Salvini vinta la battaglia rischia di perdere la guerra

Sull’immigrazione Matteo Salvini ha vinto la battaglia. Ma rischia di perdere la guerra. Perché al crollo degli sbarchi del 2018 (la sua vittoria) potrebbe corrispondere un 2019 da record per numero di morti nel Mediterraneo (la sua potenziale sconfitta). Le immagini di cadaveri, bimbi inclusi, galleggianti, come quelle dell’ultimo weekend, non sono alla lunga accettabili. Neanche, ne siamo sicurissimi, dal più fedele sostenitore del Ministro degli Interni.

A questo punto non basta più stare fermi. E ripetere: porti chiusi, è colpa dei trafficanti, anzi delle Ong, forse di Malta, della Libia o di Bruxelles. Perché la storia insegna che la politica di Brenno, vae victis (guai ai vinti), rischia di essere un pericoloso boomerang per il responsabile del Viminale. Ci sono momenti in cui la politica richiede fantasia. Facendo quella che potrebbe essere definita la mossa del cavallo. Nella zona Search and rescue (Sar) libica, se Tripoli viene meno ai suoi obblighi, abbiamo il dovere di intervenire e salvare gli immigrati in balìa del mare. Ma, per evitare che l’onere di accoglierli ricada solo su di noi, qui la novità, potremmo chiedere di trasbordarli nelle navi dell’Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne (Frontex). Dove, sotto la supervisione del personale UNHCR, avviare le operazioni di riconoscimento, distinguendo gli immigrati economici (da rimpatriare nei centri Onu in Libia) e i richiedenti asilo da ridistribuire tra una coalizione di Stati volenterosi (Merkel dixit) disposti, pro quota, a farsene carico. Si potrebbe così europeizzare l’emergenza immigrazione senza giocare sulla vita degli immigrati.

Insomma, se proprio dobbiamo violare, come abbiamo fatto, norme e consuetudini globali (porti chiusi, salvataggi in mare etc.) meglio farlo per sperimentare innovative soluzioni a un problema che è sempre più strutturale, non emergenziale. Dando, così, un colpo di frusta alla comunità internazionale che su questo tema nicchia. Fingendo di non vedere che, al netto delle divergenti posizioni politiche, il sistema di gestione dei rifugiati nato con la Convenzione di Ginevra del 1951 ha fatto, almeno in parte, il suo corso. Soprattutto perché, lo aveva segnalato per primo nel 1997 il massimo esperto mondiale in materia Prof. James C. Hathaway, non prevede quello che oggi in una puntuale intervista l’Alto Commissario Onu per rifugiati Filippo Grandi ha definito meccanismo di sbarchi condiviso. Ovvero un modo per distinguere il luogo dello screening da quello in cui accogliere chi ne ha diritto.

Che poi, a dirla tutta, non sarebbe neanche una novità assoluta. Visto che nel 1979 l’allora segretario generale delle Nazioni Unite Kurt Walheim, per risolvere l’emergenza boat people in fuga dal Vietnam, convocò una conferenza internazionale. Cui aderirono 65 governi. L’iniziativa consentì di evitare che la crisi precipitasse sulla base di un do ut des: asilo temporaneo nella regione, in cambio di un reinsediamento permanente nei paesi terzi. In buona sostanza, con quello che era di fatto un accordo tripartito fra i paesi d’origine, quelli di primo asilo e quelli di reinsediamento, gli stati dell’Asean (Filippine, Indonesia, Malesia, Singapore e Thailandia) si impegnarono a continuare a concedere l’asilo temporaneo, a condizione, però, che il Vietnam si impegnasse a frenare le partenze illegali e a promuovere quelle organizzate dall’Onu. E che, in parallelo, i paesi terzi accelerassero il ritmo del reinsediamento. Salvo alcune eccezioni, cessò il respingimento delle imbarcazioni in mare. I reinsediamenti nei paesi terzi, che nel primo semestre del 1979 erano stati circa 9 mila al mese, passarono, nella seconda metà dell’anno, a circa 25mila al mese. Fra il luglio 1979 e il luglio 1982, oltre 20 paesi – in testa Stati Uniti, l’Australia, la Francia e il Canada – assorbirono 623.800 rifugiati indocinesi. Si può fare.

