Sui rifugiati Milliband attacca Trump

La politica dell’amministrazione Trump sui rifugiati è “malevolent”. Non usa mezzi termini l’ex ministro degli Esteri britannico David Milliband nel definire “malvagia” la strategia della Casa Bianca che punta al dimezzamento degli arrivi negli Usa. In un recente articolo sul Washington Post chiedendosi se Trump è incompetente o malvagio, risponde: competente e malvagio. Visto che la sua avversione verso il vecchio programma federale di reinsediamento dei profughi “si sta traducendo in un’azione altamente organizzata ed efficiente”, che punta scientificamente alla sua abolizione. Un vero disastro.

Insomma c’è del metodo. E per spiegare che non si tratta di improvvisazione Milliband sciorina una serie di dati. Dal 1980,quando è entrata in vigore la legge sui rifugiati, gli Stati Uniti hanno accolto in media 95mila persone l’anno. Ora, invece, mentre guerre e disastri dilagano e nel mondo si contano più di 25milioni di sfollati, il nuovo presidente ha pensato bene di ridurre l’arrivo per l’anno in corso a non più di 45.000, meno della metà della media storica. Ma non basta se a ciò si aggiunge che la nuova amministrazione sta facendo di tutto per riuscire addirittura a dimezzarne il numero a 20.000. Per tutti vale il caso dei siriani: mentre nell'ultimo attacco chimico dello scorso 7 aprile le vittime sono state 60, gli esuli accolti da quel Paese sono stati 44. Uno sbarramento crudele che non risparmia neanche i tanti che hanno rischiato la vita combattendo o lavorando con le truppe americane. Tanto è vero che a oggi sono solo 107 gli iracheni che hanno ottenuto il visto, nel 2017 erano stati 6.996. Stessa cosa per gli afghani.

Eppure la generosità di questo Paese viene ampiamente ripagata. Un rapporto governativo ha, infatti, rilevato che, nell'ultimo decennio, i profughi hanno contribuito alle casse federali per 63miliardi di dollari. Mentre il loro reddito familiare, dopo 25 anni di permanenza, raggiunge in media 67mila dollari, ben 14mila in più rispetto alla media nazionale. Successo o non successo Trump non va per il sottile, nell'assordante silenzio bipartisan del Congresso.

La mano di Trump dietro il boom di rifugiati in Canada

Le politiche anti-immigrati dell’amministrazione Trump fanno la prima vittima: il Canada. Il Paese del Nord America nel 2017 ha infatti registrato un boom di richieste d’asilo, circa 50mila più del doppio rispetto all’anno precedente. Si tratta del numero più alto dal 1989 anno in cui fu creato l'Immigration and Refugee Board. L’impennata secondo una ricerca del Pew Research Center è legata all’annuncio di Trump di sospendere nei prossimi mesi lo status di protezione temporanea (TPS) concesso agli immigrati dell’America centrale e di Haiti. Il programma TPS era stato creato nel 1990 dal presidente George H. W. Bush e autorizzava le persone provenienti da Paesi colpiti da conflitti, disastri ambientali o epidemie, a vivere e lavorare negli Usa anche se entrati illegalmente.

L’affetto-annuncio di Trump sembra stia funzionando, poiché il gruppo più numeroso di rifugiati è quello degli haitiani, passati dai 631 del 2016 agli 8.286 del 2017. A conferma dell’esodo dagli Stati Uniti è anche il crescente numero di persone entrate illegalmente lungo il confine meridionale del Canada, aggirando l’accordo tra i due Paesi che proibisce di chiedere asilo a un posto di frontiera. Il governo canadese si sta inoltre preparando ad accogliere nelle prossime settime un nuovo afflusso di richiedenti asilo dopo la sospensione del Tps da parte delle autorità Usa per i circa 200mila immigrati dal Salvador. Di fronte a questa ondata di profughi provenienti dagli States, il governo canadese ha inasprito i controlli nelle commissioni che giudicano e concedono le protezioni umanitarie. Il primo risultato è stato che solo il 27% degli haitiani ha ricevuto il permesso di soggiornare in Canada.

Italia prima in Europa per le nuove cittadinanze

Spetta all’Italia il primato europeo nella concessione della cittadinanza. Secondo l’ultimo rapporto Eurostat nel 2016 quasi 1 milione di persone è diventato cittadino di uno dei Paesi dell’Ue, in forte aumento rispetto agli anni precedenti. In valori assoluti, con 201.591 cittadinanze l’Italia è al primo posto in Europa; seguita dalla Spagna, 150.944 e dalla Gran Bretagna, 149.372. Dei 201.591 nuovi cittadini italiani, i principali Paesi di provenienza sono Albania, (18,3%), Marocco (17,5%) e Romania (6,4%).  L'Italia è quasi sempre al primo, secondo o terzo posto tra i Paesi che accolgono di più. Il nostro Paese ha concesso la cittadinanza a persone provenienti da Paesi tra cui Bangladesh (54,9% del totale in Europa), Albania (54,7%), Romania (43,6%), Ghana (40,7%), Marocco (34,8%), Tunisia (33,2%), Brasile (27%), Ecuador (21,9%) e Senegal (21,1%).

