Gli immigrati che preferiscono l’Africa all’Europa

La stragrande maggioranza degli immigrati africani (8 su 10) è in fuga non in Europa ma all’interno del Continente nero. E nel futuro prossimo venturo il trend è al rialzo. Non solo perché, com’è noto, per motivi economici e logistici è più semplice cercare lavoro o protezione umanitaria nei paesi limitrofi anziché nel Vecchio Continente. Ma anche in ragione del fatto che alcuni paesi dell’Africa, spesso descritti come un coacervo di prolifici affamati pronti a invadere l’Occidente, grazie a una relativa, costante crescita economica sono, invece, vere e proprie mete di immigrazione.

È questo il caso, solo per fare un esempio, della Costa d’Avorio. Che come ha di recente dimostrato una dettagliatissima inchiesta di Le Monde, con un tasso di crescita annuo dell’8% e livelli di disoccupazione inferiori al 6% ha attirato dagli Stati confinanti un fiume di manodopera. Il 40% dei suoi attuali 24 milioni di abitanti è o ha, infatti, origine immigrata. Impiegati per lo più nella coltivazione di caffè, olio di palma ma soprattutto delle preziosissime (qualità senza pari) e ambitissime (dalle multinazionali del cioccolato) fave di cacao di cui è il principale esportatore mondiale.

E come in tutti i poli migratori internazionali che si rispettino, la bassa manovalanza straniera (in maggioranza dal Burkina Faso) è tanto richiesta dall’economia quanto indigesta per la società. Tant’è che anche da quelle parti, come da noi, i sostenitori del Prima gli ivoriani non mancano. Anzi, aumentano. Anche perché, come spiega il sociologo Sosthène Koffi (uno dei massimi conoscitori del mondo rurale ivoriano), alla base dei pregiudizi che i vecchi residenti hanno verso i nuovi arrivati ci sono incomprensioni ed errate percezioni che per quanto banali se non sanate rischiano di moltiplicarsi. Molti anziani doc dei piccoli villaggi, ad esempio, non sopportano l’arroganza dei giovanissimi lavoratori immigrati che con le mote acquistate coi primi risparmi scorrazzano a destra e a manca indifferenti alla vita sociale della comunità che li ha accolti.

Un clash tra indigeni e immigrati che, peraltro, non è una novità di oggi. Tant’è che per coniugare pax sociale e bisogni economici, nel 1998 il governo di Abidjan fu costretto ad approvare una legge in base alla quale solo ed esclusivamente gli autoctoni ivoriani potevano vantare la proprietà di terreni agricoli nel paese. Un diktat rafforzato dalla nuova Costituzione del 2016 secondo cui soltanto lo Stato, società pubbliche o cittadini ivoriani doc possono acquistare appezzamenti di terra. Passare dalle parole ai fatti non è tuttavia semplice. Non solo per l’instabilità politica di un paese spaccato in due tra il ricco e fertile Sud e il più povero Nord. Ma soprattutto perché in una terra dalla lunghissima tradizione migratoria (oltre ai discendenti dei coloni francesi ci sono anche importanti comunità libanesi e siriane), stabilire come e chi è ivoriano doc più che difficile risulta impossibile.

Dopo La Valletta il Viminale chiede regole per le Ong

Sulle navi delle Ong nel Mediterraneo la Ministra dell’Interno Luciana Lamorgese torna alla linea Minniti. Infatti, ieri a Bruxelles si è fatta latrice della necessità di una qualche forma di regolamentazione delle imbarcazioni private che nel Mare Nostrum realizzano operazioni di ricerca e soccorso degli immigrati.

La proposta, che ricorda da vicino il codice di condotta per le Ong voluto dall’ex Ministro del PD nell’estate del 2017, mira a imporre ai natanti che operano in mare più regole e sicurezza, per l’equipaggio e per gli immigrati messi in salvo. Con una maggiore responsabilizzazione degli Stati di cui le imbarcazioni del volontariato battono bandiera, che spesso vengono meno agli obblighi derivanti dal diritto internazionale.