L’immigrazione non è come la pioggia: può essere governata

Alessandro Marrone è ricercatore esperto di Difesa e Sicurezza all’Istituto Affari Internazionali (IAI) di Roma. Lo abbiamo intervistato sull’attualità dell’immigrazione nel Mediterraneo.

1) Che nel 2018 gli sbarchi nelle nostre coste siano diminuiti è un dato oggettivo. Ma nell'articolo pubblicato lo scorso 5 gennaio dall'Istituto Affari Internazionali, lei arriva a conclusioni che hanno il sapore dell'Uovo di Colombo. Puoi spiegare il perché ai nostri lettori?

Gli sbarchi hanno iniziato a calare da luglio 2017 quando il ministro degli Interni Minniti ha ridotto le attività di soccorso in mare italiane e limitato quelle delle ONG, stringendo inoltre accordi con gli interlocutori libici per filtrare i flussi migratori. Un calo che si è ulteriormente accentuato con le decisioni del nuovo inquilino del Viminale Matteo Salvini di chiudere i porti italiani a tutte le navi delle ONG che prestassero soccorso in mare ai migranti. Bene. Visto che negli ultimi 18 mesi non si sono arrestate tutte quelle che vengono indicate come le fondamentali cause dell'immigrazione via Italia verso l'Europa (conflitti, persecuzioni, povertà, cambiamento climatico etc.), la variabile decisiva che è cambiata drasticamente è stata la gestione dei confini italiani da parte dello stato. Ed è stata sufficiente a ridurre gli sbarchi nel 2018 del 86% rispetto al 2016, e del 80% rispetto al 2017.

2) Visti i dati di cui sopra, è possibile sostenere che la strategia del Ministro degli Interni Salvini è vincente. Ma da vincitore non faceva bene a spiazzare tutti con un atto di clemenza aprendo i nostri porti ai 49 immigrati che ormai da due settimane navigavano nel Mediterraneo a bordo dell'imbarcazione della Ong Sea Watch?

Al di là della decisione specifica sulla Sea Watch, la strategia di Minniti e poi, soprattutto, quella  di Salvini sono state vincenti anche perché hanno riaffermato il principio in base al quale la decisione di ammettere o meno sul territorio nazionale un cittadino extra-UE, è di competenza assoluta dello Stato. Non delle ONG, di privati cittadini, dell'ONU o degli enti locali. Spetta all'autorità politica nazionale eletta dai cittadini. Finché questo principio è riaffermato resistendo alle pressioni esterne e interne, la strategia rimarrà vincente nel ridurre gli sbarchi.

3) Tempo fa, intervistato dal nostro giornale, Il Prof. Giovanni Orsina, ha segnalato che ci sono forze e persino governi che usano strumenti e norme della civiltà occidentale (es. obbligo di salvataggio in mare di chiunque sia in pericolo di vita) contro lo stesso Occidente. Qual è la sua opinione?

L'Occidente come civiltà basata su determinati valori, una propria storia ed evoluzione sociale, per natura è tollerante, pluralista, democratica, liberale, rispettosa della diversità di idee e opinioni. Questa è la sua grande forza. Ma così corre anche il rischio di consentire una strumentalizzazione delle sue libertà alle forze contrarie ai valori occidentali che così tendono a far valere le loro ragioni. Sì tratta di un delicato equilibrio tra apertura al nuovo/diverso e protezione dei fondamenti della civiltà occidentale, che ogni generazione ha la responsabilità di gestire.

Triste promemoria di fine anno sull’immigrazione

2018 annus horribilis per l’immigrazione in Europa. Gli sbarchi, ci dice Frontex, sono calati a 140 mila (rispetto al 2017 -30% nell’UE e -80% in Italia) ma la politica del Vecchio Continente si è spaccata come non mai sui nuovi arrivati. Una babele sintetizzata da due post-it che l’anno quasi alle spalle lascia a sua futura memoria.

