Salvare Schengen con una politica dell’immigrazione comune

Sull’immigrazione arrivano in Europa due nuove grida di aiuto. Diverse, ma ugualmente disperate. Quello della mamma del piccolo Joseph che avanti ieri si è aggiunto alla lunga lista degli immigrati morti nel Mediterraneo. E quello dei familiari delle vittime dell’attentato del 2 novembre a Vienna costato la vita a quattro persone. Chissà se hanno tirato un sospiro di sollievo alla notizia dell’arresto a Varese di Turko Arsimekov, richiedente asilo ceceno, accusato di essere tra gli artefici della recente strage nella capitale austriaca.

Due dolori prodotti da un’Europa che manca di una politica dell’immigrazione comune all’altezza della situazione. Sono cadaveri che tuttavia pesano sulla coscienza non di Bruxelles, ma dei suoi 27 Stati membri. È loro la cocciuta scelta di non cedere su questa materia le competenze nazionali alle istituzioni UE. Nell’Europa che grazie a Schengen non ha frontiere al suo interno, le politiche di sorveglianza, ingresso e soggiorno dei nuovi arrivati rimangono, infatti, sostanzialmente in capo agli esecutivi dei diversi Paesi. Una contraddizione che da anni sotto la spinta delle emozioni tutti dicono di volere superare salvo poi dimenticarsene il prima possibile.

Parliamoci chiaro, se non si mette in atto una politica dell’immigrazione (e dell’asilo) comune in grado di distinguere chi ha diritto a essere aiutato da chi, invece, anche se non è un terrorista, merita di restare a casa sua, salta Schengen.

Resta ancora un debole filo di speranza legato ad Angela Merkel. Fino al prossimo dicembre sarà lei a guidare il Consiglio europeo chiamato ad approvare, chissà con quanta voglia, il nuovo Patto UE sull’immigrazione e l’asilo, presentato lo scorso settembre. La Cancelliera ci crede, la sua è anche una sfida personale con la storia.

Fu lei a segnare un confine chiaro tra emergenza umanitaria ed emergenza immigrazione. Fu lei a separare in maniera netta l’obbligo di accogliere i profughi che scappano da guerre (“nessun limite alla richieste di asilo in Germania” dichiarò) e la necessità di rimpatriare i falsi richiedenti asilo. Ma di lì a poco fu sempre lei a dover tornare sui suoi passi di fronte al fuoco amico di compagni di partito come il Ministro dell’Interno Horst Seehofer. Che preoccupato dall’avanzata dell’estrema destra anti-immigrati nella sua Baviera, spinse la Cancelliera a correggere in chiave più restrittiva, il suo aperturismo. Una sconfitta che forse è stata una lezione, consigliandola stavolta di non andare avanti da sola, ma di coinvolgere Emmanuel Macron.

Dalle urne americane escono tante immigrazioni

Nelle lezioni presidenziali USA gli immigrati hanno votato per Trump in misura ben superiore rispetto alle generali previsioni. Basate sulla convinzione che il duro giro di vite ai confini imposto negli ultimi quattro anni dall’inquilino dalla Casa Bianca avrebbe determinato nelle urne una punizione in massa del candidato repubblicano a favore di quello democratico. Cosa che non è invece avvenuta.

Infatti in base ad un’analisi del voto condotta dal centro studi Edison Research nel 2020 i voti dei Latinos pro Trump a livello nazionale avrebbero addirittura superato dell’8% quelli, già elevatissimi, del 2016. Orbene visto che la maggioranza dei non-white voters si è comunque espressa a favore di Biden, l’incremento dei voti suaccennato conferma che quello delle minoranze non è più, se mai lo sia stato, un blocco monolitico. Nel quale, ad esempio, i livelli di istruzione tendono oggi, e tenderanno sempre più domani, a rappresentare uno spartiacque politico e sociale ben più potente della comune appartenenza etnica. Interessante al riguardo quanto sostiene il Financial Times che in un articolo di sabato scorso affermava: “College-educated non-white voters, who favour Democrats were broadly unchanged in their voting patterns compared with 2016. But non-college-educated minority voters incresed their support for Mr Trump from 20 to 25 per cent”.

