Neopopulismo: il caso Olanda

Dopo le grida di preoccupato allarme per il successo elettorale del partito di Geert Wilders, sulla situazione politica olandese è sceso un colpevole silenzio. Un disinteresse tanto più colpevole se si tiene conto che l’incertezza e l’instabilità politica è quanto mai inusuale per un paese dalle nobili tradizioni democratiche. Quello olandese, dunque, è un problema al quale l’intera Europa deve prestare attenzione.

Perché in Olanda, a quasi tre mesi dalle ultime elezioni politiche, la formazione di un nuovo governo è sempre più un rebus?  La verità è che la tornata elettorale dello scorso giugno ha prodotto soltanto frammentazioni e incertezze nell’instabile scenario politico olandese. La débacle dei due grandi partiti, quello democristiano (21 seggi) e quello laburista (30 seggi); la vittoria stentata del partito liberale (31 seggi) che deve fare i conti con il Partito della Libertà (PVV) di  Geert Wilders (passato da 9 a 24 seggi), non solo ha reso quasi impossibile la nascita di un nuovo esecutivo, ma ha anche posto una questione più generale.

Fin dai tempi di Weimar, infatti, le democrazie occidentali si interrogano su come relazionarsi con le formazioni politiche extra-parlamentari. Escluderle dal gioco democratico o favorire una loro inclusione? E, quest’ultima opzione non può tradursi in un cavallo di Troia degli estremisti?

Insomma  Amsterdam è come Weimar? E’ questo l’enigma che ancora oggi rallenta la formazione del nuovo esecutivo olandese. A noi non sembra così. Per almeno due ragioni.

La prima, sappiamo che la storia dei partiti neo-populisti europei negli ultimi due decenni ha seguito percorsi diametralmente opposti a quello registrato nella Repubblica tedesca tra le due guerre mondiali.

Come ha affermato il politologo francese Jean-Yves Camus in un’intervista al nostro giornale, le formazioni cosiddette populiste, dopo gli straordinari successi elettorali degli esordi, si sono sistematicamente trovate a un bivio: moderarsi per entrare in Parlamento e nel governo o continuare sulla strada dell’estremismo. Che però si è sempre rivelata senza sbocco.

In questo senso, se il PVV, com’è probabile, fornirà un appoggio esterno al nuovo esecutivo olandese, è possibile sostenere che nel breve periodo Geert Wilders non rinuncerà alle sue sortite anti-immigrati e anti-Islam. Tant’è che ha già annunciato di voler partecipare alle celebrazioni dell’11 settembre a New York per manifestare contro il progetto che prevede la costruzione di una moschea nei pressi di Ground Zero. Sul lungo periodo, però, Wilders dovrà scegliere se limare gli atteggiamenti più estremisti per trasformare il PVV in un partito di governo o continuare a fare il capo popolo. In quest’ultimo caso i successi degli ultimi anni potrebbero trasformarsi in un fuoco di paglia. Fermo restando che in politica nulla è immutabile e, dunque, conviene sempre stare allerta. Evitando la tentazione del tacchino induttivista.

Senza dimenticare, ed è questa la seconda ragione, che i grandi partiti e, più in generale l’establishment olandese, per sopravvivere devono fare i conti con le sfide e le problematiche poste dal biondone capo-popolo. Non solo in tema di immigrazione, ma anche per quanto riguarda le politiche di welfare. Lasciare il monopolio di questioni così delicate alle forze anti-sistema non sembra consigliabile.

1) Rom – Chi sono?

