Purtroppo a Malta Hathaway non c’era

Se il Professor James C. Hathaway avesse partecipato al vertice di Malta sull’immigrazione dello scorso 23 settembre, avrebbe avuto qualcosa da dire. È stato lui, infatti, nel 1997 a presiedere una Commissione Onu di super esperti di diritto d’asilo che aveva teorizzato l’introduzione di una sorta di corridoi umanitari statali (non gestiti da enti privati) come soluzione al problema della condivisione fra la comunità internazionale degli oneri derivanti dalle emergenze profughi nel mondo (cioè quello di cui si è dibattuto, sia pur su scala europea e non globale, pochi giorni fa nella capitale maltese).

Per consultare le conclusioni alle quali giunse il panel di studiosi guidati da James C. Hathaway, basta digitare su internet Making International refugee law relevant again: a proposal for collectivized and solution-oriented protection. Il documento, considerato una pietra miliare degli asylum studies contemporanei, proponeva di introdurre a livello globale una netta distinzione tra i luoghi di identificazione dei richiedenti asilo da quelli di accoglienza di coloro cui venisse riconosciuto lo status di rifugiato. Era questa, a loro avviso, l’unica via per evitare che in caso di crisi umanitarie la responsabilità di assistere e proteggere profughi e sfollati, ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951, ricadesse esclusivamente sugli stati limitrofi.

Per capire di cosa parliamo, immaginiamo di applicare questa teoria nello spazio euro-mediterraneo che dalla Primavera Araba del 2011 è il luogo di transito di migliaia di richiedenti asilo e immigrati economici in fuga dall’Africa verso l’Europa. Una pressione migratoria senza precedenti che – di questo si è discusso a La Valletta – è gravata, per ragioni geografiche, sugli Stati UE di frontiera, Grecia e Italia in testa, chiamati a svolgere, al contempo, il doppio ruolo di paesi che identificano e accolgono i nuovi arrivati.

Problema che, invece, seguendo le indicazioni della Commissione Hathaway potrebbe essere risolto creando negli stati collaborativi dell’Africa del Nord e di quella subsahariana, sotto l’egida dell’UNHCR e dell’OIM, safety zone dove chiedere asilo senza rischiare la vita. In caso di esito negativo i richiedenti verrebbero rimpatriati nel paese di origine. Mentre, ecco il significato dei sopra citati corridoi umanitari statali, se il parere è positivo i rifugiati verrebbero redistribuiti tra una coalizione di Stati firmatari di un accordo internazionale che li obbliga ad accoglierli pro-quota. Sta qui il passaggio dall’emergenza a una politica ordinata e sicura per chi arriva e chi riceve.

Con l’autunno tornano i gilet gialli

Passate le vacanze, ieri sera a Parigi i gilet gialli sono tornati e si sono impossessati della marcia per il clima.  Come mai tra  questo esercito di arrabbiati che ogni sabato, da mesi, mette a ferro e fuoco la capitale francese non ci sono gli immigrati?

I volti delle migliaia di impauriti e impoveriti dalla globalizzazione che riversano il loro odio nella ville Lumiere, sono solo bianchi. Mentre mancano quelli degli oltre otto milioni di origine straniera che vivono accanto a loro. E dire che molti di questi corrisponderebbero, almeno in parte, all’identikit che i gilet gialli danno di loro stessi. Tanto è vero che vivono in quartieri esclusi dal benessere del centro città, con tassi di disoccupazione del 50% (contro una media nazionale del 10%), pessimi mezzi e servizi pubblici e livelli di frustrazione pari se non superiori a quelli del popolo che fa tremare Macron. Un silenzio assordante. Specie se si tiene conto che da quelle parti gli immigrati delle periferie sanno benissimo come far sentire la propria voce. Nell’ottobre del 2005, solo per fare un esempio, le tre settimane di violentissime sommosse (due morti, centinaia di feriti, migliaia di auto incendiate) nei sobborghi di mezza Francia costrinsero l’allora presidente Nicolas Sarkozy a dichiarare lo stato di emergenza nazionale.

Perché, allora, questo esercito di emarginati e scontenti di origine straniera non fa pendant con quello degli autoctoni, bianchi?

Di qui la necessità di riflettere su questa nuova fase del populismo moderno che non include il popolo degli immigrati. Sarà, forse, perché il populismo, che impregna e unisce i rivoluzionari con le giacchette gialle, è per definizione nazionalista e, dunque, fatica a includere nel concetto di popolo da difendere gli stranieri che sono quelli da cui difendersi?

