L’antidoto alla clandestinità è la flessibilità

Come noto, il reato di immigrazione clandestina è stato introdotto in Italia dalla legge 94 del 15 luglio 2009, inserita nel “pacchetto sicurezza”.  A meno di un anno di distanza, non è ancora possibile valutare sulla base di dati certi gli effetti deterrenti della criminalizzazione dell’ingresso illegale sul territorio italiano. Restano, tuttavia, numerose perplessità di fondo. Il reato di immigrazione clandestina esiste anche in altri paesi europei (Francia, Regno Unito, Svizzera, per citarne alcuni), ma solo in Italia si coniuga con l’obbligatorietà dell’azione penale. Così, una volta che un immigrato clandestino sia individuato sul territorio, viene automaticamente messa in moto la macchina giudiziaria, seppur a livello dei giudici di pace, con elevati costi diretti ed indiretti – la sottrazione di risorse umane ed economiche ad altre materie. In altri ordinamenti, invece, i governi possono di volta in volta scegliere le opzioni più efficaci, e ricorrere a misure di carattere amministrativo o, se necessario, penale.

La sanzione prevista per il reato di immigrazione clandestina è pecuniaria – paradossale sarebbe prevedere la detenzione, che otterrebbe l’effetto opposto a quello desiderato, cioè la permanenza dell’immigrato sul suolo italiano, seppur in un istituto di pena –, un’ammenda che va da 5000 a 10000 euro. Ma che effetto deterrente può essa avere, se si considera che gli stranieri, spesso alimentando il circolo perverso dello sfruttamento, spendono le poche risorse economiche a loro disposizione per pagarsi il viaggio sino in Italia? Anche a fronte di chi da tempo si trova sul territorio italiano, magari con un permesso di soggiorno scaduto, la sanzione più pesante è proprio l’allontanamento da esso, non certo l’ammenda. Il risultato finale, quindi, non cambia: l’espulsione, caso raro, visti i costi per lo Stato, oppure, quasi sempre, la consegna all’immigrato di un foglio di via e l’ordine di lasciare il territorio dello Stato entro cinque giorni.

L’introduzione del reato di immigrazione clandestina si pone in continuità con l’impostazione delle politiche migratorie italiane, focalizzate sul controllo e sulla repressione, più che sulla gestione del fenomeno migratorio. Il meccanismo è estremamente rigido e incapace di rispondere efficacemente al mercato. Così la fissazione annuale di quote di ingressi (con i c.d. decreti flussi) è puntualmente smentita dalle ricorrenti regolarizzazioni di massa – l’ultima delle quali riservata a colf e badanti. Le sanatorie finiscono per configurarsi come valvole di sicurezza di un sistema che appare incapace di rispondere alle esigenze tanto dell’economia del Paese, quanto degli immigrati e che, paradossalmente, alimenta l’illegalità che vorrebbe combattere, favorendo il ricorso a manodopera clandestina. Sembra giunto il momento di aprire una riflessione su politiche di gestione attiva e non solo reattiva di medio-lungo periodo per riconfigurare in termini di maggiore efficienza ed equità il rapporto tra mercato e immigrazione. Con canali di ingresso più flessibili e veloci assicurando ai migranti – all’opposto dell’odierna tendenza alla  precarizzazione della loro condizione – un pacchetto definito ma certo di diritti.

Naturalizzazioni, un controparadosso all’italiana

Ci siamo ormai abituati, ma non per questo rassegnati, al clima da stadio che prevale nel dibattito politico italiano in materia di immigrazione. Così periodicamente va in scena la scontro tra chi vuole una società multietnica e chi la rifiuta; chi ha pietà per i clandestini e chi no; chi non tollera il velo e chi lo difende in nome della libertà religiosa e così via.
Nelle ultime settimane il nuovo pomo della discordia è la legge sulla cittadinanza. Inutile dire che le curve sono già schierate: per alcuni la normativa del 1992 è troppo restrittiva, per gli altri ha maglie troppe larghe. Così la realtà dei fatti viene costantemente immolata in nome di un crescente manicheismo .
Intendiamoci, la legge sulla cittadinanza italiana va cambiata perché inadatta a un grande paese di immigrazione qual è l'Italia oggi. Nella fattispecie, il principio dello jus sanguinis che ispira la normativa in vigore deve essere temperato con quello dello jus soli. In linea con la maggior parte dei paesi europei. Basti pensare che persino la Germania, la cui legislazione è stata storicamente ispirata a un rigido rispetto dello jus sanguinis, si è mossa in questa direzione già dieci anni fa.
Questo, però, non autorizza a buttare via il bambino con l'acqua sporca. Molti opinionisti, infatti, criticando la normativa in vigore, vanno oltre, lasciando intendere quanto sia difficile, se non impossibile, ottenere la cittadinanza italiana pur essendo in possesso di tutti i requisiti di legge. Eppure i dati ufficiali dimostrano il contrario. Nel 2008, ad esempio, le autorità italiane hanno respinto poco più dell'1% delle 56.985 domande di naturalizzazione. Un dato ancor più sorprendente se paragonato a quello degli Stati Uniti, in cui teoricamente è più facile ottenere lo status civitatis. Nello stesso anno, infatti, il governo americano ha respinto più del 10% delle domande. Tra l'altro, vale la pena di rilevare che il 2008 è stato un anno particolarmente fortunato per i richiedenti cittadinanza americana. Il clima della campagna elettorale presidenziale, infatti, ha consentito un'udienza maggiore alle richieste di naturalizzazione sostenute dalle associazioni di immigrati.
In conclusione, questi dati non costituiscono certo una soluzione alle molteplici sfide poste dal fenomeno migratorio in Italia. Essi, però, offrono una nitida fotografia della realtà, a prescindere da qualsiasi retorica.







2008 ITALIA
Presenze straniere: 4 mln
Domande naturalizzazione: 56.985
Concesse: 39.484
Respinte: 739
%: 1,3
USA
Presenze straniere: 38 mln
Domande naturalizzazione: 1.167.000
Concesse: 1.046.539
Respinte: 121.000
%: 10,3