Dopo Trump l’immigrazione Usa non sarà più la stessa

Che Donald Trump sia difficile da gestire politicamente lo hanno ormai capito, a proprie spese, sia amici che nemici. Non c’è dubbio però che, al di là dell’ indubbio cattivo carattere, ci deve essere dell’altro nella sua mente che lo spinge, ostinatamente, a “mettersi di traverso” ad ogni sia pur minima, possibile intesa tra repubblicani e democratici sull’esplosivo dossier dell’immigrazione. Mentre il calendario continua, inesorabile, a correre verso il 6 Marzo prossimo. Quando, a causa della cancellazione da lui voluta in tutti i modi del DACA -(Deferred Action Children Arrivals varato per decreto da Obama nel 2014)- 700 mila giovani immigrati, privati di ogni forma di protezione, rischiano per legge di essere deportati in blocco.

Un problema non solo senza precedenti nella pur lunga e tormentata storia dell’immigration yankee ma che rischia di diventare grande come una casa. Visto che dei ragazzi DACA l’inflessibile agenzia americana della Home Security conosce non solo vita e miracoli. Ma nomi, cognomi, numeri di telefono e abitazioni. Ragione per la quale, differentemente dagli altri milioni di immigrati che evita di rimandare a casa con la scusa che ne ignora l’identità, nel loro caso, invece, avrebbe qualche serio imbarazzo a giustificarne la eventuale mancata espulsione. Una faccenda a dir poco maledettamente ingarbugliata. Ed è per questo, essendo impensabile che il Presidente non abbia contezza della sua esplosività, è giusto chiedersi perché faccia di tutto meno che provare a risolverla. Al punto, dando il meglio di sé, di mandare all’aria con un tweeter infuocato anche l’ultima proposta di un possibile deal (scambio) bypartisan ipotizzata da un autorevole gruppo di volenterosi parlamentari della “sua” maggioranza e dell’opposizione. I primi pronti a “sanare” definitivamente i giovani irregolari, i secondi a turarsi il naso e finanziare il Muro, da lui tanto amato, sul confine Messicano.

La verità è che Trump, anche a rischio che la bomba DACA finisca per scoppiargli in mano, punta ad usare la loro regolarizzazione come una clava. Per imporre al recalcitrante establishment politico, compresi molti repubblicani, ciò che gli chiede la sua base elettorale: un taglio secco dell’immigrazione. Ed in particolare, sforbiciando i ricongiungimenti familiari ed azzerando i visti della lotteria, quella dal Terzo Mondo: non bianca e neppure cristiana.

Ikea & Co contrari al giro di vite anti-immigrati

Dal braccio di ferro in atto sull’immigrazione tra imprenditori e governo svedese, anche l’Italia può trarre qualche insegnamento. Nel weekend appena concluso, infatti, il mondo delle imprese scandinave, da Eriksson a Ikea, ha pubblicato un appello contro il giro di vite anti-immigrati voluto dall’esecutivo di Stoccolma che rischia di penalizzare anche quelli altamente qualificati, di cui il business sembra proprio non poter fare a meno.

Uno scenario che, però, solo in apparenza ricorda quello del Bel Paese, dove tutti parlano male dei nuovi arrivati ma nessun sembra intenzionato a rinunciarci.

La differenza sta nel fatto che mentre gli imprenditori svedesi chiedono pubblicamente talenti stranieri da assumere in regola, quelli italiani si accontentano, in silenzio, di usare in nero manodopera immigrata scarsamente specializzata. Loro vogliono cervelli, noi braccia da sfruttare, specie nell’edilizia, nella ristorazione e in agricoltura. Una verità confermata dai dati.

La Svezia, che non ha rivali nell’UE per numero di rifugiati in proporzione alla popolazione, ha ricevuto negli ultimi anni un boom di profughi siriani, istruiti e professionalmente attrezzati. L’Italia, meta UE n.1 per mole di sbarchi, ha accolto un fiume di immigrati illegali, soprattutto nigeriani, per lo più giovani, maschi con bassissimi livelli di istruzione e formazione.

Dati che confermano quello che a molti non va proprio giù: l’immigrazione non è sempre e soltanto un fenomeno spontaneo, ma spintaneo. A dettarne tempi e modi non è esclusivamente il caso o il bisogno, ma anche l’interesse. Visto che la legge della domanda e dell’offerta vale, eccome, anche nel mercato illegale. Se scelgono il nostro paese, non è solo perché lo vogliono, ma li vogliono. L’imprenditore chiama e loro rispondono. È, forse, per questo che anche dalla composizione dei flussi migratori si può ricavare la radiografia di come funziona un paese.