La verità è che quello della moderna immigrazione americana (ma forse anche di quella del resto del mondo) è un universo composito in cui gli interessi degli uni non coincidono con quelli degli altri. Basta leggere al riguardo le affermazioni rilasciate ad Atlantic prima delle elezioni da un esponente di spicco della minoranza latina. Che per spiegare le differenze esistenti nel seno della sua comunità dichiara candidamente che “many pro-Trump latinos define their interests differently than their more progressive cousins do. They don’t necessarily feel solidarity with Latinos as a whole, and many identify themselves as American first”. Ecco perché ha il sapore dell’aria fritta l’affermazione secondo cui negli USA la progressiva diversificazione etnica della popolazione giocherà per forza di cose a vantaggio dei democratici contro i repubblicani.

Nell’urna gli immigrati pro Trump che non ti aspetti

Nelle elezioni USA gli immigrati non hanno votato come i democratici di Joe Biden volevano e speravano. Una verità sulla quale è augurabile che i liberal americani, e con essi quelli di casa nostra, abbiano la forza e la voglia di interrogarsi. Quand’anche l’incertissimo scrutinio elettorale, al momento in cui scriviamo ancora in corso, dovesse alla fine assegnare loro l’agognata palma della vittoria. Cercando come prima cosa di capire le ragioni per cui un pezzo di società, nel caso quello dell’immigrazione, si dimostra essere diverso da quello che loro pretendono esso sia. E anziché a favore di coloro che incarnano le “umani sorti e progressive” decide di votare massicciamente un conservatore e nemico di classe come Donald Trump.

Un problema assai serio sul quale persino la rivista ultra progressista Atlantic una settimana prima delle lezioni aveva con intelligente preveggenza cercato richiamare l’attenzione di Biden e dei suoi. Con un articolo significativamente intitolato: “What liberals don’t understand about pro-Trump Latinos”. Che sfidando l’eccessivo, dominante ottimismo sul comportamento elettorale degli immigrati ammoniva: “Democrats shouldn’t be surprised if Trump matches or improves on his 2016 showing amond Latinos on November 3”.

La verità, forse a molti sconosciuta, è che gli immigrati americani sono sempre stati, con una percentuale oscillante secondo il Pew Research tra il 60 e il 40% del totale, una colonna portante dell’elettorato repubblicano. Al punto che nel Secondo Dopoguerra l’unica, grande sanatoria (amnesty) del 1985 a favore dei clandestini presenti sul territorio yankee è avvenuta negli anni della presidenza del repubblicano ultra liberista Ronald Regan. Con la motivazione che essendo gli immigrati degli imprenditori, sia pur sui generis, essi rappresentavano in nuce una forza nel futuro del suo partito. Come i dati elettorali di questi giorni, anzi di queste ore, tornano a confermare.

Immigrati: i meno poveri dei poveri

Nell’editoriale della scorsa settimana dedicato ai dati pubblicati dall’OCSE nel suo recentissimo International Migration Outlook 2020 abbiamo affrontato il tema della colossale contrazione dei flussi migratori internazionali legata alla drammatica recessione economica indotta dalla pandemia su scala mondiale. Nei primi sei mesi 2020 i flussi migratori mondiali sono infatti diminuiti, rispetto allo stesso periodo del 2019, del 46%. Un crollo di proporzioni mai registrato in passato che, secondo le proiezioni dell’istituto parigino, potrebbe addirittura raddoppiare entro la fine dell’anno.

