1) Gastarbeiter bye bye

Cinquant’anni fa nasceva in Germania la politica dei gastarbeiter che ha influenzato le politiche migratorie europee fino ai giorni nostri. L’immigrato arriva e se ne va. Non diventa cittadino, ma rimane pure e semplice manodopera temporanea. Si trasferisce da solo, senza famiglia nel paese ospitante perché tanto dopo pochi anni ritorna in madrepatria. Peccato che a distanza di mezzo secolo la storia ha del tutto smentito questa teoria. Era l'inizio di novembre del 1961, infatti, quando il governo tedesco dell'ovest – dopo aver sottoscritto dei patti simili con Italia e Grecia – aprì le sue frontiere anche agli immigrati turchi. Che nonostante fossero considerati “lavoratori ospiti” hanno messo le radici Oltrereno e la stragrande maggioranza ha acquisito lo status civitatis.

La recente visita del Primo Ministro turco Erdogan a Berlino proprio per celebrare l’accordo del 1961 è stata l’occasione per riaprire le polemiche, in realtà mai sedate, sull’integrazione degli immigrati provenienti dall’ex impero Ottomano in Germania.

Erdogan ha puntato il dito contro il sistema educativo tedesco (“il turco dovrebbe essere insegnato nelle scuole elementari, come madrelingua per gli immigrati”) e contro le politiche in tema di immigrazione, criticando la prevista introduzione di test linguistici per le donne che vogliono effettuare il ricongiungimento familiare con i mariti in Germania (“quale lingua parla l'amore?”) e la mancata possibilità di ottenere la doppia cittadinanza.

Da parte sua, la Merkel ha preferito glissare, limitandosi a ribadire che è la cancelliera anche di tutti i turchi di Germania. A rispondere, invece, è stato il ministro dell'interno Friedrich: l'esponente dell'esecutivo cristiano-liberale ha escluso qualsiasi ipotesi di doppia cittadinanza, e ha ribadito l'assoluta priorità dell'insegnamento del tedesco, chiave per l'affermazione in qualsiasi campo della vita.

La storia di questi 50 anni di immigrazione turca è ben raccontata dal libro Auf Zeit. Für immer (“Per poco tempo. Per sempre”), edito dalla Bundeszentrale für politische Bildung; le due curatrici, Jeannette Goddar e Dorte Huneke, hanno intervistato quattordici migranti – soprattutto di prima generazione – riportando i ricordi, i sogni e le speranze di persone che sono arrivate in Germania in giovane età, e che sono a rimasti a viverci per decenni.

Uomini e donne che hanno vissuto in una sorta di “limbo” identitario: dai tedeschi venivano chiamati Gastarbeiter, “lavoratori ospiti”. Nello stesso periodo, la parola turca Gurbet (“terra lontana, straniera”) venne cominciata a usare come sinonimo per Germania. Nella loro patria, i turchi di Germania diventarono così Gurbeçti, “gli appartenenti a una terra straniera”.

“Se a quel tempo qualcuno mi avesse domandato, 'ti senti turco o tedesco?', avrei risposto senza esitazione: 'mi sento turco!'”, racconta Mesut Ergün, un attivista di sinistra che decise di emigrare in Germania nel '69, in seguito all'escalation delle violenze politiche nel suo paese. Nel 2007, insieme alla moglie Ingrid, è tornato sul Bosforo per aprire un albergo. “In ogni caso – continua – i rapporti con i tedeschi non sono più come se fossi straniero: ho una compagna tedesca, a Francoforte mi sono ben integrato, avevo amici e clienti tedeschi”.

D'altra parte, la Repubblica Federale non rappresentò solo la meta dei Gastarbeiter, ma anche di tutti coloro che in Turchia non potevano vivere in libertà: attivisti politici, curdi, o i membri della comunità greca. È il caso di Eva e Sokrates Saroglu, scappati da Istanbul negli anni '60: “La nostra città non esiste più, siamo stati lontano troppo tempo”, dice Sokrates, ricordando il primo viaggio in Turchia da Berlino, nel 1992. “´Quello che è certo, è che in Germania non siamo più ospiti”.

Anche noi di West siamo andati a parlare con uno dei migranti della prima generazione: una signora turca, arrivata a Berlino Ovest nei primi anni '70 quando era una bambina, che ci racconterà la sua storia nei prossimi numeri.

