2) C’era una volta il lavoratore ospite

Fra gli immigrati turchi della prima generazione, arrivati in Germania negli anni '60 come gastarbeiter (lavoratori ospiti), c'era anche il padre della signora Yildiz. Nata in un paesino vicino Smirne 56 anni fa, dopo aver passato i primi anni in Turchia, insieme alla madre ha raggiunto il padre a Berlino all' inizio degli anni '70.

“A quel tempo, semplicemente non esisteva una politica d'integrazione, almeno a Berlino – ci racconta. Ricordo che in classe ero l'unica turca; c'erano due alunne jugoslave e una italiana, ma loro parlavano già un po' di tedesco, al contrario di me che partivo completamente da zero. Ero molto infelice allora, non avevo praticamente amici fra i compagni di classe, e volevo solo tornare a casa in Turchia”.

Con tempo e fatica, però, la signora Yildiz ha concluso le scuole dell'obbligo, per poi proseguire i suoi studi come insegnante di asilo nido, fino ad aprire il primo “Kita” bilingue tedesco-turco di Berlino, alla fine degli anni '80.

“Ora sono molto contenta di vivere qua, non tornerei mai a Smirne. Al contrario dei miei figli, che dopo aver studiato qui, vorrebbero trasferirsi in Turchia per iniziare la loro carriera lì. Qui c'è troppa competizione, i giovani sono tutti molto qualificati, e trovare un buon lavoro sarebbe più facile in Turchia”.

Ma si sente più tedesca o più turca?

“Mi sento europea, ma il mio cuore rimane turco. Quello che mi piace in Germania è la sicurezza e l'organizzazione, anche se è stato complicato entrare nella mentalità tedesca. Negli anni '70, quella turca era una comunità completamente separata dai tedeschi, non c'era nessun tipo di contatto. Ora è cambiato”.

Ed è cambiato anche il tipo di emigrazione dalla Turchia alla Germania.

“Prima si veniva qua come 'lavoratori ospiti', quindi nessuno pensava di rimanere, anche se poi per molti è andata così. Adesso, i giovani turchi vengono qua per studiare e condurre una vita migliore che in patria”.

Qual è la difficoltà più grande che ha dovuto affrontare?

“Certamente, il fatto di essere considerata 'diversa', 'particolare'. A Berlino il discorso non vale, è una città talmente internazionale che nessuno fa caso a come ti vesti; ma nelle località più piccole della Germania, dove vivono alcuni miei parenti, le donne con il velo, per esempio, erano considerate 'strane'. Oltretutto, noi emigrati abbiamo mantenuto maggiormente le tradizioni, quasi per il timore di smarrire la nostra identità culturale; al giorno d'oggi, comunque, c'è molta meno distanza fra turchi e tedeschi. Tempo fa ho assistito a una scena veramente surreale: dei giovani della NDP (il partito di estrema destra, Ndr) che dopo una manifestazione sono andati a mangiare un kebab”.

Così poca distanza che un marito tedesco andrebbe bene per sua figlia?

“Abbiamo già parenti tedeschi nella nostra famiglia – risponde la signora Yildiz ridendo. Quindi accetteremmo volentieri un genero tedesco”.

Meindert Fennema: “La novità Wilders”

Con la pubblicazione di “The Sorcerer’s Apprentice” Meindert Fennema ha conquistato la ribalta mediatica come biografo del tanto discusso leader del Partito della Libertà olandese Geert Wilders. Direttore dell’Istituto di ricerca sull’immigrazione dell’Università di Amsterdam e storico esponente dei Verdi olandesi, il Professor Fennema offre ai nostri lettori un’interpretazione precisa e soprattutto fuori dagli schemi del fenomeno Wilders e più in generale del controverso rapporto tra welfare e immigrazione nel vecchio continente.

 

1) Nel suo bestseller “The Sorcerer’s Apprentice” lei ha criticato l’establishment politico olandese per aver sottovalutato i problemi reali posti dal partito di Geert Wilders. In particolare ha segnalato che tanto l’integrazione degli immigrati, quanto la sostenibilità del sistema di welfare rappresenta un problema per buona parte degli stati europei. Com’è possibile, allora, conciliare Welfare e immigrazione nel prossimo futuro?

