Da oggi Frontex sorveglia anche i confini dei Balcani

Frontex da oggi  ha allargato la sua attività di controllo anche sui confini  dei Balcani occidentali, dispiegando per la prima volta le sue forze sul territorio di un Paese che non fa parte dell’Unione Europea. Le sue pattuglie, infatti, prenderanno posizione  lungo il confine tra  Albania e Grecia per controllare i flussi di immigranti diretti verso l'Europa in base all'accordo che, ratificato tra Bruxelles e Tirana lo scorso 5 ottobre 2018, è entrato in vigore il 1 maggio. Questa operazione segna una nuova fase della cooperazione per il controllo delle frontiere terrestri, con gli agenti di tutta Europa impegnati sul campo insieme ai colleghi albanesi nel pattugliamento del confine con la Grecia. L'obiettivo principale è la lotta all'immigrazione clandestina,  alla criminalità transfrontaliera,  al traffico di esseri umani ed al  terrorismo. Come regola generale, visto che questo tipo di intervento sarà in futuro esteso anche alle nazioni dei Balcani occidentali, le unità della Guardia costiera e di confine europei  opereranno  in presenza ed in stretta cooperazione con quelle dell’Albania. Austria, Croazia, Repubblica ceca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Lettonia, Paesi Bassi, Romania, Polonia e Slovenia hanno fornito uomini e mezzi per la sua prima attività operativa al di fuori della zona UE.

Ultimo rapporto Frontex sugli sbarchi dal Mediterraneo

Nel mese di aprile 2019 scorso il numero degli immigrati giunti in Europa (4.900 ) è diminuito del 19% rispetto a marzo. Secondo i dati comunicati da Frontex (l'Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera), nel primo quadrimestre di quest’anno il totale degli arrivi ( 24.200 ) ha segnato un calo del 27% rispetto allo stesso periodo del 2018. In particolare sulla rotta del Mediterraneo centrale ( lungo la quale ad aprile sono sbarcati in 200 ) visto che nell’ultimo quadrimestre gli attivi hanno segnato - 91%.

Diversa la situazione sulle altre rotte. Infatti più della metà degli arrivi di aprile (2.940) ha utilizzato quella del Mediterraneo orientale. Mentre sono invece raddoppiati ( 900 ) quelli sulle coste spagnole. Complessivamente tra gennaio ed aprile 2019 gli arrivi sulla rotta del Mediterraneo occidentale sono aumentati di oltre un terzo rispetto agli stessi mesi del 2018. In aumento anche i movimenti sulla rotta balcanica dalla quale gli arrivi, tenuto conto dei 600 di aprile, hanno raggiunto nel primo quadrimestre quota 3.400: + 96% rispetto a quello del 2018.

L’ultimo miracolo della Baviera è sull’immigrazione

Anche se pochi lo sanno la Baviera ha avuto uno straordinario successo nell'integrazione degli immigrati. Infatti il Land più ricco della Germania, feudo indiscusso della Csu, partito storicamente anti-immigrati, può vantare un primato a cui nessuno potrebbe credere: essere riuscito in meno di 4 anni a collocare sul mercato del lavoro 60mila rifugiati. Come molti ricorderanno nel 2015 vennero accolti in Germania oltre 1 milione di profughi, in maggioranza siriani in fuga dal guerra. Da allora il governo di Berlino ha speso più di 20 miliardi per la loro formazione e integrazione. Come prima cosa i richiedenti asilo devono frequentare corsi di lingua tedesca e una volta ottenuta la certificazione B1 o B2 intraprendono la formazione al lavoro. Un percorso obbligato per poter restare in Germania. O in Baviera, regione ricca e ultra conservatrice dove nelle ultime elezioni si è registrata una forte avanzata dell'Afd – Alternative fuer Deutschland, Alternativa per la Germania – formazione di estrema destra che ha eroso consensi ai centristi della Csu cavalcando l'onda della xenofobia. Ma la realtà è diversa dalla narrazione dei nazionalisti. Non fosse altro perché mentre la politica fa la faccia feroce contro gli immigrati, l’economia li cerca come fosse il pane. Infatti siamo arrivati al punto che le imprese, che in questi anni hanno investito nella formazione di rifugiati e immigrati, fanno pressione sulle autorità per evitare le espulsioni dei tanti a cui non è stato riconosciuto il diritto d'asilo. Con l'argomentazione che avendo loro bisogno di manodopera, espellere coloro che sono stati già qualificati sarebbe oltre che un danno anche una beffa. E così dopo accesi dibattiti, all'inizio di marzo il governo bavarese ha deciso di facilitare la permanenza degli immigrati apprendisti, anche quelli in attesa dell'asilo. La nuova legge, battezzata “3+2”, consente di ottenere un permesso di soggiorno dopo tre anni di apprendistato e due anni di esperienza lavorativa. Eppure il modello bavarese nasconde un lato oscuro. Perché in questo percorso di integrazione esistono rifugiati di serie A, i 60mila siriani che hanno trovato un posto sicuro, e quelli di serie B, per i quali il futuro nessuno sa quale sarà.

