Le mie gambe contro l’Islam: perché no?

Si possono usare le gambe di una donna come testimonial di una campagna di denuncia della misoginia islamica? Sì, secondo il partito neopopulista Vlaams Belang (NB letteralmente "interesse fiammingo"). Che ha tappezzato i muri delle principali città belghe con un manifesto provocazione. Nel quale si indicano, in base ai livelli di scopertura delle bellissime gambe prestate per l’occasione dalla senatrice Anke Van Dermeersch, i diversi gradi di tolleranza dei musulmani verso le donne: “Provocante”, se fa vedere la caviglia; “Sgualdrina”, se mostra il polpaccio; “Puttana”, se permette all’occhio di guardare fin sopra il ginocchio; “Da lapidazione”, se è in minigonna.
Visto il vespaio di critiche e censure levatesi da mezza Europa, West ha posto alla diretta interessata tre domande.

Senatrice che senso ha un’iniziativa contro la misoginia nel mondo musulmano che viene messa sotto accusa persino da coloro che sarebbero dovute essere le principali sostenitrici: le femministe?

“Prima di tutto, intendevamo mettere in guardia dalla seria minaccia che l’Islam rappresenta per tutte le europee – dice a West - È assolutamente spaventoso che per molti musulmani la violenza sulle donne non sia un crimine, né un peccato laddove viola il codice d’abbigliamento islamico. Una misoginia radicata da cui derivano tanti orrori: si pensi ai matrimoni forzati e alle sofferenze delle spose bambine, all’accettazione ufficiale della pedofilia, alle mutilazioni genitali femminili, agli stupri impuniti, agli omicidi d’onore. Per i musulmani la colpa è sempre della donna, mai dell’uomo”.



Ma non crede che per demonizzare la misoginia islamica, lei abbia utilizzato, come strumento di propaganda, il più vetusto stereotipo maschilista che è il corpo femminile?

“Non penso di aver demonizzato niente e nessuno. Demonizzare implica sempre mentire, esagerare o diffondere delle verità distorte. Non abbiamo bisogno di demonizzare l’Islam, la cruda verità è già abbastanza orribile, parla da sé. Quanto alla nostra iniziativa, non so se le curve femminili siano uno strumento di propaganda maschilista. Il vero problema è nello stile dei media contemporanei. Il nostro poster non ha alcun contenuto sessuale esplicito”.

Mettendo da parte questa iniziativa, per offrire ai lettori italiani un quadro chiaro sui programmi del vostro partito, qualora dovesse vincere le elezioni quali misure adotterebbe nei primi mesi di governo?

“La prima cosa sarebbe dividere il Belgio in due e raggiungere l’indipendenza fiamminga. Abbiamo una cosa in comune – dice riferendosi all’Italia – il nord e il sud del Paese sono completamente diversi. Sia il Belgio che l’Italia sono in continuo stallo politico, eppure, almeno al nord, la società civile è sviluppata. Al sud la popolazione di entrambi i Paesi è allo sbando.

La seconda priorità sarebbe chiudere i confini per tutti i nuovi immigrati. Dopodiché vorremmo avviare un importante programma di rimpatrio di tutti i clandestini, gli stranieri con precedenti penali e di tutti i nuovi arrivati che rifiutano di accettare i nostri valori europei, come gli islamici predicatori dell’odio. Gli altri saranno costretti alla completa assimilazione”. “Ovviamente l’Unione Europea non accetterà mai cambiamenti tanto drastici. Ma le decisioni nazionali non possono essere spazzate via da istituzioni sovranazionali. Non accettiamo il trasferimento delle competenze nazionali, ci rifiutiamo di accettare la legittimità delle disposizioni europee”.

Procacciatore di mogli per “frustrati, soli e handicappati”

Da 500 a 1000 euro per conoscere una filippina giovane e seria e, nel giro di 4 mesi, sposarla. E' quanto propone “Matrimonio Asiatico”, un servizio nato a Marigliano (Napoli) e dedicato a “uomini frustrati, soli o con handicap”, come spiega a West Carlo Niro, il responsabile clienti.

“In sei mesi, da aprile a ora, abbiamo realizzato 4 matrimoni e siamo in procinto di celebrarne un quinto” afferma soddisfatto l'imprenditore. Che racconta: “Sono operatore sociale e attraverso la mia attività ho intercettato le esigenze di uomini soli o con qualche handicap, frustrati, che desiderano compagnia". Non hai conosciuto donne con gli stessi bisogni? "No, solo uomini" risponde.

"Avrai la possibilità – si legge sul sito del servizio - e la fortuna di condividere la tua vita con una donna nella quale ritroverai valori che oggi si sono persi. Una donna per la quale il centro della vita è rappresentato dal proprio marito, che ti amerà di un amore totalizzante, ti riempirà di mille premure e il cui unico ideale è quello di creare una stabile e felice famiglia". Le donne inoltre sono tutte "di origine cattolica".

