Lì gli immigrati sono yankee

I fenomeni migratori riservano, talvolta, sorprese che non ti aspetti. Come quella dei tanti statunitensi immigrati in Messico per inseguire “il sogno americano”. Mentre Trump è concentrato anima e corpo nella battaglia contro gli immigrati latinos, ed in particolare quelli che compongono le carovane in avvicinamento dal martoriato Centroamerica, lungo il confine meridionale degli USA è in atto un esodo di tutt'altro tipo. Che la Casa Bianca fa finta o non vuole vedere. Quello, appunto, degli yankee che saltano la frontiera del Rio Grande verso sud.

Un fenomeno di emigrazione/immigrazione  che sfugge alle statistiche ufficiali nonostante le sue dimensioni ma sul quale ha acceso i riflettori il Washington Post. Scoprendo con sorpresa che rispetto al 1990, avendo superato quota 800mila, sono quadruplicati gli statunitensi trasferitisi nello stato centro americano. Un numero che l’ufficio di statistica messicano ritiene sottostimato visto che anche secondo l’Ambasciata del paese a stelle e strisce il loro numero sfiorerebbe in realtà i 2 milioni. Al netto dei tanti sconosciuti immigrati da Nord senza documenti.

Dati a parte è interessante notare che si tratta di una comunità molto variegata che va dai pensionati ai nativi digitali. Per i primi trasferirsi a sud di El Paso significa sperare di trovare là la ricchezza che non trovano in patria. Mentre i giovani tech worker che possono lavorare tranquillamente da casa, che si trovino a Palo Alto o a Puerto Vallarta, immigrano in Messico perché il costo della vita è di gran lunga inferiore a quello della Silicon Valley. A questi vanno sommati i circa 600mila minori di famiglie immigrate messicane nati negli States (e per questo cittadini americani) che hanno fatto ritorno nella patria dei genitori. Dal 2015, infatti, secondo i dati del Census Bureau il numero di messicani che decidono di tornare in patria supera quello degli emigrati al Norte. Piccolo ma non indifferente particolare: mentre in America monta il risentimento anti stranieri, in Messico i nuovi arrivati statunitensi sono accolti a braccia aperte. Facile intuirne il perché: le montagne di dollari che con loro fanno ricca l’economia locale. E con l’arrivo dei gringos sta anche cambiando il paesaggio sociale di molte città messicane dove fioriscono a più non posso Rotary Club, circoli di pickleball (un misto tra tennis e badminton) e associazioni di Alcolisti Anonimi.

Sull’immigrazione la vera sfida è tra politici seri e chiaccheroni

Non sarà tra globalisti e sovranisti la vera sfida alle elezioni europee ormai alle porte. Ma fra pasticcioni e persone serie. Questo vale in Italia come negli altri Stati UE. Soprattutto sull’immigrazione che, inutile negarlo, peserà non poco nelle urne di mezza Europa.

Per fare chiarezza su questa distinzione fina oggi passata sotto silenzio partiamo dal dire che si tratta in entrambi i casi di schieramenti eterogenei e trasversali al loro interno.

Quello dei pasticcioni è un rassemblement  di politici chiaccheroni di destra, sinistra e centro. Divisi, certo, nella narrazione del fenomeno migratorio (faccia feroce, dolce o dolcissima nei confronti dei nuovi arrivati). Ma accomunati dall’assoluto disinteresse sul merito della questione e dalla grande, compulsiva passione per i propri convincimenti sul tema, del tutto astratti dalla quotidiana verità dei fatti. Agli occhi di un comune cittadino europeo di buon senso il loro tanto dire e poco fare fa sorridere. Risata che sul medio lungo periodo potrebbe trasformarsi in un pianto per i danni che i professionisti del sorriso rischiano di produrre nell’assetto socio-politico-istituzionale del nostro malandato Vecchio Continente.

