Sull’immigrazione ci sono novità al di là del Muro

Andare oltre il confine USA-Messico per capire le ragioni e le possibili soluzioni all’emergenza immigrazione che sta mettendo a dura prova l’amministrazione Biden. Ne è convinto il team di studiosi internazionali del Migration Policy Institute (MPI) di Washington che in un recente, corposo report tracciano scenari inediti sulle dinamiche migratorie lungo le rotte che dall’America Latina portano agli Stati Uniti.

L’assunto di fondo è che dietro il numero senza precedenti di immigrati irregolari che dall’inizio del 2021 provano a bucare la frontiera statunitense, si gioca una partita che ha come protagonisti non due, ma sette Stati. Con gli USA come meta finale, il Messico nel doppio ruolo di terra di transito, ma anche di origine, insieme a Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras e Panama. Una premessa che i ricercatori del MPI reputano decisiva per esplorare politiche innovative e alternative a quelle tradizionali incentrate per lo più ad arginare la slavina migratoria quando è spesso troppo tardi. A loro avviso, infatti, a Sud del ricco e ambitissimo Norte, si rilevano segnali positivi di cooperazione che la nuova Presidenza statunitense avrebbe tutti gli interessi a cogliere e supportare. Per trasformare l’immigrazione da problema a comune vantaggio. Come confermano gli oltre 75 policy-maker e stakeholder coinvolti nello studio, Messico e Costa Rica “have taken steps to leverage their existing migration institutions to improve operational capacity”. Ma, soprattutto, anche El Salvador, Guatemala, Honduras e Panama, nonostante le condizioni politiche interne, hanno mostrato di essere intenzionati a investire in politiche di gestione dell’immigrazione. Per contrastare lo storico strapotere delle organizzazioni criminali.

Per passare dal wishful thinking ai fatti, sarà decisivo il ruolo di kingmaker degli Stati Uniti. Chiamati a ridisegnare la cooperazione regionale sull’immigrazione cambiando il tradizionale paradigma focalizzato sul mero contrasto ai flussi migratori irregolari. Con quattro, decisivi obiettivi di lungo periodo:

Creare canali di ingresso regolari per motivi di lavoro che rendano non conveniente il ricorso a quelli clandestini.

Rafforzare il sistema di protezione per i rifugiati “helping to identify those in the greatest danger as close as possible to where they live, in addition to providing options for asylum in each country”.

Professionalizzare funzionari e sistemi di controllo delle frontiere per bilanciare sicurezza e stato di diritto.

Ridisegnare le politiche di sviluppo e cooperazione regionale incentivando il ritorno e/o la circolazione degli immigrati nei paesi di origine.

Insomma, un nuovo corso che gli esperti del MPI definiscono “holistic” e che più semplicemente può essere tradotto con buon senso.

Dopo il Covid-19 ripartirà l’immigrazione?

Che ne sarà della società aperta occidentale quando sarà uscita dal tunnel dei lockdown anti-Covid? La questione più che seria, è serissima. Tanto da avere spinto per la prima volta l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (IOM) e il Migration Policy Institute di Washington (MPI) ad avviare una congiunta e ragionata analisi su questo tema sintetizzata nel report, fresco di stampa,  COVID-19 and the State of Global Mobility in 2020. Partiamo dal fatto, come emerge dalle conclusioni, che anche per i maggiori esperti internazionali della materia, in sintesi, del doman non c’è certezza. Le incognite sui tempi e i modi necessari per uscire dalla pandemia non consentono, infatti, di avanzare puntuali e credibili previsioni sul nostro prossimo futuro. Ma di rilevare alcune rilevanti tendenze in atto, invece, sì. Sono in particolare tre i trend osservati.

Il primo riguarda la scelta di buona parte degli Stati occidentali di dare risposte nazionali alla minaccia globale del virus. Contravvenendo alle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, più di cento trenta Paesi hanno, nel 2020, chiuso o imposto rigidi controlli alle frontiere e vietato l’ingresso a una selezione di cittadini provenienti dalle aree-focolaio del contagio. Lo studio rileva, ad esempio, che: “the travel measures and border closures that governments around the world took during 2020 at their peak in mid-December exceeded 111.000 in place at one time”.