 

Si tratta di un problema a dir poco complesso. Se non altro perché è evidente che il sistema di welfare deve necessariamente fare riferimento a una comunità economica, morale e politica ben definita, con rigide e severe regole che stabiliscono chi ne fa parte e chi no. In un sistema, invece, come quello attuale che prevede meno controlli alle frontiere, è indispensabile che anche il welfare venga ridisegnato in modo diverso da come l’abbiamo conosciuto. In altre parole deve essere più flessibile.

2) Il Welfare rappresenta ancora un tema attorno al quale s’organizza la dicotomia politica destra-sinistra? Se non è così, quali sono oggi i temi su cui si contrappongono gli schieramenti politici?

Il punto è che la sinistra non si è mai preoccupata di prestare attenzione al rapporto intricato e complesso tra welfare e immigrazione.

3) Se è vero che l’immigrazione rappresenta un vero e proprio problema per il welfare europeo, quali sono le soluzioni proposti da Geert Wilders?

 

Bloccare i flussi migratori, qui ed ora!

4) Lei pensa che si possa tracciare un paragone tra l’attuale crisi delle tradizionali formazioni europee e quella che si registrò negli ’20 e ’30 del secolo scorso?

 

Certamente sì. Ma non è nè utile né costruttivo farlo.

 

5) Tornando a Wilders, come vede il prosieguo della sua carriera politica? La parlamentarizzazione in atto del suo partito rischia di creare problemi al PVV o viceversa rappresenta un’occasione per innovare il sistema politico olandese?

 

Si tratta di una domanda viziata da pregiudizi: la carriera di Geert Wilders si è sempre svolta nel solco delle istituzioni parlamentari nel rispetto delle regole democratiche. Semmai sono stati i suoi avversari a prediligere le attività extra-parlamentari, fino a giungere all’uso della violenza, come dimostra l’omicidio di Theo Van Gogh.

 

Per un pugno di voti

Dire no, in via preventiva ed assoluta, alla possibilità che i figli degli immigrati, nati in Italia, possano diventare nostri concittadini di diritto e non solo di fatto, è come volere fermare l’acqua pendente. Un niet faticoso, costoso e, soprattutto, inutile. Tanto più se pronunciato dai più tenaci e testardi paladini della riforma costituzionale che, da pochi anni, ha introdotto l’accesso automatico alla cittadinanza del Bel Paese per i lontani discendenti della vecchia emigrazione italiana all’estero. Che da noi non hanno mai pagato le tasse, non hanno fatto il servizio militare quando era obbligatorio e, nella stragrande maggioranza dei casi, non parlano più neppure la nostra lingua. Condizioni opposte a quelle dei piccoli delle famiglie immigrate che, con quelli italiani, condividono i banchi di scuola, tifano per la stessa squadra, parlano, molti a fatica, lo stesso idioma e, soprattutto, vivranno qui il loro futuro. Un rifiuto che fa a pugni con la storia e che il tempo, dunque, si incaricherà di giustiziare. Ma poiché nella vita di un paese non è indifferente se una riforma si fa prima o dopo, anche nel caso in questione più che alzare la voce è fondamentale riuscire a decifrare argomenti ed obbiettivi di una chiusura all’apparenza puramente e semplicemente irragionevole. Come testimoniano le argomentazioni, per molti aspetti illuminanti, usate dall’on. Bricolo, capo gruppo dei deputati della Lega, per motivare il no del suo partito: si comincia con il diritto di cittadinanza ai figli degli immigrati ma il vero obbiettivo è quello del voto loro ai genitori. Non usa le parole brutali della xenofobia razzista d’antan. Ma allude. Evocando scenari tanto futuribili quanto minacciosi. Sta qui la novità del messaggio. Sapendo bene l’”inspendibilità” politica, anche tra i più oltranzisti militanti della sua parte, di una pura e semplice negazione etnica alla parità di diritti,  usa, invece,  una retorica argomentativa tipica del neopopulismo contemporaneo. Che consiste nell’uso subliminale della paura legata all’ingombrante fantasma dell’immigrazione per catturare il consenso “irrazionale” dei settori economicamente e culturalmente meno protetti della popolazione. Uno spazio sociale che gli amici degli immigrati non possono, però, continuare a snobbare e lasciare in mano ai loro avversari.

