Il virus arriva alla Casa Bianca

E se a complicare la rielezione di Trump, fino a ieri data quasi per scontata, fosse il coronavirus e non l’immigrazione come pensava e sperava l’opposizione?

Domanda forse stravagante ma legittima. Infatti l’arrivo del morbo negli Usa ha d’improvviso costretto il Presidente, nel pieno di una combattutissima campagna elettorale, a dover fare i conti con la minacciosa comparsa del classico, pericolosissimo cigno nero. Un evento imprevisto ma potentemente maligno, capace di impaurire il sentire collettivo e di fare deragliare la politica dai suoi binari. Trasformando in proibitivo ciò che fino a poco prima essa considerava come dovuto. Una novità certo poco gradita che ha spinto Trump, per non finire con il cerino in mano, ad agire. In due mosse.

Scaricando la responsabilità del coordinamento degli interventi sanitari anti epidemia sulle spalle del vicepresidente Mike Pence. Evitando in questo modo le eventuali, possibili conseguenze politiche legate al fatto che il National Health Service statunitense, per come è strutturato, potrebbe non essere in grado di fronteggiare una crisi epidemiologica di questa natura e di queste dimensioni.

E, quasi in contemporanea, rivolgendo gli strali della sua ira contro l’opposizione democratica ed i grandi organi di informazione. Accusandoli di ingigantire ad arte i rischi del coronavirus e di soffiare sul fuoco dell’ansia e delle paure collettive. Con l’unico obbiettivo, si è ingenuamente lasciato sfuggire il suo zelante capo di gabinetto Nick Mulvany, “di fargli perdere a novembre le elezioni e la possibilità di agguantare l’ambito secondo mandato da Presidente”.

Una tattica che non è detto basti, differentemente dal passato, per mettere al riparo l’aurea di invincibilità del magnate newyorkese da pericolosi contraccolpi. Soprattutto in ragione del fatto che, come titolava giorni addietro il Financial Times, the infection spread speeds (la velocità di diffusione dell’infezione) rischia di mettere al tappeto con l’economia mondiale anche quella statunitense. Sulle cui eccellenti performance Trump, prima dell’arrivo del cigno nero, aveva invece basato la quasi certezza di altri quattro anni alla Casa Bianca.

La sindrome di Stoccolma dei clandestini

Odiosi ma preziosi. E’ questo quello che pensano gli immigrati illegali di mezzo mondo dei trafficanti di esseri umani. Ai servizi dei quali, nella generalità dei casi, si affidano per riuscire a lasciare i patri confini in cerca di un futuro migliore all’estero. A svelare questo, per molti sorprendente, rapporto di amore-odio è un inedito studio di Jasper Gilardi appena pubblicato dal Migration Policy Institute di Washington. Grazie al quale scopriamo che la relazione smuggler-cliente è meno scontata e assai più complessa di quella dominante nella vulgata che circola sul tema nei paesi di arrivo.

Intendiamoci, che tra i due protagonisti della catena migratoria illegale il primo approfitti della debolezza del secondo è fuor di dubbio. Ma nonostante tanta asimmetria, qui la novità, tra i candidati all’emigrazione/immigrazione l’indice di gradimento dei passeur senza scrupoli è molto più alto di quanto i più pensano. Visto che i trafficanti di esseri umani vengono dalle loro stesse “vittime” percepiti come dei veri e propri giustizieri. Capaci, sia pur a carissimo prezzo, di fare valere quello che viene da loro considerato, in contrasto con quanto invece stabilisce l’ordinamento internazionale, un diritto: lasciare la Madre Patria per andare a vivere e lavorare, anche senza la dovuta autorizzazione, in un'altra nazione. Una ratio che in fondo non è così lontana da quella che in Italia spinge frange emarginate della popolazione ad affidarsi, in assenza delle Istituzioni, alle associazioni mafiose.

