Le Pen, figlia, spariglia

Marine Le Pen, mission accomplie. Non solo perché è scontato che i ballottaggi del secondo turno elettorale di domenica prossima, 17 giugno, assegneranno al suo Fronte Nazionale un numero di parlamentari che nessuno, fino a ieri, riteneva possibile. Ma, soprattutto, per essere riuscita là dove il padre Jean-Marie aveva, per ottusità, fallito. Sparigliare le carte del sistema politico francese. In tre mosse.

La prima, assai salata, ai danni dall’ex super potente Nicolas Sarkozy. Sloggiato dall’Eliseo per default di tanti suoi ex elettori. Che nelle urne al programma dell’UMP hanno preferito quello rivisto e corretto bleu-Marine. Una dinamica elettorale che riporta alla mente la genialità machiavellica di un altro grande regista dall’arte dello “spariglio” in terra di Francia, François Mitterand. Che trent’anni prima aveva dato spazio all’astro nascente di Le Pen padre per sottrarre voti alla destra gollista.

La seconda, chiarificatrice, ha chiuso i conti con l’inconsistenza verbosa del populismo di sinistra incarnato da Jean-Luc Mèlenchon. Passato alle cronache per la roboante affermazione, nell’occasione rivolta agli odiati cugini socialisti, “meglio essere populisti che opportunisti”. Ma stritolato dalla Le Pen 42 a 21 nella sfida elettorale diretta nel collegio di Hénin-Beaumont.

La terza, di tre giorni fa, ha posto fine alla conventio ad excludendum  del Fronte Nazionale dal sistema politico d’Oltralpe instaurata nel 2002. Quando il candidato socialista Lionel Jospin, scavalcato per il ballottaggio dal vecchio Le Pen, accettò, in nome della difesa democratica, di dare indicazione ai suoi di votare il super moderato Jaques Chirac. Un cordone sanitario anti Le Pen, oggi  Marine, maldestramente e strumentalmente riproposto, sia pure a parti invertite, dai socialisti.  Che i conservatori dell’UMP, a differenza dal passato, hanno decisamente rispedito al mittente. Un no, il loro, dalla molte, potenziali implicazioni e che sarebbe riduttivo catalogare come il niet ritorsivo e nervoso di un partito sconfitto. Non fosse altro perché, in caso contrario, non farebbe che rafforzare agli occhi di un’opinione pubblica impaurita e senza prospettive l’idea di appoggiare l’opa politica anti establishement lanciata dal populismo nuova versione di Marine Le Pen.

Lo sciopero fantasma

É un reato di lesa maestà domandarsi a cosa è servito lo sciopero degli immigrati italiani? Se si mette per un momento da parte la consueta retorica, si può dire che è stato inutile, incomprensibile e, forse, anche controproducente. Per la semplice ragione che rischia di polarizzare le posizioni in campo. Usare un mezzo simile, su questi temi, serve solo a convincere chi è già convinto. E viceversa. Un po' come negli stadi, si fomenta la curva pro-immigrazione. Ma anche quella contro.

La cosa più grave, però, è che in questo modo il nostro paese si cristallizza su una gestione ormai storica del fenomeno migratorio. Quella del giorno per giorno. Dell'emergenza per l'emergenza. E, la sensazione è che siano in molti a trarre vantaggio da questa eterna impasse. Anzi, non è un azzardo sostenere che, in fondo, gli ultras delle due curve facciano parte dello stesso partito. Quello dello status quo. La lobby pro-immigrazione può così continuare a impiegare l'indispensabile manodopera straniera in nero e a bassissimo costo. Mentre i paladini della sicurezza si preoccupano principalmente di cavalcare le paure della gente, con slogan e provvedimenti civetta. Così, secondo un consolidato canovaccio, la politica italiana si limita ad alternare sanatorie e interventi legislativi in nome della sicurezza. Da ultimo, basti pensare alle ronde o al reato penale di clandestinità. Che, per quanto proficui in termini elettorali, non toccano i veri gangli della questione migratoria.

