Trump cerca di rimettersi in carreggiata

Trump più che malato, come invece molti avevano desunto (e forse sperato!) dai segni di malessere avuti in occasione della sua visita all’accademia militare di West Point, sembra vivo e vegeto. Soprattutto politicamente. Visto che negli ultimi giorni è riuscito a rompere l’accerchiamento in cui si era cacciato reagendo malamente alle sacrosante dimostrazioni di protesta scoppiate dopo che a Minneapolis si era perpetrata l’ultima, ennesima esecuzione di un uomo di colore da parte della polizia.

Un passo falso che per la sua protervia poteva costargli molto caro. Per gli americani di qualunque colore politico è infatti inaccettabile che il Presidente degli Stati Uniti esca dalla Casa Bianca brandendo la Bibbia a fianco del Generale in capo dell’esercito. E per raggiungere la chiesa del quartiere pretenda di far sloggiare dalle forze dell’ordine i manifestanti che gli ostacolano il cammino. Ma quando nessuno se lo aspettava ecco il colpo di scena. Lunedì scorso i giudici della Corte Suprema con il decisivo voto del super conservatore Neil Gorsuch, che proprio Trump tra mille critiche aveva imposto all’indomani della sua elezione, hanno preso due decisioni a dir poco storiche.

La prima relativa alla condizione dei transgender. Che secondo i supremi magistrati, in base a quanto stabilito dal Civil Rights Act del 1964, ha il diritto di essere tutelata contro ogni forma di discriminazione.

La seconda, che pur avendo attirato meno attenzione della prima, rischia di essere non meno rivoluzionaria. Perché riguarda la scottantissima materia dell’immigrazione. La Corte, infatti, sempre con l’inatteso sì della sua maggioranza di destra, ha rifiutato di accogliere in giudizio il ricorso degli avvocati del Presidente contro la democratica California. Che per anni si è opposta alle ingiunzioni della Casa Bianca di far collaborare la polizia statale con quella federale nella caccia agli immigrati clandestini presenti sul suo territorio. Due novità alle quale nelle ultime ore se ne aggiunta una terza da Washington.

Il Governo, che fino a ieri aveva sempre detto di no, ha infatti deciso, superando resistenze ed oltranzismi di ogni tipo, di dare ascolto all’umore del Paese varando un progetto di riforma della polizia. Che, per quello che è dato sapere, non è lontano, almeno nelle intenzioni, dal Justice in Police Act presentato a tamburo battente la scorsa settimana dai parlamentari dell’opposizione democratica.

 Un bel cambiamento, non c’è che dire. Che se sommato alla forte ripresa segnalata negli ultimi giorni dai principali indicatori dell’economia potrebbe consentire a Trump di riguadagnare la carreggiata elettorale che nelle ultime settimane sembrava, invece, avere irrimediabilmente perso.

La regolarizzazione non è stata un flop per gli evasori

Con i proclami non si governa l’immigrazione. Sembra questo il messaggio che emerge dai primi dati sulla regolarizzazione degli immigrati nel nostro paese iniziata lo scorso 1 giugno e che si concluderà il prossimo 15 luglio. Il provvedimento, incluso nel Decreto Rilancio Italia, era stato presentato come necessario per rispondere durante la pandemia alla mancanza di manodopera straniera stagionale nei campi e garantire il diritto alla salute e al lavoro legale degli immigrati irregolari soprattutto nel settore agricolo.

Tuttavia, ad oggi, delle circa 30 mila domande pervenute, la maggioranza riguarda colf e badanti. La più classica eterogenesi dei fini. La regolarizzazione avrebbe dovuto tutelare, nelle intenzioni dei proponenti, i più vulnerabili e assicurare in tempi stretti agli imprenditori agricoli l’indispensabile forza lavoro stagionale. Essa, invece, sembra aver fornito un assist ideale ai ceti sociali che calpestando le regole approfittano dei vantaggi dell’immigrazione. E’ di tutta evidenza, infatti, che le domande fin qui registrate di emersione del personale straniero addetto alla cura della casa e della persona siano arrivate da una parte dei ceti medi. Che forse intimoriti dai rischi sanitari derivanti dalla pandemia, hanno pensato bene di approfittare di questa occasione per regolarizzare rapporti di lavoro che nell’era pre-Covid 19 non avevano timore di tenere sommersi. Ma oggi lo scenario è cambiato. In caso di un secondo lockdown, ad esempio, non dovranno più affrontare il dilemma di tenersi in casa una colf/badante irregolare, con tutti i rischi del caso oppure mandarla via col timore di perdere i contatti.

Risolti i loro problemi, la regolarizzazione ha lasciato insoluti sul tappeto quelli per i quali era stata approvata. Una verità che non deve aver sorpreso i partner europei. Che fatta eccezione per il Portogallo hanno intrapreso strade alternative a quella italiana per risolvere le medesime questioni. Su scala comunitaria si è infatti cercato di superare l’impasse dapprima con la Comunicazione della Commissione Europea dello scorso 30 marzo che sollecitava gli Stati UE a garantire, attraverso i cosiddetti corridoi verdi, la libera circolazione dei lavoratori stranieri stagionali in settori strategici come quello agricolo. Mentre l’Italia dibatteva sul Sì o No alla regolarizzazione degli immigrati, in Europa si apriva una corsa per accaparrarsi i lavoratori dell’Est, soprattutto dalla Romania. Il nostro paese è rimasto ai margini di questa competizione, pur essendo storicamente la prima destinazione lavorativa dei rumeni. Il risultato è stato che decine di migliaia di immigrati dell’Est sono già tornati a lavorare nelle campagne di Austria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania e Gran Bretagna, Norvegia e Spagna grazie ai corridoi verdi basati sui princìpi dell’immigrazione circolare. L’Italia sta, invece, valutando se allargare le maglie della regolarizzazione, con la cocciuta speranza di vederla riuscire laddove ha sempre fallito.

