Il nuovo Marocco dell’immigrazione

Il Marocco da sempre Paese di emigrazione, dall’inizio del nuovo secolo ha subito una metamorfosi. Grazie alla sua posizione geografica è stato a lungo Paese di transito per gli immigrati subsahariani in marcia verso l’Europa. Ma negli ultimi anni, con la progressiva chiusura delle frontiere europee, è divenuto Paese di destinazione. Come conseguenza di questo repentino cambiamento, Rabat, a differenza di altri governi della regione, ha sviluppato una politica migratoria nazionale e stretto accordi di partenariato con l’Ue. Un caso più unico che raro tanto da richiamare l’attenzione del Migration Policy Institute di Washington, che al Marocco e alla sua gestione dei migrati ha dedicato una lunga e approfondita analisi.

Il Paese, che conta 32 milioni di abitanti, ospita, oggi, 700mila immigrati provenienti dall’Africa subsahariana. Nel 1999 erano circa 50mila. Di fronte a questo incremento dei flussi, nel 2003 il governo marocchino è stato il primo nella regione a emanare una legge sull’immigrazione, introducendo misure per favorire l’integrazione e adottando politiche per il rispetto dei diritti umani. Mentre risale al 2014 una prima sanatoria per 25mila clandestini, seguita da un’altra nel 2017 che ha portato alla regolarizzazione di altri 28mila. Una decisione che ha però scatenato forti proteste.

Le difficili condizioni economiche del Paese, soprattutto nelle aree più periferiche, dove i tassi di povertà e disoccupazione sono molto alti, hanno creato un diffuso malessere tra le popolazioni locali, che vedono negli immigrati i diretti competitor nell’accesso al mercato del lavoro e alla redistribuzione della ricchezza. Il crescente clima di ostilità non ha però portato ha una retromarcia del governo. Che anzi punta a diventare sempre di più attore principale nelle discussioni regionali sull'immigrazione, svolgendo un ruolo centrale nel dialogo euro-africano. Compito ampiamente riconosciuto dall'Unione europea che solo lo scorso anno ha destinato al Marocco 148 milioni di euro per affrontare l’emergenza migranti e altri 182 milioni di euro per sostenere la creazione di posti di lavoro.

Per entrare negli USA dall’Africa usano l’Ecuador

Il sogno americano dei migranti africani passa dall’Ecuador. Il Paese andino è infatti diventato la nuova porta d’ingresso per gli USA. Un fenomeno in costante aumento dopo la chiusura della rotta libica. Nell’ultimo anno è infatti cresciuto esponenzialmente il numero di immigrati africani bloccati alla frontiera tra Messico e Stati Uniti. Che in aggiunta alle tante difficoltà sperimentate da quelli centroamericani sono costretti ad affrontare un viaggio lunghissimo e pericoloso. Che iniziato dall’Africa in aereo ha come prima tappa l’Ecuador, che non richiede il visto d’ingresso, e prosegue tra mille inenarrabili peripezie da Quito al Rio Grande. Un percorso di oltre 5mila chilometri attraverso la Colombia, la giungla di Panamà, i Paesi del Centroamerica e quindi il Messico.

Per giungere alla frontiera americana alcuni impiegano anche tre anni. La maggior parte di loro proviene dalla Repubblica Democratica del Congo, Angola e Camerun. E tutti scappano dalla povertà estrema, dalle violenze e dai conflitti etnici che piagano l’Africa subsahariana. Per meglio capire le dimensioni del fenomeno basta citare un dato pubblicato dalla rivista Ozy: solo nella prima settimana di giugno, più di 500 immigrati africani sono stati arrestati dalla polizia di frontiera statunitense in Texas, nel 2018 erano stati in totale 211. “Stanno usando Quito come hub d’ingresso per il Nord America”, denunciano le autorità di Washington che ora minacciano ritorsioni contro il governo ecuadoregno. Nel Paese sudamericano vige ancora la politica delle “porte aperte” inaugurata più di 10 anni fa dall’ex presidente Correa. Dottrina messa oggi in discussione dall’attuale capo dello Stato, Lenin Moreno, che sta valutando l’introduzione di controlli più severi ai confini del suo Paese. Perché oltre al problema degli immigrati africani, l’Ecuador è da anni alle prese con un'altra insostenibile emergenza: quella dei profughi venezuelani.

