Il Covid-19 spiazza l’immigrazione economica

Sull’immigrazione, parafrasando il quesito sulla globalizzazione con cui Henry Farrel e Abraham Newman titolano il loro articolo sull’ultimo numero di Foreign Affairs, ci domandiamo: “Will Coronavirus End Immigration as We Know It ?”.

La risposta, con tutte le cautele del caso, è sì. Per la semplice ragione che il pandemonio che sta mettendo in ginocchio le economie ricche del mondo (di oggi la notizia del colossale smottamento di quella americana) è destinato ad annullare la ragione materiale per cui a milioni negli ultimi decenni hanno lasciato il proprio paese cercando fortuna all’estero.

Infatti se nelle nazioni avanzate il mercato crolla e l’occupazione non tira ragione vuole che per gli abitanti di quelle relativamente più arretrate vengono meno, al netto dei profughi e dei veri perseguitati, gli incentivi che fino a ieri li spingevano a partire e rischiare, spesso con la vita, i risparmi personali e dei loro familiari.

Un disincentivo che si trasforma in un vero e proprio altolà soprattutto se la povertà di quelli (la maggioranza) che emigrano/immigrano non è assoluta ma relativa. Figlia del desiderio, comprensibile, di ottenere oltre confine un riconoscimento alle proprie capacità altrimenti negato in patria. Una condizione resa ancora più complicata dalla particolarissima natura della crisi produttiva indotta dalla pandemia. Che ha messo in ginocchio, chissà per quanto tempo, il settore dei servizi che soprattutto nell’ultimo ventennio ha trainato il mercato informale dell’immigrazione. Sia di quella regolare che di quella irregolare. Perché capace di rispondere just in time ed a prezzi ultra competitivi ad una domanda, imperiosa e capricciosa, nemica della burocrazia e delle fastidiose pratiche degli uffici del collocamento.

Chiusi ristoranti, bar, centri di benessere, alberghi, palestre yoga etc. etc da oggi in avanti a quale porta andrà a bussare l’immigrazione? Ma non basta. Visto che la strage tra le generazioni della terza età consumata dal Covid19 renderà assai più difficile, rispetto al passato, il comodo ricorso alle badanti straniere cui per anni le famiglie del ceto medio nazionale hanno delegato, a costi tutto sommato accettabili, la cura dei loro anziani.

Dopo il Covid-19 globalizzazione e immigrazione divergono

Le rimesse degli immigrati sono destinate a pagare un prezzo assai elevato alla disastrosa recessione economica innescata su scala globale dalla pandemia Covid19. Con conseguenze ben più serie e complicate di quelle legate ad un semplice anche se doloroso collateral damage della guerra in atto sui mercati. Per la semplice ragione, come spiegava con un titolo di quattro parole -“Economic Freeze cuts Remittances”- un articolo pubblicato dal New York Times la scorsa settimana, che a causa dei colossali tagli dell’occupazione a livello mondiale gli immigrati che vivono e lavorano all’estero nei mesi a venire non saranno in grado, come in passato, di spedire in patria parte dei loro guadagni. Prosciugando, con percentuali che secondo la Banca Mondiale potrebbero oscillare nei mesi a venire tra il -20/-30 per cento, il monte delle rimesse che nel 2018 (ultimo anno di cui si dispongono i dati) aveva raggiunto la ragguardevole cifra di 689 miliardi di dollari. Dando luogo ad un duplice, negativo ordine di conseguenze.

La prima e più evidente riguarda i paesi in via di sviluppo. Che rischiano a causa del taglio di questi specialissimi finanziamenti esteri di rallentare se non addirittura bloccare i processi di modernizzazione intrapresi con successo negli ultimi anni. E di riattizzare con il malessere sociale pericolose e mai sopite tensione del loro vivere collettivo.

