Troppe Inken Frühling lasciano l’Europa

L’Europa non è l’Eldorado per le Inken Frühling di mezzo mondo. I talenti - come l’appena ventottenne ingegnere navale, unica donna a mettere piede nella control room della Costa Concordia in queste ore – preferiscono altre mete al Vecchio Continente. Prova ne è il fatto che nella top ten delle città che a livello mondiale attraggono il maggior numero di cervelli stranieri di quelle europee non si ha traccia. Ai primi posti 4 posti spiccano metropoli indiane, seguite da quelle americane come San Francisco. Un tonfo per la nostra UE, certificato da un recente studio Linkedin rielaborato dal think tank Bruegel.

Certo, occorre tener presente che si tratta di analisi che prendono in considerazione i dati raccolti da Linkedin. Il portale ha più di 300 milioni di persone registrate, ma ognuno può selezionare cosa inserire del proprio cv o indicare i propri spostamenti in altri paesi. In ogni caso, i numeri dicono che tra novembre 2012 e novembre 2013 gli Emirati Arabi sono stati il paese con il più alto tasso di lavoratori immigrati rispetto alla forza lavorativa totale e il 75% provenivano da Stati al di fuori del Medio Oriente. Per la maggior parte si tratta di ingegneri e architetti.

E chi ha guadagnato di più da queste migrazioni di cervelli? l’Arabia Saudita, la Svizzera, la Germania, la Nigeria, il Sud Africa, India e Singapore. Non trascurabile sui lavoratori in movimento è l’effetto della crisi che ha investito l’Europa: La Germania ha acquisito 0,4% della forza lavoro totale e ben il 60% degli afflussi proviene da un altro Paese Ue. Inutile dirlo l’Italia (-0.1%), la Francia (-0.2%), la Spagna (-0.3%) e l’Irlanda (-0.1%) hanno registrato bilanci negativi.

A lasciare il proprio Paese per emigrare, a volte anche verso un altro continente, sono soprattutto matematici, scienziati, esperti in tecnologia e ingegneri. In genere lavorano nel settore tecnologico, energetico, nei servizi professionali, nell’educazione, organizzazioni no-profit ma anche nei media.

Sui minori clandestini Obama è più a destra di Bush

Perché Barack Obama rimpatria persino i minori stranieri non accompagnati clandestini e l’Italia no? Il problema è tanto delicato, quanto spinoso. Gli Stati Uniti sono infatti alle prese con un fenomeno che ha assunto dimensioni colossali. Senza precedenti nella pur lunghissima storia migratoria americana. Le autorità di frontiera d’Oltreoceano hanno infatti calcolato che dall’inizio del 2014, al netto di chi non ce l’ha fatta, oltre 50mila minori hanno attraversato clandestinamente il confine che divide il Messico dagli Usa.

Cifra record che il liberal Obama addebita al lassismo di una legge del 2008 approvata sotto la presidenza dell’ultra-conservatore George W. Bush. Norma che, per l’attuale amministrazione, offre troppe tutele ai piccoli clandestini al punto da rallentare o rendere impossibile la possibilità di rimpatriarli. Come conferma il fatto che il numero degli under-18 obbligati a rientrare in madrepatria è drasticamente calato dagli 8.143 del 2008 ai 1.669 del 2013. Ecco perché il Presidente americano non solo sta seriamente pensando di mettere mano alla norma del 2008, ma ha già chiesto al Congresso di avere maggiori poteri per velocizzare le procedure di respingimento delle migliaia di minori centro-americani che attraversano illegalmente le frontiere a stelle e strisce.



Una vicenda di certo dolorosa. E che per molti versi ha il sapore di un amaro paradosso. Visto che tocca proprio a un presidente liberal fare il muso duro con quelli che sono forse gli anelli più deboli e indifesi della filiera clandestina. La verità è che, oltre al loro tradizionale pragmatismo, gli USA sono convinti che solo rimpatriando i minori stranieri non accompagnati si rispetta l’art.9 della Convenzione Onu sul diritto del Fanciullo. In base al quale va tutelato il diritto all’unità familiare dei più piccoli. Dettato che noi interpretiamo all’italiana: a occhi chiusi, aspettando che passi la nottata.