Una tesi che nella raffinata analisi di Jasper Gilardi, avvalorata dalle più autorevoli fonti internazionali, trova conferma nelle testimonianze di molti immigrati e persino di molti trafficanti. Come ad esempio quelli afghani che si vantano della straordinaria popolarità di cui godono fra le comunità locali. Derivante dal fatto che solo grazie a loro molti immigrati afgani sono in grado di “forzare” i divieti e gli sbarramenti di cui sono disseminati i canali legali delle politiche immigratorie dei principali paesi del Nord industrializzato. Che pensando di rendere più sicure le proprie frontiere non fanno altro che alimentare il mercato del lavoro irregolare e il traffico internazionale di esseri umani.

Un corto circuito che spiega perché il giro d’affari del business dell’immigrazione illegale tocca, secondo l’ONU, una media annua di $6 miliardi di dollari, secondo solo a quello delle droghe. Con buona pace dei proibizionisti.

Sfidano la Casa Bianca sui rifugiati

Eppure c’è chi negli Usa dice no a Trump sull’immigrazione. E, sorpresa nelle sorprese, ad opporsi all’ordine esecutivo del Presidente sui rifugiati non sono solo politici e amministratori democratici ma anche 19 governatori repubblicani. L’inizio della vicenda risale a novembre scorso quando la Casa Bianca ordina di abbassare a 18mila il numero massimo dei rifugiati da accogliere nel 2020. Il più basso da quando nel 1980 il Congresso americano aveva varato il programma di reinsediamento di sfollati e rifugiati stranieri. Ma c’è di più. Con un secondo ordine esecutivo (attualmente bloccato da un giudice del Maryland) Washington aveva stabilito che, in deroga a quanto previsto dalla legge, governatori e sindaci erano liberi di decidere se accogliere nei loro territori i rifugiati. Una mossa letta dai più come l’ennesimo tentativo dell’amministrazione Trump di indebolire, e in prospettiva eliminare del tutto, il programma di accoglienza. Ma, prendendo in contropiede l’Esecutivo nazionale 43 Stati, di cui 19 a guida repubblicana, e 100 sindaci anziché sfruttare la “scappatoia” loro concessa decidono invece di tirare dritto ed ospitare i rifugiati.

Uno scontro politico bello e buono che ha richiamato l’attenzione del Migration Policy Institute. Che in un recente studio spiega come i repubblicani pur sostenendo la battaglia di Trump contro l’immigrazione irregolare, non siano invece disposti ad assecondarlo nel respingimento delle migliaia di disperati che, costretti ad abbandonare i loro Paesi a causa di guerre e violenze, hanno diritto alla protezione internazionale. Gli USA, ricorda il MPI, dalla fine della Seconda guerra mondiale sono la nazione che più di tutte ha aperto le braccia e dato protezione ai rifugiati di mezzo mondo. Visto che dal 1980 al 2018 il paese a stelle e strisce ha accolto, in base alle norme internazionali relative alla protezione, oltre 3 milioni di uomini, donne e bambini.

Ma con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca tutto è cambiato, in peggio. Nel giugno 2017 le ammissioni, in un primo tempo sospese, sono state successivamente tagliate. Portando il loro tetto massimo dalle 110mila unità della presidenza Obama a 50.000. Una soglia che nel 2018, 2019 e 2020 è stata progressivamente abbassata prima a 45.000 poi a 30.000 fino a 18.000. Un’operazione ulteriormente aggravata dall’introduzione di tutta una serie di paletti e ostacoli burocratici. E così, ad esempio, nel 2018 a fronte di 45mila rifugiati da accogliere, gli uffici federali ne hanno invece ammessi solo 22.291. Vale la pena ricordare che nello stesso anno il Canada, con un decimo della popolazione USA, ne ha accolti 23mila. Le continue spallate di Trump al sistema del reinsediamento dei rifugiati però non trova la sponde sperata da parte di molti governatori e sindaci, anche di fede repubblicana. Per motivi che non sono solo di natura etica o morale. Per la semplice ragione che l’accoglienza dei profughi oltre ai soli costi genera anche business. Nel 2017, ad esempio, il 96% dei 2,5 milioni di rifugiati risultava occupato. Ed i loro salari, pari a circa 92 miliardi di dollari, oltre a fruttare, in tasse, alle casse dell’erario un introito di 25,5 miliardi, hanno dato luogo ad un nuovo potere d’acquisto calcolato in 66,5 miliardi di dollari. Non solo. Visto che i rifugiati-imprenditori danno oggi lavoro ai nazionali. E infatti rispetto ad un dato medio del 9% il tasso di imprenditorialità tra i rifugiati sfiora il 13%. I circa 18mila imprenditori rifugiati gestiscono aziende con un fatturato annuo pari a 5 miliardi di dollari.

