Le immigrate fulcro della famiglia

Le donne immigrate devono superare ostacoli formidabili quando mettono piede negli Stati Uniti. Ma la loro determinazione a tenere unita la famiglia le aiuta a superarne molti. Una verita' messa in luce, tra molte altre ,da una recente indagine condotta per conto di New Media America da Sergio Bendixen che il 5 giugno ha organizzato al Hyatt Regency Hotel un forum sul tema " Le donne che cambiano il volto dell' immigrazione e dell'informazione ".

Odette Keeley, capo del personale della NAM, immigrata dalle Filippine nove anni fa, ha detto le donne stanno cambiando a casa e sul posto di lavoro. Meredith Megaw Greene, responsabile della comunicazione del Comitato per la protezione dei giornalisti, ha sottolineato gli sforzi fatti dalla sua organizzazione per far conoscere all'opinione pubblica l'arresto subito nell'esercizio della loro professione da due giornalisti della Corea del Nord e dall' iraniano- americana Roxanna Saperi. Da parte di Megaw e' stato fatto notare che se e' vero che le minacce nei confronti delle giornaliste non sono molto diverse da quelle rivolte ai loro colleghi maschi, c'e' pero' da tenere presente che le prime devono fare anche i conti con pesanti tabù culturali e con il rischio di ricatti sessuali . Bendixen da parte sua ha fatto notare che una delle maggiori difficolta' delle donne immigrate appena arrivate è la lingua. Soprattutto per quelle che provengono dai settori sociali piu' poveri. Con l'aggravante che molte non hanno diritto alle cure sanitarie.

Stanno qui le ragioni fondamentali del loro faccia a faccia con le discriminazioni di genere. "Ma dopo 10 o 15 anni di vita negli Stati Uniti queste donne sono in grado di liberarsi ", di alzare la testa e di assumere un ruolo: innovativo nella gestione delle loro famiglie . "Tenerle unite" ha affermato Bendixen "diventa l'obbiettivo della loro vita", per raggiungere il quale sono disposte a tutto. E per prima cosa spingono i mariti a chiedere la cittadinanza. "C'e' niente di piu' americano in tutto ciò?" si è chiesta Bendixen . Le donne che sono state costrette a lasciare i loro figli alle spalle in patria, quando la migrazione verso gli Stati Uniti in generale riuscire a portare i loro figli più di cinque anni, il sondaggio mostra. Coloro che devono affrontare l'espulsione, prendere i loro figli tornare con loro. Del 90 per cento delle donne migranti intervistati, il 30 per cento erano privi di documenti. Quasi tutte le donne intervistate ha dichiarato che le loro famiglie sono state intatto, il loro vivere con loro mariti ei loro figli erano nati qui, o vivere con loro negli Stati Uniti.

Un luogo comune da sfatare

Nell'immaginario comune prevale tendenzialmente la rappresentazione dell'immigrato come il più povero fra i poveri. Una convinzione spesso costruita e avallata dalle informazioni parziali che l'opinione pubblica riceve dai mass media. In sostanza, si sottovaluta che il migrante si lascia alle spalle migliaia di connazionali che per molteplici ragioni non hanno la possibilità di allontanarsi dal paese di origine. Chi vive in condizioni di estrema indigenza, infatti, non emigra e, spesso, ed è questo l'aspetto più interessante, neanche sogna di farlo perché troppo impegnato in una lotta quotidiana per la sopravvivenza.

La conferma viene dall'annuale pubblicazione dello Human Development Report realizzato dall'agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo - Undp -. Il rapporto, infatti, dimostra, opportunamente supportato da dati e statistiche, che la stragrande maggioranza dei migranti sparsi in giro per il mondo aveva in madrepatria non solo uno status economico superiore alla media, ma anche un maggiore livello di istruzione. Standard di vita che riguardano evidentemente una ristretta cerchia di individui, mentre i più poveri fra i poveri non sono in grado di affrontare gli elevati costi economici del viaggio e del primo soggiorno.