Se la cittadinanza è un colpo di spugna del passato

Nelle moderne democrazie la concessione della cittadinanza agli immigrati è l’atto con cui i paesi di accoglienza ne formalizzano il passaggio dallo status di stranieri a quello di nuovi cittadini. Riconoscendo loro l’ingresso a pieno titolo nella comunità politica nazionale. Con evidenti, positive conseguenze per chi arriva e per chi accoglie. Al punto che in alcuni paesi, come ad esempio gli Stati Uniti, il Canada o l’Australia, esso viene ritualmente suggellato nel corso di apposite cerimonie pubbliche nelle scuole con tanto di alza bandiera e giuramento sulla costituzione.

Anche se il conferimento della cittadinanza agli immigrati ha regole, tempi e procedure diversi se non addirittura diseguali da paese a paese, in via generale esso rappresenta il momento conclusivo di un lungo percorso di integrazione degli stranieri nella loro nuova Madre Patria.

Per questo sorprende ed al contempo incuriosisce quanto al riguardo deciso di recente dalla Spagna. Che con un voto all’unanimità del suo Parlamento ha pensato invece di farne uso per riscattare la colpa di un peccato commesso più di 500 anni fa. Quando nel 1492, anno della partenza di Cristoforo Colombo alla scoperta dell’America, i suoi cattolicissimi regnanti con l’Editto di Espulsione imposero la cacciata in massa degli ebrei dal paese ultimando loro: convertitevi, andatevene o morite. Obbligando migliaia di sefarditi (Sefard in ebraico sta per Spagna) a fuggire cercando riparo ai quattro angoli del Vecchio Continente.

Un’onta che pesa come un macigno sulla sua storia e per cancellare la quale Madrid ha promulgato una legge che conferisce automaticamente la cittadinanza iberica ai discendenti di quegli esuli che entro la fine del prossimo mese di ottobre presenteranno formale domanda di fare ritorno nell’antica terra dei loro avi. Una norma importante ma che ha sollevato non pochi dubbi. Perché i suoi risultati potrebbero mancare le attese nel caso che ad accettare l’offerta fossero in pochi. Ma soprattutto in ragione del fatto, come qualcuno maliziosamente si è chiesto, se il suo obbiettivo è quello di “riaprire per sempre le porte” della Madre Patria non è un controsenso stabilirne la data di scadenza?

Aiutiamoli a casa loro è solo uno slogan

Non è vero che con l’aiuto allo sviluppo si frena l’immigrazione. Almeno nel breve, medio periodo. Un’affermazione che, forse, coglierà qualcuno in contropiede perché convinto, come da anni invariabilmente ripetono i governanti di mezzo mondo nei documenti finali dei loro vertici, che “se li aiutiamo a casa loro” gli immigrati non vengono.

Le cose, purtroppo, non stanno così. Viste le conclusioni cui sono giunte molte aggiornate ricerche sulla questione. Per ultimo riprese e rilanciate in grande stile negli USA da un quotidiano ultra liberale e di solida fede democratica come OZY. Che qualche settimana addietro ha edito un articolo di Marrosha Muzaffar, grande esperto della materia, con il titolo: “To reduce migration Trump might be right about cutting foreign aid ”. Nel quale si spiega, sulla scorta di un recente, dettagliatissimo studio del Center for Global Development di Washington, che l’aiuto allo sviluppo è sì di straordinaria efficacia nella cura delle crisi sanitarie ed umanitarie che affliggono le aree arretrate del Pianeta ma non per garantire il controllo e la riduzione dei flussi migratori. In ragione del fatto che nei paesi più poveri gli interventi della cooperazione internazionale proprio perché ne alleviano l’indigenza interna elevano la propensione all’emigrazione delle loro popolazioni.

In quelle società, infatti, l’arrivo degli aiuti stranieri consente di poter disporre delle risorse, fino ad allora mancanti, per riuscire a partire. Anche se ha il sapore del paradosso sta di fatto che l’aiuto allo sviluppo aggrava anziché attenuare, come molti pensano e sperano, la spinta all’emigrazione dai paesi più poveri e arretrati. Insomma se è innegabile che gli aiuti economici nelle nazioni sottosviluppate producono nella loro società una spinta al progresso, è pur vero che il di più economico che essi garantiscono e mettono in circolo si trasforma per molti nell’opportunità di trasformare la fuga all’estero da sogno in realtà.

