Brexit fa rimpatriare un nostro cervello

C'è anche un mini incentivo al rientro in Italia dei cervelli in fuga nel Decreto Crescita approvato lo scorso 5 aprile. Su questo intervento normativo, che non è una novità per il nostro Paese, ne abbiamo parlato con la Professoressa Lucia Quaglia che ha un passato all'Università di York e un presente da ordinario di Scienza Politica in quella di Bologna.  

 Dalla sua esperienza personale, può spiegare ai nostri lettori quando, come e perché ha scelto di rientrare in Italia? Lo rifarebbe?

Io sono stata professore ordinario all’Università di York fino a maggio 2017, quando ho preso servizio all’Università di Bologna, a seguito di chiamata diretta dall’estero per chiara fama internazionale. Diverse motivazioni professionali e personali mi hanno spinto a tornare in Italia. Primo, la possibilità di lavorare in una ottima università, Bologna, eccellenza accademica in Italia, soprattutto nelle scienze politiche. Secondo, vi era la prospettiva di contribuire a sviluppare ed ‘internazionalizzare’ la ricerca in Italia. Terzo, la Brexit ha avuto un suo peso. Non sapevo (nè tuttora si sa’ con certezza) se i cittadini di paesi UE avrebbero potuto continuare a vivere e lavorare Oltremanica, e a quali condizioni. E nel campo accademico, se il Regno Unito fosse rimasto parte di programmi di ricerca e finanziamento della UE in futuro. Infine, io insegno corsi sulla Unione Europea, e molta della mia ricerca e’ in questo ambito.

Per riprendere lo stesso quesito che anni fa Amartya Sen pose al governo indiano preoccupato dal come fare rientrare i suoi talenti all'estero: il problema dell'Italia oggi sono i cervelli in fuga o la sua scarsa attrattività nei confronti di quelli stranieri?

L’Italia é poco attrattiva per gli accademici stranieri per una serie di fattori. Primo, gli stipendi sono più bassi, anche se dipende dal livello di seniority (il divario salariale per i professori ordinari e’ minore rispetto agli associati o ai ricercatori) e dal paese di comparazione. Secondo, le infrastrutture ed l’apparato amministrativo sono di minor qualità rispetto ad altri paesi, primo fra tutto, Regno Unito e Svizzera. La burocrazia, universitaria e non, è piuttosto farraginosa. Terzo: pochi stranieri parlano l’italiano, non è una lingua facilissima da imparare, e con il solo inglese non si sopravvive in Italia, nè nelle università ne’ nella vita di tutti i giorni. Infine, lavorare e vivere in un paese straniero richiede in genere un qualche ‘adattamento’, ma credo che l’Italia, soprattutto per chi non la conosce, richieda qualche ‘aggiustamento’ in piu’.

Storico crollo degli sbarchi nel 2018

In calo gli arrivi via mare di immigrati irregolari in Europa. Tra il 1° gennaio e il 30 novembre 2018 sono stati 138 mila: -30% rispetto allo stesso periodo del 2017. Il crollo maggiore (-80%) riguarda la rotta del Mediterraneo Centrale, con destinazione Italia. In controtendenza il dato riferito alla Spagna che nel giro di un anno ha visto più che raddoppiare gli arrivi, toccando quota 53mila. Un incremento del 30% si registra anche sulla rotta del Mediterraneo orientale, principalmente a causa dell’aumento degli attraversamenti alle frontiere terrestri tra Turchia e Grecia. Se l’andamento dei flussi dovesse essere confermato anche per tutto il mese di dicembre, Frontex, l’Agenzia europea della guardia costiera, pronostica che il 2018 potrà essere classificato come l’anno con il più basso numero di sbarchi dal 2014.

L’immigrazione mette in difficoltà chi non guarda al futuro

West ha incontrato Pierre Vermeren, uno dei massimi esperti mondiali di Maghreb, ordinario di Storia contemporanea all’Università Sorbona di Parigi.

1) Qual è l’identikit degli immigrati e dei rifugiati che arrivano in Europa dall’Africa?

Sono in maggioranza maschi che:

-provengono da paesi in pace (fortunatamente oggi nel continente africano gli stati in guerra sono un’eccezione);

- posseggono livelli di istruzione e ambizioni superiori a quelli medi dei loro paesi d’origine;

- hanno alle spalle famiglie sufficientemente robuste economicamente per potersi permettere di affrontare gli elevatissimi costi del viaggio (migliaia di euro che finiscono nelle mani della mafia del traffico di esseri umani). Questo spiega perché non sono rari i casi nei quali più nuclei familiari, considerandolo alla stregua di un investimento, uniscono i risparmi per finanziare “la partenza” di un loro rappresentante.

2) E’ vero che sono loro la soluzione al declino demografico dell’Europa?

In astratto sì. Ma la vera risposta dipende dal modello di società e dal tipo di immigrazione che vogliamo.

Il Giappone, ad esempio, che ha i più bassi tassi di fertilità del mondo, ha deciso, scontando un drastico calo della popolazione, di farvi fronte puntando su un forte innalzamento della produttività media del Paese. Legata, soprattutto, alla massima diffusione ed utilizzazione della robotica.

Il Canada, invece, ha tradizionalmente puntato sugli immigrati qualificati.

Mentre inglesi e francesi fino all’altro ieri hanno accolto manodopera straniera da impiegare in occupazioni poco qualificati. Ma è difficile pensare che questi operai immigrati, coi loro bassi stipendi, siano in grado di sostenere, oltre alle famiglie in patria, le pensioni di quadri e dirigenti del paese ospitante.

