Avere due passaporti è un bene o un male?

Quella della cosiddetta doppia cittadinanza è una delle questioni più controverse e poco note del dibattito sull’immigrazione. Parliamo in sostanza della possibilità per gli immigrati di ottenere il passaporto del Paese ospitante, senza perdere quello dello stato di origine. Un tema riportato alla ribalta mediatica da una recente proposta di legge del governo olandese che punta a obbligare non solo gli stranieri presenti sul territorio nazionale, ma anche gli emigranti olandesi a scegliere tra lo status di cittadino dei Paesi Bassi e quello di un’altra nazione. Ne parliamo con Rainer Baubock, uno dei massimi esperti in materia, docente di teoria sociale e politica all’European University Institute di Firenze e co-direttore dell’osservatorio EUDO CITIZENSHIP.

1) Il governo olandese ha di recente riaperto l’annoso dibattito sulla doppia cittadinanza proponendo un disegno di legge che obbliga gli immigrati residenti nel paese e gli olandesi emigrati all’estero a scegliere se mantenere la cittadinanza di origine oppure  ottenere quella dei Paesi Bassi. Qual è la sua opinione in proposito?

RB: Quello dei Paesi Bassi è un caso piuttosto unico. In genere, si osserva una forte tendenza verso una maggiore tolleranza della doppia nazionalità in Europa e, in misura minore, anche in altre parti del mondo (meno in Asia, più marcata in Nord e Sud America). Ci sono molte ragioni che spiegano questo trend. Fino agli anni 60 gli avvocati internazionali consideravano la doppia nazionalità come un “male” al pari dell’apolidia. La situazione è cambiata in seguito alla nascita di norme più efficaci contro la discriminazione di genere, a un lungo periodo di pace nelle relazioni internazionali ed a un cambiamento di percezione degli interessi statali nell’ambito della migrazione. Una legge nazionale contro la discriminazione di genere implicava che la cittadinanza poteva essere ereditata sia dal padre che dalla madre, in modo che i figli di genitori di differenti nazionalità potessero acquisire la doppia cittadinanza dalla nascita. I paesi tradizionalmente con un sistema ius soli, come gli Stati Uniti, l’Australia, la Gran Bretagna, l’Irlanda e la Francia, non hanno potuto impedire che i bambini di origine straniera nati nei loro territori acquisissero anche la cittadinanza del paese di origine dei loro genitori. In tale contesto, l’obbligo della rinuncia della cittadinanza precedente come condizione per la naturalizzazione veniva  considerata sempre più  inutile e vista come maggior ostacolo per l’integrazione degli immigrati. Ancora più importante è stato il cambiamento di atteggiamento dei paesi di origine che tradizionalmente guardavano i loro emigrati come una popolazione persa, ma recentemente hanno scoperto in loro una risorsa economica e politica. Privare gli emigrati della loro cittadinanza dopo la naturalizzazione nel paese di insediamento significava, per gli Stati, tagliare inutilmente quei legami che facilitavano l’arrivo di ingenti rimesse o che li aiutavano ad acquisire appoggio politico in un paese straniero.

Agli inizi degli anni ‘90 i Paesi Bassi hanno seguito questa tendenza e si sono mossi verso una maggiore tolleranza della doppia cittadinanza. Alla fine della decade, tuttavia, è emerso che una crescente opinione pubblica considerava il modello olandese di integrazione multiculturale un fallimento. La richiesta di rinuncia della precedente cittadinanza come condizione per la naturalizzazione è stata reintrodotta con una serie di prove di integrazione e di lingua. In questo campo il governo olandese è diventato un trend setter in Europa, anche se in relazione alla doppia cittadinanza rimane quasi un caso unico di inversione in tema di tolleranza. Pochi altri paesi, come Danimarca, Norvegia e Austria, non hanno mai liberalizzato il loro rigido divieto della doppia cittadinanza che si acquisisce con la naturalizzazione, mentre una riforma liberale proposta in Germania è stata bocciata nel 1999 prima della sua attuazione. Nonostante le esistenti restrizioni, l’attuale legge olandese permette molte eccezioni lì dove agli immigrati sia consentito di conservare la loro precedente nazionalità. La nuova proposta di riforma ha come obiettivo quello di eliminare alcune scappatoie e suggerisce per la prima volta che anche i cittadini olandesi al’estero debbano perdere la loro cittadinanza nel momento in cui acquisiscano quella del paese ospitante.