1) Gastarbeiter bye bye

Cinquant’anni fa nasceva in Germania la politica dei gastarbeiter che ha influenzato le politiche migratorie europee fino ai giorni nostri. L’immigrato arriva e se ne va. Non diventa cittadino, ma rimane pure e semplice manodopera temporanea. Si trasferisce da solo, senza famiglia nel paese ospitante perché tanto dopo pochi anni ritorna in madrepatria. Peccato che a distanza di mezzo secolo la storia ha del tutto smentito questa teoria. Era l'inizio di novembre del 1961, infatti, quando il governo tedesco dell'ovest – dopo aver sottoscritto dei patti simili con Italia e Grecia – aprì le sue frontiere anche agli immigrati turchi. Che nonostante fossero considerati “lavoratori ospiti” hanno messo le radici Oltrereno e la stragrande maggioranza ha acquisito lo status civitatis.

La recente visita del Primo Ministro turco Erdogan a Berlino proprio per celebrare l’accordo del 1961 è stata l’occasione per riaprire le polemiche, in realtà mai sedate, sull’integrazione degli immigrati provenienti dall’ex impero Ottomano in Germania.

Erdogan ha puntato il dito contro il sistema educativo tedesco (“il turco dovrebbe essere insegnato nelle scuole elementari, come madrelingua per gli immigrati”) e contro le politiche in tema di immigrazione, criticando la prevista introduzione di test linguistici per le donne che vogliono effettuare il ricongiungimento familiare con i mariti in Germania (“quale lingua parla l'amore?”) e la mancata possibilità di ottenere la doppia cittadinanza.

Da parte sua, la Merkel ha preferito glissare, limitandosi a ribadire che è la cancelliera anche di tutti i turchi di Germania. A rispondere, invece, è stato il ministro dell'interno Friedrich: l'esponente dell'esecutivo cristiano-liberale ha escluso qualsiasi ipotesi di doppia cittadinanza, e ha ribadito l'assoluta priorità dell'insegnamento del tedesco, chiave per l'affermazione in qualsiasi campo della vita.

La storia di questi 50 anni di immigrazione turca è ben raccontata dal libro Auf Zeit. Für immer (“Per poco tempo. Per sempre”), edito dalla Bundeszentrale für politische Bildung; le due curatrici, Jeannette Goddar e Dorte Huneke, hanno intervistato quattordici migranti – soprattutto di prima generazione – riportando i ricordi, i sogni e le speranze di persone che sono arrivate in Germania in giovane età, e che sono a rimasti a viverci per decenni.

Uomini e donne che hanno vissuto in una sorta di “limbo” identitario: dai tedeschi venivano chiamati Gastarbeiter, “lavoratori ospiti”. Nello stesso periodo, la parola turca Gurbet (“terra lontana, straniera”) venne cominciata a usare come sinonimo per Germania. Nella loro patria, i turchi di Germania diventarono così Gurbeçti, “gli appartenenti a una terra straniera”.

“Se a quel tempo qualcuno mi avesse domandato, 'ti senti turco o tedesco?', avrei risposto senza esitazione: 'mi sento turco!'”, racconta Mesut Ergün, un attivista di sinistra che decise di emigrare in Germania nel '69, in seguito all'escalation delle violenze politiche nel suo paese. Nel 2007, insieme alla moglie Ingrid, è tornato sul Bosforo per aprire un albergo. “In ogni caso – continua – i rapporti con i tedeschi non sono più come se fossi straniero: ho una compagna tedesca, a Francoforte mi sono ben integrato, avevo amici e clienti tedeschi”.

D'altra parte, la Repubblica Federale non rappresentò solo la meta dei Gastarbeiter, ma anche di tutti coloro che in Turchia non potevano vivere in libertà: attivisti politici, curdi, o i membri della comunità greca. È il caso di Eva e Sokrates Saroglu, scappati da Istanbul negli anni '60: “La nostra città non esiste più, siamo stati lontano troppo tempo”, dice Sokrates, ricordando il primo viaggio in Turchia da Berlino, nel 1992. “´Quello che è certo, è che in Germania non siamo più ospiti”.

Anche noi di West siamo andati a parlare con uno dei migranti della prima generazione: una signora turca, arrivata a Berlino Ovest nei primi anni '70 quando era una bambina, che ci racconterà la sua storia nei prossimi numeri.

2) Test di cittadinanza – Ines Michalowski

L’inchiesta di West sui test di cittadinanza in vigore a livello europeo si conclude con questa seconda parte dell’intervista a Ines Michalowski. Con il suo intervento, la ricercatrice del Social Science Research Center Berlin, offre ai nostri lettori maggiore chiarezza su un tema complesso e dibattutto.