Il secondo concerne le conseguenze socio-economiche dei limiti imposti su scala internazionale alla mobilità umana. Restrizioni e lockdown hanno accentuato il gap tra anywhere e somewhere, per usare la fortunata definizione coniata dall’analista britannico David Goodhart. Alla prima categoria appartiene una minoranza di professionisti globali, super specializzati e istruiti che durante la pandemia, grazie allo smartworking e più in generale alle nuove tecnologie, hanno tratto profitto dal tragico avvento del virus. Non solo. Possono anche permettersi lavorare a distanza da invidiabili mete esotiche che spesso per attrarli offrono loro un accesso agevolato alla vaccinazione. Alla seconda categoria appartengono i meno qualificati, addetti alle mansioni che riguardano le attività più colpite dalle norme anti-Covid-19: dalla ristorazione al settore dei servizi. Fra questi è molta alta la percentuale di immigrati che con il lavoro hanno perso spesso anche la capacità di inviare quelle rimesse economiche, che per decenni sono state il volano dello sviluppo economico dei Paesi di origine.

Il terzo ha a che fare con le controindicazioni umanitarie della chiusura delle frontiere perché ha avuto “harsh effects for refugees and other migrants who move out of necessity”.

Insomma, si intravede una luce in fondo della pandemia, ma la sensazione è che sia diversa da quella che avevamo lasciato al suo ingresso.

Il Giappone stringe ancora di più sui richiedenti asilo

È noto da sempre che il Giappone ha una rigidissima normativa sui richiedenti asilo. La scelta di inasprirla ulteriormente è, invece, una novità degli ultimi giorni. Secondo quanto riporta Jesse Chase-Lubitz su Foreign Policy, il governo di Yoshihide Suga ha, infatti, appena proposto un emendamento che ha due obiettivi: scoraggiare i ricorsi in caso di diniego e imporre sanzioni penali, non più solo amministrative, a chi rifiuta un ordine di rimpatrio.

Per chi non ha il tempo di seguire l’attualità del Sol Levante, è forse il caso di notare che parliamo di un Paese di 125 milioni abitanti che in media ogni anno accoglie qualche decina di richieste di asilo, circa l’1% del totale. Percentuale che, ad esempio, è al 53% in uno Stato come la Germania che ha un PIL simile a quello giapponese, ma una popolazione di 80 milioni abitanti. Non c’è, dunque, nessuna emergenza immigrazione in Giappone. Questo significa che il provvedimento dell’esecutivo di Tokyo non può essere spiegato con la volontà politica di assecondare i potenziali mal di pancia anti-stranieri di un pezzo del suo elettorato. È vero che la scelta di Toshilde Suga è figlia delle sommosse registrate nel 2019, peraltro rarissime su scala nazionale, nel centro per richiedenti asilo di Nagasaki che costarono la vita a un nigeriano in sciopero contro le condizioni di detenzione a lui riservate. Ma è altrettanto vero che queste, come altre eventuali problematiche connesse al fenomeno migratorio, non hanno spazio nel dibattito pubblico nipponico che riconosce nel suo ultra centenario isolamento geografico e culturale un tratto distintivo della Nazione.

Ma non sono soltanto queste osservazioni a rendere inspiegabile, quantomeno all’apparenza, l’ennesima stretta giapponese sui nuovi arrivati.

C’è da aggiungere, infatti, che il Giappone ha la popolazione più anziana al mondo (il 30% è over-65) e un’economia in buona salute che, al netto del male comune della pandemia, domanda forza lavoro. Ragione vorrebbe, secondo una interpretazione dominante dei fenomeni migratori, che il governo nipponico faciliti, anziché ostacolare, qualsiasi forma di immigrazione per rispondere al fabbisogno nazionale di manodopera e servizi alle persone.

Eppure se dai flussi migratori umanitari passiamo all’analisi di quelli economici, lo scenario non cambia. Nonostante siano aumentati del 160% tra il 1990 e il 2016, rappresentano meno del 2% della popolazione giapponese.
Ma allora come spiegare la recente stretta proposta da Yoshihide Suga?

Certo, come anticipato, fattori storico-culturali portano la Nazione nipponica ha essere chiusa e sospettosa nei confronti dello straniero. Tant’è che sono numerose le condanne delle Nazioni Unite per violazione dei diritti dei richiedenti asilo anche se, al contempo, il Giappone è uno dei maggiori contributori dell’Alto Commissariato ONU per i rifugiati. Tuttavia, la sensazione è che Yoshihilde Suga, il linea con i suoi predecessori, da ultimo Shinzo Abe, sia convinto del primato della politica nella gestione del fenomeno migratorio. Ed è per tale ragione che l’esperienza giapponese sembra smentire la tesi, condivisa dai più, secondo la quale la demografia e l’economia sono le determinanti causali dell’immigrazione.

