Ius soli, ius sanguinis: una contrapposizione da superare

Da oggi l’Italia ha due nuovi cittadini ma un vecchio, irrisolto problema. I primi sono Rami Shehata e Adam El Hamami. Che pur essendo minorenni hanno, in via eccezionale, appena ottenuto la cittadinanza italiana come premio per aver consentito una settimana fa ai carabinieri di intercettare il loro pullman dirottato da Ousseynou Sy, con l’intenzione di fare una strage.

Il secondo, cioè l’annoso grattacapo da risolvere, riguarda migliaia di figli di immigrati nati in Italia che, proprio come Rami e Adam, se la sorte non li trasforma in eroi per un giorno, per ottenere la cittadinanza italiana devono aspettare, dimostrando di aver vissuto ininterrottamente nel nostro paese, il compimento della maggiore età. Così prevede la legge vigente in Italia (n.91. del 1992), improntata sul princìpio dello ius sanguinis, che confina in una sorta di limbo giuridico un vero e proprio esercito di nuovi potenziali cittadini.

Per trovare una soluzione a questo problema, nella passata legislatura era stata proposta, ma non approvata, una norma per l’introduzione dello ius soli che ai nati in Italia avrebbe consentito, sub condicione, l’automatica concessione della cittadinanza.

All’epoca, come oggi, l’infuocato dibattito tra i pro e contro lo jus soli fece perdere di vista un dettaglio non da poco. E, cioè, che entrambi i modelli (jus sanguinis e jus soli) pari sono. Sia l’uno che l’altro sono discriminatori. Perché lasciano che sia la sorte a stabilire chi può essere cittadino e chi no. Nel primo caso tutto dipende da chi nasci. Nel secondo dal dove.

È per queste ragioni che se diamo uno sguardo oltre i rissosi confini patri, scopriamo che nel mondo occidentale vi è una generale tendenza a sperimentare sistemi misti, che per evitare indebite forme di inclusione ed esclusione, miscelano lo jus sanguinis con lo jus soli. Emblematico il caso della Svezia e della Germania.

La prima applica lo jus soli per i minori stranieri nati sul suo territorio ma di cui non si conoscono i genitori oppure per quelli di genitori apolidi. Gli altri, in base alla discendenza, diventano cittadini se figli di immigrati residenti nel paese da almeno tre anni su semplice richiesta dei genitori o di chi ne fa le veci.

La seconda, che aveva un ordinamento assai vicino al nostro, a seguito della nuova legge varata nel luglio 1999, consente l’acquisizione automatica della cittadinanza ai figli di immigrati nati sul territorio nazionale ma a condizione che almeno uno dei genitori risulti stabilmente residente nel paese da almeno otto anni e sia in possesso di un regolare permesso di soggiorno. Nella maggior parte dei casi coloro che diventano cittadini tedeschi per nascita mantengono anche la nazionalità straniera dei genitori in base al principio di filiazione. Ma al momento della maggiore età, e comunque non oltre cinque anni dal suo compimento, se optano per la prima perdono quella ereditata dai genitori o viceversa.

Un mix tra i due jus che di recente ha fatto capolino, sia pur di soppiatto, finanche negli Usa. Infatti dal 2000 per risolvere la contraddizione della cittadinanza per i minori stranieri nati all’estero ma adottati da genitori americani il Child Citizenship Act ha deciso che questi bambini vanno considerati a tutti gli effetti come nati sul suolo statunitense. Un escamotage legale che a ben vedere, riconoscendo l’importanza della componente parentale, ammette, in contrasto con la legge del suolo da sempre ritenuta inviolabile, un sia pur parzialmente ricorso a quella del sangue.

Se tutto questo è vero, per risolvere i problemi in casa nostra (anche se per numero di cittadinanze concesse agli immigrati siamo leader in Europa) si potrebbero proporre tre piccole modifiche di buon senso alla legge n.91 del 1992.

La prima concerne l’art.4 comma 2 che, lo ripetiamo, ai nati da genitori immigrati consente di diventare italiani al compimento del diciottesimo anno a condizione di aver vissuto ininterrottamentefino alla maggiore età sul territorio patrio. Con il risultato che può bastare una vacanza all’estero con gli amici o una visita ai nonni nel paese dei genitori, per far saltare tutto.

La seconda ha a che fare con la necessità di eliminare ogni forma di possibile, arbitraria discrezionalità burocratica nelle relative procedure di concessione. Fino a oggi, infatti, le risposte positive o negative alle richieste di cittadinanza sono fin troppo legate al parere soggettivo dei funzionari di turno.

