinistra nord europea. Lo abbiamo intervistato.

Sull’immigrazione lei si autodefinisce un realista ma per i suoi avversari è un razzista. Ci aiuta a capire dove sta la verità?

Il razzista lotta per una società basata sulle discriminazioni etnico, culturali e razziali. Io mi batto per una Svezia che condivida col resto d’Europa l’accoglienza dei nuovi arrivati e che sia ancora in grado di sostenere un Welfare State capace di ridurre al minimo il gap sociale ed economico tra i suoi cittadini. La tradizionale visione umanitaria dei socialdemocratici non significa che il nostro paese debba semplicemente limitarsi a spalancare le porte a tutti i rifugiati del mondo. Noi sul fronte dell’accoglienza abbiamo fatto e continueremo a fare la nostra parte, ma ci aspettiamo che facciano lo stesso anche i nostri partner del Vecchio Continente. La sinistra occidentale pensi piuttosto a rinsaldare la sua unità nella guerra alla povertà globale, ai regimi anti democratici, all’inquinamento, alle malattie.

Eppure molti da sinistra la accusano di aver ceduto culturalmente alla destra. Cosa risponde loro?

Sbagliano. Tanti dimenticano che storicamente i socialdemocratici in Svezia hanno avuto una posizione dura sull’immigrazione irregolare e chiesto una seria governance di quella legale. Per la semplice ragione che solo così è possibile salvaguardare i sistemi di protezione sociale che consentono di aggredire, riducendole, le disuguaglianze di classe. Quello che molti dimenticano o fanno finta di non ricordare è che la destra è sempre stata pro-immigrazione perché in essa vede il miglior strumento per scardinare lo Stato Sociale e lasciare mano libera al mercato.

Che differenza c’è, dunque, tra il suo No all’immigrazione e quello di un leader politico neopopulista o di estrema destra?

L’immigrazione in sé e per sé non è un elemento che distingue destra e sinistra. Sia i primi che i secondi possono essere pro o contro l’immigrazione. La vera differenza sta nella visione del mondo e della società che sta dietro le rispettive scelte. E in particolare sul modello sociale, su come regolare il del mercato del lavoro o, solo per fare un altro esempio, sulle questioni di genere. Un socialdemocratico vero e sincero deve essere seriamente preoccupato se un mal funzionante modello di immigrazione mette a rischio la pace sociale (estremismo religioso, criminalità etc), i diritti delle donne, i redditi dei lavoratori autoctoni, la qualità delle prestazioni e dei servizi socio-assistenziali.

La sinistra deve e può battersi per una società migliore. Ma se continua a non guardare in faccia la realtà temo che gli elettori continueranno, sempre più numerosi, a voltargli le spalle.

Marx ci aveva messo in guardia sull’immigrazione

Quand’è e com’è che la sinistra, dopo averla per decenni ferocemente combattuta, si è schierata a favore dell’immigrazione? Una domanda che forse può apparire bizzarra se non addirittura provocatoria agli occhi di chi, ed oggi sono i più, è convito che l’apertura agli immigrati sia iscritta da sempre nel dna politico del movimento operaio. E che invece è giusto porsi non solo perché sul piano storico le cose non stanno affatto così. Ma soprattutto perché molti degli odierni guai politici che affliggono i partiti della sinistra di mezzo mondo derivano dal fatto che, a differenza di altre fondamentali revisioni della tradizionale linea politica, nel caso dell’immigrazione hanno invece "cambiato spalla al proprio fucile" senza però né dichiararlo né tanto meno discuterlo apertamente. Provocando quello che è sotto gli occhi di tutti: una drammatica secessione politica della propria base sociale che per protesta li ha abbandonati passando armi e bagagli nel campo degli avversari di sempre.

Una verità tanto più amara se non altro perché già genialmente anticipata da Karl Marx che nel lontano 1870, a proposito delle conseguenze dell’immigrazione irlandese in Inghilterra, scriveva: “l’Irlanda fornisce il suo sovrappiú al mercato del lavoro inglese e in tal modo comprime i salari nonché la posizione materiale e morale della classe operaia inglese…Ogni centro industriale e commerciale in Inghilterra possiede ora una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi.

