La circolarità governerà i nuovi flussi di ingresso degli immigrati

C’è anche un capitolo dedicato agli ingressi per lavoro nel nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo che la Commissione Europea si accinge a presentare entro luglio. Il tema è assai delicato. Il sistema dei “flussi” da lavoro per immigrati economici (da non confondere con quelli per i rifugiati) fin qui utilizzato, infatti, non funziona.

Il caso italiano ne è la più eclatante prova. Subordinare l’ingresso alla stipulazione di un contratto tra un datore di lavoro che sta in Italia e un lavoratore stagionale che sta all’estero è un’ipocrisia che fa a pugni con il buon senso. E' semplicemente illogico pensare che un datore di lavoro che sta in Italia debba assumere con richiesta nominativa qualcuno/a che sta in un altro paese e che non ha mai conosciuto. Questo può funzionare esclusivamente nei confronti degli immigrati altamente qualificati come scienziati e ingegneri (che rappresentano un capitolo a sé delle politiche migratorie), ma non per manovali stagionali. Inoltre, poiché sono le imprese e le famiglie, non la burocrazia, che selezionano e pagano gli immigrati di cui abbisognano questo sistema, oltre a non funzionare fa anche danni. Perché pretende di fissare quote che la velocità del mercato rende sistematicamente obsolete. E allarma la pubblica opinione con l’annuncio dell’arrivo di nuovi “contingenti” di cui essa fatica a comprendere l’utilità e la necessità. Con l’ulteriore aggravante che mentre le istituzioni continuano a sfornare dichiarazioni contro l’immigrazione clandestina, la crescente domanda di lavoro viene, in grande parte, soddisfatta just in time solo grazie all’efficientissimo, onnipresente mercato della clandestinità.

Non sappiamo le soluzioni che la Commissione UE proporrà a tal proposito. Ciò che sembra certo, tuttavia, è che è arrivato il tempo di sperimentare strade alternative al sistema dei “flussi”, sia tra i Paesi europei sia tra questi ultimi e quelli extra-UE. Almeno per quanto riguarda l’ingresso di immigrati da impiegare in settori poco qualificati e scarsamente retribuiti. La parola chiave potrebbe essere: immigrazione circolare. Una ricetta che nel recente passato ha trovato il favore di autorevoli esperti e istituzioni internazionali, ma non quello dei policy maker.

Nel 2003, alla vigilia del più massiccio allargamento dell’UE a Est, l’economista tedesco Hans Werner-Sinn, Presidente dell’Institut for Economic Research, lanciò una proposta che fece storcere il naso a molti. Il noto esperto d’Oltrereno temeva (e la storia ha dato lui ragione) che i cittadini dei nuovi Stati membri, con standard economici e socio-assistenziali inferiori alla media UE, sarebbero stati attratti dai più generosi sistemi di Welfare dei partner occidentali. Col rischio di metterli sotto stress fino al punto da creare potenziali scontri tra i nuovi arrivati e le fasce più vulnerabili della popolazione autoctona.

Insomma, Hans-Werner aveva intuito il rischio di quello che mediaticamente è passato alla storia come il pericolo dell’idraulico polacco. Che in modo sia pur discriminatorio e grossolano ben descrive il sentimento di molti left behind dei Paesi occidentali europei che cominciavano a vedere negli immigrati dall’Europa dell’Est concorrenti sleali nel mercato del lavoro e in quello delle prestazioni socio-assistenziali statali. E’ stato proprio questo sentimento, sempre più rancoroso, a spingere ad esempio molti inglesi a dire Sì alla Brexit sperando di risolvere il problema alla radice, ristabilendo frontiere e controlli per ostacolare nuovi arrivi.

Per ovviare a queste non trascurabili controindicazioni, Hans Werner-Sinn propose, rimanendo inascoltato, due correttivi alla libera circolazione dei lavoratori dell’Est nello spazio comunitario. Il primo, limitare, quantomeno in una fase transitoria, ai nuovi arrivati negli Stati dell’Europa occidentale l’accesso ai benefici finanziati con la fiscalità generale, come il diritto alla casa. E, in generale, garantire loro, sulla base del principio di reciprocità, servizi di Welfare pari a quelli di cui beneficerebbe uno straniero nei loro paesi di origine.

Il secondo: investire su forme di immigrazione circolare atte a disincentivare i lavoratori stranieri dall’Est a stanziarsi permanentemente nei Paesi ospitanti.