Dopo Minneapolis l’America sfugge di mano a Trump

Trump si è infilato in un tunnel forse senza via di uscita. Privato dal potente tam-tam di proteste innescate dal video dell’uccisione di George Floyd del controllo della comunicazione sociale sembra come aver perduto la capacità di capire la portata del terremoto che da giorni scuote l’America. Chiamata a fare i conti con un complicato groviglio di contraddizioni che potrebbero travolgere un Presidente convinto di poterle affrontare ripetendo i vittoriosi slogan semplificatori delle elezioni del 2016. Al punto di non rendersi conto che il suo rumoroso quanto poco convincente niet alla riforma della polizia invocata a gran voce nelle piazze rischia di suonare come l’appassita replica di quella che dopo l’assassinio nel 1968 di Martin Luther King jr ebbe Ronald Reagan. Che nell’occasione affermò: “great tragedy that began when we began compromising with law and order”.

La verità è che per Trump tutto appare come d’improvviso essersi drammaticamente complicato. Ed il quadro politico lontano anni luce da quello che lo vide trionfare quattro anni orsono. La sua convinzione di riuscire a silenziare i manifestanti tuonando Law&Order è infatti assai meno convincente del MAGA (Make America Great Again) che gli consentì di strappare alla Clinton le chiavi della Casa Bianca. Per almeno due ragioni.

La prima è che una posizione di questo tipo ricacciandolo nel solco della destra repubblicana d’antan rischia di alienargli i voti dei ceti popolari allettati dalla sua promessa di guerra ai vecchi notabili dei poteri forti. Che, detto per inciso, non vedono l’ora di fargli pagare la spregiudicata durezza con la quale ha liquidato il vecchio establishment moderato del suo partito.

La seconda, ancor più decisiva, è che oggi, a differenza che in passato, ad invocare la riforma del corpo di polizia non è più solo la minoranza afro-americana affiancata dai liberal di sinistra. Ma parti significative di quell’elettorato moderato bianco che dopo Minneapolis non se la sente più di barattare la sua sicurezza con la violenza impunita degli uomini in divisa contro i neri. Con il risultato, come  ha spiegato sul New York Times Lillian Mason dell’Università del Maryland: “che se i sostenitori del suprematismo bianco si arroccano nel partito repubblicano spingono ad allearsi in quello democratico tutti quelli che sono contro. Cosa mai avvenuta prima di oggi”.

Trump ricorda da vicino Jackson

Trump perderà a novembre le elezioni? E’ possibile ma poco probabile. Una affermazione per taluni forse inspiegabile se non addirittura sbagliata. Eppure ad una attenta lettura della situazione essa appare, almeno al momento, meno azzardata di quanto a prima vista potrebbe apparire. Per la semplice ragione che non bastano le dure critiche sull’atteggiamento avuto dal capo della Casa Bianca nei giorni che hanno incendiato l’America per decretare, come invece afferma Thomas Wright su The Atlantic dello scorso 2 giugno: “We’ve now entered the final phase of the Trump era”.

Ma il fastidio per un modo di fare irritante, come è quello del tycoon newyorkese, non rappresenta un salvacondotto per qualunque tipo di accusa. Al punto che l’inquilino della Casa Bianca è stato accusato di voler attentare alla democrazia semplicemente per aver minacciato l’intervento dell’esercito contro i vandali in azione nelle metropoli del paese. Senza però ricordare che, ad esempio, in passato prima Lyndon Johnson a metà degli anni ’60 (contro i segregazionisti dell’Arkansas e dell’Alabama) e poi Bush padre nel 1992 ( per frenare i moti scoppiati nei ghetti neri di Los Angeles) avevano fatto ricorso, come la legge consente in casi estremi, alla Guardia Nazionale.

La verità è che con la propaganda non si fa politica. E, per quello che è dato vedere, gli avversari del Presidente ci sembra abbondino della prima ma scarseggino della seconda. Il vero punto della questione sta qui. Trump non piace ma è senza alternative. L’opposizione democratica latita e quella repubblicana tace. Di qui le sue chance di agguantare nelle urne di novembre il secondo, ambitissimo mandato. Sfruttando il suo formidabile mix di conservazione, progressismo e populismo che ricorda da vicino quello di un antico, famoso predecessore: Andrew Jackson. Un Presidente che gli annali della storia descrivono urtante e spietato non meno dell’attuale.

I neri si rivoltano, Trump sorride

La rivolta nera che sta incendiando l’America rischia di suonare la campana a morte per le chance dei democratici alle prossime elezioni presidenziali di novembre. Non solo perché, come insegnano le spietate leggi della politica, eventi di questo tipo finiscono inesorabilmente per rafforzare la destra conservatrice. Basta ricordare che a quelli di pari ampiezza scoppiati nel 1968 quando fu assassinato Martin Luther King, seguirono alla Casa Bianca, con l’unica eccezione di Carter nel 1976, 25 anni di ferreo predominio repubblicano.