Le nuova mappa dell’immigrazione in Europa

La pandemia sta letteralmente ridisegnando la mappa dei flussi migratori dell’UE. Negli ultimi mesi, infatti, è aumentato come mai avvenuto in passato il numero degli immigrati dei paesi dell’Est che hanno lasciato quelli occidentali per rientrare in patria. Come spiega una recente, attenta analisi del settimanale inglese The Economist. Secondo il quale nel 2020 avrebbero ripreso la strada di casa 1,3 milioni di rumeni e 500 mila bulgari. E un paese come la Lituania avrebbe registrato, per la prima volta nella sua storia contemporanea, più ingressi che partenze.

Le cause di questa vera e propria rivoluzione dell’immigrazione europea sono in grande parte note: il virus ha messo in ginocchio, dal turismo alla ristorazione, i settori dell’economia con un’elevatissima domanda di lavoratori stranieri e poco qualificati. Ma le conseguenze, segnalano gli esperti dell’autorevole settimanale britannico, sono tutt’altro che prevedibili e scontate. Infatti, tra i tanti rientrati a casa sicuri di tornare a emigrare una volta finita la pandemia, sono aumentati in maniera esponenziale quelli che hanno già cambiato idea. Decidendo investire , a livello personale e lavorativo, laddove sono nati.

C’è chi con i risparmi guadagnati all’estero ha già aperto una piccola bottega o chi nell’attesa di trovare un’occupazione si gode il tempo e la qualità della vita tra l’affetto di amici e parenti in spazi abitativi e di comunità spesso e volentieri più confortevoli di quelli in cui erano relegati fuori dai confini patri. Insomma, tra i pochi metri quadrati, spesso fatiscenti, nelle periferie di Londra, Berlino o Roma e la casetta dei genitori nella campagna dell’Europa Orientale, in tanti cominciano a preferire la seconda opzione. Tanto più che dal loro ingresso nell’UE, i Paesi dell’Est hanno registrato una decisa riduzione del gap economico e salariale con quelli dell’Ovest. Basti considerare che a parità di mansioni un lavoratore rumeno in Italia può contare oggi su uno stipendio pari al triplo di quello che guadagnerebbe in patria, ma nel 2010 era pari al quintuplo.

E c’è di più. Perché se spostiamo l’oggetto della nostra analisi dai lavoratori non qualificati a quelli specializzati, lo scenario migratorio prossimo venturo rischia di essere ancora più complicato. Per la semplice ragione che la pandemia ha accelerato e ormai in alcuni casi istituzionalizzato il ricorso al telelavoro. Fino al punto da consentire a migliaia di professionisti immigrati di mettere fine “all’esilio” estero rientrando in patria senza però perdere né il lavoro né le relative retribuzioni. Che assicurano loro, visti i prezzi mediamente più bassi delle merci nei loro paesi rispetto a quelli dell’Occidente, un potere d’acquisto decisamente più alto. Dal brain drain al brain gain, insomma.

È forse un’anticipazione di quel nuovo mondo dell’immigrazione che ci aspetta nella fase post-pandemica e che studiosi come Henry Farrel e Abraham Newman avevano anzitempo tracciato in un articolo pubblicato lo scorso aprile su Foreign Affairs dal titolo: Will Coronavirus ends immigration as we know it?

Calano le domande di asilo, ma l’accoglienza nell’UE non migliora

La pandemia ha drasticamente ridotto le domande di asilo e peggiorato, se è possibile, il malandato sistema di accoglienza europea. Il 2020 si è, infatti, chiuso, secondo l’ultimo report dello European Asylum Support Office (EASO), con circa 461 mila richieste di protezione internazionale: -31% rispetto al 2019, una cifra così bassa non si registrava dal 2013. Il maggior numero di domande è arrivato da siriani, afghani, venezuelani, colombiani e iracheni. Significativo, invece, il crollo di quelle, storicamente numerosissime, avanzate da albanesi (-66%) e nigeriani (-44%).

