La rivolta del Libano dimentica i profughi

La rivolta popolare che sta paralizzando il Libano non è uno dei tanti conflitti etnico-religiosi che da sempre hanno caratterizzato la sua tormentatissima storia. Quella delle ultime settimane, infatti, è una protesta che unisce anziché contrapporre le sue tante anime. Sulle quali è fondato il sistema politico nato all’indomani dell’indipendenza dalla Francia raggiunta nel 1943. E successivamente “costituzionalizzato” dopo una sanguinosissima guerra civile. Che scoppiata nel 1975 si è conclusa solo nel 1990 quando a Taif le maggiori 18 sette politico-religiose (tra cui i cristiani maroniti, i musulmani sunniti, sciiti e alawiti, e i drusi) si spartirono tra loro il potere. Consentendo ai rispettivi “boss” di difendere ciascuno gli interessi settari delle proprie comunità di riferimento semplicemente distribuendo favori. Un sistema che ha portato all’esplosione, in parallelo, del debito pubblico e delle diseguaglianze sociali. Nel Paese dei Cedri, infatti, secondo il World Inequality Database, l’1% della popolazione possiede un quarto di tutta la ricchezza nazionale.

Ma l’odierna grave crisi economica e la paralisi politica hanno compiuto il “miracolo” spiazzando le élite religiose e unendo i libanesi di tutte le confessioni. Alimentando qualche speranza, mista a molta ansia, anche in quella parte della popolazione, tanto numerosa quanto silenziosa, di cui mai nessuno parla: i profughi siriani e palestinesi. In Libano attualmente vivono 1,5 milioni di rifugiati siriani oltre a 400mila palestinesi. Che sommati rappresentano, cosa pressoché unica nella demografia mondiale, un quarto dell’intera popolazione nazionale. Numeri, come sottolinea con amarezza un articolo dedicato al tema dalla rivista americana Ozy, che per quanto riguarda l’accoglienza dei rifugiati dovrebbero far vergognare gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Ora, però, davanti alle proteste di piazza, siriani e palestinesi, temono di diventare i capri espiatori di una classe politica incapace di ammettere di aver fallito nel fornire servizi di base, stimolare l'economia o combattere la corruzione nella pubblica amministrazione. Infatti, nonostante le tante divisioni, la politica libanese è sempre stata unita nell’evitare di affrontare il problema dei rifugiati. Segregandoli in una sorta di apartheid nel timore che la loro integrazione potesse alterare il delicato equilibrio interconfessionale a favore dei musulmani sunniti.

Ma la diffidenza verso i rifugiati, purtroppo, non è solo appannaggio dei politici. Nel corso delle tante manifestazioni, alle quali hanno preso parte non pochi tra siriani e palestinesi, in più di un’occasione è infatti circolata la parola d’ordine secondo la quale le eventuali conquiste economiche e sociali strappate ai governanti dovrebbero essere riservate e godute esclusivamente dai libanesi di nascita. Un errore che il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha pensato subito di sfruttare gridando alla cospirazione internazionale contro il Libano. Un’accusa a dir poco singolare visto che a formularla è proprio il partito-milizia sciita da sempre finanziato e sostenuto dall’Iran.

L’immigrazione manda in crisi la giustizia USA

Negli USA i tribunali per l’immigrazione, con un arretrato di oltre 1 milione di casi, sono prossimi al collasso. Stretti come sono tra la politica sempre più aggressiva di Trump contro i clandestini e la marea umana di disperati che si accalca alla frontiera con il Messico. Solo nello scorso mese di maggio gli arrivi dal confine meridionale sono stati 133mila: il numero più alto mai registrato dal marzo 2006. Un’ondata di richiedenti asilo e immigrati illegali, in particolare dal Centroamerica, che sta mandando in tilt la giustizia. Ma è bene chiarire che, come spiega un recente studio del Migration Policy Insitute (MPI) di Washington, questa montagna di casi pendenti è in attesa di essere esaminata dall’Executive Office for Immigration Review (EOIR), che facendo capo al Dipartimento della Giustizia è alle dirette dipendenze del potere esecutivo. I giudici dei 63 tribunali per l’immigrazione sparsi su tutto il territorio nazionale, decidono in particolare dei casi di espulsioni e della concessione dell’asilo o protezione internazionale. Poiché si tratta di materie che rientrano nell'ordinamento civile, il governo non è tenuto a fornire agli imputati, se non possono permetterselo, un avvocato d’ufficio. Anche se fino ad oggi il 52% degli stranieri che hanno dovuto dar conto della loro posizione nelle corti ha usufruito di una rappresentanza legale.