Tant'è vero che, prosegue il rapporto, negli ultimi cinquant'anni la percentuale di migranti internazionali si è costantemente attestata attorno al 3% dell'intera popolazione mondiale. Un dato rilevante se si pensa ai molteplici fattori che negli ultimi decenni hanno favorito i movimenti di popolazione: il boom demografico dei paesi in via di sviluppo e parallelamente l'invecchiamento di quelli industrializzati; il sorgere di nuovi mezzi di comunicazione; la riduzione dei costi di trasporto e tutte le innovazioni introdotte dalla globalizzazione.
Ecco perché, nonostante i ripetuti allarmismi sulla presunta invasione di orde di disperati pronti a varcare le nostre frontiere, a ben guardare i migranti internazionali si attestano intorno ai 200 milioni e soltanto il 37% di questi migra dai paesi in via di sviluppo a quelli industrializzati, i restanti, invece, prediligono le migrazioni Sud-Sud. Mentre sono addirittura 740 milioni quelli che partecipano alle migrazioni interne al proprio stesso paese.
Proviamo a riassumere. Non esiste una correlazione diretta tra povertà estrema e migrazioni. Anzi, soltanto una ristretta cerchia di individui, i meno poveri fra i poveri, riesce ad emigrare.

Il kebab e la pizza sono parenti?

Il kebab e la pizza sono parenti? Una domanda a dir poco intrigante se si pensa che il cibo, proprio come la coca-cola o una minigonna, rappresenta spesso una chiave di lettura dei cambiamenti socio-culturali ben più efficace di uno studio o di una blasonata ricerca accademica. Specie in materia di immigrazione.

Non è forse vero che la prima ondata di emigranti italiani veniva generalmente definita "piza e mandolino"? In tono sprezzante certo, ma anche per la qualità dell'alimento in questione. Tant'è che in pochi anni la pizza, poco costosa e di facile consumo, si è diffusa ed è stata imitata in ogni parte del globo. Al punto da essere ancora oggi l'alimento più multiculturale al mondo. E il kebab? A distanza di pochi anni la storia si ripete. I "kebabbari", in rapida espansione nelle nostre città, non sono poi così diversi dai pizzaioli italiani sparsi nei cinque continenti. E, le ragioni del successo sono sempre le stesse. Aperti a tutte le ore, pochi scontrini, qualche carenza igienica, ma anche un prodotto appetitoso che toglie la fame a buon prezzo. Così, persino chi non vede di buon occhio l'immigrato musulmano non resiste al fascino multisensoriale del kebab. E, l'estasi è tale da far sparire le scritte in arabo incise nella maiolica che, in ogni "kebbabaro" che si rispetti, inneggiano ad Allah. Quando la "carne che gira" si ferma l'incantesimo si rompe e tutti son pronti a riprendere la crociata quotidiana contro l'immigrato. É soltanto uno dei tanti paradossi che l'incontro-scontro con lo straniero genera. Come dimostra lo straordinario successo di tutti gli alimenti halal. Prodotti e confezionati nel rispetto dei dettami dell'Islam.

Nel 2012 il fatturato del settore è destinato a superare la ragguardevole cifra di 9 miliardi di euro. Confermando un incremento delle vendite che dal 1998 viaggia al ritmo del 15% annuo. Un business che non poteva certo sfuggire alle grandi multinazionali occidentali. Come la Nestlé. Che ha deciso di dedicare una linea di produzione agli alimenti amati dai musulmani proprio a Wangen. La cittadina svizzera culla del recente movimento referendario contro la costruzione di nuovi minareti.

3) Il neopopulismo europeo al bivio – GIAN ENRICO RUSCONI

L’inchiesta di West sul neopopulismo europeo continua con questa intervista al Prof. Gian Enrico Rusconi. Già Direttore dell’Istituto storico italo-germanico di Trento e Visiting Professor presso l’Università di Berlino, editorialista di diversi quotidiani nazionali, è docente di Scienza Politica presso l’Università di Torino. Rusconi è considerato uno dei più importanti storici e politologi italiani.