Usa: uno strano silenzio sull’immigrazione

L’immigrazione sembra scomparsa dal dibattito politico americano. Una novità che richiede una spiegazione vista la durezza con cui proprio su questo tema l’opposizione democratica aveva fino a poche settimane fa attaccato Trump e il giro di vite alle frontiere imposto senza andare per il sottile dalla sua amministrazione. Un cambiamento improvviso di cui, al momento, le ragioni più plausibili sembrano essere due.

La prima è che la strategia del Presidente, al netto di non pochi né piccoli strappi, sembra essere riuscita a raggiungere l’obbiettivo prefisso. Visto che non solo la situazione al confine meridionale con il Messico sembra oggi più calma e, forse, anche sotto controllo rispetto al caos dilagante dei mesi scorsi. Ma soprattutto perché sembra essere riuscita, a differenza di quanto sperato dai democratici, a convincere persino i settori più scettici della pubblica opinione se non della sua bontà certo della sua necessità.

La seconda, invece, affonda le sue radici nel dibattito interno al partito dell’asinello. Nel quale, in vista delle difficilissime elezioni presidenziali del prossimo novembre, moderati e ultrà sembrano aver raggiunto un accordo, pur di riuscire a sfrattare l’attuale inquilino della Casa Bianca, per mettere il silenziatore su un tema che rischia di farli apparire agli occhi degli elettori più divisi che mai.

Una sorta di tregua tattica in qualche modo imposta anche dall’esito a dir poco infelice della campagna sull’impeachment finita nel modo che tutti sanno. E che molti autorevoli commentatori ritengono sia destinata a durare almeno fino alla Convention democratica del prossimo luglio. Quando a Milwaukee, concluso il lungo e tormentato cammino delle primarie, il partito dell’opposizione indicherà la figura politica chiamata a contendere nelle urne lo scettro del comando del paese a stelle e strisce oggi saldamente in mano al magnate newyorkese.

Johnson scivola sull’immigrazione dei cervelli

L’estro di Boris Johnson sprofonda nelle sabbie mobili dell’immigrazione. Perché il super piano sulla futura immigrazione nell’Inghilterra di Brexit da lui appena reso noto ha tutta l’aria di un déjà vu. Una mezza stonatura nella storia politica di uomo che, nel bene o nel male, si è fatto largo spiazzando e stupendo la vecchia classe dirigente.

In questo caso, invece, quello da lui dato alle stampe più che ad un piano dell’immigrazione del nuovo tipo ricorda molto da vicino il classico ma consumato wishful thinking di cui è lastricato il mondo dei governanti del Pianeta: rifiutare gli immigrati peggiori ed accaparrarsi quelli migliori. Nel caso in questione stabilendo che dal 2021 i visti di ingresso per lavoro Oltremanica saranno legati ad un sistema a punti che premia gli immigrati English fluently, con elevati livelli di istruzione, formazione e specializzazione. E penalizza quelli di bassa manovalanza. Insomma, sì a ingegneri, medici e accademici, no a idraulici, operai e giovani camerieri che non spiccicano se non poche parole di inglese. È questa secondo il nuovo inquilino di Downing Street la via maestra per trasformare la Gran Bretagna in una sorta di Paradiso in terra dove l’immigrazione sarà composta solo e soltanto da cervelli. Mentre per quanto riguarda quella delle braccia, questo il Johnson-pensiero, Albione ne potrà finalmente fare a meno. Come? Sostituendola con la robotica ed aumentando i salari per i lavori più umili e meno qualificati. Una mossa che convincerà i disoccupati autoctoni ad accettare occupazioni fino a oggi rifiutate e appaltate alla forza lavoro immigrata.

