Per i dem USA l’immigrazione non è più un tabù

Finalmente tra i democratici americani comincia, forse sulla spinta dei positivi risultati delle recenti elezioni di midterm, a farsi largo l’idea che è impresa non difficile ma impossibile pensare di battere Trump alle Presidenziali del 2020 senza ridiscutere e ripensare la politica dell’immigrazione.

Una novità certificata dal documento conclusivo del meeting internazionale svoltosi a Washington lo scorso 15 novembre nella sede ultrademocratica del Migration Policy Institute. Nel quale per la prima volta si afferma che per fermare l’ondata conservatrice che ha innescato la recessione democratica dell’Occidente bisogna avere il coraggio di “riconoscere l’ingiusta redistribuzione di benefici e costi provocati nella società dall’immigrazione”.

Una presa d’atto coraggiosa che, si spera, possa rappresentare il primo passo per superare l’ostinata chiusura di un’ortodossia politica che sul tema aveva costretto i liberal del paese a stelle e strisce nell’angolo. E interrotto i canali di comunicazione dei democratici con la loro tradizionale base popolare. Chiarendo, finalmente, due cose.

La prima che non si può difendere l’immigrazione sorvolando sul fatto che del surplus di ricchezza da essa prodotto gode solo una parte ma non tutta la società. Così come per quanto riguarda i costi. Una svolta non da poco se messa a confronto con il tono di sprezzante, algida sicurezza con cui Illary Clinton, in una conferenza tenuta all’estero dopo la sonora sconfitta subita nella corsa alla Casa Bianca, aveva spiegato ad un attonito uditorio che a votare Trump era stata l’America degli “arretrati”. E che nelle urne si era schierata dalla sua “quella ottimistica, diversa e dinamica”.

La seconda  che è possibile, anche se non facile, rimettere mano al funzionamento dell’immigrazione senza per questo scatenare una campagna di odio anti immigrati e di scenografica militarizzazione dei confini. Ma con mirate politiche fiscali e di Welfare capaci di “rammendare” il tessuto sociale per aiutare chi è o si sente lasciato indietro a rimettersi al passo con la modernità.

De te fabula narratur dicevano i latini a proposito di eventi che per la loro importanza erano destinati ad influenzare il futuro di chi non ne era al momento coinvolto. Cosa che fa sperare che il segnale sull’immigrazione che arriva oggi dall’America possa, in un futuro non troppo lontano, valere anche da noi.

L’ipocrisia americana sui clandestini

Mentre la “carovana honduregna” inseguendo il sogno americano continua a marciare verso Nord, Trump ha ordinato all’esercito di blindare le frontiere per respingere l’invasione dei clandestini. Che in America, però, già ci sono e in non piccolo numero. Perché servono come il pane alla sua economia. Come certificano i numeri. Un database appena pubblicato dal Migration Policy Institute (MPI), con un dettagliato profilo di questa popolazione “di fantasmi”, stima infatti il loro numero in circa 11,3 milioni. Una galassia umana eterogenea proveniente da tutto il mondo. Per il 53% di origine messicana. A ruota seguono salvadoregni, honduregni, guatemaltechi e cinesi. Per quanto riguarda le regioni di provenienza l’Asia con il 16% supera di poco l’America Latina al 14%.

Andando più affondo nell’indagine si scopre che gli immigrati senza documenti sono, a differenza di quello che molti credono, piuttosto ben inseriti nella società statunitense. Visto che, di loro, più del il 60% vive negli Stati Uniti da più di 10 anni. Mentre una quota leggermente inferiore, il 56%, parla inglese correttamente. Inoltre uno su tre ha un figlio nato nel paese a stelle e strisce e uno su cinque è coniugato con un cittadino Usa o con un immigrato in possesso del permesso di residenza permanente. Inoltre si tratta di persone relativamente benestanti: il 40% vive ben al di sopra della soglia di povertà, il 67% ha un lavoro e più di un terzo possiede una casa di proprietà. L’economia statunitense ha bisogno di questi sans papier, in genere poco qualificati e scarsamente scolarizzati (più della metà non possiede il diploma di scuola superiore) come manodopera a buon mercato necessaria per rimpiazzare gli americani sempre meno attratti da lavori poco qualificanti e poco pagati. E, infatti, i settori che ne fanno maggiore richiesta sono l’agricoltura, l’edilizia ed i servizi di cura e quelli domestici. Ma, ecco la novità, il 28% è laureato.

