Se si crede nello ius soli, basta con la propaganda

Le sardine per tornare a farsi sentire hanno scelto il più difficile dei cavalli di battaglia: lo ius soli. Tanto è vero che nella manifestazione di ieri a Roma, abbiamo assistito a una confusione tra la solidarietà a George Floyd, l’afroamericano ucciso a Minnepolis da un agente di polizia, e la richiesta, contro ogni discriminazione, di approvare in Italia lo ius soli puro. Dimenticando che a livello globale gli unici ad averlo adottato sono proprio gli Stati Uniti, teatro in queste ore di duri scontri razziali.

D’altra parte, il tema delle modalità di concessione della cittadinanza italiana agli immigrati è scottante e delicatissimo.

Scottante perché, come accaduto poche settimana fa con la regolarizzazione, rischia di rianimare il confronto fra lo schieramento del laissez-faire umanitario contro quello securitario a discapito del merito della questione.

Delicatissimo perché tocca un nervo scoperto della normativa vigente, in particolare laddove penalizza i figli nati in Italia da genitori stranieri.

Per capire, nel dettaglio, di cosa parliamo, occorre riavvolgere il nastro e ripassare cosa è accaduto nei mesi finali della legislatura precedente a quella in corso. All’epoca, dopo estenuanti dibattiti al calor bianco tra favorevoli e contrari allo ius soli, il Senato decise, era il 12 settembre 2017, di rimandare alle calende greche la questione. E sulla stessa linea sembra attestarsi il governo in carica. Un errore. Visto che per aggiornare la normativa vigente a favore degli under-18 stranieri, non serve riprendere dal cassetto la farraginosa e ideologica proposta naufragrata nel 2017 tra gli scranni del Parlamento. Ma, più semplicemente, approvare tre piccole modifiche alla legge n.91 del 1992 (“Nuove norme sulla cittadinanza”) attualmente in vigore.

La prima riguarda l’art.9 comma 1 lettera F che prevede la concessione della cittadinanza: allo straniero che risiede da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica. Questo significa, caso unico in Europa, che gli immigrati extra-UE possono richiedere lo status civitatis italiano solo dopo due lustri di regolare soggiorno nel nostro paese. Sarebbe consigliabile ridurli, ad esempio, a cinque come, peraltro, già previsto dal nostro ordinamento per i comunitari originari di un paese europeo.

La seconda concerne l’art.4 comma 2 che ai nati da genitori immigrati consente di diventare italiani al compimento del diciottesimo anno a condizione di aver vissuto ininterrottamente fino alla maggiore età sul territorio patrio. Con il risultato che può bastare una vacanza all’estero con gli amici o una visita ai nonni nel paese dei genitori, per far saltare tutto.

La terza ha a che fare con la necessità di eliminare ogni forma di possibile, arbitraria discrezionalità burocratica nelle relative procedure di concessione. Fino a oggi, infatti, le risposte positive o negative alle richieste di cittadinanza sono fin troppo legate al parere soggettivo dei funzionari di turno.

Si tratterebbe di un modello misto, West lo aveva definito ius temporis, che con le modifiche sopra descritte, sfruttando la norma del 1992, permetterebbe di superare l’accesa ma inconcludente discussione ius soli sì, ius soli no. Consentendo alla legislazione italiana di allinearsi, al riguardo, con quelle in vigore nelle principali nazioni europee.

Lo studioso che ha molte novità da dire sull’immigrazione

Pierre Vermeren, uno dei massimi esperti mondiali di Maghreb, ha accettato di rispondere alle domande di West. 

1) Qual è l’identikit degli immigrati e dei rifugiati che arrivano in Europa dall’Africa?

Sono in maggioranza maschi che:

-provengono da paesi in pace (fortunatamente oggi nel continente africano gli stati in guerra sono un’eccezione);

- posseggono livelli di istruzione e ambizioni superiori a quelli medi dei loro paesi d’origine;

- hanno alle spalle famiglie sufficientemente robuste economicamente per potersi permettere di affrontare gli elevatissimi costi del viaggio (migliaia di euro che finiscono nelle mani della mafia del traffico di esseri umani). Questo spiega perché non sono rari i casi nei quali più nuclei familiari, considerandolo alla stregua di un investimento, uniscono i risparmi per finanziare “la partenza” di un loro rappresentante.

2) E’ vero che sono loro la soluzione al declino demografico dell’Europa?

In astratto sì. Ma la vera risposta dipende dal modello di società e dal tipo di immigrazione che vogliamo.

Il Giappone, ad esempio, che ha i più bassi tassi di fertilità del mondo, ha deciso, scontando un drastico calo della popolazione, di farvi fronte puntando su un forte innalzamento della produttività media del Paese. Legata, soprattutto, alla massima diffusione ed utilizzazione della robotica.

Il Canada, invece, ha tradizionalmente puntato sugli immigrati qualificati.

Mentre inglesi e francesi fino all’altro ieri hanno accolto manodopera straniera da impiegare in occupazioni poco qualificati. Ma è difficile pensare che questi operai immigrati, coi loro bassi stipendi, siano in grado di sostenere, oltre alle famiglie in patria, le pensioni di quadri e dirigenti del paese ospitante.

Se questo è il quadro, saranno gli europei e le istituzioni che li rappresentano a dover scegliere. Tenendo ben presente che l’opzione Sì soltanto all’immigrazione qualificata è ottima per noi ma pessima per i paesi di origine che così perdono “cervelli”. L’unico flusso migratorio che potremmo definire neutro, perché reciprocamente vantaggioso sia per lo Stato ospitante che per quello di origine, è quello che riguarda i rifugiati in fuga da guerre e persecuzioni. Che poi non sono così numerosi come talvolta si sente ripetere.

3) Come dovrebbe cambiare la politica estera UE in Africa?

La priorità è consentire un serio processo di industrializzazione degli Stati africani anziché continuare a imporre loro l’importazione ad oltranza di prodotti cinesi ed europei. Un modus operandi, il nostro, che ha distrutto industria, agricoltura e mercato del lavoro locali. Causando una disoccupazione di massa che non risparmia neanche i giovani altamente qualificati. Ecco perché molti sognano di emigrare.

Per rinascere l’Africa ha bisogno, ad esempio, di creare, al suo interno, una sorta di mercato comune. Che, però, almeno in una prima fase, deve essere protetto dalla concorrenza delle produzioni occidentali e cinesi. L’obiettivo è che i consumatori africani - presto supereranno 2 miliardi - acquistino sempre più prodotti e servizi made in Africa.

A questo, inutile dirlo, va affiancato un maxi piano di formazione in tutti i campi, soprattutto quello sanitario.

Come il Coronavirus cambierà l’ordine mondiale: parla Michel Korinman

4 aprile 2020: 1.159.515 portatori di coronavirus e 58.190 decessi sul pianeta. Ma al di là dell’angoscia che ci opprime come se un film di fantascienza di serie B fosse divenuto realtà, l’umanità comincia ad invocare la punizione divina, la sconfitta dell’homo sapiens (contraddizioni tra gli scienziati) l’inutilità del progresso tecnologico, la fine della specie. Si profila lo spettro della peste, dell’arrivo degli alieni, del caos bancario, delle guerre civili, della ribellione dei popoli, delle dittature militari. Le Borse affondano (e risalgono quando le decisioni delle potenze e delle istituzioni mondiali sono incoraggianti). Il prezzo del petrolio precipita a 20/10 dollari (?) al barile (il 3 aprile rialzato grazie alle dichiarazioni di Trump a 33).

Psicosi mondiale come ai tempi della crisi finanziaria del 1929? Si sa come è andata a finire. Molti si danno al complottismo : la CIA, l’US Army, i Frankenstein cinesi, gli ebrei, Bill Gates o George Soros. Per fortuna Bergoglio si attiene al suo ruolo e ci chiama a intravedere un miglioramento politico e sociale “sistemico”. Una bomba economica mondiale a orologeria a parte USA, Cina e Europa (se unita) ? Nel periodo post-traumatico assisteremo certamente a violenti regolamenti di conti come all’impreparazione dei diversi governi. Eccellente notizia: il G20 immetterà 5.000 miliardi di dollari nell’economia mondiale. Ma la crisi sanitaria del 2020, è quella del 2008 al quadrato perché l’economia (reale questa volta) è ancora segnata dai danni della precedente; da allora si tratta di un “oggetto economico non identificato” il cui impatto è difficile da valutare.

Ciò che è sicuro è che, una volta superata la recessione, la produttività aumenterà in modo gigantesco e che l‘economia di guerra, messa in atto durante la crisi, avrà come conseguenza profonde trasformazioni dei nostri modi di vita, di produzione e di lavoro. Sul piano geopolitico si produrrà un riequilibrio dei quadri all’interno dei quali la storia del mondo si svolgeva.

I GUERRA FREDDA CINO-AERICANA : NON CI SONO PIU’LEADER MONDIALI

Gli Stati Uniti e la Cina si accordano per sfruttare geopoliticamente la pandemia a scopo di leadership mondiale. Donald Trump, non dispiaccia agli antiamericani di base, rendeva noto, dopo la sua elezione a novembre 2016, un programma, straordinariamente coerente, di offensiva economica, a tutti i livelli, contro la Cina per frenare, per quanto possibile, la crescita della sua potenza e contro l’Europa (la Germania), appoggiata eventualmente su un condominio strategico con Mosca che lo Stato US profondo, visceralmente russofobo, è riuscito a neutralizzare.

