Prostituzione, Parigi sulla via di Stoccolma

Per vincere la battaglia contro il racket della prostituzione, la Francia deve importare il modello svedese. Che, com'è noto, punta a punire i clienti. La proposta arriva da un recente rapporto del Parlamento francese, stilato da un comitato di deputati bipartisan. Tra le altre proposte presenti nel documento, si segnala la necessità di rafforzare i dispositivi di aiuto alle vittime della tratta. Agevolando, ad esempio, nel caso di immigrate irregolari, l'ottenimento del permesso di soggiorno o dello status di rifugiate. Anche perché, sulle circa 20mila prostitute censite nel 2009 dall'OCRTEH, circa 9 su 10 sono straniere.

In allegato:
  • Rapport d'information par la Commission des Lois Constitutionnelles, de la législation et de l’administration générale de la République, en conclusion des travaux d’une mission d’information sur la prostitution en France, 2011
  • Una frontiera internazionale

    La gestione integrata delle frontiere su scala mondiale non è un'impresa impossibile. Piuttosto,  in virtù delle moderne tecnologie, è certamente una via praticabile. E' quanto suggerisce un recente studio del Migration Policy Institute. Gli autori della ricerca sottolineano come l'attuale sistema, imperniato com'è su una miriade di accordi bi e multilaterali per la concessione dei visti, produca un groviglio di regole e standard di difficile applicazione.  Con effetti palesemente controproducenti soprattutto per quel che riguarda il controllo dei flussi migratori. Al contrario, la recente introduzione negli Stati Uniti del passaporto biometrico e la condivisione dei dati personali, spalanca le porte alla creazione di uno strumento telematico internazionale per il controllo degli ingressi nei singoli stati, basato sulla verifica dei profili individuali e non più su intese tra paesi per il rilascio dei permessi.

    In allegato:
  • Migration Policy Institute - A new architecture for Border Management, 2011
  • Francia, al bando il burqa

    In Francia, è entrata in vigore, lunedì 11 aprile, la legge che vieta l’uso del velo integrale nei luoghi pubblici. Adottata il 12 ottobre dal Parlamento transalpino, la normativa mette al bando “la dissimulazione del viso”. Con l’obiettivo di proibire in particolare burqa e niqab che, però, non vengono mai citati nel testo per evitare ulteriori polemiche sull’integrazione della comunità musulmana d’Oltralpe. Per chi non dovesse rispettare il divieto sono previste multe fino a un massimo di € 150 e l’iscrizione obbligatoria a un corso di cittadinanza. Ben più salate le ammende per gli uomini che impongono alle donne di andare in giro con il volto coperto: € 30mila che raddoppiano a 60 mila con due anni di carcere se si tratta di una minorenn. Quanto all’ambito di applicazione, la nozione di “spazio pubblico” è piuttosto ampia, comprendendo strade, ospedali, scuole, università. Secondo gli ultimi dati ufficiali, in Francia le donne che indossano regolarmente il velo integrale oscillerebbero da un minimo di 400 a un massimo di 2mila. Il governo ha comunque lanciato una massiccia campagna di informazione sul nuovo provvedimento attraverso la distribuzione di 400mila depliant.

    Un albo non fa una professione

    Nell’Unione Europea, l’iscrizione all’albo professionale non è indispensabile se si è praticata la stessa attività lavorativa per almeno due anni in uno stato comunitario dove i registri nazionali pubblici di categoria non sono previsti. Lo ha stabilito la Corte di Giustizia europea in merito al ricorso di un ingegnere greco contro le autorità del proprio paese che pretendevano l’iscrizione all’albo come conditio sine qua non per esercitare la professione in territorio ellenico, nonostante l’interessato avesse lavorato per molti anni nel Regno Unito. Appellandosi alla direttiva sui diplomi, i giudici comunitari hanno chiarito che il praticantato di almeno due anni in uno stato dove non esistono categorie professionali equivale ad una vera e propria abilitazione che lo esenta da ulteriori vincoli burocratici previsti nel resto dell’UE.

    In allegato:
  • Corte di giustizia dell’Unione europea - comunicato stampa -
  • Rom, il piano della Commissione UE

    Per favorire l’integrazione economica e sociale dei 12 milioni di Rom residenti nell’UE, la Commissione europea scommette su quattro settori: educazione, lavoro, salute ed edilizia popolare. Per ognuno di essi, l’esecutivo comunitario ha messo a punto degli obiettivi specifici attraverso un documento quadro che, presentato all’Europarlamento il 5 aprile, dovrà orientare le azioni degli stati membri. I quali sono chiamati ad attuare politiche d’inclusione ad hoc che saranno sottoposte periodicamente al vaglio di Bruxelles. In particolare, ai 27 viene domandato di: a) assicurare che tutti i bambini di etnia rom terminino almeno gli studi di scuola elementare; b) ridurre il divario nei tassi di disoccupazione tra rom e nativi; c) migliorare le condizioni di salute e ridurre la mortalità infantile; d) garantire un migliore accesso a beni di prima necessità come acqua ed elettricità.

    Più mercato per i mutui

    Dare nuove e più trasparenti regole al mercato immobiliare e tutelare i consumatori. Sono i due aspetti centrali della nuova proposta di direttiva presentata, il 31 marzo, dalla Commissione europea come risposta ai gravissimi danni prodotti negli ultimi anni dal sistema bancario che hanno innescato la crisi economica internazionale. Per quanto riguarda la trasparenza, sono previste regole comuni in materia di pubblicità e di informazioni precontrattuali. E in parallelo, la direttiva impone una vera e propria competizione transnazionale tra gli istituti bancari e finanziari del Vecchio Continente.

    In allegato:
  • Commissione Europea - 2011/0062(COD)
  • Chi sono i nuovi europei

    La popolazione europea sta cambiando rapidamente per effetto dell’immigrazione, della mobilità intra-comunitaria e delle relazioni transfrontaliere. Una trasformazione di cui da conto l’ultimo studio pubblicato da Eurobarometro il 1 Aprile con il  titolo “I nuovi europei”.  Dal quale emerge che tra gli intervistati: il 23% ha almeno uno dei nonni immigrato; il 27% ha un parente che vive fuori dai confini nazionali e 1/10 ha avuto come partner uno straniero. Mentre,  in parallelo, crescono la disponibilità e l'apertura nei confronti della cultura e delle tradizioni degli altri paesi. Una novità significativamente confermata dal fatto che 1 cittadino su 3 legge con regolarità pubblicazioni in lingua straniera, nonostante siano in pochi ad aver preso in seria decisione l'idea di abbandonare la terra natia.

    Giro di vite contro la tratta

    Il Consiglio dell'Unione europea ha approvato, il 20 marzo, una nuova direttiva sulla tratta degli esseri umani. La normativa prevede una serie di regole minime comuni a tutti gli Stati membri, fatta eccezione per la Danimarca e la Gran Bretagna. Due le novità di maggior rilievo. La prima prevede l'abolizione delle sanzioni per le vittime soggette al traffico e coinvolte in attività illegali, come l'uso di documenti falsi, e l'introduzione per costoro di una serie di forme di supporto e assistenza. La seconda è quella che consente di perseguire un cittadino europeo nel proprio paese anche se commette il crimine in un altro stato membro, introducendo di fatto il principio di extraterritorialità per questo particolare crimine.