I rifugiati cambiano, le norme sull’asilo no

Si può negare il diritto d’asilo agli immigrati illegali? La risposta la lasciamo ai giuristi. La domanda è, però, utile ad affrontare un tema (la definizione del concetto di rifugiato) che da una parte all’altra dell’Atlantico divide la politica. In questi giorni è toccato a quella americana. Perché Donald Trump ha appena firmato un discutibile decreto esecutivo (ideato dall’ormai ex Ministro della Giustizia Sessions che il Presidente ha da poco silurato) che vieta la possibilità di chiedere lo status di rifugiato agli immigrati che entrano illegalmente negli Stati Uniti. E’ questa, forse, la risposta preventiva della Casa Bianca alla carovana di 5 mila centroamericani, in queste ore in marcia verso gli Stati Uniti. Con l’obiettivo di chiedere asilo perché in fuga da violenze e soprusi di spietate gang criminali che nei loro paesi di origine (El Salvador, Guatemala e Nicaragua) fanno il bello e il cattivo tempo.

Secondo Trump sono immigrati economici intenzionati ad abusare del diritto asilo per ottenere il via libero all’ingresso che altrimenti sarebbe loro negato. Di diverso avviso gli oppositori del Presidente. Convinti, invece, che dal Centro-America arrivano categorie super vulnerabili che meritano la massima protezione umanitaria.

In questo scontro sulla interpretazione restrittiva o estensiva del concetto di rifugiato, nessuna delle due fazioni, a ben vedere, sembra avere torto. Per capire il perché partiamo dall’art.1 della Convenzione di Ginevra del 1951. Che considera rifugiato chiunque nel paese di origine sia perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o politico.

Nessuno degli immigrati centroamericani in cammino verso gli USA sembra rientrare, e qui Trump ha ragione, nelle categorie di perseguitati elencate nella Convenzione di Ginevra. Che, infatti, è stata pensata per tutelare sostanzialmente cittadini vittime di vessazioni da parte dello Stato di appartenenza. Mentre chi fugge oggi dall’America Centrale subisce forme di violenza gravissima esercitata però non da attori pubblici (lo Stato) ma privati (le gang criminali).

E, tuttavia, non hanno neanche torto gli oppositori di Trump che vedono tra i componenti della carovana di latinos, soggetti fragili da tutelare, non assimilabili alla tradizionale figura dell’immigrato economico.

La verità, che nessuna parte in campo è interessata ad affrontare, è che la Convenzione di Ginevra del 1951 ha fatto il suo corso. Quando è stata firmata il rifugiato era per lo più un soggetto vittima dello Stato in cui era nato. Dal quale doveva essere protetto. Oggi non è più così. Perché al netto di chi fugge dalla guerra (es. i siriani), sono emerse nuove categorie di potenziali rifugiati che mezzo secolo fa nessuno considerava come tali. Dai perseguitati per il loro orientamento sessuale a quelli che subiscono le gravi conseguenze dei cambiamenti climatici, fino ad arrivare alle vittime di violenze domestiche o private. Di questo universo mondo è, forse, ora di parlare.