Il Presidente, che ostentava all’inizio della crisi del coronavirus una superba noncuranza e minimizzava i rischi, vista la crescita eccezionale della malattia negli Stati Uniti , ha certamente dovuto cambiare marcia. 290.606 casi e 7.122 decessi al 4 aprile; il paese ormai più contaminato del pianeta è diventato il nuovo epicentro mondiale; una situazione “ esplosiva” nello Stato di New York – 2.935 decessi al 3 aprile – e in California, 3 183 casi e 67 decessi al 27 marzo; il Presidente parla ormai di malattia terrificante. Il capo virologo del Presidente, Anthony Fauci, terrorizza l’America annunciando una cifra possibile e vertiginosa di 2-2,2 milioni di persone contaminate e da 100.000 a 200.000 morti. Ci si può aspettare che Trump cerchi di arraffare una buona parte della produzione mondiale de clorochina per potersi presentare come un salvatore alle elezioni di novembre 2020. Ha fatto affidamento su un ritorno alla normalità, o un rilancio della nostra “formidabile economia” per Pasqua, il 12 aprile, poi il 30 aprile. Poiché l’economia, malgrado gli auguri di buona salute, resta la sua priorità: di certo, impedire la recessione non ha la priorità sulle perdite di vite umane, ma la prima rischia di provocare essa stessa un tasso di mortalità notevole e non bisogna che la cura sia peggiore della malattia.

Il Presidente ha parlato con dirigenti dell’economia americana e sa che, dopo le analisi di Morgan Stanley, essa potrebbe abbassarsi del 30% (la peggiore performance in 74 anni) :10 milioni di individui hanno perso il lavoro negli 14 ultimi giorni prima del 4 aprile (un crollo mai visto nella storia economica americana, nemmeno durante la Grande Depressione degli anni Trenta) ; tutto ciò comprometterebbe in modo drammatico la possibilità di una sua futura rielezione. Si rivolge d’altronde al Center for Desease Control and Prevention (CDC, autorità federale d’Atlanta), al Pentagono e ai governatori degli Stati che prendano provvedimenti drastici per rimediare alle carenze di un sistema sanitario impreparato per affrontare l’epidemia, poiché 28 milioni di Americani non sono coperti da un’assicurazione malattia.

Da qui il gigantismo del piano adottato in modo bipartisan e senza precedenti – l’arsenale supera largamente ciò che era stato votato nel 2008-2009 al tempo della crisi finanziaria – di 2.000 miliardi di dollari, ossia più di 9% del PIL americano, per sostenere direttamente le famiglie e le imprese e per combattere il rischio di depressione; 6.000 miliardi di dollari secondo l’Amministrazione se si aggiungono gli stanziamenti della Banca centrale e del Tesoro l’anticipazione dell’accordo avendo fatto innalzare l’indice Dow Jones il 24 marzo di 11,37% (mai visto dopo il 1933). È però una guerra double-track che vuole condurre il Presidente contro il virus e soprattutto contro la Cina. Prima della diffusione dell’epidemia nel territorio americano, egli parla di « Chinese virus », e si riferisce ad una origine cinese nella provincia del Guandong a sud-est, in un mercato che vende animali selvaggi e domestici vivi in condizioni di igiene deplorevoli e alla trasmissione all’uomo a Wuhan, grande città al centro del paese, fine novembre 2019 ; a un dato : Pechino -in cui il presidente Xi Jinping è rimasto mediaticamente assente all’inizio della crisi e non apparirà che una volta, quella diventata, secondo il partito, gestibile il 20 gennaio– rivelando che il potere era informato del coronavirus dall’inizio del mese (riunione del comitato permanente del Politburo il 7 in cui Xi aveva reclamato controllo e prevenzione ) – ; ad una evidenza: i cinesi hanno negato il problema all’origine e durante numerose settimane, allo stesso modo hanno rifiutato di condividere le loro informazioni, imbavagliato gli informatori, accusati di diffondere dicerie, barato sulle cifre e di conseguenza provocato uno tsunami sanitario mondiale, facendo pagare al mondo intero un “caro prezzo” per questa loro strategia.

Allo stesso tempo il Presidente priva la Repubblica popolare della sua centralità, frutto di una crescita troppo rapida, troppo artificiale, troppo squilibrata (Giulio Tremonti) ; riconduce la Repubblica popolare all’indegnità passata da paese di terzo mondo; come se si trattasse di una finta superpotenza, incapace infine di fare concorrenza all’America o di superarla. Per Washington, è il fallimento del comunismo : il PCC ha mostrato la prova della sua incapacità a gestire la crisi facendo passare “la logica di un potere preteso infallibile prima della verità medica” ; le autorità locali della regione di Hubei hanno preferito, per preservare la “stabilità sociale”, ignorare il problema; parimenti non si sa ancora perché il laboratorio della pubblica sanità dell’Università Fudan (Shanghai), il quale aveva pubblicato alla vigilia la sequenza del Covid-19, che avrebbe permesso la messa a punto di un nuovo kit di test, è stato chiuso il 12 gennaio.Vero e proprio “momento Tchernobyl”, un test per il regime che deve come non mai soffocare ogni richiesta di riforma con una censura aggravata da Internet.

Il regime cinese in “modalità Mao” non ha esitato a silurare due altissimi funzionari del Hubei, dunque a sbarazzarsi delle proprie responsabilità sul partito locale. Momento culminante : la morte sospetta del medico informatore Li Wenliang. Soprattutto la Repubblica popolare deve vegliare per fare in modo che i danni economici che la crisi sanitaria gli ha inflitto, attraverso il blocco delle attività produttive, per contenere il contagio nelle fabbriche e negli uffici, non comprometta il patto sociale tra i cittadini arricchiti e il partito-Stato. E quid ormai delle “nuove vie della seta” ? Senza contare l’esplosione di sentimenti anti-cinesi ( e anti-asiatici) dappertutto nel mondo ? Anzi : Trump ha tentato una OPA sull’impresa Curevac – sviluppatore tedesco del vaccino anti-Corona – fa risalire l’immagine degli Stati Uniti riannodando con Roosevelt : riconversione dopo Pearl Harbor di una economia impreparata in economia di guerra – dalle automobili ai bombardieri –e pensato di applicare a questo effetto la Defense Production Act of 1950 (guerre di Corea): una militarizzazione reclamata dal governo di diversi Stati che si è prodotta in modo sorprendente con General Motors (regolamento di conti ?), ma che non è stato necessario per Tesla, Ford, General Electrics e le 19 installazioni Toyota negli Stati Uniti al fine di produrre dei respiratori. L’immagine della Cina si trova così sminuita .

I cinesi non sono da meno. Spiegazione di Pechino: gli americani che avevano formato nel 2014-2015 una coalizione di una decina di paesi al momento del virus Ebola non sono stati capaci, tranne che declamare l’assioma trumpiano America First, d’immaginare una risposta mondiale. La Cina invece, quando l’Occidente si dibatte nella crisi, grida vittoria e si impegna a “trarre vantaggio sia dell’apertura creata dagli errori degli Stati Uniti, sia della loro cancellazione, riempiendo il vuoto per piazzarsi come leader globale nella risposta alla pandemia”. Chiaramente : « La Cina tenta senza pudore di sfruttare la sua “vittoria contro il virus” per promuovere il suo sistema politico.Questo tipo di guerra fredda non dichiarata che covava da un certo tempo mostra il suo nuovo volto alla cruda luce del Covid-19 » .

Il regime cinese si adopera, non appena il presidente Xi ha la situazione sotto controllo, a trasformare la tragedia cinese in autoglorificazione del sistema comunista (e del nuovo Grande Timoniere) ed anche ad annegare il caos iniziale sulla linea del fronte di Wuhan (500 membri del corpo medico infettati) in storie toccanti di guerra popolare contro il virus : soltanto il PCC era capace di “congelare” dall’alto il primo focolaio chiuso dal 23 gennaio e di mettere 150 milioni di persone agli arresti domiciliari .

Pechino ha espulso i giornalisti americani di molti grandi quotidiani, tra cui i reporter del Wall Street Journal, colpevole di avere pubblicato un editoriale che si riferiva alla Cina come “vero uomo malato dell’Asia” e “sporcato il popolo cinese” e ha denunciato l’incompetenza della “sedicente élite a Washington”. La pandemia avrebbe invece la sua origine nel laboratorio di Fort Detrick (Maryland) nel 2019 ; sono i militari americani che hanno diffuso il virus a Wuhan durante i VII giochi militari mondiali a Wuhan a ottobre (109 nazioni e 9 300 partecipanti) ; un’accusa inoltrata da Zhao Lijian, portavoce del Ministero degli Affari Esteri cinese ai suoi 310.000 followers e dal think tank fondamentalmente anti-americano Global Research. In questa campagna, i cinesi possono appoggiarsi sull’OMS di Ginevra – a cui gli Stati Uniti versano tuttavia il 25% dei contributi obbligatori senza parlare della fondazione Bill & Melinda Gates che fornisce un quarto del bilancio – e il suo direttore generale, l’Etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, eletto dal gruppo dei 77, ossia i paesi più poveri, in particolare africani, e la Cina, saluta i provvedimenti “ eroici” adottati da Pechino . Occasione propizia per la Repubblica popolare che rilancia la produzione e può presentarsi come un’ “ancora di salvezza“, come la “potenza soccorritrice” – diplomazia delle maschere e strumentalizzazione geopolitica nei confronti dell’Italia, della Spagna, dell’Olanda, della Polonia, del Belgio, della Francia (ma è inoltre necessario che il materiale arrivi in tempo utile, il volume e le norme previsti ) – e se ne appropria per sminuire a sua volta gli Stati Uniti che avevano questo ruolo dalla Seconda Guerra mondiale ma a cui la Casa Bianca ha rinunciato; insomma intende costruire un contro modello efficace non soltanto all’America First – Pechino più affidabile di Washington –, ma alla democrazia occidentale in quanto principio, proponendo a Roma – solo pilastro dell’Unione ad aver raggiunto la visione del One Belt, One Road – giustamente una “via della seta della salute”.

