Italia, economia in stallo rimesse alle stelle

In Italia, mentre l'economia va in pezzi, volano le rimesse degli immigrati. A dirlo sono gli ultimi dati che Eurostat ha reso noti in settimana. Infatti nel 2011, rispetto al 2010, a fronte di un aumento medio europeo dei trasferimenti di denaro all'estero del 2%, quelli dei nostri lavoratori stranieri hanno superato il 19%. Facendo lievitare la massa monetaria da 6,5 a 7,4 miliardi di euro. Numeri che per più ragioni obbligano a riflettere.

In primo luogo perché la quantità del denaro inviato alle famiglie dai nostri “nuovi arrivati” è ormai tale da collocare l’Italia, tra i 27 paesi dell’UE, al secondo posto dietro la Francia. A molte lunghezze di distanza da nazioni con un passato migratorio ben più antico del nostro. In Germania, ad esempio, nello stesso arco di tempo, l’incremento delle rimesse non ha superato l’8%. Ma se di questi flussi monetari, oltre alla quantità, cerchiamo di individuare anche la direzione, troviamo il Bel Paese non più secondo ma primo in classifica. Il grosso dei gruzzoli dei nostri immigrati non finisce, come nella maggioranza degli altri casi, nelle regioni povere dell’Est europeo, ma in altre e ben più lontane del Pianeta. E’ quanto toccato in sorte a 6,1 miliardi su 7,4. Ma non basta. Visto che c’è da capire, a fronte di un'economia in rosso profondo, l’opposto, positivo andamento delle rimesse degli immigrati. Che, in poco più di un decennio, sono cresciute di oltre il 1000%. Un record assoluto per l'Occidente industrializzato che riuscirebbe ad impensierire anche il più incallito degli speculatori. In verità, da noi come altrove, l'andamento dell'economia condiziona in maniera assai relativa quello delle rimesse. Che costituiscono solo una minima frazione dei redditi degli immigrati. I quali, finchè possono, non vi pongono mano anche se costretti, dalla circostanza, a tirare la cinghia. Va tenuto inoltre presente che ad inviare denaro sono i membri delle comunità etniche di più lungo insediamento. Ragion per cui il drastico calo dei nuovi arrivi registrato negli ultimi 12/24 mesi, ha inciso del tutto marginalmente sul livello dei flussi monetati diretti verso le ex madre patrie.

Finiscono qui le similitudini tra noi ed il resto del mondo. Perché, nel caso italiano, purtroppo, c’è dell’altro. I nostri numeri da record, infatti, sono puramente e semplicemente figli di una ultraventennale, dissennata politica dell’immigrazione. Fatta di sanatorie a ripetizioni, di cui è ormai difficile tenere il conto. Che ha avuto il poco invidiabile merito di trasformarsi nel grande alleato del più antico dei nostri mali nazionali: il lavoro nero su larga scala.

4) L’immigrazione dei minori stranieri non accompagnati – GIUSEPPE MAGNO

L’inchiesta di West sul fenomeno dei minori non accompagnati continua con questa intervista a Giuseppe Magno, magistrato, esperto di giustizia minorile. Una testimonianza che tratteggia per i nostri lettori il quadro normativo di riferimento a livello italiano ed europeo, senza tralasciare gli aspetti più controversi del fenomeno.

1)      Dalla nostra inchiesta è emerso che quello dei minori non accompagnati è un fenomeno di ampie dimensioni e che per molti aspetti costituisce una forma collaterale dell’immigrazione clandestina. Lei è d’accordo con quest’analisi? E’, soprattutto, in base alla sua esperienza è possibile parlare di un vero e proprio business della criminalità organizzata?

Il fenomeno dei minori non accompagnati  ebbe inizio in Italia negli anni  ’90 con gli sbarchi a Brindisi di gruppi di immigrati albanesi molti tra i quali erano minorenni. Innanzitutto, un minorenne non accompagnato da familiari responsabili per la sua persona, non è considerato come clandestino e pertanto non può essere espulso. E’ soggetto, dunque, a una procedura speciale che detta le modalità di accoglienza e successivamente, se ci sono i requisiti, anche quelle per il rimpatrio. La legge italiana considera i minori stranieri non accompagnati alla stregua dei minori italiani abbandonati. E in quanto tali soggetti alle procedure previste dalla legge sull’adozione. In molti casi i minori, dai 14 anni in su, sono vittime della criminalità organizzata. Ricordo un caso in Piemonte in cui tutti i minorenni provenienti dalla stessa località marocchina erano dediti allo spaccio di droga.

