Gli orrori dei piccoli yazidi nelle grinfie del Califfato

Si è scoperto che i bambini yazidi rapiti dall'Isis sono vittime della sindrome di Stoccolma. Sono infatti sempre più numerose le giovani vittime che una volta liberate manifestano uno stato di dipendenza psicologica e affettiva verso i loro aguzzini. L’ultimo episodio in ordine di tempo è stato raccontato dal Washington Post grazie alla testimonianza diretta di un leader yazida da 5 anni è impegnato nella ricerca dei tantissimi minori del suo popolo rapiti dai miliziani dello Stato Islamico. Il mese scorso, ad esempio, due ragazze di 14 e 11 anni rintracciate nel campo dell'est siriano di al-Hol dove vivevano da 5 anni con una donna affiliata all'Isis, al momento del blitz invece di accogliere a braccia aperte i liberatori hanno cominciato ad urlare aggrappandosi disperatamente alla donna che chiamavano “mamma” implorando di non essere riportate a casa.

Una scena straziante che testimonia il nuovo, doloroso problema con cui devono fare i conti le unità curde impegnate nella ricerca dei quasi 3.000 minori yazidi che ancora restano nelle mani dello Stato Islamico. Molti dei quali non ricordano quasi nulla della loro vita precedente. Quando, sottratti piccolissimi dalle famiglie per mano degli uomini del Califfato, sono cresciuti all'interno di nuovi gruppi familiari secondo i dettami dell'Isis. Infatti oltre a non parlare più il curdo ma l’arabo sono stati convertiti all'Islam più radicale. Gli yazidi sono una comunità religiosa di etnia curda che vive, in grande parte, nei dintorni di Sinjar, città del nord dell’Iraq, non lontana dal confine con la Siria. Nel 2014, quando l'Isis occupò la zona, oltre 4mila yazidi, considerati infedeli, vennero uccisi e altri 6mila, soprattutto bambini e giovani donne, rapiti. Purtroppo mentre le ragazze yazide liberate hanno raccontato gli indicibili orrori di schiave del sesso che portano dentro di loro i segni indelebili delle atrocità subite, i più piccoli, invece, raccontano un’altra storia che impedirà loro, forse per sempre, di riuscire a reintegrarsi nella comunità natia.

Chiarito il giallo dell’accordo USA-Messico sull’immigrazione

Il Washington Post dopo il Watergate si distingue ancora una volta nel watchdog journalism. Infatti grazie a Jabin Botsford che, immortalando con la sua fotocamera il foglio che il presidente Donald Trump sventolava davanti ai giornalisti, ha scoperto che l’accordo Stati Uniti e Messico esiste, ma non può essere ufficializzato fino a quando il Paese centroamericano non cambierà le sue leggi sull'immigrazione.

Dal testo decifrato si legge, infatti, che “il governo messicano adotterà tutti i provvedimenti necessari all'interno della legislazione nazionale per attuare l'accordo, sperando di impiegare non più di 45 giorni”. La parola passa ora al Parlamento di Città del Messico, che entro un mese e mezzo dovrà rivedere la legislazione in materia di immigrazione e quindi approvare l’accordo con l’ingombrante vicino americano, che ha (solo) momentaneamente sospeso l’applicazione dei dazi. Infine nel documento si parla anche di “condivisione degli oneri” riguardo ai “rifugiati” che secondo il Washington Post altro non sarebbe che la trasformazione del Messico in “Paese terzo sicuro”. Per cui gli immigrati provenienti da Honduras, Guatemala e El Salvador potrebbero essere trattenuti al di là del confine meridionale USA in attesa della risposta alla loro richiesta di asilo. Insomma la Casa Bianca mirerebbe a fare del Messico la Turchia del continente americano. Anche se nel testo si fa riferimento ad un piano regionale per le richieste di asilo che dovrebbe coinvolgere diversi Paesi dell'America Latina.

In calce al testo si scorgono le sole firme di due alti funzionali delle rispettive amministrazioni: Marik A. String , consulente legale del Dipartimento di Stato USA, e Alejandro Celorio Alcantara, vice consigliere legale del Ministero degli Esteri messicano. Nonostante manchino le firme dei due Capi di Stato, dal governo messicano è giunta una prima, seppur parziale, conferma dell’esistenza di un accordo simile a quello rivelato. Infatti dopo lo scoop del Washington Post, il ministro degli Esteri messicano, Marcelo Ebrard, ha convocato in tutta fretta una conferenza stampa nella quale ha confermato l’intesa sugli sforzi che il suo Paese si impegna a fare per bloccare i flussi migratori, ribadendo però la totale contrarietà alla richiesta di trasformare il Messico in un “Paese terzo sicuro”.