Il risultato? Né in Parlamento, né tanto meno nelle piazze esiste una vera opposizione al partito dello status quo. E i fatti lo dimostrano. Non più di qualche mese fa una maggioranza trasversale ha approvato l'ennesima sanatoria, in questo caso ad hoc, per colf e badanti. Mentre, il dibattito parlamentare sulla riforma della legge sulla cittadinanza si è trasformato nella solita querelle tra pasdaran.

Sottovalutando, in particolare, la necessità di tutelare i bambini nati in Italia da genitori stranieri. Costretti a vivere in un vero e proprio limbo. Intanto, le vere vittime del carnevale dell'immigrazione sono gli stessi lavoratori stranieri e le fasce più povere della popolazione italiana. A questi ultimi occorre dare maggiore attenzione. Il rischio è che trasformino il carnevale in una vera e propria guerra

Immigrazione e carenza di informazione

Americani, europei e italiani hanno poche e frammentate informazioni sugli immigrati. E' questo il risultato più rilevante del Transatlantic Trends sull'immigrazione che, sulla base di un vasto sondaggio demoscopico, registra gli orientamenti dell'opinione pubblica negli Stati Uniti, in Canada, in Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Olanda e Spagna. L'indagine è stata realizzata dal Barrow Cadbury Trust, dalla Bradley Foundation, dalla Compagnia di San Paolo, dalla Fundacion BBVA e dal German Marshall Fund of the United States.

Scorrendo gli esiti della ricerca le sorprese non mancano. Nonostante, infatti, l'attuale grave crisi economica la maggioranza degli intervistati non ritiene che gli immigrati portino via il lavoro ai nazionali né contribuiscono ad abbassare i salari. Così come riguardo all'integrazione la maggioranza concorda che l'immigrazione arricchisce la cultura nazionale e approva le politiche del proprio governo atte a estendere anche agli immigrati regolari l'accesso ai servizi pubblici e il diritto alla partecipazione politica. Gli intervistati, invece, sono divisi sulle ragioni della mancata integrazione degli immigrati. Americani, italiani e francesi ritengono che sia causa delle discriminazioni del paese ospitante; mentre gli altri accusano la scarsa disponibilità degli stessi immigrati.

Particolarmente interessanti le indicazioni che vengono dall'Italia. Tra i paesi oggetto della ricerca, infatti, il nostro è quello in cui la percezione del fenomeno migratorio è la più falsata: gli italiani credono che il numero di immigrati presenti sul territorio nazionale sia quasi quattro volte superiore a quello reale, 6,5% per l'Istat, 23% secondo gli intervistati. Ma le sorprese non finiscono qui.

Il 53% degli italiani esprime un forte dissenso nei confronti delle politiche migratorie del proprio governo e si mostra favorevole a garantire agli immigrati regolari il diritto di voto alle elezioni locali. Mentre, il problema vero è la clandestinità: il 63%, infatti, ritiene che gli immigrati clandestini rappresentino un peso per il sistema dei servizi pubblici nazionali.
Insomma, ancora una volta da questa ricerca emerge quanto sia complesso e articolato il rapporto tra società ospitante e componente immigrata

1) Il neopopulismo europeo al bivio – Jean-Yves Camus

La confusa discussione  seguita ai risultati delle  elezioni  politiche olandesi dello scorso giugno, dove non si è capito bene se l’affermazione del Partito della Libertà di Geert Wilders è stata  “mezza piena o mezza vuota” , ha riproposto come un obbligo quello di aggiornare analisi e diagnosi dei  partiti che, in vario modo ed in diversi paesi, costituiscono o vengono semplicemente tra loro accumunati con il termine di movimenti neopopulisti di destra e/o  xenofobi. Che, come spesso accade per l’eterogenesi dei fini , entrano in seria difficoltà nel momento stesso in cui vedono aumentare  i  consensi ed il loro peso politico.  Che li obbligano ad un bivio: diventare forze di governo o difendere l’immagine di partiti antisistema. Di qui le due domande al centro di questa  inchiesta: a) esiste un fil rouge comune alle formazioni populiste europee?  b) perché alcune, come le meteore, spariscono dopo aver raggiunto il massimo dello splendore,  mentre altre, come ad esempio La Lega in Italia, si parlamentarizzano  trasformandosi in una specie   di moderno catch- all- party del sociale anti- globalizzazione?

