Immigrati in calo nei Paesi Ocse

Diminuiscono, per la prima volta dal 2011, i flussi migratori verso i Paesi dell'Ocse: 5 milioni gli ingressi nel 2017 contro i 5,3 milioni dell’anno precedente. Il dato è contenuto nel rapporto annuale sulle migrazioni pubblicato dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico in occasione della Giornata Mondiale dei Rifugiati. Nel nostro Paese il calo ha riguardato soprattutto gli sbarchi sulle coste: 119 mila in totale, il 34% in meno rispetto al 2016. Diretta conseguenza, spiega il documento, degli accordi Italia-Libia firmati a inizio 2017 che limitano gli arrivi di immigrati dall'Africa.

La flessione dei flussi registrata in tutti Paesi che aderiscono all’Organizzazione, è dovuta principalmente a una significativa diminuzione delle migrazioni umanitarie. Certificata dal calo delle domande di asilo, passate da 1,6 milioni nel 2016 a 1,2 milioni dello scorso anno. Altro dato evidenziato dal rapporto è che solo la metà delle richieste di protezione internazionale sono state presentate in Europa, mentre sono aumentate in modo consistente negli Stati Uniti (+ 26%), Australia (+ 29%) e Canada (+ 112%). I 36 Paesi membri dell'Ocse attualmente ospitano circa 6,4 milioni di rifugiati, più della metà la sola Turchia.

Profughi, mai così tanti nel mondo

Per il quinto anno consecutivo aumentano i profughi nel mondo: 68,5 milioni nel 2017. Di questi, secondo il rapporto annuale Global Trends dell’Unhcr, 40 milioni sono sfollati interni, 25,4 milioni rifugiati che hanno lasciato la madrepatria e oltre 3 sono richiedenti asilo in attesa che la loro domanda passi il vaglio dei rispettivi Paesi ospitanti.

Il nuovo record storico dei dislocamenti forzati è stato determinato soprattutto dalla crisi nella Repubblica Democratica del Congo, dalla guerra nel Sud Sudan e dalla fuga di centinaia di migliaia di Rohingya dalla Birmania al Bangladesh. La Siria, invece, rimane il Paese con il maggior numero di sfollati interni. Per quanto riguarda i rifugiati, poco più di un quinto sono palestinesi, che rientrano però nelle competenze di un’altra agenzia Onu, l'Unrwa, il resto proviene in maggioranza da soli cinque Paesi: Siria, Afghanistan, Sud Sudan, Birmania e Somalia. La Turchia, invece, con 3,5 milioni di rifugiati, rimane il più grande Paese ospitante al mondo. Mentre il Libano ospita il maggior numero di profughi in relazione alla sua popolazione nazionale. Il rapporto denuncia infine “la credenza popolare” che i rifugiati siano ospitati principalmente nel Nord del mondo. Le statistiche mostrano, invece, che l'85% di essi vive nei Paesi in via di sviluppo.

Crollano gli sbarchi in Italia, aumentano in Spagna

Ancora in calo i flussi migratori verso l’Europa. Nei primi cinque mesi del 2018 il numero totale è stato di circa 43.200: -46% nel raffronto con lo stesso periodo del 2017. A incidere sui numeri la drastica diminuzione degli arrivi sulla rotta del Mediterraneo centrale, quella dell’Italia. Dall’inizio dell’anno ne abbiamo ricevuti 13.450: -77% rispetto al medesimo arco di tempo del 2017. Di segno opposto il trend nella rotta del Mediterraneo orientale: gli arrivi in Grecia (dalla Turchia) nei primi 5 mesi dell’anno sono stati in totale 19.800, +90% rispetto al 2017.

Numeri in crescita anche nel Mediterraneo occidentale con destinazione Spagna, al centro dell’attenzione mediatica dopo il caso Aquarius. Nei primi cinque mesi di quest’anno ne ha ricevuti 8.200: +60% rispetto a un anno fa. Dati che confermano un trend iniziato nel 2017, quando con la chiusura della rotta verso il nostro Paese, i trafficanti di uomini hanno subito riaperto quella dello Stretto di Gibilterra. Ma le cifre, almeno per adesso, rimangono basse, soprattutto rispetto ad Italia e Grecia che dal 2015 hanno registrato rispettivamente 468mila e 1 milione di arrivi.