La terra promessa per rifugiati e profughi restano gli USA

Gli USA, nonostante Trump, restano la nazione che a livello mondiale accoglie il più alto numero di rifugiati. Il nuovo corso della Casa Bianca che, in nome della sicurezza nazionale, ha blindato le frontiere e introdotto un giro di vite nelle politiche dell’accoglienza, non ha infatti scalfito il record che l’America detiene ormai da tempo immemorabile riguardo al “dare casa” a coloro che fuggono da guerre e violenze. A certificarlo è uno studio del Migration Policy Institute, un think tank indipendente con sede a Washington, che ha elaborato i dati del Dipartimento di Stato e della Sicurezza Nazionale. Secondo cui i profughi accolti dal Paese a stelle e strisce sono stati nel 2018 circa 22.500 mentre quelli a cui è stato riconosciuto lo status di rifugiati, in base agli ultimi dati disponibili relativi al 2017, sono stati 26.568. Nel 2018, nonostante il numero di rifugiati sia cresciuto a livello globale, superando secondo l’ultimo rapporto dell'Unhcr (l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) i 70 milioni, l'amministrazione USA ne ha accolti 45.000. Alla fine del lungo processo di screening quelli reinsediati sono stati all'incirca la metà, per lo più provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, dalla Birmania e dall'Ucraina. Resta comunque il fatto che dall'inizio del suo mandato Trump, usando il suo potere esecutivo per limitare gli arrivi, nel 2017 ne ha più che dimezzato il numero che dai 110mila dell’epoca di Obama sono scesi nel 2018 a 50.000 e nell'anno in corso a 30.000. Per quanta riguarda i richiedenti asilo nel 2017 sono state 26.568 le persone a cui è stato concesso, il 31% in più rispetto alle 20.340 de 2016. Il 45% dei quali provenienti da Cina, El Salvador e Guatemala. Da sottolineare il fatto che il numero dei rifugiati “premiati” provenienti da El Salvador, Guatemala e Honduras è aumentato dai 1.007 del 2012 ai 8.480 del 2017. Cifre ancora provvisorie perché sono molte le domande di asilo tuttora al vaglio dei tribunali federali.

Anche gli immigrati lasciano Londra per paura di Brexit

A tre anni dal referendum sulla Brexit, la Gran Bretagna è nel caos più totale. E a farne le spese sono in primis imprenditori e datori di lavoro. Nonostante la narrazione di un’economia in crescita, che non ha subito contraccolpi significativi dalla scelta dei britannici di lasciare l’Ue, la realtà è però un’altra. Sebbene ancora oggi faccia parte dell’UE il Regno Unito manifesta crescenti difficoltà nel riuscire a trattenere e ad attirare i lavoratori immigrati europei altamente qualificati. Preoccupati dal clima di incertezza su quando e, soprattutto, come avverrà il divorzio. In particolare se a vincere la sfida per la successione alla premiership di Theresa May sarà Boris Johnson, teorico della hard Brexit, ovvero dell’addio all’Ue senza accordo entro e non oltre il prossimo 31 ottobre. Una prospettiva che spaventa gli imprenditori, che già oggi lamentano uno “shock di offerta” creato dalla carenza di manodopera e competenze per via della Brexit. Timori confermati da un articolo del Financial Times che ha comparato i dati degli ultimi tre anni di LinkedIn, il social network professionale più diffuso al mondo. Nel Regno Unito il livello di disoccupazione è al 3,8%, il più basso dal 1974, e nei primi 5 mesi di quest’anno c'erano 837.000 posti di lavoro vacanti, 11.000 in più rispetto allo stesso periodo del 2018. E così se fino a giugno 2016 il Paese della regina Elisabetta è stato il più attrattivo per i professionisti UE, dopo lo storico referendum, LinkedIn ha registrato un costante calo nelle ricerche di lavoro, passate dal 34,3% al 24,7% di oggi. Perfettamente in linea con un altro dato rilevato dal sito web: il crollo del 30% in soli tre anni della migrazione professionale dalle altre nazioni del Vecchio Continente. Tanto è vero che per sopperire alla carenza di questa tipologia di dipendenti le imprese britanniche sono state costrette ad aumentare stipendi e benefit. Una mossa che al momento, però, non sembra funzionare.  E così la paura di un “no deal” si è trasformata, senza volerlo, in un puro e semplice deterrente dell’immigrazione. In questo caso dei colletti bianchi.

