Su Schengen ricordatevi di Sagunto

Mentre su Schengen aumentano veti, ripicche e malumori, le istituzioni di Bruxelles traccheggiano senza prendere decisioni. Una situazione al limite della paralisi emblematicamente confermata dall’inconcludente esito del vertice di ieri tra i ministri degli interni e della giustizia dei 27. Aperto e chiuso, nel giro di poche ore, con un nulla di fatto. Dum Romae consolitur, Saguntum expugnatur. Un’ammonimento della storia passata che assume oggi i contorni di una concreta, minacciosa profezia per il cammino, ogni giorno più incerto, dell’Unione Europea. Che rischia di sommare un default di leadership politica a quelli dell’economia, di Grecia e Portogallo in primis. Criticare e chiedere di modificare un sistema di regole nato più di vent’anni fa, ed in vigore da oltre quindici, in sé e per sé non è  un delitto di lesa maestà. Innanzitutto perché è un diritto legittimo e riconosciuto delle singole amministrazioni nazionali. Ma soprattutto perché una materia tanto delicata quanto scottante come quella delle regole dei controlli alle frontiere e della libera circolazione delle persone ha bisogno come il pane di essere costantemente, sistematicamente aggiornata. E’ giusto migliorare ma non tornare in dietro. Sta qui  il nodo della questione. Di fronte ad un’opinione pubblica disorientata ed impaurita, ed a governi che pur di recuperare qualche punto percentuale nel consenso degli elettori chiedono ad oras e con le più disparate motivazioni di modificare Schengen, evocando rischi e minacce “esterni” , l’Europa comunitaria non può fare spallucce e guardare da un’altra parte. Nella speranza che la nottata prima o poi passi. Da qui il rischio di default politico prima menzionato. Incapace di risolvere l’insostenibile ambiguità costituzionale nella quale da tempo vivono l’Unione ed i suoi membri.  I governi nazionali , infatti, non hanno più i pieni poteri e la libertà di decidere come nel passato. Ma il passaggio ad una organizzazione federale delle attuali Istituzioni non è prevista dall’agenda dei lavori e neppure, cosa forse più grave,  nel programma di qualche illuminato che, come i Padri Fondatori, abbia il coraggio di guardare se non all’orizzonte almeno avanti.

2) Giovani stranieri, nuovi cittadini

Analizzando le scelte formative dei giovani che provengono dall’immigrazione, non pare, come abbiamo visto nella prima puntata, il caso di parlare di gender gap. Con molta probabilità, lo slancio motivazionale con cui i figli degli immigrati stanno affrontando la sfida formativa neutralizza, per così dire, le distinzioni intra-famigliari e intra-culturali, anche laddove fossero particolarmente rimarcate. La situazione è più diversificata, invece, se entriamo nel dettaglio delle cittadinanze di provenienza.

In particolare, osservando i dati della Regione Lombardia (dove si concentra il 24% degli alunni stranieri in Italia), si nota, innanzitutto che la percentuale di femmine complessiva (47%) è al di sotto della media nazionale, valore che è ridotto dal peso numerico di alcune collettività presenti sul territorio lombardo.  La tab. 1 mostra per la Lombardia tassi di femminilizzazione variabili tra le prime 10 cittadinanze.

Tab. 1 – Primi 10 paesi di cittadinanza (solo Pfpm) degli alunni stranieri iscritti nei diversi gradi dell’istruzione  - Lombardia - v.a. e % femmine



Fonte: ns. Elaborazione su dati Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia - a.a. 2007/08

In effetti, la scelta di far studiare i figli indipendentemente dal genere è diffusa maggiormente nelle famiglie marocchine, albanesi, romene, ecuadoriane e cinesi, fra le quali si osserva una percentuale di femmine iscritte a scuola in linea con le femmine residenti. Sono invece le nazionalità indiana, egiziana, pakistana a presentare uno squilibrio tra gli iscritti a scuola a favore dei maschi. Si aggiungano infine altre nazionalità (che vedono gruppi di alunni meno numerosi) nelle quali spicca l’elevato tasso di mascolinità: Tunisia, Serbia-Montenegro, Senegal, Sri-Lanka, Bangladesh, Bosnia-Erzegovina, Camerun.
Passando a considerare i percorsi scolastici post-obbligatori nelle prime 10 cittadinanze (Tab. 2), la presenza femminile in alcune di esse è maggiormente visibile rispetto al dato precedente.