 

 

1) Perché le formazioni politiche che si dichiarano apertamente  anti-immigrati nascono nelle zone più ricche dove si registra una maggiore domanda di manodopera straniera e non in quelle più povere? Tant’è che si parla “populismo alpino” in riferimento ai paesi mitteleuropei che notoriamente sono tra i più sviluppati d’Europa.

Credo che la domanda vada formulata in modo diverso. Nelle zone più ricche  c’è  maggiore possibilità di articolare pubblicamente, giornalisticamente , l’ ostilità contro l’immigrazione. Di legittimarla politicamente. Nelle zone più arretrate tale ostilità rimane in uno stadio più istintivo e immediato, per così dire. Forse che nel Meridione d’Italia non ci sono brutali sentimenti  anti-immigrazione? Ma quando questi esplodono vengono subito patologizzati o ricollegati alla criminalità organizzata. Nelle zone ricche invece, dove assumono la forma del “populismo alpino” ad esempio, tali sentimenti pretendono e ottengono una “dignità” sociologica e culturale che mobilita gli analisti.

In compenso si usa il concetto di populismo come un dato di fatto autoevidente, salvo applicarlo a fenomeni molto eterogenei. Non a caso in Italia si parla di populismo leghista ma anche di populismo berlusconiano. “ Sono due cose diverse “ – si dirà. Appunto. Ma la differenza è data soltanto dalla questione dell’immigrazione, rispetto alla quale il berlusconismo non a caso è reticente se messo a confronto con il leghismo?

In realtà ciò che accomuna il leghismo e il berlusconisnmo è proprio l’enfasi sul “popolo” – inteso dal primo come popolo etnico padano e dal secondo come  popolo-degli-elettori berlusconiani. In entrambi i casi c’ è una sottile presa di distanza dal popolo inteso nel senso della cittadinanza costituzionale così come si è espressa ( o meglio era sottintesa ) sinora, bene o male,  nella vita politica italiana.

2) L’immigrazione, come tutti i fenomeni di modernizzazione, produce tensioni e paure nella società. In particolar modo, le fasce più deboli si sentono minacciate dai nuovi arrivati. Come spiega il fatto che la sinistra europea, che tendenzialmente si dichiara  pro-immigrati, perde il contatto proprio con queste fasce della popolazione che per molti anni hanno rappresentato una parte importante del proprio elettorato?

Non esiste più  una “sinistra europea”  nel senso sotteso dalla domanda. La sinistra si è autoconvinta di essere pro-immigrazione per ragioni ideali storiche (sinceramente condivise) senza capire che lo status dell’immigrato, nonostante gli indicatori materiali, non è assimilabile  ( o succedaneo) a quello del proletariato tradizionale. Tant’è vero che quando riesce a far votare gli immigrati ( a livello locale amministrativo) la sinistra ottiene assai meno consensi di quanto si attendeva.

Ma soprattutto la sinistra non riesce a capacitarsi come mai lavoratori autoctoni di regioni culturalmente e politicamente avanzate ( dove un tempo essa era influente) ora votano Lega o comunque sono molto freddi verso le politiche di sostegno dell’immigrazione proposte dalla sinistra.

E’ un problema serio, soprattutto perché è reso complicato dalla interferenza di motivazioni  religiose che la sinistra, con il suo laicismo, sia pure illuminato, fa fatica a capire. Con la conseguenza che essa stessa non è capita né dagli immigrati (islamici innanzitutto) ai quali è sostanzialmente estraneo il concetto di laicità né dal “popolo cristiano” quale viene riscoperto in chiave identitaria presuntivamente religiosa ( tipica è l’idea del crocifisso come simbolo culturale occidentale). In compenso è stupefacente come vengano tollerate le provocazioni della Lega contro la religione islamica, ,o meglio contro le sue necessità espressive esteriori, percepite come “offensive” per l’identità popolare “italiana” ( si noti la disinvoltura con cui in questo caso la “italianità storica” viene restaurata a dispetto della Padania). Credo che qui le analisi socio-economiche servono molto poco.