Ma la Cina, dopo aver superato questa prima ondata di contaminazione, non ha di che pavoneggiarsi nella misura in cui resta una realtà fragile sui piani demografico (invecchiamento) e finanziario – un debito le cui cifre sono attualmente poco credibili; crescita annientata nel 2020 (2,3%, ovvero 0,1%) secondo la Banca mondiale, il peggior risultato dopo la morte di Mao nel 1976 ; anche se l’economia cinese riparte, Huawei attualmente trionfante su Apple, il potere cinese non ha interesse a forzare troppo la mano.

Per prima cosa, se il paese dovesse salvarsi dalla recessione, la ripresa sarebbe lenta ed era difficile all’inizio di marzo determinare il numero di persone di nuovo al lavoro quando Pechino annunciava già il ritorno progressivo alla normalità. Il bilancio è catastrofico: per i mesi di gennaio/febbraio la produzione industriale accusa una riduzione del 13,5%, gli investimenti diminuiscono del 24,5% e le vendite decrescono del 20,5%. Soprattutto: anche se la dipendenza dalle esportazioni è stata nettamente ridotta in 10 anni, queste pesano ancora per il 18% del PIL e Pechino dovrà affrontare una disoccupazione massiccia: già secondo i dati ufficiali (?)cinque milioni di persone per i due primi mesi dell’anno.E poi una seconda ondata di contagio (55 nuovi casi il 27 marzo) non è da escludere, avendo Xi Jinping chiuso le frontiere agli stranieri (fatta eccezione ai diplomatici) il 26 marzo a mezzanotte, ovvero una misura che riconduce la Cina al periodo pre-Deng Xiaoping.

Ciò che è sicuro è che le immagini della Cina e degli Stati Uniti si sono corrose tutte e due. La volontà di potenza delle due principali nazioni non è sfociata in una vittoria dell’uno o dell’altro avversario. Peggio: la credibilità di un’America mercantilistica in quanto scudo del mondo non ha più senso ; le strategie di una Cina irresponsabile e imperialista non sono più un mistero per il globo: nessuno dei due protagonisti ha dato l’impressione di parlare in nome della comunità internazionale contro la pandemia. Hanno lasciato l’umanità orfana. Donald Trump (è proprio lui che ha chiamato) e Xi Jinping avrebbero evocato, il 27 marzo durante un colloquio telefonico, una possibile collaborazione, poiché il presidente cinese offriva il suo sostegno al suo omologo americano. Ma anche se ci fosse del vero in queste parole, il proposito è talmente contrario agli scambi precedenti che avvenendo in un periodo in cui la posta in gioco è la sopravvivenza sarebbe ancora peggio .

II LA RIVINCITA DELL‘ASIA ORIENTALE

Con il coronavirus emerge un settore sconosciuto della geopolitica tradizionale, non si tratta più di scontri territoriali per frazioni di territorio, ma di una competizione tra modelli sociali più o meno adattati a una situazione di emergenza collettiva. Samuel Huntington non aveva previsto questo scontro delle civiltà. Il confucianesimo, importato dalla Cina, aveva posto le basi per una società altamente gerarchica: disciplina, senso del dovere, pietà filiale, rispetto per gli anziani, umiltà; una dottrina che continua a plasmare le menti oggi a Hong Kong, Taiwan, in Corea del Sud e in una certa misura in Giappone. Tanti paesi che hanno fatto ricorso alla "tecnologia civica" (Giulio Terzi) senza attentare per questo alle libertà fondamentali. Cioè, i successi riscontrati da queste società asiatiche nella guerra sanitaria contro il virus ci inducono a mettere in discussione in Occidente l'efficacia delle nostre democrazie. E nel caso taiwanese, costituiscono una sfida insopportabile per Pechino, di cui parecchi caccia J-11 si sono avvicinati la notte del 17-18 marzo dalla zona di identificazione aerea di Taipei (mentre a Hong Kong, che vanta un'aspettativa di vita la più alta del mondo, in media 84,2 anni, e che è stata sconvolta da violente proteste da giugno 2019, il personale ospedaliero ha scioperato per tenere fuori i cittadini della Cina popolare stricto sensu).

La Corea del Sud (10.156 casi al 4 aprile) ha sistematicamente controllato il suo territorio: massiccia politica di screening con 300.000 test al giorno sulle stazioni mobili, visite a domicilio, punti di controllo lungo la strada, diffusione di software per localizzare le persone infette, boom per scaricare l'applicazione Corona 100m che rintraccia gli spostamenti tramite gps, telecamere di sorveglianza. A Taiwan (49 casi e un decesso al 12 marzo per quasi 24 milioni di abitanti), bandita dall'OMS per volontà di Pechino, sono stati prodotti 10 milioni di mascherine al giorno; i cittadini stessi si sono mobilitati in particolare nelle scuole, e si effettuano controlli negli edifici sia pubblici che privati, i condomini hanno messo a disposizione il gel all'interno e all'esterno degli ascensori; il 5 marzo il ministro della Sanità Chen Shih-chung poteva affermare che la situazione era sotto controllo. Singapore (solo 1.309 casi e sei decessi per 6 milioni di abitanti) ha isolato i portatori di virus in ospedale da dove possono uscire solo dopo due test negativi distanti 24 ore l'uno dall'altro, ha geolocalizzato le persone infette e indagato sui loro contatti da telefoni cellulari, ha proceduto con videotelefonate dalla polizia a casa dei confinati .

PS. Mistero giapponese, in un paese che ha voltato le spalle a Confucio e si è concentrato sulla ripresa economica dopo la Seconda Guerra Mondiale, anche se negli ultimi anni ci sono stati segni di rinnovato interesse per la dottrina. Con 1.866 casi e solo 54 decessi al 31 marzo per più di 126 milioni di abitanti (2018), i risultati sono tanto più spettacolari in quanto il Giappone non ha fatto ricorso (ad eccezione di un mese di chiusura delle scuole) alle drastiche misure dei suoi vicini . Grazie alla disciplina (patrimonio confuciano comunque) di una popolazione in cui le persone a rischio (gli anziani) si sono auto isolate e quindi sono state risparmiate; all’utilizzo diffuso di mascherine e alla distanza fisica tra le persone; alla rigorosa aderenza alla pulizia?

III UN’ULTIMA OPPORTUNITA’ PER L’EUROPA

L’epicentro della pandemia si è spostato dall’Asia all’Europa , raggiungendo l’America del Nord. E l’Unione europea pensa già a riconsiderare la mondializzazione di cui è una grande perdente. In effetti questo processo non arriva a dissimulare la “ cinesizzazione quasi-esclusiva” dell’economie mondiale dopo l’anno 2000 e l’estrema concentrazione – quasi il 30% – della produzione manifatturiera mondiale in una Cina che è passata dal 3 al 16% del PIL mondiale tra il 2000 e il 2018. Al libero-scambismo europeo – produrre a basso costo nella più grande dittatura del mondo le cui strategie ambiziose appaiono sempre brutalmente – corrisponde un vero pericolo geopolitico . Per esempio da quando l’80% delle materie prime regolamentate utilizzate nella produzione dei principi attivi farmaceutici vengono dall’Asia e particolarmente dalla Cina. Allo stesso modo la Germania, ovvero la nazione europea più industrializzata e che presenta il più forte tasso di esposizione a questo paese constata che le rotture delle supply chains a partire dai porti cinesi ha avuto delle conseguenze brutali per gli armatori e tra l’altro Amburgo o Duisburg. Giustamente, la pandemia ci ha rivelato la necessità di correggere questi squilibri, per esempio giocando sulla dipendenza ancora più grande della Cina in rapporto alla richiesta dell’Europa (a 27): 360 miliardi di importazioni dalla Cina in UE contro 200 miliardi alle esportazioni europee verso la Cina. Ma più generalmente, gli anti europei convergono paradossalmente dopo anni con le analisi di un proeuropeo convinto come l’ex ministro tedesco degli Affari Esteri Joschka Fischer che martella tanto sulla necessità di trasformare l’Europa in una potenza sovrana su scala mondiale quanto sulla responsabilità della Germania la quale deve mobilitare il suo capitale economico accanto alla Francia nel senso di questa vocazione europea: il peccato originale degli architetti della costruzione europea (che assomigliano in questo ai comunisti di una volta), è che essi non desideravano l’Europa e l’hanno ridotta ad una amministrazione tecnocratica parallela alle sovranità nazionali, divenuta insopportabile con la congiunzione di tre crisi economica (l’iperliberalismo finanziario), demografica e migratoria (l’esplosione in particolare dell’Africa) e di civiltà (l’Islam). E i sovranisti hanno perfettamente ragione: l’Unione europea non si risolleverà da una nuova sconfitta in piena pandemia, dunque in un periodo di confronto con la guerra, nella misura in cui era stata precisamente creata, nello spirito dei suoi fondatori, per impedire per sempre i conflitti armati.

Di fatto: in mancanza di coordinamento europeo le nazioni hanno operato un ritorno in forze e rotto, superando l’europeismo e il senza-frontierismo semplicistici, il tabù della riapparizione delle frontiere interne di fronte alla inattività di Bruxelles, ciò ritornava, dopo la grossa contrazione della crisi migratoria post-2015, ad annullare una delle principali ragioni di essere dell’Unione, ovvero la libera circolazione nello spazio Schengen . Così si spiega l’esasperazione del presidente francese Emmanuel Macron davanti alle misure “unilaterali” (tedesche) durante la telefonata di lunedì 16 marzo con Angela Merkel, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo il Belga Charles Michel.