La seconda, ancor più preoccupante, è che la crisi delle rimesse rischia di incrinare il delicato ma fondamentale compromesso che negli ultimi decenni ha consentito ai ricchi ed ai poveri del mondo di condividere, sia pure in maniera diseguale, i frutti della globalizzazione dell’economia e della produzione. Riaprendo una frattura che nessuno, al momento, è in grado di sapere se e come sanare.

Dalle navi quarantena ai nuovi hotspot

Le navi-quarantena anti-Covid 19 usate in questi giorni di fronte ai nostri porti per la prima accoglienza degli immigrati, potrebbero segnare, forse senza saperlo né volerlo, una sia pur involontaria svolta epocale per le politiche di asilo in Italia. Oggi le usiamo per evitare il potenziale rischio contagio tra i nuovi arrivati e le popolazioni ospitanti. Domani potrebbero essere lo strumento ideale per distinguere il luogo del riconoscimento da quello dell’accoglienza evitando i due punti dolens in queste fasi.

Il primo, la possibilità che anche chi non ha diritto d’asilo una volta messo piede sulla terraferma si dilegui nell’attesa che le autorità valutino la sua domanda, rendendone impossibile il rimpatrio.

Il secondo, la prassi di addossare alle nazioni (e ai comuni) di frontiera l’onere di gestire la pressione di migratoria dal continente africano. Visto che una volta riconosciuti gli immigrati sugli “hotspot galleggianti”, potrebbero essere redistribuiti nel resto d’Italia o, cosa auspicabile, d’Europa.

Una soluzione, quella delle navi-quarantena, pragmatica, richiesta a gran voce da uno schieramento trasversale di sindaci di frontiera per evitare il pericolo di un contagio tra i nuovi arrivati e comunità locali, come ad esempio Lampedusa, Pozzallo e Porto Empedocle. Inutile dire che anche su questa scelta di buon senso, gli autorevoli e nutriti schieramenti che dominano da decenni l’agone della politica migratoria italiana, si sono accapigliati.

Il gruppo del laissez-faire umanitario ha denunciato quella che è stata definita una quarantena politico-ideologica giustificata dall’emergenza sanitaria col solo reale obiettivo di discriminare e affibbiare l’etichetta di untori ai nuovi vulnerabili arrivati.

Il team securitario risponde che ancora una volta l’Italia spreca risorse dei contribuenti (i rumors parlano di €1,5 mln al mese per nave) per accogliere, anziché respingere chi bussa alla nostra porta.

Eppure i sindaci, di destra e di sinistra, che quotidianamente fanno i conti, non a parole, sul come gestire la ricezione dei migranti, hanno ripetuto anche oggi, durante l’audizione parlamentare al Comitato Schengen, di condividere l’opzione degli “hotspot galleggianti”. Anzi, ne chiedono di più. Una posizione, quella dei primi cittadini, che ricorda da vicino la ricetta avanzata nel 1997 dalla Commissione Onu composta da super esperti internazionali di diritto d’asilo, guidati dal Prof. James C. Hathaway.

Siamo certi che gli attenti analisti adepti dei due schieramenti di cui sopra, sappiano di cosa stiamo parlando. Tuttavia, seguendo l’antico adagio latino, lo ripetiamo perché torna sempre utile. Per consultare le conclusioni alle quali giunse il panel di studiosi delle Nazioni Unite, basta digitare su internet Making International refugee law relevant again: a proposal for collectivized and solution-oriented protection. Il documento, considerato una pietra miliare degli asylum studies contemporanei, proponeva di introdurre a livello globale una netta distinzione tra i luoghi di identificazione dei richiedenti asilo da quelli di accoglienza di coloro cui venisse riconosciuto lo status di rifugiato. Era questa, a loro avviso, l’unica via per garantire sicurezza e asilo in caso di crisi umanitarie e più in generale di elevate pressioni migratorie.

Per riassumere. Passando dalla teoria alla pratica legata all’attualità di questi giorni, le navi-quarantena rappresentano un primo, sia pur timido passettino per distinguere il luogo del soccorso e del riconoscimento da quello della vera e propria accoglienza. Un hotspot galleggiante, ad esempio, di fronte Lampedusa potrebbe consentire di quadrare il cerchio delle politiche di asilo:

1) Salvare e tutelare i nuovi arrivati.

