Il ping pong sui porti sta uccidendo l’Europa

Se continuano a cincischiare sul tema caldo dell’immigrazione, c’è il rischio che siano gli europeisti a seppellire la nostra malandata Unione Europea. Più dell’egoismo dei sovranisti-nazionalisti che avanzano in mezzo Continente, l’inconcludenza di quel che resta dell’establishment pro-Europa rischia, infatti, di frantumare il sogno che fu dei Padri fondatori dell’UE. Un’ipotesi forse malsana. Ma di cui da tempo discutono raffinati intellettuali del calibro, solo per citarne alcuni, di Ivan Krastev e Jan Zielonka. Convinti che di questo passo le classi dirigenti europeiste ci porteranno dritti verso il baratro. Prima di piangerci addosso, proviamo almeno a capire le ragioni di questo j’accuse.

I leader politici d’apparato hanno fatto spallucce di fronte all’emergenza immigrazione nel Mediterraneo esplosa ormai otto anni fa con la Primavera Araba del 2011. Fa eccezione Angela Merkel che ha pagato a carissimo prezzo le scelte prese nel 2015. Quando, in piena crisi migratoria (oltre un milione di arrivi in Europa), di fronte alle immagini del piccolo siriano Aylan restituito dalle onde cadavere sulle spiagge turche di Bodrum, fu l’unica a rompere l’inerzia generale dei partner europei. Segnando un confine chiaro tra emergenza umanitaria ed emergenza immigrazione. Separando in maniera netta l’obbligo di accogliere i profughi che scappano da guerre (“c’è posto per tutti” dichiarò la cancelliera) e la necessità di rimpatriare gli immigrati illegali in cerca di una nuova vita. Dopo la decisione di spalancare le porte della Germania ai rifugiati, Merkel è stata vittima, in primis, del fuoco amico del suo partito. Impersonato, da ultimo, dal Ministero dell’Interno Horst Seehofer. Che preoccupato dall’avanzata dell’estrema destra anti-immigrati nella sua Baviera, ha, di fatto, costretto la cancelliera a tornare, almeno in parte, sui suoi passi.

Una débâcle, quella della lady di ferro tedesca, che ha fatto negativamente scuola tra i leader politici europeisti. Per la semplice ragione che i più, atterriti dal timore di fare la sua stessa fine, cioè perdere voti e consensi, hanno preferito tacere sul dossier immigrazione. Perdendo, così, l’occasione di elaborare una credibile controproposta politica alternativa a quella, assai affascinante per gli elettori perché rassicurante, delle frontiere chiuse che ai sovranisti di turno alle urne ha dato non poche soddisfazioni.

Una verità che forse fa male al cuore ai pochi che sognano ancora un’Europa unita. Soprattutto perché le soluzioni di buon senso a quella che continuiamo a definire emergenza immigrazione nel Mediterraneo, ci sono. Per garantire sicurezza e diritto d’asilo nel Vecchio Continente sarebbe, ad esempio, bastato rilanciare la proposta avanzata trent’anni fa da uno dei massimi esperti internazionali in materia, il Prof. James Hathaway (rilanciata di recente, almeno in parte, dal Ministero degli Esteri Moavero Milanesi). Secondo il quale per evitare che per arrivare a destinazione gli immigrati economici illegali sfruttino come cavalli di Troia i richiedenti asilo in fuga da guerre e persecuzioni, è cruciale distinguere il luogo di identificazione dei nuovi arrivati da quello di accoglienza. Creando a ridosso delle aree di crisi come quella libica zone franche e sicure (ad es. in Tunisia), sotto l’egida dell’UNHCR, dell’OIM e dell’UE, in cui chiedere asilo, garantendo solo a chi ne ha diritto ai sensi della Convenzione di Ginevra di essere redistribuiti e accolti, senza affidarsi ai trafficanti di esseri umani, nei 28 Stati dell’Unione.

