Il passo indietro della Germania sui rifugiati

La Germania fa i conti con la politica delle porte aperte ai profughi. A tre anni e mezzo dalla storica frase “Ce la faremo” pronunciata il 31 agosto 2015 dalla cancelliera Angela Merkel nel tentativo di tranquillizzare l’opinione pubblica spaventata dall'ondata di rifugiati siriani. Grazie alla quale quasi un milione di persone in fuga dall'inferno del Medio Oriente trovò protezione in terra tedesca . E cosa ancor più rilevante oltre 311mila di loro alla fine del 2018 poteva contare su un impiego stabile. Fin qui i successi . Non tutto però è andato nel verso giusto.

Quella accoglienza che aveva stupito l’Europa, è ora un ricordo lontano. Anche in Germania spira forte il vento della xenofobia. E l’avanzata dell’estrema destra ha spinto il governo di coalizione della Merkel ad adottare politiche sempre più restrittive verso immigrati e rifugiati. Come dimostra lo studio sulle modifiche al sistema di accoglienza tedesco elaborato da Federico Quadrelli per Open Migration. La tesi di fondo è che analizzando la riforma della legge sul diritto d’asilo si capisce come la Merkel abbia dovuto cedere alle pressioni dei suoi alleati della Csu bavarese. I cristiano sociali nel tentativo di arginare l’emorragia di voti verso l’estrema destra di Afd hanno condizionato le politiche della cancelliera. Portandola ad adottare quella stretta sui  rifugiati che annulla di fatto lo storico “Ce la faremo”. Con i socialdemocratici (anche’essi al governo) attori silenti e rassegnati all'estinzione (elettorale).

È emergenza nella Lampedusa dei Caraibi

La crisi venezuelana travolge i paradisi caraibici. Che spesso si trasformano in inferno per i rifugiati in fuga dal regime di Maduro. Paradigmatico il caso di Trinidad e Tobago. Lo Stato delle Piccole Antille, a 11 km via mare dalle coste venezuelane, rischia di trasformarsi nella Lampedusa dei Caraibi. Ospita, infatti, il più alto numero pro-capite di esuli dal Venezuela (40 mila). Un boom che ha spinto il governo caraibico ad adottare una durissima politica dei rimpatri forzati, violando, denuncia la rivista online Refugees Deeply, tutte le convenzioni internazionali in materia. I richiedenti asilo vivono, infatti, in un clima di terrore. La legislazione locale non fa distinzione tra rifugiati e immigrati. Di conseguenza, anche la registrazione come richiedente asilo presso l’Unhcr (Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati) non rappresenta una sufficiente protezione legale per quanti sono fuggiti sull'isola.

Anche la Spagna blocca le Ong

La stretta sulle Ong arriva anche in Spagna. Da giorni la nave di Proactiva Open Arms è bloccata nel porto di Barcellona e dunque impossibilitata a proseguire le attività di ricerca e soccorso dei naufraghi nel Mediterraneo centrale. L’ultima missione risale al 28 dicembre quando 311 immigranti soccorsi al largo della Libia vennero sbarcati ad Algeciras, dopo un’odissea durata giorni dovuta alla chiusura dei porti di Italia e Malta. La nave della Ong spagnola sarebbe dovuta ripartire l'8 gennaio, ma ad oggi nessuna autorizzazione è giunta dalle autorità portuali della città catalana. E la ragione sarebbe da ricercare nella violazione da parte dell’equipaggio della Open Arms delle norme internazionali in materia di salvataggio in mare.

La guardia costiera spagnola, scrive l’Associated Press, contesta ai volontari della Ong la violazione dei regolamenti marittimi in particolare di non aver fatto sbarcare i naufraghi soccorsi nel porto più vicino. Ovvero i 311 immigrati salvati nel Mediterraneo centrale, con la chiusura dei porti italiani e maltesi, dovevano essere riportati in Libia e non in Spagna. Una decisione, contestano le autorità spagnole, che ha messo “a repentaglio la sicurezza della nave, del suo equipaggio e delle persone soccorse”. Diversa, la posizione di Open Arms. “Roma e La Valletta - accusa il fondatore Oscar Camps - dichiarando i loro porti chiusi violano le convenzioni internazionali che regolano il soccorso in mare. Fermare la nostra nave significa avere più morti nel Mediterraneo”. Secondo gli ultimi dati da luglio 2017 la Proactiva Open Arms ha salvato 5.619 persone.

