3) Un rebus chiamato Belgio

Pascal Delwit, politologo e preside della Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Université Libre de Bruxelles (ULB), in passato è stato  direttore del Centre d'étude de la vie politique (le CEVIPOL) e decano della Solvay Brussels School of Economics & Management. Autore di numerosi scritti sulla vita politica belga ed europea, le sue principali ricerche hanno come tema centrale l’evoluzione dei partiti ed il comportamento elettorale. Grazie alla sua regolare presenza in qualità d’esperto nei media e, soprattutto, in televisione, Pascal Delwit è inoltre uno dei politologi più popolari in Belgio. 1) E’ corretto dire che, oggi, francofoni  e fiamminghi non si intendono più? Cosa è cambiato rispetto al passato? C’è sempre stata la co-esistenza di almeno “due società” in Belgio. Da un punto di vista culturale, economico o politico, la parte francofona e quella fiamminga hanno da sempre rivelato molte differenze conservando però non pochi punti in comune. Anche se in pasato crisi sul tipo di quella odierna hanno già avuto luogo, è in dubbio che oggi si segnala una rilevante novità visto che tra le due aree sembra essere venuto persino la capavità di intendersi. Vivono come i separati in casa. Una condizione nella quale il federalismo ha grandi responsabilità. Visto che i responsabili politici delle due comunità si incontrano sempre meno e ancor meno lo fanno i cittadini. La conoscenza della lingua francese ha registrato nelle Fiandre una vera e propria regressione e quella dell’olandese nello spazio francofono è rimasta a livelli molto bassi. I luoghi di incontro, di dibattito, di scambio sono quindi molto ridotti. Da qui deriva questa incomprensione e questa difficoltà di arrivare ad un compromesso tra i responsabili dei due versanti della frontiera linguistica che non si conoscono bene come succedeva ai leader del passato. 2) Come spiega il fatto che, per la prima volta, dei politici francofoni, come Elio Di Rupo parlino apertamente di una possibile separazione? Strategia politica o seria considerazione di un’evoluzione inesorabile verso il confederalismo o la polverizzazione del regno di Alberto II? In realtà,  Elio di Rupo non ha evocato questa ipotesi ma altri responsabili politici di alto livello si. Sicuramente vi è un messaggio chiaro per gli interlocutori politici olandesi. Ma al di là di questo, di fronte alla crisi istituzionale che i negoziatori francofoni interpretano negativamente, vi è l’affermazione che “brussellesi” e valloni debbano essere in grado di prendere in mano il loro destino in una prospettiva, non tanto di separazione, ma di poteri molto importanti devoluti agli enti federali. 3) I mass media e numerosi  esperti sostengono che, in realtà, sarebbero i politici da una parte e dall’altra della frontiera linguistica a non andare d’accordo e che, invece, la popolazione non avrebbe alcun problema di coesistenza. Lei cosa ne pensa? E’una storia all’acqua di rose. I rappresentanti politici difendono posizioni largamente sostenute dai diversi segmenti dell’opinione pubblica. Non sono certamente i responsabili politici a decidere  gli esiti elettorali! Prendendo ad esempio la scissione della circoscrizione elettorale di Bruxelles-Hal-Vilvorde, in questo territorio non si trovano molti cittadini fiamminghi contrari alla separazione, e tra i francofoni sono ben pochi quelli favorevoli. Il dibattito politico traduce a volte in modo difforme le richieste che provengono dalla società. 4) Pensa che il federalismo abbia potuto accelerare le rivendicazioni di una maggiore autonomia da parte delle regioni, ed in particolare, delle Fiandre? Sì, il federalismo ha rafforzato le rivendicazioni autonomiste. Il federalismo non si è imposto come una forma di cooperazione, piuttosto di confronto. E il modello federale immaginato non è lo stesso nelle Fiandre, a Bruxelles e in Vallonia. 5)  Numerosi politologi credono che le società multiculturali non siano fatte per co-abitare in un unico Stato, a meno che non siano confederazioni ( Cecoslovacchia, ex-Yugoslavia, o casi tuttora esistenti come il Canada). Che cosa ne pensa? Non sembra esserci una regola in materia. La Svizzera ha quattro lingue ufficiali e non vi vedo spinte secessioniste. Gli Stati Uniti d’America sono un modello di società multiculturale e vige un profondo attaccamento alla nazione e allo Stato federato d’appartenenza. In generale il principio stesso di coabitazione non è sempre di facile attuazione in uno Stato, o tra Stati o segmenti di Stato. 6)  Secondo Lei il prossimo governo, una volta costituito, potrà risolvere le principali questioni “sensibili” (BHV, finanziamenti di Bruxelles ecc ecc.)? Si, penso che sia possibile. Diciamo che le posizioni per quanto lontane non sono mai state così vicine tra i negoziatori francofoni e fiamminghi. Se ciascuna delle due parti apprezzasse in giusta misura gli sforzi reciproci per cercare di raggiungere un compromesso e se tutti si rendessero conto come in Belgio la logica “maggioritaria” (noi siamo più numerosi quindi ci tocca di più) non è produttiva, allora penso che si possa risolvere la paralisi politico-istituzionale che perdura oramai da parecchi anni. 7)  In caso di scissione, che ne sarà di Bruxelles? Unita alle Fiandre, ricongiunta alla Vallonia, o diventerebbe una Città-Stato Capitale d’Europa come Washington per gli USA? Quello della scissione è uno scenario difficilmente realizzabile politicamente, economicamente e tecnicamente. Con queste ipotesi, nondimeno, la via più probabile è quella di uno Stato Belga ricondotto a Bruxelles e alla Vallonia, con due regioni forti e un giusto riconoscimento della minoranza fiamminga che vive nella capitale. Il paragone con Washington D.C. mi sembra invece azzardato. Si parla della Capitale di un’entità statale, l’Unione Europea non è uno Stato. Oggi a Bruxelles risiede un milione di abitanti. Siamo dunque ben lontani dalla costruzione di una nuova città in abstracto.


