La politica dell’immigrazione la fa il mercato

Più che la politica, è l’economia a dettare le regole dell’immigrazione.  Una verità che trova l’ennesima conferma negli ultimi dati resi noti dall’autorevolissimo Pew Hispanic Center sul numero dei messicani clandestini presenti negli Stati Uniti. Dai quali emerge che nel 2011 il totale degli illegali provenienti dal vicino Messico è sceso a quota 6 milioni contro i 7 del 2007. Il che significa che non solo sono diminuiti gli ingressi annui, ma è anche aumentato il numero di coloro che, pur residenti da lungo tempo negli Usa, hanno deciso di fare rientro in madrepatria.

Una novità assoluta. Visto che nell’ultimo mezzo secolo il saldo migratorio netto Messico-USA aveva conosciuto soltanto il segno positivo. Insomma, l’orda di clandestini messicani che per decenni ha travolto barriere e divieti di ogni tipo, inondando di braccia la ricca economia nordamericana, si è,  di colpo, arrestata. Un fenomeno epocale che, contrariamente a quanto sostenuto da più parti, non dipende dal fattore politico. Leggi restrittive, controlli alle frontiere con tanto di muri e cavi elettrici sono sempre esistiti, ma non hanno mai portato i risultati sperati.

Quali sono  dunque la vere cause di questo rivoluzionario revirement? La prima è di natura squisitamente demografica. Dal 1970 ad oggi il tasso di fertilità in Messico è passato da 6,8 a 2 figli per donna. La seconda, di certo più rilevante, riguarda il fatto che, proprio come qualsiasi attività d’impresa, anche quella dell’immigrazione clandestina segue, bon grè mal grè, pedissequamente le leggi del mercato. Per la semplice ragione che l’immigrato ex-definitione non va dove lo porta il cuore, ma si lascia trascinare esclusivamente dal portafoglio. Di conseguenza, se l’economia tira, la manodopera straniera illegale aumenta. In caso contrario, diminuisce e si  indirizza verso nuove mete. Tant’è che il sogno americano ha perso il suo fascino non solo agli occhi dei messicani, ma in generale di buona parte delle comunità allogene presenti Oltreoceano.

Pare infatti che, come di recente segnalato da un dettagliato reportage del New York Times, persino gli immigrati regolari e altamente qualificati, come gli indiani di seconda generazione sono pronti a fare le valigie per rientrare nella terra patria. A differenza dei genitori, il loro sogno non è più a stelle e strisce.

La cittadinanza nel Regno Unito (4)

Per completare l'analisi della legislazione britannica in materia di cittadinanza occorre soffermarsi, brevemente, sul Borders, Citizenship, Immigration Bill.

La norma prevede varie modifiche al regime vigente, la principale delle quali riguarda il capitolo sull'accesso allo status civitatis per naturalizzazione. Con l'introduzione del concetto di "cittadinanza guadagnata" (earned citizenship), è previsto un sistema a punti che allunga i tempi delle procedure attraverso tre steps obbligati: residenza temporanea, cittadinanza in prova ed, infine, cittadinanza britannica.
In sostanza, dopo 5 anni di regolare residenza nel Regno Unito l'immigrato acquisisce la "cittadinanza in prova" che solo dopo un ulteriore periodo, che varia da 1 a 5 anni, diventa piena. La variabilità di questa fase è subordinata alla positività o meno dei comportamenti del richiedente.

Tant'è vero che volontariato, attivismo civico, politico, sindacale costituiscono i principali modi per velocizzare l'iter. Ulteriori punti possono essere guadagnati da coloro che scelgono la Scozia o altre aree che necessitano di manodopera straniera. Lo stesso vale per chi dimostra particolari capacità artistiche e scientifiche oppure è in possesso di una elevata conoscenza della lingua e della cultura britannica. Da considerare, in ultimo, che per i rifugiati e i parenti di migranti già residenti nel territorio nazionale è previsto un iter agevolato in base alla necessità di protezione ed al tipo di legame familiare. All'opposto, perdono punti i cittadini in prova che assumono atteggiamenti pregiudizievoli per gli interessi della nazione.