Di questo e di molto altro avrebbero dovuto discutere quelle che con un termine dispregiativo vengono oggi definite le élites al potere. Hanno, invece, preferito nicchiare. Cosa che ha condannato quello che resta degli europeisti d’antan ad assistere in tribuna, senza neppure sapere per chi tifare, al surreale match tra il team dei porti chiusi e quello dei porti spalancati. Sapendo, però, che il peggio deve ancora arrivare.

Il problema di Trump è il suo ego

La rielezione di Trump è diventata una strada in discesa? Per come si sono messe le cose verrebbe da rispondere di sì. Soprattutto dopo il doppio successo politico dello scorso fine settimana che lo ha visto uscire vittorioso da mesi di durissimo braccio di ferro con l’opposizione su le due più delicate e discusse questioni della sua presidenza: la costruzione del Muro e i respingimenti dei richiedenti asilo alla frontiera meridionale del Paese.

Per quanto riguarda la prima, infatti, la Corte Suprema, con un verdetto 5 a 4, ha dichiarato legittimo l’uso, da lui invocato ma dal Congresso negato, di 2,5 miliardi di dollari del Pentagono per la costruzione di una nuova barriera anti clandestini lunga 100miglia alla frontiera con il Messico.

La seconda, ancora più rilevante, riguarda il documento concordato con il ministro degli interni del Guatemala in base al quale gli immigrati dell’Honduras e del San Salvador che attraversano il paese centro americano con l’obbiettivo di chiedere asilo negli USA dovranno farlo “restando in loco” e non più, come in passato, sul suolo statunitense.

Una decisione che sommata a quella “estorta” al Messico con la minaccia dell’imposizione di pesanti dazi al suo export verso il possente partner nord americano di fatto blindano il confine yankee dalle carovane di profughi che negli ultimi anni avevano preso il posto dell’immigrazione clandestina tradizionale. Un quadro in base al quale anche chi non è un fan di Trump avrebbe difficoltà a negare che il vento spiri sempre più decisamente dalla sua parte. Ma c’è un ma.

Rappresentato dalla frenesia del Nostro di segnare continuamente punti a suo vantaggio. Con il rischio di esagerare. Come è accaduto sabato scorso quando a Baltimora arringando una folla di fan scatenati ha bollato il quartiere che da anni elegge a suo rappresentante il democratico Elijah .E. Cummings “disgusting rat and rodent infested mess”. Una frase non solo inopportuna ma sbagliata. Perché una cosa è dare coraggio alla propria base un’altra dimenticare che mancando alle elezioni ancor 16 mesi a forza di tirarla la corda si spezza. Ed in politica quando avviene non c’è più modo di recuperare.

Il pugno duro con gli immigrati fa parte della storia Usa

Tra le molte ed in alcuni casi legittime ragioni per criticare la politica dell’immigrazione di Trump quella di condannarla perché estranea alla storia americana è sicuramente la meno convincente. Non solo perché se così fosse risulta davvero difficile spiegare perché, stando ai sondaggi, anche dopo l’incresciosa, deprecabile invettiva contro le 4 parlamentari democratiche di origine immigrata, l’indice di gradimento del Presidente tra i repubblicani si sia confermato addirittura superiore a quelli di Ronald Reagan con “morning in America” o di George W. Bush subito dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle di New York. Ma, soprattutto, capire le ragioni in primis culturali della vasta presa che essa esercita in molti settori sociali ed aree geografiche pur tra loro assai differenti del gigantesco continente americano.