La colpa dei clandestini non è il crimine ma il dumping sociale

Negli Usa esiste una correlazione tra immigrazione clandestina e criminalità? La risposta, all'opposto di quanto molti credono, è "no". A certificarlo è uno studio elaborato da The Marshall Project, una organizzazione americana di giornalismo online che si occupa di questioni giudiziarie, che ha incrociato i dati del governo e di vari istituti di ricerca indipendenti. Quindi una ricerca dall'assoluto rigore scientifico. Premesso che, come reso noto dal Federal Bureau of Investigation, meglio noto come FBI, negli ultimi dieci anni in tutti gli Stati Uniti si è registrato un calo generalizzato dei crimini, nelle aree del Paese dove maggiore è la presenza di immigrati illegali, la diminuzione dei reati è stata addirittura maggiore che altrove. A smontare il teorema secondo cui all'aumento degli immigrati illegali corrisponde in automatico un incremento della violenza, basta comparare i dati forniti dal Census Bureau e dal Dipartimento della Giustizia. Dal 1980 al 2016 il numero di clandestini è cresciuto costantemente (nel 2006 si è toccato il record storico di 12,5 milioni), mentre è calato il tasso nazionale di criminalità. Tanto che oggi è ben al di sotto di quello che era 40 anni fa. La spiegazione più logica è che chi emigra negli Stati Uniti senza documenti lo fa per rifarsi una vita. E come è noto il sogno americano è il lavoro non la galera. Inoltre i clandestini evitano i reati perché le dure leggi americane sull'immigrazione prevedono che chi è arrestato viene deportato. Al netto dei reati l'unico vero problema provocato dall'immigrazione clandestina è quello del dumping sociale che determina una diminuzione dei salari dei lavoratori americani.

Lasciano gli USA per evitare il rimpatrio

Sorprendente effetto Trump sui rimpatri volontari. Con questo titolo il quotidiano americano Politico sintetizza alla perfezione quello che sta avvenendo negli USA sul fronte della lotta all'immigrazione clandestina. Infatti secondo un report di The Marshall Project (organizzazione no-profit di giornalismo online che si occupa di questioni carcerarie), elaborato su dati del Dipartimento della Giustizia, le partenze volontarie degli immigrati senza documenti sono aumentate vertiginosamente da quando alla Casa Bianca è arrivato il tycoon newyorkese. La lotta senza quartiere all'immigrazione attuata dall'amministrazione trumpiana starebbe, perciò, dando i suoi frutti. Anche se, come sottolinea lo studio appena pubblicato, “non è tutto oro ciò che luccica”. Per capire come stanno le cose cominciamo dai dati. Nel 2018 i 30mila stranieri che hanno fatto domanda ai giudici federali per il rimpatrio volontario rappresentano il numero più alto degli ultimi sette anni. Un aumento tanto più significativo (+50% rispetto al 2017) se rapportato a quello ( + 17%) dell’immigrazione ufficiale, che testimonia come il giro di vite deciso dalla Casa Bianca stia avendo effetto. Sono sempre di più, infatti, i clandestini che stanno prendendo in considerazione l'idea di lasciare gli Stati Uniti, per scongiurare il pericolo di essere fermati e imprigionati o tentare di intraprendere una lunga battaglia legale con poche speranze di successo. L'aumento delle richieste di rimpatri volontari potrebbe, dunque, essere visto come una vittoria per l'amministrazione Trump, che si è prefissata l'obiettivo di espellere dal Paese tutti i clandestini. Ma questo exploit di partenze potrebbe però avere anche un’altra e meno amara spiegazione. Perché come sottolinea The Marshall Project, le partenze volontarie rendono più facile il rientro legale negli USA. Secondo la legge sull'immigrazione statunitense la partenza volontaria è considerata una specie di privilegio che consente, all'opposto di coloro che vengono rimpatriati dalle autorità federali, di non dover attendere anni prima di poter richiedere il visto e tornare negli Stati Uniti. Oltre a non rischiare di finire in cella se fermato e trovato senza documenti.

