La cittadinanza in Spagna (1)

La disciplina normativa spagnola sulla cittadinanza è dettata dalla Costituzione del 1978, dal Codice civile e dalle successive modifiche del 1999 e del 2002. L'ordinamento spagnolo, come quello inglese, è influenzato dal passato coloniale al punto da riservare un regime speciale agli stranieri provenienti dall'America latina e da paesi che hanno mantenuto particolari legami con la Spagna.

Si diventa cittadini spagnoli per naturalizzazione (sulla quale ci soffermeremo in un successivo articolo); per opzione e soprattutto per origine. In quest'ultimo caso, secondo quanto previsto dalla Costituzione, lo status civitatis non può essere revocato (ningún español de origen podrá ser privado de su nacionalidad). Si tratta, infatti, di un regime che storicamente basa l'acquisizione della cittadinanza su una concezione estrema dello jus sanguinis.

Per origine
Acquisiscono la cittadinanza i figli di almeno un genitore spagnolo e i nati sul territorio nazionale da genitori stranieri, se almeno uno dei due è nato in Spagna o entrambi sono apolidi. Nel caso in cui non è possibile accertare la filiazione del neonato, viene concessa la cittadinanza solo se si dimostra che il territorio spagnolo è il primo luogo di soggiorno. Se, invece, la filiazione viene accertata solo dopo il compimento del diciottesimo anno di età, l'interessato non acquista automaticamente la cittadinanza, ma ha due anni di tempo per fare la sua scelta.
Nel caso in cui un cittadino spagnolo adotta uno straniero sono previste due distinte procedure. Se l'adottato è minorenne acquisisce automaticamente la cittadinanza. In caso contrario, ha due anni di tempo per scegliere se mantenere la propria nazionalità o optare per quella spagnola.

Per opzione
L'articolo 20 del Codice civile individua, in aggiunta a quelle sopra citate, altre due categorie che possono esercitare il diritto d'opzione:
- gli stranieri che sono, o sono stati soggetti alla patria potestà di un cittadino spagnolo.
- gli stranieri il cui padre o madre, nato in Spagna, abbia avuto in passato la cittadinanza spagnola. Vale la pena di ricordare che in questi casi si ha il diritto di optare per la semplice cittadinanza spagnola e non per quella di origine.
La dichiarazione di opzione va fatta dall'interessato, se maggiorenne; mentre per i minori sopra i quattordici anni è richiesta l'assistenza di un rappresentante legale. Per i minori al di sotto dei quattordici anni, infine, è contemplata soltanto la richiesta inoltrata da un rappresentante legale dell'optante, autorizzata dall'ufficiale dello stato civile del domicilio del richiedente, ascoltato il parere del Pubblico Ministero.

2) Si fa presto a dire democrazia

Costruire un paese democratico non è facile. La Tunisia ci sta provando, dopo la rivoluzione di gennaio che ha causato il crollo del regime e ha portato alla fuga del presidente che governava a Tunisi da 23 anni. Ne parliamo con Hamza Chourabi, presidente dell'associazione Demokratie Tunesien, fondata a Berlino dopo la rivoluzione del gennaio scorso.

Cosa è cambiato in Tunisia rispetto a un anno fa?

“Sono tornato nel mio paese parecchie volte da gennaio, e quello che è sicuramente cambiato è l'attenzione e l'interesse per la politica: prima era semplicemente proibito parlarne, ora i discorsi della gente sono tutti sulla politica, la democrazia... Inoltre, sono venuti alla luce tutti quelle tensioni, quei conflitti che la dittatura aveva represso: ad esempio, ci sono stati più scioperi in questi ultimi mesi che nei 23 anni passati”.

Le prime elezioni hanno visto l'affermazione del partito islamico, che sotto la dittatura era duramente perseguitato.

“Uno degli errori dei paesi occidentali è stato quello di considerare Ben Alì come l'unica alternativa all'estremismo islamico. Mentre abbiamo visto che esiste un partito islamico, che è forte, ma che non ha la maggioranza assoluta. I movimenti islamici, del resto, hanno molti spazi dove muoversi, e li sanno usare bene: moschee, scuole”.

