Il muro della democrazia in America

Il futuro della democrazia americana è appeso al Muro. La decisione con cui 18 Stati dell’Unione, tra cui due giganti come California e New York, hanno deciso di impugnare in tribunale contro Trump la legittimità del suo ricorso allo stato di emergenza per finanziarne la costruzione segna infatti l’avvio di uno scontro politico che rischia di essere per le istituzioni del Paese senza ritorno. Se per ritorno si intende il ripristino quo ante del loro tradizionale modo di essere e di funzionare.

Non fosse altro perché nella storia post bellica USA l’emergenza militare nazionale decisa da Trump venerdì scorso 15 febbraio è stata la prima ed unica dopo quella dichiarata da George Bush dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2011. Con l’ulteriore aggravante che la natura complessa e giuridicamente molto “scivolosa” del contenzioso è tale che i tempi lunghi per le sua eventuale soluzione sono destinati ad incrociare ed avvelenare quelli dell’ormai prossima campagna presidenziale 2020. Un corto circuito negativo destinato a rafforzare, sia tra i democratici che tra i repubblicani, i fautori dello scontro a scapito di quelli del dialogo. Ma i guai per l’America non finiscono qui.

Per la semplice ragione che il vero braccio di ferro in corso all’ombra del Muro è quello tra il Presidente ed il Congresso. O meglio tra i poteri del primo e le prerogative costituzionali del secondo sulla delicatissima questione relativa allo stanziamento e l’uso della spesa pubblica. Che, ritenuta una architrave dell’equilibrio costituzionale del presidenzialismo federalista statunitense, è stata gestita fin dai tempi dei Padri Fondatori in base al principio: il Presidente propone, il Congresso dispone. Il cuore della crisi americana sta nella fine di questo “duopolio democratico”. Tanto è vero che nel 2014, quindi prima dello strappo sul Muro di Trump, Barak Obama era stato accusato, e sconfitto in giudizio, dai parlamentari repubblicani, all’ora all’opposizione, per aver usurpato i poteri del Congresso finanziando per decreto la “sua” riforma sanitaria.

Mediterraneo e immigrazione, parla Carlotta Sami

Carlotta Sami, portavoce dell’Agenzia Onu per i rifugiati (UNHCR), è da anni in prima linea nella gestione della crisi migratoria e umanitaria nel Mediterraneo. L’abbiamo intervistata.

Il caso Sea Watch con le responsabilità politiche del governo italiano dimostra una polarizzazione degli schieramenti tra fermezza senza buon senso e flessibilità senza princìpi. L'UNHCR non potrebbe giocare un ruolo di mediazione proponendo ad esempio l’apertura dei porti italiani in cambio di una immediata redistribuzione dei migranti tra gli altri paesi UE?

Durante l’incontro dei Capi di stato e di governo UE dello scorso ottobre, UNHCR ed OIM hanno lanciato un appello congiunto ai leader europei per adottare misure urgenti atte ad evitare nuovi decessi tra gli immigrati che dall’Africa provano a raggiungere l’Italia attraverso il Mediterraneo. I leader delle due organizzazioni hanno richiamato l’attenzione sul fatto che, nonostante il calo degli arrivi via mare, in alcuni Paesi il dibattito politico sull’immigrazione ha raggiunto livelli di tensione senza precedenti. Uno scontro che alimentando inutili timori, complica la collaborazione tra gli Stati e impedisce di trovare soluzioni innovative. E’ necessario che, fino a quando la Libia non sarà considerata un porto sicuro, tutti gli Stati dimostrino responsabilità e solidarietà per i migranti e i rifugiati che rischiano di morire in mare. L’attuale approccio “nave per nave” deve essere sostituito da un meccanismo di sbarco sicuro e ordinato nel Mediterraneo Centrale.