L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime il livello di vita...egli nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali contro l’operaio irlandese…L’irlandese lo ripaga con gli interessi della stessa moneta..questo antagonismo viene alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa, dal pulpito, dai giornali umoristici, insomma con tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto della debolezza del movimento operaio inglese a dispetto della sua organizzazione”.

Da allora ad oggi le cose sono certamente molto cambiate e non tutte stanno come quelle descritte dal Moro di Treviri. Ma che l’immigrazione rappresenti un problema per il mondo del lavoro ed i suoi partiti politici è sicuro. Nel 2004, infatti, a distanza di un’epoca siderale da quando scriveva Marx, un altro grande democratico, quale il grande cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt, metteva in guardia i suoi ricordando loro che “il multiculturalismo non è adatto per una società democratica…ed è stato un errore importare negli anni ’60 guest workers di altre culture”.

Se la discussione sull’immigrazione non riparte da qui c’è il rischio di dare ragione a quanti, sull’onda di Giuseppe Verdi, guadagnano terreno ripetendo “Tornate all’Antico, sarà un progresso”.

Con il modello Lifeline si riforma Dublino

In fondo al tunnel dell’immigrazione europea, forse, c’è una luce. Che se leggiamo tra le righe le controverse conclusioni dell’ultimo Consiglio UE, la vediamo con il modello Lifeline. Il nome della nave Ong che alla vigilia del Summit di Bruxelles di qualche settimana fa è stata accolta da Malta, dopo giorni di scaricabarile con l’Italia, con un preventivo impegno - cosa mai successa prima - da parte di otto stati europei (Belgio, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda e Portogallo) di condividere il carico di disperati a bordo.

Una sorta di solidarietà à la carte che è, forse, la via maestra per una riforma delle politiche migratorie e dell’asilo europee. Perché l’accordo minimo tra un gruppo ristretto di Stati alla base del modello Lifeline è l’opposto di quello che potrebbe sembrare: un punto di forza, e non di debolezza.

A confermarlo è la storia dell’UE, fatta di grandi conquiste ottenute a piccoli passi.

Si pensi, solo per fare un esempio, agli accordi di Schengen che hanno abbattuto le frontiere interne al Vecchio Continente. A firmarli nell’omonima cittadina lussemburghese il 14 giugno 1985 furono appena cinque stati: Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Olanda. A 33 anni dalla sua nascita, lo spazio Schengen permette di viaggiare senza passaporto, né altre restrizioni, in 26 paesi (di cui 4 extra UE) con oltre 400 milioni di abitanti. Una vera e propria rivoluzione che, con molta probabilità, non si sarebbe mai realizzata se gli attuali firmatari si fossero seduti intorno a un tavolo per deciderne, all’unanimità, tempi e modi.

Un modus operandi, i tecnici la chiamano cooperazione rafforzata o semplicemente a più velocità, che rappresenterebbe oggi una formidabile mossa del cavallo, capace di sparigliare i giochi al tavolo delle trattive sull’immigrazione in Europa. Che da oltre quattro anni sono al palo, causa i veti incrociati tra Nord e Sud Europa. Con i paesi dell’Est che tifano affinché tutto vada a rotoli.

Ecco perché gli otto stati che con Malta hanno sbloccato il caso Lifeline, potrebbero adesso fare un ulteriore passettino avanti. Sperimentando a loro interno, ad esempio, (il consiglio arriva dalle colonne di Le Monde), un regime comune dell’asilo che, step by step, potrebbero coinvolgere il resto degli stati europei. Non è il massimo, ma è meglio di niente.

In Francia la solidarietà non è più un delitto ma…

“L’aiuto disinteressato al soggiorno, ma non all’ingresso, di un immigrato illegale non è giuridicamente perseguibile”. È quanto stabilito lo scorso venerdì, con una sentenza senza precedenti, dalla Corte costituzionale francese. Che nell’accogliere, in parte, le richieste di alcuni attivisti pro-immigrazione, in testa Cedric Herrou che dalla valle Roya al confine con l’Italia da mesi aiuta gli immigrati a varcare illegalmente le Alpi, ha rispolverato il principio della fraternità, terzo bastione, insieme alla libertà e all’uguaglianza, della democrazia d’Oltralpe.

Un verdetto che ha fatto storcere il naso a molti. Per almeno due ragioni.