La verità è che la questione dell’immigrazione e, con essa, quella dell’americanità, ossia dell’appartenenza al popolo americano, non sono nate con Trump. Ma hanno segnato, a fondo, molto a fondo, raggiungendo spesso livelli di durezza altrove sconosciuti, la storia dell’America fin dalla sua nascita. La prima legge sull’immigrazione, infatti, emanata nel 1790 consentiva l’acquisizione della cittadinanza USA solo agli immigrati bianchi. Per i neri si dovette attendere la ratifica costituzionale dell’emendamento 14 nel 1868, altri 30 anni per darla a quelli di origine cinese e per i nativi delle tribù indiane addirittura il varo dell’Indian Citizenship Act nel 1924. Ma non bastano queste semplici ma significative date per dimostrare che non ha senso dire che la “selective citizenship” proposta da Trump è estranea alla storia americana. Che infatti porta in sè il segno indelebile ed incancellabile dell’azione di Andriew Jackson. Presidente dal 1829 al 1837 duro, impulsivo fino alla brutalità, considerato un corpo estraneo dall’establishment dell’epoca ma amatissimo dai piccoli farmers dello sterminato midwest statunitense. A favore dei quali pensò bene di requisire i territori degli indiani ad Est del fiume Mississipi costringendoli ad un trasferimento talmente forzato da rimanere nella loro memoria come “il sentiero delle lacrime”.

Secondo Wikipedia la presidenza di Jackson (noi ci permettiamo di aggiungere prima di quella di Trump) rimane la più difficile da riassumere, spiegare e valutare. Per il biografo James Parton “era ad un tempo dittatore e democratico, un genio naturale seppur profondamente ignorante, la rappresentazione di Satana ma anche quella di un Santo”. E, dulcis in fundo, tra il 1948 ed il 2009 su 13 sondaggi di opinione condotti tra storici ed esperti di scienze politiche Jackson si è sempre classificato tra i primi 10 presidenti di tutti i tempi, o molto vicino ad essi.

In Europa sull’immigrazione siamo ormai a chi sbaglia di più

Fuoco amico sulla neo-presidente della Commissione UE Ursula Von der Leyen. Quantomeno sul dossier immigrazione. Neanche il tempo di essere stata eletta, con tanto di promesse di grandi riforme sul fenomeno migratorio, che è stata letteralmente impallinata dall’attivismo degli Stati nazionali di quella che con un eufemismo continuiamo a chiamare Unione Europea. Le prove sono sotto gli occhi tutti. Non foss’altro perché dai vertici governativi (Helsinki e Parigi) degli ultimi giorni, convocati per far fronte al rebus sbarchi nel Mediterraneo, è venuto fuori, anziché una nuova speranza per il futuro, un canovaccio arcinoto che rischia di far scivolare la nostra malandata Europa verso il baratro. Un pessimismo forse eccessivo ma, almeno in parte, giustificato da alcune evidenti osservazioni.

La prima riguarda l’establishment politico. Emmanuel Macron in testa. Perché anziché dare alla nuova responsabile dell’Esecutivo di Bruxelles il tempo di proporre un piano europeo sull’immigrazione, fa il diavolo a quattro in queste ore per intestarsi il raggiungimento di un patto, peraltro fra soli 14 Stati, che ha tutto il sapore di un guanto di sfida a Roma, specie laddove insiste nel considerare di fatto l’Italia la piattaforma di sbarco dell’UE?

La seconda ha a che fare con l’anti-establishment politico. Matteo Salvini in testa. Se è vero che di fronte all’emergenza immigrazione, l’Europa ci ha lasciati soli, perché disertare buona parte dei vertici dove far pesare i nostri desiderata?

Considerazioni talmente ovvie da far pensare che i bravi e i cattivi ragazzi che oggi governano in Europa, siano in disaccordo su tutto ma accomunati da un antico adagio: cambiare affinché nulla cambi. Di questo stallo, almeno nel breve periodo, accusandosi a vicenda, entrambi hanno da guadagnarci. Al punto da impegnarsi anima e corpo a fare fuori chi, anche solo a parole, si permette di prospettare visioni e riforme di più ampio respiro. Ne sa qualcosa Ursula Von der Leyen.

