Salvini vinta la battaglia rischia di perdere la guerra

Sull’immigrazione Matteo Salvini ha vinto la battaglia. Ma rischia di perdere la guerra. Perché al crollo degli sbarchi del 2018 (la sua vittoria) potrebbe corrispondere un 2019 da record per numero di morti nel Mediterraneo (la sua potenziale sconfitta). Le immagini di cadaveri, bimbi inclusi, galleggianti, come quelle dell’ultimo weekend, non sono alla lunga accettabili. Neanche, ne siamo sicurissimi, dal più fedele sostenitore del Ministro degli Interni.

A questo punto non basta più stare fermi. E ripetere: porti chiusi, è colpa dei trafficanti, anzi delle Ong, forse di Malta, della Libia o di Bruxelles. Perché la storia insegna che la politica di Brenno, vae victis (guai ai vinti), rischia di essere un pericoloso boomerang per il responsabile del Viminale. Ci sono momenti in cui la politica richiede fantasia. Facendo quella che potrebbe essere definita la mossa del cavallo. Nella zona Search and rescue (Sar) libica, se Tripoli viene meno ai suoi obblighi, abbiamo il dovere di intervenire e salvare gli immigrati in balìa del mare. Ma, per evitare che l’onere di accoglierli ricada solo su di noi, qui la novità, potremmo chiedere di trasbordarli nelle navi dell’Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne (Frontex). Dove, sotto la supervisione del personale UNHCR, avviare le operazioni di riconoscimento, distinguendo gli immigrati economici (da rimpatriare nei centri Onu in Libia) e i richiedenti asilo da ridistribuire tra una coalizione di Stati volenterosi (Merkel dixit) disposti, pro quota, a farsene carico. Si potrebbe così europeizzare l’emergenza immigrazione senza giocare sulla vita degli immigrati.

Insomma, se proprio dobbiamo violare, come abbiamo fatto, norme e consuetudini globali (porti chiusi, salvataggi in mare etc.) meglio farlo per sperimentare innovative soluzioni a un problema che è sempre più strutturale, non emergenziale. Dando, così, un colpo di frusta alla comunità internazionale che su questo tema nicchia. Fingendo di non vedere che, al netto delle divergenti posizioni politiche, il sistema di gestione dei rifugiati nato con la Convenzione di Ginevra del 1951 ha fatto, almeno in parte, il suo corso. Soprattutto perché, lo aveva segnalato per primo nel 1997 il massimo esperto mondiale in materia Prof. James C. Hathaway, non prevede quello che oggi in una puntuale intervista l’Alto Commissario Onu per rifugiati Filippo Grandi ha definito meccanismo di sbarchi condiviso. Ovvero un modo per distinguere il luogo dello screening da quello in cui accogliere chi ne ha diritto.

Che poi, a dirla tutta, non sarebbe neanche una novità assoluta. Visto che nel 1979 l’allora segretario generale delle Nazioni Unite Kurt Walheim, per risolvere l’emergenza boat people in fuga dal Vietnam, convocò una conferenza internazionale. Cui aderirono 65 governi. L’iniziativa consentì di evitare che la crisi precipitasse sulla base di un do ut des: asilo temporaneo nella regione, in cambio di un reinsediamento permanente nei paesi terzi. In buona sostanza, con quello che era di fatto un accordo tripartito fra i paesi d’origine, quelli di primo asilo e quelli di reinsediamento, gli stati dell’Asean (Filippine, Indonesia, Malesia, Singapore e Thailandia) si impegnarono a continuare a concedere l’asilo temporaneo, a condizione, però, che il Vietnam si impegnasse a frenare le partenze illegali e a promuovere quelle organizzate dall’Onu. E che, in parallelo, i paesi terzi accelerassero il ritmo del reinsediamento. Salvo alcune eccezioni, cessò il respingimento delle imbarcazioni in mare. I reinsediamenti nei paesi terzi, che nel primo semestre del 1979 erano stati circa 9 mila al mese, passarono, nella seconda metà dell’anno, a circa 25mila al mese. Fra il luglio 1979 e il luglio 1982, oltre 20 paesi – in testa Stati Uniti, l’Australia, la Francia e il Canada – assorbirono 623.800 rifugiati indocinesi. Si può fare.