Il Lamorgese-Minniti pensiero è chiaro. Per non subire l’immigrazione, bisogna governarla. Per governarla servono ordine e regole per tutti i soggetti coinvolti. L’alternativa, come accade ormai da anni, è lasciare che nella lingua d’acqua che separa l’Africa dalla Sicilia, regni il caos, trasformando in una vera e propria roulette, con la criminalità a fare da croupier, il diritto dei rifugiati a chiedere asilo e il diritto degli Stati al respingimento degli immigrati illegali.

Propositi, forse, di buon senso che, tuttavia, trovano scarsissimi consensi non solo tra buona parte della destra, ma anche della sinistra, che ha persino rinnegato l’eredità di Minniti. La prima, sempre più impregnata di nazional-sovranismo, propone di serrare le frontiere della fortezza Europa. La seconda, in nome e per conto del diritto umanitario, chiede e pretende di aprire porti e braccia per accogliere i nuovi arrivati.

In mezzo, fra queste due ali estreme, non c’è spazio. È questa l’aria che tira in Italia e nel resto del Vecchio Continente. Ideale per far naufragrare la proposta della nostra Ministra. Non resta, per chi scrive, la speranza di essere smentito.

ll Mediterraneo nuovo centro della crisi mondiale

Maurice Aymard, massimo esperto mondiale di geopolitica del Mediterraneo, allievo di Fernand Braudel, spiega ai lettori di West come e perché quello che i romani definivano Mare Nostrum si è globalizzato, diventando il nuovo centro della crisi mondiale. 

Perché lei sostiene che il Mediterraneo da Mare Nostrum è diventato globale, un moltiplicatore di instabilità?

Prima di rispondere è utile fare qualche passo indietro nella storia. Ricordando, per esempio, che il Mediterraneo fu ribattezzato Mare Nostrum dai Romani a suggello del loro dominio. Che divenne pressoché assoluto dopo la sottomissione delle colonie greche dell’Italia meridionale; l’annientamento della talassocrazia punica dell’Africa del Nord; della penisola iberica e, uno dopo l’altro, dei vari regni ellenistici del Mediterraneo orientale. Roma divenne così potenza unica in grado di avere in pugno, per due-tre secoli, il bacino mediterraneo. Sia marittimo che costiero. Ma dalla seconda metà del II secolo dopo Cristo fino alla caduta dell’impero romano d’Occidente le frontiere del Reno e del Danubio cominciarono ad essere sistematicamente attraversate da popolazioni europee nord orientali e dell’Asia centro-settentrionale. Le prime scalzarono il potere di Roma dalla penisola iberica con i Visigoti e da quello nord africano con i Vandali. E, al contempo, l’Impero d’Oriente accettò l’arrivo e poi l’insediamento degli slavi nella penisola balcanica e dei turchi in Anatolia. Invasioni a flusso continuo che in Europa finirono per esaurirsi alla fine del primo millennio e che, invece, in Asia minore proseguirono ancora a lungo. A guardar bene, dunque, il Mediterraneo ha conosciuto tre secoli di stabilità e di calma (spesso solo apparenti) di pax romana e sette/otto di instabilità permanente. Che determinarono una serie di cambiamenti irreversibili sul piano etnico e linguistico. Che le istituzioni eredi di Roma hanno cercato di fronteggiare in due modi. Da una parte concedendo quanto potevano e dall’altra facendo muro con l’unica arma di cui disponevano: la cristianizzazione. Finendo però per lasciare mano libera all’Islam di mettere radici e conquistare irreversibilmente i paesi rivieraschi del Mediterraneo meridionale. Passando dalla storia di ieri a quella contemporanea dobbiamo prestare attenzione alla grande svolta intervenuta nelle migrazioni mediterranee tra la fine del ‘900 e i primi anni del 2000. Quando dopo un secolo e mezzo cessò la grande ondata migratoria euro mediterranea transoceanica e il Mediterraneo divenne il centro di una nuova catena migratoria. Fatta da migranti che non vengono più, così come fino allora avvenuto, solo dalle sue “periferie”nord africane, come il Marocco o l’Algeria, ma dall’Africa sub sahariana. Non più solo dal Medio Oriente ma dall’Asia. Oggi la circolazione degli uomini da una sponda all’altra non si limita più ai popoli dell’antico circondario. Ma si è allargata assumendo dimensioni mondiali. Insomma, c’è stata una dilatazione del Mediterraneo che ha superato la fascia costiera per arrivare al ventre dell’Africa e dell’Estremo Oriente. Un fenomeno di dimensioni intercontinentali, mondiale. Caratterizzato dalla nascita di un nuovo sistema di reti, informali e spesso illegali, atte a canalizzare questo nuovo tipo di mobilità. Che rappresenta un fattore di crisi per le amministrazioni pubbliche, disarmate di fronte a dei flussi che non possono controllare, limitare, né tanto meno bloccare: la proibizione è sempre il migliore incentivo al contrabbando. Ai governi non resta altro che, come si dice, fare buon viso a cattivo gioco. Non fosse altro perché l’invecchiamento della popolazione europea necessità degli immigrati per finanziare le pensioni dei suoi anziani. Una situazione che se anche molto difficile, con un pizzico di fantasia e di coraggio non è impossibile da gestire.
Mentre il Mediterraneo si globalizza, l’Europa tende a chiudersi in se stessa. Non crede che lo scontro tra sovranisti e non rischia di trasformare il Vecchio Continente nella periferia del mondo?