Un crollo senza precedenti nel recente passato che gli esperti dell’EASO attribuiscono alle pesanti restrizioni internazionali imposte dalla lotta alla pandemia. La cosa grave è che nonostante il margine di manovra prodotto da questo deciso allentamento della pressione migratoria, la risposta degli Stati europei sia rimasta, come da tradizione, frammentaria e contrastante. Sul tappeto persistono, infatti, le medesime criticità pre-pandemia che il report EASO fotografa nitidamente. Due esempi su tutti.

Il primo riguarda quella che potremmo definire la roulette dell’asilo. Il tasso UE di accettazione delle domande d’asilo si attesta intorno al 32%, ma: “recognition rates often differed strongly across receiving countries, especially for Afghans”. Questo significa che a parità di condizioni, la possibilità di ottenere lo status rifugiato è legata al caso.

Il secondo, strettamente correlato al primo, concerne il nodo irrisolto dei rimpatri di coloro che hanno chiesto ma non ottenuto l’asilo. E più in generale degli immigrati irregolari. Un problema non da poco, visto che secondo gli esperti EASO nel 2020: “nationals from the Maghreb were increasingly detected illegally crossing the EU external border, but many did not apply for asylum”. Il peso maggiore della complessa e delicata procedura dei rimpatri, spesso osteggiata dagli Stati di origine, ricade sui Paesi di primo approdo come l’Italia che, com’è noto, da soli non riescono in questa ardua impresa. L’Agenzia Europea per il controllo delle frontiere esterne (FRONTEX), dovrebbe, almeno sulla carta, fornire loro un adeguato supporto che, invece, continua a mancare. Con il risultato che sempre più spesso questo eterogeneo bacino di rimpatriabili si disperde come fantasmi nel Vecchio Continente. Caso esemplificativo quello dei 13 mila tunisini arrivati nel 2020 irregolarmente in Italia, in larga maggioranza non aventi diritto d’asilo e che per tale ragione non rientrano nelle quote da redistribuire nel resto degli Stati UE. Ma che è estremamente difficile rimpatriare.

Sull’immigrazione un piccolo grande esperimento parte da Fiumicino

La lotta al Covid ha fatto passare sotto traccia in Europa una novità assoluta sull’immigrazione. E che ha come protagonista l’Italia. Lo scorso 3 febbraio, infatti, l’aeroporto di Fiumicino è diventato il primo scalo europeo ove opera una task force congiunta della nostra Polizia e degli agenti di Frontex, l’Agenzia UE per il controllo delle frontiere esterne. Questa inedita squadra speciale ha la mission di eseguire operazioni di transito e rimpatrio degli immigrati destinatari di misure di allontanamento adottate dall’Italia o da altri Stati membri.

L’iniziativa, che presto verrà estesa al resto d’Europa, rappresenta un decisivo passo, anche se da molti incompreso, verso un vero processo di europeizzazione delle politiche migratorie dei 27 Stati UE.

Innanzitutto perché essa testimonia uno dei pochi casi in cui i Paesi del Vecchio Continente cedono, o quantomeno condividono, a un’agenzia sovranazionale le competenze su una materia che l’unanimità delle Cancellerie europee ha storicamente considerato di esclusiva prerogativa nazionale. Se non è una rivoluzione, poco ci manca. Non foss’altro perché questo sia pur circoscritto salto di qualità potrebbe consentire di superare quello che taluni esperti hanno definito il paradosso di Schengen. Che ha imposto agli Stati UE sotto pressione migratoria come l’Italia, l’onere di sorvegliare una frontiera che formalmente è nazionale, ma nei fatti è europea visto che l’ingresso ad esempio nel nostro Paese può consentire di circolare liberamente nel resto d’Europa.

Secondariamente, l’organizzazione di rimpatri sotto l’egida di Frontex, consentirebbe ai governi nazionali di ridurre il danno in termini di consenso prodotto da operazioni di polizia nazionali che spesso dividono e contrappongono l’opinione pubblica tra gli estremisti del tutti fuori e quelli del tutti dentro.

Infine, l’esperimento di Fiumicino potrebbe, inoltre, attutire una delle più aspre contese degli ultimi anni tra gli Stati di frontiera dell’Europa mediterranea e quelli del Nord. Alle accuse da parte dei primi di mancanza di solidarietà, i secondi hanno spesso risposto di essere disponibili a ricevere una parte dei richiedenti asilo arrivati al Sud, ma non gli immigrati irregolari da rimpatriare hic et nunc.