2) Considerando che, come in ogni grave crisi economica che rispetti, anche quella attuale è caratterizzata da un diffuso sentimento anti-immigrazione crede davvero che valga la pena riaprire il dibattito sulla cittadinanza multipla o questo rischia di diventare un vero e proprio boomerang per chi da voce a questa problematica?

RB: Non sono proprio sicuro che ci sarà un effetto immediato sugli atteggiamenti anti immigrazione. I partiti populisti di destra hanno portato avanti con successo campagne contro l’immigrazione anche prima dell’attuale crisi. Ed ora l’obiettivo principale delle loro campagne è sempre di più la burocrazia europea o il capitale finanziario internazionale. Questo non significa che gli immigrati siano più al sicuro di prima, ma in alcuni paesi, come in Portogallo, la profondità della crisi unita alla diminuzione dei flussi migratori sembra aver momentaneamente distolto l’attenzione pubblica dalla questione immigrazione.

Oltre ai Paesi Bassi, anche in altri stati sono nate preoccupazioni inerenti la nazionalità multipla anche prima della crisi finanziaria. Timori legati sia ad una diffusa  percezione di minaccia alla sicurezza che alla “guerra contro il terrorismo”. La Gran Bretagna per un periodo ha cercato di non restringere l’accesso alla doppia cittadinanza, ma di usarla invece come pretesto per togliere lo status di cittadino britannico ai sospettati di coinvolgimento in attività terroristiche in modo da deportarli nel paese della loro seconda nazionalità. Nonostante i cittadini con la doppia cittadinanza non sembrerebbero rappresentare una minaccia alla sicurezza più dei cittadini privi di essa, la lezione è che la percezione dei rischi alla sicurezza porterà o a una limitazione della doppia cittadinanza o alla situazione in cui avere due passaporti sarà uno svantaggio, poiché i cittadini in possesso di ambedue le cittadinanze saranno protetti in misura minore rispetto a coloro che ne avranno una.

Rispondendo alla sua domanda, direi che la crisi economica potrebbe ritardare le riforme sulla cittadinanza in molti paesi perché tale questione non è più vista come la più urgente, ma comunque non dovrebbe creare maggiori ostacoli al processo di dibattiti sulle riforme.

3) Per concludere, a suo parere in tema di cittadinanza multipla qual è la soluzione più equilibrata?

Ritengo che la cittadinanza dovrebbe essere concessa a tutti coloro i cui interessi individuali nella qualità della vita e nell’autonomia siano legati a un bene comune di un particolare stato. Tale “principio stakeholder” si applica sia alla prima che alla seconda generazione di immigrati sia agli emigrati. Dato che gli immigrati rimangono sempre più connessi al loro paese di origine durante il processo di integrazione nella società di insediamento, dovrebbero venire a conoscenza, attraverso l’accesso alla doppia nazionalità, che in molti casi ci sono buoni legami tra i due paesi.

Tuttavia, il “principio stakeholder” pone anche dei limiti alla nazionalità multipla. Dalle terze generazioni in poi nate all’estero non dovrebbe essere possibile ereditare automaticamente la cittadinanza dei loro antenati attraverso il sistema ius sanguinis. Ci si dovrebbe interessare ad ottenere un passaporto Europeo che permetta di muoversi liberamente in Europa, ma questo interesse oggi non è più basato su legami autentici o obiettivi specifici in un paese particolare.  L’accesso preferenziale alla cittadinanza italiana per nipoti di antenati italiani provenienti dall’America Latina è essenzialmente una politica di migrazione discriminatoria ed è inoltre una politica attraverso cui l’Italia crea immigrati per tutti gli altri stati membri dell’UE. Ho evidenziato un secondo limite alla doppia cittadinanza in paesi, come l’Ungheria, che tentano di includere tra i cittadini votanti minoranze etniche prossime oltre i loro confini. Questi gruppi non sono emigrati per diaspora, ma sono minoranze native di stati vicini. In tali casi, la doppia cittadinanza potrebbe diventare un ostacolo per il riconoscimento delle minoranze nella loro patria. L’autonomia del Sud Tirolo/Alto Adige, che fu negoziata con il governo austriaco, non includeva la doppia cittadinanza per la popolazione di madrelingua tedesca, poiché questo avrebbe potuto minare il riconoscimento interno e la protezione dell’autonomia del sistema politico italiano.