Ma perché alla base della rabbia dolorosa dei tanti scesi in piazza in questi giorni c’è la disperazione di una comunità che non si sente ascoltata nel modo dovuto da chi, come l’opposizione, si è invece sempre considerata, a torto o a ragione, loro paladina.

Una verità che lo scrittore nero Astead W. Herndon ha brutalmente riassunto sul New York Times di domenica scorsa affermando: “Joe Biden cerca di lenire l’animo ferito di un paese sconvolto dalla rabbia e di strappare la Casa Bianca a Trump. Ma se si limita a ripetere alla gente che a novembre deve andare a votare rischia di fallire su entrambi i fronti. Ai neri non basta più sentirsi dire che sconfiggendo Trump tutto ritornerà come prima visto che l’America pre-Trump non è certo il loro obbiettivo”.

Un concetto che un giovane nero, Sierre Moore, ha reso ancora più chiaro dalle barricate erette contro i gendarmi: "Se i democratici vogliono il nostro voto ascoltino le ragioni della nostra rabbia”. La verità, però, è che dietro a queste dolorose, sacrosante grida di aiuto è in agguato per il partito dell’asinello il peggiore dei rischi. Arrivare all’appuntamento di novembre con l’elettorato nero, da sempre suo punto di forza, anziché compatto spaccato e deluso. E per di più isolato e contrapposto sia da quello dei bianchi moderati anti Trump sia, cosa ancora più grave, da quello numerosissimo delle minoranze immigrate del paese. Che non a caso, proprio grazie alla loro stretta alleanza “arcobaleno” nel 2004, avevano consentito per la prima volta l’ingresso alla Casa Bianca di un nero d’America.

Negli USA elezioni al ribasso

Negli USA più si avvicina novembre più cresce l’incertezza sull’esito delle elezioni presidenziali. Visto che i danni della pandemia sanitaria con il suo enorme carico di morte rischiano di privare il confronto politico, dopo anni di aspre, feroci contrapposizioni alimentate dalla discussa presidenza Trump, del suo residuo di razionalità. Con il risultato, come spesso avviene in queste occasioni, che tra i contendenti la corona verrà assegnata sulla base dei minori demeriti in luogo dei maggiori meriti. Ragione per la quale non sbagliano coloro che intravvedono, con giusta preoccupazione, l’eventualità che a novembre prossimo il voto si trasformi in una sorta di referendum negativo su chi, fra Trump o il suo avversario Biden, godrà di un minor tasso di repulsività nell’audience elettorale.

Un rischioso handicap dal quale, almeno fino a ieri, ritenevamo dovesse guardarsi, vista la sua estrosa aggressività, soltanto il  magnate newyorkese. Quando invece lunedì scorso il candidato in pectore democratico, mettendo fine ad un silenzio che durava da settimane, ha d’improvviso deciso, tra la gioia dei nemici e l’incredulità degli amici, di mettere da parte il suo rassicurante, elegante aplomb politico. Rendendosi responsabile di una gaffe che rischia di compromettere non poco le sue chance elettorali di per sé assai complicate.

L’ex vice di Obama, ospite di   The Breakfast Club, talk-show molto seguito dai giovani afroamericani, forse sentendosi troppo incalzato dalle domande del conduttore, il notissimo hip-hop DJ Charlomagne Tha God, sul finire della trasmissione ha con stizza affermato: “If you have a problem figuring out wheter you’re for me o Trump, then you aint’t black”. Non sei un nero! Un errore madornale. Che di lì a pochi giorni ha avuto la sfortuna di essere ricordato nei cortei dei neri che in queste ore, dopo l’uccisione di uno di loro per mano della polizia, stanno mettendo a ferro e fuoco Minneapolis. Facendo traballare la poltrona del suo sindaco il democratico Jacob Frey.

E ridato fiato agli uomini del Presidente che non si sono lasciati sfuggire l’occasione di fargli pubblicità sui media di mezza America con lo slogan black voters for Trump. Pensando in questo modo di far passare in secondo piano anni di suoi commenti aggressivi e negativi nei confronti della comunità nera e della trasgressività deviante dei suoi giovani. Povera America in che mani sei finita!

La circolarità governerà i nuovi flussi di ingresso degli immigrati

C’è anche un capitolo dedicato agli ingressi per lavoro nel nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo che la Commissione Europea si accinge a presentare entro luglio. Il tema è assai delicato. Il sistema dei “flussi” da lavoro per immigrati economici (da non confondere con quelli per i rifugiati) fin qui utilizzato, infatti, non funziona.

Il caso italiano ne è la più eclatante prova. Subordinare l’ingresso alla stipulazione di un contratto tra un datore di lavoro che sta in Italia e un lavoratore stagionale che sta all’estero è un’ipocrisia che fa a pugni con il buon senso. E' semplicemente illogico pensare che un datore di lavoro che sta in Italia debba assumere con richiesta nominativa qualcuno/a che sta in un altro paese e che non ha mai conosciuto. Questo può funzionare esclusivamente nei confronti degli immigrati altamente qualificati come scienziati e ingegneri (che rappresentano un capitolo a sé delle politiche migratorie), ma non per manovali stagionali. Inoltre, poiché sono le imprese e le famiglie, non la burocrazia, che selezionano e pagano gli immigrati di cui abbisognano questo sistema, oltre a non funzionare fa anche danni. Perché pretende di fissare quote che la velocità del mercato rende sistematicamente obsolete. E allarma la pubblica opinione con l’annuncio dell’arrivo di nuovi “contingenti” di cui essa fatica a comprendere l’utilità e la necessità. Con l’ulteriore aggravante che mentre le istituzioni continuano a sfornare dichiarazioni contro l’immigrazione clandestina, la crescente domanda di lavoro viene, in grande parte, soddisfatta just in time solo grazie all’efficientissimo, onnipresente mercato della clandestinità.