Obrador nei guai dopo l’accordo con Trump

Le contraddizioni del presidente Obrador, in tema di immigrazione, stanno precipitando il Messico nel caos. Soprattutto dopo che per evitare i dazi minacciati da Trump sull'export messicano il suo governo si è impegnato a bloccare le carovane di disperati centroamericani in marcia verso gli USA. Ma qualcosa non sta funzionando visto che Obrador da populista di sinistra aveva promesso di mettere l’accoglienza ed il rispetto dei diritti umani al centro del suo mandato presidenziale. Tanto è vero che dal momento della sua elezione, esattamente un anno fa, da Guatemala, Honduras e El Salvodar centinaia di migliaia di persone si sono messe in cammino per raggiungere il Messico e da lì tentare il grande salto verso gli Stati Uniti. Un flusso ininterrotto che ha spinto la Casa Bianca dapprima a blindare le frontiere meridionali e poi a brandire lo spauracchio dei dazi. Per assecondare l’ingombrante vicino del Norte, che non a caso è anche il principale mercato delle merci messicane, Obrador ha ceduto alle richieste (ricatto) di Trump. E così dismessi i panni del paladino dei diritti umani, ha a sua volta blindato i confini meridionali con il Guatemala e schierato su tutto il territorio nazionale 21mila uomini per contrastare l’immigrazione clandestina.

Ma il Messico non è gli Stati Uniti e allora come riportano i principali media americani, nel sud del Paese la situazione si sta facendo esplosiva. E la violenza dilaga. Rapimenti, arresti e deportazioni illegali sono ormai all'ordine del giorno. Negli ultimi mesi almeno 75mila immigrati sono stati respinti in Guatemala. Secondo l’accordo siglato a Washington all'inizio di giugno, il Messico avrebbe dovuto inviare a presidiare il confine meridionale 6mila uomini della nascente Guardia nazionale. Ma nonostante le rassicurazioni del governo, ancora oggi le forze impegnate sul campo sono meno della metà. E dato ancora più significativo è che la maggior parte di esse non sono nuove reclute ma vecchi agenti della polizia federale o militari dell’esercito che portano sul braccio una fascia con le lettere GN per indicare che sono delegati della Guardia nazionale. Tuttavia il giro di vite, nonostante la confusione organizzativa, ha prodotto un calo degli arrivi dal Guatemala. Ma come riportano le testimonianze raccolte al confine, sia gli immigrati sia i trafficanti di uomini stanno solo aspettando che le acque si calmino. Infatti sono in molti a scommettere che da qui alle prossime settimane tutto ritornerà come prima.

Il Minnesota non teme la neve ma i somali

“Queste persone non provengono dalla Norvegia”. Basta questa frase per riassumere il lungo reportage del New York Times dalla città di St. Cloud, in Minnesota, che non ne vuole più sapere di accogliere rifugiati somali. L’articolo tratteggia una tipica città del Midwest che si riscopre razzista e islamofoba. Con la comunità Wasp che si sente minacciata dal repentino aumento degli immigrati provenienti dal Corno d’Africa. Uno spaccato della provincia americana che spiega il successo di Trump nel 2016 e la probabile riconferma nel 2020. A St. Cloud sono sorte negli ultimi anni molte associazioni che gravitano nella galassia dell’estrema destra. La paura di fondo è quella della “sostituzione dei bianchi”, una teoria del complotto razzista legata al calo dei tassi di natalità, che riecheggia in tutti i discorsi che si fanno al bar o sulle chat, o nei talk delle radio religiose. E se le chiese evangeliche sono sempre state in prima linea nella battaglia di Trump contro gli immigrati, quello che colpisce è il cambio di atteggiamenti della comunità cattolica. Dopo un’aggressiva campagna denigratoria contro la Caritas locale essa ha deciso di non partecipare più al programma statale di assistenza ai rifugiati. Oggi, infatti, fornisce aiuti solo a disoccupati, senzatetto e bambini a rischio. Questa è St. Cloud, una città di 70mila abitanti cresciuta del 33% in 30 anni, e dove, nello stesso arco di tempo, gli stranieri sono passati dal 2 al 18%. Che tradotto in numeri significa passare da 1.400 a 12.600. Decisamente un bell'incremento che, soprattutto se racchiuso in appena tre decadi, può stravolgere anche la più tranquilla delle città di provincia.

