1) Tunisia, un anno dopo

Tutto comincia un anno fa. L'ennesimo sopruso della polizia, il solito disinteresse delle istituzioni, un paese – la Tunisia – governato da più di vent'anni dalla stessa persona, il presidente Ben Alì, che aveva istituito un regime corrotto e brutale. Per Mohammed Bouazizi è troppo; il giovane venditore ambulante si dà fuoco davanti al palazzo del governatore della sua città, Sidi Bouzid. È il 17 dicembre 2010: la primavera araba inizia così.

A un anno di distanza, le rivolte nei paesi arabi e nord-africani non sono ancora terminate; in Tunisia, invece, le proteste e gli scontri durano poco più di un mese, fino a quando – il 14 gennaio di quest'anno – Ben Alì lascia il paese per rifugiarsi in Arabia Saudita.

“All'inizio si percepiva molta paura, tensione, sui volti e nelle azioni della gente – ci racconta Sélim Harbi, giovane fotoreporter freelance che con i suoi scatti ha raccontato la rivoluzione in Tunisia. La dittatura di Ben Alì era da tempo in crisi, ma il controllo sui mezzi di comunicazione e il potere della polizia erano ancora molto forti. Però, a un certo momento, era chiaro a tutti che si era giunti a un 'punto di non ritorno': l'unica soluzione era quella di continuare a lottare fino a che Ben Alì non avesse lasciato il potere”.

Da sette anni, Sélim vive a Berlino, dove sta concludendo i suoi studi di cinema e fotografia. Ma a gennaio si precipita nella capitale tunisina, per riprendere con il suo obiettivo l'agonia del regime.

“Sono partito forse con l'ultimo volo disponibile per Tunisi, prima che chiudessero l'aeroporto; sono arrivato pochi giorni prima che Ben Alì fuggisse in Arabia Saudita, e sono rimasto circa una settimana”.

Deve essere stato particolare per te vivere quei momenti, allo stesso tempo documentarli.

“Naturalmente, il mio cuore e la mia testa erano tutti dalla parte delle proteste; ma avevo bisogno di una certa 'distanza', che mi permettesse – appunto – non solo di vivere l'evento ma anche di raccontarlo. Diciamo che ho cercato di mantenere tutti i miei sensi all'erta, per cogliere qualsiasi indizio, qualsiasi movimento... e stare attento alla polizia. All'inizio non è stato facile tirare fuori la mia macchina fotografica e scattare, poi tutto è diventato molto intuitivo e naturale”.

Vista dall'interno, come è stata la rivoluzione tunisina? Esisteva una specie di direzione dall'alto?

“Quello che ti posso dire è che in Tunisia la rivoluzione è stato un movimento spontaneo, non-politico e indipendente, fatto da gente che non ce la faceva veramente più: abbiamo avuto 23 anni di un regime corrotto, oppressivo, dittatoriale, che ci ha ridotto in povertà... e abbiamo detto basta”.

Come si racconta una rivoluzione?

“Intanto, credo che abbiamo avuto la dimostrazione che il giornalismo classico è finito: il flusso di informazioni viaggiava su internet o sui cellulari, e la stampa ufficiale arrivava sempre in ritardo. Da parte mia, ho avuto bisogno di tre cose: una batteria sempre carica, contatti sul territorio che mi tenevano continuamente aggiornato e la consapevolezza di dover raccontare entrambe i punti di vista. Per esempio, quando c'erano degli scontri, ho cercato di descriverli sia dalla parte della polizia (e allora indossavo il mio pass stampa), sia da quella dei dimostranti”.

Cosa ha rappresentato per te questo reportage?

“È stato una vera terapia per gli occhi; per decenni in Tunisia si vedeva un'unica immagine, quella di Ben Alì. La dittatura uccide i sogni, uccide l'immaginario. Ora ci siamo riappropriati della nostra libertà di sognare, di creare immagini...”.

Il rifugiato al servizio del rifugiato

Si chiama Nautilus. E' un progetto di successo che punta a favorire l'integrazione socio-lavorativa dei richidenti asilo in Italia.. Per saperne di più West ha contattato il Prof. Mario Morcellini, preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione e direttore del Dipartimento Ricerca Sociale dell’Università “La Sapienza” di Roma che ha condotto nell'ambito di questa iniziativa una dettagliata ricerca sui “profili migratori” in Italia.

1. Può spiegarci che cos'è  Nautilus? Quali sono i principali obiettivi?

Il progetto ha lo scopo di migliorare l’efficienza del sistema nazionale di asilo, tramite la realizzazione di 12 sportelli di contatto dislocati su tutto il territorio nazionale dedicati all'orientamento e all'informazione dei servizi disponibili per i richiedenti di protezione internazionale.
Attraverso un approccio integrato e sistemico si è scelto di mettere in contatto agenzie formali e informali, servizi nazionali e locali: un'azione progettata al fine di promuovere l’integrazione dei servizi offerti e di creare un collegamento tra i Centri di accoglienza per i richiedenti asilo, la rete SPRAR (Servizio Centrale del Sistema di Protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e tutte le realtà e i soggetti del territorio interessati dal fenomeno.