La Germania attua una nuova politica per i profughi

Sui rifugiati la Germania volta pagina. Dopo la crisi del 2015 quando più di un milione di profughi, in maggioranza siriani, trovarono asilo in terra tedesca, il governo di Berlino ha deciso di cambiare strategia. Infatti accogliendo l'appello dell'Unhcr (l'Agenzia Onu per i rifugiati) e della Commissione europea ha dato il via a un ambizioso programma di reinsediamento che, come scrive il sito dell'emittente pubblica tedesca Dw: è una vera e propria rivoluzione delle politiche finora adottate sull'accoglienza e gestione dei rifugiati. Il reinsediamento, va specificato, è un canale di immigrazione sicuro e regolamentato. Da un lato, infatti, può ridurre il traffico illegale delle persone in fuga; dall'altro, consente agli Stati disposti a ospitare i profughi di decidere quanti accoglierne e stabilirne i requisiti per l'accesso legale. E così dopo l’ondata incontrollata del 2015, che ha messo in serissima difficoltà politica la cancelliera Merkel, Berlino ha deciso di cambiare registro. Passando dai 1.600 reinsediamenti del 2017 agli oltre 10.200 nel 2018. La stessa cifra dovrebbe essere confermata anche per l’anno in corso. Un'inversione a U se si pensa che tra il 2012 e il 2014 nell'ambito dei programmi dell'Unhcr la Germania aveva accolto solo 300 persone. L'attuale piano di reinsediamento è, però, legato a tre condizioni: le persone devono essere considerate incapaci di tornare nel loro Paese d'origine e di costruire un futuro nel luogo in cui sono fuggite. Inoltre, devono dimostrare di essere “particolarmente vulnerabili”, ovvero che non sono in grado di venire in Europa da soli. Una volta giunti in Germania ai rifugiati non viene concesso l'asilo, ma un permesso di residenza e lavoro di 1 o 3 anni, rinnovabile. Su questo ultimo punto è insorta la Caritas nazionale che ha accusato il governo di usare un escamotage per negare ai profughi che hanno ottenuto il reinsediamento il diritto di chiedere asilo.

Prima Dreamers, poi Daca e infine (forse) clandestini

Mentre a Washington si dibatte sul destino del Daca, il programma di protezione dei giovani immigranti irregolari arrivati negli Stati Uniti da bambini, uno studio evidenzia come, al riguardo, la situazione per il paese a stelle e strisce stia diventando con il passare del tempo sempre più complessa. Infatti grazie al Migration Policy Institute, che ha analizzato i dati del Census Bureau, si è scoperto che ogni anno circa 100mila studenti stranieri “undocumented” si diplomano nei licei americani. Il centro studi washingtoniano stima che siano in totale 98.000, in netto aumento rispetto ai 65mila del 2003. Una attenta analisi documentaria ha consentito ai ricercatori di accertare che la maggior parte di questi Dreamers è concentrata in pochi Stati: più di un quarto in California e un altro 17% in Texas. Due zone di confine dove è più massiccia la presenza di giovani stranieri senza permesso di soggiorno. Poiché la maggior parte di questi diplomati probabilmente non ha la protezioni a suo tempo assicurata da Obama ai Daca, e quindi sono da considerarsi clandestini a tutti gli effetti, diventano dirimenti le politiche locali in materia di istruzione. Ad esempio, 20 Stati consentono agli studenti stranieri senza documenti di frequentare le scuole pubbliche. Altri invece, come Arizona e Georgia, vietano loro categoricamente il diritto all'istruzione pubblica. Nonostante che la Corte Suprema con una sentenza del 1982 abbia stabilito che gli Stati non possono negare un'educazione pubblica gratuita ai bambini in base al loro status giuridico. Oggi il braccio di ferro tra Casa Bianca e tribunali federali ha fatto finire il Daca nel Limbo, e ha gettato i Dreamers nell'incertezza. Scoraggiando molti di loro a iscriversi all'università. Il rischio è che possano finire nel mare magnum dell’economia sommersa e ingrossare le fila del lavoro nero. L’ultima parola spetta ora alla Corte Suprema che entro il prossimo anno dovrebbe pronunciarsi in via definita sulla legittimità del Daca.

In Colombia si fanno sentire gli effetti collaterali della crisi venezuelana

Il peggior incubo del governo colombiano si sta materializzando nella città di Maicao, al confine con il Venezuela. È qui che è sorto nelle scorse settimane il primo campo profughi allestito dall’Unhcr. Un segnale che i venezuelani in fuga dal loro martoriato Paese resteranno lì a lungo, scrive The Atlantic. Mentre la crisi economica e politica del Venezuela si aggrava, le persone che cercano rifugio in Colombia aumentano di giorno in giorno. Il governo di Bogotà ha a lungo cercato soluzioni diverse, ma alla fine ha dovuto rassegnarsi alla realtà dei fatti e accettare il campo profughi gestito dall'Agenzia dell'Onu per i rifugiati. Le 62 tende del Centro di Attenzione Integrale, sono in grado di ospitare 350 persone. Qui donne, bambini, anziani hanno temporaneamente accesso ad alloggi, cibo, acqua, cure mediche di base e altri servizi. Ben poca cosa se si pensa che Maicao, con una popolazione di circa 100.000 persone, ospita attualmente 60.000 tra rifugiati e immigranti venezuelani, la maggior parte dei quali vive per strada o in baraccopoli sorte un po’ ovunque. Un dramma umanitario che rischia di aggravarsi, se, come stimano le Nazioni Unite, la portata della fuga dal Venezuela potrebbe superare quella dell'esodo dalla Siria. Ad oggi 3,5 milioni di persone hanno lasciato il Paese, e più di 1,5 milioni hanno trovato rifugio in Colombia.

