Non scherziamo col fuoco

In Italia sull’immigrazione sembra proprio che ci sia qualcuno deciso ad innervosire ed incattivire la pubblica opinione più di quanto già non lo sia. Ne è prova la recente sentenza emessa dalla Cassazione che a Corti riunite ha accolto il ricorso di una cittadina nigeriana contro la convalida del decreto di espulsione per sfruttamento della prostituzione decisa dal Tribunale di Perugia nel marzo 2009. Con l’argomentazione che il suo allontanamento dai figli, per altro già dati in affidamento dai servizi sociali ad una famiglia italiana, rischiava di confliggere con il principio, sancito dalla Convenzione di New York  sui diritti dell’infanzia, della tutela del supremo interesse dei minori. Di conseguenza doveva considerarsi superato il principio di “eccezionalità” che, in base alla legislazione italiana, consente di derogare alle norme sull’immigrazione irregolare e clandestina e di vietare la separazione dei figli dai genitori. Un principio che ha senso e può essere compreso anche dall’ultimo dei cittadini solo se riguarda comportamenti che, per quanto contra legem, rientrano nella fattispecie dei cosiddetti “reati buoni”. Allora sì che il legame genitori figli va, nella misura del possibile, tutelato. Anche chiudendo un occhio. Quando è in ballo la sorte dei minori le leggi vanno infatti lette ed interpretate usando il cuore e non solo il cervello. Un padre ed una madre, buoni ed onesti lavoratori, restano tali anche senza il permesso di soggiorno. E non c’è dubbio che in casi del genere il dettato della Convenzione di New York ha una valenza legale e non solo morale. Ma se così non è? Se il padre è assente perché non esiste, e la madre non viola la legge per fame, come nel film l’Oro di Napoli,  ma sfrutta quella di altre donne per costringerle a prostituirsi, perché trasformare le piccole, innocenti vittime del suo poco amore in complici di una palese violazione delle norme? Siamo convinti che una lettura meno astrusa ed astratta dei dettami internazionali in tema di infanzia avrebbe forse potuto suggerire ai Supremi Magistrati non solo di convalidare il decreto di espulsione di una cattiva immigrata ma di ordinare, per il bene dei minori, l’immediato allontanamento dal suolo patrio di una madre tanto sciagurata.