Se questo è il quadro, saranno gli europei e le istituzioni che li rappresentano a dover scegliere. Tenendo ben presente che l’opzione Sì soltanto all’immigrazione qualificata è ottima per noi ma pessima per i paesi di origine che così perdono “cervelli”. L’unico flusso migratorio che potremmo definire neutro, perché reciprocamente vantaggioso sia per lo Stato ospitante che per quello di origine, è quello che riguarda i rifugiati in fuga da guerre e persecuzioni. Che poi non sono così numerosi come talvolta si sente ripetere.

3) Come dovrebbe cambiare la politica estera UE in Africa?

La priorità è consentire un serio processo di industrializzazione degli Stati africani anziché continuare a imporre loro l’importazione ad oltranza di prodotti cinesi ed europei. Un modus operandi, il nostro, che ha distrutto industria, agricoltura e mercato del lavoro locali. Causando una disoccupazione di massa che non risparmia neanche i giovani altamente qualificati. Ecco perché molti sognano di emigrare.

Per rinascere l’Africa ha bisogno, ad esempio, di creare, al suo interno, una sorta di mercato comune. Che, però, almeno in una prima fase, deve essere protetto dalla concorrenza delle produzioni occidentali e cinesi. L’obiettivo è che i consumatori africani - presto supereranno 2 miliardi - acquistino sempre più prodotti e servizi made in Africa.

A questo, inutile dirlo, va affiancato un maxi piano di formazione in tutti i campi, soprattutto quello sanitario.

L’immigrazione spacca la sinistra tedesca

L’immigrazione ha letteralmente lacerato quel che resta della sinistra dura e pura tedesca. Riunita a congresso lo scorso weekend a Lipsia per il rinnovo dei vertici di partito, la Linke (parente di ciò che fu da noi Rifondazione Comunista) si è, infatti, spaccata in due sulla politica migratoria. La cronaca di questo vero e proprio fratricidio è arrivata in Italia dall’edizione domenicale de Il Manifesto con un reportage super equilibrato (quasi ai limiti del cerchiobottismo) che la dice lunga su come sull’immigrazione anche la nostra sinistra non sa che pesci prendere.

Sul ring di Lipsia si sono fronteggiati, da una parte i sostenitori del Sì, senza se e senza ma, ai nuovi arrivati, capitanati dai due segretari uscenti Katja Kipping e Bernd Riexinger. Dall’altra i supporter del No-agli-immigrati-economici-Sì-ai-rifugiati, guidati dall’intramontabile Oskar Lafontaine e dalla sua compagna, capogruppo al Parlamento federale, Sara Wagenknecht.
Per i primi il principio delle frontiere spalancate per tutti è sacrosanto e intoccabile.
Per i secondi è tempo di correre ai ripari, cambiando linea a favore di un’accoglienza selettiva che tuteli il diritto d’asilo ma non quello di entrare indiscriminatamente in Germania. Per la semplice ragione che, a loro avviso, l’emorragia di elettori che alla Linke preferiscono sempre più i sovranisti di Alternative fur Deutschland (AfD), è da addebitare proprio a quella politica delle porte aperte, voluta dalla Merkel ma ben vista dalla sinistra, che nel 2015 ha portato in Germania oltre un milione di immigrati e rifugiati.

Contro questa posizione super aperturista, Sara Wagenknecht si era già pronunciata nel 2017: “non si tratta di buttare a mare le nostre posizioni, ma di realismo. Si tratta di avere a che fare con le paure delle persone con sensibilità, invece di denigrarle come razziste, disperdendo così un buon elettorato […]. Dobbiamo riconoscere che il concetto di cosmopolitismo suona in un modo per un ex-studente Erasmus, che è aperto al mercato del lavoro globale per via della sua alta qualificazione e delle sue solide competenze linguistiche, ma che ha un suono molto diverso per un disoccupato, che forse ha appena perso il suo lavoro per via della delocalizzazione aziendale in luoghi dove i salari dei lavoratori sono più bassi […]. Invece di utilizzare l’indicazione Frontiere aperte per tutti, cosa che trasmette solo paure a coloro che sono stati già a lungo colpiti dallo smantellamento dello stato sociale e dalla crescente incertezza della vita, dovremmo concentrarci sulla difesa del diritto d’asilo”.

Se questo ragionamento non vi convince, non preoccupatevi. Ad avere la meglio, sia pur di misura, è stata la corrente del “tutti dentro” che ha festeggiato la riconferma alla segreteria del partito del duo Kipping-Riexinger. Che, come direbbe Lenin, sul Che fare? Non hanno dubbi. Salvo non fare i conti con la politica e la verità, o meglio la Pravda, per usare un lessico caro a un pezzo della vecchia sinistra, che verrà fuori, tra meno di un anno, dalle prossime elezioni europee.

Le rimesse degli immigrati nazione per nazione

574 miliardi di dollari. È la cifra delle rimesse degli immigrati calcolate dalla Banca Mondiale nel 2016. Un giro di denaro enorme ma che per il secondo anno consecutivo fa registrare un calo di circa l’1%. Nonostante la flessione, i soldi inviati dagli immigrati nei Paesi d’origine sono circa il doppio rispetto a dieci anni fa. E’ bene specificare che si tratta di denaro legale che quindi non tiene conto delle transazioni in nero. Il grafico interattivo pubblicato dal Pew Research Center fornisce una mappa completa dei flussi di denaro da e verso tutti i Paesi del mondo. E le sorprese che ne vengo fuori sono molte.

 

Remittance Flows Worldwide in 2016