La prima: abolisce ma solo parzialmente quello che i supporter delle frontiere aperte definiscono “delitto di solidarietà”. La Suprema Corte d’Oltralpe ha, infatti, sì ribadito il sacrosanto diritto di tutti a dare una mano, chiunque esso sia, al prossimo ma sub-conditione. Specificando, in particolare, che l’aiuto a un immigrato irregolare non deve tradursi in un supporto all’attraversamento illegale delle frontiere. Che, peraltro, configurerebbe una violazione dell’art. 13 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo dell’ONU che sancisce lo ius emigrandi ma non lo ius immigrandi: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese”.

La seconda: stabilisce che si può dare una mano ai sans papiers ma solo per fini squisitamente umanitari e senza una contropartita diretta o indiretta. Un dettato talmente generico da essere destinato a scatenare, c’è da scommetterlo, un fiume di interpretazioni e contro-interpretazioni.

Aiutiamoli a casa loro, sì ma così

È una voce fuori dai cori pro o contro l’immigrazione, quella di Federiga Bindi, già direttrice a Bruxelles dell’Istituto italiano di cultura, docente di Scienze politica e fondatrice del Centro di Eccellenza Jean Monnet all’università di Roma Tor Vergata.

Sull’ultimo Consiglio UE non ha dubbi: “è andato bene. Soprattutto perché è passato il principio che quella italiana è una frontiera europea”. Chi arriva da noi, arriva in Europa. “Questo significa, di fatto, che nessuno stato membro può sospendere Schengen per scaricare sull’Italia la pressione migratoria dalla riva Sud del Mediterraneo”. Ci tiene, tuttavia, a fare due considerazioni a suo avviso necessarie per una ragionata, e non partigiana, analisi del Summit di Bruxelles.

La prima: “all’ordine del giorno non c’era solo l’immigrazione ma anche il futuro della politica economica nell’eurozona”. Due temi legati fra loro perché è su entrambi che si consuma “la contrapposizione tra Nord e Sud Europa”. Con paesi come l’Italia che, in cambio degli enormi sforzi degli ultimi anni per gestire l’emergenza immigrazione, chiedono più flessibilità e politiche espansive. Mentre altri, guidati dalla Germania, rimangono fermi sull’austerity e la parità dei conti rivendicando, inoltre, che lo sforzo italiano sulla prima accoglienza dei nuovi arrivati è compensato dal fatto che, in seconda battuta, molti, in un modo o nell’altro, hanno trovato rifugio Oltrereno. Senza contare che a soffiare sul fuoco delle divisioni intracomunitarie c’è sempre “la Gran Bretagna, formalmente ancora membro a pieno titolo dell’Unione”.

La seconda: “il Consiglio UE può dare l’input, ma non riformare hic et nunc un regolamento come quello di Dublino che necessita procedure ben più lunghe e complesse che coinvolgono altre istituzioni europee”.

Viste la complessità del tema, delle procedure e le divisioni interne, sarebbe, forse utile, per rilanciare una politica comune dell’asilo e dell’immigrazione, scommettere su una cooperazione rafforzata tra un gruppo ristretto di Stati?

Potrebbe certamente essere una strada, anche se tutta definire. Senza però mai dimenticare che il vero nodo con cui fare i conti è rappresentato dal “paradosso politico” in base al quale le cause internazionali dell’immigrazione finiscono inesorabilmente per farsi sentire a livello delle singole nazioni. Di qui l’importanza della politica estera UE, soprattutto in Africa. Infatti è intorno a come intendiamo il tanto discusso aiutiamoli a casa loro che gira la soluzione dell’emergenza immigrazione euro-africana. A tale riguardo ritengo che, al di là degli slogan, bisognerebbe mettere in atto una strategia su due fronti:

a) Scoraggiare le partenze dalla Libia spezzando il business dei trafficanti di esseri umani. È a causa loro che si muore nel Mediterraneo ma anche, e non ne parla nessuno, nelle rotte dal paese di origine ai porti libici. Che, invece, devono essere ben controllati dalle autorità libiche, opportunamente sostenute dalle nostre. Questo significa fare, né più né meno, di quello che era previsto nel trattato di amicizia italo-libico siglato da Gheddafi con Berlusconi, ma con l’avallo di uno schieramento politico trasversale e bipartisan.  

