Nicolini fa rima con Salvini

Oltre che con i cognomi, è sull’immigrazione che Matteo Salvini e Giusi Nicolini fanno rima. Il leader della Lega e l’ex-sindaca di Lampedusa, soffiano, sia pur da lati opposti, sul fuoco dell’immigrazione. Lui capofila dello schieramento securitario. Lei tra i portavoce del movimento del laissez-faire umanitario. Il primo chiede porti chiusi e tolleranza zero. La seconda vuole porti aperti e massima tolleranza verso gli ultimi che dall’Africa cercano rifugio da noi.

I due sono all’apparenza come l’acqua e l’olio. Ma nei fatti rappresentano l’incastro perfetto, l’asse dei due estremi ideologizzati che sta trasformando la gestione dell’immigrazione in Italia in una bomba ad orologeria. Tanto più in tempi di pandemia.

A confermare l’entente cordiale di Mr e Miss –ini è, in ordine tempo, la posizione espressa nei confronti delle cosiddetta navi-quarantena anti Covid-19 usate in questi giorni di fronte ai nostri porti per la prima accoglienza degli immigrati. Una soluzione, pragmatica, richiesta a gran voce da uno schieramento trasversale di sindaci di frontiera per evitare il pericolo di un contagio tra i nuovi arrivati e comunità locali, come ad esempio Lampedusa, Pozzallo e Porto Empedocle. Inutile dire che anche su questa scelta di buon senso, i due schieramenti, qui rappresentati dal Signor e dalla Signora –ini, che dominano da decenni l’agone della politica migratoria italiana, si sono accapigliati.

Il gruppo del laissez-faire umanitario ha denunciato quella che è stata definita una quarantena politico-ideologica giustificata dall’emergenza sanitaria col solo reale obiettivo di discriminare e affibbiare l’etichetta di untori ai nuovi vulnerabili arrivati.

Il team securitario risponde che ancora una volta l’Italia spreca risorse dei contribuenti (i rumors parlano di €1,5 mln al mese per nave) per accogliere, anziché respingere chi bussa alla nostra porta.

Eppure i sindaci, di destra e di sinistra, che quotidianamente fanno i conti sul come gestire la ricezione dei migranti, hanno ripetuto anche durante una recente audizione parlamentare al Comitato Schengen, di condividere l’opzione degli “hotspot galleggianti”. Anzi, ne chiedono di più.

Si tratta, peraltro, di una soluzione che potrebbe segnare, forse senza saperlo né volerlo, una sia pur involontaria svolta epocale per le politiche di asilo in Italia. Oggi le usiamo per evitare il potenziale rischio contagio tra i nuovi arrivati e le popolazioni ospitanti. Domani potrebbero essere lo strumento ideale per distinguere il luogo del riconoscimento da quello dell’accoglienza che rappresentano i veri punti dolens della questione.

Il primo, la possibilità che anche chi non ha diritto d’asilo una volta messo piede sulla terraferma si dilegui nell’attesa che le autorità valutino la sua domanda, rendendone impossibile il rimpatrio.

Il secondo, la prassi di addossare alle nazioni (e ai comuni) di frontiera l’onere di gestire la pressione di migratoria dal continente africano. Visto che una volta riconosciuti gli immigrati sugli “hotspot galleggianti”, potrebbero essere redistribuiti nel resto d’Italia o, cosa auspicabile, d’Europa.

E' una luce di buon senso nel tunnel ideologizzato in cui si trova, prima e dopo Minniti, la gestione dell’immigrazione in Italia.

I trafficanti hanno riscoperto le vecchie rotte degli schiavisti

Come i migliori broker, anche i trafficanti di immigrati diversificano il portafoglio di investimento per massimizzare i profitti. Semplicemente ampliando l’offerta dei viaggi e delle destinazioni da raggiungere clandestinamente, col duplice obiettivo di allargare il potenziale bacino dei clienti-vittime e ridurre il danno prodotto dagli eccessivi controlli sulle rotte migratorie più battute.

Non deve, dunque, stupire che nella brochure dei servizi forniti dai trafficker abbia trovato spazio anche la rotta Africa-America Latina-Stati Uniti. A denunciarlo, dalle colonne dell’autorevole rivista americana Quartz, è un recente studio dell’Organized Crime and Corruption Reporting Project sul quale ha lavorato negli ultimi 12 mesi, con rilevazioni sul campo, un equipe di esperti internazionali di traffici di esseri umani. Si scopre, ad esempio, che soltanto nel luglio 2019 la polizia di frontiera statunitense ha intercettato al confine col Messico 66 mila immigrati irregolari partiti dall’Africa. Si tratta in maggioranza di africani, per lo più congolesi e camerunesi, ma anche di asiatici. Costo del biglietto: $10 mila per i primi, $25 mila per i secondi. Con un incasso medio annuo per la criminalità organizzata che si attesta intorno ai $300 milioni dollari. Anche se a causa del Covid-19 il cash flow è destinato a ridursi.