Quello dei seri è un silenzioso esercito di estremisti del fare. Che pur partendo da posizioni politiche diverse se non contrapposte (social democratiche, liberali o cattoliche) condividono sull’immigrazione il medesimo modus operandi. Anziché cavalcare i problemi, provano, sia pur con ricette divergenti, a risolverli. Hanno rispetto ai loro competitor (i pasticcioni) il limite di parlare e farsi notare pochissimo, cosa che potrebbe costargli carissimo alle urne. Ma il formidabile vantaggio di aver portato a casa, laddove governano, risultati concreti. Clamoroso, sotto questo punto di vista, ma gli esempi di ogni colore politico sono tantissimi, il caso della Baviera. Il Land più ricco della Germania, che pur essendo feudo indiscusso della Csu storicamente anti-immigrati, vanta un primato a cui nessuno potrebbe credere: essere riuscito in meno di 4 anni a collocare sul mercato del lavoro 60mila rifugiati. Come molti ricorderanno nel 2015 vennero accolti in Germania oltre 1 milione di profughi, in maggioranza siriani in fuga dal guerra. Da allora il governo di Berlino ha speso più di 20 miliardi per la loro formazione e integrazione. Come prima cosa i richiedenti asilo devono frequentare corsi di lingua tedesca e una volta ottenuta la certificazione B1 o B2 intraprendono la formazione al lavoro. Un percorso obbligato per poter restare in Germania. O in Baviera, regione ricca e ultra conservatrice dove nelle ultime elezioni si è registrata una forte avanzata dell'Afd – Alternative fuer Deutschland, Alternativa per la Germania – formazione di estrema destra che ha eroso consensi ai centristi della Csu cavalcando l'onda della xenofobia.

Se state pensando che da quelle parti è tutto più facile perché l’economia tira come il vento, avete ragione. Ma fino a un certo punto. Perché grazie a un raffinatissimo studio di Banca d’Italia, che ha messo a confronto due eccellenze come la Baviera e la Lombardia, scopriamo che la prima rispetto alla seconda ha un non trascurabile vantaggio competitivo. Riesce, infatti, a occupare di più e meglio le fasce marginali e fragili (giovanissimi, donne, anziani e immigrati) che, invece, nella locomotiva italiana soffrono lo strapotere dei segmenti classici rappresentati dai maschi tra i 40 e i 50 anni.

Osservazioni forse utili per chi tra pochi giorni avrà, nonostante tutto, la voglia e la pazienza di andare a votare.

Bocciatura bipartisan della riforma dell’immigrazione USA

L’innovativo sistema a punti per l’immigrazione americana proposto giovedì scorso da Trump è, purtroppo, destinato a fare la stessa fine di quelli proposti in passato prima da George Bush nel 2007 e poi, sulla stessa falsa riga, da Barack Obama nel 2013. I quali, come probabilmente accadrà anche per il progetto del loro successore alla Casa Bianca, furono accantonati prima ancora di essere discussi ed iniziare il loro iter legislativo nel Congresso. Visto anche il poderoso, negativo fuoco incrociato che, con argomentazioni opposte, è stato sollevato da democratici e repubblicani prima ancora del termine della conferenza stampa illustrativa, insolitamente moderata, del Presidente. Un déjà vu che definire preoccupante è poco. Per almeno due ragioni.

La prima che conferma la paralisi decisionale in cui versa da troppo tempo la democrazia statunitense a causa della lacerante polarizzazione politica che sembra aver addirittura cancellato il termine compromesso dal vocabolario delle sue massime istituzioni. E con esso la ricerca dell’accordo come strumento base per il governo dei molti, opposti interessi della società moderna. Tanto più se ricca e complessa come è quella made in US. Gettandola in una crisi certo non estranea alla genesi politica del trumpismo di Trump che ne sta scuotendo finanche le fondamenta. Al punto da consentire al tycoon newyorkese di considerare un dovere quello di decidere a prescindere, anzi contro il parere di un Congresso litigiosamente diviso. Come è avvenuto, ad esempio, con il ricorso all’escamotage della dichiarazione dello stato di emergenza nazionale per bypassare il no parlamentare alla costruzione del Muro anti clandestini al confine con il Messico.

La seconda, figlia della prima, per la quale anche le idee buone, e la proposta di Trump per molti versi lo è, finiscono sempre e comunque per essere azzoppate dalla politica quando è ferocemente faziosa. Con il duplice grave danno di rinviare a chissà quando il rimaneggiamento dell’immigrazione statunitense giudicato urgente anche dalla recentissima pubblicazione dell’ultra democratico Migration Policy Institute : “Selecting Economic Immigrants: Points-Based vs. Deamand-Driven Systems”. E, nel caso, cosa ancora più colpevole di impedire ancora una volta che fosse la parola riforma anziché quella della guerra a fare da compagna, nel suo inquieto cammino, all’immigrazione.

