A non decidere si rischia grosso

Per il Consiglio Europeo di oggi prendere il toro per le corna significa sciogliere i due grandi nodi dell’immigrazione: asilo e Frontex. C’è però il serio rischio di assistere a un’ennesima fumata nera. Eppure la riforma di Dublino II e il rafforzamento dell’Agenzia per il Controllo delle Frontiere Esterne sono l’unica via d’uscita dal cul de sac in cui si trova il Vecchio Continente.

Nel primo caso la vera questione è il cosiddetto “burden sharing”. Insomma, c’è chi fa troppo e chi troppo poco. Basti pensare che nel solo 2010 Francia, Germania, Svezia, Belgio e Regno Unito hanno ricevuto il 70% delle domande di asilo di tutta l’UE. Va da sé che non c’è alternativa a una vera armonizzazione delle legislazioni nazionali in materia. I pochi sforzi fatti in questa direzione, però, si sono rivelati semplici specchietti per le allodole. Emblematico il caso dell’Ufficio Europeo per l’asilo (EASO). Istituito soltanto nel maggio del 2010 e diventato operativo lo scorso 19 giugno. Di questo misterioso Ente si sa soltanto che ha sede a Malta, che ha un sito in costruzione e che avrà a disposizione solo qualche milione di euro, oltre ai contributi (volontari) dei singoli stati. In breve, mezzi limitati per raggiungere obiettivi ambiziosi: facilitare, coordinare e rafforzare la cooperazione dei governi in questo delicato settore.

Lo stesso vale, mutatis mutandis, per Frontex. Creata nel 2005, con un’inspiegabile sede a Varsavia e un bilancio striminzito, ha l’importante compito di pattugliare i confini della Fortezza Europa. Insomma, anche in questo caso l’idea è buona, ma è difficile realizzarla con le poche risorse a disposizione. Tuttavia il rebus dell’immigrazione clandestina può essere risolto solo tramite un reale potenziamento dell’Agenzia Europea per il controllo della Frontiere Esterne. Con un evidente beneficio per quella ristretta rosa di paesi, stavolta dell’Europa mediterranea, che subiscono la crescente pressione migratoria del vicino Nord-Africa. Visto che l'Agenzia, oltre alla mera attività di sorveglianza, è anche autorizzata a organizzare veri e proprio rimpatri collettivi. Com’è accaduto, per la prima volta, lo scorso 28 settembre. Quando 56 cittadini georgiani, arrestati in diversi paesi UE, sono stati imbarcati a Varsavia su un volo con destinazione Tblisi.

Sta tutto qui il cambio di marcia che il Consiglio Europeo del 23-24 giugno può imprimere alla politica migratoria del’Unione. A patto che tutti gli attori coinvolti rinuncino a considerare l’immigrazione una materia di esclusiva prerogativa nazionale.

I talenti stranieri non te li regala nessuno

Negli ultimi dieci anni la percentuale degli studenti stranieri nelle università italiane è raddoppiata: erano l’1,5% degli iscritti totali nell’a.a. 2001/02, oggi sono il 3%. Dati che però collocano la nostra nazione ben lontano non solo dai primi della classe (19,9% il Regno Unito, 11,2% la Francia, 10,9% la Germania), ma persino dalla media europea (7,6%).

Ma cosa influenza lo studente nella scelta del paese di destinazione? Secondo quanto affermato dall’OCSE [1] uno dei principali fattori è la lingua parlata unitamente alla possibilità di frequentare i corsi universitari in inglese. Che in Italia – come in Spagna, Austria e Grecia – sono pressoché assenti.

Un secondo fattore che gioca un ruolo fondamentale è l’onerosità di un ciclo di studi all’estero, ovvero il costo delle tasse di iscrizione e gli eventuali aiuti economici offerti. Nel Bel Paese vige il principio dell’Uniformità di trattamento, che sancisce per italiani e stranieri pari diritto nell’accesso ai servizi e agli interventi per il diritto allo studio [2], ovvero possono usufruire dell’esonero parziale dalle tasse di iscrizione sulla base del reddito e ricevere la borsa di studio se in possesso dei requisiti necessari.