Davvero difficile garantire al cliente di trovare l'amore, tanto più se eterno. Niro mette le mani avanti: "Noi garantiamo la serietà di queste donne: poi sono le coppie che devono approfondire la conoscenza. Non possiamo garantire l'amore". Eppure sul sito si legge che la donna "ti amerà in modo costante e incondizionato per tutta la vita".

Non solo: tutto si conclude molto in fretta e tra il momento in cui il cliente si rivolge alla società e il giorno delle nozze passano solo "tre o quattro mesi" secondo l'imprenditore. Ma perché andare fino in Asia per cercare moglie? "L'idea – rivela Niro - è nata da alcune vacanze. Abbiamo iniziato a collaborare con un'agenzia locale che, con massima serietà, ci fornisce i nominativi".

Ecco come funziona: "Un uomo - spiega Niro - si rivolge a noi, si descrive e sulla base delle sue caratteristiche gli sottoponiamo dei nominativi. Lui sceglie la foto della donna che vorrebbe e noi mandiamo il profilo del nostro cliente all'agenzia nelle Filippine. E' capitato che la ragazza abbia detto di no. Se però accetta, forniamo il contatto e si conoscono in primo luogo su Skype. Poi organizziamo l'incontro nelle Filippine. Da aprile uno di noi si trova sul posto". E' proprio nelle Filippine, stando a quanto dice Niro, che si celebrano i matrimoni. Una volta detto il "sì lo voglio", il servizio di Matrimonio Asiatico termina con successo. E le coppie possono vivere dove vogliono. "Finora hanno scelto tutti l'Italia" ammette Niro. Che svela i prezzi: "Il servizio costa 500 euro viaggio e nozze esclusi, oppure 1000 se la ragazza deve arrivare dalle Filippine".

Già sul sito sono pubblicate le foto delle ragazze, con nome ed età: sono giovani e giovanissime, sono carine e non sembrano avere handicap. Perché accettano di sposare uomini italiani più vecchi, frustrati e con disabilità? Niro risponde: "Sono ragazze single, cercano un marito e hanno il desiderio di realizzarsi". Non possono trovarlo nel loro Paese un marito? "Forse hanno avuto esperienze negative" continua.

Ma a 22 anni si ha tutto il tempo di fare nuove esperienze, non si è proprio all'ultima spiaggia. Non è che dal matrimonio combinato queste donne guadagnano qualcosa? "No, non ci guadagnano niente" risponde Niro. Forse cercano la cittadinanza italiana. "Assolutamente no" conclude l'imprenditore.

Perché nessuno parla degli zoo umani?

"Spettacoli etnografici", "villaggi di negri", "esibizioni di popoli", “zoo umani”. In qualsiasi modo fossero chiamati, erano vere e proprie esposizioni di persone in gabbia, nude o semi nude, prelevate dai loro Paesi – diffusi tra Asia, Africa e Americhe - e ricollocate in habitat e scenografie costruiti ad hoc per intrattenere il pubblico dei Paesi colonialisti. E rafforzare negli spettatori l'idea di una superiorità bianca.

Da metà Ottocento fino agli anni '30 del '900, sono stati tra le più grandi attrazioni di tutta Europa e non solo. Furono le esibizioni più visitate nelle grandi Esposizioni Universali che si tennero in Europa e Stati Uniti.

Questi “spettacoli” hanno attirato centinaia di milioni di spettatori nel tempo: 32,2 milioni solo alla Fiera Mondiale Parigina del 1889, la cui maggiore attrazione era proprio il “Villaggio Negro”, composto da 400 persone. Un capitolo vergognoso della storia mondiale, che non risparmia nessun Paese oggi definito civile. Celebre il caso di Ota Benga, pigmeo trapiantato dal Congo al Missouri per un'esposizione e da qui, poco più che ventenne, portato a New York come attrazione allo zoo del Bronx, dove ha condiviso una gabbia con un orango tango. Nel 1916, a 32 anni, si sparò un colpo al cuore. Zoo umani sono stati installati a Milano, Anversa, Amburgo, Barcellona, New York, Chicago, Londra, Varsavia, Parigi, Berlino, Amsterdam. Quello di Parigi, nel Jardin d'Agronomie Tropicale del bosco di Vincennes, giace in gran parte abbandonato con i suoi padiglioni costruiti per l'Esposizione coloniale del 1907 e allora esibiti con veri indigeni in costume.

Gli zoo umani sono stati cancellati completamente dal nostro immaginario e dai libri di storia. E con essi la responsabilità di chi li ha organizzati.

Pioniere di questa “forma di intrattenimento” è considerato il tedesco Carl Hagenbeck, cui ancora oggi è dedicato lo zoo di Amburgo, la sua città. Hagenbeck era un fornitore d'animali per i più importanti zoo d'Europa. Fu lui a organizzare, nel 1875, le prime esposizioni di samoani e lapponi, per incrementare il giro d'affari.