La diversità tra i banchi di scuola

Nuovi tipi di relazioni sociali stanno nascendo sui banchi di scuola (convitti, centri di formazione professionale, istituti e comunità residenziali) che  accolgono sempre più un’utenza multietnica. Negli istituti superiori la nuova popolazione scolastica è per lo più composta da allievi nati all’estero con background lontani mille miglia l’uno dall’altro. Mentre nelle scuole che accolgono i più piccoli – quelle dell’obbligo, asili, servizi per l’infanzia ecc. - è molto più alta la probabilità che gli alunni siano figli di immigrati nati in Italia. Quella seconda generazione in nuce che vive la cultura dei genitori e può ottenere la cittadinanza italiana, su richiesta, solo al compimento del 18° anno di età. Nuovi, vecchi e futuri cittadini sono impegnati negli anni della loro formazione in un’esperienza di convivenza unica e oltremodo “storica”, che segna cioè una fase irripetibile della storia del nostro Paese, da soli due/tre decenni divenuto meta di immigrazione. Come si prepara il “tessuto sociale” che darà luogo, nel volgere di uno/due decenni, alla società multietnica e multiculturale? Quali ostacoli rallentano il difficile percorso dell’interculturalità? Quali strategie vengono elaborate per superarli? A queste domande intende rispondere un’indagine della Regione Lombardia (Osservatorio Regionale per l’Integrazione e la Multietnicità, ORIM-Gruppo scuola) che punta a sviluppare analisi in situazione nelle scuole/centri formativi lombardi con maggiore affluenza e concentrazione di allievi stranieri. La prima fase dell’indagine, che riguarda il versante degli adulti (docenti, dirigenti e tutor), ha permesso di verificare che nei segmenti secondari (scuole medie e superiori) si soffre della mancanza di strategie didattiche consolidate, che potrebbero offrire all’insegnante maggiore sicurezza e diminuire l’ansia e il disagio dovuti ai nuovi rapporti. Si sente inoltre il peso dell’incomunicabilità con le famiglie straniere. I rapporti tra i ragazzi tendono invece a migliorare con il crescere dell’età e dell’abitudine a confrontarsi, mentre l’aiuto diretto offerto ai giovani immigrati (es. piani di studio personalizzati, testi facilitati, supporti nello studio pomeridiano) genera nei coetanei italiani un senso di fastidio, che li fa sentire de-privilegiati. Anche fra i genitori, oltre alle manifestazioni di vicinanza e mutuo-aiuto che pure esistono specialmente tra i rappresentanti di istituto, si nota l’instaurarsi di barriere sociali che portano, da un lato, gli stranieri a isolarsi in gruppi di vicinato monoetnici (rivendicando talvolta il “diritto ad estraniarsi” dalle questioni scolastiche), dall’altro, gli autoctoni a rivendicare un accesso privilegiato (quando non esclusivo) ai servizi scolastici più per timore di perdere diritti acquisiti che non per volontà di sopraffazione. Lo stato della convivenza interetnica è comunque in costante evoluzione e richiede un monitoraggio capillare e vigile nei prossimi due/tre anni. A tale scopo l’indagine dell’ORIM-Gruppo scuola della Lombardia è ancora in corso. Nel tentativo di verificare, tra le altre, l’ipotesi che proprio nelle scuole dove l’accoglienza è stata realizzata su vasta scala e con grande impiego di risorse umane (insegnanti, tutor, ecc), le cosiddette “scuole in trincea”, per effetto dell’eccessiva concentrazione di problematiche inter-etniche si stia attraversando una fase di ripiegamento, in cui sembra difficile concretizzare l’uguaglianza e la lotta alla discriminazione.  Nello stesso tempo si cercherà di verificare cosa stia accadendo di nuovo sul versante dei ragazzi, dove l’interazione tra le diverse personalità e condizioni di vita, e l’integrazione reciproca nell’impegno quotidiano, sembrano in grado di produrre spontaneamente una nuova cultura dell’incontro indispensabile a chi si troverà ad agire nella società multiculturale di domani. Maddalena Colombo è docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell' Università Cattolica di Milano

Olanda, l’anti-immigrazione al governo

Doveva essere un governo lacrime e sangue sul versante economico. Lo sarà molto di più su quello dell’immigrazione. Dopo quasi quattro mesi di estenuanti negoziati, infatti, in Olanda nasce un esecutivo di minoranza formato da Cristiano Democratici (CDA) e Liberali (VVD) puntellato con un appoggio esterno del Partito delle Libertà (PVV) di Geert Wilders. Che in cambio di un leale sostegno alla colazione ha strappato l’introduzione di norme e programmi molti rigidi sul fronte dell’immigrazione. Innanzitutto per quanto riguarda la questione del burqa, il tetto annuale dei permessi di soggiorno e delle richieste d’asilo e l’introduzione del reato di immigrazione clandestina. Il tutto accompagnato da un giro di vite sui ricongiungimenti familiari dall’estero e sulla tradizionale tolleranza delle istituzioni nei confronti dei coffee shop. E’ previsto inoltre un aumento degli organici della polizia e lo slittamento dell’innalzamento dell’età pensionabile di cui i Liberali avevano fatto uno dei punti forti della campagna elettorale. In sostanza la prima impressione è che l’accordo rafforzi la posizione di Wilders, molto dura nei confronti dell’immigrazione ma nient’affatto disponibile a tagli pesanti delle spese di Welfare. Un equilibrio di potere molto complicato che il limitato margine di maggioranza rischia di mettere ogni giorno in più a repentaglio.