Il primo: l’Unione Europea procede a vista e in ordine sparso. A ogni sfida risponde con 28 voci anziché una sola. Clamoroso, a riguardo, il caso dell’Austria presidente di turno del Consiglio europeo in quest’ultimo semestre del 2018. Che a pochi giorni dalla scadenza del suo mandato ha pensato bene ieri, dopo aver nicchiato per mesi e mesi, di provare, in una missione solitaria e fallimentare, a trovare soluzioni anti-immigrazione clandestina con l’Egitto. Che, fiutata la debolezza del suo interlocutore, ha fatto spallucce.

Stessa musica, anzi peggio, se pensiamo al ruolo dell’UE nei negoziati per un patto globale sulle migrazioni che l’Onu ha promosso con lo scopo di dare una risposta corale della comunità internazionale ai problemi dell’immigrazione. Al momento della ratifica, a Marrakech, lo scorso 10 dicembre, 18 Stati europei hanno detto sì, 10 (Austria, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Italia, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Ungheria) non erano neanche presenti al tavolo. Ma, a prescindere dal merito, se è vero che siamo un’Unione, non bastava mandare un unico rappresentante? Immaginate il caos che i 50 Stati USA creerebbero se seguissero il nostro modus operandi. Dal Texas al Maine se ognuno dicesse la sua, non si arriverebbe mai a conoscere la posizione americana.

Il secondo: sul campo di battaglia dell’immigrazione, è caduta persino l’ultima leader europeista di peso, Angela Merkel. Perché ha pagato a carissimo prezzo le scelte prese nel 2015. Quando, in piena crisi migratoria (oltre un milione di arrivi in Europa), di fronte alle immagini del piccolo siriano Aylan restituito dalle onde cadavere sulle spiagge turche di Bodrum, fu l’unica a rompere l’inerzia generale dei partner europei. Segnando un confine chiaro tra emergenza umanitaria ed emergenza immigrazione. Separando in maniera netta l’obbligo di accogliere i profughi che scappano da guerre (“c’è posto per tutti” dichiarò la cancelliera) e la necessità di rimpatriare gli immigrati illegali in cerca di una nuova vita. Dopo la decisione di spalancare le porte della Germania ai rifugiati, Merkel è stata vittima, in primis, del fuoco amico del suo partito. Impersonato, da ultimo, dal Ministero dell’Interno Horst Seehofer. Che preoccupato dall’avanzata dell’estrema destra anti-immigrati nella sua Baviera, ha, di fatto, costretto la cancelliera a tornare, almeno in parte, sui suoi passi. Correggendo, in chiave più restrittiva, il suo aperturismo. Ma, siccome, in politica, come nella vita, incertezze e cincischiamenti non pagano, il risultato è stato che Angela Merkel, per evitare una crisi di governo, ha ceduto la leadership della Cdu ad Annegret Kramp-Karrenbauer e, soprattutto, ha garantito che non si presenterà alle prossime elezioni politiche.

Questo il passato, e il futuro? Le cose potrebbero andare anche peggio. Non solo perché a marzo esploderà il caso Brexit ed un eventuale no deal apre scenari infausti. Ma anche in ragione del fatto che le elezioni europee del prossimo maggio, comunque andranno, sono destinate ad esacerbare il clima dell’ognuno per sé, dio per tutti che regna nel Vecchio Continente.

Si dice clandestini per punire i regolari

Sull’immigrazione l’Italia rischia di scivolare dalla politica del rigore (premiare i regolari, penalizzare gli irregolari) a quella della caccia allo straniero tout court. Perché la battaglia ai clandestini (gli sbarchi sono crollati dell’80% rispetto al 2017) sembra estendersi adesso, senza soluzione di continuità, anche agli immigrati legali. Come confermano due recenti decisioni del Comune di Lodi e dell’esecutivo nazionale.

Il primo è stato condannato, giovedì scorso, dal Tribunale di Milano per aver discriminato i bambini stranieri che chiedevano l’iscrizione al servizio agevolato di bus e mensa nelle scuole della città. Perché secondo un regolamento approvato pochi mesi fa, da loro, a differenza dei coetanei autoctoni, si pretendeva, oltre alla presentazione del modulo ISEE che attesta il reddito del nucleo familiare, anche, qui la discriminazione, una certificazione del paese di origine (difficilissima da ottenere) sull’assenza di proprietà immobiliari. Insomma due pesi e due misure. A parità di condizioni socio-economiche, per ottenere la medesima prestazione, infatti, ai piccoli italiani doc si chiedeva un certificato, a quelli stranieri due. Di qui la sentenza dei giudici milanesi che obbliga il comune lombardo a modificare il suddetto regolamento che viola leggi del nostro Stato.

