Immigrazione e false verità

I giovani di fede musulmana residenti in Germania non sono interessati a integrarsi, provano forte avversità per i valori occidentali e tendono ad essere violenti. In apparenza potrebbe sembrare nient'altro che un semplice collage di luoghi comuni. Se non fosse che, invece, è quanto emerge da un recente studio commissionato dal Ministero degli Interni d'Oltrereno. Il quale, inutile dirlo, ha destato un vespaio di polemiche.

Ma i numeri forniti dal report sono realistici? Quello preso in esame, ad esempio, è un campione rappresentativo della comunità islamica tedesca?
Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Riem Spielhaus, ricercatrice alla  Universita di Copenaghen e presso il Centre for European Islamic Thought, nonché autrice del libro “Wer ist hier Muslim?” (Chi è musulmano oggi?), dedicato proprio alla questione dell'identità dei musulmani che vivono in Germania.

“Gli stessi autori indicano che i risultati della ricerca non possono valere a livello generale – ci spiega la dottoressa Spielhaus. Questo significa che lo studio non è rappresentativo di tutti i ragazzi di fede islamica; piuttosto, è significativo come viene posta la domanda sull'integrazione, che può portare a risposte che vanno contro l'integrazione stessa”.

Molti hanno definito “populista” l'interpretazione data dal ministro degli Interni. Qual è la sua opinione in proposito?

“Il ministro Friedrich ha chiaramente usato lo studio per supportare i suoi obiettivi politici; ha interpretato i risultati per farli corrispondere alle linee-guida del suo ministero, in modo che possano legittimare la sua condotta politica. È già la seconda volta, negli ultimi dodici mesi, che gli autori di uno studio si sono discostati dall'interpretazione data dal ministro che l'aveva commissionato; la ricerca è spesso in bilico fra l'autonomia e la dipendenza da interessi politici, ma ritengo che la scienza debba mantenersi indipendente, se vuole fornire dei fatti al pubblico”.

Lei cosa ne pensa di questo studio?
“Che dà molte più informazioni su chi lo ha fatto, invece che sui musulmani che vivono in Germania. Mi spiego meglio: i ragazzi di fede islamica, come chiunque altro, possiedono molteplici identità, che sono flessibili e dipendono dal contesto, che non possono essere definite in maniera univoca. Al contrario, questa pubblicazione ci dice come il Ministero degli Interni vede i giovani musulmani, come si rapporta a loro e quali domande gli pone”.

Esiste il rischio di estremismo islamico in Germania?

“In questo momento, in Germania il pericolo estremista viene soprattutto dalle organizzazioni della destra radicale e neo-nazista, di cui sono stati vittime – negli ultimi anni – molti immigrati e tedeschi di origine straniera”.

Quali misure dovrebbe introdurre il governo, per migliorare l'integrazione?

“Intanto, dovrebbe smettere di pubblicare studi che pretendono di stabilire inequivocabilmente l'identità dei migranti; in secondo luogo, sarebbe importante prendere in considerazione le domande e le richieste che vengono dalle minoranze etniche e religiose, e anche salvaguardare la loro sicurezza. Soprattutto, la Germania dovrebbe considerare se stessa in maniera nuova, con uno spirito che non si basi sulla svalutazione dell'altro e del diverso. Ma per questo non basteranno gli sforzi di un singolo governo”.

La cittadinanza in Francia (2)

Con Matrimonio. La cittadinanza francese è concessa, con dichiarazione da sottoscrivere dinanzi all'autorità competente, a qualunque straniero o apolide che contrae matrimonio con un cittadino/a, previa dichiarazione dopo 4 anni dal matrimonio (in passato ne bastavano 2), a condizione che alla data della dichiarazione la comunione di vita non sia cessata fra gli sposi, che il coniuge francese abbia conservato la propria nazionalità e che lo straniero dimostri una residenza effettiva e non interrotta in Francia per tre anni consecutivi. Un requisito che va accompagnato dall'obbligo di dimostrare la cosiddetta "condizione di integrazione" nella società francese, ovvero l'impegno personale di rispettare i principi su cui si fonda la Repubblica e una sufficiente padronanza della lingua francese.