Il problema dei Rom e, più in generale, delle popolazioni nomadi europee, è un complicato miscuglio di stigmatizzazione razziale e di stili di vita socialmente rifiutati. Se non si parte da qui, non si finisce da nessuna parte.
Chi sono, da dove vengono, e, ancora, perché la storia di questi popoli è costellata di pogrom e persecuzioni?
A questi e altri interrogativi il nostro giornale tenterà di rispondere con un’inchiesta che, a partire da oggi, proverà a gettar luce su una collettività che in molti faticano ad accettare.
Ideologie a parte, esiste una «questione nomadi»? Certamente si. Lo dimostra, ad esempio, il fatto che in tutta Europa non esiste un censimento ufficiale. Così come incerti e cangianti sono gli appellativi ad essi riferiti: Rom, Manouches, gens de voyage, zingari, gitani, vagabondi etc.
Si tratta di un popolo, piuttosto eterogeneo al suo interno, che affonda le proprie radici nella parte nord orientale dell’India. Dalla quale, fin dal 1300, grazie a una protezione-salvacondotto universale del Papa e dell’Imperatore, iniziarono a migrare verso l’Europa dell’est. Anche se una parte di essi era presente negli stati balcanici fin dall’anno mille. Da dove, nel corso dei secoli, si sono progressivamente spostati verso l’Europa occidentale: Italia e Spagna in particolare.
Giunti in Europa, gli zigani (dal greco intoccabili) si sono divisi in tre grandi gruppi a seconda dello stato di stanziamento: Roms, Manouches e Gitani. Ma il termine «Rom» (dal romani, l’originaria lingua indiana, «Uomo») viene genericamente utilizzato in riferimento a tutte le popolazioni itineranti a partire dalla Conferenza di Londra del 1971. In quell’anno, infatti, un gruppo di intellettuali di origine nomade, residente nell’Europa dell’Est, fondò un movimento politico e decise di adottare proprio tale termine per indicare la variegata galassia dei gruppi gitani. Fermo restando che, a conferma della loro eterogeneità, molti nomadi non hanno preso parte alla conferenza e, ad esempio, rifiutano di essere definiti rom.
Insomma è chiaro che, a dispetto dei luoghi comuni, i rom non hanno nulla a che fare con i rumeni.
Dopo la storia, i numeri. Ma quanti sono?
Secondo le stime del Consiglio d’Europa il vecchio continente ospiterebbe tra i 10 e i 12 milioni di gitani. In gran parte nei paesi dell’Est. Romania in testa con quasi 2 mln di presenze. Nella parte occidentale, invece, è la Spagna a ospitarne il maggior numero (725.000). Seguita da Francia (400.000), Regno Unito (300.000) e Italia (140.000).
Rimane da capire perché, a distanza di secoli dai primi insediamenti, non esista in Europa un censimento ufficiale. A dispetto della vulgata comune, non è affatto il nomadismo la causa principale. Come, infatti, ha più volte rilevato lo storico francese Henriette Asséo, l’80% degli Zigani europei ha abbandonato il nomadismo fin dal 1500. In questo senso è possibile sostenere che le vere cause siano due: il loro stile di vita e, in molti paesi, il loro status di cittadini di serie B. Parliamo infatti di individui che, pur essendo stanziati da molti anni nello stesso stato, nella stessa città e perfino nello stesso quartiere, hanno preferito mantenere usi e costumi del nomadismo. I quali spesso non coincidono con quelli del paese in cui risiedono. Come dire, sono diventati sedentari, ma non hanno rinunciato alle loro tradizioni.
Sulla seconda causa ci soffermeremo nelle prossime puntate.

I cervelli stranieri che l’Italia non ama

Nella partita per attirare i migliori talenti internazionali, l'Italia conquista un nuovo triste primato: quello del brain waste. In altri termini, quei pochi "cervelli" stranieri che decidono di studiare nel nostro paese sono a dir poco sottoutilizzati.  Il caso degli studenti non italiani iscritti presso gli atenei statali di Roma nell’anno accademico 2009-2010 è quanto mai emblematico. Pur essendo ben 9.037, un dato non certo trascurabile, sono di fatto vittime dell'inefficienza del sistema universitario italiano. Che ha ostacolato l'ottimizzazione delle risorse umane disponibili fino al punto di impiegare ragazzi altamente specializzati in settori e in ambiti professionali non qualificati. Questo fenomeno in letteratura è definito brain waste, locuzione che sta proprio ad indicare l’uso improduttivo nel paese di destinazione del capitale umano emigrato dal paese di origine.