Tutti i paesi dell’Europa occidentale prima, meridionale dopo, e orientale (dopo la caduta della cortina di ferro) hanno « bruciato » le loro riserve di mano d’opera rurale per alimentare la crescita delle loro economie, del loro mercato interno, delle loro città. Hanno bisogno di lavoratori immigrati come avevano bisogno (e lo gridavano in piazza quindici anni fa) di badanti e occuparsi dei loro anziani. Ma elaborare e, soprattutto, fare accettare alle pubbliche opinioni nazionali politiche all’altezza di queste sfide richiede tempi lunghi e grandi capacità di convincimento. E grandi doti di gestione da parte delle amministrazioni. Non si tratta di fare miracoli ma di utilizzare, al meglio, gli spazi di manovra disponibili per fronteggiare la grande complessità dei fattori in gioco.

Gli immigrati che attraversano il Mediterraneo per arrivare in Europa, sono i più poveri tra i poveri e in fuga da guerre oppure sono la conseguenza della crescita economica e di quei profondi cambiamenti che attraversano l’Africa del XXI secolo?

Non sono mai gli ultra-poveri che migrano. Migrare ha un costo (umano e anche finanziario), e rappresenta un investimento, che mobilita le risorse e gli appoggi delle famiglie allargate. Mentre la crescita demografica della Cina si fermerà nel 2040-50, l’aumento della popolazione mondiale nella seconda metà del nostro secolo si concentrerà sull’Africa sub-sahariana che deve colmare un enorme ritardo accumulato nel corso dei secoli, e vedrà anche aumentare fortemente la percentuale della sua popolazione urbana. Non dobbiamo dimenticare che, malgrado tutti i discorsi politici ostili ai nuovi arrivi, le migrazioni significano sempre un trasferimento di ricchezze dai paesi di partenza che hanno prodotto ed educato i loro migranti, verso i paesi d’arrivo che potranno raccogliere il frutto del loro lavoro durante i decenni della loro vita adulta.

Com’è possibile rilanciare l’immagine dell’Europa? Si potrebbe, ad esempio, scommettere sulla comunitarizzazione delle politiche migratorie come avvenne con la moneta unica?

La comunitarizzazione dell’immigrazione è il vero, più efficace modo per mettere a tacere i nemici degli immigrati. Così com’è vero che non si possono vendere favole e non ricordare che i migrati finiranno per andare là dove vogliono. E che le decisioni prese dall’alto possono rallentare e, talvolta, anche bloccare, temporaneamente, i flussi d’arrivo. Ma, come la storia insegna, saranno sempre gli “ospiti” a decidere dove e da chi farsi ospitare. In fondo, forse, è meglio così.

Convenzione di Dublino: forse ci siamo

In Europa sull’immigrazione si comincia, forse, a ragionare. Secondo indiscrezioni di stampa, infatti, una innovativa proposta di riforma della Convenzione di Dublino delineata in una bozza di documento elaborata dal governo tedesco dovrebbe essere discussa tra i 28 Ministri dell’Interno UE il prossimo 2 dicembre a Bruxelles. Stando ai rumors che circolano con insistenza nelle ultime ore il testo prevederebbe, superando l’attuale regola del paese di primo ingresso, l’obbligo di ridistribuire pro-quota tra gli Stati membri non solo i richiedenti asilo arrivati nei paesi di frontiera come l’Italia, ma anche gli immigrati illegali da rimpatriare.