Negli USA non lo amano ma lo votano

Trump concludendo la scorsa settimana un comizio in North Carolina si è accomiatato da una elettrizzata platea di sostenitori dicendo: “Win where  we won” (vinciamo dove abbiamo vinto). Una frase che dice molto se non tutto sulla sua strategia per essere riconfermato alla Casa Bianca alle prossime elezioni presidenziali del novembre 2020. Riottenere i voti di coloro che nel 2016 gli hanno consentito, smentendo le previsioni di molti, di battere la super favorita Hillary Clinton.

Una strategia che non è, come a prima vista verrebbe da pensare, difensiva ma di attacco frontale alla martellante quanto confusa campagna elettorale dell’opposizione democratica. Che continuando ad alzare i toni contro la sua politica dell’immigrazione ed il suo stile prepotentemente decisionista non si è forse ancora resa conto di contribuire a rafforzarne il consenso negli strati popolari proprio in stati come l’Ohio, la Pennsylvania o il Wisconsin sui quali Trump più conta per restare presidente. Una dinamica che spiega anche quello che per editorialisti e politologi è diventato un vero e proprio rompicapo in base al quale Trump, paradossalmente, cala nel rating del public approval ma aumenta in quello elettorale.

La verità è che, per usare l’acuta definizione datane dal New Yorker,  con il suo “razzismo calcolato” Trump cerca di costringere i democratici a radicalizzarsi in una sorta di antitesi razziale dei repubblicani. Cosa che oltre a rafforzare il lealismo dei supporter repubblicani di base potrebbe anche inquietare molti elettori potenzialmente filo democratici del ceto medio professionale ed imprenditoriale. Che pur non approvando il suo modo di fare e di parlare temono però che un’ulteriore polarizzazione ideologica della vita politica del paese ed una sua eventuale sconfitta elettorale possano compromettere l’eccellente andamento dell’economia e degli affari. Decidendo, come si dice,  di  votarlo turandosi il naso.

La sinistra dovrebbe leggere questa ricerca sull’immigrazione

Dopo che per anni West, nell’indifferenza generale, ha cercato di segnalare il problema, finalmente trova conferma il fatto che se è vero che l’immigrazione produce ricchezza, è altrettanto vero che di essa si avvantaggia solo una parte della società. Basta leggere le conclusioni di un interessante studio appena pubblicato dal think tank liberal londinese Global Future. Secondo cui se si vuole mettere fine al pericoloso scontro in atto sull’immigrazione, la prima cosa da fare è sperimentare innovativi strumenti per redistribuire in modo egualitario tra la popolazione del paese ospitante il surplus generato dai nuovi arrivati. Un tema gigantesco e complicato. Al punto che fino a oggi se ne sono tenuti alla larga sia i nuovi partiti sovranisti che quelli aperturisti. I primi, invocando i muri. I secondi cincischiando tra frontiere aperte sì, frontiere aperte no.

Partiamo dal cuore del problema, cioè dal fatto che gli Stati occidentali al loro interno sono ormai spaccati in due contrapposti schieramenti: Anywhere vs Somewhere, per usare la fortunata definizione coniata dall’analista britannico David Goodhart. Alla prima categoria appartiene una minoranza di professionisti globali, super specializzati e istruiti che hanno il potere di contrabbandare per nazionali decisioni prese solo a tutela dei loro interessi. Come, ad esempio, quella di puntare sull’economia della conoscenza, aperta e con una elevata immigrazione, che garantisce loro sicuri vantaggi. Ma penalizza gli appartenenti alla seconda categoria perché meno colti e qualificati. È intorno a questo cleavage tra vincenti e perdenti della globalizzazione/immigrazione che si gioca l’equilibrio geopolitico dell’Occidente nato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Perché di fronte a questa epocale sfida, il rischio è che l’ansia e la frustrazione sociale dei Somewhere si traduca in un sostegno elettorale sempre più robusto all’eterogenea galassia di capi-popolo che non a caso dal 2016 (anno del clamoroso sì alla Brexit) esce vincente dalle urne occidentali.