Dati che testimoniano non una semplice frenata ma una vera e propria inversione di rotta rispetto ai trend migratori degli ultimi decenni. Al punto che secondo gli studiosi dell’OCE “mobility not to return to previous levels for some time to come”. Cosa che non solo testimonia la fine, da vedere se definitiva, del complicato ma tutto sommato felice ménage che per decenni ha legato l’immigrazione alla globalizzazione dell’economia. Basato, in via generale, sulla “esportazione” delle produzioni a minor valore aggiunto dai paesi industrializzati verso quelli con regimi salariali inferiori. E, all’opposto, sulla “importazione” dai secondi ai primi di immigrati a basso costo. Ma soprattutto chiarisce oltre ogni ragionevole dubbio che per l’immigrazione economica, quindi al netto di quella dei profughi e dei rifugiati, è la domanda e l’offerta del mercato e non la povertà assoluta e la sovra popolazione mondiali, come invece molti si ostinano a ripetere, il vero “primo mobile” dell’immigrazione contemporanea. Poiché quanto da noi affermato in merito alla povertà assoluta ed alla sovra popolazione non ha convinto alcuni nostri lettori è doveroso, per evitare di continuare a non capirci, cercare di fare chiarezza spendendo, al riguardo, qualche parola in più.

La povertà assoluta. Stabilito una volta per tutte che nessuno lascia casa e famiglia per piacere ma perché cerca e spera con l’emigrazione/immigrazione di migliorare una condizione materiale ed esistenziale ritenuta non soddisfacente, il vero punto da chiarire è perché, se davvero la causa di tutto fosse la povertà assoluta, la maggioranza di quelli che partono non sono i più poveri dei poveri. Ma quelli che, rispetto ai tanti che restano, possiedono oltre ad un di più di risorse economico-finanziarie anche capacità professionali, mentali e relazionali che rappresentano il “capitale” necessario per concepire prima ancora che tentare un passo per altri proibitivo. Tanto è vero che, dicono M. Clemens e H. Postel del Center for Global Development: “l’emigrazione è maggiore dai paesi che sulla scala della distribuzione della ricchezza mondiale si collocano ai ranghi medio alti di quella dei paesi poveri. Le nazioni con un reddito medio tra $8000/10000 hanno un’emigrazione 3 volte superiore di quella dei paesi con un reddito medio pari o inferiore a $2000.” Per costoro l’emigrazione/immigrazione rappresenta una risk management strategy delle opportunità fornite dal mercato. E se queste vengono meno, come oggi a causa della pandemia, preferiscono non rischiare rinviando la partenza ad un domani migliore. La maggioranza di quelli che emigrano lo fanno non perché versano in condizioni di povertà estrema. Ma perché andando all’estero sperano di ottenere dalle risorse di cui dispongono un “dividendo” maggiore di quello che viene loro riconosciuto in patria. Una verità che non vale solo per i flussi migratori contemporanei ma anche per quelli del passato meno recente. Basta leggere al riguardo quanto sostiene M. Clemens nel Technical Paper No. 2017/8 delle Nazioni Unite titolato Migration is a Form of Development: “Mass emigration from Sweden, for instance, began as Sweden began its take off into modern economic growth around 1870….the departure of Swedes was a sign that economic development had taken off in once-poor Sweden”.

La sovra popolazione. L’immigrazione economica come tutti i fenomeni guidati dalla “mano invisibile” del mercato procede lungo un ideale asse di equilibrio fissato, di volta in volta, dalle convenienze dei suoi attori. Per questo è tutto meno che un semplice travaso demografico dalle nazioni dove gli esseri umani sono troppi in quelle dove sono troppo pochi. Tanto è vero, affermano A.Golini, C.Bonifazi, A.Righi tre studiosi dell’insigne scuola demografica italiana, le terre di maggiore emigrazione non sono quelle dove si fanno più figli bensì quelle che hanno raggiunto, in parallelo con lo sviluppo, anche una accettabile transizione demografica. Ecco perché i flussi migratori internazionali nella loro regolarità direzionale smentiscono alla radice l’ideologia neo malthusiana secondo cui l’emigrazione/immigrazione rappresenta la valvola di sfogo per la sovrappopolazione del Pianeta.

Per concludere. Ritenere l’immigrazione figlia della necessità imposta dalla povertà assoluta e dalla sovra popolazione non è solo una svista cognitiva ma anche pratica. Visto che se esse fossero davvero il primo mobile dell’immigrazione sarebbe impossibile non solo praticare ma persino immaginare qualsiasi strategia atta alla sua gestione.

