La crisi di mezza metà del Protocollo di New York

Per un bilancio dei cinquant’anni di vita del Protocollo di New York che nel 1967 estese a tutti i rifugiati, i diritti che la Convenzione di Ginevra del 1951 riservava solo a quelli europei, abbiamo chiesto un aiuto al Professor Guy S. Goodwin-Gill. Giurista super esperto in materia d’asilo, oltre ad aver insegnato nelle più blasonate Università del globo è stato a lungo consulente dell’UNHCR.

Il cinquantesimo anniversario del Protocollo del 1967 sullo status di rifugiato, coincide con una delle più gravi crisi umanitarie dal Secondo Dopo Guerra. Perché?

I rifugiati lasciano la madrepatria, come hanno sempre fatto, a causa di guerre, persecuzioni, carestie o più semplicemente per sopravvivere. Il record a livello internazionale di 65,3 milioni di profughi nel 2016 è dovuto a un insieme di ragioni.
La comunità internazionale è sempre attiva nel fronteggiare le emergenze umanitarie. Lo è meno nel prevenirle e nel risolverle, come dimostra il caso della Siria e del Sudan.

Di fronte a questo numero, è forse tempo di riformare la Convenzione di Ginevra del 1951 e il Protocollo del 1967?

Partiamo dal fatto che la Convenzione di Ginevra non è nata per risolvere tutte le sfide che l’immigrazione umanitaria pone. Ma per garantire ai singoli rifugiati uno status legale ben definito e sufficiente per rifarsi una vita affermando valori universali come, ad esempio, il divieto di respingimento nei confronti di chi è in fuga da guerre e persecuzioni. Il vero vulnus dell’attuale sistema è la mancanza di un meccanismo efficace che garantisca l’equa redistribuzione dei rifugiati tra gli stati firmatari della Convenzione.

In base alla sua esperienza, quali buone pratiche internazionali sull’accoglienza dei rifugiati, sono degne di menzione?

Il successo o meno delle politiche di accoglienza dei rifugiati dipende da un insieme di fattori. Il primo: dalla volontà e dall’impegno degli Stati di rispettare i princìpi sanciti dalla Convenzione di Ginevra. Il secondo: dal grado di convincimento dei governi che la sicurezza dei confini e la gestione dell’immigrazione dipendono dalla cooperazione e solidarietà internazionale che non devono mai perdere di vista la centralità dell’individuo in quanto tale. Il terzo: dal coinvolgimento degli enti e delle comunità locali nelle politiche di accoglienza.

In qualità di direttore del Kaldor Centre for International Refugee Law dell’Università di New South Wales di Sidney, lei segue e studia da vicino le tante discusse politiche d’asilo del governo australiano. Può aiutare i nostri lettori a capire come stanno bene le cose?

Sono tre gli aspetti chiave dell’attuale politica d’asilo in Australia. Il primo: un programma di reinsediamento che garantisce l’accoglienza a una quota di rifugiati provenienti da paesi Terzi, nell’anno 2015-2016 ne ha accolti 17.555. Il secondo: con una procedura simile a quella prevista in molti Stati UE, lo status di rifugiato è garantito ai richiedenti asilo che entrano legalmente, ad esempio via aereo, sul territorio australiano. Terzo: respingimento di profughi che tentato di entrare illegalmente, soprattutto via mare, in Australia. Molti vengono reclusi in piccole isole sperdute nel Pacifico, come quelle di Nauru o di Manus. Con le quali il governo australiano ha stretto accordi economici in cambio dell’istituzione di centri di detenzione offshore che violano i più elementari diritti dei rifugiati. L’ex-Presidente USA Barack Obama aveva sposato la loro causa dichiarandosi disponibile ad accoglierne un numero sia pur limitato. È da vedere se il suo successore seguirà la stessa strada.
Dispiace prendere atto che questo volto duro della politica d’asilo australiana, ha cancellato, o comunque fatto dimenticare, lo straordinario sforzo che questo grande Paese ha fatto negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso per risolvere molte crisi umanitarie accogliendo, ad esempio, migliaia di rifugiati indocinesi.