Cosa può fare adesso l'Occidente per la Tunisia?

“Di certo, promuovere e sostenere la democrazia; e tornare a investire nel nostro paese, che ha visto la fuga da parte degli investitori stranieri. Ma soprattutto, i paesi occidentali possono aiutarci a elaborare il nostro passato: la democrazia non esiste senza un lavoro di conoscenza, di sensibilizzazione verso ciò che è stato. Prendiamo la Germania: qui ci sono state due dittature, e i tedeschi ci possono insegnare molto su come affrontare questa tematica”.

Che è appunto uno degli obiettivi della vostra associazione.

“Siamo tutti tunisini emigrati in Germania da tempo, ma abbiamo molti collegamenti con il nostro paese, dove – appunto – cerchiamo di stabilire un ponte fra il passato dittatoriale e un possibile futuro democratico. Per esempio, organizziamo incontri nelle scuole, dove gli adulti e gli anziani parlano delle loro esperienze ai più giovani. Cerchiamo di formare politicamente le nuove generazioni, perché la democrazia non è fatta solo di partiti e governo, ma riguarda la società nel suo insieme. E – ripeto – non possiamo costruire la nostra società futura se non guardiamo in faccia il passato”.

Portate avanti anche progetti qui in Germania?

“Soprattutto, cerchiamo di promuovere iniziative culturali: abbiamo fatto alcune mostre fotografiche sulla rivoluzione, organizziamo conferenze, ma anche concerti di gruppi musicali tunisini, o spettacoli teatrali. In questo momento, il nostro progetto principale è di creare un memoriale a Tunisi, a cui vorremmo dare come sede il palazzo di quello che era il Ministero dell'interno di Ben Alì. È un luogo fortemente simbolico, perché era lì che la polizia eseguiva le sue violenze, ma era anche un posto dove lavorava gente comune, che poco o niente aveva a che fare con il regime. Il nostro riferimento è il Museo della Stasi a Berlino; il direttore del museo ha già visitato un paio di volte l'edificio a Tunisi, e stiamo lavorando anche con lui per realizzare la nostra idea”.

Lo scivolone della Merkel

Il multiculturalismo è morto e non abbiamo bisogno di immigrati che pesino sul nostro welfare. Durante il congresso di Potsdam dei giovani del suo partito, Angela Merkel ha deciso, forse incautamente, di entrare a gamba tesa nel match infuocato che contrappone chi è pro e chi è contro i 16 mln tra immigrati e cittadini di origine straniera oggi residenti nel paese.

Intanto una premessa, Merkel utilizza il termine multiculturalismo come succedaneo di gastarbeiter. Quella fictio del lavoratore ospite, ispirata a un puro e semplice laissez-faire. In sostanza, fino agli anni Novanta la politica migratoria tedesca si basava su un unico principio: non bisogna preoccuparsi degli immigrati, tanto prima o poi torneranno a casa. Non è andata così. Non solo sono rimasti, ma sono arrivate anche le famiglie. Al punto che é sempre più forte il contrasto tra il rifiuto della società e la richiesta di manodopera straniera per mandare avanti quello che ancora oggi è il motore della nostra Europa. Insomma l’economia li vuole, la società no.

Ciò detto sembra che la cancelliera abbia scoperto l’uovo di colombo: visto che l’immigrazione non è rose e fiori, per dirla con De Gaulle “occorrono dei buoni immigrati”. Nulla di nuovo. Piuttosto rimane da capire perché un leader democratico-cristiano,  di un paese in piena ripresa economica, dove le formazioni neopopuliste sono a dir poco marginali, abbia optato per un intervento incauto su un tema di per sé delicato.

La sensazione è che il discorso di Potsdam sia stato influenzato dai sondaggi e, più in generale, dal clima politico che imperversa in buona parte dell’Europa occidentale.

