Ecco le 20 mappe politicamente scorrette

Un Atlante traccia nuovi confini all'interno dell'Europa. È l'Atlante del Pregiudizio di Yanko Tsvetkov, cartografo e illustratore nato a Varna, Bulgaria, nel 1976 e residente in Spagna. Pubblicato a marzo, raccoglie 20 mappe politicamente scorrette che invitano a riflettere, con ironia, sugli stereotipi bigotti che contraddistinguono il Vecchio Continente.
L'opera arriva dopo “Mapping Sterotypes”, un progetto analogo che l'artista aveva avviato nel 2009 e che aveva riscosso molto successo. Ma stavolta, spiega l'autore, le mappe “offrono una prospettiva persino più profonda ma ugualmente esilarante sulla nostra tendenza interiore a criticare i popoli a caso solo perché qualcuno ci ha convinto che essi odiano la nostra colazione”.

Tsvetkov si diverte così a ridisegnare in modo irriverente le frontiere europee, dal Baltico al Mediterraneo, dall'Oceano Atlantico al Mar Nero, non in base ai confini nazionali ma a seconda dei luoghi comuni. L'Atlante si apre con un'Europa divisa in 3 fasce latitudinali a seconda dell'indole della popolazione: a nord i depressi, al centro i melancolici e a sud gli euforici. La cartina 9 divide il Continente in “sessualmente repressi ” (all'incirca da Parigi in giù) e “emotivamente repressi”, nella cui area Tsvetkov butta tutto il nord Europa. Non mancano le mappe relative al cibo, in cui a tracciare i confini sono lo smodato impiego di patate in una parte d'Europa e di pomodoro nell'altra. O la preferenza accordata a vino, birra o vodka, così come a tè o caffè, olio di oliva o burro: il menu degli stereotipi europei è ricco di dicotomie. Per il cartografo poi c'è un'Europa amica dei gay e una omofoba, una ricca e una povera, una pigra e una che lavora troppo, una cattolica e una protestante, una che mangia mentre cammina e una che si siede a tavola, una religiosa e una atea, una rivoluzionaria e una tradizionalista, una classica e una moderna.

Ma l'Atlante del Pregiudizio contiene molto di più: oltre ai confini, riscrive anche i principali avvenimenti storici, semplificandoli in base ai luoghi comuni. Cristoforo Colombo diventa così uno xenofobo razzista e il sultano Ottomano è ricordato solo per i suoi cappelli ridicoli. Papa Leone III e Carlo Magno hanno avuto una storia d'amore, mentre l'America è stata scoperta da un gruppo di socialisti scandinavi detti Vichinghi. Isabella d'Aragona e Ferdinando erano tanto timorati di Dio quanto incestuosi e Alessandro il Grande ha sempre commesso errori madornali dopo aver dato ascolto alle sue donne.

E se il sindaco di Berlino fosse un palestinese?

Ha 36 anni, abita a Spandau – periferia ovest di Berlino – e il suo primo impiego è stato in una nota catena di fastfood. Si chiama Raed Saleh e potrebbe diventare il primo sindaco di origini straniere della capitale tedesca. Herr Saleh, infatti, è arrivato in Germania dalla Palestina insieme ai suoi genitori, quando era ancora un bambino. La famiglia si è stabilita a Spandau, quartiere ad alta concentrazione di immigrati – e con una percentuale altrettanto elevata di famiglie povere. Come detto, lui ha cominciato servendo hamburger, mentre finiva gli studi superiori e si iscriveva alla facoltà di medicina, poi abbandonata. È entrato nella SPD già nel 1997, nel 2006 è stato eletto al Parlamento cittadino (Berlino è una delle tre città-stato tedesche). Rieletto nel 2011, è stato nominato presidente del gruppo parlamentare socialdemocratico. E ora è fra i nomi che circolano per la candidatura a sindaco nel 2016.