Sulla stessa linea di Hans Werner-Sinn, ebbe modo di pronunciarsi nel 2005 la Global Commission on International Migration istituita dall’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Che nel suo rapporto finale insisteva proprio sul concetto di immigrazione circolare. E ribadiva a chiare lettere che il vecchio paradigma basato sull’insediamento permanente stava progressivamente cedendo il passo a forme di immigrazione temporanea e circolare e si concludeva incitando gli Stati e le organizzazioni internazionali ad orientarsi verso questo tipo di immigrazione.

Posizioni simili emersero dalla Commissione Europea che in risposta ad un invito fattole dal Consiglio europeo nel dicembre 2006, pubblicò una Comunicazione sulla migrazione circolare nella quale indicava come obiettivo strategico quello di massimizzare il rendimento complessivo della mobilità del lavoro, facendo in modo che l’immigrazione non si traducesse in permanenza improduttiva o in brain drain.

Entro luglio vedremo, forse, se la Commissione Europea tornerà sui suoi passi, stavolta però passando dalle parole ai fatti.

Sull’immigrazione l’Italia è ferma al passato

Colpisce ma non stupisce la sanatoria degli immigrati proposta dal decreto legge del governo. Infatti, nella consolidata, e senza rivali in Europa, storia delle regolarizzazioni degli stranieri illegali in Italia, quella che sta per entrare in vigore ha forse un primato senza precedenti. Perché, come ha fatto notare con un pizzico di perfidia l’ex-Ministro Roberto Maroni, è la prima sanatoria approvata da un esecutivo di sinistra ricorrendo a uno schema che è copia-carbone di quello adottato tempo addietro da una compagine di centro-destra. L’articolo 110-bis del decreto Rilancio, almeno dalla bozza che circola in queste ore, riprende, infatti, gli snodi essenziali della sanatoria approvata nel 2009 dal governo Berlusconi con il Decreto Legislativo 78/09 convertito nella legge 3 agosto 2009 n.102. L’unica differenza sostanziale è che quella odierna consente di sanare non solo gli immigrati illegali con un rapporto di lavoro sommerso, ma anche quelli che non hanno un’occupazione, rilasciando loro un permesso di soggiorno valido sei mesi. Tradotto: si concede di fatto agli immigrati illegali un permesso di soggiorno per ricerca di lavoro a cui a suo tempo aveva detto un energico No Giorgio Napolitano in fase di stesura della legge sull’immigrazione che con Livia Turco prende il suo nome. Ma se non trovano occupazione si autodenunceranno? Li rimpatrieremo?

Al netto di tutto ciò, l'ironia di Roberto Maroni aiuta finalmente a chiarire la verità. Sull’immigrazione, e in particolare sulle sanatorie, destra e sinistra pari sono. Confondono i vizi del mercato del lavoro sommerso italiano con i problemi di gestione degli immigrati. Il risultato ieri come oggi è un premio per gli imprenditori italiani e gli immigrati che non rispettano la legge a discapito di quelli, autoctoni e stranieri, che rispettano le regole. La sanatoria del governo Conte va esattamente in questa direzione. Alcune semplici osservazioni sulle cause e le conseguenza di questo provvedimento aiutano a capire il perché.

Partiamo dal fatto che la regolarizzazione degli immigrati in questo caso è stata giustificata dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di manodopera, soprattutto nel settore agricolo.

Sul primo punto ricordiamo che ai sensi dell’articolo 35 della legge Turco-Napolitano del 1998 (e successive modifiche), l’ordinamento italiano riconosce e garantisce agli immigrati irregolari, senza oneri a carico dei richiedenti, il diritto all’accesso alle cure. In particolare: la tutela della gravidanza e della maternità, la tutela della salute dei minori, le vaccinazioni nell’ambito di interventi di prevenzione collettiva, gli interventi di profilassi internazionali, la profilassi e la cura delle malattie infettive. L’accesso alle strutture sanitarie di uno straniero irregolare non comporta la segnalazione alle autorità di polizia salvo i casi di obbligatorietà di referto. Sulla base di questa normativa un immigrato illegale affetto da Covid-19 può chiedere e ricevere assistenza sanitaria senza rischiare alcuna controindicazione penale in ragione del suo status di fuori legge.

Sul secondo punto sappiamo dalle associazioni di settore che a causa dell’emergenza sanitaria nelle campagne italiane mancano in queste settimane circa 200 mila stagionali stranieri. Servono adesso, non domani. Il rischio è di mandare al macero i raccolti. Ma la sanatoria del governo Conte regolarizzerà soltanto una manciata di migliaia di immigrati irregolari che tenendo conto delle lungaggini burocratiche otterranno il nuovo status non prima della fine dell’estate.