Certo già Londra aveva ospitato nel 1810 Saartjie "Sarah" Baartman, la “Venere ottentotta”, e a seguire Indiani e Boscimani, ma Hagenbeck fece degli zoo umani un genere e un business, a volte con l'aiuto degli stessi governi. E' quello che avvenne ad esempio in Cile, dove sottrasse alcuni cittadini per la sua tournée de “I Selvaggi dalla Terra del Fuoco”, che toccò Lipsia, Berlino, Monaco, Stoccarda, Norimberga, Zurigo e Parigi. Lo ha appurato il documentarista cileno Hans Mülchi nel suo “The Human Zoo: The Story of Calafate” (2011). Mülchi non è l'unico che recentemente ha provato a fare luce sugli zoo umani: un anno dopo il suo documentario, infatti, è uscito il libro “Human Zoos. The invention of the Savage”, con testi dei maggiori esperti, tra cui Pascal Blanchard.

Secondo lo studioso gli zoo umani non si sono estinti. Basti pensare ai tour organizzati nel Nord della Thailandia per vedere da vicino le donne “dai colli lunghi” esposte nei villaggi a uso e consumo dei turisti paganti, come ha denunciato recentemente la fotoreporter Aiste Stancikaite. Secondo Blanchard gli zoo umani “hanno, a partire dagli anni '30, compiuto la loro missione: quella di costruire un confine invisibile, ma tangibile, tra un “noi” e un “loro”, tra popoli “in mostra” e popoli “in visita””. E avverte: “Non siamo ancora fuori da questo modello”.

Vertice a rischio sull’immigrazione

Rischiano di essere gravi e di lungo periodo le conseguenze di un eventuale fallimento della sessione straordinaria su “immigrazione e sviluppo economico” che si apre oggi alle Nazioni Unite. Per tre ragioni.

La prima. All’Onu le occasioni di discussioni dedicate all’immigrazione sono più uniche che rare. Visto che l’appuntamento di oggi è il secondo in tutta la storia del Palazzo di Vetro dopo quello del lontano 2006. Di qui la quasi certezza che, se questo Vertice newyorkese dovesse risolversi in un puro e semplice esercizio retorico e, quindi, in un nulla di fatto, si dovranno attendere decenni prima di riuscire a metterne in piedi un altro.

La seconda. L’immigrazione è, ad un tempo, espressione e concausa dell’incerto e traballante quadro internazionale. Per cui se i governi anziché concordare concreti e sia pur iniziali impegni comuni decidessero, cocciutamente, di continuare nell’attuale “ciascuno per se, Dio per tutti”, finirebbero per offrire ai tanti focolai di crisi che agitano lo scacchiere internazionale combustibile di ottima qualità a basso prezzo.

La terza. I flussi migratori stanno cambiando, e molto, rispetto al passato. Per cui, qualora i rappresentanti delle cancellerie di mezzo mondo, incapaci di superare le interne divisioni, scegliessero di non entrare nel merito dei temi dell’ agenda ONU, di cui West è in grado di anticipare i punti fondamentali, assisteremo, in un numero crescente di paesi, all’aggravamento di un già serio, serissimo problema politico. Prodotto dallo scontro tra le interessate aperture dell’economia e del mondo della produzione, che degli immigrati hanno bisogno come il pane, e quelle sempre più rumorose e rancorose di chiusura e rifiuto anti stranieri provenienti da ampi settori della società e della pubblica opinione.

Demografia e immigrazione


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Nei prossimi decenni i flussi migratori dal Sud al Nord del mondo sono destinati a diminuire. Sensibilmente. In ragione del fatto che le nazioni di partenza degli emigrati, in particolare quelle di maggiori dimensioni quali, ad es. Messico, Cina, India e Brasile, conosceranno, in parallelo ad un significativo aumento del reddito pro-capite, una drastica contrazione del numero delle nascite ed un rapido invecchiamento della loro popolazione. Nel Sud sarà come nel Nord: si nasce meno e si vive più a lungo. Un trend emblematicamente confermato dalla forte contrazione degli arrivi di immigrati di Messico e Turchia, rispettivamente, negli USA ed Europa. Un cambiamento che pone seri problemi per i governi dell’Occidente che sembrano non voler prendere atto di tanta novità. La cui prima e più importante conseguenza sarà di non poter più contare, com’è avvenuto fin’ora, su flussi stabili e massicci di giovani braccia di “riserva” per tappare buchi e crescenti carenze dei loro mercati del lavoro. Ma c’è dell’altro. Negli ultimi due anni, complice la crisi economica, in Irlanda, Grecia e Spagna gli arrivi dei nuovi immigrati arrivati sono stati inferiori alle partenze verso l’estero dei loro nazionali.