Travolto dallo scandalo aeroporto, infatti, l’attuale primo cittadino Klaus Wowereit non si ricandiderà. Ricordiamo brevemente di cosa si tratta: il Berlin Brandenburg International doveva essere il più moderno scalo d’Europa. La data di apertura era prevista per il 3 giugno 2012, il mega convoglio (mezzi, lavoratori etc.) dal vecchio scalo di Tegel era già pronto per lo switch, le metro della città già annunciavano i collegamenti con la nuova destinazione… ma è stato tutto bloccato. Carenze nella sicurezza hanno fatto slittare l’apertura, ora programmata non prima del 2016. Mentre i costi per mettere a norma il nuovo aeroporto sono cresciuti esponenzialmente. Wowereit è stato investito in pieno dalla tempesta che si è scatenata, perdendo credibilità e fiducia degli elettori.

Dopo oltre 15 anni di “Wowi”, come lo chiama(va)no affettuosamente i berlinesi, nel 2016 la capitale tedesca eleggerà un sindaco diverso – magari poco prima dell’inaugurazione del Berlin Brandenburg International. E il nuovo borgomastro sarà molto probabilmente un socialdemocratico. Nonostante lo straordinario successo elettorale, infatti, la CDU di Angela Merkel non ha mai riscosso consensi sufficienti per mirare alla poltrona di sindaco di Berlino. Nelle fila della SPD, due sono i nomi più probabili alla successione: Jan Stöß e – appunto – Raed Saleh.

Stöß è un personalità dell’ala più di sinistra della SPD, uomo dell’establishment socialdemocratico, presidente della sezione berlinese del partito – che terrà fra poco più di un mese il congresso. Un ruolo che potrebbe facilitarlo nel convincere i suoi colleghi a indicarlo come candidato. Ma, rispetto a Saleh, ha molti meno contatti con l’elettorato. Al contrario, Raed Saleh è ben conosciuto nel suo quartiere, e porta avanti numerosi progetti di integrazione. Potrebbero essere proprio gli immigrati, infatti, la chiave per entrare al Rotes Rathaus, il Comune di Berlino. Coinvolgerli e convincerli a votare è la sfida di Saleh.

Elezioni europee 2014, da Beppe Grillo a Marine Le Pen: quelli che fanno ridere e tremare l’Europa

A poche settimane dalle prossime elezioni europee, un dato è certo: anche se controvoglia, saremo obbligati a fare i conti con i neopopulisti di Marine Le Pen & co. Chi sono e cosa vogliono? Sono antieuropeisti, ma rifiutano Grillo e la destra reazionaria dell’Est Europa. Lottano contro l’Islam e chiedono meno immigrazione. Ma difendono i diritti degli ebrei e degli omosessuali in nome della tolleranza e della tradizione liberale europea. Danno voce a un ceto medio declassato e impaurito che non si sente protetto dai governi. Ecco alcune delle questioni di cui tratta l’ebook Marine Le Pen & Co. Populismi e neopopulismi in Europa, firmato da Guido Bolaffi e Giuseppe Terranova. Con un’intervista esclusiva alla leader del Front National balzata agli onori della cronaca nelle ultime settimane. Una fotografia ravvicinata e aggiornata di un universo che fa tremare mezza Europa. Gli autori non si fermano però alla stretta attualità. Per far capire bene chi sono i neopopulisti, sono risaliti indietro nel tempo. Quando a fine Ottocento il populismo si affacciò per la prima volta sulla scena politica internazionale. Nella Russia degli zar e, pochi anni dopo, nella giovane democrazia americana. Una lontana pagina di storia in cui compaiono personaggi come Lenin e Jenniger Bryan, ma anche un progenitore dei nostri forconi e il Mago di Oz.

C’è chi vive “12 anni schiavo” ancora oggi

L'incoronazione di 12 anni schiavo agli Oscar 2014 come “miglior film” è stata uno schiaffo alle coscienze dalla memoria corta. È questa l'idea di molti critici cinematografici. Secondo i quali la pellicola basata sulla vita di Solomon Northup (il violinista afro-americano che - da libero - nel 1840 venne venduto e costretto alla schiavitù per 12 anni), è un richiamo morale agli anni infami dello schiavismo americano dell'Ottocento. Eppure, anche il tempo in cui viviamo non è esente da questo flagello. Secondo dati dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro, ad esempio, nell'Africa sub-sahariana ancor oggi ci sono circa 3,5 milioni di persone vittime di sfruttamento lavorativo o sessuale.

