Il Giappone chiude anche ai richiedenti asilo

Il Giappone una nazione-fortino che chiude le sue frontiere non solo agli immigrati ma anche ai rifugiati. Tanto è vero che nel 2017 a fronte di 20mila richieste d’asilo ne ha accettate solo 20: lo 0,1% del totale. Nel 2016 furono 28 su quasi 11mila. Numeri che, come aveva spiegato West in un precedente articolo dedicato al Paese del Sol Levante, illustrano meglio di tante parole la paura verso gli stranieri che attanaglia i giapponesi.

Già nel 2015 aveva destato indignazione la posizione assunta dal premier conservatore Shinzo Abe nei confronti dei profughi siriani: prima di accoglierli – aveva detto – dobbiamo pensare a migliorare le condizioni di vita dei nostri cittadini. In particolare donne e anziani. Una totale chiusura confermata anche dalle politiche del suo governo. Dal 2010, riporta il Guardian, il Giappone ha concesso ai rifugiati in possesso di visti validi per l’impiego i permessi di lavoro mentre ha di pari passo respinto le loro richieste d’asilo. Una stretta che secondo il governo ha alimentato il drammatico aumento delle domande “fasulle” da parte di persone che invece cercano soltanto un lavoro. Si spiegherebbe così il boom delle richieste presentate nel 2017, l’80% in più rispetto all’anno precedente.

Nel tentativo di ridurre il numero di richiedenti asilo, il mese scorso il governo di Tokyo ha reso ancora più stringente la concessione dei permessi di lavoro, lasciando nel limbo giuridico migliaia di rifugiati. E, peggio ancora, decidendo di rinchiudere gli immigrati con permesso di soggiorno scaduto in speciali centri di detenzione. Non a caso finiti sotto accusa per il trattamento inumano riservato ai reclusi: “Le restrizioni messe in atto dal governo”, denuncia l’Associazione dei rifugiati, “stanno colpendo anche i veri richiedenti asilo”.

Frontex: meglio i numeri delle chiacchiere

Sul fronte degli sbarchi la situazione in Italia è migliorata, ma non risolta. Così il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, a margine della presentazione del rapporto sull’analisi del rischio per il 2018. Osservata speciale resta la rotta del Mediterraneo centrale, che però dallo scorso luglio ha fatto registrare un significativo crollo degli arrivi. Un riconoscimento alla linea Minniti, che mette fine alla guerra delle cifre che si era scatenata nelle scorse settimane tra Viminale e l’Agenzia europea della guardia costiera. Secondo la quale mentre regge il nostro accordo con la Libia per il contrasto delle partenze, sembrano invece profilarsi nuovi guai da Tunisia e Algeria. A preoccupare sono i recenti sbarchi di piccoli gruppi di magrebini sulle coste della Sardegna e della Sicilia. La paura infatti è che dietro questi arrivi possano nascondersi foreign fighter di ritorno. “Un rischio”, ha chiarito Leggeri, e per questo è aumentata “la nostra capacità di intercettazione”. Sta di fatto che secondo i dati diffusi dai servizi di intelligence, dei circa 5.000 che dal nostro continente sono andati a combattere con l’Isis circa il 30% sia tornato o abbia cercato di farlo.

Nel 2017 il totale dei rimpatri dall'Unione europea è stato di 150mila. Dal che si deduce facilmente quanto irrealistica suoni la promessa imprudentemente fatta da qualcuno di rimpatriare, una volta arrivato al governo, 600mila clandestini dall’Italia. Sta di fatto che la cooperazione tra Frontex e il nostro Paese sul fronte dei rimpatri è aumentata. Tanto che nel 2017, come ha tenuto a sottolineare Leggeri, l’Italia è stata tra i primi tre Stati dell’Ue che hanno usato le attività dell'Agenzia per riportare nei Paesi d’origine chi non aveva diritto a restare.

Per quanto riguarda gli ingressi illegali nell’Ue il 2017 ha fatto registrare un drastico calo: 204.700 (-60%). In conclusione: le rotte del Mediterraneo orientale e dei Balcani continuano a essere sigillate, ma cresce la preoccupazione per il fronte spagnolo. Dal quale il numero di sbarchi ha raggiunto un livello senza precedenti: più del doppio rispetto al record del 2016.

Quante sono in Italia le imprese immigrate?

L’imprenditoria immigrata, secondo i dati diffusi da Unioncamere, cresce ad un ritmo 5 volte superiore a quella italiana. Con un numero di aziende che è il 9,6% del totale. In base ai dati del Registro delle imprese delle Camere di commercio, infatti, nel 2017 è stata raggiunta la quota record di 590mila attività. Il loro numero è cresciuto di 19.197 unità (il 42% dell'intero saldo annuale) come risultato del saldo tra 57.657 aperture e 38.460 chiusure, corrispondente ad un tasso di crescita del 3,4%, contro lo 0,75% fatto registrare dalle aziende italiane. Per valutare appieno l’importanza di questo fenomeno basta osservare che senza il loro contributo, in regioni quali Toscana, Veneto, Liguria e Marche, il saldo delle imprese sarebbe stato negativo o, nel caso di Piemonte ed Emilia-Romagna, addirittura catastrofico.