Un'altra importante attività promossa dal progetto, svolta dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza, ha permesso, attraverso la realizzazione di un questionario strutturato, la raccolta di numerose informazioni sui richiedenti e sui titolari di protezione internazionale per realizzare una banca dati in grado di offrire ai beneficiari sostegno e accompagnamento verso i servizi del territorio adeguati alle loro specifiche esigenze.

Un'attività di ricerca che, osservando anche gli interessi e le aspettative dei protagonisti del progetto, ha cercato di individuare "i profili migratori" dei richiedenti di protezione internazionale come indicato dalla Commissione Europea e che ha permesso di costruire una base conoscitiva indispensabile per un'efficace politica di integrazione. Sono stati raccolti, inoltre, anche informazioni su altri aspetti fondamentali della vita degli intervistati: il rapporto con la salute e l’offerta sanitaria, le condizioni abitative, le principali difficoltà incontrate all'arrivo in Italia, l’efficienza delle reti di relazione e di supporto.

E' stato indispensabile realizzare due momenti di formazione per gli operatori e i mediatori culturali su molteplici argomenti: dalla presentazione del progetto, all'approfondimento sulla normativa italiana in materia di asilo e sul funzionamento locale del mercato del lavoro.

Il Progetto Nautilus dall'accoglienza all'integrazione è finanziato dal Fondo Europeo per i Rifugiati e dal Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione del Ministero dell’Interno ed è promosso da Connecting People, soggetto capofila, in partnership con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza, il Consorzio Mestieri e l’AICCRE.

2. Quali sono stati i risultati più rilevanti di questa iniziativa?

Sicuramente il principale risultato del Progetto Nautilus dall'accoglienza all'integrazione è la realizzazione di 12 sportelli di contatto dislocati su tutto il territorio nazionale - da Gradisca d'Isonzo sino a Trapani - nei quali circa trenta operatori formati appositamente per l'orientamento e l'informazione accolgono i titolari di protezione internazionale, i richiedenti asilo e i rifugiati. E' importante sottolineare che circa la metà degli operatori sono rifugiati.

Il Dipartimento - che da anni è impegnato nell'analisi della rappresentazione del fenomeno migratorio nei media di informazione - ha organizzato e realizzato un tavolo di lavoro dal titolo "L’immagine dei richiedenti di protezione internazionale nei media di informazione italiani". E' stata l'occasione per stimolare il confronto tra i rappresentanti del mondo del giornalismo, le associazioni e gli enti che si occupano a vario titolo dei richiedenti di protezione internazionale, docenti ed esperti con l’obiettivo di individuare proposte operative di intervento e di collaborazione sul rapporto tra i media di informazione e l’immigrazione. L'iniziativa, che ha suscitato l'interesse di diverse realtà del territorio romano, ha permesso di raccogliere da un lato problematiche e criticità del giornalismo nella descrizione del fenomeno e, dall'altra, le esigenze e le perplessità di chi, lavorando operativamente su un fenomeno e una realtà importante e attuale come quella dell'accoglienza e dell'integrazione dei richiedenti e dei titolari di protezione internazionale chiede un'attenzione maggiore per una adeguata informazione.

3. Quali sono le novità del nuovo progetto Nautilus2?

Il Progetto Nautilus 2 intende anzitutto approfondire e valorizzare il lavoro svolto nel progetto precedente, proprio per rafforzare le politiche di accoglienza e renderle quanto più in linea con le esigenze emerse dai beneficiari di protezione internazionale. Il gruppo di lavoro coordinato da Connecting People è composto dagli stessi soggetti di Nautilus1 con il contributo del consorzio Interpreti Traduttori Consorziati.
Anche quest'anno si provvederà alla somministrazione dei questionari nei diversi sportelli di contatto per approfondire il lavoro di raccolta e di analisi delle informazioni sui richiedenti e titolari di protezione internazionale. Oltre ad un aggiornamento dello strumento sulla base delle evidenze empiriche emerse dalla rilevazione dello scorso anno, ci sarà un maggiore investimento sulla formazione, la cui organizzazione sarà a cura del mio Dipartimento, con lezioni frontali, seminari e workshop in materia di asilo e di educazione alla cittadinanza rivolti agli operatori di sportello e a coloro che saranno coinvolti negli uffici di contatto. Sarà indispensabile, infine, realizzare un tavolo di lavoro sulla comunicazione, terreno sul quale c'è ancora da lavorare.