Tab. 2 – Primi 10 paesi di cittadinanza (solo Pfpm) degli alunni stranieri iscritti nella scuola secondaria di II grado - Lombardia - v.a. e % femmine



Oltre alla diversa posizione nella graduatoria, Albania, Romania, Ecuador, Cina e Filippine nella scuola secondaria di II grado vedono aumentare il tasso di femminilizzazione dei rispettivi studenti (di uno-due punti percentuali) rispetto al dato complessivo, mentre il Marocco e l’Egitto scendono di due punti percentuali ciascuno (segno che una parte di adolescenti di queste cittadinanze non viene iscritta a un percorso di studi secondari); l’India passa dal 41% al 46% di ragazze iscritte, dato positivo che però evidenzia ancora una disparità nell’accesso femminile agli studi, infine il Pakistan – che non rientra nelle prime 10 cittadinanze nella scuola superiore di II grado – esercita una chiusura evidente nei confronti delle ragazze, facendo registrare un abbassamento del tasso di presenza femminile dal 39,1% complessivo al 30,5% delle scuole secondarie di II grado .
Anche nei percorsi universitari si può verificare l’esistenza di ostacoli e ‘favoritismi’ di genere entro le diverse nazionalità. Distinguendo per continenti di provenienza, i tassi di femminilizzazione degli iscritti universitari sono a favore delle donne tra i paesi dell’Unione Europea (65,8%), negli altri paesi d’Europa (63,8%) e nel continente latino-americano (65,6%). Tra chi proviene da Paesi in Africa e in Asia, la quota dei maschi iscritti a un percorso di laurea supera quella delle femmine (Africa: 44,6%; Asia: 46,4%). Con maggior grado di dettaglio, la Tab. 3 presenta i tassi di femminilizzazione degli universitari nelle prime 10 collettività con cittadinanza straniera, distinguendo tra percorsi di laurea e post-lauream.

Tab. 3 – Primi 10 paesi di cittadinanza (solo Pfpm) degli iscritti all’università in Italia - corsi di laurea e post-lauream - v.a. e % femmine


Fonte: ns. Elaborazione su dati Miur, Ufficio statistica rilevazione studenti stranieri a.a. 2007/08

L’investimento nei percorsi di istruzione superiore è dunque più consistente tra gli immigrati che provengono da Paesi europei, sia appartenenti all’Unione (Grecia, Polonia, Romania) che esterni (Albania, Croazia, Serbia-Montenegro), paesi che esprimono una forte domanda di qualificazione femminile. Nella graduatoria delle prime 10 nazionalità, è significativa la presenza di studenti cinesi, sia nei percorsi di laurea che in quelli post-lauream, tra i quali le appartenenze di genere sono equilibrate. Tra i paesi che mostrano un gender gap rilevante troviamo infine Camerun e India, gli unici ad entrare nella graduatoria dei più rappresentativi in Italia fra quelli che mostrano meno propensione a far studiare le ragazze .

I matrimoni misti in Francia: lucciole o lanterne?

Continua a fare discutere in Francia il dibattito sull'identità nazionale lanciato il 2 novembre scorso dal Ministro dell'Immigrazione Eric Besson. Con il passare dei giorni il dibattito anziché sull'identità si sta incentrando quasi esclusivamente sul tema dell'immigrazione, ed in particolare su quella musulmana. Un revirement tanto inatteso quanto pericoloso testimoniato da ultimo dall'ennesimo,ciclico ritorno sul pericolo dei finti matrimoni misti. Il Ministro Besson, infatti, ha annunciato la necessità di combattere quella che viene definita una vera e propria piaga sociale: l'uso fraudolento che ne fanno molti immigrati per riuscire ad ottenere la cittadinanza. Un tema che, per altro, aveva rappresentato uno leitmotiv della campagna presidenziale di Nicolas Sarkozy.