Anche gli immigrati fanno meno figli

Il fenomeno delle culle vuote contagia anche gli immigrati residenti in Italia. Per il terzo anno consecutivo i nati sono meno di mezzo milione, di cui 68 mila stranieri (14,8% del totale), anch'essi in diminuzione. Un trend negativo iniziato nel 2015 ma che nel 2017 fa registrare il nuovo minimo storico dall'Unità d'Italia: solo 458.151 i neonati iscritti all'anagrafe. 15 mila in meno rispetto al 2016, ma se calcolati dal 2008, anno in cui è iniziato il calo, il saldo negativo arriva a 120 mila. A fare meno figli sono anche gli immigrati, dal 2013 anche per loro compare stabilmente il segno meno. Nel 2017, rileva il Bilancio demografico nazionale dell'Istat, prosegue la diminuzione della popolazione residente già riscontrata nei due anni precedenti. E così al 31 dicembre risiedevano in Italia 60.483.973 persone, di cui oltre 5 milioni di stranieri (l'8,5% del totale). Il calo di 105.472 residenti rispetto al 2016 è determinato dalla flessione dei cittadini italiani (-202.884), mentre gli stranieri aumentano di 97.412 unità. Il movimento naturale della popolazione (nati meno morti) ha registrato un saldo negativo per quasi 200 mila unità. Ma se per i cittadini stranieri è positivo per quasi 61 mila unità, per i residenti italiani il deficit è molto ampio e supera le 250 mila.

I numeri del viavai nel Mediterraneo

35 mila: tanti sono stati gli immigrati che nel 2018 tra gennaio e l’inizio di giugno hanno raggiunto l’Europa dopo aver attraversato il Mediterraneo. Il dato è dell’Unhcr (l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati). Numeri che per essere valutati nella loro consistenza vanno raffrontati sul totale del 2017 fornito dalla guardia costiera europea Frontex: 180 mila. Ma se nel Mediterraneo centrale (la rotta che interessa l’Italia) rispetto a un anno fa gli sbarchi sono più che dimezzati, diverso è il trend per Grecia e Spagna che hanno fatto registrare un incremento rispettivamente del 92% e del 9%. La situazione più esplosiva in questo momento è quella greca perché negli ultimi mesi si è riaperta la rotta terrestre al confine con la Turchia, i cui numeri, rispetto al passato, hanno superato quelli via mare.

Ma da dove provengono gli immigrati che sbarcano in Europa? In Italia, in base ai dati forniti dal Viminale, la classifica delle nazionalità è guidata dai tunisini, seguiti da eritrei, sudanesi e nigeriani. Mentre per la Grecia il flusso maggiore riguarda siriani, iracheni e afghani. Marocco, Guinea e Mali sono invece le nazioni di provenienza di quelli approdati in Spagna. Se dai numeri si passa ad un’analisi più attenta delle nazionalità emerge che solo per alcuni gruppi, siriani ed eritrei, si può parlare di rifugiati, per gli altri più onestamente di immigrati economici. Eppure quasi tutti fanno domanda d’asilo. Tralasciando i picchi del 2015 e del 2016, nel pieno della crisi siriana, nel 2017 sono state quasi 705.000 le domande di protezione internazionale presentate negli Stati dell'Ue. Che se ripartite in base alle nazioni di accoglienza, vedono la Germania (198 mila) guidare la classifica dell’Unione europea, seguita da Italia (127 mila), Francia (91 mila), Grecia (57 mila), Regno Unito (33 mila) e Spagna (30 mila). Un discorso a parte va fatto per Malta, in questi giorni al centro di una dura querelle politica con il governo italiano, che l’anno scorso ha ricevuto solo 1.610 domande. Una valutazione che però cambia se si rapporta questo numero alla sua popolazione totale (450 mila) visto che la colloca al terzo posto, dopo Grecia e Cipro.

Per i clandestini l’oblio è peggio della morte

Il Mar Mediterraneo è oggi la tratta più pericolosa al mondo per gli immigranti scalzando dal primo posto di questa terribile classifica il confine tra Usa e Messico. Questo secondo l’Oim (l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) che con il suo Missing Migrants Project ha calcolato che dal 2000 al 2017 il numero, tra morti e dispersi, ha raggiunto quota 33.761. Una cifra sulla quale molti però hanno storto il naso. Spingendo l’International Migration Institute a verificarne l’attendibilità. In considerazione del fatto che in molti casi le statistiche di questo fenomeno vengono “gonfiate” dalle Ong per criticare le politiche migratorie dei governi, in particolare di quelli europei.

Questa tragica conta, infatti, ha preso il via negli anni ’90 in concomitanza con le posizioni di forte critica alle politiche di chiusura dei Paesi Ue nei confronti degli immigrati che per cambiare vita intraprendono viaggi rischiosissimi e si affidano ai trafficanti di esseri umani. Tanto è vero che a seguito del grave naufragio avvenuto a Lampedusa il 3 ottobre 2013 in cui persero la vita 366 persone, l’Oim ha deciso di creare il progetto Missing Migrants. Con l’obiettivo di monitorare le tragedie in atto non solo nel Mediterraneo ma su tutte le frontiere del pianeta. Mettendo in piedi un indicatore più completo degli altri perché in grado di aggiornare quotidianamente il database con i dati forniti da 190 Paesi.