Le ultime rilevazioni popolari, infatti, parlano chiaro: mentre la CDU è ai minimi storici, non si arresta il malumore verso le problematiche legate all’immigrazione. Secondo uno studio della Friderich Ebert Foundation, per il 34% dei tedeschi gli immigrati usurpano il welfare nazionale e addirittura per il 10% solo un nuovo Fuhrer può salvare la Germania dal baratro. Senza contare che il libro anti-Islam di Thilo Sarrazin, continua ad andare a ruba nelle librerie d’Oltrereno.

In più osservando la carta politica mitteleuropea è difficile trovare uno stato privo di un partito neopulista in continua ascesa. Basti pensare che nella vicina Danimarca l’estrema destra è addirittura al governo. Forse Angela Merkel ha deciso di mettere le mani avanti per evitare di rimanere scoperta sul fianco destro del suo schieramento politico?

Può darsi. Su questa strada, però, la cancelliera rischia di rendere insanabile la spaccatura tra il rifiuto della società e la richiesta di forza lavoro straniera del settore economico: uno scenario ideale per il proliferare di ogni forma di neopopulismo.

Dall’Arizona con amore

"Se non ci pensa il governo federale, ci pensiamo noi". É questo lo slogan che accomuna buona parte degli stati meridionali della federazione americana contro l'inerzia dell'amministrazione centrale. Accusata di tergiversare, da troppi anni, sulla tanto discussa riforma organica in materia di immigrazione. Leader di questa vera e propria rivolta è Jan Brewer, la governatrice dello stato dell'Arizona. Balzata alla notorietà per aver approvato una legge contro l'immigrazione clandestina.

Un provvedimento molto discusso che ha ricevuto pesanti critiche da molte associazioni per i diritti degli immigrati e dallo stesso Presidente Barack Obama. Tutto ormai è nelle mani della Corte Suprema, cui spetterà il compito di decidere sulla legittimità della legge, visto che negli Usa l'immigrazione è da sempre prerogativa del governo centrale. Di certo la governatrice dell'Arizona può ritenersi ampiamente soddisfatta della sua iniziativa. In poco tempo, infatti, è riuscita a catalizzare l'attenzione dei media e dei politici nazionali su un problema in sé grave, ma che tocca assai da vicino gli stati al confine con il Messico, esposti più di altri all'ingente flusso di clandestini. D'altra parte, numerosi sondaggi, tra cui quello dell'autorevole Gallup, indicano che la maggioranza degli americani è d'accordo sulla necessità di una stretta sull'immigrazione clandestina. Un dato che non deve stupire. Se non altro perchè da troppi anni il Senato americano non riesce a trovare un accordo su un tema così controverso e delicato. Già nel 2007 l'amministrazione Bush aveva tentato, senza alcun successo, di approvare una riforma sull'immigrazione. Un tentativo che, peraltro, è costato caro a John McCain, candidato conservatore alle ultime elezioni presidenziali, accusato dai suoi di voler "regolarizzare tutti i clandestini".

Un vero e proprio vuoto di potere destinato ad essere riempito sempre più dalle iniziative dei singoli stati. Tant'è che Idaho, Colorado, Maryland, Minnesota, Missouri, North e South Carolina, Utah e Texas hanno già annunciato di voler seguire la strada tracciata dall'Arizona. Assistiamo, dunque, alla nascita di un partito trasversale che divide e contrappone orizzontalmente la politica e la società civile americ

1) Tunisia, un anno dopo

Tutto comincia un anno fa. L'ennesimo sopruso della polizia, il solito disinteresse delle istituzioni, un paese – la Tunisia – governato da più di vent'anni dalla stessa persona, il presidente Ben Alì, che aveva istituito un regime corrotto e brutale. Per Mohammed Bouazizi è troppo; il giovane venditore ambulante si dà fuoco davanti al palazzo del governatore della sua città, Sidi Bouzid. È il 17 dicembre 2010: la primavera araba inizia così.

A un anno di distanza, le rivolte nei paesi arabi e nord-africani non sono ancora terminate; in Tunisia, invece, le proteste e gli scontri durano poco più di un mese, fino a quando – il 14 gennaio di quest'anno – Ben Alì lascia il paese per rifugiarsi in Arabia Saudita.