Una modesta proposta per riaprire il dossier rifugiati

Serve ingegno e creatività per rispondere all’allarme dell’UNHCR sul crollo degli aiuti internazionali ai rifugiati nel mondo. L’Agenzia delle Nazioni Unite denuncia di avere ricevuto dai donatori, pubblici e privati, il 49% dei $9,1 miliardi pattuiti per il 2020. Un gap difficilmente colmabile nei pochi mesi che rimangono alla fine dell’anno. Non foss’altro perché in piena seconda ondata di pandemia, Stati e filantropi stringono la cinghia e dirottano la maggior parte delle donazioni sulla ricerca del vaccino contro il virus. Senza contare che mentre il Covid-19 picchia duro sulla salute e sull’economia del globo, è una chimera pensare di trovare un governo che metta il portafogli e la faccia in difesa e per conto di quelli che Madre Teresa avrebbe definito gli ultimi fra gli ultimi.

È in questa ora più buia che occorre aguzzare l’ingegno e sperimentare buone pratiche atte a tutelare la vita dei circa 80 milioni di donne, uomini e bambini costretti ad abbandonare casa a causa di guerre e persecuzioni. L’Unione Europea potrebbe essere capofila di questo nuovo corso che nel lungo periodo potrebbe portare a rivoluzionare il sistema internazionale dell’asilo, come peraltro aveva indicato tempo addietro l’Alto Commissario ONU per i rifugiati Filippo Grandi.

Lo stato in cui versano i rifugiati nel mondo è talmente ingarbugliato e complesso che viene da chiedersi, da dove cominciare?

Per iniziare l’UE potrebbe promuovere un maxi piano per stravolgere le attuali modalità di riconoscimento e accoglienza dei richiedenti asilo che bussano alla sua porta. Sappiamo infatti che nei luoghi di frontiera che ricevono la maggiore pressione migratoria, Grecia e Italia, le autorità faticano a riconoscere e distinguere gli aventi diritto allo status di rifugiati dagli immigrati economici irregolari da rimpatriare. Le due categorie spesso convivono e si confondono in presunti centri di accoglienza dove nell’attesa di ricevere un parere dalle autorità del paese ospitante sono i più vulnerabili a pagare il costo psicologico e sociale di un’esistenza già spezzata dalle violenze subìte in patria. Ed è intorno a questa mancata distinzione tra rifugiati e immigrati economici che si consuma in seno all’UE lo scontro con gli Stati di frontiera che lamentano la mancanza di solidarietà e quelli mitteleuropei che denunciano l’incapacità dei partner del Sud a riconoscere i profughi da redistribuire e gli irregolari da rimpatriare.

Una soluzione, anche se complessa dal punto di vista politico-istituzionale, potrebbe arrivare da un accordo sull’opportunità di distinguere il momento e la sede dell’identificazione da quelli dell’accoglienza in Europa.

Come?

Per esempio istituendo delle enclave umanitarie europee in ciascuno degli Stati membri. Si tratterebbe di territori circoscritti che sotto la sovranità UE consentirebbero un intervento congiunto dell’UNHCR, dell’OIM e delle Ong per espletare le procedure di riconoscimento dei richiedenti asilo nei tempi e nei modi previsti dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951. Gli aventi diritto all’asilo verrebbero redistribuiti da questa struttura UE tra i paesi europei, mentre coloro che vengono riconosciuti non come profughi ma come immigrati economici irregolari rimarrebbero nell’enclave (e non sul territorio del Paese ospitante) nell’attesa di essere rimpatriati. Questo significherebbe un superamento de facto delle singole politiche nazionali a favore di una struttura politico-amministrativa europea e autonoma.