E’ emergenza immigrazione nell’isola di Afrodite

Cè un Paese dell’Unione Europea alle prese con un’emergenza immigrazione della quale poco si sa e poco si parla. Si tratta di Cipro. L'isola nel Mediterraneo orientale a sud della Turchia, nel 2018 ha ricevuto più di 6mila richieste di asilo. Con circa 1 milione di abitanti risulta perciò il Paese con la più alta percentuale di rifugiati pro capite rispetto a qualsiasi altro Stato dell’UE. E la situazione nel 2019 non è cambiata, anzi.

Il governo di Nicosia ha infatti confermato che ancora oggi vengono presentate più di mille richieste di protezione umanitaria al mese. A causa della sua posizione geografica e della vicinanza con il Medio Oriente, l'isola continua a essere una delle principali porte d’accesso all'Europa per siriani, iracheni e altri immigranti che transitano dal Libano e dalla Turchia. Non mancano gli arrivi dal Nord Africa a dimostrazione del fatto che la rotta del Mar Mediterraneo resta la più battuta dai trafficanti di uomini. Cipro non venne toccata dalla crisi del 2015, quando la maggior parte dei rifugiati arrivò in Grecia per poi raggiungere il centro e nord Europa attraverso i Balcani.

Oggi però le cose sono cambiate, e con la chiusura delle frontiere da parte delle altre nazioni europee, è di fatto diventata l’avamposto dell’UE. A complicare la situazione c’è l’irrisolta controversia territoriale. Dal 1974 Cipro è divisa tra Nord e Sud dalla cosiddetta “Linea verde” creata dall’Onu dopo l’invasione turca della parte settentrionale, avvenuta in risposta al colpo di Stato organizzato dalla giunta militare al governo in Grecia. La zona sotto il dominio turco non è mai stata riconosciuta dalla comunità internazionale. Dopo 45 anni tutti i tentativi di negoziato per riunificare le due parti dell’isola non hanno portato a nulla. E proprio questa divisione sta facilitando l’arrivo di migliaia di disperati. La nuova rotta dell’immigrazione clandestina, infatti, passa da Cipro nord. Da dove è facile attraversare la “zona cuscinetto”, che taglia trasversalmente l’isola, ed entrare nella Repubblica di Cipro. Ovvero nell’Unione europea.

La Corea si è fatta ricca grazie all’immigrazione negli Usa

I coreani rappresentano una delle minoranze immigrate di maggior successo negli Usa. Soprattutto grazie ai suoi elevati livelli medi d’istruzione che le hanno consentito di raggiungere un ottimale status socioeconomico. Anche se l’immigrazione coreana verso l’America ha origini antiche, è dagli anni 60 del secolo scorso, grazie all'Immigration Act del 1965 e alle strette relazioni politiche, economiche e militari tra Seul e Washington, che i flussi sono cresciuti in modo significativo. Basta citare qualche numero contenuto in un recente report del Migration Policy Institute per comprendere meglio le dimensioni del fenomeno.

Nel 1960 i coreani erano 11mila, nel 1980 sfioravano i 300mila: il 2.500 percento in più nell’arco di soli 20 anni. Una crescita inarrestabile fino al 2010, quando la popolazione coreana ha raggiunto il picco di 1,1 milioni, il 2,4% dei 44,5 milioni di immigrati presenti negli States. Dal 2017 l’inversione di tendenza. Negli ultimi due anni, infatti, la popolazione immigrata coreana continua a calare. Il motivo è presto detto.

Oggi ci sono meno incentivi a emigrare, poiché le condizioni politiche ed economiche in Corea del Sud sono migliorate e il governo di Seul sta incentivando la migrazione di ritorno. Eppure negli Stati Uniti essi rappresentano una delle comunità con i redditi più alti: 65mila dollari l’anno, di gran lunga superiore ai 51mila dollari che in media guadagnano le popolazioni immigrate, ma anche ai 56mila che dichiarano gli americani. A beneficiare di questa ricchezza non sono solo gli Stati Uniti, perché, secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2018 la Corea del Sud ha ricevuto rimesse per oltre 7 miliardi di dollari.