Di certo molti sono gli ulteriori elementi che uno studente valuta e che in parte contribuiscono a far segnare all’Italia l’ennesimo punteggio negativo. Da una ricerca condotta intervistando 1.500 giovani provenienti da 28 paesi diversi emerge il quadro di un’Italia molto costosa, incapace di garantire un posto letto in cui l’inglese è ancora limitatamente diffuso. Un giudizio non proprio lodevole, a dispetto del quale il 60% degli studenti ci tornerebbe comunque perché “attratto dal Bel Paese” [3].

L’Italia riesce ad attirare principalmente studenti albanesi (21%), greci e rumeni (8% e 6%), cinesi (5,5%) e camerunensi (3,5%), cinque nazionalità che rappresentano quasi il 45% della totalità degli stranieri iscritti. Le facoltà a cui si iscrivono in misura maggiore sono, nell’ordine, Economia (18%), Medicina e Chirurgia e Ingegneria (circa 13% ciascuna), Lettere e Filosofia (8,4%) – dati MIUR.

Risulta interessante capire se questi studenti raggiungono o meno il traguardo della laurea.

I laureati stranieri negli ultimi dieci anni sono quasi triplicati, contro un aumento del 70% riferito all’intera popolazione universitaria: i dottori stranieri erano l’1% nel 2000, l’1,5% nel 2005 e sono diventati il 2,3% nel 2009.

Alcune analisi svolte dall’Osservatorio sulla prosecuzione degli studi hanno messo in luce come gli stranieri abbiano in generale un rendimento più basso rispetto agli italiani in termini di numero di crediti sostenuti in un anno, complice probabilmente l’impatto con un contesto del tutto nuovo, lontano da casa e di cui non si conosce la lingua. Tuttavia, gli stranieri abbandonano gli studi universitari meno degli italiani, forse perché maggiormente ostili all’idea di rinunciare all’investimento personale ed economico compiuto andando a studiare all’estero [4].

Come è ovvio aspettarsi, le provenienze dei laureati ricalcano fedelmente quelle degli iscritti; i dottori stranieri provengono principalmente da Albania (20%), Grecia (7%) Romania (5%), mentre le nazionalità extra-UE più rappresentate sono nell’ordine Camerun (3,5%) e Cina (4%). Si laureano principalmente in Economia (16%) e Medicina e Chirurgia (14%) – dati MIUR.

L'afflusso sempre più intenso di stranieri nelle università italiane dimostra quanto sia stato fatto per incentivarne l’internazionalizzazione, pur con notevoli differenze da regione a regione  – gli stranieri si sono laureati per il 63% in un ateneo del nord, per il 30% in uno del centro e per il 7% al sud e nelle isole.

I dati che collocano l’Italia in posizione di profonda inferiorità rispetto al contesto europeo e le problematiche di vita e di studio raccontate da chi le ha vissute provano che c’è ancora molto da fare, tuttavia è auspicabile che questi elementi rappresentino il punto di avvio di nuove politiche di incentivazione e di sostegno a una realtà universitaria che – si spera – continui a crescere.



[1] Education at a Glance, OECD Indicators 2010.

[2] Il principio della parità di trattamento tra studenti italiani e stranieri è stato sancito dalla legge n. 40/98, poi Testo Unico sull’Immigrazione (D.P.R. 31 agosto 1999, n. 394, art. 46), che supera il disposto in base al quale gli studenti stranieri potevano usufruire dei servizi a concorso purché esistessero trattati o accordi internazionali bilaterali o multilaterali di reciprocità tra la Repubblica italiana e gli Stati di origine degli studenti (L. 390/91, art. 20). Per accedere ai servizi per il diritto allo studio gli stranieri non appartenenti all’UE devono possedere un permesso di soggiorno in corso di validità.

[3] L’indagine è stata svolta da Erasmus Student network Italia in collaborazione con Studenti Magazine.

[4] Allo stesso risultato sono giunti  F. Belloc, A. Maruotti, L. Petrella in How individual characteristics affect university students drop-out: a semiparametric mixed-effects model for an Italian case study, Journal of Applied Statistics, 2011.