Spara su immigrati e cinesi per cambiare l’America

Ad inizio settimana, grazie ad uno scoop giornalistico del Washington Post, si è finalmente capito che il tanto discusso licenziamento di Kristyen Nielsen da capo dell’Homeland Security è dipeso dal suo no all’ordine di Trump di arrestare ed espellere alcune migliaia di nuclei familiari di immigrati irregolari presenti in diverse grandi città del paese. Un piano di espulsione di massa che, pur se al momento accantonato, per il solo fatto di essere stato immaginato conferma che sull’immigrazione l’intenzione dell’attuale inquilino della Casa Bianca è di operare una netta rottura con la politica seguita per decenni negli USA dalle precedenti amministrazioni sia democratiche che repubblicane. Che in passato, ad esempio nei casi più recenti di Bush padre e George figlio da una parte, e Bill Clinton e Barack Obama dall’altra, hanno tutti rispettato, salvo rarissimi casi di emergenza nazionale, la regola made in US che non considera la clandestinità un reato di tipo penale ma solo un’infrazione amministrativa. Ragione per la quale anche se non si sono fatti pregare nel rimandare a casa milioni di stranieri lo hanno fatto perchè: a) colti in flagrante nel tentativo di superare senza permesso i confini (respingiment); b) se arrestati e condannati per crimini o gravi infrazioni (deportazione).

Dunque in base ad una logica assai diversa, meglio opposta a quella di Trump che intende invece colpire la clandestinità in quanto tale. Introducendo per via amministrativa una modifica alla norma attualmente in vigore che solo il Congresso potrebbe ma non intende fare. Una soluzione di continuità tanto più significativa perché a volerla è il leader ormai indiscusso del partito repubblicano che, a differenza di quello democratico, è stato tradizionalmente pro immigrati. Al punto da consentire a Ronald Reagan di dire anni fa che gli immigrati in quanto imprenditori di se stessi non possono non essere che repubblicani.

Come si spiega allora l’attuale cambiamento? Con il semplice fatto che Trump per onorare l’impegno elettorale dell’America First ha come strada obbligata quella di prendere di petto le due questioni che, non a caso, appena sceso in politica aveva indicato come le principali cause del declino economico americano: l’immigrazione ed il commercio con la Cina. Vale la pena infatti ricordare che già nel 2015, aprendo la campagna elettorale che lo avrebbe portato a Washington, si era spinto ad accusare direttamente i democratici, con in testa il suo predecessore Obama, e indirettamente anche l’establishment repubblicano di   remissivo immobilismo per la loro incapacità di frenare l’arrivo di tanti immigrati messicani violentatori e di consentire alla Cina violentare l’economia del paese. Un programma che tanti, oltre a storcere il naso, considerano, chissà se a ragione, bigottamente ideologico e pericolosamente sbagliato.

Sta di fatto però che secondo i dati economici 2017-2018 pubblicati lo scorso 7 maggio dalla Brookings Institution, le 2622 contee che si sono schierate dalla sua parte hanno registrato per la prima volta dopo decenni di declino un significativo risveglio sia nel numero degli occupati che dei nuovi posti di lavoro. Ed un tasso di crescita medio superiore di quelle più ricche ed avanzate che nel 2016 avevano votato per Hillary Clinton. Un segnale su cui molti dovrebbero forse riflettere in vista delle presidenziali del prossimo novembre 2020.

Copia Trump sull’immigrazione e perde le elezioni in Australia

Neanche l’oceano ferma il mare di stupidaggini che si dicono e soprattutto si fanno sull’immigrazione. Ne sa qualcosa Michael Daley, candidato laburista alla poltrona di governatore dello stato australiano del Nuovo Galles del Sud, che a causa di una sua frase contro gli “immigrati che rubano il lavoro agli australiani” ha clamorosamente perso una tornata elettorale che a detta di tutti avrebbe vinto a mani basse.

A bocciare l’infelice uscita anti-stranieri dell’astro nascente della sinistra australiana, sono stati in particolare gli elettori di origine cinese. Che nelle urne, come segnala un raffinato editoriale di Erin Cook sul quotidiano americano OZY, sia pur turandosi il naso, hanno scelto di punire il loro tradizionale partito di riferimento (Labour) a favore dei liberali.

È vero che in campagna elettorale gli incidenti di percorso possono capitare davvero a tutti. Ma se riflettiamo, anche solo per un istante, sul dove e come Michael Daley è scivolato, non è esagerato sostenere che se l’è proprio cercata. Almeno per due ragioni.