Via naturalizzazione
La naturalizzazione per decisione dell'autorità pubblica può essere concessa solo allo straniero maggiorenne che dimostri la propria residenza stabile e permanente in Francia nei 5 anni antecedenti la sua domanda. Un regime preferenziale è previsto per gli stranieri incorporati nelle forze armate francesi; che abbiano reso dei servizi eccezionali allo Stato o per gli stranieri la cui naturalizzazione presenti per la Francia un interesse eccezionale, in quest'ultima caso è necessario il parere del Consiglio di Stato su rapporto motivato del Ministro competente. La naturalizzazione può inoltre essere concessa a chi abbia lo status di rifugiato riconosciutogli dall'Ufficio Francese di Protezione dei Rifugiati e degli Apolidi (OFPRA), previo raggiungimento della maggiore età. Non può invece essere naturalizzato lo straniero condannato ad una pena detentiva superiore o uguale a 6 mesi senza condizionale o che sia stato oggetto di un decreto di espulsione o di una interdizione dal territorio, o si trovi in una situazione irregolare, o sia stato condannato per atti di terrorismo. Vale la pena, inoltre, di ricordare che la legge sull'immigrazione del 2006 prevede per gli stranieri ammessi per la prima volta nel territorio francese, e che intendano rimanervi stabilmente, l'obbligo di sottoscrivere un «contratto di accoglienza e integrazione», che implica il dovere di conoscere la lingua e i principi fondamentali della Repubblica.

Un'ultima osservazione sulla doppia cittadinanza. Il possesso di una o più altre nazionalità non ha, in linea di principio, alcuna incidenza sulla cittadinanza francese, al contrario di quanto accade in Germania. La legge non richiede infatti che uno straniero diventato francese rinunci alla sua cittadinanza di origine, fatta eccezione per i cittadini provenienti da Stati firmatari della Convenzione del Consiglio d'Europa, del 6 maggio 1963, sulla riduzione dei casi di nazionalità plurima (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Olanda e Svezia).

Come si vede, un quadro normativo complesso e a tratti contraddittorio, il cui principale limite è quello di complicare la quotidianità degli stranieri residenti in Francia.

La cittadinanza in Francia (1)

La disciplina legislativa francese sulla cittadinanza è dettata dal Codice civile e dall'ordinanza n.45-2658 del novembre 1945, modificata a più riprese, da ultimo nel 2006. Un ordinamento che, in origine, basava l'acquisizione dello status civitatis su una concezione estrema dello jus soli. Ammorbidita, a partire dagli '90 del Novecento, da una serie di interventi di legge caratterizzati da tratti di notevole convergenza con il principio dello jus sanguinis . Al punto che oggi si può tranquillamente parlare di un regime a carattere misto. Una tendenza che sembra per altro prevalere anche in altri paesi dell'UE.
In Francia si può acquisire la cittadinanza in tre diversi modi : per filiazione (jus sanguinis) e nascita (jus soli); sposando un cittadino/a francese; via naturalizzazione.

Per filiazione e per nascita
Acquisisce la cittadinanza il figlio, legittimo o naturale, di una coppia di cui almeno uno dei due genitori sia francese. Una concessione che, analogamente, viene riconoscita soltanto ai minori adottati con formula piena da parte di un francese. Nel caso di adozione semplice, invece, il minore ha il diritto di reclamare la cittadinanza al raggiungimento della maggiore età. L'ultimo caso, riguarda il minore abbandonato in Francia ed allevato da un cittadino francese o dai servizi sociali, purché abbia ricevuto un'educazione improntata ai valori e alla cultura nazionale per almeno cinque anni.
Ha dirittto alla cittadinanza per nascita il figlio, legittimo o naturale, nato in Francia da genitori di cui almeno uno vi sia nato.
Non basta, dunque, la semplice nascita nel territorio nazionale per acquisire automaticamente la cittadinanza che, invece, spetta ai minori figli di apolidi o di genitori sconosciuti.