In allegato:
  • PVV-CDA-VVD, Concept Gedoogakkoord, 2010
  • 3) Un rebus chiamato Belgio

    Pascal Delwit, politologo e preside della Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Université Libre de Bruxelles (ULB), in passato è stato  direttore del Centre d'étude de la vie politique (le CEVIPOL) e decano della Solvay Brussels School of Economics & Management. Autore di numerosi scritti sulla vita politica belga ed europea, le sue principali ricerche hanno come tema centrale l’evoluzione dei partiti ed il comportamento elettorale. Grazie alla sua regolare presenza in qualità d’esperto nei media e, soprattutto, in televisione, Pascal Delwit è inoltre uno dei politologi più popolari in Belgio. 1) E’ corretto dire che, oggi, francofoni  e fiamminghi non si intendono più? Cosa è cambiato rispetto al passato? C’è sempre stata la co-esistenza di almeno “due società” in Belgio. Da un punto di vista culturale, economico o politico, la parte francofona e quella fiamminga hanno da sempre rivelato molte differenze conservando però non pochi punti in comune. Anche se in pasato crisi sul tipo di quella odierna hanno già avuto luogo, è in dubbio che oggi si segnala una rilevante novità visto che tra le due aree sembra essere venuto persino la capavità di intendersi. Vivono come i separati in casa. Una condizione nella quale il federalismo ha grandi responsabilità. Visto che i responsabili politici delle due comunità si incontrano sempre meno e ancor meno lo fanno i cittadini. La conoscenza della lingua francese ha registrato nelle Fiandre una vera e propria regressione e quella dell’olandese nello spazio francofono è rimasta a livelli molto bassi. I luoghi di incontro, di dibattito, di scambio sono quindi molto ridotti. Da qui deriva questa incomprensione e questa difficoltà di arrivare ad un compromesso tra i responsabili dei due versanti della frontiera linguistica che non si conoscono bene come succedeva ai leader del passato. 2) Come spiega il fatto che, per la prima volta, dei politici francofoni, come Elio Di Rupo parlino apertamente di una possibile separazione? Strategia politica o seria considerazione di un’evoluzione inesorabile verso il confederalismo o la polverizzazione del regno di Alberto II? In realtà,  Elio di Rupo non ha evocato questa ipotesi ma altri responsabili politici di alto livello si. Sicuramente vi è un messaggio chiaro per gli interlocutori politici olandesi. Ma al di là di questo, di fronte alla crisi istituzionale che i negoziatori francofoni interpretano negativamente, vi è l’affermazione che “brussellesi” e valloni debbano essere in grado di prendere in mano il loro destino in una prospettiva, non tanto di separazione, ma di poteri molto importanti devoluti agli enti federali. 3) I mass media e numerosi  esperti sostengono che, in realtà, sarebbero i politici da una parte e dall’altra della frontiera linguistica a non andare d’accordo e che, invece, la popolazione non avrebbe alcun problema di coesistenza. Lei cosa ne pensa? E’una storia all’acqua di rose. I rappresentanti politici difendono posizioni largamente sostenute dai diversi segmenti dell’opinione pubblica. Non sono certamente i responsabili politici a decidere  gli esiti elettorali! Prendendo ad esempio la scissione della circoscrizione elettorale di Bruxelles-Hal-Vilvorde, in questo territorio non si trovano molti cittadini fiamminghi contrari alla separazione, e tra i francofoni sono ben pochi quelli favorevoli. Il dibattito politico traduce a volte in modo difforme le richieste che provengono dalla società. 4) Pensa che il federalismo abbia potuto accelerare le rivendicazioni di una maggiore autonomia da parte delle regioni, ed in particolare, delle Fiandre? Sì, il federalismo ha rafforzato le rivendicazioni autonomiste. Il federalismo non si è imposto come una forma di cooperazione, piuttosto di confronto. E il modello federale immaginato non è lo stesso nelle Fiandre, a Bruxelles e in Vallonia. 5)  Numerosi politologi credono che le società multiculturali non siano fatte per co-abitare in un unico Stato, a meno che non siano confederazioni ( Cecoslovacchia, ex-Yugoslavia, o casi tuttora esistenti come il Canada). Che cosa ne pensa? Non sembra esserci una regola in materia. La Svizzera ha quattro lingue ufficiali e non vi vedo spinte secessioniste. Gli Stati Uniti d’America sono un modello di società multiculturale e vige un profondo attaccamento alla nazione e allo Stato federato d’appartenenza. In generale il principio stesso di coabitazione non è sempre di facile attuazione in uno Stato, o tra Stati o segmenti di Stato. 6)  Secondo Lei il prossimo governo, una volta costituito, potrà risolvere le principali questioni “sensibili” (BHV, finanziamenti di Bruxelles ecc ecc.)? Si, penso che sia possibile. Diciamo che le posizioni per quanto lontane non sono mai state così vicine tra i negoziatori francofoni e fiamminghi. Se ciascuna delle due parti apprezzasse in giusta misura gli sforzi reciproci per cercare di raggiungere un compromesso e se tutti si rendessero conto come in Belgio la logica “maggioritaria” (noi siamo più numerosi quindi ci tocca di più) non è produttiva, allora penso che si possa risolvere la paralisi politico-istituzionale che perdura oramai da parecchi anni. 7)  In caso di scissione, che ne sarà di Bruxelles? Unita alle Fiandre, ricongiunta alla Vallonia, o diventerebbe una Città-Stato Capitale d’Europa come Washington per gli USA? Quello della scissione è uno scenario difficilmente realizzabile politicamente, economicamente e tecnicamente. Con queste ipotesi, nondimeno, la via più probabile è quella di uno Stato Belga ricondotto a Bruxelles e alla Vallonia, con due regioni forti e un giusto riconoscimento della minoranza fiamminga che vive nella capitale. Il paragone con Washington D.C. mi sembra invece azzardato. Si parla della Capitale di un’entità statale, l’Unione Europea non è uno Stato. Oggi a Bruxelles risiede un milione di abitanti. Siamo dunque ben lontani dalla costruzione di una nuova città in abstracto.