La prima: parlare di immigrati che rubano il lavoro in un paese con la storia che ha l’Australia è come bestemmiare in Chiesa. Fatta eccezione per gli aborigini, oggi ridotti al lumicino, la stragrande maggioranza dei 25 milioni di abitanti di questo splendido paese, bagnato dagli Oceani Indiano e Pacifico è o ha origini immigrate. La comunità cinese, ad esempio, cioè quella che ha rifilato a Mr Daley il più pesante ceffone elettorale, sono più di 1,2 milioni (contro i 600 mila del 2006), pari al 5,4% della popolazione australiana. Ma c’è di più. Perché se dall’analisi del quadro nazionale passiamo a quella locale, ovvero allo stato del Nuovo Galles del Sud in cui si sono tenute le elezioni, l’autogol del leader laburista è ancora più evidente. Ciò in ragione del fatto che questa regione, situata nella parte sud-orientale dell’Australia ospita una megalopoli multietnica come Sydney. Che, oltre a essere la più popolosa del paese, grazie alla sua capacità politica ed economica di attrarre i migliori talenti stranieri internazionali è nella top list delle cosiddette città globali.

La seconda: scimmiottare da sinistra il peggio dei programmi elettorali di destra degli avversari è per definizione suicida. Tra la copia e l’originale, è noto, vince sempre quest’ultima.

Morale della favola. Michael Daley è, forse, politicamente morto. Oppure avrà nel futuro prossimo venturo la sua rivincita. Di certo ha dimostrato un enorme pigrizia. Bastava ripassare, sia pur a grandi linea, la storia migratoria del suo paese per risparmiarsi una così magra figura.

De Michelis capì ma non fu ascoltato sull’immigrazione

Nel marzo 1991 Gianni De Michelis, che lo scorso fine settimana ci ha lasciati dopo una lunga malattia, in qualità di ministro degli esteri inaugurò a Roma la Prima Conferenza OCSE sulle Migrazioni Interrnazionali affermando: “credo che dobbiamo mettere nelle agende dei prossimi vertici mondiali in cui si parlerà su come governare la transizione del nostro pianeta tutti gli aspetti [perché] mi parrebbe come minimo miope e limitato doverci occupare dei temi dell’ambiente inteso come natura e non occuparci di quella parte dell’ecologia che è l’ecologia umana”.

Un’indicazione di straordinaria, doppia lungimirante saggezza. Perché, con un anticipo a dir poco siderale, segnalava alla governance mondiale la priorità di due questioni come l’ambiente e l’immigrazione al tempo ancora considerate di “secondo livello” rispetto a quelle classiche dello sviluppo economico e degli equilibri diplomatico-militari. Ma soprattutto in ragione del fatto che proprio l’Italia, rompendo con la dominante retorica nazionale di ex terra di emigranti, aveva il coraggio di indicare la natura globale, e perciò geo-politica, della nuova immigrazione. Il cui governo, così come si era fatto per il commercio istituendo il Gatt, andava sottratto alle competenze dei singoli governi nazionali e demandato ad un’autorità sovranazionale. Tesi sulla quale oggi, almeno sulla carta, in molti concordano ma che allora rappresentava per le cancellerie del mondo industrializzato quasi un’eresia. Al punto che in un Consiglio degli Affari Generali presieduto a Bruxelles da Jaques Delors, se la memoria non tradisce chi scrive alla fine del 1990, De Michelis fu subissato di critiche negative dai suoi colleghi stranieri semplicemente per aver proposto di affidare alla Commissione Europea uno studio sulle caratteristiche comuni dell’immigrazione nei paesi del Vecchio Continente. Che finì nel nulla nonostante l’accorata arringa con cui il nostro ministro cercò di spiegare la contraddittorietà di una politica comunitaria che si apprestava a firmare a Maastricht il suo trattato fondativo ma considerava l’immigrazione di stretta ed esclusiva pertinenza delle singole amministrazioni nazionali.

Una posizione che De Michelis, anche se sconfitto nelle stanze di palazzo Berlaymont, riuscì invece a fare passare in Italia conducendola, contro mille, recalcitranti resistenze interne ed esterne al governo ad aderire a Schengen. Spiegando ai suoi detrattori che l’Italia difficilmente avrebbe potuto avere ascolto nel suo impegno a favore dei diritti degli immigrati se non avesse avuto il coraggio di cooperare con gli altri stati nell’applicazione di una seria e severa politica di controllo delle frontiere comuni. Un tema, che a quasi trent’anni di distanza, rischia di determinare le sorti dell’Unione alle elezioni europee del prossimo 26 maggio.