Finito il lavoro sporco sull’immigrazione Trump l’ha cacciato

C 'è da scommettere che l’eredità di Jeff Sessions, da ieri l’altro ex ministro della giustizia Usa, è destinata a durare forse più a lungo di quella del Capo che l’ha messo alla porta. Per la semplice ragione che i cambiamenti da lui imposti con convinta, implacabile durezza conservatrice alle procedure per la concessione dell’asilo rappresentano quasi un punto di non ritorno della politica dell’immigrazione americana. Come dimostra il fatto che Sessions, nelle stesse ore in cui Trump redigeva la lettera di ben servito nei suoi confronti, anziché svuotare i cassetti e fare le valige si è sentito in dovere di emanare un interim final rule, che il Presidente ha firmato lo scorso 9 novembre, sulle procedure relative alla protezione umanitaria che ha il sapore di un manifesto più che di un testamento. Articolato in due punti.

a) organizzare un nuovo e più complicato iter per le richieste di asilo da parte di quanti entrano senza preventiva autorizzazione sul suolo americano o provengono da paesi sottoposti al divieto di ingresso indicati nel decreto presidenziale del 2017;

b) i pochi che dovessero riuscire a superare il primo sbarramento avranno come unico diritto di perorare nelle apposite sezioni giudiziare solo il rinvio operativo dei decreti di espulsione ( rinvio sempre revocabile e che, in quanto tale, non consente di ottenere il permesso di soggiorno). In pratica, in base a queste procedure, ai cittadini dei tre paesi centro americani ( El Salvador, Nicaragua e Guatemala), dai quali sono stati numerosi gli arrivi di famiglie e minori non accompagnati sarà al massimo consentito di chiedere il rinvio del decreto di espulsione ma mai lo status di rifugiati.

Non una svolta ma una vera e propria cesura. Visto che fino all’avvento come Attorney General dell’uomo forte dell’Alabama la giurisprudenza statunitense aveva, sia pur informalmente, ritenuto ammissibile, superando i rigidi limiti fissati dalle Convenzioni Internazionali, il diritto al godimento della protezione umanitaria anche per le vittime della violenza criminale e di quella familiare che piagano le popolazioni del Centro America.

Dopo che Sessions ha chiuso la porta a questo fiume di disperati (USA e Messico negli ultimi tre anni hanno bloccato quasi 1 milione di centro-americani e 150 mila minori non accompagnati), è davvero difficile immaginare che una futura amministrazione, di qualunque colore essa sia, avrà non tanto la forza quanto la convenienza a riaprirla.

Sull’immigrazione l’UE chiede aiuto all’Albania

L’Albania conquista un posto speciale tra i paesi extra-UE chiamati a frenare chi emigra verso l’Europa. Visto che il recente accordo anti-immigrazione irregolare tra Tirana e Bruxelles, anche se non è l’unico di questo tipo (si pensi ad esempio a quello con Ankara del 2016), è il primo che consente a Frontex (Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne) di operare in uno Stato (Albania) che non fa parte dell’UE. Perché è geograficamente cruciale per bloccare i migranti che attraverso il corridoio balcanico cercano di arrivare nel Vecchio Continente.

A convincere la Repubblica di Albania a cedere persino parte della propria sovranità territoriale non è stato soltanto il dio denaro, che pure non manca in questa partita. Ma il suo sogno, espresso con una richiesta formale del 2009, di entrare nel club dei 28. Che, però, vista l’aria euroscettica e nazional-populista che tira, difficilmente riuscirà, almeno nel breve periodo, a soddisfare le aspettative del “paese delle aquile”.

Ma se dopo questo accordo Tirana rischia di piangere, Bruxelles ha poco da ridere. La strategia di subappaltare ai partner extra-UE quello che noi non sappiamo fare da soli, mostrerà i suoi limiti. In politica, come nella vita, i nodi arrivano al pettine. Presto o tardi saremo costretti a prendere atto che di fronte alla globalizzazione dell’immigrazione, se l’Europa continua a essere divisa e priva di una politica migratoria comune, nemmeno il più fedele dei vicini potrai salvarci.

