Per l’Italia il rischio non è l’euro, ma l’immigrazione

Sull’immigrazione l’Italia rischia, purtroppo, di perdere l’ennesimo treno. Per la semplice ragione che mentre Germania, Olanda, Austria e Gran Bretagna si apprestano a chiedere all’Europa, nel Vertice di Bruxelles dei Capi di Governo del prossimo fine settimana, di dire no alla sicurezza sociale automatica e garantita per gli immigrati  comunitari prossimi venturi di Bulgaria e Romania, noi facciamo spallucce e pensiamo ad altro. Con le forze politiche, vecchie e nuove, impantanate nelle paralizzanti sabbie mobili post elettorali. Ed il Governo, che per quanto formalmente in carica, è come se non lo fosse.

Un vuoto di attenzione non solo colpevole ma pericoloso. Visto che proprio il  delicatissimo e scottante tema dell’immigrazione è alla base di quello che gli americani definiscono political disconnect  tra un’opinione pubblica sempre più allarmata ed i partiti politici. Di destra, di sinistra e, in prospettiva, anche delle Cinque Stelle, se pensa di continuare, come ha fatto finora,  a disinteressarsi del problema. In un paese in cui i cittadini, se fortunati, sono comunque costretti a cambiare, in peggio, livelli e stili di vita, mentre per molti altri va di gran lunga assai peggio,una parte di sacrifici spettano pure agli immigrati.

Anche l’Italia, dunque, come hanno fatto i nostri quattro partner nord europei, deve convincersi che rivedere norme e diritti dell’immigrazione, scritti in tempi tanto diversi da quelli attuali, non è una bestemmia. Ma solo un dovere politico e morale. Per noi e per loro. Innanzitutto  perché è non solo irrealistico ma sbagliato continuare a ripetere che agli immigrati vanno garantiti tutti gli stessi, identici benefici, senza  fare distinzione alcuna tra ciò che spetta ai lungo permanenti o già in possesso della cittadinanza e quelli di passaggio o i soggiornanti di breve periodo. Stabilendo, ad esempio, che se le cure sanitarie, l’istruzione ed i servizi sociali sono benefit intangibili e innegabili per tutti, sempre e comunque, non lo sono, invece,  la previdenza o il diritto alla casa.

Post-populismo a cinque stelle

Il post populismo di Beppe Grillo suona la campana a morte del vecchio populismo. Che per decenni ha infiammato o impaurito, secondo i punti di vista, la vita politica di mezza Europa. Una novità legata ad un piccolo particolare, che poi tanto piccolo non è, sottovalutato o sfuggito ai più.

Rispetto ai tradizionali movimenti di contestazione antisistema, infatti, il programma, di quello massicciamente premiato alle elezioni dagli italiani, dell’immigrazione non fa neppure menzione. Lasciando così alle ortiche, poco importa se e quanto volutamente, lo strumento principale e più utilizzato dalla retorica propagandistica populista per soffiare sul fuoco del rancore popolare. Di settori e gruppi sociali diversi e spesso tra loro anche molto lontani. Spinti però “sulla stessa barca” dalla paura dell’immigrazione. Un tema non solo avvelenato e, a conti fatti, capace di assicurare successi sicuramente clamorosi ma effimeri. Che gli eventi “tellurici” della politica italiana sembrano condannare ad un fuori corso forse irreversibile. Visto che  l’immigrazione non è nel firmamento ideale delle  Cinque Stelle: acqua, ambiente, trasporti, connettività e sviluppo.

Una novità difficile da negare e che, soprattutto, obbliga a riflettere. Visto che segna una vera e propria soluzione di continuità storica con il populismo europeo: da quello delle origini del Fronte Nazionale in Francia e della Lega in Italia, seguiti poi, nel corso degli anni, dal FPO austriaco, dal Partito della Libertà olandese, dal Movimento Fiammingo, dal Partito Democratico Svedese fino all’UDC svizzero (trionfatore nel referendum contro i minareti) e così via.

Tutto bene, dunque? Staremo a vedere. Due cose, però, possiamo dare per assodate.