La sinistra ideologica si suicida sull’immigrazione

In politica l’ideologia fa più male alla sinistra che alla destra. Soprattutto quando c’è di mezzo l’immigrazione. Perché, come chiarisce l’aforisma del vecchio filosofo americano Ralph Waldo Emerson, “c’è sempre una certa meschinità negli argomenti del conservatorismo, unita ad una certa superiorità nei suoi fatti”.

Basta osservare quando sta accadendo al riguardo in America. Dove Trump la usa come un drappo rosso che divide e disorienta gli oppositori democratici. Che, forse perché ancora storditi per l’imprevista, dolorosa sconfitta della Clinton nelle elezioni presidenziali del 2016 pensano bene di opporsi alla radicalità delle sue provocazioni radicalizzandosi ogni giorno di più. E anziché provare a riprendere il bandolo della matassa per recuperare la fiducia del mondo del lavoro che proprio sulla questione degli immigrati li ha traditi nei grandi stati operai della Pennsyvania, dell’Ohio e del Michigan, si limitano, all’esterno, a fare propaganda denunciando il suo giro di vite anti clandestini come disumanamente bigotto. Ed all’interno a litigare tra loro scavalcandosi l’un l’altro a sinistra. Tanto da costringere un prudente e certamente a loro non ostile quotidiano quale è il Washington Post ad ammettere che “oggi i democratici propongono politiche di accoglienza degli immigrati irregolari che non hanno nulla a che vedere con quelle di Obama e, per certi versi, neppure con quelle della Clinton”. Al punto che il deputato dell’Ohio Tim Ryan, uno dei candidati in lizza per la nomination democratica alle elezioni presidenziali del 2020, è stato subissato dalle feroci critiche dei suoi compagni di partito solo per aver avuto l’ardire di sostenere che per battere Trump è necessario non criminalizzare gli operai bianchi del midwest per la loro domanda di sicurezza alle frontiere.

La verità è che molti esponenti del partito dell’asinello, cedendo al veleno dell’ideologia, sono infatti convinti che prendere in considerazione ciò che la base chiede sull’immigrazione - ragionevole contrasto della clandestinità ed un efficace controllo degli ingressi di confine - significherebbe tradire i valori democratici e cedere alla politica reazionaria e conservatrice di Trump. Non accorgendosi che così facendo rischiano di replicare, in peggio, il più devastante degli autogol politici della Clinton. Che in un comizio tenuto negli ultimi giorni della sua sfortunata campagna presidenziale, per guadagnare il voto degli elettori più giovani e delle minoranze etniche, arrivò a promettere: “se mi eleggete sull’immigrazione sarò meno severa ed aggressiva di Obama” . Con i risultati che tutti conosciamo.

Giudici USA non trattano Trump come Salvini

Trump segna un nuovo punto a suo favore sull’immigrazione. Ieri, infatti, dopo che lunedì era riuscito con la nomina di Mark Morgan a capo dell’Immigration Customs Service a chiudere la difficile crisi in seno agli apparati di sicurezza seguita al licenziamento del direttore dell’Homeland Security Kirstjen Nielsen, ha ricevuto dalla Corte di Appello di San Francisco disco verde al suo Migration Protection Protocol. Il discusso programma che, rompendo con le procedure per anni in vigore, vieta ai richiedenti asilo centro americani di entrare e permanere sul suolo americano ma di attendere la conclusione del procedimento giudiziario relativo all’accoglibilità o meno delle loro richieste soggiornando in Messico.

Una sentenza che anche se difficilmente metterà fine al contenzioso legale, visto i numerosi contro ricorsi già annunciati dalle organizzazioni umanitarie, rappresenta comunque una vittoria per gli uomini del Presidente. E un colpo per l’opposizione che sperava di trovare nella magistratura una sponda nella sua battaglia contro quella che, senza mezzi termini, viene definita “una inutile, gratuita perfidia contro i diritti dei rifugiati”.

La verità è che, al di là dell’aspetto politico, la decisione dei magistrati del Ninth Circuit è importante perché stabilisce che Remain in Mexico, come con maligna ironia l’ha definito un “cinguettio” di Trump è, in base ai poteri che l’ordinamento statunitense delega sull’immigrazione al Presidente, un programma costituzionalmente legittimo. Con la non piccola conseguenza che la strategia anti- clandestini messa in atto dal magnate newyorkese può essere criticata e combattuta non perché viola le norme di diritto ma, se mai, perché poco efficace e non in grado di raggiungere gli obbiettivi previsti ed annunciati. Lo scontro, insomma, si sposta dal metodo al merito, dalle parole ai fatti. Che peseranno non poco sulle scelte di voto degli americani nelle presidenziali del novembre 2020.