2)      Analizzando il fenomeno dei minori non accompagnati, al netto di chi è costretto a fuggire a causa di guerre, instabilità politiche e catastrofi ambientali, emerge che spesso sono proprio le famiglie a sostenere e incentivare l’emigrazione dei figli. Condivide questa considerazione? E, inoltre, se è vero che i minori sono spesso incentivati ad emigrare dai propri familiari, non è altrettanto vero che nei paesi ospitanti esiste una lobby interessata al loro arrivo? Se si, perché?

In molti casi questi minori infatti non si possono considerare del tutto abbandonati proprio perché il loro arrivo è stato approvato nonché incoraggiato dalle stesse famiglie, che sperano in futuro migliore e più sicuro per i propri figli. Ciononostante non significa che tali minori corrano meno rischi di coloro che sono giunti all’insaputa delle loro famiglie. Essendo minorenni, infatti, non possono lavorare ed è necessario provvedere alla loro istruzione e formazione. Molti minori vengono messi in istituti mentre i più piccoli vengono affidati e in rari casi anche adottati. Non parlerei dell’esistenza di una lobby ma piuttosto di diversi interessi legati al loro arrivo. Interessi che si possono suddividere in: positivi, intermedi e negativi. Con i primi mi riferisco a tutti coloro che intendono aiutare questi minori cioè le famiglie, le associazioni e le associazioni di famiglie che li ospitano anche per brevi periodi per motivi di cura o vacanza; l’interesse intermedio è quello responsabile dell’impiego dei minori nel lavoro; infine, l’interesse negativo, ça va sans dire è quello delle organizzazioni criminali.

3)      Il problema del rimpatrio è molto delicato e non è ben visto da molte  organizzazioni che si occupano di accoglierli. Come si coniuga questo con il dettato della Convenzione ONU sui diritti dell’Infanzia che, oltre a garantire l’interesse preminente del fanciullo, enuncia anche il diritto del minore a stare con la propria famiglia?

Le Convenzioni sanciscono che ogni minore ha il diritto a svilupparsi in modo armonioso sia fisicamente che psicologicamente. Un minore non è mai clandestino è semplicemente ‘lontano da casa’. Del resto gli stati che hanno ratificato la Convenzione di New York si sono impegnati a prestare aiuto ai minori fornendo accoglienza e successivamente rimpatrio assistito.

4)      Al momento del loro arrivo i minori hanno il diritto di essere assistiti, al netto che non è sempre chiaro cosa accade al compimento del diciottesimo anno, l’Europa e l’Italia si occupano realmente della loro assistenza? E quali le principali problematiche in merito?

Esiste in Italia un Comitato per i minori non accompagnati che dovrebbe occuparsi di ogni singolo caso e poi procedere con le strategie più consone solo dopo aver ascoltato e interrogato il minore. È necessario stabilire se il minore ha diritto allo status di rifugiato. Quando i minori raggiungono il diciottesimo anno di età e il loro programma di vita integrata continua, o perché decidono di inscriversi all’università oppure perché trovano un lavoro o in alcuni casi necessitano di cure mediche, il loro status cambia attraverso l’ottenimento di varie tipologie di permessi di soggiorno: per studio, per lavoro o per motivi sanitari. Mentre coloro che si sono persi, o che hanno commesso delle illegalità a 18 anni vengono rimpatriati. In Italia la legge voleva accordare una preferenza a coloro che giunti minorenni si sono integrati piuttosto che accogliere nuovi maggiorenni.

Prostituzione, alla ricerca della soluzione

Punire o non punire la prostituzione? La risposta divide e interroga le politiche di molte nazioni europee, e, a dispetto delle apparenze, le soluzioni non sono poi così univoche. Né scontate. Quando nei primi anni ’90 la parlamentare svedese Marianne Eriksson portò all’attenzione del parlamento europeo una proposta a favore della criminalizzazione della prostituzione, la stessa venne accolta con sonore risate. Lei rispose “sarò io a ridere per ultima”.