Viene da chiedersi, allora, perché su questo fronte l’Italia, come peraltro chiedono le principali associazioni di categoria, non abbia seguito il resto d’Europa. Lo abbiamo già scritto in queste colonne, ma è forse il caso di ribadirlo. Decine di migliaia di immigrati dell’Est sono già tornati a lavorare nelle campagne di Francia, Germania e Gran Bretagna (a breve anche di Austria, Danimarca, Finlandia, Norvegia e Spagna) grazie ad accordi bilaterali basati sui princìpi dell’immigrazione circolare West si è occupato lo scorso 7 maggio.
L’immigrazione circolare, infatti, si basa su uno schema, semplice, flessibile e pragmatico, che aiuta a prevenire le controindicazioni delle sanatorie all’italiana. Con l’adozione di questo meccanismo circolare, il mismatch ufficiale tra domanda e offerta di manodopera nei mercati nazionali viene colmato dall’intervento della Stato di destinazione che agli interessati garantisce il rilascio di un tot di permessi di soggiorno temporanei per lavoro, con tanto di visto di reingresso pluriennale per gli immigrati che a conclusione dei raccolti garantiscono il loro rientro nel Paese di origine. È una soluzione win-win. Perché in linea generale soddisfa i bisogni: degli stagionali immigrati che a causa del lockdown rischiavano di rimanere disoccupati e bloccati in casa oppure di spingersi, pur di sopravvivere, a muoversi illegalmente alla ricerca di occupazioni sommerse e sotto retribuite;
degli imprenditori che anche quest’anno possono contare sul rapporto fiduciario pluerinnale con i loro dipendenti stranieri, senza peraltro rischiare di mandare al macero i raccolti; degli Stati di origine e destinazione che grazie all’immigrazione circolare possono almeno ridurre il danno della crisi economica dopo quella sanitaria.

Ma allora perché continuiamo a preferire la sanatoria all’immigrazione circolare? La verità è che su questo tema in Italia si preferisce il passato al futuro. La nostra ennesima sanatoria rischia soltanto di esacerbare lo scontro sociale fra onesti e disonesti, siano essi italiani o stranieri. Senza contare i mal di pancia dell’opinione pubblica che di fronte a una gigantesca crisi economica senza precedenti, è meno disposta a concedere indulgenze a chi viola la legge.

Governare l’immigrazione stagionale con la circolarità

La sanatoria divide l’Italia, i corridoi verdi uniscono il resto d’Europa. Decine di migliaia di immigrati dell’Est sono già tornati a lavorare nelle campagne di Francia, Germania e Gran Bretagna (a breve anche di Austria, Danimarca, Finlandia, Norvegia e Spagna) grazie ad accordi bilaterali basati sui princìpi dell’immigrazione circolare di cui West si è occupato lo scorso 7 maggio. Soluzione ben accolta da Bruxelles che, per evitare crisi alimentari, anche durante l’emergenza Covid-19 assicura la libertà di movimento degli stagionali agricoli nello spazio europeo. Un’opportunità che non si capisce perché il nostro Paese non abbia colto al balzo.

L’immigrazione circolare, infatti, si basa su uno schema, semplice, flessibile e pragmatico, che aiuta a prevenire le controindicazioni delle sanatorie di un tempo. Con l’adozione di questo meccanismo circolare, il mismatch ufficiale tra domanda e offerta di manodopera nei mercati nazionali viene colmato dall’intervento della Stato di destinazione che agli interessati garantisce il rilascio di un tot di permessi di soggiorno temporanei per lavoro, con tanto di visto di reingresso pluriennale per gli immigrati che a conclusione dei raccolti garantiscono il loro rientro nel Paese di origine.

È una soluzione win-win. Perché in linea generale soddisfa i bisogni:

- degli stagionali immigrati che a causa del lockdown rischiavano di rimanere disoccupati e bloccati in casa oppure di spingersi, pur di sopravvivere, a muoversi illegalmente alla ricerca di occupazioni sommerse e sotto retribuite.

- degli imprenditori che anche quest’anno possono contare sul rapporto fiduciario pluerinnale con i loro dipendenti stranieri, senza peraltro rischiare di mandare al macero i raccolti.

- degli Stati di origine e destinazione che grazie all’immigrazione circolare possono almeno ridurre il danno della crisi economica dopo quella sanitaria.