Detto ciò, dando uno sguardo a una carta geografica, è facile intuire che quella che dell’Africa, via Oceano Atlantico, porta agli USA è una tratta per definizione residuale rispetto a quelle, più remunerative, che attraverso il Mediterraneo consentono di sbarcare in Europa. Tuttavia, essa rappresenta una novità che colpisce perché testimonia, ancora una volta, l’elevatissima capacità e velocità dei trafficanti di organizzarsi, aggiornarsi e cambiare strategia, in base alle dinamiche geopolitiche del momento. Una macchina illegale efficiente e globalizzata che ha buon gioco di fronte alle inefficienze e alle risposte nazionali dei paesi di destinazione.

Sfruttano il Covid-19 e aumentano i profitti

È in corso una sorta di ripetitivo match di tennis, dall’esito scontato, da una riva all’altra del Mediterraneo. In campo si confrontano la criminalità internazionale, che organizza le partenze dei migranti dal Nord Africa, ed i governi dei paesi di destinazione obbligati ad accoglierli.

È uno scontro impari. I primi, tonici e pimpanti, giocano a tutto campo, con continui cambi di strategia. I secondi, imbolsiti col braccino corto, subiscono colpo su colpo. La conferma arriva dall’attualità delle ultime ore nello spazio euro-mediterraneo. Nel weekend appena trascorso, sono infatti arrivati soltanto a Lampedusa più di mille migranti che portano a un totale di nove mila il numero degli arrivi via mare dall’inizio dell’anno.

Siamo lontanissimi dalle cifre emergenziali del triennio 2014-2015-2016, tuttavia c’è poco da stare sereni. Soprattutto perché a fronte dell’immobilismo dei player governativi, l’avversario (i trafficker) mostra un’inesauribile energia e fantasia nell’alimentare un business che ormai da anni genera profitti pari se non superiori a quelli derivanti dal traffico di droga.

La novità delle ultime settimane è che l’agenzia illegale delle partenze dalla riva Sud del Mediterraneo ha allargato l’offerta per i suoi clienti-vittime con maggiori disponibilità economiche. Questi ultimi, va da sé con tariffe più alte, possono, infatti, acquistare un biglietto per Lampedusa con partenza dai più sicuri porti tunisini, a bordo di piccole imbarcazioni meno sovraffollate, capaci di giungere a destinazione senza scommettere sul soccorso della marina militare o delle Organizzazioni non Governative. Per i meno abbienti, invece, rimane sempre l’opzione low cost via Libia con tempi più lunghi e il rischio di non essere salvati in tempo da qualche vascello delle ONG.

È uno scenario noto anche alle autorità giudiziarie competenti in Italia che ormai da settimane segnalano “l’ennesima riapertura” del fronte tunisino. Eppure non si muove foglia. Continuiamo a subire i colpi senza reagire. Il risultato è che per ogni sbarco di immigrati in Italia, i signori che comandano il traffico di immigrati incassano lauti proventi economici e persino consenso e popolarità tra i familiari dei migranti giunti alla meta.

Mentre l’impasse delle istituzioni lascia spazio nei centri di accoglienza e nelle piccole città che li ospitano a un potenziale scontro tra veri e finti richiedenti asilo e le popolazioni locali. Che complice l’emergenza sanitaria che si sta trasformando in economica, mal tollerano i nuovi arrivati considerati come potenziali untori. Si dirà che il popolo non ha sempre ragione. Che non tutti gli immigrati hanno il Covid-19, etc. Verissimo. Ma se di fronte a quello che accade ancora una volta in queste ore negli hotspot siciliani o calabresi, le istituzioni cincischiano. Lanciano segnali contraddittori. Dimostrano di subire e non governare il fenomeno. Di non garantire sicurezza e asilo a chi ne ha realmente bisogno. Di non tutelare le comunità locali ospitanti. Di non rimpatriare chi mente presentandosi come rifugiato, non stupiamoci della vox populi, con tutte le sue potenziali drammatiche controindicazioni. Mondragone ieri, Amantea oggi: e domani?

Con questi salvataggi si rischia l’incidente

Verrebbe da dire che sull’emergenza immigrazione nel Mediterraneo c’è qualcuno che spera succeda qualcosa di grave. È quello che viene da pensare assistendo in queste ore all’ennesimo braccio di ferro fra istituzioni e organizzazioni non governative sul se e dove lasciare attraccare la nave umanitaria di SoS Mediterranée, Ocean Viking con i suoi 180 immigrati a bordo.