La Commissione UE sta valutando se e come introdurre visti umanitari europei che ogni stato membro, attraverso le ambasciate, può rilasciare a chi dimostra di necessitare protezione internazionale e di entrare in tutta sicurezza in Europa per chiedere asilo. Può essere questa una sorta di terza via percorribile?

L’UNHCR e l’OIM hanno sollecitato i leader europei a trovare soluzioni pratiche da adottare con estrema urgenza tenendo conto della necessità di garantire che le responsabilità siano condivise tra gli Stati europei. Ma servono maggiori sforzi da parte dell’UE e della comunità internazionale per impedire che rifugiati e migranti intraprendano viaggi disperati. C’è bisogno di più vie sicure e legali di accesso alle procedure d’asilo in Europa per quanti fuggono da guerre e persecuzioni, in modo che nessuno sia costretto a credere che non esista altra possibilità se non quella di affidarsi a trafficanti senza scrupoli.

Nell'attesa che si raggiungano soluzioni di ampio respiro come quelle della Commissione europea, che fare di fronte ad eventuali nuovi casi Sea Watch? Si potrebbe, ad esempio, valutare un trasbordo dei naufraghi dalla nave delle Ong a quelle sotto egida Frontex dove distinguere immigrati economici e rifugiati?

Le procedure per la definizione dello status di rifugiato sono complesse e prevedono una valutazione molto accurata dei casi. I richiedenti asilo sono spesso traumatizzati, hanno subìto violenza o sono stremati dopo la lunga prigionia nei centri di detenzione in Libia. Fra le persone soccorse ci sono casi vulnerabili che hanno urgente bisogno di cure mediche e di assistenza psicologica. E’ escluso che si possa procedere alla definizione dello status di rifugiato in tempi così brevi ed in una condizione di precarietà quale può essere rappresentata da una nave in alto mare, per giunta immediatamente dopo il trasbordo.

Gli USA di Trump Brexit al quadrato

Trump ha deciso sul Muro di trascinare l’America in una crisi politico-istituzionale che ricorda, moltiplicata per mille, quella dell’Inghilterra di Brexit. Per due ragioni.

La prima: in entrambi i casi tutto origina da un’ossessione - poco importa se fondata o meno - che è, anche linguisticamente, la stessa al di qua e al di là dell’Atlantico: take back the control of our border. Riprendere il controllo delle frontiere per fermare l’immigrazione.

La seconda: impedire alle istituzioni rappresentative di riuscire ad imporre una via d’uscita alla crisi sulla base del principio cardine della moderna democrazia liberale: il compromesso parlamentare.

Due cause aggravate, soprattutto nel caso degli USA, da una lotta feroce per la supremazia all’interno della destra politica tra i conservatori moderati e gli estremisti neo populisti. Che Trump con la dichiarazione dello stato di emergenza di oggi ha deciso di spingere, costi quel che costi, alla resa dei conti finale. E’ da qui che bisogna partire per cercare di capire le ragioni di un atto che va ben al di là dell’azzardo. Per il trumpismo, infatti, il Muro da simbolo si è paradossalmente trasformato in una sorta di spartiacque esistenziale. Visto il disastroso esito delle elezioni di medio termine dello scorso novembre, quando i democratici hanno mietuto consensi come era loro riuscito solo dopo la defenestrazione di Nixon in conseguenza del Watergate. O rientrare nei ranghi, e per riguadagnare il voto dei moderati, chiudere il contenzioso del suo finanziamento accettando il compromesso siglato in Parlamento dai maggiorenti del suo partito e quelli dell’opposizione. Oppure, in omaggio al nucleo duro dell’America profonda a lui ancora assolutamente fedele, rilanciare con la dichiarazione dello stato di emergenza una sfida che ha come primo e fondamentale obbiettivo quello di mettere l’establishment repubblicano con le spalle al “Muro”.