Trump gioca col muro per avere altro

Come mai Trump, anche se la pressione dei clandestini ai confini USA è crollata ai livelli del 1971, continua pervicacemente a chiedere al Congresso di finanziare il muro con il Messico? Una domanda che sorge spontanea visto che venerdì scorso, non appena incassata l’intesa parlamentare bipartisan, a suo tempo negata ad Obama, sulla moratoria temporanea al blocco della spesa pubblica, è tornato di gran carriera a battere cassa per la realizzazione di quella che considera l’opera simbolo della sua presidenza. Ben sapendo che, oltre alla feroce ed insuperabile ostilità dei democratici, su di essa c’è notevole freddezza anche da parte dei maggiorenti repubblicani. Ed in particolare dei grandi finanziatori del suo partito che, con i fratelli Koch in testa, hanno ripetutamente cercato di dissuaderlo dallo spendere le decine di miliardi di dollari necessari alla sua realizzazione.

Difficoltà ulteriormente aggravate dalla consapevolezza che, quand’ anche dovesse un giorno arrivare l’ok del Campidoglio, gli anni necessari al suo completamento andrebbero ben oltre quelli di un suo eventuale secondo mandato. Di qui il dubbio, malizioso ma non infondato, che Trump più che volere usa il “muro”. Come una sorta di arma contundente utile per riuscire ad imporre quelle radicali modifiche alla politica dell’immigrazione statunitense mancate dai suoi predecessori.

Una tattica già usata lo scorso settembre con il rifiuto di firmare l’automatico rinnovo del DACA (il Deferred Action for Chilhood Arrivals varato da Obama per evitare l’espulsione dei figli dei clandestini nati o arrivati negli USA con i loro genitori in tenera età). Con l’intento perfidamente abile di riuscire ad ottenere - scaricando sul Congresso, e in primis sui democratici, la responsabilità di varare entro marzo 2018 una norma di sanatoria ad hoc per evitare loro guai con la Homeland Security – via libera sulle due questioni che oggi più gli stanno a cuore: ridurre al minimo gli ingressi via ricongiungimenti familiari e sostituire quelli per lavoro con un più selettivo sistema a punti (merit-based).

Stringendo queste che sono le due principali porte di ingresso ufficiali per gli stranieri in America Donald, per chi non l’avesse capito, potrebbe puntare là dove mai nessun presidente, democratico o repubblicano che fosse, si era mai in precedenza spinto: riuscire a dare un giro di vite all’immigrazione non solo clandestina ma a quella regolare. Con buona pace del muro prossimo venturo.

Dalla Libia prime aperture all’UNHCR

Arriva una buona notizia dalla Libia. Carlotta Sami, portavoce UNHCR, ha, infatti, confermato l’apertura nel paese nordafricano della prima struttura di transito e partenza per richiedenti asilo. Per saperne di più l’abbiamo intervistata.

1) Come funziona e quando sarà operativa questo speciale struttura di accoglienza?

Sarà operativa da Febbraio 2018 e accoglierà, in via temporanea, mille persone. Attiva h24, sette giorni su sette, avrà una clinica e gli uffici per le procedure burocratiche. E ospiterà, in particolare, i rifugiati in condizioni di vulnerabilità (donne sole, minori non accompagnati, famiglie, anziani, malati, vittime di violenze, stupri e torture) individuati e registrati dai funzionari Unhcr soprattutto nei dodici principali punti di partenza dei migranti dalle coste libiche. L’obiettivo è quello di evitare loro i centri di detenzione libici e poter essere trasferiti nel più breve tempo possibile e in assoluta sicurezza in Niger.

2) Perché il Niger?