“All'inizio si percepiva molta paura, tensione, sui volti e nelle azioni della gente – ci racconta Sélim Harbi, giovane fotoreporter freelance che con i suoi scatti ha raccontato la rivoluzione in Tunisia. La dittatura di Ben Alì era da tempo in crisi, ma il controllo sui mezzi di comunicazione e il potere della polizia erano ancora molto forti. Però, a un certo momento, era chiaro a tutti che si era giunti a un 'punto di non ritorno': l'unica soluzione era quella di continuare a lottare fino a che Ben Alì non avesse lasciato il potere”.

Da sette anni, Sélim vive a Berlino, dove sta concludendo i suoi studi di cinema e fotografia. Ma a gennaio si precipita nella capitale tunisina, per riprendere con il suo obiettivo l'agonia del regime.

“Sono partito forse con l'ultimo volo disponibile per Tunisi, prima che chiudessero l'aeroporto; sono arrivato pochi giorni prima che Ben Alì fuggisse in Arabia Saudita, e sono rimasto circa una settimana”.

Deve essere stato particolare per te vivere quei momenti, allo stesso tempo documentarli.

“Naturalmente, il mio cuore e la mia testa erano tutti dalla parte delle proteste; ma avevo bisogno di una certa 'distanza', che mi permettesse – appunto – non solo di vivere l'evento ma anche di raccontarlo. Diciamo che ho cercato di mantenere tutti i miei sensi all'erta, per cogliere qualsiasi indizio, qualsiasi movimento... e stare attento alla polizia. All'inizio non è stato facile tirare fuori la mia macchina fotografica e scattare, poi tutto è diventato molto intuitivo e naturale”.

Vista dall'interno, come è stata la rivoluzione tunisina? Esisteva una specie di direzione dall'alto?

“Quello che ti posso dire è che in Tunisia la rivoluzione è stato un movimento spontaneo, non-politico e indipendente, fatto da gente che non ce la faceva veramente più: abbiamo avuto 23 anni di un regime corrotto, oppressivo, dittatoriale, che ci ha ridotto in povertà... e abbiamo detto basta”.

Come si racconta una rivoluzione?

“Intanto, credo che abbiamo avuto la dimostrazione che il giornalismo classico è finito: il flusso di informazioni viaggiava su internet o sui cellulari, e la stampa ufficiale arrivava sempre in ritardo. Da parte mia, ho avuto bisogno di tre cose: una batteria sempre carica, contatti sul territorio che mi tenevano continuamente aggiornato e la consapevolezza di dover raccontare entrambe i punti di vista. Per esempio, quando c'erano degli scontri, ho cercato di descriverli sia dalla parte della polizia (e allora indossavo il mio pass stampa), sia da quella dei dimostranti”.

Cosa ha rappresentato per te questo reportage?

“È stato una vera terapia per gli occhi; per decenni in Tunisia si vedeva un'unica immagine, quella di Ben Alì. La dittatura uccide i sogni, uccide l'immaginario. Ora ci siamo riappropriati della nostra libertà di sognare, di creare immagini...”.

Il rifugiato al servizio del rifugiato

Si chiama Nautilus. E' un progetto di successo che punta a favorire l'integrazione socio-lavorativa dei richidenti asilo in Italia.. Per saperne di più West ha contattato il Prof. Mario Morcellini, preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione e direttore del Dipartimento Ricerca Sociale dell’Università “La Sapienza” di Roma che ha condotto nell'ambito di questa iniziativa una dettagliata ricerca sui “profili migratori” in Italia.

1. Può spiegarci che cos'è  Nautilus? Quali sono i principali obiettivi?

Il progetto ha lo scopo di migliorare l’efficienza del sistema nazionale di asilo, tramite la realizzazione di 12 sportelli di contatto dislocati su tutto il territorio nazionale dedicati all'orientamento e all'informazione dei servizi disponibili per i richiedenti di protezione internazionale.
Attraverso un approccio integrato e sistemico si è scelto di mettere in contatto agenzie formali e informali, servizi nazionali e locali: un'azione progettata al fine di promuovere l’integrazione dei servizi offerti e di creare un collegamento tra i Centri di accoglienza per i richiedenti asilo, la rete SPRAR (Servizio Centrale del Sistema di Protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e tutte le realtà e i soggetti del territorio interessati dal fenomeno.