Tra i Paesi di origine che prima e più di altri hanno colto le opportunità dell’immigrazione circolare c’è la Romania dalla quale fino all’anno scorso arrivava il 35% degli stagionali stranieri impiegati in Italia. Un bacino di manodopera specializzata e di fiducia che le nostre infinite e inconcludenti liti sull’immigrazione rischiano di dirottare altrove. Tanto più che siamo impegnati, come più volte fatto in passato, a riproporre forme di sanatoria degli immigrati dalla dubbia efficacia. Come conferma un autorevole studio internazionale del Migration Policy Institute di Washington secondo il quale dei 3,2 milioni di immigrati illegali regolarizzati nell’Unione Europe tra il 1996 e il 2007, 3 milioni risiedevano in Italia. Che, tuttavia, è rimasta leader nello sfruttamento della manodopera straniera irregolare nel mercato sommerso.

L’immigrazione circolare meglio della sanatoria

C’è forse un’alternativa al o no alla sanatoria degli immigrati che divide la politica italiana. Il tema è serissimo, soprattutto per il nostro Paese dove impiegare in nero manodopera straniera illegale è un consolidato vizio nazionale che nell’era del Covid-19 può essere micidiale.
Come?
Con una soluzione pragmatica sulla quale prima dell’emergenza sanitaria aveva cominciato a ragionare un gruppo di esperti e di associazioni di categoria guidato da Giovanni Salvi. Con la mission di sondare vie praticabili contro il sommerso senza calpestare le leggi sull’immigrazione con cicliche sanatorie, come abbiamo fatto da trent’anni a questa parte.

Il risultato è un modello, improntato ai princìpi dell’immigrazione circolare, che propone un patto tra le diverse parti in causa, quantomeno nei settori stagionali.

Lo Stato italiano, sulla base di liste proposte dagli imprenditori, si impegnerebbe a legalizzare temporaneamente gli irregolari, ma sub condicione. Questi ultimi, infatti, esaurito il periodo di lavoro stagionale, si impegnerebbero a rientrare nei Paesi di origine con la garanzia di un visto pluriennale di reingresso in Italia. Seguendo inoltre una logica premiale, chi rispetta le regole, sul lungo periodo potrebbe ottenere, un permesso di soggiorno permanente. Mentre chi le viola rischierebbe di perdere lo status legale acquisito. È una ricetta che risponde a quattro esigenze.

La prima, gli immigrati avrebbero un contratto regolare, anche a tempo indeterminato ma solo per un tot di mesi l’anno; uno stipendio e condizioni abitative dignitose; si sottrarrebbero alla morsa dei caporali; passerebbero più tempo a casa senza l’ansia di non riuscire a rientrare in Italia.

La seconda, gli imprenditori potrebbero contare su una manodopera stabile, competente e di fiducia, evitando ciclicamente di dover investire sulla formazione di nuovi impiegati. Per capire quanto sia importante questo punto, è sufficiente ricordare che oggi il Presidente di Confagricoltura ha dichiarato che alcuni imprenditori si stanno organizzando per fare arrivare dal Marocco, con voli charter a loro spese (€430 a persona) braccianti con cui hanno già lavorato che peraltro dovranno stare fermi 14 giorni a causa della quarantena.

La terza, si eviterebbe agli imprenditori onesti di subire la concorrenza sleale dei colleghi che non rispettano né il sindacato, né le leggi del lavoro.

La quarta, tra le fasce vulnerabili della popolazione autoctona potrebbe cambiare la percezione degli immigrati. Non li vedrebbero più come degli illegali premiati e assistiti con risorse pubbliche. E neanche come concorrenti sleali perché i nuovi arrivati, a differenza di oggi, non accetterebbero modeste retribuzioni in nero che abbassano il livello generale del costo del lavoro.

Intendiamoci, è una proposta perfettibile, da approfondire e affinare. Sarebbe, ad esempio, lo Stato o gli imprenditori a farsi carico delle spese per i viaggi oppure per le abitazione degli stagionali circolari? È di questo, e altri dettagli, che vorremmo dibattere. Ma il fracasso dello scontro fra estremisti securitari ed estremisti umanitari, non lascia spazio ad altre voci.

Dalle navi quarantena ai nuovi hotspot

Le navi-quarantena anti-Covid 19 usate in questi giorni di fronte ai nostri porti per la prima accoglienza degli immigrati, potrebbero segnare, forse senza saperlo né volerlo, una sia pur involontaria svolta epocale per le politiche di asilo in Italia. Oggi le usiamo per evitare il potenziale rischio contagio tra i nuovi arrivati e le popolazioni ospitanti. Domani potrebbero essere lo strumento ideale per distinguere il luogo del riconoscimento da quello dell’accoglienza evitando i due punti dolens in queste fasi.