La modifica di legge del 1998, soppresso l'obbligo di manifestazione della volontà, riconosce ai nati in Francia da genitori stranieri l'acquisizione automatica della cittadinanza al momento della maggiore età se, a quella data, l'interessato è in grado di dimostrare di aver risieduto, anche in modo discontinuo, sul territorio nazionale per almeno 5 anni, dall'età di 11 in poi. E' previsto, inoltre, un anticipo a 16 anni se l'interessato inoltra una dichiarazione sottoscritta dinanzi all'autorità competente, o può essere reclamata per lui anche dai genitori a partire dai 13 anni e con il suo consenso, nel qual caso il requisito della residenza abituale per 5 anni decorre dall'età di 8 anni.

Germania: l’importanza dei matrimoni misti

Secondo i principali esperti mondiali in materia di immigrazione il matrimonio misto - inteso come l'unione fra due individui appartenenti a razze e/o etnie differenti - rappresenta un importante indicatore del livello di integrazione degli immigrati nel paese ospitante.

Di recente il "Migration Policy Institute" di Washington ha pubblicato un'analisi di Olga Nottmeyer - ricercatrice presso il "German Institute for Economic Research"- sui matrimoni misti in Germania. Uno studio di grande interesse per un paese che ha cominciato ad affrontare il problema dell'integrazione delle comunità allogene soltanto alla fine degli anni Novanta quando ha preso atto del suo status di nazione di immigrazione. In Germania i 7 milioni di immigrati rappresentano l'8,2% della popolazione. Tra le comunità straniere quella turca è la più ampia, con il 25%. Seguita da quella italiana con l'8% e dalla polacca con il 6%. A partire dagli anni Novanta e per i vent'anni successivi la percentuale dei matrimoni misti è stata in costante aumentato. Se nel 1991 costituivano il 9,7% delle nuove unioni, nel 2002 hanno toccato la soglia del 16%. Per attestarsi in seguito mediamente intorno al 12,5%. È interessante analizzare questi dati in relazione alla comunità turca, generalmente considerata la più problematica. Pur essendo la più numerosa, i suoi appartenenti sono stati coinvolti solo nel 10% dei nuovi matrimoni misti.

Un dato estremamente basso difficilmente spiegabile, come invece spesso si tende a fare, unicamente alla fede religiosa. Nella sua ricerca, infatti, Olga Nottmeyer pone in luce la rilevanza di altri fattori sociologici che ostacolano i matrimoni misti: l'ampiezza e la concentrazione territoriale della comunità ed il livello di istruzione dei suoi membri. La comunità turca è molto numerosa soprattutto in alcune aree geografiche e nei quartieri delle maggiori realtà urbane.

Da qui la tendenza degli immigrati turchi a prediligere matrimoni con i propri connazionali. Un elemento disincentivante a cui si aggiunge il livello di scolarizzazione che è il più basso tra le comunità straniere presenti in Germania: soltanto il 53% ha completato il ciclo di studi primario, e appena l'8% quello secondario - necessario per accedere all'università -. Difficoltà che sembrano essersi attenuate per le seconde generazioni interessate nel 12% dei nuovi matrimoni misti contro il 7% della prima. É evidente, allora, che limitarsi alla mera analisi dell'appartenenza religiosa è quantomeno riduttivo

Spagnoli in trappola

Cercare fortuna all’estero e ritrovarsi a fare la fila nelle mense pubbliche pur di avere un pasto caldo. A prima vista sembrerebbe il solito capitolo di un grande classico della storia del fenomeno migratorio internazionale. Se non fosse che parliamo di cittadini della ricca Europa che dopo aver deciso di lasciare la madrepatria per  trasferirsi in un altra nazione del Vecchio Continente sono costretti a vivere ai margini della società perché non trovano un’occupazione. Al centro di questa spiacevole disavventura troviamo soprattutto spagnoli che, a causa della pesante crisi economica che colpisce l’Europa mediterranea, emigrano verso i paesi scandinavi, soprattutto la Norvegia, affascinati dagli elevati standard di vita e dall’efficienza del welfare di queste nazioni. Una scelta sempre più diffusa tra i sudditi di Juan Carlos (+43% rispetto al 2010), dovuta anche alla popolarità di una nota trasmissione televisiva “Spagnoli nel mondo” che fin dalla scorsa primavera diffonde immagini del successo e degli agi di emigranti iberici in Norvegia: stipendi da 4000 euro, bambini felici, donne protette in abitazioni piene di comfort e la sicurezza di un forte e sano stato sociale, con solo il 3% di disoccupazione.