Intendiamoci, è vero che anche se l’esperimento di Fiumicino dovesse diventare strutturale su scala europea, saremmo solo a metà del cammino. Ma come è sempre accaduto nella storia UE, è buscando l’Oriente per l’Occidente che si arriva alla metà, cioè, in questo caso, a una matura politica europea dell’immigrazione che preveda anche l’introduzione di canali UE legali di ingresso per immigrati economici e richiedenti asilo.

Sull’asilo più si ritarda la riforma di Ginevra più cresce il caos

Dagli USA all’UE cresce la domanda d’asilo, ma le Cancelliere non riescono a dare risposte. Nessun governo occidentale sembra, infatti, avere intenzione di fare i conti con un complesso di emergenze umanitarie del nuovo tipo che richiederebbero strumenti politici e normativi al passo con i tempi. Infatti, lo storico boom di rifugiati, più di 80 milioni nel mondo, ha evidenziato negli ultimi dodici mesi le sempre più vistose crepe della governance globale del diritto d’asilo incentrata sulla Convenzione di Ginevra del 1951. Soprattutto su due fronti.

Il primo fronte riguarda il fatto che, lo segnalano da tempi raffinati esperti della materia come l’americano Davi Frum, i potenziali rifugiati del XXI secolo coincidono solo in parte con quelli tutelati in base alla Convenzioni di Ginevra del 1951. Alle vittime di discriminazioni e violenze di Stato (pensiamo ad esempio ai siriani in fuga da un paese in guerra da diedi anni) si è aggiunta, infatti, negli ultimi anni una eterogenea galassia di vulnerabili. Che chiedono asilo non perché vittime di violenza pubblica (statale) ma privata (famiglia, gang criminali, etc.). Cosa che mezzo secolo fa nessuno aveva previsto. Eclatante il caso degli Stati Uniti che registrano un netto aumento del flusso migratorio (carovane organizzate di migliaia di persone in marcia verso il confine americano) dal Centro-America (Nicaragua, Honduras, Salvador e Guatemala). Dove la guerra tra bande criminali ha causato la fuga di migliaia di persone. La complessità di questo fenomeno mette in discussione sia la definizione di asilo, sia la dicotomia tra migrazione forzata e mobilità volontaria. Infatti, questi migranti centro-americani sono al contempo definiti clandestini e richiedenti asilo. La distinzione è data dal caso, cioè dall’orientamento di chi è chiamato a valutarli. Il risultato è che molti di loro, non essendo vittime di violenza da parte di uno Stato, ma di privati, vengono esclusi dalla fattispecie indicata dalla Convenzione di Ginevra. Mentre altri, a parità di condizioni, sulla base di una interpretazione estensiva della stessa Convenzione, ottengono lo status di rifugiato.

Il secondo fronte è stato a più riprese denunciato dall’Alto Commissario ONU per i rifugiati, Filippo Grandi: "Siamo testimoni di una realtà nuova che ci dimostra come gli esodi forzati, oggi, non soltanto siano largamente più diffusi, ma, inoltre, non costituiscano più un fenomeno temporaneo e a breve termine”, come, invece, prevede la Convenzione siglata 70 anni fa nella cittadina svizzera. La maggioranza dei rifugiati nel mondo rientra, infatti, nella categoria tecnicamente nota dei protracted, cioè quelli costretti a vivere lontano da casa da almeno 5 o più anni. Secondo l’Overseas Development Institute (ODI) di Londra, tra il 1978 e il 2014, l’80% delle emergenze umanitarie si è risolta dopo 10 o più anni e solo 1 su 40 nell’arco di tre anni. Le crisi che causano grandi flussi di rifugiati durano, in media, più a lungo che in passato. Il conflitto in Somalia, ad esempio, va avanti da quasi trent’anni. È, inoltre, maggiore la frequenza con cui si verificano nuove situazioni drammatiche o si riacutizzano crisi già in corso (tra le più gravi oggi spiccano Siria e Venezuela, ma negli ultimi cinque anni anche Sud Sudan, Congo, Yemen, Burundi, Ucraina, Repubblica Centrafricana hanno fatto registrare gravi instabilità politiche).

E’ un quadro che conferma, lo sostengono gli stessi vertici dell’UNHCR, che la vecchia strumentazione di gestione del sistema internazionale dell’asilo non tiene più. Purtroppo oggi, a differenza di quanto avvenne all’indomani della Seconda Guerra mondiale, non c’è una potenza globale capace di imporre una nuova governance internazionale dell’asilo.