Jean-Yves Camus, professore  ricercatore all’Istituto di Relazioni Internazionali e Strategiche di Parigi (IRIS), collaboratore di  “Le Monde Diplomatique”, “Charlie Hebdo", “Proche Orient”, “Rue89”,  è unanimemente riconosciuto come  uno dei massimi e più acuti analisti di quello che grazie ad  una straordinariamente felice espressione ormai  tutti  chiamano  “le populisme alpin” .

1) Perché le formazioni politiche che si dichiarano apertamente  anti-immigrati nascono nelle zone più ricche dove si registra una maggiore domanda di manodopera straniera e non in quelle più povere? Tant’è che lei parla di “populismo alpino” in riferimento ai paesi mitteleuropei, notoriamente tra i più sviluppati d’Europa.

Ho sempre sostenuto l’esistenza di due tipologie di partiti anti-immigrazione: quelli che nascono in un contesto di crisi economica e quelli che, invece, emergono in realtà ricche e prospere. Nel primo caso la recessione produce  malcontento e timori nelle classi sociali che registrano o comunque hanno la percezione una precarizzazione del loro stile di vita. Si tratta generalmente degli strati più popolari della società, che vedono negli immigrati una minaccia o comunque degli ingombranti concorrenti. E dunque auspicano che i meccanismi di solidarietà sociale previsti dalla Stato siano limitati ai soli nazionali.

Nel secondo caso, invece, gli elettori dei partiti cosiddetti populisti fanno il seguente ragionamento: visto che il nostro paese, o la nostra regione, è ricco proteggiamo questa prosperità e riserviamola a beneficio esclusivo degli autoctoni.

In entrambi i casi prevale un diffuso sentimento etnocentrico che produce un rifiuto della società pluriculturale. Occorre aggiungere inoltre le caratteristiche specifiche di determinati paesi e/o regioni: nell’Italia del Nord, il tentativo da parte della Lega Nord di costruire un’entità fittizia, la Padania, che funziona come mito « identitario»; in Carinzia l’incontro/scontro con i vicini slavi del sud e più in generale in Austria, il sentimento di essere stata, nel corso dei secoli, il baluardo europeo contro l’avanzata del mondo ottomano o balcanico.

 

2) Come spiega il fatto che la sinistra europea pur essendo pro-immigrati spesso, a dispetto della vulgata comune, non raccoglie il consenso elettorale di queste fasce della popolazione ?

In realtà non ci sono prove evidenti del fatto che la popolazione di origine straniera vota a sinistra.

Peraltro vale la pena notare che sono pochi gli stati che concedono il diritto di voto agli immigrati extra-comunitari e anche quando questo accade la partecipazione non è mai stata così ingente.

Nel 2006 per le elezioni comunali belghe soltanto il 15,7% dei cittadini di origine non europea sono andati alle urne e il loro voto è stato distribuito tra tutte le formazioni politiche, compresa la destra cristiano-democratica.

Semmai si potrebbe segnalare che i partiti di sinistra candidano più facilmente cittadini di origine non europea. Questo non vuol dire, però, che ne traggano così tanto profitto. In ogni caso, ogni paese fa storia a sé: in Olanda, il voto di queste fasce della popolazione va ai social democratici, così come alle presidenziali francesi del 2007 è andato ai socialisti.

Una quadro che, però, sta cambiando. E le ragioni sono molteplici.

La prima è che i partiti conservatori cominciano a comprendere che bisogna aprirsi alle minoranze, come hanno cominciato a fare l’UMP in Francia e la CDU tedesca.

Inoltre le decisioni di voto non sono determinate dall’appartenenza etnica ma da una sottile combinazione di fattori ideologici e sociologici. Gli immigrati, infatti, tendono a comportarsi in funzione del livello sociale che hanno raggiunto. In sostanza si omologano alle scelte della classe sociale nazionale di riferimento, sia essa la classe media o quella borghese.