La soluzione sembra vicina (trasborderanno nella nave quarantena Moby-Zaza davanti la costa agrigentina di Porto Empedocle), ma per raggiungerla si è giocato sul filo del rasoio. Partiamo dai fatti. Il caso Ocean Viking è esploso il 25 giugno. Quando l’equipaggio della Ong effettua un’operazione di soccorso e salvataggio di 51 immigrati a largo di Lampedusa. Nelle ore e nei giorni successivi altri salvataggi che consentono di issare a bordo un totale di 180 disgraziati. A quel punto scatta per più di dieci giorni la consueta ricerca di un porto sicuro. Mentre le autorità cincischiano, la situazione a bordo si complica o, secondo alcuni, viene appositamente complicata dall’equipaggio per obbligare il governo italiano a non perdere altro tempo. Si racconta di tentati suicidi, condizioni sanitarie e psiche labili, atti di protesta, scioperi della fame, etc. Quando la situazione sembra ormai sul punto di sfuggire di mano ecco la sospirata autorizzazione per la Ocean Viking a dirigersi in rada verso Porto Empedocle. I naufraghi passeranno due settimane su una nave-quarantena anti Covid-19, prima di toccare la terraferma. A breve calerà, dunque, il sipario sulla Ocean Viking, ma non ci vorrà molto per aprirne un altro con dinamiche e attori simili, se non identici. È un teatrino che va avanti da oltre un lustro. Con trame e finali scontati, anche ai non addetti ai lavori.

Ma che cosa succederebbe se nel cuore della pièce, cioè durante il consueto tira e molla in mare tra Ong che chiedono un porto sicuro e le autorità che cincischiano, dovesse accadere una tragedia? Se i tentati suicidi diventassero suicidi di massa? Se a bordo delle navi umanitarie esplodesse una bomba epidemiologico oppure uno scontro tra naufraghi immigrati con i membri dell’equipaggio o tra questi ultimi e la marina militare italiana?

Domande provocatorie? Forse. Ma che confermano l’amara verità che solo le tragedie sono in grado di svegliare dal letargo l’Europa che continua a non avere una politica sui rifugiati ordinata e sicura per chi arriva e chi riceve. Continuando a far finta di non vedere i focolai di crisi nella riva Sud del Mediterraneo quasi che gli sbarchi di immigrati in Italia siano un problema del Bel Paese e non dell’Unione.

Da Jerry Masslo a Mondragone non è cambiato niente

A cosa sono serviti trent’anni di sanatorie in Italia? E’ quello che viene da chiedersi di fronte alle condizioni abitative, sociali e lavorative dei braccianti bulgari irregolari contagiati dal Covid-19 a Mondragone. Sfruttati alla luce del sole nei campi del casertano, sono adesso confinati e mal visti dalla popolazione autoctona nei fatiscenti palazzi ex-Cirio.

Li chiamano invisibili. Ma di loro sappiamo tutto: dai dati anagrafici, al luogo di residenza fino ad arrivare ai datori di lavoro che di questa manodopera irregolare e sotto pagata fa, da sempre, quello che vuole . Non sembra, infatti, cambiato molto da quel lontano 25 agosto 1989 quando a Villa Literno (25 km da Mondragone) l’omicidio del rifugiato e attivista sudafricano Jerry Masslo svelò all’Italia intera i vizi del mercato clandestino dell’immigrazione stagionale. Che vedeva in questi immigrati gli ingranaggi ideali per sostenere un sistema agricolo arretrato e fuori dalle regole. Scoprimmo all’improvviso il caporalato, le baracche, i ghetti, gli schiavi del nuovo tipo, etc. Orrori che un robusto e trasversale schieramento politico pensò di combattere, e guarire, con una serie di regolarizzazioni a ripetizione.

In nome di questo nobile fine l’Italia è oggi saldamente al comando nella speciale classifica internazionale dei pochi paesi che hanno fatto sistematicamente ricorso a questo tipo di provvedimenti anziché ad una vera e seria politica migratoria. Tuttavia, qui la grande unicità del caso italiano, nel corso del tempo col numero dei sanati è cresciuto, o nella migliore delle ipotesi è rimasto invariato, quello dei ghetti abitati da quelli che per opportunismo definiamo invisibili. Insomma, è come assumere overdose di paracetamolo e non vedere calare la febbre.

A fronte di questo mismatch tra rimedio e male, questo schieramento trasversale pro-sanatoria continua, imperterrito come nulla fosse sempre sulla stessa strada. Tant’è che nel recente Decreto Rilancio Italia, ha trovato posto un discusso provvedimento di regolarizzazione presentato come necessario per rispondere durante la pandemia alla mancanza di manodopera straniera stagionale nei campi e garantire il diritto alla salute e al lavoro legale degli immigrati irregolari soprattutto nel settore agricolo. Cosa che, purtroppo, non è servito, ancora una volta, ad evitare il prevedibile, ennesimo disastro di Mondragone.