Bruxelles d’altronde annuncerà la chiusura dello spazio Schengen per 30 giorni il 17 marzo. Ci siamo ormai: se l’Europa non apporta una soluzione economica comune alla tragedia del Covid-19, non esisterà più alla fine di essa. Qual è il quadro? Un “razzo” si costruisce progressivamente: “bazooka” monetario della BCE di 1 050 miliardi di euro (l’affrancamento dell’istituzione dal suo limite auto-imposto del 33% di riscatto del debito di un paese particolare le permetterà, per esempio, di concentrarsi sul debito italiano senza per questo comprare debito tedesco ; sospensione dai 27 ministri delle Finanze delle regole del Patto di stabilità del 1977 sui deficit e i debiti il 26 marzo per l’attivazione unanime della clausola derogatoria generale, ironicamente sottolineata dai sovranisti ; autorizzazione degli aiuti di stato alle imprese indebolite.

L’essenziale era peró ancora a venire, cioè la mutualizzazione del rischio tra i diciannove membri della moneta unica. Per realizzare questo obiettivo bisognerebbe superare la divisione. Da una parte i “quattro economi” ortodossi : i Paesi Bassi, i più duri con un primo ministro Mark Rutte molto reticente e sapendo che non otterrà a casa la maggioranza parlamentare in questo senso (16.725 casi e 1.651 decessi al 4 aprile e il paese, anch’esso in panne di reagenti, proprio come il Regno Unito (42. 441 casi e 4. 313 decessi) sulla sfida dell’immunità collettiva che consiste nel lasciare che un’epidemia si arresti naturalmente con l’immunizzazione, dunque dopo la contaminazione di una parte della popolazione; la Svezia (più di 6. 400 casi e 373 decessi al 5 aprile) uno dei pochi paesi a non aver adottato misure radicali ) ; la Danimarca (1 420 casi al 21 marzo); l’Austria (11. 181 casi al 4 aprile) scettica. Dall’altra parte i sedici “amici della politica strutturale” : il presidente Macron sostiene la Spagna (devastata con 124. 736 casi e 11. 744 decessi il 4 aprile), il Portogallo (10. 524 casi e 266 decessi al 4 aprile) e l’ipotesi italiana del presidente del Consiglio Giuseppe Conte di obbligazioni pubbliche europee mutualizzate, d’ “eurobonds “ o “coronabonds “, nelle sue parole di European Recovery Bonds. Angela Merkel è alla testa di una Repubblica federale che ha notevolmente ben gestito (miracolo tedesco, come la Svizzera) la crisi sanitaria (soltanto 198 decessi al 26 marzo ; 500 000 test in una settimana alla fine del mese; tasso debole di letalità a 0,5% ; controllo di un dossier medico in vista di un futuro trattamento delle persone e per mantenere l’isolamento ); Berlino ha previsto un piano di 750 miliardi di euro per ammortizzare le conseguenze dell’epidemia e pensa, per la prima volta dopo il 2013, di aumentare il suo debito . Benché avara di superlativi, la cancelliera ha qualificato la crisi sanitaria come la più grande sfida (grösste Herausforderung) che la società tedesca abbia dovuto affrontare dopo il 1945.

Pressata da sette economisti tedeschi, facendo appello ad una emissione europea della zona euro “per evitare che la crisi del coronavirus diventi una seconda crisi di debiti sovrani”, si attacca in un primo momento al tabù, occupando una posizione mediana. Un’opzione emergente sarebbe di sollecitare il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) della zona euro, creato nel 2012 per aiutare i paesi in difficoltà durante la crisi del debito sovrano, con una carica di 410 miliardi di euro, ma la cui azione eventuale è assortita di condizionalità rifiutate singolarmente dagli italiani . Nove dirigenti (Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Grecia, Belgio, Lussemburgo, Slovenia) hanno firmato una lettera aperta a Charles Michel (il quale parla lui stesso di investimento “del tipo piano Marshall”) alla vigilia del vertice nella videoconferenza di giovedì 26 marzo, sollecitando una “risposta europea efficace e unitaria” attraverso uno “strumento di debito comune”. Berlino dal suo canto ha una paura storica dell’iperinflazione, ma si ricorda anche che dal secondo dopoguerra il Deutsche Mark faceva da bandiera (nazionalismo proibito) ai tedeschi e teme di scontentare tutta la parte nazionalista della sua popolazione presso cui il vettore “esporto dunque sono “ (Hans Kundnani) è radicato; a rischio di provocare di nuovo, come nel 2015 durante la crisi del debito pubblico greco, dei sentimenti di germanofobia nell’Europa del Sud, la Germania resta dunque divisa, il suo ministro dell’economia Peter Altmeier denunciando un “falso dibattito ideologico” e i tedeschi esigendo ad ogni modo un “ programma di ritiro a termine delle misure adottate” per il dopo coronavirus.

Nel vertice del Consiglio europeo del 26 marzo, i due campi, il primo comprendendo anche la Finlandia (521 casi al 21 marzo 2020) e condotto da Berlino (un po’ meno rigido degli altri) che preferisce la soluzione di un MES assortito di condizioni rigide a quella di un grande prestito mutualizzato, il secondo formato dall’Italia (124. 632 casi e 15. 362 decessi al 4 aprile cioè il terzo paese più contagiato al mondo) e dalla Spagna sostenute dalla Francia, si sono chiaramente affrontati . Nessun riferimento ai “coronabonds” nel testo della dichiarazione comune, quando Christine Lagarde, presidente della BCE era favorevole. Von der Leyen qualifica di “slogan” i “coronabonds” ; per gli italiani, la Commissione non è all’altezza storica dell’Europa. Allora i ventisette paesi si sono accordati in modo più efficace il 25 marzo, dunque alla vigilia di questa riunione di crisi, sull’apertura delle discussioni in vista dell’adesione della Macedonia del Nord e dell’Albania , dando più importanza all’allargamento piuttosto che alla pandemia?

La presidente della Commissione tweettando che si trattava di una “eccellente notizia per i Balcani occidentali e l’UE!” Per arrivare a un Corona deal (Enrico Letta), basterebbe rialzare con l’aumento delle parti rispettive il capitale del MES ad almeno 700 miliardi di euro e di aggiungerci non più 20 ma 200 miliardi di euro della Banca europea d’investimento. Sembra che i tedeschi (il cui peso presso gli olandesi sarebbe decisivo) evolvano in questo senso. Ma ciò avrà un seguito.

Nella storia le nazioni si costruiscono spesso per reazione agli attacchi esterni. È precisamente quello che accadrà, o che non accadrà, con la doppia crisi in Grecia (530 casi al 21 marzo, 59 decessi al 3 aprile) : pericolo di catastrofe sanitaria negli ospedali e necessità di frenare il contagio con severe limitazioni della vita pubblica da una parte; la situazione nei campi di prima accoglienza sulle isole del mare Egeo e l’invasione dei migranti organizzata dalla Turchia, essa stessa soggetta a possibili contagi di questi ultimi alla pandemia . Il riscatto di Erdoğan che si nasconde dietro la promessa non mantenuta di facilitazione di visti e di una ristrutturazione dell’unione doganale euro-turca ai flussi d’immigrazione alla frontiera greco-turca servirà probabilmente da test complementare alle evoluzioni dell’UE. Il 28 febbraio, al momento in cui il numero dei nuovi casi dichiarati quotidianamente fuori dalla Cina continentale è più alto che in questo paese, il presidente turco ordinava l’apertura del suo paese in direzione dell’Europa e spazzava in tal modo l’accordo tra Turchia e Unione (Germania) del 2016: 6 miliardi di euro contro il mantenimento di ormai 4,5 milioni di rifugiati/migranti di cui 3,6 milioni di Siriani all’interno del suo territorio; anzi, invitava questi ad andar via e ne incitava decine di migliaia ad oltrepassare clandestinamente la frontiera greca.

Minaccia molto chiara: « milioni » di migranti passeranno in Grecia. Erdoğan paragonava il suo vicino europeo, che aveva fatto uso parecchi giorni di gas lacrimogeni, al regime nazista. Scontri tra funzionari greci e turchi si producono nella notte da mercoledì 18 a giovedì 19 marzo mentre 500 migranti si sforzano di distruggere lo sbarramento. Si tratta nella più grande maggioranza d’Afgani e di Pakistani, ma anche di Asiatici, in generale, o persone venute dal Medio Oriente e dall’Africa del Nord, entrati attraverso sentieri montagnosi da una frontiera iraniana difficile da controllare; al contrario dei Siriani, essi non beneficiano in Turchia di alcuna protezione, non hanno accesso al sistema sanitario e rischiano l’espulsione come è successo a 20 000 di loro a gennaio/febbraio 2020. Flussi che potrebbero ancora aumentare se due milioni di Siriani fuggissero dalla provincia contesa d’Idlib.

Erdoğan (molto più sensibile al suo progetto megalomane di “Canal Istanbul” tra il Mar Nero e il mare di Marmara, ovvero un nuovo Bosforo il quale trasformerebbe in isola la riva europea della città) non si faceva problemi nell’ evocare nella videoconferenza del 17 marzo (alla quale i Greci non sono stati invitati) con la cancelliera e il presidente francese i rischi di coronavirus tra i migranti. Sulle isole greche di Lesbo e di Chio davanti alla costa turca, movimenti di proteste violente si alzano contro i progetti di apertura di nuovi campi d accoglienza – chiusi – parallelamente a quelli di Moria, il secondo più grande dopo la capitale insulare di Mitilene nel primo caso – un solo rubinetto di acqua per 1300 persone e impossibilità nella maggior parte del tempo di procurarsi il sapone –, di Vial nel secondo, e questo tra l’altro al fine di far fronte al coronavirus. Il campo di Moria è stato previsto per 3 000 persone, ma sono più di 20 000 che aspettano intorno al campo, la situazione è ancora peggiore a Samo, molto più al sud. MSF afferma che i 40 000 migranti installati sulle cinque isole vicine alla Turchia devono essere imperativamente trasferite e ripartite sul continente . Per paura di una esplosione del coronavirus, i collaboratori incominciano a farsi passare per ammalati, il mantenimento delle infrastrutture diventa sempre più difficile.