L’immigrazione consegna l’Andalusia alla destra

Nell'ultimo anno la Spagna è diventata la principale porta d’accesso degli immigranti che raggiungono l’Europa via mare. E il sistema di prima accoglienza è ora al collasso. In particolare quello per i minori non accompagnati. Che lo scorso anno, secondo i dati del ministero dell’Interno spagnolo, sono stati 12.500. Un esercito di ragazzi, per l'80% marocchini di età compresa tra 16 e 18 anni. Ma non mancano anche casi di bambini soli. Ad accendere i riflettori su questa nuova emergenza è stato il quotidiano francese Le Monde. Che ha raccontato le storie di questi giovani in fuga. Storie fatte di disperazione e speranza. Lasciare la famiglia, il proprio Paese rappresenta una scelta ineludibile. Dinanzi alla mancanza di prospettive economiche e lavorative, l’unica alternativa è tentare l’approdo in Europa. Un miraggio, che spesso si trasforma in incubo.

Ma il richiamo è troppo forte. E sempre più famiglie africane, nella speranza di un futuro migliore, inviano bambini o adolescenti soli in Spagna. Per migliorare la loro assistenza, il governo socialista di Pedro Sanchez ha stanziato un fondo di 40 milioni di euro. Di cui il 70% è andato alla sola Andalusia, la regione più colpita dall'ondata di sbarchi. Anche perché le comunità autonome della Spagna, tranne rare eccezioni, non hanno partecipato allo “sforzo” per la redistribuzione degli immigrati. Soprattutto di quelli minori non accompagnati. L’Andalusia, travolta da un flusso migratorio senza precedenti, è riuscita a organizzare in qualche modo l’accoglienza: ma a caro prezzo. Infatti la regione da sempre governata dai socialisti, con le elezioni dello scorso dicembre è passata al centrodestra. Grazie all'inatteso e preoccupante exploit del partito di estrema destra, xenofobo e anti-immigrati, Vox.

L’immigrazione mette in subbuglio il Maghreb

Non solo Trump. L’ossessione del muro sembra aver contagiato anche l’anziano e malatissimo presidente algerino Bouteflika. Il governo di Algeri ha, infatti, dato il via libera alla costruzione di una barriera lunga quanto tutti gli sterminati confini terrestri. Un muro di 6.343 chilometri, che con trincee e fossati scavati nel deserto, dovrebbe proteggere il Paese dagli immigrati e dalle minacce provenienti dalle sette nazioni confinanti (Tunisia, Libia, Niger, Mali, Mauritania, Sahara Occidentale, Marocco). Droga, armi, traffico di esseri umani e terrorismo islamico corrono lungo le carovane del Sahara. Un intreccio pericoloso tra business e criminalità. Di qui il senso di un assedio: a est la minaccia jihadista, a ovest gli eterni e difficilissimi rapporti con il Marocco, a sud le colonne di immigrati dell’Africa subsahariana che risalgono il Sahel.

Una pressione che ha fatto scattare l’allarme. La verità è che il blocco della rotta del Mediterraneo centrale e quello con il confinante regno marocchino hanno trasformato l’Algeria in una sorta di collo di bottiglia. Dove, in un crescente clima di diffidenza verso “lo straniero”, come denunciano alcune ong locali, ogni anno arrivano 90mila immigrati illegali (500 al giorno).

L’efficacia dei muri, però, è tutta da dimostrare. Come testimonia la situazione a Ceuta e a Melilla, i due avamposti spagnoli in Marocco. Qui la fortificazione dei confini esiste, ma costituisce un ostacolo del tutto relativo. La Spagna, infatti, è diventata la destinazione principale dei flussi di immigranti diretti verso il Mediterraneo (60mila nel solo 2018). Ma a differenza del caso italiano, qui non serve tentare la traversata, visto che per entrare in Europa basta mettere piede a Ceuta o a Melilla. Esattamente come hanno fatto a migliaia negli ultimi due anni. Convincendo Mohammed VI che, come maliziosamente scritto dal Financial Times, con nuove e più efficaci misure di sicurezza avrebbe potuto ottenere dall’Europa contropartite finanziarie sul modello dell'accordo con la Turchia nel 2016.

