Sui migranti Bruxelles non propone solo mance

Inizia a prendere forma il lavoro della Commissione europea per cercare una soluzione alla gestione dei flussi migratori e dare così attuazione alle conclusioni del Consiglio Ue del 28 e 29 giugno scorsi. I due “non paper” presentati nei giorni scorsi dall’esecutivo di Bruxelles propongono oltre alla creazione di “centri controllati” nell’Ue per la gestione immediata e temporanea degli immigranti anche intese con Paesi terzi sulle cosiddette “piattaforme regionali di sbarco” in porti sicuri extra Ue.

L’obiettivo primario dei “centri controllati”, realizzati con il supporto finanziario e operativo dell’Ue e delle sue Agenzie, sarebbe quello di rendere più celere il processo di distinzione tra rifugiati e immigrati economici, accelerando perciò i rimpatri di questi ultimi. I centri non verrebbero creati necessariamente nei Paesi di primo arrivo. Con la redistribuzione volontaria (sull’esempio di quanto accaduto con la Lifeline), lo Stato membro che si fa carico di una parte degli immigranti sbarcati riceverà dall’Ue 6.000 euro per persona, più 500 euro per il trasferimento. Così come richiesto dal governo italiano la Commissione diventerebbe la “cabina di regia” svolgendo un ruolo di coordinamento tra i Paesi che partecipano agli sforzi di solidarietà. Questa proposta, esaminata ieri dai 28 ambasciatori Ue, tornerà a essere discussa a settembre.

Il secondo pilastro della strategia avviata da Bruxelles poggia sulle intese con i Paesi terzi per la creazione di “piattaforme regionali di sbarco” in stretta collaborazione con l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) e l’Organizzazione Mondiale per i Rifugiati (Oim). Obiettivo è fare in modo che le persone salvate in mare possano essere sbarcate rapidamente e in condizioni di sicurezza su entrambe le sponde del Mediterraneo. Un primo tavolo di discussione è in programma il 30 luglio a Ginevra. Sotto l’egida dell’Onu, i rappresentanti dell’Ue, dell’Unhcr, dell’Oim, e di otto Paesi europei (Italia, Francia, Spagna, Croazia, Solovenia, Malta, Grecia e Cipro), incontreranno i loro omologhi di Marocco, Algeria, Tunisia ed Egitto. Assente la Libia, ritenuta al momento dalla comunità internazionale “non un porto sicuro”. Nel progetto delle “piattaforme” sono coinvolti anche Albania e Montenegro.

Sull’immigrazione Orban rischia una multa

La linea dura di Orban sugli immigrati finisce nel mirino di Bruxelles. La Commissione Ue ha infatti deferito alla Corte di giustizia europea l’Ungheria per non aver rispettato la direttiva su asilo e ricollocamenti dei migranti. In particolare vengono contestati al governo sovranista di Budapest i respingimenti avvenuti senza adeguata valutazione delle domande d’asilo e sulla base di una norma nazionale che criminalizza le attività di sostegno e aiuto agli immigranti.

La procedura nei confronti dell'Ungheria aveva preso il via nel dicembre 2015. Dopo una serie di incontri politico-amministrativi, e una seconda procedura d’infrazione, la Commissione ha recapitato al governo di Budapest un parere motivato nel dicembre 2017. Una volta prese in esame le controdeduzioni delle autorità magiare, la Commissione ha fatto presente, come chiarisce la nota diffusa nel pomeriggio di oggi, che non essendo stata data adeguata risposta alle sue preoccupazioni ha deciso di deferire l'Ungheria alla Corte di giustizia dell'Unione europea, come ultima fase della procedura di infrazione. Per Bruxelles, dunque, in tema di immigrati e rifugiati il governo di Orban continua a violare leggi e trattati europei. È opportuno ricordare che quando un Paese viene deferito alla Corte di giustizia per la seconda volta, la Commissione chiede alla Corte che venga multato.

In contemporanea l’esecutivo di Bruxelles ha messo sotto osservazione, con una lettera di messa in mora, anticamera della procedura di infrazione, anche la cosiddetta legge “Stop Soros”, cavallo di battaglia dell’ultima campagna elettorale di Orban. Secondo Palazzo Berlaymont, infatti, questa norma contro le Ong a capitale straniero “è discriminatoria e limita in modo sproporzionato le donazioni dall'estero alle organizzazioni, violando la legislazione europea sulla libera circolazione dei capitali”.