La cittadinanza in Germania (2)

La cittadinanza per naturalizzazione. La naturalizzazione (Einbürgerung), dunque, rappresenta la via principale per poter acquisire la cittadinanza per tutti gli immigrati che non sono tedeschi per diritto di nascita.

E' stata prevista una disciplina transitoria per i figli di genitori stranieri che, alla data di entrata in vigore della riforma, non avevano ancora compiuto il decimo anno e che rispondevano ai requisiti stabiliti dalla nuova normativa, in virtù della quale è stato loro riconosciuto un diritto preferenziale alla naturalizzazione sulla base di una richiesta presentata dal loro legale rappresentante entro il 31 dicembre 2000. I cittadini stranieri, invece, di età superiore ai sedici anni possono presentare le domande di naturalizzazione alle autorità competenti. A tal proposito i richiedenti devono possedere sette requisiti essenziali:

- otto anni di regolare residenza in Germania (prima della riforma ne occorrevano quindici); il termine non seven essential requirementssi applica al coniuge e ai figli minori che possono essere naturalizzati contemporaneamente al richiedente anche se risiedono in Germania da un periodo di tempo di durata inferiore. Nel caso di cittadini stranieri sposati con coniugi tedeschi il termine si riduce a tre anni. E' necessario però che la coppia si sposata da almeno due anni e che il matrimonio sia ancora valido

- regolare permesso o diritto di soggiorno

- conoscenza della Costituzione tedesca e giuramento di fedeltà alla stessa

- rispetto e osservanza dell'ordinamento libero e democratico stabilito dalla Costituzione

- capacità di assicurare il mantenimento proprio e dei familiari a carico senza far ricorso a sussidi sociali o all'indennità di disoccupazione

- assenza di condanne penale per gravi reati

- dimostrazione di una sufficiente conoscenza della lingua tedesca

Va aggiunto, inoltre, un ulteriore requisito che prevede l'obbligo di rinunciare alla propria nazionalità per ottenere quella tedesca. L'ordinamento tedesco, infatti, non prevede in linea generale la doppia cittadinanza. Tale possibilità è concessa soltanto ai cittadini elvetici e a quelli provenienti dai paesi dell'Unione Europea con i quali vige il cosiddetto "principio di reciprocità". Questo significa che soltanto i cittadini di Stati comunitari che accettano la doppia cittadinanza possono ottenere la cittadinanza tedesca senza dover rinunciare a quella della madrepatria.

In conclusione, appare evidente che, dopo aver difeso la fictio del lavoro ospite (gastarbeiter) la Germania non solo ha finalmente riconosciuto di essere un paese di immigrazione, ma ha cercato anche di dare una risposta realistica al problema dell'integrazione degli stranieri.

La cittadinanza in Germania (1)

La disciplina legislativa federale sulla cittadinanza è dettatata dalla Staatsangehörigkeitsgesetz, riformata dalla legge 15 luglio 1999 che ha posto a fondamento del diritto di cittadinanza il principio del luogo di nascita (jus soli) in sostituzione del principio di filiazione (Jus sanguinis). Nella fattispecie, l'art.3 della legge prevede che lo status civitatis si acquisisce per nascita, per adozione e per naturalizzazione. Vale la pena di ricordare che la normativa precedente risaliva al 22 luglio del 1913 e conteneva dei principi diametralmente opposti. L'art.4, infatti, definiva l'acquisizione della cittadinanza esclusivamente attraverso la discendenza da parenti tedeschi, nel rigido rispetto del principio di filiazione (Jus sanguinis). Inoltre, gli artt.8-13 stabilivano perentoriamente che la decisione sulla naturalizzazione degli immigrati veniva lasciata alla completa discrezione delle autorità tedesche.