La prima: con il vecchio populismo va archiviato l’uso di questo termine, a metà tra il saccente e lo sprezzante, utilizzato dal potere politico, di pari passo con quello della cultura e dell’informazione, per bollare e mettere a tacere sempre e comunque le sue rivendicazioni.

La seconda: la storia insegna che ogni fenomeno post ha un piede nel passato e uno nel futuro. Per cui solo gli eventi ci diranno, anche per quello in questione, quale dei due sarà ad indicare la direzione di marcia.

Chiesa tedesca si converte all’Islam

La chiesa in vendita diventa una moschea. Succede in Germania, a Horn, frazione della città di Amburgo. Dove l’associazione islamica sunnita Al-Nour (la luce) ha recentemente acquistato la ex-Kapernaumkirche, appartenente alla comunità evangelica. Con lo scopo di trasformarla in un luogo di culto per i fedeli di Allah. Che verrà ufficialmente inaugurato il prossimo 3 ottobre, giorno della riunificazione tedesca.

Si conclude così una storia cominciata nel 2005. Quando la Kapernaumkirche chiude i battenti; ormai i fedeli che partecipano alle messe domenicali si contano sulle dita di una mano, e il pastore decide che è meglio trovare un acquirente per l’edificio, costruito nel 1961 su progetto dell’architetto Otto Kindt. Del resto, non è la prima chiesa a passare di mano, in Germania. Solo ad Amburgo sono stati tredici i luoghi di culto che hanno chiuso negli ultimi anni, e l’esodo di fedeli – e di denaro – è costante ovunque da almeno 20 anni.

Nel destino della Kapernaumkirche sembrava esserci un kindergarten: per il nuovo proprietario, infatti, il complesso è perfetto per costruire quella che in Germania si chiama “Mehrgenerationhaus”, una casa a più generazioni. Appartamenti per anziani all’esterno, un asilo nido all’interno della chiesa. Gli appartamenti si fanno, il kita invece rimane sulla carta.

L’edificio torna in vendita, e il nuovo acquirente è l’associazione Al-Nour, fondata nel 1993, che riunisce circa l’80% dei musulmani di Amburgo.
Finora hanno celebrato le loro funzioni religiose in un garage. Ora si apprestano a trasformare l’interno della ex-chiesa (l’esterno è protetto da un vincolo urbanistico) in una moschea. Spesa prevista: un milione di euro. La moschea sarà aperta anche a chi non è fedele di Allah, assicura il presidente di Al-Nour, Daniel Abdin, che afferma: “La casa di Dio rimarrà la casa di Dio”.

Non la pensano così le autorità cristiane della zona. “Meglio la demolizione di una moschea”, ha commentato Johann Heinrich Claussen, preposto della chiesa di Amburgo e presidente dell’associazione degli istituti ecclesiastici evangelici. Sullo stesso tono il vescovo cattolico Hans-Jochen Jaschke: “L’interscambiabilità di cristianesimo e islam non è il segno di un buon dialogo interreligioso”. Non sono dello stesso parere, invece, gli abitanti del quartiere di Horn, che hanno accettato senza problemi la nuova destinazione d’uso.

Inevitabili anche i riflessi sulla politica, con la CDU che ha chiesto di invitare Al-Nour al prossimo comitato regionale, per permettere all’organizzazione islamica di presentarsi e di farsi conoscere. Proposta rispedita al mittente da tutti gli altri partiti, che non ne vedono la necessità politica. Del resto, la stessa associazione ha già annunciato di che organizzerà una presentazione pubblica con foto e info-point intorno alla ex- Kapernaumkirche.

La Germania quindi, nonostante inevitabili critiche e polemiche, si appresta senza troppi traumi a lasciare che una chiesa sia trasformata in moschea. Un segnale che l’islam in salsa tedesca va verso un’integrazione sempre maggiore. Se il Nordreno-Westfalia ha introdotto da settembre scorso l’insegnamento della religione musulmana alle elementari, infatti, la città-stato di Amburgo è stato il primo Bundesland a proporre un trattato alla comunità islamica. Il testo, che ha la firma del sindaco ma non ancora quella dei rappresentanti della cittadinanza, garantisce ai musulmani “il diritto di erigere moschee, luoghi di raduno, sale di preghiera e istituti di formazione, nel quadro delle leggi vigenti”.