Sui rifugiati è ora di decidere

Una strana asimmetria domina il dibattito politico sui rifugiati. A livello internazionale, infatti, si parla molto del loro spaventoso aumento (80 milioni) ma si tace sul che fare e su come intervenire per riuscire ad assicurare un minimo di tutela a questo sterminato esercito uomini, donne e bambini in cerca di asilo dai quattro angoli del Pianeta.

La ragione di tanto disastro è, nella sua drammaticità, chiara e semplice. Dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso, infatti, assistiamo al moltiplicarsi di crisi umanitarie senza soluzione. Dalla Siria, alla Somalia, passando la Libia e il Camerun, fino ad arrivare al Venezuela, registriamo conflitti che non trovano tregua, obbligando migliaia di individui e di famiglie a cercare protezione dentro e fuori dei loro confini nazionali.

Se tutto ciò è vero come si spiega il silenzio su come affrontare questa emergenza umanitaria senza precedenti? Domanda alla quale, nei limiti consentiti da un breve articolo, proveremo a rispondere.

Partiamo dal fatto che la Convenzione di Ginevra del 1951, pivot della governance dei rifugiati nel mondo, mostra ogni giorno di più i danni dell’età. Prova ne è il fatto che oggi a dettare i tempi ed i modi della concessione dello status di profugo nei paesi che nel 1951 sottoscrissero quell’intesa è il caso più che i suoi articoli. A denunciare questa anomalia che mette a repentaglio l’incolumità di molti soggetti vulnerabili era stato poche settimane fa un dettagliato reportage di Matt Katz sull’autorevole rivista americana The Atlantic. Che per offrire ai lettori un esempio concreto di come la Convenzione di Ginevra funzioni poco e male, ha dato voce e conto della sorte che spetta ai fortunati che riescono a fuggire dalla gravissima, e dimenticata, guerra civile tra anglofoni e francofoni in Camerun. Si scopre così che per i richiedenti asilo camerunensi la probabilità di ottenere all’estero lo status rifugiato dipende più dalla porta alla quale bussano che dalle condizioni oggettive nelle quali si trovano. Facile, ad esempio, essere accolti in Svezia, molto più complicato in Giappone. Visto che Tokyo, in media, ogni anno accoglie non più di 20 richieste di asilo.

Sono due le ragioni che spiegano la profonda divergenza che a livello internazionale regna sull’interpretazione di chi risponde alla suddetta definizione.

La prima: molti governi, vista il vento anti-immigrazione che tira, aggravata dalla pandemia, giocano sui cavilli burocratici per rigettare e negare le domande d’asilo. Come fa, ad esempio, una donna fuggita di nascosto e senza documenti di identità, a dimostrare di essere stata abusata in patria perché appartenente a un determinata minoranza etnica? E, allo stesso tempo, come fanno i governi a smascherare chi si presenta come rifugiato ma tale non è?

La seconda: quando la Convenzione di Ginevra del 1951 fu firmata, il rifugiato era per lo più un soggetto vittima dello Stato in cui era nato. Dal quale doveva essere protetto. Oggi non è sempre così. Perché al netto di chi fugge dalla guerra (es. i siriani), sono emerse nuove categorie di potenziali rifugiati che mezzo secolo fa nessuno considerava come tali. Dai perseguitati per il loro orientamento sessuale a quelli che subiscono le gravi conseguenze dei cambiamenti climatici, fino ad arrivare alle vittime di violenze domestiche o private. Di questo universo mondo è, forse, ora di parlare. Ma nessuno dei big player internazionali ha la forza o la voglia, per le ragioni di cui sopra, di promuovere un new deal sui rifugiati che possa portare a un aggiornamento della Convenzione siglato ormai 70 anni fa. Un’occasione persa, tanto più che autorevoli esperti mondiali di diritto d’asilo hanno da tempo proposto soluzioni concrete per risolvere almeno una parte dei problemi fin qui esposti. Pensiamo, ad esempio, al Professor James C. Hathaway che nel 1997 ha presieduto una Commissione Onu di specialisti della materia che aveva teorizzato l’introduzione di una sorta di corridoi umanitari statali (non gestiti da enti privati) come soluzione al problema della condivisione fra la comunità internazionale degli oneri derivanti dalle emergenze profughi nel pieno rispetto dei diritti di questa speciale e vulnerabile categoria di immigrati forzati.

Per consultare le conclusioni alle quali giunse il panel di studiosi guidati da James C. Hathaway, basta digitare su internet Making International refugee law relevant again: a proposal for collectivized and solution-oriented protection. Il documento, considerato una pietra miliare degli asylum studies contemporanei, proponeva di introdurre a livello globale una netta distinzione tra i luoghi di identificazione dei richiedenti asilo da quelli di accoglienza di coloro cui venisse riconosciuto lo status di rifugiato. Era questa, a loro avviso, l’unica via per evitare che in caso di crisi umanitarie la responsabilità di assistere e proteggere profughi e sfollati, ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951, ricadesse esclusivamente sugli stati limitrofi.