Una festa che non è una festa

La domenica di Pentecoste più colorata d'Europa. È il “Karneval der Kulturen”, la cui 16esimaedizione si è svolta dal 10 al 13 giugno per le strade di Berlino. Quattro giorni – e tre notti – di festeggiamenti, con lo scopo di far conoscere e di valorizzare la diversità etnica e culturale della città. Per tutto il pomeriggio di domenica, oltre novanta carri, organizzati da gruppi di ogni nazionalità, hanno animato la street parade da Hermannplatz fino a Yorckstraße

Insieme al milione di persone che ha festeggiato e ballato per le vie di Kreuzberg, il quartiere a maggioranza turca, c'era anche il sindaco SPD Klaus Wowereit, a testimoniare l'ospitalità dei berlinesi. Un'immagine concreta della tolleranza della capitale, visto che Wowereit è noto per essere stato il primo leader di un Land tedesco a dichiararsi pubblicamente omosessuale.

Se nelle interviste rilasciate alla stampa il borgomastro berlinese ha voluto sottolineare la Offenheit, l'apertura della città, in realtà il discorso sull'integrazione non è così semplice. Secondo uno studio pubblicato pochi giorni fa da Eurostat, relativamente al 2009, il 56% delle nuove acquisizioni di cittadinanza europea è avvenuto in Germania, Francia e Regno Unito (rispettivamente con il 12, 18 e 26 per cento). Ma se andiamo a guardare il rapporto fra gli immigrati che hanno conseguito la cittadinanza tedesca e la popolazione totale, la Germania si ferma al 19esimo posto, dietro anche all'Italia e al di sotto della media europea.

Del resto, tutti hanno ancora in mente le parole della Kanzlerin Angela Merkel, che l'ottobre scorso dichiarò “fallito” il multiculturalismo, e definì “un'illusione” l'idea di poter vivere serenamente accanto agli stranieri. Ma se la capitale tedesca rappresenta – per alcuni aspetti – un buon esempio di integrazione, e ne è dimostrazione non solo il “Karneval” ma anche il costante flusso immigratorio dai paesi dell'Unione, comunque sulle rive della Spree i problemi non mancano. Su 3 milioni e 400mila abitanti, infatti, quasi 450mila non sono ancora cittadini tedeschi. La legislazione del Land del Brandeburgo, inoltre, prevede che i bambini siano iscritti nella scuola del municipio dove sono residenti. In una città come Berlino, che ha in tutto circa 850mila abitanti di origine straniera, alcuni quartieri sono abitati in grande maggioranza da immigrati (è il caso di Kreuzberg, appunto). Il rischio, quindi, è di creare classi che viaggiano a velocità ridotta rispetto a quelle frequentate in prevalenza da bambini di origine tedesca.

Il Ministro dell’Istruzione riconosce de facto lo jus soli

Mentre media e mondo della politica tornano a parlare di immigrazione sull'onda dell'emergenza Rosarno, dal Ministero dell'Istruzione arriva sulla materia una proposta a dir poco rivoluzionaria. Il Ministro, infatti, ha emanato una circolare - "indicazioni e raccomandazioni per l'integrazione di alunni con cittadinanza non italiana" - in base alla quale dal prossimo anno scolastico scatterà, per quanto riguarda il numero delle presenze degli alunni stranieri nelle classi italiane, il tetto del 30%. Con la specificazione che la sua applicazione non riguarda gli scolari figli di immigrati nati in Italia. Che, detto per inciso, costituiscono quasi il 40% della popolazione scolastica interessata dal provvedimento. In molti paesi europei si tratterebbe di indicazioni a dir poco ovvie. Da noi, invece, dove la normativa sulla cittadinanza è improntata a un rigido rispetto dello jus sanguinis, non è esagerato parlare di una svolta epocale.

Onore al Ministro quindi. Non era certo facile riconoscere, seppur de facto, il principio dello jus soli nell'ordinamento vigente. Soprattutto alla vigilia dell'apertura in Parlamento del difficile dibattito sulla cittadinanza agli immigrati. Non più tardi di un mese fa, infatti, quando la proposta di riforma della legge del 1992 è giunta in Parlamento, i pasdaran dello jus sanguinis e dello status quo hanno dimostrato di essere in maggioranza o comunque in grado di imporre la loro volontà. Da sottolineare, inoltre, l'abilità del Ministro che scegliendo lo strumento della circolare é riuscita, d'un colpo, a "saltare" i tempi lunghi del dibattito parlamentare e, contemporaneamente, a non gettare altra legna sull'infuocato clima politico. Insomma, la proposta del Ministro è scaltra nella forma ed innovativa nel contenuto.