Qual è la sua opinione sui test di cittadinanza? E, soprattutto, quali sono gli stati europei in cui hanno avuto maggior successo?

La risposta dipende molto da cosa si intende per “successo”. Se con questo intendiamo che ad ottenere la cittadinanza siano  soltanto gli immigrati realmente interessati e meritevoli, si può dire che (anche se il numero di naturalizzazioni diminuisce a causa delle prove), i test sono davvero utili perché permettono di selezione come nuovi cittadini per così dire  i “più adeguati”.

Per altri, invece, si può parlare di successo solo quando si registra un’elevata percentuale di idonei al test e parallelamente un tasso piuttosto stabile di naturalizzazioni, perché questo significa che le prove non ostacolano la possibilità di ottenere lo status civitatis.

Inoltre, secondo alcuni il successo dipende dalla capacità dei test di misurare la preparazione e soprattutto, la qualità dei futuri cittadini. Il che significa ad esempio misurare se chi ottiene la cittadinanza sia, ad esempio, più predisposto ad essere politicamente attivo visto che grazie alle prove conosce meglio il sistema politico del paese ospitante.

Purtroppo la verità è che è difficile condurre un’analisi comparata tra chi ha superato i test e chi no. In sintesi, è impossibile rispondere alla domanda iniziale.

 

È possibile sostenere che i test di cittadinanza siano un mezzo illiberale per raggiungere un fine liberale?

Come ha più volte sostenuto Christian Joppke una democrazia liberale può introdurre i test senza per questo violare i principi fondamentali che la caratterizzano.

Chi critica questo strumento sottolinea spesso che si tratta di una procedura obbligatoria per chiunque voglia ottenere la cittadinanza, rendendo ben più complicata la procedura per ottenere lo status civitatis e imponendo ai richiedenti l’obbligo di studiare argomenti ai quali non sono interessati. Infine, secondo i più scettici si tratterebbe di una vera e propria forma di assimilazionismo culturale.

Andiamo per ordine. Se è vero che a volte i test complicano realmente la possibilità di ottenere la cittadinanza, è altrettanto vero che non si tratta certo di una regola generale. Per fare un esempio, i dati sul test di cittadinanza introdotto nel settembre del 2008 in Germania dimostrano che in media più del 90% dei candidati lo supera. Anche se una percentuale così alta può far pensare che a provare i test siano solo coloro che si sentono sicuri di superarlo, uno sguardo ai dati aggregati sui tassi di naturalizzazione dimostra che sono diminuiti nell’anno in cui il test è stato introdotto per aumentare nuovamente negli anni successivi. Come dire che le prove possono scoraggiare gli interessati a chiedere la cittadinanza, ma si tratta di un fenomeno tutt’altro che permanente.

A questo occorre aggiungere che è vero che i test obbligano a studiare materia che possono non interessare, ma questo vale, ad esempio, anche per le prove delle patente.

Infine, per quanto riguarda l’accusa che i test sono una forma di assimilazionismo culturale, bisogna dire che si tratta di un argomento piuttosto dibattuto, ma se guardiamo ai test in vigore in cinque stati (Germania, Olanda, Austria, Gran Bretagna, USA) ci accorgiamo che fatta eccezione per l’Olanda che prevede quesiti relative a norme sociali (l'istruzione dei figli, la religione etc), negli altri casi è evidente che non vengono trattati temi sensibili che potrebbero essere associabili a forma di assimilazionismo culturale.

 

Com’è possibile sottoporre il medesimo test a persone che presentano non poche diversità: giovani, anziani, soggetti con diversi livelli di istruzione, persone diversamente abili?

Molti paesi prevedono eccezioni proprio per soggetti con disabilità o per gli anziani.

Per quanto riguarda, invece, il livello di istruzione è vero che i test non prevedono particolari eccezioni per chi ha un basso livello se non bassissimo di istruzione. Nel caso della Germania, però, le autorità hanno tenuto a precisare che i test sono stati formulati per essere superati per chi ha un livello di preparazione equivalente a quello di un bambino di 9 anni. Questo implica che un cittadino medio tedesco sia in grado di superare il test. Anche se è altrettanto vero che molti cittadini non sarebbero in grado di superare le prove perché non hanno mai studiato quelle nozioni o più semplicemnte le hanno dimenticate. Cosa che vale sia per gli autoctoni che per i naturalizzati.