Sull’immigrazione l’Occidente rischia l’abisso

Sull’immigrazione le democrazie occidentali stanno scivolando verso l’abisso. Una verità difficile da negare visto che questo fenomeno è l’agente della crisi politica, ai limiti dell’impazzimento, in cui si sono cacciati le classi dirigenti ed i governi al di qua e al di là dell’Atlantico.

Basta osservare, mettendo per un momento da parte per carità di patria i nostri guai e quelli dell’Unione Europea, quanto sta accadendo nello storico bastione dell’Occidente liberale: gli Stati Uniti. Dove shutdown provocato dal braccio di ferro di Trump con i democratici sui finanziamenti necessari per la costruzione del Muro anti clandestini al confine messicano paralizza da più di tre settimane gran parte dell’amministrazione. Lasciando a casa senza stipendio più di un milione di dipendenti pubblici. Oltre a quelli delle imprese dell’indotto.

Un evento che non solo sta assumendo dimensioni mai viste in precedenza. Ma che, col passare dei giorni, rischia, non essendo in vista possibili soluzioni, di trasformarsi in un vero e proprio “buco nero” per la politica statunitense. Un’entropia sistemica di cui è chiara avvisaglia la lettera con cui il capo dell’opposizione democratica e presidente della Camera dei deputati Nancy Pelosi ha in queste ore formalmente chiesto al Presidente, cosa mai accaduta negli USA dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale, di rinviare il suo discorso sullo Stato dell’Unione fissato per il prossimo 29 gennaio.

Come andrà a finire oggi nessuno lo sa. Di sicuro siamo in presenza di una lunga, negativa onda di eventi che nei decenni a venire sarà letta e indicata come uno spartiacque della storia politica del III millennio

L’immigrazione non è come la pioggia: può essere governata

Alessandro Marrone è ricercatore esperto di Difesa e Sicurezza all’Istituto Affari Internazionali (IAI) di Roma. Lo abbiamo intervistato sull’attualità dell’immigrazione nel Mediterraneo.

1) Che nel 2018 gli sbarchi nelle nostre coste siano diminuiti è un dato oggettivo. Ma nell'articolo pubblicato lo scorso 5 gennaio dall'Istituto Affari Internazionali, lei arriva a conclusioni che hanno il sapore dell'Uovo di Colombo. Puoi spiegare il perché ai nostri lettori?

Gli sbarchi hanno iniziato a calare da luglio 2017 quando il ministro degli Interni Minniti ha ridotto le attività di soccorso in mare italiane e limitato quelle delle ONG, stringendo inoltre accordi con gli interlocutori libici per filtrare i flussi migratori. Un calo che si è ulteriormente accentuato con le decisioni del nuovo inquilino del Viminale Matteo Salvini di chiudere i porti italiani a tutte le navi delle ONG che prestassero soccorso in mare ai migranti. Bene. Visto che negli ultimi 18 mesi non si sono arrestate tutte quelle che vengono indicate come le fondamentali cause dell'immigrazione via Italia verso l'Europa (conflitti, persecuzioni, povertà, cambiamento climatico etc.), la variabile decisiva che è cambiata drasticamente è stata la gestione dei confini italiani da parte dello stato. Ed è stata sufficiente a ridurre gli sbarchi nel 2018 del 86% rispetto al 2016, e del 80% rispetto al 2017.

2) Visti i dati di cui sopra, è possibile sostenere che la strategia del Ministro degli Interni Salvini è vincente. Ma da vincitore non faceva bene a spiazzare tutti con un atto di clemenza aprendo i nostri porti ai 49 immigrati che ormai da due settimane navigavano nel Mediterraneo a bordo dell'imbarcazione della Ong Sea Watch?

Al di là della decisione specifica sulla Sea Watch, la strategia di Minniti e poi, soprattutto, quella  di Salvini sono state vincenti anche perché hanno riaffermato il principio in base al quale la decisione di ammettere o meno sul territorio nazionale un cittadino extra-UE, è di competenza assoluta dello Stato. Non delle ONG, di privati cittadini, dell'ONU o degli enti locali. Spetta all'autorità politica nazionale eletta dai cittadini. Finché questo principio è riaffermato resistendo alle pressioni esterne e interne, la strategia rimarrà vincente nel ridurre gli sbarchi.

3) Tempo fa, intervistato dal nostro giornale, Il Prof. Giovanni Orsina, ha segnalato che ci sono forze e persino governi che usano strumenti e norme della civiltà occidentale (es. obbligo di salvataggio in mare di chiunque sia in pericolo di vita) contro lo stesso Occidente. Qual è la sua opinione?