La cittadinanza per nascita e per adozione.

Dal 1° gennaio 2000, data di entrata in vigore della nuova norma, acquisiscono automaticamente la cittadinanza tedesca i figli di immigrati nati sul territorio nazionale a condizione che almeno uno dei genitori risulti stabilmente residente nel paese da almeno otto anni ed in possesso di regolare permesso di soggiorno. Nella maggior parte dei casi i minori che diventano cittadini tedeschi per nascita mantengono anche la nazionalità straniera dei genitori in base al principio di filiazione. Ma al momento della maggiore età e comunque non oltre cinque anni dal suo compimento devono scegliere: mantenere la cittadinanza tedesca perdendo quella ereditata dai genitori o viceversa. La legge, infatti, non consente loro, fatto salvo il periodo transitorio, di mantenere la doppia cittadinanza.

Previsioni particolari sono fissate per i minori nati prima del 1° luglio 1993 da padre tedesco e madre straniera che possono acquisire la cittadinanza facendone richiesta entro e non oltre il compimento del ventitreesimo anno di età. Il diritto di cittadinanza, con estensione ai discendenti, è infine previsto per i minori adottati da famiglie tedesche.

Libertà di circolazione sì, ma a pagamento

La libera circolazione delle persone in Europa, si sa, c’é chi la ama e chi la odia. Non c’é dubbio che i ragazzi del Vecchio Continente siano ascrivibili alla prima categoria. Tuttavia, alcuni stati considerano l’afflusso di giovani stranieri nelle proprie università più come un problema che come un vantaggio. Il perché é presto detto. La direttiva europea che obbliga lo studente a pagare la retta universitaria che si applica nel paese ospitante non tiene conto del fatto che in diverse nazioni la formazione accademica è gratuita , interamente a carico delle casse pubbliche.

Ad aprire le ostilità é stata  l’Olanda. Dove il Ministro dell’Educazione, Halbe Zijlstra, ha proposto di chiedere alla Germania un compenso economico per tutti i tedeschi che studiano ad Amsterdam e dintorni. L’iniziativa è stata ispirata dal dibattito tenutosi in Austria su come finanziare le tante matricole straniere che godono di un’educazione di grande qualità,  finanziata dallo Stato.

Secondo Sander van den Eijenden, presidente di Nuffic, l’organizzazione olandese che promuove la cooperazione internazionale per l’istruzione accademica, è necessario instaurare criteri di reciprocità, perché il flusso di giovani sembra essere a senso unico. I tedeschi sono i principali imputati dell’invasione delle università olandesi, austriache e britanniche ma è pur vero che la Germania è a sua volta uno dei Paesi che ospita la maggior parte degli studenti stranieri, e non solo europei. Inoltre secondo Stegelmann, che gestisce EDU-CON, società che attrae i talenti tedeschi nelle università dei Paesi Bassi, il paese trae grandi vantaggi dal formare questi ragazzii che spesso, terminati gli studi, rimangono, contribuendo alla ricchezza della nazione. Non a caso nel Regno Unito sono numerosi gli incentivi per gli studenti stranieri.

Come uscire da questo cul de sac?

I pareri sono contrastanti: c’è chi suggerisce che ogni Stato debba pagare per ogni studente, a prescindere dal Paese europeo che lo ospita, ipotesi di Gabriele Burgstaller, Presidente dello Stato austriaco salisburghese e che riprende il sistema dei Paesi scandinavi; c’è invece chi auspica un sistema più simile a quello britannico, in cui gli Stati, attraverso l’Unione Europea, allocano risorse da destinare alla mobilità dei giovani.

Alcuni funzionari affermano che la Commissione Europea per l’Educazione non è contraria all’istituzione di trattati bilaterali per i rimborsi, se sono volontari e reciproci. Tuttavia, il portavoce dell’Esecutivo di Bruxelles, Dennis Abbott, ha segnalato che non sarà l’UE la promotrice di tali accordi.