Ciò detto, come ribadito in precedenza, il carattere selettivo dei test di cittadinanza non può essere negato.

I test di cittadinanza prevedono soltanto domande relative al contesto nazionale o fanno riferimento anche alle istituzioni europee?

Principalmente si focalizzano su aspetti pertamente nazionali, ma spesso, seppur in modalità diverse, fanno anche riferimento alla storia dell’UE se non addirittura a quella degli altri stai membri.




Vedi anche:



1) Test di cittadinanza – Ines Michalowski




1) Test di cittadinanza – Ines Michalowski

La recente introduzione in molti stati europei dei test sulla cittadinanza per gli immigrati ha destato non poche polemiche e controversie. Di cosa si tratta? Può un semplice questionario stabilire se un immigrato è idoneo a ottenere lo status civitatis? E, soprattutto, parliamo di un mezzo illiberale per raggiungere un fine liberale?
In questa selva oscura, ricca di dubbi e incertezze, dove prevale un diffuso senso di confusione, sarà Ines Michalowski a farci da Virgilio con un’intervista che pubblichiamo a partire da oggi in due puntate. Ricercatrice presso il Social Science Research Center Berlin, Michalowski ha dedicato la sua attività accademica a tutte le problematiche connesse alla concessione della cittadinanza nei diversi paesi europei e non solo, pubblicando numerosi articoli, saggi e volumi sul tema.


1) Quali sono gli stati europei in cui è in vigore il test di cittadinanza?

Gli ultimi dati disponibili risalgono al 2006 (MIPEX – Migration Integration Policy Index).
Su 25 paesi membri dell’Ue, 11 stati avevano adottato il test di cittadinanza nel 2006.
Fra questi la maggiore parte aveva optato per delle prove scritte ( Austria, Danimarca, Estonia, Gran Bretagna, Germania, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi), mentre Grecia, Ungheria e Spagna per quelle orali.
Vale la pena di notare che per quanto riguarda Gran Bretagna e Francia il rapporto presenta alcune imprecisioni. A dispetto di quanto indicato nell’indice MIPEX, infatti, la Gran Bretagna non prevede una prova orale, bensì via computer che evidentemente richiede conoscenze di lingua scritta. Quanto alla Francia, invece, il rapporto parla della presenza di un test orale. In realtà il ministero dell’Istruzione d’Oltralpe non ha mai pubblicato istruzioni in merito. Di conseguenza i test in Francia esistono solo formalmente. Come d’altronde, ha confermato la Sous-Direction de l’accés à la nationalité di Rezé.
In ogni caso, per aver un quadro completo e aggiornato sugli attuali 27 stati membri bisogna aspettare la pubblicazione dell’indice MIPEX 2010.

2) Quali sono gli aspetti in comune e quali, invece, le differenze tra i test di cittadinanza in vigore nei diversi stati europei?

Naturalmente esistono vari metodi di comparazione. Generalmente, è possibile prendere in considerazione due fattori principali: quello formale e quello sostanziale.
Quanto al primo aspetto si registrano importanti differenze a livello europeo. Oltre al fatto che alcuni stati adottano prove scritte, mentre altri solo quelle orali, la vera differenza riguarda il fatto che alcuni paesi hanno reso pubblici i questionari ( e le relative risposte corrette), mentre altri non l’hanno fatto. A quest’ultima categoria sono ascrivibili i Paesi Bassi e la Gran Bretagna. Da notare, però, che mentre il governo inglese ha messo almeno a disposizione un campione di 97 domande utile agli interessati per esercitarsi, nei Paesi Bassi questo non è affatto previsto.
Quanto agli stati che, invece, hanno reso pubblici i questionari (e le relative risposte corrette), si rileva comunque una certa eterogeneità. L’Austria, ad esempio, ha pubblicato un campione di 90 domande, contro le 300 della Germania. Così come varia e non poco il numero di quesiti ai quali rispondere: 18 in Austria, ad esempio, mentre 33 in Germnia. E ancora il tempo a disposizione per rispondere è piuttosto variabile: 2 ore in Austria, 1 ora in Germania).
Allo stesso tempo il numero di risposte necessarie a superare il test dipende da paese a paese: 9/12 in Austria, contro le 18 della Germania). Senza dimenticare un fattore tutt’altro che secondario, il costo per fare le prove. In Germania bastano 25 euro, nei Paesi Bassi ben 230.
Fin qui le diversità di carattere formale. Quanto ai contenuti, invece, si registrano altrettante differenze. Sotto questo punto di vista, ad esempio, un’analisi comparata tra Austria, Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna e Paesi Bassi, ha rilevato una certa omogeneità dei test adottati nei primi tre stati che dove prevalgono in particolare i seguenti temi: politica, democrazia, storia e stato nazione. Mentre nel test inglese e in quello olandese sono i quesiti di natura più pratica ad avere maggior spazio: welfare (ad esempio nel caso olandese sono previste domande sul funzionamento del sistema sanitari etc), servizi pubblici e così via.
Un altro aspetto, invece, distingue i test in vigore negli Stati Uniti, in Germania, in Austria e Gran Bretagna da quello adottato in Olanda. Infatti, il test olandese prevede anche quesiti per così dire riferiti a norme sociali, mentre negli altri quattro casi non si rilevano mai domande di questo genere (come ad esempio l’educazione dei figli, il matrimonio, la famiglia) e più in generale i questionari sono sempre e solo riferiti ad aspetti regolati dalla legge.

