Giovani immigrati cinesi salvano Chinatown

La Chinatown di New York punta sui millennial immigrati per preservare la sua unicità. Una nuova generazione di sino-americani nata e cresciuta nella Grande Mela sta ripensando il proprio futuro per salvare il quartiere dalla gentrificazione. Ed evitare così lo spopolamento di massa per fare spazio ai nuovi ricchi che inevitabilmente porta, non solo all'aumento degli affitti, ma anche alla drastica trasformazione dell’identità del posto. Un fenomeno che ha già cancellato molti quartieri popolari di Manhattan a Brooklyn, e che ora minaccia l’ultima roccaforte etnica nel cuore della città.

La risposta della comunità immigrata cinese, come scrive il quotidiano americano The Atlantic, è semplice e allo stesso tempo rivoluzionaria. Passare ai figli il testimone degli affari di famiglia. La narrazione vuole che per gli immigrati di seconda generazione il riscatto sociale passi attraverso un’istruzione di livello elevato per poter poi intraprendere carriere di alto profilo. Nella Chinatown di New York, invece, i figli di molti commercianti stanno facendo una scelta diversa: rimanere nel negozio di famiglia. Senza però rinunciare agli studi. Le sei storie che raccontate da The Atlantic sono paradigmatiche del fenomeno in atto. Sei giovani imprenditori di origine straniera, tutti universitari o già laureati, che hanno deciso di mettere le loro competenze linguistiche e tecnologiche al servizio dell’attività familiare. Diventando prima di tutto i traduttori del negozio, perché il maggiore handicap dei genitori è proprio la scarsa o nulla conoscenza dell’inglese. Da bravi nativi digitali stanno inoltre imprimendo una svolta smart agli affari. Consapevoli che solo con la tecnologia queste piccole imprese possono sperare di sopravvivere.

Sbarchi in calo in Italia, la nuova meta è la Spagna

In base agli ultimi dati di Frontex , con 110mila arrivi nei primi 9 mesi del 2018, l’Europa registra un piccolo ma significativo calo degli sbarchi, che, con un meno 80%, diventa un vero e proprio crollo nel caso dell’Italia. Lo scorso settembre lungo le quattro principali rotte del Mediterraneo (occidentale, centrale, orientale) e dei Balcani, gli arrivi nel Vecchio Continente sono stati in totale 12.900 (il 21% meno rispetto allo stesso mese del 2017).  Un quadro generale che però presenta luci e ombre. Visto che dopo la chiusura della rotta centrale, la pressione migratoria dall’Italia si è pesantemente e stabilmente diretta verso la Spagna.

Infatti, da gennaio sono non meno di 35.500 gli immigrati sbarcati sulle coste spagnole, più del doppio rispetto al 2017. Nel solo mese di settembre gli arrivi in Spagna sono stati 6.500, metà di tutti quelli registrati in Europa. Segno che al momento la rotta del Mediterraneo occidentale è la più attiva. Un quadro opposto, invece, in Italia dove dall’inizio dell’anno gli arrivi sono fermi a quota 20.900, con un calo, appunto, dell’80%. In chiaroscuro la situazione lungo la rotta del Mediterraneo orientale, dove, sebbene nell’ultimo mese gli arrivi siano calati del 25%, dall’inizio dell’anno il flusso è però aumentato del 40%. Sono, infatti, 40.300 gli immigrati giunti finora in Grecia, soprattutto attraverso il confine terrestre con la Turchia. Bloccata, invece, la rotta dei Balcani.