L’Austria modifica la legge sulla cittadinanza

La disciplina legislativa austriaca sulla cittadinanza, basata sulla legge federale (Staatsbürgerschaftsgesetz) del 1985, è stata di recente emendata dal Parlamento con una norma entrata in vigore lo scorso gennaio. All'interno della quale si segnalano quattro modifiche principali: - Viene innalzato il livello minimo di reddito e nei tre anni precedenti la data di inoltro della domanda di naturalizzazione occorre dimostrare di non aver ricevuto alcuna assistenza previdenziale da parte dello stato ospitante. - In caso di frode, ovvero qualora le autorità rilevino delle irregolarità nelle procedure di concessione della cittadinanza, il candidato può essere soggetto a un'ammenda fino a 5.000 euro e tre anni di prigione. - I soggetti stranieri che hanno frequentato un ciclo di studi secondari che include come materie l'educazione civica e la storia sono esenti dal test sulla cittadinanza introdotto nel 2006. - Prima di diventare nuovi cittadini non basterà giurare solennemente fedeltà alla Repubblica, ma anche ai valori della società e della democrazia europea.

A distanza di pochi anni dall'ultima riforma (2005) il legislatore ha deciso di intervenire nuovamente su questa materia. A dimostrazione di come le sfide poste dalla crescente comunità straniera abbiano conquistato i primi posti dell'agenda politica del paese. Secondo gli ultimi dati ufficiali, infatti, nella Repubblica Federale d'Austria il rapporto tra autoctoni e immigrati è di 8 a 1. Cifre rilevanti al punto che se si prendono in considerazione anche gli immigrati naturalizzati la percentuale di abitanti di origine straniera è addirittura superiore a quella degli Stati Uniti.

L'Austria è, dunque, uno dei principali paesi di immigrazione europei. Eppure, proprio come la vicina Germania, sembra voler continuare a rifiutare tale status. Tant'è vero che solo alla fine del XX secolo e all'inizio del XXI i governi austriaci hanno iniziato a prenderne coscienza, senza per questo modificare in modo sostanziale le modalità di concessione dello status civitatis. Oggi, infatti, le norme in vigore si basano, proprio come in passato, su una concezione rigida ed estrema dello jus sanguinis. Con procedure ancora molto complesse e tempi molto lunghi: "The alien has lawfully resided in the federal territory for un interrupted periodo of at least ten years, including at least five years as a settled resident"(art.10 comma 1).

Non sorprende allora che l'intensa attività legislativa degli ultimi anni si sia limitata a irrigidire i principi guida della normativa in vigore, introducendo molteplici balzelli amministrativi. Insomma, l'Austria, proprio come la vicina Germania, sembra restia ad autodefinirsi un paese di immigrazione. Con la sostanziale differenza che Berlino con la riforma del 1999 ha voltato pagina, mentre Vienna continua a leggere quella antica.

2) C’era una volta il lavoratore ospite

Fra gli immigrati turchi della prima generazione, arrivati in Germania negli anni '60 come gastarbeiter (lavoratori ospiti), c'era anche il padre della signora Yildiz. Nata in un paesino vicino Smirne 56 anni fa, dopo aver passato i primi anni in Turchia, insieme alla madre ha raggiunto il padre a Berlino all' inizio degli anni '70.

“A quel tempo, semplicemente non esisteva una politica d'integrazione, almeno a Berlino – ci racconta. Ricordo che in classe ero l'unica turca; c'erano due alunne jugoslave e una italiana, ma loro parlavano già un po' di tedesco, al contrario di me che partivo completamente da zero. Ero molto infelice allora, non avevo praticamente amici fra i compagni di classe, e volevo solo tornare a casa in Turchia”.

Con tempo e fatica, però, la signora Yildiz ha concluso le scuole dell'obbligo, per poi proseguire i suoi studi come insegnante di asilo nido, fino ad aprire il primo “Kita” bilingue tedesco-turco di Berlino, alla fine degli anni '80.

“Ora sono molto contenta di vivere qua, non tornerei mai a Smirne. Al contrario dei miei figli, che dopo aver studiato qui, vorrebbero trasferirsi in Turchia per iniziare la loro carriera lì. Qui c'è troppa competizione, i giovani sono tutti molto qualificati, e trovare un buon lavoro sarebbe più facile in Turchia”.

Ma si sente più tedesca o più turca?

“Mi sento europea, ma il mio cuore rimane turco. Quello che mi piace in Germania è la sicurezza e l'organizzazione, anche se è stato complicato entrare nella mentalità tedesca. Negli anni '70, quella turca era una comunità completamente separata dai tedeschi, non c'era nessun tipo di contatto. Ora è cambiato”.

Ed è cambiato anche il tipo di emigrazione dalla Turchia alla Germania.

“Prima si veniva qua come 'lavoratori ospiti', quindi nessuno pensava di rimanere, anche se poi per molti è andata così. Adesso, i giovani turchi vengono qua per studiare e condurre una vita migliore che in patria”.

Qual è la difficoltà più grande che ha dovuto affrontare?