Ed ecco, infatti, che nel 1999 il parlamento svedese vara una legge che punisce la prostituzione e lo fa, incredibilmente, con l’appoggio dei movimenti femministi. Che avevano colto il legame tra l’approvazione di un tale provvedimento e una ricaduta positiva sulla riduzione delle violenze sulle donne. È infatti la domanda che va punita, non l’offerta, sostiene la Eriksson. Ed è esattamente questo l’intento della legge varata in Svezia. Sono i clienti che scelgono il sesso a pagamento, mentre il più delle volte le prostitute lo subiscono, spinte sui marciapiedi dai trafficanti di esseri umani che da questa moderna schiavitù hanno solo da  guadagnare. La legge all’epoca fece tuonare le coscienze d’Europa. E ancor di più destò scalpore il rapporto reso pubblico nel 2010 dallo stesso governo svedese con il quale si metteva in risalto come il tasso di prostituzione per le strade di Stoccolma si fosse sensibilmente ridotto rispetto a quello di Copenaghen e Oslo che fino al 1999 registravano statistiche pressoché simili.  Così dieci anni più tardi la Norvegia decide di seguire i cugini svedesi su questa stessa strada, ottenendo una sensibile diminuzione del fenomeno.

Le esperienze nordeuropee attraversano il Baltico e attirano le attenzioni persino del parlamento francese che improvvisa una comparazione tra il modello svedese e il ben lontano modello olandese. Ad oggi sia la Finlandia che la Gran Bretagna proibiscono l’acquisto di sesso dalle vittime della tratta delle donne. Insomma, la legge svedese ha fatto scuola. Ma dove sta la sua forza? Nella decriminalizzazione della donna che da diabolica tentatrice diventa una vittima da tutelare. Il puzzle però è solo apparentemente composto. Equiparare le vittime di traffici umani alle sex workers, che fanno della vendita di sesso un lavoro e soprattutto una scelta consapevole, non scioglie il nodo ma, semmai, complica la gestione di due fenomeni del tutto distinti. Limitando, di fatto, il diritto all’autodeterminazione. Legalizzare la prostituzione e punire lo sfruttamento criminale diventano allora le coordinate minime per inquadrare la questione.

Il paradiso dei Rom

La questione nomadi è complessa ma non irrisolvibile. Come testimoniano gli esempi di due comunità gitane: uno in Macedonia e l’altro in Andalusia. Sembra un altro mondo rispetto al resto d’Europa. Dove persecuzioni, ghettizzazioni, povertà e discriminazioni, non son di casa. Partiamo dalla Macedonia. Anzi dal “Regno dei Rom”. Così gli stessi rappresentanti di questo controverso ed eterogeneo popolo amano chiamare quella che ad oggi è la “casa” più ospitale che abbiano mai trovato nel Vecchio Continente. Negli stati balcanici le comunità zigane sono presenti fin dall’anno mille. Ma è proprio a Skopje e dintorni che sono riusciti ad integrarsi al punto da diventare un paradigma per il resto d’Europa. Qual è la formula magica?

La chiave di volta è il riconoscimento ufficiale  dei Rom come popolo costitutivo della nazione macedone. Il resto va da sé: rappresentanza politica, partecipazione attiva alla vita economica e sociale. Ministri, sindaci, imprenditori e studenti di successo sono anche Rom. In quanto cittadini e non come appartenenti ad una determinata comunità. In breve, a Skopje il Multiculturalismo, quello con la m maiuscola si tocca con mano. La diversità non si è tradotta in una netta suddivisione della società in compartimenti stagni. È più semplicemente un fattore che arricchisce il vivere comune.

Dopo la Macedonia, la Spagna. Nella regione dell’Andalusia la rilevante presenza di comunità gitane non ha prodotto tensioni sociali.  Tutt’altro. Anche  qui, partecipazione politica, economica e sociale, non sono un tabou per le minoranze nomadi. Sarà forse un caso che il primo deputato Rom al Parlamento europeo, Juan de Dios Ramírez Heredia, è proprio di origine andalusa? Senza contare lo straordinario numero di matrimoni interetnici o il successo scolastico dei giovani gitani. Infine il flamenco. Quello che è un indiscutibile simbolo nazionale per la Spagna, è nato proprio dal melange tra la cultura ispanica e quelle nomade.

Tutto bene, dunque? Fino ad un certo punto. È sotto gli occhi tutti, infatti, che nel resto del Vecchio Continente discriminazione e Rom vanno di pari passo. Ecco perché per battere i luoghi comuni e le ineguaglianze servono le best practice.