Il discorso si allarga al ruolo impacciato della Chiesa italiana, che è rigorosa in linea di principio nella difesa di tutte le libertà religiose  ma nel contempo è timorosa di perdere consenso presso il suo “popolo” .

3) Tracciamo un bilancio della storia degli ultimi dieci anni di quelle formazioni politiche che semplicisticamente vengono definite populiste. Hanno vissuto storie e tragitti politici diversi: alcune sono state meteore altre, invece, si sono “parlamentarizzate”. Quali sono le ragioni di queste differenze? E, a tal proposito, non crede che Lega Nord rappresenti un esempio di “parlamentarizzazione di successo”?

La “parlamentarizzazione” del populismo ( nel senso detto sopra) è il fenomeno più interessante in Europa, che riporta ancora una volta alla esemplarità del caso italiano.

La Lega si parlamentarizza, nel senso che valorizza con successo all’interno del parlamento il suo peso elettorale, approfittando dell’alleanza strategica con il berlusconismo ( uso intenzionalmente questa espressione per segnalare che – a tutt’oggi – la persona di Berlusconi è insostituibile come collante di forze politiche che, pur considerandosi tutte di centro-destra, tendono al loro interno ad essere competitive sino alla paralisi) . Di più: tra i due leader “populisti” , Bossi e Berlusconi, c’è una grande sintonia personale nella insofferenza verso le regole parlamentari vigenti.  Si badi: non si tratta affatto di tendenze autoritarie, neofasciste, come a torto per anni la sinistra ( e molti intellettuali) ha denunciato.

Non è facile trovare un concetto che identifichi con precisione questo orientamento. Si potrebbe parlare semplicemente di tendenza “presidenzialista”, se in ogni forma di populismo non fosse presente una sorta di culto del capo che va ben al di là della formula costituzionale presidenziale.

Insomma nella combinazione tra parlamentarizzazione e presidenzialismo si giocherà il futuro del populismo europeo e italiano in particolare.




Vedi anche:



1) Il neopopulismo europeo al bivio – Jean-Yves Camus







2) Il neopopulismo europeo al bivio – DOMENICO FISICHELLA




Prostituta contraddice una ministra

Sulla levata di scudi delle prostitute francesi contro il disegno di legge annunciato dalla ministra delle Pari Opportunità Najat Villaud-Belkacem, la cosa migliore da fare ci è sembrata di sentire una delle dirette interessate: Pia Covre. Leader delle sex workers italiane e fondatrice del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute.

Non le sembra strano che contro la prostituzione sia proprio un governo di sinistra a minacciare il pugno di ferro?
"L'iniziativa è di una singola ministra, dopodiché è nato un dibattito tra i socialisti e mi pare che alcuni di loro siano assolutamente contrari. Comunque può accadere, ed è accaduto in Italia, che alcune amministrazioni di centrosinistra diventino proibizioniste o abolizioniste nei riguardi della prostituzione per colpire il mondo che si muove alle sue spalle e che è, ad esempio, quello dell’immigrazione".

Come mai molte femministe hanno plaudito alla proposta di Najat Villaud-Belkacem?


Ci sono movimenti “istituzionalizzati” che lottano per l’autodeterminazione delle donne, quando però l’autodeterminazione le porta ad avere comportamenti sessuali che a loro non piacciono allora non va più bene. Credo invece che essere femminista voglia dire riconoscere davvero diritti e libertà alle donne, soprattutto quella di autodeterminazione, che viene prima di tutte. Negarla, in qualsiasi campo della vita, significa comportarsi esattamente come chi vorrebbe le donne sottomesse, come in una forma di patriarcato. O vogliamo forse passare dal patriarcato al matriarcato?”