Obbligandolo a decidere se , in base agli articoli dall’Emergencies Act del 1974, è fondata e legittima la sua richiesta di utilizzare, per la costruzione del Muro, fondi già altrimenti finalizzati dalla legge di bilancio parlamentare, oppure, d’intesa con l’opposizione, considerarla un’impropria espropriazione del Parlamento e quindi vietarla. Una miscela resa, se possibile, addirittura esplosiva dall’avvio della corsa alle elezioni presidenziali 2020. Alle quali Trump, anche se forse in cuor suo teme di non poter rivincere, sa che può arrivare solo se padrone incontrastato e assoluto del suo partito.

Anche l’Australia paga pegno all’immigrazione

Anche il paese dei canguri paga pegno sull’immigrazione. Martedì scorso, per la prima volta dal 1929, il governo in carica australiano è stato battuto dopo un aspro scontro parlamentare sulla condizione dei rifugiati. Con la differenza che mentre 90 anni fa l’allora primo ministro sconfitto si dimise convocando nuove elezioni, l’attuale Premier, il conservatore Scott Morrison, fa finta di niente e tira dritto per la sua strada. E per nulla intimorito dal voto di sfiducia ha ribadito che i clandestini, anche se malati, continueranno ad essere rinchiusi nei centri di detenzione, eretti fuori dai confini nazionali, sulle isole di Nauru e Manus in Papua Nuova Guinea. Convito che il pugno di ferro premierà i Conservatori alle elezioni già previste per maggio prossimo.

Eppure a Canberra qualcosa di nuovo è avvenuto. L’opposizione laburista, infatti, insieme ad altri partiti minori, è riuscita a far approvare un disegno di legge su una questione ritenuta fino a ieri un vero e proprio tabù della politica australiana: consentire l’accesso alle cure mediche negli ospedali nazionali ai richiedenti asilo che ne abbiano necessità. La proposta approvata con un solo voto di scarto, 75 a 74, prevede infatti che siano i medici e non i funzionari dell'immigration a decidere se e quali rifugiati hanno diritto ad essere trasportati per cure mediche in Australia dai centri di Nauru e Manus. Dopo il voto della Camera bassa, che nelle prossime ora sarà probabilmente confermato dal Senato, il premier Morrison ha escogitato una mossa a sorpresa. Facendo finta di accettare le indicazioni del Parlamento ha deciso di riaprire il contestato centro di detenzione sull'Isola di Natale, che a differenza di Nauru e Manus si trova sì in Australia ma dista migliaia di miglia dalla costa.

Sull’immigrazione Merkel non molla

In un’Europa di piccoli politici, Angela Merkel resta, nonostante tutto, un gigante. Ne ha dato prova pochi giorni fa con una mossa, sfuggita ai più, che in vista delle prossime elezioni UE potrebbe prendere in contropiede la squadra dei sovranisti proprio sul terreno a loro più caro: l’immigrazione.

Lo scorso 7 febbraio la Cancelliera è infatti volata a Bratislava per incontrare i capi di governo euroscettici e anti-immigrati del gruppo di Visegrad (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria). A spingerla nella tana dei lupi sono state le ragioni della realpolitik. Perché se è arcinoto che il quartetto dell’Est guidato da Orban adora ciò che lei odia (estremismo, xenofobia, populismo, nazionalismo), è altrettanto vero che i vitali rapporti economici e commerciali con la Germania costringono questi paesi ad abbassare la cresta. Per questo, consapevole che il rinnovo del Parlamento europeo si giocherà sull’immigrazione, la Cancelliera li ha convinti a sedersi al tavolo. Sottoscrivendo un mini-patto che in cambio di un maggiore sforzo UE nel contrasto all’immigrazione dall’Africa, li obbliga pro-futuro, in casi come quello della Seawatch, ad accettare quello che fino a ieri hanno sabotato: la redistribuzione dei rifugiati che sbarcano nelle coste greche, italiane e spagnole. Che a differenza di quella varata (e mai decollata) da Bruxelles ambisce a coinvolgere non tutti i 28 stati membri ma soltanto (per usare uno slogan caro alla Merkel) una coalizione di volenterosi.