Ed è proprio per evitare questo rischio che i ricercatori di Global Future avanzano una proposta assai innovativa. Ovvero quella di creare a livello nazionale, nel caso di specie in Gran Bretagna, un Fondo Nazionale per ripartire la ricchezza prodotta dall’immigrazione tra i ceti-medio bassi dei quartieri periurbani che vedono i nuovi arrivati come una minaccia al loro benessere economico e sociale. Si tratterebbe di investire annualmente una cifra pari alla ricchezza che l’immigrazione, ad esempio attraverso il pagamento di contributi previdenziali apporta al Paese ospitante. Nel caso del Regno di Sua Maestà se si tiene conto soltanto degli immigrati dall’aria UE parliamo di circa 4,3 miliardi di sterline l’anno. Da destinare, d’accordo con gli amministratori locali delle aree con la più elevata percentuale di Somewhere a sei dossier: formazione, inserimento lavorativo, rigenerazione degli spazi urbani, trasporti pubblici, innovazione, investimenti.

Insomma, un pacchetto di azioni pensata come una sorta di riduzioni del danno che i ceti svantaggiati, incluso un grosso pezzo della classe media, hanno subìto perdendo, a torto o ragione, il treno della globalizzazione che ad altissima velocità ha frantumato molte delle loro certezze.

Una possibile soluzione a un problema che, peraltro, mentre le tradizionali classi dirigenti occidentali fanno finta di non vedere, era stato segnalato in larghissimo anticipo da accademici di fama internazionale come il Professor George Borjas dell’Università di Harvard. Che negli anni Ottanta del secolo scorso, dopo un monumentale studio pluriennale sull’impatto economico-sociale dei profughi cubani (i cosiddetti Marielitos immortalati nel film-cult Scarface) sul mercato del lavoro della Florida, era giunto alla conclusione che avevano abbassato i redditi dei ceti autoctoni medio-bassi e aumentato quello dell’upper-class. Nient’altro, sostiene Borjas, che la dimostrazione della legge della domanda e dell’offerta. Perché con l’aumento della disponibilità di risorse umane disposte a fare determinati mestieri, diminuisce il valore della loro prestazione, e dunque del salario. A vantaggio del datore di lavoro. Più chiaro di così.

Ginevra deve cambiare perché cambiano i diritti

Il moto perpetuo dei conservatori anti-establishment che fanno tremare i liberali di mezzo Occidente, continua a spiazzare i tradizionali e imbambolati partiti politici. L’ultima conferma, semmai ce ne fosse ancora bisogno, arriva dagli Usa di Trump. Che mentre viene accusato dall’opposizione di violare con le sue politiche anti-immigrati i fondamentali diritti umani, ha sorpreso molti istituendo una Commission on unalienable rights. Di che si tratta, lo ha spiegato pochi giorni fa il capo della diplomazia americana Mike Pompeo: è un organismo consultivo, composto da dieci super esperti, guidati dalla giurista di Harvard, già consulente del Vaticano Mary Ann Glendon con il compito di preparare il terreno per un aggiornamento di quei diritti inalienabili descritti e sanciti dalla Dichiarazione Universale del 1948. Che, secondo il Segretario di Stato Usa, ha, almeno in parte, fatto il suo corso. Per la semplice ragione che fissa norme pensate all’indomani della Seconda Guerra Mondiale in risposta ai totalitarismi che avevano insanguinato la prima metà del Novecento.

Insomma, per riassumere il Pompeo-pensiero: se il mondo cambia, è forse il caso di cominciare a ragionare sul se e come aggiornare le regole internazionali che lo governano. Una verità che, piaccia o meno, sembra difficile da smentire. Soprattutto se finalmente si prende atto come di fronte alla globalizzazione delle crisi umanitarie, gli strumenti del diritto internazionale, Convenzione di Ginevra in testa, non risultano ormai all’altezza dei loro compiti. Cosa che peraltro aveva segnalato in largo in anticipo nel 1997, cioè in tempi non sospetti la Commissione di giuristi guidati dal Prof. James C. Hathaway dell’Università del Michigan, chiamata a fare il tagliano al sistema globale di accoglienza dei rifugiati: “Il regime internazionale dell’asilo è in crisi. Il modello che utilizziamo oggi non funziona più. Non è utile né ai rifugiati, né agli Stati”.