Per i cultori del cinema, 12 anni schiavo porta alla luce un'onta della storia statunitense. Tuttavia, anche noi europei abbiamo una responsabilità storica su questo fenomeno. Solo per fare un esempio, tra il 1885 e il 1908, sotto il regno di Leopoldo II del Belgio almeno 10milioni di persone furono ridotte in schiavitù e successivamente uccise nella regione del Congo. Uno dei più grandi genocidi della storia moderna. Dopo oltre un secolo (e una serata di gala degli Oscar), ci si interroga nuovamente su un fenomeno tutt'oggi vivo sulla pelle di milioni di individui.

Negli ultimi tre decenni decine di migliaia di sud sudanesi sono stati rapiti e schiavizzati dai vicini settentrionali. Senza numeri ufficiali, si consideri solo che tra il 1983 e il 2002, nella regione del Bahr el Ghazal e nello stato del Warrab decine di migliaia di persone sono state rapite da miliziani Murahaliin. Sono i dati del Sudan Abduction and Slavery Project. Ma se nel Sud Sudan questi crimini sono cominciati a venire alla luce, in altri stati del continente africano la schiavitù moderna gode ancora di una spessa copertura.

Yakin Ertürk, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, ha denunciato in numerose occasioni la pratica diffusa in Ghana di offrire le giovani vergini come “trokosi” (o “offerta agli dei”) per evitare la punizione divina per i reati commessi da un membro della famiglia. Allo stesso modo in Mauritania, l'ultimo paese dell'Africa ad aver abolito la schiavitù, si stima che ancor oggi tra il 10 e il 20% della società sopravvive sotto il giogo della schiavitù.

Regolamentazione della prostituzione, la via italiana

Niente case chiuse né quartieri a luci rosse. La prostituzione sarà possibile in casa, a determinate condizioni, fra cui l’uso obbligatorio del preservativo. Sono solo alcuni dei punti del disegno di legge, presentato oggi in una conferenza stampa al Senato dalla relatrice del testo, Maria Spillabotte, insieme ad altri colleghi senatori. Una proposta di legge trasversale, partita dal Pd ma sottoscritta anche dall’onorevole Alessandra Mussolini.

“Non si tratta di una riapertura delle case chiuse – spiega la senatrice Spillabotte – ma di una regolamentazione della prostituzione. Da un lato, riconoscere diritti e doveri (fra cui pagare le tasse) delle sex workers, dall’altro inasprire le pene per lo sfruttamento e la tratta”. Il disegno di legge prevede il rilascio di un “patentino”, che attesti la negatività di malattie sessualmente trasmettibili, e un versamento alla Camera di commercio: €6mila per poter esercitare a tempo pieno, la metà per il part-time. Un provvedimento necessario contro l'evasione fiscale, visto che è stato stimato fra 5 e 10 miliardi di euro il giro d’affari della prostituzione, alimentato da 9 milioni di clienti e circa 70mila prostitute.

Sarà obbligatorio anche l’uso del preservativo (sarebbe la prima legge in Italia a sancire l’uso del condom), anche se non è chiaro come sarà fatta rispettare la norma. E un certificato di idoneità psicologica. “Strumento fondamentale  per sottrarre le donne alla coercizione – continua la relatrice. Visto che, attraverso il colloquio, lo specialista sarà in grado di capire se la ragazza è costretta a fare la prostituta o se è una sua libera scelta”.

Fin qui le norme che riguardano chi decide volontariamente di vendere il proprio corpo. Diverso è il discorso per le donne vittima di tratta, costrette sul marciapiede dalle organizzazioni criminali. Per gli sfruttatori è previsto un inasprimento delle pene: da 5 a 10 anni per chi costringe alla prostituzione e da 2 a 6 anni per il reclutamento, l’induzione e lo sfruttamento. Il denaro derivante dalle multe e dalla regolarizzazione confluirà in un “fondo sociale”, per la tutela e il recupero delle vittime.

“Una regolamentazione soft”, l’ha definita la vicepresidente del Senato, onorevole Valeria Fedeli. Che esclude la riapertura delle case chiuse e bordelli (come avviene in Germania e Svizzera) o l’istituzione di quartieri a luci rosse. Ma anche il modello francese o svedese, che punisce il cliente che va a prostitute. Un approccio recentemente condiviso dal Parlamento europeo, che ha votato una risoluzione – non vincolante – che invita i paesi membri a seguire questo modello. Resta la domanda: dove potranno esercitare le sex workers? In appartamento, per esempio. Il disegno di legge prevede l’abolizione del reato di favoreggiamento per chi affitta un alloggio a una prostituta. Che quindi – ma solo in forma privata – potranno prendere in affitto degli appartamenti per esercitare il mestiere.