Si tratterebbe di una prima assoluta. L’ipotesi di condividere a livello europeo l’onere dei rimpatri fino a oggi, infatti, non era mai stata neanche lontanamente ventilata. Parlarne è già una buona notizia. Un vero e proprio salto di qualità nel tentativo di promuovere una governance comune del fenomeno migratorio.

Tuttavia viene da chiedersi se in passato la ripartizione a livello europeo dei richiedenti asilo non ha funzionato, perché dovrebbe funzionare quella degli immigrati illegali da rimpatriare?

La domanda è quantomeno lecita. Soprattutto se prendiamo per buoni i suddetti boatos, in base ai quali la riforma made in Germany della Convenzione di Dublino prevedrebbe che una primissima, anche se non definitiva, valutazione delle domande di asilo avvenga in collaborazione con Frontex al momento dell’approdo. In caso di manifesta inammissibilità della richiesta di protezione, il migrante va rimpatriato col supporto della polizia di frontiera UE. Diversamente verrà redistribuito tra i 28 ai quali spetterà l’onere di una valutazione definitiva della domanda di asilo e, in caso di bocciatura, del conseguente rimpatrio.

Il problema sta tutto qua. Perché, proprio come accade oggi, anche con la nuova riforma la partita principale si giocherebbe, come abbiamo visto, sempre e comunque nello Stato di primo approdo, costretto a farsi carico di una difficile e complicata scrematura tra un eterogeneo esercito di nuovi arrivati, fra i quali separare il vero dal falso richiedente asilo è impresa ardua. Se non impossibile, quantomeno in tempi ristretti.

Come uscire da questo cul de sac?

Lo abbiamo già scritto, ma, forse, repetita iuvant. Si potrebbe, ad esempio, rilanciare la proposta avanzata trent’anni fa da uno dei massimi esperti internazionali in materia, il Prof. James Hathaway. Secondo il quale per allentare la pressione migratoria sugli stati di frontiera ed evitare che per arrivare a destinazione gli immigrati economici illegali sfruttino come cavalli di Troia i richiedenti asilo in fuga da guerre e persecuzioni, è cruciale distinguere il luogo di identificazione dei nuovi arrivati da quello di accoglienza. Questo nel caso europeo, che vuol dire?

Smart cities: spina nel fianco del sovranismo

I sovranisti che sparano a zero contro le istituzioni internazionali non si sono ancora accorti di un minaccioso nemico che covano in casa: le smart cities. Le ricche e super tecnologiche metropoli tipo New York, Londra, Francoforte o Milano che con gli Stati-Nazione di cui sono “ospiti” condividono ormai soltanto lo spazio geografico. Per il resto, dalla politica economica a quella ambientale sembrano andare per conto loro. A guidarle, infatti, è la globalizzazione non il territorio in cui insistono.

Per dirla con Richard Florida, che prima di altri ha colto questa novità, si tratta di veri e propri picchi di eccellenza tecnologica, economica e politica che grazie alla capacità di attirare talenti e finanziamenti internazionali vanno a gonfie vele. Mentre il resto del mondo, organizzato secondo il vecchio modello dello stato-nazione, in realtà statuali, rimane a guardare.

Insomma, se non è un ritorno alle Città-Stato del Rinascimento, poco ci manca. Con la differenza che oggi, rispetto a ieri, questi giganti urbani emergono e si affermano anche nei Continenti più sperduti del globo. E dal 2010, per la prima volta nella storia dell’umanità, gli abitanti delle città sono più numerosi di quelli delle campagne.

Novità che hanno ultimamente suggerito all’European University Institute di Firenze di aprire, tra i suoi prestigiosi ricercatori, un complesso, e non ancora concluso, dibattitto sui cambiamenti che tutti questo determina sulla delicatissima questione della cittadinanza. A partire dalla semplice quanto intricatissima domanda: è giunto il momento di dare riconoscimento legale anche alla cittadinanza urbana? Se sì, la condizione per ottenerla è quella di nascere oppure di risiedere in una di queste metropoli? E che fare dello status civitatis tradizionale legato allo Stato Nazione? L’una escluda l’altra, oppure possono coesistere?