Il Covid non frena le rimesse degli immigrati

Gli ultimi dati sulle rimesse degli immigrati in Italia confermano che l’immigrazione è lo specchio del Paese ospitante. Nel 2020, a fronte di un vero e proprio crollo su scala globale, i flussi di denaro inviati dagli immigrati d’Italia nelle ex terre di origine sono invece significativamente cresciuti. Infatti, come evidenziano i dati dell’ultimo, recentissimo bollettino statistico di Bankitalia, nei primi nove mesi dell’annus horribilis 2020 le rimesse degli immigrati hanno segnato, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, un aumento del 19%. Passando in termini assoluti da 4,4 a 5,3 miliardi di euro. Dunque all’opposto di quelli del resto del Pianeta gli stranieri del Bel Paese nel picco della pandemia non hanno rallentato ma intensificato l’invio di denaro a casa.

Come spiegare questa non trascurabile disponibilità di denaro in un periodo di massima crisi economica?

La risposta è forse da rintracciare in alcune caratteristiche specifiche del tessuto sociale ed economico dell’Italia. Che con tutta evidenza sembra avere influenzato i comportamenti degli immigrati. Siamo notoriamente un popolo di risparmiatori. Tant’è che, secondo Unimpresa, nel 2020, proprio come rilevato per gli stranieri, la liquidità nei conti correnti delle famiglie e delle aziende italiane è cresciuta rispettivamente del 7% e del 20,8% fino a sfiorare un totale 2 mila miliardi di euro, cifra assai più alta del valore del Prodotto Interno Lavoro. E’ un boom di riserve spiegabile certo con la nostra storica propensione al risparmio (e col fatto che i lockdown riducono le occasioni di spesa), ma anche col prosperare dell’informale che è un altro tratto distintivo dell’economia italiana. Perché è vero che la pandemia ha paralizzato settori cardine del nostro mercato sommerso: bar, ristoranti e hotel. Ma altrettanti, agricoltura e servizi pubblici e privati, hanno, invece, continuato ad offrire, con tutte le difficoltà del caso, impieghi irregolari, sia agli italiani che agli stranieri. Si tratta peraltro spesso di soggetti che proprio perché formalmente disoccupati usufruiscono di diverse forme di sussidi pubblici (es. il reddito di cittadinanza) che sommate alle entrate derivanti dal lavoro sommerso possono almeno in parte spiegare il perché i salvadanai degli autoctoni come quelli dei nuovi arrivati siano gonfi di liquidità.

Detto questo rimane da capire perché gli immigrati hanno dirottato così tanti risparmi nei Paese di origine. Sono tre i possibili scenari.

1) Si può presumere, soprattutto per gli immigrati dell’Europa dell’Est, che le restrizioni anti-Covid abbiano limitato con la libera circolazione la possibilità di trasferire informalmente le rimesse in patria attraverso periodici viaggi. Finendo per essere obbligati, di conseguenza, a ricorrere ai canali formali come MoneyGram e consentendo alle autorità italiane di avere contezza di un flusso di denaro che in precedenza passava sotto traccia.

2) Si può supporre che l’effetto pandemia abbia impaurito una fetta degli immigrati a tal punto da spingerli a pensare di dovere abbandonare definitivamente l’Italia. Cosa che li ha convinti a togliere i contanti da sotto il materasso per inviarli a casa.

3) Si può, infine, ipotizzare che gli immigrati abbiano aumentato il flusso delle rimesse semplicemente a supporto dei loro cari residenti in Paesi meno avanzati che più di altri hanno subìto i contraccolpi economici della pandemia.

Un dato, tuttavia, sembra certo. La disponibilità di liquidità che ha consentito agli immigrati di inviare anche in un momento di crisi un così elevato flusso denaro in patria, indica che almeno dal punto di vista economico si sono adattati ai vizi e alle virtù del Paese che li ospita. Forse sono più integrati di quanto pensiamo.

Calano come non mai gli studenti stranieri negli Usa

L’american dream non fa più breccia tra gli universitari di mezzo mondo. Almeno è questo che viene da pensare leggendo l’autorevole analisi del Migration Policy Institute di Washington sullo storico crollo delle matricole straniere nelle Università USA nell’anno accademico 2019/2020: -20 mila rispetto a quello precedente. In termini assoluti i numeri rimangono ancora alti, oltre un milione, ma è una flessione che Oltreoceano fa moltissimo rumore. Non foss’altro perché è il primo segno negativo che si registra dal 1965, quando il governo americano con l’Immigration and Nationality Act abolì i divieti di ingresso riservati fino ad allora a determinate nazionalità consentendo anche tutti gli studenti internazionali di scommettere nel sogno americano.