Per l’immigrazione Trump sceglie un ex di Obama

Donald Trump sembra avere finalmente trovato ieri l’uomo che cercava per gestire l’immigrazione come la intende lui proponendo Mark Morgan in qualità di guida dell’Immigration Customs Enforcement. L’ente federale preposto all’arresto ed alla espulsione alla frontiera degli immigrati che cercano di mettere piede senza autorizzazione sul territorio americano. Una nomina che anche se, come da prassi, per la sua formalizzazione dovrà attendere il vaglio ed il sì (non scontato) della commissione parlamentare competente, segna un punto a favore del Presidente.

In primo luogo perché mettere alla testa del braccio “armato” dell’immigration un uomo che era stato il numero uno del Border Patrol ai tempi dell’amministrazione Obama gli consente non solo di silenziare, almeno in parte, le accuse di capricciosa partigianeria rivoltegli da molti all’indomani del recente, brutale licenziamento del capo dell’Homeland Security Kirstjen Nielsen. E, con un tocco di perfida malizia, di ricordare all’opposizione democratica che in fatto di espulsioni anche il suo predecessore aveva usato la mano a dir poco pesante. Al punto da essersi guadagnato negli ambienti delle organizzazioni umanitarie pro immigrati il nomignolo di deporter chief Commander. Ma soprattutto di segnalare un sostanziale cambiamento di strategia nella lotta alla clandestinità rispetto a quella perseguita dall’ex inquilino della Casa Bianca: bloccare i nuovi ingressi più che espellere gli irregolari già presenti sul territorio.

Una scelta che anche se saranno solo i fatti a dire se e quanto efficace appare basata sulla realistica presa d’atto che è molto più difficile e costoso espellere i clandestini che evitarne l’ingresso.

Da oggi ai rifugiati ci penserà Annie

Una parte dei rifugiati negli Usa è stata, a sua insaputa, protagonista di un esperimento senza precedenti. Perché per la prima volta dalla nascita con la Convenzione di Ginevra del 1951 dell’attuale sistema internazionale d’asilo, a stabilire dove e come accoglierli nel 2018 sul suolo americano non è stato un funzionario pubblico. Ma Annie, sofisticato software il cui nome è un omaggio ad Annie Moore che nel 1892, ancora minorenne, dall’Irlanda sbarcò Oltreoceano diventando la prima dei 12 milioni di immigrati che fino 1954 transitarono davanti ai severi ispettori di Ellis Island, accanto alla Statua della Libertà.

Secondo il team di ricercatori internazionali del Worcester Polytechnic Institute (USA), della Lund University (Svezia) e della Oxford University (Regno Unito) che le hanno dato i natali, la super hi-tech Annie grazie a un raffinato algoritmo che incrocia le caratteristiche socio-economiche-politiche del paese, della regione o della città ospitante con quelle dei singoli rifugiati (età, disabilità, livelli di istruzione, formazione etc.) garantisce, rispetto a quella stabilita dagli esseri umani, una più efficiente redistribuzione dei nuovi arrivati. Per la semplice ragione che in meno di un’ora (contro la mezza giornata che abbisogna in media a un impiegato) riesce a individuare il match ottimale tra luogo e soggetto da accogliere. Facilitando e velocizzando l’inserimento socio-lavorativo di quest’ultimo.

Un sistema di redistribuzione dei rifugiati altamente innovativo che ha grandi potenzialità perché l’algoritmo sopra descritto è già stato sperimentato con enorme successo per risolvere problemi simili. Dalla selezione degli ospedali a cui assegnare i medici inesperti al primo incarico a quella dei single in cerca dell’anima gemella. Ne sanno qualcosa - come ha notato Krishnadev Calamur in un recente articolo su The Atlantic - Alvin Roth e Loyd Shaplay che per i loro studi ultradecennali su questi modelli matematici hanno ottenuto il Premio Nobel per l’Economia 2012.

Tutto questo non vuol dire che Annie riuscirà a fronteggiare da sola le reticenze politiche sui rifugiati che dilagano in mezzo Occidente. Ma è comunque uno dei pochissimi segnali di rinnovamento del sistema internazionale di accoglienza dei richiedenti asilo che da settant’anni a questa parte, nonostante sia stato pensato per un mondo che non c’è più, è rimasto identico a sé stesso.