Il primo, la possibilità che anche chi non ha diritto d’asilo una volta messo piede sulla terraferma si dilegui nell’attesa che le autorità valutino la sua domanda, rendendone impossibile il rimpatrio.

Il secondo, la prassi di addossare alle nazioni (e ai comuni) di frontiera l’onere di gestire la pressione di migratoria dal continente africano. Visto che una volta riconosciuti gli immigrati sugli “hotspot galleggianti”, potrebbero essere redistribuiti nel resto d’Italia o, cosa auspicabile, d’Europa.

Una soluzione, quella delle navi-quarantena, pragmatica, richiesta a gran voce da uno schieramento trasversale di sindaci di frontiera per evitare il pericolo di un contagio tra i nuovi arrivati e comunità locali, come ad esempio Lampedusa, Pozzallo e Porto Empedocle. Inutile dire che anche su questa scelta di buon senso, gli autorevoli e nutriti schieramenti che dominano da decenni l’agone della politica migratoria italiana, si sono accapigliati.

Il gruppo del laissez-faire umanitario ha denunciato quella che è stata definita una quarantena politico-ideologica giustificata dall’emergenza sanitaria col solo reale obiettivo di discriminare e affibbiare l’etichetta di untori ai nuovi vulnerabili arrivati.

Il team securitario risponde che ancora una volta l’Italia spreca risorse dei contribuenti (i rumors parlano di €1,5 mln al mese per nave) per accogliere, anziché respingere chi bussa alla nostra porta.

Eppure i sindaci, di destra e di sinistra, che quotidianamente fanno i conti, non a parole, sul come gestire la ricezione dei migranti, hanno ripetuto anche oggi, durante l’audizione parlamentare al Comitato Schengen, di condividere l’opzione degli “hotspot galleggianti”. Anzi, ne chiedono di più. Una posizione, quella dei primi cittadini, che ricorda da vicino la ricetta avanzata nel 1997 dalla Commissione Onu composta da super esperti internazionali di diritto d’asilo, guidati dal Prof. James C. Hathaway.

Siamo certi che gli attenti analisti adepti dei due schieramenti di cui sopra, sappiano di cosa stiamo parlando. Tuttavia, seguendo l’antico adagio latino, lo ripetiamo perché torna sempre utile. Per consultare le conclusioni alle quali giunse il panel di studiosi delle Nazioni Unite, basta digitare su internet Making International refugee law relevant again: a proposal for collectivized and solution-oriented protection. Il documento, considerato una pietra miliare degli asylum studies contemporanei, proponeva di introdurre a livello globale una netta distinzione tra i luoghi di identificazione dei richiedenti asilo da quelli di accoglienza di coloro cui venisse riconosciuto lo status di rifugiato. Era questa, a loro avviso, l’unica via per garantire sicurezza e asilo in caso di crisi umanitarie e più in generale di elevate pressioni migratorie.

Per riassumere. Passando dalla teoria alla pratica legata all’attualità di questi giorni, le navi-quarantena rappresentano un primo, sia pur timido passettino per distinguere il luogo del soccorso e del riconoscimento da quello della vera e propria accoglienza. Un hotspot galleggiante, ad esempio, di fronte Lampedusa potrebbe consentire di quadrare il cerchio delle politiche di asilo:

1) Salvare e tutelare i nuovi arrivati.

2) Distinguere chi ha da chi non ha diritto d’asilo, trattenendo o rimpatriando i secondi.

3) Snellire la redistribuzione dei rifugiati su scala nazionale ed europea.

Lo studioso che ha molte novità da dire sull’immigrazione

Pierre Vermeren, uno dei massimi esperti mondiali di Maghreb, ha accettato di rispondere alle domande di West. 

1) Qual è l’identikit degli immigrati e dei rifugiati che arrivano in Europa dall’Africa?

Sono in maggioranza maschi che:

-provengono da paesi in pace (fortunatamente oggi nel continente africano gli stati in guerra sono un’eccezione);

- posseggono livelli di istruzione e ambizioni superiori a quelli medi dei loro paesi d’origine;

- hanno alle spalle famiglie sufficientemente robuste economicamente per potersi permettere di affrontare gli elevatissimi costi del viaggio (migliaia di euro che finiscono nelle mani della mafia del traffico di esseri umani). Questo spiega perché non sono rari i casi nei quali più nuclei familiari, considerandolo alla stregua di un investimento, uniscono i risparmi per finanziare “la partenza” di un loro rappresentante.