Un'altra importante attività promossa dal progetto, svolta dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza, ha permesso, attraverso la realizzazione di un questionario strutturato, la raccolta di numerose informazioni sui richiedenti e sui titolari di protezione internazionale per realizzare una banca dati in grado di offrire ai beneficiari sostegno e accompagnamento verso i servizi del territorio adeguati alle loro specifiche esigenze.

Un'attività di ricerca che, osservando anche gli interessi e le aspettative dei protagonisti del progetto, ha cercato di individuare "i profili migratori" dei richiedenti di protezione internazionale come indicato dalla Commissione Europea e che ha permesso di costruire una base conoscitiva indispensabile per un'efficace politica di integrazione. Sono stati raccolti, inoltre, anche informazioni su altri aspetti fondamentali della vita degli intervistati: il rapporto con la salute e l’offerta sanitaria, le condizioni abitative, le principali difficoltà incontrate all'arrivo in Italia, l’efficienza delle reti di relazione e di supporto.

E' stato indispensabile realizzare due momenti di formazione per gli operatori e i mediatori culturali su molteplici argomenti: dalla presentazione del progetto, all'approfondimento sulla normativa italiana in materia di asilo e sul funzionamento locale del mercato del lavoro.

Il Progetto Nautilus dall'accoglienza all'integrazione è finanziato dal Fondo Europeo per i Rifugiati e dal Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione del Ministero dell’Interno ed è promosso da Connecting People, soggetto capofila, in partnership con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza, il Consorzio Mestieri e l’AICCRE.

2. Quali sono stati i risultati più rilevanti di questa iniziativa?

Sicuramente il principale risultato del Progetto Nautilus dall'accoglienza all'integrazione è la realizzazione di 12 sportelli di contatto dislocati su tutto il territorio nazionale - da Gradisca d'Isonzo sino a Trapani - nei quali circa trenta operatori formati appositamente per l'orientamento e l'informazione accolgono i titolari di protezione internazionale, i richiedenti asilo e i rifugiati. E' importante sottolineare che circa la metà degli operatori sono rifugiati.

Il Dipartimento - che da anni è impegnato nell'analisi della rappresentazione del fenomeno migratorio nei media di informazione - ha organizzato e realizzato un tavolo di lavoro dal titolo "L’immagine dei richiedenti di protezione internazionale nei media di informazione italiani". E' stata l'occasione per stimolare il confronto tra i rappresentanti del mondo del giornalismo, le associazioni e gli enti che si occupano a vario titolo dei richiedenti di protezione internazionale, docenti ed esperti con l’obiettivo di individuare proposte operative di intervento e di collaborazione sul rapporto tra i media di informazione e l’immigrazione. L'iniziativa, che ha suscitato l'interesse di diverse realtà del territorio romano, ha permesso di raccogliere da un lato problematiche e criticità del giornalismo nella descrizione del fenomeno e, dall'altra, le esigenze e le perplessità di chi, lavorando operativamente su un fenomeno e una realtà importante e attuale come quella dell'accoglienza e dell'integrazione dei richiedenti e dei titolari di protezione internazionale chiede un'attenzione maggiore per una adeguata informazione.