Brexit non fa paura ai Paperoni immigrati

La Brexit non spaventa i Paperoni mondiali. Anzi la richiesta di visti per milionari e miliardari intenzionati a trasferirsi Oltremanica è raddoppiata nell’ultimo anno: 450 hanno aderito al Tier 1, un programma speciale rivolto ad attrarre nel Regno Unito grossi investitori stranieri. Per ottenere il cosiddetto “visto d’oro” e garantirsi il privilegio di vivere e lavorare per 3 anni in Inghilterra devono investire almeno 2 milioni di sterline in titoli di Stato, società o altre attività. Possedere proprietà di pari valore non basta.

Il giro di vite introdotto dal governo britannico nel 2015, per frenare illeciti fiscali e corruzione, non ha però frenato la corsa dei facoltosi imprenditori stranieri a stabilirsi in Gran Bretagna, che grazie alle loro fortune riescono ad ottenere celermente anche la cittadinanza. Ma quali sono i Paesi di provenienza? Dai dati forniti dallo studio legale Collyer Bristow a guidare la classifica è la Cina, seguita da Russia e Turchia. In aumento, rispetto all’anno scorso, anche le richieste provenienti da Stati Uniti e Arabia Saudita.

La corsa al “visto d’oro”, spiegano gli analisti di Collyer Bristow, non si arresterà da qui alla fine dell’anno, perché in molti cercheranno di ottenere la residenza nel Regno Unito prima del marzo 2019, quando la Brexit sarà ultimata e le frontiere potrebbero chiudersi. Anche per i super-ricchi.

Diminuiscono gli sbarchi in Italia, aumentano in Spagna

Crollano gli sbarchi in Italia. A smentire la vulgata dell’invasione sono i numeri pubblicati oggi da Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, che certificano il calo degli arrivi nel mese di giugno: 3.000 gli immigrati approdati in Italia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, -87% rispetto allo stesso mese del 2017. In totale nei primi sei mesi del 2018 sono giunte sulle nostre coste circa 16.100 persone, -81% rispetto a un anno fa.

In controtendenza la rotta del Mediterraneo occidentale che per la prima volta diventa la più attiva. Il numero degli arrivi in Spagna è, infatti, balzato a 6.400: +166% nel confronto con giugno 2017. 14.700 il numero totale nella prima metà del 2018, cifra più che raddoppiata in un anno.

Sulla rotta del Mediterraneo orientale mentre continuano a calare gli sbarchi in Grecia, solo 3.600 nell’ultimo mese, gli attraversamenti irregolari dei confini terrestri con la Turchia (circa 24.300 quelli rilevati negli ultimi sei mesi).

I numeri dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, completano il quadro dei flussi migratori euro-africani: 1.443 le persone morte dall’inizio dell’anno, per lo più nel Mediterraneo centrale.

Richieste d’asilo in calo per il secondo anno consecutivo

Mentre l’Europa rischia il cupio dissolvi su immigrati e rifugiati, i dati ufficiali raccontano un’altra realtà. Nel 2017 le richieste d’asilo nell’Ue (più Norvegia, Svizzera e Liechtenstein) sono calate del 44% rispetto all’anno precedente. A certificarlo il rapporto annuale dell'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo (Easo) che ha indicato in 728.470 il totale delle richieste di protezione internazionale presentate in Europa. Nel 2016 erano state 1.292.740.

Il Paese con la percentuale più alta resta la Germania (31%), che però ha registrato una drastica diminuzione, passando dalle 745.155 domande del 2016, alle 222.560 del 2017 (-70%). Una vera e propria impennata, +98%, si è avuta invece in Spagna. In larga parte dovuta all’arrivo di venezuelani in fuga dal regime di Maduro. Anche l'Italia ha fatto registrare un lieve aumento (5%) delle domande d’asilo: 128.850 rispetto alle 1232mila del 2016. Nonostante siano calate le pratiche esaminate, diretta conseguenza della flessione dei richiedenti, è invece aumentato il numero di quelle diniegate, che nel 2017 in Europa hanno superato la soglia del mezzo milione.

I dati provvisori per inizio 2018 mostrano una stabilizzazione a circa 50.000 domande al mese. Un trend confermato anche dal crollo degli sbarchi. Solo sulle nostre coste nei primi 6 mesi dell’anno sono calati di quasi l’80%.

Dublino: quando è nata e perché

Alla base del tanto discusso regolamento di Dublino III che oggi disciplina il paese UE competente a esaminare una domanda d’asilo, c’è la Convenzione, entrata in vigore nel 1997, che 12 stati europei avevano siglato nella capitale irlandese il 15 giugno 1990.

L’obiettivo dei paesi firmatari (Belgio, Danimarca, Germania, Grecia, Spagna, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Regno Unito) era quello di armonizzare e snellire i tempi e le modalità di concessione dello status di rifugiato in Europa.