    Vedi anche:

    1) Un rebus chiamato Belgio


     

    2) Un rebus chiamato Belgio


    2) Un rebus chiamato Belgio

    Secondo un’inchiesta condotta nel 2007 dal quotidiano “Het Laatste Nieuws”, il 62,8% dei fiamminghi crede che il Belgio non avrà lunga vita, e il 25,1% di essi è convinto che l’implosione del paese potrà avvenire entro pochi anni. A conferma dell'instabilità politica in cui versa il paese da oltre un decennio e di cui non si vede la fine. Soprattutto perché lo scarto economico tra le due regioni si è nel tempo invertito a spese del sud. In particolare come conseguenza della riconversione economica imposta dalla chiusura delle miniere in Vallonia e da una macchinosa redistribuzione delle competenze istituzionali: federalismo a doppio strato. Il vero pomo della discordia è rappresentato dalla richiesta fiamminga di nuove e più radicali riforme istituzionali che, però, non incontra più il favore dei valloni. Un conflitto che si è trasformato in una vera e propia incomunicabilità tra le leadership delle due comunità del paese. Il Belgio non ha mai avuto una crisi così grave. Basti pensare che gli episodi di razzismo nei confronti dei francofoni residenti nei territori bilingue o a maggioranza fiamminga sono ormai all'ordine del giorno. E’ come se il paese avesse perduto l'ancoraggio ad una idea di identità comune e condivisa.

    Una situazione talmente evidente che qualche settimana fa, per la prima volta, cosa mai avvenuta, anche il leader francofono Elio Di Rupo sembra essere entrato nell'ordine idee, ammettendo la reale possibilità della fine della convivenza belga. La stessa elite politica ed intellettuale vallona sta ipotizzando tutti gli scenari possibili e riflettendo, in casus extremis, al cosiddetto “piano B”: la costituzione di uno nuova federazione Bruxelles-Vallonia. Un’ipotesi non scevra di difficoltà sostanziali dato che difficilmente, in caso di effettiva disintegrazione del paese, i fiamminghi rinuncerebbero alla capitale della propria regione, oltre che del Belgio, situata in territorio proprio. Bruxelles è anche la città più ricca e produttiva del regno. Un motivo in più per non mollare facilmente il boccone, pur se popolata al 90% da francofoni.