Un provvedimento, dunque, non solo complesso, ma di difficile applicazione, destinato a generare non pochi problemi.
In conclusione, la disciplina normativa britannica in materia di cittadinanza è stata oggetto negli ultimi anni di numerose riforme che consentono di parlare oggi, in linea con alcuni paesi europei, di un sistema misto, in cui emergono elementi di convergenza tra il principio dello jus soli e quello dello jus sanguinis.

La cittadinanza nel Regno Unito (3)

Per naturalizzazione. Lo straniero maggiorenne che sposa un cittadino britannico può richiedere la cittadinanza se è stabilito (settled) nel Regno Unito; vi ha vissuto legalmente per almeno 3 anni e non si è allontanato dal paese per più di 270 giorni e per non più di 90 nell'anno precedente la domanda. Il richiedente, inoltre, deve essere sano di mente (sound mind and good character), in regola con il fisco e la giustizia, ed in grado di dimostrare una sufficiente padronanza della lingua inglese, gallese o gaelica scozzese.
Per lo straniero maggiorenne non sposato con un cittadino del Regno Unito sono previsti, invece, requisti più restrittivi. A questo, infatti, è concesso lo status civitatis se:

- è stabilito (settled) nel Regno Unito da almeno 1 anno.
- ha vissuto legalmente nel paese per almeno 5 anni e non si allontanato per più di 450 giorni e per non più di 90 nell'anno precedente la domanda.
- è sano di mente ed è in regola sotto il profilo fiscale e penale.
- dimostra una sufficiente padronanza della lingua inglese, gallese o gaelico scozzese.
- è in grado di superare un test composto da quesiti sulle istituzioni sociali e civili del paese, dimostrando, così, di conoscere i rudimenti della società britannica.

E' prevista, inoltre, a livello locale "la cerimonia della cittadinanza" che prevede la prestazione di un giuramento solenne (Oath and Pledge to the United Kingdom).
Vale la pena di ricordare che ai sensi della legislazione antiterrorismo il Ministero degli Interni (Home Office) può decidere di privare una persona della cittadinanza britannica se responsabile di atti seriamente pregiudizievoli per gli interessi vitali del Regno Unito. Tale potere si aggiunge a quello di revoca della cittadinanza, già previsto in caso di frode, false dichiarazioni, o occultamento di fatti.

Un'ultima osservazione sulla doppia cittadinanza. Nel Regno Unito, a differenza che in Germania, il possesso di una o più altre nazionalità non ha, in linea di principio, alcuna incidenza sulla cittadinanza britannica.

La cittadinanza nel Regno Unito (2)

L'accesso alla cittadinanza britannica può avvenire in quattro modi diversi: per nascita (jus soli); per filiazione (jus sanguinis); per adozione e per naturalizzazione. Quest'ultima sarà analizzata in un successivo articolo.

Per nascita
Si acquisisce la cittadinanza se al momento della nascita uno dei due genitori è cittadino britannico o in possesso dell'Indefinite Leave to Remain (ILR).
In assenza di questi requisiti sono previste due subordinate: in primo luogo, il figlio può richiedere la cittadinanza prima del raggiungimento della maggiore età se successivamente alla sua nascita uno dei due genitori diventa cittadino britannico o acquisisce il "diritto di stabilirsi". Oppure, il minore può fare domanda se ha vissuto nel Regno Unito per i primi 10 anni dopo la nascita, senza essersi allontanato per più di 90 giorni all'anno. Vale la pena di ricordare che prima della Riforma del 1981 la semplice nascita sul territorio nazionale era sufficiente per acquisire la cittadinanza, indipendentemente dallo status dei genitori.

Per filiazione
Acquisiscono la cittadinanza automaticamente i figli, nati all'estero, da almeno un genitore britannico. A condizione che quest'ultimo non l'abbia acquisita per filiazione. Nel qual caso, il genitore ha l'onere di dimostrare di aver vissuto per almeno tre anni nel Regno Unito e deve inoltrare la richiesta di cittadinanza per il neonato entro 12 mesi dalla sua nascita.
Prima della riforma del 1981, invece, la cittadinanza per filiazione era prevista solo nel caso in cui il padre era britannico.