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1) Un rebus chiamato Belgio


 

2) Un rebus chiamato Belgio


2) Un rebus chiamato Belgio

Secondo un’inchiesta condotta nel 2007 dal quotidiano “Het Laatste Nieuws”, il 62,8% dei fiamminghi crede che il Belgio non avrà lunga vita, e il 25,1% di essi è convinto che l’implosione del paese potrà avvenire entro pochi anni. A conferma dell'instabilità politica in cui versa il paese da oltre un decennio e di cui non si vede la fine. Soprattutto perché lo scarto economico tra le due regioni si è nel tempo invertito a spese del sud. In particolare come conseguenza della riconversione economica imposta dalla chiusura delle miniere in Vallonia e da una macchinosa redistribuzione delle competenze istituzionali: federalismo a doppio strato. Il vero pomo della discordia è rappresentato dalla richiesta fiamminga di nuove e più radicali riforme istituzionali che, però, non incontra più il favore dei valloni. Un conflitto che si è trasformato in una vera e propia incomunicabilità tra le leadership delle due comunità del paese. Il Belgio non ha mai avuto una crisi così grave. Basti pensare che gli episodi di razzismo nei confronti dei francofoni residenti nei territori bilingue o a maggioranza fiamminga sono ormai all'ordine del giorno. E’ come se il paese avesse perduto l'ancoraggio ad una idea di identità comune e condivisa.

Una situazione talmente evidente che qualche settimana fa, per la prima volta, cosa mai avvenuta, anche il leader francofono Elio Di Rupo sembra essere entrato nell'ordine idee, ammettendo la reale possibilità della fine della convivenza belga. La stessa elite politica ed intellettuale vallona sta ipotizzando tutti gli scenari possibili e riflettendo, in casus extremis, al cosiddetto “piano B”: la costituzione di uno nuova federazione Bruxelles-Vallonia. Un’ipotesi non scevra di difficoltà sostanziali dato che difficilmente, in caso di effettiva disintegrazione del paese, i fiamminghi rinuncerebbero alla capitale della propria regione, oltre che del Belgio, situata in territorio proprio. Bruxelles è anche la città più ricca e produttiva del regno. Un motivo in più per non mollare facilmente il boccone, pur se popolata al 90% da francofoni.