3. Quali sono le novità del nuovo progetto Nautilus2?

Il Progetto Nautilus 2 intende anzitutto approfondire e valorizzare il lavoro svolto nel progetto precedente, proprio per rafforzare le politiche di accoglienza e renderle quanto più in linea con le esigenze emerse dai beneficiari di protezione internazionale. Il gruppo di lavoro coordinato da Connecting People è composto dagli stessi soggetti di Nautilus1 con il contributo del consorzio Interpreti Traduttori Consorziati.
Anche quest'anno si provvederà alla somministrazione dei questionari nei diversi sportelli di contatto per approfondire il lavoro di raccolta e di analisi delle informazioni sui richiedenti e titolari di protezione internazionale. Oltre ad un aggiornamento dello strumento sulla base delle evidenze empiriche emerse dalla rilevazione dello scorso anno, ci sarà un maggiore investimento sulla formazione, la cui organizzazione sarà a cura del mio Dipartimento, con lezioni frontali, seminari e workshop in materia di asilo e di educazione alla cittadinanza rivolti agli operatori di sportello e a coloro che saranno coinvolti negli uffici di contatto. Sarà indispensabile, infine, realizzare un tavolo di lavoro sulla comunicazione, terreno sul quale c'è ancora da lavorare.

L’Austria modifica la legge sulla cittadinanza

La disciplina legislativa austriaca sulla cittadinanza, basata sulla legge federale (Staatsbürgerschaftsgesetz) del 1985, è stata di recente emendata dal Parlamento con una norma entrata in vigore lo scorso gennaio. All'interno della quale si segnalano quattro modifiche principali: - Viene innalzato il livello minimo di reddito e nei tre anni precedenti la data di inoltro della domanda di naturalizzazione occorre dimostrare di non aver ricevuto alcuna assistenza previdenziale da parte dello stato ospitante. - In caso di frode, ovvero qualora le autorità rilevino delle irregolarità nelle procedure di concessione della cittadinanza, il candidato può essere soggetto a un'ammenda fino a 5.000 euro e tre anni di prigione. - I soggetti stranieri che hanno frequentato un ciclo di studi secondari che include come materie l'educazione civica e la storia sono esenti dal test sulla cittadinanza introdotto nel 2006. - Prima di diventare nuovi cittadini non basterà giurare solennemente fedeltà alla Repubblica, ma anche ai valori della società e della democrazia europea.

A distanza di pochi anni dall'ultima riforma (2005) il legislatore ha deciso di intervenire nuovamente su questa materia. A dimostrazione di come le sfide poste dalla crescente comunità straniera abbiano conquistato i primi posti dell'agenda politica del paese. Secondo gli ultimi dati ufficiali, infatti, nella Repubblica Federale d'Austria il rapporto tra autoctoni e immigrati è di 8 a 1. Cifre rilevanti al punto che se si prendono in considerazione anche gli immigrati naturalizzati la percentuale di abitanti di origine straniera è addirittura superiore a quella degli Stati Uniti.

L'Austria è, dunque, uno dei principali paesi di immigrazione europei. Eppure, proprio come la vicina Germania, sembra voler continuare a rifiutare tale status. Tant'è vero che solo alla fine del XX secolo e all'inizio del XXI i governi austriaci hanno iniziato a prenderne coscienza, senza per questo modificare in modo sostanziale le modalità di concessione dello status civitatis. Oggi, infatti, le norme in vigore si basano, proprio come in passato, su una concezione rigida ed estrema dello jus sanguinis. Con procedure ancora molto complesse e tempi molto lunghi: "The alien has lawfully resided in the federal territory for un interrupted periodo of at least ten years, including at least five years as a settled resident"(art.10 comma 1).

Non sorprende allora che l'intensa attività legislativa degli ultimi anni si sia limitata a irrigidire i principi guida della normativa in vigore, introducendo molteplici balzelli amministrativi. Insomma, l'Austria, proprio come la vicina Germania, sembra restia ad autodefinirsi un paese di immigrazione. Con la sostanziale differenza che Berlino con la riforma del 1999 ha voltato pagina, mentre Vienna continua a leggere quella antica.

2) C’era una volta il lavoratore ospite

Fra gli immigrati turchi della prima generazione, arrivati in Germania negli anni '60 come gastarbeiter (lavoratori ospiti), c'era anche il padre della signora Yildiz. Nata in un paesino vicino Smirne 56 anni fa, dopo aver passato i primi anni in Turchia, insieme alla madre ha raggiunto il padre a Berlino all' inizio degli anni '70.