NB. Sotto i 5 anni di amministrazione Obama sono stati rimpatriati 2 milioni di immigrati illegali. Cifra superiore a quella registrata in tutti gli 8 anni di presidenza Bush.

Crolla il prezzo delle sex worker in Francia, ma la crisi non c’entra

Il Senato francese ha detto no la scorsa settimana alla proposta di legge contro il mercato del sesso che prevedeva multe fino a €1.500 per i clienti delle prostitute. Tuttavia, anche il solo parlare di criminalizzazione degli habitué ha avuto pesanti conseguenze sul giro d'affari di questo mestiere. Sono molte, infatti, le lucciole d’Oltralpe che lamentano un calo del lavoro da quando il Parlamento di Parigi, nell'autunno 2013, ha iniziato la discussione su questa norma.

La grande copertura mediatica che ha circondato il provvedimento ha fatto credere a molti francesi che la pena fosse già in vigore. Come risultato, molti uomini hanno cominciato ad avere paura. Chi ha una famiglia e un lavoro - raccontano le sex workers - ha timore di essere segnalato dalla polizia, ricevere una multa o, peggio, finire in caserma per un interrogatorio. Alcune di loro dicono di avere addirittura il 50% di clienti in meno rispetto a prima che i mass media iniziassero a occuparsi della questione.

Come inevitabile conseguenza i prezzi delle prestazioni scendono. Pare si sia passati dalle €50-60 all'ora ai 30-40. Inevitabilmente, dunque, le prostitute si vedono costrette ad accettare persone con le quali prima avrebbero anche rifiutato di avere rapporti intimi. Mettendo a rischio la loro stessa sicurezza. Le cronache dei giornali d'Oltralpe parlano dell'attacco subito da una giovane donna che non si recava mai nelle case dei clienti. Tuttavia un giorno, a causa degli scarsi incassi, accettò l'invito di un uomo. Che pare l'abbia costretta a bere per poi chiederle un rapporto senza preservativo. Al rifiuto della ragazza di assecondare questa richiesta lui l'ha picchiata e violentata.

Effetti che si producono nonostante martedì scorso il senato abbia stabilito che i francesi che scelgono il sesso a pagamento non commetteranno nessun reato e non andranno incontro ad alcuna ammenda. I legislatori d’Oltralpe hanno ritenuto che l'esperienza di Stoccolma – dove invece sanzioni di questo tipo sono previste già da molti anni – dimostri che un simile deterrente non avrebbe funzionato. Al contrario, proprio come denunciato da alcune prostitute, è stata evidenziata la penalizzazione che l’approvazione di un simile provvedimento avrebbe rappresentato per le stesse donne. Costrette a nascondersi e accettare persone che gli impongono le più strane richieste.

Sotto la bandiera brasiliana batte un cuore italiano

In questi giorni di Mondiale la presenza italiana in Brasile è più che mai evidente. Non solo per i tifosi arrivati dalla Penisola per sostenere il team azzurro, ma soprattutto per la cultura tricolore radicata nel cuore del paese sudamericano. Solo nella città di San Paolo ci sono circa 4,5 milioni di persone originarie dal nostro paese, risultato della grande emigrazione avvenuta tra il 1870 e il 1930.

Camminando per le strade della metropoli brasiliana è possibile vedere tantissime persone che indossano la maglia degli azzurri. Trattati con rispetto e amicizia dalla popolazione locale. Si pensi che il nome originale del Palmeiras - una storica squadra di calcio di San Paolo con 16 milioni di sostenitori - era “Palestra Italia”. Ma non è solo dal calcio che si nota l'impronta italica nella nazione carioca. I Paulistanos (ovvero le persone nate a San Paolo) non esitano a definire la pizza come uno dei piatti tipici della loro cucina. Spingendosi ad assicurare, con orgoglio, che è proprio lì che è possibile gustare la migliore del mondo.