2) Test di cittadinanza – Ines Michalowski

L’inchiesta di West sui test di cittadinanza in vigore a livello europeo si conclude con questa seconda parte dell’intervista a Ines Michalowski. Con il suo intervento, la ricercatrice del Social Science Research Center Berlin, offre ai nostri lettori maggiore chiarezza su un tema complesso e dibattutto.

Qual è la sua opinione sui test di cittadinanza? E, soprattutto, quali sono gli stati europei in cui hanno avuto maggior successo?

La risposta dipende molto da cosa si intende per “successo”. Se con questo intendiamo che ad ottenere la cittadinanza siano  soltanto gli immigrati realmente interessati e meritevoli, si può dire che (anche se il numero di naturalizzazioni diminuisce a causa delle prove), i test sono davvero utili perché permettono di selezione come nuovi cittadini per così dire  i “più adeguati”.

Per altri, invece, si può parlare di successo solo quando si registra un’elevata percentuale di idonei al test e parallelamente un tasso piuttosto stabile di naturalizzazioni, perché questo significa che le prove non ostacolano la possibilità di ottenere lo status civitatis.

Inoltre, secondo alcuni il successo dipende dalla capacità dei test di misurare la preparazione e soprattutto, la qualità dei futuri cittadini. Il che significa ad esempio misurare se chi ottiene la cittadinanza sia, ad esempio, più predisposto ad essere politicamente attivo visto che grazie alle prove conosce meglio il sistema politico del paese ospitante.

Purtroppo la verità è che è difficile condurre un’analisi comparata tra chi ha superato i test e chi no. In sintesi, è impossibile rispondere alla domanda iniziale.

 

È possibile sostenere che i test di cittadinanza siano un mezzo illiberale per raggiungere un fine liberale?

Come ha più volte sostenuto Christian Joppke una democrazia liberale può introdurre i test senza per questo violare i principi fondamentali che la caratterizzano.

Chi critica questo strumento sottolinea spesso che si tratta di una procedura obbligatoria per chiunque voglia ottenere la cittadinanza, rendendo ben più complicata la procedura per ottenere lo status civitatis e imponendo ai richiedenti l’obbligo di studiare argomenti ai quali non sono interessati. Infine, secondo i più scettici si tratterebbe di una vera e propria forma di assimilazionismo culturale.

Andiamo per ordine. Se è vero che a volte i test complicano realmente la possibilità di ottenere la cittadinanza, è altrettanto vero che non si tratta certo di una regola generale. Per fare un esempio, i dati sul test di cittadinanza introdotto nel settembre del 2008 in Germania dimostrano che in media più del 90% dei candidati lo supera. Anche se una percentuale così alta può far pensare che a provare i test siano solo coloro che si sentono sicuri di superarlo, uno sguardo ai dati aggregati sui tassi di naturalizzazione dimostra che sono diminuiti nell’anno in cui il test è stato introdotto per aumentare nuovamente negli anni successivi. Come dire che le prove possono scoraggiare gli interessati a chiedere la cittadinanza, ma si tratta di un fenomeno tutt’altro che permanente.

A questo occorre aggiungere che è vero che i test obbligano a studiare materia che possono non interessare, ma questo vale, ad esempio, anche per le prove delle patente.

Infine, per quanto riguarda l’accusa che i test sono una forma di assimilazionismo culturale, bisogna dire che si tratta di un argomento piuttosto dibattuto, ma se guardiamo ai test in vigore in cinque stati (Germania, Olanda, Austria, Gran Bretagna, USA) ci accorgiamo che fatta eccezione per l’Olanda che prevede quesiti relative a norme sociali (l'istruzione dei figli, la religione etc), negli altri casi è evidente che non vengono trattati temi sensibili che potrebbero essere associabili a forma di assimilazionismo culturale.

 

Com’è possibile sottoporre il medesimo test a persone che presentano non poche diversità: giovani, anziani, soggetti con diversi livelli di istruzione, persone diversamente abili?

Molti paesi prevedono eccezioni proprio per soggetti con disabilità o per gli anziani.

Per quanto riguarda, invece, il livello di istruzione è vero che i test non prevedono particolari eccezioni per chi ha un basso livello se non bassissimo di istruzione. Nel caso della Germania, però, le autorità hanno tenuto a precisare che i test sono stati formulati per essere superati per chi ha un livello di preparazione equivalente a quello di un bambino di 9 anni. Questo implica che un cittadino medio tedesco sia in grado di superare il test. Anche se è altrettanto vero che molti cittadini non sarebbero in grado di superare le prove perché non hanno mai studiato quelle nozioni o più semplicemnte le hanno dimenticate. Cosa che vale sia per gli autoctoni che per i naturalizzati.