La terza riguarda l’art.9 comma 1 lettera F che prevede la concessione della cittadinanza allo straniero che risiede da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica. Questo significa, caso unico in Europa, che gli immigrati extra-UE possono richiedere lo status civitatis italiano (che sulla base dello ius sanguinis possono trasmettere ai figli) solo dopo due lustri di regolare soggiorno nel nostro paese. Sarebbe consigliabile ridurli, ad esempio, a quattro come, peraltro, già previsto dal nostro ordinamento per i comunitari originari di un paese europeo.

Sembra facile ma – come ripeteva Orwell – per vedere quello che abbiamo proprio davanti agli occhi serve uno sforzo continuo.

Dall’Olanda un brutto segnale per le europee

C’è poco da festeggiare davanti alla sconfitta del neopopulista Geert Wilders alle elezioni olandesi dello scorso 20 marzo. Il monito è indirizzato ai leader delle tradizionali forze politiche. Perché gli elettori chiamati alle urne per il rinnovo delle amministrazioni locali e del Senato dei Paesi Bassi, oltre ai popolari e ai socialisti, hanno bocciato il suo Partito della Libertà, ma promosso a pieni voti l’ultra-destra. Capeggiata dal semisconosciuto, Thierry Baudet che con il suo Forum per la democrazia è da oggi l’ago della bilancia del Parlamento olandese. Anti-europeo, ostile all’immigrazione, contrario alla politica di difesa dell’ambiente, è lui l’astro nascente di una neonata galassia populista europea.

Una novità sulla quale popolari e socialisti di mezza Europa farebbero bene a riflettere attentamente. Non solo perché rischiano alle prossime elezioni europee di fare i conti con un inaspettato nuovo nemico. Ma soprattutto in ragione del fatto che il voto olandese smentisce le loro speranze di trarre giovamento dall’inconcludenza finora dimostrata dai neopopulisti. Visto che l’elettorato anziché tornare indietro all’usato sicuro da loro rappresentato, sembra preferire il nuovismo anche se estremista. Magari sbagliando, non tornano indietro. Il punto sta qua.

Il caso olandese potrebbe far scuola. Per cui le due tradizionali famiglie politiche europee dovrebbero prendere atto che non bastano le scarse capacità di governo dei neopopulisti per riconquistare il potere perduto. Servono idee, fantasia e coraggio per combattere la seduzione dei nuovi capi-popolo che avanzano da una parte all’altra dell’Atlantico. Che anche se barbari pieni di mille difetti si dimostrano capaci di sfruttare al meglio le paure e le incertezze determinate dal profondo cambiamento che sta scuotendo l’Occidente.

Togliere la cittadinanza al foreign fighter è un rompicapo

Come processare i cittadini che dopo aver lottato per l'Isis (foreign fighter) tornano a casa è per mezzo Occidente un vero e proprio rompicapo giuridico. Ne abbiamo parlato con con Andrea De Petris, ricercatore di diritto costituzionale all'Università Giustino Fortunato di Benevento e membro dell'Accademia Diritto e Migrazioni che riunisce oltre duecento esperti internazionali della materia.

1) Sulla base di un vecchio principio nazionalista, in molti paesi UE sono in vigore leggi che prevedono la perdita dello status civitatis per i cittadini che si arruolano nell'esercito di uno Stato straniero. Di recente la Germania è andata oltre proponendo la perdita della cittadinanza tedesca per i titolari di doppia cittadinanza che militano in movimenti terroristici come l'Isis. Dal punto di vista giuridico quali possono essere le criticità nell'approvazione di una norma di questo tipo?

In primo luogo è opportuno ribadire che per ora si tratta di una mera proposta congiunta dei Ministeri dell’Interno e della Giustizia, guidati rispettivamente da Horst Seehofer (CSU) e Katarina Barley (SPD). Secondo l’ordinamento giuridico tedesco, la possibilità di privare un individuo della propria cittadinanza risulta tuttavia alquanto problematica. In termini generali, sono tre le vie per procedere alla denaturalizzazione di un individuo: revoca, perdita e ritiro della cittadinanza. In Germania, tuttavia, la revoca della cittadinanza è tassativamente vietata dall’art. 16 della Legge Fondamentale, né è consentita l’estradizione all’estero di un cittadino tedesco come conseguenza della privazione della cittadinanza. Questa norma trova una sua giustificazione storica nella pratica dell’espatrio di massa di cittadini tedeschi di etnia ebraica da parte del regime nazista.