Le ragioni di tale "spreco" sono da ricercare principalmete nella necessità per i nuovi arrivati di studiare e lavorare allo stesso tempo. Per ottenere un permesso di soggiorno per motivi di studio, infatti, un cittadino straniero è soggetto – oltre che ad un iter amministrativo lungo e vincolato alla presenza di quote disponibili - a determinati requisiti di autosufficienza economica e di alloggio.  Pertanto, lo studente che non potrà godere del sostegno finanziario familiare si troverà costretto a lavorare, trascurando gli studi. Nella migliore delle ipotesi il soggetto interessato troverà un’occupazione non qualificata, cambierà quindi il permesso di soggiorno per studio con uno per lavoratore subordinato e continuerà contemporaneamente ad andare all'università, diventando così uno studente lavoratore. Altrimenti, il ragazzo abbandonerà gli studi per un lavoro in regola. In tal caso, ma si tratta di una vera e propria eccezione, lo status di “lavoratore studente” darebbe diritto ad una serie di facilitazioni, come ad esempio 150 ore di permessi retribuiti da utilizzare in tre anni per frequentare corsi o sostenere esami. Ma quanti in verità riescono in questa impresa impossibile?

Le difficoltà quotidiane affrontate dallo studente straniero sono poi aggravate dalle aspettative disattese nel fase post laurea. Molti arrivano in Italia, infatti, con la speranza di avere maggiori opportunità di lavoro grazie ad un attestato accademico riconosciuto a livello europeo. Chi però riesce concretamente a laurearsi (e sono solo i più tenaci) si rende conto di quanto sia complicato trovare un'occupazione nel nostro paese. Quindi molti decidono di tornare in patria e spendere lì le competenze acquisite. Quelli che invece restano in Italia sono costretti ad essere impiegati in attività in nero, mal retribuite e poco attinenti col titolo di studio conseguito.

Un ultimo scenario del periodo post laurea, e che riguarda come ben sappiamo anche gli studenti italiani, riguarda quei giovani, tra i più brillanti ed eccellenti, che dopo aver studiato in Italia non ritornano in madrepatria, ma si trasferiscono in un altro stato dove saranno effettivamente inseriti in lavori altamente specializzati e qualificati, contribuendo ad arricchire il capitale umano, sociale e tecnologico di una nazione che non ha speso un euro per formarli.

Col burqa la società francese cambia volto

Per troppi anni la Francia, grazie alla fictio del modello di integrazione assimilazionista, ha sistematicamente dissimulato le problematiche sociali derivanti dalla crescente presenza di immigrati.

La volontà politica di non voler sapere nulla sulle appartenenze religiose, sulle origini etniche e razziali dei cittadini, in virtù dei principi repubblicani di uguaglianza e universalismo, ha contribuito così ad occultare un fenomeno che nella realtà quotidiana diventava sempre più difficile da nascondere. Si tratta, insomma, di quella che il maestro Demetrios Papademetriou ha definito la "politica dello struzzo".

La svolta, quantomeno formale, è avvenuta sotto la presidenza di Jacques Chirac e del suo successore Nicolas Sarkozy. Nel 2003, infatti, la Commissione Stasi - incaricata di indagare il grado di applicazione del principio della laicità nella società francese - realizzò un rapporto a dir poco rivoluzionario. Per la prima volta nella storia repubblicana si affermava pubblicamente la presenza di "gravi discriminazioni" nei confronti dei cittadini di origine straniera. Allo stesso tempo, la Commissione propose un disegno di legge - poi approvato - che vietava nelle scuole pubbliche "i segni che manifestano un'appartenenza religiosa o politica", come ad esempio il velo. A distanza di pochi anni, per certi aspetti, la storia si ripete. Lo scorso giugno, infatti, il Presidente Sarkozy aveva nominato una Commissione di studio sulle conseguenze sociali derivanti dall'utilizzo del velo integrale, niqab o burqa, sul territorio nazionale. Il rapporto finale, pubblicato oggi, propone un disegno di legge che ne vieti l'utilizzo nei luoghi pubblici, in quanto "offende i valori nazionali".

Parallelamente si raccomanda di introdurre vie alternative per l'integrazione in relazione alle esigenze delle diverse comunità allogene presenti nel paese. Come, ad esempio, la creazione di centri per lo studio dell'Islam oppure l'introduzione di feste religiose come l'Aid-El-Kebir o lo Yom Kippur. Insomma, la Commissione nominata da Sarkozy, proprio come quella del 2003, ha il merito di avere affrontato vis à vis i problemi esistenti, mettendo definitivamente in discussione il modello di integrazione repubblicano. Il punto, però, è un altro. E non riguarda certo soltanto la Francia. Come si fa a garantire i diritti previsti dalle democrazie liberali in una società multietnica? E' possibile immolare le libertà fondamentali sull'altare della laicità o della pubblica sicurezza? Difficile rispondere.