Se l’Unione che non avrebbe mai dovuto affidare a Erdoğan la gestione dei flussi migratori (Oh Mani di Gheddafi !) vuole continuare ad esistere, deve reagire come un insieme veramente unificato, impegnarsi per la Grecia e creare un rapporto di forza precisamente europeo con la Turchia: embargo generale e massiccio sulle vendite di armi, costruzione di barriere doganali miranti alle esportazioni turche, imposizione delle sanzioni tali da piegare la società turca. Non avrà scelta : se Bruxelles e la Germania perseguono la fuga in avanti – 700 milioni di euro di aiuto ai Greci, ma soprattutto eventualità di nuovi mezzi offerti alla Turchia – l’invasione dei migranti stranieri trascinerà la fine di Schengen e dell’Europa poiché i popoli europei vorranno proteggersi separatamente. È in questo senso che Matteo Salvini, capo della Lega, taccia di follia gli sbarchi di migranti nella penisola . Invece una reazione ferma sarebbe per la prima volta suscettibile di provocare una mobilitazione “filoellenica” intorno ai Greci, prodromo di un “effetto Valmy” (1792) nella tradizione nazional-rivoluzionaria francese dunque l’embrione di un riflesso “proto-nazionale“ presso gli Europei.

IV IL FALLIMENTO DEL « SUD « ?

Dalla Guinea allo Yemen, le persone si interrogano (più o meno discretamente secondo i regimi) sullo stato dei loro rispettivi paesi. Come delle situazioni spesso deplorevoli potrebbero persistere nel "Sud" (espressione ad hoc conveniente), 75 anni dopo la Seconda Guerra Mondiale? Stiamo andando verso un vero e proprio Gondwana sanitario con la deriva di un'area che riunisce come nell'era primaria Sud America, Africa, Madagascar, India (ma non l’Australia)?

L'Africa subsahariana, inizialmente non toccata a causa dalla relativa marginalità dei trasporti aerei, ha cercato di convincersi che il coronavirus fosse una malattia dei bianchi. Ma il ricordo delle 11.000 morti di Ebola nel 2014-2015 all'interno dell'epicentro della Guinea (-Conakry, dove il Presidente Alpha Condé ambisce a un terzo mandato attraverso elezioni legislative e un referendum vigorosamente contestato)-Liberia-Sierra Leone e la memoria dei 300.000 bambini infetti e 6.000 morti dopo un'epidemia di morbillo nella Repubblica Democratica del Congo, l'anno scorso, resta crudele. Dal punto di vista delle capitali europee, l'obiettivo è anche ovviamente quello di evitare una "reimportazione del Covid-19 verso l’Europa”. Senza dubbio alcuni paesi come il Senegal, il Sudafrica e il Kenya saranno in grado di contenere il virus almeno nelle capitali, ma è improbabile che altri paesi come la Repubblica Centrafricana e il Sud Sudan abbiano opportunità di proteggersi; Tanzania, Mozambico, Uganda ed Etiopia sono particolarmente vulnerabili.

Il commercio di paesi fortemente dipendenti dalla Cina è a un punto morto. Per non parlare della possibile sovrapposizione come in Mali con una situazione di sicurezza estremamente preoccupante: violenze come mai prima d'ora, Katiba Macina legata ad al-Qaeda, Stato Islamico nel Grande Sahara (EIGS); se il paese conta solo 18 casi, dei quali quattro contaminati localmente al 28 marzo, in caso di esplosione i 19 milioni di maliani possono contare solo su circa 60 respiratori e una trentina di posti letto e il presidente Ibrahim Boubacar Keita (IBK) che ha mantenuto le elezioni legislative del 29 marzo per consolidare il suo potere e come risposta ad una richiesta del Dialogo nazionale dell'anno precedente non avrà più la situazione in mano.

In generale: nei paesi altamente divisi etnicamente/socialmente oppure (estremamente) poveri, la disoccupazione equivale alla morte e misure equivalenti a quelle adottate in Occidente possono causare disastri. Anche il Sudafrica, la locomotiva del continente (insieme alla Nigeria) ma con il 20% degli adulti sieropositivi, rischia gravi disordini dopo che il presidente Cyril Ramaphosa ha decretato a fine marzo l’isolamento nazionale; Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo, ci ha rinunciato. Peggio ancora, i paesi in crescita sono a rischio di una enorme regressione dal momento in cui il rallentamento dell'economia mondiale avrà come conseguenza un calo dei prezzi delle materie prime. Il risultato aggravante è la xenofobia che sta esacerbando, ad esempio, Addis Abeba.

Per quanto riguarda il mondo arabo-musulmano, le monarchie del Golfo hanno investito poco nel settore sanitario. In Algeria, in stretto contatto, come l'Egitto, con la mano d’opera cinese, il movimento Hirak, iniziato nel febbraio 2019, ha dovuto cessare; il paese, che dipende per il 95% dalle sue esportazioni di idrocarburi – un barile di Brent del Mare del Nord a 29,14 dollari la mattina del 20 marzo e 21,91 dieci giorni dopo – e non ha ancora raggiunto l'autosufficienza importa massicciamente (attrezzature mediche!) ; è quindi a rischio di penuria. E poi molti paesi sono ancora in guerra. In Libia i combattimenti sono ripresi come se l'uomo forte della Cirenaica, il generale Haftar , sostenuto da Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, nonché dalla Russia e (in misura minore) dalla Francia, volesse dare la spallata finale all'avversario tripolitano (riconosciuto dalla comunità internazionale – Italia – e sostenuto dalla Turchia e il Qatar).

Questo paese, in assenza di infrastrutture ospedaliere, diventa una bomba a orologeria con confini porosi spesso controllati da fazioni armate che non esiteranno se necessario a inviare jihadisti infetti a fare la guerra santa dentro e fuori. In Siria, anche se il coronavirus non ha alcun impatto sui combattimenti, dato il (fragile) accordo del cessate il fuoco tra Russia e Turchia a Idlib (nord-ovest) il 5 marzo, ci sono truppe infette, tra cui quelle provenienti da Iran e Pakistan che potrebbero aver contaminato una parte dell’esercito di Bashar, cosicchè il governo non recluta più; gli jihadisti, da parte loro, si sentono protetti da Allah; inoltre, se i siriani vengono ritirati in strutture chiuse, le ONG hanno riscontrato sintomi simili al coronavirus tra le popolazioni sfollate nella provincia settentrionale di Idlib a rischio di catastrofe in caso di diffusione del contagio (Fabrice Ballanche). Hezbollah, la cui ala militare ha compiuto gran parte dei combattimenti in terra in Siria, ha dovuto cambiare radicalmente il suo atteggiamento in Libano e aprire la strada a una richiesta di assistenza finanziaria del FMI.

Nello Yemen, un vero e proprio incubo per la salute a venire, gli Houthi nel nord chiudono il loro territorio fino ad allora già chiuso dalla coalizione al seguito dell'Arabia Saudita, che ha "intercettato e distrutto" con la sua difesa missilistica Patriot almeno due missili (rivendicati dai primi) su Riad la notte tra il 28 e il 29 marzo, poi attaccato degli obiettivi houthi a Sanaa (la capitale sotto controllo dei ribelli); tutto questo nonostante il sostegno di tutte le parti alle richieste dell'ONU – criticata per la sua reazione tardiva – per un cessate il fuoco a causa della pandemia, con gli Houthi passati all'offensiva verso Marib (centro-ovest) mentre l'alleanza tra il governo corrotto del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi (che ha appena chiuso l'aeroporto di Aden) e i separatisti sud yemeniti minaccia di crollare; il conflitto che dura dal 2014 ha già causato la morte di 100.000 persone e la peggiore crisi umanitaria del pianeta (milioni di persone rimaste senza cibo né medicine).

PS Domanda interessante. Lo stato ebraico (7.030 casi al 3 aprile) è il paese occidentale più vicino al modello confuciano: l'uso di dati GPS dai telefoni cellulari per rintracciare i pazienti; Shin Beth (Servizi di sicurezza interna) in prima linea; Track Virus è un'applicazione lanciata da un'organizzazione di operatori di emergenza e soccorritori che consente di scoprire se il suo utente è stato esposto al virus incrociando le sue rotte con quelle dei pazienti che sono risultati ufficialmente positivi. Il coronavirus gli risparmiò paradossalmente un quarto turno elettorale: governo di emergenza nazionale guidato da Benjamin Netanyahu (quindi vincitore finale) fino al settembre 2021 con il suo avversario Benny Gantz come ministro degli Esteri. Tuttavia, il Migal Research Institute in Galilea, finanziato dallo stato, che in precedenza si era concentrato sulla bronchite infettiva, ha lavorato da quattro anni su un vaccino che potrebbe essere adattato alla lotta contro Covid-19; lo stesso i tessuti nanotech di Sonovia potrebbero bloccare il virus. Come reagirebbero in particolare i palestinesi (48 casi in Cisgiordania/Giudea e Samaria a partire dal 21 marzo) e singolarmente Hamas a Gaza (due casi segnalati di persone di ritorno dal Pakistan il 24) dove il rischio di un terremoto sanitario è immenso per più di due milioni di abitanti (Fatah chiese il rilascio dei suoi prigionieri nelle carceri di Gaza) già confinati sia da Israele che dall'Egitto, se Gerusalemme offrisse loro il vaccino?