Rimesse


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In base ai dati resi noti dalla Banca Mondiale, nel 2012 il volume delle rimesse inviate dagli immigrati verso le nazioni di provenienza ha superato quota €400 miliardi. Un enorme flusso di denaro (pari a più di 1/3 degli aiuti internazionali allo sviluppo) che ha un rilevantissimo impatto non solo sui consumi interni ma, fondamentalmente, sui tassi di sviluppo e sulla riduzione dei livelli della povertà interna di quei paesi. E’ stato calcolato che, via rimesse, ad un aumento del 10% delle migrazioni internazionali segue, in media, un calo dell’1,9% del numero di poveri in Madre Patria. Grazie al denaro inviato dagli emigrati le loro le famiglie sono messe in grado di migliorare la salute e l’istruzione delle giovani generazioni.

Immigrati all'estero


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L’aiuto degli emigrati ai paesi ed alle famiglie di origine non si esaurisce con le rimesse monetarie. Infatti, grazie al reticolo delle loro associazioni (Diaspora) essi riescono a trainare investimenti dai nuovi paesi di residenza verso le antiche madrepatrie favorendo, al contempo, l’export di prodotti e servizi dalla seconde verso i primi. E, in parallelo, a veicolare nuove conoscenze e innovativi modelli culturali idee decisivi per l’evoluzione e la modernizzazione accelerate delle loro terre di origine. Qualche esempio. Uno studio sul commercio estero del Canada ha evidenziato che un aumento del 10% dei flussi migratori da un paese verso il Canada produce un +1% dell’export canadese e un +3% dell’import canadese da quel determinato paese. Inoltre sono in grado di convincere l’azienda per la quale lavorano a investire nella antica terra natia. Caso di scuola quello della diaspora indiana in Olanda. Che una volta messo piede nel distretto di Anversa e raggiunta una elevata specializzazione nella lavorazione di diamanti e gioielli ha “ri-trasferito” in India le competenze professionali acquisite. Dando il via ad settore con 1 milione di addetti ed un giro d’affari che supera i €21 miliardi.

Immigrazione temporanea


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I processi di globalizzazione ed i nuovi modelli di produzione just in time hanno favorito la nascita di una nuova forma di immigrazione. Non più permanente. Ma temporanea e/o circolare. Con l’immigrato che vive e lavora facendo avanti e dietro, per un periodo limitato di tempo o per tutta la vita, tra il paese di partenza e quello di arrivo. Una scelta per lo più legata a due ragioni. La prima, squisitamente lavorativa. La seconda legata al possesso di una doppia cittadinanza o di un permesso di soggiorno permanente in un secondo paese diverso da quello di origine. Dagli studi condotti su questa tipologia di migrazione è emerso che la circolazione migratoria volontaria (attraverso doppia cittadinanza o permesso soggiorno permanente in stato diverso dal proprio) ha effetti positivi di gran lunga superiore a quella tipica, stanziale a vita del passato. I risultati? Due volte positivi. Con risultati doppiamente positivi. Se l’immigrato è messo in condizione di entrare (legalmente) e di uscire (legalmente) dal paese straniero di destinazione quest’ultimo può colmare il suo fabbisogno di manodopera senza però farsi carico di tutte le costose complicazioni dell’integrazione ad eternum dei nuovi venuti e delle loro famiglie. E gli immigrati , dal canto loro, possono evitare di dover recidere il loro passato alla radice.

Assunzione degli immigrati


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Le lungaggini burocratiche e le esigenze delle economie avanzate, fatte di richieste di manodopera che oscillano sensibilmente di mese in mese se non addirittura di settimana in settimana, rendono particolarmente difficile l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. In questo contesto i titolari di impresa nei paesi di destinazione ma soprattutto i candidati all’immigrazione negli stati di origine sono costretti a fare ricorso ad agenzia di collocamento o più semplicemente a intermediari più o meno legali. Che troppo spesso però abusano della loro posizione per chiedere agli interessati elevatissimi costi di intermediazione. Una realtà che inutile dirlo è fatta anche di tanti finti professionisti che, dietro lauti compensi, promettono agli immigrati occupazione e stipendi del tutto fittizi. Un fenomeno difficile da estirpare. Visto che persino la stipula di specifici accordi bilaterali tra paese di destinazione e quello d’origine non ha portato i risultati sperati. Salvo rare eccezioni. Come nel caso dell’accordo tra Filippine e tre province del Canada. E tra Giordani e Indonesia. Che hanno funzionato perché avevano accuratamente dettagliato tutte le procedure da seguire dalla richiesta iniziale dell’immigrato fino ad un suo eventuale ritorno in madrepatria dopo aver lavorato per un determinato periodo di tempo in quello di destinazione.