Secondo Rainer Bauböck, uno dei massimi esperti mondiali della materia, i tempi sono maturi per ragionare su questi interrogativi, ma è ancora presto per dare risposte definitive. Nonostante egli propenda per una “coabitazione”tra queste due forme di appartenenza (urbana e nazionale), segnala, infatti, che molto dipenderà da una non trascurabile variabile. Cioè la sorte che nel futuro prossimo venturo spetterà alle istituzioni sovranazionali come l’Unione Europea. Dovessero rinascere, ridimensionerebbero sia lo Stato-Nazione difeso dai sovranisti, sia le moderne Città-Stato roccaforte dei globalisti. Ed i loro relativi concetti di cittadinanza ad essi connessi.

Al momento l’unica cosa di cui si ha chiara contezza è che nelle urne di mezzo mondo si sta consumando una durissima battaglia tra i vincenti della globalizzazione, attrezzati per vivere e muoversi tra una megalopoli e l’altra, ed i perdenti delle zone periurbane e rurali che di questo universo iper-tecnologico e senza confini conoscono solo gli svantaggi.

L’economia italiana stagna, le rimesse aumentano

L’economia italiana stagna, ma quella sommersa va a gonfie vele. Soprattutto grazie al plus valore che gli imprenditori (autoctoni e non) ottengono dallo sfruttamento a basso prezzo della manodopera straniera irregolare e poco qualificata.

Solo così si spiega l’apparente anomalia di un’Italia a crescita zero, disoccupazione alle stelle, ma con un clamoroso boom di rimesse che gli immigrati inviano nei paesi di origine. Secondo Banca d’Italia, infatti, nel 2018 il flusso di denaro che la popolazione straniera residente, legalmente e non, nella Penisola ha inviato a casa è salito a €5,8 miliardi (+17% rispetto al 2017). E nella prima metà del 2019 segna già un ulteriore +2%.

Insomma è come se vivessimo su un iceberg: c’è poco sopra e moltissimo sotto. Ed è proprio negli abissi del macro-mondo economico italiano che gli invisibili, cioè gli immigrati irregolari impiegati in nero, hanno un ruolo cruciale. Per la semplice ragione che in un sistema produttivo che sembra non volere saperne di innovazione e nuove tecnologia, buona parte del profitto è assicurato dalla “spremitura” della bassa manovalanza.

Questo spiega perché i business men nostrani siano tra i principali azionisti della robustissima e trasversale lobby pro-immigrazione in Italia. Che negli ultimi due anni, per una singolare eterogenesi dei fini, sembra aver tratto vantaggio proprio dall’arcigno sovranismo della politica sull’immigrazione dell’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini. Perché la sua decisione di abolire il permesso di soggiorno umanitario che ha trasformato in clandestini i tantissimi che ne erano in possesso (senza però preoccuparsi di rimpatriarli) ha ingrossato le fila delle braccia straniere a disposizione del mercato nero della manodopera. Una verità confermata dal fatto che la top list delle nazioni destinatarie delle rimesse inviate dall’Italia nel 2018/2019 coincide con quella da cui proviene il maggior numero di richiedenti asilo.

Allo stato dei fatti viene dunque il sospetto che gli immigrati di cui, come da tante parti si sostiene, l’economia italiana avrebbe oggi disperato bisogno sono, in maggioranza, quelli richiesti dalla nostra floridissima economia sommersa: dequalificati,  irregolari e sotto pagati. Una verità confermata amaramente dal fatto che la leadership europea dell’industria del pomodoro è appannaggio dei grigi Paesi Bassi anziché di quelli assolati del Bel Paese. Visto che nei primi la produzione è di 144 mila tonnellate di pomodori ogni 260 ettari: dieci volte maggiore di quella “nostrana”. La formula del loro successo? Immigrati stagionali regolari, niente lavoro in nero e costante innovazione nei mezzi di produzione. .

Le quote di Macron finiranno come quelle di De Gaulle

Sull’immigrazione economica Macron ricalca le orme di De Gaulle. Infatti la sua recente proposta di introdurre un sistema di quote annuali per selezionare la manodopera richiesta dalle aziende ricorda da vicino quella avanzata dal Generale nel Secondo Dopo Guerra.