L'Occidente come civiltà basata su determinati valori, una propria storia ed evoluzione sociale, per natura è tollerante, pluralista, democratica, liberale, rispettosa della diversità di idee e opinioni. Questa è la sua grande forza. Ma così corre anche il rischio di consentire una strumentalizzazione delle sue libertà alle forze contrarie ai valori occidentali che così tendono a far valere le loro ragioni. Sì tratta di un delicato equilibrio tra apertura al nuovo/diverso e protezione dei fondamenti della civiltà occidentale, che ogni generazione ha la responsabilità di gestire.

Trump rischia di sbattere contro il Muro

Se il Muro anziché di cemento fosse di acciaio sareste disposti a finanziarlo? E’ molto difficile se non improbabile che con questa “offerta” dell’ultima ora Trump riesca a smuovere il no dei parlamentari democratici alle spese per la realizzazione della sua agognata barriera anti clandestini al confine messicano. E mettere fine allo shutdown del bilancio americano che da oltre due settimane tiene inoperosi e senza stipendio 800 mila dipendenti di diverse agenzie statali e federali. Un braccio di ferro che col passare dei giorni rischia di trasformare l’azzardo politico con cui il Presidente pensava di piegare le resistenza degli avversari in un rischioso boomerang per la Casa Bianca. Per almeno due ragioni.

La prima: dai sondaggi degli ultimi giorni emerge che i lavoratori pubblici lasciati a casa senza salario, differentemente da quanto immaginato (e sperato) dai consiglieri presidenziali, danno in maggioranza la colpa della loro difficile situazione ( mutui che scadono, bollette da pagare, tasse scolastiche dei figli etc.) anziché ai democratici all’impuntatura di Trump sulla costruzione del Muro a tutti i costi. Una novità che consente ai democratici di rafforzare il loro no al finanziamento di un’opera che il magnate newyorchese in campagna elettorale aveva promesso sarebbe stata pagata dai messicani e non,come chiede oggi, dai contribuenti americani.

La seconda: con la questione Muro sì, Muro no il Presidente sperava di fare apparire l’opposizione come debole e poco decisa sulla scottante, e per lui politicamente favorevole, questione della lotta all’immigrazione clandestina. Una linea a dir poco improvvida. Per la semplice ragione che quasi in contemporanea alla sua “propostina” del Muro in acciaio anziché in cemento i grandi mezzi di comunicazione hanno ricordato che nel 2006 64 deputati e 24 senatori democratici, tra cui Barack Obama, Illary Clinton e l’attuale capo dell’opposizione al Senato Chuch Schumer, avevano votato sì al Secure Fencing Act voluto da Gerge W. Bush per controllare le zone più a rischio del confine meridionale del Paese.

Una partita a scacchi che per Trump si fa davvero complicata. Al punto che nei circoli conservatori comincia a serpeggiare la preoccupazione che pur di vincerla egli decida di rompere l’accerchiamento cedendo ai democratici sulla questione dell’immigrazione che a loro sta più a cuore: quella della definitiva legalizzazione dello status dei giovani Dreamers.

Triste promemoria di fine anno sull’immigrazione

2018 annus horribilis per l’immigrazione in Europa. Gli sbarchi, ci dice Frontex, sono calati a 140 mila (rispetto al 2017 -30% nell’UE e -80% in Italia) ma la politica del Vecchio Continente si è spaccata come non mai sui nuovi arrivati. Una babele sintetizzata da due post-it che l’anno quasi alle spalle lascia a sua futura memoria.

Il primo: l’Unione Europea procede a vista e in ordine sparso. A ogni sfida risponde con 28 voci anziché una sola. Clamoroso, a riguardo, il caso dell’Austria presidente di turno del Consiglio europeo in quest’ultimo semestre del 2018. Che a pochi giorni dalla scadenza del suo mandato ha pensato bene ieri, dopo aver nicchiato per mesi e mesi, di provare, in una missione solitaria e fallimentare, a trovare soluzioni anti-immigrazione clandestina con l’Egitto. Che, fiutata la debolezza del suo interlocutore, ha fatto spallucce.