La nuova politica UE sull’immigrazione tranquillizza ma non troppo

Anche se rappresenta un passo avanti, l’accordo sull’immigrazione, che Finlandia, Francia, Germania, Italia, Malta (forse anche Portogallo e Spagna) proveranno a sottoscrivere il prossimo 23 settembre a La Valletta, ha due criticità di non poco conto.

Per capire di cosa parliamo, partiamo dal nocciolo della potenziale intesa che mira ad automatizzare fra le parti contraenti disponibili la redistribuzione immediata dei migranti che sbarcano sulle coste dell’Europa del Sud. Con tanto di penalizzazione per gli stati che non fanno la loro parte.

Rispetto al piano Juncker del 2015, la novità, fortemente voluta dal governo italiano, consisterebbe (il condizionale è d’obbligo) in un superamento de facto della Convenzione di Dublino. Risparmiando al paese di primo approdo l’obbligo di fotosegnalere, valutare e distinguere la posizione dei richiedenti asilo (da ridistribuire tra i partner UE) e quella degli immigrati irregolari da rimpatriare, con tutte le enormi difficoltà del caso, a proprie spese. Una buona notizia rispetto al recente passato, non sufficiente, tuttavia, a risolvere:

- L’annosa e mai risolta questione del se e come rimpatriare coloro, e non sono pochi, che si presentano come richiedenti asilo, ma sono immigrati irregolari. Che spetti al paese di primo approdo (come accade oggi) o a quello di secondo approdo (potrebbe succedere dopo il 23 settembre) il problema rimane. In entrambi i casi, è, infatti, arcinoto che si tratta, soprattutto nel caso di grandi numeri, di procedure lunghe, costose, farraginose, a volte impopolari e spesso ostacolate dal mancato accordo con i paesi di origine.

- I non pochi problemi di ordine legale. L’ipotesi di penalizzare sul piano finanziario gli stati che dicono no a qualsiasi forma di ridistribuzione, può, infatti, essere politicamente condivisibile. Ma in punta di diritto, se ci atteniamo ai dettati dei Trattati che hanno istituito l’UE, è, se non irricevibile, quanto meno discutibile. Tant’è che, se si dovesse passare dalle parole ai fatti, non è difficile immaginare per i giudici della Corte di giustizia europea lunghe notti e giorni di durissimo lavoro per rispondere ai ricorsi e ai contro ricorsi degli stati protagonisti di questa partita.

Per tali ragioni, non ci rassegniamo a ribadire quanto già scritto più volte in queste colonne. Si potrebbe, infatti, rilanciare la proposta avanzata trent’anni fa da uno dei massimi esperti internazionali in materia, il Prof. James Hathaway. Secondo il quale per allentare la pressione migratoria sugli stati di frontiera ed evitare che per arrivare a destinazione gli immigrati economici illegali sfruttino come cavalli di Troia i richiedenti asilo in fuga da guerre e persecuzioni, è cruciale distinguere il luogo di identificazione dei nuovi arrivati da quello di accoglienza. Nel caso nostro creando a ridosso delle aree di crisi come quella libica zone franche e sicure (ad es. in Tunisia), sotto l’egida dell’UNHCR, dell’OIM e dell’UE, in cui chiedere asilo. Al fine di garantire solo a chi ne ha diritto ai sensi della Convenzione di Ginevra di essere ridistribuiti e accolti, senza affidarsi ai trafficanti di esseri umani, nei 28 stati dell’Unione.

La diversità rende forte l’economia USA

L’America di Trump non finisce mai di stupire. E stavolta la sorpresa arriva dal mercato del lavoro che fa registrare un primato straordinario: nel 2018 la maggior parte dei nuovi assunti sono di colore o appartenenti alle minoranze etniche. E novità nella novità, a guidare questa tendenza sono le donne. È lo straordinario annuncio fatto qualche giorno fa in prima pagina dal Washington Post, quotidiano non certo tenero con l’attuale inquilino della Casa Bianca che ha analizzato i dati del Dipartimento del Lavoro dagli anni ’70 ad oggi. In particolare il numero degli occupati è aumentato di 5,2 milioni dalla fine del 2016, e di questi 4,5 milioni appartengono alle minoranze.