Ma Obama è americano?

Non capita certo tutti i giorni che l'opinione pubblica e i media d'Oltreoceano prestino così tanta attenzione al piccolo stato delle Hawaii.

Tutto merito della governatrice repubblicana Linda Lingle che ha appena approvato un provvedimento a dir poco singolare. La nuova legge autorizza gli uffici pubblici dell'arcipelago, dov'è nato Barack Obama, a ignorare le richieste di informazioni presentate dai cittadini nel caso in cui si tratti di quesiti ai quali l'amministrazione ha già dato una risposta. Ma qual è la ratio di un provvedimento apparentemente a metà via tra l'inconsueto e l'inutile? In realtà Lingle non ha ritenuto opportuno dare ulteriori spiegazioni. Che, però, secondo i principali opinionisti americani sono piuttosto evidenti. Il provvedimento sarebbe stato proposto e approvato contro il cosiddetto movimento dei "birthers". Di cosa si tratta? Un gruppo di cittadini, non solo hawaiani, convinti che il presidente Barack Obama non abbia un requisito essenziale per ricoprire l'attuale carica. Quello di essere nato sul territorio nazionale.

Da qui nascono i problemi dello stato delle Hawaii. Che fin dalla vittoria di Obama alle ultime presidenziali è costantemente invaso da email e lettere provenienti da ogni parte degli Stati Uniti per ottenere una copia del certificato di nascita del presidente. Nonostante le autorità dell'arcipelago abbiano a più riprese precisato che un documento così personale può essere rilasciato esclusivamente a chi sia in grado di dimostrare un interesse tangibile, i temerari richiedenti perseverano nelle loro azioni. Ecco, dunque, le ragioni della recente iniziativa di Linda Lingle.

Come dire, a mali estremi, estremi rimedi. Anche se il problema non sembra affatto risolto. Se non altro perchè, a detta di molti giuristi, la nuova legge rischia di violare il diritto all'informazione di tutti i cittadini.

2) Fenomeno Le Pen

In vista delle elezioni presidenziali francesi del prossimo 22 aprile, gli ultimissimi sondaggi danno il Front National ai massimi storici. Un successo per certi versi inaspettato, specie se si considera che appena 12 mesi fa Jean-Marie Le Pen, fondatore e indiscusso leader del partito di estrema destra d’Oltralpe, ha abbandonato la scena politica, lasciando il timone dell’FN alla figlia Marine. Ne parliamo con Jean Yves Camus:   docente all’Istituto di Relazioni Internazionali e Strategiche di Parigi (IRIS), collaboratore di  “Le Monde Diplomatique”, “Charlie Hebdo”, “Proche Orient”, “Rue89”,  è unanimemente riconosciuto come  uno dei massimi e più acuti analisti di quello che grazie ad  una straordinariamente felice espressione ormai  tutti  chiamano  “le populisme alpin.

1) Secondo un recente sondaggio TNS Sofres il 31% dei francesi condivide le idee del Front National contro il 22% di un anno fa? Quali sono le ragioni di questo successo?

Questi dati sono sicuramente dovuti al cambio di leadership nel partito. Marine Le Pen è più in sintonia con lo stile di vita della middle class rispetto a suo padre. Il motivo è semplice: assomiglia alla lavoratrice media francese ed ha modificato le priorità  nell’agenda politica nazionale sulle questioni socio-economiche. E’ stato posto al centro l’intervento dello stato e sono state addirittura proposte politiche di pianificazione a discapito del libero mercato.

2) Secondo il sondaggio il partito di Marine Le Pen conquista sempre più consensi tra gli under 35. È possibile dunque sostenere che anche tra le classi medie delle grandi città e i giovani istruiti il Front National comincia riscuotere consensi?