Aggiungo che il rapporto tra i musulmani e la sinistra, così criticato, è molto flebile. Se non altro perché i musulmani praticanti, in virtù della propria visione conservatrice, se non reazionaria, della morale e del bene pubblico, preferiscono votare a destra.

Perché la sinistra perde il contatto con gli elettori di origine straniera? Per queste ragioni e in specialmente modo a causa dell’evoluzione sociologica di questa categoria di cittadini. Senza dimenticare la diffusa diffidenza nei confronti delle politiche anti-discriminazione sostenute dalla sinistra. Considerate inefficaci ed espressione di una strumentalizzazione politica degli immigrati. Inoltre per i musulmani sensibili alla causa palestinese i partiti socialdemocratici vengono abitualmente associati al sionismo e a Israele.

 

3) Tracciamo un bilancio della storia degli ultimi dieci anni di quelle formazioni politiche che semplicisticamente vengono definite populiste. Hanno vissuto storie e tragitti politici diversi: alcune sono state meteore altre, invece, si sono “parlamentarizzate”. Quali sono le ragioni di queste differenze?

 

Partiamo da questa premessa. L’esercizio del potere produce allo stesso tempo una certa moderazione di questi partiti e un rallentamento della loro dirompente affermazione. Le FPO, ad esempio, spesso descritto come neonazista, ha attuato una politica strettamente neoliberale. Il Movimento Sociale Italiano è diventato un partito di destra classica, ma non proprio populista. L’UDC svizzero ha dovuto seguire, nel momento in cui Blocher è entrato nel governo, una strategia per certi versi rischiosa. Basata da un lato su una politica moderata nei dicasteri di cui aveva la responsabilità . Dall’altro su un’immagine di partito di opposizione al sistema.

Dal punto di vista strettamente elettorale l’FPO, per esempio, è stata frenata nella sua escalation in quanto i suoi elettori hanno rilevato il gap tra i temi della campagna elettorale e la pratica governativa. Tant’è che l’FPO ha ripreso a crescere nel momento in cui è uscita fuori dalla coalizione di governo.

Perché alcuni partiti hanno successo e altri no? Dipende da molti fattori.

In primis la capacità di rompere con gli stereotipi dell’estrema destra fascista, violenta e anti democratica. A tal proposito sono convinto che è nata una nuova generazione di partiti populisti xenofobi che, pur distaccandosi dall’estrema destra tradizionale, possono essere definiti di  “destra radicale”. Si tratta di partiti che nascono dalla scissione di formazioni politiche di destra conservatrice e/o liberale tradizionale e democratica che combinano nei loro programmi il liberismo economico con una dose di protezionismo. Sono contrari alla globalizzazione liberale e alla costruzione di un’Europa federale (e quindi favorevoli a una Europa delle Nazioni); sono reazionari in tema di morale;  e, dopo l’11 settembre, si caratterizzano per un sentimento xenofobo o comunque antimmigrazione, specie contro i musulmani e l’Islam. L’islamofobia è dunque centrale. Possiamo includere in questa categoria il Partito della Libertà di Geert Wilders nei Paesi Bassi; il Movimento per la Francia di Philippe de Viellirs; L’UDC svizzero e il populismo scandinavo.

Un altro elemento essenziale per il successo è la capacità di professionalizzare l’apparato politico e di adattarsi alle tecniche di comunicazione sia televisive che di internet.  Infine, i partiti che hanno successo sono quelli che riescono a integrarsi a pieno nel mainstream politico.

Ci sono due estreme destre: quella dei gruppetti marginali che vivono di nostalgia e rifiutano la cultura dominante, e quella dei partiti di governo.

 

 

4) Parliamo della Lega Nord. Come giudica l’evoluzione politica della Lega Nord e, soprattutto, non le sembra che rappresenti un esempio di ”parlamentarizzazione” di successo?