Mai era accaduto nella storia recente del Paese. Il rimodellamento della forza lavoro americana è iniziato nel 2015, anno in cui un sempre maggiore numero di donne afroamericane e ispaniche hanno deciso di mettersi in gioco abbandonando il tradizionale ruolo di casalinghe e mamme. Una rivoluzione culturale, favorita anche dai posti di lavoro lasciati liberi dai molti baby boomer bianchi che nel frattempo stanno andando in pensione. Ma a spingere queste donne a cercare lavoro è soprattutto la necessità di una maggiore stabilità economica. Non è un mistero che le famiglie appartenenti a minoranze etniche sono meno ricche di quelle bianche. Secondo i dati della Federal Reserve del 2016 un nucleo familiare Wasp può contare, in media, su un patrimonio netto superiore ai 170mila dollari, mentre una tipica famiglia afroamericana o latina non supera i 21mila dollari. Secondo molti economisti dietro il boom di queste assunzioni c’è anche un diverso approccio dei datori di lavoro che ormai non cercano più solo bianchi e preferibilmente uomini.

Un altro dato che il Washington Post mette in evidenza è l’avanzata delle donne latinoamericane. Spinte a cercare lavoro e a garantire un reddito alla famiglia dopo l'escalation delle espulsioni dei clandestini, che per il 90% sta colpendo uomini originari del Centroamerica. Ma c’è un altro aspetto che favorisce le ispaniche, l’alta scolarizzazione: dal 2010 al 2016 le laureate sono passate dal 36 al 41%. Ad aiutarle è poi la perfetta conoscenza di inglese e spagnolo, di fatto seconda lingua negli USA.

Fin qui le buone notizie. Ma come evidenzia il Washington Post l’economia americana mostra segni di rallentamento. La guerra dei dazi e le incertezze globali hanno già portato a una frenata dell’occupazione. A questo punto è perciò lecita una domanda: chi subirà il colpo più duro di una possibile recessione? La risposta è facile: le donne delle minoranze. Perché nonostante tutte le rivoluzioni culturali, in caso di crisi, infatti, i white worker restano sempre e comunque la “prima scelta” delle imprese.

Dagli USA un’idea sull’asilo su cui riflettere

Martedì scorso 11 settembre la Corte Suprema americana ha emesso sull’immigrazione una sentenza carica di enormi conseguenze. In primo luogo in ragione del fatto che in piena campagna elettorale per le prossime elezioni presidenziali e su uno dei più accesi e contestati dossier della politica interna del paese dà torto a quanto per mesi sostenuto contro il Presidente dall’opposizione democratica e da una parte della magistratura statunitensi. Semplificando, di fatto e di molto, la strada di Trump alla difficile ma agognatissima rielezione alla Casa Bianca nel 2020. Ma soprattutto perché aiuta a fare una volta per tutte chiarezza su un argomento delicatissimo qual è appunto quello dell’asilo che la crisi alla frontiera meridionale del paese ha fatto deflagrare in tutta la sua drammaticità.

Per capire di cosa stiamo parlando vale forse la pena iniziare dai numeri. Solo negli ultimi 12 mesi sulla linea di confine che separa gli Stati Uniti dal Messico gli agenti dell’immigration americana hanno fermato, mentre tentavano di entrare illegalmente nel paese, quasi mezzo milione tra adulti e bambini. Nella stragrande maggioranza provenienti dal San Salvador, Guatemala ed Honduras. Che però, una volta intercettati, sulla base di uno schema adottato fin dai tempi della presidenza Obama, in base alle norme in vigore che appunto Trump intende cambiare, dichiarandosi richiedenti asilo devono essere rilasciati dalle forze dell’ordine. E in attesa che la giustizia abbia modo e tempo di esaminare la loro richiesta spariscono nell’immenso continente nordamericano. E del suo mercato del lavoro mai sazio di braccia volonterose e a buon mercato.

Un sistema che gli studiosi del Migration Policy Institute in un’indagine sull’argomento hanno definito “ben oliato e sponsorizzato dalle gang centro americane” perché dimostratosi per loro meno rischioso e più “sicuro” rispetto a quello dell’immigrazione clandestina del passato. Quando a tentare di passare il confine senza documenti, rischiando però di morire o di essere acciuffati e rimpatriati dal Border Patrol, erano per lo più giovani maschi messicani soli e non intere famiglie come oggi.