La conferma più evidente di questo stato di fibrillazione collettiva è arrivata il 13 dicembre 2006. Quando anche i belgi hanno vissuto lo “sbarco dei marziani”, la geniale farsa radiofonica di Orson Welles che nel 1938 creò un panico generalizzato tra gli ascoltatori americani. Da Bruxelles, infatti, l’emittente televisiva nazionale RTBF mandava in onda un documentario-fiction in cui si annunciava che il Parlamento del nord aveva votato la secessione delle Fiandre dal Belgio. L’operazione “BBB” (Bye Bye Belgium), preparata mediaticamente alla perfezione in un anno di lavoro, è stata vissuta come un vero choc nazionale, soprattutto in Vallonia e nei territori bilingue. Mentre il Principe erede al trono fu costretto al rientro da una missione all’estero, i militari si ritiravano nelle caserme, così come prescrive la Costituzione in caso di secessione. Per venti interminabili minuti molti hanno creduto all’originale messa in scena. Essa ha avuto il merito di proiettare nella realtà quotidiana un’ipotesi considerata, fino a pochi tempo fa, un tabù. Oggi, la classe dirigente, gli intellettuali e la gente comune hanno preso coscienza di una realtà del paese spesso e volentieri sottovalutata. Sono cominciati così gli interrogativi:  e se domani succedesse davvero?



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1) Un rebus chiamato Belgio



1) Un rebus chiamato Belgio

“Barst Belgie!”, (Che il Belgio crepi!). Questo slogan del partito ultranazionalista, populista e secessionista “Vlaams Belang” (Interesse fiammingo),  riassume la delicatissima situazione politica in cui versa oggi il paese che, oltre ad ospitare la capitale europea,  è presidente di turno dell’UE. Una situazione perfettamente fotografata dai risultati delle elezioni nazionali dello scorso 13 giugno. Quando l’avversario-amico del Vlaams Belang, ovvero la NVA, altro movimento nazionalista fiammingo, apertamente repubblicano, si è affermato quale prima forza politica delle Fiandre. La vittoria della destra nel nord del paese, è stata controbilanciata da uno schiacciante trionfo elettorale dei socialisti nel sud francofono, in Vallonia. Di qui l’attuale impasse. A oltre 100 giorni dalla tornata elettorale, i belgi sono ancora in attesa di conoscere il nuovo esecutivo. La dinamica di questi eventi si può individuare a partire dal 2007. In questi anni,  infatti, il paese stenta a trovare un equilibrio politico al punto che si susseguono ben quattro diversi esecutivi nazionali. La vera complicazione sta nello scarto atipico rispetto al resto del mondo occidentale: destra e sinistra. Che nel regno di Alberto II, invece, è accompagnato dallo scontro tra blocchi territoriali: fiamminghi e valloni. Due comunità che hanno davvero poco da condividere: non guardano la stessa tv, ascoltano radio diverse, votato partiti opposti, parlano lingue distinte. Un’anomalia che va inquadrata a livello storico. Dal 1861, anno di fondazione del Belgio, 3 comunità (fiamminga, francofona e germanofona) vivono sotto il cielo di una stessa patria. Il tradizionale dominio della lingua francese dentro i confini del paese ha però permesso la nascita e la crescita di un sentimento di frustrazione della prevalente popolazione della Fiandre che per lungo tempo si è vista precluse le vie della responsabilità politica ed istituzionale, ad eccezione della sua elite che utilizzava correntemente la lingua di Rousseau e che aveva partecipato direttamente alla formazione dello Stato. Alla barriera linguistica si aggiungeva quella sociale, tenuto conto della differenza di ricchezza e di sviluppo economico tra il Nord ed il Sud del Regno. Le rivendicazioni fiamminghe si sono via via strutturate fino a reclamare la dissoluzione dello stato unitario in uno federale. La comunità  fiamminga, demograficamente più consistente, ha così cominciato ad insediarsi in quasi tutti i posti chiave della nuova struttura statale al punto che da oltre 36 anni nessun francofono occupa la carica di Premier. Ma la rivalità linguistica, ed un “pizzico” di egoismo economico (una consistente fetta della protezione sociale vallona è di fatto finanziata dalle ricche Fiandre), hanno impedito una seria “riconciliazione” nazionale. Il federalismo, realizzato negli anni 90’ del secolo scorso, non ha così risolto il problema della stabilità, né pacato le rivendicazioni. Al contrario, mettendo mano alla riforma dello Stato è stato aperto un vaso di Pandora che ha sprigionato tutte le reticenze fiamminghe del passato ed alimentato l’appetito verso un più largo potere. In poche parole, il federalismo è oramai percepito al Nord come uno dei più importanti passi compiuti verso la meta finale: l’indipendenza.