Tant'è che nel rapporto di oggi la Commissione francese ribadisce che "non esiste unanimità sul divieto assoluto del velo integrale negli spazi pubblici". Si tratterebbe, infatti, di una grave violazione della libertà di opinione. Censurabile non solo dalla Corte costituzionale d'Oltralpe, ma persino dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo.

3) L’immigrazione delle donne

Nel complesso, le differenze tra i gruppi nazionali confermano che l’investimento dei giovani immigrati nei percorsi di alta qualificazione proviene in misura maggiore dalla componente femminile. E in particolare da quelle giovani che figurano come ‘protagoniste’ del progetto migratorio, con evidenti intenzioni di emancipazione, nonché investite dalle aspettative di riuscita sociale da parte delle famiglie. Rimangono in secondo piano, rispetto a  questo percorso, le ragazze ‘non protagoniste’ appartenenti ad alcuni gruppi nazionali, tra i quali può essere diffusa una marcata disuguaglianza tra i ruoli di genere, associata a una visione femminile subalterna.

Certamente, uno dei compiti della ricerca sociale è analizzare più a fondo cause e conseguenze di questa connotazione di genere delle scelte scolastiche. Innanzitutto le cittadinanze individuate come a maggior rischio di gender gap nell’accesso dei figli all’istruzione superiore (Egitto, Bosnia, Sri-Lanka, India, Pakistan, Bosnia- Erzegovina, Serbia-Montenegro, Camerun) sono anche quelle la cui partecipazione scolastica è quantitativamente inferiore ai tassi medi registrati dalle altre cittadinanze e presenta effetti di ritardo e di abbandono più consistenti, come fa notare lo studio di Strozza (2008: 718) sui dati del censimento 2001 (1). Ne risulta un rapporto biunivoco tra genere e cittadinanza: da un lato, lo scarso investimento sull’istruzione manifestato da alcuni gruppi nazionali ‘pesa’ maggiormente sulle chance di vita delle ragazze che non su quelle dei ragazzi; dall’altro, l’esclusione (o la limitata partecipazione) delle ragazze nella qualificazione formativa genera – direttamente e indirettamente - effetti di marginalizzazione per l’intero gruppo nazionale. Ad un livello più qualitativo si potrebbero conoscere meglio le ragioni culturali che frenano l’accesso all’istruzione da parte delle ragazze: se è vero che i Paesi con più forte gender gap sembrano accomunati da una matrice religiosa mussulmana, sarebbe tuttavia riduttivo ritenere la fede religiosa la causa principale  dell’esclusione, come già argomentato altrove (Colombo M., 2003b) sulla base di studi e approfondimenti proprio tra le popolazioni di fede mussulmana, ad esempio in Francia (Hassini, 1997), in Gran Bretagna (Haw, 1998), in Spagna (Masana, 2004), dove si registrano comunque elevati tassi di scolarizzazione di queste componenti di immigrati (2).

Pertanto occorre evitare la tentazione di utilizzare un fattore strutturale (come la religione), per spiegare la variabilità di un altro fattore strutturale (come il sesso) nell’accesso alla formazione, bensì avanzare nella conoscenza delle specifiche differenze con un’attenzione sempre vigile alle interpretazioni soggettive e alle evoluzioni culturali, scatenate proprio dall’emigrazione. Se è vero che i fattori strutturali si combinano generando disuguaglianze, è altrettanto vero che i fattori soggettivi entrano in gioco quando le differenze possono essere usate quali risorse per l’identità. Come si esprime E. Colombo, riprendendo un’idea di Yuval-Davis: «il carattere polisemico, intrinsecamente ambivalente, della differenza invita a non guardare una signola manifestazione di differenza, ma all’interconnessione che essa assume con le altre. Ogni differenza, ad esempio quella etnica, rimanda a un insieme di differenze, ad esempio di classe, genere, età, istruzione, ecc., che contribuiscono a collocare entro contesti specifici e a veicolare significati specifici» (Colombo, Semi, 2007: 27).