Non sappiamo le soluzioni che la Commissione UE proporrà a tal proposito. Ciò che sembra certo, tuttavia, è che è arrivato il tempo di sperimentare strade alternative al sistema dei “flussi”, sia tra i Paesi europei sia tra questi ultimi e quelli extra-UE. Almeno per quanto riguarda l’ingresso di immigrati da impiegare in settori poco qualificati e scarsamente retribuiti. La parola chiave potrebbe essere: immigrazione circolare. Una ricetta che nel recente passato ha trovato il favore di autorevoli esperti e istituzioni internazionali, ma non quello dei policy maker.

Nel 2003, alla vigilia del più massiccio allargamento dell’UE a Est, l’economista tedesco Hans Werner-Sinn, Presidente dell’Institut for Economic Research, lanciò una proposta che fece storcere il naso a molti. Il noto esperto d’Oltrereno temeva (e la storia ha dato lui ragione) che i cittadini dei nuovi Stati membri, con standard economici e socio-assistenziali inferiori alla media UE, sarebbero stati attratti dai più generosi sistemi di Welfare dei partner occidentali. Col rischio di metterli sotto stress fino al punto da creare potenziali scontri tra i nuovi arrivati e le fasce più vulnerabili della popolazione autoctona.

Insomma, Hans-Werner aveva intuito il rischio di quello che mediaticamente è passato alla storia come il pericolo dell’idraulico polacco. Che in modo sia pur discriminatorio e grossolano ben descrive il sentimento di molti left behind dei Paesi occidentali europei che cominciavano a vedere negli immigrati dall’Europa dell’Est concorrenti sleali nel mercato del lavoro e in quello delle prestazioni socio-assistenziali statali. E’ stato proprio questo sentimento, sempre più rancoroso, a spingere ad esempio molti inglesi a dire Sì alla Brexit sperando di risolvere il problema alla radice, ristabilendo frontiere e controlli per ostacolare nuovi arrivi.

Per ovviare a queste non trascurabili controindicazioni, Hans Werner-Sinn propose, rimanendo inascoltato, due correttivi alla libera circolazione dei lavoratori dell’Est nello spazio comunitario. Il primo, limitare, quantomeno in una fase transitoria, ai nuovi arrivati negli Stati dell’Europa occidentale l’accesso ai benefici finanziati con la fiscalità generale, come il diritto alla casa. E, in generale, garantire loro, sulla base del principio di reciprocità, servizi di Welfare pari a quelli di cui beneficerebbe uno straniero nei loro paesi di origine.

Il secondo: investire su forme di immigrazione circolare atte a disincentivare i lavoratori stranieri dall’Est a stanziarsi permanentemente nei Paesi ospitanti.

Sulla stessa linea di Hans Werner-Sinn, ebbe modo di pronunciarsi nel 2005 la Global Commission on International Migration istituita dall’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Che nel suo rapporto finale insisteva proprio sul concetto di immigrazione circolare. E ribadiva a chiare lettere che il vecchio paradigma basato sull’insediamento permanente stava progressivamente cedendo il passo a forme di immigrazione temporanea e circolare e si concludeva incitando gli Stati e le organizzazioni internazionali ad orientarsi verso questo tipo di immigrazione.

Posizioni simili emersero dalla Commissione Europea che in risposta ad un invito fattole dal Consiglio europeo nel dicembre 2006, pubblicò una Comunicazione sulla migrazione circolare nella quale indicava come obiettivo strategico quello di massimizzare il rendimento complessivo della mobilità del lavoro, facendo in modo che l’immigrazione non si traducesse in permanenza improduttiva o in brain drain.

Entro luglio vedremo, forse, se la Commissione Europea tornerà sui suoi passi, stavolta però passando dalle parole ai fatti.

Immigrazione: Che Fare?

In Italia sull’immigrazione si continua a discutere, meglio a litigare, con la testa rivolta all’indietro. Con il risultato che anche se passano gli anni i problemi da risolvere restano, più o meno, sempre gli stessi. Generando una pericolosa sensazione di stanchezza anche tra coloro che al tema si sono dedicati, come si dice, anima e corpo. Ma per evitare di arrendersi a questo negativo stato d’animo l’unica strada è quella di provare a “gettare il sasso nello stagno”. Tornando a sollecitare una riflessione senza preconcetti e schemi precostituiti sul Che Fare? per rendere la nostra politica dell’immigrazione in linea con i tempi oltre che con l’Europa.