Ma il problema esiste e in che dimensioni? E, soprattutto, risponde a verità l'affermazione secondo cui essendo la normativa in vigore poco efficace è urgente rimettervi mano con l'introduzione di leggi più severe e stringenti? Secondo la denuncia-allarme di Besson "i matrimoni misti costituiscono l'80% del totale di quelli annullati" Un'affermazione alla quale sarebbe stato opportuno, non foss'altro per consentire a qualche interessato di farsi un'idea di come stanno veramente le cose, aggiungere qualche numero. Come ad esempio quelli relativi al 2004 quando a fronte di 745 annullamenti, di cui 395 per fraudolenta convenienza, i matrimoni misti celebrati sono stati ben 88.123. S dunque è vero che gli negli annullamenti matrimoniali quelli misti pesano per l'80%, è anche vero che essi costituiscono niente più che una goccia nel mare delle unioni tra coppie di diversa nazionalità. Stesso discorso per quanto riguarda la pretesa inefficacia delle norme in vigore contro i finti matrimoni di convenienza.

Semplicemente perché non è vero quello che, a ruota delle parole di Besson, hanno ripetuto molti parlamentari della maggioranza secondo cui gli immigrati riescono a conservare la cittadinanza francese anche in caso di annullamento del matrimonio. Infatti le norme in vigore , introdotte nel 2003 e nel 2006, sono al riguardo non rigide ma rigidissime.

Al punto da prevedere, in caso di comprovato matrimonio di interesse, fino a cinque anni di prigione, 15.000 euro di multa e la revoca della cittadinanza. Inoltre, acquisire lo status civitatis via matrimonio non è così semplice come qualcuno vuole lasciare ad intendere. Un immigrato irregolare che sposa un cittadino francese ottiene un permesso di soggiorno di lungo periodo solo dopo tre anni di matrimonio. E, solo dopo un ulteriore "periodo di prova" di quattro o cinque anni ottiene la cittadinanza. Per i regolari, invece, ne occorrono quattro per diventare cittadino a pieno titolo.

1) Perché la scuola è il termometro dell’integrazione

La letteratura sottolinea come, sia per i ragazzi che per le ragazze appartenenti a minoranze culturali, l’investimento sulla formazione rappresenti non solo una risorsa strategica di mobilità e di emancipazione personale rispetto al destino prefigurato dal livello sociale dei propri genitori, ma anche, più in generale, un riscatto dall’esperienza stessa della discriminazione e della marginalizzazione.

Il primo indicatore utile per verificare l’influenza delle appartenenze di genere di fronte alle opportunità educative è il tasso di partecipazione dei giovani stranieri di entrambi i sessi nei diversi gradi di istruzione nel nostro Paese. L’ipotesi sotto cui si possono analizzare i dati è quella del gender gap, ossia della asimmetria o disparità di accesso (attainement) e di livello di successo scolastico (achievement) a favore degli uomini, fenomeno ancora ampiamente diffuso in molti Paesi in via di sviluppo (Véron, 1999). La diversa fruizione, da parte dei giovani di entrambi i sessi, delle opportunità educative reca con sé non solo un problema di ‘accoglienza’ (apertura-chiusura del sistema delle chances) ma anche la possibile disuguaglianza misurata sul lungo termine (stratificazione degli effetti).

La rilevazione annuale del Miur segnala che in Italia nel 2005/06 la percentuale di femmine tra gli alunni stranieri era in linea con la loro presenza sul territorio (47%), segno che indica nel complesso l’assenza di una discriminante di genere nella scelta delle famiglie straniere di mandare i figli a scuola, anche in età infantile. Inoltre, col crescere dei gradi scolastici, le femmine straniere sono via via più presenti: se nella scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I grado le femmine rappresentano rispettivamente il 46,5%, 46,5%, 45% degli alunni stranieri (valori lievemente inferiori ai tassi di femminilizzazione calcolati sulla popolazione scolastica totale, 48,2%), nella secondaria di II grado i rapporti si invertono, le femmine superano la presenza maschile e si posizionano al di sopra del tasso di femminilizzazione degli iscritti in totale, tanto nelle istituzioni statali (50,4%) che in quelle non statali (53,4%) (Mpi, 2006: 25). Anche nelle università (dove la presenza straniera aumenta di circa 5000 unità all’anno), le femmine di nazionalità non italiana rappresentano il 59,5% degli iscritti stranieri, un valore assai significativo sia tra gli immatricolati (tra i quali il 60% è femmina) sia tra i laureati (tra i quali il 63,4% è femmina) (dati Miur-Ufficio di statistica, a.a. 2007/08). Guardando complessivamente le scelte dei giovani che provengono dall’immigrazione, non pare pertanto il caso di parlare di gender gap; con molta probabilità, lo slancio motivazionale con cui i figli degli immigrati stanno affrontando la sfida formativa neutralizza, per così dire, le distinzioni intra-famigliari e intra-culturali, anche laddove fossero particolarmente rimarcate.