Avanza dalla Baviera l’anti-populismo verde

E se fossero i Verdi la vera sorpresa delle elezioni di domenica prossima in Baviera? L’unica cosa certa è che le urne terremoteranno il panorama politico del Land più ricco e popoloso della Germania. Data ormai per scontata la batosta della Csu, il partito gemello della Cdu della Merkel, quello che più temono Berlino e Bruxelles è la possibile affermazione dell’estrema destra xenofoba di AfD. Cosa che confermerebbe la tendenza dilagante in Europa, come dimostrano gli ultimi esiti elettorali in Italia e Svezia. Insomma il vento del “cambiamento” spira forte anche in Baviera. Con una novità. Perché in base agli ultimi sondaggi a gonfiarsi potrebbero non essere solo le vele dei populisti, ma anche quelle degli ambientalisti.

Dismessi i panni del partito anti-sistema, infatti, i Verdi si sono stabilmente collocati nel centrosinistra. E in controtendenza dal mainstraem nazionalista si professano orgogliosamente filoeuropei, pro-immigrati e strenui difensori dell’ambiente. E grazie a una leadership giovane e rinnovata, stanno crescendo nei consensi anche in una regione conservatrice come la Baviera. Non è un caso, infatti, che, come testimonia un lungo reportage del quotidiano americano The Atlantic, la loro campagna in favore dei rifugiati non sembra affatto averli penalizzati. Anzi. Tanto è vero che nel Land dove maggiore è stata la pressione dei flussi di profughi durante la crisi del 2015-2016, “l’invasione degli stranieri” non è percepita come il primo dei problemi. Se fosse confermato il 18% che i sondaggi attribuiscono loro, i Verdi diventerebbero il secondo partito della regione, erodendo consensi sia ai socialdemocratici della Spd, ormai in caduta libera all’11%, sia alla Csu. Che pagherebbe la disaffezione del suo tradizionale elettorato moderato a causa della svolta xenofoba voluta dal suo leader, il ministro dell’Interno Seehofer. Una virata a destra che costerebbe cara alla Csu, visto che secondo le ultime proiezioni passerebbe dal 48% di 5 anni al 33%. Confermando una doppia emorragia di voti: a sinistra verso i Verdi a destra verso Alternative für Deutschland (data al 10%). In attesa che i nove milioni di elettori dicano la loro, l’unica cosa certa è che da lunedì la Baviera nulla sarà più quella di prima.

La crociata anti-clandestini diventa un boomerang per Trump

Un’eccezionale ondata di immigranti dal Guatemala rischia di travolgere la diga voluta ed eretta da Trump sul confine meridionale. Costringendo la sua amministrazione a fare i conti con le contraddizioni e punti deboli della crociata anti-stranieri voluta dalla Casa Bianca. Un esempio fra tutti: il rilascio in massa dei disperati fermati al confine con il Messico.

Partiamo dai fatti. L’Arizona è l’epicentro di tanto terremoto. Perché, come riferisce il Washington Post, un improvviso picco di arrivi ne sta mandando in tilt i centri di detenzione. In conseguenza dell’aumento esponenziale delle famiglie centroamericane, in particolare del Guatemala, che in queste ultime settimane stanno tentando di entrare illegalmente negli States. Da sottolineare che se anche il Dipartimento della sicurezza nazionale non ha pubblicato il numero dei clandestini fermati a settembre, ma da molti indicatori emergerebbe che esso è superiore ai 13mila di agosto.

Ma oltre allo “schiaffo” politico in arrivo alla Casa Bianca, c’è un altro aspetto di quanto sta avvenendo sul quale fare chiarezza. Il business dei clandestini vale troppo e non sarà certo un “muro”, per quanto alto e possente, a bloccarlo. Una falla c’è sempre. E oggi è l’Arizona. L’ondata di arrivi senza precedenti di famiglie centroamericane nei deserti del sud dello Stato non è casuale. Le organizzazioni criminali hanno, infatti, aperto questo nuovo canale perché sanno bene che l’Arizona, a differenza del Texas, non ha sufficienti centri di detenzione per tenere uniti genitori e bambini. E così liberi tutti. Con buona pace per Trump.