Nell'Asia meridionale le cifre non sono credibili: il Pakistan, che confina con la Cina e l'Iran, ha annunciato solo 666 casi al 21 marzo; la Birmania, con una popolazione di 56 milioni di abitanti, che confina con la Cina per 1.400 km e dove i cinesi gestiscono un gran numero di aziende, casinò e case di piacere, non ne avrebbe. L'OMS, la FAO e l'OMC avvertono del rischio di una crisi alimentare. In Bangladesh, l'industria tessile è praticamente bloccata e c'è il rischio di una massiccia epidemia nei campi musulmani dei Rohingya. L’India, 330 casi al 21 marzo e 72 decessi al 3 aprile (?), ma che ha fatto meno test, teme il disastro: mezzo letto d'ospedale e 0,8 medici/1000 abitanti; mancanza di strutture sanitarie, e pertanto l’impossibilità di una disinfezione per la maggior parte di essi; pazienti molto sottomedicati, anche se Nuova Delhi ha smesso di esportare farmaci generici; un rischio di contagio al massimo, data l'estrema densità di popolazione in centri urbani come Mumbai. Il paese (1 miliardo e 400 milioni di abitanti) si trovò con il contenimento proclamato dal Primo Ministro Narendra Modi domenica 22 marzo. Di conseguenza, milioni di poveri disperati in fuga verso i loro villaggi; c'è il rischio di rivolte. Per non parlare dello scontro tra civiltà, alimentato ulteriormente dal Citizenship Amendment Bill adottato nel dicembre 2019, che modifica l'acquisizione della cittadinanza in base a criteri religiosi ed esclude i musulmani (circa 180 milioni della popolazione) dal nuovo sistema (naturalizzazione di afghani, pakistani e bengalesi residenti in India per cinque anni a condizione che non appartengano a questa comunità religiosa); sanguinose rivolte intercomunitarie tra indù e musulmani in caso di stoccaggio dei prodotti come in Australia non sono inconcepibili .

In tutti i casi, l'Africa subsahariana conta oggi più della metà dei “dimenticati dall'elettricità” (vedi l'importante lavoro di Lionel Taccoen): 580 su 1.060 milioni di abitanti (55%) 2018. Certo, dal 2000 al 2014 ha compiuto grandi progressi, poiché è stato in questa regione che la popolazione con accesso all'elettricità è cresciuta più rapidamente, con il 5,4%, triplicando da 123 a 397 milioni di abitanti dal 2000 al 2016, contro il 4% dell'Asia meridionale (400 milioni di persone non collegate nel 2014); il paradosso è che nello stesso periodo la popolazione dell'Africa subsahariana in generale è cresciuta rapidamente e il numero di persone prive di elettricità è cresciuto in maniera corrispondente La crisi demografica, in particolare la sovrappopolazione in Africa, è un fattore essenziale: fino a quando le popolazioni subsahariane non svilupperanno strategie demografiche adeguate alla loro geopolitica dell’elettricità, non saranno in grado di evolversi e la loro situazione in caso di pandemia rimarrà quella che è.

V CONSEGUENTE RIVOLTA CONTRO GLI STATI ASSASSINI ?

L'ultima categoria di Stati, quelli che accettano deliberatamente la distruzione di una parte della loro popolazione, rischiano di essere rovesciati da masse in preda al panico. Le autorità iraniane (uno dei paesi più infettati al mondo con 55.743 casi e 3.452 decessi al 4 aprile) che erano a conoscenza della pandemia all'inizio di febbraio hanno minimizzato il contagio e si sono astenuti dal prendere misure per non compromettere né l'anniversario della rivoluzione islamica dell'11 febbraio né le elezioni parlamentari del 21 febbraio (bassa affluenza di fatto al 42,5%). Tre scenari: 1) al minimo 12.000 decessi se le zone altamente infette – in particolare Qom, la città santa ed epicentro del coronavirus iraniano (mausoleo di Fatima Mazoumeh, luogo di pellegrinaggio da cui il contagio si è diffuso rapidamente), così come Machhad (mausoleo di Imam Rezah ) – sono messe in quarantena, e se le consegne di farmaci funzionano; 2) 110.000 decessi se queste condizioni sono state soddisfatte solo parzialmente; 3) 3,5 milioni di morti se il sistema sanitario dovesse affondare completamente.
Teheran e il leader Ali Khamenei possono quindi accusare gli Stati Uniti di diffondere la paura, di essere responsabili di un numero molto elevato di morti a causa del mantenimento delle sanzioni, o ancora di attacchi biologici contro l'Iran e persino di inviare il virus in Iran sotto la copertura di medicinali e di personale medico spia (ricorrendo tuttavia all'argomentazione dell'epidemia per chiedere clemenza da parte della comunità internazionale e un molto improbabile allentamento delle sanzioni da parte di Washington il Presidente Hassan Rohani e il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif non hanno potuto evitare di chiedere un prestito di 5 miliardi di dollari del FMI (nonostante la vicinanza al Grande Satana).

Comunque l'esercito e le Guardie della Rivoluzione hanno sistemato il controllo stretto del territorio nel tentativo di compensare un sistema sanitario saturo. La legittimità della Rivoluzione islamica, già gravemente scossa dalle proteste per l'autunno 2019 (almeno 350 morti) è ai minimi storici. La teocrazia si trova ad affrontare un'impasse geopolitica: o decreta una cessazione totale dell'attività economica e si diffonderà un movimento di protesta estremamente violento; o si limita a un pacchetto di misure come restrizione severa (ma pesante) sugli spostamenti tra le città, ma allora l'epidemia si diffonderà di nuovo. In entrambi i casi una sanguinosa rivoluzione contro la Rivoluzione (islamica) non si può escludere .

Lo stesso vale per il paese del feroce grottesco maresciallo Kim Jong-un che condivide un confine di 1.420 km con la Cina – il suo relativo sostegno commerciale - sullo Yalu (chiuso dal 21 gennaio), ufficialmente non infetto e il cui ministro della sanità non risponde alle richieste d’indagine da parte dell'OMS. Il 43% dei 25 milioni di abitanti è malnutrito e presenta difese immunitarie deboli, mentre il sistema sanitario è rudimentale. Pyongyang ha continuato a effettuare quattro volte nel mese di marzo lanci di missili balistici, in un momento in cui tutta l'attenzione della comunità internazionale è focalizzata sulla lotta contro il Covid-19. Il dittatore minaccia alla fine di marzo di interrompere il dialogo con Donald Trump. Ma da quando l’oligarchia, in particolare i capi dell’esercito, sarà anche lei infetta un colpo di stato, a cui la comunità internazionale applaudirebbe, non sarebbe impensabile.

N.B. Anche il Cremlino (ufficialmente 658 casi al 25 marzo, 4.149 casi al 3 aprile) è preoccupato. L'opposizione ritiene che Putin voglia nascondere la realtà nel paese più grande del mondo e con un confine di 4.250 km con la Cina (chiuso alla fine di gennaio quando al paese è stato impedito l'ingresso ai cittadini cinesi). Lo zar che si è improvvisamente accorto di governare una federazione e delega a i governatori i compiti spiacevoli ha ovviamente decretato una settimana del 30 marzo pagata con lo scopo di rallentare la diffusione dell'epidemia. Ma mentre Mosca è relativamente ben attrezzata di infrastrutture, nelle regioni le strutture e gli equipaggiamenti sono fatiscenti. Si tratta ora di effettuare 100.000 test alla settimana, con il governo che sta anche valutando l'utilizzo di dati di geolocalizzazione sui telefoni cellulari. Ma cosa succederà quando i consiglieri o i mercenari russi torneranno contaminati dalla Siria?

Ciò che dobbiamo noi evitare, "localmente" nei nostri rispettivi paesi, sono in questo caso le divisioni. La crisi del Covid-19 ha accentuato un processo di frammentazione. Soprattutto in Francia (83.031 casi e 6.507 decessi al 4 aprile), l'anello debole dell’ Europa, dove alcuni già citano Marc Bloch (arrestato, torturato e assassinato dalla Gestapo il 16 giugno 1944) e L’étrange defaite scritto nel 1940 dal grande storico per denunciare l'impreparazione delle autorità di fronte all'invasione da parte dell'esercito nazista. Con molteplici incidenti di insubordinazione causati da parigini che si rifugiano illegalmente in provincia e nei "territori perduti del confinamento" (Eric Zemmour) con alta concentrazione di popolazione (d’origine) straniera contro le misure adottate dal governo

In un contesto geopolitico completamente diverso, i separatisti catalani accusano Madrid di sfruttare la crisi sanitaria per privare la Comunità autonoma dei suoi poteri (gestione sanitaria) e rivendicano l'isolamento di quest'ultima, essa stessa la più infettata dopo la capitale; slogan "De Madrid al cielo" in uno dei paesi più colpiti dal coronavirus.

Proprio come in Sicilia il sindaco di Messina rifiuta gli sbarchi al traghetto.

Ma senza dubbio dovremo muoverci rapidamente, prima che i regimi autoritari soppiantino le democrazie, come nell'Ungheria di Viktor Orbán, che usa la crisi sanitaria per governare con decreti, e soprattutto si è fatto concedere i mezzi per condannare a cinque anni di carcere i presunti autori di fake news o di dirottamenti mediatici sul virus o sulle misure del governo ; approvazione in Parlamento il 30 marzo con 137 voti contro 53, Orbán accusando i deputati ostili di essere dalla parte del virus; l'opposizione di sinistra e di estrema destra, che sperava in un limite di tempo e non in un assegno in bianco, non poteva avere successo ; Budapest sostenendo ovviamente che funzionava semplicemente come altrove, a partire da una legge di urgenza. Non è chiaro cosa farà l'Unione europea . Democratura in vista?