Tutto bene, dunque? Fino a un certo un punto. Perché l’opposizione teme che dietro questa apparente nobile iniziativa del governo Trump si celi il tentativo di restringere, anziché aggiornare, il perimetro dei diritti universali, specie in materia di aborto e tutela delle comunità LGBTI. Se così fosse, la comunità internazionale pagherebbe a carissimo prezzo il doppio peccato di cui si è macchiato lo schieramento, traversale degli imbambolati. Di ignavia, per aver lasciato nelle mani dei nuovi barbari il pallino dell’agenda politica. Di inconcludenza, per l’incapacità di offrire risposte robuste e praticabili all’attivismo degli avversari. Contro i quali lamentarsi sembra non bastare.

Negli USA come da noi la sinistra balbetta sull’immigrazione

Man mano che passano i mesi e si avvicinano le lezioni presidenziali 2020 è da mettere in conto che per Trump sull’immigrazione non saranno rose e fiori. Perché questa questione già di per sé difficile e politicamente assai divisiva si è di molto complicata negli ultimi mesi. A causa della gravissima crisi umanitaria che le autorità federali americane debbono fronteggiare ai confini meridionali del paese. Dove carovane formate da migliaia di famiglie centro americane, in grande parte provenienti di martoriati territori dell’Honduras, del Guatemala e del S. Salvador cercano, con tutti i mezzi e in tutti i modi di riuscire a scavalcare la frontiera yankee con la speranza di ottenere, con l’asilo, il diritto di farsi una nuova vita in America.

Difficoltà che una parte dell’opposizione democratica tenta di usare per delegittimare agli occhi della pubblica opinione la strategia del giro di vite con cui Trump spera di ottenere dagli elettori la conferma alla Casa Bianca. Una scelta politica azzardata che rischia di trasformarsi per gli oppositori del magnate newyorkese in un boomerang politico. Intanto perché, per come sono fatti e pensano gli americani, questo tipo di atteggiamento, considerato in contrasto con il principio fondante della cultura nazionale ”right or wrong this is my country”, non è da loro affatto apprezzato. Ma soprattutto in ragione del fatto che le accuse rivolte alla maggioranza repubblicana dai rappresentanti del partito dell’Asinello, secondo i quali l’emergenza immigrazione non esiste ma è solo un’invenzione usata dal Presidente per distrarre l’attenzione dei cittadini dai veri problemi del paese, suona non solo poco credibile ma, soprattutto, figlia di un errore che nelle urne può costare caro. E che nello slang politologico viene etichettato come doppio pesismo. Che, tradotto in parole semplici, stigmatizza una concezione della lotta politica secondo cui la stessa azione è giusta e legittima se la faccio io, mentre è colpevolmente sbagliata se la fa il mio avversario.

Una logica dei “due pesi e due misure” per la quale i democratici mentre gridano contro il pugno duro di Trump dimenticano (o fanno finta di dimenticare) che, numeri alla mano, i 450mila e passa immigrati clandestini espulsi dall’amministrazione Obama sono, ad oggi, due volte di più quelli rimandati a casa dal suo straripante successore alla Casa Bianca. Ed ai cittadini questo modo di fare né sfugge né piace.

I rifugiati si rivolgano a Marie Kondo prima di partire

Per gli immigrati del Terzo Millennio viaggiare informati è più facile ma più rischioso che in passato. Infatti nella babele di app e siti web che offrono gratuitamente consigli su come organizzare il viaggio e sui paesi di destinazioni è sempre più probabile imbattersi in notizie false o datate, quando va bene. Volutamente fuorvianti, quando va male.