Peccato però che come spesso accade non è tutt’oro quello che luce. Visto che nella maggior parti dei casi quello che doveva essere un eden si è trasformato in un vero e proprio inferno: lingua sconosciuta, freddo polare e soprattutto prezzi cosi elevati da esaurire nel giro di pochi giorni i pochi risparmi in tasca. Il risultato?

Come conferma  Wenche Berg Husebo, responsabile di  Robin Hood, una delle principali fondazioni caritatevoli norvegesi,  molti di loro affollano oggi le case di accoglienza per indigenti, dormono per strada o in rifugi di fortuna e sperano di recuperare qualche spicciolo per ritornare in Patria. Soltanto una ristretta minoranza, è riuscita a trovare lavoro grazie alla conoscenza della lingua inglese ed a una elevata specializzazione. Gli altri, invece, per il governo di Oslo sono esclusivamente un problema da cui liberarsi il prima possibile. Tant’è che il Ministro del Lavoro Hanne Bjurstrom ha di recente affermato che gli immigranti europei che non riescono a trovare un impiego devono lasciare il paese quanto prima, perché la Norvegia non può farsi carico di loro. D’altronde in una nazione con appena  5 milioni di abitanti si notano presto i profughi del sud Europa che vivono in povertà.

Avere due passaporti è un bene o un male?

Quella della cosiddetta doppia cittadinanza è una delle questioni più controverse e poco note del dibattito sull’immigrazione. Parliamo in sostanza della possibilità per gli immigrati di ottenere il passaporto del Paese ospitante, senza perdere quello dello stato di origine. Un tema riportato alla ribalta mediatica da una recente proposta di legge del governo olandese che punta a obbligare non solo gli stranieri presenti sul territorio nazionale, ma anche gli emigranti olandesi a scegliere tra lo status di cittadino dei Paesi Bassi e quello di un’altra nazione. Ne parliamo con Rainer Baubock, uno dei massimi esperti in materia, docente di teoria sociale e politica all’European University Institute di Firenze e co-direttore dell’osservatorio EUDO CITIZENSHIP.

1) Il governo olandese ha di recente riaperto l’annoso dibattito sulla doppia cittadinanza proponendo un disegno di legge che obbliga gli immigrati residenti nel paese e gli olandesi emigrati all’estero a scegliere se mantenere la cittadinanza di origine oppure  ottenere quella dei Paesi Bassi. Qual è la sua opinione in proposito?

RB: Quello dei Paesi Bassi è un caso piuttosto unico. In genere, si osserva una forte tendenza verso una maggiore tolleranza della doppia nazionalità in Europa e, in misura minore, anche in altre parti del mondo (meno in Asia, più marcata in Nord e Sud America). Ci sono molte ragioni che spiegano questo trend. Fino agli anni 60 gli avvocati internazionali consideravano la doppia nazionalità come un “male” al pari dell’apolidia. La situazione è cambiata in seguito alla nascita di norme più efficaci contro la discriminazione di genere, a un lungo periodo di pace nelle relazioni internazionali ed a un cambiamento di percezione degli interessi statali nell’ambito della migrazione. Una legge nazionale contro la discriminazione di genere implicava che la cittadinanza poteva essere ereditata sia dal padre che dalla madre, in modo che i figli di genitori di differenti nazionalità potessero acquisire la doppia cittadinanza dalla nascita. I paesi tradizionalmente con un sistema ius soli, come gli Stati Uniti, l’Australia, la Gran Bretagna, l’Irlanda e la Francia, non hanno potuto impedire che i bambini di origine straniera nati nei loro territori acquisissero anche la cittadinanza del paese di origine dei loro genitori. In tale contesto, l’obbligo della rinuncia della cittadinanza precedente come condizione per la naturalizzazione veniva  considerata sempre più  inutile e vista come maggior ostacolo per l’integrazione degli immigrati. Ancora più importante è stato il cambiamento di atteggiamento dei paesi di origine che tradizionalmente guardavano i loro emigrati come una popolazione persa, ma recentemente hanno scoperto in loro una risorsa economica e politica. Privare gli emigrati della loro cittadinanza dopo la naturalizzazione nel paese di insediamento significava, per gli Stati, tagliare inutilmente quei legami che facilitavano l’arrivo di ingenti rimesse o che li aiutavano ad acquisire appoggio politico in un paese straniero.