Tra i migranti che si trovano in Libia, quelli che l’Unhcr riconosce come rifugiati sono tenuti a fare un colloquio con l’ambasciata del paese disposto ad accoglierli. Ma in Libia, a causa della guerra, dal 2014 le agenzie ONU hanno spostato il personale internazionale a Tunisi e le ambasciate di tutti i paesi, eccezion fatta per l’Italia, sono chiuse. In Niger le sedi diplomatiche invece ci sono. Da qui è più semplice reinsediare verso paesi terzi i rifugiati registrati in Libia dall’Unhcr. All’Europa abbiamo chiesto 40 mila posti per rifugiati provenienti dall’Africa. Al momento abbiamo ottenuto una disponibilità di 10.500 posti, con un grande impegno da parte del Canada e della Francia che prima di Natale ospiterà un primo gruppo di 25 persone e un secondo di 116, per lo più under-14.

3) Che ruolo politico ed economico ha avuto il governo italiano nell'allestimento di questa struttura di transito e partenza dalla Libia?

Le trattative fra UNHCR e Autorità libiche per l’apertura della struttura di transito hanno richiesto un lavoro di mesi. Nelle quali è stato di grande aiuto il Governo italiano deciso a ottenere una struttura che garantisse l’evacuazione e il reinsediamento dei rifugiati.

4) Quanti sono gli immigrati e i richiedenti asilo oggi presenti in Libia?

Forse 500mila. Dei quali, salvo i 17 mila reclusi nei centri ufficiali, la stragrande maggioranza è in mano alle bande criminali. E’ necessario portarli via dalla Libia. Nell’ultimo anno lo staff Unhcr ha visitato i centri di detenzione libici 963 volte per distribuire prodotti non alimentari, cure, fare campagne igienico-sanitarie. Ma soprattutto per identificare quelli che rientrano nella lista delle 7 nazionalità alle quali le autorità libiche riconoscono lo status di rifugiato: eritrei, somali, siriani, iracheni, palestinesi, sudanesi ed etiopi. Ma stiamo negoziando per garantire lo status di rifugiato anche a chi viene da Yemen, Afghanistan e Sud Sudan, ed altri paesi. Nel 2017 abbiamo fatto liberare più di 950 rifugiati.

5) Qual è la differenza tra i corridoi umanitari (es. di Sant'Egidio), quelli sponsorizzati dal governo francese e le procedure di reinsediamento che verrano realizzato grazie al nuove centro di transito e partenza?

Sono tutte vie legali di accesso alla protezione umanitaria. Che siano sponsorizzate da privati “corridoi umanitari” S. Egidio/Chiesa Valdese, o aperti sulla base di quote offerte dagli Stati per il reinsediamento, Governo Francese.

6) Secondo molti osservatori, l'Europa ha subappaltato il controllo delle proprie frontiere ai paesi africani. Ma è davvero così?

La posizione ferma e convinta di UNHCR è stata già espressa all’UE nel 2016 con il documento “Better protecting Refugees”.
La chiusura delle frontiere non ha mai risolto il problema della complessa gestione dei flussi misti di persone che si muovono per ragioni economiche (immigrati) o umanitarie (rifugiati). Occorre aprire canali legali, e supportare lo sviluppo dei paesi di transito e la stabilizzazione politica di quelli da cui fuggono migliaia di profughi e sfollati. Per queste ragioni la partnership euro-africana in uno spirito di mutua ed equa collaborazione è un fattore essenziale.

Clandestini in calo, funziona l’effetto-annuncio di Trump

Anche se non è stato ancora costruito il muro anti-clandestini di Trump funziona. A dirlo sono i numeri resi noti martedì scorso dal capo dell’Immigration and Customs Enforcement americana. Che nei dieci mesi della nuova presidenza ha arrestato, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il 25% in meno di immigrati che dal Messico tentavano di mettere piede senza autorizzazione nel paese a stelle e strisce.