Il Guatemala guida l’esercito dei clandestini verso gli Usa

Non sarà una campagna di informazione a  scoraggiare i clandestini che partono dal Centro America verso gli Stati Uniti. Lautamente finanziata da Washington, la propaganda che mette in guardia dai pericoli dei viaggi verso Nord non attecchisce tra i disperati che fuggono da fame, povertà e violenza. Anzi, come nel caso del Guatemala, fa molta più presa la “controinformazione” dei contrabbandieri di uomini. Un reportage del New York Times spiega perché non saranno dei cartelloni pubblicitari o spot su radio e tv ad arrestare questo esodo di massa da una delle aree più povere e violente al mondo.

Ogni anno da Guatemala, El Salvador e Honduras 500mila persone attraversano il confine meridionale del Messico nel tentativo di raggiungere gli States. Un viaggio pericoloso, che spesso vede i migranti vittime di uccisioni, rapimenti, violenze sessuali, sparizioni. O nel caso migliore, detenuti per lunghi periodi nei centri di identificazione per essere poi espulsi dagli Usa. Un’odissea ben conosciuta e che non scoraggia dal mettersi in marcia. Anzi nonostante le politiche restrittive dell’amministrazione Trump, il numero di attraversamenti illegali del confine Usa-Messico nell'ultimo anno è aumentato, come dimostra l'escalation degli arresti. Ma il dato che più ha colpito i funzionari americani è il numero di guatemaltechi fermati, circa 43mila in 9 mesi. Il più alto tra tutte le altre nazionalità. Eppure in tutto il Guatemala cartelloni pubblicitari avvertono i potenziali migranti dei pericoli del viaggio. Una campagna di informazione che costa al governo americano 750mila dollari l'anno. Che salgono a 1 milione e 300mila dollari se si includono anche El Salvador e Honduras. Evidente il messaggio non è convincente. Più efficace la comunicazione dei trafficanti. Che, sui social media, con tecniche da tour operator vendono viaggi a dir poco da sogno. Che per molti disgraziati, purtroppo, si trasformeranno in un inferno.

L’architettura residenziale turco-balcanica e l’indipendenza della Serbia

Oriente e Occidente non sono mai stati tanto vicini come in Serbia, nel cuore dei Balcani. Di questo incontro tra culture diverse, utilizzando come chiave di lettura l'architettura, ci parla nel suo volume Andrea Lauria, docente di Storia dell'Arte all'Università Niccolò Cusano di Roma. Che, come rilevato nella prefazione curata da Darko Tanasković, già Ambasciatore della Repubblica Federale di Yugoslavia in Turchia e successivamente della Serbia presso la Santa Sede e il Sovrano Militare Ordine di Malta, oltre a riempire una lacuna sul tema ancora poco conosciuto dell’ Architettura turco- balcanica, contribuisce ad analizzare una problematica complessa. Infatti, attraverso lo studio degli stilemi architettonici, il testo si propone di raccontare il passaggio della Serbia da paese “orientalizzato” a paese europeo. Un passaggio che, visto attraverso le fasi della “svolta” architettonica, rivela la complessità culturale di un paese sospeso tra oriente e occidente, come ben evidenziato a livello figurativo, dalla commistione architettonica degli stili.

Il volume, grazie ai contributi in serbo, alla metodologia rigorosa, e all’uso di fonti molto varie, risulta esaustivo sotto vari punti di vista, e si presenta in apertura con una parte storica, utile per la comprensione del contesto da cui l’arte turco-balcanica prende origine, seguita da una parte più specifica riguardante le tecniche costruttive e gli elementi architettonici distintivi.

Un capitolo a parte è riservato alla città di Belgrado, con le proprie peculiarità storiche e architettoniche, luogo emblematico di incontro, e di delicato equilibrio tra oriente ed occidente. La sezione finale del testo, corredata da un’ampia galleria di immagini, è dedicata allo studio di esempi architettonici di pregio, come i konak (palazzi nobiliari la cui massima evoluzione è rappresentata dal Konak della principessa Ljubica) , l’Edificio del Caffè di Belgrado e il Liceo Dositej.