2) L’immigrazione dei minori stranieri non accompagnati – ITALIA

La data di inizio dell’immigrazione in Italia dei minori non accompagnati come fenomeno di massa risale ai primi anni ’90. Con il crollo a Tirana dell’ultimo e più arretrato regime comunista dell’ex Cortina di Ferro.

Sulla scia delle centinaia di migliaia di adulti che stipati all’inverosimile su vecchie carrette del mare tentarono di lasciare la malandatissima terra delle Aquile, anche folti gruppi di minori cominciarono a mettere piede per la prima volta sul nostro territorio. Come testimoniato dai risultati del primo censimento effettuato nel dicembre 2000 dal Comitato per i Minori Stranieri. Degli 8.307 allora registrati, infatti, 5.744 pari al 69% risultarono di nazionalità albanese. Un vero e proprio esodo che, inizialmente, riguardò soprattutto la Puglia e, successivamente, anche molte altre regioni italiane. Lungo le filiere dell’immigrazione illegale per la stragrande maggioranza controllate, alla partenza ed all’arrivo, da potenti e feroci clan criminali.

A partire dal 1998 però, grazie a nuovi e più severi controlli di frontiera; all’introduzione del permesso di soggiorno per minore età che prevedeva norme più stringenti circa la possibilità per i minori di continuare a restare dopo il raggiungimento del diciottesimo anno d’età; al pattugliamento congiunto italo-albanese del canale d’Otranto; al lento ma progressivo miglioramento dell’economia albanese; il flusso degli arrivi da quel paese segnò un sensibile calo. Un vuoto che venne ben presto rimpiazzato dai minori di nazionalità rumena. Che dopo aver guadagnato nel 2003 la seconda posizione nella classifica delle presenze a partire dal 2004 fino al 2006 ne conquistarono la vetta.

Ma non basta. Nel 2004, infatti, il numero dei minori albanesi segnalati fu superato, oltre che dai rumeni, anche da quelli provenienti dal Marocco. Che a partire dal 2007, anno di ingresso della Romania nell’Unione Europea, restano in assoluto la comunità più numerosa. In questo veloce processo di sostituzione delle nazioni di provenienza cominciarono ad essere segnalate presenze sempre più numerose di minori provenienti da nazioni di altre aree geografiche: Palestina, Iraq, Egitto, Afghanistan. Tanto è vero che a fare data dal 2009 gli egiziani e gli afgani sono i più numerosi dopo i marocchini.
In conclusione, il fenomeno dei minori stranieri non accompagnati in Italia:

a) nel corso del decennio appena trascorso è diminuito, e le segnalazioni sono scese tra il 2000 e il 2009 da 8307 a 6200. Soprattutto in conseguenza della sensibile riduzione del numero degli sbarchi (in Sicilia, ad esempio, dal 01/01/2009 al 15/09/2009 le nuove segnalazioni sono state 520 contro le 3608 del 2008 e le 1352 del 2007) ;

b) è composto in maggioranza da maschi tra 15 e 17 anni che emigrano per ragioni economiche con il consenso attivo delle famiglie;

c) Lazio, Marche e Puglia sono le principali porte di ingresso dei minori afghani in Italia. Con l’Adriatico divenuto nel corso degli ultimi anni il loro più importante luogo di transito;

d) è in aumento la componente di coloro in cerca di protezione internazionale. Nel 2008, secondo i dati del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR), le domande presentate sono state 573, di cui 56 da parte di minori di sesso femminile. Le nazionalità più numerose: afghana (200), somala (69), nigeriana (66), eritrea (49), ghanese (36), ivoriana (20). Le forme di protezione riconosciute sono state fondamentalmente tre: status di rifugiato (29,6%), protezione sussidiaria (31,3%), motivi umanitari (18,6%).




Vedi anche:



1) L’immigrazione dei minori stranieri non accompagnati – EUROPA




Chi decide sull’immigrazione, l’economia o la politica?

Chi decide sull'immigrazione, l'economia o la politica? Prevale sempre più la convinzione, o meglio la presunzione, che sia proprio la politica ad avere una sorta di potere assoluto in materia. Ma, siamo proprio sicuri che i governi abbiano un potere tale da aprire e chiudere il rubinetto dell'immigrazione? Se non addirittura di modularne l'intensità secondo i proprio interessi? Ad oggi, quantomeno negli stati democratici, basati su un'economia di mercato, non sembra che funzioni così. D'altronde perché a metà degli anni Settanta la decisione di molti governi europei di chiudere le frontiere non ebbe l'effetto desiderato? E, soprattutto, perché in questa fase di crisi economica gli incentivi al ritorno per gli immigrati non hanno affatto funzionato?