Stessa musica, anzi peggio, se pensiamo al ruolo dell’UE nei negoziati per un patto globale sulle migrazioni che l’Onu ha promosso con lo scopo di dare una risposta corale della comunità internazionale ai problemi dell’immigrazione. Al momento della ratifica, a Marrakech, lo scorso 10 dicembre, 18 Stati europei hanno detto sì, 10 (Austria, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Italia, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Ungheria) non erano neanche presenti al tavolo. Ma, a prescindere dal merito, se è vero che siamo un’Unione, non bastava mandare un unico rappresentante? Immaginate il caos che i 50 Stati USA creerebbero se seguissero il nostro modus operandi. Dal Texas al Maine se ognuno dicesse la sua, non si arriverebbe mai a conoscere la posizione americana.

Il secondo: sul campo di battaglia dell’immigrazione, è caduta persino l’ultima leader europeista di peso, Angela Merkel. Perché ha pagato a carissimo prezzo le scelte prese nel 2015. Quando, in piena crisi migratoria (oltre un milione di arrivi in Europa), di fronte alle immagini del piccolo siriano Aylan restituito dalle onde cadavere sulle spiagge turche di Bodrum, fu l’unica a rompere l’inerzia generale dei partner europei. Segnando un confine chiaro tra emergenza umanitaria ed emergenza immigrazione. Separando in maniera netta l’obbligo di accogliere i profughi che scappano da guerre (“c’è posto per tutti” dichiarò la cancelliera) e la necessità di rimpatriare gli immigrati illegali in cerca di una nuova vita. Dopo la decisione di spalancare le porte della Germania ai rifugiati, Merkel è stata vittima, in primis, del fuoco amico del suo partito. Impersonato, da ultimo, dal Ministero dell’Interno Horst Seehofer. Che preoccupato dall’avanzata dell’estrema destra anti-immigrati nella sua Baviera, ha, di fatto, costretto la cancelliera a tornare, almeno in parte, sui suoi passi. Correggendo, in chiave più restrittiva, il suo aperturismo. Ma, siccome, in politica, come nella vita, incertezze e cincischiamenti non pagano, il risultato è stato che Angela Merkel, per evitare una crisi di governo, ha ceduto la leadership della Cdu ad Annegret Kramp-Karrenbauer e, soprattutto, ha garantito che non si presenterà alle prossime elezioni politiche.

Questo il passato, e il futuro? Le cose potrebbero andare anche peggio. Non solo perché a marzo esploderà il caso Brexit ed un eventuale no deal apre scenari infausti. Ma anche in ragione del fatto che le elezioni europee del prossimo maggio, comunque andranno, sono destinate ad esacerbare il clima dell’ognuno per sé, dio per tutti che regna nel Vecchio Continente.

Si dice clandestini per punire i regolari

Sull’immigrazione l’Italia rischia di scivolare dalla politica del rigore (premiare i regolari, penalizzare gli irregolari) a quella della caccia allo straniero tout court. Perché la battaglia ai clandestini (gli sbarchi sono crollati dell’80% rispetto al 2017) sembra estendersi adesso, senza soluzione di continuità, anche agli immigrati legali. Come confermano due recenti decisioni del Comune di Lodi e dell’esecutivo nazionale.

Il primo è stato condannato, giovedì scorso, dal Tribunale di Milano per aver discriminato i bambini stranieri che chiedevano l’iscrizione al servizio agevolato di bus e mensa nelle scuole della città. Perché secondo un regolamento approvato pochi mesi fa, da loro, a differenza dei coetanei autoctoni, si pretendeva, oltre alla presentazione del modulo ISEE che attesta il reddito del nucleo familiare, anche, qui la discriminazione, una certificazione del paese di origine (difficilissima da ottenere) sull’assenza di proprietà immobiliari. Insomma due pesi e due misure. A parità di condizioni socio-economiche, per ottenere la medesima prestazione, infatti, ai piccoli italiani doc si chiedeva un certificato, a quelli stranieri due. Di qui la sentenza dei giudici milanesi che obbliga il comune lombardo a modificare il suddetto regolamento che viola leggi del nostro Stato.

Il secondo nel decreto fiscale ha pensato bene, per coprire gli sgravi sulle sigarette elettroniche, di infilare una tassa dell’1,5% sulle rimesse (pari a circa €5 miliardi nel 2017) che i lavoratori non comunitari in Italia inviano ai paesi d’origine. La misura, che porterà alle casse dello Stato al massimo una sessantina di milioni di euro, danneggia materialmente e moralmente gli stranieri che vivono e lavorano legalmente nel nostro paese.