 

Sono due gli aspetti che mi sorprendono della Lega: la capacità, unica in Europa, di costruire un mito identitario attorno a un’entità storicamente inesistente, la Padania. La capacità, inoltre, di costruire un apparato politico a partire dal nulla e il fatto di aver conquistato le simpatie e il sostegno di una parte dell’elites economica e sociale del nord, diventando un movimento trans classista. Quanto alla sua attività parlamentare la Lega deve il suo successo al fatto di essere ancorata alla realtà economica e sociale, avendo fatto emergere una generazione di politici  giovani, che hanno rapidamente conquistato città e regioni governandole bene. Ideologicamente, la Lega desta interesse tra quei movimenti emergenti della destra populista europea, come il blocco identitario in Francia. Lontana dalla vecchie maniere dell’estrema destra, il Bloc apprezza della Lega l’esaltazione di un’identità senza radici, il rifiuto del multiculturalismo e dell’immigrazione, specie quella musulmana,  e il fatto di non essere confessionale.

La politica dell’immigrazione la fa il mercato

Più che la politica, è l’economia a dettare le regole dell’immigrazione.  Una verità che trova l’ennesima conferma negli ultimi dati resi noti dall’autorevolissimo Pew Hispanic Center sul numero dei messicani clandestini presenti negli Stati Uniti. Dai quali emerge che nel 2011 il totale degli illegali provenienti dal vicino Messico è sceso a quota 6 milioni contro i 7 del 2007. Il che significa che non solo sono diminuiti gli ingressi annui, ma è anche aumentato il numero di coloro che, pur residenti da lungo tempo negli Usa, hanno deciso di fare rientro in madrepatria.

Una novità assoluta. Visto che nell’ultimo mezzo secolo il saldo migratorio netto Messico-USA aveva conosciuto soltanto il segno positivo. Insomma, l’orda di clandestini messicani che per decenni ha travolto barriere e divieti di ogni tipo, inondando di braccia la ricca economia nordamericana, si è,  di colpo, arrestata. Un fenomeno epocale che, contrariamente a quanto sostenuto da più parti, non dipende dal fattore politico. Leggi restrittive, controlli alle frontiere con tanto di muri e cavi elettrici sono sempre esistiti, ma non hanno mai portato i risultati sperati.

Quali sono  dunque la vere cause di questo rivoluzionario revirement? La prima è di natura squisitamente demografica. Dal 1970 ad oggi il tasso di fertilità in Messico è passato da 6,8 a 2 figli per donna. La seconda, di certo più rilevante, riguarda il fatto che, proprio come qualsiasi attività d’impresa, anche quella dell’immigrazione clandestina segue, bon grè mal grè, pedissequamente le leggi del mercato. Per la semplice ragione che l’immigrato ex-definitione non va dove lo porta il cuore, ma si lascia trascinare esclusivamente dal portafoglio. Di conseguenza, se l’economia tira, la manodopera straniera illegale aumenta. In caso contrario, diminuisce e si  indirizza verso nuove mete. Tant’è che il sogno americano ha perso il suo fascino non solo agli occhi dei messicani, ma in generale di buona parte delle comunità allogene presenti Oltreoceano.

Pare infatti che, come di recente segnalato da un dettagliato reportage del New York Times, persino gli immigrati regolari e altamente qualificati, come gli indiani di seconda generazione sono pronti a fare le valigie per rientrare nella terra patria. A differenza dei genitori, il loro sogno non è più a stelle e strisce.

La cittadinanza nel Regno Unito (4)

Per completare l'analisi della legislazione britannica in materia di cittadinanza occorre soffermarsi, brevemente, sul Borders, Citizenship, Immigration Bill.

La norma prevede varie modifiche al regime vigente, la principale delle quali riguarda il capitolo sull'accesso allo status civitatis per naturalizzazione. Con l'introduzione del concetto di "cittadinanza guadagnata" (earned citizenship), è previsto un sistema a punti che allunga i tempi delle procedure attraverso tre steps obbligati: residenza temporanea, cittadinanza in prova ed, infine, cittadinanza britannica.
In sostanza, dopo 5 anni di regolare residenza nel Regno Unito l'immigrato acquisisce la "cittadinanza in prova" che solo dopo un ulteriore periodo, che varia da 1 a 5 anni, diventa piena. La variabilità di questa fase è subordinata alla positività o meno dei comportamenti del richiedente.