Immigrazione qualificata


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La tesi, sostenuta da più parte, che vede l’emigrazione di personale altamente qualificato come una sciagura per il paese di origine non ha mai trovato conferma. Anzi spesso è stata smentita dai fatti. Tant’è che gli stati africani che registrano, ad esempio, il minor numero di emigrati tra il personale medico sono quelle in cui la popolazione presenta le peggiori condizioni di salute del continente africano. La verità è che il brain drain è un falso mito. L’emigrazione di personale altamente qualificato non ha un impatto negativo sull’economia e lo sviluppo del paese di origine. Per almeno 4 ragioni. La prima, molti stati come Egitto, Pakistan, Kenya etc non sono in grado di offrire posti di lavoro a tutti i loro laureati. Di conseguenza l’emigrazione di una parte di questa fetta della popolazione può solo avere effetti positivi. La seconda, come è accaduto per la Cina, Taiwan e Sud Corea, la comunità di espatriati altamente qualificati all’estero può rappresentare una sorta di “riserva di cervelli” alla quale il paese di origine può attingere nel momento in cui riesce ad eccellere in determinati settori. Il cui sviluppo induce gli emigrati a tornare in patria. La terza, è stato dimostrato che l’emigrato all’estero veicola know-how in madrepatria. Attivando cosi un circolo virtuoso. La quarta, anche tra le comunità di immigrati che non hanno alcuna intenzione di rientrare nel paese di origine, si è registrato un forte interesse e impegno a investire e contribuire allo sviluppo socio-economico della madrepatria.

Immigrazione e social media


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Con l’avvento di Internet e dei social media “la distanza è morta ”. E con essa alcune dei costi più penalizzanti dell’immigrazione di un tempo. La formidabile, inarrestabile rivoluzione dei trasporti e dei mezzi di comunicazione consente oggi agli immigrati due cose fino a ieri impossibili. Tornare a casa velocemente e senza spendere molto e tenersi in stretto, quotidiano contatto con la vita e gli eventi del paese lasciato alle spalle. Web e social media oltre ad un forte sostegno relazionale, consentono loro di acquisire informazioni, in tempo reale, su questioni di importanza fondamentale: offerte di lavoro; sanatorie; introduzioni di nuove leggi etc. Con l’unica avvertenza, valida per queste materie come per tutte le altre “vendute” via Internet, che truffe ed inganni sono non solo possibili ma all’ordine del giorno.

L’inégalité del gay immigrato

Tra i 10 paesi UE che riconoscono le nozze gay, la Francia è l’unico che le vieta ai cittadini provenienti da Polonia, Bosnia, Montenegro, Serbia, Kosovo, Slovenia, Marocco, Tunisia, Algeria, Cambogia e Laos. Il perché di questa palese discriminazione, nello Stato che da sempre si fa bandiera dell’égalité, è da ricercare nella serie di accordi bilaterali siglati da Parigi con queste 11 nazioni. I cui governi hanno chiesto e ottenuto dalla Francia che i loro cittadini, proprio come accade in madrepatria, non possano sposare persone dello stesso sesso.

Ed è proprio su questi trattati che discute la politica francese. Dopo che i ministeri degli Esteri e della Giustizia hanno diramato una nota scritta nella quale, rispondendo al relatore della legge sul matrimonio gay, Erwann Binet, fanno sapere che il governo non tenterà di rinegoziare questi accordi.

Che cosa accade, dunque, negli altri 9 paesi europei che, insieme alla Francia, consentono il matrimonio gay? Anche loro prevedono discriminazioni basate sulla nazionalià?

A quanto pare la risposta all’ultimo interrogativo è negativa. Infatti, Belgio, Danimarca, Islanda, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito (Inghilterra e Galles), non prevedono impedimenti dovuti alla cittadinanza di uno dei partner.

Naturalmente, trattandosi di un atto giuridico importante questi paesi prevedono, come accade per le coppie eterosessuali, tutta una serie di requisiti da dimostrare. Come la residenza di entrambi o di almeno uno dei partner nel paese in cui verranno contratte le nozze, l’essere in regola con i documenti se si è immigrati o fornire prove sullo stato civile che vanno richieste ai loro rispettivi paesi d'origine.

In alcuni, come la Svezia, se nessuna delle due parti è residente o cittadino scandinavo, la coppia potrà sposarsi solo se il matrimonio gay è ammesso nel paese in cui hanno la residenza permanente.

Insomma, eccetto che in Francia, non esiste una così evidente disuguaglianza e ingiustizia nella legislazione europea. Una discriminazione intollerabile per gli omosessuali delle 11 nazioni. Che ha spinto i movimenti LGBT d’Oltralpe a chiedere attraverso una petizione popolare, firmata al momento da oltre 31mila persone, che il governo riveda gli accordi bilaterali.

Tuttavia, Parigi sembra prender tempo. Nell’obiettivo di comprendere meglio quali azioni intraprendere, e nella speranza che siano i giudici dei tribunali nazionali a far evolvere favorevolmente la giurisprudenza francese.

West incontra in esclusiva la figlia di Kennedy

Sulle orme dello zio, John Fitzgerald Kennedy, assassinato 50 anni fa a Dallas, e del papà, Robert “Bob” Francis, ucciso 3 anni dopo a Los Angeles, Kerry continua a lottare per i diritti civili in tutto il mondo. West l’ha incontrata in esclusiva a Firenze, dove, nello storico edificio “le Murate”, ha inaugurato da alcuni mesi la RFK International House of Human Rights, una casa per i diritti umani dedicata alla memoria del padre Bob, Ministro della Giustizia durante il mandato presidenziale di J.F.K. e come lui grandissimo difensore dei diritti civili.