Via il razzismo dalla letteratura tedesca

Via i negri dalla letteratura per bambini. L’annuncio è arrivato a gennaio da parte di una nota casa editrice tedesca per ragazzi, la Thienemann. Che pubblica i libri di famosi scrittori del passato come Michael Ende (autore del classico La storia infinita) e Otfried Preußler. Ma non si tratta di un rigurgito razzista, quello che ha spinto Klaus Willberg a dichiarare di voler ripulire la letteratura tedesca. Nessuna epurazione degli scrittori di colore, né tantomeno libri proibiti bruciati sulla pubblica piazza. Anzi.

Parliamo piuttosto di una sorta di “operazione politically correct” applicata ai romanzi per l’infanzia. Ripulire i testi da tutti quei termini che non suonavano offensivi negli anni in cui sono stati scritti, ma che al giorno d’oggi hanno un contenuto squisistamente razzista. L’operazione partirà proprio con la nuova pubblicazione di un classico della letteratura d'Oltrereno, La piccola strega di Preußler. Il testo è stato scritto nel 1957 e successivamente tradotto in 47 lingue, e narra le avventure di una giovane fattucchiera che ambisce a essere accolta nel grande consiglio di tutte le streghe. Una specie di Harry Potter al femminile, insomma, che per un anno se ne va in giro sulla sua scopa incontrando negretti, zingari e cinesine. Tutte parole di chiaro stampo razzista, secondo i vertici della Thienemann, che hanno quindi incaricato i loro editori di intervenire sul testo per riformularlo in maniera accettabile. Oltretutto, si tratta di libri destinati a bambini, lettori che non sono in grado di cogliere il contenuto discriminatorio insito in questi termini.

E subito si è aperto il dibattito. Censura o correzioni dovute?

Sulla questione sono intervenuti in molti. Diversi autori afro-tedeschi hanno ricordato il disagio dei loro figli nel leggere a scuola dell’incontro della piccola strega con “un bambino negro”, mentre la casa editrice Oetinger fa sapere che ha rimosso da tempo tutti i negri da Pippi calzelunghe, romanzo scritto negli anni ’40 dalla svedese Astrid Lindgrens .

Sull’argomento non poteva mancare l’intervento della Ministra della famiglia, Kristina Schröder. Che ha dichiarato in un’intervista che, quando legge a sua figlia libri per l’infanzia, provvede a cambiare la parola “negretto” in “bimbo dalla pelle di colore nero”.

Ma non tutti si sono dichiarati favorevoli a tale operazione. Parecchi critici letterari hanno sottolineato che – per quanto la parola “negro” sia senza dubbio razzista – appartiene comunque al periodo in cui questi libri sono stati scritti, restituisce il colore di quel tempo.  Invece di eliminare queste parole, sarebbe meglio spiegare ai giovani lettori i cambiamenti della lingua. Una posizione su cui si dichiara d’accordo la maggioranza dei tedeschi. Secondo un recente sondaggio condotto dall’istituto YouGov, il 70% degli intervistati non vuole che questi termini vengano censurati, e il 70% ritiene che non abbiano alcuna influenza sui più piccoli.

Del resto, basta andare a rileggersi la Costituzione della Repubblica Federale, che all’articolo 5 recita molto chiaramente: “Eine Zensur findet nicht statt”. Una censura non ha modo di esistere. E correggere arbitrariamente testi scritti decenni fa, senza che gli autori possano in nessun modo intervenire, sembra proprio un comportamento censorio.

Colf e badanti, il lavoro nero ringrazia la nuova legge

Nulla di peggio di una legge che, pensata a fin di bene, finisce per far male. Caso di scuola "il contributo di licenziamento" anche per colf e badanti introdotto dalla riforma Fornero.

Una vera e propria tegola per tantissime famiglie. Che, in tutti i casi di licenziamento di un dipendente a tempo indeterminato, saranno tenute a versare all’Inps, oltre al TFR e alla tredicesima, un nuovo contributo per finanziare le neonate assicurazioni sociali (Aspi) che sostituiscono la vecchia indennità di disoccupazione.