Ciò detto, come ribadito in precedenza, il carattere selettivo dei test di cittadinanza non può essere negato.

I test di cittadinanza prevedono soltanto domande relative al contesto nazionale o fanno riferimento anche alle istituzioni europee?

Principalmente si focalizzano su aspetti pertamente nazionali, ma spesso, seppur in modalità diverse, fanno anche riferimento alla storia dell’UE se non addirittura a quella degli altri stai membri.




Vedi anche:



1) Test di cittadinanza – Ines Michalowski




1) Test di cittadinanza – Ines Michalowski

La recente introduzione in molti stati europei dei test sulla cittadinanza per gli immigrati ha destato non poche polemiche e controversie. Di cosa si tratta? Può un semplice questionario stabilire se un immigrato è idoneo a ottenere lo status civitatis? E, soprattutto, parliamo di un mezzo illiberale per raggiungere un fine liberale?
In questa selva oscura, ricca di dubbi e incertezze, dove prevale un diffuso senso di confusione, sarà Ines Michalowski a farci da Virgilio con un’intervista che pubblichiamo a partire da oggi in due puntate. Ricercatrice presso il Social Science Research Center Berlin, Michalowski ha dedicato la sua attività accademica a tutte le problematiche connesse alla concessione della cittadinanza nei diversi paesi europei e non solo, pubblicando numerosi articoli, saggi e volumi sul tema.


1) Quali sono gli stati europei in cui è in vigore il test di cittadinanza?

Gli ultimi dati disponibili risalgono al 2006 (MIPEX – Migration Integration Policy Index).
Su 25 paesi membri dell’Ue, 11 stati avevano adottato il test di cittadinanza nel 2006.
Fra questi la maggiore parte aveva optato per delle prove scritte ( Austria, Danimarca, Estonia, Gran Bretagna, Germania, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi), mentre Grecia, Ungheria e Spagna per quelle orali.
Vale la pena di notare che per quanto riguarda Gran Bretagna e Francia il rapporto presenta alcune imprecisioni. A dispetto di quanto indicato nell’indice MIPEX, infatti, la Gran Bretagna non prevede una prova orale, bensì via computer che evidentemente richiede conoscenze di lingua scritta. Quanto alla Francia, invece, il rapporto parla della presenza di un test orale. In realtà il ministero dell’Istruzione d’Oltralpe non ha mai pubblicato istruzioni in merito. Di conseguenza i test in Francia esistono solo formalmente. Come d’altronde, ha confermato la Sous-Direction de l’accés à la nationalité di Rezé.
In ogni caso, per aver un quadro completo e aggiornato sugli attuali 27 stati membri bisogna aspettare la pubblicazione dell’indice MIPEX 2010.

2) Quali sono gli aspetti in comune e quali, invece, le differenze tra i test di cittadinanza in vigore nei diversi stati europei?

Naturalmente esistono vari metodi di comparazione. Generalmente, è possibile prendere in considerazione due fattori principali: quello formale e quello sostanziale.
Quanto al primo aspetto si registrano importanti differenze a livello europeo. Oltre al fatto che alcuni stati adottano prove scritte, mentre altri solo quelle orali, la vera differenza riguarda il fatto che alcuni paesi hanno reso pubblici i questionari ( e le relative risposte corrette), mentre altri non l’hanno fatto. A quest’ultima categoria sono ascrivibili i Paesi Bassi e la Gran Bretagna. Da notare, però, che mentre il governo inglese ha messo almeno a disposizione un campione di 97 domande utile agli interessati per esercitarsi, nei Paesi Bassi questo non è affatto previsto.
Quanto agli stati che, invece, hanno reso pubblici i questionari (e le relative risposte corrette), si rileva comunque una certa eterogeneità. L’Austria, ad esempio, ha pubblicato un campione di 90 domande, contro le 300 della Germania. Così come varia e non poco il numero di quesiti ai quali rispondere: 18 in Austria, ad esempio, mentre 33 in Germnia. E ancora il tempo a disposizione per rispondere è piuttosto variabile: 2 ore in Austria, 1 ora in Germania).
Allo stesso tempo il numero di risposte necessarie a superare il test dipende da paese a paese: 9/12 in Austria, contro le 18 della Germania). Senza dimenticare un fattore tutt’altro che secondario, il costo per fare le prove. In Germania bastano 25 euro, nei Paesi Bassi ben 230.
Fin qui le diversità di carattere formale. Quanto ai contenuti, invece, si registrano altrettante differenze. Sotto questo punto di vista, ad esempio, un’analisi comparata tra Austria, Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna e Paesi Bassi, ha rilevato una certa omogeneità dei test adottati nei primi tre stati che dove prevalgono in particolare i seguenti temi: politica, democrazia, storia e stato nazione. Mentre nel test inglese e in quello olandese sono i quesiti di natura più pratica ad avere maggior spazio: welfare (ad esempio nel caso olandese sono previste domande sul funzionamento del sistema sanitari etc), servizi pubblici e così via.
Un altro aspetto, invece, distingue i test in vigore negli Stati Uniti, in Germania, in Austria e Gran Bretagna da quello adottato in Olanda. Infatti, il test olandese prevede anche quesiti per così dire riferiti a norme sociali, mentre negli altri quattro casi non si rilevano mai domande di questo genere (come ad esempio l’educazione dei figli, il matrimonio, la famiglia) e più in generale i questionari sono sempre e solo riferiti ad aspetti regolati dalla legge.

