I cervelli ritornano, ma a casa di mamma

Sul ritorno in patria causa pandemia dei cervelli italiani “fuggiti” all’estero, c’è poco da festeggiare e molto da riflettere. Infatti, dietro il picco (+20%) di nostri giovani fra i 18 e i 34 anni che nel 2020 sono rientrati in Italia, si celano tre grandi ombre nascoste dall’inspiegabile entusiasmo con il quale i più autorevoli quotidiani nazionali (e non) hanno accolto la notizia.

La prima riguarda coloro che sono rientrati perché hanno perso il lavoro. Conclusa la pandemia è facile immaginare che almeno una parte di essi, non avrà la capacità psichica ed economica per ricominciare da zero all’estero. I nuovi rimpatriati si aggiungeranno al già vasto bacino di loro coetanei disoccupati che vivono e/o sopravvivono in Italia grazie a quella formidabile riserva di Welfare familiare (stipendio dei genitori, pensione dei nonni) che primo o poi si esaurirà.

La seconda concerne i più fortunati che incentivati dal telelavoro hanno preferito passare i lockdown in patria tra il calore di amici, parenti e del clima mite del Bel Paese. Le previsioni sulle loro scelte future post pandemia sembrano altrettanto scontate: torneranno all’estero. Per la semplice ragione che la pandemia non ha cancellato, ma semmai accentuato, quelle carenze strutturali del mercato del lavoro italiano che li avevano spinti ad andare oltre confine. Insomma, è vero che grazie alle nuove tecnologie delle comunicazioni le occupazioni altamente qualificate possono essere svolte da ogni angolo del globo. Ma è altrettanto innegabile, come ha di recente notato Richard Florida, che finita la sessione su Zoom o su Meet, l’esercito cosmopolita dei the best and brightest continuerà a domandare servizi e infrastrutture avanzate che solo le regioni e le smart cities globali offrono loro.

Morale della favola, e qui arriviamo alla terza ombra. Anche sul tema dei cervelli in fuga la pandemia rischia di rappresentare la cartina al tornasole dei vizi del Bel Paese. Concentrati ad esultare per il ritorno dei nostri amatissimi talenti, continuiamo a non interrogarci sul perché non riusciamo, invece, ad attirare quelli altrui.

Il punto, come aveva notato oltre un ventennio fa Amartya Sen, sta proprio qui. Nel mondo globale, infatti, la competizione che più conta riguarda il livello e la qualità delle condizioni che i diversi territori sono in grado di offrire ai singoli. E’ questo il nuovo, potente magnete che orienta la decisione di partire o restare di coloro che hanno più doti e capacità di altri. A prescindere dal paese di origine, i cervelli sono e saranno sempre in movimento, per nostra fortuna.

Il diritto all’asilo si salva riformando Ginevra

In questo tragico 2020 oltre al Covid-19 sono sfuggite di mano alla comunità internazionale anche le emergenze umanitarie. Lo storico boom di rifugiati, più di 80 milioni nel mondo, ha evidenziato negli ultimi dodici mesi le sempre più vistose crepe della governance globale del diritto d’asilo incentrata sulla Convenzione di Ginevra del 1951. Soprattutto su due fronti.

Il primo riguarda il fatto che, come ha di recente segnalato David Frum dalle colonne dell’autorevole magazine statunitense The Atlantic, i potenziali rifugiati del XXI secolo coincidono solo in parte con quelli tutelati in base alla Convenzioni di Ginevra del 1951. Alle vittime di discriminazioni e violenze di Stato (pensiamo ad esempio ai siriani in fuga da un paese in guerra da 7 anni) si è aggiunta, infatti, una eterogenea galassia di vulnerabili. Che chiedono asilo non perché vittime di violenza pubblica (statale) ma privata (famiglia, gang criminali, etc.). Cosa che mezzo secolo fa nessuno aveva previsto. Eclatante il caso degli Stati Uniti che registrano un netto aumento del flusso migratorio (carovane organizzate di migliaia di persone in marcia verso il confine americano) dal Centro-America (Nicaragua, Honduras, Salvador e Guatemala). Dove la guerra tra bande criminali ha causato la fuga di migliaia di persone. La complessità di questo fenomeno mette in discussione sia la definizione di asilo, sia la dicotomia tra migrazione forzata e mobilità volontaria. Infatti, questi migranti centro-americani sono al contempo definiti clandestini e richiedenti asilo. Molti di loro, non essendo vittime di violenza da parte di uno Stato, ma di privati, infatti non rientrano nella fattispecie indicata dalla Convenzione di Ginevra. Mentre altri, sulla base di una interpretazione estensiva della stessa, ne fanno parte a pieno titolo e, per questo, hanno le carte in regola per ottenere lo status di rifugiato.