Nel mirino di Trump gli immigrati che sognano la divisa

Stretta di Trump sugli immigrati che intendono arruolarsi nell’esercito americano. In nome della sicurezza nazionale, l’inquilino della Casa Bianca ha, infatti, imposto nei confronti delle nuove potenziali reclute di origine straniera più controlli e meno benefit (es. indossare la divisa non sarà più una scorciatoia per ottenere la cittadinanza USA). Una novità assoluta per le forze armate d’Oltreoceano che fin dalla guerra del 1812 hanno consentito l’arruolamento a chiunque, a prescindere dal passaporto d’origine, sia pur sub conditio, fosse in grado di dimostrare la volontà di servire la patria americana, anche a costo della vita.

Secondo un recente studio del Migration Policy Institute di Washington, l’inedita mossa del paladino dell’America first, ha già prodotto due serie conseguenze. La prima: il crollo delle nuove leve di origine immigrata che potrebbero essere difficilmente rimpiazzabili attingendo soltanto al bacino degli autoctoni. La seconda: la beffa nei confronti dei veterani con sangue straniero che dopo anni di onorata carriera, con pesanti ricadute sulla propria salute psico-fisica, rischiano, a causa dei più stringenti controlli delll’Immigration americana, di essere persino rimpatriati.

È il silenzio delle autorità che consente la tratta

La moderna schiavitù ha i volti e i corpi di giovani e giovanissime donne africane vendute per pochi dollari a facoltosi sceicchi del Golfo. Un dramma che riporta indietro, di secoli, le lancette della Storia e che la rivista statunitense Ozy racconta in tutto il suo orrore. Intanto per le modalità. Questo mercato si svolge nelle pubbliche piazze dove queste donne, anche bambine, vengono esposte e vendute a mo' di animali domestici ma ad un prezzo spesso inferiore. Al mercato di Arapai, nell'est dell’Uganda, una ragazza vale 14 dollari. È questa la cifra che i nuovi negrieri pagano alle famiglie con la promessa di un lavoro dignitoso e ben retribuito nelle monarchie del Medio Oriente. Dove, però, le aspetta l'inferno. Un volta arrivate, infatti, viene requisito loro il passaporto e poi vendute, per 10mila dollari, a famiglie benestanti che ne fanno delle serve sottoposte a lavori massacranti e, spesso, a torture e stupri. Le più giovani, invece, vengono acquistate dai satrapi più ricchi che le rinchiudono nei loro harem come schiave sessuali . Questo orrendo mercato, che ipocritamente l'Occidente pensava archiviato da secoli, è fiorente come non mai nell'Africa subsahariana. Dove, come ad esempio nel caso delle poverissime zone dell'est Uganda, le famiglie non esitano a mettere all'asta le loro figlie dietro la promessa di lauti guadagni come domestiche o cameriere. Nella sola città di Arapai risulta che nell'ultimo anno quelle messe in vendita sarebbero state più di 9mila. Destinate, dopo indicibili anni di stenti e torture, nel più dei casi a tornare a casa in una bara. Al punto che nei villaggi di partenza si è da tempo diffusa la voce di una strana “epidemia” che colpisce le ragazze emigrate in Medio Oriente. Il tutto nell'indifferenza più assoluta delle autorità ugandesi.

USA e Messico trattano sui dazi anti-immigrati

Sono iniziati a Washington i negoziati tra USA  e Messico per trovare una via di uscita alla guerra commerciale innescata dalla crisi dei migranti. Da lunedì i ministri del Commercio dei due Paesi stanno cercando una soluzione alla paventata imposizione statunitense di alzare i dazi sull'export messicano. La scorsa settimana, infatti, per obbligare il Messico a bloccare il flusso di migranti centroamericani verso i confini meridionali USA, Trump aveva minacciato un aumento dal prossimo 10 giugno del 5%, che sarebbe diventato a ottobre del 25%, su tutti i beni importati dal Paese confinante. Il ministro degli Esteri messicano Marcelo Ebrerd, in vista del bilaterale di domani con il collega americano Mike Pompeo, ha però dichiarato, stando a quanto riporta il Financial Times di oggi, che non accetterà la proposta americana di trasformare il suo paese in un cosiddetto “Paese terzo sicuro”. Cosa che consentirebbe alle autorità americane di rimandare i clandestini in Messico obbligandoli a presentare fuori dal territorio statunitense le loro domande di asilo. Un sotterfugio che, a dire il vero, risulta già da tempo ampiamente utilizzato pur in assenza di un preciso e formale accordo tra i due Paesi. Negli ultimi mesi, infatti, la guardia di frontiera statunitense ha già respinto oltre confine 8.835 richiedenti asilo provenienti dal Nicaragua, Honduras e El Salvador. Per convincere gli USA che anche il nuovo presidente messicano Obrador è impegnato nella lotta contro l’immigrazione clandestina, Ebrard ha però tenuto a sottolineare il fatto che le espulsioni ordinate dalle autorità di Città del Messico hanno toccato nei primi 5 mesi del 2019 la cifra record di 80.537. Anche se al momento nessuno è in grado di prevedere se e come andrà a finire la trattativa appena avviata è bene ricordare che il Messico, approfittando della crisi commerciale tra USA e Cina, rappresenta oggi il principale mercato di sbocco per le merci del paese a stelle e strisce.