TEST DI CITTADINANZA








































































































































































































ORALE SCRITTO NON IN VIGORE DATI NON DISPONIBILI
AUSTRIA

X


BELGIO
BULGARIA
CIPRO
REP. CECA
DANIMARCA

X


ESTONIA

X


FINLANDIA
FRANCIA°
GERMANIA

X


GRECIA

X


IRLANDA
ITALIA
LETTONIA

X


LITUANIA

X


LUSSEMBURGO
MALTA
PAESI BASSI

X


POLONIA
PORTOGALLO
REGNO UNITO°°

X


ROMANIA
SLOVACCHIA
SLOVENIA
SPAGNA

X


SVEZIA
UNGHERIA

X



Fonte: www.west-info.eu su elaborazione dati MIPEX 2006.
° Come ha giustamente rilevato Ines Michalowski, a dispetto di quanto sostenuto dall’indice MIPEX 2006, i test di cittadinanza in Francia non sono ad oggi in vigore.
°° Come ha giustamente rilevato Ines Michalowski, a dispetto di quanto sostenuto dall’indice MIPEX 2006, il Regno Unito prevede un test di cittadinanza via computer che implica una conoscenza della lingua scritta e non di quella orale.

Il bivio dell’American dream

Con il Dream Act firmato sabato scorso dal governatore Jerry Brown, che consente agli studenti stranieri più meritevoli di usufruire, pur se irregolari, delle borse di studio pubbliche, la California prende posizione nel duro braccio di ferro sull’immigrazione. Che da anni paralizza e divide l’America. Ma nella direzione opposta a quella conservatrice scelta a catena, sulla scia dell’ ”apripista” Arizona, dalla Geogia, dall’Utah, dall’Indiana, dalla South Caroline e, per ultima dall’Alabama. Non c’é dubbio, però, che la scesa in campo dell’Orange County, lo stato più popoloso e ricco del paese a stelle e strisce, rappresenta, a questo punto della vicenda, un salto di qualità. Un vero e proprio punto di svolta. In primo luogo perché determina un’accelerazione dello scontro politico su uno dei temi chiave della campagna presidenziale del prossimo anno. Sul quale, é certo, che  il Congresso non ha né il tempo né la forza di prendere la pur minima decisione. Superando lo stallo in cui versa ormai da anni ed al quale sono in molti ad avere pagato pegno, compreso il « falco » George W. Bush. Con la conseguenza, qui il secondo aspetto del problema, che più della contrapposizione, in qualche modo scontata, tra i due schieramenti tra loro in competizione, sono soprattutto quelle interne ai due schieramenti che rappresentano ormai il vero rompicapo di tutta la vicenda. Come testimonia, ad esempio,  l’ondata di reprimende piovute, nelle ultime settimane, sul governatore repubblicano del Texas, Rick Perry, colpevole, agli occhi di molti membri del suo stesso partito, di aver dichiarato la sua non contrarietà al Dream Act voluto dal collega della California. Ma é soprattutto l’asimmetria tra la incapacità/impossibilità a decidere di “quelli di Washington” ed il protagonismo “decisionista” dei singoli stati, suggellato dall’asso pigliatutto californiano, che carica questo ennesimo capitolo della ormai lunga storia  dell’immigrazione made in USA di conseguenze istituzionali potenzialmente esplosive. Quasi a voler tornare a prima del 1875, quando la Corte Suprema aveva stabilito, con la storica sentenza n. 275, che l’immigration andava delegata all’eslusiva competenza del governo federale e non più , come invece era avvenuto fino a quel momento, a quella dei singoli stati dell’Unione.