2) Distinguere chi ha da chi non ha diritto d’asilo, trattenendo o rimpatriando i secondi.

3) Snellire la redistribuzione dei rifugiati su scala nazionale ed europea.

Stop USA all’immigrazione

Gli Usa chiudono i confini all’immigrazione di ogni ordine e grado. Da ieri, infatti, vista l’urgenza di proteggere dalla concorrenza immigrata i milioni di americani lasciati senza lavoro dalla pandemia Covid19, con un executive order del Presidente Trump è stato temporaneamente bloccato il rilascio agli stranieri dei visti di ingresso  per ragioni di lavoro (green card comprese). Anche se di questa ordinanza al momento non è dato conoscere con esattezza né la durata e neppure se sono previste o meno eventuali, limitate eccezioni, è indubbio che per la sua radicalità essa non ha precedenti nella pur lunga e tormentata storia dell’immigration statunitense.

Per la semplice ragione che l’America a differenza di oggi, anche negli anni più bui dell’isolazionismo ante Prima Guerra Mondiale, passati alla storia come quelli “dell’americanismo 100%” e sigillati nel 1921 dall’ Emergency Immigration Act e nel 1924 dall’ancor più famoso Johnson-Red Act, non chiuse mai del tutto i canali di ingresso dei lavoratori immigrati sul suo territorio. Con Trump, complice l’epidemia, le cose hanno dunque assunto un carattere più radicale, destinato a lasciare il segno. Intanto perché, anche se può non piacere, è facile prevedere che le decisioni prese da quella che in tema di immigrazione è la nazione Numero Uno al mondo finiranno certamente per condizionare quelle di molte altre. Soprattutto nel nostro Vecchio Continente. Se dice alt all’immigrazione il paese che da essa e con essa è nato, e che dell’immigrazione ha sempre fatto un punto di unicità ed orgoglio, immaginiamoci quali saranno le reazioni di quelli che, pur ospitando da anni milioni di immigrati, continuano testardamente a non accettare l’immigrazione come componente centrale della loro identità nazionale. Ma è sul futuro dell’America che la decisione presa oggi dalla Casa Bianca è destinata ad avere conseguenze a dir poco enormi.

Bisogna infatti essere ciechi per non vedere che  dall’executive act di Trump dipenderà molto dell’esito delle prossime, e ormai non più lontanissime elezioni presidenziali di novembre prossimo. Visto che all’opposizione democratica servirà un vero e proprio miracolo politico per riuscire a tenere unita la sua base elettorale, che oggi è quella più in difficoltà nella società statunitense, e convincerla a “sfrattare” un presidente per il suo nativismo anti immigrati.

I virus grattacapi di Trump

Trump sembra aver smarrito la spavalda certezza con cui fino a poche settimane fa era sicuro che a novembre prossimo gli americani lo avrebbero rieletto Presidente. Per la semplice ragione che la pandemia del coronavirus, da lui erroneamente a lungo esorcizzata, sembra d’improvviso avergli tolto non poco terreno da sotto i piedi.

In primo luogo perché le ferree restrizioni sanitarie imposte dal dilagante contagio hanno duramente azzerato le brillanti performance economiche dei suo anni di presidenza. Spingendo l’immensa macchina della produzione e dei consumi statunitensi in un baratro paragonabile solo a quello della Grande Recessione degli anni ’30 del Novecento. Che com’è noto, oltre a tanti, dolorosissimi costi sociali, inflisse una devastante punizione politica all’inquilino della Casa Bianca ed al partito repubblicano di allora. Spalancando la porta al New Deal con cui i democratici di Roosvelt consentirono all’America di guadagnare e conservare per lunghi decenni la vetta del potere mondiale.