TEST DI CITTADINANZA








































































































































































































ORALE SCRITTO NON IN VIGORE DATI NON DISPONIBILI
AUSTRIA

X


BELGIO
BULGARIA
CIPRO
REP. CECA
DANIMARCA

X


ESTONIA

X


FINLANDIA
FRANCIA°
GERMANIA

X


GRECIA

X


IRLANDA
ITALIA
LETTONIA

X


LITUANIA

X


LUSSEMBURGO
MALTA
PAESI BASSI

X


POLONIA
PORTOGALLO
REGNO UNITO°°

X


ROMANIA
SLOVACCHIA
SLOVENIA
SPAGNA

X


SVEZIA
UNGHERIA

X



Fonte: www.west-info.eu su elaborazione dati MIPEX 2006.
° Come ha giustamente rilevato Ines Michalowski, a dispetto di quanto sostenuto dall’indice MIPEX 2006, i test di cittadinanza in Francia non sono ad oggi in vigore.
°° Come ha giustamente rilevato Ines Michalowski, a dispetto di quanto sostenuto dall’indice MIPEX 2006, il Regno Unito prevede un test di cittadinanza via computer che implica una conoscenza della lingua scritta e non di quella orale.

Il bivio dell’American dream

Con il Dream Act firmato sabato scorso dal governatore Jerry Brown, che consente agli studenti stranieri più meritevoli di usufruire, pur se irregolari, delle borse di studio pubbliche, la California prende posizione nel duro braccio di ferro sull’immigrazione. Che da anni paralizza e divide l’America. Ma nella direzione opposta a quella conservatrice scelta a catena, sulla scia dell’ ”apripista” Arizona, dalla Geogia, dall’Utah, dall’Indiana, dalla South Caroline e, per ultima dall’Alabama. Non c’é dubbio, però, che la scesa in campo dell’Orange County, lo stato più popoloso e ricco del paese a stelle e strisce, rappresenta, a questo punto della vicenda, un salto di qualità. Un vero e proprio punto di svolta. In primo luogo perché determina un’accelerazione dello scontro politico su uno dei temi chiave della campagna presidenziale del prossimo anno. Sul quale, é certo, che  il Congresso non ha né il tempo né la forza di prendere la pur minima decisione. Superando lo stallo in cui versa ormai da anni ed al quale sono in molti ad avere pagato pegno, compreso il « falco » George W. Bush. Con la conseguenza, qui il secondo aspetto del problema, che più della contrapposizione, in qualche modo scontata, tra i due schieramenti tra loro in competizione, sono soprattutto quelle interne ai due schieramenti che rappresentano ormai il vero rompicapo di tutta la vicenda. Come testimonia, ad esempio,  l’ondata di reprimende piovute, nelle ultime settimane, sul governatore repubblicano del Texas, Rick Perry, colpevole, agli occhi di molti membri del suo stesso partito, di aver dichiarato la sua non contrarietà al Dream Act voluto dal collega della California. Ma é soprattutto l’asimmetria tra la incapacità/impossibilità a decidere di “quelli di Washington” ed il protagonismo “decisionista” dei singoli stati, suggellato dall’asso pigliatutto californiano, che carica questo ennesimo capitolo della ormai lunga storia  dell’immigrazione made in USA di conseguenze istituzionali potenzialmente esplosive. Quasi a voler tornare a prima del 1875, quando la Corte Suprema aveva stabilito, con la storica sentenza n. 275, che l’immigration andava delegata all’eslusiva competenza del governo federale e non più , come invece era avvenuto fino a quel momento, a quella dei singoli stati dell’Unione.