È una novità che oltre ad azzerare uno storico tema di scontro interno all’UE, garantirebbe maggiore sicurezza ai rifugiati e alle popolazioni autoctone che risiedono oggi nei pressi dei centri di accoglienza. Per i primi il diritto d’asilo si trasformerebbe da una vera e propria roulette a una certezza garantita e tutelata dalle massime e più autorevoli istituzioni internazionali. Per i secondi cambierebbe la percezione dei nuovi arrivati. Non vederli ciondolare per anni in fatiscenti centri di accoglienza, sarebbe di per sé sufficiente, infatti, a superare molti pregiudizi e luoghi comuni.

Che poi, a dirla tutta, non sarebbe neanche una novità assoluta. Visto che nel 1979 l’allora segretario generale delle Nazioni Unite Kurt Walheim, per risolvere l’emergenza boat people in fuga dal Vietnam, convocò una conferenza internazionale. Cui aderirono 65 governi. L’iniziativa consentì di evitare che la crisi precipitasse sulla base di un do ut des: asilo temporaneo nella regione, in cambio di un reinsediamento permanente nei paesi terzi. In buona sostanza, con quello che era di fatto un accordo tripartito fra i paesi d’origine, quelli di primo asilo e quelli di reinsediamento, gli stati dell’Asean (Filippine, Indonesia, Malesia, Singapore e Thailandia) si impegnarono a continuare a concedere l’asilo temporaneo, a condizione, però, che il Vietnam si impegnasse a frenare le partenze illegali e a promuovere quelle organizzate dall’Onu. E che, in parallelo, i paesi terzi accelerassero il ritmo del reinsediamento. Salvo alcune eccezioni, cessò il respingimento delle imbarcazioni in mare. Fra il 1979 e 1982, oltre 20 paesi – in testa Stati Uniti, l’Australia, la Francia e il Canada – assorbirono 623.800 rifugiati indocinesi.

OCSE: con il mercato crolla l’immigrazione

La pestilenza è piombata come un maglio sull’immigrazione. Basta leggere al riguardo l’ultimo, recentissimo International Migration Outlook dell’OCSE. Secondo il quale nei primi sei mesi 2020 i flussi migratori mondiali sono diminuiti, rispetto allo stesso periodo del 2019, del 46%. Un crollo di proporzioni mai registrato in passato che potrebbe, secondo le proiezioni dell’istituto parigino, addirittura raddoppiare nell’ultimo semestre dell’anno in corso.

Non una semplice frenata ma una vera e propria inversione di rotta dei comportamenti migratori degli ultimi decenni. Visto che, recita fin dalle prime pagine il documento dell’OCSE “mobility not to return to previous levels for some time to come”. Certificando la fine del complicato ma tutto sommato felice ménage che per più di vent’anni ha legato l’immigrazione alla globalizzazione dell’economia. Basato, in via generale, sulla “esportazione” delle produzioni a minor valore aggiunto dai paesi industrializzati verso quelli con regimi salariali inferiori. E, all’opposto, sulla “importazione” dai secondi ai primi di immigrati a basso costo. In particolare nel settore del commercio e dei servizi delle grandi metropoli dell’Occidente industrializzato. Ma soprattutto perché chiarisce oltre ogni ragionevole dubbio che è la domanda e l’offerta del mercato e non la povertà assoluta e la sovra popolazione mondiali, come invece molti si ostinano a ripetere, il “primo mobile” dell’immigrazione moderna. D’altra parte se non fosse così pensiamo veramente che basterebbe il timore del Covid a convincere i dannati del mondo a scegliere di non emigrare restando a casa loro? Su via non scherziamo! Se non altro per riguardo ai milioni di lavoratori che ogni giorno da noi come nel resto del mondo, sfidando la paura del contagio si ostinano di buon mattino ad andare a lavorare.

L’immigrazione economica non è un fenomeno naturale ma una funzione della moderna economia. Il mercato domanda e l’immigrazione risponde. Ragione per cui se la prima si blocca si blocca di conseguenza anche la seconda. I flussi migratori, infatti, al pari delle merci sono attivati, in primis, da una domanda che l’offerta di lavoro in loco non è in grado di soddisfare. Infatti, ricordava anni addietro Alejandro Portes che di queste cose se ne intende come pochi: ”i lavoratori immigrati non vengono solo perché lo vogliono, ma perché li vogliono”. Ecco perché non basta la povertà o la sovra popolazione a spiegare l’immigrazione.