                           Osservazioni preliminari
a) sul piano del consenso politico-elettorale l’immigrazione non premia o premia poco la sinistra, ma la punisce molto. Un handicap che le rigidità ideologiche non curano ma, se possibile, aggravano. Impedendo di capire che le paure ed il rifiuto di molti nei confronti degli immigrati non vanno bollati come una colpa ma, al contrario, affrontati come un problema. Di cui farsi carico e, nella misura del possibile, lenire con opportuni rimedi. Per la semplice ragione che l’immigrazione funziona, e viene usata, come un facile ma efficientissimo collante “simbolico” nella guerra per l’identità di chi si percepisce trascurato e messo ai margini. Non sempre o solo per ragioni economiche. Ma perché si considera voiceless, senza voce. Oppure scarsamente tutelato, e talvolta offeso, dal modo di fare delle istituzioni. Ragione per la quale, visto che in politica i sentimenti contano, eccome contano!, di fronte ai tanti che, a torto o a ragione, a causa dell’immigrazione si sentono o si lasciano convincere di essere stranieri a casa loro, alla sinistra una cosa è sicuramente vietata: fare spallucce ripetendo che è colpa loro se non capiscono. “ La paura”, ripeteva il grande filosofo americano Ralph W. Emerson, “ sconfigge più persone che ogni altra cosa al mondo”.

b) la migliore politica dell’immigrazione è quella che fa meno errori delle altre. L’esperienza italiana e di molti altri paesi dimostra infatti che, data la natura del problema, mutevole ed in continua, sistematica evoluzione, non esiste una ricetta unica e perfetta in assoluto. Ma, forse, solo una relativamente più efficace perché pronta e disposta ad auto-correggersi facendo tesoro, per il futuro, degli errori del passato. Che può consentire di venire a capo del paradosso per cui sull’immigrazione la destra dice che chiude ma il suo blocco economico-sociale di riferimento ne fa uso guadagnandoci. E al contrario la sinistra, che apre, perde il suo. Per l’ostinato rifiuto di affrontare la questione dei clandestini (come dimostra la sciagurata presa di distanza dalla coraggiosa “svolta” Minniti). Un errore che ricorda quello sindacale, parimenti suicida, dei lontani anni ’70 del Novecento sul salario variabile indipendente.

                          Considerazioni di metodo

a) accantonare la logica per la quale le leggi sull’immigrazione si fanno per cancellare , dalla a alla z, quelle precedenti ( del tipo: azzeriamo la Turco-Napolitano con la Bossi-Fini che a sua volta , per ritorsione, va buttata a mare). Perché forse serve a fare propaganda ma non a migliorare il governo dell’immigrazione. Un errore sottolineato con forza su Le Monde dal grande esperto Cris Beauchemin che tempo addietro, partendo dal caso francese, ha detto : “Il est légitime pour un gouvernement de vouloir réguler les migrations mais l’inflation législative…est problematique….les lois se succédent sans que l’on se donne vraiment les moyennes d’evaluer leurs effets: d’une certaine façon le renouvellement perpétuel des lois signe l’échec des teste précédent. Ils sont sans doute davantage conçus comme signaux politiques que comme des instruments visant effectivement à mieux réguler les migrations”.
Questo, ovviamente, non vuole dire che, come vedremo più avanti, ciò che è scritto nel Libro della Legge non abbisogni di essere aggiornato o, in alcune parti, radicalmente riscritto. Anzi. Ma che l’ésprit de loi dei nuovi interventi normativi non può e non deve più essere ispirato dall’idea “cambiamo tutto e ricominciamo da capo”. Per l’unica e semplice ragione che la normativa italiana sull’immigrazione, iniziata più di trent’ anni fa con la Martelli, costituisce, nel bene e nel male, un patrimonio ormai consolidato che si può modificare ma non cancellare. Di qui il suggerimento che i futuri interventi legislativi siano concepiti per sopperire ad eventuali carenze normative e “rivedere più che picconare” le parti di quelle precedenti dimostratesi, all’atto pratico, inadeguate, insufficienti oppure sbagliate.

b) accantonare il dominus storico della nostra politica immigratoria: la sanatoria. Meglio, le sanatorie erga omnes. Una anomalia tutta nazionale. Per il loro numero (nell’arco di vent’anni ne sono state fatte talmente tante che si è perso il conto). Per la massa di coloro che ne hanno usufruito (quasi la metà degli attuali immigrati regolarmente residenti in Italia sono “ex sanati”). Ma, qui l’aspetto forse più inquietante del problema, per il fatto che ad esse hanno fatto indifferentemente ricorso governi di centro-sinistra, di centro-destra e, persino, quelli cosiddetti tecnici. Vale qui forse la pena rammentare che la sanatoria in assoluto più massiccia è quella fatta, all’opposto di quanto molti credono e ripetono, non dal centro-sinistra ma dal centro-destra nel 2002.

c) accantonare l’abitudine di ripetere che “l’immigrazione è una risorsa” senza domandarsi perché e a favore di chi. Sta qui il cuore del problema visto che ci sarà pure una ragione per la quale mentre l’economia "li vuole la società no". Una schizofrenia sistemica in grande parte prodotta, come avviene nei processi di modernizzazione, dal fatto che l’immigrazione è causa di ansia e, al contempo, fonte di nuova ricchezza. Mentre la somma dei suoi fattori dà un risultato positivo, la sua ripartizione è però ineguale. Premia alcuni e penalizza altri. C’è che vince e c’è chi perde. Non solo economicamente ma, come in precedenza già sottolineato, esistenzialmente. Vale forse la pena tornare a ricordare che l’ostilità di tanti nei confronti degli immigrati è solo in parte frutto di sentimenti xenofobi. Non c’è ideologia, per quanto diabolica, in grado di fare presa sul comportamento collettivo in assenza di fenomeni reali percepiti come minaccia e, perciò, rifiutati dalla società. Meglio, dai suoi settori socialmente e culturalmente più deboli.