A livello europeo il gruppo più numeroso che ha ottenuto la cittadinanza proviene dal Marocco. I dati Eurostat mostrano che nel 2016, 101.300 persone hanno richiesto di abitare in Europa e l’89% ha ottenuto la cittadinanza in Francia, Italia e Spagna. Seguono gli albanesi con 67.500 richieste, di cui il 97% in Italia e Grecia. I marocchini, albanesi, indiani, pakistani, turchi e ucraini hanno rappresentato circa un terzo del numero totale di persone che hanno ottenuto la cittadinanza nell’Unione europea nel 2016.

L’emergenza profughi di cui nessuno parla

Frontiere militarizzate, campi profughi, rivolte anti-immigrati, governo in affanno. Scene e situazioni che evocano le crisi dei rifugiati che negli ultimi anni hanno messo a dura prova l’Europa, e l’Italia in particolare, ma che a latitudini diverse si ripresentano, sia pur con le differenze del caso, con le stesse criticità. È il caso del Brasile chiamato a fronteggiare la marea di disperati in fuga dal Venezuela di Maduro. Spinti dalla crisi politica ed economica, caratterizzata da iperinflazione, carenza di beni, fame e violenza, dal 2014 più di 20mila venezuelani hanno chiesto asilo al Brasile. Ma la situazione sul campo è molto più grave e rischia di deflagrare. A Boa Vista, città al confine con il Venezuela e la Guyana, nel 2017 l'arrivo di 40mila rifugiati ha messo a dura prova i servizi locali. Con l'assistenza dell'UNHCR, le autorità hanno istituito tre campi profughi, che si sono rapidamente riempiti, mentre i nuovi arrivati hanno iniziato a sistemarsi nelle baraccopoli cresciute a dismisura intorno alla città.

L’arrivo dei venezuelani ha fatto esplodere nuove tensioni sociali, nonostante il Brasile, come spiega una ricerca Migration Policy Institute, sia da secoli terra accogliente per gli immigrati provenienti da ogni angolo del pianeta. Ma il recente afflusso di immigrati umanitari ha scatenato una guerra tra poveri, con i brasiliani che accusano di dumping i venezuelani perché pur di lavorare accettano salari sempre più bassi. La stagnazione economica e la crisi politica hanno poi fatto il resto, spingendo il presidente Michel Temer a raddoppiare il numero di militari al confine venezuelano, nel tentativo di bloccare l’esodo dal Venezuela. Terrorizzato dall'esito delle prossime elezioni, che potrebbero essere influenzate dalle crescenti proteste anti-immigrati, e dalle pressioni di politici conservatori, forze di sicurezza e attivisti di estrema destra, Temer ha anche rimaneggiato la legge sull'immigrazione, varata solo un anno fa. La nuova legislazione, nella sua versione finale, ha spostato l'attenzione dai diritti degli immigranti ai problemi di sicurezza nazionale, facendo ripiombare il Paese all'epoca della dittatura militare.

Confermato il bonus mamma a tutte le immigrate

Il bonus mamma spetta anche alle donne straniere presenti in Italia senza permesso di soggiorno di lunga durata. A confermarlo la Corte d'appello di Milano che ha respinto il ricorso dell'Inps contro l'ordinanza del Tribunale. Nei mesi scorsi, infatti, i giudici di primo grado avevano ritenuto discriminatorio il meccanismo di assegnazione del premio una tantum da 800 euro corrisposto a partire dal 1° gennaio 2017 su domanda della futura madre al compimento del settimo mese di gravidanza o alla nascita, adozione o affido. A seguito di quel primo pronunciamento, l'Inps aveva dato esecuzione all'ordinanza, consentendo quindi a tutte le mamme straniere la presentazione delle domande, ma precisando che l'assegno veniva pagato con riserva in attesa dell’appello. La Corte, invece, ha confermato la decisione del Tribunale di Milano. Il costo stimato dall’Inps è di 18 milioni di euro considerato che le nascite da donne straniere sono il 5% del totale, 24.500. Ora Asgi, Apn e Fondazione Piccini, le associazioni promotrici del ricorso, chiedono all'Inps di assumere “una decisione definitiva, chiudendo il contenzioso e garantendo il rispetto pieno e senza riserve della decisione". E di evitare il giudizio della Cassazione.