Nella politica USA c’è una vittima zero del Covid 19

Da ieri negli USA tutti sanno qual è la vittima politica zero da coronavirus: il partito democratico. Che per bocca di Joe Biden, il candidato predestinato a sfidare per l’opposizione Trump alle presidenziali di novembre, ha reso noto che la Convention finale di Milwaukee sarà posticipata di un mese: dal 13 luglio alla stessa data di agosto.

Una decisione che pur se nell’aria, data la gravità della pandemia, è per le rigide procedure protocollari che informano la liturgia politica statunitense un segnale di allarme. Infatti per quanto a nostra conoscenza almeno nell’America post Seconda Guerra Mondiale non era mai accaduto che il partito democratico e quello repubblicano abbiano mai modificato, dopo averla fissata con larghissimo anticipo, la data di apertura di una delle loro rispettive Convention. Che, com’è noto, sono la sede in cui i delegati selezionati con una lunghissima e spesso assai combattuta battaglia delle primarie “incoronano” il candidato presidente del loro partito. Ma per avere piena cognizione della rilevanza della novità contenuta nella comunicazione data l’altra sera via YouTube dall’ex vice di Obama vale la pena ricordare che neppure negli anni delle ruggenti contestazioni studentesche contro la guerra del Vietnam si era mai neppure presa in considerazione un’opzione di rinvio come l’attuale. Tanto è vero che nella tragica Chicago del 1968o Lyndon Johnson e tutti i maggiorenti del partito dell’asinello pur assediati dalla furia di centinaia di dimostranti per la pace scelsero le baionette della Guardia Nazionale pur di consentire alla loro Convention di iniziare i propri lavori nel giorno ed all’ora prefissati.

Allora perché il cambiamento di oggi? Soprattutto per due ragioni tra loro strettamente concatenate. La prima è che la furia della pandemia ha spinto sia democratici che repubblicani a “silenziare” le rispettive campagne elettorali TV. Per evitare di apparire agli occhi di un’opinione nervosamente impaurita di essere interessati più al tornaconto di parte che a quello generale della nazione. Un de-escalation del braccio di ferro elettorale che ha però avuto come risultato di permettere a Trump, nel ruolo istituzionale di Presidente di un paese in guerra, di comparire in video ad ogni ora e su tutti i canali della rete. Cosa che gli ha consentito di riportare il rating del gradimento pubblico alla soglia del 49% raggiunto solo al momento del suo insediamento alla Casa Bianca.

Una spina nel fianco per l’opposizione democratica ulteriormente aggravata da una recente rilevazione Post/ABCNews. Che avrebbe accertato l’esistenza di uno scarto pari a 12 punti tra l’entusiasmo degli elettori repubblicani per la candidatura del magnate newyorkese e quello dei democratici per quella di Biden. Quello dell’entusiasmo anche se può apparire bizzarro è però un indicato che molti analisti tengono invece nel dovuto conto. Non fosse altro perché in passato il minor entusiasmo degli elettori di John Kerry rispetto a quelli di George W. Bush nel 2004; di quelli di John McCain rispetto ai supporter di Obama nel 2008 così come quelli di Mitt Romney rispetto a quelli di Obama nel 2012 fu per tutti e tre il segno premonitore della debacle elettorale che li avrebbe attesi nelle urne.

La crisi dei rifugiati boccia il pacifismo europeo

Con una nuova, ennesima crisi umanitaria ai confini balcanici la malattia dell’ Unione Europea entra in uno stadio semi terminale. Perché agli occhi di una pubblica opinione terrorizzata dal cigno nero del coronavirus e dalle sue catastrofiche conseguenze economiche, rischia di non essere più credibile un’istituzione che, perduta la memoria delle promesse fatte al tempo della grande crisi dei rifugiati del 2015, si ritrova oggi punto e da capo con gli stessi problemi.

E a dimostrazione che questo sia il rischio lo testimoniano le feroci reazioni degli abitanti delle due isolette greche di Lesbo e Chios. Che giovedì della scorsa settimana, dopo l’annuncio del governo turco di voler consentire all’esercito di profughi medio orientali di proseguire la marcia verso la frontiera ellenica, hanno dichiarato lo sciopero contro il tradimento di Atene e di Bruxelles. Visto che dopo aver loro imposto con gelida nonchalance di convivere per anni in spazi ristrettissimi con 38mila disperati, in luogo dei 6mila previsti, si appresterebbero oggi a chiedere loro di dare una nuova prova di “responsabilità” ed accoglierne dei nuovi.

Un tradimento tanto più indigesto perché condito dal cinismo burocratico con cui le alte sfere bruxellesi hanno cercato di calmare le acque affermando “che per quanto di loro conoscenza non risulta che le autorità turche siano intenzionate a venir meno agli accordi siglati nel 2016”. Facendo finta di non vedere, come ha spiegato al Financial Times il grande esperto dell’immigrazione Omar Kadikoy: “la novità di oggi è che il governo di Ankara anziché prestare ogni tanto un occhio all’immigrazione irregolare verso l’Egeo ha invece deciso di chiuderli tutti e due”. Una scelta capace di conseguenze disastrose dato che nell’epicentro infiammato della martoriata Siria vivono 948mila tra donne, uomini e bambini. Che tra una rischiosa fuga oltrefrontiera e le bombe dei caccia russi hanno già scelto, senza il minimo dubbio, la prima.

Immigrazione, primo vero grattacapo per Johnson

Finiti i festeggiamenti, per i Brexiter è l’ora della verità. Soprattutto sull’immigrazione. Spetterà in particolare al Premier inglese Boris Johnson l’onere di dimostrare, come ha più volte sostenuto, che fuori dall’UE per la Gran Bretagna sarà più semplice controllare i propri confini e selezionare all’ingresso i buoni dai cattivi immigrati. Che tradotto significa: porte aperte ai cervelli e chiuse alle braccia straniere.

Nell’attesa di capire se e come l’istrionico leader britannico riuscirà a realizzare il sogno che è stato di molti politici (De Gaulle docet) prendiamo atto che secondo un rapporto del Parlamento di Sua Maestà la sua sarà un’impresa assai complessa se non impossibile. Il dettagliato documento redatto e appena pubblicato dai deputati di Westminster segnala infatti due non trascurabili ostacoli sui quali potrebbe infrangersi il progetto del Primo Ministro: attirare the brightest and the best e lasciare fuori gli immigrati unskilled dei Paesi Terzi.

Il primo: per accaparrarsi i migliori talenti internazionali servono norme e burocrazia snelle, tarate sulle esigenze del mercato occupazionale tali da non scoraggiare professionisti che non apprezzando cavilli e tempi lunghi sono pronti a scegliere, a condizioni migliori, altri lidi. Peccato che la normativa vigente va in tutt’altra direzione. Perché è vero che prevede visti agevolati per gli immigrati altamente qualificati. Ma non tiene affatto conto del rapporto esistente tra domanda e offerta di lavoro relative a una specifica professione. Questo vuol dire, solo per fare un esempio, che un ingegnere indiano che decide di trasferirsi Oltremanica può perdere più di qualche mese per trovare un impiego. Problema non da poco perché, si legge nel report parlamentare:“highly qualified research scientists, computer programmers and mathematicians do not usually switch countries without a job lined up”. Ma anche se Boris Johnson, con tutte le difficoltà del caso, riuscisse a modificare la normativa vigente si ritroverebbe solo a metà dell’opera. Dovrebbe, infatti, fare i conti con le richieste di manodopera straniera a basso costo che arrivano dagli imprenditori inglesi, soprattutto nei settori agricolo, edile, socio-sanitario e turistico.

Sta qui il secondo ostacolo. Per soddisfare questa domanda di braccia immigrate, Boris Johnson dovrebbe non solo smentire le sue promesse (no all’idraulico polacco, etc.), ma ridisegnare la normativa britannica secondo una logica opposta a quella che riguarda i super qualificati. Contrariamente a questi ultimi, infatti, i lavoratori poco qualificati difficilmente riescono ad avere un lavoro prima dell’ingresso nel paese ospitante (chi assume una baby-sitter senza averla mai guardate negli occhi?). Ma se il Premier inglese dovesse trovare la quadra anche su questo punto, si ritroverebbe tra le mani un’altra patate bollente: il malessere sociale dei lavoratori autoctoni poco qualificati che subiscono la concorrenza al ribasso di coloro che con le medesime competenze arrivano dall’estero. E che, vale la pena ricordarlo, sono quelli che hanno votato in massa per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Insomma, un rebus. Resta da vedere se anche in questo caso il fantasioso Boris Johnson riuscirà a tirare fuori il coniglio dal cappello ?

Smart cities: spina nel fianco del sovranismo

I sovranisti che sparano a zero contro le istituzioni internazionali non si sono ancora accorti di un minaccioso nemico che covano in casa: le smart cities. Le ricche e super tecnologiche metropoli tipo New York, Londra, Francoforte o Milano che con gli Stati-Nazione di cui sono “ospiti” condividono ormai soltanto lo spazio geografico. Per il resto, dalla politica economica a quella ambientale sembrano andare per conto loro. A guidarle, infatti, è la globalizzazione non il territorio in cui insistono.