    La conferma più evidente di questo stato di fibrillazione collettiva è arrivata il 13 dicembre 2006. Quando anche i belgi hanno vissuto lo “sbarco dei marziani”, la geniale farsa radiofonica di Orson Welles che nel 1938 creò un panico generalizzato tra gli ascoltatori americani. Da Bruxelles, infatti, l’emittente televisiva nazionale RTBF mandava in onda un documentario-fiction in cui si annunciava che il Parlamento del nord aveva votato la secessione delle Fiandre dal Belgio. L’operazione “BBB” (Bye Bye Belgium), preparata mediaticamente alla perfezione in un anno di lavoro, è stata vissuta come un vero choc nazionale, soprattutto in Vallonia e nei territori bilingue. Mentre il Principe erede al trono fu costretto al rientro da una missione all’estero, i militari si ritiravano nelle caserme, così come prescrive la Costituzione in caso di secessione. Per venti interminabili minuti molti hanno creduto all’originale messa in scena. Essa ha avuto il merito di proiettare nella realtà quotidiana un’ipotesi considerata, fino a pochi tempo fa, un tabù. Oggi, la classe dirigente, gli intellettuali e la gente comune hanno preso coscienza di una realtà del paese spesso e volentieri sottovalutata. Sono cominciati così gli interrogativi:  e se domani succedesse davvero?



    Vedi anche:



    1) Un rebus chiamato Belgio



    1) Un rebus chiamato Belgio

    “Barst Belgie!”, (Che il Belgio crepi!). Questo slogan del partito ultranazionalista, populista e secessionista “Vlaams Belang” (Interesse fiammingo),  riassume la delicatissima situazione politica in cui versa oggi il paese che, oltre ad ospitare la capitale europea,  è presidente di turno dell’UE. Una situazione perfettamente fotografata dai risultati delle elezioni nazionali dello scorso 13 giugno. Quando l’avversario-amico del Vlaams Belang, ovvero la NVA, altro movimento nazionalista fiammingo, apertamente repubblicano, si è affermato quale prima forza politica delle Fiandre. La vittoria della destra nel nord del paese, è stata controbilanciata da uno schiacciante trionfo elettorale dei socialisti nel sud francofono, in Vallonia. Di qui l’attuale impasse. A oltre 100 giorni dalla tornata elettorale, i belgi sono ancora in attesa di conoscere il nuovo esecutivo. La dinamica di questi eventi si può individuare a partire dal 2007. In questi anni,  infatti, il paese stenta a trovare un equilibrio politico al punto che si susseguono ben quattro diversi esecutivi nazionali. La vera complicazione sta nello scarto atipico rispetto al resto del mondo occidentale: destra e sinistra. Che nel regno di Alberto II, invece, è accompagnato dallo scontro tra blocchi territoriali: fiamminghi e valloni. Due comunità che hanno davvero poco da condividere: non guardano la stessa tv, ascoltano radio diverse, votato partiti opposti, parlano lingue distinte. Un’anomalia che va inquadrata a livello storico. Dal 1861, anno di fondazione del Belgio, 3 comunità (fiamminga, francofona e germanofona) vivono sotto il cielo di una stessa patria. Il tradizionale dominio della lingua francese dentro i confini del paese ha però permesso la nascita e la crescita di un sentimento di frustrazione della prevalente popolazione della Fiandre che per lungo tempo si è vista precluse le vie della responsabilità politica ed istituzionale, ad eccezione della sua elite che utilizzava correntemente la lingua di Rousseau e che aveva partecipato direttamente alla formazione dello Stato. Alla barriera linguistica si aggiungeva quella sociale, tenuto conto della differenza di ricchezza e di sviluppo economico tra il Nord ed il Sud del Regno. Le rivendicazioni fiamminghe si sono via via strutturate fino a reclamare la dissoluzione dello stato unitario in uno federale. La comunità  fiamminga, demograficamente più consistente, ha così cominciato ad insediarsi in quasi tutti i posti chiave della nuova struttura statale al punto che da oltre 36 anni nessun francofono occupa la carica di Premier. Ma la rivalità linguistica, ed un “pizzico” di egoismo economico (una consistente fetta della protezione sociale vallona è di fatto finanziata dalle ricche Fiandre), hanno impedito una seria “riconciliazione” nazionale. Il federalismo, realizzato negli anni 90’ del secolo scorso, non ha così risolto il problema della stabilità, né pacato le rivendicazioni. Al contrario, mettendo mano alla riforma dello Stato è stato aperto un vaso di Pandora che ha sprigionato tutte le reticenze fiamminghe del passato ed alimentato l’appetito verso un più largo potere. In poche parole, il federalismo è oramai percepito al Nord come uno dei più importanti passi compiuti verso la meta finale: l’indipendenza.