La sirena populista non passa in Germania

La Germania si autodistrugge. È questo il titolo del libro di Thilo Sarrazin che da settimane infiamma il dibattito politico tedesco sulla mancata integrazione degli immigrati presenti nel paese. L’autore, che nel frattempo è stato costretto alle dimissioni dal board della Bundesbank, non lesina critiche tanto alla comunità musulmana che a quella ebrea. La tesi di Sarrazin è facilmente riassumibile: sono i musulmani a non volersi integrare, mentre gli ebrei presentano una certa "diversità genetica". Quanto basta per concludere che i flussi migratori vanno bloccati. L’alternativa è l’autodistruzione della Germania.

Ciò che colpisce, però, non sono le tesi di Sarrazin, piuttosto il riscontro positivo che trovano in buona parte dell’opinione pubblica tedesca. Secondo una recente indagine condotta dalla Forsa, infatti, pubblicata  dalla rivista Stern e in onda sul canale RTL, circa il 61% dei tedeschi condivide alcune visioni di Sarrazin, mentre il 9% è addirittura completamente d’accordo.

Secondo un sondaggio Emnid, commissionato dal settimanale tedesco e conservatore della domenica, Bild am Sonntag, Sarrazin ha ricevuto numerosi consensi per le sue teorie. L’indagine ha rivelato che il 18% dei cittadini tedeschi voterebbe per un nuovo partito di destra, se capeggiato da Thilo Sarrazin.

Dati che preoccupano alcuni esponenti cristiano-democratici (CDU) tedeschi. I quali temono di perdere voti a destra. In sostanza ritengono che il partito abbia abbandonato il concetto di famiglia tradizionale e segua una politica di immigrazione più liberale che in passato. La stessa Angela Merkel non rappresenterebbe il classico modello di leader del partito conservatore.

Timori non proprio ingiustificati. Visto che alcune frange più estremiste  stanno cercando di trarre beneficio dall’attuale clima politico tedesco. René Stadtkewitz, ad esempio, ex parlamentare cristiano-democratico, sta tentando di diventare il nuovo Geert Wilders. La ricetta è la stessa del biondone olandese: combattere l’immigrazione, soprattutto quella musulmana. Anche il nome del nuovo partito (Libertà) di Stadtkewitz, che nascerà ufficialmente entro la fine di quest’anno, è stato copiato dal “Partito della Libertà” olandese.

Ciò detto la storia della Germania dimostra che fino ad oggi ogni tentativo di erodere e frazionare il partito democratico-cristiano (CDU) si è risolto con un nulla di fatto. Né i Repubblicani negli anni ’80, né il partito dell’ex senatore di Amburgo, Ronal Schill riuscirono a mettere a rischio in modo permanente la CDU.

Nemmeno il progetto di Stadtkewitz, costretto a dimettersi da parlamentare della CDU dopo essersi rifiutato di ritirare un invito di Wilders,  sembra minnacciare seriamente il partito di Angela Merkel. Ne è convinto Frank Boesh. Il noto storico e scrittore tedesco sostiene che il potere d’attrazione dei capi popolo, quali Sarrazin e Stadtkewitz, è sopravvalutato. Secondo Boesh, infatti, i sondaggi indicano che la maggioranza dei tedeschi è orientata verso il centro. I partiti neopopulisti che si sono affermati negli ultimi anni in Austria, Danimarca e Olanda nascono da un frazionamento dei movimenti liberal-nazionali. Il che significa, sostiene lo storico, che si fondano su un milieu già esistente. “Quei partiti non sono apparsi dal nulla, bensì sono associazioni e movimenti che sono cresciuti nel corso degli anni”. In Germania le basi organizzative per questo genere di formazioni politiche non esistono. Senza una tale struttura un nuovo partito di destra sarebbe un mero fuoco di paglia.

