In Germania l’urna diventa multietnica

Dopo aver difeso la fictio del gastarbeiter (lavoratore ospite), la Germania sembra aver preso coscienza della sua multietnicità. I numeri, d'altronde, parlano chiaro. Il voto della scorsa settimana ha testimoniato che 5,6 milioni di elettori sono di origine straniera, pari al 9% dell'intero elettorato. Una percentuale rilevante se si pensa che le elezioni del 2002 erano state vinte con uno scarto di appena 6000 voti. Già alla fine degli anni Novanta il governo di Gerhard Schroeder aveva modificato la legge sulla cittadinanza, che in Germania si basava sul rigido rispetto dello jus sanguinis, creando un sistema misto - a metà via tra lo jus sanguisinis e lo jus soli - e concedendo la naturalizzazione agli stranieri residenti in Germania da almeno otto anni.

Una grande novità recepita, adesso, persino dai restii partiti di centro-destra. Tant'è vero che, per la prima volta nella storia del suo partito, Angela Markel ha organizzato a Berlino, alcune settimane prima delle elezioni, una conferenza per i suoi 120 candidati di origine straniera con tanto di dichiarazione del segretario Ronald Pofalla: "orgoglioso delle radici multietniche e colorate" dei cristiano-democratici. Da parte sua il Ministro dell'Interno, Wolfgang Schauble, ha recentemente promosso una Conferenza sull'Islam, incentrata sull'importanza dell'integrazione.

I problemi, certo, non mancano. Nel mondo del lavoro c'è ancora una forte discriminazione nei confronti degli immigrati e l'elettorato di centro-destra continua ad essere molto diffidente verso i nuovi compagni di viaggio. Ma soprattutto resta ancora pesante la sottorappresentazione degli elettori di orgine straniera al punto che tra i deputati uscenti erano appena 11, pari al 2%

Cittadinanza: Germania e Italia a due velocità

In Italia nel giugno 1912 veniva approvato il primo provvedimento organico sulla cittadinanza italiana, replicato un anno dopo dalla Germania. Si trattava in entrambi i casi dell'introduzione di un regime in cui lo status civitatis si basava sul rigido rispetto del principio di filiazione (Jus sanguinis). Basta leggere l'art.1 della legge 13 giugno 1912 n.153, in base al quale si consideravano cittadini per nascita: il figlio di padre cittadino; il figlio di madre cittadina se il padre è ignoto o non ha la cittadinanza italiana, né quella di altro Stato, ovvero se il figlio non segue la cittadinanza del padre straniero secondo la legge dello Stato al quale questi appartiene; chi è nato nel Regno se entrambi i genitori o sono ignoti o non hanno la cittadinanza italiana, né quella di altro Stato, ovvero se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori stranieri secondo la legge dello Stato al quale questi appartengono. Il figlio di ignoti trovato in Italia si presume fino a prova in contrario nato nel Regno.

All'inizio degli anni Novanta i due Paesi hanno intrapreso strade diametralmente opposte. L'Italia riformava la normativa sulla cittadinanza, con la legge 5 febbraio 1992 n.91, in piena continuità con i principi guida già presenti in quella del 1912. Continuava, infatti, a prevalere il principio dello jus sanguinis per l'acquisto della cittadinanza. Tant'è vero che in quella normativa il Legislatore differenziava il periodo di residenza necessario per l'ottenimento della cittadinanza, introducendo un regime di maggior favore per il discendente di cittadini italiani per nascita entro il secondo grado. Così, infatti, recitava l'art.4: 1. Lo straniero o l'apolide, del quale il padre o la madre o uno degli ascendenti in linea retta di secondo grado sono stati cittadini per nascita, diviene cittadino: a) se presta effettivo servizio militare per lo Stato italiano e dichiara preventivamente di voler acquistare la cittadinanza italiana; b) se assume pubblico impiego alle dipendenze dello Stato, anche all'estero, e dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana; c) se, al raggiungimento della maggiore età, risiede legalmente da almeno due anni nel territorio della Repubblica e dichiara, entro un anno dal raggiungimento, di voler acquistare la cittadinanza italiana. 2. Lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data. In tutt'altra direzione si è mossa la Germania che nel 1999 ha approvato una nuova normativa in materia di cittadinanza.