Un moderno atlante dal quale emerge che nel mondo i confini più pericolosi sono le coste al largo dell'Australia, la frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti, il Corno d'Africa, il Sudest asiatico, e l’Africa subsahariana. Con il primo posto di questa tremenda classifica occupata dal cimitero del Mare Nostrum. La verità è che molti non solo viaggiano ma muoiono da clandestini ed è quindi molto difficile, se non impossibile, stabilirne l’esatto numero. Unica consolazione in tanto disastro è che c’è qualcuno che si impegna, almeno, a non condannarli in eterno all’invisibilità.

I minori soli che inquietano Parigi

Orde di giovanissimi, tra i 10 e i 17 anni d’età, violenti e molti dei quali tossicodipendenti, vagano da mesi tra le vie del XVIII arrondissement di Parigi. È questo il nucleo duro dei piccoli marocchini non accompagnati che, nuova piaga dell’immigrazione, inquietano la Francia. E che pur fisicamente e psicologicamente provati hanno instaurato un clima di paura tra gli abitanti della Goutte d’Or. Un fenomeno che sembra aver colto di sorpresa le autorità e trasformato uno dei quartieri più multietnici in una specie di favela. E di cui si è occupato Le Monde che ha ricostruito il viaggio che dal Marocco li ha portati in Europa: verso l’inferno senza biglietto di ritorno.

Giovanissimi pronti a tutto, e che a differenza di quanto spesso danno ad intendere, non è vero che non hanno una famiglia ma semplicemente, partendo, se la sono lasciata alle spalle. Dal porto di Tangeri, infatti, ogni mese centinaia di questi minori cercano di raggiungere il Nord nascondendosi sotto i bus o i tir che si imbarcano sui traghetti per Tarifa, località spagnola situata sull'altro lato dello stretto di Gibilterra. Interrogati sul perché della loro fuga, hanno dato quasi sempre la stessa risposta: “Salvare mamma”. Il loro sogno, colpevolmente alimentato dai social media marocchini, è quello di arrivare nel nostro Vecchio Continente, visto e percepito come terra ricca e opulenta, con l’obiettivo di riuscire a inviare denaro a casa. L’elemento centrale della recente industrializzazione che ha creato forti squilibri sociali nel Paese maghrebino, è che sono soprattutto le donne ad essere impiegate nelle fabbriche di tessuti, negli stabilimenti ittici, ma anche nell'industria automobilistica e aeronautica. Paghe misere e turni massacranti, più la cura delle famiglie. Le nuove schiave della globalizzazione. Fuggire, dunque, per aiutare le proprie madri e se stessi, visto che il Marocco non offre un presente né tanto meno un futuro.

Ancor più interessante è il fatto che il nomadismo di questi minori non accompagnati non si ferma alla Ville Lumière. Come è emerso dai dati di un rapporto commissionato mesi fa dal Comune di Parigi all'Associazione Trajectoires, che studiando le rotte degli immigranti e dei rifugiati in Europa, ha tracciato il percorso di questi giovani vagabondi che non solo Oltralpe vanno da una città all'altra (Parigi, Montpellier, Rennes, Brest, Bayonne), ma varcando le frontiere vanno da una Paese all’altro (Svezia, Danimarca, Spagna, Germania, Belgio, Francia), senza mai stabilirsi definitivamente. Scoprendo che in un anno e mezzo, sono stati quasi trecento quelli di cui si è accertata la presenza nel quartiere parigino della Goutte d’Or, e che nei mesi di permanenza hanno rifiutato - anche con la violenza – di essere presi in carico dai servizi sociali di assistenza all'infanzia.

Per loro il clandestino è come l’oro

La detenzione degli immigrati è la gallina dalle uova d’oro per la lobby delle carceri private Usa. Un business che non conosce crisi e che con l’avvento di Trump ha incrementato i suoi profitti. Un recente report del Migration Policy Institute stima, infatti, in oltre 4 miliardi di dollari i guadagni nel solo 2017 per i due giganti delle prigioni private, GEO Group e CoreCivic.

Nel Paese a Stelle e Strisce la detenzione per i clandestini è prassi già dagli anni ’80. Ma il vero giro di vite si è registrato dopo l’attentato al World Trade Center del 1993. E con la riforma Clinton del 1996 che rendeva obbligatoria la cattura e la reclusione degli stranieri senza permesso di soggiorno. Dopo l’11 settembre 2001, l’amministrazione Bush ha imposto tolleranza zero riempiendo così le celle federali. Dal 2009, presidenza Obama, il Congresso ha ordinato al Dipartimento per la Sicurezza nazionale di tenerne sotto chiave non meno di 34 mila l’anno. Target raggiunto grazie all'inasprimento della caccia agli irregolari. Se si sommano anche gli arresti effettuati dai Dipartimenti federali con quelli dei singoli Stati, la popolazione carceraria di immigrati è stata ogni anno di circa 400 mila. Il che significa che dal 2003 ad oggi sono stati non meno di 2,5 milioni gli stranieri senza documenti in regola passati per i penitenziari americani.