Per capire le ragioni di questo scetticismo è, forse, il caso di ricordare che mentre l’Albania ha detto SI a Frontex, molti stati europei hanno detto NI o addirittura un secco NO. Tanto è vero che le truppe di Frontex non solo operano in pochi paesi europei, ma sono numericamente irrisorie rispetto alle reali esigenze del momento. Ma se sull’immigrazione i 28 sono così attaccati alle competenze nazionali, viene da chiedersi retoricamente che senso ha investire su una costosissima recinzione comune sorvegliata da terzi a difesa di una fortezza su cui pochi o nessuno sembrano ancora credere.

Anche il Giappone si divide sull’immigrazione

Che siano troppi o troppo pochi, gli immigrati non smettono di far discutere. Ieri è toccato al Giappone. Dove, a differenza dell’Europa, nonostante il bassissimo tasso di natalità, gli stranieri sono, per scelta politica, merce rara e selezionatissima. Solo l’1,6% dei 127 milioni giapponesi ha origini immigrate. Numeri da sogno per molti partiti. Ma da incubo per gli imprenditori del Sol Levante affamati di manodopera a basso costo.

Ed è proprio per sanare questo mismatch sull’immigrazione tra gli interessi della politica (porte chiuse) e quelli dell’economia (porte aperte) che ieri il Primo Ministro Shinzo Abe ha fatto sapere di essere favorevole ad un nuovo corso. Che consenta non solo di aumentare le quote di ingresso annuali previste per gli immigrati. Ma, e qui la questione sarebbe per il Giappone una mezza rivoluzione, di agevolare i ricongiungimenti familiari (oggi rarissimi se non inesistenti) introducendo la possibilità per i lavoratori stranieri, attualmente obbligati a lasciare il paese alla scadenza del permesso di lavoro, di trasformare il loro titolo di soggiorno da temporaneo in permanente.

Inutile dire che l’annuncio del Premier giapponese, nonostante la prudenza con cui ha accuratamente evitato persino di usare il termine immigrazione, ha scatenato un putiferio sui media e suscitato le critiche di mezzo Parlamento. Molti membri del quale non se la sentono di esprimere, entro la prossima primavera, i loro sì o no alla modifica delle norme attualmente in vigore.

Per il governo, dunque, la strada si presenta in salita. Va ricordato, infatti che esso deve fare i conti, tra molti altri e non piccoli problemi, con il fatto che per il Giappone l’omogeneità etnica ed rispetto religioso di millenarie tradizioni sono parte costitutiva della sua identità culturale. Che non a caso, pur di fronte ad una serissima crisi demografica ed all’invecchiamento record della sua popolazione (gli over 65 sono il 30%), ha imposto di tenere ermeticamente chiuse le frontiere agli stranieri. Compresi i rifugiati. Visto che su 10 mila domande di asilo presentate nel 2016 ne sono state accolte solo 28.

Qualunque siano le sorti del “pacchetto Abe”, il Giappone si conferma un formidabile caso di scuola per gli studiosi dei fenomeni migratori internazionali. Che dovrebbero spiegare perché l'esperienza giapponese smentisce, almeno fino a oggi, la tesi, condivisa dai più, che vede nella demografia e nell'economia determinanti causali dell'immigrazione.  Forse perché in questa materia 2+2 non fa sempre 4.

Sulle elezioni USA gli occhi dei populisti europei

Con il voto di oggi gli americani decideranno molto ma non tutto del futuro politico del loro paese.

Molto in ragione del fatto che se i democratici dovessero riuscire a riprendersi anche solo la Camera dei Deputati, non c’è dubbio che per Trump sarebbero problemi seri fare i conti con un’opposizione parlamentare che non gliene farebbe passare una. E che ricambiando con gli interessi il clima di feroce partigianeria con cui Donald ha avvelenato la politica nazionale, non si lascerebbe certo sfuggire l’occasione di azzopparlo. Bloccando sul nascere qualunque sua iniziativa legislativa. Costringendolo, così come i repubblicani fecero con Obama negli ultimi due anni del suo mandato presidenziale, a governare tramite executive order. Provvedimenti che, però, hanno la debolezza normativa di essere decreti ma non leggi. E in quanto tali suscettibili di revoca o modifica nel caso arrivasse nel 2020 un nuovo inquilino alla Casa Bianca. Cosa che per altro Trump, fin dalla sua nomina, ha fatto senza problemi con quelli del suo predecessore.