Sono sufficienti alcune semplici considerazioni. La logica del mercato è ben più rapida e mutevole di quella politica. Al punto che le iniziative governative appaiono sistematicamente inadeguate alle esigenze del sistema economico. Che, a fronte di un'impalcatura legislativa farraginosa e cangiante, preferisce soddisfare i propri bisogni ricorrendo all'immigrazione clandestina. Con il vantaggio di impiegare manodopera straniera a bassissimo costo e senza diritti. Tanto prima o poi una sanatoria regolarizza non solo la posizione degli immigrati irregolari, ma anche quella dei datori di lavoro. Di fatto complici di un sistema a dir poco illegale. A questo occorre aggiungere che ogni democrazia che si rispetti è soggetta al diritto e alle convenzioni internazionali. Quello che può essere definito il terzo attore non protagonista dello scenario migratorio. Il ricongiungimento familiare; il diritto d'asilo; l'adozione di un figlio o il matrimonio sono evidentemente diritti inalienabili. Che, in quanto tali, prescindono dalle scelte politiche dei singoli paesi. Certo molti stati tentano di limitarli attraverso balzelli amministrativi a dir poco originali. Al punto che in Francia, ad esempio, molte Prefetture al momento del rinnovo della carta d'identità o del passaporto richiedono ai cittadini francesi di origine straniera un attestato di nazionalità. Con l'unico risultato di ingolfare, generalmente, il sistema giudiziario e amministrativo, senza raggiungere l'obiettivo. Insomma è piuttosto evidente che la politica non ha affatto un potere assoluto nella gestione dei flussi migratori. Lo stesso vale, ma per ragioni diverse, per gli stock di stranieri già presenti sul territorio nazionale. In questo caso vale l'adagio chi è causa del suo male pianga se stesso.

Nei periodi di crisi economica, infatti, la paura spinge i governi ad adottare politiche restrittive. Cosa che induce gli immigrati a non abbandonare il paese ospitante. Al punto da preferire una vita ai limiti della soglia di sussistenza, al ritorno in patria col timore di non riuscire più a emigrare. Non solo. L'addio definitivo alla terra natia non può che costringere l'immigrato a ricorrere al ricongiungimento familiare per stabilirsi definitivamente all'estero. Un circolo vizioso dalle imprevedibili conseguenze sociali

Per gli immigrati la sanatoria è un flop

In Italia anche le sanatorie sono in crisi. L’ultima che si è chiusa ieri, la settima in poco più di vent’anni se abbiamo fatto bene i conti, è stata il più classico dei flop. A fronte di una previsione di circa 300 mila domande, infatti, ne sono pervenute appena 130 mila. Per di più c’è da notare che, rispetto al passato, non era previsto un tetto massimo alle regolarizzazioni. Potenzialmente, dunque, sia pur sub condicione, il numero dei datori di lavoro che impiegano manodopera illegale o degli stessi clandestini interessati ad auto-denunciarsi per sanare la propria posizione poteva essere di gran lunga superiore a quello registrato. Un dato che colpisce, ma non sorprende. Per almeno tre ragioni.

La prima, dai più sottovalutata, anche in questa occasione si è avuta la prova provata che l’immigrazione non segue le leggi della politica, ma quelle del mercato. Se l’economia tira la manodopera immigrata aumenta. In caso contrario diminuisce e si indirizza verso nuove mete. Una regola aurea confermata di recente dal fatto che nel 2011, per la prima volta dopo oltre mezzo secolo, si è ridotto persino il numero dei messicani clandestini negli Stati Uniti.