Una vera e propria mossa del cavallo, quella della Cancelliera, che peraltro ha una doppia valenza. Oltre, infatti, a prosciugare il fango delle questioni migratorie in cui sguazzano molti leader del Vecchio Continente, potrebbe indebolire il peso dei sovranisti nel prossimo Parlamento europeo. Perché anche se il cuore del gruppo Visegrad batte per “famiglie” ben più estremiste, le ragioni di cui sopra li obbligheranno a portare i loro voti al gruppo dei popolari, guidato proprio dalla Germania. Che con la maggioranza parlamentare conquisterebbe grande voce nel capitolo delle nomine della nuova Commissione. Rompendo, così, le uova nel paniere dell’internazionale neopopulista.

Caduto il muro spera negli errori altrui

Il futuro di Trump dipende dai democratici. Sembra assurdo, eppure è così. Visto che, per come si sono messe le cose, solo un errore politico dei suoi avversari può, forse, consentire al tycoon newyorkese di uscire dall’angolo in cui la fissazione del Muro l’ha cacciato. Una situazione di difficoltà che il discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato l’altra sera ha, se possibile, ulteriormente aggravata. Costringendolo a commettere l’errore che un politico in caduta libera nei consensi non dovrebbe mai fare: tacere sui problemi e, per non riconoscere di aver sbagliato, parlare d’altro. Cosa che invece Trump ha fatto con spavalda protervia. Al punto che nel suo non breve intervento (il secondo più lungo speech presidenziale dopo quello pronunciato da Bill Clinton nel 2000) dello shutdown provocato dal braccio di ferro sul finanziamento del Muro non ha neppure pronunciata la parola.

Una scelta opportunistica che rischia, però, di rilevarsi disastrosa. Intanto perché non ha offerto il doveroso conforto alla parte “popolare” del suo elettorato che non ha gradito vedere per tre settimane milioni di americani lasciati a casa senza stipendio per una causa che molti considerano più un impuntatura politica che un problema del loro vivere quotidiano. Ma soprattutto perché non ha fornito, come si sarebbe aspettato dal Presidente, una possibile, accettabile soluzione del problema quando scadrà il prossimo 15 del mese la tregua concordata con l’opposizione democratica. Che dal canto suo dovrà però calibrare con attenzione le proprie mosse. Per evitare, come invece silenziosamente Trump ed i suoi sperano, che la sua ferma, e al momento vincente, opposizione all’aggressivo populismo divisivo trumpista si traduca in una pericolosa radicalizzazione a sinistra della sua offerta politica. Con il risultato di consentire a Donald di rimettere nel sacco le pive perdute sul Muro anticlandestini.

Prima i sauditi si è rivelato un boomerang

A Riad la politica del Prima i sauditi ha messo in ginocchio l’economia del Regno. Per capire questo classico caso di eterogenesi dei fini occorre riavvolgere il nastro al 2017. Quando per ridurre il tasso di disoccupazione tra gli autoctoni, schizzato al 12,9%, il governo dell’Arabia Saudita decise di cambiare la sua politica migratoria. Con l'obiettivo di svuotare il serbatoio di 12 milioni di immigrati (su un totale di 32 milioni di abitanti) che dal 1970 aveva attirato nell’industria edilizia, petrolifera e dei servizi alla persona. Per incentivarli a tornare a casa l’esecutivo wahabita decise di introdurre una tassa sui lavoratori dipendenti stranieri e il divieto di impiegarli in determinati settori.