La seconda modalità è la perdita della cittadinanza, che avviene quando si acquisisce una cittadinanza straniera, o quando un cittadino si arruola volontariamente nelle forze armate di un altro Stato. Tuttavia, questa via si applica solo per l’ingresso in eserciti regolari, non per le milizie di attori non statali, tra i quali si può a buon ragione ricomprendere anche l’ISIS. Il terzo caso è il ritiro della cittadinanza. Questo può accadere nel caso in cui una persona abbia fornito false informazioni durante il processo di naturalizzazione. Se ciò può essere dimostrato, è possibile procedere alla revoca dell’atto di naturalizzazione. Pertanto, è necessario in ogni caso conoscere a fondo ogni singolo caso nel quale si volesse tentare di denaturalizzare un cittadino tedesco, dal momento che la sottrazione della cittadinanza comporta una perdita tale di diritti che rischia di compromettere seriamente la condizione giuridica dell’interessato. Cosa di cui l’ordinamento tedesco è perfettamente consapevole.

La proposta di legge in discussione in questi giorni si applicherebbe soltanto a cittadini maggiorenni ed in possesso di una seconda cittadinanza, essendo altrimenti tassativamente escluso che lo Stato tedesco possa trasformare in apolide un proprio cittadino, quali che siano i reati di cui costui possa essersi reso colpevole: lo status di cittadino, infatti, è connesso alla titolarità di una serie di diritti imprescindibili per il singolo individuo che la Germania è tenuta a riconoscere e garantire.

2)  Ipotizziamo che un foreign fighters tunisino nato in Germania, sulla base della nuova norma, perda la cittadinanza tedesca. Rimarrebbe, così, senza cittadinanza nel paese nativo ma con quella dello Stato di origine dove, magari, non è mai andato. C'è in questo il rischio di una violazione dei diritti che rievoca i fantasmi di antiche derive autoritarie? E, in ogni caso, è necessario un processo (in contumacia?) o un semplice atto amministrativo?

Come detto, poiché siamo ancora in una fase teorica, non è possibile sapere se e come il provvedimento in discussione diventerà legge. Ad ogni modo, rispetto all’ipotesi prospettata nella domanda, va precisato che esiste un generale obbligo per gli Stati di riprendere i propri cittadini impegnati in conflitti informali all’estero, come potrebbe essere il caso della cd. “guerra dell’ISIS”. Nella fattispecie in oggetto, quindi, sussisterebbe innanzi tutto un primario obbligo della Germania di riprendere un proprio cittadino foreign fighter: il fatto che questi disponga di una seconda cittadinanza, infatti, non fa venire meno il dovere della Germania di ricondurlo sotto la custodia delle proprie forze di sicurezza, né sarebbe consentito privare l’interessato della cittadinanza tedesca per evitare di ottemperare all’obbligo di riportarlo in patria.

Un altro aspetto di cui si discute in queste settimane in Germania riguarda l’eventualità che la persona in esame, al momento della sua naturalizzazione abbia taciuto la propria vicinanza a gruppi radicali: in questo caso, secondo alcuni esperti, la cittadinanza potrebbe essere revocata. Questa convinzione muove dal fatto che la naturalizzazione può essere negata a chi persegua finalità inconciliabili con l’ordinamento giuridico della Bundesrepublik. Gli scenari sono due.

Qualora nel corso del processo di naturalizzazione vengano dimostrati comportamenti antidemocratici ed antisistema messi in atto dall’individuo in procinto di divenire cittadino tedesco, il processo potrebbe essere legittimamente interrotto.

Diverso sarebbe il caso di un cittadino naturalizzato che commettesse azioni contrarie all’ordinamento giuridico della RFT successivamente al conseguimento della cittadinanza tedesca: inoltre, nei casi in cui il processo di naturalizzazione si sia già concluso, sarebbe estremamente difficile stabilire se un combattente dell’ISIS naturalizzato fosse radicalizzato prima o dopo il conseguimento della cittadinanza tedesca, rendendo soprattutto nel secondo caso estremamente complessa la sua eventuale denaturalizzazione.

A tutto questo va aggiunto che una eventuale nuova norma si applicherebbe solo a casi di foreign fighters unitisi alle milizie dell’ISIS successivamente all’entrata in vigore della norma in questione, escludendo dunque tutti i casi di miliziani dello Stato Islamico già in mano alle autorità tedesche: ogni caso di applicazione retroattiva sarebbe dunque tassativamente vietato. Infine, per concludere sul punto, nei rari casi residui in cui potrebbe venire in discussione la denaturalizzazione di un cittadino, questa potrebbe aver luogo solo a seguito di comportamenti liberamente posti in essere dall’interessato che dimostrassero chiaro ed esplicito rifiuto nei confronti della Germania, ma non in virtù di unilaterali esigenze di sicurezza sollevate dalle autorità tedesche.