                                     Interventi di merito

a) abrogare il reato penale di clandestinità. Perché, come ha ben chiarito il magistrato torinese Paolo Borgna da anni in prima fila nella lotta contro la tratta o lo sfruttamento degli esseri umani “ è proprio questa norma, all’apparenza draconiana, che rappresenta per gli stranieri che delinquono un utilissimo appiglio per evitare di essere rimpatriati. Per almeno due ragioni. La prima è che sfruttando i tempi (troppo) lunghi della Giustizia (tre gradi di giudizio) gli stranieri fuori legge, anche se condannati, hanno diritto a restare. La seconda è che la maggioranza degli altri irregolari, nonostante si guadagnino la vita lavorando duramente, per paura di essere colpiti “dal reato” si nascondono. Finendo per ingrossare ulteriormente le fila della galassia clandestinità in cui i pesci grossi si muovono indisturbati. Una palude tanto ampia quanto intoccabile, a meno che non la si prosciughi. Sottraendole tutti i casi di irregolarità non collegati ad attività criminali o illecite. Se la nostra normativa e la nostra amministrazione fossero capaci di realizzare questo obbiettivo, l’80% del fenomeno della clandestinità sarebbe risolto. E polizia e magistrati potrebbero meglio occuparsi di reprimere il suo lato criminale. L’esperienza insegna che il processo penale, per essere efficace, deve essere selettivo. Deve mirare a reprimere condotte particolarmente gravi per la collettività. Non può essere utilizzato come strumento per fronteggiare comportamenti di massa: i suoi tempi, i suoi costi, i suoi riti, sempre più appesantiti, sono incompatibili con questo scopo…[è] uno strumento spuntato. Con l’unico risultato di suscitare scontento e disillusione tra i cittadini”.

b) modificare le attuali norme degli ingressi per lavoro. Il sistema dei “flussi” fin qui utilizzato, infatti, non funziona. Per la semplice ragione che subordinare l’ingresso alla stipulazione di un contratto tra un datore di lavoro che sta in Italia e un lavoratore che sta all’estero è un’ipocrisia che fa a pugni con il buon senso. E semplicemente illogico pensare che un datore di lavoro che sta in Italia debba assumere con richiesta nominativa qualcuno/a che sta in un altro paese e che non ha mai conosciuto. Inoltre poiché sono le imprese e le famiglie, non la burocrazia, che selezionano e pagano gli immigrati di cui abbisognano questo sistema, oltre a non funzionare fa anche danni. Perché pretende di fissare quote che la velocità del mercato rende sistematicamente obsolete. E allarma la pubblica opinione con l’annuncio dell’arrivo di nuovi “contingenti” di cui essa fatica a comprendere l’utilità e la necessità. Con l’ulteriore aggravante che mentre le istituzioni continuano a sfornare dichiarazioni contro l’immigrazione clandestina, la crescente domanda di lavoro viene, in grande parte, soddisfatta just in time solo grazie all’efficientissimo, onnipresente mercato della clandestinità. Anche se cambiare può forse far tremare le vene ai polsi è obbligatorio, ormai, pensare e sperimentare strade alternative. Come, ad esempio, quella del rilascio, in paesi che abbia sottoscritto con l’Italia chiari e vincolanti accordi di riammissione dei propri nazionali, da parte dei nostri Consolati di visti temporanei (4-6 mesi) per ricerca di lavoro. Che, all’atto dell’emissione, rilevano con le foto segnaletiche le impronte degli stranieri che ne fanno richiesta. Un sistema che scoraggerebbe non poco coloro che una volta entrati commettono reati o che, non avendo trovato lavoro, restano oltre la scadenza dei termini consentiti. Perché la conoscenza certa dell’identità e della nazione di provenienza non sarà loro consentito, come invece oggi spesso avviene, utilizzare alias a catena per beffare le forze dell’ordine evitando di essere rimpatriati.

c) riorganizzare le strutture preposte al governo dell’immigrazione. Per nulla semplice data anche la ben nota rigidità della nostra struttura amministrativa e la sua storica avversione ai cambiamenti dei suoi storici equilibri di potere e delle relative, interne aree di competenza. Difficoltà che se sconsigliano di “sparare grosso” e, come qualcuno fa, proporre la creazione - non sbagliata ma irrealistica di un nuovo ministero dell’immigrazione - si possono ovviare creando all’interno delle diverse amministrazioni che hanno voce in capitolo un net work operativo di funzionari non solo specializzati ma stabilmente ed esclusivamente dedicati al governo dell’immigrazione. Insomma per fronteggiare e gestire un fenomeno a filiera, qual è appunto quello migratorio, servono maggiore specializzazione e più cooperazione inter-amministrativa. Per garantire l’una unità di comando spesso invocata ma che, troppo spesso, manca.