Per concludere una preghiera ai lettori: tutte le volte che sentite qualcuno ripetere che l’immigrazione è un fenomeno inarrestabile siate così cortesi di segnalare le pagine del rapporto OCSE. E se insiste issate, come facevano nel lontano passato le navi infettate dal colera, una bandiera gialla mettendoli in quarantena.

L’elezione di Trump è possibile ma poco probabile

La corsa di Trump al secondo mandato presidenziale, quando mancano poco più di tre settimane all’Election Day di novembre, appare ancora possibile ma sempre meno probabile.

Possibile non solo perché in politica, come già tante volte accaduto in passato, può sempre accadere qualcosa all’ultimo minuto capace di cambiare le carte in tavola. E rovesciare, nel caso a favore del miliardario newyorkese, l’esito di una competizione elettorale che molti invece danno per lui ormai perduta. Ma anche in ragione del fatto che agli occhi di molti settori di quella strana galassia quale è l’opinione pubblica americana, gli eccessi e la sua cocciutaggine comportamentale che tanti gli rimproverano trovano invece un chiaro apprezzamento. Come, ad esempio, quello testimoniato da Michelle O’Neal, donna di mezza dello stato della Virginia, che intervistata la scorsa settimana dal quotidiano liberal OZY ha spiegato di averlo votato nel 2016 perché: “I honestly didn’y vote on his character. I like that he’s a fighter”.

Ma le chance del possibile, che non vanno mai sottovalutate, rischiano però la resa di fronte a tre fondamentali ragioni che, allo stato delle cose, rendono la rielezione di Trump davvero poco probabile. In primis l’economia. Che con l’esplosione della grande pandemia si è trasformata da arma vincente in un boomerang del trumpismo. Basti pensare che nel giro degli ultimi mesi il tasso di disoccupazione che negli USA pre Covid aveva toccato il minimo storico del 3,5%, a settembre scorso è schizzata al 7,9%. E che al momento la macchina produttiva a stelle e strisce è riuscita a recuperare solo 11,4 milioni di posti di lavoro dei 22,2 persi nei terribili mesi della scora primavera. E poiché è noto il detto che “quando l’economia va male, va male per il Presidente in carica” è certo che nelle urne la negatività di questi numeri si farà sentire, e come! Oltre ai segnali infausti dell’economia si aggiungono, giorno dopo giorno, anche quelli dei sondaggi. Che nonostante i tanti e non piccoli errori del passato rappresentano comunque degli indicatori sia pur grossolani dell’umore del corpo elettorale. Che con l’avanzare della data del voto sembra orientato più a punire l’amministrazione in carica che a premiare le proposte dell’opposizione.

Interessante al riguardo l’ultima rilevazione relativa allo stato chiave dell’Arizona. Che nonostante abbia sistematicamente premiato dal 1996 i repubblicani a danno dei democratici oggi non solo colloca Trump di 1 punto alle spalle di Joe Biden. Ma sembra sul punto di consegnare il seggio senatoriale della trumpiana di ferro Martha McSallyfar nelle mani del democratico Mark Kelly. Ma non basta.

Perché c’è una terza, decisiva questione per cui Trump rischia di non farcela. Infatti a differenza del 2016 in cui Trump si presentò, nel bene e nel male, come una figura di rottura di un’America scontenta ed impoverita dalla globalizzazione, nella attuale campagna per la rielezione non ha avanzato nuove proposte né lanciato progetti per il futuro. Riducendo la sua azione ad una sorta di guerriglia permanente contro i settori dell’establishment a lui ostili. Cosa che in molti elettori sembra aver risvegliato la nostalgia di una normalità politica che lui non sarà mai in grado di assicurare.