Un meccanismo infernale nel quale i veri rifugiati funzionano da “copertura” per i tantissimi immigrati economici intenzionati a raggiungere, senza permesso, i nuclei dei loro “paesani” da tempo insediati ai quattro angoli del paese a stelle a strisce. Ma che la Casa Bianca, con il placet della Corte Suprema, ha deciso oggi di spezzare stabilendo che i centro americani intenzionati a chiedere asilo negli USA dovranno depositare le loro richieste non più al confine yankee ma nelle nazioni attraversate nella marcia di avvicinamento al Norte. Per quelli dell’Honduras e del San Salvador le nazioni delegate sono il Guatemala e il Messico, mentre per i guatemaltechi solo il secondo.

Una pillola forse per alcuni difficile da ingoiare addolcita però, come giustamente sottolineato dai supremi magistrati americani, da un principio di garanzia in base al quale coloro che avessero respinte le richieste di accoglienza nei paesi “terzi” saranno autorizzati a perorare la loro causa e difendere i loro diritti rivolgendosi direttamente all’amministrazione made in USA.

Per la Von der Leyen la riforma dell’asilo è un obbligo

La solidarietà non può dipendere da una posizione geografica, la Convenzione di Dublino sui richiedenti asilo deve essere riformata. Sante parole, quelle pronunciate oggi dalla neo-presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen durante la conferenza stampa convocata a Bruxelles per annunciare i portafogli dei suoi commissari. Per la semplice ragione che la Convenzione siglata nella capitale irlandese da 12 Stati UE nel 1990, entrata in vigore nel 1997, aggiornata nel 2003 e nel 2013, è oggi carta straccia. Non è più sufficiente a garantire sicurezza e diritto d’asilo in Europa.

Per capire il perché, partiamo da quello che ormai da quasi trent’anni è il suo principio-guida. In base al quale i cittadini extracomunitari, in fuga dai paesi di origine a causa di guerre o persecuzioni per motivi di natura politica o religiosa, possono fare richiesta di asilo solo nel primo paese membro dell'Ue in cui arrivano (one step, one shop). Una norma allora pensata per risolvere due problematiche:

- Asylum shopping, cioè il rischio che uno stesso soggetto facesse domanda d’asilo in più Stati.
- Rifugiati in orbita, ovvero richiedenti asilo che venivano rimbalzati da uno Stato all’altro per conflitto di competenza.

Per lungo tempo, fin quando la pressione migratoria, prima dall’Europa dell’Est, poi dai Balcani e infine soprattutto dal Nord Africa, non ha raggiunto livelli allarmanti, la Convenzione è rimasta in vita solo sul piano squisitamente formale, in forza di un compromesso tacito tra gli Stati dell’Europa mediterranea e quelli mitteleuropei. Nonostante i vincoli imposti da Dublino, i primi si sono fatti sempre carico da soli dell’onere di ricevere i richiedenti asilo e garantire loro una prima assistenza, consentendo, tuttavia, a coloro che rifiutavano di farsi registrare e fotosegnalare, di chiedere formalmente rifugio nel Nord Europa che li accoglieva di buon grado vista l’elevata domanda di manodopera straniera. Solo così si spiega perché, dati Eurostat e Unhcr alla mano, tra gli Stati UE, a registrare il maggior numero di rifugiati pro-capite sono per lo più quelli lontani dalle frontiere calde dell’immigrazione, come, ad esempio, la Svezia.

Questo silenzioso patto tra Nord e Sud Europa sulla distorta applicazione della Convenzione di Dublino, è saltato con la Primavera Araba del 2011. Le proteste di piazza in buona parte dello scacchiere nordafricano hanno spazzato via i regimi autoritari che per decenni, sia pur con alti e bassi, avevano garantito ai partner europei un filtro alla pressione migratoria dall’Africa sub-sahariana. Con il risultato che, specialmente nel triennio 2014/2015/2016, il numero dei richiedenti asilo nell’Europa mediterranea ha raggiunto cifre spaventose, mai registrate prima. Cosa che ha spinto i leader dei governi mitteleuropei (ad eccezione di Angela Merkel), intimoriti dall’onda populista anti-immigrati al loro interno, a chiedere a quelli del Sud quello che, per ragioni opportunistiche di cui sopra, non avevano mai richiesto: il rispetto della Convenzione di Dublino. Addossando sulla Grecia e Italia l’onere di valutare migliaia di domande d’asilo da parte di soggetti desiderosi di raggiungere i più ricchi stati mitteleuropei. Un compito tanto più arduo se si tiene conto del fatto che i molti casi di diniego, viste le complesse procedure di rimpatrio, hanno ingrossato le fila di un esercito di fantasmi sul territorio italiano e greco.