C’è più di una causa che ha contribuito a questa situazione. In particolare, sottolinea l’indagine del think tank americano, all'inasprimento delle procedure di espulsione non è corrisposto un adeguato aumento delle risorse, umane ed economiche, da destinare ai tribunali per l’immigrazione. Per capire come stanno le cose, basta considerare la disparità di quanto il governo federale spende per la difesa delle frontiere e la caccia ai clandestini. Nel 2018, infatti, il Congresso ha stanziato più di 24 miliardi di dollari per le due principali agenzie governative che si occupano di lotta all’immigrazione, l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) e il CBP (Customs and Border Protection), e solo 437milioni per l’EOIR. Le scarse risorse finanziarie e il blocco delle assunzioni dei giudici, sono perciò all'origine dell’aumento dei casi pendenti. Tanto che oggi l’iter giudiziario per decidere su un’espulsione o una richiesta d’asilo supera, in media, i 700 giorni. Due due anni tondi tondi.

Lesbo, cartina di tornasole delle politiche di accoglienza

La piccolissima isola greca del Mar Egeo, Lesbo, vive una grave crisi umanitaria. Lontana dai riflettori, quella che fu il luogo natio della poetessa Saffo, negli ultimi 5 anni è stata trasformata nel più grande hotspot per migranti d’Europa. Il picco di arrivi si registrò nel 2015-2016, quando la Grecia accolse più di 853.000 persone, in maggioranza siriana. Dopo alcuni anni di relativa calma, negli ultimi 8 mesi gli sbarchi sono ripresi massicciamente. A settembre nei campi allestiti sulle isole dell’Egeo si contavano più di 25mila tra rifugiati e immigranti economici. Una situazione esplosiva aggravata dalla crisi economica che da oltre un decennio piega l’Ellade. Mettendone a dura prova la tenuta del tessuto sociale. Nonostante questo difficilissimo scenario, Lesbo, secondo il Migration Policy Institute di Washington, nel campo della gestione dei centri di accoglienza rappresenta a livello internazionale un’esperienza su cui vale la pena riflettere.

Il perché è presto detto. All’interno dell’isola esistono due hotspot: quello di Moria gestito dalle autorità centrali elleniche, e quello di Kara Tepe gestito dalla locale municipalità. Occorre ricordare che il primo fu aperto nel 2013 dal governo di Atene usando fondi nazionali e comunitari. Al momento, nonostante la sua capienza sia di 3mila anime, ne accoglie più di 12mila. Una sovrappopolazione che ha trasformato il centro in un’immensa baraccopoli teatro di continue violenze. Come quella dello scorso 30 settembre, quando il fuoco appiccato a due container ha causato la morte di un bambino e di sua madre. Uno scenario inumano nel quale i rifugiati restano rinchiusi anche anni.

A Kara Tepe, invece, si respira tutt’altra aria. Questo accampamento municipale, gestito d’intesa dai dipendenti del locale comune e dai volontari delle Ong, non ha mai accolto più dei 1.200 rifugiati di cui è capace. Non solo, ma è bene sottolineare che il responsabile Stavros Mirogiannis è riuscito ad imporre regole che tutti rispettano, oltre a creare aree comuni di svago e di socializzazione per le 260 famiglie, ognuna delle quali dispone di un suo autonomo container. Sulla base di queste due esperienze il Migration Policy Institute ha concluso la sua ricerca segnalando la superiorità, per quanto riguarda la protezione dei rifugiati, degli attori locali rispetto a quelli molto più lontani di Atene e di Bruxelles. Ma non è tutto oro quel che luccica, visto che anche la virtuosa Kara Tepe è costretta a fare i conti con la storica lentezza e la grave corruzione della burocrazia greca. Un male per il quale alcuni docenti dell’Università di Atene hanno suggerito come cura quella di trasferire i fondi dell’Unione (in 4 anni la Grecia ha ricevuto 2,21 miliardi di euro) alle municipalità locali saltando l’amministrazione centrale. Idea che non sembra affatto piaciuta al nuovo governo di centrodestra che invece pensa di usare i finanziamenti europei per rafforzare i pattugliamenti navali nell’Egeo e aumentare le espulsioni .