Tutto nasce da un errore. Quello relativo al calcolo della somma da pagare. Basato, non sul tempo di lavoro, ma solo ed esclusivamente su quello trascorso dal giorno dell’assunzione a quello in cui si decide di interrompere il rapporto di lavoro. Senza tenere conto se in esso era prevista un’attività h24 o di poche ore al mese. In altre parole: costerà lo stesso licenziare una colf di cui vi avvalete full-time o solo saltuariamente.

Una norma che è segno di una straordinaria cecità. Un’abnormità figlia di due macroscopiche sviste.
La prima, ignora le specificità del settore dei servizi alla persona. Frammentato, flessibile, in cui prevale il just in time, le esigenze del momento, soddisfatte, senza troppe pretese, da un esercito di collaboratrici domestiche. Se non le abbiamo messe in regole fino a ieri, perché dovremmo farlo oggi a costi ben più elevati? Semmai c’è da scommettere nell’esatto contrario. Che persino i più ben intenzionati faranno ricorso al lavoro nero. Con buona pace delle tante colf e badanti. Per lo più donne immigrate. Che nell’Italia delle sanatorie a getto continuo appaiono come moderni Giani Bifronte. Dal doppio status: soggiornanti regolari, impiegati illegali.
La seconda, per certi versi più grave, è di ordine generale. Che senso ha aggravare gli oneri fiscali proprio dei contratti a tempo indeterminato, ormai merce rara nel nostro paese? Perché continuare a penalizzare la parte buona dell’Italia? È forse questo che si chiedono in queste ore quegli italiani onesti che hanno assunto regolarmente circa 850 mila collaboratrici domestiche: meno della metà di quelle presenti nello stivale.

Un cattivo favore agli immigrati

Quando si fa male pensando di far bene. È il caso della recente avventata sentenza del Tribunale di Crotone che ha assolto per legittima difesa i tre clandestini che diedero vita, lo scorso ottobre, a una violenta rivolta danneggiando il Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di isola Capo Rizzuto.

A poche ore da questa decisione, che ha lasciato non pochi di stucco, la Corte europea di Strasburgo ha condannato l’Italia per violazione dei diritti dei detenuti. Una reprimenda che, oltre a segnalare che anche i giudici avrebbero bisogno di più fortuna e pazienza, mette in piena luce i limiti di quanto stabilito dal tribunale calabrese. Che ha giustificato l’assoluzione degli imputati immigrati in ragione del fatto che “la loro difesa è stata proporzionata all’offesa”. In breve: visto che i tre stranieri erano reclusi in condizioni deplorevoli e degradanti avevano il sacro santo diritto di barricarsi per una settimana sui tetti del Cie lanciando sulla polizia sassi e rubinetti.

Ma è mai possibile che in uno stato di diritto passi il principio medievale in base al quale una vergogna si cancella con un’altra vergogna? È forse il tempo di ritornare alla legge del taglione? Un tuffo nel passato che peraltro rischia di spalancare le porte alla legittimazione di un’eventuale sommossa violenta dei 65 mila detenuti che in Italia, è bene sottolinearlo, sono costretti a vivere nelle stesse identiche disumane condizioni degli immigrati irregolari assolti dal Tribunale calabrese.

Intendiamoci, vogliamo centri di detenzione degni di uno stato moderno e sviluppato, con lenzuola pulite e pasti caldi. Ma proprio per questo non comprendiamo perché, anziché avallare atti illegali, non si sia deciso di aprire un’inchiesta contro il Ministro della Giustizia e più in generale nei confronti dei responsabili di un sistema carcerario a dir poco ignobile.

La verità è che nel nostro paese la malandata e zoppicante politica dell’immigrazione si è sempre fatta e si continua a fare a colpi di ideologia. Che vizia tutto e tutti, ma non fa bene a nessuno. Siamo proprio sicuri che se a compiere azioni di protesta così virulente fossero stati comuni detenuti italiani avrebbero ricevuto lo stesso trattamento?