Sfida a colpi di cultura fra Italia e Bulgaria

Nel 2010 a competere furono Germania e Ungheria, poi Finlandia ed Estonia, infine Francia e Slovacchia. Per l’Italia il match è fissato per il 2019 con la Bulgaria. Non si tratta di una competizione sportiva, ma delle nazioni dell’UE in gara per il titolo di “Capitale europea della cultura”.

L’iniziativa ha radici lontane. Fu ideata nel giugno 1985 dai ministri della Cultura pro-tempore greco e francese, Merlina Mercouri e Jacques Lang. La stesura iniziale prevedeva che il riconoscimento andasse alle città d’Europa più meritevoli e interessate allo sviluppo di iniziative in grado di avvicinare i cittadini del Continente alla condivisione di valori comuni. Primo fra tutti, la cultura. Così Ravenna, una delle città candidate per il Bel Paese, incontrerà, sabato prossimo, le quattro città bulgare (Sofia, Plovdiv, Varna e Veliko Tarnovo) che si contendono lo stesso titolo. Un gesto di vero fair play. Visto che la città romagnola è la prima tra le finaliste dello stivale a organizzare un incontro di questo tipo.

“Mosaici”, il nome del progetto presentato dalla città italiana con il patrimonio bizantino più prezioso d’Europa. Una metafora per segnare la volontà di creare un network di conoscenza e condivisione culturale di impronta europea. Ma anche un’occasione per cambiare il volto della città, le abitudini e gli impieghi dei suoi abitanti. Come per i paesi dell'Unione che hanno già ospitato l’iniziativa, infatti, i benefici in termini di sviluppo – turistico e quindi economico – promettono di estendersi all’intera regione Emilia Romagna e a tutte le entità territoriali che collaboreranno a rendere concreta l’iniziativa.

Tanto più che i criteri di selezione per aggiudicarsi il titolo di capitale della cultura nel corso degli anni hanno subito alcune modifiche. Sono sì diventati sempre più stringenti, ma hanno anche garantito una scelta più “meritocratica” basandosi sul coordinamento di idee tese a valorizzare nel miglior modo possibile i territori e le risorse dei paesi ospitanti. Dalla data di istituzione del progetto e fino al 2005, la selezione era attribuita ai ministri della Cultura degli stati UE che si riunivano in appositi Consigli.

Nel 2005, il Parlamento europeo e il Consiglio adottarono una Decisione contenente nuovi requisiti e criteri preselettivi. Nella stessa sede fu definito il programma dei paesi che si sarebbero contesi il riconoscimento dal 2007 al 2019. La Bulgaria fu candidata con riserva. Il paese balcanico la sciolse due anni dopo, quando entrò a far parte dell’Ue a pieno titolo. Dallo scorso primo gennaio sono cadute anche le ultime “barriere” previste dal trattato di adesione che limitavano la libera circolazione dei cittadini bulgari entro i confini europei. Non resta che augurarsi che a vincere sia il migliore. E visto che dal 2011 le città che si aggiudicano il titolo sono due, una per ogni stato in gara, comunque vada sarà un successo.

Dal campo Rom al festival di Berlino: la parabola di Mujić

Fino all’anno scorso Nazif Mujić era un rom che viveva di espedienti per mandare avanti la sua baracca in uno sperduto villaggio della Bosnia. La sua storia, la sua vita cattura però un giorno l’attenzione del noto regista Danis Tanović (già premio oscar per No man’s land), il quale decide di presentarla al grande pubblico girandone un film in concorso al Festival di Berlino 2013. La pellicola, dal titolo An Episode in the Life of an Iron Picker, racconta la quotidiana lotta per la sopravvivenza della famiglia Mujić (che interpreta se stessa).