Un paragone tra gli eventi di oggi e quelli di ieri forse azzardato ma non infondato. Non solo perché in termini relativi sul totale della popolazione il numero degli americani attualmente disoccupati (22 milioni) supera quello dei disperati del passato. Ma soprattutto per un tratto diciamo così “mentale” che sembra accumunare la presidenza Trump, sempre pronta a scaricare sugli altri la colpa dei problemi, e quella sfortunatissima di Herbert Hoover. Il quale mentre Wall Street crollava anziché intervenire pensò bene di cavarsi dagli impicci prendendosela con l’intero mondo: ”the great depression, that’s really a world problem! “.

Ma per il miliardario newyorkese le cattive notizie arrivano non solo dall’economia ma anche dalla politica. Nelle ultime ore, infatti, dopo mesi di assoluto silenzio è tornato a farsi sentire l’ex presidente Obama. Che con parole assai impegnative ha benedetto la decisione con cui Bernie Sanders, rinunciando a candidarsi, ha assicurato per la corsa dei democratici alla Casa Bianca l’appoggio della sinistra al centrista Joe Biden. Una svolta in bilico fino a pochi giorni fa che senza dubbio rafforza la competitività del partito dell’asinello rispetto a quello repubblicano in vista dell’appuntamento elettorale del prossimo novembre. E che forse riapre per l’opposizione una gara da molti ed a lungo data per perduta. A conferma del fatto che in politica, come per altro nella vita, saggezza vuole “non dire gatto fino a che non l’hai nel sacco”.

Sull’immigrazione sovranisti e liberisti ignorano il Covid-19

Neanche il micidiale Covid-19 ha scalfito gli antichi vizi della politica dell’immigrazione in Italia. Passato il picco dell’emergenza sanitaria, sono tornate in campo le tradizionali squadre dei pro e dei contro gli immigrati. Stessi titolari e medesime tattiche di gioco.

Il team del laissez-faire-umanitario chiede a gran voce la regolarizzazione dei circa 600 mila illegali presenti nel nostro paese. Un provvedimento a loro avviso necessario perché serve manodopera nel settore agricolo e dell’assistenza agli anziani, ma anche per evitare che un esercito di invisibili si aggiri clandestinamente per l’Italia col rischio di diffondere il virus.

Lo schieramento securitario risponde che un Paese in ginocchio da settimane di lockdown ha bisogno di tutto fuorché dell’ennesima sanatoria di massa. Soprattutto in ragione del fatto che gli italiani bloccati a casa, atterriti da una crisi sanitaria che inevitabilmente sarà anche economica, stenterebbero ad accettare le ragioni del beau geste verso gli stranieri, tanto più se illegali.

A rendere ancora più singolare questo match dal sapore antico e fuori dal tempo, è l’assenza di un arbitro. Imparzialità, professionalità e buon senso non hanno, infatti, mai avuto spazio in questo scontro. E non lo avranno neanche durante questa crisi epocale, senza precedenti nella storia dell’Italia repubblicana.

Oggi come ieri tertium non datur. È, forse, questa per gli italiani una delle poche certezze sulla fase post Covid-19. Cambierà tutto, ma non la nostra politica migratoria. Continueremo accalorati a indossare l’una o l’altra casacca. Nessuno si prenderà la briga di fermare il gioco e segnalare che le squadre in campo lottano da decenni per vincere un campionato falsato in partenza. Perché si mischiano e confondono scientemente il diritto d’asilo e quello dell’immigrazione, la tutela degli emarginati onesti e quella degli emarginati disonesti, i bisogni degli imprenditori che pagano le tasse da quelli dei colleghi invisibili al fisco, etc.. In questo bailamme, viene da pensare che nessuno dei contendenti sappia davvero chi siano i left behind e come aiutarli. Ma questa non è la nostra partita.