La seconda e la terza, invece, fanno parte di una specificità tutta italica. Ancora una volta il nostro governo ha commesso l’errore capitale di approvare un provvedimento basato su una visione idraulica del mercato del lavoro. Salvo poi scontrarsi con quello zoccolo duro del sistema economico italiano, composto da criminalità organizzata con la connivenza di una cospicua fetta di imprenditori e non solo, che ha tutto l’interesse a mantenere in vita l’enorme vivaio della manodopera illegale. Tant’è che non è certo un caso che la stragrande maggioranza delle domande di emersione ricevute dal Viminale sono arrivate da colf e badanti. Mentre non si ha traccia di quell’esercito di invisibili impiegati nel settore agricolo, edilizio, della ristorazione o del turismo.
A questo va aggiunto un ultimo aspetto, di certo non meno rilevante. Che mette insieme al danno la beffa. Non si può non segnalare, infatti, che qualsiasi forma di sanatoria, mascherata o meno, è per definizione un provvedimento una tantum. Laddove diventa la regola rischia di perdere la sua efficacia. E persino il suo appeal nei confronti dei diritti interessati. C’è da scommettere che in questo caso, vista l’aria che tira, molti clandestini abbiano deciso di non cogliere quella che in altre nazioni è considerata una vera e propria occasione. Da noi, invece, perdere il treno della sanatoria non è mai un problema. Non foss’altro perché subito dopo ne arriva un altro. E’ sufficiente ricordare, infatti, che tra il 1996 e il 2007 su un totale di 3,2 milioni di regolarizzazioni nei 27 paesi UE ben 1,2 milioni sono state registrate in Italia. Forse pensava a questa scorciatoia il Ministro Riccardi quando promuovendo il cosiddetto “ravvedimento operoso” ha dichiarato che le sacche di clandestinità nel nostro paese verranno presto prosciugate.

Pensiero globale e voto locale

Una volta compresa l'importanza di riuscire a coinvolgere il più alto numero possibile di immigrati, le amministrazioni di molte città hanno deciso di estendere il diritto di voto a livello locale anche ai residenti privi della cittadinanza. Con l'obbiettivo di consentire ai nuovi arrivati di dire la loro su programmi che li riguardano da vicino.

In Europa la partecipazione elettorale a livello comunale è ammessa per i cittadini stranieri provenienti da altri paesi dell'Unione. Alcune nazioni si sono addirittura spinte oltre. Danimarca, Finlandia, Ungheria, Svezia e Irlanda concedono questo diritto anche ai residenti non comunitari cui è richiesto come semplice prerequisito quello della residenza. In Irlanda, ad esempio, i non cittadini possono votare se dimostrano di essere residenti al momento della formazione delle liste elettorali, ossia 9 mesi prima della data delle elzioni. In questo modo è possibile coinvolgere gli immigrati bypassando le lunghissime procedure necessarie per l'ottenimento della cittadinanza. Secondo il sindaco di Dublino i non cittadini "apprezzano che sia loro richiesto di votare. Perché, cosa che giudico di assoluto rilievo, in questo modo si da loro la possibilità di sentirsi a pieno titolo parte della comunità cittadina…Non si sentono esclusi."

Negli USA il diritto elettorale attivo a livello locale è al centro di numerose iniziative
di base. A New York, ad esempio, dove 1 residente su 5 non ha la cittadinanza, un ampio schieramento formato da sindacati, gruppi religiosi, associazioni di immigrati e di volontariato locale ha lanciato su questo tema una campagna di sensibilizzazione con lo slogan I Vote. Iniziative dello stesso tipo sono in atto nel Connecticut, nel New Jersey, nel Wisconsin, in Colorado e Noth Caroline ed in città importanti della California quali Los Angeles, San Diego e San Bernardino.

Dall'altra parte del pianeta la Nuova Zelanda consente, caso unico tra le nazioni democratiche, agli stranieri che risiedono da almeno 1 anno sul suo territorio di votare sia a livello locale che nazionale.

Globalizzazione e flussi migratori

L'immigrazione di oggi è molto diversa da quella transoceanica a cavallo tra XIXmo e XXmo secolo. In primo luogo perché in termini relativi sul totale della popolazione gli attuali flussi migratori risultano in linea se non, in alcuni casi, addirittura inferiori a quelli di allora. Oggi, infatti, pesano relativamente meno sul totale della popolazione rispetto a ieri. Ad esempio, gli 8,8 milioni di immigrati sbarcati negli Usa tra il 1901 ed il 1910 equivalgono, in termini assoluti, ai 9,1 milioni degli anni 1991-2000.