Sull’immigrazione dall’Africa il peggio deve ancora venire

Il flusso migratorio dall'Africa subsahariana verso Europa e Stati Uniti è inarrestabile e destinato a crescere. È la conclusione cui è giunto uno studio del Pew Research Center basato su dati e statistiche di Nazioni Unite, Eurostat e Dipartimento di Stato Usa. A catalizzare l’attenzione dei ricercatori il boom delle richieste d’asilo in Europa: un milione dal 2010. L’afflusso totale, rilevano, è comunque maggiore, perché in molti arrivano con permessi di lavoro o studio o attraverso i ricongiungimenti familiari. 400.000, invece, gli immigrati subsahariani che tra il 2010 e il 2016 si sono trasferiti negli Stati Uniti tra il 2010 e il 2016.

Il think tank di Washington ha quindi analizzato le cause di questo esodo a partire dall'esplosione demografica. La regione subsahariana, infatti, dal 1990 al 2013 ha raddoppiato la popolazione facendo registrare la crescita più rapida del mondo. E le previsioni non mostrano al momento un’inversione di tendenza. A essa si affianca il divario nel processo di sviluppo economico delle diverse aree. Intanto la crescita dei Paesi africani non è omogenea, i tassi di disoccupazione restano a livelli di guardia e i salari continuano a essere bassi. Sullo sfondo la crescente instabilità politica e il moltiplicarsi dei conflitti. Un quadro che spiega più di tante parole un sondaggio condotto in 6 Paesi dell’Africa subsahariana tra febbraio e aprile 2017. Alla domanda se sarebbero andati a vivere in un altro Paese se avessero avuto le condizioni, 4 intervistati su 10 hanno risposto affermativamente.

In Europa, salvo che in Italia, crollano le domande d’asilo

L’anno scorso in Europa, eccezion fatta per l’Italia, le richieste d’asilo sono pressoché dimezzate. In base ai dati diffusi da Eurostat, infatti, nell’Ue le domande sono calate del 46% passando dal milione e 206.000 del 2016 a 650mila nel 2017. Nel nostro Paese, invece, sono aumentate del 4%. L'Italia con 126mila domande è seconda dietro la Germania che, nonostante un calo del 73%, guida la classifica con 198mila richieste. Al terzo posto la Francia (91mila) e a seguire Grecia (57mila), Regno Unito (33mila) e Spagna (30mila). Ultima la Slovacchia, dove solo 27 stranieri hanno fatto domanda di protezione.

Secondo l’Istituto di statistica dell’Ue il flusso dei richiedenti asilo ha subito una netta flessione rispetto al 2015 e 2016 quando nel pieno della crisi dei rifugiati gli arrivi superarono il milione. I numeri appena diffusi fanno tornare le statistiche ai livelli del 1992, anno della prima ondata di profughi provenienti dall’ex Jugoslavia. Last but not least, per quanto riguarda le nazionalità, a chiedere protezione umanitaria in Europa sono stati soprattutto siriani (102.000) iracheni (47.500) e afghani (43mila). Mentre in Italia la prima nazione di provenienza è la Nigeria.

Crollano gli sbarchi in Italia

Crollo degli sbarchi a febbraio sulle nostre coste. A certificarlo sono i numeri comunicati da Frontex, l’agenzia europea di controllo dei confini. Meno di 800 gli immigrati che il mese scorso sono arrivati in Italia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, in calo di oltre un decimo nel confronto con l’anno precedente. Nel periodo gennaio-febbraio, il numero complessivo di immigranti rilevati su questa rotta è sceso del 61% rispetto al 2017, arrivando a 5.200. Il cattivo tempo e l’intensificazione dell’azione di contrasto della Guardia costiera libica tra le cause che hanno determinato il repentino stop alle traversate. Ancora una volta il gruppo più numeroso è composto dagli eritrei, seguiti dai tunisini.

Nei primi due mesi dell'anno il numero complessivo degli arrivi illegali in Europa è quasi dimezzato toccando quota 12mila, in gran parte dovuto al consistente calo registrato nel Mediterraneo centrale. In Spagna a gennaio-febbraio il numero di arrivi, 2.500, è rimasto invariato rispetto al 2017. Situazione pressoché stabile anche in Grecia, dove sono giunti 3.900 immigrati, soprattutto da Siria e Turchia, in lieve calo rispetto all'anno scorso. Quasi azzerati i transiti nei Paesi dei Balcani occidentali. Nel solo mese di febbraio, sulle quattro rotte monitorate da Frontex, il totale degli arrivi irregolari è stato di 3.400, tre quarti in meno rispetto al 2017.