A porre il problema, tutt’altro che banale, è stata Meghan Benton con un dettagliato studio (Digital litter: the downside of using technology to help refugee) appena pubblicato dal Migration Policy Institute di Washington. Le riflessioni della ricercatrice americana partono da un quesito che fino a oggi in pochi si erano posti: chi si occupa di ripulire il web dalla spazzatura digitale? Insomma, chi si fa carico di eliminare il pulviscolo di pagine e portali online scaduti, non aggiornati o del tutto inaffidabili che disorientano le ricerche degli utenti, nel caso di specie immigrati?

Domande almeno lecite. Soprattutto se si tiene conto, come ha fatto Meghan Benton, delle rare ricerche scientifiche internazionali (ad esempio quelle condotte dalla Open University e da France Medias Monde) che hanno dimostrato quanto sia breve la vita delle numerose iniziative online a favore di immigrati e rifugiati. Caso esemplificativo il biennio 2015-2016 che con l’apice della crisi migratoria euro-mediterranea ha visto un proliferare senza precedenti di servizi web, governativi e non, riservati ai nuovi arrivati di cui oggi non c’è più traccia.

Che fare? La soluzione-provocazione avanzata dalla studiosa d’Oltreoceano è quella di adottare contro questo ginepraio digitale il metodo Marie Kondo. La nota scrittrice giapponese che ha venduto milioni di copie in mezzo mondo spiegando ai suoi lettori come mettere ordine in casa eliminando il superfluo (in cima alla blacklist le inutili bomboniere dei matrimoni) potrebbe, in effetti, tornare utilissima alla causa. Ma a chi spetta la competenza in materia: Ong, Stati o enti sovranazionali?

Domande che, forse, dovrebbero entrare nell’agenda politica di chi ha a cuore la governance del fenomeno migratorio.

Sul censimento della popolazione dietrofront di Trump

Martedì scorso con un annuncio che ha colto molti di sorpresa la Casa Bianca in uno stringato comunicato stampa ha reso noto che il questionario del Censimento della Popolazione 2020 non conterrà, come invece chiedeva Trump, la domanda sulla cittadinanza. Una decisione in qualche modo obbligata dopo il parere espresso poche ore prima dalla Corte Suprema. Che pur non giudicando il quesito sulla cittadinanza discriminatorio e per questo incostituzionale, come invece chiedevano i democratici e non poche organizzazioni umanitarie, ha però respinto, giudicandole insufficienti, le argomentazioni con le quali l’amministrazione federale, innovando una prassi in essere nei Censimenti degli ultimi 70 anni, ne proponeva la reintroduzione.

Caso chiuso, dunque, ma che però apre non pochi interrogativi sulle difficoltà con cui la guerra anti immigrati ingaggiata da Trump è destinata ad affrontare in vista delle elezioni presidenziali del novembre 2020. Perché, come ha dimostrato l’avventato annuncio dell’introduzione nel Censimento della domanda relativa alla cittadinanza, la lotta ai clandestini se da lui non attentamente condotta può trasformarsi da sicura carta vincente per la rielezione in un pericoloso boomerang.

Un rischio evidenziato nelle ultime settimane, al netto del dietro front sul Censimento, prima dalla marcia in dietro sull’espulsione dal paese, promessa ai quattro venti ma all’ultimo rinviata, di migliaia di irregualar alien. E per ultimo dall’orribile filmato anti immigrati e di volgare scherno contro un gruppo di parlamentari dell’opposizione diffuso via Facebook da un gruppo di militari del Department of Homeland Security di stanza nei centri di detenzione alla frontiera del Texas. Che oltre a scuotere la pubblica opinione ha fatto sorgere seri dubbi sull’effettiva capacità di controllo dell’amministrazione centrale sul comportamento degli addetti ad alcuni dei suoi più delicati settori operativi. La verità è che scherzare con il fuoco resta un’arte solo se non ci si brucia. Anche per Trump.