3) Mettendo da parte il nodo della doppia cittadinanza, rimane il problema di come processare, per reati compiuti fuori dal territorio nazionale, i foreign fighters che tornano, ad esempio in Germania, dopo aver combattuto in Siria per l'Isis. Quali sono i possibili strumenti giuridici da adottare?

Per quanto riportato più sopra, ne consegue che un ipotetico foreign fighter di cittadinanza tedesca catturato in Siria andrebbe comunque riportato in Germania, e comunque mai prima di una sua corretta identificazione: questo significa che rappresentanti delle autorità tedesche dovrebbero recarsi in Siria per accertarne l’identità e dimostrare la sua affiliazione alle milizie dello Stato Islamico. Ove queste condizioni ricorrano, sarebbe dunque previsto che l’interessato venga ricondotto in Germania, sconti eventuali sanzioni detentive a cui fosse stato condannato, e solo allora potrebbe essere eventualmente espulso verso un altro Paese di cui detenesse la cittadinanza. Nemmeno in questo frangente, tuttavia, sarebbe prevista la revoca della cittadinanza tedesca.

Inoltre, essendo nel frattempo trascorsi verosimilmente molti anni dall’inizio del procedimento, sarebbe da accertare se sussista ancora un interesse da parte delle autorità tedesche a procedere all’espulsione dell’interessato. In ogni caso, si renderebbe sarebbe assolutamente imprescindibile una decisione dell’autorità giudiziaria per procedere in tal senso, non potendosi in nessun modo considerare sufficiente un provvedimento di carattere amministrativo, dal momento che sono in gioco diritti fondamentali dell’individuo.

Il PD sull’immigrazione cancella Minniti

Per il PD puntare sull’anti-salvinismo per combattere la politica dell’immigrazione di Salvini rischia di essere una trappola mortale. Perchè, come dimostrano le vuote, inconcludenti parole di circostanza pronunciate dalla sua nuova dirigenza di fronte al teatrale salvataggio dei 42 immigrati da parte degli attivisti della Mare Jonio, anziché la mano dura del Ministro degli Interni rischiano di colpire l’intelligenza della pubblica opinione. E soprattutto cancellare dalla sua agenda politica la capacità di governo di questo fenomeno dimostrata a suo tempo, con alti e bassi, ma con successo da Marco Minniti.

E’ infatti singolare che il maggior partito di opposizione abbia col silenzio date per buone le argomentazioni sulla non democraticità delle istituzioni libiche addotte dalla ONG di Beppe Caccia per giustificare il rifiuto di riportare da dove erano partiti i naufraghi. Visto che con esse un suo autorevole esponente, al tempo Ministro degli Interni, ha lungamente trattato e fortemente incoraggiato a riorganizzarsi. Fino a convincerle ad accettare l’ingresso sul loro territorio di osservatori ed operatori dell’ONU e dell’OIM. Ma soprattutto non si può far finta di continuare a non vedere ciò che a molti osservatori imparziali ormai appare chiaro. E cioè che il doveroso obbligo imposto dalle convenzioni internazionali che regolano il salvataggio in mare non può essere usato fraudolentemente da chi decide deliberatamente di naufragare per immigrare.

Non dire la verità per timore di essere accumunati al “nemico” è una tabe intellettuale dell’estremismo politico da cui credevamo che la sinistra si fosse da tempo immunizzata. Tanto più in una materia delicata ed esplosiva quale da sempre è quella dell’immigrazione. Una domanda per concludere: alle prossime elezioni di maggio il PD ritiene forse possibile riguadagnare l’opinione pubblica di cui tanto abbisogna la causa europeista facendo lo “gnorri” sull’immigrazione?

C’è del metodo nella follia terrorista

Non la chiami strage ma attentato terroristico”. Esordisce così da Bruxelles Marco Martiniello, Professore di sociologia dell’immigrazione all’Università di Liegi, quando lo contatto al telefono per capire perché venerdì scorso, in diretta Facebook, il suprematista bianco, ventottenne, australiano, Brenton Tarrant abbia ucciso 49 persone in un duplice attacco alle moschee di Christchurch in Nuova Zelanda.