Il secondo è stato a più riprese denunciato dall’Alto Commissario ONU per i rifugiati, Filippo Grandi: "Siamo testimoni di una realtà nuova che ci dimostra come gli esodi forzati, oggi, non soltanto siano largamente più diffusi, ma, inoltre, non costituiscano più un fenomeno temporaneo e a breve termine”, come, invece, prevede la Convenzione siglata 70 anni fa nella cittadina svizzera. La maggioranza dei rifugiati nel mondo rientra, infatti, nella categoria tecnicamente nota dei protracted, cioè quelli costretti a vivere lontano da casa da almeno 5 o più anni. Un trend che sembra destinato a crescere, come dimostra una ricerca longitudinale e condotta dall’Overseas Development Institute (ODI) di Londra. In base alla quale, tra il 1978 e il 2014, l’80% delle emergenze umanitarie si è risolta dopo 10 o più anni e solo 1 su 40 nell’arco di tre anni. Le crisi che causano grandi flussi di rifugiati durano, in media, più a lungo che in passato. Il conflitto in Somalia, ad esempio, va avanti da quasi trent’anni. È, inoltre, maggiore la frequenza con cui si verificano nuove situazioni drammatiche o si riacutizzano crisi già in corso (tra le più gravi oggi spiccano Siria e Venezuela, ma negli ultimi cinque anni anche Sud Sudan, Congo, Yemen, Burundi, Ucraina, Repubblica Centrafricana hanno fatto registrare gravi instabilità politiche). La tempestività con cui si riescono a trovare soluzioni per rifugiati e sfollati interni è andata diminuendo dalla fine della Guerra Fredda. A peggiorare il quadro, il numero sempre minore di rifugiati che riescono a fare ritorno a casa: alla fine del Novecento si registrava una media annua di 1,5 milioni mentre negli ultimi 10 anni non sono stati oltre i 385 mila.

Siamo dunque di fronte ad uno scenario che, come sostengono gli stessi vertici dell’UNHCR, testimonia oltre ogni ragionevole dubbio che la vecchia strumentazione di gestione del sistema internazionale dell’asilo non tiene più. Una verità che deve però fare i conti con la difficoltà di riuscire persino a capire chi è l’autorità in grado di mettere mano alla loro riforma. Soprattutto in un mondo che per la prima volta dal Secondo Dopo Guerra appare privo di una riconosciuta leadership globale.

Un regalo amaro per il compleanno dell’UNHCR

L’UE ha regalato all’UNHCR, che oggi compie 70 anni, l’ennesima emergenza profughi. Infatti, dopo Lesbo e Lampedusa, la crisi umanitaria si abbatte in queste ore nell’arcipelago spagnolo delle Canarie. Che dall’inizio dell’anno ha accolto dall’Africa Occidentale oltre 20 mila tra immigrati e rifugiati: +70% rispetto al 2019. Cifre così alte non si registravano dalla crisis de los cayucos del 2006.

E' uno scenario identico a quello più volte già visto sulle coste italiane e greche. “Le Canarie non possono essere lasciate sole”, ha denunciato lo scorso weekend il Governatore Angél Victor Torres puntando il dito contro il Premier socialista Pedro Sanchez, suo compagno di partito. Che a sua volta denuncia l’UE di avere lasciato la Spagna sola in questa emergenza umanitaria. Dal canto loro, le organizzazioni non governative denunciano gravissime violazioni dei diritti umani nei centri di accoglienza. Per tale ragione i giudici sono intervenuti con alcune sentenze che hanno ridotto da 60 (previsto dalla normativa vigente) a 3 giorni il periodo massimo di trattenimento dei nuovi arrivati nei centri di accoglienza. E intanto la politica e l’opinione pubblica si dividono tra lo schieramento securitario e quello umanitario.