Il settore in cui gli imprenditori stranieri sono più presenti è il commercio al dettaglio (circa 162mila, il 19% di tutte le aziende del settore), seguito dalle costruzione (109mila, il 21% del totale) e dai servizi di ristorazione (poco più di 43mila unità, pari all’11% dell’intero comparto). Mentre quello in cui sono più concentrati sono le telecomunicazioni 3.627 aziende che rappresentano il 33.6% del totale.

Sul territorio nazionale la regione in cui le imprese immigrate sono più numerose è la Lombardia (114mila), seguita dal Lazio (77mila) e dalla Toscana (55mila), con Prato che si conferma la provincia con la maggiore concentrazione (il 27,8%). La Campania, invece, registra il tasso di crescita più elevato (+6,1% in regione, +9,6 a Napoli).

Il report di Unioncamere consente anche di ridisegnare la mappa dell’immigrazione in Italia. Tra i Paesi di provenienza quello più rappresentato è il Marocco, con 68.259 imprese individuali esistenti, a seguire la Cina (52.075) e la Romania (49.317). Mentre dall’analisi del territorio si scopre che alcune nazionalità hanno eletto delle “piccole patrie” imprenditoriali in alcune province italiane: a Milano egiziani e cinesi; a Roma bengalesi e romeni; a Torino marocchini; a Napoli pachistani.

Immigrati, arrivi in crescita in Italia. Raddoppiati in Spagna

Torna a crescere il numero di immigrati arrivati in Italia: 4.800 nel mese di gennaio. Il doppio rispetto a dicembre 2017 ma in linea con gennaio 2017. Eritrei, pakistani e tunisini i gruppi più numerosi individuati sulla rotta del Mediterraneo centrale. Negli ultimi mesi, segnala ancora Frontex, è aumentato il numero dei libici, un fenomeno che West aveva già segnalato.

Resta sotto osservazione la Spagna, che, sebbene abbia visto diminuire di un terzo gli arrivi rispetto al mese precedente, i 1.300 sbarcati a gennaio rappresentano pur sempre un aumento di oltre il 20% rispetto allo stesso periodo del 2017. A preoccupare Madrid, che ora chiede all'Unione europea un accordo simile a quello esistente con la Turchia, è l'incremento registrato nell'intero 2017 pari a 101,4%. A fare rotta sul Mediterraneo occidentale sono in prevalenza i cittadini della Guinea, Marocco, Costa d’Avorio e Mali.

In stallo invece le rotte del Mediterraneo orientale e dei Balcani. A gennaio gli arrivi sulle isole greche sono crollati del 43% rispetto al mese precedente, 1.850 in totale; 300 invece gli immigrati intercettati alle frontiere terrestri. In questo caso, sottolinea Frontex, funziona la stretta collaborazione tra i Paesi dell’area.

A livello europeo gli arrivi di immigrati sono calati del 7% rispetto a un anno fa.

Anche in Belgio (come da noi) i rifugiati sono un problema

Al Parc Maximilien spazio verde davanti alla Gare du Nord di Bruxelles, gruppi di volontari assistono centinai di clandestini, riscrivendo di fatto le regole dell’accoglienza. Grazie a una rete di associazioni, Ong e cittadini, 400 immigrati ogni notte trovano riparo in abitazioni private. Qui hanno a disposizione un letto, una doccia e un po’ di umanità, quella che secondo Mehdi Kassou, uno degli ideatori, “l’Europa ha perso”.

Questa esperienza nata in Belgio nei mesi scorsi ha già catalizzato l’attenzione della stampa internazionale, ma ora una lunga e ben documentata corrispondenza del Financial Times, va oltre il racconto delle “belle storie” personali. E i disperati della Gare du Nord diventano il paradigma del fallimento delle politiche migratorie dell’Unione. A partire da Dublino. Regolamento, definito da Ft, “pietra miliare dell'Ue”. Secondo cui un rifugiato deve chiedere asilo nel primo Paese di ingresso. Quindi gli irregolari che si ritrovano nel Parc Maximilien dovrebbero obbligatoriamente essere espulsi nel paese dove sono sbarcati, cioè Italia e Grecia. Un sistema che però è stato travolto dalla crisi dei rifugiati del 2015, quando oltre un milione di siriani dalla Turchia si riversò verso l’Europa. Chiusa la rotta balcanica, si è subito aperta quella mediterranea. Con l’arrivo di immigrati africani. Infatti al Parc Maximilien si incontrano cittadini del Sudan, dell’Eritrea e dell’Africa subsahariana, giunti in Belgio dopo un lungo e costoso viaggio che dalla Libia li ha dapprima portati in Italia e poi a vagare per l’Europa, alimentando quel fenomeno noto come “movimento secondario”. Per tutti l’obiettivo finale è la Gran Bretagna. Ma attraversare La Manica è sempre più difficile e così in Francia e Belgio si creano questi “colli di bottiglia”.