Per combattere i clandestini adesso si ricorre al Dna

Negli USA la lotta all’immigrazione clandestina si arricchisce di un nuovo inquietante capitolo: la schedatura genetica. L’amministrazione Trump, secondo quanto scrive il New York Times sta, infatti, preparando un piano per la raccolta e la catalogazione del Dna di centinaia di migliaia di immigrati che ogni anno passano per le carceri federali americane. Il programma allo studio del Dipartimento per la Sicurezza nazionale, in collaborazione con il Dipartimento di Giustizia, arriva a compimento della lunga battaglia ingaggiata dalla Casa Bianca contro i clandestini. Dopo l’exploit di arresti ed espulsioni, nel tentativo di fermare i disperati del Centroamerica che spingono al confine meridionale, arriva ora l’identificazione genetica di tutti gli immigrati irregolari. Agli agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) il compito di procedere allo screening di massa finalizzato alla creazione di una banca dati federale. Già oggi nel Codis dell’Fbi finisce il Dna dei bambini e degli adulti fermati dalla polizia utile a stabilire il loro rapporto familiare.

Con il nuovo programma, invece, verranno sottoposti a schedatura genetica tutti gli oltre 40mila clandestini attualmente in custodia. Funzionari del Dipartimento di Giustizia hanno affermato che si tratta solo dell’estensione di una legge del 2005 che consente di raccogliere informazioni biometriche di diversi gruppi di persone, tanto più se si tratta di criminali e immigrati illegali. Una Legge che a dire il vero era stata a suo tempo sospesa dal presidente Obama. Quando un memorandum dell’allora segretario alla Sicurezza nazionale Janet Napolitano, limitò questa pratica ai soli detenuti per gravi reati penali. La nuova iniziativa della Casa Bianca ha scatenato le proteste dell’American Civil Liberties Union, che ha denunciato come la raccolta forzata del Dna sollevi gravi problemi di privacy, oltre a trasformare un valido strumento per le indagini giudiziarie in un immenso database per la sorveglianza della popolazione. Accuse che però sembrano non scalfire la determinazione dell’amministrazione Trump secondo la quale questa nuova tecnica aiuta giudici e poliziotti a stabilire con certezza l’identità di immigrati responsabili di gravi crimini.

Uno studio smentisce Trump sulle espulsioni

L’equazione “più espulsioni=meno reati”, viene smonta dalla realtà dei numeri. Negli USA, infatti, dati alla mano, le deportazioni di massa dei clandestini non hanno portato a un calo dei crimini. A smentire la narrazione di Trump secondo cui gli immigrati sono “criminali”, “stupratori”», “bad hombres”, come spesso li ha definiti nei suoi tweet, ci pensa una studio dell’Università della California di Davis pubblicato da The Marshall Project, organizzazione no-profit di giornalismo online. Incrociando i dati sulle deportazioni del Transactional Records Access Clearinghouse (TRAC) dell'Università di Syracuse con i tassi di criminalità dell’Uniform Crime Reporting Program dell'FBI, i ricercatori hanno scoperto che l’aumento delle espulsioni non ha avuto un impatto apprezzabile sui tassi di criminalità. E il perché è presto detto.

La stragrande maggioranza dei clandestini arrestati e deportati non aveva e non ha precedenti penali gravi. Questa è la conclusione semplice ma dirompente di questo studio che esamina nei dettagli le azioni del programma delle Secure Community, squadre di agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) e delle forze dell'ordine federali, statali e locali impegnate nelle espulsioni dei clandestini, alle dirette dipendenze del Dipartimento di Stato. Istituito da Bush nel 2008, il programma è proseguito con Obama fino al 2014, anno della sua sospensione. Nel 2017 l’amministrazione Trump lo ha riattivato e inasprito. Ma nonostante ciò gli ultimi dati sulle deportazione e sui tassi di criminalità hanno rilevato che le aree del Paese dove maggiori sono state le espulsioni non hanno registrato un significativo calo dei reati. Arrivando alla conclusione che le deportazioni degli immigrati illegali non rappresentano un modo efficace per combattere il crimine. Anche perché, come sottolineano i ricercatori, gli immigranti irregolari sono meno propensi a delinquere per il semplice fatto che non vogliono attirare l’attenzione delle forze di polizia per paura di essere espulsi.