Secondo il docente belga di origine italiana, infatti, a turbare la pace di un paese che di solito fa notizia per i suoi paesaggi, il rugby e la vela, non è stato il gesto di uno squilibrato. Ma, al contrario, la mente lucida di un uomo con un preciso progetto politico, questo sì folle. Che, costi quel che costi, vuole difendere l’uomo bianco dalla minaccia dei neri o dei musulmani. Ecco perché – continua il Prof. Martiniello – il tragico weekend neozelandese “non ricorda le tante stragi di massa firmate da isolati psicopatici che hanno riempito la cronaca nera USA. Ma gli attentati terroristici che in mezzo mondo, in nome delle più svariate ideologie, seminano paura e morte”.

Ci troviamo, dunque, di fronte a un vero e proprio terrorista di estrema destra appartenente in qualche modo a una sorta di nuova internazionale, sia pur non organizzata, di suprematisti bianchi rafforzati dall'avanzata al di là e al di qua dell’Atlantico di leader politici sommariamente definiti populisti?

"Sì. Intendiamoci, queste forme di estremismo hanno origini assai antiche. Sono sempre esistite nel sotto bosco della nostra quotidianità. Ma oggi sono rafforzate da almeno tre fattori.

Il primo è il diffuso malcontento dell’opinione pubblica occidentale nei confronti dell’immigrazione, che è stato incoraggiato dai leader politici populisti e nazionalisti per motivi elettorali ed ideologici .

Il secondo è il terrorismo islamista, un alleato obiettivo dell'estrema destra, che dalle Torri Gemelle in poi ha minacciato la pax sociale dell’Occidente.

Il terzo si chiama internet. Anzi, social network. Che, come già accaduto con gli islamisti dell’Isis , hanno consentito a quella che fino ieri era una frammentata galassia di estremisti di destra, di globalizzarsi. Mettersi in rete. Diventare comunità. Sotto la regia di soggetti culturalmente attrezzati che con il loro sapere rafforzano le convinzioni dei nuovi soldati suprematisti come Brenton Tarrant. Che, non a caso, nel suo manifesto di 86 pagine cita fatti storici (dalla guerra di Lepanto a quella di Poitiers) e sfide odierne (crisi demografica dell’Occidente) raccolti presumibilmente dalla propria community online. Alla quale, peraltro, ha voluto dare testimonianza del suo gesto, attrezzandosi, prima dell’attentato, oltre che di micidiali armi automatiche, anche di una mini-telecamera che gli ha consentito di rilanciare la carneficina in presa diretta su Facebook".

Qual è, allora, l’antidoto all’odio che produce a livello globale questo scontro che sembra delinearsi tra estremismo islamista e quello bianco-cristiano?

"I governi possono fare tanto, a partire dall’educazione delle nuove generazioni che non hanno vissuto e spesso neanche studiato i drammi del Novecento. Ma tutto questo potrebbe rivelarsi inutile se i big dei social network continuano a non fare la loro parte. Non è francamente accettabile che Brenton Tarrant sia riuscito, indisturbato a fare una diretta Facebook di venti minuti per pubblicizzare i macabri dettagli del suo attentato".

Gli immigrati che preferiscono l’Africa all’Europa

La stragrande maggioranza degli immigrati africani (8 su 10) è in fuga non in Europa ma all’interno del Continente nero. E nel futuro prossimo venturo il trend è al rialzo. Non solo perché, com’è noto, per motivi economici e logistici è più semplice cercare lavoro o protezione umanitaria nei paesi limitrofi anziché nel Vecchio Continente. Ma anche in ragione del fatto che alcuni paesi dell’Africa, spesso descritti come un coacervo di prolifici affamati pronti a invadere l’Occidente, grazie a una relativa, costante crescita economica sono, invece, vere e proprie mete di immigrazione.

È questo il caso, solo per fare un esempio, della Costa d’Avorio. Che come ha di recente dimostrato una dettagliatissima inchiesta di Le Monde, con un tasso di crescita annuo dell’8% e livelli di disoccupazione inferiori al 6% ha attirato dagli Stati confinanti un fiume di manodopera. Il 40% dei suoi attuali 24 milioni di abitanti è o ha, infatti, origine immigrata. Impiegati per lo più nella coltivazione di caffè, olio di palma ma soprattutto delle preziosissime (qualità senza pari) e ambitissime (dalle multinazionali del cioccolato) fave di cacao di cui è il principale esportatore mondiale.