Il nocciolo della Convenzione prevedeva che i cittadini extracomunitari in fuga dai paesi di origine perché in guerra o perseguitati per motivi di natura politica o religiosa potessero fare richiesta di asilo solo nel primo paese membro dell'Ue in cui arrivavano (one step, one shop). Una norma allora pensata per risolvere due problematiche:

a) Asylum shopping, cioè il rischio che uno stesso soggetto facesse domanda d’asilo in più Stati.

b) Rifugiati in orbita, ovvero richiedenti asilo che venivano rimbalzati da uno Stato all’altro per conflitto di competenza.

La Convenzione del 1990 è stata successivamente modificata una prima volta nel 2003 (Dublino II) e una seconda nel 2013 (Dublino III). Riforme che, però, non hanno intaccato il principio fissato originariamente dalla Convenzione: oggi, come ieri, infatti, la competenza sulle domande d’asilo spetta al paese in cui il richiedente ha fatto il primo ingresso nell’UE.

Detto ciò, è, forse, il caso di notare che mentre nei suoi 28 anni di vita il “sistema Dublino” è rimasto pressoché invariato, lo stesso non si può dire per la geografia delle migrazioni verso l’UE. Tant’è che all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, il crocevia dei richiedenti asilo in Europa, a causa del crollo del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, era la Germania. Oggi, invece, visto il boom di immigrati dall’Africa, è l’Italia a filtrare le domande d’asilo per chi mette piede in Europa.

I 10 punti sull’immigrazione proposti dall’Italia

Chi sbarca in Italia, sbarca in Europa. È questo il principio cardine contenuto nella proposta in 10 punti (di seguito riportata integralmente) che a nome del nostro Paese il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha illustrato ai colleghi di 15 nazioni Ue riunitisi informalmente domenica scorsa a Bruxelles in vista del Vertice dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione fissato per il 28 e 29 giugno prossimi.  In particolare l’Italia ritiene che per passare dalla gestione emergenziale, alla gestione strutturale del fenomeno immigrazione, sia necessario: a) superare gli obblighi previsti dal Regolamento di Dublino; b) procedere ad un rafforzamento delle frontiere esterne; c) creare centri di protezione internazionale nei Paesi di transito; d) stabilire per ogni Stato Ue quote di ingresso degli immigranti economici.

1. Intensificare accordi e rapporti tra Unione europea e Paesi terzi da cui partono o transitano i migranti e investire in progetti. Ad esempio la Libia e il Niger, col cui aiuto abbiamo ridotto dell’80% le partenze nel 2018.
2. Centri di protezione internazionale nei Paesi di transito. Per valutare richieste di asilo e offrire assistenza giuridica ai migranti, anche al fine di rimpatri volontari. A questo scopo l’Ue deve lavorare con UNHCR e OIM. Perciò è urgente rifinanziare il Trust Fund UE-Africa (che ha attualmente uno scoperto complessivo di 500milioni di euro) che incide anche su contrasto a immigrazione illegale su frontiera Libia-Niger.
3. Rafforzare frontiere esterne. L’Italia sta già sostenendo missioni UE (EUNAVFOR MED Sophia e Joint OperationThemis) e supportando la Guardia Costiera Libica, occorre rafforzare queste iniziative.
4. Superare Dublino (obiettivo più complesso). Nato per altri scopi, è ormai insufficiente. Solo il 7% dei migranti sono rifugiati. Senza intervenire adeguatamente rischiamo di perdere la possibilità di adottare uno strumento europeo veramente efficace. Il Sistema Comune Europeo d’Asilo oggi è fondato su un paradosso: i diritti vengono riconosciuti solo se le persone riescono a raggiungere l’Europa, poco importa a che prezzo.
5. Superare criterio Paese di primo arrivo. Chi sbarca in Italia, sbarca in Europa. Riaffermare responsabilità-solidarietà come binomio, non come dualismo. È in gioco Schengen.
6. Responsabilità comune tra Stati membri su naufraghi in mare. Non può ricadere tutto sui Paesi di primo arrivo. Superare il concetto di ‘attraversamento illegale’ per le persone soccorse in mare e portate a terra a seguito di Sar. Bisogna scindere tra porto sicuro di sbarco e Stato competente ad esaminare richieste di asilo. L’obbligo di salvataggio non può diventare obbligo di processare domande per conto di tutti.
7. L’Unione europea deve contrastare, con iniziative comuni e non affidate solo ai singoli Stati membri, la “tratta di esser umani” e combattere le organizzazioni criminali che alimentano i traffici e le false illusioni dei migranti.
8. Non possiamo portare tutti in Italia o Spagna. Occorrono centri di protezione in più Paesi europei per salvaguardare diritti di chi arriva e evitare problemi di ordine pubblico e sovraffollamento.
9. Contrastare movimenti secondari. Attuando principi precedenti, gli spostamenti intra-europei di rifugiati sarebbero meramente marginali. Così i movimenti secondari potranno diventare oggetto di intese tecniche tra paesi maggiormente interessati.
10. Ogni Stato stabilisce quote di ingresso dei migranti economici. E’ un principio che va rispettato, ma vanno previste adeguate contromisure finanziare rispetto agli Stati che non si offrono di accogliere rifugiati.