Agli inizi degli anni ‘90 i Paesi Bassi hanno seguito questa tendenza e si sono mossi verso una maggiore tolleranza della doppia cittadinanza. Alla fine della decade, tuttavia, è emerso che una crescente opinione pubblica considerava il modello olandese di integrazione multiculturale un fallimento. La richiesta di rinuncia della precedente cittadinanza come condizione per la naturalizzazione è stata reintrodotta con una serie di prove di integrazione e di lingua. In questo campo il governo olandese è diventato un trend setter in Europa, anche se in relazione alla doppia cittadinanza rimane quasi un caso unico di inversione in tema di tolleranza. Pochi altri paesi, come Danimarca, Norvegia e Austria, non hanno mai liberalizzato il loro rigido divieto della doppia cittadinanza che si acquisisce con la naturalizzazione, mentre una riforma liberale proposta in Germania è stata bocciata nel 1999 prima della sua attuazione. Nonostante le esistenti restrizioni, l’attuale legge olandese permette molte eccezioni lì dove agli immigrati sia consentito di conservare la loro precedente nazionalità. La nuova proposta di riforma ha come obiettivo quello di eliminare alcune scappatoie e suggerisce per la prima volta che anche i cittadini olandesi al’estero debbano perdere la loro cittadinanza nel momento in cui acquisiscano quella del paese ospitante.

2) Considerando che, come in ogni grave crisi economica che rispetti, anche quella attuale è caratterizzata da un diffuso sentimento anti-immigrazione crede davvero che valga la pena riaprire il dibattito sulla cittadinanza multipla o questo rischia di diventare un vero e proprio boomerang per chi da voce a questa problematica?

RB: Non sono proprio sicuro che ci sarà un effetto immediato sugli atteggiamenti anti immigrazione. I partiti populisti di destra hanno portato avanti con successo campagne contro l’immigrazione anche prima dell’attuale crisi. Ed ora l’obiettivo principale delle loro campagne è sempre di più la burocrazia europea o il capitale finanziario internazionale. Questo non significa che gli immigrati siano più al sicuro di prima, ma in alcuni paesi, come in Portogallo, la profondità della crisi unita alla diminuzione dei flussi migratori sembra aver momentaneamente distolto l’attenzione pubblica dalla questione immigrazione.

Oltre ai Paesi Bassi, anche in altri stati sono nate preoccupazioni inerenti la nazionalità multipla anche prima della crisi finanziaria. Timori legati sia ad una diffusa  percezione di minaccia alla sicurezza che alla “guerra contro il terrorismo”. La Gran Bretagna per un periodo ha cercato di non restringere l’accesso alla doppia cittadinanza, ma di usarla invece come pretesto per togliere lo status di cittadino britannico ai sospettati di coinvolgimento in attività terroristiche in modo da deportarli nel paese della loro seconda nazionalità. Nonostante i cittadini con la doppia cittadinanza non sembrerebbero rappresentare una minaccia alla sicurezza più dei cittadini privi di essa, la lezione è che la percezione dei rischi alla sicurezza porterà o a una limitazione della doppia cittadinanza o alla situazione in cui avere due passaporti sarà uno svantaggio, poiché i cittadini in possesso di ambedue le cittadinanze saranno protetti in misura minore rispetto a coloro che ne avranno una.