Gli italiani e i loro discendenti sono in tutti gli angoli di questa enorme città di oltre 12 milioni di abitanti. La maggior parte è concentrata nei quartieri di Bras, Mooca, Bela Vista, Bexiga e Santana. Rioni popolari e di classe media, pieni di ristoranti che servono cucina tricolore. A Bexiga una volta l'anno c'è “Santa Achiropita”, una festa molto conosciuta e attesa da tutta la metropoli.

Grandi personaggi di origine italiana, poi, hanno segnato la città in molti ambiti. Come la famiglia Matarazzo, imprenditori che riuscirono a costruire un vero e proprio impero. E tanti altri nostri connazionali hanno prosperato nella prima industrializzazione del paese latino-americano. La raccolta del Museo d'Arte di San Paolo - la più grande dell'America meridionale - è stata tutta acquistata dall'italiano Pietro Maria Bardi. E sua moglie, l'architetto Lina Bo Bardi, ha lasciato la sua impronta su molti edifici storici della città.

Ci sono molte personalità della storia d'Italia rispettate e ammirate in tutto il Brasile. Tuttavia, durante queste settimane di Coppa del Mondo, i tifosi sudamericani hanno occhi solo per uno: l'attaccante Mario Balotelli.

La mappa dei centri di accoglienza in Sicilia

Nei primi 6 mesi del 2014, gli oltre 40 mila immigrati illegali o richiedenti asilo sbarcati nelle nostre coste non hanno messo in difficoltà solo Lampedusa. Ma anche molte altre località siciliane. Meno note al grande pubblico, ma costrette a fare i conti con un’emergenza che di giorno in giorno si fa sempre più ingestibile. Vediamo di capire quali sono. Partiamo dal fatto che, in base a quanto previsto dalla normativa italiana, in Sicilia, come in altre parti dello Stivale sono presenti :

- Centri di primo soccorso e accoglienza (CPSA);

- Centri di accoglienza (CDA)

- Centri di accoglienza per richiedenti asilo (CARA);

- Centri d’identificazione ed espulsione (CIE).

I CPSA sono allestiti nei punti di maggior sbarco, dove gli stranieri sono accolti con cure mediche, procedendo poi alla foto-segnalazione e all’accertamento dell’eventuale richiesta d’asilo. Fatto ciò, vengono smistati in altri siti. In Sicilia, i CPSA si trovano a Lampedusa (AG) e Pozzallo (RG).

I CDA garantiscono la prima accoglienza, limitata al periodo utile a stabilire identità dello straniero e legittimità dello stesso alla permanenza in Italia, pena l’allontanamento; i CARA ospitano gli immigrati richiedenti asilo ma privi di documenti o sfuggiti ai controlli di frontiera. A Caltanissetta, presso Contrada Pian del Lago, a Mineo (CT) e a Salina Grande (TP) vengono assolte entrambe le funzioni.

I CIE trattengono - su convalida del giudice di pace - gli extracomunitari irregolari e destinati all’espulsione, al fine di evitarne la dispersione sul territorio. Il limite di permanenza degli stranieri in tali strutture non deve superare i 18 mesi. In Sicilia, i CIE si trovano in Contrada Pian del Lago (CL) e a Milo (TP). Curati dalle Prefetture - convenzionate con enti e associazioni per gli appalti di servizio - i centri garantiscono vitto, alloggio ed effetti personali; assistenza sanitaria e psico-sociale; mediazione linguistico-culturale; pulizia e igiene ambientale; manutenzione della struttura e degli impianti.

Non è semplice. Prendendo ad esempio il CARA di Mineo, accusato di vessare gli utenti e di farli vivere in condizioni da lager, nei giorni scorsi il sindaco Alosi aveva replicato: “Invito tutti a farci visita: diamo alloggio a 4.000 immigrati di 40 nazioni diverse. Qui lavorano più di 400 operatori, facendo del nostro CARA il più grande d’Europa”. Rappresentanti delle istituzioni hanno poi verificato l’efficienza del sito e del suo centro pediatrico. Alle strutture vanno aggiunti i centri estemporanei, come parrocchie, impianti sportivi o d’altro tipo e presenti ad Augusta (SR), nel catanese e in vari punti sull’isola.