 La verità è che alle Canarie, come a Lesbo e a Lampedusa, va in scena il peggio dell’inerzia europea sulle politiche migratorie. Con l’aggravante in questo caso che molte nazioni del Vecchio Continente, rassicurate dall’efficacia dell’accordo pluriennale Spagna-Marocco sul contrasto all’immigrazione irregolare che ricorda quello tra UE e Turchia, hanno pensato bene di continuare a nicchiare sui tre grandi nodi irrisolti della politica UE dell’asilo e dell’immigrazione.

Il primo riguarda come distinguere i rifugiati dagli immigrati economici irregolari. Nelle isole di frontiera europea le autorità non hanno i mezzi per vagliare al momento dello sbarco lo status dei nuovi arrivati. Migranti da rimpatriare, trafficanti da arrestare, rifugiati da accogliere, si ritrovano spesso stipati per anni nei medesimi centri. Che sono vere e proprie bombe socio-sanitarie a orologeria. Per chi vi abita, ma anche per la popolazione autoctona che risiede nei pressi. Che è quanto di meglio si possa immaginare per un potenziale scontro sociale tra chi ospita e chi viene ospitato, tanto più nell’era del COVID-19.

Il secondo concerne la redistribuzione dei nuovi arrivati in seno all’UE. Le grandi capitali europee sono d’accordo e disponibili a condividere con gli Stati di primo approdo come Grecia e Italia, l’onere dell’accoglienza dei rifugiati, ma sono in stand-by: se non riusciamo a distinguere i rifugiati da accogliere e gli immigrati economici irregolari da rimpatriare come facciamo a trovare un accordo strutturale sulla redistribuzione di chi ha diritto all’asilo?

Il terzo, forse il più delicato, ha a che vedere con i rimpatri degli irregolari. Gli Stati di primo approdo non hanno la capacità economica e organizzativa di sostenere le lunghe, costose e farraginose operazioni di rimpatrio. Tanto più se manca la collaborazione dei Paesi di origine. È vero che se ne potrebbe fare carico l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere, ma anche su questo fronte manca un accordo europeo sulla stanziamento di maggiori fondi e mezzi atti a potenziare le capacità dell’Agenzia.

Sull’immigrazione è nei guai l’UE, non solo Frontex

La bufera che ha investito Frontex (l’Agenzia Europea della Guardia di Frontiera), getta una luce sinistra sullo stato della politica dell’immigrazione a livello europeo.

Da una parte le Ong accusano Frontex di essere complice del governo greco nell’abuso dei fondamentali diritti dei migranti, soprattutto dei respingimenti collettivi in mare.

Dall’altra, Il direttore dell’Agenzia, l’ex Ministro francese Fabrice Leggeri, risponde di non avere prove di queste denunce e soprattutto di non avere l’autorità per investigare su presunte violazioni da parte dei poliziotti ellenici e di quelli europei dispiegati per conto di Frontex al confine tra la Grecia e la Turchia. In ragione del fatto che, ha dichiarato ieri lo stesso Leggeri davanti alla Commissione Libertà Civili del Parlamento Europeo, “il regolamento UE sulla sorveglianza delle frontiere è giuridicamente vago”. Nell’attesa che i giuristi, e soprattutto i giudici, facciano chiarezza sulla vicenda, alcune considerazioni balzano agli occhi, forse anche dei non addetti ai lavori.

Fabrice Leggeri guida Frontex dal 2015, ma solo in questi giorni ha alzato la voce sulla vaghezza delle norme europee che stabiliscono le competenze della sua Agenzia. Ha avuto un tempo congruo per denunciarne questi e altri enormi limiti imposti dai 27 Stati UE: un quartier generale (Varsavia) lontano dalle odierne rotte calde dell’immigrazione; un organico lillipuziano, appena 1500 funzionari per controllare tutte le frontiere terrestri, marittime, aeree europee, che contano sul supporto di un numero di omologhi nazionali variabile a seconda degli umori dei vari governi; la generica mission di garantire, si legge sul sito ufficiale dell’Agenzia, la “sicurezza e il buon funzionamento delle frontiere esterne”, nonostante la competenza in materia sia in capo ai singoli Paesi membri.