Con la piccola differenza che la popolazione attuale è di gran lunga superiore a quella di allora. In secondo luogo perché mentre l'immigrazione contemporanea è composta in maggioranza da donne nel passato erano invece gli uomini di gran lunga i più numerosi. In terzo luogo perché sono cambiati sia i paesi di provenienza che quelli di approdo.Nel XIXmo secolo si trattava di poveri e diseredati europei alla ricerca di una nuova vita nelle terre d' America. Tra 1830 e il 1920 emigrò dall'Europa il 13 per cento della forza lavoro, e nel caso dell'Irlanda e dell'Italia addirittura il 30 per cento. Oggi la maggioranza degli immigrati proviene dai paesi in via di svilupp.

Inoltre mentre tradizionali nazioni d'emigrazione come Irlanda, Italia e Spagna sono diventate terre di immigrazione, per quelle dell'America latina è avvenuto esattamente l'opposto. L'invecchiamento demografico dei paesi ricchi e la contemporanea crescita della popolazione in Asia, Africa e SudAmerica contribuiranno ad alimentare i flussi migratori tra sud e nord del mondo ancora per molto tempo.

Ragione per cui è possibile affermare che nei processi di globalizzazione dell'economia sarà proprio l'emigrazione a garantire i maggiori benefici per le economie dei paesi poveri.

1) L’immigrazione dei minori stranieri non accompagnati – EUROPA

Le difficoltà del governo dell’immigrazione sono note a tutti, soprattutto per quanto riguarda quella irregolare e clandestina. Ciò che è poco conosciuto è il fenomeno che gli addetti ai lavori definiscono dei “minori stranieri non accompagnati”.

Chi sono? Chi e cosa spinge migliaia di minorenni a emigrare? Dietro tutto ciò c’è solo povertà e instabilità politiche oppure ci sono anche oscuri business?

L’inchiesta di West, in più puntate, prova a fare luce sul problema e a trovare qualche risposta a questi interrogativi. Partendo dall’analisi storica e normativa di Raffaele Bracalenti del contesto europeo e, nella prossima puntata, di quello italiano. Per concludersi con le testimonianze di esperti che da anni si occupano di questo fenomeno.

Il fenomeno dei minori stranieri non accompagnati acquisisce una valenza quantitativa importante nello spazio comunitario a partire dagli inizi degli anni ’90 e, da allora, tale fenomeno si è posto come una realtà di un rilievo sempre più ampio. Secondo un documento diffuso dall’European Migration Network - Policies on Reception, Return and Integration arrangements for, and numbers of, Unaccompanied Minors. An EU comparative study -  i minori stranieri non accompagnati presi in carico dalle pubbliche autorità nello spazio comunitario (EU 22) sono cresciuti enormemente negli ultimi anni.



































































































































































































Minori stranieri non accompagnati presi in carico dalle pubbliche autorità dal 2004 al 2008
Paesi Anni
2004 2005 2006 2007 2008
Austria ND ND ND ND ND
Belgio - 2040 1702 1558 1878
Estonia 0 0 0 0 0
Finlandia 140 220 112 90 706
Francia ND ND ND ND ND
Germania 919 602 612 888 1099
Grecia ND ND ND ND ND
Irlanda 611 661 537 331 344
Italia 8100 7583 6453 7548 7797
Lettonia ND ND ND ND ND
Lituania ND ND ND ND ND
Malta 30 31 57 60 47
Olanda 1626 954 633 1182 1858
Polonia ND ND ND ND 163
Portogallo ND ND ND ND ND
Regno Unito ND ND ND ND ND
Repubblica Ceca 79 116 140 112 100
Slovacchia 17 43 46 313 164
Slovenia ND ND ND ND ND
Spagna 2004 3160 3064 4497 4916
Svezia 360 378 629 773 1165
Ungheria ND ND 36 ND ND

Fonte: European Migration Network

Accanto a questa tipologia di minore, il documento dell’European Migration Network faceva menzione, con numeri del tutto diversi, a un’altra tipologia di minore, quella del richiedente asilo, sottolineando come nel 2008 ci fosse stato un totale di 11.292 richieste di asilo presentate da minori non accompagnati nei 22 Stati Membri analizzati in questo studio, con un aumento, rispetto all’anno precedente, di circa tremila domande.


















































































































































































































































