(1) In questo studio sono comprese, tra le provenienze con valori negativi di partecipazione ed esiti scolastici, anche Cina e Marocco, con la caratteristica di presentare un significativo miglioramento dei valori nelle rispettive seconde generazioni (i nati in Italia); pertanto, considerato il decennio 2001-2011 come epoca di forte mutamento, c’è ragione di ritenere che l’allargamento della base sociale di questi figli di immigrati porterà i loro collettivi a posizioni più avanzate sull’asse dell’integrazione scolastica.

(2) Anche lo studio quanti-qualitativo, svolto nelle scuole superiori dall’Osservatorio provinciale sull’immigrazione e Fondazione Ismu in provincia di Mantova (la provincia italiana a più elevata incidenza di popolazione scolastica immigrata e di cittadini di fede islamica africani e asiatici) ha registrato un elevato numero di ragazze africane convinte del ruolo fondamentale dell’istruzione per “riuscire nella vita” (Menonna, 2007: 169).

L’Ue è un rifugio solo per pochi

E' un dato ormai acclarato, per quanto taciuto, che l'opinione pubblica occidentale ha una percezione sovradimensionata dell'immigrazione.

Eppure, basterebbe ricordare che negli ultimi cinquant'anni il numero dei migranti internazionali è rimasto costante intorno al 3% della popolazione mondiale. Questa visione distorta della realtà rende difficile la gestione di un fenomeno di per sé complesso. Prevale, così, una certa confusione persino nella terminologia. Immigrati regolari, irregolari, clandestini, richiedenti asilo, sembrano indistintamente ascrivibili alla medesima categoria. In materia di immigrazione, invece, i distinguo sono essenziali.

Chi sono, ad esempio, i richiedenti asilo? E, soprattutto, i paesi europei ne ospitano davvero un numero così elevato? Si tratta di individui costretti a lasciare il proprio paese per ragioni politiche ed umanitarie e per i quali il diritto internazionale prevede tre differenti gradi di protezione: - status di rifugiato. Ai sensi dell'art.1 della Convenzione di Ginevra del 1951 viene riconosciuto a qualsiasi cittadino che si trovi fuori dal suo paese di origine e che non voglia farvi ritorno perchè teme di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza ad un determinato gruppo sociale. Lo stesso vale per gli apolidi che si trovino nelle medesime codizioni. - status di protezione sussidiaria. Viene accordato al richiedente che, seppur privo dei requisiti neccessari per essere riconosciuto come rifugiato, si trovi fuori dal paese di origine e non possa ritornarvi perchè teme danni gravi e ingiustificati quali: la tortura, la condanna a morte e la minaccia grave contro la propria vita derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato. - permesso di soggiorno per ragioni umanitarie. Lo Stato ospitante può concederlo al soggetto straniero privo dei requisiti necessari per ottenere la protezione internazionale. Come accade, ad esempio, per i minori non accompagnati.

A fronte di così ampie garanzie si potrebbe pensare a una vera e propria invasione di richiedenti asilo sul territorio occidentale. Scorrendo i dati, invece, le sorprese non mancano. Secondo Eurostat, infatti, nel 2010 i 27 paesi dell'Ue su un totale di 280.000 domande ne hanno accolte appena 76.000. Esattamente l'opposto di quanto i luoghi comuni lasciano intendere