Talmente rivoluzionaria che ha consentito al Presidente della federazione, Johannes Rau, di dichiarare di "rappresentare tutti i tedeschi ed in particolare coloro i quali non hanno ancora il passaporto". La legge 15 luglio 1999, infatti, stabiliva che lo status civitatis si acquisiva in base al principio del luogo di nascita (jus soli), mentre a quello dell jus sangunis veniva dato carattere residuale. Nella fattispecie l'art.3 affermava che la cittadinanza tedesca può essere acquisita per nascita, per adozione e per naturalizzazione.

Sta qui il cambio di rotta della politica tedesca in materia di immigrazione come hanno confermato i risultati delle recenti elezioni legislative che hanno registrato un aumento dei parlamentari di origine straniera da 11 a 15. Esattamente l'opposto di quanto accaduto in Italia, dove i deputati di origine straniera sono passati dai 3 della scorsa legislatura ai 2 di quella attuale.

La Svizzera è una sorpresa che non sorprende

Il 57% dei si' con cui gli elettori svizzeri hanno approvato il referendum sul divieto assoluto di costruire nuovi minareti sul territorio nazionale ha destato molto scalpore a livello internazionale e sorpreso persino i suoi stessi promotori.

A ben guardare, però, questo risultato non fa altro che confermare un trend già in atto da anni nella Confederazione elvetica. Infatti non è la prima volta che i cittadini svizzeri esprimono chiaramente il loro atteggiamento di forte, negativa chiusura in tema di immigrazione. Basti pensare che già nel 2004 l'elettorato aveva bocciato le proposte del governo sulla facilitazione del processo di naturalizzazione dei giovani stranieri di seconda generazione e sull'acquisizione automatica della nazionalità per quelli di terza. Così come nel 2006 erano state approvate, con una maggioranza del 70%, due leggi che inasprivano significativamente le norme sull'immigrazione e sul diritto d'asilo. In linea con i numerosi referendum anti-stranieri, in gran parte italiani, degli anni Settanta.

Dunque, nulla di nuovo? Fino ad un certo punto. Disquisire se gli esiti delle consultazioni popolari in materia di immigrazione siano o meno l'espressione della xenofobia dei cittadini svizzeri è a dir poco parziale. Se non altro perchè non è un azzardo ritenere che la maggioranza dei cittadini europei si riconosca nelle scelte dell'elettorato elevetico.
Il vero problema, invece, è di "metodo". Il referendum, in quanto tale, non può essere la regola, ma l'eccezione. Pensare di consultare il popolo, peraltro in un periodo di grave crisi economica, in materia di immigrazione equivarrebbe, ceteris paribus, a chiedere se si è d'accordo o meno sull'introduzione di nuove tasse.

La politica, dunque, ha una doppia responsabilità in materie così delicate. Da un lato, ha l'obbligo di sedare e non cavalcare i malumori dei cittadini e, dall'altro, di legiferare in modo concertato, senza cadere nell'affascinante tentazione populistica, anche se appellarsi alla vox populi è più facile e redditizio in termini elettorali. Intendiamoci, il referendum costituisce la massima espressione della democrazia diretta, come contrappeso al potere del governo e degli stessi eletti in Parlamento. Questo non autorizza, però, ad utilizzare l'istituto referendario come una "pattumiera delle emozioni" alla mercè di demagoghi e populisti del momento. Con il paradossale risultato per cui l'espressione massima della democrazia diretta si trasforma nel suo opposto: un dispotismo sia pur della maggioranza

Meglio emigrare che abbandonare la nave

I processi migratori non finiscono mai di stupire. Dal 2001 ad oggi migliaia di giovani portoghesi hanno deciso di emigrare in Angola. Per uno strano scherzo del destino l’antica ex-colonia del Portogallo, in piena crescita economica, è diventata una vera e propria ancora di salvezza per la gioventù di Lisbona. Che lascia il paese verso l’Africa con la speranza di evitare i costi salatissimi di un possibile default nazionale. Visto che l’attuale crisi del debito sovrano è tale da minacciare persino la stabilità della già vacillante moneta unica europea.