Inoltre i democratici avendo la Camera in pugno è certo che darebbero via libera, come hanno giurato di fare, alle procedure per l’impeachment di Donald. Non è affatto detto, però, che sarà questo il verdetto delle urne. Trump, infatti, ha due formidabili atout dalla sua. L’economia che va non a gonfie ma a gonfissime vele. E la preoccupazione dell’opinione pubblica statunitense per l’avvicinamento ai confini del paese di una singolare carovana di migliaia di famiglie honduregne. Intenzionate, costi quello che costi, a entrare dal Messico negli Usa alla ricerca di migliori condizioni di vita. Una novità che ha consentito a Trump di rianimare una campagna elettorale a lungo sotto tono risfoderando la paura dell’immigrazione. Dimostratasi una potentissima arma di mobilitazione della base repubblicana.

Ma qui finisce il tanto. Perché il tutto, al momento, non è nelle disponibilità decisionali dell’elettorato. Per la semplice ragione che nella vita politica americana, qualunque sia l’esito del voto di domani, restano da affrontare due fondamentali questioni.

La prima è il trumpismo. Un’ideologia nata prima che sorgesse l’astro del magnate newyorkese per opera degli estremisti repubblicani del Tea Party. E che per questo è sicuro non saranno i risultati di queste elezioni a spedire nel dimenticatoio della storia.

La seconda, invece, riguarda la crisi politica in cui versa il partito democratico. Da troppo tempo privo di un convincente programma e di una credibile leadership. Un’organizzazione che sa essere solo contro ma mai per. Una condizione che rende ad essa praticamente impossibile, chissà per quanti anni, puntare a riguadagnare il consenso della maggioranza degli americani.

Sui rifugiati l’Onu cambia strategia

È guidata da un italiano la silenziosa ma clamorosa rivoluzione del sistema globale di accoglienza dei rifugiati. Filippo Grandi, Alto Commissario UNHCR, ha infatti rotto gli indugi mercoledì 31 ottobre proponendo un patto internazionale sugli sfollati (che l’Assemblea ONU sarà chiamata a votare il prossimo dicembre). Motivandolo con argomenti da cui chi l’aveva preceduto nello stesso difficile incarico si era accuratamente tenuto alla larga.

Il primo: riconoscere che il modello assistenzialista della Convenzione di Ginevra del 1951, che ancora oggi detta tempi e modi della gestione dei rifugiati, ha fatto il suo tempo. Perché mentre a livello globale aumentano a dismisura quelli che lasciano casa per ragioni umanitarie (68,5 milioni nel 2017), diminuiscono drasticamente i fondi che i governi sono disposti a sborsare per accoglierli e mantenerli. Soprattutto nei paesi in via di sviluppo che ospitano l’85% dei rifugiati nel mondo. Quello del livello delle risorse, però, non è l'unico problema. Visto che anche quando i fondi ci sono finiscono dispersi e sprecati. A causa, soprattutto, di una catena di comando che per la sua burocrazia è utile più ai soccorritori che ai soccorsi. Prendiamo, ad esempio, il caso di USAID. Il maggiore donatore al mondo di beni alimentari per il World Food Pro­gramme. Tra il 2011 e il 2014, per trasportare le proprie derrate alimentari ha speso una media annua di 70 milioni di dollari. Cifra altissima dovuta al fatto che il gigante americano del volontariato affida, per interessi nazionali, le proprie consegne solo a cargo statunitensi. Uno spreco che potrebbe essere azzerato investendo su nuovi strumenti d’aiuto ai rifugiati. Come ad esempio utilizzare un semplice ed economico smartphone per accreditare con click la cifra equivalente al valore dei beni che oggi arrivano loro dopo mille, costose lungaggini.