Le Ong che operano alla Gare du Nord affermano che le loro attività riempiono un vuoto creato dal governo belga. Che pensava di risolvere il problema con il pugno di ferro usato da Theo Francken, vice ministro all'immigrazione ed esponente del partito nazionalista fiammingo, e ora messo sotto accusa dopo una clamorosa fuga di notizie. Secondo un’indagine che sta scuotendo il Belgio, la scorsa estate, Francken inviò funzionari sudanesi ad identificare alcune persone nel Parc Maximilien. Molte di esse furono poi torturate al loro ritorno in Sudan. Il tutto sotto gli occhi dell'Europa, che ancora oggi balbetta di fronte all'emergenza.

Nell’Italia dell’immigrazione (per fortuna) non c’è solo Macerata

Brescia non cede ai discorsi xenofobi. Brescia modello multiculturale dell'Italia. Così Le Monde titola un reportage dalla città lombarda a contrappunto di un lungo articolo sui terribili fatti di Macerata e l'ondata razzista che rischia di investire la Penisola alla vigilia di una delicata e quanto mai incerta tornata elettorale.

A Brescia su quasi 200.000 abitanti, 36mila sono immigrati: un quinto della popolazione. Nel 1990 erano poco più di 2mila. Una crescita repentina che però non ha sconvolto gli equilibri sociali della città. I primi ad arrivare, negli anni '90 del secolo scorso, furono gli immigrati dell'Est Europa, seguiti dai magrebini, poi agli inizi del nuovo millennio fu la volta dell'ondata dal subcontinente indiano per finire con gli arrivi, di oggi, dall'Africa. Tutti nella “ricca Brescia” hanno trovato opportunità di lavoro, fino a dare vita, in non pochi casi, a una “borghesia dell'immigrazione”. I cui figli studiano, con profitto, e si apprestano anche loro a seguire la strada dei padri.

Questo il quadro. Per spiegare il quale, il blasonato quotidiano francese facendo ricorso alla sociologia politica, spiega con la forte tradizione religiosa la base della sua capacità d'apertura agli stranieri. Brescia, bastione del cattolicesimo sociale, nel corso dei secoli, infatti, ha sempre manifestato un forte spirito missionario, mantenuto vivo dal ricordo del suo più famoso concittadino, Paolo VI. Il papa che completò il Concilio Vaticano II. È forse per questo, conclude Le Monde, che è stata governata prima dalla Dc e poi dal centrosinistra. E non ha mai ceduto alle sirene della Lega Nord, che pure domina incontrastata nella stragrande maggioranza dei comuni della provincia.

Anche se donna sull’immigrazione fa come Trump

L’arrivo di Trump alla Casa Bianca e il sì degli inglesi a Brexit, sono alla base del boom di immigrati americani e britannici in Nuova Zelanda.

A sostenerlo sono gli analisti del Financial Times alla luce degli ultimi dati resi noti dall’ufficio statistico di Wellington. Che, nel 2017, ha registrato 2.127 arrivi dagli USA (+65% rispetto al 2016) e 6.371 dalla Gran Bretagna (+40% rispetto all'anno precedente al referendum sull'uscita dall'UE del giugno 2016).

Numeri significativi anche se bassi in termini assoluti. In ragione del fatto che si tratta di immigrati qualificati che, vista l’aria che tira in patria e le ottime performance economiche della Nuova Zelanda (cresce al 4% l’anno), hanno scelto di fare le valigie. Attirati, non solo dall'opportunità di trovare occupazione e salari elevati, ma anche dai molti vantaggi che il governo di quel paese ha messo in atto per accaparrarsi i migliori talenti.

Una strategia che per quanto limitata ai talenti stranieri rischia di essere cancellata dal nuovo primo ministro Jacinda Ardern (la più giovane donna al mondo a capo di un governo) che ha vinto le elezioni dello scorso ottobre semplicemente promettendo un giro di vite sull'immigrazione: non più di 30 mila nuovi ingresso l’anno.

Tra i rifugiati ci sono quelli che stanno peggio degli altri

In aumento i casi di rifugiati e richiedenti asilo che soffrono di malattie mentali, in particolare depressione e disturbo da stress post-traumatico. Un articolo pubblicato dal Migration Policy Insitute (MPI) accende i riflettori su un aspetto poco indagato del fenomeno migratorio.