    La sirena populista non passa in Germania

    La Germania si autodistrugge. È questo il titolo del libro di Thilo Sarrazin che da settimane infiamma il dibattito politico tedesco sulla mancata integrazione degli immigrati presenti nel paese. L’autore, che nel frattempo è stato costretto alle dimissioni dal board della Bundesbank, non lesina critiche tanto alla comunità musulmana che a quella ebrea. La tesi di Sarrazin è facilmente riassumibile: sono i musulmani a non volersi integrare, mentre gli ebrei presentano una certa "diversità genetica". Quanto basta per concludere che i flussi migratori vanno bloccati. L’alternativa è l’autodistruzione della Germania.

    Ciò che colpisce, però, non sono le tesi di Sarrazin, piuttosto il riscontro positivo che trovano in buona parte dell’opinione pubblica tedesca. Secondo una recente indagine condotta dalla Forsa, infatti, pubblicata  dalla rivista Stern e in onda sul canale RTL, circa il 61% dei tedeschi condivide alcune visioni di Sarrazin, mentre il 9% è addirittura completamente d’accordo.

    Secondo un sondaggio Emnid, commissionato dal settimanale tedesco e conservatore della domenica, Bild am Sonntag, Sarrazin ha ricevuto numerosi consensi per le sue teorie. L’indagine ha rivelato che il 18% dei cittadini tedeschi voterebbe per un nuovo partito di destra, se capeggiato da Thilo Sarrazin.

    Dati che preoccupano alcuni esponenti cristiano-democratici (CDU) tedeschi. I quali temono di perdere voti a destra. In sostanza ritengono che il partito abbia abbandonato il concetto di famiglia tradizionale e segua una politica di immigrazione più liberale che in passato. La stessa Angela Merkel non rappresenterebbe il classico modello di leader del partito conservatore.

    Timori non proprio ingiustificati. Visto che alcune frange più estremiste  stanno cercando di trarre beneficio dall’attuale clima politico tedesco. René Stadtkewitz, ad esempio, ex parlamentare cristiano-democratico, sta tentando di diventare il nuovo Geert Wilders. La ricetta è la stessa del biondone olandese: combattere l’immigrazione, soprattutto quella musulmana. Anche il nome del nuovo partito (Libertà) di Stadtkewitz, che nascerà ufficialmente entro la fine di quest’anno, è stato copiato dal “Partito della Libertà” olandese.

    Ciò detto la storia della Germania dimostra che fino ad oggi ogni tentativo di erodere e frazionare il partito democratico-cristiano (CDU) si è risolto con un nulla di fatto. Né i Repubblicani negli anni ’80, né il partito dell’ex senatore di Amburgo, Ronal Schill riuscirono a mettere a rischio in modo permanente la CDU.

    Nemmeno il progetto di Stadtkewitz, costretto a dimettersi da parlamentare della CDU dopo essersi rifiutato di ritirare un invito di Wilders,  sembra minnacciare seriamente il partito di Angela Merkel. Ne è convinto Frank Boesh. Il noto storico e scrittore tedesco sostiene che il potere d’attrazione dei capi popolo, quali Sarrazin e Stadtkewitz, è sopravvalutato. Secondo Boesh, infatti, i sondaggi indicano che la maggioranza dei tedeschi è orientata verso il centro. I partiti neopopulisti che si sono affermati negli ultimi anni in Austria, Danimarca e Olanda nascono da un frazionamento dei movimenti liberal-nazionali. Il che significa, sostiene lo storico, che si fondano su un milieu già esistente. “Quei partiti non sono apparsi dal nulla, bensì sono associazioni e movimenti che sono cresciuti nel corso degli anni”. In Germania le basi organizzative per questo genere di formazioni politiche non esistono. Senza una tale struttura un nuovo partito di destra sarebbe un mero fuoco di paglia.