Il secondo: riorganizzare il sistema degli interventi basandolo su un cambio di prospettiva della figura del rifugiato. Abbandonando lo stereotipo che lo vuole un mantenuto assistito per trasformarlo in un agente dello sviluppo. Come lavoratore-consumatore del paese che lo ospita. Di qui l’appello di Filippo Grandi a istituzionalizzare il coinvolgimento del settore privato nel sistema di gestione dei rifugiati nel mondo. Niente donazioni, né altre forme di filantropia. Alle imprese si chiede di fare quello per cui sono nate: business. Anche con i rifugiati. Investendo sulla loro formazione e professionalizzazione. Per sfruttarne, con l’ausilio delle nuove tecnologie della comunicazione, know-how, attitudine e competenze specifiche, secondo le leggi, non dello stato ma del mercato. D’altronde se è vero, come confermano i dati ONU, che la stragrande maggioranza dei nuovi arrivati, rifiuta di tornare a casa anche quando la crisi nel loro paese si è conclusa, non è, forse, più vantaggioso, per noi e per loro, impiegarli anziché assisterli vita natural durante?

Ai più scettici segnaliamo che la proposta avanzata dall’Alto Commissario UNHCR è basata su una lunga serie di buone pratiche registrate nei campi profughi di Africa e Medio Oriente fino ad arrivare in Europa. Dove, ad esempio, Manpower, big delle agenzie interinali globali, in collaborazione con i centri per l’impiego tedeschi ha trovato occupazione (non lavori socialmente utili) a oltre 2.500 rifugiati.

Sullo jus soli non ha poi tutti i torti

Non c’è dubbio che la ruvidezza con cui Donald Trump affronta le questioni indispettisca. Ma gli va riconosciuta la forza che serve per prendere di petto i tabù. Come testimonia il putiferio scatenato in America dalla sua uscita contro il cosiddetto jus soli. In base al quale chiunque nasce sul suolo americano diventa, a prescindere da qualsiasi altra condizione, cittadino made in US. Un diritto riconosciuto e ratificato dal Congresso nel 1868 e in quanto tale inserito come Emendament 14th della Costituzione americana. E successivamente confermato dalla Corte Suprema con una sentenza rimasta storica nel 1898. Quello della cittadinanza legata al luogo di nascita e non alla discendenza familiare (jus sanguinis) è un principio che, storicamente, gli Stati Uniti hanno ereditato dall’Inghilterra loro antica madre patria. Dove era stato sancito come legge della Corona in base alla Common Law nel lontano 1666.

Lo jus soli per un paese vasto quanto un continente ma con poche braccia ha per decenni rappresentato l’arma simbolicamente forse più convincente per attrarre a sé i popoli di mezzo mondo. Al punto di elevarlo ad emblema della sua unicità nazionale. Ma con il tempo la situazione è lentamente ma inesorabilmente cambiata. In primo luogo perché le nuove forme di comunicazione e la velocità dei trasporti espongono lo jus soli a stelle e strisce ad essere impropriamente utilizzato dal cosiddetto turismo delle nascite. Che rischia di colpire al cuore il valore simbolico che l’America ancora attribuisce alla cittadinanza e di trasformarlo da bene pubblico in un puro e semplice benefit privato. Ma anche perché nel mondo contemporaneo va maturando una nuova e più attenta sensibilità sull’importanza e la delicatezza che le questioni politiche, culturali e religiose connesse al tema della cittadinanza hanno per la comune convivenza. In ragioni delle quali The Birthright Lottery, la lotteria del diritto di nascita, come l’ha definita nel suo libro Ajelet Chachar, è più un ingombrante fardello del passato che un viatico per il futuro. Un problema che Trump, visto che è escluso che ne sia venuto a conoscenza leggendo, ha pensato bene di sollevare semplicemente fiutando l’aria dello scontro politico.