La situazione è più diversificata, invece, se entriamo nel dettaglio delle cittadinanze di provenienza. Su questo ci soffermeremo nella prossima puntata.

L’Islam che non ti aspetti

Il "Pew Forum on Religion and Public life" di Washington ha recentemente pubblicato una studio sulla distribuzione della popolazione musulmana nel mondo. Una ricerca molto approfondita, frutto di tre anni di lavoro di un team di demografi e sociologi di fama internazionale, che ha preso in esame i dati relativi a più di 200 paesi.

I risultati sembrano sfatare molti luoghi comuni in circolazione su questa materia: non c'è dubbio, infatti, che gli attentati dell'11 settembre 2001 e la politica estera dell'amministrazione di Gorge W. Bush hanno largamente contribuito al consolidamento ed alla diffusione di molti dei pregiudizi oggi presenti in Occidente nei confronti dell'Islam. Nell'immaginario di molti, infatti, il termine musulmano è sinonimo di sciita, terrorista, di origine maghrebina o mediorientale. Un dato questo che rappresenta il vero grande successo di Al Qaeda e del suo leader Osama Bin Laden che ha sempre avuto la pretesa di rappresentare l'intera "umma" musulmana nel suo jihad contro l'Occidente.

I fedeli islamici sono più di un miliardo e mezzo: quasi il 25% dell'intera popolazione del pianeta. L'Asia è il continente che ne ospita la percentuale più alta:oltre il 60%. Seguono Nord Africa e Medio Oriente con il 20%. La componente sciita rappresenta all'incirca il 13% dell'universo complessivo dei fedeli ed è maggioritaria in quattro stati: Iran, Arzebaigian, Bahrein e Iraq.

Quanto all'Europa le sorprese non mancano. I residenti musulmani sono 38 milioni. In maggioranza nelle nazioni centro-orientali: la Russia da sola ne ospita il 40%. Ad Occidente troviamo al primo posto i 4 milioni e passa della Germania. La ricerca mette in luce un dato di grande interesse: sono indigeni più del 60% dei musulmani europei. Tra le popolazioni di Russia, Albania, Kosovo, Bosnia-Herzegovina e Bulgaria la componente islamica è infatti presente da diversi secoli.
Infine, l'Italia: con l'1% è il paese che ospita la più piccola comunità di tutto il continente

Le ragioni della condanna europea

Mentre il Ministro dell'Interno Roberto Maroni si interroga sul perché la Corte di Giustizia dell'UE abbia bocciato la norma che ha introdotto il reato di clandestinità in Italia, West, mesi fa, senza attendere la sentenza dei giudici del Lussemburgo,  aveva indicato i problemi legati a questo provvedimento in un articolo che vi riproponiamo.

Come noto, il reato di immigrazione clandestina è stato introdotto nel nostro Paese dalla legge 94 del 15 luglio 2009, inserita nel “pacchetto sicurezza”. A meno di un anno di distanza, non è ancora possibile valutare sulla base di dati certi gli effetti deterrenti della criminalizzazione dell’ingresso illegale sul territorio italiano. Restano, tuttavia, numerose perplessità di fondo. Il reato di immigrazione clandestina esiste anche in altri paesi europei (Francia, Regno Unito, Svizzera, per citarne alcuni), ma solo in Italia si coniuga con l’obbligatorietà dell’azione penale. Così, una volta che un immigrato clandestino sia individuato sul territorio, viene automaticamente messa in moto la macchina giudiziaria, seppur a livello dei giudici di pace, con elevati costi diretti ed indiretti – la sottrazione di risorse umane ed economiche ad altre materie. In altri ordinamenti, invece, i governi possono di volta in volta scegliere le opzioni più efficaci, e ricorrere a misure di carattere amministrativo o, se necessario, penale.