“Certamente, il fatto di essere considerata 'diversa', 'particolare'. A Berlino il discorso non vale, è una città talmente internazionale che nessuno fa caso a come ti vesti; ma nelle località più piccole della Germania, dove vivono alcuni miei parenti, le donne con il velo, per esempio, erano considerate 'strane'. Oltretutto, noi emigrati abbiamo mantenuto maggiormente le tradizioni, quasi per il timore di smarrire la nostra identità culturale; al giorno d'oggi, comunque, c'è molta meno distanza fra turchi e tedeschi. Tempo fa ho assistito a una scena veramente surreale: dei giovani della NDP (il partito di estrema destra, Ndr) che dopo una manifestazione sono andati a mangiare un kebab”.

Così poca distanza che un marito tedesco andrebbe bene per sua figlia?

“Abbiamo già parenti tedeschi nella nostra famiglia – risponde la signora Yildiz ridendo. Quindi accetteremmo volentieri un genero tedesco”.

Meindert Fennema: “La novità Wilders”

Con la pubblicazione di “The Sorcerer’s Apprentice” Meindert Fennema ha conquistato la ribalta mediatica come biografo del tanto discusso leader del Partito della Libertà olandese Geert Wilders. Direttore dell’Istituto di ricerca sull’immigrazione dell’Università di Amsterdam e storico esponente dei Verdi olandesi, il Professor Fennema offre ai nostri lettori un’interpretazione precisa e soprattutto fuori dagli schemi del fenomeno Wilders e più in generale del controverso rapporto tra welfare e immigrazione nel vecchio continente.

 

1) Nel suo bestseller “The Sorcerer’s Apprentice” lei ha criticato l’establishment politico olandese per aver sottovalutato i problemi reali posti dal partito di Geert Wilders. In particolare ha segnalato che tanto l’integrazione degli immigrati, quanto la sostenibilità del sistema di welfare rappresenta un problema per buona parte degli stati europei. Com’è possibile, allora, conciliare Welfare e immigrazione nel prossimo futuro?

 

Si tratta di un problema a dir poco complesso. Se non altro perché è evidente che il sistema di welfare deve necessariamente fare riferimento a una comunità economica, morale e politica ben definita, con rigide e severe regole che stabiliscono chi ne fa parte e chi no. In un sistema, invece, come quello attuale che prevede meno controlli alle frontiere, è indispensabile che anche il welfare venga ridisegnato in modo diverso da come l’abbiamo conosciuto. In altre parole deve essere più flessibile.

2) Il Welfare rappresenta ancora un tema attorno al quale s’organizza la dicotomia politica destra-sinistra? Se non è così, quali sono oggi i temi su cui si contrappongono gli schieramenti politici?

Il punto è che la sinistra non si è mai preoccupata di prestare attenzione al rapporto intricato e complesso tra welfare e immigrazione.

3) Se è vero che l’immigrazione rappresenta un vero e proprio problema per il welfare europeo, quali sono le soluzioni proposti da Geert Wilders?

 

Bloccare i flussi migratori, qui ed ora!

4) Lei pensa che si possa tracciare un paragone tra l’attuale crisi delle tradizionali formazioni europee e quella che si registrò negli ’20 e ’30 del secolo scorso?

 

Certamente sì. Ma non è nè utile né costruttivo farlo.

 

5) Tornando a Wilders, come vede il prosieguo della sua carriera politica? La parlamentarizzazione in atto del suo partito rischia di creare problemi al PVV o viceversa rappresenta un’occasione per innovare il sistema politico olandese?

 

Si tratta di una domanda viziata da pregiudizi: la carriera di Geert Wilders si è sempre svolta nel solco delle istituzioni parlamentari nel rispetto delle regole democratiche. Semmai sono stati i suoi avversari a prediligere le attività extra-parlamentari, fino a giungere all’uso della violenza, come dimostra l’omicidio di Theo Van Gogh.

 