Gli anziani che fa comodo non vedere

Gli immigrati invecchiano. Eppure salvo rare, rarissime eccezioni nessuno ne parla. Un errore tanto più grave in ragione del fatto che questo fenomeno è destinato, con il passare degli anni ed in assenza di opportuni correttivi, a presentare un conto sul piano sia politico che economico a dir poco salato. Basta leggere i numeri per capirlo. Calcoli recenti stimano che attualmente in Europa sono già oltre 7 milioni gli immigrati over 65. E che la sola Francia ne ospita, al netto di quelli (non pochi) che hanno preferito consumare gli ultimi anni di vita facendo ritorno nelle rispettive nazioni di origine, più di 400mila.

Una tipologia di popolazione che pur se in ritardo rispetto ad altre nazioni è in sistematica, costante crescita anche nel nostro Paese. Secondo le proiezioni elaborate dall’ISMU di Milano, infatti, entro il 2037 l’Italia registrerà, rispetto a quella che sarebbe stata la popolazione di soli autoctoni, un surplus annuo di 100mila ultra 65enni: "immigrati destinati ad invecchiare nel nostro paese, la cui posizione contributiva, stante le peripezie di una vita lavorativa spesso irregolare e discontinua, potrebbe non garantire una adeguata protezione; lasciando alla fiscalità generale l’onere della doverosa integrazione al minimo delle loro pensioni”. Ma anziché prendere, come si dice, il toro per le corna l’attitudine dominante è riconducibile a quella splendidamente sintetizzata dal Manzoni in un passo dei Promessi Sposi con la frase : “quieta non movere et mota quietare”.

Tanto è vero che pur di evitare di fare i conti con i problemi, che montano, si sceglie di restare serenamente accucciati al riparo di un assai conveniente stereotipo culturale. In base al quale l’immigrato, giovane ed aitante ad eternum, serve l’economia lavorando e la demografia figliando. E con i suoi contributi lavorativi consente di tenere in piedi i nostri malandatissimi sistemi pensionistici. Una favola che rischia però di non avere un lieto fine. Per la semplice ragione quanto versato dagli immigrati nelle casse della previdenza nazionale non è (anche se molti lo sognano) a fondo perduto. Ma un vero e proprio prestito che a scadenza data dovrà essere loro restituito con i relativi interessi. Come? Dio sa e provvede.

Il Coronavirus alleato dei clandestini USA

Illegali ma essenziali. Questo in sintesi il contenuto della originalissima lettera che negli USA migliaia di immigrati irregolari impiegati nella raccolta di frutta e verdura stanno ricevendo, con la benedizione del governo centrale, dai datori di lavoro. Si tratta di una soluzione all’americana, cioè iper-pragmatica, a un problema che da una parte all’altra dell’Atlantico non risparmia nessuno Paese: durante l’emergenza Covid-19 come garantire manodopera a basso costo nel comparto agro-alimentare che per evitare il rischio carestie non può fermarsi?

A spiegare i dettagli di questa trovata made in US, è un reportage di Miriam Jordan dalle colonne del New York Times. Grazie al quale scopriamo che in un Paese che, a differenza di quelli dell’Europa mediterranea, sconosce e non accetta il concetto di sanatoria, la via maestra per evitare di scoraggiare l’esercito di immigrati irregolari a svolgere il proprio mestiere non poteva essere che quella di inviare loro un messaggio rassicurante. Basato su un pratico do ut des: voi lavorate, il governo chiuderà un occhio, ma solo pro-tempore, sul vostro status giuridico. Finita l’emergenza, insomma, sceriffi e agenti di frontiera torneranno a fare il loro mestiere di butta fuori, ma adesso si concentrano esclusivamente sugli immigrati illegali who pose a public safety or criminal threat.

Una ricetta più o meno discutibile ma che secondo quanto riporta la giornalista dell’autorevole quotidiano liberal, raccogliendo le testimonianze dei diritti interessati, ha risolto in un colpo due problemi.

Il primo, rispondere all’allarme lanciato dagli imprenditori, garantendo che il settore agro-alimentare funzioni a pieno regime mentre il motore economico americano è costretto a rallentare a causa delle misure anti-virus.