    Non basta dire populismo xenofobo

    I risultati delle elezioni svedesi sono stati una nuova, ulteriore conferma del “malessere nord europeo” segnalato da Francesco Molica nell’editoriale del giornale di venerdi’ scorso. Che sta mettendo in crisi equilibri politici e comportamenti collettivi ultradecennali in paesi da sempre considerati come la quintessenza della stabilità. Uno scenario di cui l’immigrazione rappresenta se non l’unica causa certamente il detonatore. Perché oggi in Svezia e ieri in Olanda,Danimarca, Austria, Svizzera e nel Belgio fiammingo settori consistenti della popolazione abbandonano i partiti nei quali si erano riconosciuti per anni e votano quelli classificati, con un rozzo e superficiale stereotipo, populisti?

    La verità è che l’immigrazione sta producendo quello che i politologi americani definiscono un political disconnect. Una sconnessione negli interessi reali e nelle percezioni culturali dei gruppi sociali più svantaggiati, e oggi pesantemente puniti dalla crisi, e quelli degli establishment nazionali. Che apre vere e proprie praterie ad imprenditori politici, spesso sconosciuti, ma decisi a farsi largo con tutti i mezzi nelle strette maglie del potere tradizionale. La verità è che nel Dna dell’immigrazione si annida una strutturale contraddizione: tra la spinta all’apertura verso gli immigrati da parte dell’economia e la chiusura ostile dei settori più deboli della società. L’economia li vuole, la società no. L’immigrazione dal punto di vista sociale non è a somma positiva, win-win. Tutti vincitori. Ma a somma zero: c’è un winner ed un looser. Uno vince e l’altro perde. Per questo è inutile continuare a denunciare il rifiuto di tanti nei confronti degli immigrati solo come frutto di manipolazioni xenofobe.

    Nessuna ideologia, neppure la più diabolica, è infatti capace di fare presa sul comportamento collettivo in assenza di fenomeni reali o percepiti dai gruppi sociali svantaggiati come una minaccia. Tanto più in realtà come quelle nordeuropee basate su sistemi spinti di welfare e di relazioni forti di solidarietà interna. Che entrano in crisi se saltano i fondamentali su cui sono nati e cresciuti: le barriere nazionali e la distinzione, tipica delle comunità chiuse, tra i diritti degli insider e quelli degli outsider. Un mondo impaurito dal meccanismo “dentro-fuori” della moderna roulette sociale che senza andare troppo per il sottile, pur di rimanere “dentro”, pensa bene di prendersela con quelli che vengono da “fuori”