Legga qui chi dice aiutiamoli a casa loro

L’immigrazione non si ferma con l’aiuto allo sviluppo. Meglio. Ritenere, come molti dalle nostre parti fanno, che con agli attuali programmi di sostegno economico delle nazioni povere è possibile rimuovere le cause alla base dell’emigrazione Sud-Nord è, alla prova dei fatti, un pio desiderio. Forse nobile ma pur sempre illusorio. Per capire il perché basta leggere - dopo quello che ha scritto su questa questione il Migration Policy Institute di Washington  (segnalato a suo tempo da West) - il rapporto appena sfornato dall’americano Center for Global Development. Che posta a mo’ di titolo la domanda:"can development assistance deter emigration?" risponde, in poche pagine e con molti numeri, un secco no. Per quattro regioni.

La prima: fino ad oggi, al di là di roboanti proclami e di tante buone intenzioni, nessuno ha ancora spiegato quali sarebbero le “root causes” (le ragioni di fondo) delle migrazioni che l’aiuto allo sviluppo dovrebbe curare. Una carenza negativamente confermata dalla indeterminatezza che, ad oggi, presentano i vaghi e poco dettagliati piani di interventi previsti, al riguardo, dall’EU Trust Fund for Africa.

La seconda: se si pensa al “salto economico” delle aree povere del pianeta per fermare l’emigrazione è bene fare presente che fino ad oggi essa è rallentata solo nei paesi il cui reddito interno, lasciata la soglia della povertà, ha raggiunto un livello annuo pro capite relativamente elevato (8-10mila dollari). Un obiettivo che le nazioni più arretrate, agli attuali trend di sviluppo, difficilmente potrebbero realizzare prima del 2198.

La terza: esiste una chiara, indiscutibile relazione negativa tra occupazione dei giovani ed emigrazione. Più cresce la prima , più diminuisce la seconda. Ma attenzione! Perché i dati dimostrano anche che la propensione all’emigrazione resta comunque più elevata dai paesi che stanno relativamente meglio, qualunque sia il livello dei loro giovani occupati, rispetto a quelli che stanno peggio. Detto in altri termini: è vero che l’occupazione dei giovani riduce l’emigrazione ma solo nei paesi che continuano a rimanere poveri.

La quarta: cambiare paese per migliorare il proprio livello di vita rappresenta, per chi lo fa, un investimento economico e, ad un tempo, una sorta di assicurazione sul futuro. In entrambi i casi verrebbe da pensare che il miglioramento delle condizioni economiche in Patria dovrebbe ridurre la capacità di attrazione di questi due “sogni”.Ma non è sempre e comunque vero. Per la semplice ragione che avere a disposizione più risorse per molti significa avere i mezzi necessari per tentare “il grande balzo” fino ad allora neppure preso in considerazione perché assolutamente proibitivo per le proprie tasche. Tanto è vero che negli ultimi 50 anni l’emigrazione è rimasta stabilmente bassa dalle nazioni più arretrate mentre è cresciuta in 67 delle 71 nazioni che, nella scala della distribuzione del reddito a livello mondiale, si sono staccate dalle ultime posizioni raggiungendo metà classifica.

Insomma se non vogliamo continuare ad illudere e ad illuderci bisogna accettare una verità tanto semplice quanto fino ad oggi rifiutata: non è vero che se li aiutiamo a casa loro non vengono. E convincerci, finalmente, che l'aiuto allo sviluppo anziché essere pensato e finalizzato al blocco dell'immigrazione sarebbe assai più efficace se venisse usato, in tandem con le nazioni di partenza, per governarla verso quella che, a parole, tutti dicono vorrebbero che fosse.

Il Mare Nostrum dell’immigrazione ora parla spagnolo

L’immigrazione torna a far tremare la Spagna. A gennaio 2018 ha ricevuto via mare 1.300 immigrati: +20% rispetto allo stesso periodo del 2017. Numeri non da capogiro ma allarmanti perché in deciso aumento rispetto al triennio 2014/2016 quando i nuovo arrivati non superavano la media di 400 al mese. Di qui la frenesia del governo di Madrid che, dopo aver fatto spallucce di fronte all’emergenza profughi in Italia, ieri ha chiesto a gran voce all’UE di siglare con il Marocco un accordo simile a quello esistente con la Turchia per frenare i flussi migratori illegali nel paese. Che però violerebbe il principio di non respingimento verso Stati terzi imposto all’Italia con la neonata operazione Themis sul Mediterraneo.