b) Rivoluzionare in tre mosse le relazioni tra Europa e Africa:

- verificando che gli aiuti europei allo sviluppo del continente africano arrivino alle popolazioni che ne hanno bisogno e non ai leader che li governano. Tenendo anche conto, i cinesi lo hanno capito benissimo, che è velleitario, come continuiamo a fare, concedere finanziamenti con la conditio sine qua di realizzare improbabili e irrealizzabili riforme istituzionali ispirate ai sistemi occidentali;

- ammettendo che buona parte delle tante risorse naturali degli stati africani è in mano a una ristretta cerchia di multinazionali che fa il bello e il cattivo tempo a scapito delle popolazioni locali;

- riconoscendo formalmente, noi lo avevamo fatto col trattato italo-libico e nessuno dei paesi coloniali ce l’ha perdonato, che la colonizzazione francese o inglese, solo per fare alcuni esempi, ha destabilizzato gli assetti politici, sociali ed economici dell’Africa”.      

Più facile a dire che a fare. Ma, d’altronde, nonostante il boom di slogan di ogni genere e tipo, la risposta a un fenomeno complesso come l’immigrazione, non può che essere complessa.

Sull’Aquarius Macron è stato sleale

Herve Le Bras, grandissimo demografo e tra i massimi esperti europei di immigrazione, qualche giorno fa, prendendo spunto dalle vicende della nave Ong Aquarius, ha scritto per Le Monde un articolo molto critico sulla politica migratoria del Presidente francese Emmanuel Macron. Lo abbiamo intervistato per approfondire i perché del suo j’accuse.

1) Emmanuel Macron ha definito vomitevole la politica anti-immigrati del Ministro degli Interni italiano Matteo Salvini, ma non ha aperto i porti francesi alla nave della Ong Aquarius. Ci aiuta a capire perché ?

Piaccia o no Salvini ha letteralmente ragione. L’Aquarius sarebbe dovuta attraccare nel porto più vicino che era la Libia. Che, però, non è considerato un paese sicuro. Di conseguenza non restava che l’Italia. Ma di fronte al rifiuto del vostro Ministro dell’Interno, l’alternativa erano i porti francesi della Corsica. Tuttavia Macron, sia pur senza un esplicito rifiuto formale, ha cincischiato un paio di giorni senza mai dare l’autorizzazione all’Aquarius. Che poi, com’è noto, è stata accolta dalla Spagna.
A conti fatti, dunque, Macron si è comportato come Salvini. Con l’unica cruciale differenza che il primo, a differenza del secondo, non è stato sincero. Mentre predicava bene, razzolava male. Atteggiamento, quello del nostro Presidente, tanto più stigmatizzabile considerando che non più tardi di 18 mesi prima aveva dichiarato che Angela Merkel con la sua politica di apertura ai rifugiati aveva «salvato l’Europa».
La verità è che Macron ha attaccato Salvini per mettere in secondo piano le contraddizioni della sua politica migratoria. Sa benissimo che, sondaggi alla mano, il 65% dei francesi dice NO all’immigrazione. Non vuole inimicarsi l’opinione pubblica mettendo in gioco con il suo futuro soprattutto la rielezione nel 2022.

2) Perchè lei sostiene che sull’imigrazione Macron è ambiguo per non scontentare la destra nè la sinistra.