“A quel tempo, semplicemente non esisteva una politica d'integrazione, almeno a Berlino – ci racconta. Ricordo che in classe ero l'unica turca; c'erano due alunne jugoslave e una italiana, ma loro parlavano già un po' di tedesco, al contrario di me che partivo completamente da zero. Ero molto infelice allora, non avevo praticamente amici fra i compagni di classe, e volevo solo tornare a casa in Turchia”.

Con tempo e fatica, però, la signora Yildiz ha concluso le scuole dell'obbligo, per poi proseguire i suoi studi come insegnante di asilo nido, fino ad aprire il primo “Kita” bilingue tedesco-turco di Berlino, alla fine degli anni '80.

“Ora sono molto contenta di vivere qua, non tornerei mai a Smirne. Al contrario dei miei figli, che dopo aver studiato qui, vorrebbero trasferirsi in Turchia per iniziare la loro carriera lì. Qui c'è troppa competizione, i giovani sono tutti molto qualificati, e trovare un buon lavoro sarebbe più facile in Turchia”.

Ma si sente più tedesca o più turca?

“Mi sento europea, ma il mio cuore rimane turco. Quello che mi piace in Germania è la sicurezza e l'organizzazione, anche se è stato complicato entrare nella mentalità tedesca. Negli anni '70, quella turca era una comunità completamente separata dai tedeschi, non c'era nessun tipo di contatto. Ora è cambiato”.

Ed è cambiato anche il tipo di emigrazione dalla Turchia alla Germania.

“Prima si veniva qua come 'lavoratori ospiti', quindi nessuno pensava di rimanere, anche se poi per molti è andata così. Adesso, i giovani turchi vengono qua per studiare e condurre una vita migliore che in patria”.

Qual è la difficoltà più grande che ha dovuto affrontare?

“Certamente, il fatto di essere considerata 'diversa', 'particolare'. A Berlino il discorso non vale, è una città talmente internazionale che nessuno fa caso a come ti vesti; ma nelle località più piccole della Germania, dove vivono alcuni miei parenti, le donne con il velo, per esempio, erano considerate 'strane'. Oltretutto, noi emigrati abbiamo mantenuto maggiormente le tradizioni, quasi per il timore di smarrire la nostra identità culturale; al giorno d'oggi, comunque, c'è molta meno distanza fra turchi e tedeschi. Tempo fa ho assistito a una scena veramente surreale: dei giovani della NDP (il partito di estrema destra, Ndr) che dopo una manifestazione sono andati a mangiare un kebab”.

Così poca distanza che un marito tedesco andrebbe bene per sua figlia?

“Abbiamo già parenti tedeschi nella nostra famiglia – risponde la signora Yildiz ridendo. Quindi accetteremmo volentieri un genero tedesco”.

Meindert Fennema: “La novità Wilders”

Con la pubblicazione di “The Sorcerer’s Apprentice” Meindert Fennema ha conquistato la ribalta mediatica come biografo del tanto discusso leader del Partito della Libertà olandese Geert Wilders. Direttore dell’Istituto di ricerca sull’immigrazione dell’Università di Amsterdam e storico esponente dei Verdi olandesi, il Professor Fennema offre ai nostri lettori un’interpretazione precisa e soprattutto fuori dagli schemi del fenomeno Wilders e più in generale del controverso rapporto tra welfare e immigrazione nel vecchio continente.

 

1) Nel suo bestseller “The Sorcerer’s Apprentice” lei ha criticato l’establishment politico olandese per aver sottovalutato i problemi reali posti dal partito di Geert Wilders. In particolare ha segnalato che tanto l’integrazione degli immigrati, quanto la sostenibilità del sistema di welfare rappresenta un problema per buona parte degli stati europei. Com’è possibile, allora, conciliare Welfare e immigrazione nel prossimo futuro?

 

Si tratta di un problema a dir poco complesso. Se non altro perché è evidente che il sistema di welfare deve necessariamente fare riferimento a una comunità economica, morale e politica ben definita, con rigide e severe regole che stabiliscono chi ne fa parte e chi no. In un sistema, invece, come quello attuale che prevede meno controlli alle frontiere, è indispensabile che anche il welfare venga ridisegnato in modo diverso da come l’abbiamo conosciuto. In altre parole deve essere più flessibile.