Il secondo nel decreto fiscale ha pensato bene, per coprire gli sgravi sulle sigarette elettroniche, di infilare una tassa dell’1,5% sulle rimesse (pari a circa €5 miliardi nel 2017) che i lavoratori non comunitari in Italia inviano ai paesi d’origine. La misura, che porterà alle casse dello Stato al massimo una sessantina di milioni di euro, danneggia materialmente e moralmente gli stranieri che vivono e lavorano legalmente nel nostro paese.

Materialmente perché impone loro una nuova imposta che non ha una contropartita in termini di prestazioni e servizi pubblici. E che, è facile immaginare, li spingerà, per inviare i risparmi a casa, ad affidarsi al mercato nero.

Moralmente in ragione del fatto che un siffatto provvedimento punitivo ad hoc li fa sentire esclusi, o comunque con un tesserino di serie B, da quella comunità, la nostra, alla quale danno quotidianamente il loro contributo.

Con un risultato che francamente lascia disorientati. Perché, classico caso di eterogenesi dei fini, per colpire i clandestini, si fa di tutti gli immigrati, un unico fascio.

Perché tra i gilet gialli non ci sono gli immigrati?

Come mai tra i gilet gialli che ogni sabato, da un mese, mettono a ferro e fuoco Parigi non ci sono gli immigrati?

I volti delle migliaia di impauriti e impoveriti dalla globalizzazione che riversano il loro odio nella ville Lumiere, sono solo bianchi. Mentre mancano quelli degli oltre otto milioni di origine straniera che vivono accanto a loro. E dire che molti di questi corrisponderebbero, almeno in parte, all’identikit che i gilet gialli danno di loro stessi. Tanto è vero che vivono in quartieri esclusi dal benessere del centro città, con tassi di disoccupazione del 50% (contro una media nazionale del 10%), pessimi mezzi e servizi pubblici e livelli di frustrazione pari se non superiori a quelli del popolo che fa tremare Macron. Un silenzio assordante. Specie se si tiene conto che da quelle parti gli immigrati delle periferie sanno benissimo come far sentire la propria voce. Nell’ottobre del 2005, solo per fare un esempio, le tre settimane di violentissime sommosse (due morti, centinaia di feriti, migliaia di auto incendiate) nei sobborghi di mezza Francia costrinsero l’allora presidente Nicolas Sarkozy a dichiarare lo stato di emergenza nazionale.

Perché, allora, questo esercito di emarginati e scontenti di origine straniera non fa pendant con quello degli autoctoni, bianchi?

Di qui la necessità di riflettere su questa nuova fase del populismo moderno che non include il popolo degli immigrati. Sarà, forse, perché il populismo, che impregna e unisce i rivoluzionari con le giacchette gialle, è per definizione nazionalista e, dunque, fatica a includere nel concetto di popolo da difendere gli stranieri che sono quelli da cui difendersi?

Swissexit peggio di Brexit

Dopo Brexit arriva anche Swissexit. E la Svizzera, dopo la Gran Bretagna potrebbe decidere di uscire. Ma non dall’Unione Europea, di cui non fa parte, ma addirittura dalla Comunità Internazionale.

È questa la decisione sulla quale domenica prossima gli elettori svizzeri sono chiamati a dire Sì o No. Il quesito referendario, voluto dalla destra populista dell’Unione Democratica di Centro (UDC), chiederà, infatti, loro di esprimersi a favore o contro l’autodeterminazione della Svizzera e la supremazia della costituzione federale sui trattati internazionali. Se la Swissexit, come auspica l’UDC, dovesse ottenere la maggioranza, qualsiasi accordo siglato con altri Stati (UE inclusa) rischierebbe di essere modificato, o addirittura annullato, se giudicato contrario alla volontà referendaria.