Su Schengen ricordatevi di Sagunto

Mentre su Schengen aumentano veti, ripicche e malumori, le istituzioni di Bruxelles traccheggiano senza prendere decisioni. Una situazione al limite della paralisi emblematicamente confermata dall’inconcludente esito del vertice di ieri tra i ministri degli interni e della giustizia dei 27. Aperto e chiuso, nel giro di poche ore, con un nulla di fatto. Dum Romae consolitur, Saguntum expugnatur. Un’ammonimento della storia passata che assume oggi i contorni di una concreta, minacciosa profezia per il cammino, ogni giorno più incerto, dell’Unione Europea. Che rischia di sommare un default di leadership politica a quelli dell’economia, di Grecia e Portogallo in primis. Criticare e chiedere di modificare un sistema di regole nato più di vent’anni fa, ed in vigore da oltre quindici, in sé e per sé non è  un delitto di lesa maestà. Innanzitutto perché è un diritto legittimo e riconosciuto delle singole amministrazioni nazionali. Ma soprattutto perché una materia tanto delicata quanto scottante come quella delle regole dei controlli alle frontiere e della libera circolazione delle persone ha bisogno come il pane di essere costantemente, sistematicamente aggiornata. E’ giusto migliorare ma non tornare in dietro. Sta qui  il nodo della questione. Di fronte ad un’opinione pubblica disorientata ed impaurita, ed a governi che pur di recuperare qualche punto percentuale nel consenso degli elettori chiedono ad oras e con le più disparate motivazioni di modificare Schengen, evocando rischi e minacce “esterni” , l’Europa comunitaria non può fare spallucce e guardare da un’altra parte. Nella speranza che la nottata prima o poi passi. Da qui il rischio di default politico prima menzionato. Incapace di risolvere l’insostenibile ambiguità costituzionale nella quale da tempo vivono l’Unione ed i suoi membri.  I governi nazionali , infatti, non hanno più i pieni poteri e la libertà di decidere come nel passato. Ma il passaggio ad una organizzazione federale delle attuali Istituzioni non è prevista dall’agenda dei lavori e neppure, cosa forse più grave,  nel programma di qualche illuminato che, come i Padri Fondatori, abbia il coraggio di guardare se non all’orizzonte almeno avanti.

2) Giovani stranieri, nuovi cittadini

Analizzando le scelte formative dei giovani che provengono dall’immigrazione, non pare, come abbiamo visto nella prima puntata, il caso di parlare di gender gap. Con molta probabilità, lo slancio motivazionale con cui i figli degli immigrati stanno affrontando la sfida formativa neutralizza, per così dire, le distinzioni intra-famigliari e intra-culturali, anche laddove fossero particolarmente rimarcate. La situazione è più diversificata, invece, se entriamo nel dettaglio delle cittadinanze di provenienza.

In particolare, osservando i dati della Regione Lombardia (dove si concentra il 24% degli alunni stranieri in Italia), si nota, innanzitutto che la percentuale di femmine complessiva (47%) è al di sotto della media nazionale, valore che è ridotto dal peso numerico di alcune collettività presenti sul territorio lombardo.  La tab. 1 mostra per la Lombardia tassi di femminilizzazione variabili tra le prime 10 cittadinanze.

Tab. 1 – Primi 10 paesi di cittadinanza (solo Pfpm) degli alunni stranieri iscritti nei diversi gradi dell’istruzione  - Lombardia - v.a. e % femmine



Fonte: ns. Elaborazione su dati Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia - a.a. 2007/08

In effetti, la scelta di far studiare i figli indipendentemente dal genere è diffusa maggiormente nelle famiglie marocchine, albanesi, romene, ecuadoriane e cinesi, fra le quali si osserva una percentuale di femmine iscritte a scuola in linea con le femmine residenti. Sono invece le nazionalità indiana, egiziana, pakistana a presentare uno squilibrio tra gli iscritti a scuola a favore dei maschi. Si aggiungano infine altre nazionalità (che vedono gruppi di alunni meno numerosi) nelle quali spicca l’elevato tasso di mascolinità: Tunisia, Serbia-Montenegro, Senegal, Sri-Lanka, Bangladesh, Bosnia-Erzegovina, Camerun.
Passando a considerare i percorsi scolastici post-obbligatori nelle prime 10 cittadinanze (Tab. 2), la presenza femminile in alcune di esse è maggiormente visibile rispetto al dato precedente.