Quanto basta, come ha appena chiesto il Partito Socialista Europeo, per chiedere le dimissioni di Leggeri? Forse sì, a patto che non si confonda il dito con la luna. La disavventura personale di un avveduto alto burocrate e politico francese, non deve nascondere il vero nocciolo della questione. La libera circolazione delle persone nello spazio europeo (Schengen) sopravvive solo se la competenza in materia di controllo e sorveglianza delle frontiere esterne passa dai governi nazionali a quello dell’Unione Europea.

Il punto sta qui: si faccia un grande passo avanti verso una vera europeizzazione delle politiche migratorie oppure uno indietro all’era pre-trattato di Amsterdam, quella dello chacun pour soi, Dieu pour tous. Perché è ora che, su questo siamo d’accordo, anzi d’accordissimo con Fabrice Leggeri: “le cose siano finalmente chiarite”.

Sull’immigrazione preoccupa il silenzio dei riformisti

Lo scontro tra messianici e millenaristi ha paralizzato la politica dell’immigrazione in Italia. Esordisce così Goffredo Buccini, editorialista di lungo corso del Corriere della Sera, intervistato da West sul suo ultimo libro Italiani e No. Dagli albanesi ai taxi del mare. Storia di trent’anni di paure (Solferino, 2020, pp.351).

Scusi, ma a chi si riferisce con i termini messianici e millenaristi?

I primi vedono negli immigrati la soluzione di tutti i nostri problemi. I secondi, al contrario, la fine del nostro mondo. È un confronto ultra-decennale tra massimalisti di sinistra e di destra. A loro va attribuito lo stallo in cui versa il dibattito, prima ancora della politica, sull’immigrazione in Italia. Il conflitto ideologizzato tra i due schieramenti non consente all’Italia di auto percepirsi come un grande Paese di immigrazione. E di conseguenza mancano i presupposti per discutere, sanare le contraddizioni ma anche valorizzare gli agi che il fenomeno migratorio inevitabilmente porta con sé. Manca un approccio di buon senso e, capace di inaugurare un’operazione verità sull’immigrazione in Italia. Sta qui la ragione del perché nel mio libro denuncio il silenzio dei riformisti su un tema così centrale e delicato.

Sta forse sostenendo che sull’immigrazione i riformisti hanno lasciato campo libero ai massimalisti di ogni colore politico?

Sì. Più che un’opinione è una verità storica. La destra millenarista fa il suo mestiere, cavalca e propaganda luoghi comuni sugli immigrati. Mentre la sinistra messianica insiste tenacemente a negare l’esistenza di qualsiasi problema. Il risultato è un vuoto, appunto riformista, che penalizza soprattutto quelli che nel libro definisco penultimi, cioè gli italiani, economicamente e socialmente fragili.

Scusi, qualcosa non torna nel suo discorso. Quelli che lei definisce penultimi non rappresentano una tradizionale fetta dell’elettorato di sinistra?

Appunto. Quello della sinistra sembra essere un vero e proprio suicidio politico. Perché mentre i massimalisti guardano solo agli immigrati e dimenticano i penultimi. I riformisti tacciono, contribuendo all’oblio del loro tradizionale elettorato. Che non a caso trova sempre più protezione e rappresentanza nella destra millenarista.

Passiamo dalla teoria alla pratica. Ci faccia qualche esempio di questa sorta di schizofrenia del dibattito politico sull’immigrazione in Italia?