Detto ciò, non le pare che parliamo di una battaglia d’altri tempi, come se ancora non esistesse il mercato del sesso via web?


“La questione non è dove si svolge la prostituzione né il tipo di lotta, i proibizionisti proveranno a combatterla anche su internet. Ragionano ancora con i vecchi modelli e propongono una legge per impedire la prostituzione in strada, poi si accorgeranno che abbiamo già i condomini pieni…non hanno idea di quello che fanno perché in realtà non conoscono il fenomeno. Si accorgeranno che ci sono i club, i centri massaggi, le saune e di volta in volta dovranno cercare nuovi mezzi di contrasto. Certo non basta fare una legge tout court, anche se quella svedese (che punisce i clienti ndr) lo è: non si può comprare sesso”.

E quali risultati ha dato?
“La prostituzione si è in parte ridotta nei primi due anni. Secondo polizia e servizi sanitari quella di strada si sarebbe dimezzata. Nel 2003 è stata effettuata una prima analisi dai norvegesi, che prima di applicare questa legge volevano capire se funzionasse, e l’esito è stato negativo. Nel 2010 è stato realizzato un rapporto ufficiale, ma evidentemente non avevano ancora dati e hanno usato quelli falsi di un’associazione che si occupa di traffico di esseri umani, la notizia è apparsa sui giornali e si sono dovuti scusare pubblicamente. La verità è che una valutazione reale non è fattibile”.

Perché?
“Si tratta di un reato difficile da provare, dal 1999 al 2003 c’è stata una sola condanna e anche dopo se ne sono contate pochissime. E poi non è vero che questa legge non coinvolge le prostitute, che invece sono trascinate nei processi come testimoni con gravi rischi anche per la privacy. Ma forse l’impianto proibizionista inizia a scricchiolare, è di pochi giorni fa la notizia che il parlamento avrebbe approvato una deroga all’esclusione delle lavoratrici del sesso dalla copertura del servizio sanitario in caso di mancanza di lavoro per malattia, non essendo il loro considerato un lavoro ma un crimine. Probabilmente iniziano a rendersi conto di non poter conciliare questa legge con altre norme. La cosa più stupida è fare delle leggi che non sono applicabili e ciò accade puntualmente con la prostituzione”.

Come mai?
“Perché hanno origine da posizioni ideologiche, questioni di principio, dichiarazioni morali ed emotive, ma finiscono per schiantarsi contro una realtà del tutto diversa: i desideri degli uomini e delle donne, i loro bisogni… Per alcuni la prostituzione è un atto gravissimo, per altri invece è accettabile e assolutamente normale.

E come si risolve il problema del ricatto o dello sfruttamento delle sex workers?


“Eliminando la condizione di illegalità. Non si possono lasciare le persone in balìa della criminalità, costrette a pagare il pizzo o tre volte l’affitto di un appartamento. Solo in un sistema in cui questa attività è legale e non illecita diventa possibile difendersi, avere dei diritti, battersi contro la violenza e i ricatti”.

Senza contare che il mercato legale della prostituzione sarebbe piuttosto redditizio…


“Non migliorerebbe però gli incassi delle sex workers. In un sistema illegale si paga la protezione al mercato nero, in un mercato legale si pagano invece dei servizi regolari che in Germania e in Olanda si aggirano intorno al 50 per cento dei guadagni. Per una donna può sembrare indifferente, tuttavia in un contesto di legalità le sarebbero riconosciuti dei diritti dal punto di vista sanitario, previdenziale, oltre a condizioni di lavoro dignitose. E poi non sarebbe trattata come una pseudocriminale. E’ questa la differenza”.

Usano gli immigrati per fare cassa

Anche il governo Monti scivola sull’immigrazione. Con l’aggravante che coglie l’occasione del recepimento di una norma comunitaria per appiccicare in un codicillo il francobollo di un male nazionale: quello delle sanatorie di massa a ripetizione. Trasformando così l’Europa da scudo a pretesto.