Un rischio che i mercati finanziari fiutavano da tempo. Al punto da prevedere che, dopo Grecia e Irlanda,  presto o tardi, il Portogallo era destinato a crollare sotto il peso del proprio debito. Un oscuro auspicio che il governo socialista di Jose Socrates ha tentato di scongiurare con una serie di rigidi piani di austerity che, però, non sembrano convincere i mercati. Tanto è vero che nelle ultime settimane lo spread tra i titoli di stato portoghesi di lungo termine e i bonds tedeschi ha superato il livello considerato di guardia del 4%, attestandosi ad un pericoloso 7.5%. Uno scenario che preoccupa, e non poco, i partner europei. Il 10 marzo scorso, infatti, alla vigilia del summit di Bruxelles dei leader europei il premier portoghese, ha varato un nuovo piano di austerity. Il quarto in meno di un anno. Che però non ha convinto nessuno, Francia e Germania in testa.

Sul fronte interno, le misure governative colpiscono ampi settori della popolazione, come testimoniano le proteste di piazza nella giornata successiva al summit. Oltre a provvedimenti tesi a rendere il mercato del lavoro più competitivo e ad un taglio profondo agli stipendi pubblici, il pacchetto fiscale prevede una super tassa del 10% su pensioni statali e private che superano i 1,500 €. La scure non ha risparmiato nemmeno i sussidi di disoccupazione né i benefici fiscali. In totale i tagli alla spesa pubblica ammontano secondo fonti governative portoghesi a quasi il 2.4% del PIL nei prossimi 3 anni.

Ciò nonostante, i mercati restano diffidenti. A ragione? Di certo sappiamo che se la recessione entrasse in una fase più acuta il sistema fiscale ne risentirebbe peggiorando conseguentemente la capacità dello stato di rispettare le scadenze debitorie. Nel circolo vizioso che, come tale, assottiglia le libertà di manovra, l’unica scappatoia per i portoghesi sembra essere proprio l’umiliante aiuto dei partner europei e del FMI. Alla luce di una tale analisi non stupisce, in definitiva, che agli occhi di un giovane laureato l’Angola, con le sue strepitose prospettive di crescita, assuma sempre più la fisionomia di una vera e propria scialuppa di salvataggio, mentre la nave cola inesorabilmente a picco.

1) Nuova prostituzione, vecchie normative

Un passo avanti, due indietro. Mentre, come ha ricordato Guido Bolaffi sulle colonne di questo giornale, il grande business del sesso on-line dilaga, dall’Irlanda giunge notizia che è in preparazione una nuova crociata contro la prostituzione. La tigre celtica, pur al centro di una delle più gravi catastrofi economiche della sua storia, ha infatti deciso che è giunto il momento di cambiare registro: passando dalla punizione dell’offerta a quella della domanda. In altri termini, gli osservati speciali saranno i clienti, non più le prostitute.

In questo modo le istituzioni e le autorità irlandesi sperano di contrastare in modo più efficace il fenomeno. Un radicale cambiamento di approccio alla questione, che già dal 1999 è stato applicato, con risultati contrastanti, in Svezia, e recentemente adottato anche dalle vicine Norvegia e Islanda. Un revirement nella lotta al mestiere più antico del mondo che ha aperto un dibattito animato, a livello mondiale, in merito all'effettiva efficacia di questo tipo di misura.

In ogni caso anche se l'Irlanda dovesse adeguarsi al controverso modello svedese, si tratterebbe di un’eccezione in un'Europa quantomai divisa rispetto ai provvedimenti da adottare per regolamentare, gestire e combattere una pratica tanto antica quanto indecifrabile.

Nell'Unione, infatti,le norme vigenti in materia di prostituzione risultano a dir poco frammentate ed eterogenee. Mentre il mercato del sesso si fa sempre più eclettico, sfuggente e delocalizzato, difficilissimo da definire e quindi da regolamentare. Un business potente che in misura sempre maggiore si avvale di mezzi innovativi e metodi inediti e che non può essere combattuto con sistemi normativi e legislativi lacunosi, incapaci di adattarsi all’evoluzione di una realtà inafferrabile perché mobile ed estremamente versatile.

Molti casi, fra cui il clamoroso, imminente lancio del sito web francese loueunepetiteamie.com (letteralmente affittaunaragazza.com) non è che il più recente, testimoniano l'inadeguatezza culturale e operativa delle istituzioni nazionali e comunitarie preposte, nel comprendere la reale entità del fenomeno. Fallimenti in parte dovuti al fatto che la legislazione in materia in Europa é competenza degli Stati membri e come accade per molte altre materie in cui la sovranità nazionale ha la meglio sul diritto comunitario, l'Unione riflette la propria originaria eterogeneità.