Fotoracconto di 100 prostitute in attesa del prossimo cliente

100 scatti in 5 anni per raccontare il fenomeno della prostituzione in Spagna. L’autore è Txema Salvans, un artista iberico che ha applicato la sua formazione da scienziato biologo all’arte della fotografia per studiare il mondo che lo circonda. Ha dato vita, così, al progetto “The waiting game”, che ritrae le lucciole con estremo realismo e delicatezza.

C’è una donna che aspetta seduta sotto ad un cartellone pubblicitario che recita “prezzi bassi tutto l’anno”. Un’altra che torna in bici alla sua sedia in mezzo alla strada, dopo aver soddisfatto l’ultimo cliente. Ci sono quelle che aspettano sedute su divanacci di finta pelle e quelle che preferiscono stare alzate per attirare l’attenzione. Sono tutte perfettamente integrate nell’ambiente in cui si trovano, come potrebbe esserlo un cespuglio o un segnale stradale.

Per ottenere questo risultato, Txema si è finto topografo, si è mimetizzato in quello scenario per ottenere il massimo della spontaneità. Solo con la neutralità di uno scienziato poteva cogliere tutta la malinconia, la desolazione, ma allo stesso la forza di donne che vivono ai margini della società. Solo attraverso l’estremo realismo poteva giungere a testimoniare l’esistenza di un fenomeno costantemente sotto gli occhi di tutti, brutale, eppure considerato normale.

Le prostitute ritratte da Salvans sono quelle che continuano a essere sfruttate sulle strade, annoiate e indifese in attesa del prossimo cliente, accovacciate in una stradina di campagna, o arrampicate sul guard rail di un’autostrada trafficata e senza fine.

Brasile 2014, una squadra di suore contro la tratta delle prostitute

A poche ore dal fischio di inizio dei mondiali di calcio, in Brasile anche le prostitute sono pronte ad accogliere i tifosi che si riverseranno nel paese sudamericano. Alcune di loro fanno questo mestiere per scelta, altre perché vittime della criminalità organizzata. Per aiutare quest'ultime, un network internazionale di suore ha dato vita ad una campagna che vuole dare una nuova opportunità a queste nuove schiave.

Sotto lo slogan "Gioca per la vita, denuncia la tratta" l'iniziativa promuove azioni preventive di presa di coscienza e formazione, sostiene le persone che denunciano, segue il reinserimento psico-sociale delle vittime e partecipa alla definizione di linee politiche e progetti sociali. Per raggiungere questi obiettivi le suore utilizzano anche mass media e social network. Le principali attività vengono presentate sulla pagina Facebook “jogueafavordavida”.

Buona parte delle migliaia di ragazze - molte delle quali minorenni - che lavoreranno come prostitute in una delle 12 città dei Mondiali sono vittime di inganni. Per lasciare il loro paese di origine, infatti, sono stati promessi loro posti di lavoro nei servizio di ristorazione o negli hotel. Quando però scoprono la realtà nella quale sono finite è troppo tardi. Le minacce dei loro sfruttatori rendono difficile scappare, spesso anche a causa della mancanza di documenti. Contattarle personalmente al fine di informarle delle possibilità di uscire dall'incubo e delle casa di accoglienza a loro disposizione è il lavoro quotidiane delle religiose. Che si avvalgono anche della collaborazione di volontari laici.

L'idea non nasce per caso. L'esperienza del passato, infatti, ha messo in evidenza che i rischi della tratta sessuale e del lavoro si incrementano in occasione dei grandi eventi. Come già accaduto durante la Coppa del Mondo in Germania e Sudafrica. Nelle due precedenti occasioni, secondo alcune statistiche, si è riscontrato un aumento del fenomeno della prostituzione pari al 30% e al 40%.

Usiamo Twitter per prevenire l’omofobia

Mappare il livello di intolleranza sul territorio nazionale. Questo il lavoro che Vox-Osservatorio italiano sui diritti ha deciso di fare nel nostro paese con un sistema già adottato da tempo in altre nazioni. L'Italia intollerante viene tracciata attraverso la mappatura dei tweet contenenti parole sensibili a rischio. Così si riconoscono le zone con un più alto livello di razzismo, omofobia, odio verso le donne, discriminazione nei confronti delle persone diversamente abili.