Questa nuova Shoah non è colpa degli yankee

Le immagini dei bambini migranti marchiati sul braccio hanno suscitato orrore e indignazione, ma al contempo hanno sollevato un altro problema. Quello delle fake news. Il video girato al confine tra Messico e Usa, pubblicato su Twitter da un giornalista dell'emittente statunitense Nbc News ha fatto gridare allo scandalo perché riportava alla memoria le schedature operate dai nazisti nei campi di sterminio. Ma le cose, si sa, non sempre sono come appaiono. Considerando infatti le poche, anzi nulle, spiegazioni che accompagnano il video, la stragrande maggioranza dei media internazionali ha creduto, o fatto credere, che, come dimostrano i titoli degli articoli dedicati all'evento, a “marchiare” i bambini centroamericani fossero stati i militari statunitensi.

Una narrazione perfetta per corroborare le accuse di razzismo che inseguono Trump dal suo insediamento alla Casa Bianca. Ma questa volta la sua crociata anti-immigrati non c’entra. Infatti all'emittente Msnbc è bastata una piccola verifica sul campo per accertare che si tratta di una pratica operata dagli agenti della polizia di frontiera messicana. Fatta, ironia della sorte, a fin di bene. Da quando a ottobre centinaia di immigrati centroamericani, non legati alla carovana, si sono concentrati sui tre ponti che collegano Ciudad Juárez agli States. Per evitare di attendere al gelo il proprio turno per la presentazione della domanda di asilo, ad ogni immigrato è stato offerto riparo in un rifugio e un numero per garantire l’ordine d’arrivo. Numero che poteva essere scritto su un foglio o con un timbro sul braccio. Quasi tutti hanno scelto quest’ultima opzione. La paura di perdere il prezioso foglietto era più grande del timore di risvegliare fantasmi del passato.

Cresce l’antisemitismo in Europa

Cresce l’antisemitismo in Europa. Dopo oltre 70 anni dall'orrore della Shoah la comunità ebraica si sente di nuovo minacciata. A lanciare l’allarme l'Agenzia Ue per i diritti fondamentali (Fra) sulla base di un sondaggio realizzato in 12 Stati UE che ospitano il 96% degli ebrei del Vecchio Continente. Che in maggioranza (90%) denunciano la crescita di atti antisemiti negli ultimi 5 anni. Al punto da avere pensato nel 40% dei casi di lasciare il Paese in cui vivono. Secondo lo studio, l’avversione nei confronti degli ebrei sembra essere così radicata nella società che l'80% delle aggressioni non viene neanche denunciato alle forze dell’ordine.

Di qui l’invito agli Stati membri del direttore della Fra, Michael O'Flaherty, “a intensificare i loro sforzi per prevenire e combattere il fenomeno”. Ma secondo il sondaggio il 70% degli intervistati punta il dito proprio contro i politici ritenuti le principali fonti di attacchi alle comunità ebraiche. E non è un caso se il vice presidente della Commissione, Frans Timmermans cita l’Ungheria dove il finanziere George Soros è vittima di una campagna antisemita guidata dal premier Orban. Ma anche in Francia la situazione non è delle migliori, dopo gli ultimi episodi di sangue gli ebrei francesi si sentono sotto attacco e il 45% pensa di emigrare. Stessa percentuale anche per gli ebrei tedeschi. Solo 5 anni fa era il 25%.

