Attenzione alla nostra seconda generazione di immigrati

Litigano sugli immigrati che arrivano e dimenticano quelli che sono già arrivati. Sarà stato forse questo senso di oblio ad avere indotto una sia pur minoritaria frangia di figli di immigrati ad unirsi all’eterogeneo gruppo di violenti che pochi giorni fa ha infiammato le piazze delle principali città italiane contro le misure restrittive anti-Covid-19. La loro presenza, confermata dal Ministro dell’Interno Lamorgese, è solo l’antipasto di quel che ci potrebbe aspettare se continuiamo a scordarli sprecando energie nel fuorviante e sconclusionato dibattito tra i sostenitori dei porti aperti o chiusi.

Intendiamoci, non sono un campione significativo dei circa 900 mila ragazzi di origine straniera che giocano e studiano con i nostri figli. Ma rappresentano il segnale di potenziali malumori latenti che serpeggiano tra quelli che sono i nuovi cittadini di domani. Il tema è serissimo. Soprattutto se si guarda all’esperienza, molto più antica della nostra, di paesi come la Francia, la Gran Bretagna o l’Olanda. Dalla quale emerge chiaramente che il futuro dell’immigrazione in una data nazione dipende dal livello di integrazione delle seconde generazioni. Il progetto migratorio attivato dai loro genitori può essere considerato compiuto positivamente solo se i figli riescono a intraprendere percorsi formativi e professionali che rispondono alle aspettative personali e familiari. In caso contrario cominciano i problemi.

Per evitarli l’Italia potrebbe partire da tre piccole modifiche alla legge n.91 del 1992 (“Nuove norme sulla cittadinanza”) attualmente in vigore.

La prima concerne l’art.4 comma 2 che ai nati da genitori immigrati consente di diventare italiani al compimento del diciottesimo anno a condizione di avere vissuto ininterrottamente fino alla maggiore età sul territorio nazionale. Con il risultato che può bastare una vacanza all’estero con gli amici o una visita ai nonni nel paese dei genitori, per far saltare tutto.

La seconda ha a che fare con la necessità di eliminare ogni forma di possibile, arbitraria discrezionalità burocratica nelle relative procedure di concessione. Fino a oggi, infatti, le risposte positive o negative alle richieste di cittadinanza sono fin troppo legate al parere soggettivo dei funzionari di turno.

La terza riguarda l’art.9 comma 1 lettera F che prevede la concessione della cittadinanza allo straniero che risiede da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica. Questo significa, caso unico in Europa, che gli immigrati extra-UE possono richiedere lo status civitatis italiano solo dopo due lustri di regolare soggiorno nel nostro paese. Sarebbe consigliabile ridurli, ad esempio, a quattro come, peraltro, già previsto dal nostro ordinamento per i comunitari.

Si tratterebbe di un modello misto, West lo aveva definito ius temporis, che con le modifiche sopra descritte, sfruttando la norma del 1992, permetterebbe di superare l’accesa ma inconcludente discussione ius soli sì, ius soli no. Consentendo alla legislazione italiana di allinearsi, al riguardo, con quelle in vigore nelle principali nazioni europee.

Provvedimenti come la suddetta riforma, sono necessari ma non sufficienti a garantire un fattivo e pacifico inserimento dei giovani stranieri nel nostro paese. Investire sulle seconde generazioni con l’obiettivo di trasformarle in un ponte di integrazione tra l’intera popolazione straniera e quella autoctona richiede la messa a sistema di un sofisticato e complesso mosaico di interventi di politica pubblica con un duplice approccio: top-down e bottom-up. Iniziative, dunque, dall’alto e dal basso accumunate dalla medesima finalità, che è quella di allargare il concetto di comunità nazionale creando le condizioni sociali, economiche e politiche necessarie per l’inclusione nella stessa dei nuovi cittadini. Non si tratta di assisterli, ma valorizzarli. Ad esempio, chi più di un giovane di origine marocchina nato in Italia potrebbe ricoprire il ruolo di top manager di un’azienda italiana interessata a fare business in Marocco?

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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