Tra demolizioni di auto, raccolta del ferro e piccoli lavoretti. L’episodio in questione riguarda la corsa contro il tempo, le ingiustizie sociali (la coppia non ha un’assicurazione sanitaria) e le mille difficoltà che il capofamiglia deve affrontare per trovare i 500 euro necessari a salvare la vita della moglie, costretta a un’operazione chirurgica di rimozione del feto dopo un aborto. La toccante vicenda si guadagna il Gran premio della giuria e Nazif vince incredibilmente l’Orso d’argento come miglior attore protagonista, statuetta che ritira, elegantissimo, durante la premiazione in Germania. Al ritorno nel villaggio bosniaco le scene di giubilo e i festeggiamenti durano giorni interi, in perfetto stile balcanico.

A questo punto Nazif si sente famoso, si aspetta di svoltare e forse sogna una carriera cinematografica. Il film costato poche migliaia di euro comincia infatti a incassare durante le molte proiezioni, anche all’estero, e il regista oltretutto gli promette altre parti. Fin qui tutto bene. Ma le promesse purtroppo rimangono tali, la vita del raccoglitore di ferro è se possibile anche più dura di prima a causa di un infortunio e i sogni di gloria svaniscono immediatamente.

L’uomo decide quindi di tornare in Germania, ma stavolta per ben altri motivi e con nuove speranze. È notizia di pochi giorni fa infatti la sua presenza in un centro per richiedenti asilo a Berlino, con moglie e i tre figli. Le autorità tedesche per ora hanno rifiutato la sua domanda e lui affranto si è detto pronto a restituire il premio, pur di poter restare in terra tedesca. “Sono venuto a Berlino per vivere una vita normale – confessa. In Bosnia Erzegovina credevano avessi parecchi soldi. Effettivamente me li avevano promessi insieme ad un lavoro, una casa e un’educazione per i miei figli. E invece sono stato tradito”. Stando a quanto rivelato, lui e sua moglie avrebbero guadagnato 100 euro al giorno per i 27 giorni di riprese, senza ottenere ulteriori compensi dalle vendite del film.

La recente visita del portavoce del festival di Berlino che si è fatto carico di aiutarlo forse allevierà le sue notti a venire. Ma il tempo stringe, ancora un mese e poi, se la domanda di asilo non verrà accettata, la famiglia Mujić sarà espulsa e costretta a tornare alla fame, alla povertà e alla vita di espedienti nello sperduto villaggio bosniaco.

Scampa la tragedia di Lampedusa, diventa star del rugby

È approdato a Lampedusa appena poche ore prima della tragedia che, lo scorso 3 ottobre, vide naufragare l’imbarcazione che portò alla morte 366 vittime accertate. Il suo nome è Ahmid Salaymana, nato in Ghana 26 anni fa, oggi è un giocatore dell’Amatori Rugby Messina e in riva allo Stretto ci è arrivato al termine di un’odissea che lo ha provato fortemente.

Porta delle cicatrici che non sono visibili sulla pelle: sono solchi profondi che lo hanno segnato nell’animo in modo indelebile. Ferite che, grazie all’aiuto dello sport e di una società come l’Amatori che lo ha tesserato per poter partecipare al campionato Serie B di rugby, diventano un vero e proprio inno alla vita. Un esempio da raccontare. “Sono partito a piedi da casa mia, in Ghana, assieme a mio fratello - ricorda Ahmid, che parla correttamente sia l'inglese che il francese, ripercorrendo l’inferno dei mesi passati. Da lì dopo un viaggio a piedi interminabile siamo arrivati in Libia. Abbiamo svolto dei piccoli lavori per raccogliere i soldi e arrivare in Italia”.

Il barcone stracolmo di duecento immigrati, e con a bordo Ahmid e suo fratello, tocca Lampedusa solo poche ore prima del naufragio del 3 ottobre. Erano tutti africani. “Avevo con me una busta di datteri e ci siamo sfamati con quelli - prosegue Ahmid. Nei quattro giorni e nelle quattro notti di traversata ho visto di tutto: uomini morti annegati dopo essere caduti in mare dal barcone; c’è anche chi non ce l’ha fatta per la troppa fame. Situazioni di disperazione feroce”. Alla fine, Ahmid riesce a giungere nell’isola siciliana. Viene “smistato” al Palanebbiolo di Messina in attesa di conoscere quale sarà il proprio destino. Ed è lì che arriva la svolta. Ahmid che in Ghana giocava a football americano sulla spiaggia del suo villaggio entra in contatto, quasi casualmente, con i vertici della società peloritana che dopo avere ascoltato la sua storia, inoltrano alla Lega - senza esitare un solo istante - la richiesta di tesseramento.

