Anche l’Africa finisce nel mirino di Trump

Fedele a sé stesso, Trump continua a innalzare muri e barrire per difendere il “fortino americano”. A tre anni esatti dal primo travel ban, la Casa Bianca ha esteso la limitazione della concessione dei visti di ingresso negli USA ad altre nazioni: Nigeria, Eritrea, Sudan, Tanzania, Kyrgyzstan e Myanmar. Che si aggiungono a Iran, Libia, Siria, Somalia, Yemen , Venezuela e Corea del Nord già sottoposte allo stesso tipo di provvedimento, che nel 2017, poiché colpiva in maggioranza Paesi islamici, era stato ribattezzato muslim ban. La novità di oggi, come sottolinea il New York Times, è che ad essere penalizzata è soprattutto l’Africa. E in particolare la Nigeria: il paese economicamente più potente e popoloso del continente. Dal prossimo 22 febbraio, dunque, non verranno più rilasciati i visti per vivere negli Stati Uniti ai cittadini di Nigeria, Myanmar, Eritrea e Kirghizistan. Mentre agli immigrati del Sudan e della Tanzania sarà vietato partecipare alle lotterie per la green card. Resteranno invece in vigore i visti per gli studenti e i lavoratori altamente specializzati.

Quindi, in nome della sicurezza nazionale, Trump continua a portare avanti la sua visione di attrarre “i migliori” e di chiudere le frontiere ai poveri e disperati. Un quadro dal quale emerge che sarà senza dubbio la Nigeria a pagare il costo maggiore. Visto che solo nel 2018 erano stati 8mila suoi cittadini ad emigrare negli Stati Uniti. La decisione di inserire il colosso africano tra gli Stati che minacciano la sicurezza americana ha provocato le risentite proteste del governo di Abuja. Che in una nota indirizzata all’amministrazione di Washington ha ricordato non solo la stretta, antica alleanza che lega i due Paesi. In particolare per quanto riguarda la lotta ai terroristi di Boko Haram. Ma anche il fatto che per la Nigeria l’America è il principale partner commerciale. Proteste e reazioni che, però, non hanno fatto cambiare idea al Capo della Casa Bianca che in più occasioni si era lamentato del fatto che molti nigeriani entrati negli Stati Uniti con visto turistico alla scadenza si erano guardati bene da “tornare alle loro capanne”. Un altro Paese finito nel mirino dell’amministrazione repubblicana è il Myanmar (l’ex Birmania) da cui nel 2018 erano stati in 5mila ad emigrare negli USA. E dove la minoranza musulmana rohingya tenta ogni via di uscita per evitare il genocidio. Per questo, sottolinea il NYT, la decisione di bloccare i visti mette in grave pericolo i tanti che cercano di scampare a massacri e persecuzioni.

I guai del Muro

Il Muro di Trump rischia di essere un gigante dai piedi d’argilla. A causa di falle, cedimenti strutturali e errori di costruzione. La faraonica opera che, come promesso dal Presidente ai suoi fan, dovrebbe blindare una volta per tutte il confine tra USA e Messico e bloccare il traffico di immigrati clandestini, rischia il flop. Secondo un report degli ingegneri che ci stanno lavorando al confine dell’Arizona pubblicato dal Washington Post, la struttura dovrà essere dotata di cancelli che dovranno obbligatoriamente tenere aperti per diversi mesi dell’anno. Per evitare che le piogge monsoniche che d’estate si abbattono sul deserto dello Stato diano luogo a rischiose inondazioni. Infatti in assenza di “vie di sbocco” l’ingrossamento di fiumi di solito in secca avrebbe conseguenze disastrose. E perfino il crollo dello stesso Muro.

Per questo gli addetti del CBP (Customs and Border Protection) hanno ipotizzato la realizzazione di appositi “passaggi” per tutto il periodo estivo. Come già avviene in altre sezioni di confine. Dove sono state istallate delle feritoie che gli agenti azionano manualmente all’arrivo dei temporali. Con l’inconveniente, però, che queste“serrande”, collocate in aree di confine isolate e prive di elettricità, non possono essere azionate a distanza. E in molti casi finiscono per restare aperte e incustodite per mesi. Una manna per i narcos messicani che sfruttano questi varchi per trasportare indisturbati negli Stati Uniti clandestini e droga. Insomma, sottolinea il WP, il rischio inondazioni sta minando il sogno di Trump di blindare il fortino americano. Visto che, al momento, gli uomini della Casa Bianca non risulta abbiano trovato il modo di risolvere il problema e chiudere le falle. Va detto però che di crepe nel Muro ce ne sono già parecchie. Come dimostra la scoperta di qualche giorno fa che ha portato alla luce un tunnel lungo come mai si era visto in passato.