Partiamo dai fatti. Lo scorso venerdì, con un decreto legislativo, il Consiglio dei Ministri ha recepito la direttiva europea 52/2009 contro lo sfruttamento di manodopera immigrata irregolare. La quale prevede due principali novità che nel nostro paese sono diventate tre. La prima, l’immigrato illegale vittima di grave sfruttamento che denuncia il suo datore di lavoro ha diritto ad un permesso di soggiorno della durata di sei mesi. La seconda, sanzioni amministrative e penali più severe per chi assume “braccia” straniere clandestine. La terza, specificità tutta italica, è stata tecnicamente definita “ravvedimento operoso”. Che, fortemente voluta dal limpido ministro per l’integrazione Andrea Riccardi, offre agli imprenditori che impiegano clandestini una sorta di vero e proprio salvacondotto. Che consiste nella possibilità di autodenunciarsi per sanare, pagando una irrisoria ammenda, la propria posizione e quella dei loro dipendenti. Una mossa illegittima e impropria.

Illegittima perché ammorbidisce fino al punto di svuotare la reale applicazione della direttiva europea. Che su questo fronte parla chiaro: “gli stati membri sono liberi di adottare o mantenere sanzioni e norme più severe…”. Non più soft come abbiamo fatto noi.
Impropria in ragione del fatto che, in nome dei vincoli imposti da Bruxelles, dà il via libera mascherato all’ennesima regolarizzazione nel nostro paese. Sospetto quest’ultimo confermato dall’inusitata celerità con la quale, in una fase in cui le priorità sono ben altre, l’esecutivo dei professori ha deciso di adottare un provvedimento che peraltro introduce pochissime novità nel nostro ordinamento. Visto che in Italia da oltre mezzo secolo è vietato l’impiego di lavoratori non in regola e in particolare dal 2001, con la Bossi-Fini, l’assunzione di un dipendente privo di permesso soggiorno è sanzionata con tre mesi di carcere e fino a 5 mila euro di ammenda.

Baguette francese, fornaio tunisino

Per i francesi, si sa, quello della baguette é un vero e proprio rito quotidiano. Corta, media, lunga, poco importa. Cio’ che conta é averla ogni giorno sotto braccio. Rigidamente senza confezione. Pochi sanno, pero’, che la produzione e la vendita di questo feticcio della cucina d’Oltralpe é sempre più nelle mani di immigrati maghrebini. Soprattutto tunisini. Al punto che tra i panettieri dell’Esagono quelli di origine straniera sono ormai la maggioranza. Caso esemplare quello del dipartimento della Seine Saint-Denis, nei pressi di Parigi, dove rappresentano addirittura il 65% del totale.

Un fenomeno tanto più significativo se si pensa che questi nuovi imprenditori fornai sono riusciti ad imporsi in un paese che nel settore ha una lunghissima e consolidata tradizione nazionale. Riuscendo così ad avere successo  in un’impresa, per molti aspetti, più ardua di quella affrontata da tanti immigrati italiani. Che da decenni vendono gelati e spaghetti laddove sono introvabili: Germania e Stati Uniti in primis.

Una piccola novità che dà la cifra di come cambia il volto dell’immigrazione in Europa. Più che semplice manovalanza, infatti, i nuovi arrivati sono sempre più self made man. E woman. Uomini e donne che investono su se stessi facendo impresa. Tant'è che ormai non é un azzardo sostenere che anche nel nostro continente l’ethnic business é una vera e propria realtà con la quale occorre fare i conti. Come confermano i dati resi noti dalle Camere di Commercio dei principali paese europei. Dai quali emerge che negli ultimi anni a fronte di un costante calo delle aziende con un titolare autoctono, aumentano significativamente quelle guidate da immigrati. In Germania sono già 700.000, in Italia 650.000, in Francia 400.000, in Olanda 190.000 e in Belgio 90 mila. E contrariamente a quanto si possa immaginare, non operano soltanto nel settore della ristorazione e della vendita al dettaglio. Ma anche in quello immobiliare; dei servizi di trasporto, deposito e comunicazione; delle costruzioni e dell’intermediazione finanziaria.