Sebbene non esista alcun legame tra immigrazione e aumento della criminalità, la percezione della popolazione va in direzione opposta. Come dimostra il caso di Nashville. La capitale dello stato del Tennessee ha introdotto una delle versioni più repressive di Secure Community, detenendo il record di carcerazioni ed espulsioni di clandestini. Nonostante ciò il tasso di criminalità non è diminuito. Ma secondo i sondaggi, la maggioranza dei residenti di Nashville sostiene le azioni delle Secure Community perché, sebbene smentita dai numeri, ritiene che a macchiarsi dei crimini siano soprattutto gli immigrati irregolari.

Negli USA la tortura contro gli immigrati è di antica data

Migliaia di immigrati, molti dei quali malati di mente, rinchiusi in isolamento nelle carceri americane. Una pratica che le Nazioni Unite equiparano a una forma di tortura, ma che è invece molto utilizzata dai funzionari dell’Ice (l’Immigration and Customs Enforcement del Dipartimento della Sicurezza nazionale). Non solo adesso con Trump ma anche ai tempi di Obama. Questo è quanto emerge da un’inchiesta indipendente, condotta da media (The Atlantic e New York Times) e organizzazioni non governative(Project On Government Oversight, American Civil Liberties Union e National Immigration Justice Center) su documenti governativi degli ultimi 4 anni. E che squarcia il velo su quella che è una storia di abusi sistematici compiuti da un’agenzia federale. In base agli ultimi dati, ad agosto gli immigrati irregolari detenuti nelle prigioni statunitensi erano più di 55.000, un numero record mai raggiunto in precedenza. Il che aiuta a comprendere come il sovraffollamento carcerario e le lungaggini burocratiche nell’esame delle richieste d’asilo contribuiscano a creare disagi e frustrazioni tra i detenuti. Sempre più numerosi, infatti, sono i casi di persone colpite da ansia, rabbia, depressione e impulsi suicidi. Perciò viste come una minaccia per gli altri detenuti e per il personale, e dunque messe "regolarmente" in isolamento.

Una pratica sanzionata dall’Onu, ma che negli Stati Uniti è largamente diffusa, più di ogni altro Paese democratico al mondo. La cosa più grave è che a essere sottoposti a questo regime sono gli immigrati più vulnerabili, come omosessuali, disabili e malati di mente. “I funzionari dell’Ice – si legge nel rapporto di Project On Government Oversight - stanno usando l’isolamento come punizione standard invece che come ultima risorsa, costringendo le persone a stare 23 ore al giorno da sole anche per mesi”. Infatti nei due terzi dei casi si tratta di immigrati coinvolti in infrazioni disciplinari, come violazione delle regole carcerarie, insubordinazione o coinvolgimento in risse. Gli immigrati di diverse nazionalità detenuti dalle autorità statunitensi in celle isolamento sono migliaia, ma è impossibile calcolarne il numero esatto perché per legge vengono registrati solo i casi superiori ai 15 giorni. Questi dati, come era facile immaginare, stanno riaccendono le polemiche negli USA per l’eccessivo ricorso a questa misura detentiva. E la giustificazione data dall’Ice, secondo cui “l’isolamento si impone come misura protettiva, quando il detenuto immigrato è gay o soffre di disturbi mentali”, non ha fatto altro che inquietare ancora di più le associazioni per la difesa dei diritti umani.

Anche negli USA la giustizia rallenta le espulsioni

Sarà ancora la lotta all’immigrazione clandestina il leitmotiv della campagna elettorale di Trump per la rielezione nel 2020. Lo si è capito 10 giorni fa quando con un ordine esecutivo ha concesso all’ICE, l’Agenzia federale responsabile del controllo delle frontiere e dell’immigrazione, poteri illimitati nella cattura e espulsione di clandestini. Non solo e non più quelli fermati al confine. Da oggi a rischio deportazione sono tutti gli oltre 10 milioni di immigrati illegali che si trovano nel Paese, anche da decenni.