La Casa Bianca contro il “turismo delle nascite”

Trump dice basta al “birth tourism”. Da venerdì scorso, infatti, sono entrate in vigore le nuove regole volte a limitare il cosiddetto “turismo delle nascite”. La stretta riguarda i visti rilasciati a donne straniere che, sfruttando visti turistici, si recano negli Stati Uniti per fare acquisire la cittadinanza americana ai loro figli. Un primo colpo allo ius soli, introdotto nel 1868 dal Quattordicesimo emendamento della Costituzione, che Trump ha più volte annunciato di voler abolire. Le nuove norme prevedono che il Dipartimento di Stato non rilascerà più visti per visitatori temporanei (B-1 / B-2) agli stranieri che cercano di entrare negli Stati Uniti se si accerta che lo “scopo principale” del viaggio è partorire un figlio. La regola non si applica ai 39 Paesi, la maggior parte europei, che aderiscono al “Visa Waiver Program”, i cui cittadini possono recarsi negli Stati Uniti, per turismo o affari, per un periodo di 90 giorni senza un visto. In base alle nuove regole, alle donne incinte verrà negato un visto turistico a meno che non possano provare che devono andare negli Stati Uniti per motivi medici e soprattutto se hanno i soldi per pagare le cure ospedaliere. Il “turismo delle nascite” è una prassi, molto diffusa, soprattutto tra le donne cinesi e russe, che possono spendere cifre che vanno dai 50mila ai 100mila dollari e assicurarsi così la cittadinanza americana per i loro bambini.

Intorno a questo business sono nate negli ultimi anni molte agenzie specializzate. Che offrono alle straniere la possibilità di entrare negli Stati Uniti con un visto turistico, e dopo avere avuto un figlio, ottenuto alloggio e cure mediche, conclusa la pratica per la cittadinanza dei pargoli, ripartire. Non ci sono dati su quante donne straniere viaggino negli Stati Uniti appositamente per partorire. Ma secondo una ricerca effettuata dalla CNN dal 2012 i casi sarebbero almeno 100mila, con un picco di 33mila nel 2018. Diversa la situazione degli “anchor baby”, definizione spregiativa che Trump e la destra americana usano per indicare i bambini nati negli USA da madri povere entrate illegalmente dal confine messicano. Anche per i “bambini ancora” e le loro madri l’obiettivo è sempre lo stesso: ottenere un passaporto USA. Ma per questi ultimi la soluzione è già stata trovata: il respingimento senza troppi complimenti. Infatti l’amministrazione Trump ha cancellato dalle liste dei migranti vulnerabili anche le donne incinte.

Frontex: calano gli arrivi

Per l’Europa il 2019 è stato l’anno del crollo degli arrivi di immigrati irregolari. Secondo le ultimissime stime di Frontex gli ingressi illegali in tutta l’Unione sono stati poco più di 139mila. Il numero più basso mai registrato dal 2013. In particolare per quanto riguarda l’Italia. Nel nostro Paese, infatti, gli sbarchi fermi a quota 11.500, sono stati di gran lunga inferiori ai circa 82mila della Grecia ed ai 24mila della Spagna. Nel suo rapporto l’Agenzia Europea della guardia di frontiera ha inoltre teso a sottolineare come gli arrivi nel Vecchio Continente siano calati del 6% rispetto al 2018 e addirittura del 92% rispetto all’anno record del 2015. Quando a seguito della grave crisi della guerra in Siria sbarcarono oltre 1 milione di profughi. Tornando ai dati relativi all’anno appena concluso emerge che la riduzione più significativa ha riguardato, con grande beneficio del Bel Paese, la rotta del Mediterraneo centrale. Nel 2019, infatti, gli arrivi sul nostro territorio hanno segnato un - 41% rispetto ai dodici mesi del 2018. Un trend negativo che nell’area del Mediterraneo occidentale è stato ancora più accentuato: - 58%.