Per capire di cosa parliamo, immaginiamo di applicare questa teoria nello spazio euro-mediterraneo che dalla Primavera Araba del 2011 è il luogo di transito di migliaia di richiedenti asilo e immigrati economici in fuga dall’Africa verso l’Europa. Una pressione migratoria senza precedenti che è gravata, per ragioni geografiche, sugli Stati UE di frontiera, Grecia e Italia in testa, chiamati a svolgere, al contempo, il doppio ruolo di paesi che identificano e accolgono i nuovi arrivati.

Problema che, invece, seguendo le indicazioni della Commissione Hathaway potrebbe essere risolto creando negli stati collaborativi dell’Africa del Nord e di quella subsahariana, sotto l’egida dell’UNHCR e dell’OIM, safety zone dove chiedere asilo senza rischiare la vita. In caso di esito negativo i richiedenti verrebbero rimpatriati nel paese di origine. Mentre, ecco il significato dei sopra citati corridoi umanitari statali, se il parere è positivo i rifugiati verrebbero redistribuiti tra una coalizione di Stati firmatari di un accordo internazionale che li obbliga ad accoglierli pro-quota. Sta qui il passaggio dall’emergenza a una politica ordinata e sicura per chi arriva e chi riceve.

La regolarizzazione non è stata un flop per gli evasori

Con i proclami non si governa l’immigrazione. Sembra questo il messaggio che emerge dai primi dati sulla regolarizzazione degli immigrati nel nostro paese iniziata lo scorso 1 giugno e che si concluderà il prossimo 15 luglio. Il provvedimento, incluso nel Decreto Rilancio Italia, era stato presentato come necessario per rispondere durante la pandemia alla mancanza di manodopera straniera stagionale nei campi e garantire il diritto alla salute e al lavoro legale degli immigrati irregolari soprattutto nel settore agricolo.

Tuttavia, ad oggi, delle circa 30 mila domande pervenute, la maggioranza riguarda colf e badanti. La più classica eterogenesi dei fini. La regolarizzazione avrebbe dovuto tutelare, nelle intenzioni dei proponenti, i più vulnerabili e assicurare in tempi stretti agli imprenditori agricoli l’indispensabile forza lavoro stagionale. Essa, invece, sembra aver fornito un assist ideale ai ceti sociali che calpestando le regole approfittano dei vantaggi dell’immigrazione. E’ di tutta evidenza, infatti, che le domande fin qui registrate di emersione del personale straniero addetto alla cura della casa e della persona siano arrivate da una parte dei ceti medi. Che forse intimoriti dai rischi sanitari derivanti dalla pandemia, hanno pensato bene di approfittare di questa occasione per regolarizzare rapporti di lavoro che nell’era pre-Covid 19 non avevano timore di tenere sommersi. Ma oggi lo scenario è cambiato. In caso di un secondo lockdown, ad esempio, non dovranno più affrontare il dilemma di tenersi in casa una colf/badante irregolare, con tutti i rischi del caso oppure mandarla via col timore di perdere i contatti.

Risolti i loro problemi, la regolarizzazione ha lasciato insoluti sul tappeto quelli per i quali era stata approvata. Una verità che non deve aver sorpreso i partner europei. Che fatta eccezione per il Portogallo hanno intrapreso strade alternative a quella italiana per risolvere le medesime questioni. Su scala comunitaria si è infatti cercato di superare l’impasse dapprima con la Comunicazione della Commissione Europea dello scorso 30 marzo che sollecitava gli Stati UE a garantire, attraverso i cosiddetti corridoi verdi, la libera circolazione dei lavoratori stranieri stagionali in settori strategici come quello agricolo. Mentre l’Italia dibatteva sul Sì o No alla regolarizzazione degli immigrati, in Europa si apriva una corsa per accaparrarsi i lavoratori dell’Est, soprattutto dalla Romania. Il nostro paese è rimasto ai margini di questa competizione, pur essendo storicamente la prima destinazione lavorativa dei rumeni. Il risultato è stato che decine di migliaia di immigrati dell’Est sono già tornati a lavorare nelle campagne di Austria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania e Gran Bretagna, Norvegia e Spagna grazie ai corridoi verdi basati sui princìpi dell’immigrazione circolare. L’Italia sta, invece, valutando se allargare le maglie della regolarizzazione, con la cocciuta speranza di vederla riuscire laddove ha sempre fallito.

Se si crede nello ius soli, basta con la propaganda

Le sardine per tornare a farsi sentire hanno scelto il più difficile dei cavalli di battaglia: lo ius soli. Tanto è vero che nella manifestazione di ieri a Roma, abbiamo assistito a una confusione tra la solidarietà a George Floyd, l’afroamericano ucciso a Minnepolis da un agente di polizia, e la richiesta, contro ogni discriminazione, di approvare in Italia lo ius soli puro. Dimenticando che a livello globale gli unici ad averlo adottato sono proprio gli Stati Uniti, teatro in queste ore di duri scontri razziali.