Il glossario finale, il corredo cartografico e fotografico (a cura del dott. Alfonso Spezza) , e l’agevole scrittura dell’autore, ne fanno un testo utile non solo per gli addetti al settore, ma anche per il lettore curioso di approfondire, attraverso l’evoluzione architettonica, un pezzo di storia e di cultura di un paese in cui la convivenza tra oriente e occidente è ancora oggi viva .

Il ban anti-musulmani penalizza i cristiani

Il giro di vite anti-musulmani dell'immigration Usa colpisce anche i cristiani perseguitati del Medio Oriente. Infatti la stretta sull'accoglienza ha ridotto a 70 il numero dei fedeli di Cristo provenienti da Siria, Iran e Iraq che nel 2018 hanno potuto mettere piede in terra americana. Un dato, come denuncia un articolo della rivista statunitense The Atlantic, che suona come una sonora smentita per il presidente Trump. Che all'atto di firmare, nel gennaio 2017, il contestato muslim ban aveva giurato che ai cristiani perseguitati sarebbe stata assicurata la priorità assoluta nella concessione dello status legale di rifugiati. All'opposto di quanto, come da lui sostenuto, avevano fatto le precedenti amministrazioni.

Per capire bene come stanno le cose basta leggere le cifre fornite dal Dipartimento di Stato. In base alle quali quest’anno il numero di rifugiati accolti è sceso a 22.491. Meno della metà dei 45.000 promessi. Ma è qui che scoppia il caso dei cristiani: solo 15.748 rispetto ai 24.764 del 2017 e ai 36.822 del 2016. Anche se ai musulmani è andata peggio: dai 38.900 del 2016 ai 3.495 di oggi. Leggendo attentamente queste cifre, al contrario di quanto poc'anzi affermato, con i cristiani che surclassano di quasi cinque volte gli islamici, sembrerebbe che Trump abbia mantenuto la promessa. Ma non è così. Perché, come denuncia Matthew Soerens direttore della ong Church Mobilization at World Relief, molti rifugiati sono sì seguaci di Cristo, come nel caso di quelli provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, ma sono perseguitati non per la loro fede bensì per la loro appartenenza etnica o politica.

I vietnamiti d’America

L'immigrazione vietnamita negli Usa è unica nel suo genere. Fin dalle sue origini. Che datano con la conclusione della guerra del Vietnam. Quando, all'atto della caduta di Saigon nelle mani dei vietcong, partì la prima grande ondata dei boat people. I battelli di fortuna con i quali, per timore delle rappresaglie dei vincitori del Nord, tra fine degli anni ’70 e buona parte degli ’80, fuggirono i militari che avevano collaborato con gli “invasori” americani e buona parte delle alte gerarchie sudvietnamite. Cercando in maggioranza riparo ed accoglienza, al di là dell’oceano, sul territorio del Paese a stelle e strisce. Un esodo che, sia pur in diverse forme, da quel momento non si è più arrestato. Al punto che oggi, con 1,3 milioni di appartenenti, la diaspora vietnamita rappresenta il 3% dei 44,5 milioni di immigrati regolarmente residenti in America.

Dopo i primi difficili anni seguenti all'arrivo, contrassegnati da discriminazione e una diffusa ostilità, per gli immigrati vietnamiti, come testimonia una recente indagine del Migration Policy Institute di Washington, la situazione è oggi fortunatamente migliorata. Visto che, come si dice, se la passano in media meglio di molte famiglie americane e di altre minoranze immigrate. Tanto è vero che in base agli ultimi dati forniti dall'amministrazione federale nel 2017 il reddito medio dei vietnamiti è stato di 63mila dollari l’anno, contro i 60mila degli americani e i 56mila degli altri gruppi stranieri. La verità è che, nonostante le prime generazioni abbiano incontrato molte difficoltà di inserimento anche legate alla loro scarsa propensione con l’inglese, il peso sociale dei vietnamiti è cresciuto anche nella sfera politica. Soprattutto in California e Texas, dove vivono le comunità più grandi. Anche per i naturalizzati americani il legame con la madrepatria resta molto forte. Tanto è vero che ancora oggi la stragrande maggioranza degli arrivi negli Stati Uniti avviene attraverso i ricongiungimenti familiari.