Non sappiamo quale sarà la reazione di Bojo al risveglio da questo sogno che lo accomuna a una sfilza di suoi illustri predecessori (De Gaulle in primis). È comunque certo che a scuoterlo sarà Sua Maestà il Mercato. Non è un caso, infatti, che a meno di ventiquattrore dal suo annuncio la Confindustria britannica ha fatto trapelare anche se con discrezione non poca irritazione. Perché oltre che di talenti i suoi aderenti hanno una grande fame di braccia straniere a basso costo. Soprattutto in settori come la sanità, l’assistenza alla persona, l’edilizia, l’agricoltura, il turismo e la ristorazione. Che richiedono forza lavoro just in time, che non rispetta i diktat della politica ma quelli della domanda e dell’offerta. Questo significa che per ottenere ciò di cui abbisogna il mondo del business presto o tardi sarà costretto a rivolgersi al mercato nero dell’immigrazione. Con l’unico risultato che domani, diversamente dal passato, il pericoloso spettro dell’idraulico polacco entrerà non più dalla porta ma dalla finestra.

Contro i clandestini si calpesta la morale

La lotta all’immigrazione clandestina dell’amministrazione Trump sembra decisa a violare anche le più elementari barriere etiche. Secondo un rapporto pubblicato dal Washington Post, infatti sembra che i funzionari dell’ICE (l’agenzia federale addetta al controllo dell’immigrazione), abbiano utilizzate le cartelle cliniche redatte dagli psicologi sui traumi dei piccoli profughi non per curarli ma per poter procedere alla loro espulsione. Per questo, non guardando in faccia nessuno, i zelanti funzionari dell’immigration dopo essersi fatti consegnare le note, riservate, delle sedute terapeutiche le avrebbero “girate” ai giudici dei tribunali per l’immigrazione. In altre parole, le informazioni fornite in confidenza dai bambini sono state utilizzate contro di loro per rispedirli a casa.

Quel che è peggio, sottolinea il Washington Post, è che questa pratica, inaccettabile sul piano morale, è consentita su quello legale. Nell’articolo la giornalista Hannah Dreier si concentra sul caso di un giovane richiedente asilo dell’Honduras, Kevin Euceda. Arrivato negli USA nel 2017 appena 17enne per sfuggire alle violenze della gang MS-13 che, tra l’altro, aveva trucidato la sua famiglia. Fermato al confine messicano, venne rinchiuso in un centro di detenzione per minori non accompagnati. In America la legge impone che tutti i minori, soprattutto quelli non accompagnati, siano sottoposti al consulto di uno psicologo entro le 72 ore dalla loro entrata nel sistema ORR (Office of Refugee Resettlement). Cosa che dette a Kevin Euceda la possibilità di narrare la vita di inferno vissuta in Honduras al terapista di turno. Una persona di cui si fidava perché gli aveva assicurato che le loro “chiacchierate” sarebbero restate riservate. Invece quelle confessioni sono finite all’Ice che, nell’autunno 2019, le ha usate davanti al tribunale per l’immigrazione per sostenere le ragioni della sua espulsione.

Questo tipo di condivisione delle informazioni fa parte di una precisa strategia dell’amministrazione Trump. Sebbene tecnicamente legale, per le associazioni di categoria degli psicologi rappresenta invece una palese violazione della riservatezza che è alla base di ogni rapporto terapista-paziente. Come se non bastasse l’amministrazione richiede, ora, che le note prese durante le sessioni di terapia obbligatoria con i bambini immigrati vengano trasmesse in automatico all’ICE, per poterle poi utilizzare in tribunale. Confessioni intime, traumi, incubi: tutto viene trasformato in arma giudiziaria, spesso senza il consenso dei terapeuti e sempre senza il consenso dei minori interessati. Non una bella pagina per la burocrazia americana, che nella lotta all’immigrazione sta davvero superando i limiti.