In entrambi i casi la ratio è identica: affermare una politica dell’immigrazione all’interno dello Stato-Nazione, assegnando a una sorta di politburo il potere di individuare dall’estero gli immigrati utili (de bons éléments, amava ripetere De Gaulle) all’economia nazionale. All’epoca l’ambizioso progetto si infranse di fronte alla galoppante e cangiante domanda di manodopera di un’industria in pieno boom economico. Al punto che la stragrande maggioranza degli imprenditori, per assumere nuovi immigrati bypassò il farraginoso iter burocratico ideato da De Gaulle e si affidò al mercato nero, favorendo persino l’ingresso illegale di molti stranieri.

È questo il destino che attende anche la proposta di Macron? Risposta scontata: assolutamente sì. Tanto più che oggi, rispetto a mezzo secolo fa, l’immigrazione, come i beni, i servizi e i capitali, è ormai una componente strutturale della moderna globalizzazione. Verità che i governi fanno finta di non vedere e continuano a trattarla come materia di esclusiva competenza nazionale. Con il risultato che mentre ciascuno difende a piè fermo, le quote di Stato, è il mercato che silenziosamente impone al sistema le sue ferree leggi.

Ecco perché – ammoniva Patrick Weil nelle prime monumentali pagine de La République et sa diversitè – l’esperienza ha dimostrato che il metodo delle quote è quello peggiore. Per la semplice ragione che sul mercato mondiale sono le imprese, non già i poteri pubblici, a selezionare e pagare i lavoratori di cui abbisognano.

La cosa più curiosa, però, è che, secondo alcuni raffinati osservatori, Macron sarebbe consapevole di tutto ciò. Avrebbe, tuttavia, deciso di tirare dritto nel disperato tentativo di dare un segnale di fermezza a un’opinione pubblica sempre più intollerante verso i nuovi arrivati ed evitare, alle presidenziali del 2020, un’emorragia di voti a favore di Marine Le Pen e del suo Fronte Nazionale. Se così fosse, viene da chiedersi perché gli elettori dovrebbero preferire la copia all’originale.

Incubo Brexit per gli immigrati UE a Londra

Should I stay or should I go? Quesito amletico che dal giugno 2016 quando la Gran Bretagna disse Sì a Brexit rovina il sonno dei 3,5 milioni di europei che vi risiedono.

Per questo esercito di stranieri se lasciare il Regno di Sua Maestà significa azzerare anni e anni di sacrifici riuscire a restarvi si sta trasformando in un’impresa d’inferno. Perché un minuto dopo l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione, con il principio della libera circolazione decadrà anche il loro status di soggiornanti regolari. Al punto da essere considerati dei veri e propri immigrati illegali.

Per scongiurare questo catastrofico scenario, che causerebbe una colossale crisi migratoria, il governo inglese ha approvato il cosiddetto EU Settlement Scheme. Una sorta di sanatoria che consentirebbe ai lavoratori UE di avere in mano un regolare permesso di soggiorno prima dell’ora X quando entrerà in vigore il distacco dall’Unione Europea. Un’idea in via di principio buona ma che all’atto pratico, come spiega la puntuale inchiesta di Yasmeen Serhan su The Atlantic, fa acqua da tutte le parti. Vediamo di capire perché.

Partiamo dall’aleatorietà dei tempi di applicazione. La sanatoria, infatti, è aperta ma non è certa quale sarà la sua data di chiusura: giugno 2021 se il divorzio dall’UE è concordato, oppure dicembre 2020 nel caso di una rottura traumatica delle trattative ed un’uscita no deal. Nel dubbio, migliaia di cittadini europei si sono affrettati a formalizzare la domanda di regolarizzazione mettendo in ginocchio la burocrazia inglese.