Tant'è vero che volontariato, attivismo civico, politico, sindacale costituiscono i principali modi per velocizzare l'iter. Ulteriori punti possono essere guadagnati da coloro che scelgono la Scozia o altre aree che necessitano di manodopera straniera. Lo stesso vale per chi dimostra particolari capacità artistiche e scientifiche oppure è in possesso di una elevata conoscenza della lingua e della cultura britannica. Da considerare, in ultimo, che per i rifugiati e i parenti di migranti già residenti nel territorio nazionale è previsto un iter agevolato in base alla necessità di protezione ed al tipo di legame familiare. All'opposto, perdono punti i cittadini in prova che assumono atteggiamenti pregiudizievoli per gli interessi della nazione.

Un provvedimento, dunque, non solo complesso, ma di difficile applicazione, destinato a generare non pochi problemi.
In conclusione, la disciplina normativa britannica in materia di cittadinanza è stata oggetto negli ultimi anni di numerose riforme che consentono di parlare oggi, in linea con alcuni paesi europei, di un sistema misto, in cui emergono elementi di convergenza tra il principio dello jus soli e quello dello jus sanguinis.

La cittadinanza nel Regno Unito (3)

Per naturalizzazione. Lo straniero maggiorenne che sposa un cittadino britannico può richiedere la cittadinanza se è stabilito (settled) nel Regno Unito; vi ha vissuto legalmente per almeno 3 anni e non si è allontanato dal paese per più di 270 giorni e per non più di 90 nell'anno precedente la domanda. Il richiedente, inoltre, deve essere sano di mente (sound mind and good character), in regola con il fisco e la giustizia, ed in grado di dimostrare una sufficiente padronanza della lingua inglese, gallese o gaelica scozzese.
Per lo straniero maggiorenne non sposato con un cittadino del Regno Unito sono previsti, invece, requisti più restrittivi. A questo, infatti, è concesso lo status civitatis se:

- è stabilito (settled) nel Regno Unito da almeno 1 anno.
- ha vissuto legalmente nel paese per almeno 5 anni e non si allontanato per più di 450 giorni e per non più di 90 nell'anno precedente la domanda.
- è sano di mente ed è in regola sotto il profilo fiscale e penale.
- dimostra una sufficiente padronanza della lingua inglese, gallese o gaelico scozzese.
- è in grado di superare un test composto da quesiti sulle istituzioni sociali e civili del paese, dimostrando, così, di conoscere i rudimenti della società britannica.

E' prevista, inoltre, a livello locale "la cerimonia della cittadinanza" che prevede la prestazione di un giuramento solenne (Oath and Pledge to the United Kingdom).
Vale la pena di ricordare che ai sensi della legislazione antiterrorismo il Ministero degli Interni (Home Office) può decidere di privare una persona della cittadinanza britannica se responsabile di atti seriamente pregiudizievoli per gli interessi vitali del Regno Unito. Tale potere si aggiunge a quello di revoca della cittadinanza, già previsto in caso di frode, false dichiarazioni, o occultamento di fatti.

Un'ultima osservazione sulla doppia cittadinanza. Nel Regno Unito, a differenza che in Germania, il possesso di una o più altre nazionalità non ha, in linea di principio, alcuna incidenza sulla cittadinanza britannica.

La cittadinanza nel Regno Unito (2)

L'accesso alla cittadinanza britannica può avvenire in quattro modi diversi: per nascita (jus soli); per filiazione (jus sanguinis); per adozione e per naturalizzazione. Quest'ultima sarà analizzata in un successivo articolo.