Assai critica, invece, continua ad essere la situazione nell’area orientale. Che nel 2019 ha visto un sensibile aumento della pressione migratoria. L’anno scorso, infatti, sono giunti sulle coste greche più di 82mila immigranti irregolari. Con un incremento del 46%, circa, rispetto al 2018. Questo perché, sottolinea Frontex, nella seconda metà del 2019 “gli arrivi irregolari nella regione, anche se inferiori a quelli del 2015 e dei primi mesi del 2016, sono stati al livello più alto dall’entrata in vigore dell’accordo Ue-Turchia del marzo 2016”. Altrettanto critica continua ad essere anche la situazione sulla rotta balcanica. Dove gli ingressi irregolari sono stati circa 14mila: oltre il doppio rispetto a quelli al 2018. Per quanto riguarda la nazionalità degli stranieri, sul totale degli arrivi del 2019 quella degli afghani pesa per oltre un quarto, con un incremento del 167% rispetto all’anno precedente. Da sottolineare, infine, il preoccupante aumento del numero di donne e minori non accompagnati.

Da Chinatown una sfida a Trump

Negli USA tira una brutta aria per gli immigrati. Ma quelli giovani di Chinatown non se ne curano. Una nuova generazione di sino-americani, infatti, nata e cresciuta nella Grande Mela sta ripensando il proprio futuro per salvare il quartiere dalla gentrificazione. Ed evitare così lo spopolamento di massa per fare spazio ai nuovi ricchi che inevitabilmente porta, non solo all'aumento degli affitti, ma anche alla drastica trasformazione dell’identità del posto. Un fenomeno che ha già cancellato molti quartieri popolari di Manhattan a Brooklyn, e che ora minaccia l’ultima roccaforte etnica nel cuore della città.

La risposta della comunità immigrata cinese, come scrive il quotidiano americano The Atlantic, è semplice e allo stesso tempo rivoluzionaria. Passare ai figli il testimone degli affari di famiglia. La narrazione vuole che per gli immigrati di seconda generazione il riscatto sociale passi attraverso un’istruzione di livello elevato per poter poi intraprendere carriere di alto profilo. Nella Chinatown di New York, invece, i figli di molti commercianti stanno facendo una scelta diversa: rimanere nel negozio di famiglia. Senza però rinunciare agli studi. Le sei storie che raccontate da The Atlantic sono paradigmatiche del fenomeno in atto. Sei giovani imprenditori di origine straniera, tutti universitari o già laureati, che hanno deciso di mettere le loro competenze linguistiche e tecnologiche al servizio dell’attività familiare. Diventando prima di tutto i traduttori del negozio, perché il maggiore handicap dei genitori è proprio la scarsa o nulla conoscenza dell’inglese. Da bravi nativi digitali stanno inoltre imprimendo una svolta smart agli affari. Consapevoli che solo con la tecnologia queste piccole imprese possono sperare di sopravvivere.

Usano le università per incastrare i clandestini

Nella lotta all’immigrazione clandestina l’amministrazione Trump non finisce mai di stupire. Per sgominare il traffico di visti illegali concessi a studenti stranieri, il Dipartimento della Sicurezza nazionale è giunto perfino a creare una falsa università. A rivelare l’incredibile storia è stato il quotidiano online Detroit Free Press che con dovizia di particolari ha raccontato come l’operazione durata più di 10 mesi ha portato all’arresto di 250 falsi studenti, in maggioranza indiani, e di 8 “reclutatori”. A gestire il campus universitario di Farmington, nel Michigan, erano gli agenti dell’Immigration and Custom Enforcement (ICE), l’agenzia federale responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione.

Il falso ateneo poteva trarre in inganno chiunque. Il sito web recava il logo dell’istituto con tanto di motto latino “Scientia et Labour”, ovvero “conoscenza e lavoro”, e pubblicizzava il programma noto come Curricular Practical Training (CPT), che consente agli studenti stranieri in possesso del visto F-1 di lavorare negli Stati Uniti. E proprio questo programma ha permesso a centinaia di immigrati di risiedere negli USA perché iscritti a un corso di studio universitario certificato. Peccato, però, che l’Università di Farmington fosse finta e funzionasse da “esca” per un’operazione sotto copertura dell’ICE, tesa a stroncare le frodi legate all’immigrazione clandestina. E infatti le otto persone arrestate, che avevano l’incarico di selezionare gli studenti, sono accusate di aver aiutato almeno 600 cittadini stranieri a risiedere illegalmente negli Stati Uniti grazie a un permesso di soggiorno ottenuto in modo fraudolento. Inoltre gli otto “reclutatori” avrebbero ricevuto collettivamente 250.000 dollari per trovare studenti disposti a frequentare l’ateneo, senza rendersi conto che i pagamenti venivano fatti dall’ICE. Anche gli studenti iscritti erano consapevoli che il programma era illegale, e che in realtà l’Università di Farmington era un clamoroso “fake”. Secondo il quotidiano di Detroit il falso college aveva iniziato a operare nel 2015 nell’ambito di un’operazione chiamata Paper Chase, intensificata con la presidenza Trump.