    Il malessere dell’Europa del Nord

    L'affermazione in buona parte dell'Europa del Nord di partiti di estrema destra con un profilo marcatamente anti-immigrazione deve far riflettere l'intero continente. Perché le regioni più ricche, tolleranti e civili si piegano sempre più al fascino del populismo? Paradossalmente la causa di tutti i mali risiede proprio nel tanto osannato e spesso invidiato sistema di Welfare nordeuropeo. Una diagnosi, lineare ed efficace, l’ha tracciata Jean-Yves Camus sulle pagine di questo stesso giornale. C’è una tipologia di populismo, sostiene il politologo francese, la cui fortuna elettorale è frutto di un ragionamento semplice. Visto che il nostro paese, o la nostra regione, è ricco proteggiamo questa prosperità e riserviamola a beneficio esclusivo degli autoctoni.
    Così trionfano i Geert Wilders, l’effervescente tribuno olandese che vorrebbe proibire corano e moschee e, a più di tre mesi dalle elezioni generali, sta facendo pagare a caro prezzo l’appoggio del suo Partito delle Libertà al costituendo esecutivo di centrodestra. Proprio come, in un Belgio già dilaniato dalle tensioni tra nord fiammingo e sud francofono, la destra autonomista e identitaria di Bart De Weaver in pochi anni ha spezzato i tradizionali equilibri politici divenendo la formazione più votata del paese. Per non parlare del Partito del Popolo danese, il quale ha messo a disposizione del governo un capitale politico da 25 seggi parlamentari solo in cambio di quella che a tutti gli effetti è la legge più restrittiva d’Europa in materia di immigrazione. L’ultimo exploit neopopulista potrebbe materializzarsi in Svezia. Dove lo Sverigedemokraterna (il partito dei democratici svedesi), trascorsi neonazisti sublimati in un radicalismo tutto teso al verbo dell’anti-immigrazione, potrebbe sedurre alle elezioni generali di domenica 19 settembre tra il 5 e il 7% dell’elettorato nazionale. Il che non solo gli permetterebbe di entrare per la prima volta in parlamento. Ma, addirittura, facendosi strada il rischio di un pareggio tra i due blocchi rivali di centro-destra e centro-sinistra, gli conferirebbe il ruolo di ago della bilancia, ripetendo uno scenario che nei paesi vicini sembra ormai diventato la norma.
    Certamente, geografia a parte, i citati partiti conoscono biografie politiche e piattaforme programmatiche piuttosto eterogenee, quando non conflittuali. Eppure, a guardar bene, ad accomunarli non è solo un’urlata avversione per gli immigrati, e più nello specifico per i musulmani. Ma anche la strenua difesa dei singoli welfare nazionali. Questo binomio di intenti, nel momento in cui le ferite lasciate aperte dalla crisi economica si curano ovunque in Europa sforbiciando la spesa pubblica, comincia a fare breccia, soprattutto in provincia e nelle periferie urbane. Cioè laddove la convivenza con comunità di origini straniere per una molteplicità di fattori, alcuni dei quali fallaci, si fa davvero pesante.

    A scuola il melting pot resta un sogno

    La mixité (eterogeneità) a scuola anziché diminuire può aumentare il problema della segregazione. Questo è, in sintesi, il risultato di una ricerca che ho effettuato in Belgio comparando due strutture scolastiche con modelli organizzativi differenti: la prima con una popolazione multiculturale e l’altra con una concentrazione etnica di ragazze prevalentemente turche e marocchine.
    Il modello delle scuole “miste” ha sicuramente come virtù di favorire una certa emancipazione degli studenti in relazione ai modelli di vita più diffusi nella comunità d’origine. Ma ha anche degli “effetti perversi”. A tal proposito vale la pena di menzionare il fatto che questo modello, da un lato, contribuisce a omologare le scelte scolastiche su stili di comportamento della “classe media” e, dall’altro, può rafforzare i processi di segregazione tra « buoni » e « cattivi » alunni. Relegando in futuro quest’ultimi agli istituti meno prestigiosi.
    Inoltre, nelle scuole miste ho potuto constatare che gli studenti « gerarchizzano » le scelte curriculari e le specializzazioni. Nel senso che quelli degli indirizzi più classici giudicano in maniera molto negativa gli indirizzi tecnico-professionali, scelti per lo più da giovani appartenenti a minoranze etniche o a gruppi sociali svantaggiati. Un atteggiamento che possiamo riscontrare anche nei comportamenti dei professori di queste scuole.
    In aggiunta a questo quadro, i risultati della ricerca ci suggeriscono che in questo tipo di scuole sono proprio gli studenti con le performance più mediocri, appartenenti generalmente ai gruppi socio-culturali meno favoriti, ad essere svantaggiati. Ed in particolare per effetto dell’auto-selezione: il fatto di essere confrontati ai “buoni studenti” può infatti contribuire ad una perdita di motivazione e di fiducia in se stessi. Una situazione che, consciamente o inconsciamente, spinge spesso questi allievi a scegliere successivamente indirizzi e scuole ritenute più « semplici ». Quasi sempre le meno prestigiose.

    Testo raccolto da Corrado Alfano

    Emmanuelle Lenel is a sociologist and assistant at the Facultés universitaires Saint-Louis. After conducting several research studies on education in connection with gender issues, she began working on a doctorate in the area of urban sociology. She recently published 'Réussir au pluriel. Facteurs et logiques de la différenciation sexuée des trajectoires scolaires dans le secondaire', in Une fille = un garçon?, identifier les inégalités de genre à l'école pour mieux les combattre, Gavray, Cl., Adriaenssens, A. (dir.), L'harmattan,

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