A tal proposito vale la pena di ricordare che in materia di immigrazione una sentenza della Corte Costituzionale fin dal 1977 aveva fatto presente al legislatore la necessità, per evitare provvedimenti settoriali ed una tantum, di mettere mano ad interventi organici e unitari.

Neopopulismo: il caso Olanda

Dopo le grida di preoccupato allarme per il successo elettorale del partito di Geert Wilders, sulla situazione politica olandese è sceso un colpevole silenzio. Un disinteresse tanto più colpevole se si tiene conto che l’incertezza e l’instabilità politica è quanto mai inusuale per un paese dalle nobili tradizioni democratiche. Quello olandese, dunque, è un problema al quale l’intera Europa deve prestare attenzione.

Perché in Olanda, a quasi tre mesi dalle ultime elezioni politiche, la formazione di un nuovo governo è sempre più un rebus?  La verità è che la tornata elettorale dello scorso giugno ha prodotto soltanto frammentazioni e incertezze nell’instabile scenario politico olandese. La débacle dei due grandi partiti, quello democristiano (21 seggi) e quello laburista (30 seggi); la vittoria stentata del partito liberale (31 seggi) che deve fare i conti con il Partito della Libertà (PVV) di  Geert Wilders (passato da 9 a 24 seggi), non solo ha reso quasi impossibile la nascita di un nuovo esecutivo, ma ha anche posto una questione più generale.

Fin dai tempi di Weimar, infatti, le democrazie occidentali si interrogano su come relazionarsi con le formazioni politiche extra-parlamentari. Escluderle dal gioco democratico o favorire una loro inclusione? E, quest’ultima opzione non può tradursi in un cavallo di Troia degli estremisti?

Insomma  Amsterdam è come Weimar? E’ questo l’enigma che ancora oggi rallenta la formazione del nuovo esecutivo olandese. A noi non sembra così. Per almeno due ragioni.

La prima, sappiamo che la storia dei partiti neo-populisti europei negli ultimi due decenni ha seguito percorsi diametralmente opposti a quello registrato nella Repubblica tedesca tra le due guerre mondiali.

Come ha affermato il politologo francese Jean-Yves Camus in un’intervista al nostro giornale, le formazioni cosiddette populiste, dopo gli straordinari successi elettorali degli esordi, si sono sistematicamente trovate a un bivio: moderarsi per entrare in Parlamento e nel governo o continuare sulla strada dell’estremismo. Che però si è sempre rivelata senza sbocco.

In questo senso, se il PVV, com’è probabile, fornirà un appoggio esterno al nuovo esecutivo olandese, è possibile sostenere che nel breve periodo Geert Wilders non rinuncerà alle sue sortite anti-immigrati e anti-Islam. Tant’è che ha già annunciato di voler partecipare alle celebrazioni dell’11 settembre a New York per manifestare contro il progetto che prevede la costruzione di una moschea nei pressi di Ground Zero. Sul lungo periodo, però, Wilders dovrà scegliere se limare gli atteggiamenti più estremisti per trasformare il PVV in un partito di governo o continuare a fare il capo popolo. In quest’ultimo caso i successi degli ultimi anni potrebbero trasformarsi in un fuoco di paglia. Fermo restando che in politica nulla è immutabile e, dunque, conviene sempre stare allerta. Evitando la tentazione del tacchino induttivista.

Senza dimenticare, ed è questa la seconda ragione, che i grandi partiti e, più in generale l’establishment olandese, per sopravvivere devono fare i conti con le sfide e le problematiche poste dal biondone capo-popolo. Non solo in tema di immigrazione, ma anche per quanto riguarda le politiche di welfare. Lasciare il monopolio di questioni così delicate alle forze anti-sistema non sembra consigliabile.

1) Rom – Chi sono?