Per un pugno di voti

Dire no, in via preventiva ed assoluta, alla possibilità che i figli degli immigrati, nati in Italia, possano diventare nostri concittadini di diritto e non solo di fatto, è come volere fermare l’acqua pendente. Un niet faticoso, costoso e, soprattutto, inutile. Tanto più se pronunciato dai più tenaci e testardi paladini della riforma costituzionale che, da pochi anni, ha introdotto l’accesso automatico alla cittadinanza del Bel Paese per i lontani discendenti della vecchia emigrazione italiana all’estero. Che da noi non hanno mai pagato le tasse, non hanno fatto il servizio militare quando era obbligatorio e, nella stragrande maggioranza dei casi, non parlano più neppure la nostra lingua. Condizioni opposte a quelle dei piccoli delle famiglie immigrate che, con quelli italiani, condividono i banchi di scuola, tifano per la stessa squadra, parlano, molti a fatica, lo stesso idioma e, soprattutto, vivranno qui il loro futuro. Un rifiuto che fa a pugni con la storia e che il tempo, dunque, si incaricherà di giustiziare. Ma poiché nella vita di un paese non è indifferente se una riforma si fa prima o dopo, anche nel caso in questione più che alzare la voce è fondamentale riuscire a decifrare argomenti ed obbiettivi di una chiusura all’apparenza puramente e semplicemente irragionevole. Come testimoniano le argomentazioni, per molti aspetti illuminanti, usate dall’on. Bricolo, capo gruppo dei deputati della Lega, per motivare il no del suo partito: si comincia con il diritto di cittadinanza ai figli degli immigrati ma il vero obbiettivo è quello del voto loro ai genitori. Non usa le parole brutali della xenofobia razzista d’antan. Ma allude. Evocando scenari tanto futuribili quanto minacciosi. Sta qui la novità del messaggio. Sapendo bene l’”inspendibilità” politica, anche tra i più oltranzisti militanti della sua parte, di una pura e semplice negazione etnica alla parità di diritti,  usa, invece,  una retorica argomentativa tipica del neopopulismo contemporaneo. Che consiste nell’uso subliminale della paura legata all’ingombrante fantasma dell’immigrazione per catturare il consenso “irrazionale” dei settori economicamente e culturalmente meno protetti della popolazione. Uno spazio sociale che gli amici degli immigrati non possono, però, continuare a snobbare e lasciare in mano ai loro avversari.

1) Gastarbeiter bye bye

Cinquant’anni fa nasceva in Germania la politica dei gastarbeiter che ha influenzato le politiche migratorie europee fino ai giorni nostri. L’immigrato arriva e se ne va. Non diventa cittadino, ma rimane pure e semplice manodopera temporanea. Si trasferisce da solo, senza famiglia nel paese ospitante perché tanto dopo pochi anni ritorna in madrepatria. Peccato che a distanza di mezzo secolo la storia ha del tutto smentito questa teoria. Era l'inizio di novembre del 1961, infatti, quando il governo tedesco dell'ovest – dopo aver sottoscritto dei patti simili con Italia e Grecia – aprì le sue frontiere anche agli immigrati turchi. Che nonostante fossero considerati “lavoratori ospiti” hanno messo le radici Oltrereno e la stragrande maggioranza ha acquisito lo status civitatis.

La recente visita del Primo Ministro turco Erdogan a Berlino proprio per celebrare l’accordo del 1961 è stata l’occasione per riaprire le polemiche, in realtà mai sedate, sull’integrazione degli immigrati provenienti dall’ex impero Ottomano in Germania.

Erdogan ha puntato il dito contro il sistema educativo tedesco (“il turco dovrebbe essere insegnato nelle scuole elementari, come madrelingua per gli immigrati”) e contro le politiche in tema di immigrazione, criticando la prevista introduzione di test linguistici per le donne che vogliono effettuare il ricongiungimento familiare con i mariti in Germania (“quale lingua parla l'amore?”) e la mancata possibilità di ottenere la doppia cittadinanza.

Da parte sua, la Merkel ha preferito glissare, limitandosi a ribadire che è la cancelliera anche di tutti i turchi di Germania. A rispondere, invece, è stato il ministro dell'interno Friedrich: l'esponente dell'esecutivo cristiano-liberale ha escluso qualsiasi ipotesi di doppia cittadinanza, e ha ribadito l'assoluta priorità dell'insegnamento del tedesco, chiave per l'affermazione in qualsiasi campo della vita.

La storia di questi 50 anni di immigrazione turca è ben raccontata dal libro Auf Zeit. Für immer (“Per poco tempo. Per sempre”), edito dalla Bundeszentrale für politische Bildung; le due curatrici, Jeannette Goddar e Dorte Huneke, hanno intervistato quattordici migranti – soprattutto di prima generazione – riportando i ricordi, i sogni e le speranze di persone che sono arrivate in Germania in giovane età, e che sono a rimasti a viverci per decenni.

Uomini e donne che hanno vissuto in una sorta di “limbo” identitario: dai tedeschi venivano chiamati Gastarbeiter, “lavoratori ospiti”. Nello stesso periodo, la parola turca Gurbet (“terra lontana, straniera”) venne cominciata a usare come sinonimo per Germania. Nella loro patria, i turchi di Germania diventarono così Gurbeçti, “gli appartenenti a una terra straniera”.

“Se a quel tempo qualcuno mi avesse domandato, 'ti senti turco o tedesco?', avrei risposto senza esitazione: 'mi sento turco!'”, racconta Mesut Ergün, un attivista di sinistra che decise di emigrare in Germania nel '69, in seguito all'escalation delle violenze politiche nel suo paese. Nel 2007, insieme alla moglie Ingrid, è tornato sul Bosforo per aprire un albergo. “In ogni caso – continua – i rapporti con i tedeschi non sono più come se fossi straniero: ho una compagna tedesca, a Francoforte mi sono ben integrato, avevo amici e clienti tedeschi”.