D’altra parte, il tema delle modalità di concessione della cittadinanza italiana agli immigrati è scottante e delicatissimo.

Scottante perché, come accaduto poche settimana fa con la regolarizzazione, rischia di rianimare il confronto fra lo schieramento del laissez-faire umanitario contro quello securitario a discapito del merito della questione.

Delicatissimo perché tocca un nervo scoperto della normativa vigente, in particolare laddove penalizza i figli nati in Italia da genitori stranieri.

Per capire, nel dettaglio, di cosa parliamo, occorre riavvolgere il nastro e ripassare cosa è accaduto nei mesi finali della legislatura precedente a quella in corso. All’epoca, dopo estenuanti dibattiti al calor bianco tra favorevoli e contrari allo ius soli, il Senato decise, era il 12 settembre 2017, di rimandare alle calende greche la questione. E sulla stessa linea sembra attestarsi il governo in carica. Un errore. Visto che per aggiornare la normativa vigente a favore degli under-18 stranieri, non serve riprendere dal cassetto la farraginosa e ideologica proposta naufragrata nel 2017 tra gli scranni del Parlamento. Ma, più semplicemente, approvare tre piccole modifiche alla legge n.91 del 1992 (“Nuove norme sulla cittadinanza”) attualmente in vigore.

La prima riguarda l’art.9 comma 1 lettera F che prevede la concessione della cittadinanza: allo straniero che risiede da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica. Questo significa, caso unico in Europa, che gli immigrati extra-UE possono richiedere lo status civitatis italiano solo dopo due lustri di regolare soggiorno nel nostro paese. Sarebbe consigliabile ridurli, ad esempio, a cinque come, peraltro, già previsto dal nostro ordinamento per i comunitari originari di un paese europeo.

La seconda concerne l’art.4 comma 2 che ai nati da genitori immigrati consente di diventare italiani al compimento del diciottesimo anno a condizione di aver vissuto ininterrottamente fino alla maggiore età sul territorio patrio. Con il risultato che può bastare una vacanza all’estero con gli amici o una visita ai nonni nel paese dei genitori, per far saltare tutto.

La terza ha a che fare con la necessità di eliminare ogni forma di possibile, arbitraria discrezionalità burocratica nelle relative procedure di concessione. Fino a oggi, infatti, le risposte positive o negative alle richieste di cittadinanza sono fin troppo legate al parere soggettivo dei funzionari di turno.

Si tratterebbe di un modello misto, West lo aveva definito ius temporis, che con le modifiche sopra descritte, sfruttando la norma del 1992, permetterebbe di superare l’accesa ma inconcludente discussione ius soli sì, ius soli no. Consentendo alla legislazione italiana di allinearsi, al riguardo, con quelle in vigore nelle principali nazioni europee.

La circolarità governerà i nuovi flussi di ingresso degli immigrati

C’è anche un capitolo dedicato agli ingressi per lavoro nel nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo che la Commissione Europea si accinge a presentare entro luglio. Il tema è assai delicato. Il sistema dei “flussi” da lavoro per immigrati economici (da non confondere con quelli per i rifugiati) fin qui utilizzato, infatti, non funziona.

Il caso italiano ne è la più eclatante prova. Subordinare l’ingresso alla stipulazione di un contratto tra un datore di lavoro che sta in Italia e un lavoratore stagionale che sta all’estero è un’ipocrisia che fa a pugni con il buon senso. E' semplicemente illogico pensare che un datore di lavoro che sta in Italia debba assumere con richiesta nominativa qualcuno/a che sta in un altro paese e che non ha mai conosciuto. Questo può funzionare esclusivamente nei confronti degli immigrati altamente qualificati come scienziati e ingegneri (che rappresentano un capitolo a sé delle politiche migratorie), ma non per manovali stagionali. Inoltre, poiché sono le imprese e le famiglie, non la burocrazia, che selezionano e pagano gli immigrati di cui abbisognano questo sistema, oltre a non funzionare fa anche danni. Perché pretende di fissare quote che la velocità del mercato rende sistematicamente obsolete. E allarma la pubblica opinione con l’annuncio dell’arrivo di nuovi “contingenti” di cui essa fatica a comprendere l’utilità e la necessità. Con l’ulteriore aggravante che mentre le istituzioni continuano a sfornare dichiarazioni contro l’immigrazione clandestina, la crescente domanda di lavoro viene, in grande parte, soddisfatta just in time solo grazie all’efficientissimo, onnipresente mercato della clandestinità.