Al primo turno delle elezioni presidenziali, Macron ha preso il 24% dei voti, la destra lepenista il 21,5%, la sinistra populista di Mélenchon il 19,5 %. Questo significa che il neopresidente per ottenere un secondo mandato dovrà scongiurare quello che accadde nella Germania degli anni ’30 del Novecento: un’alleanza tra i due estremi che il filosofo Jean-Pierre Faye definì a ferro di cavallo. Che, con le dovute distinzioni, ricorda l’alleanza Lega-M5S in Italia o quella tra Tsipras e un piccolo partito di estrema destra in Grecia.
Per evitare una convergenza tra gli estremisti di sinistra e destra, Macron ha intuito che l’immigrazione è un ottimo strumento. Perché, su questo tema, i primi, universalisti, sono per le porte aperte mentre i secondi, xenofobi, le vogliono invece, serrate. Ed è su questo cleavage che il Presidente ha buon gioco. Il suo cerchiobottismo è funzionale a tenere gauche e droite a debita distanza. Cosa cruciale soprattutto alla luce di alcune specificità della legge elettorale francese basata su un uninominale a doppio turno. Come, infatti, sostenni anni fa (« Le nouvel ordre électoral », Le Seuil, 1996), questo sistema premia le forze centriste. Visto che al secondo turno, quando si confrontano solo due candidati, raccolgono, almeno in parte, i voti dei partiti all’estrema che non sono rappresentati. Si pensi, ad esempio, che nei 2000 cantoni francesi, al primo turno delle elezioni regionali del 2015, il Front National di Marine Le Pen aveva preso il 28% dei voti, la destra il 34 % e la sinistra il 36%. Ma al secondo turno i lepenisti si sono accontentati di 30 seggi, le destra di 1180 e la sinistra di 790. Dati che confermano come in questo sistema elettorale, la vittoria dei centristi sia garantita dalla mancata alleanza tra degli estremi.

3) Viene da pensare che con questa strategia Macron, spera di garantirsi anche buoni risultati alle elezioni europee del prossimo anno. Concorda?

Sì, ma non credo si faccia molte illusioni. Le riforme che ha promosso nei primi mesi all’Eliseo, hanno abbassato la sua popolarità e innalzato il livello di astio dei francesi verso l’Europa. Penso alla liberalizzazione delle ferrovie. Per non parlare del possibile taglio dei fondi UE sull’agricoltura. A peggiorare l’immagine di Bruxelles agli occhi della gente, c’è anche un ex primo ministro di un paradiso fiscale (Lussemburgo) a capo della CommissioneEuropea.
Per questo credo che il vero, grande obiettivo di Emmanuel Macron sia, più che il successo alle prossime elezioni UE, assicurarsi un secondo mandato presidenziale nel 2022. D’altronde quando la politica diventa un mestiere spesso ci si preoccupa della propria poltrona e non dell’interesse generale.

Li inchioda sui clandestini e taglia i regolari

Nella guerra sull’immigrazione i dati sembrano dare ragione a Trump. E alle sue promesse elettorali. Visto che, come spiega un lungo e dettagliato articolo di prima pagina del Washington Post di martedi scorso 3 luglio, mentre cala l’immigrazione illegale “ he is changing the face of legal immigration”.

Una novità sottovalutata da molti figlia del discusso stop (di recente avallato da una sentenza della Corte Suprema) agli arrivi dei rifugiati e degli immigrati legali dai paesi musulmani (-1/3) sommato alla drastica riduzione di quelli provenienti dalle maggiori nazioni dell’immigrazione “storica” americana: Cina, India, Filippine, Vietnam. A cui va aggiunto il 15% in meno dei permessi ufficialmente riservati al continente africano.

Un giro di vite che nei due anni della presidenza Trump, in parallelo alla qualità, ha però riguardato anche la quantità dell’immigrazione regolare made in US. Con una sforbiciata, mai avvenuta in passato, non solo del numero dei visti temporanei degli stranieri altamente qualificati e stagionali, ma persino di quelli permanenti (-12%) e dei ricongiungimenti familiari. Questa operazione, anche se i numeri in una materia come l’immigrazione contano, eccome contano!, va soprattutto valutata per il modo con cui è stata condotta. Sfruttando quella che potremmo definire una strategia “del doppio binario”.

La Casa Bianca, infatti, inchiodando per mesi l’attenzione politica dell’opposizione democratica e dello stesso Congresso in un estenuante, rumoroso braccio di ferro sull’immigrazione illegale (e il trattamento riservato ai clandestini di ogni razza ed età), ha potuto tranquillamente usare l’amministrazione per tagliare quella legale. Ordinando agli addetti dell’immigration di apporre sulle pratiche di ammissione degli stranieri meno yes e più no.

Una procedura silenziosa quanto efficace che, per usare le parole degli analisti liberal del Migration Policy Institute, proprio perché “gone largely unnoticed” è riuscita, prendendo molti di contro piede, a mettere mano alla politica dell’immigrazione facendo a meno della politica. Il che, comunque la si giudichi, non è cosa da poco.