5) L’immigrazione dei minori stranieri non accompagnati – FERNANDA CONTRI

Prima donna ad aver conquistato lo scranno di giudice costituzionale dopo quarant’anni di attività della Consulta, Avvocato, Magistrato, già membro del Consiglio Superiore della Magistratura, prima donna ad aver ricoperto l'incarico di Segretario Generale della Presidenza del Consiglio e Ministro per gli Affari Sociali del governo Ciampi. West conclude l’inchiesta sul fenomeno dei minori stranieri non accompagnati con questa intervista a Fernanda Contri. Una testimonianza che offre ai nostri lettori una sintesi degli aspetti più delicati e dibattuti di una realtà a molti ignota.
1) Dalla nostra inchiesta è emerso che quello dei minori non accompagnati è un fenomeno di ampie dimensioni e che per molti aspetti costituisce una forma collaterale dell’immigrazione clandestina. Lei è d’accordo con quest’analisi? E, soprattutto, in base alla sua esperienza è possibile parlare di un vero e proprio business della criminalità organizzata?
A proposito della sua domanda ricordo quello che mi disse alla fine degli anni Ottanta Giovanni Falcone: “gli sbarchi di immigrati in Italia, siano essi di minorenni o di adulti, sono possibili esclusivamente previo consenso della criminalità organizzata e, dunque, della mafia”. Senza questo via libera l’arrivo di immigrati sarebbe del tutto impossibile.
2) Analizzando il fenomeno dei minori non accompagnati, al netto di chi è costretto a fuggire a causa di guerre, instabilità politiche e catastrofi ambientali, emerge che spesso sono proprio le famiglie a e incentivare l’emigrazione dei figli. Condivide questa analisi? E, inoltre, se questo è vero, si può presumere che nei paesi di arrivo operino delle lobby interessate al loro arrivo? Se si, perché?
Per quanto riguarda il ruolo delle famiglie mi sembra per così dire piuttosto “naturale”. In condizioni di estrema povertà, instabilità politiche e, più in generale, con l’auspicio di garantire loro un futuro migliore inducono i propri figli a emigrare. Ricordiamoci delle famiglie di ebrei che incentivavano i propri figli a emigrare negli Stati Uniti pur di sfuggire allo sterminio nazista. Mutatis mutandis la storia si ripete. Non può stupire che i genitori siano disposti a indebitarsi per finanziare la partenza dei propri figli organizzata dalla criminalità . Dalla mia esperienza personale e professionale ricordo il caso dei bambini ruandesi costretti a fuggire dalla sanguinosa guerra interetnica. Senza dimenticare il caso dell’Albania. Mi torna in mente la storia di una piccola albanese con la quale, peraltro, sono ancora in contatto. Una vicenda che serve proprio a rispondere alla sua domanda. Quella che ormai è una ragazza matura, infatti, non solo è riuscita a sottrarsi al giogo della criminalità organizzata, ma anche a indicare chi erano i suoi carnefici. La mamma l'aveva "venduta" pensando, però, che l'avrebbero soltanto fatta lavorare. E lo fece per fame.
3) Il problema del rimpatrio è molto delicato e non è ben visto da molte organizzazione che si occupano di accoglierli. Come si coniuga il dettato della Convenzione ONU sui diritti dell’Infanzia che, oltre a garantire l’interesse preminente del fanciullo, enuncia anche il diritto del minore a stare con la propria famiglia.
Si tratta in effetti di un aspetto del fenomeno piuttosto controverso. Meritano di essere menzionate due recenti sentenze della Corte di Cassazione. La sentenza 16 ottobre 2009 n. 22080, nella quale la Suprema Corte accoglie il ricorso di una immigrata che, seppur priva di regolare permesso di soggiorno, chiedeva l’autorizzazione alla permanenza in Italia per stare accanto al figlio minorenne. Una sentenza che i giudici hanno motivato in virtù della sussistenza, tra gli altri, del requisito di decisorietà, ovvero il provvedimento incide sul diritto del minore ad essere assistito da un familiare e su quello dello stesso familiare ad entrare e trattenersi in Italia per prestare assistenza al minore. La seconda, invece, è la sentenza 10 marzo 2010 n. 5856. In questo caso la Suprema Corte ha rigettato il ricorso di un immigrato albanese che, seppur privo di permesso di soggiorno, chiedeva l’autorizzazione alla permanenza in Italia per garantire al minore che il suo ordinario processo educativo, formativo e scolastico si realizzasse con la presenza del genitore. Una sentenza che i giudici hanno motivato subordinando l’interesse del minore al “più generale interesse della tutela delle frontiere che si esprime nelle esigenze di ordine pubblico che convalidano il decreto di espulsione”. La motivazione stupisce visto che il relatore era una donna.
In ogni caso le due sentenze dimostrano l’assenza di un’omogeneità persino della stessa giurisprudenza di Cassazione su un tema così delicato.
4) Al momento del loro arrivo i minori hanno il diritto di essere assistiti, al netto che non è sempre chiaro cosa accade al compimento del diciottesimo anno, l’Europa e l’Italia si occupano realmente della loro assistenza? E quali le principali problematiche in merito?
Vorrei ricordare una mia iniziativa da Ministro. Una circolare - condivisa, a differenza di molti suoi funzionari, dall’allora Ministro dell’Istruzione Rosa Russo Jervolino - autorizzava l’iscrizione provvisoria a scuola per i minori di cui non era stata accertata l’identità’. Un’iniziativa che nacque da un fatto di cui ero venuta a conoscenza. Molti presidi e insegnanti prima di questa circolare si erano presi la responsabilità di iscrivere questi bambini, rischiando molto dal punto di vista giuridico. E allora mi dissi: "se  se la prendono loro la responsabilità è giusto che anche un Ministro faccia la sua parte".  La circolare prevedeva anche per gli affidatari o familiari la possibilità di ricorrere al giudice in caso di rifiuto di iscrizione da parte della scuola. Fu molto usata ed ebbe molto successo.