É questa l’altra faccia dell’immigrazione nel Vecchio Continente. Fatta di iniziativa, idee e per dirla con Richard Florida creatività. Una ricetta vincente non solo per gli immigrati, ma anche per l’economia dello stato ospitante. Visto che, oltre a creare sviluppo, questi nuovi business man possono rappresentare uno strategico trait d’union tra vecchi e nuovi imprenditori.

Corsi di francese per i genitori di alunni immigrati

In Francia, a Nantes, le scuole aprono le porte ai genitori degli studenti stranieri. Una via alternativa e innovativa per tentare di istaurare un rapporto di maggiore collaborazione tra le famiglie e gli istituti scolastici.

L'iniziativa rientra nel progetto sperimentale "Aprire la scuola ai genitori" lanciato a livello nazionale dai ministeri della Pubblica Istruzione e dell'Immigrazione. L'obiettivo principale è quello di favorire l'integrazione delle famiglie immigrate, mettendole in grado di seguire il percorso formativo dei figli. In sostanza, la proposta prevede l'stituzione di corsi gratuiti di francese per tutti i genitori degli studenti nati all'estero. Peraltro, la quantità di ore e la relativa distribuzione nel corso della settimana sono molto flessibili. Così da soddisfare le esigenze di chi lavora.

Certo le difficoltà non mancano. Non è affatto facile relazionarsi con culture e livelli di istruzione alquanto eterogenei. Molti genitori, infatti, vengono dall'Est, altri dal Maghreb o dall'Africa Sub-sahariana. Al di là delle evidenti difficoltà, la proposta ha, però, il merito di preoccuparsi di un problema grave e destinato ad accentuarsi. Sono numerosi, infatti, gli immigrati analfabeti o comunque con una conoscenza molto limitata della lingua francese.

Questo evidentemente impedisce loro di occuparsi dell'andamento scolastico dei propri figli. Dal canto loro, le autorità francesi sembrano piuttosto ottimiste sull'esito positivo del progetto. Ad oggi, infatti, gli istituti che lo hanno sperimentato registrano un'elevata partecipazione e, soprattutto, un forte entusiasmo da parte dei soggetti coinvolti. I quali così avranno la possibilità di interagire direttamente con gli insegnanti, senza l'ausilio degli interpreti.

Secondo le indicazioni dei promotori, infine, la sperimentazione continuerà su scala nazionale fino al prossimo giugno. A quel punto saranno i dati ufficiali a promuovere o meno l'iniziativa.

Atene brucia, Londra si barrica

Ipnotizzati dal rischio Grecia non si è prestata attenzione all’Inghilterra. Che, vista l’aria che tira, sta pensando di tirare su i ponti levatoi. A difesa del castello britannico si è addirittura mosso il Ministro dell’Interno, Theresa May, in prima persona. Che, nel caso in cui la crisi europea dovesse volgere al peggio, ha ammesso pubblicamente di avere in cantiere un inedito piano di emergenza.  Non si conoscono ancora i dettagli. Di certo si sa che l’Home Officer sta cercando di sigillare le frontiere inglesi di fronte all’eventualità che, anziché andare in banca a ritirare i propri depositi, molti europei pensino di mettere al sicuro tutti i loro beni Oltremanica. Scegliendo di lasciare le rispettive disastrate madrepatrie per "emigrare" nell’Isola di Sua Maestà.