I modelli prevalenti nel Vecchio Continente sono sostanzialmente 3: in un ridotto numero di ordinamenti la prostituzione è legale e regolamentata per legge (Modello regolamentarista). In Germania ad esempio la prostituzione è legale purché le prostitute paghino le tasse e si sottopongano a regolari visite mediche, alla stessa stregua della Grecia dove le case chiuse sono autorizzate. Anche in Spagna la prostituzione è legalizzata. Alcuni ordinamenti come quello italiano e danese adottano, invece, il cosiddetto Modello proibizionista. Altri ancora non proibiscono la prostituzione in quanto tale, ma vietano tutte le attività tipicamente associate ad essa, quali l'adescamento, lo sfruttamento, il reclutamento e favoreggiamento (Modello abolizionista). In Inghilterra la prostituzione non è proibita, ma sono coloro che abbordano le prostitute per strada a commettere un reato, esattamente come in Svezia. Ricevere prestazioni sessuali dietro pagamento è infatti legale nella gran parte dei Paesi europei.

Nella prossima puntata di questa inchiesta approfondiremo le polemiche suscitate dal modello scandinavo, i risultati, nonché i presunti vantaggi e svantaggi di questo approccio "innovativo".

3) L’immigrazione dei minori stranieri non accompagnati – ALDO MORRONE

Medico dermatologo, direttore della Struttura Complessa di Medicina Preventiva delle Migrazioni, del Turismo e di Dermatologia Tropicale dell’Istituto San Gallicano (IRCCS) di Roma, Aldo Morrone è un esperto di medicina delle migrazioni, delle patologie tropicali e della povertà. Dal 1985 si occupa della tutela e promozione della salute delle popolazioni immigrate presenti in Italia. Nel 2007 è stato nominato Direttore Generale dell’Istituto Nazionale per la Promozione della Salute delle Popolazioni Migranti e per il contrasto delle Malattie della Povertà.
West, nell’ambito dell’inchiesta sui “minori stranieri non accompagnati”, ha deciso di intervistarlo per fare chiarezza su un fenomeno tanto taciuto quanto controverso.

1) Dalla nostra inchiesta è emerso che quello dei minori non accompagnati è un fenomeno di ampie dimensioni e che per molti aspetti costituisce una forma collaterale dell’immigrazione clandestina. Lei è d’accordo con quest’analisi? Soprattutto, in base alla sua esperienza, è possibile parlare di un vero e proprio business della criminalità organizzata?

Assolutamente sì, esiste un traffico sul quale è necessario indagare. Grazie alle intercettazioni telefoniche si è scoperto che le organizzazioni criminali sono a conoscenza sia del luogo che del mezzo di arrivo di questi minori che nel gergo della malavita vengono chiamati “valige”. Si è potuto appurare, inoltre, che la dispersione tipica di questi giovani una volta giunti sul territorio europeo è anch’essa voluta e provocata dai criminali. È dunque proprio in queste indagini che occorre investire risorse. Il problema va risolto alla radice, in altre parole nel paese d’origine.

2) Analizzando il fenomeno dei minori non accompagnati, al netto di chi è costretto a fuggire a causa di guerre, instabilità politiche e catastrofi ambientali, emerge che spesso sono proprio le famiglie a sostenere e incoraggiare l’emigrazione dei figli. Condivide questa considerazione?

La maggioranza dei minori è costituita da soggetti di sesso maschile, l’ho potuto costatare a Lampedusa dove ne ho incontrati più di 5.000. Le famiglie sono infatti disposte ad investire sui figli maschi, che potrebbero contribuire, più delle femmine all’aiuto e al sostentamento del nucleo familiare d’origine.

3) Il problema del rimpatrio è molto delicato e non è ben visto dalle organizzazioni che si occupano di accoglierli. Come si coniuga questo con il dettato della Convenzione ONU sui diritti dell’Infanzia che, oltre a garantire l’interesse preminente del fanciullo, enuncia anche il diritto del minore a stare con la propria famiglia?