Il vero grande problema è che oggi, 48 mesi dopo, l’operazione è riuscita alla grande. Tant’è che oltre 1 milione di immigrati ha fatto le valigie lasciando liberi altrettanti posti che, qui l’enorme imprevisto, nessuno dei disoccupati autoctoni ha voluto rimpiazzare. Per la semplice ragione che in quella che è dopo gli Usa la seconda meta mondiale per numero di stranieri in proporzione alla popolazione, i nuovi arrivati trovano sì occupazione ma come bassissima manovalanza a pessime condizioni retributive e di vita. Prova ne è il fatto che dal momento in cui entrano nel paese, le loro sorti, libertà di movimento inclusa, dipendono dai padroni sauditi che detengono, come strumenti di ritorsione, i rispettivi passaporti.

Il risultato è che adesso il governo non sa che pesci prendere. Se torna sui suoi passi, rischia di perdere credibilità e consenso tra i tanti sostenitori del Prima i sauditi. Ma se va avanti su questa strada deve fare i conti con la rabbia e la frustrazione dei disoccupati autoctoni che chiedono lavoro all’altezza delle loro aspettative. E con i tanti imprenditori che nonostante il ciclo economico assai poco favorevole (complice il crollo del prezzo del petrolio sotto i 55$ al barile) hanno bisogno di manodopera che non trovano.

Una disavventura, quella del governo saudita, forse utile ai tanti che in mezzo mondo, soprattutto occidentale, credono di dettare a colpi di norme e slogan tempi e modi delle dinamiche migratorie. Sottovalutando i desiderata di Sua Maestà il mercato.

Negli USA non ci sarebbe mai stato un caso Diciotti

Dagli Usa di Trump all’Italia di Salvini, i confini tra politica e diritto dell’immigrazione sembrano sempre più labili e complessi. Abbiamo chiesto lumi al Prof. Mario Savino, ordinario di diritto amministrativo all’Università della Tuscia e cofondatore della neonata Accademia di Diritto e Migrazione (ADiM) che riunisce oltre duecento studiosi della materia.   

 1) Sui temi dell'immigrazione, lo scontro tra politica e magistratura non riguarda soltanto l'Italia ma, ad esempio, anche gli Usa di Trump. Oltreoceano i giudici sono intervenuti a più riprese contro i provvedimenti del Presidente ma senza mai arrivare a ipotesi di reati penali. Da noi, invece, pochi giorni fa il Tribunale dei Ministri ha chiesto al Parlamento l'autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini per le scelte prese la scorsa estate sul casa Diciotti. Ci aiuta a capire se si tratta di differenze, quella tra Usa e Italia, dovute a questioni squisitamente giuridiche?

La dialettica tra governo e magistratura, nelle democrazie liberali, è fisiologica. Ed è inevitabile che si faccia più intensa in un ambito – l’immigrazione – nel quale si sperimentano misure via via più restrittive che sfidano i principi cardine dello stato di diritto e della rule of law. Quando il parlamento o il governo adottano misure che limitano le libertà individuali, spetta alle corti vigilare sulla compatibilità di quelle limitazioni con il diritto domestico e sovranazionale.

Vi è, però, una differenza importante tra Stati Uniti e Italia, che riguarda il principio di non interferenza della magistratura nelle questioni politiche. Negli Stati Uniti, la political question doctrine ha una tradizione consolidata, risalente alla decisione della Corte Suprema nel caso Marbury v Madison (1803). In quella occasione, il giudice Marshall stabilì che, quando un membro dell’esecutivo ha un potere discrezionale attinente alla sfera politica, nessuno standard giuridico può vincolarlo e nessuna corte può sindacarlo. Un’altra fondamentale pronuncia – Baker v Carr (1962) – ha individuato i caratteri propri di una “questione politica”: tra questi, l’attribuzione all’esecutivo del potere da parte di una norma costituzionale, l’assenza di uno standard di decisione “judicially discoverable and manageable”, l’impossibilità per una corte di decidere senza interferire nelle scelte dell’esecutivo. Dunque, se una questione è eminentemente politica, le corti statunitensi devono rifiutarsi di giudicare il caso e lasciare che la questione sia risolta tramite il processo politico. Ovviamente, il discorso cambia quando la decisione politica si traduce in misure legislative o amministrative – come è avvenuto con i Muslim bans adottati dall’amministrazione Trump nel 2017 – che, incidendo su diritti e principi costituzionali, sono sottoposte al vaglio di legittimità delle corti.