La sinistra dovrebbe leggere questa ricerca sull’immigrazione

Dopo che per anni West, nell’indifferenza generale, ha cercato di segnalare il problema, finalmente trova conferma il fatto che se è vero che l’immigrazione produce ricchezza, è altrettanto vero che di essa si avvantaggia solo una parte della società. Basta leggere le conclusioni di un interessante studio appena pubblicato dal think tank liberal londinese Global Future. Secondo cui se si vuole mettere fine al pericoloso scontro in atto sull’immigrazione, la prima cosa da fare è sperimentare innovativi strumenti per redistribuire in modo egualitario tra la popolazione del paese ospitante il surplus generato dai nuovi arrivati. Un tema gigantesco e complicato. Al punto che fino a oggi se ne sono tenuti alla larga sia i nuovi partiti sovranisti che quelli aperturisti. I primi, invocando i muri. I secondi cincischiando tra frontiere aperte sì, frontiere aperte no.

Partiamo dal cuore del problema, cioè dal fatto che gli Stati occidentali al loro interno sono ormai spaccati in due contrapposti schieramenti: Anywhere vs Somewhere, per usare la fortunata definizione coniata dall’analista britannico David Goodhart. Alla prima categoria appartiene una minoranza di professionisti globali, super specializzati e istruiti che hanno il potere di contrabbandare per nazionali decisioni prese solo a tutela dei loro interessi. Come, ad esempio, quella di puntare sull’economia della conoscenza, aperta e con una elevata immigrazione, che garantisce loro sicuri vantaggi. Ma penalizza gli appartenenti alla seconda categoria perché meno colti e qualificati. È intorno a questo cleavage tra vincenti e perdenti della globalizzazione/immigrazione che si gioca l’equilibrio geopolitico dell’Occidente nato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Perché di fronte a questa epocale sfida, il rischio è che l’ansia e la frustrazione sociale dei Somewhere si traduca in un sostegno elettorale sempre più robusto all’eterogenea galassia di capi-popolo che non a caso dal 2016 (anno del clamoroso sì alla Brexit) esce vincente dalle urne occidentali.

Ed è proprio per evitare questo rischio che i ricercatori di Global Future avanzano una proposta assai innovativa. Ovvero quella di creare a livello nazionale, nel caso di specie in Gran Bretagna, un Fondo Nazionale per ripartire la ricchezza prodotta dall’immigrazione tra i ceti-medio bassi dei quartieri periurbani che vedono i nuovi arrivati come una minaccia al loro benessere economico e sociale. Si tratterebbe di investire annualmente una cifra pari alla ricchezza che l’immigrazione, ad esempio attraverso il pagamento di contributi previdenziali apporta al Paese ospitante. Nel caso del Regno di Sua Maestà se si tiene conto soltanto degli immigrati dall’aria UE parliamo di circa 4,3 miliardi di sterline l’anno. Da destinare, d’accordo con gli amministratori locali delle aree con la più elevata percentuale di Somewhere a sei dossier: formazione, inserimento lavorativo, rigenerazione degli spazi urbani, trasporti pubblici, innovazione, investimenti.

Insomma, un pacchetto di azioni pensata come una sorta di riduzione del danno che i ceti svantaggiati, incluso un grosso pezzo della classe media, hanno subìto perdendo, a torto o ragione, il treno della globalizzazione che ad altissima velocità ha frantumato molte delle loro certezze.