Numeri appetitosi per l’industria privata, il cui business è schizzato in alto a partire dagli anni '80 e '90 del '900. Creando così un complesso industriale che tiene insieme interessi politici, burocratici ed economici e che favorisce il costante lievitare delle spese. Nel 2015 il 62% degli immigrati in cella era gestito da privati al “modico” prezzo giornaliero di 126 dollari a testa. Tra il 2007 e il 2014, i ricavi di CoreCivic e GEO Group sono più che raddoppiati, così come le loro donazioni ai partiti. Ma per gli interessi di questa industria il vero affare sono state le presidenziali 2016. Quando scommettendo su Trump ha fatto bingo.

Al via #GreenCard4Europe

Mentre i negoziati sulla Brexit annaspano, prende piede l’iniziativa di una Carta Verde per l’Europa, sul modello di quella americana. Promotore è l’ex parlamentare laburista Roger Casale, che con la sua associazione New Europeans ha lanciato la campagna #GreenCard4Europe che ha vinto il concorso "Future of Europe" del Financial Times, nella sezione sull'immigrazione. L'idea centrale è molto semplice e prevede una carta verde per gli oltre 3 milioni di europei presenti sul territorio del Regno Unito e per i 2 milioni di britannici residenti nell'Ue. Un documento che consentirebbe loro di garantire i diritti, primo fra tutti quello di spostarsi liberamente da un Paese all'altro, di cui godevano prima del divorzio voluto da Londra.

La proposta è all'esame sia del Parlamento sia della Commissionedi Bruxelles. Ma la vera spinta, secondo Casale, può arrivare solo dalla mobilitazione dei cittadini del Vecchio Continente, anticipando l’addio definitivo della Gran Bretagna previsto a fine marzo 2019. E se il Parlamento europeo si è schierato in difesa di questo principio, al momento né la Commissione né il governo di Theresa May hanno preso posizione facendo conoscere se e come tutelare la condizione giuridica dei tanti che oggi si trovano nel limbo del post-Brexit.

Gli Usa potrebbero perdere l’Oim

Dopo 50 anni gli Stati Uniti rischiano di perdere la guida dell’Oim (l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni). Colpa di Trump che ha scelto come candidato alla carica di direttore generale il controverso Ken Isaacs.

Ma perché quest’uomo di 65 anni, che nel video della sua candidatura si presenta con un altisonante “ho dedicato la mia vita ad aiutare le persone bisognose in tutto il mondo”, divide così tanto la comunità internazionale? Ad aprire il fuco di fila è stato nei mesi scorsi il Washington Post pubblicando una serie di compromettenti post di Isaacs scritti su Twitter e Facebook tra il 2015 e il 2017 che contengono un’antologia di giudizi ostili e incendiari nei confronti di Islam e immigrati del tipo: "se leggi il Corano, saprai che questo è esattamente ciò che la fede musulmana ordina ai fedeli di fare", il commento tranchant all'attacco terroristico al London Bridge nel giugno 2017. O quello apparso nell'estate 2016, nel pieno della crisi dei rifugiati in Europa, nel quale si sosteneva che Svizzera e Austria avrebbero dovuto costruire un muro per controllare meglio i loro confini. Vicepresidente della Samaritan's Purse, una ONG umanitaria cristiana che lavora “nel mondo per promuovere la parola di Gesù Cristo”, Ken Isaacs è anche noto per essere vicino ai circoli evangelici, che molta influenza hanno sulla Casa Bianca di Trump.

Dopo lo scandalo dei post ha chiuso il suo profilo sui social network, e ha iniziato a viaggiare in Europa e Africa per promuovere la sua elezione. Il mese scorso ha anche incontrato papa Francesco. Ma nonostante il tentativo di mondare la sua immagine, l’elezione ai vertici della più importante organizzazione internazionale dedicata agli interventi di emergenza sull'immigrazione, non appare così scontata. Cosa che per Washington sarebbe uno schiaffo, visto che dalla fine degli anni ’60 l'Oim è stata un feudo yankee, grazie allo stanziamento annuo di 500 milioni di dollari che fanno degli Usa i primi finanziatori. Ma per essere eletto, il 29 giugno l’uomo di Trump avrà bisogno dei due terzi dei voti, e molti dei 169 Stati membri sono Paesi musulmani.