d) risolvere presto e bene la questione della cittadinanza dei piccoli immigrati. Con un modello misto ( jus temporis ) che sfruttando, con tutte le necessarie modifiche la legge ’91 del 1992, permetterebbe di superare l’accesa ma inconcludente discussione jus soli sì, jus soli no. Consentendo alla legislazione italiana di allinearsi, al riguardo, con quelle in vigore nelle principali nazioni europee. Non solo perché è veramente difficile da comprendere come sia possibile che l’Italia riesca a naturalizzare, come dimostrano gli ultimi dati disponibili risalenti al 2015, più immigrati (178mila) del Regno Unito (118mila), della Spagna (114mila), della Francia (113mila) e della Germania (110mila) ma non riesca a risolvere dignitosamente lo status civitatis dei figli degli immigrati così come hanno fatto altri. Ma soprattutto perché è ormai chiaro a tutti che il futuro sociale ed economico della questione immigrazione si gioca, in grande parte, sul grado e la qualità dell’integrazione degli immigrati di seconda generazione.

e) mettere mano alla più urgente e dolente delle questioni: i rifugiati e i richiedenti asilo. Che finalmente, ed autorevolmente, si è capito che non può e non deve essere gestita passando da un’emergenza all’altra. Perché, come ha dimostrato il cataclisma degli ultimi anni, rischia di trasformarsi in una micidiale bomba ad orologeria capace di fare molti, moltissimi danni collaterali e non. Ora se è vero che ci sono aspetti del problema, come ad esempio quello delle norme fissate dal regolamento di Dublino, che vanno affrontati, e se possibile risolti, a livello europeo. E’ pure vero che questo non può rappresentare un alibi per rinviare e non fare quello che ci tocca. Visto che l’Italia non ha ancora, nonostante l’impegno parlamentare preso vent’anni fa al momento del varo della Turco-Napolitano, una legge organica sull’asilo. Sulla quale, facendo tesoro dell’esperienza di altri paesi e chiamando a raccolta i saperi e le conoscenze che nel nostro paese certo non mancano, è ora di cominciare a discutere. Perché, prima o poi, chiunque sarà al governo dovrà pur decidere come comportarsi e trovare una soluzione per i tanti cui il diniego del riconoscimento dello status non impedisce di continuare a restare, anche se irregolarmente, sul nostro territorio. E anche con quelli che se pur ce l’hanno fatta, ottenendo il sospirato permesso, è difficile, anzi improbabile, che torneranno, finita l’emergenza, a casa loro. Ma che non possiamo pensare di continuare ad assistere lasciandoli “a zonzo”. Non fosse altro cambiando le norme, concepite in tempi lontani come la preistoria, che attualmente impediscono loro di lavorare.

Il silenzio di Biden

Si può battere Trump restando in silenzio? E’ questa l’inquieta domanda che agita le acque dei democratici Usa a causa dell’ostinato silenzio in cui sembra piombato Joe Biden. Che dal momento in cui è stato indicato dalle primarie dell’asinello come il candidato in pectore del partito alle elezioni presidenziali del prossimo novembre è come scomparso dalla scena pubblica. Richiuso e senza fiatare ormai da settimane tra le mura della casa di famiglia. In attesa, forse, che l’insoddisfacente gestione di Trump del cataclisma innescato dalla pandemia sanitaria gli consenta di ridiscendere in campo e battere un avversario pesantemente indebolito dai suoi errori. Una sorta di strategia wait and see che oltre ai pro presenta però anche non pochi contro. Soprattutto perché la sua candidatura, nonostante i chiari segnali di favore da parte della pubblica opinione, appare tutt’ora priva della forza narrativa richiesta dal tipo di posta in gioco. Che oltre alla cocciuta, indomita resilienza politica dell’attuale inquilino della Casa Bianca, impone all’ex vice di Obama di riuscire a superare l’ostilità mai nascosta nei suoi confronti dell’ala di sinistra del partito che per mesi aveva sperato di riuscire a nominare come front runner l’ultra radicale Benny Sanders.

Un’impresa non da poco visto che nel 2016 questa sinistra non votando per ostilità la “centrista” Clinton consentì a Trump di passare in distretti elettorali dove, altrimenti, non avrebbe mai potuto vincere.

La situazione di quello che per tutti è ormai Joe già non facile negli ultimi giorni si è, se così si può dire, ulteriormente complicata. Per due ragioni.

La prima legata alla denuncia da parte di una sua ex collaboratrice del Senato, Tara Reade, di molestie sessuali subite nel 1993. La cui smentita da parte dall’accusato (I’m saying unequivocally it never, never, happened) non ha avuto la forza necessaria per convincere dell’innocenza due segmenti dell’elettorato potenzialmente a lui più favorevoli: quello femminile e quello più istruito. I cui dubbi e sospetti sono stati immediatamente registrati dall’abbassamento dell’indice di gradimento nei suoi confronti.

La seconda, ancor più preoccupante, riguarda due pezzi forti dell’elettorato democratico: gli afro-americani e le minoranze immigrate. Che tramortiti dal Covid19 più di altri settori della popolazione americana è probabile, salvo miracoli, che a novembre prossimo più che andare alle urne penseranno a come curare le tante ferite, materiali ed esistenziali, subite.