Per scongiurare il boom di sbarchi, il governo iberico sembra pronto a tutto. Oltre al pressing su Bruxelles, c’è anche quello sui paesi africani. Il Ministro degli Interni Joan Ignacio Zoido arriva oggi in Senegal e Mauritania per fissare patti chiari e precisi nella lotta all’immigrazione clandestina. Contro l’eventuale ondata di stranieri, Madrid affila le armi anche in casa. Ha appena avviato la costruzione di tre centri di identificazione ed espulsione, ciascuno con una capienza di 750 persone, ad Algeciras per ospitare i migranti che dal Marocco arrivano via mare ad Almeria, Murcia ed Alicante.

Un tentativo di sigillare le frontiere che ha aperto uno scontro frontale tra il governo e uno schieramento traversale pro-immigrazione guidato dalle Ong. Un braccio di ferro che ricorda da vicino quello dell’estate scorsa tra il nostro Ministro dell’Interno e le big del volontariato che organizzavano operazioni di soccorso e salvataggio nel Mediterraneo. Per le organizzazioni non governative spagnole è doveroso accogliere tutti, senza se e senza ma, evitando di distinguere gli immigrati economici dai rifugiati. Di diverso avviso l’esecutivo guidato dal Premier Roy, disposto ad accogliere solo i secondi. Insomma, nulla di nuovo sotto il cielo dell’immigrazione.

A Macerata la sinistra fa autogol

Nelle elezioni del prossimo 4 marzo Macerata sarà per la sinistra quello che Caporetto è stato per l’Italia: un disastro politico, di immagine e, cosa ancora più grave, morale. In primo luogo perché il corteo di sabato, per ciò che si è visto e sentito, è stato usato, anche al di là della volontà di molti presenti, come l’ennesimo regolamento di conti tra due mondi della sinistra tra loro ogni giorno più lontani.

Al punto da consentire ad alcuni (non pochi) dissennati di essere autorizzati ad alzare l’indice accusatore contro Minniti (lo sbirro PD) anziché contro gli assassini di Pamela. Ed in un delirio di autolesionistico disfattismo mettere il silenzio a qualunque forma di solidarietà con le forze dell’ordine che, nelle stesse ore, li stavano incastrando ed arrestando. Ma soprattutto perché, purtroppo, l’incertezza ai limiti dell’autocensura che impedisce alla sinistra (presente e assente dal corteo) da troppo tempo di dire parole chiare sul tema dell’immigrazione, e di quella clandestina in particolare, ha finito per trasformare Macerata agli occhi del Paese in un doloroso, pericolosissimo boomerang. Capace non solo di far passare in secondo ordine le colpe di chi soffia sul fuoco anti immigrati per guadagnare voti. Ma di scavare un fossato morale tra la giusta ma algida ideologia pro-immigrati ed il comune sentire di tanti che a causa loro si sentono, a torto o a ragione, stranieri a casa propria.

E nei confronti dei quali la sinistra, ricordando che in politica i sentimenti contano, e come contano!, anziché far spallucce dovrebbe usare parole giuste e atti concreti, per lenire le difficoltà della loro condizione. Per la semplice ragione che, come la Storia ci ricorda, anche la più diabolica ideologia anti stranieri non fa presa se la loro presenza non è percepita e vissuta da molti come una minaccia reale. E sulla quale l’anti razzismo rischia di scivolare come l’acqua sull’argilla.

Quanti sono gli immigrati illegali negli USA?

In base alle ultime stime sull'immigrazione clandestina elaborate dall'ufficio statistico del Department Homeland Security (DHL) americano, gli immigrati illegali presenti sul territorio statunitense nel 2012 erano 11,4 milioni (in leggero calo rispetto agli 11,5 milioni del 2011). Metà dei quali (54%) concentrati in quattro stati: California ((27%), Texas (13%), New York (8%), Florida (6%).

Nel 2016 quanti immigrati illegali sono stati fermati negli USA ?

Sul suolo americano il Department Homeland Security nel 2016 ha individuato e fermato 530.250 inadmissible noncitizens (immigrati irregolari), e sul confine meridionale il Border Patrol ne ha intercettati e respinti 415.816. Tra questi ultimi 14.444 minori non accompagnati e 25.628 i gruppi familiari (in genere madre con figli al seguito).

Nel 2016 quanti immigrati illegali sono stati rimpatriati dagli USA?