E come in tutti i poli migratori internazionali che si rispettino, la bassa manovalanza straniera (in maggioranza dal Burkina Faso) è tanto richiesta dall’economia quanto indigesta per la società. Tant’è che anche da quelle parti, come da noi, i sostenitori del Prima gli ivoriani non mancano. Anzi, aumentano. Anche perché, come spiega il sociologo Sosthène Koffi (uno dei massimi conoscitori del mondo rurale ivoriano), alla base dei pregiudizi che i vecchi residenti hanno verso i nuovi arrivati ci sono incomprensioni ed errate percezioni che per quanto banali se non sanate rischiano di moltiplicarsi. Molti anziani doc dei piccoli villaggi, ad esempio, non sopportano l’arroganza dei giovanissimi lavoratori immigrati che con le mote acquistate coi primi risparmi scorrazzano a destra e a manca indifferenti alla vita sociale della comunità che li ha accolti.

Un clash tra indigeni e immigrati che, peraltro, non è una novità di oggi. Tant’è che per coniugare pax sociale e bisogni economici, nel 1998 il governo di Abidjan fu costretto ad approvare una legge in base alla quale solo ed esclusivamente gli autoctoni ivoriani potevano vantare la proprietà di terreni agricoli nel paese. Un diktat rafforzato dalla nuova Costituzione del 2016 secondo cui soltanto lo Stato, società pubbliche o cittadini ivoriani doc possono acquistare appezzamenti di terra. Passare dalle parole ai fatti non è tuttavia semplice. Non solo per l’instabilità politica di un paese spaccato in due tra il ricco e fertile Sud e il più povero Nord. Ma soprattutto perché in una terra dalla lunghissima tradizione migratoria (oltre ai discendenti dei coloni francesi ci sono anche importanti comunità libanesi e siriane), stabilire come e chi è ivoriano doc più che difficile risulta impossibile.

Il Muro o la Casa Bianca nel 2020

Più passa il tempo più aumenta per Trump il rischio che il Muro anti clandestini al confine del Messico finisca nel nulla. Ma non c’è dubbio che, comunque vada a finire la vicenda, il braccio di ferro da mesi in atto sulla sua costruzione è destinato a lasciare il segno nella storia politica americana. Non differentemente di come nel recente passato era accaduto, ad esempio, quando Lyndon B. Johnson impose nel 1964 il varo del Civil Rights o Nixon, ad un passo dall’impeachment dopo il Water Gate, si dimise da Presidente nel 1974.

Per la semplice ragione che la questione del Muro sì/Muro no ha ormai assunto i connotati simbolici di uno scontro in piena regola sul modo di essere e di funzionare della democrazia made in US. Che nelle ultime ore ha conosciuto una ulteriore, drammatica accelerazione. Visto che Trump - sfidando la censura votata la scorsa settimana dalla Camera e quella attesa la prossima settimana del Senato grazie alla defezione annunciata da 13 repubblicani - ha invece pensato bene ieri di rincarare ulteriormente la dose. Annunciando di aver iscritto nel budget di spesa 2019 i miliardi necessari alla costruzione del Muro nonostante il no del Parlamento. Violando la regola costituzionale da sempre in vigore secondo la quale: “ il Presidente propone, il Congresso dispone”.

Perché una così evidente forzatura? Al di là del fatto che, data la complicata architettura costituzionale americana, solo la Corte Suprema sarà in grado di stabilire, e ci vorranno mesi, se legittima o meno, quello che più colpisce è l’argomentazione usata a sua giustificazione dal Presidente. La quale, se dovesse prevalere, rischia di stravolgere, più di quanto già fin qui avvenuto, il modo di essere della democrazia rappresentativa del paese a stelle e strisce. Il suo messaggio è semplice: poiché la costruzione del Muro è una promessa fatta agli elettori essa deve essere onorata costi quel che costi. Costringendo alla resa l’ostracismo conservatore dell’establishment politico tradizionale. Che per Trump oltre ai democratici comprende anche alcuni potenti maggiorenti del suo stesso partito da anni seduti in Parlamento. Che, vista la piega che hanno preso le cose, si stanno organizzando per impedire la sua ricandidatura alle prossime elezioni presidenziali del 2020.

Partono per farsi un futuro non per riempire le nostre culle

Per coloro che spiegano l’immigrazione come una duratura terapia per la nostra demografia malata, Yoselin Wences è un nome che non dice nulla. Del quale, tuttavia, farebbero bene a interessarsi. Perché potrebbe, forse, essere utile a far cambiar loro idea. La sua storia è, infatti, la cartina di tornasole del comportamento demografico dei figli degli immigrati negli Usa, paese leader dell’immigrazione. Visto che, al contrario dei genitori, sognano tutto meno che di procreare.