Per capire le dimensioni del problema possono tornare utili numeri e statistiche. Uno studio condotto dalla psicologa Martina Heeren in Svizzera ha evidenziato che i richiedenti asilo avevano più probabilità di soffrire di disturbo da stress post-traumatico rispetto a quelli cui era stata concessa la residenza, 54% contro 41. Allo stesso modo, il tasso di depressione tra coloro che attendevano una decisione sulla richiesta di protezione era quasi il doppio di quello dei rifugiati riconosciuti. Donne e minori non accompagnati i più colpiti.

I richiedenti asilo possono sperimentare traumi prima, durante e dopo il loro viaggio. Una ricerca condotta da Medici senza frontiere in Italia ha mostrato che mentre il 60% dei rifugiati ha avuto eventi potenzialmente traumatici prima della partenza, l'89% ha riportato un trauma durante il viaggio. La quota di torture era dieci volte superiore rispetto ai Paesi di origine.Non diversa la situazione per i rifugiati siriani che tra il 2015 e il 2016 sono giunti in Grecia. In questo caso MSF ha indagato sull'impatto che il prolungamento del confinamento sulle isole greche ha avuto sulla salute mentale. A Lesbo, a causa delle condizioni di sovraffollamento del campo e la mancanza di risorse, si è registrato un aumento esponenziale di nuovi pazienti psichici passando dal 35% del 2016 al 75% del 2017.

Una “crisi silenziosa”, scrive ancora MPI, che minaccia l'intero sistema di asilo” dell’Unione europea. Perché sebbene l'Ue riconosca l'importanza di fornire assistenza ai malati mentali, nella pratica i singoli Stati non lo fanno.

La nuova guerra di Israele con gli immigrati africani

Le espulsioni degli immigrati africani spaccano Israele e innescano una delicatissima controversia religiosa. Vediamo perché: all’inizio di gennaio il governo israeliano aveva deciso di “liberarsi” di 40mila immigrati eritrei e sudanesi, entrati illegalmente nel Paese. Offrendo 3.500 dollari a chi se ne andava o, in alternativa, il trasferimento in un centro di detenzione. Con il piccolo problema, però, che molti degli interessati avrebbero diritto alla protezione internazionale. Di cui, invece, Netanyahu non vuole sentir parlare perché “non sono rifugiati, ma infiltrati che cercano lavoro”. Sbandierando, a sostegno della decisione presa dal suo governo, l’accordo firmato con il Ruanda che, dietro finanziamento, accoglierà gli africani espulsi.

Ma è proprio questa deportazione, come riferisce The Atlantic in un lungo e ben documentato reportage, che ha scosso l’opinione pubblica e la coscienza di molti religiosi. La scorsa settimana la rabbina Susan Silverman ha iniziato una campagna per convincere gli israeliani a nascondere nelle loro case i richiedenti asilo africani, paragonando la loro situazione a quella di Anna Frank. “Le persone hanno rischiato la vita per salvare gli ebrei – ricorda la rabbina -, e noi oggi diciamo che non vogliamo rischiare la più lieve alterazione demografica?”. Perché ciò che teme Netanyahu è la “minaccia concreta al carattere giudaico del Paese”.

Una mobilitazione che oltre a 850 rabbini, ha coinvolto anche alcuni piloti della compagnia di bandiera El Al, che si rifiuteranno di salire a bordo degli aerei destinati alle deportazioni, mentre proseguono le manifestazioni di protesta davanti all'ambasciata del Ruanda. Ma c’è chi invece è d’accordo nell'uso del pugno di ferro. Come ad esempio gli abitanti di Tel Aviv sud e dell'area intorno alla stazione dei bus, dove vive il 60% dei clandestini africani, ma anche una parte degli immigrati dell'Est Europa che non vede di buon occhio “la concorrenza dei neri”.

Quanti sono gli immigrati che hanno acquisito la cittadinanza in Italia?

Il nostro è, secondo Eurostat, il paese europeo che concede annualmente il più alto numero di cittadinanze agli immigrati. Tant’è che nel 2016, ultime statistiche disponibili, sono stati 184.638, ben oltre il record di 174 mila del 2015. Per lo più albanesi (36.929) e marocchini (35.212). Ma c’è di più. Perché tra questi nuovi italiani è in ascesa la fetta di giovanissimi che hanno conquistato il nostro passaporto per trasmissione dai genitori (ius sanguinis) oppure, una volta diventati maggiorenni, come previsto dalla legge, ne hanno fatto richiesto: 76 mila contro i 66 mila del 2015. In conclusione, negli ultimi cinque anni oltre mezzo milione di immigrati è diventato italiano.