Nel 2016 gli immigrati illegali che hanno lasciato gli USA sono stati 446.223. Di questi 340.056 (76%) espulsi e deportati e 106.167 (24%) rimpatriati (molti volontariamente).

Sull’immigrazione si fanno promesse non proposte

L’immigrazione sarà l’argomento che più di altri condizionerà le prossime elezioni. E allora, a meno di un mese dall'appuntamento con le urne, vediamo quali sono le posizioni delle principali forze politiche. Sfogliando i programmi elettorali balza subito agli occhi che tutti, ma proprio tutti, puntano più su vaghe e irrealistiche promesse che su proposte. Ma soprattutto manca un discorso di verità agli italiani. Un fenomeno epocale come quello dell'immigrazione non può essere arrestato, ma solo governato. Quindi la vera unica proposta, che nessuno però fa, è come rendere fisiologico un problema che oggi è patologico.

Il refrain più di moda è “aiutiamoli a casa loro” della Lega. Declinato in modo meno rude da Forza Italia, che evoca un nuovo Piano Marshall, e il Movimento 5 Stelle che parla genericamente di “aiuti economici ai Paesi in via di sviluppo” in linea con il Partito democratico. Ma siamo proprio sicuri che aiutandoli a casa loro i flussi si bloccheranno? No, perché come spiegava tempo addietro un articolo di West “non è vero che lo sviluppo è in grado, sempre e comunque, di frenare l'immigrazione”. E poi il Piano Marshall, una formula altisonante e di grande successo che fa riferimento al secolo scorso, un'altra era. Inoltre chi dovrebbe finanziarlo, l’Italia o l’Unione europea? Nessuno lo spiega, ma viste le ambiguità dell’Europa sarà difficile coinvolgerla attivamente. E gli ultimi governi lo hanno già sperimentato.

Altro argomento che tiene banco è quello dei rimpatri. La Lega propone il “ritorno forzato nei Paesi di provenienza per chi è illegale”. Sulla stessa linea Forza Italia. In una recente intervista Berlusconi ha detto testualmente: "In Italia si contano almeno 630mila migranti di cui solo il 5%, e cioè 30mila, ha diritto di restare in quanto rifugiati e cioè fuggiti da guerra e morte. Gli altri 600 mila sono una bomba sociale pronta a esplodere, perché vivono di espedienti e di reati". Un vero genio della propaganda. Intanto l'espulsione di un numero di persone pari a due volte la popolazione di una città come Catania è irrealistica perché irrealizzabile. E poi perché si sorvola su un problema che tanto piccolo non è: il codice penale italiano. E’ bene ricordare che avendo la Bossi-Fini introdotto il reato di immigrazione clandestina, e che da noi esistono tre gradi di giudizio, promettere l’espulsione di 600mila immigrati diventa fantapolitica. Più sfumata la posizione del Pd che proseguendo sulla linea-Minniti punta alla diminuzione degli sbarchi favorendo intese con gli Stati di partenza e di transito. Mentre il M5s punta all'obiettivo "sbarchi zero", ma senza fornire le necessarie coordinate.

E poi c’è il tema Dublino, ovvero il regolamento in materia di asilo. Secondo il quale la domanda va presentata nello Stato dove il richiedente ha fatto il suo ingresso nell'Unione europea. Tutti i partiti e movimenti sono per una revisione, a iniziare dal centrodestra, che con Salvini minaccia barricate in Europa. Ma quel regolamento, nel 2003, l'Italia lo firmò perché all'epoca la “minaccia” riguardava la Germania, con l'immigrazione da Est. A distanza di 15 anni la situazione si è ribaltata, e ora a frenare la revisione sono, per paradosso, proprio quei Paesi dell'Europa orientale (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia riuniti nel Gruppo di Visegrad). Gli stessi Stati che rifiutano anche il ricollocamento dei rifugiati.

Ricollocamento che in molti invocano, a partire dai 5 Stelle che propongono l'obbligatorietà per tutti i Paesi Ue e l'estensione agli immigrati economici. Anche il Pd spinge per la redistribuzione delle quote di richiedenti asilo, ma i suoi governi hanno già fatto i conti con lo stallo creato dai Paesi dell’Est. Dalla Lega e Forza Italia silenzio, forse per evitare imbarazzi con i tanti alleati che hanno sul fronte di Visegrad.