Per nascita
Si acquisisce la cittadinanza se al momento della nascita uno dei due genitori è cittadino britannico o in possesso dell'Indefinite Leave to Remain (ILR).
In assenza di questi requisiti sono previste due subordinate: in primo luogo, il figlio può richiedere la cittadinanza prima del raggiungimento della maggiore età se successivamente alla sua nascita uno dei due genitori diventa cittadino britannico o acquisisce il "diritto di stabilirsi". Oppure, il minore può fare domanda se ha vissuto nel Regno Unito per i primi 10 anni dopo la nascita, senza essersi allontanato per più di 90 giorni all'anno. Vale la pena di ricordare che prima della Riforma del 1981 la semplice nascita sul territorio nazionale era sufficiente per acquisire la cittadinanza, indipendentemente dallo status dei genitori.

Per filiazione
Acquisiscono la cittadinanza automaticamente i figli, nati all'estero, da almeno un genitore britannico. A condizione che quest'ultimo non l'abbia acquisita per filiazione. Nel qual caso, il genitore ha l'onere di dimostrare di aver vissuto per almeno tre anni nel Regno Unito e deve inoltrare la richiesta di cittadinanza per il neonato entro 12 mesi dalla sua nascita.
Prima della riforma del 1981, invece, la cittadinanza per filiazione era prevista solo nel caso in cui il padre era britannico.

Per adozione
Acquisisce automaticamente la cittadinanza il minore adottato da almeno un genitore britannico se l'atto di adozione è reso esecutivo da una Corte del Regno Unito, delle Isole del Canale o dell'Isola di Man. Condizione vincolante è il rispetto dei requisiti previsti dalla Convenzione dell'Aia del 1993 (Hague Covention on Intercoutry Adoption) sulla tutela dei minori e contro la tratta di essere umani. In alternativa, i genitori possono presentare la richiesta di cittadinanza alle autorità governative prima che il minore abbia raggiunto la maggiore età. Vale la pena di ricordare, infine, che nel caso in cui l'atto di adozione dovesse essere annullato, per vizi formali e/o sostanziali, il minore non perde la cittadinanza.

La cittadinanza nel Regno Unito (1)

Per avere un quadro completo della normativa britannica in materia di cittadinanza è necessario affrontare, seppur sommariamente, il nodo del passato imperiale.
Dopo la Seconda guerra mondiale l'Impero Britannico cesso di esistere, salvo che per 14 Territori d'Oltremare (British Overseas Territories), mentre le restanti ex colonie costituirono il Moderno Commonwealth delle Nazioni, un'organizzazione intergovernativa, composta da 53 Stati indipendenti, Regno Unito incluso.

Nel 1948, con l'approvazione del British Nationality Act, venne introdotto lo status di Citizen of the United Kingdom and Colonies (CUKS) che estendeva ai "sudditi" delle ex-colonie il diritto alla cittadinanza e quello, connesso, di libero ingresso e soggiorno nel Regno Unito.
La situazione cambiò nel 1971 quando, a causa della crisi economica degli anni Settanta e del crescente flusso di immigrati provenienti dall'Asia e dall'Africa, venne approvato l'Immigration Act che, in base al concetto di "patriality", permetteva il libero ingresso ("right of abode") nel territorio nazionale soltanto agli immigrati aventi un "sufficiente legame" con le Isole Britanniche (Regno Unito, Isole del Canale e Isole di Man).

La normativa venne modificata a più riprese, ma fu il British Nationality Act del 1981 a costituire il vero spartiacque nell'evoluzione legislativa della cittadinanza britannica. Il nuovo provvedimento negò sia ai cittadini del Commonwealth che a quelli dei Territori d'Oltremare il diritto di acquisire automaticamente la cittadinanza del Regno Unito.
All'inizio del terzo millennio il Regno Unito, con l'approvazione del British Overseas Territories Act (2002), mantenne invariata la normativa vigente per gli immigrati provenienti dal Commonwealth, mentre reintrodusse per i cittadini dei Territori d'Oltremare il diritto alla cittadinanza britannica, senza vincoli per l'ingresso e il soggiorno.
Fin qui i cenni storici.
Oggi, dunque, la disciplina legislativa in vigore non prevede particolari eccezioni. Salvo quelle, sopraindicate, relative ai cittadini dei Territori d'Oltremare per i quali è previsto un regime speciale.