D'altra parte, la Repubblica Federale non rappresentò solo la meta dei Gastarbeiter, ma anche di tutti coloro che in Turchia non potevano vivere in libertà: attivisti politici, curdi, o i membri della comunità greca. È il caso di Eva e Sokrates Saroglu, scappati da Istanbul negli anni '60: “La nostra città non esiste più, siamo stati lontano troppo tempo”, dice Sokrates, ricordando il primo viaggio in Turchia da Berlino, nel 1992. “´Quello che è certo, è che in Germania non siamo più ospiti”.

Anche noi di West siamo andati a parlare con uno dei migranti della prima generazione: una signora turca, arrivata a Berlino Ovest nei primi anni '70 quando era una bambina, che ci racconterà la sua storia nei prossimi numeri.

2) Test di cittadinanza – Ines Michalowski

L’inchiesta di West sui test di cittadinanza in vigore a livello europeo si conclude con questa seconda parte dell’intervista a Ines Michalowski. Con il suo intervento, la ricercatrice del Social Science Research Center Berlin, offre ai nostri lettori maggiore chiarezza su un tema complesso e dibattutto.

Qual è la sua opinione sui test di cittadinanza? E, soprattutto, quali sono gli stati europei in cui hanno avuto maggior successo?

La risposta dipende molto da cosa si intende per “successo”. Se con questo intendiamo che ad ottenere la cittadinanza siano  soltanto gli immigrati realmente interessati e meritevoli, si può dire che (anche se il numero di naturalizzazioni diminuisce a causa delle prove), i test sono davvero utili perché permettono di selezione come nuovi cittadini per così dire  i “più adeguati”.

Per altri, invece, si può parlare di successo solo quando si registra un’elevata percentuale di idonei al test e parallelamente un tasso piuttosto stabile di naturalizzazioni, perché questo significa che le prove non ostacolano la possibilità di ottenere lo status civitatis.

Inoltre, secondo alcuni il successo dipende dalla capacità dei test di misurare la preparazione e soprattutto, la qualità dei futuri cittadini. Il che significa ad esempio misurare se chi ottiene la cittadinanza sia, ad esempio, più predisposto ad essere politicamente attivo visto che grazie alle prove conosce meglio il sistema politico del paese ospitante.

Purtroppo la verità è che è difficile condurre un’analisi comparata tra chi ha superato i test e chi no. In sintesi, è impossibile rispondere alla domanda iniziale.

 

È possibile sostenere che i test di cittadinanza siano un mezzo illiberale per raggiungere un fine liberale?

Come ha più volte sostenuto Christian Joppke una democrazia liberale può introdurre i test senza per questo violare i principi fondamentali che la caratterizzano.

Chi critica questo strumento sottolinea spesso che si tratta di una procedura obbligatoria per chiunque voglia ottenere la cittadinanza, rendendo ben più complicata la procedura per ottenere lo status civitatis e imponendo ai richiedenti l’obbligo di studiare argomenti ai quali non sono interessati. Infine, secondo i più scettici si tratterebbe di una vera e propria forma di assimilazionismo culturale.

Andiamo per ordine. Se è vero che a volte i test complicano realmente la possibilità di ottenere la cittadinanza, è altrettanto vero che non si tratta certo di una regola generale. Per fare un esempio, i dati sul test di cittadinanza introdotto nel settembre del 2008 in Germania dimostrano che in media più del 90% dei candidati lo supera. Anche se una percentuale così alta può far pensare che a provare i test siano solo coloro che si sentono sicuri di superarlo, uno sguardo ai dati aggregati sui tassi di naturalizzazione dimostra che sono diminuiti nell’anno in cui il test è stato introdotto per aumentare nuovamente negli anni successivi. Come dire che le prove possono scoraggiare gli interessati a chiedere la cittadinanza, ma si tratta di un fenomeno tutt’altro che permanente.

A questo occorre aggiungere che è vero che i test obbligano a studiare materia che possono non interessare, ma questo vale, ad esempio, anche per le prove delle patente.

Infine, per quanto riguarda l’accusa che i test sono una forma di assimilazionismo culturale, bisogna dire che si tratta di un argomento piuttosto dibattuto, ma se guardiamo ai test in vigore in cinque stati (Germania, Olanda, Austria, Gran Bretagna, USA) ci accorgiamo che fatta eccezione per l’Olanda che prevede quesiti relative a norme sociali (l'istruzione dei figli, la religione etc), negli altri casi è evidente che non vengono trattati temi sensibili che potrebbero essere associabili a forma di assimilazionismo culturale.

 

Com’è possibile sottoporre il medesimo test a persone che presentano non poche diversità: giovani, anziani, soggetti con diversi livelli di istruzione, persone diversamente abili?