No, perché il livello di educazione funge da barriera contro il voto al FN. Il 28% dei giovani con un’età tra i 18 ed i 24 anni ha intenzione di votare per lei. Questa percentuale, però, crolla al 13% tra i giovani che hanno studiato almeno 2 anni all’università. Quindi il fattore discriminante sembra essere l’educazione più che l’età. Inoltre l’elettorato del FN non è più circoscrivibile agli abitanti delle grandi città.  Il vero problema e che i giovani non scolarizzati sono i più colpiti dalla crisi e dalla disoccupazione. Questi ragazzi considerano la possibilità di votare per il FN proprio perché il partito indica gli immigrati come capro espiatorio e ritiene che siano la principale causa delle difficoltà nella ricerca del lavoro.

3)      In passato il Front National ha raggiunto importanti successi elettorali fino al punto che alle elezioni del 2002 Jean-Marie Le Pen arrivò al ballottaggio. In quell’occasione però gli elettori dimostrarono di considerare il Front National non adeguato a svolgere attività di governo. Oggi, però, il 31% degli intervistati dichiara di considerarea FN un vero e proprio partito di governo. Crede che alla luce di questi dati, e visto le difficoltà del partito socialista, Marine Le Pen abbia serie possibilità di vincere le prossime elezioni presidenziali?

Non ha alcuna speranza e lei lo sa bene. Stiamo andando verso un ballottaggio tra la destra di Sarkozy e la sinistra di Hollande. Il FN ha una remota possibilità di rimontare i 5 punti percentuali che lo dividono dal partito di Sarkozy. Marie Le Pen è una donna competente sui vari temi come quello dell’identità, dell’immigrazione, del diritto, ma manca di credibilità quando le richieste principali sono quelle di ridurre il debito pubblico e di occuparsi di economia. Inoltre il partito socialista è coeso alle spalle di Francois Hollande, elemento che mancava quando la candidata era Ségolène Royal.

La cittadinanza in Spagna (3)

I percorsi di acquisizione della cittadinanza iberica per opzione e per naturalizzazione richiedono agli interessati l'obbligo di soddisfare, in aggiunta, ulteriori requisiti.
In particolare, ai sensi dell'art.22 comma 4 del Codice civile, lo straniero deve certificare, oltre alla buona condotta rispetto alla giustizia spagnola e del paese di provenienza, anche un accettabile livello di integrazione sociale (suficiente grado de integracìon en la sociedad espanola y buena conducta cìvica ).

La revoca della concessione scatta in maniera automatica nel caso in cui il richiedente, se di età superiore ai 14 anni ed in possesso di tutti i requisiti previsti per legge, non adempie entro 180 giorni dall' ok delle autorità alla sua richiesta, ai seguenti obblighi:
- dichiarazione di fedeltà al Re e di obbedienza alla Costituzione ed alle leggi nazionali.
- registrazione dell'acquisizione della cittadinanza presso l'ufficio dello stato civile.
- dichiarazione di rinunciare alla cittadinanza del paese di origine. Una clausola, questa, che caratterizza in maniera particolare la normativa spagnola che al pari di quella tedesca non prevede la possibilità della doppia cittadinanza. Con l'unica eccezione per i casi previsti nell'art.11, comma 3 della Costituzione, che riguardano gli stranieri provenienti dall'America latina e da Andorra, Filippine Guinea Equatoriale e Portogallo (El Estado podrá concertar tratados de doble nacionalidad con los países iberoamericanos o con aquellos que hayan tenido o tengan una particular vinculación con España).

La disciplina spagnola sulla cittadinanza è meno articolata e complessa rispetto a quella di altri paesi europei. In ragione anche del fatto che il suo impianto normativo, definito alla fine degli anni Settanta del ‘900, non ha avuto fino a tutt'oggi significativi aggiornamenti. Un ritardo preoccupante soprattutto in considerazione del fatto che la Spagna è ormai una tra le principali mete dei flussi migratori internazionali. Un ordinamento che basato su una concezione estrema dello jus sangunis, finisce per produrre tra gli stranieri, in base al paese di origine, significative sperequazioni normative. Allo straniero proveniente dall'America latina, ad esempio, bastano 2 anni per ottenere la cittadinanza via naturalizzazione, mentre per quello che proviene dal Marocco ne occorrono 10.