Richieste di asilo di minori stranieri non accompagnati presentate dal 2004 al 2008
Paesi Anni
2004 2005 2006 2007 2008 Totale Variazione % rispetto al 2007 Principali cittadinanze
Austria 914 790 414 516 697 3331 35% Afghanistan
Belgio 675 654 491 555 470 2845 -15% Afghanistan, Guinea
Estonia 0 0 0 0 0 0 - -
Finlandia 140 220 112 90 706 1268 684% Iraq, Somalia, Afghanistan
Francia 1221 735 571 459 410 3396 -11% Congo, Angola, Russia
Germania 636 331 186 180 763 2096 324% Iraq
Grecia ND ND ND 44 296 ND - Pakistan, Afghanistan
Irlanda 128 131 131 94 98 582 4% Nigeria
Italia ND ND ND ND 573 - - Afghanistan
Lettonia 0 3 0 0 4 7 - Afghanistan
Lituania 11 9 3 5 1 29 -80% Russia
Malta ND 23 58 84 56 - - Somalia
Olanda 594 515 410 433 726 2678 68% Somalia, Iraq
Polonia 230 278 282 356 376 1522 6% Russia
Portogallo ND ND 3 7 6 - - Africa occidentale
Regno Unito 2990 2965 3450 3645 4285 17335 18% Afghanistan
Repubblica Ceca 95 106 92 56 36 385 -36% Turchia
Slovacchia 196 101 138 157 72 664 -54% Moldova
Slovenia 104 82 21 27 18 252 -33% Afghanistan
Spagna ND ND ND 12 13 - - Marocco, Africa occidentale
Svezia 388 398 820 1264 1510 4380 19% Iraq, Afghanistan, Somalia
Ungheria 59 41 61 66 176 403 167% Somalia, Pakistan
Totale (EU 22) ND ND ND ND 11 292 -

Fonte: European Migration Network

Tali dati, quelli cioè relativi ai minori richiedenti asilo e quelli relativi ai minori presi in carico al di fuori di questo circuito, e la loro distribuzione geografica riflettono indirettamente i due modelli di gestione prevalenti nello spazio comunitario: il primo, tipico dei Paesi dell’Europa del nord, per il quale l’accoglienza dei minori non accompagnati ha trovato un quadro teorico ed un modello di intervento all’interno del fenomeno dei rifugiati e richiedenti asilo.

Diverso il quadro offerto dai Paesi del sud Europa (Spagna, Grecia, Italia) – e qui siamo al secondo modello - che hanno conosciuto un processo inverso. Tali Paesi, a partire dalla seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso, hanno cominciato a subire una trasformazione da territori di emigrazione in territori di immigrazione, diventando già a partire dagli anni ’80  meta di un flusso crescente di migranti provenienti principalmente da Maghreb, Corno d’Africa, Albania, Filippine, America Latina. Di conseguenza, Spagna, Grecia e Italia hanno elaborato le loro leggi in materia di immigrazione e di asilo quasi contemporaneamente, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio  degli anni ‘90, confrontandosi con una figura differente rispetto a quella conosciuta dai Paesi del centro e del nord Europa, di minore straniero che giunge presso i loro territori privo di riferimenti familiari: non più o almeno non solo richiedente asilo.

Ma al di là delle specifiche differenze nella gestione delle due tipologie di minori (richiedenti asilo e migranti economici), alcuni elementi comuni sembrano caratterizzare il panorama comunitario. La Conference on children’s independent migration, tenutasi il 10-11 ottobre 2007 a Poitiers, rilasciava un documento - Migration of Unaccompanied Minors in Europe: Contexts of Origin, Migration Routes and Reception Systems – ne individuava alcuni tra i quali il rischio di coinvolgimento dei minori in fenomeni devianti; la ricerca di un lavoro come preoccupazione di fondo; la manifestazione, spesso trascurata o non tenuta nella giusta considerazione dagli addetti ai lavori, di patologie o comunque di disagio psicologico; le problematiche inerenti la determinazione dell’età, la quale poi determina il successivo percorso del minore - accoglienza o respingimento – (alcuni paesi tendono, qualora le rilevazioni diagnostiche non dissipano il dubbio, a considerare il minore come tale, mentre altri paesi, come il Regno Unito, rifiutano questo approccio); la non sempre elevata professionalità delle figure che si prendono carico del minore.




Vedi anche:



2) L’immigrazione dei minori stranieri non accompagnati – ITALIA







3) L’immigrazione dei minori stranieri non accompagnati – ALDO MORRONE







4) L’immigrazione dei minori stranieri non accompagnati – GIUSEPPE MAGNO







5) L’immigrazione dei minori stranieri non accompagnati – FERNANDA CONTRI