Tab. 2 – Primi 10 paesi di cittadinanza (solo Pfpm) degli alunni stranieri iscritti nella scuola secondaria di II grado - Lombardia - v.a. e % femmine



Oltre alla diversa posizione nella graduatoria, Albania, Romania, Ecuador, Cina e Filippine nella scuola secondaria di II grado vedono aumentare il tasso di femminilizzazione dei rispettivi studenti (di uno-due punti percentuali) rispetto al dato complessivo, mentre il Marocco e l’Egitto scendono di due punti percentuali ciascuno (segno che una parte di adolescenti di queste cittadinanze non viene iscritta a un percorso di studi secondari); l’India passa dal 41% al 46% di ragazze iscritte, dato positivo che però evidenzia ancora una disparità nell’accesso femminile agli studi, infine il Pakistan – che non rientra nelle prime 10 cittadinanze nella scuola superiore di II grado – esercita una chiusura evidente nei confronti delle ragazze, facendo registrare un abbassamento del tasso di presenza femminile dal 39,1% complessivo al 30,5% delle scuole secondarie di II grado .
Anche nei percorsi universitari si può verificare l’esistenza di ostacoli e ‘favoritismi’ di genere entro le diverse nazionalità. Distinguendo per continenti di provenienza, i tassi di femminilizzazione degli iscritti universitari sono a favore delle donne tra i paesi dell’Unione Europea (65,8%), negli altri paesi d’Europa (63,8%) e nel continente latino-americano (65,6%). Tra chi proviene da Paesi in Africa e in Asia, la quota dei maschi iscritti a un percorso di laurea supera quella delle femmine (Africa: 44,6%; Asia: 46,4%). Con maggior grado di dettaglio, la Tab. 3 presenta i tassi di femminilizzazione degli universitari nelle prime 10 collettività con cittadinanza straniera, distinguendo tra percorsi di laurea e post-lauream.

Tab. 3 – Primi 10 paesi di cittadinanza (solo Pfpm) degli iscritti all’università in Italia - corsi di laurea e post-lauream - v.a. e % femmine


Fonte: ns. Elaborazione su dati Miur, Ufficio statistica rilevazione studenti stranieri a.a. 2007/08

L’investimento nei percorsi di istruzione superiore è dunque più consistente tra gli immigrati che provengono da Paesi europei, sia appartenenti all’Unione (Grecia, Polonia, Romania) che esterni (Albania, Croazia, Serbia-Montenegro), paesi che esprimono una forte domanda di qualificazione femminile. Nella graduatoria delle prime 10 nazionalità, è significativa la presenza di studenti cinesi, sia nei percorsi di laurea che in quelli post-lauream, tra i quali le appartenenze di genere sono equilibrate. Tra i paesi che mostrano un gender gap rilevante troviamo infine Camerun e India, gli unici ad entrare nella graduatoria dei più rappresentativi in Italia fra quelli che mostrano meno propensione a far studiare le ragazze .

I matrimoni misti in Francia: lucciole o lanterne?

Continua a fare discutere in Francia il dibattito sull'identità nazionale lanciato il 2 novembre scorso dal Ministro dell'Immigrazione Eric Besson. Con il passare dei giorni il dibattito anziché sull'identità si sta incentrando quasi esclusivamente sul tema dell'immigrazione, ed in particolare su quella musulmana. Un revirement tanto inatteso quanto pericoloso testimoniato da ultimo dall'ennesimo,ciclico ritorno sul pericolo dei finti matrimoni misti. Il Ministro Besson, infatti, ha annunciato la necessità di combattere quella che viene definita una vera e propria piaga sociale: l'uso fraudolento che ne fanno molti immigrati per riuscire ad ottenere la cittadinanza. Un tema che, per altro, aveva rappresentato uno leitmotiv della campagna presidenziale di Nicolas Sarkozy.

Ma il problema esiste e in che dimensioni? E, soprattutto, risponde a verità l'affermazione secondo cui essendo la normativa in vigore poco efficace è urgente rimettervi mano con l'introduzione di leggi più severe e stringenti? Secondo la denuncia-allarme di Besson "i matrimoni misti costituiscono l'80% del totale di quelli annullati" Un'affermazione alla quale sarebbe stato opportuno, non foss'altro per consentire a qualche interessato di farsi un'idea di come stanno veramente le cose, aggiungere qualche numero. Come ad esempio quelli relativi al 2004 quando a fronte di 745 annullamenti, di cui 395 per fraudolenta convenienza, i matrimoni misti celebrati sono stati ben 88.123. S dunque è vero che gli negli annullamenti matrimoniali quelli misti pesano per l'80%, è anche vero che essi costituiscono niente più che una goccia nel mare delle unioni tra coppie di diversa nazionalità. Stesso discorso per quanto riguarda la pretesa inefficacia delle norme in vigore contro i finti matrimoni di convenienza.