Un calo degli ingressi clandestini, come non si vedeva da tempi immemorabili che, iniziato negli anni della grande crisi economica USA, ha però avuto un decisivo colpo di accelerazione con l’insediamento del nuovo inquilino della Casa Bianca. Il cui messaggio aggressivo è riuscito, come dimostrano i dati, a scoraggiare molti convincendoli a rinviare a tempi migliori il viaggio al Norte tanto atteso e agognato. Una verità evidenziata anche dal fatto che in parallelo al calo del numero degli arresti sono invece aumentate le aggressioni subite dagli agenti del Border Patrol. Chiamati a fare i conti con il segmento più duro e disperato dell’esercito dei latinos decisi, nonostante l’aria che tira, a giocare il tutto per tutto fino all’uso della violenza pur di riuscire a mettersi alle spalle la povertà.

Ma non è solo nelle terre di confine che i clandestini stanno oggi facendo i conti con il ciclone Trump. Che rompendo con la regola non scritta ma largamente praticata dall’amministrazione Obama di dare la caccia e deportare solo gli stranieri irregolari responsabili di reati ma non gli altri, ha invece dato ordine agli uomini dell’immigration di combattere la clandestinità in quanto tale. Cominciando dai luoghi di lavoro, per anni risparmiati, e dagli imprenditori con alle dipendenze lavoratori irregolari e senza documenti. Una svolta che se confermata nei mesi a venire è destinata a mettere in grande imbarazzo, con i democratici, tutto l’agguerrito fronte avversario pro immigrati. Che per anni si sono limitati a denunciare, senza però combattere, la vera causa della montante marea degli arrivi clandestini: il big business.

Cervelli in fuga più dalla Germania che dall’Italia

In Italia, passato di moda il piagnisteo sull’immigrazione è tornato in auge quello sull’emigrazione. Con politici e giornalisti impegnati a chi strilla di più per denunciare la dolorosa perdita di tanti nostri cervelli costretti ad andare a guadagnare il pane in terre lontane. E sui danni che i loro viaggi senza biglietto di ritorno arrecano alle casse del Bel Paese. Che oggi, anziché braccia come nel suo lontanissimo passato, spingerebbe ad emigrare i suoi figli più istruiti e professionalmente qualificati. Ma è proprio vero che l’Italia sta tornando indietro e che la sua moderna emigrazione ha cause e, soprattutto, effetti simili a quella che fu?

La risposta è no perché, come suggerisce il rapporto stilato nel 2015 dal TransatlanticCouncil on Migration: se la mobilità diventa la normalità, i paesi industrializzati e quelli che lo stanno diventando hanno l’obbligo di ripensare il modo di vedere l’emigrazione dei loro cervelli. Tanto è vero che scorrendo i dati pubblicati a marzo di quest’anno da Eurostat vediamo che, in assoluto, i tassi di emigrazione più elevati sono  appannaggio delle nazioni europee più ricche. E che quelli italiani, nel 2015 come nel 2014, sono di molte lunghezze inferiori a quelli tedeschi, spagnoli, inglesi e francesi. A dimostrazione del fatto che nel moderno Occidente industrializzato l’emigrazione non è , come un tempo, solo e soltanto figlia dell’arretratezza. Ma della libertà di circolazione che consente agli uomini, così come alle merci ed ai capitali, di cogliere le opportunità offerte dal mercato. Che, in generale, premiano i talenti ed i più qualificati. Ma non basta.

Visto che, se facciamo parlare i dati, veniamo anche a sapere che, al contrario di quello che molti pensano e ripetono, l’emigrazione aumenta quando l’economia va meglio non quando va peggio. Una regola confermata anche dal numero delle partenze dall’Italia. Schizzate, dalle 80mila medie degli anni bui della recessione, a 123.735 nel 2013, 136.328 nel 2014 fino a sfiorare le 150mila nel 2015.Un quadro di novità perfettamente fotografatodal grande Nobel dell’economia Amartya Sen che parlando della sua India anni fa scriveva: “Se una volta gli emigrati indiani svolgevano solo lavori modesti, oggi la situazione è diversa. Si tratta, infatti, di ricercatori e di persone assunte per dirigere reparti tecnici che, quando tornano, hanno acquisito notevoli competenze dirigenziali oltre ad aver raggiunto un livello tecnico eccellente. E questo non può che giovare alle attività economiche nazionali…la fuga dei cervelli non mi è mai sembrato un grave problema, perché ha aspetti positivi e non solo negativi”.