Non basta dire populismo xenofobo

I risultati delle elezioni svedesi sono stati una nuova, ulteriore conferma del “malessere nord europeo” segnalato da Francesco Molica nell’editoriale del giornale di venerdi’ scorso. Che sta mettendo in crisi equilibri politici e comportamenti collettivi ultradecennali in paesi da sempre considerati come la quintessenza della stabilità. Uno scenario di cui l’immigrazione rappresenta se non l’unica causa certamente il detonatore. Perché oggi in Svezia e ieri in Olanda,Danimarca, Austria, Svizzera e nel Belgio fiammingo settori consistenti della popolazione abbandonano i partiti nei quali si erano riconosciuti per anni e votano quelli classificati, con un rozzo e superficiale stereotipo, populisti?

La verità è che l’immigrazione sta producendo quello che i politologi americani definiscono un political disconnect. Una sconnessione negli interessi reali e nelle percezioni culturali dei gruppi sociali più svantaggiati, e oggi pesantemente puniti dalla crisi, e quelli degli establishment nazionali. Che apre vere e proprie praterie ad imprenditori politici, spesso sconosciuti, ma decisi a farsi largo con tutti i mezzi nelle strette maglie del potere tradizionale. La verità è che nel Dna dell’immigrazione si annida una strutturale contraddizione: tra la spinta all’apertura verso gli immigrati da parte dell’economia e la chiusura ostile dei settori più deboli della società. L’economia li vuole, la società no. L’immigrazione dal punto di vista sociale non è a somma positiva, win-win. Tutti vincitori. Ma a somma zero: c’è un winner ed un looser. Uno vince e l’altro perde. Per questo è inutile continuare a denunciare il rifiuto di tanti nei confronti degli immigrati solo come frutto di manipolazioni xenofobe.

Nessuna ideologia, neppure la più diabolica, è infatti capace di fare presa sul comportamento collettivo in assenza di fenomeni reali o percepiti dai gruppi sociali svantaggiati come una minaccia. Tanto più in realtà come quelle nordeuropee basate su sistemi spinti di welfare e di relazioni forti di solidarietà interna. Che entrano in crisi se saltano i fondamentali su cui sono nati e cresciuti: le barriere nazionali e la distinzione, tipica delle comunità chiuse, tra i diritti degli insider e quelli degli outsider. Un mondo impaurito dal meccanismo “dentro-fuori” della moderna roulette sociale che senza andare troppo per il sottile, pur di rimanere “dentro”, pensa bene di prendersela con quelli che vengono da “fuori”