Immigrati in calo nei Paesi Ocse

Diminuiscono, per la prima volta dal 2011, i flussi migratori verso i Paesi dell'Ocse: 5 milioni gli ingressi nel 2017 contro i 5,3 milioni dell’anno precedente. Il dato è contenuto nel rapporto annuale sulle migrazioni pubblicato dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico in occasione della Giornata Mondiale dei Rifugiati. Nel nostro Paese il calo ha riguardato soprattutto gli sbarchi sulle coste: 119 mila in totale, il 34% in meno rispetto al 2016. Diretta conseguenza, spiega il documento, degli accordi Italia-Libia firmati a inizio 2017 che limitano gli arrivi di immigrati dall'Africa.

La flessione dei flussi registrata in tutti Paesi che aderiscono all’Organizzazione, è dovuta principalmente a una significativa diminuzione delle migrazioni umanitarie. Certificata dal calo delle domande di asilo, passate da 1,6 milioni nel 2016 a 1,2 milioni dello scorso anno. Altro dato evidenziato dal rapporto è che solo la metà delle richieste di protezione internazionale sono state presentate in Europa, mentre sono aumentate in modo consistente negli Stati Uniti (+ 26%), Australia (+ 29%) e Canada (+ 112%). I 36 Paesi membri dell'Ocse attualmente ospitano circa 6,4 milioni di rifugiati, più della metà la sola Turchia.

Profughi, mai così tanti nel mondo

Per il quinto anno consecutivo aumentano i profughi nel mondo: 68,5 milioni nel 2017. Di questi, secondo il rapporto annuale Global Trends dell’Unhcr, 40 milioni sono sfollati interni, 25,4 milioni rifugiati che hanno lasciato la madrepatria e oltre 3 sono richiedenti asilo in attesa che la loro domanda passi il vaglio dei rispettivi Paesi ospitanti.

Il nuovo record storico dei dislocamenti forzati è stato determinato soprattutto dalla crisi nella Repubblica Democratica del Congo, dalla guerra nel Sud Sudan e dalla fuga di centinaia di migliaia di Rohingya dalla Birmania al Bangladesh. La Siria, invece, rimane il Paese con il maggior numero di sfollati interni. Per quanto riguarda i rifugiati, poco più di un quinto sono palestinesi, che rientrano però nelle competenze di un’altra agenzia Onu, l'Unrwa, il resto proviene in maggioranza da soli cinque Paesi: Siria, Afghanistan, Sud Sudan, Birmania e Somalia. La Turchia, invece, con 3,5 milioni di rifugiati, rimane il più grande Paese ospitante al mondo. Mentre il Libano ospita il maggior numero di profughi in relazione alla sua popolazione nazionale. Il rapporto denuncia infine “la credenza popolare” che i rifugiati siano ospitati principalmente nel Nord del mondo. Le statistiche mostrano, invece, che l'85% di essi vive nei Paesi in via di sviluppo.

Crollano gli sbarchi in Italia, aumentano in Spagna

Ancora in calo i flussi migratori verso l’Europa. Nei primi cinque mesi del 2018 il numero totale è stato di circa 43.200: -46% nel raffronto con lo stesso periodo del 2017. A incidere sui numeri la drastica diminuzione degli arrivi sulla rotta del Mediterraneo centrale, quella dell’Italia. Dall’inizio dell’anno ne abbiamo ricevuti 13.450: -77% rispetto al medesimo arco di tempo del 2017. Di segno opposto il trend nella rotta del Mediterraneo orientale: gli arrivi in Grecia (dalla Turchia) nei primi 5 mesi dell’anno sono stati in totale 19.800, +90% rispetto al 2017.

Numeri in crescita anche nel Mediterraneo occidentale con destinazione Spagna, al centro dell’attenzione mediatica dopo il caso Aquarius. Nei primi cinque mesi di quest’anno ne ha ricevuti 8.200: +60% rispetto a un anno fa. Dati che confermano un trend iniziato nel 2017, quando con la chiusura della rotta verso il nostro Paese, i trafficanti di uomini hanno subito riaperto quella dello Stretto di Gibilterra. Ma le cifre, almeno per adesso, rimangono basse, soprattutto rispetto ad Italia e Grecia che dal 2015 hanno registrato rispettivamente 468mila e 1 milione di arrivi.