Ma se tutto ciò ancora non bastasse per convincere le nostre Cassandre che l’emigrazione della “nostra meglio gioventù” non è foriera dei mali da loro vaticinati, vorremmo suggerire loro di prendere in conto il positivo apporto che gli emigrati danno con le rimesse, culturali oltre che economiche, allo sviluppo del nostro paese.

La sinistra si suicida sullo ius soli

Mentre la politica si accapiglia sullo ius soli, è boom di immigrati che diventano italiani: 202 mila nel 2016. Il 40% sono minorenni che hanno lasciato lo status di stranieri per trasmissione dai genitori. Cifre record, rese note ieri dall’ISMU, che consegnano all’Italia, per il secondo anno consecutivo, il primo posto nella speciale classifica dei paesi UE che concedono il più alto numero di cittadinanze agli immigrati. Un primato tanto più eclatante, se si tiene conto che alle nostre spalle troviamo Regno Unito, Spagna, Francia e Germania.

Non è, dunque, vero che la mancata approvazione della riforma sulla cittadinanza sarebbe uno schiaffo a un milione di persone che sognano il passaporto italiano (Bersani, ipse dixit). Negli ultimi quindici anni, in Italia, il numero degli stranieri diventati nuovi cittadini è cresciuto velocemente e a un ritmo che non ha pari in Europa: erano appena 12 mila nel 2002 contro gli oltre 200 mila del 2016. Sono sempre di più gli ex immigrati che hanno maturato i requisiti per ottenere lo status civitatis perché vivono e lavorano regolarmente nel nostro paese. E per questo possono trasmettere la cittadinanza italiana ai loro figli.

Di fronte a questi dati, è ancora più incomprensibile il braccio di ferro parlamentare che va avanti da anni tra chi è pro o contro lo ius soli. Gli uni e gli altri, guidati da ragioni squisitamente ideologiche, hanno perso di vista quelli che sono i due veri punti deboli dell’attuale legge sulla cittadinanza.

Il primo riguarda il requisito, fin troppo severo e senza eguali in Europa, dei 10 anni di residenza legale in Italia per richiedere lo status civitatis.

Il secondo, assolutamente irragionevole, stabilisce per i nati da genitori immigrati la possibilità di diventare italiani al compimento del diciottesimo anno a condizione di aver vissuto ininterrottamente fino alla maggiore età sul territorio patrio. Con il risultato che può bastare una vacanza all’estero con gli amici o una visita ai nonni nel paese dei genitori, per far saltare tutto. Ma vi pare possibile?

Due dati shock sulla demografia africana

Ad Abidjan, al vertice con gli Stati africani, l'Europa si è giocata un pezzo del suo futuro. Perché è dall'Africa che muovono le truppe dell'immigrazione prossima ventura. Meglio, dall'Africa sub sahariana. Una sconfinata linea d’ombra formata da ben 48 stati, alcuni dei quali da tempo falliti, che dai confini meridionali del Maghreb si estende fino al  Sud Africa.

Un gigante inquieto, dilaniato da mostruose contraddizioni interne sulle quali Italia ed Europa, se non vogliono morire di immigrazione, anziché continuare con l’attuale inconcludente tiro alla fune, farebbero bene ad affrontare insieme e da subito. Per convincersene basta leggere l’importante e imponente ricerca portata a termine da  un nutrito gruppo di studiosi guidati da John May e Hans Groth e che Springer ha pubblicato da poche settimane con il titolo: “Africa’s Population: In search of a Demographic Dividend”. Sfogliando la quale scopriamo, numeri alla mano, la natura e le dimensioni dei problemi che laggiù bollono in pentola. E le contromisure da adottare, nell’immediato e nel medio-lungo periodo, se non vogliamo, viste le avvisaglie di questi giorni, che il vaso, traboccando, travolga con lo Stivale l’intero Vecchio Continente. Perché, come saggiamente ammoniva già secoli fa Plinio il Vecchio: "ex Africa semper aliquid novi”. Che, tradotto liberamente vuol dire: dall’Africa vengono sempre grattacapi. Bastano due esempi per capirlo.