Il secondo, dare un minimo di tutele e rassicurazioni ai tanti immigrati illegali che difficilmente avrebbero retto la doppia pressione di svolgere un’occupazione a rischio sanitario (difficile rispettare la distanza sociale nei campi e nei capannoni) e di essere intercettati e rimpatriati dalle forze dell’ordine.

La ratio del provvedimento non è peraltro così lontana da quella adottata ad esempio in Italia per coloro i quali in queste settimane di quarantena si ritrovano la patente scaduta, non possono rinnovarla, ma in caso di esigenze oggettive di prendere la macchina possono farlo senza rischiare una multa salata.

Si tratta, insomma, di parentesi di tolleranza pro-tempore, secondo lo spirito pratico anglossassone, nei confronti di varie forme di illegalità.

Negli USA il rischio Covid-19 è maggiore per gli immigrati

Negli USA gli immigrati sono fondamentali per fronteggiare e contenere la pandemia che dopo le grandi città sta ora investendo gli Stati agricoli dell’immensa pianura statunitense. Ma allo stesso tempo ne sono prede vulnerabilissime. Visto che rischiano di pagare un prezzo altissimo sia in termini sanitari che economici. A lanciare il grido d’allarme è un recente studio del Migration Policy Institute che ha analizzato i dati dell’ufficio statistico federale sul numero dei migranti che lavorano nei vari settori produttivi del Paese a stelle e strisce. Gli “stranieri” rappresentano il 17% del totale della forza lavoro americana attualmente composta da 156 milioni unità. Una percentuale che aumenta però significativamente proprio tra gli addetti delle professioni in prima linea nella lotta al coronavirus. Infatti è immigrato o figlio di immigrati il 29% dei medici, il 23% dei farmacisti e il 38% dei paramedici.

Ma a preoccupare ancora di più sono i sei milioni di immigrati irregolari che in vario modo e a vario titolo svolgono lavori resi ancora più indispensabili in questo periodo di lockdown generale dell’economia. In particolare di quella legale. Perché tocca proprio a questi “invisibili” raccogliere nei campi frutta e verdura; tenere in ordine le case, rasare i giardini e governare la prole che non va a scuola dei professionisti impegnati a lavorare a distanza dai loro studi con i clienti; pulire uffici e sanificare ospedali, cliniche e case di riposo per anziani. Una vera e propria armata di senza documenti impegnata in prima linea nella sforzo “bellico” richiesto per assicurare i servizi indispensabili per la vita dei cittadini ed evitare che l’avanzata impetuosa dell’epidemia di Covid-19 paralizzi e metta in ginocchio l’intera Nazione. Ma sono proprio loro quelli che, pur se esposti ad un elevatissimo rischio contagio, essendo privi di documenti e di un’assicurazione sanitaria hanno possibilità zero di accedere alle cure necessarie. E come se tutto ciò non bastasse la maggioranza di loro rischia di essere tagliata fuori dai programmi di assistenza e di primo aiuto finanziati dai 2 milioni di miliardi stanziati dall’amministrazione Trump per fronteggiare la montante disoccupazione provocata dal blocco delle attività produttive e dell’immenso terziario made in USA.

Solo la scorsa settimana sono stati oltre 3milioni gli americani che hanno fatta richiesta del sussidio di disoccupazione. Una cifra che pur se da record secondo molti è solo la punta dell’iceberg. La drammatica contrazione economica creerà enormi difficoltà a decine di milioni di americani, difficoltà che saranno devastanti per tutti gli immigrati, regolari o clandestini che siano. Questo perché se è vero che gli irregolari rappresentano quelli certamente a rischio maggiore, è anche vero che minacciose nuvole nere sembrano addensarsi anche su una parte di quelli in regola perché naturalizzati da poco, o semplici residenti permanenti legali o con visti temporanei. Questo perché la legge di finanziamento degli aiuti votata dal Congresso prevede l’elargizione del sussidio a chi ha perso il lavoro mentre esclude coloro che non sono in possesso del numero di previdenza sociale, gli immigrati regolari ma con un lavoro stagionale e quelli entrati in possesso della carta verde solo negli ultimi cinque anni.