Non sappiamo le soluzioni che la Commissione UE proporrà a tal proposito. Ciò che sembra certo, tuttavia, è che è arrivato il tempo di sperimentare strade alternative al sistema dei “flussi”, sia tra i Paesi europei sia tra questi ultimi e quelli extra-UE. Almeno per quanto riguarda l’ingresso di immigrati da impiegare in settori poco qualificati e scarsamente retribuiti. La parola chiave potrebbe essere: immigrazione circolare. Una ricetta che nel recente passato ha trovato il favore di autorevoli esperti e istituzioni internazionali, ma non quello dei policy maker.

Nel 2003, alla vigilia del più massiccio allargamento dell’UE a Est, l’economista tedesco Hans Werner-Sinn, Presidente dell’Institut for Economic Research, lanciò una proposta che fece storcere il naso a molti. Il noto esperto d’Oltrereno temeva (e la storia ha dato lui ragione) che i cittadini dei nuovi Stati membri, con standard economici e socio-assistenziali inferiori alla media UE, sarebbero stati attratti dai più generosi sistemi di Welfare dei partner occidentali. Col rischio di metterli sotto stress fino al punto da creare potenziali scontri tra i nuovi arrivati e le fasce più vulnerabili della popolazione autoctona.

Insomma, Hans-Werner aveva intuito il rischio di quello che mediaticamente è passato alla storia come il pericolo dell’idraulico polacco. Che in modo sia pur discriminatorio e grossolano ben descrive il sentimento di molti left behind dei Paesi occidentali europei che cominciavano a vedere negli immigrati dall’Europa dell’Est concorrenti sleali nel mercato del lavoro e in quello delle prestazioni socio-assistenziali statali. E’ stato proprio questo sentimento, sempre più rancoroso, a spingere ad esempio molti inglesi a dire Sì alla Brexit sperando di risolvere il problema alla radice, ristabilendo frontiere e controlli per ostacolare nuovi arrivi.

Per ovviare a queste non trascurabili controindicazioni, Hans Werner-Sinn propose, rimanendo inascoltato, due correttivi alla libera circolazione dei lavoratori dell’Est nello spazio comunitario. Il primo, limitare, quantomeno in una fase transitoria, ai nuovi arrivati negli Stati dell’Europa occidentale l’accesso ai benefici finanziati con la fiscalità generale, come il diritto alla casa. E, in generale, garantire loro, sulla base del principio di reciprocità, servizi di Welfare pari a quelli di cui beneficerebbe uno straniero nei loro paesi di origine.

Il secondo: investire su forme di immigrazione circolare atte a disincentivare i lavoratori stranieri dall’Est a stanziarsi permanentemente nei Paesi ospitanti.

Sulla stessa linea di Hans Werner-Sinn, ebbe modo di pronunciarsi nel 2005 la Global Commission on International Migration istituita dall’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Che nel suo rapporto finale insisteva proprio sul concetto di immigrazione circolare. E ribadiva a chiare lettere che il vecchio paradigma basato sull’insediamento permanente stava progressivamente cedendo il passo a forme di immigrazione temporanea e circolare e si concludeva incitando gli Stati e le organizzazioni internazionali ad orientarsi verso questo tipo di immigrazione.

Posizioni simili emersero dalla Commissione Europea che in risposta ad un invito fattole dal Consiglio europeo nel dicembre 2006, pubblicò una Comunicazione sulla migrazione circolare nella quale indicava come obiettivo strategico quello di massimizzare il rendimento complessivo della mobilità del lavoro, facendo in modo che l’immigrazione non si traducesse in permanenza improduttiva o in brain drain.

Entro luglio vedremo, forse, se la Commissione Europea tornerà sui suoi passi, stavolta però passando dalle parole ai fatti.

Sull’immigrazione l’Italia è ferma al passato

Colpisce ma non stupisce la sanatoria degli immigrati proposta dal decreto legge del governo. Infatti, nella consolidata, e senza rivali in Europa, storia delle regolarizzazioni degli stranieri illegali in Italia, quella che sta per entrare in vigore ha forse un primato senza precedenti. Perché, come ha fatto notare con un pizzico di perfidia l’ex-Ministro Roberto Maroni, è la prima sanatoria approvata da un esecutivo di sinistra ricorrendo a uno schema che è copia-carbone di quello adottato tempo addietro da una compagine di centro-destra. L’articolo 110-bis del decreto Rilancio, almeno dalla bozza che circola in queste ore, riprende, infatti, gli snodi essenziali della sanatoria approvata nel 2009 dal governo Berlusconi con il Decreto Legislativo 78/09 convertito nella legge 3 agosto 2009 n.102. L’unica differenza sostanziale è che quella odierna consente di sanare non solo gli immigrati illegali con un rapporto di lavoro sommerso, ma anche quelli che non hanno un’occupazione, rilasciando loro un permesso di soggiorno valido sei mesi. Tradotto: si concede di fatto agli immigrati illegali un permesso di soggiorno per ricerca di lavoro a cui a suo tempo aveva detto un energico No Giorgio Napolitano in fase di stesura della legge sull’immigrazione che con Livia Turco prende il suo nome. Ma se non trovano occupazione si autodenunceranno? Li rimpatrieremo?