1) la popolazione sub sahariana, che attualmente rappresenta il 13% di quella del Pianeta, spinta da un tasso medio di fertilità femminile di 5 figli, che non ha eguali al mondo, esclusion fatta per Timor Est e Afghanistan, nel 2100  arriverà a pesare per il 36%;

2) secondo gli ultimi calcoli del Fondo Monetario Internazionale, l’economia della  regione sub sahariana per stare in piedi avrebbe bisogno, nei prossimi 25 anni, di almeno 18/20 milioni di nuovi posti di lavoro.

Cifre più da brividi che da capogiro. In grande parte figlie, spiegano gli autori della ricerca, di egoismi economici, arretratezze culturali e cecità politiche interni. Che, ad esempio, consentono alle oligarchie dominanti da una parte di chiedere all’Occidente aiuti allo sviluppo e risorse per modernizzare l’economia e, dall’altra, di fare finta di non vedere, e risolvere, il problema numero uno: quello delle nascite. Secondo May e Groth, infatti, con l’educazione sessuale delle donne e la distribuzione dei contraccettivi il numero dei nuovi nati scenderebbe anche nel sub Sahara, così come avvenuto negli ultimi 20/30 anni  in tutti i paesi dell’est Asia e  nei più importanti tra quelli musulmani, Iran in testa, da 5 a 3. E la demografia da pericolosissima bomba interna si trasformerebbe per quelle società in un virtuoso demographic dividend che eviterebbe a noi e a loro i guai di cui parlava il vecchio Plinio.

Cittadinanza, l’Italia supera Germania e Francia

C’è un dato, da molti dimenticato, forse utile a fare chiarezza sull’infuocata discussione sullo ius soli in Italia. Il nostro è, secondo Eurostat, il paese europeo che concede annualmente il più alto numero di cittadinanze agli immigrati. Tant’è che nel 2015, ultime statistiche disponibili, sono stati 178 mila quelli che hanno lasciato lo status di stranieri per diventare italiani. Di cui 66 mila sono giovanissimi che hanno acquisito la cittadinanza per trasmissione (ius sanguinis) dai genitori oppure perché, nati in Italia, al compimento del 18esimo anno, come prevede la legge, ne hanno fatto esplicita richiesta.

Un primato tanto più eclatante se si tiene conto che alle nostre spalle, a grandissima distanza, troviamo nell’ordine il Regno Unito (118 mila); la Spagna (114 mila); la Francia (113 mila) e la Germania (110 mila).

Cosa dicono questi numeri? Almeno due cose.

Non è vero, come sostengono in tanti, che chi nasce in Italia da genitori stranieri ha oggi poca o nessuna speranza di ottenere la cittadinanza. Il trend è, invece, in aumento. Basti pensare, ad esempio, che nel 2011 tra gli stranieri under-30 solo 10 mila sono diventati italiani contro i 66 mila del 2015.

Non è vero, come pensano altrettanti, che riformare la normativa vigente introducendo il principio dello ius soli, rischia di fare dell’Italia il miele che attira orde di immigrati vogliosi di attingere al suo nettare per conquistarne il passaporto. A falsificare questa fosca profezia è il fatto che Stati come il Regno Unito e la Francia, che hanno normative storicamente incentrate sullo ius soli e, in generale, più flessibili della nostra hanno concesso meno cittadinanze dell’Italia nel 2015. E non solo.

Per concludere, la legge sulla cittadinanza del 1992 va modificata, non buttata nel cestino. Tenendo conto che negli ultimi vent’anni i grandi paesi europei hanno scelto la via dei sistemi misti, dove i principi dello ius soli e dello sanguinis convivono e controbilanciano i difetti dell’uno e dell’altro.