Si tratta di una legislazione basata in origine sul rigido rispetto dello jus soli, temperato dalla Riforma del 1981 e dalle successive modifiche del 2002 e del 2006 che hanno introdotto tratti di convergenza con quello dello jus sanguinis, al punto da poter parlare oggi, in linea con diversi paesi europei, di un regime misto. Un trend che sembra essere confermato dal nuovo piano sulla cittadinanza approvato lo scorso luglio e che entrerà in vigore tra il 2010 e il 2011. Sul quale ci soffermeremo a margine della nostra analisi.

Immigrazione e false verità

I giovani di fede musulmana residenti in Germania non sono interessati a integrarsi, provano forte avversità per i valori occidentali e tendono ad essere violenti. In apparenza potrebbe sembrare nient'altro che un semplice collage di luoghi comuni. Se non fosse che, invece, è quanto emerge da un recente studio commissionato dal Ministero degli Interni d'Oltrereno. Il quale, inutile dirlo, ha destato un vespaio di polemiche.

Ma i numeri forniti dal report sono realistici? Quello preso in esame, ad esempio, è un campione rappresentativo della comunità islamica tedesca?
Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Riem Spielhaus, ricercatrice alla  Universita di Copenaghen e presso il Centre for European Islamic Thought, nonché autrice del libro “Wer ist hier Muslim?” (Chi è musulmano oggi?), dedicato proprio alla questione dell'identità dei musulmani che vivono in Germania.

“Gli stessi autori indicano che i risultati della ricerca non possono valere a livello generale – ci spiega la dottoressa Spielhaus. Questo significa che lo studio non è rappresentativo di tutti i ragazzi di fede islamica; piuttosto, è significativo come viene posta la domanda sull'integrazione, che può portare a risposte che vanno contro l'integrazione stessa”.

Molti hanno definito “populista” l'interpretazione data dal ministro degli Interni. Qual è la sua opinione in proposito?

“Il ministro Friedrich ha chiaramente usato lo studio per supportare i suoi obiettivi politici; ha interpretato i risultati per farli corrispondere alle linee-guida del suo ministero, in modo che possano legittimare la sua condotta politica. È già la seconda volta, negli ultimi dodici mesi, che gli autori di uno studio si sono discostati dall'interpretazione data dal ministro che l'aveva commissionato; la ricerca è spesso in bilico fra l'autonomia e la dipendenza da interessi politici, ma ritengo che la scienza debba mantenersi indipendente, se vuole fornire dei fatti al pubblico”.

Lei cosa ne pensa di questo studio?
“Che dà molte più informazioni su chi lo ha fatto, invece che sui musulmani che vivono in Germania. Mi spiego meglio: i ragazzi di fede islamica, come chiunque altro, possiedono molteplici identità, che sono flessibili e dipendono dal contesto, che non possono essere definite in maniera univoca. Al contrario, questa pubblicazione ci dice come il Ministero degli Interni vede i giovani musulmani, come si rapporta a loro e quali domande gli pone”.

Esiste il rischio di estremismo islamico in Germania?

“In questo momento, in Germania il pericolo estremista viene soprattutto dalle organizzazioni della destra radicale e neo-nazista, di cui sono stati vittime – negli ultimi anni – molti immigrati e tedeschi di origine straniera”.

Quali misure dovrebbe introdurre il governo, per migliorare l'integrazione?

“Intanto, dovrebbe smettere di pubblicare studi che pretendono di stabilire inequivocabilmente l'identità dei migranti; in secondo luogo, sarebbe importante prendere in considerazione le domande e le richieste che vengono dalle minoranze etniche e religiose, e anche salvaguardare la loro sicurezza. Soprattutto, la Germania dovrebbe considerare se stessa in maniera nuova, con uno spirito che non si basi sulla svalutazione dell'altro e del diverso. Ma per questo non basteranno gli sforzi di un singolo governo”.