Insomma. In caso di vittoria del Sì anche la Svizzera, come la perfida Albione, si avvierebbe verso un isolamento, quanto splendido è tutto da vedere. Non sarà semplice rifarsi una vita solitaria e sovranista, per questo paese super globalizzato che deve il suo formidabile stato di benessere economico agli enormi depositi e investimenti finanziari che con le sue banche attira da mezzo mondo.

Gli ultimi sondaggi danno in netto vantaggio i No. Ma, a prescindere da come vada a finire domenica, per gli estremisti dell’UDC, che già in passato sono riusciti a ostacolare con una proposta referendaria l’ingresso di Berna nell’UE, sarà comunque un successo. Non foss'altro perché hanno catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale, e non solo su un problema inesistente. Ovvero l’’indipendenza e la sovranità di un paese che, oltre alle ottime performance economiche, grazie anche alla sua storica neutralità (dal 1674 ha rinunciato alla guerra) vanta ottimi rapporti politici e diplomatici globali. Come conferma, solo per fare un esempio, il fatto che la stragrande maggioranza delle più importanti Convenzioni internazionali, su qualsiasi materia, sono state firmate, ieri, come oggi, in Svizzera.

I rifugiati cambiano, le norme sull’asilo no

Si può negare il diritto d’asilo agli immigrati illegali? La risposta la lasciamo ai giuristi. La domanda è, però, utile ad affrontare un tema (la definizione del concetto di rifugiato) che da una parte all’altra dell’Atlantico divide la politica. In questi giorni è toccato a quella americana. Perché Donald Trump ha appena firmato un discutibile decreto esecutivo (ideato dall’ormai ex Ministro della Giustizia Sessions che il Presidente ha da poco silurato) che vieta la possibilità di chiedere lo status di rifugiato agli immigrati che entrano illegalmente negli Stati Uniti. E’ questa, forse, la risposta preventiva della Casa Bianca alla carovana di 5 mila centroamericani, in queste ore in marcia verso gli Stati Uniti. Con l’obiettivo di chiedere asilo perché in fuga da violenze e soprusi di spietate gang criminali che nei loro paesi di origine (El Salvador, Guatemala e Nicaragua) fanno il bello e il cattivo tempo.

Secondo Trump sono immigrati economici intenzionati ad abusare del diritto asilo per ottenere il via libero all’ingresso che altrimenti sarebbe loro negato. Di diverso avviso gli oppositori del Presidente. Convinti, invece, che dal Centro-America arrivano categorie super vulnerabili che meritano la massima protezione umanitaria.

In questo scontro sulla interpretazione restrittiva o estensiva del concetto di rifugiato, nessuna delle due fazioni, a ben vedere, sembra avere torto. Per capire il perché partiamo dall’art.1 della Convenzione di Ginevra del 1951. Che considera rifugiato chiunque nel paese di origine sia perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o politico.

Nessuno degli immigrati centroamericani in cammino verso gli USA sembra rientrare, e qui Trump ha ragione, nelle categorie di perseguitati elencate nella Convenzione di Ginevra. Che, infatti, è stata pensata per tutelare sostanzialmente cittadini vittime di vessazioni da parte dello Stato di appartenenza. Mentre chi fugge oggi dall’America Centrale subisce forme di violenza gravissima esercitata però non da attori pubblici (lo Stato) ma privati (le gang criminali).

E, tuttavia, non hanno neanche torto gli oppositori di Trump che vedono tra i componenti della carovana di latinos, soggetti fragili da tutelare, non assimilabili alla tradizionale figura dell’immigrato economico.

La verità, che nessuna parte in campo è interessata ad affrontare, è che la Convenzione di Ginevra del 1951 ha fatto il suo corso. Quando è stata firmata il rifugiato era per lo più un soggetto vittima dello Stato in cui era nato. Dal quale doveva essere protetto. Oggi non è più così. Perché al netto di chi fugge dalla guerra (es. i siriani), sono emerse nuove categorie di potenziali rifugiati che mezzo secolo fa nessuno considerava come tali. Dai perseguitati per il loro orientamento sessuale a quelli che subiscono le gravi conseguenze dei cambiamenti climatici, fino ad arrivare alle vittime di violenze domestiche o private. Di questo universo mondo è, forse, ora di parlare.