Il malessere dell’Europa del Nord

L'affermazione in buona parte dell'Europa del Nord di partiti di estrema destra con un profilo marcatamente anti-immigrazione deve far riflettere l'intero continente. Perché le regioni più ricche, tolleranti e civili si piegano sempre più al fascino del populismo? Paradossalmente la causa di tutti i mali risiede proprio nel tanto osannato e spesso invidiato sistema di Welfare nordeuropeo. Una diagnosi, lineare ed efficace, l’ha tracciata Jean-Yves Camus sulle pagine di questo stesso giornale. C’è una tipologia di populismo, sostiene il politologo francese, la cui fortuna elettorale è frutto di un ragionamento semplice. Visto che il nostro paese, o la nostra regione, è ricco proteggiamo questa prosperità e riserviamola a beneficio esclusivo degli autoctoni.
Così trionfano i Geert Wilders, l’effervescente tribuno olandese che vorrebbe proibire corano e moschee e, a più di tre mesi dalle elezioni generali, sta facendo pagare a caro prezzo l’appoggio del suo Partito delle Libertà al costituendo esecutivo di centrodestra. Proprio come, in un Belgio già dilaniato dalle tensioni tra nord fiammingo e sud francofono, la destra autonomista e identitaria di Bart De Weaver in pochi anni ha spezzato i tradizionali equilibri politici divenendo la formazione più votata del paese. Per non parlare del Partito del Popolo danese, il quale ha messo a disposizione del governo un capitale politico da 25 seggi parlamentari solo in cambio di quella che a tutti gli effetti è la legge più restrittiva d’Europa in materia di immigrazione. L’ultimo exploit neopopulista potrebbe materializzarsi in Svezia. Dove lo Sverigedemokraterna (il partito dei democratici svedesi), trascorsi neonazisti sublimati in un radicalismo tutto teso al verbo dell’anti-immigrazione, potrebbe sedurre alle elezioni generali di domenica 19 settembre tra il 5 e il 7% dell’elettorato nazionale. Il che non solo gli permetterebbe di entrare per la prima volta in parlamento. Ma, addirittura, facendosi strada il rischio di un pareggio tra i due blocchi rivali di centro-destra e centro-sinistra, gli conferirebbe il ruolo di ago della bilancia, ripetendo uno scenario che nei paesi vicini sembra ormai diventato la norma.
Certamente, geografia a parte, i citati partiti conoscono biografie politiche e piattaforme programmatiche piuttosto eterogenee, quando non conflittuali. Eppure, a guardar bene, ad accomunarli non è solo un’urlata avversione per gli immigrati, e più nello specifico per i musulmani. Ma anche la strenua difesa dei singoli welfare nazionali. Questo binomio di intenti, nel momento in cui le ferite lasciate aperte dalla crisi economica si curano ovunque in Europa sforbiciando la spesa pubblica, comincia a fare breccia, soprattutto in provincia e nelle periferie urbane. Cioè laddove la convivenza con comunità di origini straniere per una molteplicità di fattori, alcuni dei quali fallaci, si fa davvero pesante.

A scuola il melting pot resta un sogno

La mixité (eterogeneità) a scuola anziché diminuire può aumentare il problema della segregazione. Questo è, in sintesi, il risultato di una ricerca che ho effettuato in Belgio comparando due strutture scolastiche con modelli organizzativi differenti: la prima con una popolazione multiculturale e l’altra con una concentrazione etnica di ragazze prevalentemente turche e marocchine.
Il modello delle scuole “miste” ha sicuramente come virtù di favorire una certa emancipazione degli studenti in relazione ai modelli di vita più diffusi nella comunità d’origine. Ma ha anche degli “effetti perversi”. A tal proposito vale la pena di menzionare il fatto che questo modello, da un lato, contribuisce a omologare le scelte scolastiche su stili di comportamento della “classe media” e, dall’altro, può rafforzare i processi di segregazione tra « buoni » e « cattivi » alunni. Relegando in futuro quest’ultimi agli istituti meno prestigiosi.
Inoltre, nelle scuole miste ho potuto constatare che gli studenti « gerarchizzano » le scelte curriculari e le specializzazioni. Nel senso che quelli degli indirizzi più classici giudicano in maniera molto negativa gli indirizzi tecnico-professionali, scelti per lo più da giovani appartenenti a minoranze etniche o a gruppi sociali svantaggiati. Un atteggiamento che possiamo riscontrare anche nei comportamenti dei professori di queste scuole.
In aggiunta a questo quadro, i risultati della ricerca ci suggeriscono che in questo tipo di scuole sono proprio gli studenti con le performance più mediocri, appartenenti generalmente ai gruppi socio-culturali meno favoriti, ad essere svantaggiati. Ed in particolare per effetto dell’auto-selezione: il fatto di essere confrontati ai “buoni studenti” può infatti contribuire ad una perdita di motivazione e di fiducia in se stessi. Una situazione che, consciamente o inconsciamente, spinge spesso questi allievi a scegliere successivamente indirizzi e scuole ritenute più « semplici ». Quasi sempre le meno prestigiose.

Testo raccolto da Corrado Alfano

Emmanuelle Lenel is a sociologist and assistant at the Facultés universitaires Saint-Louis. After conducting several research studies on education in connection with gender issues, she began working on a doctorate in the area of urban sociology. She recently published 'Réussir au pluriel. Facteurs et logiques de la différenciation sexuée des trajectoires scolaires dans le secondaire', in Une fille = un garçon?, identifier les inégalités de genre à l'école pour mieux les combattre, Gavray, Cl., Adriaenssens, A. (dir.), L'harmattan,

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La democrazia non si inculca, si spiega

La recente introduzione in molti stati europei dei test sulla cittadinanza per gli immigrati ha destato non poche polemiche e controversie. Conoscere la Costituzione o esprimere il proprio entusiasmo, spesso in modo mendace, per lo Stato ospitante, è la stessa cosa? Fino a che punto tali prove sono compatibili con i principi liberali che sono alla base della democrazia occidentale?