Vedi anche:



1) L’immigrazione dei minori stranieri non accompagnati – EUROPA







2) L’immigrazione dei minori stranieri non accompagnati – ITALIA







3) L’immigrazione dei minori stranieri non accompagnati – ALDO MORRONE







4) L’immigrazione dei minori stranieri non accompagnati – GIUSEPPE MAGNO




Italia, economia in stallo rimesse alle stelle

In Italia, mentre l'economia va in pezzi, volano le rimesse degli immigrati. A dirlo sono gli ultimi dati che Eurostat ha reso noti in settimana. Infatti nel 2011, rispetto al 2010, a fronte di un aumento medio europeo dei trasferimenti di denaro all'estero del 2%, quelli dei nostri lavoratori stranieri hanno superato il 19%. Facendo lievitare la massa monetaria da 6,5 a 7,4 miliardi di euro. Numeri che per più ragioni obbligano a riflettere.

In primo luogo perché la quantità del denaro inviato alle famiglie dai nostri “nuovi arrivati” è ormai tale da collocare l’Italia, tra i 27 paesi dell’UE, al secondo posto dietro la Francia. A molte lunghezze di distanza da nazioni con un passato migratorio ben più antico del nostro. In Germania, ad esempio, nello stesso arco di tempo, l’incremento delle rimesse non ha superato l’8%. Ma se di questi flussi monetari, oltre alla quantità, cerchiamo di individuare anche la direzione, troviamo il Bel Paese non più secondo ma primo in classifica. Il grosso dei gruzzoli dei nostri immigrati non finisce, come nella maggioranza degli altri casi, nelle regioni povere dell’Est europeo, ma in altre e ben più lontane del Pianeta. E’ quanto toccato in sorte a 6,1 miliardi su 7,4. Ma non basta. Visto che c’è da capire, a fronte di un'economia in rosso profondo, l’opposto, positivo andamento delle rimesse degli immigrati. Che, in poco più di un decennio, sono cresciute di oltre il 1000%. Un record assoluto per l'Occidente industrializzato che riuscirebbe ad impensierire anche il più incallito degli speculatori. In verità, da noi come altrove, l'andamento dell'economia condiziona in maniera assai relativa quello delle rimesse. Che costituiscono solo una minima frazione dei redditi degli immigrati. I quali, finchè possono, non vi pongono mano anche se costretti, dalla circostanza, a tirare la cinghia. Va tenuto inoltre presente che ad inviare denaro sono i membri delle comunità etniche di più lungo insediamento. Ragion per cui il drastico calo dei nuovi arrivi registrato negli ultimi 12/24 mesi, ha inciso del tutto marginalmente sul livello dei flussi monetati diretti verso le ex madre patrie.