Alle denunce di disservizi di ogni genere e tipo, Downing Street ha risposto di avere semplificato l’iter con un’app che pur costata ben 175 milioni di sterline funziona poco e male. Innanzitutto perché la versione mobile è utilizzabile solo su dispositivi Android più recenti. Mentre più della metà della popolazione utilizza smartphone con sistemi operativi diversi. E molti europei, nonostante il tesoro inglese incassi regolarmente le loro tasse, per il solo fatto di non possedere un telefonino Android o la necessaria dimestichezza con la sua tecnologia, rischiano giuridicamente di finire nel limbo. Secondo il think-tank British Future un terzo dei 3,5 milioni di europei che vive nel Regno Unito, in particolare anziani e persone con scarse conoscenze di inglese e informatica, potrebbe non riuscire a compilare la domanda. Ma c’è di più. Perché anche chi riesce a compilarla può inciampare nei cavilli della disastrosa burocrazia della Perfida Albione. Tra le varie condizioni richieste per ottenere un permesso di soggiorno permanente c’è, ad esempio, anche quella di dimostrare di risiedere nel Regno da almeno 5 anni in modo continuativo. Provarlo è impresa ardua persino per i the best and brighetest con le carte in super regola.

Come dimostra il caso a dir poco clamoroso dello chef stellato di origine polacca Damian Wawrziniak. Residente da 15 anni in Gran Bretagna, stranoto al grande pubblico, cuoco ufficiale alle Olimpiadi di Londra 2012, ed in grado di vantare tra i suoi clienti persino la famiglia reale, si è visto negare, per una colpevole sciatteria burocratica la sua domanda di regolarizzazione. Cosa che oltre alla sua giusta indignazione ha scatenato un putiferio sui social network (ha migliaia di follower). Obbligando l’Immigration britannica a tornare sui suoi passi, riconoscere di aver sbagliato e concedergli in quattro e quattr’otto il visto di cui aveva pieno diritto.

Ma come sarebbe andata questa disavventura a lieto fine se il mal capitato, anziché uno straniero di successo, fosse stato un semplice, anonimo lavoratore? Viene da pensare che Oltremanica il rischio di un nuovo caso Windrush si faccia sempre più concreto. All’epoca a farne le spese furono gli immigrati caraibici. Oggi quelli europei.

Doppio passaporto, l’Ue in ordine sparso

Quella della cosiddetta doppia cittadinanza è una delle questioni più controverse e poco note del dibattito sull’immigrazione. Parliamo della possibilità per gli immigrati di ottenere il passaporto del Paese ospitante, senza perdere quello dello stato di origine. Nei confronti di questo istituto in Europa, contrariamente a quanto si è registrato fino agli anni Sessanta del secolo scorso, prevale oggi un orientamento giuridico di maggiore tolleranza. Per almeno tre fattori: la nascita di norme più efficaci contro la discriminazione di genere; un lungo periodo di pace nelle relazioni internazionali; un cambiamento di percezione degli interessi statali nell’ambito della migrazione.

Con l’aggiunta che nel Vecchio Continente, l’approvazione di norme contro la discriminazione di genere ha consentito ai figli di coppie miste di ereditare la cittadinanza non solo dai padri ma anche dalle madri.

Un mutamento accelerato anche dal cambio di strategia dei paesi di origine che tradizionalmente guardavano i loro emigrati come una risorsa persa, ma in seguito, ne hanno scoperto il valore economico e politico. Prendendo atto che privare gli emigrati della loro cittadinanza dopo la naturalizzazione nel paese di insediamento, significava tagliare inutilmente quei legami che facilitavano l’arrivo in patria di ingenti rimesse o che li aiutavano ad acquisire appoggio politico in un paese straniero.

Di seguito una breve rassegna di quanto previsto in materia negli ordinamenti dei principali Paesi UE:

ITALIA. E’ ammessa la doppia cittadinanza. Con il decreto ministeriale del 7 ottobre 2004 è stato, infatti, abolito l’obbligo per gli stranieri che diventano cittadini italiani di rinunciare alla cittadinanza di origine.

FRANCIA. E’ ammessa la doppia cittadinanza. Il possesso di una o più altre nazionalità non ha, in linea di principio, alcuna incidenza sulla cittadinanza francese. La legge non richiede, infatti, che uno straniero diventato francese rinunci alla sua cittadinanza di origine o che un francese diventato straniero rinunci alla cittadinanza francese. La Francia non stabilisce distinzioni fra coloro che hanno una doppia cittadinanza e tutti gli altri francesi per quanto riguarda i diritti e i doveri legati alla cittadinanza.

INGHILTERRA. È ammessa la doppia cittadinanza. Nel Regno Unito, a differenza che in Germania o in Spagna, il possesso di una o più altre nazionalità non ha, in linea di principio, alcuna incidenza sulla cittadinanza britannica.