2) E’ vero che sono loro la soluzione al declino demografico dell’Europa?

In astratto sì. Ma la vera risposta dipende dal modello di società e dal tipo di immigrazione che vogliamo.

Il Giappone, ad esempio, che ha i più bassi tassi di fertilità del mondo, ha deciso, scontando un drastico calo della popolazione, di farvi fronte puntando su un forte innalzamento della produttività media del Paese. Legata, soprattutto, alla massima diffusione ed utilizzazione della robotica.

Il Canada, invece, ha tradizionalmente puntato sugli immigrati qualificati.

Mentre inglesi e francesi fino all’altro ieri hanno accolto manodopera straniera da impiegare in occupazioni poco qualificati. Ma è difficile pensare che questi operai immigrati, coi loro bassi stipendi, siano in grado di sostenere, oltre alle famiglie in patria, le pensioni di quadri e dirigenti del paese ospitante.

Se questo è il quadro, saranno gli europei e le istituzioni che li rappresentano a dover scegliere. Tenendo ben presente che l’opzione Sì soltanto all’immigrazione qualificata è ottima per noi ma pessima per i paesi di origine che così perdono “cervelli”. L’unico flusso migratorio che potremmo definire neutro, perché reciprocamente vantaggioso sia per lo Stato ospitante che per quello di origine, è quello che riguarda i rifugiati in fuga da guerre e persecuzioni. Che poi non sono così numerosi come talvolta si sente ripetere.

3) Come dovrebbe cambiare la politica estera UE in Africa?

La priorità è consentire un serio processo di industrializzazione degli Stati africani anziché continuare a imporre loro l’importazione ad oltranza di prodotti cinesi ed europei. Un modus operandi, il nostro, che ha distrutto industria, agricoltura e mercato del lavoro locali. Causando una disoccupazione di massa che non risparmia neanche i giovani altamente qualificati. Ecco perché molti sognano di emigrare.

Per rinascere l’Africa ha bisogno, ad esempio, di creare, al suo interno, una sorta di mercato comune. Che, però, almeno in una prima fase, deve essere protetto dalla concorrenza delle produzioni occidentali e cinesi. L’obiettivo è che i consumatori africani - presto supereranno 2 miliardi - acquistino sempre più prodotti e servizi made in Africa.

A questo, inutile dirlo, va affiancato un maxi piano di formazione in tutti i campi, soprattutto quello sanitario.

Sull’immigrazione sovranisti e liberisti ignorano il Covid-19

Neanche il micidiale Covid-19 ha scalfito gli antichi vizi della politica dell’immigrazione in Italia. Passato il picco dell’emergenza sanitaria, sono tornate in campo le tradizionali squadre dei pro e dei contro gli immigrati. Stessi titolari e medesime tattiche di gioco.

Il team del laissez-faire-umanitario chiede a gran voce la regolarizzazione dei circa 600 mila illegali presenti nel nostro paese. Un provvedimento a loro avviso necessario perché serve manodopera nel settore agricolo e dell’assistenza agli anziani, ma anche per evitare che un esercito di invisibili si aggiri clandestinamente per l’Italia col rischio di diffondere il virus.

Lo schieramento securitario risponde che un Paese in ginocchio da settimane di lockdown ha bisogno di tutto fuorché dell’ennesima sanatoria di massa. Soprattutto in ragione del fatto che gli italiani bloccati a casa, atterriti da una crisi sanitaria che inevitabilmente sarà anche economica, stenterebbero ad accettare le ragioni del beau geste verso gli stranieri, tanto più se illegali.

A rendere ancora più singolare questo match dal sapore antico e fuori dal tempo, è l’assenza di un arbitro. Imparzialità, professionalità e buon senso non hanno, infatti, mai avuto spazio in questo scontro. E non lo avranno neanche durante questa crisi epocale, senza precedenti nella storia dell’Italia repubblicana.

Oggi come ieri tertium non datur. È, forse, questa per gli italiani una delle poche certezze sulla fase post Covid-19. Cambierà tutto, ma non la nostra politica migratoria. Continueremo accalorati a indossare l’una o l’altra casacca. Nessuno si prenderà la briga di fermare il gioco e segnalare che le squadre in campo lottano da decenni per vincere un campionato falsato in partenza. Perché si mischiano e confondono scientemente il diritto d’asilo e quello dell’immigrazione, la tutela degli emarginati onesti e quella degli emarginati disonesti, i bisogni degli imprenditori che pagano le tasse da quelli dei colleghi invisibili al fisco, etc.. In questo bailamme, viene da pensare che nessuno dei contendenti sappia davvero chi siano i left behind e come aiutarli. Ma questa non è la nostra partita.