Le autorità che si occupano dell’accoglienza di questi minori sono i Comuni che con la collaborazione di varie associazioni e organizzazioni non governative cercano di fare del loro meglio, spesso con a disposizione esigui finanziamenti che rischiano di separare fratelli e sorelle, che vengono così mandati in diverse località. Si tende a puntare tutto sulle misure di accoglienza, senza comprendere che l’accoglienza non è la soluzione bensì è il punto di partenza per poi effettuare il rimpatrio del minore. È necessaria una legislazione uniforme a livello europeo che possa stabilire criteri comuni a tutti gli stati membri. Le competenze a livello internazionale sono le solite: la Carta Europea dei diritti del fanciullo, la Carta delle Nazioni Unite dei diritti dell’infanzia e la Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Il punto è che il gap tra la teoria e la prassi è enorme.

4) Al momento del loro arrivo i minori hanno il diritto di essere assistiti, premesso che non è sempre chiaro cosa accade al compimento del diciottesimo anno, l’Europa e l’Italia si occupano realmente della loro assistenza? E quali sono le principali problematiche in merito?

In Italia, ad esempio, un minore, al momento del compimento dei 18 anni, ha diritto a restare nel territorio nazionale solo se ha concluso un ciclo di integrazione di tre anni. Che succede dunque se il minore giunge alla maggiore età senza aver concluso triennio di formazione in quanto è giunto in Italia a 16 o 17 anni? In teoria viene espulso. I minori sono percepiti come un problema, e non come una possibilità di arricchimento culturale per la nazione ospitante. Il punto è che non esiste a livello europeo un approccio comune per risolvere questa situazione. L’Italia non è ancora in grado di fornire una vera accoglienza.




Vedi anche:



1) L’immigrazione dei minori stranieri non accompagnati – EUROPA







2) L’immigrazione dei minori stranieri non accompagnati – ITALIA




2) “Buoni immigrati, cattivi immigrati”

Non solo politici. Il dibattito in corso sull’integrazione degli immigrati in Germania, continuando incessantemente a presidiare le prime pagine dei giornali e i titoli di testa dei tg, ha suscitato reazioni anche dagli innumerevoli esponenti della società civile e del mondo dello spettacolo con un background straniero.
Sibel Kekilli, di origini turche, astro nascente del cinema tedesco, sembra in apparenza convenire con le idee della Merkel. In una recente intervista a Der Spiegel ha dichiarato che la nuova generazione di immigrati appare sempre più isolata. “I loro genitori difficilmente dovranno fare uno sforzo per integrarsi, le spose che arrivano dalla Turchia non devono frequentare corsi di lingua”.
D’altro canto la giovane attrice sottolinea come la maggior parte dei giovani immigrati non siano ancora completamente accettati nella società tedesca. “I ragazzi dall’aspetto mediterraneo non possono entrare nei locali, un uomo con un nome dal suono straniero non avrà mai un appartamento se anche un tedesco ha fatto domanda per lo stesso. Non sorprende quindi che molti si sentano frustrati e per questo si auto-escludano”.
Eppure, qualsiasi giudizio su immigrazione e multiculturalismo non può non fare i conti con la demografia, in un paese che ha un tasso di natalità tra i più bassi in Europa. Gli esperti dicono che la riduzione di lavoratori qualificati in atto in Germania peggiorerà ulteriormente in vista della ripresa economica e dell’invecchiamento della popolazione. Il che significa che il paese continuerà ad aver bisogno di mano d’opera qualificata.
Non a caso, Hans Heinrich Driftmann, presidente della camera di commercio tedesca, avverte che l’ammanco di 400mila lavoratori tra ingegneri e artigiani specializzati sta costando all’economia tedesca 25 miliardi di euro all’anno, l’equivalente dell’ 1% del PIL. La prospettiva qui si rovescia. L’immigrazione diventa un valore piuttosto che un peso. E, in più, non è detto che la Germania appaia ancora come una terra promessa agli immigrati.
Secondo Vural Öger, uomo d’affari e padre del fortunato business Öger Tours, molti turchi preferirebbero infatti tornare in patria, più di quanti vogliano andare in Germania. “Il problema è che quelli qualificati che servono all’economia tedesca abbandonano il Paese a causa del  clima qualche volta ostile e discriminatorio contro gli stranieri. Mentre chi non ha qualifica rimane più facilmente per beneficiare dello Stato sociale”.
Oger sostiene la necessità di una massiccia offensiva , appoggiata dai politici e dai media dal momento che l’integrazione in Germania funziona principalmente attraverso l’istruzione e il lavoro. “L’apprendimento del tedesco, preferibilmente già all’asilo nido diventa fondamentale. Dovremmo usare lo stesso modello di integrazione degli USA che richiede agli immigrati di imparare la lingua, la storia e la costituzione, superare un test e infine, diventare cittadino”.
Certo, come avverte Memet Kilic, comunque vada a finire la querelle, non se ne possono nascondere i potenziali effetti negativi. “Gli immigrati sono visti come un peso, il che scoraggia molti lavoratori qualificati dalla possibilità di venire in Germania”.