1) Circe lepenista

A dodici mesi dalla conquista della leadership del Front National e a 4 dalle prossime elezioni presidenziali, Marine Le Pen rischia di essere la vera novità nel panorama politico francese. Non solo per l’ampio e crescente consenso, confermato da un recente sondaggio TNS Sofres, che gode tra l’elettorato d’Oltralpe. Ma soprattutto per essere riuscita nel giro di un anno a dare più che una semplice riverniciata al partito di estrema destra fondato dal padre nel 1972. Al punto che tra lei e il suo predecessore, almeno dal punto di vista lessicale e degli obiettivi, è ormai difficile trovare, oltre al cognome, un punto in comune.

Il perché è presto detto. L’affascinante Marine è convinta che per rilanciare l’FN occorre ridisegnarne l’immagine e, per certi versi, c’è già riuscita. Donna in carriera, divorziata, paladina degli omosessuali e degli ebrei, anti-nazista, statalista, no global. Sono questi i più importanti ingredienti della magica ricetta che le ha permesso di trasformare in così poco tempo la vecchia formazione politica di estrema destra in un partito di destra post-moderno, seppur dai toni sempre accesi. Che rientra ormai a pieno titolo nella nuovissima famiglia del neopopulismo europeo. La quale annovera tra i suoi esponenti di spicco, ad esempio, Geert Wilders che oggi con il suo Freedom Party è indispensabile per la sopravvivenza del governo olandese.  

Parliamo, in sostanza, di tutti quei partiti, nati negli stati più ricchi e liberali del Vecchio Continente, noti semplicemente per il loro anti-europeismo e i proclami anti-immigrati, che hanno avuto la capacità di superare i tradizionali schemi politici. Abbandonate le valigie ideologiche del secolo scorso, giocano da battitori liberi, avvalendosi come bussola esclusivamente del pragmatismo. Un modus operandi che permette loro di dare risposte immediate e concrete ai problemi reali di una fascia sempre più ampia e trasversale di cittadini.

Tant’è che, sondaggi alla mano, si scopre, ad esempio, che i potenziali elettori del Front National appartengono a diverse classi sociali e fasce di età: dagli operai e dagli impiegati pubblici dei grandi agglomerati urbani, alla popolazione delle zone rurali, passando per gli under-35, fino ad arrivare, addirittura, a una parte degli attivisti per i diritti omosessuali e, persino, a un pezzo, seppur ancora marginale, della middle class. Dati inimmaginabili fino allo scorso gennaio che fanno di Marine Le Pen se non una possibile vincitrice della corsa all’Eliseo, quantomeno una vera e propria minaccia non solo per l’UMP di Nicolas Sarkozy, ma anche per i socialisti di François Hollande e per l’estrema sinistra.

Certo rimane da capire se la capitalizzazione del malessere sociale si tradurrà in un’azione di governo che rispetti le regole democratiche o meno. Tuttavia, al netto che la storia degli ultimi dieci anni dimostra come l’esercizio del potere produca una certa moderazione di questi partiti (si pensi, ad esempio, all’FPO di Jorg Haider), ciò che qui preme sottolineare è che, piaccia o no, l’assoluta novità della premiata ditta LePen&co sta nel metodo: hanno intuito in largo anticipo rispetto alle tradizionali famiglie politiche del Vecchio Continente che l’unica via per adeguarsi alla straordinaria, e senza precedenti, velocità di trasformazione della società post-industriale è quella di liberarsi di ogni vecchia zavorra ideologica.

La cittadinanza in Spagna (2)

Per naturalizzazione. Per quanto concerne la concessione della cittadinanza via naturalizzazione, la norma generale prevede come requisito fondamentale la residenza legale e continuativa nel territorio nazionale per un periodo di 10 anni. Tuttavia sono previste alcune importanti eccezioni:

- per i rifugiati politici: 5 anni di residenza.

- per gli stranieri provenienti dall'America latina o da Andorra, Filippine, Guinea Equatoriale, Portogallo e per i sefarditi (ebrei spagnoli espulsi dal territorio nazionale nel 1492): 2 anni di residenza.

- per coloro che sono nati in Spagna: 1 di residenza.