Finiscono qui le similitudini tra noi ed il resto del mondo. Perché, nel caso italiano, purtroppo, c’è dell’altro. I nostri numeri da record, infatti, sono puramente e semplicemente figli di una ultraventennale, dissennata politica dell’immigrazione. Fatta di sanatorie a ripetizioni, di cui è ormai difficile tenere il conto. Che ha avuto il poco invidiabile merito di trasformarsi nel grande alleato del più antico dei nostri mali nazionali: il lavoro nero su larga scala.

4) L’immigrazione dei minori stranieri non accompagnati – GIUSEPPE MAGNO

L’inchiesta di West sul fenomeno dei minori non accompagnati continua con questa intervista a Giuseppe Magno, magistrato, esperto di giustizia minorile. Una testimonianza che tratteggia per i nostri lettori il quadro normativo di riferimento a livello italiano ed europeo, senza tralasciare gli aspetti più controversi del fenomeno.

1)      Dalla nostra inchiesta è emerso che quello dei minori non accompagnati è un fenomeno di ampie dimensioni e che per molti aspetti costituisce una forma collaterale dell’immigrazione clandestina. Lei è d’accordo con quest’analisi? E’, soprattutto, in base alla sua esperienza è possibile parlare di un vero e proprio business della criminalità organizzata?

Il fenomeno dei minori non accompagnati  ebbe inizio in Italia negli anni  ’90 con gli sbarchi a Brindisi di gruppi di immigrati albanesi molti tra i quali erano minorenni. Innanzitutto, un minorenne non accompagnato da familiari responsabili per la sua persona, non è considerato come clandestino e pertanto non può essere espulso. E’ soggetto, dunque, a una procedura speciale che detta le modalità di accoglienza e successivamente, se ci sono i requisiti, anche quelle per il rimpatrio. La legge italiana considera i minori stranieri non accompagnati alla stregua dei minori italiani abbandonati. E in quanto tali soggetti alle procedure previste dalla legge sull’adozione. In molti casi i minori, dai 14 anni in su, sono vittime della criminalità organizzata. Ricordo un caso in Piemonte in cui tutti i minorenni provenienti dalla stessa località marocchina erano dediti allo spaccio di droga.

2)      Analizzando il fenomeno dei minori non accompagnati, al netto di chi è costretto a fuggire a causa di guerre, instabilità politiche e catastrofi ambientali, emerge che spesso sono proprio le famiglie a sostenere e incentivare l’emigrazione dei figli. Condivide questa considerazione? E, inoltre, se è vero che i minori sono spesso incentivati ad emigrare dai propri familiari, non è altrettanto vero che nei paesi ospitanti esiste una lobby interessata al loro arrivo? Se si, perché?

In molti casi questi minori infatti non si possono considerare del tutto abbandonati proprio perché il loro arrivo è stato approvato nonché incoraggiato dalle stesse famiglie, che sperano in futuro migliore e più sicuro per i propri figli. Ciononostante non significa che tali minori corrano meno rischi di coloro che sono giunti all’insaputa delle loro famiglie. Essendo minorenni, infatti, non possono lavorare ed è necessario provvedere alla loro istruzione e formazione. Molti minori vengono messi in istituti mentre i più piccoli vengono affidati e in rari casi anche adottati. Non parlerei dell’esistenza di una lobby ma piuttosto di diversi interessi legati al loro arrivo. Interessi che si possono suddividere in: positivi, intermedi e negativi. Con i primi mi riferisco a tutti coloro che intendono aiutare questi minori cioè le famiglie, le associazioni e le associazioni di famiglie che li ospitano anche per brevi periodi per motivi di cura o vacanza; l’interesse intermedio è quello responsabile dell’impiego dei minori nel lavoro; infine, l’interesse negativo, ça va sans dire è quello delle organizzazioni criminali.

3)      Il problema del rimpatrio è molto delicato e non è ben visto da molte  organizzazioni che si occupano di accoglierli. Come si coniuga questo con il dettato della Convenzione ONU sui diritti dell’Infanzia che, oltre a garantire l’interesse preminente del fanciullo, enuncia anche il diritto del minore a stare con la propria famiglia?