Basta leggere al riguardo quanto ha scritto di recente il New York Times. Che dopo aver intervistato un vasto campione di giovanissimi immigrati di seconda generazione, che come i coetanei yankee posticipano o rinunciano a fare un bebé, si è concentrato sull’emblematica vicenda personale di Yoselin Wences. Figlia ventenne di una casalinga e di un manovale messicani che con i risparmi di una vita di durissimo lavoro negli Stati Uniti le hanno dato la possibilità di iscriversi alla North Carolina University per diventare la prima laureata della famiglia. Cosa che, come ogni traguardo, ha, però, un costo. Materiale e immateriale. Tant’è che mamma e papà, per evitare che l’investimento sul suo futuro andasse in fumo, fin da piccina, insieme alle favole le ripetevano, come fosse un mantra “di non cadere nel loro stesso errore di mettere su famiglia in giovane età ma di pensare solo a studiare e fare carriera”.

E così è stato. Tant’è che dalla testimonianza raccolta dal quotidiano americano, emerge il ritratto di una brillante studentessa, testarda e caparbia nella sua volontà di riscattare i sacrifici dei genitori ma assai lontana dal retaggio culturale dei suoi avi: donna-angelo del focolare domestico. Yoselin ha, infatti, dichiarato che fare i figli è fuori dalla sua agenda. Se ne parlerà, forse, verso i 35 anni. Ciò che conta adesso è non perdere tempo. Conquistare l’agognato titolo studio grazie al quale occupare un posto sull’ascensore sociale che i genitori non avrebbero neanche immaginato.

Ma ciò che più conta è che la storia della signorina Wences è comune a mille sue pari età di origine straniera. Non solo negli Usa ma in mezzo mondo. Italia inclusa. Perché come di recente certificato dall’Istat, anche da noi, rispetto alle prime, le seconde generazioni di immigrati fanno sempre meno figli. Per la semplice ragione che si adottano al generale trend del nostro paese. Sono, insomma, esseri razionali. Proprio per questo più che la soluzione sono lo specchio dei nostri problemi. E non solo demografici.

Anche negli Usa per entrare chiedono asilo

Nell’incerto ma durissimo braccio di ferro parlamentare sul Muro tra Trump e l’opposizione democratica si è da ultimo inserito un Terzo Attore. Che anche se non da diretto protagonista potrebbe, però,  risultare decisivo per il suo esito. Si tratta delle decine di migliaia di famiglie e di minori non accompagnati del Nicaragua, dell’Honduras e del San Salvador che cercano di entrare negli USA lungo l’immenso confine meridionale del paese.

Un fiume umano che nel solo mese di febbraio ha superato, cosa mai avvenuta dal 2011, la cifra record di 76mila. Gettando nel panico la pur ben oliata macchina organizzativa dei servizi dell’Immigration statunitense. Chiamati a gestire un esercito di “non autorizzati” che, diversamente dal passato, anziché da maschi soli è composto da padri, madri con figli e  da moltissimi minori non accompagnati. Che non solo abbisognano di strutture di accoglienza speciali di cui, al momento, l’amministrazione a stelle a strisce non è assolutamente dotata. Visto che i tre centri di cui dispone ( due in Texas ed uno in Pennsylvania ) hanno una capacità di ricezione inferiore a quattro mila unità. Ma, soprattutto, non possono essere rimpatriati. In ragione del fatto che la grande maggioranza di questi immigrati anziché cercare, come in passato, di entrare clandestinamente si consegna agli agenti di confine dichiarandosi rifugiati in cerca di asilo. Sapendo che in base alle norme in vigore le loro richieste vanno obbligatoriamente sottoposte al parere della magistratura competente. Ed essendoci dei minori di mezzo non possono essere trattenuti in stato di fermo per più di 20 giorni.  Con il risultato che molti di loro, in attesa delle lunghissime procedure giudiziali, hanno tempo e modo di sparire nei meandri oscuri di un mercato del lavoro irregolare che definire immenso è poco.

Un uso forse strumentale delle norme di garanzia che però, paradossalmente, rischia di assestare un colpo mortale alla utilità del Muro anti clandestini sostenuta dal Presidente. Visto che, come sostengono i suoi detrattori, anche se oggi fosse in funzione verrebbe tranquillamente bypassato dalla nuova strategia adottata ai confini da chi, giocando la carta dell’asilo, pur senza essere clandestino riesce ad entrare e restare non avendone formalmente il permesso.

Gilet gialli e immigrati: due rabbie che non si incontrano

“A smorzare l’ira dei gilet gialli che da quattro mesi, ogni sabato, mettono a ferro e fuoco la Francia, è stata l’alleanza che nessuno riteneva possibile: tra i ceti borghesi dei quartieri bene metropolitani e quelli di origine immigrata delle banlieue”. A sostenerlo, intervistato da West, è Jacques Levy, docente al Politecnico federale di Losanna e all'Università di Reims, vincitore del prix Vautrin-Lud, considerato come una sorta di Premio Nobel della Geografia.