Il bandolo della matassa sta tutto qua. Non mancano le soluzioni per sbrogliarlo. Si potrebbe, ad esempio, rilanciare la proposta avanzata trent’anni fa da uno dei massimi esperti internazionali in materia, il Prof. James Hathaway. Secondo il quale per allentare la pressione migratoria sugli stati di frontiera ed evitare che per arrivare a destinazione gli immigrati economici illegali sfruttino come cavalli di Troia i richiedenti asilo in fuga da guerre e persecuzioni, è cruciale distinguere il luogo di identificazione dei nuovi arrivati da quello di accoglienza. Creando a ridosso delle aree di crisi come quella libica zone franche e sicure (ad es. in Tunisia), sotto l’egida dell’UNHCR, dell’OIM e dell’UE, in cui chiedere asilo, garantendo solo a chi ne ha diritto ai sensi della Convenzione di Ginevra di essere redistribuiti e accolti, senza affidarsi ai trafficanti di esseri umani, nei 28 Stati dell’Unione.

Ursula Von der Leyen sembra avere le idee chiare in proposito. Meno convincente, tuttavia, la sua scelta di affidare un portafoglio dal peso massimo, qual è quello dell’immigrazione al rappresentante (Margaritinis Schinas) di uno Stato, la Grecia, peso-piuma. Decisione che ricalca quella presa a suo tempo da Jean Claude Junker che affidò il medesimo delicatissimo incarico, al greco Dimitris Avramopoulos. Se il buon giorno si vede dal mattino…

Idee per il nuovo governo dell’immigrazione

Poiché per il nuovo Governo l’immigrazione rappresenterà una questione assai delicata è auspicabile che i suoi interventi, per evitare guai peggiori di quelli che intende mettersi alle spalle, siano improntati alla massima prudenza. Scansando la trappola, in cui sono finiti in passato altri esecutivi, che nell’euforia del loro insediamento hanno fatto promesse dimostratesi poi nei fatti sbagliate o irrealizzabili. Come sarebbe quella, da qualcuno in questi giorni addirittura invocata, di “buttare a mare” la Bossi-Fini e promulgare l’ennesima, nuova legge sull’immigrazione. Accompagnata, ça va sans dire, dalla sanatoria in massa delle centinaia di migliaia di immigrati che, nonostante il diniego della richiesta di asilo e la promessa (non mantenuta) di rimpatrio da parte di Salvini, continuano ad essere presenti sul nostro territorio.

Un errore che su un terreno minato com’è quello dell’immigrazione in Italia rischia non solo di essere politicamente e culturalmente regressivo. Ma di compromettere definitivamente la credibilità e l’attendibilità delle nostre proposte per un futuro, profondo cambiamento delle regole dell’asilo e dell’immigrazione a livello europeo. Anziché pensare a radicali ma rischiosissime innovazioni palingenetiche sarebbe molto meglio se la nuova coalizione di governo si concentrasse su alcune urgenti “necessità” della nostra immigrazione. In particolare quattro:

1) abrogare il reato penale di clandestinità. Perché, come ricorda Paolo Borgna da anni in prima fila nella lotta contro la tratta o lo sfruttamento degli esseri umani “è proprio questa norma, all’apparenza draconiana, che rappresenta per gli stranieri che delinquono un utilissimo appiglio per evitare di essere rimpatriati”.

2) modificare le attuali norme degli ingressi per lavoro. Il sistema dei “flussi” fin qui utilizzato, infatti, non funziona. Per la semplice ragione che subordinare l’ingresso alla stipulazione di un contratto tra un datore di lavoro che sta in Italia e un lavoratore che sta all’estero è un’ipocrisia che fa a pugni con il buon senso. E semplicemente illogico pensare che un datore di lavoro che sta in Italia debba assumere con richiesta nominativa qualcuno/a che sta in un altro paese e che non ha mai conosciuto.