Veniamo all’esercizio dell’azione penale nei confronti di esponenti di governo. Negli Stati Uniti, prevale l’esigenza di preservare l’equilibrio tra i poteri ed evitare conflitti che collochino un potere al di sopra dell’altro. La Costituzione statunitense disciplina la procedura di impeachment, assegnando soltanto alle Camere il potere di iniziativa e decisione al solo fine della destituzione dall’incarico pubblico. L’idea che un giudice possa incriminare il presidente o un membro del suo Cabinet in carica è così estranea a quella cultura che la Costituzione non disciplina neppure l’ipotesi. Interpellato su questa possibilità, l’Office of Legal Counsel del Dipartimento della Giustizia ha ribadito – negli unici due casi della storia (nel 1973 con riguardo a Richard Nixon e nel 2000 dopo l’impeachment di Bill Clinton) – che l’incriminazione di un presidente costituirebbe un evento politicamente e costituzionalmente traumatico, che sovvertirebbe le dinamiche del sistema di governo “in profound and necessarily unpredictable ways”.

E’ evidente la distanza da ciò che accade in Italia. Il principio di non interferenza – pur affermato dalla Corte costituzionale (ad esempio, sent. n. 52/2016) e stabilito in norme generali, come l’art. 7 del codice del processo amministrativo, secondo cui “non sono impugnabili gli atti o provvedimenti emanati dal Governo nell’esercizio del potere politico” – è condizionato dal “pangiuridismo” imperante. Come ricorda Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 27 gennaio, l’equilibrio tra i poteri funziona se l’opinione pubblica impone agli attori in gioco di rispettarlo. E invece l’“antipolitica” come “tradizione più forcaiola che liberale” avvicina spesso l’Italia alla deriva illiberale della “democrazia giudiziaria”, cioè a una democrazia nella quale la discrezionalità politica è letteralmente sub judice. Si pensi al vasto consenso che accompagnò l’operazione “mani pulite”o alla contrarietà del M5S all’istituto dell’immunità parlamentare previsto in Costituzione.

Venendo ai nostri giorni, emblematica è la decisione del Tribunale di Catania, che, nella veste di Tribunale dei ministri, ha inviato al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere per sequestro di persona aggravato (art. 605 c.p.) nei confronti del Ministro dell’interno Salvini in relazione al caso Diciotti. Secondo i giudici catanesi, la scelta del Ministro di negare per 5 giorni lo sbarco ai migranti rimasti a bordo della nave Diciotti nel porto di Catania non può considerarsi “atto politico”, dovendo tale categoria “implementarsi in quella più ampia cornice di legalità, costituzionale ed europea, che ne ridimensiona il suo tradizionale privilegio di insindacabilità”. Così, dal sano rigetto dell’idea assolutista del sovrano “legibus solutus” si passa al suo opposto, non meno illiberale.

 2) La Commissione UE sta valutando se e come introdurre visti umanitari europei che ogni stato membro, attraverso le ambasciate, può rilasciare a chi dimostra di necessitare protezione internazionale e di entrare in tutta sicurezza in Europa per chiedere asilo. Può essere questa una terza via da seguire per smarcarsi dall'incudine della fermezza senza buon senso e dal martello della flessibilità senza princìpi?