Accoglienza, questa sconosciuta. A parlarne in maniera stringata è il Pd che si limita a ripetere l’obbligo di salvare vite umane in mare e accogliere chi fugge da guerre e persecuzioni. Il Movimento 5 Stelle chiede invece "vie legali e sicure di accesso all'Ue", una “rivisitazione” del sistema di accoglienza e la velocizzazione dell’esame delle richieste di asilo. Frasi fatte che non impegnano nessuno. Liberi e Uguali invece si spinge un po’ più in là proponendo un sistema di accoglienza "rigoroso, diffuso e integrato". Tre aggettivi condivisibili a patto di sapere come passare dalle buone intenzioni alle pratiche quotidiane. Una possibilità che sembra allontanarsi leggendo più avanti che l'obiettivo più importante del cartello elettorale della sinistra è "il superamento della gestione straordinaria che troppi scandali e distorsioni ha generato". Facendo finta di dimenticare che in Italia per cambiare il modo di operare della burocrazia le parole servono a poco.

A riprova che sull'immigrazione si continua a mentire agli elettori basta il tanto sbandierato slogan della Lega: "Chiudiamo le frontiere!". Quali, quelle a nord con i Paesi europei o quelle a sud con il Mar Mediterraneo?

La nazione ospizio che dice no agli immigrati

Per il Giappone l’immigrazione non è la soluzione all’invecchiamento della popolazione. Rischia di diventare una sorta di Stato-ospizio ma dice no agli immigrati. Sul totale della popolazione, il 30% è over-65, mentre la gioventù è merce sempre più rara. Visto che oggi i ventenni sono dimezzati rispetto a quelli degli anni Novanta del secolo scorso. Nel 2017 i neonati, mai così pochi dal 1899, sono scesi, a fronte di 1,3 milioni di decessi, a 941 mila. Di questo passo, per le statistiche nazionali, i giapponesi scenderanno, entro il 2065, dagli attuali 126 milioni a poco meno di 88 milioni.

Sul perché di questo declino demografico, che ricorda da vicino quello italiano, siamo tutti d’accordo. E’ il sub-prodotto della modernità e delle conquiste occidentali: istruzione e lavoro anche per le donne; anticoncezionali; miglioramento dei sistemi socio-sanitari, solo per fare alcuni esempi.

Sul come risolverlo le opinioni, divergono. Molti paesi scelgono di spalancare le porte agli immigrati, mentre le autorità del paese del Sol Levante sono convinte del contrario. Nel 2016 su 10 mila domande d’asilo ne hanno accolte 28. Cifra infima ma sufficiente ad allarmare le autorità di Tokyo perché in aumento rispetto ai 27 del 2015, agli 11 del 2014 e ai 6 del 2013. In termini assoluti il Giappone ospita appena 2.419 rifugiati.

Lo scenario non cambia per gli immigrati economici. Nonostante siano aumentati del 160% tra il 1990 e il 2016, rappresentano appena l’1,8% della popolazione giapponese.

Attenzione, però, non si tratta di uno stato isolato. Non è, insomma, la Corea del Nord. Tra visti turistici e permessi di lavoro temporanei ogni anno vanno e vengono dal Giappone 24 milioni di stranieri. A essere disincentivati non sono, dunque, quelli che gli americani chiamano birds of passage ma quelli che intendono stabilirsi in modo permanente. Una politica che, lo ha detto il Premier Shinzo Abe nel suo discorso di fine anno, rimarrà tale anche nel prossimo futuro. Perché, a suo avviso, le risposte al declino demografico, anziché da un aiuto esterno, devono arrivare dalle proprie forze. In due mosse.

La prima: rafforzare le politiche per la famiglia. Con particolare attenzione a favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro delle mamme in carriera. Che spesso, rispetto ai colleghi maschi, sono penalizzate non solo dalla carenze di servizi e misure economiche. Ma anche dai retaggi culturali dei partner che, ad esempio, solo nel 3,6% dei casi ricorrono al congedo di paternità.

La seconda: maxi-investimenti sui mezzi di produzione. Come si legge in un dettagliato rapporto della Bank of Japan, per compensare la mancanza di manodopera, meglio aumentare la percentuale di spesa dedicata a diventare più efficienti. Saranno, dunque, i robot a fare in Giappone, almeno in teoria, quello che gli immigrati fanno in altri paesi. Non solo in fabbrica ma anche nel comparto dei servizi di assistenza alle persone. Sono, infatti, in aumento le case di riposo dove super automi multitasking allietano e tengono in forma il corpo e la mente dei pensionati con gli occhi a mandorla.