Sull’immigrazione l’Italia è ferma al passato

Colpisce ma non stupisce la sanatoria degli immigrati proposta dal decreto legge del governo. Infatti, nella consolidata, e senza rivali in Europa, storia delle regolarizzazioni degli stranieri illegali in Italia, quella che sta per entrare in vigore ha forse un primato senza precedenti. Perché, come ha fatto notare con un pizzico di perfidia l’ex-Ministro Roberto Maroni, è la prima sanatoria approvata da un esecutivo di sinistra ricorrendo a uno schema che è copia-carbone di quello adottato tempo addietro da una compagine di centro-destra. L’articolo 110-bis del decreto Rilancio, almeno dalla bozza che circola in queste ore, riprende, infatti, gli snodi essenziali della sanatoria approvata nel 2009 dal governo Berlusconi con il Decreto Legislativo 78/09 convertito nella legge 3 agosto 2009 n.102. L’unica differenza sostanziale è che quella odierna consente di sanare non solo gli immigrati illegali con un rapporto di lavoro sommerso, ma anche quelli che non hanno un’occupazione, rilasciando loro un permesso di soggiorno valido sei mesi. Tradotto: si concede di fatto agli immigrati illegali un permesso di soggiorno per ricerca di lavoro a cui a suo tempo aveva detto un energico No Giorgio Napolitano in fase di stesura della legge sull’immigrazione che con Livia Turco prende il suo nome. Ma se non trovano occupazione si autodenunceranno? Li rimpatrieremo?

Al netto di tutto ciò, l'ironia di Roberto Maroni aiuta finalmente a chiarire la verità. Sull’immigrazione, e in particolare sulle sanatorie, destra e sinistra pari sono. Confondono i vizi del mercato del lavoro sommerso italiano con i problemi di gestione degli immigrati. Il risultato ieri come oggi è un premio per gli imprenditori italiani e gli immigrati che non rispettano la legge a discapito di quelli, autoctoni e stranieri, che rispettano le regole. La sanatoria del governo Conte va esattamente in questa direzione. Alcune semplici osservazioni sulle cause e le conseguenza di questo provvedimento aiutano a capire il perché.

Partiamo dal fatto che la regolarizzazione degli immigrati in questo caso è stata giustificata dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di manodopera, soprattutto nel settore agricolo.

Sul primo punto ricordiamo che ai sensi dell’articolo 35 della legge Turco-Napolitano del 1998 (e successive modifiche), l’ordinamento italiano riconosce e garantisce agli immigrati irregolari, senza oneri a carico dei richiedenti, il diritto all’accesso alle cure. In particolare: la tutela della gravidanza e della maternità, la tutela della salute dei minori, le vaccinazioni nell’ambito di interventi di prevenzione collettiva, gli interventi di profilassi internazionali, la profilassi e la cura delle malattie infettive. L’accesso alle strutture sanitarie di uno straniero irregolare non comporta la segnalazione alle autorità di polizia salvo i casi di obbligatorietà di referto. Sulla base di questa normativa un immigrato illegale affetto da Covid-19 può chiedere e ricevere assistenza sanitaria senza rischiare alcuna controindicazione penale in ragione del suo status di fuori legge.

Sul secondo punto sappiamo dalle associazioni di settore che a causa dell’emergenza sanitaria nelle campagne italiane mancano in queste settimane circa 200 mila stagionali stranieri. Servono adesso, non domani. Il rischio è di mandare al macero i raccolti. Ma la sanatoria del governo Conte regolarizzerà soltanto una manciata di migliaia di immigrati irregolari che tenendo conto delle lungaggini burocratiche otterranno il nuovo status non prima della fine dell’estate.

Viene da chiedersi, allora, perché su questo fronte l’Italia, come peraltro chiedono le principali associazioni di categoria, non abbia seguito il resto d’Europa. Lo abbiamo già scritto in queste colonne, ma è forse il caso di ribadirlo. Decine di migliaia di immigrati dell’Est sono già tornati a lavorare nelle campagne di Francia, Germania e Gran Bretagna (a breve anche di Austria, Danimarca, Finlandia, Norvegia e Spagna) grazie ad accordi bilaterali basati sui princìpi dell’immigrazione circolare West si è occupato lo scorso 7 maggio.
L’immigrazione circolare, infatti, si basa su uno schema, semplice, flessibile e pragmatico, che aiuta a prevenire le controindicazioni delle sanatorie all’italiana. Con l’adozione di questo meccanismo circolare, il mismatch ufficiale tra domanda e offerta di manodopera nei mercati nazionali viene colmato dall’intervento della Stato di destinazione che agli interessati garantisce il rilascio di un tot di permessi di soggiorno temporanei per lavoro, con tanto di visto di reingresso pluriennale per gli immigrati che a conclusione dei raccolti garantiscono il loro rientro nel Paese di origine. È una soluzione win-win. Perché in linea generale soddisfa i bisogni: degli stagionali immigrati che a causa del lockdown rischiavano di rimanere disoccupati e bloccati in casa oppure di spingersi, pur di sopravvivere, a muoversi illegalmente alla ricerca di occupazioni sommerse e sotto retribuite;
degli imprenditori che anche quest’anno possono contare sul rapporto fiduciario pluerinnale con i loro dipendenti stranieri, senza peraltro rischiare di mandare al macero i raccolti; degli Stati di origine e destinazione che grazie all’immigrazione circolare possono almeno ridurre il danno della crisi economica dopo quella sanitaria.

Ma allora perché continuiamo a preferire la sanatoria all’immigrazione circolare? La verità è che su questo tema in Italia si preferisce il passato al futuro. La nostra ennesima sanatoria rischia soltanto di esacerbare lo scontro sociale fra onesti e disonesti, siano essi italiani o stranieri. Senza contare i mal di pancia dell’opinione pubblica che di fronte a una gigantesca crisi economica senza precedenti, è meno disposta a concedere indulgenze a chi viola la legge.