Il Coronavirus alleato dei clandestini USA

Illegali ma essenziali. Questo in sintesi il contenuto della originalissima lettera che negli USA migliaia di immigrati irregolari impiegati nella raccolta di frutta e verdura stanno ricevendo, con la benedizione del governo centrale, dai datori di lavoro. Si tratta di una soluzione all’americana, cioè iper-pragmatica, a un problema che da una parte all’altra dell’Atlantico non risparmia nessuno Paese: durante l’emergenza Covid-19 come garantire manodopera a basso costo nel comparto agro-alimentare che per evitare il rischio carestie non può fermarsi?

A spiegare i dettagli di questa trovata made in US, è un reportage di Miriam Jordan dalle colonne del New York Times. Grazie al quale scopriamo che in un Paese che, a differenza di quelli dell’Europa mediterranea, sconosce e non accetta il concetto di sanatoria, la via maestra per evitare di scoraggiare l’esercito di immigrati irregolari a svolgere il proprio mestiere non poteva essere che quella di inviare loro un messaggio rassicurante. Basato su un pratico do ut des: voi lavorate, il governo chiuderà un occhio, ma solo pro-tempore, sul vostro status giuridico. Finita l’emergenza, insomma, sceriffi e agenti di frontiera torneranno a fare il loro mestiere di butta fuori, ma adesso si concentrano esclusivamente sugli immigrati illegali who pose a public safety or criminal threat.

Una ricetta più o meno discutibile ma che secondo quanto riporta la giornalista dell’autorevole quotidiano liberal, raccogliendo le testimonianze dei diritti interessati, ha risolto in un colpo due problemi.

Il primo, rispondere all’allarme lanciato dagli imprenditori, garantendo che il settore agro-alimentare funzioni a pieno regime mentre il motore economico americano è costretto a rallentare a causa delle misure anti-virus.

Il secondo, dare un minimo di tutele e rassicurazioni ai tanti immigrati illegali che difficilmente avrebbero retto la doppia pressione di svolgere un’occupazione a rischio sanitario (difficile rispettare la distanza sociale nei campi e nei capannoni) e di essere intercettati e rimpatriati dalle forze dell’ordine.

La ratio del provvedimento non è peraltro così lontana da quella adottata ad esempio in Italia per coloro i quali in queste settimane di quarantena si ritrovano la patente scaduta, non possono rinnovarla, ma in caso di esigenze oggettive di prendere la macchina possono farlo senza rischiare una multa salata.

Si tratta, insomma, di parentesi di tolleranza pro-tempore, secondo lo spirito pratico anglossassone, nei confronti di varie forme di illegalità.

Con IRINI l’Europa ne fa un’altra delle sue

Neanche il micidiale COVID-19 scalfisce i vecchi vizi dell’UE sull’immigrazione. Avanziamo divisi sull’uno e sull’altro fronte, spediti verso il baratro. L’ultima conferma, ma solo in ordine di tempo, è arrivata qualche giorno fa dalla presentazione di IRINI. Questo l’appellativo della nuova missione europea per il pattugliamento militare del Mediterraneo ed il contrasto dei traffici clandestini nelle acque libiche. Che nella forma e nella sostanza è la perfetta sintesi delle lacerazioni e delle indecisioni dei 27 su entrambi i temi.

Partiamo dalla forma. La notizia del varo di questa nuova iniziativa militare è passata sotto traccia. Fatta eccezione per gli addetti ai lavori, l’opinione pubblica del Vecchio Continente è stata debitamente tenuta all’oscuro. Si dirà che in queste ore siamo tutti sintonizzati sul virus e i disastri che causa. Vero, ma fino a un certo punto. Il sospetto, corroborato da una prassi consolidata negli anni, è che anche questa volta i partner UE abbiano preferito tacere ai cittadini di aver preso un sia pur blando e scarsamente finanziato impegno comune per la gestione di ciò che accade a un passo da casa nostra. La ratio che ormai da decenni accomuna le cancellerie di mezza Europa è sempre la stessa: alzare la voce per dissentire, abbassarla quando si trova un accordo. Ciò nel timore che i rispettivi elettorati vedano di cattivo occhio l’allocazione di risorse nazionali a favore di cause comunitarie distanti dalla loro quotidianità. Ai leader UE sfugge, tuttavia, che questo modus operandi è la retta via per trasformare persino il più inossidabile cittadino europeista in un rancoroso euroscettico, convinto che a Bruxelles, oltre a sprecare il denaro dei contribuenti, non si faccia niente.