Il dottor Atar vince il Premio Nansen 2018

E’ un medico di frontiera sud-sudanese il vincitore 2018 del prestigioso premio Nansen annualmente assegnato dall’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr). Il dottor Evan Atar Adaha è l’unico chirurgo del Maban Referral Hospital. Una struttura con 120 posti letto e due sale operatorie a Bunj, città dello stato dell’Alto Nilo (in Sud Sudan). Un Paese letteralmente devastato da una sanguinosa guerra civile in atto dal 2013. Un premio, come si legge nelle motivazioni, che vuole essere un riconoscimento al suo eccezionale impegno ventennale nel fornire assistenza medica a coloro che sono costretti a fuggire da conflitti e persecuzioni.

Il dottor Atar e il suo staff operano in un ambiente difficile e pericoloso. L’ospedale, l’unico aperto nell’area nordorientale del Sud Sudan, dà assistenza a più di 200.000 persone ed effettua in media 60 operazioni la settimana in condizioni estreme. Infatti la sala operatoria è spesso priva di elettricità, non dispone di una banca del sangue e dei macchinari per l’anestesia. A differenza di molti suoi colleghi che hanno scelto una vita più tranquilla all’estero, il dottor Atar non è fuggito allo scoppiare della guerra civile. Ma ha preferito restare per curare le povere vittime del conflitto.

Il Premio dell’Unhcr, un riconoscimento a coloro che si dedicano a quanti sono costretti a fuggire dal proprio Paese, prende il nome da Fridtjof Nansen. Esploratore e filantropo norvegese che negli anni ’20 del Novecento ricoprì il ruolo di primo Alto Commissario per i Rifugiati della Società delle Nazioni. E che nel 1922 venne insignito del Nobel per l’opera svolta a favore dei rifugiati della Prima guerra mondiale.

In Germania smettono di litigare sull’immigrazione

Sull'immigrazione la Germania prova a voltare pagina. Dopo una trattativa durata mesi la Grosse Koalition ha raggiunto un compromesso su un testo relativo all'ingresso di immigrati qualificati non Ue. L'aspetto più importante dell'intesa tra Cdu-Csu e Spd riguarda il punto, lungamente discusso, che: "in linea di principio c'è una separazione tra asilo e migrazione economica". In sostanza i profughi, se riconosciuti tali, potranno continuare a chiedere asilo in Germania, mentre i cittadini dei Paesi terzi senza elevati livelli di istruzione e privi di un’offerta di lavoro avranno maggiori difficoltà a varcare i confini.

Nel documento siglato ieri notte si dice a chiare lettere che "non vogliamo immigrazione di cittadini non qualificati provenienti da Paesi esterni all'Unione europea". Una vittoria del fronte anti-immigrati guidato dal ministro dell’Interno, il bavarese Horst Seehofer della Csu, che nel corso di una conferenza stampa ha meglio esplicitato il concetto: “Abbiamo bisogno di forza lavoro qualificata da Stati terzi e con queste misure anche l’immigrazione illegale può drasticamente ridursi”. In base a questa intesa i cittadini non europei avranno 6 mesi di tempo per cercare un lavoro in Germania, e verranno classificati sulla base di una serie di prerequisiti: livello di educazione, conoscenza della lingua tedesca e una formazione appropriata all'occupazione che si intende cercare. Nel testo sono previste anche procedure più veloci per il riconoscimento dei titoli di studio.