Il femminicidio dell’homo migrans

Di femminicidio, ora, si muore anche nel Mediterraneo. È la novità venuta a galla in quest’ultimo, ennesimo, weekend di emergenza (e orrore) immigrazione tra le due rive del Mare Nostrum. Per capire cosa è successo, partiamo dalla fine. Quando ieri mattina la nave militare spagnola Cantabria è attraccata al porto di Salerno con il suo carico di 400 migranti salvati due giorni prima mentre il gommone sul quale viaggiavano era mezzo affondato, a sbarcare per primi sono stati i cadaveri di 26 donne nemmeno ventenni.

La morte in mare non è mai una questione di genere, e invece stavolta si. Perché, anche se le dinamiche dell’incidente sono tutte da verificare, è facile immaginare che mentre il natante era in avaria, sia prevalsa la legge del più forte. Primum vivere. I maschi si sono accaparrati uno spazio a cui aggrapparsi. Mentre le femmine morivano annegate.

Una dinamica che se confermata, ci consegnerebbe un’immagine dell’homo migrans assai diversa da quella che molti disegnano. Non un tipo gracilino, dimesso, fiaccato dalla fame e indebolito dalla miseria. Ma, al contrario, spietato e determinato. Che rispetto alla media dei suoi concittadini, è fisicamente e psicologicamente super dotato. Sceglie di migrare per necessità, certo. Ma, a differenza di tanti altri, ci riesce. Perché ha ambizioni e convinzioni fuori dal comune. È pronto a tutto pur di portare a compimento il proprio progetto migratorio. Per costruirsi un futuro migliore ha rischiato i risparmi e la vita. Niente e nessuno lo fermerà. Mors tua, vita mea.

Quanto basta, forse, per prendere atto che l’immigrazione non è altro che un fenomeno straordinariamente terrestre. In quanto tale va gestito e governato tenendo conto dei vizi e delle virtù dell’essere umano.

Cupido più forte dei pregiudizi razziali

Non avremmo mai immaginato di venire a sapere che i vituperatissimi (ma frequentatissimi) siti di incontri online potessero facilitare, con l’amore “al buio”, anche l’integrazione interraziale ed interetnica. Una sorta di eterogenesi dei fini che anche se per molti inimmaginabile è del tutto spiegabile. Visto che, come dice a conclusione di una sua recente ricerca Josuè Ortega della Columbia University: “le nuove tecnologie ci danno nuove opportunità e queste, a loro volta, producono inaspettati effetti sulla società”.

Una verità emersa indagando il boom dei matrimoni via dating site tipo Match.com, OKCupid o Tinder. Che negli Usa, essendo oltre 1/3 di quelli annualmente celebrati, si è scoperto fungere da vero e proprio rompighiaccio delle tradizionali segregazioni etniche. Facilitando l’intesa, e spesso l’unione, tra uomini e donne di razze e nazionalità diverse. Come dimostra il fatto che oggi, in base agli ultimi dati del Pew Reserach, sono miste il 6,3% delle coppie americane (che fino al 1967 erano vietate dalla legge) ed il 9% di quelle inglesi. Insomma, una sorta di rivoluzione silenziosa capace di avere la meglio, come già altre volte accaduto in passato, sui vecchi steccati della tradizione e della conservazione. Di cui da conto, con un elegante articolo sul Financial Times del 17 ottobre, John Thornhill. Secondo il quale l’uso di massa della bicicletta nella Francia di inizio Novecento: “consentendo, cosa prima impossibile, ad un giovane di cercare lavoro e l’amore fuori dal suo paese e di tornare a casa per cena”, determinò cambiamenti, tanto profondi quanto imprevisti, paragonabili a quelli prodotti oggi dai siti online. Semplicemente facilitando l’incontro e la comunicazione tra individui altrimenti condannati ad essere confinati in spazi e culture tra loro da sempre lontanissimi.