I nuovi visti USA imbarazzano gli uomini della City

Nel giugno del 2017 la notizia del giro di vite di Trump sulla concessione dei visti passò un po’ inosservata. All'epoca l'attenzione era tutta focalizzata sulle polemiche sollevate dal Muslim Ban, l'ordine esecutivo che vietava l'ingresso negli Stati Uniti ai cittadini provenienti da sei Paesi a maggioranza musulmana. Eppure le disposizioni allora emanate dall'amministrazione statunitense avrebbero dovuto mettere in allarme i più. In nome della sicurezza nazionale e tenendo fede alla parola d'ordine “non esitare a rifiutare gli ingressi”, gli uffici federali estesero la stretta non solo a visti richiesti dagli immigrati in cerca di lavoro ma anche a quelli turistici e dei parenti di cittadini residenti negli USA. Nel nuovo questionario per la concessione dell'ESTA, infatti, vengono richieste informazioni sulla gestione dei social media degli ultimi 5 anni e indicazioni biografiche risalenti agli ultimi 15 anni tra cui e-mail, numeri di telefono, indirizzi delle abitazioni, precedenti e attuali occupazioni, sui viaggi effettuati all'estero e i numeri dei vecchi passaporti. Una stretta che, come riporta il Financial Times, dopo due anni inizia oggi a produrre i suoi effetti negativi. Soprattutto tra gli uomini d'affari britannici.

Secondo i dati della CBP (la polizia di frontiera degli Stati Uniti) i rifiuti agli ingressi nel 2018 sono aumentati del 108% rispetto al 2015. E in larga misura hanno colpito anche i business travellers di Londra. La ragione è presto spiegata. Il no all'ESTA scatta nel caso di post “imprudenti” sui social media, ma anche se nei 15 anni precedenti si è stati sottoposti a fermo per guida in stato di ebbrezza o possesso di droga. Queste nuove restrizioni stanno creando non pochi imbarazzi negli ambienti della City. In Gran Bretagna i dipendenti non sono tenuti a comunicare eventuali fermi o condanne ai datori di lavoro, e non è un mistero per nessuno il consumo di alcol e droghe in certi ambienti. Così sempre più uomini d'affari si rivolgono a uffici di consulenza legale preoccupati dal fatto che eventuali loro passate “marachelle” possano creare ostacoli all'ingresso negli USA. Una situazione ai limiti del paradosso. Perché, come non manca di sottolineare maliziosamente il FT, in questa stretta potrebbero incappare persino due politici oggi molto in vista nel Regno Unito: Boris Johnson e Michael Gove. Visto che i due pretendenti alla guida del governo di sua Maestà hanno ammesso pubblicamente di aver assunto, sia pure in gioventù, cocaina. E quindi, secondo le nuove regole volute da Trump, rischiano di essere fermati alla frontiera americana.

Gli orrori dei piccoli yazidi nelle grinfie del Califfato

Si è scoperto che i bambini yazidi rapiti dall'Isis sono vittime della sindrome di Stoccolma. Sono infatti sempre più numerose le giovani vittime che una volta liberate manifestano uno stato di dipendenza psicologica e affettiva verso i loro aguzzini. L’ultimo episodio in ordine di tempo è stato raccontato dal Washington Post grazie alla testimonianza diretta di un leader yazida da 5 anni è impegnato nella ricerca dei tantissimi minori del suo popolo rapiti dai miliziani dello Stato Islamico. Il mese scorso, ad esempio, due ragazze di 14 e 11 anni rintracciate nel campo dell'est siriano di al-Hol dove vivevano da 5 anni con una donna affiliata all'Isis, al momento del blitz invece di accogliere a braccia aperte i liberatori hanno cominciato ad urlare aggrappandosi disperatamente alla donna che chiamavano “mamma” implorando di non essere riportate a casa.