Sull’immigrazione l’UE chiede aiuto all’Albania

L’Albania conquista un posto speciale tra i paesi extra-UE chiamati a frenare chi emigra verso l’Europa. Visto che il recente accordo anti-immigrazione irregolare tra Tirana e Bruxelles, anche se non è l’unico di questo tipo (si pensi ad esempio a quello con Ankara del 2016), è il primo che consente a Frontex (Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne) di operare in uno Stato (Albania) che non fa parte dell’UE. Perché è geograficamente cruciale per bloccare i migranti che attraverso il corridoio balcanico cercano di arrivare nel Vecchio Continente.

A convincere la Repubblica di Albania a cedere persino parte della propria sovranità territoriale non è stato soltanto il dio denaro, che pure non manca in questa partita. Ma il suo sogno, espresso con una richiesta formale del 2009, di entrare nel club dei 28. Che, però, vista l’aria euroscettica e nazional-populista che tira, difficilmente riuscirà, almeno nel breve periodo, a soddisfare le aspettative del “paese delle aquile”.

Ma se dopo questo accordo Tirana rischia di piangere, Bruxelles ha poco da ridere. La strategia di subappaltare ai partner extra-UE quello che noi non sappiamo fare da soli, mostrerà i suoi limiti. In politica, come nella vita, i nodi arrivano al pettine. Presto o tardi saremo costretti a prendere atto che di fronte alla globalizzazione dell’immigrazione, se l’Europa continua a essere divisa e priva di una politica migratoria comune, nemmeno il più fedele dei vicini potrai salvarci.

Per capire le ragioni di questo scetticismo è, forse, il caso di ricordare che mentre l’Albania ha detto SI a Frontex, molti stati europei hanno detto NI o addirittura un secco NO. Tanto è vero che le truppe di Frontex non solo operano in pochi paesi europei, ma sono numericamente irrisorie rispetto alle reali esigenze del momento. Ma se sull’immigrazione i 28 sono così attaccati alle competenze nazionali, viene da chiedersi retoricamente che senso ha investire su una costosissima recinzione comune sorvegliata da terzi a difesa di una fortezza su cui pochi o nessuno sembrano ancora credere.

Anche il Giappone si divide sull’immigrazione

Che siano troppi o troppo pochi, gli immigrati non smettono di far discutere. Ieri è toccato al Giappone. Dove, a differenza dell’Europa, nonostante il bassissimo tasso di natalità, gli stranieri sono, per scelta politica, merce rara e selezionatissima. Solo l’1,6% dei 127 milioni giapponesi ha origini immigrate. Numeri da sogno per molti partiti. Ma da incubo per gli imprenditori del Sol Levante affamati di manodopera a basso costo.

Ed è proprio per sanare questo mismatch sull’immigrazione tra gli interessi della politica (porte chiuse) e quelli dell’economia (porte aperte) che ieri il Primo Ministro Shinzo Abe ha fatto sapere di essere favorevole ad un nuovo corso. Che consenta non solo di aumentare le quote di ingresso annuali previste per gli immigrati. Ma, e qui la questione sarebbe per il Giappone una mezza rivoluzione, di agevolare i ricongiungimenti familiari (oggi rarissimi se non inesistenti) introducendo la possibilità per i lavoratori stranieri, attualmente obbligati a lasciare il paese alla scadenza del permesso di lavoro, di trasformare il loro titolo di soggiorno da temporaneo in permanente.

Inutile dire che l’annuncio del Premier giapponese, nonostante la prudenza con cui ha accuratamente evitato persino di usare il termine immigrazione, ha scatenato un putiferio sui media e suscitato le critiche di mezzo Parlamento. Molti membri del quale non se la sentono di esprimere, entro la prossima primavera, i loro sì o no alla modifica delle norme attualmente in vigore.

Per il governo, dunque, la strada si presenta in salita. Va ricordato, infatti che esso deve fare i conti, tra molti altri e non piccoli problemi, con il fatto che per il Giappone l’omogeneità etnica ed rispetto religioso di millenarie tradizioni sono parte costitutiva della sua identità culturale. Che non a caso, pur di fronte ad una serissima crisi demografica ed all’invecchiamento record della sua popolazione (gli over 65 sono il 30%), ha imposto di tenere ermeticamente chiuse le frontiere agli stranieri. Compresi i rifugiati. Visto che su 10 mila domande di asilo presentate nel 2016 ne sono state accolte solo 28.