La sanzione prevista per il reato di immigrazione clandestina è pecuniaria – paradossale sarebbe prevedere la detenzione, che otterrebbe l’effetto opposto a quello desiderato, cioè la permanenza dell’immigrato sul suolo italiano, seppur in un istituto di pena –, un’ammenda che va da 5000 a 10000 euro. Ma che effetto deterrente può essa avere, se si considera che gli stranieri, spesso alimentando il circolo perverso dello sfruttamento, spendono le poche risorse economiche a loro disposizione per pagarsi il viaggio sino in Italia? Anche a fronte di chi da tempo si trova sul territorio italiano, magari con un permesso di soggiorno scaduto, la sanzione più pesante è proprio l’allontanamento da esso, non certo l’ammenda. Il risultato finale, quindi, non cambia: l’espulsione, caso raro, visti i costi per lo Stato, oppure, quasi sempre, la consegna all’immigrato di un foglio di via e l’ordine di lasciare il territorio dello Stato entro cinque giorni.

L’introduzione del reato di immigrazione clandestina si pone in continuità con l’impostazione delle politiche migratorie italiane, focalizzate sul controllo e sulla repressione, più che sulla gestione del fenomeno migratorio. Il meccanismo è estremamente rigido e incapace di rispondere efficacemente al mercato. Così la fissazione annuale di quote di ingressi (con i c.d. decreti flussi) è puntualmente smentita dalle ricorrenti regolarizzazioni di massa – l’ultima delle quali riservata a colf e badanti. Le sanatorie finiscono per configurarsi come valvole di sicurezza di un sistema che appare incapace di rispondere alle esigenze tanto dell’economia del Paese, quanto degli immigrati e che, paradossalmente, alimenta l’illegalità che vorrebbe combattere, favorendo il ricorso a manodopera clandestina. Sembra giunto il momento di aprire una riflessione su politiche di gestione attiva e non solo reattiva di medio-lungo periodo per riconfigurare in termini di maggiore efficienza ed equità il rapporto tra mercato e immigrazione. Con canali di ingresso più flessibili e veloci assicurando ai migranti – all’opposto dell’odierna tendenza alla  precarizzazione della loro condizione – un pacchetto definito ma certo di diritti.

In Germania l’urna diventa multietnica

Dopo aver difeso la fictio del gastarbeiter (lavoratore ospite), la Germania sembra aver preso coscienza della sua multietnicità. I numeri, d'altronde, parlano chiaro. Il voto della scorsa settimana ha testimoniato che 5,6 milioni di elettori sono di origine straniera, pari al 9% dell'intero elettorato. Una percentuale rilevante se si pensa che le elezioni del 2002 erano state vinte con uno scarto di appena 6000 voti. Già alla fine degli anni Novanta il governo di Gerhard Schroeder aveva modificato la legge sulla cittadinanza, che in Germania si basava sul rigido rispetto dello jus sanguinis, creando un sistema misto - a metà via tra lo jus sanguisinis e lo jus soli - e concedendo la naturalizzazione agli stranieri residenti in Germania da almeno otto anni.

Una grande novità recepita, adesso, persino dai restii partiti di centro-destra. Tant'è vero che, per la prima volta nella storia del suo partito, Angela Markel ha organizzato a Berlino, alcune settimane prima delle elezioni, una conferenza per i suoi 120 candidati di origine straniera con tanto di dichiarazione del segretario Ronald Pofalla: "orgoglioso delle radici multietniche e colorate" dei cristiano-democratici. Da parte sua il Ministro dell'Interno, Wolfgang Schauble, ha recentemente promosso una Conferenza sull'Islam, incentrata sull'importanza dell'integrazione.

I problemi, certo, non mancano. Nel mondo del lavoro c'è ancora una forte discriminazione nei confronti degli immigrati e l'elettorato di centro-destra continua ad essere molto diffidente verso i nuovi compagni di viaggio. Ma soprattutto resta ancora pesante la sottorappresentazione degli elettori di orgine straniera al punto che tra i deputati uscenti erano appena 11, pari al 2%