E così si è scoperto che il caso di Farmington non era isolato. Un’identica operazione è stata infatti portata a termine anche nel New Jersey. Dove i “federali” hanno arrestato 21 persone per frodi legate a falsi permessi di soggiorno per studio e lavoro . Anche in questo caso a fare da esca è stato un finto ateneo, l’ University of Northern New Jersey.

L’isola della vergogna europea

Il campo profughi di Moria è il fallimento morale dell’Europa. In questo centro di accoglienza situato sull’isola greca di Lesbo, infatti, i valori fondanti dell’Ue, ovvero solidarietà, rispetto dei diritti umani, protezione di chi fugge da guerre e violenze, vengono calpestati dalla burocrazia, l’indifferenza e la mancanza di volontà della politica. È una condanna senza appello quella contenuta in lungo “reportage dall’inferno” appena pubblicato dalla rivista statunitense The Atlantic. Che non esita a definirlo un luogo simbolo dei danni collaterali della Storia contemporanea (Afghanistan, Siria, Turchia). Un accampamento prossimo al collasso dove, rispetto ad una capienza “ufficiale” di 3.000 posti, sono invece da mesi costrette a sopravvivere in condizioni disumane oltre 13mila persone, per la metà bambini e ragazzi, di cui 1.000 senza genitori.

Una bomba ad orologeria pronta ad esplodere. Dove violenza, prostituzione, anche minorile, e spaccio di droga sono all’ordine del giorno. Così come rivolte e incendi, che hanno già causato numerosi morti e feriti, e una situazione sanitaria ai limiti dell’estremo. Eppure nonostante il grido d’allarme degli operatori umanitari, il governo greco, che con fondi europei gestisce questa struttura, continua a far finta di niente. Il tutto aggravato dalla lentezza e dall’inefficienza burocratica che non solo ritarda di anni l’esame delle richieste di asilo ma, in molti casi, impedisce anche ai minori non accompagnati di ricongiungersi con i familiari che già si trovano in altri Stati europei. Inoltre i trasferimenti promessi dall’isola alla terra ferma procedono col contagocce, dal momento che il governo di Atene non ha mai rispettato la promessa di creare centri d’accoglienza in altre aree del Paese.

Ad aggravare la crisi si è aggiunta negli ultimi mesi anche la ripresa degli sbarchi: nel 2019 in Grecia sono arrivate oltre 45 mila persone, più di quelle giunte in Italia, Spagna e Malta messe insieme. 12.500 nel solo mese di settembre. Si tratta del numero più alto da marzo 2016, quando Bruxelles previo un versamento di 6 miliardi di euro demandò al governo turco il compito di bloccare il flusso di profughi siriani verso il Vecchio Continente. Questo accordo è ancora valido, nonostante il presidente turco Erdoğan continui a minacciare di inviare milioni di profughi in Europa. Ma l’instabilità crescente in tutto il Medio Oriente ha comunque portato ad un aumento degli sbarchi in Grecia, che inevitabilmente ha reso ancora più grave la crisi umanitaria nel campo di Moria. Eppure rispetto al 2015, quando si registrò la grande ondata di arrivi, se qualcosa è cambiato è in peggio. In 5 anni l’emergenza si è trasformata in normalità.

E qui The Atlantic pone la domanda delle domande: come è potuto accadere. Come è stato possibile che l’Europa, la culla della civiltà, abbia permesso che a Moria nascesse un campo simbolo di disumanità. La risposta è semplice e risiede nell’incapacità dell’Ue di dotarsi di una politica dell’asilo in grado di aiutare i singoli Stati a sopportare il peso di un’emergenza umanitaria dalla portata storica. Sarebbe perciò bastato un piccolo sforzo comune, invece del prevalere degli egoismi nazionali, per evitare un disastro che rischia di trascinare il Vecchio Continente verso l’abisso.