Non credo molto in questa possibilità, non solo per il difficile contesto politico attuale, ma anche per i limiti di praticabilità giuridico-amministrativa di questa soluzione. Di “Protected Entry Procedures”, cioè di procedure che consentano ai rifugiati di presentare una richiesta di asilo presso le ambasciate dei paesi europei, si parla a Bruxelles da un ventennio. Il primo studio di fattibilità promosso dalla Commissione europea, risalente al 2002, coraggiosamente invitava a istituire procedure di ingresso protetto come via di ingresso permanente e non solo emergenziale, legata a specifiche situazioni di crisi umanitaria. Tuttavia, a un più attento esame, emersero i limiti di questa opzione: la necessità di un notevole potenziamento delle capacità operative delle ambasciate; la difficoltà di assicurare l’assistenza legale e il pieno rispetto delle norme europee sul giusto procedimento a sud del Mediterraneo; la difficile gestione di una procedura in due fasi, con valutazione preliminare nel paese terzo e decisione finale nel paese europeo di destinazione, responsabile a quel punto dell’onerosa accoglienza o del difficile rimpatrio.

Certo, prevedere visti umanitari non del singolo Stato membro ma dell’Unione potrebbe servire a prevenire l’asylum shopping da parte dei rifugiati, che altrimenti sarebbero più propensi a chiedere un visto umanitario all’ambasciata tedesca che a quella bulgara. Tuttavia, il problema del paese europeo di destinazione riemerge nella fase successiva: quale Stato membro deve farsi carico di chi giunga in Europa con un visto umanitario europeo?

Come si vede, in assenza di una riforma del regolamento Dublino che porti all’individuazione di un meccanismo adeguato di condivisione e riparto degli oneri di accoglienza (c.d burden-sharing), tanto l’opzione dei visti umanitari quanto l’opzione del reinsediamento (o resettlement) sono destinate a incontrare un ostacolo insormontabile.

3) Secondo molti osservatori, le prossime elezioni europee si giocheranno sull'immigrazione. Può spiegarci il perchè?   

Ci sono almeno due motivi. Il primo è che l’immigrazione è ormai divenuta la maggiore preoccupazione dei cittadini europei. Secondo l’ultimo sondaggio di Eurobarometer, il 40 per cento degli intervistati ha indicato nella gestione dei flussi migratori il principale problema del “vecchio continente”. Seguono terrorismo, debiti pubblici statali e situazione economica, con percentuali oscillanti tra il 18 e il 20 per cento.

Il secondo motivo è la determinazione dei movimenti populisti e sovranisti a utilizzare l’immigrazione come tema dominante. Questa scelta consente loro di mascherare la relativa povertà della loro agenda politica. Al contempo, li aiuta a veicolare un messaggio di rilancio del welfare e di redistribuzione in favore dei “nazionali” che, pur avendo un basso tasso di praticabilità finanziaria, ha un enorme potenziale di consenso sia a livello nazionale (“prima gli italiani!”) sia a livello sovranazionale (“prima gli europei!”).

In questo humus, ideale per la proliferazione di fake news e le manipolazioni di dati ed evidenze empiriche, è essenziale contribuire allo sviluppo di un dibattito pubblico informato. E’ necessario, cioè, promuovere la disseminazione di dati affidabili e di analisi rigorose, sia per informare gli elettori, sia per rafforzare la capacità di argomentazione e persuasione degli esponenti politici, che troppo spesso partecipano impreparati ai dibattiti in questa materia.

L’immigrazione spacca il trumpismo

Per Trump la retromarcia sul duro braccio di ferro con i democratici sulla costruzione del Muro anti clandestini al confine con il Messico rischia di essere molto più di una pur pesante sconfitta tattica. Per il semplice motivo che la vera ragione che lo ha obbligato a tornare indietro dal suo ukase sta nella frattura politica determinata dalla vicenda del Muro nel fronte populista che lo aveva eletto a suo rappresentante. Che per la prima volta ha messo in discussione la grande alleanza tra big business e ceti popolari abilmente costruita dal magnate newyorkese con la parola d’ordine make America great again. Che molti suoi elettori del ceto medio e del lavoro dipendente hanno invece considerato tradita dallo shutdown che ha lasciato a casa senza stipendio milioni di famiglie di impiegati delle agenzie federali e di dipendenti delle aziende dell’indotto ad esse collegate.