Il centro accoglie ogni mese attivisti che lottano per difendere i diritti delle minoranze minacciate nelle rispettive comunità, dal Western Sahara al Messico. Il Centro non si limita ad invitarli e farli conoscere al grande pubblico. E neanche a far loro formazione con corsi, ad esempio, sull’attivismo digitale. Al R.F.K. Center i difensori dei diritti umani trovano un riparo concreto: gli attivisti vincitori degli RFK Human Rights Awards, un riconoscimento internazionale annuale, infatti, vengono seguiti da vicino dal dipartimento di advocacy.

“Noi non diamo un premio per poi andarcene, noi restiamo accanto alla persona per un periodo di 5 o 6 anni. La aiutiamo e aumentiamo la sua capacità di raggiungere il suo obiettivo di giustizia sociale” spiega a West Kerry Kennedy.Che ha intervistato alcuni attivisti nel suo libro “Speak Truth To Power: difensori dei diritti umani che stanno cambiando il mondo” (Random House, 2000). Tra loro Marina Pisklakova, paladina delle donne vittime di violenza in Russia, già intervistata da West; e Natasa Kandic, serba, che lotta per i diritti umani in tempo di guerra. E ancora il Dalai Lama per il Tibet. E Bobby Muller, che negli Stati Uniti si batte per la messa al bando delle mine antiuomo. Con loro molti altri, che Kerry ha conosciuto e supportato.

Per farlo, certo, tra una missione e l’altra nei luoghi più martoriati del mondo, Kerry ha saputo coinvolgere facoltosi donatori e personaggi dello star system in cene di raccolta fondi. “Ma non mi sento a disagio nel passare da una missione a una cena di gala: non guardo alle persone come morte di fame e nemmeno mi rapporto a loro in base al loro potere. Vedo solo gli esseri umani che ho davanti a me, con le loro preoccupazioni e le loro gioie” spiega decisa.

Non solo gala: Kerry ha promosso pure una legislazione federale che incrementa i fondi destinati alla protezione dei difensori dei diritti umani. Figlia d’arte, sa come muoversi in ambito politico: ha partecipato in modo attivo a tutte le campagne elettorali dal ’68 a oggi. Crede nelle idee che fanno la politica e nella politica che cambia la realtà. Per lei lo Stato di diritto non è mai scontato, neanche nelle democrazie occidentali. Per questo va difeso costantemente, come le ha insegnato papà Robert. E dai “defenders” di tutto il mondo cosa ha imparato Kerry Kennedy? “Vincere la paura al fine di servire una protesta più ampia, per rendere il mondo più giusto e pacifico. E poi quel senso di ironia riguardo le cose del mondo, che credo sia una parte importante della sopravvivenza”.

Immigrati record tra i nuovi deputati tedeschi

La vera sorpresa delle elezioni tedesche è il numero record di neoletti di origine immigrata. Sono 34 i deputati di origine straniera, pari al 5.5% del totale. Con un aumento di 15 unità e di 2 punti percentuali rispetto all’ultima legislatura. Un risultato tanto più significativo se si pensa che non erano poi così tanti nelle liste elettorali.

Ma chi sono i nuovi volti del Bundestag?

Partiamo proprio dai vincitori, la CDU. Incredibile ma vero, i cristiano-democratici mandano per la prima volta in parlamento una deputata musulmana. Si chiama Cemile Giousouf, è nata 35 anni fa a Leverkusen da genitori appartenenti alla minoranza turca della Grecia. Si è avvicinata alla politica nel 2004, entrando a far parte del Deutsch-Türkische-Forum, un’organizzazione del Nordreno-Westfalia, legata alla CDU. L’esordio vero e proprio, invece, avviene nel 2009. Cemile diventa referente presso il regionale Ministero per l’integrazione ed entra nel consiglio comunale di Aachen, dove fa parte della commissione per gli affari sociali.

Insieme all’onorevole Giousouf, ci saranno altri 10 deputati di origine turca. Il decano non può che essere il leader dei verdi Cem Özdemir, che torna in parlamento dopo essere stato nel 1994 il primo eletto di provenienza turca.

Se da Istanbul e dintorni proviene la maggior parte dei nuovi eletti, la novità assoluta sono i due parlamentari di origine africana. Uno è Charles Huber, 55enne di Monaco di Baviera con origini senegalesi, un passato da attore di teatro e televisione. Iscritto alla SPD fino al 2004, è passato prima alla CSU poi alla CDU, che lo ha candidato come capolista a Darmstadt. Insieme al social-democratico Karamba Diaby, sono i primi deputati neri della storia tedesca.