Cittadinanza: Germania e Italia a due velocità

In Italia nel giugno 1912 veniva approvato il primo provvedimento organico sulla cittadinanza italiana, replicato un anno dopo dalla Germania. Si trattava in entrambi i casi dell'introduzione di un regime in cui lo status civitatis si basava sul rigido rispetto del principio di filiazione (Jus sanguinis). Basta leggere l'art.1 della legge 13 giugno 1912 n.153, in base al quale si consideravano cittadini per nascita: il figlio di padre cittadino; il figlio di madre cittadina se il padre è ignoto o non ha la cittadinanza italiana, né quella di altro Stato, ovvero se il figlio non segue la cittadinanza del padre straniero secondo la legge dello Stato al quale questi appartiene; chi è nato nel Regno se entrambi i genitori o sono ignoti o non hanno la cittadinanza italiana, né quella di altro Stato, ovvero se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori stranieri secondo la legge dello Stato al quale questi appartengono. Il figlio di ignoti trovato in Italia si presume fino a prova in contrario nato nel Regno.

All'inizio degli anni Novanta i due Paesi hanno intrapreso strade diametralmente opposte. L'Italia riformava la normativa sulla cittadinanza, con la legge 5 febbraio 1992 n.91, in piena continuità con i principi guida già presenti in quella del 1912. Continuava, infatti, a prevalere il principio dello jus sanguinis per l'acquisto della cittadinanza. Tant'è vero che in quella normativa il Legislatore differenziava il periodo di residenza necessario per l'ottenimento della cittadinanza, introducendo un regime di maggior favore per il discendente di cittadini italiani per nascita entro il secondo grado. Così, infatti, recitava l'art.4: 1. Lo straniero o l'apolide, del quale il padre o la madre o uno degli ascendenti in linea retta di secondo grado sono stati cittadini per nascita, diviene cittadino: a) se presta effettivo servizio militare per lo Stato italiano e dichiara preventivamente di voler acquistare la cittadinanza italiana; b) se assume pubblico impiego alle dipendenze dello Stato, anche all'estero, e dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana; c) se, al raggiungimento della maggiore età, risiede legalmente da almeno due anni nel territorio della Repubblica e dichiara, entro un anno dal raggiungimento, di voler acquistare la cittadinanza italiana. 2. Lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data. In tutt'altra direzione si è mossa la Germania che nel 1999 ha approvato una nuova normativa in materia di cittadinanza.

Talmente rivoluzionaria che ha consentito al Presidente della federazione, Johannes Rau, di dichiarare di "rappresentare tutti i tedeschi ed in particolare coloro i quali non hanno ancora il passaporto". La legge 15 luglio 1999, infatti, stabiliva che lo status civitatis si acquisiva in base al principio del luogo di nascita (jus soli), mentre a quello dell jus sangunis veniva dato carattere residuale. Nella fattispecie l'art.3 affermava che la cittadinanza tedesca può essere acquisita per nascita, per adozione e per naturalizzazione.

Sta qui il cambio di rotta della politica tedesca in materia di immigrazione come hanno confermato i risultati delle recenti elezioni legislative che hanno registrato un aumento dei parlamentari di origine straniera da 11 a 15. Esattamente l'opposto di quanto accaduto in Italia, dove i deputati di origine straniera sono passati dai 3 della scorsa legislatura ai 2 di quella attuale.

La Svizzera è una sorpresa che non sorprende

Il 57% dei si' con cui gli elettori svizzeri hanno approvato il referendum sul divieto assoluto di costruire nuovi minareti sul territorio nazionale ha destato molto scalpore a livello internazionale e sorpreso persino i suoi stessi promotori.

A ben guardare, però, questo risultato non fa altro che confermare un trend già in atto da anni nella Confederazione elvetica. Infatti non è la prima volta che i cittadini svizzeri esprimono chiaramente il loro atteggiamento di forte, negativa chiusura in tema di immigrazione. Basti pensare che già nel 2004 l'elettorato aveva bocciato le proposte del governo sulla facilitazione del processo di naturalizzazione dei giovani stranieri di seconda generazione e sull'acquisizione automatica della nazionalità per quelli di terza. Così come nel 2006 erano state approvate, con una maggioranza del 70%, due leggi che inasprivano significativamente le norme sull'immigrazione e sul diritto d'asilo. In linea con i numerosi referendum anti-stranieri, in gran parte italiani, degli anni Settanta.