2) Il Welfare rappresenta ancora un tema attorno al quale s’organizza la dicotomia politica destra-sinistra? Se non è così, quali sono oggi i temi su cui si contrappongono gli schieramenti politici?

Il punto è che la sinistra non si è mai preoccupata di prestare attenzione al rapporto intricato e complesso tra welfare e immigrazione.

3) Se è vero che l’immigrazione rappresenta un vero e proprio problema per il welfare europeo, quali sono le soluzioni proposti da Geert Wilders?

 

Bloccare i flussi migratori, qui ed ora!

4) Lei pensa che si possa tracciare un paragone tra l’attuale crisi delle tradizionali formazioni europee e quella che si registrò negli ’20 e ’30 del secolo scorso?

 

Certamente sì. Ma non è nè utile né costruttivo farlo.

 

5) Tornando a Wilders, come vede il prosieguo della sua carriera politica? La parlamentarizzazione in atto del suo partito rischia di creare problemi al PVV o viceversa rappresenta un’occasione per innovare il sistema politico olandese?

 

Si tratta di una domanda viziata da pregiudizi: la carriera di Geert Wilders si è sempre svolta nel solco delle istituzioni parlamentari nel rispetto delle regole democratiche. Semmai sono stati i suoi avversari a prediligere le attività extra-parlamentari, fino a giungere all’uso della violenza, come dimostra l’omicidio di Theo Van Gogh.

 

Per un pugno di voti

Dire no, in via preventiva ed assoluta, alla possibilità che i figli degli immigrati, nati in Italia, possano diventare nostri concittadini di diritto e non solo di fatto, è come volere fermare l’acqua pendente. Un niet faticoso, costoso e, soprattutto, inutile. Tanto più se pronunciato dai più tenaci e testardi paladini della riforma costituzionale che, da pochi anni, ha introdotto l’accesso automatico alla cittadinanza del Bel Paese per i lontani discendenti della vecchia emigrazione italiana all’estero. Che da noi non hanno mai pagato le tasse, non hanno fatto il servizio militare quando era obbligatorio e, nella stragrande maggioranza dei casi, non parlano più neppure la nostra lingua. Condizioni opposte a quelle dei piccoli delle famiglie immigrate che, con quelli italiani, condividono i banchi di scuola, tifano per la stessa squadra, parlano, molti a fatica, lo stesso idioma e, soprattutto, vivranno qui il loro futuro. Un rifiuto che fa a pugni con la storia e che il tempo, dunque, si incaricherà di giustiziare. Ma poiché nella vita di un paese non è indifferente se una riforma si fa prima o dopo, anche nel caso in questione più che alzare la voce è fondamentale riuscire a decifrare argomenti ed obbiettivi di una chiusura all’apparenza puramente e semplicemente irragionevole. Come testimoniano le argomentazioni, per molti aspetti illuminanti, usate dall’on. Bricolo, capo gruppo dei deputati della Lega, per motivare il no del suo partito: si comincia con il diritto di cittadinanza ai figli degli immigrati ma il vero obbiettivo è quello del voto loro ai genitori. Non usa le parole brutali della xenofobia razzista d’antan. Ma allude. Evocando scenari tanto futuribili quanto minacciosi. Sta qui la novità del messaggio. Sapendo bene l’”inspendibilità” politica, anche tra i più oltranzisti militanti della sua parte, di una pura e semplice negazione etnica alla parità di diritti,  usa, invece,  una retorica argomentativa tipica del neopopulismo contemporaneo. Che consiste nell’uso subliminale della paura legata all’ingombrante fantasma dell’immigrazione per catturare il consenso “irrazionale” dei settori economicamente e culturalmente meno protetti della popolazione. Uno spazio sociale che gli amici degli immigrati non possono, però, continuare a snobbare e lasciare in mano ai loro avversari.