- per gli stranieri sposati con un cittadino spagnolo da almeno 12 mesi: 1 anno di residenza.

- per coloro che sono, o sono stati, legalmente affidati alla tutela, alla custodia o all'affido di un cittadino o di una istituzione spagnola per due anni consecutivi: 1 anno di residenza.

- per i nati fuori dalla Spagna, ma con un genitore o un nonno che ha avuto, in passato, la cittadinanza spagnola: 1 anno di residenza.

- per coloro che non hanno fatto valere, in passato, il diritto di opzione per la cittadinanza spagnola: 1 anno di residenza.

Lo straniero deve rivolgere la richiesta di cittadinanza al Ministro della Giustizia che può respingerla con decisione motivata per ragioni di ordine pubblico o d'interesse nazionale. In questo caso il richiedente ha il diritto di impugnare l'atto in via amministrativa.
Ai sensi dell'art. 21 del Codice Civile, inoltre, se il richiedente si trova in circostanze eccezionali (circunstancias excepcionales) può ottenere un certificato di cittadinanza (carta de naturaleza) con Decreto Reale.

In base alla legge 17/1999 ,ed alla successiva modifica del 2002, e'' previsto un regime speciale, non menzionato dal Codice civile, per lo straniero che si arruola come militare a tempo determinato con una ferma (compromiso) triennale che consente la concessione del permesso di residenza legale in Spagna. Per coloro che,nel frattempo, hanno fatto domanda di naturalizzazione è contemplata la possibilità del prolungamento della ferma fino alla conclusione dell'iter amministrativo previsto per la concessione dello status civitatis.

“Meglio un’immigrazione scelta che un’immigrazione subita”

"Meglio un'immigrazione scelta che un'immigrazione subita". É questo, in fondo, lo slogan di maggior successo dell'attuale Presidente della Repubblica francese. La novità, però, è un'altra. Nicolas Sarkozy sembra aver individuato l'idealtipo di immigrato. Quello che tutti i paesi vorrebbero ospitare: asiatico, preferibilmente nato in Cina. In occasione del capodanno cinese che coincide con la festa del Tet (celebrata in Vietnam e in Cambogia) Nicolas Sarkozy, per la prima nella storia della Repubblica, ha invitato all'Eliseo i rappresentanti della comunità asiatica d'Oltralpe.

Nel suo discorso, destando lo stupore dei presenti, non ha lesinato elogi nei confronti degli immigrati orientali: "incarnano i valori del lavoro" e "sono molto amati dai francesi". E, non si è trattato certo di una breve parentesi. Il presidente, infatti, non si è limitato a qualche frase per cosi dire di cortesia, ma ha di fatto trasformato il proprio intervento in un vero e proprio omaggio alla comunità asiatica. Spingendosi, addirittura, a definire gli immigrati cinesi un encomiabile "modello di integrazione". Talmente riuscita da poter definire tutti gli asiatici dei cittadini francesi a pieno titolo. Degni di ammirazione per le straordinarie capacità dimostrate, l'innato senso del dovere e del lavoro. Insomma un paradigma da imitare per tutti gli immigrati presenti sul territorio nazionale. Ma, qual'è la ragione di cotanta prostrazione? Non è un azzardo pensare che l'uscita di Sarkozy faccia parte della strategia diplomatica atta a migliorare i rapporti con Pechino, dopo la crisi del 2008.

Quando l'inquilino dell'Eliseo accolse il Dalai Lama con tutti gli onori degni di un Capo di Stato. Non sorprende, allora, che nel corso del suo intervento-elogio il presidente ha tenuto anche ad annunciare la sua presenza a Shanghai il prossimo aprile. Per inaugurare l'Expo universale: "in cui il padiglione della Francia sarà l'emblema del forte legame tra la nostra Repubblica e il popolo cinese". Così d'improvviso, le olimpiadi di Pechino sembrano lontane un secolo. In quell'occasione Sarkozy proclamò a più riprese la volontà di boicottare la cerimonia di apertura in nome e in difesa dei diritti del popolo tibetano. Eppure è passato poco più di un anno. I miracoli della realpolitik.