Per adozione
Acquisisce automaticamente la cittadinanza il minore adottato da almeno un genitore britannico se l'atto di adozione è reso esecutivo da una Corte del Regno Unito, delle Isole del Canale o dell'Isola di Man. Condizione vincolante è il rispetto dei requisiti previsti dalla Convenzione dell'Aia del 1993 (Hague Covention on Intercoutry Adoption) sulla tutela dei minori e contro la tratta di essere umani. In alternativa, i genitori possono presentare la richiesta di cittadinanza alle autorità governative prima che il minore abbia raggiunto la maggiore età. Vale la pena di ricordare, infine, che nel caso in cui l'atto di adozione dovesse essere annullato, per vizi formali e/o sostanziali, il minore non perde la cittadinanza.

La cittadinanza nel Regno Unito (1)

Per avere un quadro completo della normativa britannica in materia di cittadinanza è necessario affrontare, seppur sommariamente, il nodo del passato imperiale.
Dopo la Seconda guerra mondiale l'Impero Britannico cesso di esistere, salvo che per 14 Territori d'Oltremare (British Overseas Territories), mentre le restanti ex colonie costituirono il Moderno Commonwealth delle Nazioni, un'organizzazione intergovernativa, composta da 53 Stati indipendenti, Regno Unito incluso.

Nel 1948, con l'approvazione del British Nationality Act, venne introdotto lo status di Citizen of the United Kingdom and Colonies (CUKS) che estendeva ai "sudditi" delle ex-colonie il diritto alla cittadinanza e quello, connesso, di libero ingresso e soggiorno nel Regno Unito.
La situazione cambiò nel 1971 quando, a causa della crisi economica degli anni Settanta e del crescente flusso di immigrati provenienti dall'Asia e dall'Africa, venne approvato l'Immigration Act che, in base al concetto di "patriality", permetteva il libero ingresso ("right of abode") nel territorio nazionale soltanto agli immigrati aventi un "sufficiente legame" con le Isole Britanniche (Regno Unito, Isole del Canale e Isole di Man).

La normativa venne modificata a più riprese, ma fu il British Nationality Act del 1981 a costituire il vero spartiacque nell'evoluzione legislativa della cittadinanza britannica. Il nuovo provvedimento negò sia ai cittadini del Commonwealth che a quelli dei Territori d'Oltremare il diritto di acquisire automaticamente la cittadinanza del Regno Unito.
All'inizio del terzo millennio il Regno Unito, con l'approvazione del British Overseas Territories Act (2002), mantenne invariata la normativa vigente per gli immigrati provenienti dal Commonwealth, mentre reintrodusse per i cittadini dei Territori d'Oltremare il diritto alla cittadinanza britannica, senza vincoli per l'ingresso e il soggiorno.
Fin qui i cenni storici.
Oggi, dunque, la disciplina legislativa in vigore non prevede particolari eccezioni. Salvo quelle, sopraindicate, relative ai cittadini dei Territori d'Oltremare per i quali è previsto un regime speciale.

Si tratta di una legislazione basata in origine sul rigido rispetto dello jus soli, temperato dalla Riforma del 1981 e dalle successive modifiche del 2002 e del 2006 che hanno introdotto tratti di convergenza con quello dello jus sanguinis, al punto da poter parlare oggi, in linea con diversi paesi europei, di un regime misto. Un trend che sembra essere confermato dal nuovo piano sulla cittadinanza approvato lo scorso luglio e che entrerà in vigore tra il 2010 e il 2011. Sul quale ci soffermeremo a margine della nostra analisi.

Immigrazione e false verità

I giovani di fede musulmana residenti in Germania non sono interessati a integrarsi, provano forte avversità per i valori occidentali e tendono ad essere violenti. In apparenza potrebbe sembrare nient'altro che un semplice collage di luoghi comuni. Se non fosse che, invece, è quanto emerge da un recente studio commissionato dal Ministero degli Interni d'Oltrereno. Il quale, inutile dirlo, ha destato un vespaio di polemiche.

Ma i numeri forniti dal report sono realistici? Quello preso in esame, ad esempio, è un campione rappresentativo della comunità islamica tedesca?
Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Riem Spielhaus, ricercatrice alla  Universita di Copenaghen e presso il Centre for European Islamic Thought, nonché autrice del libro “Wer ist hier Muslim?” (Chi è musulmano oggi?), dedicato proprio alla questione dell'identità dei musulmani che vivono in Germania.