In sostanza, non è in discussione l’utilità delle prove in quanto tali, bensì le modalità di applicazione delle stesse. Partiamo dal fatto che la patria del liberalismo e di milioni di immigrati, gli Stati Uniti, ha introdotto da molti anni, con un certo successo, i test e il giuramento di fedeltà alla bandiera come prerequisito per l’ottenimento dello status civitatis.

E in Europa?

Clamoroso il caso della Gran Bretagna. Dove i test verificano la capacità dei candidati ad adeguarsi allo stile di vita dei cittadini del Regno. A fare la differenza, ad esempio, è l’attitudine al  queuing: mettersi in fila per entrare negli autobus, al cinema o più semplicemente per prendere un tè.

Mentre in Germania fino a poco tempo fa solo gli immigrati provenienti da uno stato appartenente all’Organizzazione della Conferenza Islamica erano sottoposti a un test orale di lingua tedesca. Per tutti gli altri, invece, era sufficiente rispondere a un questionario a risposta multipla.

Esempi, nient’affatto eccezionali, che dimostrano quanto sia sottile il confine tra rispetto e negazione dei principi liberali nell’elaborazione dei test per gli immigrati. In altre parole, tale strumento è utile per verificare se il nuovo cittadino è consapevole dei diritti e doveri che gli spettano nella società ospitante. Andare oltre, limitando le libertà individuali equivale a introdurre una nuova forma di liberalismo: quello repressivo. In quest’ottica, considerare, ad esempio, il divieto del velo – da non confondere con quello integrale – come un viatico indispensabile per vivere in una democrazia occidentale è quantomeno un paradosso.

Eppure, basterebbe rileggere uno stralcio delle sentenza di una Corte d’Appello statunitense del 1944: “ il patriottismo […] così come l’amore per la democrazia non è un requisito necessario per ottenere la cittadinanza. Ciò che conta è la disponibilità a rispettare le nostre leggi e i principi politici fondamentali della nostra società”(1).

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1) Gordon S. Integrating Immigrants: Morality and Loyalty in US Naturalization Practice in Citizenship Studies, Volume 11, Issue 4 September 2007, page 371

Il reato di clandestinità e il suo doppio

Nell’accesa discussione innescata in Italia dall’introduzione, con il “pacchetto sicurezza” del 2009, del reato di clandestinità giunge ora una sentenza della Corte Costituzionale che chiarisce un aspetto complicato e controverso. Di che si tratta é presto detto.
La Consulta, fermo restando che dovranno essere pubblicate le motivazioni, ha stabilito l’impossibilità di sovrapporre l’aggravante per clandestinità al reato di immigrazione clandestina.
In sostanza, una cosa è il reato di immigrazione clandestina, altro è la trasformazione dello stesso in un aggravante di altri reati.
Numerosi giudici di pace avevano, infatti, sollevato questioni di costituzionalità sia quanto all’introduzione dell’aggravante di clandestinità, sia, soprattutto, in relazione al reato di immigrazione clandestina. I profili di presunta incostituzionalità riguardavano principalmente l’articolo 3 della Costituzione. Sotto il profilo del principio di eguaglianza il reato potrebbe venire contestato a stranieri in situazioni tra loro assai diverse: stranieri entrati illegalmente in territorio italiano e dediti ad attività criminosa, stranieri entrati illegalmente ma successivamente integratisi in maniera onesta, stranieri che, giunti per soggiorni di breve durata, si siano trattenuti oltre la scadenza del loro titolo di soggiorno, magari per motivi contingenti.
Più in particolare, é stata dichiarata incostituzionale l’aggravante di clandestinità introdotta nel codice penale dal “pacchetto sicurezza” del 2008, che prevede l’aumento delle pene di un terzo nel caso di reati compiuti da un immigrato clandestino. Le basi della decisione, secondo fonti ANSA, sarebbero da individuarsi negli articoli 3 e 25 della Costituzione. L’aumento della pena presenterebbe due profili di incostituzionalità. Primo, si giungerebbe a colpire due volte lo stesso soggetto, già toccato dall’apposito reato di clandestinità (introdotto dal “pacchetto sicurezza” del 2009). Secondo, l’aggravante si configurerebbe non in ragione di un “fatto materiale” – presupposto della responsabilità penale – bensì del mero status del soggetto (la presenza illegale in territorio italiano), senza che vi siano elementi oggettivi che possano indicare una maggiore gravità del reato o un’accresciuta pericolosità dell’autore.
Il giudizio della Corte non pare scardinare, quindi, uno degli elementi presentati dal governo come centrali nelle politiche migratorie italiane, appunto il reato di immigrazione clandestina. Permane, come già evidenziato in altre occasioni, un approccio eccessivamente sbilanciato sul versante della repressione dell’immigrazione clandestina e a forte rischio di inefficacia, in quanto affidato ad una macchina giudiziaria già gravata da numerosi compiti e spesso a corto di risorse umane ed economiche.