La rivolta del Libano dimentica i profughi

La rivolta popolare che sta paralizzando il Libano non è uno dei tanti conflitti etnico-religiosi che da sempre hanno caratterizzato la sua tormentatissima storia. Quella delle ultime settimane, infatti, è una protesta che unisce anziché contrapporre le sue tante anime. Sulle quali è fondato il sistema politico nato all’indomani dell’indipendenza dalla Francia raggiunta nel 1943. E successivamente “costituzionalizzato” dopo una sanguinosissima guerra civile. Che scoppiata nel 1975 si è conclusa solo nel 1990 quando a Taif le maggiori 18 sette politico-religiose (tra cui i cristiani maroniti, i musulmani sunniti, sciiti e alawiti, e i drusi) si spartirono tra loro il potere. Consentendo ai rispettivi “boss” di difendere ciascuno gli interessi settari delle proprie comunità di riferimento semplicemente distribuendo favori. Un sistema che ha portato all’esplosione, in parallelo, del debito pubblico e delle diseguaglianze sociali. Nel Paese dei Cedri, infatti, secondo il World Inequality Database, l’1% della popolazione possiede un quarto di tutta la ricchezza nazionale.

Ma l’odierna grave crisi economica e la paralisi politica hanno compiuto il “miracolo” spiazzando le élite religiose e unendo i libanesi di tutte le confessioni. Alimentando qualche speranza, mista a molta ansia, anche in quella parte della popolazione, tanto numerosa quanto silenziosa, di cui mai nessuno parla: i profughi siriani e palestinesi. In Libano attualmente vivono 1,5 milioni di rifugiati siriani oltre a 400mila palestinesi. Che sommati rappresentano, cosa pressoché unica nella demografia mondiale, un quarto dell’intera popolazione nazionale. Numeri, come sottolinea con amarezza un articolo dedicato al tema dalla rivista americana Ozy, che per quanto riguarda l’accoglienza dei rifugiati dovrebbero far vergognare gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Ora, però, davanti alle proteste di piazza, siriani e palestinesi, temono di diventare i capri espiatori di una classe politica incapace di ammettere di aver fallito nel fornire servizi di base, stimolare l'economia o combattere la corruzione nella pubblica amministrazione. Infatti, nonostante le tante divisioni, la politica libanese è sempre stata unita nell’evitare di affrontare il problema dei rifugiati. Segregandoli in una sorta di apartheid nel timore che la loro integrazione potesse alterare il delicato equilibrio interconfessionale a favore dei musulmani sunniti.

Ma la diffidenza verso i rifugiati, purtroppo, non è solo appannaggio dei politici. Nel corso delle tante manifestazioni, alle quali hanno preso parte non pochi tra siriani e palestinesi, in più di un’occasione è infatti circolata la parola d’ordine secondo la quale le eventuali conquiste economiche e sociali strappate ai governanti dovrebbero essere riservate e godute esclusivamente dai libanesi di nascita. Un errore che il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha pensato subito di sfruttare gridando alla cospirazione internazionale contro il Libano. Un’accusa a dir poco singolare visto che a formularla è proprio il partito-milizia sciita da sempre finanziato e sostenuto dall’Iran.

L’immigrazione manda in crisi la giustizia USA

Negli USA i tribunali per l’immigrazione, con un arretrato di oltre 1 milione di casi, sono prossimi al collasso. Stretti come sono tra la politica sempre più aggressiva di Trump contro i clandestini e la marea umana di disperati che si accalca alla frontiera con il Messico. Solo nello scorso mese di maggio gli arrivi dal confine meridionale sono stati 133mila: il numero più alto mai registrato dal marzo 2006. Un’ondata di richiedenti asilo e immigrati illegali, in particolare dal Centroamerica, che sta mandando in tilt la giustizia. Ma è bene chiarire che, come spiega un recente studio del Migration Policy Insitute (MPI) di Washington, questa montagna di casi pendenti è in attesa di essere esaminata dall’Executive Office for Immigration Review (EOIR), che facendo capo al Dipartimento della Giustizia è alle dirette dipendenze del potere esecutivo. I giudici dei 63 tribunali per l’immigrazione sparsi su tutto il territorio nazionale, decidono in particolare dei casi di espulsioni e della concessione dell’asilo o protezione internazionale. Poiché si tratta di materie che rientrano nell'ordinamento civile, il governo non è tenuto a fornire agli imputati, se non possono permetterselo, un avvocato d’ufficio. Anche se fino ad oggi il 52% degli stranieri che hanno dovuto dar conto della loro posizione nelle corti ha usufruito di una rappresentanza legale.