Una scena straziante che testimonia il nuovo, doloroso problema con cui devono fare i conti le unità curde impegnate nella ricerca dei quasi 3.000 minori yazidi che ancora restano nelle mani dello Stato Islamico. Molti dei quali non ricordano quasi nulla della loro vita precedente. Quando, sottratti piccolissimi dalle famiglie per mano degli uomini del Califfato, sono cresciuti all'interno di nuovi gruppi familiari secondo i dettami dell'Isis. Infatti oltre a non parlare più il curdo ma l’arabo sono stati convertiti all'Islam più radicale. Gli yazidi sono una comunità religiosa di etnia curda che vive, in grande parte, nei dintorni di Sinjar, città del nord dell’Iraq, non lontana dal confine con la Siria. Nel 2014, quando l'Isis occupò la zona, oltre 4mila yazidi, considerati infedeli, vennero uccisi e altri 6mila, soprattutto bambini e giovani donne, rapiti. Purtroppo mentre le ragazze yazide liberate hanno raccontato gli indicibili orrori di schiave del sesso che portano dentro di loro i segni indelebili delle atrocità subite, i più piccoli, invece, raccontano un’altra storia che impedirà loro, forse per sempre, di riuscire a reintegrarsi nella comunità natia.

Chiarito il giallo dell’accordo USA-Messico sull’immigrazione

Il Washington Post dopo il Watergate si distingue ancora una volta nel watchdog journalism. Infatti grazie a Jabin Botsford che, immortalando con la sua fotocamera il foglio che il presidente Donald Trump sventolava davanti ai giornalisti, ha scoperto che l’accordo Stati Uniti e Messico esiste, ma non può essere ufficializzato fino a quando il Paese centroamericano non cambierà le sue leggi sull'immigrazione.

Dal testo decifrato si legge, infatti, che “il governo messicano adotterà tutti i provvedimenti necessari all'interno della legislazione nazionale per attuare l'accordo, sperando di impiegare non più di 45 giorni”. La parola passa ora al Parlamento di Città del Messico, che entro un mese e mezzo dovrà rivedere la legislazione in materia di immigrazione e quindi approvare l’accordo con l’ingombrante vicino americano, che ha (solo) momentaneamente sospeso l’applicazione dei dazi. Infine nel documento si parla anche di “condivisione degli oneri” riguardo ai “rifugiati” che secondo il Washington Post altro non sarebbe che la trasformazione del Messico in “Paese terzo sicuro”. Per cui gli immigrati provenienti da Honduras, Guatemala e El Salvador potrebbero essere trattenuti al di là del confine meridionale USA in attesa della risposta alla loro richiesta di asilo. Insomma la Casa Bianca mirerebbe a fare del Messico la Turchia del continente americano. Anche se nel testo si fa riferimento ad un piano regionale per le richieste di asilo che dovrebbe coinvolgere diversi Paesi dell'America Latina.

In calce al testo si scorgono le sole firme di due alti funzionali delle rispettive amministrazioni: Marik A. String , consulente legale del Dipartimento di Stato USA, e Alejandro Celorio Alcantara, vice consigliere legale del Ministero degli Esteri messicano. Nonostante manchino le firme dei due Capi di Stato, dal governo messicano è giunta una prima, seppur parziale, conferma dell’esistenza di un accordo simile a quello rivelato. Infatti dopo lo scoop del Washington Post, il ministro degli Esteri messicano, Marcelo Ebrard, ha convocato in tutta fretta una conferenza stampa nella quale ha confermato l’intesa sugli sforzi che il suo Paese si impegna a fare per bloccare i flussi migratori, ribadendo però la totale contrarietà alla richiesta di trasformare il Messico in un “Paese terzo sicuro”.

Nel mirino di Trump gli immigrati che sognano la divisa

Stretta di Trump sugli immigrati che intendono arruolarsi nell’esercito americano. In nome della sicurezza nazionale, l’inquilino della Casa Bianca ha, infatti, imposto nei confronti delle nuove potenziali reclute di origine straniera più controlli e meno benefit (es. indossare la divisa non sarà più una scorciatoia per ottenere la cittadinanza USA). Una novità assoluta per le forze armate d’Oltreoceano che fin dalla guerra del 1812 hanno consentito l’arruolamento a chiunque, a prescindere dal passaporto d’origine, sia pur sub conditio, fosse in grado di dimostrare la volontà di servire la patria americana, anche a costo della vita.

Secondo un recente studio del Migration Policy Institute di Washington, l’inedita mossa del paladino dell’America first, ha già prodotto due serie conseguenze. La prima: il crollo delle nuove leve di origine immigrata che potrebbero essere difficilmente rimpiazzabili attingendo soltanto al bacino degli autoctoni. La seconda: la beffa nei confronti dei veterani con sangue straniero che dopo anni di onorata carriera, con pesanti ricadute sulla propria salute psico-fisica, rischiano, a causa dei più stringenti controlli delll’Immigration americana, di essere persino rimpatriati.