Rispondendo alla sua domanda, direi che la crisi economica potrebbe ritardare le riforme sulla cittadinanza in molti paesi perché tale questione non è più vista come la più urgente, ma comunque non dovrebbe creare maggiori ostacoli al processo di dibattiti sulle riforme.

3) Per concludere, a suo parere in tema di cittadinanza multipla qual è la soluzione più equilibrata?

Ritengo che la cittadinanza dovrebbe essere concessa a tutti coloro i cui interessi individuali nella qualità della vita e nell’autonomia siano legati a un bene comune di un particolare stato. Tale “principio stakeholder” si applica sia alla prima che alla seconda generazione di immigrati sia agli emigrati. Dato che gli immigrati rimangono sempre più connessi al loro paese di origine durante il processo di integrazione nella società di insediamento, dovrebbero venire a conoscenza, attraverso l’accesso alla doppia nazionalità, che in molti casi ci sono buoni legami tra i due paesi.

Tuttavia, il “principio stakeholder” pone anche dei limiti alla nazionalità multipla. Dalle terze generazioni in poi nate all’estero non dovrebbe essere possibile ereditare automaticamente la cittadinanza dei loro antenati attraverso il sistema ius sanguinis. Ci si dovrebbe interessare ad ottenere un passaporto Europeo che permetta di muoversi liberamente in Europa, ma questo interesse oggi non è più basato su legami autentici o obiettivi specifici in un paese particolare.  L’accesso preferenziale alla cittadinanza italiana per nipoti di antenati italiani provenienti dall’America Latina è essenzialmente una politica di migrazione discriminatoria ed è inoltre una politica attraverso cui l’Italia crea immigrati per tutti gli altri stati membri dell’UE. Ho evidenziato un secondo limite alla doppia cittadinanza in paesi, come l’Ungheria, che tentano di includere tra i cittadini votanti minoranze etniche prossime oltre i loro confini. Questi gruppi non sono emigrati per diaspora, ma sono minoranze native di stati vicini. In tali casi, la doppia cittadinanza potrebbe diventare un ostacolo per il riconoscimento delle minoranze nella loro patria. L’autonomia del Sud Tirolo/Alto Adige, che fu negoziata con il governo austriaco, non includeva la doppia cittadinanza per la popolazione di madrelingua tedesca, poiché questo avrebbe potuto minare il riconoscimento interno e la protezione dell’autonomia del sistema politico italiano.

La cittadinanza in Germania (2)

La cittadinanza per naturalizzazione. La naturalizzazione (Einbürgerung), dunque, rappresenta la via principale per poter acquisire la cittadinanza per tutti gli immigrati che non sono tedeschi per diritto di nascita.

E' stata prevista una disciplina transitoria per i figli di genitori stranieri che, alla data di entrata in vigore della riforma, non avevano ancora compiuto il decimo anno e che rispondevano ai requisiti stabiliti dalla nuova normativa, in virtù della quale è stato loro riconosciuto un diritto preferenziale alla naturalizzazione sulla base di una richiesta presentata dal loro legale rappresentante entro il 31 dicembre 2000. I cittadini stranieri, invece, di età superiore ai sedici anni possono presentare le domande di naturalizzazione alle autorità competenti. A tal proposito i richiedenti devono possedere sette requisiti essenziali:

- otto anni di regolare residenza in Germania (prima della riforma ne occorrevano quindici); il termine non seven essential requirementssi applica al coniuge e ai figli minori che possono essere naturalizzati contemporaneamente al richiedente anche se risiedono in Germania da un periodo di tempo di durata inferiore. Nel caso di cittadini stranieri sposati con coniugi tedeschi il termine si riduce a tre anni. E' necessario però che la coppia si sposata da almeno due anni e che il matrimonio sia ancora valido

- regolare permesso o diritto di soggiorno

- conoscenza della Costituzione tedesca e giuramento di fedeltà alla stessa

- rispetto e osservanza dell'ordinamento libero e democratico stabilito dalla Costituzione