Materialmente perché impone loro una nuova imposta che non ha una contropartita in termini di prestazioni e servizi pubblici. E che, è facile immaginare, li spingerà, per inviare i risparmi a casa, ad affidarsi al mercato nero.

Moralmente in ragione del fatto che un siffatto provvedimento punitivo ad hoc li fa sentire esclusi, o comunque con un tesserino di serie B, da quella comunità, la nostra, alla quale danno quotidianamente il loro contributo.

Con un risultato che francamente lascia disorientati. Perché, classico caso di eterogenesi dei fini, per colpire i clandestini, si fa di tutti gli immigrati, un unico fascio.

Sull’immigrazione l’UE è in un vicolo cieco

Poche ore prima dell’apertura del Vertice dei Capi di Stato e di Governo europei anche la Germania, arrendendosi all’evidenza dei fatti, ha detto basta al sistema delle quote di riparto obbligatorio dei profughi e degli esuli tra i paesi dell’Unione.

Una decisione, quella tedesca, che ricalca quanto già comunicato al riguardo dalla Commissione e che consente, finalmente, di chiudere un clamoroso quanto doloroso capitolo della per altro gravemente fallimentare politica dell’immigrazione europea. Che ha impiegato più di tre anni per rendersi conto di quello che da un’obiettiva osservazione della realtà si sarebbe dovuto capire se non in pochi giorni certamente in poche settimane.

Ma per ragioni diverse da quella usualmente addotte nei comunicati ufficiali emessi a ripetizione dagli uffici di Bruxelles. Che hanno sempre indicato nell’egoismo dei governi, in particolare di quelli capeggiati dai falchi di Visegrad, la ragione dell’inconcludente strategia del riparto obbligatorio dei rifugiati approdati in massa nei paesi sud del Vecchio Continente. Solo una “mente burocratica” poteva infatti far finta di non capire che per quanto disperati e bisognosi di protezione i profughi non avevano interesse né intenzione di finire “ripartiti” in un paesino della Polonia o della Slovacchia. Né tanto meno a Cipro o Malta. E che l’obbiettivo per il quale avevano rischiato la vita per terra e per mare erano le terre dell’ex Europa dell’Ovest. Dove da tempo risiedevano e lavoravano i membri delle loro diaspore nazionali.

A questo ostacolo basato sugli “interessi degli interessati” il sistema delle quote ne aggiungeva un altro non meno potente. Rappresentato dal fatto che, come molte ricerca hanno ampiamente dimostrato, non c’è nulla che riesce ad eccitare di più l’avversione della pubblica opinione nei confronti dell’immigrazione quanto l’annuncio dell’arrivo di nuovi stranieri. Tanto più se a farlo non è il governo nazionale ma un volto ignoto di quello dell’Unione.

L’Europa farà tesoro di tanto fallimento? Anche se la speranza è l’ultima a morire la risposta è no. Perché mancano le condizioni e le personalità politiche richieste per fare da noi in materia di immigrazione ed asilo quello che alla fine dell’800 fecero gli USA. Che tolsero il potere di controllo ai confini, fino ad allora nelle mani dei singoli stati, delegandolo all’autorità federale. E, al contempo, liberalizzarono la circolazione all’interno consentendo agli accolti di seguire e realizzare il proprio destino. Dove e come volevano.

Perché tra i gilet gialli non ci sono gli immigrati?

Come mai tra i gilet gialli che ogni sabato, da un mese, mettono a ferro e fuoco Parigi non ci sono gli immigrati?

I volti delle migliaia di impauriti e impoveriti dalla globalizzazione che riversano il loro odio nella ville Lumiere, sono solo bianchi. Mentre mancano quelli degli oltre otto milioni di origine straniera che vivono accanto a loro. E dire che molti di questi corrisponderebbero, almeno in parte, all’identikit che i gilet gialli danno di loro stessi. Tanto è vero che vivono in quartieri esclusi dal benessere del centro città, con tassi di disoccupazione del 50% (contro una media nazionale del 10%), pessimi mezzi e servizi pubblici e livelli di frustrazione pari se non superiori a quelli del popolo che fa tremare Macron. Un silenzio assordante. Specie se si tiene conto che da quelle parti gli immigrati delle periferie sanno benissimo come far sentire la propria voce. Nell’ottobre del 2005, solo per fare un esempio, le tre settimane di violentissime sommosse (due morti, centinaia di feriti, migliaia di auto incendiate) nei sobborghi di mezza Francia costrinsero l’allora presidente Nicolas Sarkozy a dichiarare lo stato di emergenza nazionale.