Il problema dei Rom e, più in generale, delle popolazioni nomadi europee, è un complicato miscuglio di stigmatizzazione razziale e di stili di vita socialmente rifiutati. Se non si parte da qui, non si finisce da nessuna parte.
Chi sono, da dove vengono, e, ancora, perché la storia di questi popoli è costellata di pogrom e persecuzioni?
A questi e altri interrogativi il nostro giornale tenterà di rispondere con un’inchiesta che, a partire da oggi, proverà a gettar luce su una collettività che in molti faticano ad accettare.
Ideologie a parte, esiste una «questione nomadi»? Certamente si. Lo dimostra, ad esempio, il fatto che in tutta Europa non esiste un censimento ufficiale. Così come incerti e cangianti sono gli appellativi ad essi riferiti: Rom, Manouches, gens de voyage, zingari, gitani, vagabondi etc.
Si tratta di un popolo, piuttosto eterogeneo al suo interno, che affonda le proprie radici nella parte nord orientale dell’India. Dalla quale, fin dal 1300, grazie a una protezione-salvacondotto universale del Papa e dell’Imperatore, iniziarono a migrare verso l’Europa dell’est. Anche se una parte di essi era presente negli stati balcanici fin dall’anno mille. Da dove, nel corso dei secoli, si sono progressivamente spostati verso l’Europa occidentale: Italia e Spagna in particolare.
Giunti in Europa, gli zigani (dal greco intoccabili) si sono divisi in tre grandi gruppi a seconda dello stato di stanziamento: Roms, Manouches e Gitani. Ma il termine «Rom» (dal romani, l’originaria lingua indiana, «Uomo») viene genericamente utilizzato in riferimento a tutte le popolazioni itineranti a partire dalla Conferenza di Londra del 1971. In quell’anno, infatti, un gruppo di intellettuali di origine nomade, residente nell’Europa dell’Est, fondò un movimento politico e decise di adottare proprio tale termine per indicare la variegata galassia dei gruppi gitani. Fermo restando che, a conferma della loro eterogeneità, molti nomadi non hanno preso parte alla conferenza e, ad esempio, rifiutano di essere definiti rom.
Insomma è chiaro che, a dispetto dei luoghi comuni, i rom non hanno nulla a che fare con i rumeni.
Dopo la storia, i numeri. Ma quanti sono?
Secondo le stime del Consiglio d’Europa il vecchio continente ospiterebbe tra i 10 e i 12 milioni di gitani. In gran parte nei paesi dell’Est. Romania in testa con quasi 2 mln di presenze. Nella parte occidentale, invece, è la Spagna a ospitarne il maggior numero (725.000). Seguita da Francia (400.000), Regno Unito (300.000) e Italia (140.000).
Rimane da capire perché, a distanza di secoli dai primi insediamenti, non esista in Europa un censimento ufficiale. A dispetto della vulgata comune, non è affatto il nomadismo la causa principale. Come, infatti, ha più volte rilevato lo storico francese Henriette Asséo, l’80% degli Zigani europei ha abbandonato il nomadismo fin dal 1500. In questo senso è possibile sostenere che le vere cause siano due: il loro stile di vita e, in molti paesi, il loro status di cittadini di serie B. Parliamo infatti di individui che, pur essendo stanziati da molti anni nello stesso stato, nella stessa città e perfino nello stesso quartiere, hanno preferito mantenere usi e costumi del nomadismo. I quali spesso non coincidono con quelli del paese in cui risiedono. Come dire, sono diventati sedentari, ma non hanno rinunciato alle loro tradizioni.
Sulla seconda causa ci soffermeremo nelle prossime puntate.

I cervelli stranieri che l’Italia non ama

Nella partita per attirare i migliori talenti internazionali, l'Italia conquista un nuovo triste primato: quello del brain waste. In altri termini, quei pochi "cervelli" stranieri che decidono di studiare nel nostro paese sono a dir poco sottoutilizzati.  Il caso degli studenti non italiani iscritti presso gli atenei statali di Roma nell’anno accademico 2009-2010 è quanto mai emblematico. Pur essendo ben 9.037, un dato non certo trascurabile, sono di fatto vittime dell'inefficienza del sistema universitario italiano. Che ha ostacolato l'ottimizzazione delle risorse umane disponibili fino al punto di impiegare ragazzi altamente specializzati in settori e in ambiti professionali non qualificati. Questo fenomeno in letteratura è definito brain waste, locuzione che sta proprio ad indicare l’uso improduttivo nel paese di destinazione del capitale umano emigrato dal paese di origine.