L’Europa non sa che fare con i minori stranieri non accompagnati

I minori stranieri non accompagnati sono ormai un rompicapo europeo e non più solo italiano. Basta vedere, al riguardo, quello che accade in Francia. Che, spiega in un lungo e dettagliato reportage Le Monde, è alle prese con una difficile, tormentata discussione sulla loro assistenza. E sul nomadismo di questo esercito di giovani stranieri, spesso poco più che bambini, verso le aree del Paese dove è per loro più facile ottenere protezione ed evitare il rischio espulsione.

Un problema che, com’è ovvio, non è solo di natura finanziaria. Tanto è vero che in un loro recente documento i Dipartimenti (le nostre Regioni), che oggi si fanno carico dell’accoglienza, hanno sollecitato il governo a mettere mano ad una drastica revisione dei sistemi di valutazione oggi in vigore sul riconoscimento del loro status. Una richiesta resa urgente dal fatto, ad esempio, che nel solo 2017 su 50mila domande presentate solo 15mila sono state quelle ritenute con i requisiti necessari per essere accettate. E beneficiare dell’accesso all’alloggio, all’istruzione e al lavoro.

E così mentre i centri di accoglienza esplodono, di pari passo le strade si riempiono di giovani “diniegati” che cercano in qualche modo di sfruttare la disomogeneità con cui la loro condizione viene valutata nelle diverse regioni del paese alimentando il nomadismo da un territorio all’altro. Non a caso è proprio questo il problema più serio sollevato dal documento inviato dall’Assemblea dei Dipartimenti al primo ministro Edouard Philippe. Proprio nel momento in cui si è fatta più aspra la discussione, all’interno della stessa maggioranza, sulla nuova, controversa legge su immigrazione e asilo.

Un’iniziativa decisa dagli amministratori locali per protestare contro l’indifferenza dei responsabili centrali sulle difficoltà che la gestione di questi minori pone alle autorità regionali. Ponendo una semplice ma cruciale domanda su chi si deve occupare, e finanziare, di dare loro accoglienza: il Governo centrale o i Dipartimenti ? Se il compito è locale allora vanno garantire alle regioni i finanziamenti necessari per poter adempiere, al meglio, a questo compito. Se, invece, è dell’amministrazione centrale allora vanno centralizzati e standardizzati sia il sistema dell’accoglienza che quello delle procedure di valutazione delle domande presentate.

Un problema, però, che non ha solo la Francia. Nel 2017, ad esempio, la Svezia è stata scossa da un’ondata di suicidi di giovani stranieri appena maggiorenni. Molti dei quali, giunti lassù con la grande ondata di rifugiati che ha sconvolto l’Europa nel 2015, di fronte alla prospettiva di essere rimpatriati hanno preferito mettere fine alle loro esistenze. Casi estremi, certo, ma anche una macroscopica e dolorosa conferma della necessità di trovare per questa delicatissima nuova galassia della moderna immigrazione una accettabile e rapida soluzione.

Numeri da capogiro sull’immigrazione dall’Africa

Un flusso inarrestabile quello dell’immigrazione dall'Africa sub-sahariana. Negli ultimi 8 anni il numero delle persone che hanno lasciato l’area a sud del Maghreb è aumentato di circa il 50%. Solo la Siria ha registrato un tasso di crescita più alto.

In base ai dati delle Nazioni Unite, rielaborati dal Pew Research Center di Washington, nel 2017 gli immigrati provenienti dall'Africa continentale erano circa 25 milioni. Negli ultimi tre decenni oltre all'aumento esponenziale dei flussi, si è registrato anche un cambio di rotta. Nel 1990, il 75% degli immigranti della regione viveva in altri Paesi sub-sahariani, una quota che è scesa al 68% nel 2017. Nello stesso periodo la quota di quelli che hanno scelto l’Europa è passata dall’11% al 17%, mentre è salita dal 2 al 6% l’immigrazione sub-sahariana negli Stati Uniti. A questo proposito il rapporto del PWR evidenzia che centinaia di migliaia di immigrati provenienti dal sud del deserto del Sahara si ammassano in Libia nella speranza di attraversare il Mediterraneo per arrivare sulle coste europee. Molti di questi vengono rinchiusi in campi di detenzione, sottoposti a violenze e abusi, e in alcuni casi venduti all'asta come schiavi.

Nei prossimi decenni la situazione potrebbe anche peggiorare. A causa della crescita demografica del continente africano, il numero di immigranti è infatti destinato a aumentare.