L’Europa e il fenomeno dei minori non accompagnati

Le decisioni prese dai Ministri degli interni nel Vertice  dello scorso 3 giugno sui  minori stranieri non accompagnati segnano una grande novità ed una vera propria svolta in uno dei più problematici, e sottovalutati, capitoli dell’immigrazione contemporanea. Dopo anni di colpevole indifferenza delle istituzioni europee è stato infatti stabilito che esso non può più essere affidato all’esclusiva competenza dei singoli governi né gestito, caso per caso, sulla base  della sensibilità delle singole amministrazioni nazionali. Le uniche, fin’ora, abilitate a decidere sulle  iniziative e gli strumenti di intervento più adatti in questa materia.  Chi si occupa di immigrazione sa quanto il tema dei minori non accompagnati sia rilevante  in termini etici e sociali. Essi rappresentano una categoria di migranti particolarmente vulnerabile. In maggioranza maschi, di età compresa tra i 15 e i 17 anni, che al termine di viaggi lunghi ed assai pericolosi, riescono ad entrare illegalmente nei paesi del Vecchio Continente. Vengono chiamati non accompagnati proprio perché arrivano senza genitori o altre figure adulte di riferimento. Giunti in Europa,  quando non intercettati dalle forze di polizia o dai servizi sociali, vivono in condizioni di grande marginalità sociale ed esposti al rischio di finire coinvolti in attività criminose o nel giro della  prostituzione.

Il pacchetto di misure varate ha come primo e fondamentale scopo quello di  richiamare gli Stati ad onorare l’impegno n.1 loro imposto nelle Convenzioni internazionali sull’obbligo di tutelare sempre il supremo interesse del minore, in ogni decisione che lo riguardi,  garantendogli il diritto ad una speciale tutela. Obiettivi niente affatto semplici da raggiungere e che richiedono una forte capacità di coordinamento in diversi settori d’attività: lotta all’immigrazione clandestina; innovazione delle politiche di accoglienza; riorganizzazione delle strategie nel settore della cooperazione con i paesi terzi; sottoscrizione di protocolli e di intese con le autorità dei paesi di provenienza per consentirne, con le dovute tutele e garanzie, il rimpatrio.

Come dimostra l’esperienza italiana, che data ormai a più di quindici anni, e che ha visto susseguirsi ondate di arrivi di minori prima dall’Albania e poi, in sequenza, dal Marocco, dalla Romania, dall’Egitto e, negli ultimi tempi, dall’Afganistan. Soprattutto per quanto riguarda i rimpatri non solo difficili da realizzare ma, in genere, avversati da associazioni ed operatori che li ritengono contrari al miglior interesse dei minori in quanto nei paesi di provenienza non è possibile garantire loro la tutela e la protezione necessarie. Per sapere chi sono e perché ci sono i minori stranieri non accompagnati West pubblicherà un’apposita inchiesta che, a partire dalla prossima settimana, farà il punto della questione in Italia ed in Europa.