- capacità di assicurare il mantenimento proprio e dei familiari a carico senza far ricorso a sussidi sociali o all'indennità di disoccupazione

- assenza di condanne penale per gravi reati

- dimostrazione di una sufficiente conoscenza della lingua tedesca

Va aggiunto, inoltre, un ulteriore requisito che prevede l'obbligo di rinunciare alla propria nazionalità per ottenere quella tedesca. L'ordinamento tedesco, infatti, non prevede in linea generale la doppia cittadinanza. Tale possibilità è concessa soltanto ai cittadini elvetici e a quelli provenienti dai paesi dell'Unione Europea con i quali vige il cosiddetto "principio di reciprocità". Questo significa che soltanto i cittadini di Stati comunitari che accettano la doppia cittadinanza possono ottenere la cittadinanza tedesca senza dover rinunciare a quella della madrepatria.

In conclusione, appare evidente che, dopo aver difeso la fictio del lavoro ospite (gastarbeiter) la Germania non solo ha finalmente riconosciuto di essere un paese di immigrazione, ma ha cercato anche di dare una risposta realistica al problema dell'integrazione degli stranieri.

La cittadinanza in Germania (1)

La disciplina legislativa federale sulla cittadinanza è dettatata dalla Staatsangehörigkeitsgesetz, riformata dalla legge 15 luglio 1999 che ha posto a fondamento del diritto di cittadinanza il principio del luogo di nascita (jus soli) in sostituzione del principio di filiazione (Jus sanguinis). Nella fattispecie, l'art.3 della legge prevede che lo status civitatis si acquisisce per nascita, per adozione e per naturalizzazione. Vale la pena di ricordare che la normativa precedente risaliva al 22 luglio del 1913 e conteneva dei principi diametralmente opposti. L'art.4, infatti, definiva l'acquisizione della cittadinanza esclusivamente attraverso la discendenza da parenti tedeschi, nel rigido rispetto del principio di filiazione (Jus sanguinis). Inoltre, gli artt.8-13 stabilivano perentoriamente che la decisione sulla naturalizzazione degli immigrati veniva lasciata alla completa discrezione delle autorità tedesche.

La cittadinanza per nascita e per adozione.

Dal 1° gennaio 2000, data di entrata in vigore della nuova norma, acquisiscono automaticamente la cittadinanza tedesca i figli di immigrati nati sul territorio nazionale a condizione che almeno uno dei genitori risulti stabilmente residente nel paese da almeno otto anni ed in possesso di regolare permesso di soggiorno. Nella maggior parte dei casi i minori che diventano cittadini tedeschi per nascita mantengono anche la nazionalità straniera dei genitori in base al principio di filiazione. Ma al momento della maggiore età e comunque non oltre cinque anni dal suo compimento devono scegliere: mantenere la cittadinanza tedesca perdendo quella ereditata dai genitori o viceversa. La legge, infatti, non consente loro, fatto salvo il periodo transitorio, di mantenere la doppia cittadinanza.

Previsioni particolari sono fissate per i minori nati prima del 1° luglio 1993 da padre tedesco e madre straniera che possono acquisire la cittadinanza facendone richiesta entro e non oltre il compimento del ventitreesimo anno di età. Il diritto di cittadinanza, con estensione ai discendenti, è infine previsto per i minori adottati da famiglie tedesche.

Libertà di circolazione sì, ma a pagamento

La libera circolazione delle persone in Europa, si sa, c’é chi la ama e chi la odia. Non c’é dubbio che i ragazzi del Vecchio Continente siano ascrivibili alla prima categoria. Tuttavia, alcuni stati considerano l’afflusso di giovani stranieri nelle proprie università più come un problema che come un vantaggio. Il perché é presto detto. La direttiva europea che obbliga lo studente a pagare la retta universitaria che si applica nel paese ospitante non tiene conto del fatto che in diverse nazioni la formazione accademica è gratuita , interamente a carico delle casse pubbliche.