Le Convenzioni sanciscono che ogni minore ha il diritto a svilupparsi in modo armonioso sia fisicamente che psicologicamente. Un minore non è mai clandestino è semplicemente ‘lontano da casa’. Del resto gli stati che hanno ratificato la Convenzione di New York si sono impegnati a prestare aiuto ai minori fornendo accoglienza e successivamente rimpatrio assistito.

4)      Al momento del loro arrivo i minori hanno il diritto di essere assistiti, al netto che non è sempre chiaro cosa accade al compimento del diciottesimo anno, l’Europa e l’Italia si occupano realmente della loro assistenza? E quali le principali problematiche in merito?

Esiste in Italia un Comitato per i minori non accompagnati che dovrebbe occuparsi di ogni singolo caso e poi procedere con le strategie più consone solo dopo aver ascoltato e interrogato il minore. È necessario stabilire se il minore ha diritto allo status di rifugiato. Quando i minori raggiungono il diciottesimo anno di età e il loro programma di vita integrata continua, o perché decidono di inscriversi all’università oppure perché trovano un lavoro o in alcuni casi necessitano di cure mediche, il loro status cambia attraverso l’ottenimento di varie tipologie di permessi di soggiorno: per studio, per lavoro o per motivi sanitari. Mentre coloro che si sono persi, o che hanno commesso delle illegalità a 18 anni vengono rimpatriati. In Italia la legge voleva accordare una preferenza a coloro che giunti minorenni si sono integrati piuttosto che accogliere nuovi maggiorenni.

Prostituzione, alla ricerca della soluzione

Punire o non punire la prostituzione? La risposta divide e interroga le politiche di molte nazioni europee, e, a dispetto delle apparenze, le soluzioni non sono poi così univoche. Né scontate. Quando nei primi anni ’90 la parlamentare svedese Marianne Eriksson portò all’attenzione del parlamento europeo una proposta a favore della criminalizzazione della prostituzione, la stessa venne accolta con sonore risate. Lei rispose “sarò io a ridere per ultima”.

Ed ecco, infatti, che nel 1999 il parlamento svedese vara una legge che punisce la prostituzione e lo fa, incredibilmente, con l’appoggio dei movimenti femministi. Che avevano colto il legame tra l’approvazione di un tale provvedimento e una ricaduta positiva sulla riduzione delle violenze sulle donne. È infatti la domanda che va punita, non l’offerta, sostiene la Eriksson. Ed è esattamente questo l’intento della legge varata in Svezia. Sono i clienti che scelgono il sesso a pagamento, mentre il più delle volte le prostitute lo subiscono, spinte sui marciapiedi dai trafficanti di esseri umani che da questa moderna schiavitù hanno solo da  guadagnare. La legge all’epoca fece tuonare le coscienze d’Europa. E ancor di più destò scalpore il rapporto reso pubblico nel 2010 dallo stesso governo svedese con il quale si metteva in risalto come il tasso di prostituzione per le strade di Stoccolma si fosse sensibilmente ridotto rispetto a quello di Copenaghen e Oslo che fino al 1999 registravano statistiche pressoché simili.  Così dieci anni più tardi la Norvegia decide di seguire i cugini svedesi su questa stessa strada, ottenendo una sensibile diminuzione del fenomeno.

Le esperienze nordeuropee attraversano il Baltico e attirano le attenzioni persino del parlamento francese che improvvisa una comparazione tra il modello svedese e il ben lontano modello olandese. Ad oggi sia la Finlandia che la Gran Bretagna proibiscono l’acquisto di sesso dalle vittime della tratta delle donne. Insomma, la legge svedese ha fatto scuola. Ma dove sta la sua forza? Nella decriminalizzazione della donna che da diabolica tentatrice diventa una vittima da tutelare. Il puzzle però è solo apparentemente composto. Equiparare le vittime di traffici umani alle sex workers, che fanno della vendita di sesso un lavoro e soprattutto una scelta consapevole, non scioglie il nodo ma, semmai, complica la gestione di due fenomeni del tutto distinti. Limitando, di fatto, il diritto all’autodeterminazione. Legalizzare la prostituzione e punire lo sfruttamento criminale diventano allora le coordinate minime per inquadrare la questione.