C’è più di una causa che ha contribuito a questa situazione. In particolare, sottolinea l’indagine del think tank americano, all'inasprimento delle procedure di espulsione non è corrisposto un adeguato aumento delle risorse, umane ed economiche, da destinare ai tribunali per l’immigrazione. Per capire come stanno le cose, basta considerare la disparità di quanto il governo federale spende per la difesa delle frontiere e la caccia ai clandestini. Nel 2018, infatti, il Congresso ha stanziato più di 24 miliardi di dollari per le due principali agenzie governative che si occupano di lotta all’immigrazione, l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) e il CBP (Customs and Border Protection), e solo 437milioni per l’EOIR. Le scarse risorse finanziarie e il blocco delle assunzioni dei giudici, sono perciò all'origine dell’aumento dei casi pendenti. Tanto che oggi l’iter giudiziario per decidere su un’espulsione o una richiesta d’asilo supera, in media, i 700 giorni. Due due anni tondi tondi.

Lesbo, cartina di tornasole delle politiche di accoglienza

La piccolissima isola greca del Mar Egeo, Lesbo, vive una grave crisi umanitaria. Lontana dai riflettori, quella che fu il luogo natio della poetessa Saffo, negli ultimi 5 anni è stata trasformata nel più grande hotspot per migranti d’Europa. Il picco di arrivi si registrò nel 2015-2016, quando la Grecia accolse più di 853.000 persone, in maggioranza siriana. Dopo alcuni anni di relativa calma, negli ultimi 8 mesi gli sbarchi sono ripresi massicciamente. A settembre nei campi allestiti sulle isole dell’Egeo si contavano più di 25mila tra rifugiati e immigranti economici. Una situazione esplosiva aggravata dalla crisi economica che da oltre un decennio piega l’Ellade. Mettendone a dura prova la tenuta del tessuto sociale. Nonostante questo difficilissimo scenario, Lesbo, secondo il Migration Policy Institute di Washington, nel campo della gestione dei centri di accoglienza rappresenta a livello internazionale un’esperienza su cui vale la pena riflettere.

Il perché è presto detto. All’interno dell’isola esistono due hotspot: quello di Moria gestito dalle autorità centrali elleniche, e quello di Kara Tepe gestito dalla locale municipalità. Occorre ricordare che il primo fu aperto nel 2013 dal governo di Atene usando fondi nazionali e comunitari. Al momento, nonostante la sua capienza sia di 3mila anime, ne accoglie più di 12mila. Una sovrappopolazione che ha trasformato il centro in un’immensa baraccopoli teatro di continue violenze. Come quella dello scorso 30 settembre, quando il fuoco appiccato a due container ha causato la morte di un bambino e di sua madre. Uno scenario inumano nel quale i rifugiati restano rinchiusi anche anni.

A Kara Tepe, invece, si respira tutt’altra aria. Questo accampamento municipale, gestito d’intesa dai dipendenti del locale comune e dai volontari delle Ong, non ha mai accolto più dei 1.200 rifugiati di cui è capace. Non solo, ma è bene sottolineare che il responsabile Stavros Mirogiannis è riuscito ad imporre regole che tutti rispettano, oltre a creare aree comuni di svago e di socializzazione per le 260 famiglie, ognuna delle quali dispone di un suo autonomo container. Sulla base di queste due esperienze il Migration Policy Institute ha concluso la sua ricerca segnalando la superiorità, per quanto riguarda la protezione dei rifugiati, degli attori locali rispetto a quelli molto più lontani di Atene e di Bruxelles. Ma non è tutto oro quel che luccica, visto che anche la virtuosa Kara Tepe è costretta a fare i conti con la storica lentezza e la grave corruzione della burocrazia greca. Un male per il quale alcuni docenti dell’Università di Atene hanno suggerito come cura quella di trasferire i fondi dell’Unione (in 4 anni la Grecia ha ricevuto 2,21 miliardi di euro) alle municipalità locali saltando l’amministrazione centrale. Idea che non sembra affatto piaciuta al nuovo governo di centrodestra che invece pensa di usare i finanziamenti europei per rafforzare i pattugliamenti navali nell’Egeo e aumentare le espulsioni .