Le ragioni di tale "spreco" sono da ricercare principalmete nella necessità per i nuovi arrivati di studiare e lavorare allo stesso tempo. Per ottenere un permesso di soggiorno per motivi di studio, infatti, un cittadino straniero è soggetto – oltre che ad un iter amministrativo lungo e vincolato alla presenza di quote disponibili - a determinati requisiti di autosufficienza economica e di alloggio.  Pertanto, lo studente che non potrà godere del sostegno finanziario familiare si troverà costretto a lavorare, trascurando gli studi. Nella migliore delle ipotesi il soggetto interessato troverà un’occupazione non qualificata, cambierà quindi il permesso di soggiorno per studio con uno per lavoratore subordinato e continuerà contemporaneamente ad andare all'università, diventando così uno studente lavoratore. Altrimenti, il ragazzo abbandonerà gli studi per un lavoro in regola. In tal caso, ma si tratta di una vera e propria eccezione, lo status di “lavoratore studente” darebbe diritto ad una serie di facilitazioni, come ad esempio 150 ore di permessi retribuiti da utilizzare in tre anni per frequentare corsi o sostenere esami. Ma quanti in verità riescono in questa impresa impossibile?

Le difficoltà quotidiane affrontate dallo studente straniero sono poi aggravate dalle aspettative disattese nel fase post laurea. Molti arrivano in Italia, infatti, con la speranza di avere maggiori opportunità di lavoro grazie ad un attestato accademico riconosciuto a livello europeo. Chi però riesce concretamente a laurearsi (e sono solo i più tenaci) si rende conto di quanto sia complicato trovare un'occupazione nel nostro paese. Quindi molti decidono di tornare in patria e spendere lì le competenze acquisite. Quelli che invece restano in Italia sono costretti ad essere impiegati in attività in nero, mal retribuite e poco attinenti col titolo di studio conseguito.

Un ultimo scenario del periodo post laurea, e che riguarda come ben sappiamo anche gli studenti italiani, riguarda quei giovani, tra i più brillanti ed eccellenti, che dopo aver studiato in Italia non ritornano in madrepatria, ma si trasferiscono in un altro stato dove saranno effettivamente inseriti in lavori altamente specializzati e qualificati, contribuendo ad arricchire il capitale umano, sociale e tecnologico di una nazione che non ha speso un euro per formarli.

Col burqa la società francese cambia volto

Per troppi anni la Francia, grazie alla fictio del modello di integrazione assimilazionista, ha sistematicamente dissimulato le problematiche sociali derivanti dalla crescente presenza di immigrati.

La volontà politica di non voler sapere nulla sulle appartenenze religiose, sulle origini etniche e razziali dei cittadini, in virtù dei principi repubblicani di uguaglianza e universalismo, ha contribuito così ad occultare un fenomeno che nella realtà quotidiana diventava sempre più difficile da nascondere. Si tratta, insomma, di quella che il maestro Demetrios Papademetriou ha definito la "politica dello struzzo".

La svolta, quantomeno formale, è avvenuta sotto la presidenza di Jacques Chirac e del suo successore Nicolas Sarkozy. Nel 2003, infatti, la Commissione Stasi - incaricata di indagare il grado di applicazione del principio della laicità nella società francese - realizzò un rapporto a dir poco rivoluzionario. Per la prima volta nella storia repubblicana si affermava pubblicamente la presenza di "gravi discriminazioni" nei confronti dei cittadini di origine straniera. Allo stesso tempo, la Commissione propose un disegno di legge - poi approvato - che vietava nelle scuole pubbliche "i segni che manifestano un'appartenenza religiosa o politica", come ad esempio il velo. A distanza di pochi anni, per certi aspetti, la storia si ripete. Lo scorso giugno, infatti, il Presidente Sarkozy aveva nominato una Commissione di studio sulle conseguenze sociali derivanti dall'utilizzo del velo integrale, niqab o burqa, sul territorio nazionale. Il rapporto finale, pubblicato oggi, propone un disegno di legge che ne vieti l'utilizzo nei luoghi pubblici, in quanto "offende i valori nazionali".