La Grecia fa i conti con la cittadinanza

Rischiano di rimanere delusi gli immigrati di seconda generazione che speravano di acquisire la cittadinanza greca in modo più semplice e veloce.

La riforma, sottoposta ieri al dibattito parlamentare, presenta delle norme più restrittive rispetto al disegno di legge iniziale. Il governo socialista, infatti, dopo una fase di consultazioni pubbliche, ha deciso di introdurre delle variazioni sostanziali atte ad irrigidire alcune parti del nuovo provvedimento. Così gli stranieri nati sul territorio greco potranno richiedere la cittadinanza solo se entrambi i genitori risiedono legalmente nel territorio nazionale da almeno cinque anni. In base alla proposta iniziale, invece, era sufficiente che uno dei due genitori rispettasse i requisiti predetti. Inoltre, il richiedente, prima di ottenere lo status civitatis, dovrà dimostrare di aver frequentato per almeno 6 anni la scuola dell'obbligo. Inizialmente, invece, ne bastavano 3. A questo occorre aggiungere l'onere di presentare tre lettere di referenze di cittadini greci. La nuova riforma, infine, prevede che dopo aver acquisito la cittadinanza è possibile ottenere il diritto di voto alle elezioni locali solo se si è in grado di dimostrare una buona padronanza della lingua greca. Secondo il Ministro dell'Interno il provvedimento permetterà ad almeno 250.000 stranieri di iscriversi, dopo aver acquisito lo status civitatis, nei registri elettorali.

Eppure, nonostante le modifiche, in senso restrittivo, adottate rispetto al disegno di legge iniziale il partito conservatore, New Democracy, continua a criticare aspramente la nuova riforma, definendola fin troppo morbida nei confronti dei nuovi arrivati. " Le modifiche non rappresentano altro che l'introduzione, in gran ritardo, di quello che nel resto d'Europa è una normalità da molti anni", ha tenuto a precisare Panos Panayiotopoulos, portavocce del partito conservatore . Al contrario, invece, gli esponenti della Chiesa nazionale hanno sottolineato che il provvidemento non sarà affatto utile a risolvere i veri problemi dell'immigrazione perchè"non si occupa in modo serio del fenomeno migratorio, sottovaluta la sensibilità e le problematiche dei nuovi arrivati e non prende in considerazione le possibili ripercussioni sull'intera popolazione".

Il rompicapo dei minori clandestini

La gestione dei minori stranieri non accompagnati suscita forti tensioni in Francia. In protesta contro il Ministero di Giustizia, accusato di non fare abbastanza per affrontare il problema, il dipartimento della Seine-Saint-Denis, al nord di Parigi, si rifiuta dall’inizio di settembre di accogliere nelle sue strutture i piccoli che gli sono affidati dai servizi giudiziari. Al dilà dello scontro politico, l’episodio evidenzia due problemi generali che riguardano tutto il Vecchio Continente. Il primo, non é vero, come accadeva fino a qualche anno fa, che si tratta di un fenomeno tipico dell’Europa mediterranea. Secondo, in assenza di una legislazione ad hoc gli stati UE sono di fatto impotenti. Visto che i minori stranieri non accompagnati non possono essere rimpatriati, ma allo stesso tempo non possono, per ovvie ragioni, essere trattati alla stregua degli altri richidenti asilo. Senza contare il rilevante ruolo che la criminalità organizzata gioca in questa partita. Non foss’altro perché é difficile credere che un minorenne riesca ad arrivare dall’Afghanistan all’Europa senza alcun aiuto.