Al netto di tutto ciò, l'ironia di Roberto Maroni aiuta finalmente a chiarire la verità. Sull’immigrazione, e in particolare sulle sanatorie, destra e sinistra pari sono. Confondono i vizi del mercato del lavoro sommerso italiano con i problemi di gestione degli immigrati. Il risultato ieri come oggi è un premio per gli imprenditori italiani e gli immigrati che non rispettano la legge a discapito di quelli, autoctoni e stranieri, che rispettano le regole. La sanatoria del governo Conte va esattamente in questa direzione. Alcune semplici osservazioni sulle cause e le conseguenza di questo provvedimento aiutano a capire il perché.

Partiamo dal fatto che la regolarizzazione degli immigrati in questo caso è stata giustificata dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di manodopera, soprattutto nel settore agricolo.

Sul primo punto ricordiamo che ai sensi dell’articolo 35 della legge Turco-Napolitano del 1998 (e successive modifiche), l’ordinamento italiano riconosce e garantisce agli immigrati irregolari, senza oneri a carico dei richiedenti, il diritto all’accesso alle cure. In particolare: la tutela della gravidanza e della maternità, la tutela della salute dei minori, le vaccinazioni nell’ambito di interventi di prevenzione collettiva, gli interventi di profilassi internazionali, la profilassi e la cura delle malattie infettive. L’accesso alle strutture sanitarie di uno straniero irregolare non comporta la segnalazione alle autorità di polizia salvo i casi di obbligatorietà di referto. Sulla base di questa normativa un immigrato illegale affetto da Covid-19 può chiedere e ricevere assistenza sanitaria senza rischiare alcuna controindicazione penale in ragione del suo status di fuori legge.

Sul secondo punto sappiamo dalle associazioni di settore che a causa dell’emergenza sanitaria nelle campagne italiane mancano in queste settimane circa 200 mila stagionali stranieri. Servono adesso, non domani. Il rischio è di mandare al macero i raccolti. Ma la sanatoria del governo Conte regolarizzerà soltanto una manciata di migliaia di immigrati irregolari che tenendo conto delle lungaggini burocratiche otterranno il nuovo status non prima della fine dell’estate.

Viene da chiedersi, allora, perché su questo fronte l’Italia, come peraltro chiedono le principali associazioni di categoria, non abbia seguito il resto d’Europa. Lo abbiamo già scritto in queste colonne, ma è forse il caso di ribadirlo. Decine di migliaia di immigrati dell’Est sono già tornati a lavorare nelle campagne di Francia, Germania e Gran Bretagna (a breve anche di Austria, Danimarca, Finlandia, Norvegia e Spagna) grazie ad accordi bilaterali basati sui princìpi dell’immigrazione circolare West si è occupato lo scorso 7 maggio.
L’immigrazione circolare, infatti, si basa su uno schema, semplice, flessibile e pragmatico, che aiuta a prevenire le controindicazioni delle sanatorie all’italiana. Con l’adozione di questo meccanismo circolare, il mismatch ufficiale tra domanda e offerta di manodopera nei mercati nazionali viene colmato dall’intervento della Stato di destinazione che agli interessati garantisce il rilascio di un tot di permessi di soggiorno temporanei per lavoro, con tanto di visto di reingresso pluriennale per gli immigrati che a conclusione dei raccolti garantiscono il loro rientro nel Paese di origine. È una soluzione win-win. Perché in linea generale soddisfa i bisogni: degli stagionali immigrati che a causa del lockdown rischiavano di rimanere disoccupati e bloccati in casa oppure di spingersi, pur di sopravvivere, a muoversi illegalmente alla ricerca di occupazioni sommerse e sotto retribuite;
degli imprenditori che anche quest’anno possono contare sul rapporto fiduciario pluerinnale con i loro dipendenti stranieri, senza peraltro rischiare di mandare al macero i raccolti; degli Stati di origine e destinazione che grazie all’immigrazione circolare possono almeno ridurre il danno della crisi economica dopo quella sanitaria.

Ma allora perché continuiamo a preferire la sanatoria all’immigrazione circolare? La verità è che su questo tema in Italia si preferisce il passato al futuro. La nostra ennesima sanatoria rischia soltanto di esacerbare lo scontro sociale fra onesti e disonesti, siano essi italiani o stranieri. Senza contare i mal di pancia dell’opinione pubblica che di fronte a una gigantesca crisi economica senza precedenti, è meno disposta a concedere indulgenze a chi viola la legge.