“Gli stessi autori indicano che i risultati della ricerca non possono valere a livello generale – ci spiega la dottoressa Spielhaus. Questo significa che lo studio non è rappresentativo di tutti i ragazzi di fede islamica; piuttosto, è significativo come viene posta la domanda sull'integrazione, che può portare a risposte che vanno contro l'integrazione stessa”.

Molti hanno definito “populista” l'interpretazione data dal ministro degli Interni. Qual è la sua opinione in proposito?

“Il ministro Friedrich ha chiaramente usato lo studio per supportare i suoi obiettivi politici; ha interpretato i risultati per farli corrispondere alle linee-guida del suo ministero, in modo che possano legittimare la sua condotta politica. È già la seconda volta, negli ultimi dodici mesi, che gli autori di uno studio si sono discostati dall'interpretazione data dal ministro che l'aveva commissionato; la ricerca è spesso in bilico fra l'autonomia e la dipendenza da interessi politici, ma ritengo che la scienza debba mantenersi indipendente, se vuole fornire dei fatti al pubblico”.

Lei cosa ne pensa di questo studio?
“Che dà molte più informazioni su chi lo ha fatto, invece che sui musulmani che vivono in Germania. Mi spiego meglio: i ragazzi di fede islamica, come chiunque altro, possiedono molteplici identità, che sono flessibili e dipendono dal contesto, che non possono essere definite in maniera univoca. Al contrario, questa pubblicazione ci dice come il Ministero degli Interni vede i giovani musulmani, come si rapporta a loro e quali domande gli pone”.

Esiste il rischio di estremismo islamico in Germania?

“In questo momento, in Germania il pericolo estremista viene soprattutto dalle organizzazioni della destra radicale e neo-nazista, di cui sono stati vittime – negli ultimi anni – molti immigrati e tedeschi di origine straniera”.

Quali misure dovrebbe introdurre il governo, per migliorare l'integrazione?

“Intanto, dovrebbe smettere di pubblicare studi che pretendono di stabilire inequivocabilmente l'identità dei migranti; in secondo luogo, sarebbe importante prendere in considerazione le domande e le richieste che vengono dalle minoranze etniche e religiose, e anche salvaguardare la loro sicurezza. Soprattutto, la Germania dovrebbe considerare se stessa in maniera nuova, con uno spirito che non si basi sulla svalutazione dell'altro e del diverso. Ma per questo non basteranno gli sforzi di un singolo governo”.

La cittadinanza in Francia (2)

Con Matrimonio. La cittadinanza francese è concessa, con dichiarazione da sottoscrivere dinanzi all'autorità competente, a qualunque straniero o apolide che contrae matrimonio con un cittadino/a, previa dichiarazione dopo 4 anni dal matrimonio (in passato ne bastavano 2), a condizione che alla data della dichiarazione la comunione di vita non sia cessata fra gli sposi, che il coniuge francese abbia conservato la propria nazionalità e che lo straniero dimostri una residenza effettiva e non interrotta in Francia per tre anni consecutivi. Un requisito che va accompagnato dall'obbligo di dimostrare la cosiddetta "condizione di integrazione" nella società francese, ovvero l'impegno personale di rispettare i principi su cui si fonda la Repubblica e una sufficiente padronanza della lingua francese.

Via naturalizzazione
La naturalizzazione per decisione dell'autorità pubblica può essere concessa solo allo straniero maggiorenne che dimostri la propria residenza stabile e permanente in Francia nei 5 anni antecedenti la sua domanda. Un regime preferenziale è previsto per gli stranieri incorporati nelle forze armate francesi; che abbiano reso dei servizi eccezionali allo Stato o per gli stranieri la cui naturalizzazione presenti per la Francia un interesse eccezionale, in quest'ultima caso è necessario il parere del Consiglio di Stato su rapporto motivato del Ministro competente. La naturalizzazione può inoltre essere concessa a chi abbia lo status di rifugiato riconosciutogli dall'Ufficio Francese di Protezione dei Rifugiati e degli Apolidi (OFPRA), previo raggiungimento della maggiore età. Non può invece essere naturalizzato lo straniero condannato ad una pena detentiva superiore o uguale a 6 mesi senza condizionale o che sia stato oggetto di un decreto di espulsione o di una interdizione dal territorio, o si trovi in una situazione irregolare, o sia stato condannato per atti di terrorismo. Vale la pena, inoltre, di ricordare che la legge sull'immigrazione del 2006 prevede per gli stranieri ammessi per la prima volta nel territorio francese, e che intendano rimanervi stabilmente, l'obbligo di sottoscrivere un «contratto di accoglienza e integrazione», che implica il dovere di conoscere la lingua e i principi fondamentali della Repubblica.