Anche Lincoln si ammalò come Trump

Il tipo di malattia che ha colpito Trump e la sua velata ma preoccupante indisponibilità a riconoscere come legittimo il risultato del voto popolare delle prossime elezioni presidenziali ricordano da vicino due episodi che già in passato e per le stesse ragioni hanno fatto tremare il sistema politico statunitense.

Il primo risale al novembre del 1863. Quando il Presidente Abramo Lincoln, nel pieno della sanguinosa guerra di secessione, sul treno che lo riportava a casa all’indomani del famoso Gettysburg Address dette segni di un forte malessere che i medici della scorta diagnosticarono come infezione da vaiolo. Una epidemia per la quale al tempo non esisteva alcuna forma di vaccino e che per sua fortuna riuscì a superare dopo un mese di stretta quarantena. Anche allora, come oggi per Trump, la maggiore preoccupazione dello staff sanitario della Casa Bianca fu quella di rassicurare il paese minimizzando la gravità del male. Diagnosi però smentita da uno studio pubblicato nel 2007 dal Journal of Medical Biography. Secondo il quale in base all’evidenza dei sintomi “Lincoln likely had a serious case of disease”. Di qui la domanda di molti: quali conseguenze la sua eventuale morte avrebbe avuto per la moderna democrazia americana in considerazione del fatto che il Presidente si era ammalato quando non aveva ancora emanato l’Emancipation Proclamation che metteva fine allo schiavismo negli USA?

Il secondo episodio risale alla feroce disputa politica scoppiata all’indomani delle elezioni tenutesi in concomitanza del centesimo anniversario della nascita degli Stati Uniti d’America. Da cui il titolo “Centennial Crisis” del libro scritto sull’argomento da William Rehnquist. Una crisi determinata dal fatto che nonostante Samuel Tiden, governatore democratico di New York, avesse ricevuto più voti del governatore dell’Ohio Rutherford Hayes suo avversario, il collegio dei Grandi Elettori (che rappresenta un’istituzione del sistema elettorale made in US incomprensibile agli occhi di un europeo) composto al 50% da democratici e per l’altro 50 da repubblicani non fu in grado di decidere a chi assegnare la vittoria. Innescando un crescendo di accuse e contro accuse che fece temere potesse tornare a riaccendersi il conflitto secessionista concluso appena qualche anno prima. E che fu per fortuna evitato, dopo settimane di serrate, segretissime trattative, dall’accordo tra le parti meglio noto come The Compromise of 1877. In base alle quali il partito democratico (molto diverso da quello attuale perché formato in grande parte da conservatori e agrari degli stati del Sud ) concesse ai repubblicani la Casa Bianca in cambio dello smantellamento negli stati ex schiavisti delle strutture di controllo militare loro imposte alla fine della guerra di secessione. E che per le popolazioni afroamericane significò il ritorno, sotto mentite spoglie, della segregazione del passato.

Sull’immigrazione la nostra debolezza é culturale

Preoccupa la sbrigativa, negativa bocciatura riservata dai nostri mezzi di informazione, di destra e di sinistra, al documento sull’immigrazione reso noto la scorsa settimana della Commissione europea. Non solo per le ragioni di merito ben illustrate su questo giornale dall’ultimo editoriale di Giuseppe Terranova. Ma perché espressione di un confuso ritardo culturale che sul tema dell’immigrazione rischia di penalizzare oltre misura la capacità contrattuale del nostro paese a livello internazionale. Visto che, nel caso, la stroncatura da parte della nostra stampa del documento della Commissione rischia di veicolare Oltreconfine una indisponibilità alla trattativa che non è proprio quella che più serve oggi all'Italia.

La verità è che sarebbe forse ora di capire, una volta per tutte, che all’estero è difficile anche per chi è meglio intenzionato nei nostri confronti non dico accettare ma persino comprendere il nostro modo di ragionare. Che sull’immigrazione ostenta, ad un tempo, un vittimismo rivendicativo e un viscerale rifiuto per tutto ciò che sa di regole e disciplina. Un mix confuso e pericoloso che commentatori e studiosi della materia anziché aiutare a combattere hanno, invece, fatto a gara per rafforzare. Mentre la politica per prudenza o opportunismo (salvo il caso di cui gli va dato merito del ministro Enzo Amendola che è uno dei pochi che sa come ragionano i nostri partner comunitari) ha preferito soprassedere tacendo. Non si può credibilmente sostenere l’obbligo della redistribuzione tra tutti i paesi europei dei profughi che arrivano sulle nostre coste rifiutando, perché troppo “securitarie”, norme comuni per una seria ed efficace selezione, che oggi non c’è, di chi ha diritto e chi no all’asilo.