Negli USA scoppia il caso dei bimbi adottati che diventano clandestini

Sono cresciuti credendo di essere americani e invece si sono scoperti clandestini. È il dramma che vive un esercito di apolidi, almeno 49mila, che adottati da bambini, da adulti hanno avuto l’amara sorpresa di ritrovarsi dei sans papier. Colpa dei loro genitori americani che non hanno mai completato il complesso iter per la cittadinanza. Molte, infatti, le famiglie che hanno erroneamente presunto che l’adozione concedesse in automatico un passaporto americano. Oggi dopo decenni vissuti negli States, e sentendosi americani a tutti gli effetti, questi ex bambini adottati rischiano invece la detenzione e l’espulsione. Sono infatti migliaia quelli espulsi dall’immigration e rispediti nei Paesi d’origine, dove tornano da stranieri, senza conoscere la lingua e senza più legami familiari. Un dramma nel dramma. Una grave ingiustizia che ora, come scrive la rivista The Intercept, il Congresso, con un'azione bipartisan, sta tentando di risolvere. Il disegno di legge, l'AdopteeCitizenshipAct del 2019, all'esame della Camera a guida democratica, mira a concedere la cittadinanza a migliaia di adulti nati all'estero e adottati da famiglie americane. Il provvedimento vuole sanare la posizione delle tante persone escluse dal ChildCitizenshipAct del 2000. Anni fa, quando l'adozione internazionale era relativamente facile, molti genitori credevano erroneamente che l'adozione e la naturalizzazione fossero la stessa cosa. In realtà, fino al 2000, erano due processi separati. La legge entrata in vigore 19 anni fa ha poi aggravato la situazione concedendo la cittadinanza ai soli minorenni, circa 140mila, lasciando nel limbo migliaia di maggiorenni. Oggi dopo la stretta anti clandestini voluta da Trump il dramma di questi “maggiorenni” adottati è tornato alla ribalta. Un pasticciaccio che forse, dopo un ventennio, troverà finalmente una soluzione.

Da oggi Frontex sorveglia anche i confini dei Balcani

Frontex da oggi  ha allargato la sua attività di controllo anche sui confini  dei Balcani occidentali, dispiegando per la prima volta le sue forze sul territorio di un Paese che non fa parte dell’Unione Europea. Le sue pattuglie, infatti, prenderanno posizione  lungo il confine tra  Albania e Grecia per controllare i flussi di immigranti diretti verso l'Europa in base all'accordo che, ratificato tra Bruxelles e Tirana lo scorso 5 ottobre 2018, è entrato in vigore il 1 maggio. Questa operazione segna una nuova fase della cooperazione per il controllo delle frontiere terrestri, con gli agenti di tutta Europa impegnati sul campo insieme ai colleghi albanesi nel pattugliamento del confine con la Grecia. L'obiettivo principale è la lotta all'immigrazione clandestina,  alla criminalità transfrontaliera,  al traffico di esseri umani ed al  terrorismo. Come regola generale, visto che questo tipo di intervento sarà in futuro esteso anche alle nazioni dei Balcani occidentali, le unità della Guardia costiera e di confine europei  opereranno  in presenza ed in stretta cooperazione con quelle dell’Albania. Austria, Croazia, Repubblica ceca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Lettonia, Paesi Bassi, Romania, Polonia e Slovenia hanno fornito uomini e mezzi per la sua prima attività operativa al di fuori della zona UE.

Ultimo rapporto Frontex sugli sbarchi dal Mediterraneo

Nel mese di aprile 2019 scorso il numero degli immigrati giunti in Europa (4.900 ) è diminuito del 19% rispetto a marzo. Secondo i dati comunicati da Frontex (l'Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera), nel primo quadrimestre di quest’anno il totale degli arrivi ( 24.200 ) ha segnato un calo del 27% rispetto allo stesso periodo del 2018. In particolare sulla rotta del Mediterraneo centrale ( lungo la quale ad aprile sono sbarcati in 200 ) visto che nell’ultimo quadrimestre gli attivi hanno segnato - 91%.