Parallelamente si raccomanda di introdurre vie alternative per l'integrazione in relazione alle esigenze delle diverse comunità allogene presenti nel paese. Come, ad esempio, la creazione di centri per lo studio dell'Islam oppure l'introduzione di feste religiose come l'Aid-El-Kebir o lo Yom Kippur. Insomma, la Commissione nominata da Sarkozy, proprio come quella del 2003, ha il merito di avere affrontato vis à vis i problemi esistenti, mettendo definitivamente in discussione il modello di integrazione repubblicano. Il punto, però, è un altro. E non riguarda certo soltanto la Francia. Come si fa a garantire i diritti previsti dalle democrazie liberali in una società multietnica? E' possibile immolare le libertà fondamentali sull'altare della laicità o della pubblica sicurezza? Difficile rispondere.

Tant'è che nel rapporto di oggi la Commissione francese ribadisce che "non esiste unanimità sul divieto assoluto del velo integrale negli spazi pubblici". Si tratterebbe, infatti, di una grave violazione della libertà di opinione. Censurabile non solo dalla Corte costituzionale d'Oltralpe, ma persino dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo.

3) L’immigrazione delle donne

Nel complesso, le differenze tra i gruppi nazionali confermano che l’investimento dei giovani immigrati nei percorsi di alta qualificazione proviene in misura maggiore dalla componente femminile. E in particolare da quelle giovani che figurano come ‘protagoniste’ del progetto migratorio, con evidenti intenzioni di emancipazione, nonché investite dalle aspettative di riuscita sociale da parte delle famiglie. Rimangono in secondo piano, rispetto a  questo percorso, le ragazze ‘non protagoniste’ appartenenti ad alcuni gruppi nazionali, tra i quali può essere diffusa una marcata disuguaglianza tra i ruoli di genere, associata a una visione femminile subalterna.

Certamente, uno dei compiti della ricerca sociale è analizzare più a fondo cause e conseguenze di questa connotazione di genere delle scelte scolastiche. Innanzitutto le cittadinanze individuate come a maggior rischio di gender gap nell’accesso dei figli all’istruzione superiore (Egitto, Bosnia, Sri-Lanka, India, Pakistan, Bosnia- Erzegovina, Serbia-Montenegro, Camerun) sono anche quelle la cui partecipazione scolastica è quantitativamente inferiore ai tassi medi registrati dalle altre cittadinanze e presenta effetti di ritardo e di abbandono più consistenti, come fa notare lo studio di Strozza (2008: 718) sui dati del censimento 2001 (1). Ne risulta un rapporto biunivoco tra genere e cittadinanza: da un lato, lo scarso investimento sull’istruzione manifestato da alcuni gruppi nazionali ‘pesa’ maggiormente sulle chance di vita delle ragazze che non su quelle dei ragazzi; dall’altro, l’esclusione (o la limitata partecipazione) delle ragazze nella qualificazione formativa genera – direttamente e indirettamente - effetti di marginalizzazione per l’intero gruppo nazionale. Ad un livello più qualitativo si potrebbero conoscere meglio le ragioni culturali che frenano l’accesso all’istruzione da parte delle ragazze: se è vero che i Paesi con più forte gender gap sembrano accomunati da una matrice religiosa mussulmana, sarebbe tuttavia riduttivo ritenere la fede religiosa la causa principale  dell’esclusione, come già argomentato altrove (Colombo M., 2003b) sulla base di studi e approfondimenti proprio tra le popolazioni di fede mussulmana, ad esempio in Francia (Hassini, 1997), in Gran Bretagna (Haw, 1998), in Spagna (Masana, 2004), dove si registrano comunque elevati tassi di scolarizzazione di queste componenti di immigrati (2).