Vedi anche:



1) “Buoni immigrati, cattivi immigrati”



Non scherziamo col fuoco

In Italia sull’immigrazione sembra proprio che ci sia qualcuno deciso ad innervosire ed incattivire la pubblica opinione più di quanto già non lo sia. Ne è prova la recente sentenza emessa dalla Cassazione che a Corti riunite ha accolto il ricorso di una cittadina nigeriana contro la convalida del decreto di espulsione per sfruttamento della prostituzione decisa dal Tribunale di Perugia nel marzo 2009. Con l’argomentazione che il suo allontanamento dai figli, per altro già dati in affidamento dai servizi sociali ad una famiglia italiana, rischiava di confliggere con il principio, sancito dalla Convenzione di New York  sui diritti dell’infanzia, della tutela del supremo interesse dei minori. Di conseguenza doveva considerarsi superato il principio di “eccezionalità” che, in base alla legislazione italiana, consente di derogare alle norme sull’immigrazione irregolare e clandestina e di vietare la separazione dei figli dai genitori. Un principio che ha senso e può essere compreso anche dall’ultimo dei cittadini solo se riguarda comportamenti che, per quanto contra legem, rientrano nella fattispecie dei cosiddetti “reati buoni”. Allora sì che il legame genitori figli va, nella misura del possibile, tutelato. Anche chiudendo un occhio. Quando è in ballo la sorte dei minori le leggi vanno infatti lette ed interpretate usando il cuore e non solo il cervello. Un padre ed una madre, buoni ed onesti lavoratori, restano tali anche senza il permesso di soggiorno. E non c’è dubbio che in casi del genere il dettato della Convenzione di New York ha una valenza legale e non solo morale. Ma se così non è? Se il padre è assente perché non esiste, e la madre non viola la legge per fame, come nel film l’Oro di Napoli,  ma sfrutta quella di altre donne per costringerle a prostituirsi, perché trasformare le piccole, innocenti vittime del suo poco amore in complici di una palese violazione delle norme? Siamo convinti che una lettura meno astrusa ed astratta dei dettami internazionali in tema di infanzia avrebbe forse potuto suggerire ai Supremi Magistrati non solo di convalidare il decreto di espulsione di una cattiva immigrata ma di ordinare, per il bene dei minori, l’immediato allontanamento dal suolo patrio di una madre tanto sciagurata.