Il tema dell’intolleranza e dei conseguenti episodi violenti, dunque, correlato all’uso di un certo linguaggio. Uno scenario in cui i social network giocano un ruolo sempre più rilevante e spesso causa di vittime, alimentando sentimenti e parole di odio verso il prossimo. Una parola che, a volte, può diventare una vera e propria arma contro chi è diverso. Per questo motivo, la Mappa dell’Intolleranza mira a coinvolgere proprio Twitter, il social che, con i suoi 140 caratteri, più di tutti gli altri si avvale dell’uso della parola.

Un progetto ambizioso, sul modello della Hate Map della Humboldt State University della California. Anche per il reperimento delle risorse necessarie a portare a termine lo studio, si è scelta una strada innovativa: verrà infatti lanciata una raccolta fondi attraverso la piattaforma di crowdfunding www.limoney.it.

Vox è un think tank che si propone di riflettere, sia attraverso i blog e le notizie, sia con eventi, sulle tematiche legate ai diritti. La sua mission è trattare vari temi, dall’Europa ai diritti delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender, dai diritti derivanti dall’autonomia individuale alla salute e alla disabilità, dai diritti sociali all’educazione, al fisco alla giustizia e al lavoro e così via.

Solo nel 2013, 6.743.000 sono state le donne oggetto di abusi fisici o sessuali, 1 gay su 4 è stato vittima di violenza, il 45% dei giovani si è detto xenofobo o comunque diffidente nei confronti degli stranieri. Pertanto la mappa potrebbe essere uno strumento utile, per poter dar vita a progetti di prevenzione efficaci e agire concretamente sul territorio a partire dal livello locale.

La nuova Europa parte da Lampedusa

Va bene che siamo in campagna elettorale, ma c’è un limite a tutto. Non solo alle sciocchezze di Matteo Salvini&co. Ma anche alla confusione che regna sovrana tra le dichiarazioni di molti leader moderati del nostro Paese. È il caso di precisare che l’ennesima carretta del mare affondata ieri tra Lampedusa e la Libia non trasportava immigrati, ma richiedenti asilo. La distinzione non è oziosa. Visto che i primi possono essere respinti al mittente, i secondi no. Ed è del tutto evidente che i sopravvissuti di ieri appartengono a quest’ultima categoria.

Sono per lo più sudanesi, eritrei e siriani. Fuggono da zone di guerra. Lasciano la madrepatria non per volontà, ma per obbligo. Per sopravvivere, non per una vita migliore. In quanto tali hanno il sacrosanto diritto di essere accolti, serviti e riveriti. Costi quel che costi. Così vuole la Convenzione di Ginevra del 1951. Nata per tutelare non gli africani che ci rubano il lavoro. Ma chiunque sia costretto ad abbandonare il proprio paese per timore di essere perseguitato per ragioni di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un gruppo sociale e opinioni politiche. Tant’è che, vorremmo ricordarlo ai tanti paladini dell’italianità, i primi a beneficiarne furono i rifugiati europei, tra quali moltissimi nostri connazionali, della Seconda Guerra Mondiale.

Problema risolto dunque? Semplicemente chiarito. Sul tappeto rimangono, infatti, due questioni: perché ne arrivano così tanti in queste ultime settimane e se a farsene carico debba essere solo l’Italia.

Partiamo dal primo punto. L’ondata di sbarchi a Lampedusa (36mila arrivi dall’inizio del 2014) è il prezzo che paghiamo per l’ignavia dell’intera comunità internazionale di fronte allo squasso, politico e sociale, che dal 2011 investe la sponda sud del Mediterraneo. Aver fatto spallucce di fronte allo sterminio di migliaia di civili in Siria, aver scelto di liberare la Libia dallo spietato Gheddafi per poi abbandonarla al suo destino, ci ha portato alla situazione attuale. Sotto questo punto di vista ogni bimbo, ogni mamma, ogni uomo che annega nel nostro Mediterraneo pesa in particolare sulla coscienza dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia) e dei vertici della UE. L’ottimo lavoro della missione italiana “Mare Nostrum” che impegna ogni giorno mezzi, uomini e ingenti risorse economiche è utile tanto quanto la Croce Rossa nelle zone di conflitto. Allevia la tragedia, non la risolve.