Pertanto occorre evitare la tentazione di utilizzare un fattore strutturale (come la religione), per spiegare la variabilità di un altro fattore strutturale (come il sesso) nell’accesso alla formazione, bensì avanzare nella conoscenza delle specifiche differenze con un’attenzione sempre vigile alle interpretazioni soggettive e alle evoluzioni culturali, scatenate proprio dall’emigrazione. Se è vero che i fattori strutturali si combinano generando disuguaglianze, è altrettanto vero che i fattori soggettivi entrano in gioco quando le differenze possono essere usate quali risorse per l’identità. Come si esprime E. Colombo, riprendendo un’idea di Yuval-Davis: «il carattere polisemico, intrinsecamente ambivalente, della differenza invita a non guardare una signola manifestazione di differenza, ma all’interconnessione che essa assume con le altre. Ogni differenza, ad esempio quella etnica, rimanda a un insieme di differenze, ad esempio di classe, genere, età, istruzione, ecc., che contribuiscono a collocare entro contesti specifici e a veicolare significati specifici» (Colombo, Semi, 2007: 27).







(1) In questo studio sono comprese, tra le provenienze con valori negativi di partecipazione ed esiti scolastici, anche Cina e Marocco, con la caratteristica di presentare un significativo miglioramento dei valori nelle rispettive seconde generazioni (i nati in Italia); pertanto, considerato il decennio 2001-2011 come epoca di forte mutamento, c’è ragione di ritenere che l’allargamento della base sociale di questi figli di immigrati porterà i loro collettivi a posizioni più avanzate sull’asse dell’integrazione scolastica.

(2) Anche lo studio quanti-qualitativo, svolto nelle scuole superiori dall’Osservatorio provinciale sull’immigrazione e Fondazione Ismu in provincia di Mantova (la provincia italiana a più elevata incidenza di popolazione scolastica immigrata e di cittadini di fede islamica africani e asiatici) ha registrato un elevato numero di ragazze africane convinte del ruolo fondamentale dell’istruzione per “riuscire nella vita” (Menonna, 2007: 169).

L’Ue è un rifugio solo per pochi

E' un dato ormai acclarato, per quanto taciuto, che l'opinione pubblica occidentale ha una percezione sovradimensionata dell'immigrazione.

Eppure, basterebbe ricordare che negli ultimi cinquant'anni il numero dei migranti internazionali è rimasto costante intorno al 3% della popolazione mondiale. Questa visione distorta della realtà rende difficile la gestione di un fenomeno di per sé complesso. Prevale, così, una certa confusione persino nella terminologia. Immigrati regolari, irregolari, clandestini, richiedenti asilo, sembrano indistintamente ascrivibili alla medesima categoria. In materia di immigrazione, invece, i distinguo sono essenziali.

Chi sono, ad esempio, i richiedenti asilo? E, soprattutto, i paesi europei ne ospitano davvero un numero così elevato? Si tratta di individui costretti a lasciare il proprio paese per ragioni politiche ed umanitarie e per i quali il diritto internazionale prevede tre differenti gradi di protezione: - status di rifugiato. Ai sensi dell'art.1 della Convenzione di Ginevra del 1951 viene riconosciuto a qualsiasi cittadino che si trovi fuori dal suo paese di origine e che non voglia farvi ritorno perchè teme di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza ad un determinato gruppo sociale. Lo stesso vale per gli apolidi che si trovino nelle medesime codizioni. - status di protezione sussidiaria. Viene accordato al richiedente che, seppur privo dei requisiti neccessari per essere riconosciuto come rifugiato, si trovi fuori dal paese di origine e non possa ritornarvi perchè teme danni gravi e ingiustificati quali: la tortura, la condanna a morte e la minaccia grave contro la propria vita derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato. - permesso di soggiorno per ragioni umanitarie. Lo Stato ospitante può concederlo al soggetto straniero privo dei requisiti necessari per ottenere la protezione internazionale. Come accade, ad esempio, per i minori non accompagnati.

A fronte di così ampie garanzie si potrebbe pensare a una vera e propria invasione di richiedenti asilo sul territorio occidentale. Scorrendo i dati, invece, le sorprese non mancano. Secondo Eurostat, infatti, nel 2010 i 27 paesi dell'Ue su un totale di 280.000 domande ne hanno accolte appena 76.000. Esattamente l'opposto di quanto i luoghi comuni lasciano intendere