Passando dalla forma alla sostanza il risultato non cambia. Perché persino il più euro-entusiasta degli abitanti UE se fosse stato adeguatamente informato del varo di IRINI avrebbe reagito con un mix di frustrazione e rabbia. Perche? E’ presto detto. Questa neonata missione militare dall’altisonante nome che in greco vuol dire pace prende il posto di Sophia varata nel 2015. Ma a differenza di quella precedente non avrà più come compito quello di contrastare il traffico di esseri umani sul canale italo-libico del Mediterraneo Centrale. Ma quello del commercio clandestino di armi verso le fazioni libiche in guerra tra loro. Ragione per la quale l’area dei pattugliamenti riguarderà principalmente le coste orientali del paese nord africano. Il salvataggio degli immigrati in mare non rientra nel mandato della nuova missione. Ma c’è di più. Se una delle navi appartenenti al convoglio IRINI dovesse casualmente incrociare un natante con immigrati diretti clandestinamente al Nord sarà obbligata, dopo il salvataggio, a procedere al loro sbarco in Grecia (l’Italia è esclusa per via del contagio). Paese dal quale poi verrebbero redistribuiti verso altre nazioni dell’UE. Ma se questa circostanza da eccezionale dovesse diventare usuale in base all’accordo IRINI verrebbe immediatamente sospesa. Per evitare che si trasformi di fatto in un incentivo alle partenze di clandestini dal Maghreb.

Tradotto: vista la mancanza di una intesa sul se e come contrastare la gestione della pressione migratoria, soprattutto dalla Libia, i governi europei hanno spostato la loro l’attenzione su un secondo problema (le armi) lasciando irrisolto il primo. Non solo. La decisione di scaricare sulla Grecia gli eventuali immigrati salvati in mare per allentare le pressioni sull’Italia in piena crisi sanitaria, rischia di scatenare tra l’Ellade e quello che una volta era il Bel Paese una guerra tra poveri.

L’Europa vacilla: rischia il ko?

Morì di risposte nazionali alle crisi globali. È forse questo l’epitaffio ideale per spiegare ai posteri il decesso dell’Unione Europea nell’anno domini 2020. Una morte, sarà il caso di farlo ben presente nell’iscrizione lapidaria, non improvvisa. Ma figlia di una lunga e straziante agonia aggravata nel 2015 dall’emergenza profughi ed oggi dalla pandemia in corso.

Negli anni Novanta del secolo scorso gli Stati europei hanno a lungo cenato e straviziato spensieratamente insieme. Madesso che la globalizzazione chiede di pagare il conto, nessuno è disposto a condividere le spese. È un fuggi, fuggi generale. Chacun pour soi, dieu pour tous, insomma. Di qui il rapido e progressivo deterioramento dei pilastri della nostra Unione.

La libera circolazione delle persone, cioè gli accordi di Schengen, è stata sospesa ieri unilateralmente da stati fondatori come la Germania, lo stesso era avvenuto durante la crisi migratoria di cinque anni fa. La libera circolazione delle merci è a sua volta minacciata da un crescente numero di paesi che, per timore di averne bisogno, ostacolano il traffico doganale di prodotti sanitari (mascherine, camici, etc.) richiestissimi per assistere i pazienti affetti da Coronavirus. La Presidente della Banca Centrale Europea ha gettato benzina sul fuoco dei mercati finanziari dichiarando di guidare un’istituzione che non può fare niente contro lo spread che aumenta in paesi come l’Italia. La politica estera e di difesa dell’UE è al lumicino al punto che sulle guerre civili a un passo da casa nostra, Libia e Siria in testa, non è in grado di intervenire né diplomaticamente, né militarmente. La politica interna europea non è riuscita a imporre un piano equo e solidale per la gestione e la ripartizione dei flussi migratori, soprattutto di rifugiati che in queste ore premono sul corridoio balcanico mentre mezza Europa fa spallucce.

È solo una sintesi incompleta della cartella clinica della paziente UE appena collassata. Con essa, però, non muore la globalizzazione. Agli statarelli europei divisi e felici toccherà per questo l’onere di intessere relazioni e alleanze con le grandi potenze che continueranno a giocare la partita alla quale noi, invece, abbiamo rinunciato.