Perché, allora, questo esercito di emarginati e scontenti di origine straniera non fa pendant con quello degli autoctoni, bianchi?

Di qui la necessità di riflettere su questa nuova fase del populismo moderno che non include il popolo degli immigrati. Sarà, forse, perché il populismo, che impregna e unisce i rivoluzionari con le giacchette gialle, è per definizione nazionalista e, dunque, fatica a includere nel concetto di popolo da difendere gli stranieri che sono quelli da cui difendersi?

Schengen da noi muore ma nasce in Asia

Mentre in Europa la libera circolazione piace sempre meno, l’idea fa proseliti dall'altra parte del mondo. Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, dopo decenni di rapporti tesi, sfociati anche in conflitti, oggi, anche se ancora in embrione, pensano alla creazione di una zona tipo “Schengen” nel cuore dell'Asia centrale.

Il nuovo corso, riferisce il magazine online Ozy, è iniziato a marzo quando Tagikistan e Uzbekistan hanno abolito il severo regime di visti, reliquia della guerra civile tagika (1992-1997)seguita alla caduta dell'Urss. Ma il ritrovato clima di cooperazione sta investendo tutta l’Asia centrale. La recente conferenza multilaterale, ospitata dal Kazakistan e che ha visto la partecipazione di tutte le cinque ex Repubbliche sovietiche ha di fatto avviato il disgelo. Il progetto è quello di arrivare progressivamente a un sistema unico di visti. Coinvolgendo in prospettiva anche Turchia e Azerbaigian. Non a caso il piano è stato denominato “Silk Road visa” (visto della Via della Seta). Alla base di queste aperture ci sono però ragioni economiche e geografiche. I cinque Stati coinvolti sono in pieno boom e senza sbocco sul mare. Una condizione penalizzante che fa dell’integrazione regionale una scelta obbligata.

Sullo sfondo si staglia, però, la figura minacciosa di Putin. Il presidente russo nel 2014 ha imposto ai suoi vicini la creazione dell’Unione economica eurasiatica (EEU) per facilitare il commercio tra gli stati membri. L’intenzione di Mosca non era e non è quella di trasformare la regione in un'area comune di visti. D'altra parte, però, l'integrazione rafforzata delle Repubbliche dell'Asia centrale potrebbe rappresentare un argine alla crescente influenza della Cina. E allora anche il niet di zar Vladimir potrebbe venire meno. Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, forse memori di quando sotto il dominio dell'Urss non esistevano confini, oggi vogliono tornare a muoversi al loro interno liberamente. Senza, però, l’oppressione del “grande fratello” comunista.

Gli immigrati sudamericani che nessuno conosce

I sudamericani (visto che i messicani fanno parte del Centro America) rappresentano una piccola ma crescente quota di immigrati negli Stati Uniti. Complessivamente sono poco più di 3 milioni, il 7% dei 44,5 milioni di stranieri. Nel 1960 erano solo l’1%. Una crescita lenta ma continua, contrassegnata, negli ultimi tempi, da un aumento degli arrivi dal Venezuela, 61mila in un solo anno (2017). Tuttavia, gli Usa non sono la destinazione principale per i venezuelani che lasciano uno Stato sempre più in difficoltà. Dal 2015, infatti, più di 2 milioni di persone sono fuggite verso Colombia, Perù, Ecuador, Brasile, Cile e Argentina, dando vita al più grande esodo della storia recente dell’America Latina.

Dall’analisi compiuta dal Migration Policy Institute emerge che l’immigrazione dal Sud America è tra le più qualificate presenti nel Norte. Grazie agli alti livelli di istruzione e alle eccellenti competenze linguistiche, una percentuale significativa di lavoratori immigrati provenienti da Argentina (46%), Venezuela (42%), Cile (38%) e Brasile (36%) sono impiegati nel settore della finanza e degli affari, oltre che in ambito scientifico e artistico. Ciò fa sì che i redditi delle famiglie di origine sudamericana siano più alti di quelli di altri immigrati. Con una media di 58.600 dollari l’anno si collocano, infatti, subito sotto agli americani che in media guadagno 60.800 dollari. Non stupisce perciò che siano proprio i sudamericani a vantare la maggiore percentuale di cittadini naturalizzati. Nel 2017, il 53% degli immigrati provenienti dall’America Latina aveva il passaporto Usa.