All’apparenza sembra una vittoria della dottrina-Trump, ma a ben guardare forse non è proprio così. Secondo un’analisi di Politico e The Marshall Project l’arretrato giudiziario, nell’ultimo anno, è cresciuto molto più rapidamente rispetto agli arrivi di migranti. Giudici e avvocati concordano nel riconoscere come le mosse dell’amministrazione, pensate per accelerare l’iter delle espulsioni, abbiano invece prodotto l’effetto contrario. Con il risultato di aver rallentato la macchina della giustizia e mandato in tilt l’intero sistema. Negli ultimi tre anni l’arretrato è aumentato del 68%. E così oggi nei tribunali più grandi, come New York, Los Angeles e Houston, le udienze per decidere se un immigrato illegale che si trova in stato di fermo vada o meno espulso, non vengono fissate prima del 2023. Mentre per la conclusione di tutto il procedimento giudiziario si calcola un tempo medio di 10 anni. Anche con il nuovo ordine esecutivo della Casa Bianca, che rischia però di essere bloccato dai ricorsi già annunciati dalle associazioni per la difesa dei diritti umani, ci vorrebbero comunque anni per smaltire tutto l’arretrato. Anche perché l’ex procuratore generale Jeff Sessions subito dopo la sua investitura ha imposto ai giudici, che non sono indipendenti ma rispondono al Dipartimento della Giustizia, di esaminare tutti casi legati all’immigrazione clandestina e di non procedere più alle sospensioni dei casi meno gravi. Un’analisi delle cifre del Dipartimento di Giustizia mostra che gli ordini dell'amministrazione sono stati seguiti: negli ultimi due anni l’uso delle sospensioni è crollato.

Ora i pubblici ministeri sono incaricati di perseguire ogni espulsione e i giudici non hanno altra scelta che procedere con tutti i casi. Ma c’è di più, la disposizione emanata da Sessions si applica anche ai 330.000 casi precedentemente chiusi. E che quindi sono stati riaperti. Inutile anche l’assunzione di nuovi giudici dell’immigrazione. Dall’elezione di Trump nel 2016 l’arretrato peggiora di anno in anno, e a giugno i casi in attesa di giudizio hanno raggiunto il record storico di 877mila.

Anche negli USA sull’immigrazione è braccio di ferro con la giustizia

Trump ci riprova. E nel tentativo di tenere fede alla sua promessa, finora andata a vuoto, di espellere milioni di immigrati illegali, vara un nuovo giro di vite. E così con un nuovo ordine esecutivo, la Casa Bianca ha concesso poteri quasi illimitati nella deportazione dei clandestini all’Agenzia federale responsabile del controllo delle frontiere e dell’immigrazione (ICE), che dipende dal Dipartimento della Sicurezza nazionale. Una stretta finalizzata ad accelerare le espulsioni bypassando i tribunali. Infatti da oggi gli immigrati che non potranno dimostrare di essere stati negli USA ininterrottamente per più di due anni saranno immediatamente rimpatriati e non potranno avvalersi della difesa di un avvocato. La nuova misura è in vigore su tutto il territorio nazionale. In precedenza, invece, le espulsioni rapide si applicavano solo agli immigranti intercettati vicino al confine, entro in un raggio di 100 miglia, o che erano stati nel Paese per meno di due anni. In termini pratici, dunque, viene offerto ai funzionari dell'immigrazione e alle autorità doganali il potere di determinare chi può essere subito rispedito a casa. Tale decisione, finora, era demandata a un giudice dell'immigrazione, al termine di processi che spesso richiedevano anni. Il nuovo ordine esecutivo della Casa Bianca ha sollevato le critiche dell’opposizione democratica e delle organizzazioni non governative che denunciano l'amministrazione Trump di perseguire nella politica delle deportazioni di massa negando agli immigrati un'audizione davanti a un giudice. E ricordando che la Corte Suprema ha sempre dichiarato che anche gli immigrati privi di documenti hanno diritto a un giusto processo.