Una inedita inversione di tendenza che secondo le ricercatrici Emma Israel e Jeanne Batalova ha almeno quattro spiegazioni: il costo medio delle rette in continuo aumento; le procedure burocratiche per ottenere visti di studio inasprite quando si scoprì che uno degli attentatori delle Torri Gemelle era entrato negli USA grazie a un permesso di soggiorno per studenti; la competizione tra gli Stati globali per attirare i migliori cervelli dall’estero; il clima anti-immigrati foraggiato dall’amministrazione Trump. Il tutto condito dall’effetto pandemia che ha spinto o costretto anche migliaia di studenti stranieri già iscritti nelle accademie statunitensi a rientrare in patria dove è più economico e conveniente seguire la didattica a distanza.

È forse ancora presto per stabilire se tale calo di iscrizioni dall’estero sia una parentesi o un dato destinato a diventare strutturale. Di certo non è un buon segnale per un impero che ha fondato la sua grandezza su una formidabile capacità di attrarre per decenni the brightest and the best da ogni angolo del Pianeta. Curioso notare che in questo quadro non proprio confortante per gli USA, l’unica buona notizia arrivi dal suo attuale acerrimo rivale, la Cina. Pare, infatti, che nell’anno horribilis appena concluso, a differenza del resto degli studenti stranieri, quelli cinesi siano stati gli unici ad aumentare nelle Università americane, fino al punto da rappresentare il 35% del totale delle matricole che arrivano dall’estero.

I cervelli ritornano, ma a casa di mamma

Sul ritorno in patria causa pandemia dei cervelli italiani “fuggiti” all’estero, c’è poco da festeggiare e molto da riflettere. Infatti, dietro il picco (+20%) di nostri giovani fra i 18 e i 34 anni che nel 2020 sono rientrati in Italia, si celano tre grandi ombre nascoste dall’inspiegabile entusiasmo con il quale i più autorevoli quotidiani nazionali (e non) hanno accolto la notizia.

La prima riguarda coloro che sono rientrati perché hanno perso il lavoro. Conclusa la pandemia è facile immaginare che almeno una parte di essi, non avrà la capacità psichica ed economica per ricominciare da zero all’estero. I nuovi rimpatriati si aggiungeranno al già vasto bacino di loro coetanei disoccupati che vivono e/o sopravvivono in Italia grazie a quella formidabile riserva di Welfare familiare (stipendio dei genitori, pensione dei nonni) che primo o poi si esaurirà.

La seconda concerne i più fortunati che incentivati dal telelavoro hanno preferito passare i lockdown in patria tra il calore di amici, parenti e del clima mite del Bel Paese. Le previsioni sulle loro scelte future post pandemia sembrano altrettanto scontate: torneranno all’estero. Per la semplice ragione che la pandemia non ha cancellato, ma semmai accentuato, quelle carenze strutturali del mercato del lavoro italiano che li avevano spinti ad andare oltre confine. Insomma, è vero che grazie alle nuove tecnologie delle comunicazioni le occupazioni altamente qualificate possono essere svolte da ogni angolo del globo. Ma è altrettanto innegabile, come ha di recente notato Richard Florida, che finita la sessione su Zoom o su Meet, l’esercito cosmopolita dei the best and brightest continuerà a domandare servizi e infrastrutture avanzate che solo le regioni e le smart cities globali offrono loro.

Morale della favola, e qui arriviamo alla terza ombra. Anche sul tema dei cervelli in fuga la pandemia rischia di rappresentare la cartina al tornasole dei vizi del Bel Paese. Concentrati ad esultare per il ritorno dei nostri amatissimi talenti, continuiamo a non interrogarci sul perché non riusciamo, invece, ad attirare quelli altrui.

Il punto, come aveva notato oltre un ventennio fa Amartya Sen, sta proprio qui. Nel mondo globale, infatti, la competizione che più conta riguarda il livello e la qualità delle condizioni che i diversi territori sono in grado di offrire ai singoli. E’ questo il nuovo, potente magnete che orienta la decisione di partire o restare di coloro che hanno più doti e capacità di altri. A prescindere dal paese di origine, i cervelli sono e saranno sempre in movimento, per nostra fortuna.