3) riorganizzare le strutture preposte al governo dell’immigrazione. Un’operazione per nulla semplice vista la rigidità della nostra struttura amministrativa e la sua storica avversione ai cambiamenti dei suoi storici equilibri di potere e delle relative, interne aree di competenza. Difficoltà che si possono ovviare creando all’interno delle diverse amministrazioni che hanno voce in capitolo un network operativo di funzionari non solo specializzati ma stabilmente ed esclusivamente dedicati al governo dell’immigrazione.

4) risolvere presto e bene la questione della cittadinanza dei figli degli immigrati nati in Italia. Con un modello misto che sfruttando, con tutte le necessarie modifiche, la legge ’91 del 1992, permetterebbe di superare l’accesa ma inconcludente discussione consumatasi nel nostro Paese tra i fautori dello jus soli sì, jus soli no. Consentendo alla legislazione italiana di allinearsi, al riguardo, con quelle in vigore nelle principali nazioni europee.

Dover come Lampedusa

Anche se da noi pochi ne parlano, il Canale della Manica (poco più di 30 chilometri separano le coste francesi da quelle del Regno Unito) è diventato negli ultimi anni una delle nuove rotte migratorie più battute d’Europa. Un fenomeno i cui numeri, pur se lontanamente paragonabili a quelli del Mediterraneo, sta allarmando le cancellerie di Parigi e Londra. Infatti Secondo le autorità francesi dall’inizio del 2019 circa 1.470 persone, più di 250 nel solo mese di agosto, sono state soccorse mentre provavano a raggiungere con imbarcazioni di fortuna le bianche scogliere di Dover. L’anno scorso furono solo 586. Secondo la prefettura di Pas-de-Calais, in 4 anni 98 barche, con 1.029 immigranti a bordo, sono riuscite a raggiungere la costa inglese.

Ma il dato è approssimativo, così come è impossibile da calcolare il numero delle vittime. Che pure ci sarebbero già state e i cui corpi potrebbero non essere recuperati prima di alcuni anni. Di certo la vittima n.1 del Canale della Manica è un immigrato iracheno, partito da Calais, il cui cadavere è stato ritrovato la settimana scorsa al largo di Zeebrugge in Belgio. Al di là del singolo fatto di cronaca resta la domanda: perché le traversate della Manica sono triplicate nell’ultimo anno? Secondo le Ong locali l’aumento dei tentativi di attraversamento è legato alle pressioni della polizia francese con i continui smantellamenti dei campi di Calais, dei maggiori controlli su auto e tir all’imbocco dell’Eurotunnel o all’imbarco dei traghetti , e non ultimo l’avvicinarsi della Brexit. Un insieme di cause, denuncia l’associazione Medecins du Monde, che porta all’aumento di comportamenti a rischio. Tanto da spingere il ministro dell’Interno francese Christophe Castaner e la sua omologa britannica Priti Patel ad annunciare un rafforzamento del piano contro gli sbarchi dei clandestini adottato lo scorso gennaio.

Ma nonostante la polizia francese abbia preso a ispezionare ogni notte le spiagge intorno al porto di Calais, i tentativi di traversata non si arrestano. E gli scafisti continuano a fare affari d’oro grazie alla disperazione dei tanti che vedono nel Regno Unito un approdo sicuro. In maggioranza iracheni e afghani sognano di arrivare in un Paese dove hanno, nella stragrande maggioranza casi, una rete familiare su cui contare. E grazie alla conoscenza dell’inglese sono convinti di trovare facilmente lavoro e avere perciò una vita più facile. Anche se poi la realtà sull’altra sponda della Manica è ben diversa e gli stessi migranti sanno che lì vige un sistema molto ostile nei loro confronti. Nell’ultimo anno, poi, è stato registrato l’anomalo aumento di immigrati iraniani. Secondo la National Crime Agency ciò è dovuto alla crisi economica che ha colpito l’Iran dopo il rinnovo delle sanzioni da parte degli Stati Uniti. A questo va aggiunto che nell’agosto 2017 la Serbia ha abolito i visti per i cittadini iraniani. Poi ripristinati in fretta e furia a ottobre sotto le pressioni dell’Unione europea. Ma in quei tre mesi di frontiere serbe aperte 15.000 iraniani hanno approfittato del nuovo sistema per giungere in Europa. E iniziare il viaggio Belgrado-Londra, con incluso attraversamento della Manica con ogni mezzo.