Sul secondo punto si potrebbe a lungo parlare della mancanza di una politica comune sull’immigrazione e sull’asilo; dei mancati finanziamenti a Frontex; del caos normativo che regna nel nostro paese su questo tema (non abbiamo ancora una legge sull’asilo!). Tuttavia ciò che qui preme sottolineare è una questione di principio. Se continuiamo a fare i conti con l’immigrazione come se fosse solo un problema di occupazione e integrazione, e non anche di politica estera, non andiamo da nessuna parte. Bruxelles ha oggi più che mai la necessità di sviluppare, intessere, mantenere relazioni con le nazioni della riva Sud. Cosa che chiama in causa Miss Pesc. La Baronessa Ashton, la nostra Alta Rappresentante per gli Affari esteri, dov’è? Che fa? Cosa ne pensa? Anche dalle risposte a questi interrogativi passa il rilancio di una nuova Europa. Se ne parlerà dopo le elezioni. Forse.

Se parli o non parli di immigrazione perdi l’elezione

Se parli di immigrazione perdi le elezioni europee, se non ne parli pure. Il dilemma sta qua. È il risultato di anni e anni della non-politica dell’immigrazione dell’Italia e dell’UE. Che ha lasciato una vasta prateria a due mali estremi: l’allarmismo e la strumentalizzazione. Conditi da una sorta di ecumenismo della sinistra che la gente stenta a comprendere e accettare.

C’è da scommettere, infatti, che a ogni sbarco a Lampedusa persino il buon padre di famiglia, oltre a considerazioni compassionevoli, nel suo intimo cede a riflessioni oscure e timorose. Che fine faranno i nuovi arrivati? Ingrosseranno le fila della criminalità organizzata? Ruberanno il lavoro ai miei figli? Bivaccheranno ubriachi nei quartieri della mia città? Perché sprecare soldi pubblici per mantenerli, anziché rispedirli a casa?

Piaccia o no sono quesiti assai diffusi tra la popolazione. Che diventano incubi quando, come accade in queste ore, l’emergenza immigrazione conquista le prime pagine dei giornali. Per la semplice ragione che l’invasione dello straniero fa e ha sempre fatto paura.

Vale per l’Italia come per qualsiasi altra nazione. Si ricordi, a titolo esemplificativo, che negli ultimi giorni la Spagna fa i conti con problemi non dissimili ai nostri. Visto che le enclave iberiche in Marocco di Ceuta e Melilla sono state letteralmente prese d’assalto da centinaia di africani pronti a tutto pur di metterci piede.

Tutto questo i partiti neopopulisti l’hanno capito. È per questo che riempiono le piazze con due slogan semplici e rassicuranti: no euro, no immigrazione. Ci si aspettava lo stesso, con posizioni diverse naturalmente, da parte dei partiti di governo di mezza Europa che appartengono alle due grandi famiglie dei socialisti e dei popolari. Entrambe invece sull’immigrazione tacciono. Coscienti che si tratta di un tema non poco scivoloso aspettano che passi la tempesta. Che, però, stavolta rischia di travolgerli tra il 22 e il 25 maggio prossimi. Quando gli elettori europei, chiamati alle urne per eleggere il nuovo Parlamento di Strasburgo, potrebbero punire pesantemente questa loro ignavia con l’astensionismo o con un largo consenso alle forze neopopuliste.

Tranne che d’improvviso almeno uno dei leader socialisti o popolari abbia il coraggio di alzare la mano e prendere la parola. Non per dire che va tutto bene. Ma per ammettere che è vero sull’immigrazione, e non solo, l’UE ha fatto flop. Ma, per una ragione altrettanto semplice, ma opposta a quella sostenuta dai neopopulisti: non perché c’è troppa, ma perché c’è troppa poca Europa. Siamo bloccati a metà del guado. Torniamo indietro o andiamo avanti. L’importante è scegliere. E presto.