Con IRINI l’Europa ne fa un’altra delle sue

Neanche il micidiale COVID-19 scalfisce i vecchi vizi dell’UE sull’immigrazione. Avanziamo divisi sull’uno e sull’altro fronte, spediti verso il baratro. L’ultima conferma, ma solo in ordine di tempo, è arrivata qualche giorno fa dalla presentazione di IRINI. Questo l’appellativo della nuova missione europea per il pattugliamento militare del Mediterraneo ed il contrasto dei traffici clandestini nelle acque libiche. Che nella forma e nella sostanza è la perfetta sintesi delle lacerazioni e delle indecisioni dei 27 su entrambi i temi.

Partiamo dalla forma. La notizia del varo di questa nuova iniziativa militare è passata sotto traccia. Fatta eccezione per gli addetti ai lavori, l’opinione pubblica del Vecchio Continente è stata debitamente tenuta all’oscuro. Si dirà che in queste ore siamo tutti sintonizzati sul virus e i disastri che causa. Vero, ma fino a un certo punto. Il sospetto, corroborato da una prassi consolidata negli anni, è che anche questa volta i partner UE abbiano preferito tacere ai cittadini di aver preso un sia pur blando e scarsamente finanziato impegno comune per la gestione di ciò che accade a un passo da casa nostra. La ratio che ormai da decenni accomuna le cancellerie di mezza Europa è sempre la stessa: alzare la voce per dissentire, abbassarla quando si trova un accordo. Ciò nel timore che i rispettivi elettorati vedano di cattivo occhio l’allocazione di risorse nazionali a favore di cause comunitarie distanti dalla loro quotidianità. Ai leader UE sfugge, tuttavia, che questo modus operandi è la retta via per trasformare persino il più inossidabile cittadino europeista in un rancoroso euroscettico, convinto che a Bruxelles, oltre a sprecare il denaro dei contribuenti, non si faccia niente.

Passando dalla forma alla sostanza il risultato non cambia. Perché persino il più euro-entusiasta degli abitanti UE se fosse stato adeguatamente informato del varo di IRINI avrebbe reagito con un mix di frustrazione e rabbia. Perche? E’ presto detto. Questa neonata missione militare dall’altisonante nome che in greco vuol dire pace prende il posto di Sophia varata nel 2015. Ma a differenza di quella precedente non avrà più come compito quello di contrastare il traffico di esseri umani sul canale italo-libico del Mediterraneo Centrale. Ma quello del commercio clandestino di armi verso le fazioni libiche in guerra tra loro. Ragione per la quale l’area dei pattugliamenti riguarderà principalmente le coste orientali del paese nord africano. Il salvataggio degli immigrati in mare non rientra nel mandato della nuova missione. Ma c’è di più. Se una delle navi appartenenti al convoglio IRINI dovesse casualmente incrociare un natante con immigrati diretti clandestinamente al Nord sarà obbligata, dopo il salvataggio, a procedere al loro sbarco in Grecia (l’Italia è esclusa per via del contagio). Paese dal quale poi verrebbero redistribuiti verso altre nazioni dell’UE. Ma se questa circostanza da eccezionale dovesse diventare usuale in base all’accordo IRINI verrebbe immediatamente sospesa. Per evitare che si trasformi di fatto in un incentivo alle partenze di clandestini dal Maghreb.

Tradotto: vista la mancanza di una intesa sul se e come contrastare la gestione della pressione migratoria, soprattutto dalla Libia, i governi europei hanno spostato la loro l’attenzione su un secondo problema (le armi) lasciando irrisolto il primo. Non solo. La decisione di scaricare sulla Grecia gli eventuali immigrati salvati in mare per allentare le pressioni sull’Italia in piena crisi sanitaria, rischia di scatenare tra l’Ellade e quello che una volta era il Bel Paese una guerra tra poveri.