La Grecia fa i conti con la cittadinanza

Rischiano di rimanere delusi gli immigrati di seconda generazione che speravano di acquisire la cittadinanza greca in modo più semplice e veloce.

La riforma, sottoposta ieri al dibattito parlamentare, presenta delle norme più restrittive rispetto al disegno di legge iniziale. Il governo socialista, infatti, dopo una fase di consultazioni pubbliche, ha deciso di introdurre delle variazioni sostanziali atte ad irrigidire alcune parti del nuovo provvedimento. Così gli stranieri nati sul territorio greco potranno richiedere la cittadinanza solo se entrambi i genitori risiedono legalmente nel territorio nazionale da almeno cinque anni. In base alla proposta iniziale, invece, era sufficiente che uno dei due genitori rispettasse i requisiti predetti. Inoltre, il richiedente, prima di ottenere lo status civitatis, dovrà dimostrare di aver frequentato per almeno 6 anni la scuola dell'obbligo. Inizialmente, invece, ne bastavano 3. A questo occorre aggiungere l'onere di presentare tre lettere di referenze di cittadini greci. La nuova riforma, infine, prevede che dopo aver acquisito la cittadinanza è possibile ottenere il diritto di voto alle elezioni locali solo se si è in grado di dimostrare una buona padronanza della lingua greca. Secondo il Ministro dell'Interno il provvedimento permetterà ad almeno 250.000 stranieri di iscriversi, dopo aver acquisito lo status civitatis, nei registri elettorali.

Eppure, nonostante le modifiche, in senso restrittivo, adottate rispetto al disegno di legge iniziale il partito conservatore, New Democracy, continua a criticare aspramente la nuova riforma, definendola fin troppo morbida nei confronti dei nuovi arrivati. " Le modifiche non rappresentano altro che l'introduzione, in gran ritardo, di quello che nel resto d'Europa è una normalità da molti anni", ha tenuto a precisare Panos Panayiotopoulos, portavocce del partito conservatore . Al contrario, invece, gli esponenti della Chiesa nazionale hanno sottolineato che il provvidemento non sarà affatto utile a risolvere i veri problemi dell'immigrazione perchè"non si occupa in modo serio del fenomeno migratorio, sottovaluta la sensibilità e le problematiche dei nuovi arrivati e non prende in considerazione le possibili ripercussioni sull'intera popolazione".

Il rompicapo dei minori clandestini

La gestione dei minori stranieri non accompagnati suscita forti tensioni in Francia. In protesta contro il Ministero di Giustizia, accusato di non fare abbastanza per affrontare il problema, il dipartimento della Seine-Saint-Denis, al nord di Parigi, si rifiuta dall’inizio di settembre di accogliere nelle sue strutture i piccoli che gli sono affidati dai servizi giudiziari. Al dilà dello scontro politico, l’episodio evidenzia due problemi generali che riguardano tutto il Vecchio Continente. Il primo, non é vero, come accadeva fino a qualche anno fa, che si tratta di un fenomeno tipico dell’Europa mediterranea. Secondo, in assenza di una legislazione ad hoc gli stati UE sono di fatto impotenti. Visto che i minori stranieri non accompagnati non possono essere rimpatriati, ma allo stesso tempo non possono, per ovvie ragioni, essere trattati alla stregua degli altri richidenti asilo. Senza contare il rilevante ruolo che la criminalità organizzata gioca in questa partita. Non foss’altro perché é difficile credere che un minorenne riesca ad arrivare dall’Afghanistan all’Europa senza alcun aiuto.