Per dirla con Richard Florida, che prima di altri ha colto questa novità, si tratta di veri e propri picchi di eccellenza tecnologica, economica e politica che grazie alla capacità di attirare talenti e finanziamenti internazionali vanno a gonfie vele. Mentre il resto del mondo, organizzato secondo il vecchio modello dello stato-nazione, in realtà statuali, rimane a guardare.

Insomma, se non è un ritorno alle Città-Stato del Rinascimento, poco ci manca. Con la differenza che oggi, rispetto a ieri, questi giganti urbani emergono e si affermano anche nei Continenti più sperduti del globo. E dal 2010, per la prima volta nella storia dell’umanità, gli abitanti delle città sono più numerosi di quelli delle campagne.

Novità che hanno ultimamente suggerito all’European University Institute di Firenze di aprire, tra i suoi prestigiosi ricercatori, un complesso, e non ancora concluso, dibattitto sui cambiamenti che tutti questo determina sulla delicatissima questione della cittadinanza. A partire dalla semplice quanto intricatissima domanda: è giunto il momento di dare riconoscimento legale anche alla cittadinanza urbana? Se sì, la condizione per ottenerla è quella di nascere oppure di risiedere in una di queste metropoli? E che fare dello status civitatis tradizionale legato allo Stato Nazione? L’una escluda l’altra, oppure possono coesistere?

Secondo Rainer Bauböck, uno dei massimi esperti mondiali della materia, i tempi sono maturi per ragionare su questi interrogativi, ma è ancora presto per dare risposte definitive. Nonostante egli propenda per una “coabitazione”tra queste due forme di appartenenza (urbana e nazionale), segnala, infatti, che molto dipenderà da una non trascurabile variabile. Cioè la sorte che nel futuro prossimo venturo spetterà alle istituzioni sovranazionali come l’Unione Europea. Dovessero rinascere, ridimensionerebbero sia lo Stato-Nazione difeso dai sovranisti, sia le moderne Città-Stato roccaforte dei globalisti. Ed i loro relativi concetti di cittadinanza ad essi connessi.

Al momento l’unica cosa di cui si ha chiara contezza è che nelle urne di mezzo mondo si sta consumando una durissima battaglia tra i vincenti della globalizzazione, attrezzati per vivere e muoversi tra una megalopoli e l’altra, ed i perdenti delle zone periurbane e rurali che di questo universo iper-tecnologico e senza confini conoscono solo gli svantaggi.

Il problema è l’immigrazione non gli immigrati

Quale è l’elemento che, miscelando tra loro la rabbia per le crescenti diseguaglianze dei redditi, i timori per l’incalzare dirompente della globalizzazione economica e il dominio sfrenato dei social media, ha innescato l’incendio politico che dalla metà di questo decennio assedia senza sosta le democrazie dell’Occidente? Come mai i politici che, al di qua e al di là dell’Atlantico soffiando sul fuoco ne hanno tratto profitto, continuano, nonostante le loro non certo brillanti performance di governo, a godere di un elevato consenso elettorale? Due domande, una risposta: l’immigrazione.

Per capire che è così basta guardare quello che sta accadendo nel mondo. Dove l’immigrazione ad ondate successive sta cambiando il volto fino a poco tempo fa immutato di intere nazioni. “Gli USA”, scrive Yoni Appelbaum in un saggio che sarà pubblicato da Atlantic a dicembre prossimo, “sono alle prese con una transizione demografica che nessuna democrazia ricca e stabile ha mai conosciuto in passato: la popolazione che fino ad oggi era stata maggioranza è sul punto di divenire minoranza politica, mentre le attuali minoranze politiche rivendicano parità di diritti e di interessi”.

Ma quello americano non è un caso isolato. Visto che lo stesso trend si registra, sia pur con un’intensità relativamente minore, anche nel Vecchio Continente. Nel 2050, ad esempio, la popolazione della Svezia sarà per il 20%-30% composta da musulmani. Stiamo dunque nel bel mezzo di una nuova interdipendenza globale con popoli diversi da noi. Un evento che però molti percepiscono come una perdita della propria nazione, dei propri spazi esistenziali e della loro cultura. Ed è proprio tra i tanti che temono di sentirsi stranieri a casa propria che Trump e con lui tutti gli altri populisti del mondo mietono consensi usando lo stesso slogan che ha consentito ai referendari inglesi di portare alla vittoria Brexit: “take back control of our borders” (riprendiamoci il controllo delle nostre frontiere). Un’illusione, certo, che è però difficile battere e combattere solo con le fredde ragioni del Progresso. E, soprattutto, rifiutando di fare i conti con quello che rappresenta il vero paradosso del moderno pluralismo: come creare una democrazia multiculturale di massa nella quale anche coloro cui la vita non ha concesso di sfiorare neppure da lontano il Cosmopolitismo si possano sentire a casa propria. Insomma, come in casi del genere dicevano i latini, hic Rodus, hic salta.  

Sui clandestini i dem USA non sanno che pesci prendere

Due episodi delle ultime ore confermano che negli USA lo scontro sull’immigrazione tra Trump e l’opposizione democratica è ormai giunto ad un punto di non ritorno. Prima il via libera presidenziale agli arresti ed al rimpatrio su larga scala da parte degli agenti dall’Home Security Agency dei clandestini presenti in gran numero nelle cosiddette sanctuary cities, come New York, San Francisco, Chigaco etc., in maggioranza governate da amministrazioni da sempre schierate contro l’uomo della Casa Bianca. Ed a seguire il terribile tweet con cui il Presidente ha “consigliato”, cosa mai avvenuta in precedenza, a 4 parlamentari democratiche ferocemente ostili alla sua politica- Ilham Omar (Minnesota), Alexandria Ocasio-Cortez (New York), Rashida Tlaib (Michigan), Anyanna Pressley (Massachusetts)- di lasciare il paese e tornare nelle nazioni di provenienza dei loro genitori, danno la misura di una contrapposizione sull’immigrazione che l’America aveva conosciuto solo nell’800 con l’ondata anti stranieri guidata dal Know Nothing Party e l’espulsione in massa degli immigrati cinesi e nel ‘900 con l’internamento in speciali campi di detenzione di quelli giapponesi dopo il bombardamento di Pearl Harbour da parte dell’aviazione del Sol Levante.

Riferimenti storici importanti che aiutano a capire ma non a spiegare perché gli eventi di oggi sono destinati a segnare chissà per quanto tempo il futuro della politica dell’immigrazione americana. Non fosse altro perché se anche l’esito delle urne non consentisse a Trump di essere riconfermato nelle 2020, cosa allo stato da molti ritenuta improbabile, la politica dell’immigrazione di chiunque sarà il successore difficilmente potrà evitare di fare i conti con gli enormi cambiamenti politico-culturali prodotti dagli anni della sua turbolenta presidenza. Che al di là dei metodi spesso discutibili usati è però riuscita a prendere di petto quello che da sempre ha rappresentato il vero punto debole della lotta di Washington all’immigrazione irregolare. Rappresentato dal fatto che i clandestini una volta riusciti a superare il confine e mettere piede sul suolo americano, a meno di non commettere reati o infrazioni gravi, erano pressoché certi di poter lavorare e vivere negli USA senza correre il rischio di essere rimpatriati. Un tabù che, al di là delle parole, nessun presidente americano prima dell’arrivo del magnate newyorkese aveva avuto l’ardire di affrontare. E che dopo di lui nessuno, c’è da scommettere, oserà o sarà in grado di ignorare.

I democratici corteggiano i clandestini e i latinos si inquietano

I democratici americani con il loro radicalismo sull’immigrazione rischiano oltre a fare il gioco di Trump anche di rompere con quella che dovrebbe rappresentare per loro la “testa d’ariete politica” alle elezioni presidenziali del 2020: la constituency latina. Come dimostra l’esito poco felice dell’incontro svoltosi lo scorso fine settimana tra i candidati alla nomination democratica ed i rappresentanti della potente League of United Latin American Citizens (LULAC). Che non hanno nascosto la propria delusione di fronte al fatto che i vari Bernie Sanders, Elisabeth Warren, Julien Castro e Beto O’Rourke pur divisi su tutto si sono invece trovati d’accordo sull’attaccare il giro di vite sull’immigrazione voluto da Trump. Promettendo non solo di voler cambiare, ammorbidendole, le recenti norme introdotte dall’amministrazione repubblicana contro gli ingressi irregolari, ma di estendere anche ai clandestini i benefici della protezione sanitaria varata tra mille difficoltà da Obama.

Un salto in avanti che, con grande delusione dei relatori, anziché galvanizzare ha preoccupato non pochi tra i delegati della comunità ispanica presenti in platea. Molti dei quali nonostante i lunghi anni di duro lavoro e regolare presenza sul territorio americano essendo ancora privi della protezione sanitaria pubblica hanno segnalato ai quattro big democratici la più viva contrarietà all’idea di essere “saltati” a favore di nuovi arrivati con meno diritti dei loro.

Tanto è vero che in uno dei momenti più caldi del confronto qualcuno dalla platea ha ricordato ad alta voce che nel 2009 il presidente Obama, per vincere l’ostruzionismo dei repubblicani, aveva dichiarato di fronte al Congresso che i benefici previsti della riforma sanitaria non riguardavano i clandestini. La verità, come ha giustamente fatto notare il Presidente della LULAC Dimingo Garcia ai cronisti che l’interrogavano sul perché delle contrapposizioni emerse nel corso dell’incontro appena concluso, è che gli appartenenti alla comunità latino-americana per confermare il tradizionale orientamento elettorale pro democratici si aspettano di sentire dai rappresentanti del partito dell’Asinello proposte concrete sui tanti problemi del loro vivere quotidiano più che tirate ideologiche contro la battaglia dell’immigrazione portata avanti da Trump. Come dire: a buon intenditor poche parole!