 Un modo di ragionare che ricorda quello di trent’anni fa. Quando alla fine degli anni '80 si aprì nel Bel Paese, anche allora da destra e da sinistra, la “guerra” contro Schengen. Che anziché il bene intoccabile che oggi tutti dicono di volere difendere, furono in molti a condannare come espressione “securitaria” di un Europa nemica dell’accoglienza. Accoglienza, sia detto per inciso, che allora riguardava i profughi che in massa abbandonavano l’Est postcomunista e non il Sud mediterraneo. E tanto per restare in tema come non ricordare che la vituperatissima Convenzione di Dublino fu allora definita e varata per il fatto che molti paesi, compreso il nostro, non immaginando che col passare degli anni la situazione sarebbe potuta radicalmente cambiare, pensarono, con non poca perfidia, di scaricare sulle spalle della Germania il fardello degli oneri spettanti al paese cosiddetto di primo approdo.

Per concludere. Se davvero vogliamo riuscire a far sì che da domani chi arriva a Pozzallo o Lampedusa non arrivi in Italia ma in Europa allora è con essa che dobbiamo seriamente fare i conti. E prima di chiederlo agli altri faremmo forse bene a cambiare in fretta il nostro modo di ragionare.

Trump sfrutta un errore di Obama

La decisione di Trump di nominare alla Corte Suprema, a due mesi dalle elezioni presidenziali, la conservatrice Coney Barret in sostituzione della liberal Ruth Ginsburg defunta la scora settimana, anche se poco “elegante” non è, come invece molti dicono, un sopruso scandaloso. Perché, nel caso, questo nuovo, ennesimo capitolo della feroce guerra politica in atto da anni tra il Presidente ed i suoi avversari origina da una modifica parlamentare relativa alla nomina dei giudici dell’Alta Corte introdotta negli anni della presidenza di Barak Obama.

Nel 2013, infatti, Henry Reid, leader della maggioranza democratica al Senato, di fronte all’impasse sulla nomina di un giudice liberal osteggiato dai repubblicani, chiese ed ottenne di sostituire la soglia “storica” della maggioranza assoluta dei voti senatoriali con quella della maggioranza semplice. Una modifica che oggi Trump, in nome della parola d’ordine “leave no vacancy behind”, non ha avuto problemi a sfruttare a suo vantaggio. Un problema reso, se possibile, ancor più delicato per i democratici dall’articolo pubblicato lo scorso 25 settembre dal New York Times con il titolo:”The quiet lunch that could have altered Supreme Court history”. Dal quale veniamo a sapere che sempre nel 2013 Obama, in un incontro rimasto a lungo segreto, preoccupato del futuro, aveva tentato senza successo di convincere la Ginsburg, 80enne e alle prese con gravi problemi di salute, di dimettersi per consentire ad un più giovane magistrato liberal di occupare per molti anni a venire il suo decisivo seggio nell’Alta Corte.

Ma oltre a riflettere su questi fatti i democratici farebbero forse bene, anziché continuare ad attaccare a testa bassa l’inquilino della Casa Bianca rischiando di replicare il “buco nell’acqua dell’impeachment”, a credere e sperare che Coney Barret anche se anti abortista radicale può difendere la democrazia non meno di loro. Visto che lei nel 2017, in occasione di una audizione parlamentare, ha sostenuto che l’attività dei giudici, qualunque sia il loro livello, non può essere condizionata dalla politica e che tutti i togati devono rispettare le sentenze della Corte Suprema senza fare valere le proprie convinzioni religiose.