L’onorevole Diaby, tuttavia, fa registrare un ulteriore primato: è il primo nato in Africa a entrare nel Bundestag. Originario di Marsassoum, in Senegal, si è trasferito nel 1986 a Lipsia, nell’allora Germania Est, per continuare i suoi studi universitari. Impegnato sin da metà degli anni ’90 nel campo delle politiche per l’integrazione, ha preso la cittadinanza tedesca nel 2001. Dal 2011 è referente del Ministero per il lavoro e gli affari sociali della Sassonia. Non è, comunque, l’unico deputato nato all’estero: Josip Juratovic, infatti, siede in parlamento nei banchi della SPD dal 2005. Nato in Jugoslavia nel 1959, emigrò con la madre in Germania nel ’74, per prendere poi la cittadinanza tedesca nel 1998.

Un politico di esperienza, Juratovic, che si troverà a fare da tutor ai tanti volti nuovi della nutrita compagine straniera della SPD (12 deputati, il più giovane di tutti è Mahmut Özdemir, classe 1987).

L’asilo della pace a un passo dalla Siria

Da più di 100 anni a Gerusalemme una scuola unisce bambini ebrei e musulmani con maestre cristiane e palestinesi.

È l'istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice di Rehov Ayin Het, nel quartiere ebraico di Morasha, Musrara in arabo. Un complesso gestito dalle salesiane fin dal 1906. Che le guerre - dai due conflitti mondiali passando per quelli interni, dolorosi, del '48 e del '67 - hanno provato a distruggere. E che le suore hanno sempre rimesso in piedi. “Come un'araba fenice. Qui candelabro, croce e mezzaluna formano insieme un cerchio ecumenico nella libertà e nel rispetto di ciascuno” spiega a West Milka Zadravec, nota ai bambini come suor Milena.

È lei dal 2001 l'incaricata della scuola materna, che accoglie più di 100 piccoli tra i 3 e i 6 anni, in maggioranza musulmani, che vengono fin da lontano per frequentarla. “Ero riluttante a venire. È una missione molto diversa da quella dov'ero prima in Libano” confessa. Ma poi ha capito: “Ho tra le mani un tesoro più prezioso dell’oro fino: il futuro del destino del popolo intero, le menti da ammirare, sviluppare, fondamenta per la costruzione”.

La pace si costruisce con tenacia, lo sa bene suor Milena, che racconta come, dopo il conflitto del '48, si fosse finalmente riformato un gruppo di studentesse nella scuola teorico pratica di amministrazione, lingue e commerciale delle salesiane di Musrara. Una settantina tra musulmane, ebree e cristiane. “Ma si diradò, preso a sassate dagli spavaldi che in faccia alle ragazze gridavano con disprezzo ''goyim'' (non ebree)”.

Storie che ritornano all'infinito, anche oggi, anche tra bambini di due scuole materne vicine e diverse. “Non sempre si riesce a creare un ponte di amicizia con i piccoli 'coi ricciolini' dell'istituto a due passi dalla nostra” confessa Milka. “Si nota comunque qualche progresso – ammette - dal momento che la sabbia presa con rabbia per buttartela addosso, pian piano scivola tra le loro dita verso la terra anziché verso le tue spalle”.

Milka non si arrende. “Un giorno ho portato i bimbi a vedere 'la primavera': gli alberi in fiore per le strade”. Passeggiando sul marciapiede i suoi piccoli musulmani salutavano i passanti in ebraico. “Per i bambini fu come andare all’estero per far vedere che sanno anche la loro lingua”. I risultati non furono immediati: “I nostri vicini non rispondevano, ma, fuggivano o giravano la testa in direzione opposta al saluto” racconta.

Come si costruisce la pace da un asilo? “Ad ogni festa, sia dei cristiani che dei musulmani, ci prepariamo adeguatamente, con canti e libere attività che entrano nel quadro dei festeggiamenti. Siamo tutti parenti, ma tutti differenti” spiega Milka.

Il rispetto si impara anche giocando a pallone. “Un giorno vedo arrivare quasi tutti i bimbi con delle scarpine da ginnastica” ricorda Milka. “Se le guardano, discutono sulla marca, il colore. Né io né le maestre avevamo chiesto questa ‘novità’; i bambini si erano messi d’accordo da soli per giocare con la suora a football”. Da quel momento il calcio è entrato a far parte delle attività. Si è rivelato infatti un grande esercizio di pace: “Educare a gioire della vittoria anche altrui, rallegrarsi e applaudire chi ne sa più di te o è più capace di te, è una conquista” rivela Milka. E conclude: “Finché la vita del bambino sarà al centro del nostro operare, finché il suo sviluppo e non il profitto arricchirà la sua crescita, allora l’aurora è già vicina e la pace rinnoverà la nostra Terra”.

Case chiuse, gli italiani ci fanno un pensierino

C'è chi l'amore lo fa per noia e chi se lo sceglie per professione, recitava una vecchia canzone. In Italia, parlare di prostituzione è tutt'oggi un tabù che porta con sé innumerevoli dispute e pregiudizi.