GERMANIA. Non è ammessa la doppia cittadinanza, salvo in alcuni casi. Per i cittadini svizzeri ed europei sulla base del principio di reciprocità. E per i figli degli immigrati nati in Germania, visto che dal 2014 è stato abolito il cosiddetto Optiospflicht: l’obbligo di scegliere una sola nazionalità – quella tedesca o quella della famiglia di origine – al compimento dei 23 anni.

SPAGNA. Non è ammessa la doppia cittadinanza, salva in alcuni casi. Ossia quelli previsti dall'art.11, comma 3 della Costituzione, che riguardano gli stranieri provenienti dall'America latina e da Andorra, Filippine Guinea Equatoriale e Portogallo. Lo stesso articolo, infine, introduce il principio generale del divieto della privazione della cittadinanza nei confronti degli spagnoli d’origine.

Tapachula ci dice l’aria che tira sui rifugiati

Da Tapachula arriva l’ennesima conferma che il sistema globale di accoglienza dei rifugiati, nato con la Convenzione di Ginevra del 1951, si sgretola ogni giorno di più. Questa cittadina messicana, al confine col Guatemala, luogo di transito per i richiedenti asilo negli USA, è oggi teatro di una crisi umanitaria senza precedenti, come rivela Nanjala Njabola sull’ultimo numero di Foreign Affairs. Perché l’amministrazione Trump, con l’autorevole avallo della Corte Suprema statunitense, ha stabilito che i centro-americani intenzionati a chiedere protezione negli Stati Uniti dovranno depositare le loro richieste non più al confine americano, ma nelle nazioni attraversate nella marcia di avvicinamento al Norte. Per quelli dell’Honduras e del El Salvador i paesi delegati sono il Guatemala e il Messico, mentre per i guatemaltechi solo il secondo. Una novità assoluta oltreoceano che ricorda da vicino il principio della Convezione di Dublino in base al quale i migranti hanno l’obbligo di chiedere asilo nel paese UE di primo approdo.

Il risultato è che il Messico è tenuto adesso, se non vuole perdere aiuti e scambi commerciali con i vicini e minacciosi yankee, a fare quello che non aveva mai fatto: accogliere e valutare le domande di asilo dei centro-americani nei confronti dei quali aveva, invece, sempre chiuso un occhio, sapendo che gli Usa erano la loro destinazione finale.

Ma i problemi per il governo messicano non finiscono qui. Non foss’altro perché nelle città di confine come Tapachula e Tijuana alla pressione migratoria dall’America centrale, si è sommata, cosa che nessuno aveva previsto, quella dall’Africa. Sono infatti in aumento gli africani che attraversano l’Atlantico per raggiungere gli Usa passando per il Messico dove però, viste le novità di cui sopra, rimangono bloccati. Il risultato è che per questo vasto ed eterogeneo esercito di richiedenti asilo e immigrati illegali (difficile distinguere gli uni dagli altri) quello messicano rischia di trasformarsi in vero e proprio eterno limbo. Dove persino chi avrebbe pieno diritto allo status di rifugiato passerà mesi, se non anni, nell’attesa di ricevere la protezione umanitaria che gli spetta.

Ciò che più conta, tuttavia, è che il caso messicano più che un’eccezione è la regola nel sistema globale di accoglienza dei rifugiati. Le difficoltà nel distinguere gli immigrati illegali dai richiedenti asilo, così come quella di garantire protezione a nuove tipologie di vulnerabili (es. i rifugiati climatici) non annoverati nella Convenzione di Ginevra del 1951, sono all’ordine del giorno in mezzo mondo. Tant’è che a livello internazionale è in costante crescita il numero di richiedenti asilo che addirittura nasce e muore dentro i campi profughi UNHCR, aspettando tutele che non riceveranno mai.

Un quadro assai poco confortante ma stranoto ai più. Prova ne è il fatto che nell’ottobre 2019 l’Alto Commissario Onu per i rifugiati, l’ambasciatore italiano Filippo Grandi, lanciò un ambizioso piano di riforma (Global Compact on Refugees) della Convenzione di Ginevra 1951. Una fatica di Sisifo, quella di Grandi, visto il mancato supporto degli Stati che contano. Usa in testa.