Diversa la situazione sulle altre rotte. Infatti più della metà degli arrivi di aprile (2.940) ha utilizzato quella del Mediterraneo orientale. Mentre sono invece raddoppiati ( 900 ) quelli sulle coste spagnole. Complessivamente tra gennaio ed aprile 2019 gli arrivi sulla rotta del Mediterraneo occidentale sono aumentati di oltre un terzo rispetto agli stessi mesi del 2018. In aumento anche i movimenti sulla rotta balcanica dalla quale gli arrivi, tenuto conto dei 600 di aprile, hanno raggiunto nel primo quadrimestre quota 3.400: + 96% rispetto a quello del 2018.

L’ultimo miracolo della Baviera è sull’immigrazione

Anche se pochi lo sanno la Baviera ha avuto uno straordinario successo nell'integrazione degli immigrati. Infatti il Land più ricco della Germania, feudo indiscusso della Csu, partito storicamente anti-immigrati, può vantare un primato a cui nessuno potrebbe credere: essere riuscito in meno di 4 anni a collocare sul mercato del lavoro 60mila rifugiati. Come molti ricorderanno nel 2015 vennero accolti in Germania oltre 1 milione di profughi, in maggioranza siriani in fuga dal guerra. Da allora il governo di Berlino ha speso più di 20 miliardi per la loro formazione e integrazione. Come prima cosa i richiedenti asilo devono frequentare corsi di lingua tedesca e una volta ottenuta la certificazione B1 o B2 intraprendono la formazione al lavoro. Un percorso obbligato per poter restare in Germania. O in Baviera, regione ricca e ultra conservatrice dove nelle ultime elezioni si è registrata una forte avanzata dell'Afd – Alternative fuer Deutschland, Alternativa per la Germania – formazione di estrema destra che ha eroso consensi ai centristi della Csu cavalcando l'onda della xenofobia. Ma la realtà è diversa dalla narrazione dei nazionalisti. Non fosse altro perché mentre la politica fa la faccia feroce contro gli immigrati, l’economia li cerca come fosse il pane. Infatti siamo arrivati al punto che le imprese, che in questi anni hanno investito nella formazione di rifugiati e immigrati, fanno pressione sulle autorità per evitare le espulsioni dei tanti a cui non è stato riconosciuto il diritto d'asilo. Con l'argomentazione che avendo loro bisogno di manodopera, espellere coloro che sono stati già qualificati sarebbe oltre che un danno anche una beffa. E così dopo accesi dibattiti, all'inizio di marzo il governo bavarese ha deciso di facilitare la permanenza degli immigrati apprendisti, anche quelli in attesa dell'asilo. La nuova legge, battezzata “3+2”, consente di ottenere un permesso di soggiorno dopo tre anni di apprendistato e due anni di esperienza lavorativa. Eppure il modello bavarese nasconde un lato oscuro. Perché in questo percorso di integrazione esistono rifugiati di serie A, i 60mila siriani che hanno trovato un posto sicuro, e quelli di serie B, per i quali il futuro nessuno sa quale sarà.

La colpa dei clandestini non è il crimine ma il dumping sociale

Negli Usa esiste una correlazione tra immigrazione clandestina e criminalità? La risposta, all'opposto di quanto molti credono, è "no". A certificarlo è uno studio elaborato da The Marshall Project, una organizzazione americana di giornalismo online che si occupa di questioni giudiziarie, che ha incrociato i dati del governo e di vari istituti di ricerca indipendenti. Quindi una ricerca dall'assoluto rigore scientifico. Premesso che, come reso noto dal Federal Bureau of Investigation, meglio noto come FBI, negli ultimi dieci anni in tutti gli Stati Uniti si è registrato un calo generalizzato dei crimini, nelle aree del Paese dove maggiore è la presenza di immigrati illegali, la diminuzione dei reati è stata addirittura maggiore che altrove. A smontare il teorema secondo cui all'aumento degli immigrati illegali corrisponde in automatico un incremento della violenza, basta comparare i dati forniti dal Census Bureau e dal Dipartimento della Giustizia. Dal 1980 al 2016 il numero di clandestini è cresciuto costantemente (nel 2006 si è toccato il record storico di 12,5 milioni), mentre è calato il tasso nazionale di criminalità. Tanto che oggi è ben al di sotto di quello che era 40 anni fa. La spiegazione più logica è che chi emigra negli Stati Uniti senza documenti lo fa per rifarsi una vita. E come è noto il sogno americano è il lavoro non la galera. Inoltre i clandestini evitano i reati perché le dure leggi americane sull'immigrazione prevedono che chi è arrestato viene deportato. Al netto dei reati l'unico vero problema provocato dall'immigrazione clandestina è quello del dumping sociale che determina una diminuzione dei salari dei lavoratori americani.