Il populismo colto del Mago di Oz

Dopo la Russia, a distanza di appena un decennio ma a migliaia di chilometri di distanza, populismo e populisti comparvero, quasi d’improvviso, nella vita politica degli Usa. Grazie alla nascita, nel 1892, del People's Party.

Un partito che per un certo periodo ebbe dimensioni ragguardevoli e che nacque come reazione dei piccoli contadini (farmers), e in genere dei piccoli e piccolissimi proprietari, contro lo strapotere, giugulatorio del sistema bancario e della grande finanza. Ma fin dai primi anni del ‘900, tuttavia, il People's Party vide contrarsi drasticamente la propria capacità di penetrazione e i propri consensi. Nel 1912 il partito non esisteva più.

Eppure dal 1892, quando era stata varata a St. Louis la sua piattaforma partitica, il sostantivo populismo ebbe un formidabile successo politico e mediatico. Nei primi anni ’90 dell’800 il People’s Party riuscì a darsi un solido assetto organizzativo. Divenendo punto di riferimento di una vasta ondata di protesta che agitava le campagne. A causa della depressione sociale e morale che, in particolare negli stati del Sud, aveva fatto seguito alla sanguinosa guerra di secessione. Ma anche agli effetti della grande depressione che tra il 1870 e il 1897 aveva fatto crollare di anno in anno i prezzi dei prodotti agricoli.

Le aree geografiche in cui si insediò il partito populista, che ha rappresentato nella storia americana il tentativo forse più serio di spezzare il tradizionale duopolio del sistema politico statunitense, furono peraltro quasi esclusivamente quelle più colpite dalla crisi: gli ex Stati confederati del Sud e quelli del Midwest. Intercettando sentimenti, umori e frustrazioni che da allora in poi non sono mai più tramontati nel mainstream socio-politico americano. Che puntava il dito contro il mondo dell’industria e della finanza, di cui Wall Street era l’emblema. Che secondo i populisti poteva essere indebolito con la sostituzione dell’oro, allora unico mezzo di pagamento, con il libero conio dell’argento. Che avrebbe, infatti, determinato un aumento della massa monetaria. E che facendo salire l’inflazione avrebbe diminuito il costo del denaro e, quindi quello dei prestiti bancari gravanti sui piccoli contadini. Una proposta di nuova strategia economica che i populisti accompagnavano con la richiesta di calmieramento dei prezzi agricoli (con la creazione di depositi federali dove immagazzinare le eccedenze), della nazionalizzazione delle ferrovie e, sul piano politico-istituzionale, dell’introduzione dello strumento del referendum.

Ma c’era, però, un altro fronte per i populisti: gli immigrati e il nascente melting pot. Che spiega le ragioni dell’odio dichiarato e radicato, soprattutto tra i militanti di base, nei confronti degli ebrei, dei nuovi immigrati, degli stranieri e, naturalmente, dei neri. Un atteggiamento di risentimento rancoroso che non risparmiava neppure l’intellighènzia. Alla cui decadenza veniva contrapposta la semplice etica dell'uomo comune (everyman) e dei produttori onesti. Contro i quali i gruppi di affari, per difendere i propri interessi, non esitavano ad ordire giganteschi complotti. Che rientravano, secondo i documenti programmatici del People's Party, in "una vasta cospirazione contro l'umanità, organizzata su due continenti e ormai dilagante nel mondo intero".

Un tema che fu al centro della Convention di Chicago del 1896 conclusa da William Jenniger Bryan con quello che è unanimemente considerato il più appassionato e straordinario discorso della storia politica americana: The Cross of Gold. “Voi ricchi non pianterete sulla fronte dei lavoratori questa corona di spine e non crocifiggerete l’umanità sulla Vostra Croce d’Oro”. Potremmo concludere qui se non fosse che fu proprio quell’episodio ad ispirare uno dei maggiori e più amati capolavori della letteratura per l’infanzia: Il Mago di Oz. Che altro non è che un’allegoria, piena di amore e nostalgia, per il mondo sognato e mai raggiunto del People’s Party.