Molti paesi prevedono eccezioni proprio per soggetti con disabilità o per gli anziani.

Per quanto riguarda, invece, il livello di istruzione è vero che i test non prevedono particolari eccezioni per chi ha un basso livello se non bassissimo di istruzione. Nel caso della Germania, però, le autorità hanno tenuto a precisare che i test sono stati formulati per essere superati per chi ha un livello di preparazione equivalente a quello di un bambino di 9 anni. Questo implica che un cittadino medio tedesco sia in grado di superare il test. Anche se è altrettanto vero che molti cittadini non sarebbero in grado di superare le prove perché non hanno mai studiato quelle nozioni o più semplicemnte le hanno dimenticate. Cosa che vale sia per gli autoctoni che per i naturalizzati.

Ciò detto, come ribadito in precedenza, il carattere selettivo dei test di cittadinanza non può essere negato.

I test di cittadinanza prevedono soltanto domande relative al contesto nazionale o fanno riferimento anche alle istituzioni europee?

Principalmente si focalizzano su aspetti pertamente nazionali, ma spesso, seppur in modalità diverse, fanno anche riferimento alla storia dell’UE se non addirittura a quella degli altri stai membri.




Vedi anche:



1) Test di cittadinanza – Ines Michalowski




1) Test di cittadinanza – Ines Michalowski

La recente introduzione in molti stati europei dei test sulla cittadinanza per gli immigrati ha destato non poche polemiche e controversie. Di cosa si tratta? Può un semplice questionario stabilire se un immigrato è idoneo a ottenere lo status civitatis? E, soprattutto, parliamo di un mezzo illiberale per raggiungere un fine liberale?
In questa selva oscura, ricca di dubbi e incertezze, dove prevale un diffuso senso di confusione, sarà Ines Michalowski a farci da Virgilio con un’intervista che pubblichiamo a partire da oggi in due puntate. Ricercatrice presso il Social Science Research Center Berlin, Michalowski ha dedicato la sua attività accademica a tutte le problematiche connesse alla concessione della cittadinanza nei diversi paesi europei e non solo, pubblicando numerosi articoli, saggi e volumi sul tema.


1) Quali sono gli stati europei in cui è in vigore il test di cittadinanza?

Gli ultimi dati disponibili risalgono al 2006 (MIPEX – Migration Integration Policy Index).
Su 25 paesi membri dell’Ue, 11 stati avevano adottato il test di cittadinanza nel 2006.
Fra questi la maggiore parte aveva optato per delle prove scritte ( Austria, Danimarca, Estonia, Gran Bretagna, Germania, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi), mentre Grecia, Ungheria e Spagna per quelle orali.
Vale la pena di notare che per quanto riguarda Gran Bretagna e Francia il rapporto presenta alcune imprecisioni. A dispetto di quanto indicato nell’indice MIPEX, infatti, la Gran Bretagna non prevede una prova orale, bensì via computer che evidentemente richiede conoscenze di lingua scritta. Quanto alla Francia, invece, il rapporto parla della presenza di un test orale. In realtà il ministero dell’Istruzione d’Oltralpe non ha mai pubblicato istruzioni in merito. Di conseguenza i test in Francia esistono solo formalmente. Come d’altronde, ha confermato la Sous-Direction de l’accés à la nationalité di Rezé.
In ogni caso, per aver un quadro completo e aggiornato sugli attuali 27 stati membri bisogna aspettare la pubblicazione dell’indice MIPEX 2010.

2) Quali sono gli aspetti in comune e quali, invece, le differenze tra i test di cittadinanza in vigore nei diversi stati europei?

Naturalmente esistono vari metodi di comparazione. Generalmente, è possibile prendere in considerazione due fattori principali: quello formale e quello sostanziale.
Quanto al primo aspetto si registrano importanti differenze a livello europeo. Oltre al fatto che alcuni stati adottano prove scritte, mentre altri solo quelle orali, la vera differenza riguarda il fatto che alcuni paesi hanno reso pubblici i questionari ( e le relative risposte corrette), mentre altri non l’hanno fatto. A quest’ultima categoria sono ascrivibili i Paesi Bassi e la Gran Bretagna. Da notare, però, che mentre il governo inglese ha messo almeno a disposizione un campione di 97 domande utile agli interessati per esercitarsi, nei Paesi Bassi questo non è affatto previsto.
Quanto agli stati che, invece, hanno reso pubblici i questionari (e le relative risposte corrette), si rileva comunque una certa eterogeneità. L’Austria, ad esempio, ha pubblicato un campione di 90 domande, contro le 300 della Germania. Così come varia e non poco il numero di quesiti ai quali rispondere: 18 in Austria, ad esempio, mentre 33 in Germnia. E ancora il tempo a disposizione per rispondere è piuttosto variabile: 2 ore in Austria, 1 ora in Germania).
Allo stesso tempo il numero di risposte necessarie a superare il test dipende da paese a paese: 9/12 in Austria, contro le 18 della Germania). Senza dimenticare un fattore tutt’altro che secondario, il costo per fare le prove. In Germania bastano 25 euro, nei Paesi Bassi ben 230.
Fin qui le diversità di carattere formale. Quanto ai contenuti, invece, si registrano altrettante differenze. Sotto questo punto di vista, ad esempio, un’analisi comparata tra Austria, Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna e Paesi Bassi, ha rilevato una certa omogeneità dei test adottati nei primi tre stati che dove prevalgono in particolare i seguenti temi: politica, democrazia, storia e stato nazione. Mentre nel test inglese e in quello olandese sono i quesiti di natura più pratica ad avere maggior spazio: welfare (ad esempio nel caso olandese sono previste domande sul funzionamento del sistema sanitari etc), servizi pubblici e così via.
Un altro aspetto, invece, distingue i test in vigore negli Stati Uniti, in Germania, in Austria e Gran Bretagna da quello adottato in Olanda. Infatti, il test olandese prevede anche quesiti per così dire riferiti a norme sociali, mentre negli altri quattro casi non si rilevano mai domande di questo genere (come ad esempio l’educazione dei figli, il matrimonio, la famiglia) e più in generale i questionari sono sempre e solo riferiti ad aspetti regolati dalla legge.