Non deve sorprendere dunque che di fatto, sia a livello nazionale che europeo, non esistono cifre ufficiali sulla loro presenza. L’Europa accoglierebbe oggi 100 000 minori stranieri non accompagnati: molti si trovano nel Sud del continente (in Italia erano 4 700 a metà del 2010 mentre 6 500 erano accolti in Spagna nel 2007), 4 200 erano recensiti in Gran Bretagna nel 2009. La Francia, che oggi ospiterebbe circa 6 000 mineurs étrangers isolés (Mie), è del resto considerata solo una tappa del viaggio che porta verso il Regno Unito. Si stima che nel 2009, 2 500 giovani siano transitati dal dipartimento Pas-de-Calais, nel tentativo di imbarcarsi sui traghetti che attraversano la Manica. Due terzi dei minori stranieri si trovano in compenso fra Parigi e la vicina Seine-Saint-Denis. Che protesta contro il guardasigilli Michel Mercier, perché oltre ad essere una delle zone più depresse del paese, é anche la sede dell’aeroporto internazionale di Roissy “Charles de Gaulle”, principale porta di ingresso dei minori in Francia. Secondo le stime delle ONG, nella zona di attesa dello scalo sono transitati 637 minori nel 2010. Quanto alla situazione nella capitale francese, 70 milioni di euro sono stati spesi lo scorso anno per occuparsi di 1 600 minori non accompagnati - erano 700 nel 2008 - nell’ambito dell’Aide sociale à l’enfance (aiuto sociale all’infanzia, a carico dei dipartimenti dal 1986). Si tratta in particolare di giovani afgani, che stazionano fra Gare du Nord e Gare de l’Est, in attesa che i passeurs trovino loro un passaggio a caro prezzo verso nord. In risposta, sempre più posti letto vengono creati all’interno di strutture di accoglienza (Maisons du jeune réfugié, Cellule d'accueil des mineurs isolés étrangers...). E si cerca di migliorare il coordinamento fra stato, dipartimenti e attori sul terreno, come raccomandava Isabelle Debré nell’ultimo rapporto parlamentare realizzato al riguardo, nel maggio del 2010. Il muro contro muro che va in scena in questo momento in Seine-Sainte-Denis mostra che c’è ancora molto da fare...

La Francia torna a dividersi sui Rom

Ad un anno dalle dure critiche rivolte alla politica di espulsioni dei Rom messa in atto dal governo Sarkozy, la commissaria europea alla Giustizia, diritti fondamentali e cittadinanza Viviane Reding torna sull’argomento. L’occasione è una conferenza organizzata a Parigi da SciencePo e dal think-tank Notre Europe di fronte ad una platea internazionale di giovani studenti. Rispondendo ad una domanda del pubblico, la commissaria riconosce amaramente: “Combattere per i diritti dei Rom non fa certo vincere le elezioni”. Ma saluta allo stesso tempo gli sforzi fatti dalla Francia per integrare nella legislazione nazionale alcune norme del diritto europeo a tutela delle minoranze etniche. “Un paese ha il diritto di espellere un individuo per aver commesso un crimine. puntualizza Viviane Reding. Quello che non può fare è invece stigmatizzare e minacciare di espulsione un intero gruppo etnico”.

Parole misurate ed in punta di diritto che assumono tutto il loro valore se lette in relazione alle recenti esternazioni di Claude Guéant, ministro dell’interno transalpino. Pochi giorni fa quest’ultimo ha lanciato una vasta offensiva contro quella da lui definita “delinquenza rumena”. Di fronte ai giornalisti, l’ex-prefetto e braccio destro del presidente Sarkozy ha in effetti agitato statistiche allarmanti secondo cui un imputato su dieci a comparire davanti al tribunale di Parigi è di nazionalità rumena. Viviane Reding non commenta queste cifre, ma preferisce, come già in passate occasioni, ricordarne altre: “I Rom sono dieci milioni di cittadini europei che vivono in condizioni di povertà grave. Solo il 42% dei bambini Rom frequenta la scuola primaria, il che significa che il 58% non avrà alcuna chance nella propria vita!”. Per porre rimedio a questa che definisce “una tragedia”, la commissaria ricorda di aver chiesto ad ogni Stato membro di elaborare una strategia dettagliata. Dopo aver analizzato le soluzioni proposte, la commissaria conta sottometterle al voto del Parlamento Europeo nella primavera del 2012. Quanto alla Francia, Viviane Reding attende di leggere le misure che il governo vorrà eventualmente approvare e di osservarne la messa in atto prima di pronunciarsi nel merito. Ma avverte: “In caso di non conformità al diritto Europeo, la commissione può chiedere delle modifiche oppure portare le Stato membro davanti alla Corte Europea di Giustizia”. Alla vigilia di una campagna elettorale che si annuncia tutta in salita, Nicolas Sarkozy è avvertito: tentativi maldestri di sottrarre consensi all’estrema destra del Front National mostrando la faccia feroce ai Rom rischiano di esporlo ad un ulteriore richiamo di Bruxelles.