Una possibile soluzione a un problema che, peraltro, mentre le tradizionali classi dirigenti occidentali fanno finta di non vedere, era stato segnalato in larghissimo anticipo da accademici di fama internazionale come il Professor George Borjas dell’Università di Harvard. Che negli anni Ottanta del secolo scorso, dopo un monumentale studio pluriennale sull’impatto economico-sociale dei profughi cubani (i cosiddetti Marielitos immortalati nel film-cult Scarface) sul mercato del lavoro della Florida, era giunto alla conclusione che avevano abbassato i redditi dei ceti autoctoni medio-bassi e aumentato quello dell’upper-class. Nient’altro, sostiene Borjas, che la dimostrazione della legge della domanda e dell’offerta. Perché con l’aumento della disponibilità di risorse umane disposte a fare determinati mestieri, diminuisce il valore della loro prestazione, e dunque del salario. A vantaggio del datore di lavoro. Più chiaro di così.

Salvini rischia meno di Berlusconi

Sull’immigrazione i nemici di Salvini hanno forse deciso di consegnare l’Italia a Salvini? Una domanda forse maliziosa ma che viene spontaneo porsi dopo l’azzardato voto con cui i senatori della maggioranza di governo hanno dato il loro placet al suo processo per la gestione degli immigrati della Gregoretti. Non solo perché, come nella più classica eterogenesi dei fini, questa decisione anziché azzoppare rischia di trasformarsi in un potente, graditissimo assist per il Capo dell’opposizione. Che uscito malconcio dal voto delle ultime regionali si ritrova, non certo per suo merito e per di più su un terreno a lui graditissimo, al centro del dibattito politico nazionale. Ma soprattutto in ragione del fatto che gli alleati di governo, forse dimentichi del passato, non si sono forse resi conto di quanto pericoloso sia, visti anche gli attuali complicati equilibri parlamentari, tornare ad alzare i toni e stuzzicare l’umore della pubblica opinione sul delicato tema dell’immigrazione.

Senza contare, inoltre, che agli occhi di molti la vicenda presenta un lato se non sospetto quantomeno curioso. Infatti le forze politiche che oggi dicono sì al processo sono le stesse che ieri, per evitare che il caso fosse usato da Salvini per fare propaganda all’opa politica lanciata per il governo dell’Emilia-Romagna, avevano invece fortemente voluto che si rinviasse ogni decisione a dopo le elezioni regionali.

I problemi, però, non finiscono qui. Intanto perché visti i tempi della giustizia e l’oggettiva scivolosità giuridica dei capi di accusa è poco ma sicuro che il contenzioso andrà avanti, con tutte le immaginabili conseguenze, per lunghi mesi. Ma soprattutto perché c’è da dubitare, come invece pensano e sperano i suoi accusatori, che una eventuale condanna del leader leghista sia accolta dalla pubblica opinione con lo stesso silenzio-assenso a suo tempo da essa riservato a quella inflitta a Berlusconi per i suoi stravizi notturni. Che sanzionato come incandidabile nel 2017 non poté partecipare alle elezioni dell’anno successivo finendo relegato, per lunghi anni, nel retrobottega della politica nazionale.

Clandestini in trappola con i telefonini

La lotta di Trump all’immigrazione clandestina non conosce davvero confini. Nella battaglia entra ora anche il cyberspionaggio. Infatti secondo un rapporto pubblicato dal Wall Street Journal l’amministrazione americana, acquistato l’accesso a un database commerciale che mappa i movimenti di milioni di smartphone negli Stati Uniti, lo sta impiegando per controllare i movimenti dei clandestini presenti nel Paese o di quelli che tentano di attraversare il confine con il Messico. I dati sono raccolti dalle app per giochi, previsioni meteo e acquisti online di telefoni e tablet alle quali gli utenti hanno dato il permesso di registrare il luogo in cui si trovano. Il governo federale, rivela il WSJ, ha acquistato il data base da una società chiamata Venntel, che a sua volta li ha comprati da diverse società di marketing.

Nel solo 2018 l’ICE, l’agenzia del Dipartimento per la Sicurezza nazionale che controlla le frontiere, ha comprato da Venntel licenze per un valore di oltre 190mila dollari. Le autorità federali non hanno né smentito né confermato l’uso dei dati nella caccia agli immigrati illegali. Una conferma, anche se indiretta, arriva però dai vertici dell’ICE. Che per pubblicizzare il brillante risultato di un’operazione che ha consentito di scoprire un tunnel sotterraneo che dal Messico sbucava all’interno di un locale in disuso a San Luis in Arizona, hanno fatto esplicito riferimento alla mappatura dei dati degli smartphone.