Una mossa, quella della May, che, per quanto surreale, dà la misura della febbre paranoica che si aggira nelle cancellerie del Vecchio Continente. Un chacun pour soi et dieu pour tous preventivo. Nell’ipotesi che il Vertice UE del prossimo 28 giugno possa concludersi con nulla di fatto, mettendo a serio rischio la sopravvivenza della moneta unica.

Ma perché, in questa eventualità, un fiume di italiani, spagnoli, greci e portoghesi dovrebbe riversarsi nel Regno Unito trasformandolo in una nuova Ellis Island? Per la semplice ragione che, nonostante l’economia inglese non goda di buona salute, Londra, essendo rimasta fedele alla sterlina, dovrebbe subire meno dei partner europei i contraccolpi di uno scenario così catastrofico. Ciò detto, rimane da capire se davvero la Perfida Albione riuscirà a difendere il suo splendido isolamento. La risposta, a meno che non si voglia un’altra guerra, è negativa. Non foss’altro perché l’Inghilterra, pur non facendo parte dell’area Schengen, ha comunque l’obbligo di rispettare la legislazione comunitaria in materia. Che vieta la chiusura indiscriminata delle frontiere nei confronti dei cittadini provenienti dagli stati membri dell’Unione.

Ciò spiega perché gli inglesi rischiano di rimanere vittime di quella che volendo usare un termine colto si potrebbe definire eterogenesi dei fini: più semplicemente un effetto boomerang. Visto che rischiano di pagare a caro prezzo ciò per cui hanno sempre lottato: il dissolvimento dell’UE.

Obama azzarda sull’immigrazione

Sull’immigrazione Obama ha scelto di giocare d’anticipo. E d’azzardo. Venerdi’ scorso, infatti, sfruttando i poteri  concessigli da una speciale prerogativa presidenziale, ha deciso di forzare le norme in vigore stabilendo l’inespellibilità dal suolo americano dei figli degli immigrati clandestini. Una mossa clamorosa destinata ad avere un peso se non decisivo certamente rilevante sugli esiti delle elezioni presidenziali del prossimo novembre. Visto che, oltre ai molti pro su cui punta e spera Obama, essa contiene anche qualche rischioso contro.

Partiamo dai pro. Che sono soprattutto tre. Il primo. La decisione del Presidente, bypassando  la paralisi che da quasi un decennio paralizza il Congresso USA sulla scottante materia dell’immigrazione, punta ad accrescere le difficoltà e le contraddizioni dell’avversario repubblicano. Che, prigioniero di un estremismo ideologico conservatore, oltre a non perdere occasione per accrescere l’inimicizia del vasto e crescente elettorato immigrato, rischia la rotta di collisione anche con importanti settori della sua tradizionale costituency. A cominciare dai grandi farmes degli stati del Sud che non vogliono e, soprattutto, non possono fare a meno delle braccia immigrate, comprese quelle clandestine. Il secondo. Forzare le norme in vigore sull’immigrazione, per giunta sulla delicatissima e scottante questione delle espulsioni, consente all’amministrazione democratica  di rompere un pericoloso accerchiamento. Messo in atto, dopo il là dell’Arizona, da molti stati intenzionati, in tema di immigrazione, a conquistare prerogative da sempre  spettanti al potere federale. Il terzo. E che tra i pro é quello forse più importante, riguarda i rapporti con l’enorme, complesso mondo dell’immigrazione statunitense. Che dopo un idillio iniziale si erano fatti con Obama di giorno in giorno più complicati. E che in assenza di un segnale se non chiarificatore almeno distensivo, avrebbero rappresentato per lui una serissima ipoteca negativa per la rielezione.

I contro? Si riducono sostanzialmente ad uno. Il backlash, rivolta, dei giovani americani che  in dimensioni sconosciute nella storia economica del paese, non trovano lavoro o sono costretti ad accettare occupazioni che hanno poco o nulla a che fare con i loro livelli di istruzione e aspettative. Che non é difficile immaginare quanto poco possono aver gioito all’annuncio dell’arrivo di un esercito di 800mila potenziali competitor.