Da Bruxelles stop alle quote senza un perché

Esattamente un anno fa, era il 4 dicembre 2017, West scriveva: “L’Unione europea pensa al superamento delle quote di ripartizione dei rifugiati tra gli Stati membri”. Ci sono voluti 365 giorni perché Bruxelles prendesse atto del fallimento, annunciando, per bocca del commissario per l’Immigrazione Dimitris Avramopoulos, che “la discussione sul ricollocamento obbligatorio dei richiedenti asilo è del tutto esaurita”. Nessun obbligo, dunque, ma solidarietà che, come dicono a Bruxelles, “può arrivare in diverse forme, ma deve venire da tutti”. Una formula garbata e un po’ ipocrita per dire”scusate, abbiamo scherzato”.

Dopo oltre 2 anni di summit e discussioni, la Commissione europea prende atto, alla chetichella, dell’impasse di una questione che ha avvelenato l’europeismo e avvantaggiato il populismo. Tanto è vero che decidere oggi di voltare pagina senza riconoscere che l’errore, delle quote, era nel manico, si trasforma puramente e semplicemente in un assist per i duri del Gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia). E in un colpo per i Paesi mediterranei. Perché se nel 2015 nel pieno della crisi migratoria, quando si iniziò a parlare di riformare tutto il sistema dell’Asilo, a chiedere aiuto all'Ue erano state Grecia e Italia, oggi a fare i conti con gli sbarchi è la Spagna.

Quella di Bruxelles appare una scelta dettata dalla realpolitik con la quale si spera di ottenere, nei prossimi mesi, cinque delle nove riforme in cantiere sull'immigrazione: requisiti per la protezione, condizioni di accoglienza, Agenzia Ue per l’asilo, raccolta di impronte digitali (Eurodac) e re-insediamento. Facendo finta di dimenticare l’incognita prossima ventura del voto europeo di maggio.

Calano i clandestini negli USA

Il numero di immigrati irregolari presenti negli Usa è tornato ai livelli del 2004. Secondo l’ultimo rapporto del Pew Research Center sulla base dei dati pubblicati dal governo relativamente al 2016, i clandestini sono oggi come 14 anni fa: 10,7 milioni. Dopo il picco raggiunto nel 2007 (12 milioni), si è assistito, infatti, ad un loro progressivo calo. Causato, nonostante l’incremento di quelli provenienti da El Salvador, Guatemala e Honduras, dal crollo dei messicani. Con il risultato che oggi sono in aumento soltanto i centroamericani.
Detto questo, da un’analisi più approfondita dei dati emerge: a) che i messicani (5,5 milioni) continuano a essere il gruppo più numeroso, rappresentando più della metà di tutti gli irregolari. B) che i due terzi del totale degli illegali vivono negli States da più di 10 anni. Confermando che l’immigrazione irregolare americana è di lungo periodo. C) che dopo la grande recessione del 2007 mentre si è ridotto il numero degli irregolari di sesso maschile tra i 18 e i 44 anni, è invece aumentato quello delle donne della stessa fascia d’età. A conferma che, anche in tempi di crisi, la manodopera femminile è sempre molto richiesta.

Cambia la strategia anti-trafficanti

Il business dell’immigrazione non si ferma né con i blocchi navali né con le chiusure dei porti. E così tramontata l’era dei gommoni, gli scafisti sono tornati al vecchio metodo della nave-madre. La conferma arriva da una recente operazione della Guardia di Finanza e Frontex coordinata dalla Procura di Agrigento. Nei giorni scorsi, infatti, un aereo-pattuglia si è imbattuto in un peschereccio che stava trainando un barcone all'apparenza vuoto, per poi sganciarlo e lasciarlo alla deriva a poche miglia da Lampedusa. Un’operazione che ha insospettito e allertato la Guardia di Finanza. Che è riuscita in contemporanea a mettere in salvo i 68 immigrati nascosti nella stiva del barchino e a bloccare il peschereccio, ancora in acque internazionali, arrestando 6 egiziani con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

Una dinamica collaudata che è usata sempre più di frequente nel Canale di Sicilia. La Procura di Agrigento, infatti, pur riconoscendo che negli ultimi 2 anni gli sbarchi sono calati di quasi l’80%, ha tuttavia constatato un’inversione di tendenza nel periodo settembre-novembre con l’arrivo di circa 1.300 immigrati. Nonostante la stretta imposta a inizio a estate dal Viminale.