Qualunque siano le sorti del “pacchetto Abe”, il Giappone si conferma un formidabile caso di scuola per gli studiosi dei fenomeni migratori internazionali. Che dovrebbero spiegare perché l'esperienza giapponese smentisce, almeno fino a oggi, la tesi, condivisa dai più, che vede nella demografia e nell'economia determinanti causali dell'immigrazione.  Forse perché in questa materia 2+2 non fa sempre 4.

Sui rifugiati l’Onu cambia strategia

È guidata da un italiano la silenziosa ma clamorosa rivoluzione del sistema globale di accoglienza dei rifugiati. Filippo Grandi, Alto Commissario UNHCR, ha infatti rotto gli indugi mercoledì 31 ottobre proponendo un patto internazionale sugli sfollati (che l’Assemblea ONU sarà chiamata a votare il prossimo dicembre). Motivandolo con argomenti da cui chi l’aveva preceduto nello stesso difficile incarico si era accuratamente tenuto alla larga.

Il primo: riconoscere che il modello assistenzialista della Convenzione di Ginevra del 1951, che ancora oggi detta tempi e modi della gestione dei rifugiati, ha fatto il suo tempo. Perché mentre a livello globale aumentano a dismisura quelli che lasciano casa per ragioni umanitarie (68,5 milioni nel 2017), diminuiscono drasticamente i fondi che i governi sono disposti a sborsare per accoglierli e mantenerli. Soprattutto nei paesi in via di sviluppo che ospitano l’85% dei rifugiati nel mondo. Quello del livello delle risorse, però, non è l'unico problema. Visto che anche quando i fondi ci sono finiscono dispersi e sprecati. A causa, soprattutto, di una catena di comando che per la sua burocrazia è utile più ai soccorritori che ai soccorsi. Prendiamo, ad esempio, il caso di USAID. Il maggiore donatore al mondo di beni alimentari per il World Food Pro­gramme. Tra il 2011 e il 2014, per trasportare le proprie derrate alimentari ha speso una media annua di 70 milioni di dollari. Cifra altissima dovuta al fatto che il gigante americano del volontariato affida, per interessi nazionali, le proprie consegne solo a cargo statunitensi. Uno spreco che potrebbe essere azzerato investendo su nuovi strumenti d’aiuto ai rifugiati. Come ad esempio utilizzare un semplice ed economico smartphone per accreditare con click la cifra equivalente al valore dei beni che oggi arrivano loro dopo mille, costose lungaggini.

Il secondo: riorganizzare il sistema degli interventi basandolo su un cambio di prospettiva della figura del rifugiato. Abbandonando lo stereotipo che lo vuole un mantenuto assistito per trasformarlo in un agente dello sviluppo. Come lavoratore-consumatore del paese che lo ospita. Di qui l’appello di Filippo Grandi a istituzionalizzare il coinvolgimento del settore privato nel sistema di gestione dei rifugiati nel mondo. Niente donazioni, né altre forme di filantropia. Alle imprese si chiede di fare quello per cui sono nate: business. Anche con i rifugiati. Investendo sulla loro formazione e professionalizzazione. Per sfruttarne, con l’ausilio delle nuove tecnologie della comunicazione, know-how, attitudine e competenze specifiche, secondo le leggi, non dello stato ma del mercato. D’altronde se è vero, come confermano i dati ONU, che la stragrande maggioranza dei nuovi arrivati, rifiuta di tornare a casa anche quando la crisi nel loro paese si è conclusa, non è, forse, più vantaggioso, per noi e per loro, impiegarli anziché assisterli vita natural durante?

Ai più scettici segnaliamo che la proposta avanzata dall’Alto Commissario UNHCR è basata su una lunga serie di buone pratiche registrate nei campi profughi di Africa e Medio Oriente fino ad arrivare in Europa. Dove, ad esempio, Manpower, big delle agenzie interinali globali, in collaborazione con i centri per l’impiego tedeschi ha trovato occupazione (non lavori socialmente utili) a oltre 2.500 rifugiati.