Non deve sorprendere dunque che di fatto, sia a livello nazionale che europeo, non esistono cifre ufficiali sulla loro presenza. L’Europa accoglierebbe oggi 100 000 minori stranieri non accompagnati: molti si trovano nel Sud del continente (in Italia erano 4 700 a metà del 2010 mentre 6 500 erano accolti in Spagna nel 2007), 4 200 erano recensiti in Gran Bretagna nel 2009. La Francia, che oggi ospiterebbe circa 6 000 mineurs étrangers isolés (Mie), è del resto considerata solo una tappa del viaggio che porta verso il Regno Unito. Si stima che nel 2009, 2 500 giovani siano transitati dal dipartimento Pas-de-Calais, nel tentativo di imbarcarsi sui traghetti che attraversano la Manica. Due terzi dei minori stranieri si trovano in compenso fra Parigi e la vicina Seine-Saint-Denis. Che protesta contro il guardasigilli Michel Mercier, perché oltre ad essere una delle zone più depresse del paese, é anche la sede dell’aeroporto internazionale di Roissy “Charles de Gaulle”, principale porta di ingresso dei minori in Francia. Secondo le stime delle ONG, nella zona di attesa dello scalo sono transitati 637 minori nel 2010. Quanto alla situazione nella capitale francese, 70 milioni di euro sono stati spesi lo scorso anno per occuparsi di 1 600 minori non accompagnati - erano 700 nel 2008 - nell’ambito dell’Aide sociale à l’enfance (aiuto sociale all’infanzia, a carico dei dipartimenti dal 1986). Si tratta in particolare di giovani afgani, che stazionano fra Gare du Nord e Gare de l’Est, in attesa che i passeurs trovino loro un passaggio a caro prezzo verso nord. In risposta, sempre più posti letto vengono creati all’interno di strutture di accoglienza (Maisons du jeune réfugié, Cellule d'accueil des mineurs isolés étrangers...). E si cerca di migliorare il coordinamento fra stato, dipartimenti e attori sul terreno, come raccomandava Isabelle Debré nell’ultimo rapporto parlamentare realizzato al riguardo, nel maggio del 2010. Il muro contro muro che va in scena in questo momento in Seine-Sainte-Denis mostra che c’è ancora molto da fare...

La Francia torna a dividersi sui Rom

Ad un anno dalle dure critiche rivolte alla politica di espulsioni dei Rom messa in atto dal governo Sarkozy, la commissaria europea alla Giustizia, diritti fondamentali e cittadinanza Viviane Reding torna sull’argomento. L’occasione è una conferenza organizzata a Parigi da SciencePo e dal think-tank Notre Europe di fronte ad una platea internazionale di giovani studenti. Rispondendo ad una domanda del pubblico, la commissaria riconosce amaramente: “Combattere per i diritti dei Rom non fa certo vincere le elezioni”. Ma saluta allo stesso tempo gli sforzi fatti dalla Francia per integrare nella legislazione nazionale alcune norme del diritto europeo a tutela delle minoranze etniche. “Un paese ha il diritto di espellere un individuo per aver commesso un crimine. puntualizza Viviane Reding. Quello che non può fare è invece stigmatizzare e minacciare di espulsione un intero gruppo etnico”.

Parole misurate ed in punta di diritto che assumono tutto il loro valore se lette in relazione alle recenti esternazioni di Claude Guéant, ministro dell’interno transalpino. Pochi giorni fa quest’ultimo ha lanciato una vasta offensiva contro quella da lui definita “delinquenza rumena”. Di fronte ai giornalisti, l’ex-prefetto e braccio destro del presidente Sarkozy ha in effetti agitato statistiche allarmanti secondo cui un imputato su dieci a comparire davanti al tribunale di Parigi è di nazionalità rumena. Viviane Reding non commenta queste cifre, ma preferisce, come già in passate occasioni, ricordarne altre: “I Rom sono dieci milioni di cittadini europei che vivono in condizioni di povertà grave. Solo il 42% dei bambini Rom frequenta la scuola primaria, il che significa che il 58% non avrà alcuna chance nella propria vita!”. Per porre rimedio a questa che definisce “una tragedia”, la commissaria ricorda di aver chiesto ad ogni Stato membro di elaborare una strategia dettagliata. Dopo aver analizzato le soluzioni proposte, la commissaria conta sottometterle al voto del Parlamento Europeo nella primavera del 2012. Quanto alla Francia, Viviane Reding attende di leggere le misure che il governo vorrà eventualmente approvare e di osservarne la messa in atto prima di pronunciarsi nel merito. Ma avverte: “In caso di non conformità al diritto Europeo, la commissione può chiedere delle modifiche oppure portare le Stato membro davanti alla Corte Europea di Giustizia”. Alla vigilia di una campagna elettorale che si annuncia tutta in salita, Nicolas Sarkozy è avvertito: tentativi maldestri di sottrarre consensi all’estrema destra del Front National mostrando la faccia feroce ai Rom rischiano di esporlo ad un ulteriore richiamo di Bruxelles.