Secondo lo studioso d’Oltralpe, infatti, la rabbia ma soprattutto la violenza di chi è sceso in strada ha impaurito, allo stesso tempo, due pezzi di popolazione che fino a poco tempo avevano poco o nulla in comune: gli abitanti benestanti dei centri urbani e quelli con background straniero delle periferie. Ma se il perché del timore dei primi è facilmente intuibile (incarnano l’élite odiata dalla piazza), lo è meno quello dei secondi. Che, invece, sostiene Jacques Levy sono “forse i più preoccupati dalla volontà populista dei gilet gialli perché colpisce quello che, nonostante tutto, è il loro unico protettore: ovvero lo Stato”. Insomma, i cittadini di origine straniera sono letteralmente spaventati dalla potenziale avanzata di una democrazia di arrabbiati ostile al potere di mediazione delle istituzioni pubbliche. Il cui operato, fino a oggi, per quanto duramente contestato, ha garantito al popolo delle banlieue un minimo di prestazioni e servizi sociali. Che, invece, la rabbia dei casseur potrebbe cancellare con un tratto di penna.

Chiarito il profilo dei nemici dei gilet gialli, rimane da capire qual è quello di questi ultimi. Chi sono questi scontenti che da mesi agitano i weekend francesi?

Partiamo dal fatto – ci dice Jacques Levy – che si tratta di un blocco sociale eterogeneo appartenente ai ceti medio bassi periurbani, in cui a fare da mastice è la medesima volontà politica di scardinare, in nome del popolo sovrano, il potere di una ristretta élite che, a loro avviso, detiene il monopolio del capitale culturale ed economico. Nell’era della globalizzazione vedono tutto e tutti in fluido movimento mentre loro si sentono agli arresti domiciliari, paralizzati da una fragile condizione socio-economica. Che li condanna a scegliere tra due frustranti opzioni: vivere, senza permettersi altri lussi, in pochi metri quadri in centro con affitti alle stelle oppure optare per la periferia comprando casa ma anche l’automobile necessaria per raggiungere, con mille difficoltà, il posto di lavoro in città. Ed è proprio per questo che la tassa ecologista sul gasolio e sulle auto inquinanti voluta dal Presidente Macron ha rappresentato la goccia che ha fatto traboccare il vaso della loro rabbia, dando il là a quello che oggi, non a caso, chiamiamo movimento dei gilet gialli”. Che, infatti, sono i giubbotti retro-riflettenti che per la legge francese, così come per quella italiana, vanno indossati da chi scende dal proprio veicolo lungo le strade.

Se è vero che questa eterogenea galassia di arrabbiati punta il dito contro le élite nazionali ed europee che cannibalizzano i vantaggi della globalizzazione, verrebbe da pensare che possano rappresentare un ottimo serbatoio per il nuovo Front National anti-establishment di Marine Le Pen. Ma su questo il Professor Levy è assai prudente. “Per la semplice ragione che agli occhi dei gilet gialli i lepinisti sono troppo moderati. Hanno accettato le regole del gioco istituzionale. Non sono, dunque, la soluzione ma parte dei loro problemi”. Spiegazione di per sé sufficiente anche a comprendere il perché del catastrofico tentativo del leader del Movimento 5 stelle Luigi Di Maio, vice-premier e ministro, di instaurare con i movimentisti d’Oltralpe un’alleanza transnazionale.

E anche a proposito dei rapporti Italia-Francia, al calor bianco specie sull’immigrazione, Jacques Levy sembra avere le idee chiarissime. “L’Italia è stata lasciata sola dai partner europei. Ma, tuttavia, come diceva Italo Calvino è vero che la menzogna non è nel discorso ma nelle cose. Perché nell’UE il manicheismo sull’immigrazione (pro o contro senza mediazioni) offusca la ragione. Non consente di riflettere su un problema che certo esiste ma che ha contorni ben diversi da quelli dominanti nel dibattito pubblico. Ossessionati dall’invasione degli immigrati, non discutiamo né affrontiamo i veri nodi della questione. Ai nuovi arrivati chiediamo, ad esempio, il rispetto di regole che, spesso, noi stessi disconosciamo. Visto che ormai non siamo più d’accordo neanche su chi è e come si distingue un immigrato economico da un rifugiato”. È, forse questo, il momento, rispolverando Spinoza, di non versar lacrime, né esprimere indignazione. Ma, appunto, di cercare di capire.