Dal Kosovo con amore

Basta uno scatto a riaccendere il nazionalismo. Lo sa bene Afërdita Dreshaj, che sul suo profilo facebook ha pubblicato una foto in cui è ritratta con Anja Saranovic. Due amiche, come tante altre? Niente affatto. Sono rispettivamente miss Kosovo e miss Serbia. E l'immagine ha scatenato l'ira delle fazioni più estremiste dei due paesi. Gli ultrà nazionalisti hanno attaccato le due giovani in nome di un conflitto etnico e politico ancora non risolto, soprattutto da quando – nel febbraio 2008 – la repubblica kosovara ha dichiarato unilateralmente l'indipendenza da Belgrado.

Ma, fuori dalla realtà virtuale, quali sono i rapporti fra la comunità serba e quella albanese? Ci sono ancora tensioni e conflitti etnici? Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Sara Bonotti, Senior Human Rights Officer della missione OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) in Kosovo.

Non è facile rispondere una volta per tutte a questa domanda, perché le relazioni fra serbi kosovari e albanesi kosovari sono fluide e dipendono molto dalle dinamiche politiche. Per esempio, la situazione nel Kosovo del nord (abitato in prevalenza da serbi, Ndr), insieme al dialogo tuttora in corso fra Pristina e Belgrado, ha avuto ripercussioni in tutto il paese, con un aumento della diffidenza reciproca e della percezione di insicurezza.

Quali fattori rappresentano tuttora un ostacolo per il processo di riconcilazione?

Nonostante le relazioni fra le due comunità siano gradualmente migliorate dalla fine del conflitto nel 1999 fino agli scontri di marzo 2004, ci sono delle questioni pendenti: ad esempio, l'alto numero di persone scomparse il cui destino – ancora dopo 12 anni – è ignoto, o la prosecuzione piuttosto lenta dei processi per crimini di guerra. Anche il fatto che intere comunità non possono o non vogliono, per varie ragioni, tornare a vivere nelle loro case e nei loro luoghi di origine.

Un altra popolazione presente nel territorio kosovaro è quella Rom.

I Rom kosovari si trovano in una situazione complicata – prosegue la dottoressa Bonotti. Il loro grado di partecipazione alla vita pubblica e alla società è insoddisfacente, vivono in condizioni molto povere e hanno scarse opportunità di lavoro. Lo scenario generale è caratterizzato da una forte discriminazione.

Tuttavia, ci sono delle eccezioni: a Prizren, la comunità Rom – radicata nella città da parecchio tempo –  è ben integrata e accettata dalla maggioranza della popolazione, e il livello del coinvolgimento negli affari istituzionali è più alto che altrove.

Qual è il ruolo dell'OSCE in Kosovo?

Dal 1999, la missione OSCE in Kosovo aveva l'obiettivo di favorire la costituzione di istituzioni democratiche e di proteggere e promuovere i diritti umani. Al momento, l'OSCE sostiene e controlla l'applicazione di buone forme di governo, come la trasparenza e la responsabilità delle istituzioni; dall'altra parte, protegge e promuove i diritti umani, in un'ottica inter-etnica. La missione, d'altra aprte, contribuisce attivamente alla normalizzazione dei rapporti fra le diverse popolazioni kosovare e,  grazie alla sua estesa presenza sul territorio, riesce ad avere il polso della situazione: è in condizione di valutare gli standard dei diritti umani e della comunità, di organizzare campagne di sensibilizzazione e realizza progetti che coinvolgono sia le istituzioni e che le comunità serbe e albanesi.

In Inghilterra l’immigrazione va nelle urne

Immigrazione e sicurezza. Con questi temi i laburisti britannici puntano a rovesciare i risultati dei sondaggi che fin qui li danno come perdenti alle prossime elezioni.
Una strategia tanto inconsueta quanto, almeno in teoria, obbligata. In una fase di grave crisi economica, infatti, è evidente che le problematiche relative alla gestione del fenomeno migratorio assumono un ruolo centrale nell'agone politico. L'aumento della disoccupazione e l'andamento negativo dei principali indici economici non possono che generare malumori tra la popolazione che, proprio come avviene in molti paesi, si mostra sempre più intollerante nei confronti dello straniero.