Il modo in cui il governo sta ottenendo queste informazioni rientra in una zona grigia che apre serissimi interrogativi sulla sempre più estesa sorveglianza commerciale che i colossi del web esercitano sui privati cittadini. E non è solo questione di privacy. Perché secondo il Wall Street Journal nel caso in questione il governo starebbe violando una sentenza della Corte Suprema. Che, nel caso Carpenter vs United States del 2017, aveva stabilito che le forze dell’ordine solo su mandato della magistratura possono acquisire informazioni relative alla localizzazione dei cellulari. Ma per gli avvocati del Dipartimento della Sicurezza Nazionale il caso non si applica a questa circostanza perché il governo sta acquistando dati già disponibili per fini commerciali. Questo rapporto è solo l’ultimo in ordine di tempo a rivelare come i funzionari federali usino tattiche spregiudicate al solo fine di perseguire l’agenda dettata dalla Casa Bianca.

Il coronavirus non ferma i cervelli immigrati cinesi

La vox populi sul coronavirus rischia di riportare al 1882 le lancette dell’orologio della storia dell’immigrazione cinese negli USA. All’epoca il Congresso americano con il Chinese Exclusion Act decretò il blocco degli ingressi dalla Cina. Fu la prima volta che Oltreoceano una legge formalizzava un sistematico meccanismo di esclusione e discriminazione nei confronti di una determinata comunità straniera. Un record assai poco onorevole che assecondava il diffuso comune sentire che vedeva negli immigrati orientali un vero e proprio yellow peril, un pericolo giallo, come si leggeva persino nella più autorevole stampa statunitense. Ai cinesi si attribuiva di tutto: traffico di droga, atti di pedofilia, violenza, furti, contagio di malattie di ogni genere, etc. Tant’è che soltanto nel 1965 il governo americano tornò sui suoi passi con l’approvazione dell’Immigration and Nationality Act che riaprì anche agli immigrati orientali le porte degli Stati Uniti. Ma è solo dal 1979, con la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Pechino e Washington, che i flussi migratori dalla Cina verso gli USA tornano ad essere costanti e crescenti. Fino al punto che oggi tra le comunità straniere più numerose Oltreoceano quella cinese è salita al terzo posto (5,5% del totale), alle spalle di messicani e indiani.

Ma ciò che più conta è che con la quantità è cambiata anche la qualità degli immigrati cinesi che lasciano la madrepatria sedotti dall’american dream. Fino agli Novanta del secolo scorso rappresentavano, infatti, il prototipo della manodopera straniera a basso costo, poco integrata e molto sfruttata, soprattutto nei settori agricolo, edile e minerario. Oggi non è più così. Più che le braccia sono sempre più i cervelli cinesi a trovare casa e lavoro negli Stati Uniti.

A confermarlo è il dettagliatissimo rapporto Chinese Immigrants in United States di Carlos Echeverria-Estrada and Jeanne Batalova, appena pubblicato dal Migraton Policy Institute. Dal quale emerge che la comunità cinese americana è una vera e propria eccellenza internazionale. Sono al primo posto tra gli studenti stranieri nelle Università d’Oltreoceano e secondi solo agli indiani per numero di permessi di lavoro altamente specializzato (H-1B) ottenuti nel 2018.

Un fiume di talenti orientali che peraltro primeggia nei comparti chiave per le moderne democrazie occidentali: scienze, tecnologie, ingegneria e matematica, riassunti dall’acronimo inglese STEM. Senza contare che fanno registrare tra i più bassi tassi di criminalità e fra i più alti livelli di integrazione. Insomma, da appestati a super ricercati. Sarà forse questo il loro vero vaccino contro i sintomi sociali del coronavirus.