TEST DI CITTADINANZA








































































































































































































ORALE SCRITTO NON IN VIGORE DATI NON DISPONIBILI
AUSTRIA

X


BELGIO
BULGARIA
CIPRO
REP. CECA
DANIMARCA

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ESTONIA

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FINLANDIA
FRANCIA°
GERMANIA

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GRECIA

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IRLANDA
ITALIA
LETTONIA

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LITUANIA

X


LUSSEMBURGO
MALTA
PAESI BASSI

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POLONIA
PORTOGALLO
REGNO UNITO°°

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ROMANIA
SLOVACCHIA
SLOVENIA
SPAGNA

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SVEZIA
UNGHERIA

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Fonte: www.west-info.eu su elaborazione dati MIPEX 2006.
° Come ha giustamente rilevato Ines Michalowski, a dispetto di quanto sostenuto dall’indice MIPEX 2006, i test di cittadinanza in Francia non sono ad oggi in vigore.
°° Come ha giustamente rilevato Ines Michalowski, a dispetto di quanto sostenuto dall’indice MIPEX 2006, il Regno Unito prevede un test di cittadinanza via computer che implica una conoscenza della lingua scritta e non di quella orale.

Il bivio dell’American dream

Con il Dream Act firmato sabato scorso dal governatore Jerry Brown, che consente agli studenti stranieri più meritevoli di usufruire, pur se irregolari, delle borse di studio pubbliche, la California prende posizione nel duro braccio di ferro sull’immigrazione. Che da anni paralizza e divide l’America. Ma nella direzione opposta a quella conservatrice scelta a catena, sulla scia dell’ ”apripista” Arizona, dalla Geogia, dall’Utah, dall’Indiana, dalla South Caroline e, per ultima dall’Alabama. Non c’é dubbio, però, che la scesa in campo dell’Orange County, lo stato più popoloso e ricco del paese a stelle e strisce, rappresenta, a questo punto della vicenda, un salto di qualità. Un vero e proprio punto di svolta. In primo luogo perché determina un’accelerazione dello scontro politico su uno dei temi chiave della campagna presidenziale del prossimo anno. Sul quale, é certo, che  il Congresso non ha né il tempo né la forza di prendere la pur minima decisione. Superando lo stallo in cui versa ormai da anni ed al quale sono in molti ad avere pagato pegno, compreso il « falco » George W. Bush. Con la conseguenza, qui il secondo aspetto del problema, che più della contrapposizione, in qualche modo scontata, tra i due schieramenti tra loro in competizione, sono soprattutto quelle interne ai due schieramenti che rappresentano ormai il vero rompicapo di tutta la vicenda. Come testimonia, ad esempio,  l’ondata di reprimende piovute, nelle ultime settimane, sul governatore repubblicano del Texas, Rick Perry, colpevole, agli occhi di molti membri del suo stesso partito, di aver dichiarato la sua non contrarietà al Dream Act voluto dal collega della California. Ma é soprattutto l’asimmetria tra la incapacità/impossibilità a decidere di “quelli di Washington” ed il protagonismo “decisionista” dei singoli stati, suggellato dall’asso pigliatutto californiano, che carica questo ennesimo capitolo della ormai lunga storia  dell’immigrazione made in USA di conseguenze istituzionali potenzialmente esplosive. Quasi a voler tornare a prima del 1875, quando la Corte Suprema aveva stabilito, con la storica sentenza n. 275, che l’immigration andava delegata all’eslusiva competenza del governo federale e non più , come invece era avvenuto fino a quel momento, a quella dei singoli stati dell’Unione.