Trump il duro ne ha espulsi meno di Obama

La caccia ai clandestini scatenata da Trump non sta dando i frutti sperati. Anzi. Perché se è ancora presto per parlare di flop poco ci manca. Per la semplice ragione che le disposizioni draconiane emanate dalla Casa Bianca anziché accelerare le espulsioni stanno intasando i tribunali americani. E mandato in tilt un sistema giudiziario già paralizzato da un vasto arretrato di casi. Secondo The Marshall Project, un'organizzazione di giornalismo online che si occupa di questioni relative alla giustizia penale, nell’ultimo anno i casi legati all’immigrazione sono triplicati rispetto a tutti gli altri procedimenti giudiziari. Con l’aggravante che le sbrigative misure pensate dall'amministrazione federale hanno aumentato oltremisura gli appigli ed i ricorsi legali contro le espulsioni. E così i casi aperti hanno raggiunto la cifra record di 877mila. Ma non basta.

Durante la presidenza Obama, infatti, i rimpatri furono di gran lunga superiori a quella finora attuati da Trump. Il predecessore dell’attuale inquilino della Casa Bianca diede priorità alla deportazione di immigrati illegali condannati per crimini gravi e di quelli arrestati in flagranza di reato ai confini del Paese. Per la giustizia americana, infatti, è molto più “digeribile” l’espulsione dei clandestini condannati e di quelli pescati dalle guardie di frontiera che rispedire nel Paese d’origine, come invece vuole Trump, anche quelli che negli USA da decenni vivono, lavorano e spesso hanno messo su famiglia. La verità è che rispetto ai suoi predecessori, e di Obama in particolare, il magnate newyorkese si è dato come obbiettivo di espellere in quanto tali il maggior numero possibile di immigrati irregolari. Una strategia che, come dicono più e meglio di tante parole i numeri, al momento si è rivelata assai complicata da realizzare. Nel 2012, anno della sua rielezione, gli immigrati rispediti a casa da Obama furono 409.849. Quelli rispediti a casa da Trump nel 2018 poco più di 282mila.

Il nuovo Marocco dell’immigrazione

Il Marocco da sempre Paese di emigrazione, dall’inizio del nuovo secolo ha subito una metamorfosi. Grazie alla sua posizione geografica è stato a lungo Paese di transito per gli immigrati subsahariani in marcia verso l’Europa. Ma negli ultimi anni, con la progressiva chiusura delle frontiere europee, è divenuto Paese di destinazione. Come conseguenza di questo repentino cambiamento, Rabat, a differenza di altri governi della regione, ha sviluppato una politica migratoria nazionale e stretto accordi di partenariato con l’Ue. Un caso più unico che raro tanto da richiamare l’attenzione del Migration Policy Institute di Washington, che al Marocco e alla sua gestione dei migrati ha dedicato una lunga e approfondita analisi.

Il Paese, che conta 32 milioni di abitanti, ospita, oggi, 700mila immigrati provenienti dall’Africa subsahariana. Nel 1999 erano circa 50mila. Di fronte a questo incremento dei flussi, nel 2003 il governo marocchino è stato il primo nella regione a emanare una legge sull’immigrazione, introducendo misure per favorire l’integrazione e adottando politiche per il rispetto dei diritti umani. Mentre risale al 2014 una prima sanatoria per 25mila clandestini, seguita da un’altra nel 2017 che ha portato alla regolarizzazione di altri 28mila. Una decisione che ha però scatenato forti proteste.

Le difficili condizioni economiche del Paese, soprattutto nelle aree più periferiche, dove i tassi di povertà e disoccupazione sono molto alti, hanno creato un diffuso malessere tra le popolazioni locali, che vedono negli immigrati i diretti competitor nell’accesso al mercato del lavoro e alla redistribuzione della ricchezza. Il crescente clima di ostilità non ha però portato ha una retromarcia del governo. Che anzi punta a diventare sempre di più attore principale nelle discussioni regionali sull'immigrazione, svolgendo un ruolo centrale nel dialogo euro-africano. Compito ampiamente riconosciuto dall'Unione europea che solo lo scorso anno ha destinato al Marocco 148 milioni di euro per affrontare l’emergenza migranti e altri 182 milioni di euro per sostenere la creazione di posti di lavoro.