La diversità tra i banchi di scuola

Nuovi tipi di relazioni sociali stanno nascendo sui banchi di scuola (convitti, centri di formazione professionale, istituti e comunità residenziali) che  accolgono sempre più un’utenza multietnica. Negli istituti superiori la nuova popolazione scolastica è per lo più composta da allievi nati all’estero con background lontani mille miglia l’uno dall’altro. Mentre nelle scuole che accolgono i più piccoli – quelle dell’obbligo, asili, servizi per l’infanzia ecc. - è molto più alta la probabilità che gli alunni siano figli di immigrati nati in Italia. Quella seconda generazione in nuce che vive la cultura dei genitori e può ottenere la cittadinanza italiana, su richiesta, solo al compimento del 18° anno di età. Nuovi, vecchi e futuri cittadini sono impegnati negli anni della loro formazione in un’esperienza di convivenza unica e oltremodo “storica”, che segna cioè una fase irripetibile della storia del nostro Paese, da soli due/tre decenni divenuto meta di immigrazione. Come si prepara il “tessuto sociale” che darà luogo, nel volgere di uno/due decenni, alla società multietnica e multiculturale? Quali ostacoli rallentano il difficile percorso dell’interculturalità? Quali strategie vengono elaborate per superarli? A queste domande intende rispondere un’indagine della Regione Lombardia (Osservatorio Regionale per l’Integrazione e la Multietnicità, ORIM-Gruppo scuola) che punta a sviluppare analisi in situazione nelle scuole/centri formativi lombardi con maggiore affluenza e concentrazione di allievi stranieri. La prima fase dell’indagine, che riguarda il versante degli adulti (docenti, dirigenti e tutor), ha permesso di verificare che nei segmenti secondari (scuole medie e superiori) si soffre della mancanza di strategie didattiche consolidate, che potrebbero offrire all’insegnante maggiore sicurezza e diminuire l’ansia e il disagio dovuti ai nuovi rapporti. Si sente inoltre il peso dell’incomunicabilità con le famiglie straniere. I rapporti tra i ragazzi tendono invece a migliorare con il crescere dell’età e dell’abitudine a confrontarsi, mentre l’aiuto diretto offerto ai giovani immigrati (es. piani di studio personalizzati, testi facilitati, supporti nello studio pomeridiano) genera nei coetanei italiani un senso di fastidio, che li fa sentire de-privilegiati. Anche fra i genitori, oltre alle manifestazioni di vicinanza e mutuo-aiuto che pure esistono specialmente tra i rappresentanti di istituto, si nota l’instaurarsi di barriere sociali che portano, da un lato, gli stranieri a isolarsi in gruppi di vicinato monoetnici (rivendicando talvolta il “diritto ad estraniarsi” dalle questioni scolastiche), dall’altro, gli autoctoni a rivendicare un accesso privilegiato (quando non esclusivo) ai servizi scolastici più per timore di perdere diritti acquisiti che non per volontà di sopraffazione. Lo stato della convivenza interetnica è comunque in costante evoluzione e richiede un monitoraggio capillare e vigile nei prossimi due/tre anni. A tale scopo l’indagine dell’ORIM-Gruppo scuola della Lombardia è ancora in corso. Nel tentativo di verificare, tra le altre, l’ipotesi che proprio nelle scuole dove l’accoglienza è stata realizzata su vasta scala e con grande impiego di risorse umane (insegnanti, tutor, ecc), le cosiddette “scuole in trincea”, per effetto dell’eccessiva concentrazione di problematiche inter-etniche si stia attraversando una fase di ripiegamento, in cui sembra difficile concretizzare l’uguaglianza e la lotta alla discriminazione.  Nello stesso tempo si cercherà di verificare cosa stia accadendo di nuovo sul versante dei ragazzi, dove l’interazione tra le diverse personalità e condizioni di vita, e l’integrazione reciproca nell’impegno quotidiano, sembrano in grado di produrre spontaneamente una nuova cultura dell’incontro indispensabile a chi si troverà ad agire nella società multiculturale di domani. Maddalena Colombo è docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell' Università Cattolica di Milano

Olanda, l’anti-immigrazione al governo

Doveva essere un governo lacrime e sangue sul versante economico. Lo sarà molto di più su quello dell’immigrazione. Dopo quasi quattro mesi di estenuanti negoziati, infatti, in Olanda nasce un esecutivo di minoranza formato da Cristiano Democratici (CDA) e Liberali (VVD) puntellato con un appoggio esterno del Partito delle Libertà (PVV) di Geert Wilders. Che in cambio di un leale sostegno alla colazione ha strappato l’introduzione di norme e programmi molti rigidi sul fronte dell’immigrazione. Innanzitutto per quanto riguarda la questione del burqa, il tetto annuale dei permessi di soggiorno e delle richieste d’asilo e l’introduzione del reato di immigrazione clandestina. Il tutto accompagnato da un giro di vite sui ricongiungimenti familiari dall’estero e sulla tradizionale tolleranza delle istituzioni nei confronti dei coffee shop. E’ previsto inoltre un aumento degli organici della polizia e lo slittamento dell’innalzamento dell’età pensionabile di cui i Liberali avevano fatto uno dei punti forti della campagna elettorale. In sostanza la prima impressione è che l’accordo rafforzi la posizione di Wilders, molto dura nei confronti dell’immigrazione ma nient’affatto disponibile a tagli pesanti delle spese di Welfare. Un equilibrio di potere molto complicato che il limitato margine di maggioranza rischia di mettere ogni giorno in più a repentaglio.

In allegato:
  • PVV-CDA-VVD, Concept Gedoogakkoord, 2010