Una umanità per la quale la lotta all’immigrazione va bene se colpisce gli odiati takers (gli approfittatori) ma non, come in questo caso, molti incolpevoli makers (produttori). Ed è qui che l’indubbia genialità del progetto di Trump di trasformare il partito repubblicano da esangue rappresentante del big business in un grande partito conservatore di massa ha mostrato per la prima volta la corda. E’ come se l’accecamento anti immigrati lo abbia privato della capacità politica che fino a ieri gli aveva consentito di venire a capo anche delle situazioni più spinose. Come quella, ad esempio, di riuscire a fare accettare ai poveri un colossale taglio delle tasse ai ricchi. E, all’opposto, di fare ingoiare ai secondi, facendo finta di volerlo cancellare, la continuazione dell’Obamacare per i primi. Una novità tanto improvvisa quanto imprevista che può seriamente costare al “nostro” non solo la rielezione ma addirittura la candidatura alle elezioni presidenziali del 2020.

Come evitare nuovi casi Sea Watch

Contro l’avanzata dei sovranisti non basta urlare più Europa. Servono, invece, più idee. Indispensabili, specie sui temi dell’immigrazione, per andare oltre la dicotomia tra il partito della fermezza senza buon senso e quella della flessibilità priva di princìpi. Qualche speranza arriva da Bruxelles. Dove una task force di esperti, nel silenzio dei media, è al lavoro per evitare nuovi casi Sea Watch. O, quantomeno, impedire che in queste situazioni i richiedenti asilo vengano confusi e trattati, come accade in queste ore, alla stregua degli immigrati economici (illegali) che viaggiano con loro.

Su richiesta del Parlamento UE, gli esperti della Commissione europea presenteranno, infatti, il prossimo 31 marzo, un disegno legislativo per migliorare la gestione di quei flussi migratori definiti misti perché vedono immigrati e rifugiati muoversi lungo le stesse rotte. Ai sensi del diritto internazionale i primi vanno rimpatriati, i secondi no. Distinguerli, tuttavia, è spesso impresa ardua se non impossibile. Pensiamo, ad esempio, ai 47 migranti a bordo della nave della Ong tedesca Sea Watch che in queste ore davanti al porto di Siracusa chiede invano di attraccare. Sappiamo che ci sono anche dei richiedenti asilo. Ma li trattiamo come i loro compagni di viaggio immigrati economici illegali nell’attesa che si risolva la querelle internazionale sul dove e come accoglierli.

Per risolvere questo problema, che rappresenta una sistematica violazione della Convenzione di Ginevra sui rifugiati, la soluzione al vaglio dell’esecutivo di Bruxelles si chiama Visto umanitario europeo. Che ogni Stato membro, attraverso ambasciate e consolati nei paesi di origine degli immigrati, potrebbe rilasciare a chi dimostra (verranno fatti controlli incrociati con le banche dati UE) di aver bisogno di protezione per entrare e chiedere asilo in Europa senza rischiare la vita.

Una sorta di corridoio umanitario governativo, non affidato a iniziative di volontariato una tantum, che per gli esperti UE avrebbe tre vantaggi:

- Ridurrel'intollerabile numero di vittime nel Mediterraneo e sulle rotte migratorie verso l'UE: almeno 30.000 persone sono morte alle frontiere dell'UE dal 2000”.

- Combattereil business dei trafficanti di esseri umani”.

- Ottimizzareil bilancio degli stati membri”.

La ciliegina sulla torta potrebbe essere la creazione di un quadro armonizzato di procedure comuni di ingresso protetto. Ma sarebbe davvero chiedere troppo all’orgoglio nazionale di 28 stati (non sappiamo se e quando ci sarà davvero Brexit) che ormai faticano persino a sedersi insieme intorno a un tavolo.