Ad aprire le ostilità é stata  l’Olanda. Dove il Ministro dell’Educazione, Halbe Zijlstra, ha proposto di chiedere alla Germania un compenso economico per tutti i tedeschi che studiano ad Amsterdam e dintorni. L’iniziativa è stata ispirata dal dibattito tenutosi in Austria su come finanziare le tante matricole straniere che godono di un’educazione di grande qualità,  finanziata dallo Stato.

Secondo Sander van den Eijenden, presidente di Nuffic, l’organizzazione olandese che promuove la cooperazione internazionale per l’istruzione accademica, è necessario instaurare criteri di reciprocità, perché il flusso di giovani sembra essere a senso unico. I tedeschi sono i principali imputati dell’invasione delle università olandesi, austriache e britanniche ma è pur vero che la Germania è a sua volta uno dei Paesi che ospita la maggior parte degli studenti stranieri, e non solo europei. Inoltre secondo Stegelmann, che gestisce EDU-CON, società che attrae i talenti tedeschi nelle università dei Paesi Bassi, il paese trae grandi vantaggi dal formare questi ragazzii che spesso, terminati gli studi, rimangono, contribuendo alla ricchezza della nazione. Non a caso nel Regno Unito sono numerosi gli incentivi per gli studenti stranieri.

Come uscire da questo cul de sac?

I pareri sono contrastanti: c’è chi suggerisce che ogni Stato debba pagare per ogni studente, a prescindere dal Paese europeo che lo ospita, ipotesi di Gabriele Burgstaller, Presidente dello Stato austriaco salisburghese e che riprende il sistema dei Paesi scandinavi; c’è invece chi auspica un sistema più simile a quello britannico, in cui gli Stati, attraverso l’Unione Europea, allocano risorse da destinare alla mobilità dei giovani.

Alcuni funzionari affermano che la Commissione Europea per l’Educazione non è contraria all’istituzione di trattati bilaterali per i rimborsi, se sono volontari e reciproci. Tuttavia, il portavoce dell’Esecutivo di Bruxelles, Dennis Abbott, ha segnalato che non sarà l’UE la promotrice di tali accordi.

Ma Obama è americano?

Non capita certo tutti i giorni che l'opinione pubblica e i media d'Oltreoceano prestino così tanta attenzione al piccolo stato delle Hawaii.

Tutto merito della governatrice repubblicana Linda Lingle che ha appena approvato un provvedimento a dir poco singolare. La nuova legge autorizza gli uffici pubblici dell'arcipelago, dov'è nato Barack Obama, a ignorare le richieste di informazioni presentate dai cittadini nel caso in cui si tratti di quesiti ai quali l'amministrazione ha già dato una risposta. Ma qual è la ratio di un provvedimento apparentemente a metà via tra l'inconsueto e l'inutile? In realtà Lingle non ha ritenuto opportuno dare ulteriori spiegazioni. Che, però, secondo i principali opinionisti americani sono piuttosto evidenti. Il provvedimento sarebbe stato proposto e approvato contro il cosiddetto movimento dei "birthers". Di cosa si tratta? Un gruppo di cittadini, non solo hawaiani, convinti che il presidente Barack Obama non abbia un requisito essenziale per ricoprire l'attuale carica. Quello di essere nato sul territorio nazionale.

Da qui nascono i problemi dello stato delle Hawaii. Che fin dalla vittoria di Obama alle ultime presidenziali è costantemente invaso da email e lettere provenienti da ogni parte degli Stati Uniti per ottenere una copia del certificato di nascita del presidente. Nonostante le autorità dell'arcipelago abbiano a più riprese precisato che un documento così personale può essere rilasciato esclusivamente a chi sia in grado di dimostrare un interesse tangibile, i temerari richiedenti perseverano nelle loro azioni. Ecco, dunque, le ragioni della recente iniziativa di Linda Lingle.

Come dire, a mali estremi, estremi rimedi. Anche se il problema non sembra affatto risolto. Se non altro perchè, a detta di molti giuristi, la nuova legge rischia di violare il diritto all'informazione di tutti i cittadini.