“Per noi, un acquisto che non ci rafforza a livello tecnico bensì a livello umano”, ci dice il presidente dell’Amatori Rugby, Nello Arena. “L’Italia per me è un punto d’arrivo - prosegue Ahmid - e il rugby è stato la mia salvezza. Adesso, dopo l’aiuto che ho ricevuto, voglio però rendermi autonomo anche economicamente: sto svolgendo lavoretti di ricamo e cucito che facevo già in Ghana e continuo a cercare un lavoro più sicuro. Non è facile ma la vita è pronta a riservarti sempre tante cose positive”. Nel frattempo, il fratello 23enne di Ahmid è in un centro d’accoglienza a Caltagirone. “Adesso abito in un appartamento con un inglese e un palermitano e voglio mettermi alle spalle quello che ho vissuto negli ultimi mesi. Mi godo il presente grazie anche ai miei compagni di squadra che ora hanno deciso di farmi lezione di dialetto siciliano”.

Ora sono i bulgari a respingere gli immigrati

A lungo respinti e discriminati da molti stati UE, ora sono i bulgari a vedere l’arrivo di immigrati e rifugiati nel proprio paese come il fumo negli occhi. Al punto che in queste settimane la durissima politica di respingimenti messa in atto dal governo di Sofia ha attirato le critiche delle organizzazioni internazionali che si battono per la tutela dei diritti umani.

Per comprendere cosa sta succedendo oggi ai confini fra Bulgaria e Turchia occorre fare un passo indietro. Nel dicembre 2012, la Grecia ha costruito un muro di 10,6 km – costato circa venti milioni di dollari – proprio lungo la frontiera con la Turchia. E ha cominciato un’opera massiccia di respingimenti di profughi e richiedenti asilo provenienti principalmente dalla Siria. Tale politica di respingimenti è stata documentata anche da un recente rapporto di Pro Asyl, un’organizzazione che fa parte dello European Council on Refugees and Exiles (ECRE). Il risultato? Molti fra i migliaia di profughi che prima entravano in Europa dalla Turchia attraversola Grecia hanno cambiato rotta, e hanno scelto di passare dal confine bulgaro. Ma il governo di Sofia ha reagito e, sebbene ancora non lo abbia ammesso, ha iniziato anch’esso a mettere in atto una spietata politica di respingimenti.

“Da agosto a novembre 2013 – spiega Ileana Savova, direttrice del Programma per i Rifugiati e i Migranti del Comitato di Helsinki nella capitale bulgara – in Bulgaria entravano circa duemila profughi e richiedenti asilo a settimana. A novembre il numero è precipitato a circa cento ogni sette giorni. Ciò è coinciso col dispiegamento di 1400 agenti di polizia al confine conla Turchia. Sebbene il governo neghi che sia in atto un’opera di respingimento alle frontiere, questa è documentata dai fatti”.

Secondo le statistiche ufficiali, nel 2013 la Bulgaria ha ricevuto 9.325 richieste d’asilo, di cui 7.144 sono state prese in carico per iniziare le procedure amministrative. E le condizioni di queste migliaia di persone sono tutto meno che ideali. Fino al 25 gennaio 2014, erano quasi 5mila i richiedenti asilo accolti nei campi per i rifugiati, di cui ben 3.381 provenienti dalla Siria. Sono invece 4.421 i richiedenti asilo che non hanno ricevuto accoglienza e molte migliaia quelli che non si sono fermati nel paese ma hanno proseguito il loro viaggio in Europa.

“Il governo di Sofia – dice la Savova – nega i respingimenti dicendo che i richiedenti asilo possono tranquillamente presentarsi ai punti di confine ufficiali per fare la loro richiesta. Ma è ovvio che ciò è impossibile, perché i trafficanti utilizzano passaggi di frontiera lontani dalle dogane e possibilmente meno controllati dalle forze dell’ordine. Se parliamo poi delle condizioni in cui i richiedenti asilo sono accolti, il sistema è al collasso e l’accoglienza non è assolutamente adeguata: strutture fatiscenti, mancanza di assistenza medica e di cibo, insomma una situazione di emergenza. Forse nei prossimi mesi le cose miglioreranno, bisogna riconoscere al governo che si sta impegnando, ma non è una situazione facile”.