Negli ultimi giorni, il tema è tornato alla ribalta per via dell'iniziativa del sindaco di Mogliano Veneto, Giovanni Azzolini, che ha pubblicato in gazzetta ufficiale il testo di un referendum popolare per l'abrogazione parziale della legge Merlin. La campagna si è rapidamente diffusa a livello nazionale e sono già centinaia i punti attivi per la raccolta firme.
Sono trascorsi 55 anni da quando il Parlamento ha approvato la legge n.75, più nota con il nome della senatrice socialista Lina Merlin che l'ha voluta, che ha di fatto abolito la regolamentazione della prostituzione in Italia e ha portato alla chiusura delle case di tolleranza in cui veniva esercitata la professione.

Da allora, il tema della prostituzione è rimasto al centro del dibattito politico a causa di alcuni paradossi, tipicamente italiani, che continuano a dividere l'opinione pubblica. Tralasciando le questioni morali, la più grande incongruenza è data dal fatto che in Italia la prostituzione in sé non è considerata reato, mentre lo sono attività ad essa correlate e illecite quali il favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione o l’induzione alla prostituzione. Attività che alimentano un giro di criminalità di diversi milioni di euro e sfuggono a qualunque tipo di controllo sociale, sanitario e fiscale. Un costo umano e sociale incalcolabile.

Circa il 75% degli italiani si dice favorevole alla riapertura delle case chiuse. In alcuni Stati come Paesi Bassi, Germania,Turchia, Austria, Svizzera, Grecia, Ungheria e Lettonia la prostituzione è legale e regolamentata. La legalizzazione include l'imposizione di tasse, l'individuazione di luoghi preposti all'esercizio dell'attività, la prescrizione di controlli sanitari obbligatori e l'obbligo di segnalare attività e residenza.

Ma, anche in questi casi, la situazione può dirsi migliore della nostra? Il quadro generale appare sfocato: tra i dati ufficiali, difficili da determinare e non sempre attendibili, alcuni parlano di benefici riguardanti il "decoro" urbano, altri, di una leggera diminuzione dell'attività criminale sul territorio. Ma, sebbene più confinati, i crimini legati alla prostituzione perdurano e continuano ad essere inaccettabili le condizioni in cui versano le prostitute, vittime, nella maggioranza dei casi, di tratta e sfruttamento.

Storia dell’uomo ombra di Martin Luther King

A cinquant’anni esatti dal famoso discorso di Martin Luther King, gli USA celebrano, in gran ritardo, anche la figura di Bayard Rustin. Conferendogli, sia pur post-mortem, la massima onorificenza americana: la Medaglia della Libertà.

Ma chi era Rustin?

In primis, l’eroe dimenticato che organizzò, il 28 agosto il 1963, la marcia su Washington (250 mila persone) per dire no alla segregazione razziale. Un afro-americano che non nascondeva la propria omosessualità e che venne per questo motivo tenuto dietro le quinte dagli altri leader.

Rustin, incontrò King durante il boicottaggio di Montgomery e lo persuase che come leader di un movimento, lui che aveva all’epoca guardie armate fuori casa, avrebbe dovuto dissociarsi dall’uso della forza. Lo iniziò ai principi di Gandhi e divenne il principale organizzatore della marcia. Suoi i metodi scelti, la logistica e suggestioni per il discorso discorso di King (I Have a dream, ndr).

Altri sostenitori temevano che la manifestazione non potesse avvenire senza violenza. Ma Rustin, che aveva conoscenze teoriche e capacità attuative, fu determinato a mantenere la sua posizione. 250mila si raccolsero nella capitale il 28 agosto 1963 per ascoltare il reverendo proclamare I Have a Dream.

A causa della sua omosessualità, Bayard è rimasto fuori dai libri di storia. “La marcia è importantissima: non possiamo permettere che una persona con tanti scheletri nell’armadio possa essere in prima fila”, disse Roy Wilkins della National Association for the Advancement of Coloured People. Nel 1953, Rustin era stato arrestato per aver fatto sesso in auto con due ragazzi e poche settimane prima della marcia un senatore lo aveva accusato di essere un sovversivo, comunista, pervertito. Non gli rimase che ritirarsi nell’ombra. Ufficialmente il direttore dell’evento fu l’attivista sindacale A. Philip Randolph.

Dopo l'assassinio di King, la nonviolenza e di conseguenza il ruolo di Bayard furono messi in dubbio dal movimento. Il suo impegno si spostò sui diritti umani a livello internazionale. Il presidente Carter lo designò all’Holocaust Memorial Council. Trascorse del tempo in Sudafrica per smantellare l'apartheid. Dal 1977, dopo l’incontro con Walter Naegle, suo compagno per 10 anni, parlò più spesso in pubblico dei diritti dei gay e della connessione tra questi e i diritti civili. Come dichiarò lui stesso “gli omosessuali sono il nuovo barometro dei diritti umani”.