Un'ultima osservazione sulla doppia cittadinanza. Il possesso di una o più altre nazionalità non ha, in linea di principio, alcuna incidenza sulla cittadinanza francese, al contrario di quanto accade in Germania. La legge non richiede infatti che uno straniero diventato francese rinunci alla sua cittadinanza di origine, fatta eccezione per i cittadini provenienti da Stati firmatari della Convenzione del Consiglio d'Europa, del 6 maggio 1963, sulla riduzione dei casi di nazionalità plurima (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Olanda e Svezia).

Come si vede, un quadro normativo complesso e a tratti contraddittorio, il cui principale limite è quello di complicare la quotidianità degli stranieri residenti in Francia.

La cittadinanza in Francia (1)

La disciplina legislativa francese sulla cittadinanza è dettata dal Codice civile e dall'ordinanza n.45-2658 del novembre 1945, modificata a più riprese, da ultimo nel 2006. Un ordinamento che, in origine, basava l'acquisizione dello status civitatis su una concezione estrema dello jus soli. Ammorbidita, a partire dagli '90 del Novecento, da una serie di interventi di legge caratterizzati da tratti di notevole convergenza con il principio dello jus sanguinis . Al punto che oggi si può tranquillamente parlare di un regime a carattere misto. Una tendenza che sembra per altro prevalere anche in altri paesi dell'UE.
In Francia si può acquisire la cittadinanza in tre diversi modi : per filiazione (jus sanguinis) e nascita (jus soli); sposando un cittadino/a francese; via naturalizzazione.

Per filiazione e per nascita
Acquisisce la cittadinanza il figlio, legittimo o naturale, di una coppia di cui almeno uno dei due genitori sia francese. Una concessione che, analogamente, viene riconoscita soltanto ai minori adottati con formula piena da parte di un francese. Nel caso di adozione semplice, invece, il minore ha il diritto di reclamare la cittadinanza al raggiungimento della maggiore età. L'ultimo caso, riguarda il minore abbandonato in Francia ed allevato da un cittadino francese o dai servizi sociali, purché abbia ricevuto un'educazione improntata ai valori e alla cultura nazionale per almeno cinque anni.
Ha dirittto alla cittadinanza per nascita il figlio, legittimo o naturale, nato in Francia da genitori di cui almeno uno vi sia nato.
Non basta, dunque, la semplice nascita nel territorio nazionale per acquisire automaticamente la cittadinanza che, invece, spetta ai minori figli di apolidi o di genitori sconosciuti.

La modifica di legge del 1998, soppresso l'obbligo di manifestazione della volontà, riconosce ai nati in Francia da genitori stranieri l'acquisizione automatica della cittadinanza al momento della maggiore età se, a quella data, l'interessato è in grado di dimostrare di aver risieduto, anche in modo discontinuo, sul territorio nazionale per almeno 5 anni, dall'età di 11 in poi. E' previsto, inoltre, un anticipo a 16 anni se l'interessato inoltra una dichiarazione sottoscritta dinanzi all'autorità competente, o può essere reclamata per lui anche dai genitori a partire dai 13 anni e con il suo consenso, nel qual caso il requisito della residenza abituale per 5 anni decorre dall'età di 8 anni.

Germania: l’importanza dei matrimoni misti

Secondo i principali esperti mondiali in materia di immigrazione il matrimonio misto - inteso come l'unione fra due individui appartenenti a razze e/o etnie differenti - rappresenta un importante indicatore del livello di integrazione degli immigrati nel paese ospitante.