Dunque, nulla di nuovo? Fino ad un certo punto. Disquisire se gli esiti delle consultazioni popolari in materia di immigrazione siano o meno l'espressione della xenofobia dei cittadini svizzeri è a dir poco parziale. Se non altro perchè non è un azzardo ritenere che la maggioranza dei cittadini europei si riconosca nelle scelte dell'elettorato elevetico.
Il vero problema, invece, è di "metodo". Il referendum, in quanto tale, non può essere la regola, ma l'eccezione. Pensare di consultare il popolo, peraltro in un periodo di grave crisi economica, in materia di immigrazione equivarrebbe, ceteris paribus, a chiedere se si è d'accordo o meno sull'introduzione di nuove tasse.

La politica, dunque, ha una doppia responsabilità in materie così delicate. Da un lato, ha l'obbligo di sedare e non cavalcare i malumori dei cittadini e, dall'altro, di legiferare in modo concertato, senza cadere nell'affascinante tentazione populistica, anche se appellarsi alla vox populi è più facile e redditizio in termini elettorali. Intendiamoci, il referendum costituisce la massima espressione della democrazia diretta, come contrappeso al potere del governo e degli stessi eletti in Parlamento. Questo non autorizza, però, ad utilizzare l'istituto referendario come una "pattumiera delle emozioni" alla mercè di demagoghi e populisti del momento. Con il paradossale risultato per cui l'espressione massima della democrazia diretta si trasforma nel suo opposto: un dispotismo sia pur della maggioranza

Meglio emigrare che abbandonare la nave

I processi migratori non finiscono mai di stupire. Dal 2001 ad oggi migliaia di giovani portoghesi hanno deciso di emigrare in Angola. Per uno strano scherzo del destino l’antica ex-colonia del Portogallo, in piena crescita economica, è diventata una vera e propria ancora di salvezza per la gioventù di Lisbona. Che lascia il paese verso l’Africa con la speranza di evitare i costi salatissimi di un possibile default nazionale. Visto che l’attuale crisi del debito sovrano è tale da minacciare persino la stabilità della già vacillante moneta unica europea.

Un rischio che i mercati finanziari fiutavano da tempo. Al punto da prevedere che, dopo Grecia e Irlanda,  presto o tardi, il Portogallo era destinato a crollare sotto il peso del proprio debito. Un oscuro auspicio che il governo socialista di Jose Socrates ha tentato di scongiurare con una serie di rigidi piani di austerity che, però, non sembrano convincere i mercati. Tanto è vero che nelle ultime settimane lo spread tra i titoli di stato portoghesi di lungo termine e i bonds tedeschi ha superato il livello considerato di guardia del 4%, attestandosi ad un pericoloso 7.5%. Uno scenario che preoccupa, e non poco, i partner europei. Il 10 marzo scorso, infatti, alla vigilia del summit di Bruxelles dei leader europei il premier portoghese, ha varato un nuovo piano di austerity. Il quarto in meno di un anno. Che però non ha convinto nessuno, Francia e Germania in testa.

Sul fronte interno, le misure governative colpiscono ampi settori della popolazione, come testimoniano le proteste di piazza nella giornata successiva al summit. Oltre a provvedimenti tesi a rendere il mercato del lavoro più competitivo e ad un taglio profondo agli stipendi pubblici, il pacchetto fiscale prevede una super tassa del 10% su pensioni statali e private che superano i 1,500 €. La scure non ha risparmiato nemmeno i sussidi di disoccupazione né i benefici fiscali. In totale i tagli alla spesa pubblica ammontano secondo fonti governative portoghesi a quasi il 2.4% del PIL nei prossimi 3 anni.

Ciò nonostante, i mercati restano diffidenti. A ragione? Di certo sappiamo che se la recessione entrasse in una fase più acuta il sistema fiscale ne risentirebbe peggiorando conseguentemente la capacità dello stato di rispettare le scadenze debitorie. Nel circolo vizioso che, come tale, assottiglia le libertà di manovra, l’unica scappatoia per i portoghesi sembra essere proprio l’umiliante aiuto dei partner europei e del FMI. Alla luce di una tale analisi non stupisce, in definitiva, che agli occhi di un giovane laureato l’Angola, con le sue strepitose prospettive di crescita, assuma sempre più la fisionomia di una vera e propria scialuppa di salvataggio, mentre la nave cola inesorabilmente a picco.