Semplicemente perché non è vero quello che, a ruota delle parole di Besson, hanno ripetuto molti parlamentari della maggioranza secondo cui gli immigrati riescono a conservare la cittadinanza francese anche in caso di annullamento del matrimonio. Infatti le norme in vigore , introdotte nel 2003 e nel 2006, sono al riguardo non rigide ma rigidissime.

Al punto da prevedere, in caso di comprovato matrimonio di interesse, fino a cinque anni di prigione, 15.000 euro di multa e la revoca della cittadinanza. Inoltre, acquisire lo status civitatis via matrimonio non è così semplice come qualcuno vuole lasciare ad intendere. Un immigrato irregolare che sposa un cittadino francese ottiene un permesso di soggiorno di lungo periodo solo dopo tre anni di matrimonio. E, solo dopo un ulteriore "periodo di prova" di quattro o cinque anni ottiene la cittadinanza. Per i regolari, invece, ne occorrono quattro per diventare cittadino a pieno titolo.

1) Perché la scuola è il termometro dell’integrazione

La letteratura sottolinea come, sia per i ragazzi che per le ragazze appartenenti a minoranze culturali, l’investimento sulla formazione rappresenti non solo una risorsa strategica di mobilità e di emancipazione personale rispetto al destino prefigurato dal livello sociale dei propri genitori, ma anche, più in generale, un riscatto dall’esperienza stessa della discriminazione e della marginalizzazione.

Il primo indicatore utile per verificare l’influenza delle appartenenze di genere di fronte alle opportunità educative è il tasso di partecipazione dei giovani stranieri di entrambi i sessi nei diversi gradi di istruzione nel nostro Paese. L’ipotesi sotto cui si possono analizzare i dati è quella del gender gap, ossia della asimmetria o disparità di accesso (attainement) e di livello di successo scolastico (achievement) a favore degli uomini, fenomeno ancora ampiamente diffuso in molti Paesi in via di sviluppo (Véron, 1999). La diversa fruizione, da parte dei giovani di entrambi i sessi, delle opportunità educative reca con sé non solo un problema di ‘accoglienza’ (apertura-chiusura del sistema delle chances) ma anche la possibile disuguaglianza misurata sul lungo termine (stratificazione degli effetti).

La rilevazione annuale del Miur segnala che in Italia nel 2005/06 la percentuale di femmine tra gli alunni stranieri era in linea con la loro presenza sul territorio (47%), segno che indica nel complesso l’assenza di una discriminante di genere nella scelta delle famiglie straniere di mandare i figli a scuola, anche in età infantile. Inoltre, col crescere dei gradi scolastici, le femmine straniere sono via via più presenti: se nella scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I grado le femmine rappresentano rispettivamente il 46,5%, 46,5%, 45% degli alunni stranieri (valori lievemente inferiori ai tassi di femminilizzazione calcolati sulla popolazione scolastica totale, 48,2%), nella secondaria di II grado i rapporti si invertono, le femmine superano la presenza maschile e si posizionano al di sopra del tasso di femminilizzazione degli iscritti in totale, tanto nelle istituzioni statali (50,4%) che in quelle non statali (53,4%) (Mpi, 2006: 25). Anche nelle università (dove la presenza straniera aumenta di circa 5000 unità all’anno), le femmine di nazionalità non italiana rappresentano il 59,5% degli iscritti stranieri, un valore assai significativo sia tra gli immatricolati (tra i quali il 60% è femmina) sia tra i laureati (tra i quali il 63,4% è femmina) (dati Miur-Ufficio di statistica, a.a. 2007/08). Guardando complessivamente le scelte dei giovani che provengono dall’immigrazione, non pare pertanto il caso di parlare di gender gap; con molta probabilità, lo slancio motivazionale con cui i figli degli immigrati stanno affrontando la sfida formativa neutralizza, per così dire, le distinzioni intra-famigliari e intra-culturali, anche laddove fossero particolarmente rimarcate.

La situazione è più diversificata, invece, se entriamo nel dettaglio delle cittadinanze di provenienza. Su questo ci soffermeremo nella prossima puntata.