Con Themis l’immigrazione fa meno paura all’Italia

È proprio vero che con la pazienza arrivano i migliori risultati. Da oggi, come aveva scritto questo giornale sette mesi fa, gli immigrati soccorsi nel Mediterraneo dovranno essere trasferiti nel porto più vicino al punto in cui è avvenuto il salvataggio. Lo stabilisce un accordo siglato dall’Italia con Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera che, al posto di Triton, ha appena lanciato l’operazione Themis. Non un semplice cambio di sigle, ma un deciso passo avanti nella direzione già indicata lo scorso luglio dal governo italiano.

La nuova missione, infatti, opererà in base alla legge del mare, finora disattesa, della Convenzione di Amburgo del 1979. Secondo la quale, nelle acque internazionali, l’onere dell’accoglienza dei naufraghi spetta, a prescindere da chi effettua le operazioni di salvataggio, al paese più vicino. Cosa che evita all'Italia di farsi carico, come avvenuto dal 2014 a oggi , del "popolo dei barconi", che, invece, sarebbe stato compito di altri. Per questo, ecco la grande novità, è stato deciso che i pattugliamenti affidati ai mezzi italiani arretreranno a ventiquattro miglia dalle nostre coste. Oltre questo limite, trattandosi di acque internazionali, non decade l'obbligo di salvataggio ma si impone di trasportare i sopravvissuti nel porto della nazione più vicina alla zona di soccorso. Come, ad esempio, Malta che, invece, ha sempre scaricato su di noi ogni responsabilità.

Con Themis arrivano, inoltre, altre due risposte europee alle richieste italiane.

La prima è l’allargamento del raggio d’azione delle forze UE che pattugliano il Mediterraneo centrale. Con particolare attenzione a est, per monitorare i flussi migratori da Turchia, Grecia e Albania, e a ovest per quelli da Tunisia e Algeria. Perché è proprio da questi paesi, in aggiunta alla Libia, che tra la fine del 2017 e il 2018 si è registrato un deciso aumento delle partenze verso l’Italia.

La seconda è la messa in campo nello scacchiere mediterraneo di un team di super esperti non solo di immigrazione ma anche di terrorismo. Perché, come ha segnalato il nostro Ministro dell’Interno, si teme che con la sconfitta dell’Isis, molti foreign fighters possano tentare di rientrare in Europa anche via mare. È proprio di ieri la notizia, spifferata da un funzionario dell’Interpol ma smentita dal Viminale, di cinquanta combattenti islamisti approdati sulle coste italiane e pronti a compiere attentati. Querelle che, al netto di dove stia la verità, la dice lunga sulla partita geopolitica in gioco sui flussi migratori euro-mediterranei.

Queste le promesse, per i fatti occorre aspettare. Ai più scettici, comunque, suggeriremmo di affidarsi all’antico adagio latino Nomen omen. Themis, letteralmente irremovibile, nella mitologia greca era la personificazione dell’ordine, della giustizia e del diritto. Che, forse, riuscirà laddove Tritone ha fallito.

Adesso sui barconi c’è la borghesia libica

Mentre gli arrivi dalla Libia continuano a calare, aumentano invece i libici che sui barconi fuggono dal caos e dalla guerra civile. Nel mese di gennaio, secondo i dati del ministero dell’Interno, sono arrivati sulle nostre coste 2.925 immigrati (-27,6% rispetto allo stesso periodo del 2017) e di questi 192 con passaporto libico, più di nigeriani, sudanesi e ivoriani. Per la prima volta i libici rappresentano la quarta nazionalità per numero di sbarchi dopo eritrei (581), tunisini (350) e pakistani (258).

Sempre più libici, dunque, tentano di attraversare il Mediterraneo. E a fuggire è la classe media, come si può leggere su Repubblica del 29 gennaio scorso. Nell'articolo le testimonianze di alcune famiglie della piccola e media borghesia originarie della zona di Tripoli, che hanno deciso di vendere tutto e tentare la traversata verso l’Italia, con l’obiettivo di raggiungere la Gran Bretagna. Storie di persone benestanti, che hanno resistito nella speranza di vedere il loro Paese pacificato, e che invece dopo 6 anni sono state costrette a fare i conti con la realtà. E quindi a scappare.

Grazie alla disponibilità di denaro, i piccolo-borghesi libici possono contare su viaggi abbastanza sicuri, ed evitare le traversate su gommoni fatiscenti insieme “ai neri”, che per la verità disprezzano. Un fenomeno, quello delle famiglie libiche in fuga, che potrebbe essere solo all’inizio. Secondo le stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, gli sfollati interni sarebbero più di 500mila.