Di recente il "Migration Policy Institute" di Washington ha pubblicato un'analisi di Olga Nottmeyer - ricercatrice presso il "German Institute for Economic Research"- sui matrimoni misti in Germania. Uno studio di grande interesse per un paese che ha cominciato ad affrontare il problema dell'integrazione delle comunità allogene soltanto alla fine degli anni Novanta quando ha preso atto del suo status di nazione di immigrazione. In Germania i 7 milioni di immigrati rappresentano l'8,2% della popolazione. Tra le comunità straniere quella turca è la più ampia, con il 25%. Seguita da quella italiana con l'8% e dalla polacca con il 6%. A partire dagli anni Novanta e per i vent'anni successivi la percentuale dei matrimoni misti è stata in costante aumentato. Se nel 1991 costituivano il 9,7% delle nuove unioni, nel 2002 hanno toccato la soglia del 16%. Per attestarsi in seguito mediamente intorno al 12,5%. È interessante analizzare questi dati in relazione alla comunità turca, generalmente considerata la più problematica. Pur essendo la più numerosa, i suoi appartenenti sono stati coinvolti solo nel 10% dei nuovi matrimoni misti.

Un dato estremamente basso difficilmente spiegabile, come invece spesso si tende a fare, unicamente alla fede religiosa. Nella sua ricerca, infatti, Olga Nottmeyer pone in luce la rilevanza di altri fattori sociologici che ostacolano i matrimoni misti: l'ampiezza e la concentrazione territoriale della comunità ed il livello di istruzione dei suoi membri. La comunità turca è molto numerosa soprattutto in alcune aree geografiche e nei quartieri delle maggiori realtà urbane.

Da qui la tendenza degli immigrati turchi a prediligere matrimoni con i propri connazionali. Un elemento disincentivante a cui si aggiunge il livello di scolarizzazione che è il più basso tra le comunità straniere presenti in Germania: soltanto il 53% ha completato il ciclo di studi primario, e appena l'8% quello secondario - necessario per accedere all'università -. Difficoltà che sembrano essersi attenuate per le seconde generazioni interessate nel 12% dei nuovi matrimoni misti contro il 7% della prima. É evidente, allora, che limitarsi alla mera analisi dell'appartenenza religiosa è quantomeno riduttivo

Spagnoli in trappola

Cercare fortuna all’estero e ritrovarsi a fare la fila nelle mense pubbliche pur di avere un pasto caldo. A prima vista sembrerebbe il solito capitolo di un grande classico della storia del fenomeno migratorio internazionale. Se non fosse che parliamo di cittadini della ricca Europa che dopo aver deciso di lasciare la madrepatria per  trasferirsi in un altra nazione del Vecchio Continente sono costretti a vivere ai margini della società perché non trovano un’occupazione. Al centro di questa spiacevole disavventura troviamo soprattutto spagnoli che, a causa della pesante crisi economica che colpisce l’Europa mediterranea, emigrano verso i paesi scandinavi, soprattutto la Norvegia, affascinati dagli elevati standard di vita e dall’efficienza del welfare di queste nazioni. Una scelta sempre più diffusa tra i sudditi di Juan Carlos (+43% rispetto al 2010), dovuta anche alla popolarità di una nota trasmissione televisiva “Spagnoli nel mondo” che fin dalla scorsa primavera diffonde immagini del successo e degli agi di emigranti iberici in Norvegia: stipendi da 4000 euro, bambini felici, donne protette in abitazioni piene di comfort e la sicurezza di un forte e sano stato sociale, con solo il 3% di disoccupazione.

Peccato però che come spesso accade non è tutt’oro quello che luce. Visto che nella maggior parti dei casi quello che doveva essere un eden si è trasformato in un vero e proprio inferno: lingua sconosciuta, freddo polare e soprattutto prezzi cosi elevati da esaurire nel giro di pochi giorni i pochi risparmi in tasca. Il risultato?

Come conferma  Wenche Berg Husebo, responsabile di  Robin Hood, una delle principali fondazioni caritatevoli norvegesi,  molti di loro affollano oggi le case di accoglienza per indigenti, dormono per strada o in rifugi di fortuna e sperano di recuperare qualche spicciolo per ritornare in Patria. Soltanto una ristretta minoranza, è riuscita a trovare lavoro grazie alla conoscenza della lingua inglese ed a una elevata specializzazione. Gli altri, invece, per il governo di Oslo sono esclusivamente un problema da cui liberarsi il prima possibile. Tant’è che il Ministro del Lavoro Hanne Bjurstrom ha di recente affermato che gli immigranti europei che non riescono a trovare un impiego devono lasciare il paese quanto prima, perché la Norvegia non può farsi carico di loro. D’altronde in una nazione con appena  5 milioni di abitanti si notano presto i profughi del sud Europa che vivono in povertà.