E a confermare le difficoltà della Bulgaria a gestire l’arrivo dei rifugiati e dei richiedenti asilo dalla Turchia è un dibattito, che si è svolto recentemente al Parlamento Europeo, in cui gli eurodeputati e il Commissario agli Affari Interni Cecilia Malmstrom hanno chiesto a Sofia di fare di più nel garantire il rispetto dei diritti fondamentali e condizioni dignitose a chi arriva nel paese. Inoltre, già il 10 gennaio l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR) aveva chiesto agli Stati membri dell’Unione Europea di non rimandare più richiedenti asilo in Bulgaria applicandola Convenzione di Dublino, perché quel paese non poteva garantire condizioni di accoglienza adeguate.

“La nostra prima preoccupazione – conclude la Savova – è il numero di richiedenti asilo non registrati, perché se le pratiche non sono avviate non possono godere dei diritti riservati a chi ha lo status di richiedente asilo. Inoltre vogliamo che il governo dia a tutti i richiedenti asilo informazioni appropriate ed accurate e assistenza legale, in modo che queste migliaia di persone sappiano cosa poter chiedere e cosa aspettarsi. Infine, particolare attenzione deve essere posta nel trattare le centinaia di casi di minori non accompagnati, che devono subito essere messi sotto custodia e godere di tutela giuridica”.

I cinque paesi UE che negano il diritto di voto a chi va all’estero

Sono cinque i paesi dell’Unione Europea i cui cittadini rischiano di perdere il diritto di voto se risiedono all’estero per diverso tempo: Regno Unito, Danimarca, Irlanda, Cipro e Malta. E questo per la Commissione UE non è accettabile perché rappresenta una violazione dei diritti fondamentali di tali cittadini ed è in contrasto col principio della libertà di movimento.

Lo ha detto di recente la vice presidente dell’esecutivo di Bruxelles, nonché commissario alla Giustizia, la lussemburghese Viviane Reding. La Reding ha chiesto ai cinque Stati membri di cambiare le loro leggi per fare in modo che non vi sia questa perdita di un diritto, quale quello al voto attivo, che rappresenta la quintessenza di ogni democrazia. “La perdita di voto da parte dei cittadini di questi paesi, solo perché esercitano la libertà di movimento, rischia di farli diventare cittadini europei di serie B – ha affermato la Reding – e non possiamo permettere che ciò avvenga”.

Nei cinque paesi coinvolti la situazione varia moltissimo: Cipro è il più estremo nel revocare il diritto di voto ai suoi cittadini che non risiedano nell’isola. Basta addirittura che un cipriota viva all’estero per sei mesi prima delle elezioni nazionali perché il governo di Nicosia adotti questa misura così draconiana. Nel Regno Unito, invece, la legge dice che il diritto di voto può essere revocato a un suddito di Sua Maestà non residente in patria per almeno quindici anni. In Danimarca il periodo limite è di due anni, mentre sono diciotto mesi sia in Irlanda che a Malta.

Ci sono poi altri Stati membri che richiedono ai propri cittadini di dimostrare un’interesse attivo nella politica nazionale per non perdere il proprio diritto di voto: l’Austria, ad esempio, chiede ai non residenti di rinnovare periodicamente la loro iscrizione nei registri elettorali. La Germania, invece, chiede ai tedeschi che vivono in un altro paese di dichiarare di essere informati sulla politica nazionale e di esserne comunque interessati.

Quello che chiede la Commissione ai cinque paesi in cui il rischio di perdita del diritto di voto è concreto: in primo luogo che questo non venga revocato ai cittadini che, pur usufruendo della loro libertà di movimento all’interno dell’Unione Europea, si dimostrino interessati a mantenerlo e dichiarino di avere un interesse nella vita politica del proprio paese d’origine, anche attraverso una conferma periodica della loro iscrizione nei registri elettorali. Secondo, che le pratiche per mantenere il diritto di voto possano essere espletate via internet. Infine, che i cittadini vengano informati in tempo, prima delle elezioni nazionali, sulle procedure da seguire per non perdere il loro diritto di voto.