Da qui la necessità per il partito di Gordon Brown di rassicurare l'elettorato mostrandosi fermo e duro su un tema così delicato. Con tre proposte: rigidi controlli alle frontiere; selezione degli ingressi in base alle necessità dell'economia britannica e, soprattutto, earned citizenship, alla fine di un percorso lungo e articolato. Ed è proprio quest'ultima proposta, più di ogni altra, a far discutere. Se non altro perché in un ordinamento tradizionalmente ispirato al rigido rispetto dello jus soli rappresenta non solo una novità, ma una vera e propria soluzione di continuità. In sostanza, rilevano i laburisti, nei prossimi anni, grazie alla legge approvata la scorsa estate dal governo Brown, la cittadinanza non sarà più uno status alla portata di tutti, ma da conquistare, rispettando determinate tappe e condizioni. Tra cui, ha sottolineato il Premier britannico, centrale è l'esame di lingua inglese, perché "i migranti che parlano l'inglese trovano impiego e si integrano più facilmente".
Una proposta che ricalca da vicino quanto previsto già da diversi anni nell'ordinamento canadese e australiano e che sembra trovare crescenti consensi in molti paesi europei.

Tutto bene dunque? Fino a un certo punto. In preda alla crisi economica e al fallimento dei modelli di integrazione tradizionali i governi del vecchio continente puntano sempre più su questo nuovo sistema, rischiando di non considerarne le possibili controindicazioni. Prima fra tutte, quella relativa alla reale efficacia dei test per gli immigrati. Dalle prime risultanze, infatti, emerge una certa incongruenza tra l'uniformità dei test e la loro applicazione a una realtà ben più complessa e variegata, caratterizzata da considerevoli differenze di etnia, genere, età, grado di istruzione e condizione psicofisica.

La scuola e gli immigrati

Qual è l'impatto degli alunni stranieri sulla scuola pubblica italiana? E' questo, in sintesi, il quesito che si sono posti due economisti della Banca d'Italia, Davide Dottori e I-Ling Shen, in un recente studio dal titolo "L'immigrazione poco qualificata e l'espansione della scuola privata". Gli autori non sembrano avere dubbi.

Esiste un rapporto direttamente proporzionale tra il crescente numero di stranieri nei banchi di scuola e l'inefficienza del nostro sistema scolastico statale. In sostanza, la tesi sostenuta è la seguente: la crescente presenza dei figli di immigrati poco qualificati riduce la qualità della scuola pubblica, favorendo un'espansione di quella privata. Per la semplice ragione che le famiglie italiane preferiranno gli istituti privati per garantire un maggiore livello di educazione ai propri figli. E, dunque, saranno sempre più disinteressati a pesare nelle scelte dei governi in favore dell'istruzione pubblica. Il punto è che si ritiene, forse a ragione, che senza adeguati interventi correttivi la scarsa conoscenza della lingua italiana degli alunni immigrati e il modesto livello di istruzione dei genitori possano rallentare l'attività scolastica. Un problema da non sottovalutare visto che nelle scuole del nostro paese la presenza di allievi di origine straniera è aumentata nell'ultimo decennio in modo esponenziale.

Nell'anno 2007/2008 gli alunni immigrati erano più di 574.000, pari al 6,4% dell'intera popolazione scolastica, contro il 2,2% del 2001. Scenari a dir poco imprevedibili fino a qualche tempo fa. Che, inevitabilmente, accentuano i limiti di un sistema scolastico di per sé incapace di adattarsi all'evoluzione dei tempi. Non sorprende, allora, l'emergere di fenomeni a dir poco paradossali. E' sufficiente ricordare, ad esempio, che più l'età cresce più il disagio degli alunni immigrati aumenta. Gli studenti con ritardo scolastico, infatti, sono il 12,3% sul totale di quelli con cittadinanza non italiana all'età 7 anni, che diventano il 64% a 13 anni e, addirittura, il 100% all'età di 19 anni. Mentre ancora più preoccupante, per non dire drammatica, è la situazione universitaria. In Italia, i giovani di origine straniera che decidono di intraprendere gli studi accademici sono appena il 2,5%, quando la media dei paesi Ocse è del 7%. Insomma è la cronaca di un insucesso.

La ricerca ha, dunque, il merito di offrire una fotografia nitida e accurata di un problema. Meno convincenti, invece, sembrano essere le soluzioni proposte. Siamo sicuri, ad esempio, che l'istruzione privata, proprio come nel sistema americano, sia qualitativamente superiore a quella pubblica? Tutt'altro. E, soprattutto, chi saranno allora i compagni di banco dei tanto discussi immigrati? I giovani italiani appartenenti ai ceti medio-bassi. Quelli che spesso affrontano disagi, economici e sociali, non dissimili a quelli degli stessi immigrati. Uno scenario che evidentemente prefigura tensioni in una materia di per sé complessa