Prendiamo il caso della stagione di Marco Minniti Ministro degli Interni del Partito Democratico, l’unica parentesi riformista sull’immigrazione degli ultimi anni nel nostro Paese. Propose di rafforzare e migliorare il nostro Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), coinvolgendo tutti i comuni italiani per ridistribuire il carico dell’accoglienza ed evitare conflitti tra sindaci. Ma anche di creare un Centro di Identificazione ed Espulsione in ogni regione per velocizzare le procedure di espulsione e rimpatrio dei falsi richiedenti asilo. A tale scopo promosse accordi bilaterali con i Paesi di origine e scese a patti con le tribù libiche per frenare le partenze verso le nostre coste. Venne accusato dal suo stesso partito di contrattare con i criminali che in Libia gestiscono centri di detenzione che violano i più elementari diritti umani.

Bene, ma come racconto nel mio libro, in quel periodo fui invitato dagli amici della Caritas di Benevento a un dibattito su questo tema. Davanti a una platea che semplificando definirei cattocomunista mi sono concesso un piccolo esperimento: ho chiesto quanti fossero disposti a sostenere un intervento militare per annientare con le armi l’infamia dei lager libici e per prendere il controllo della costa in mano alle organizzazioni criminali internazionali. Mi ha risposto il silenzio.

Ma c’è di più. Perché mentre lo schieramento messianico sparava a zero su Marco Minniti per i suoi approcci securitari, cincischiava davanti al progetto di legge sullo ius soli che avrebbe consentito un più facile accesso alla cittadinanza a migliaia di giovani che studiano nelle scuole con i nostri figli e in buona parte sono nati qui da noi. Timorosi di perdere consenso elettorale, relegarono in un cassetto un tema centrale per il futuro delle seconde generazioni in Italia.

È chiarissimo adesso perché lei parla di una Italia paralizzata sull’immigrazione. Lo è meno come uscire dalla paralisi. Per dirla con Lenin, che fare?

Superare il conflitto ideologizzato. Avviare un’operazione verità sull’immigrazione. Prendere atto che se non è ben governato con i vantaggi arrivano anche i disagi. Trovare soluzioni pragmatiche e di buon senso. Tenere conto che l’immigrazione è un tema di politica interna ma anche internazionale. Questo chiama in causa l’Unione Europea. E non mi riferisco soltanto alla necessità di una politica migratoria comune atta a promuovere e garantire via legali di ingresso, controlli alle frontiere e rimpatri europei. Ma anche alla politica estera e di difesa dell’UE.

Insomma, boots on the ground contro il rischio di una invasione dal Sud del mondo?

Il mondo è cambiato. Con Biden alla Casa Bianca, i rapporti tra UE e USA saranno forse più distesi. Ma non possiamo più aspettarci che lo zio Sam ci aiuti e protegga come ha fatto dal Secondo Dopo Guerra all’altro ieri. È ora che l’Europa cammini sulle proprie gambe. Questo significa avere anche una vera politica estera e di difesa comune capace se necessario di intervenire militarmente nei teatri di instabilità prossimi alle nostre frontiere. Altrimenti rischiamo di scivolare in quello che nel libro definisco il paradosso del pacifista che ha spesso come grottesco corollario la necessità di affidarsi ai brutti della storia che ci liberino dall’obbligo di essere brutali a nostra volta.

Salvare Schengen con una politica dell’immigrazione comune

Sull’immigrazione arrivano in Europa due nuove grida di aiuto. Diverse, ma ugualmente disperate. Quello della mamma del piccolo Joseph che avanti ieri si è aggiunto alla lunga lista degli immigrati morti nel Mediterraneo. E quello dei familiari delle vittime dell’attentato del 2 novembre a Vienna costato la vita a quattro persone. Chissà se hanno tirato un sospiro di sollievo alla notizia dell’arresto a Varese di Turko Arsimekov, richiedente asilo ceceno, accusato di essere tra gli artefici della recente strage nella capitale austriaca.

Due dolori prodotti da un’Europa che manca di una politica dell’immigrazione comune all’altezza della situazione. Sono cadaveri che tuttavia pesano sulla coscienza non di Bruxelles, ma dei suoi 27 Stati membri. È loro la cocciuta scelta di non cedere su questa materia le competenze nazionali alle istituzioni UE. Nell’Europa che grazie a Schengen non ha frontiere al suo interno, le politiche di sorveglianza, ingresso e soggiorno dei nuovi arrivati rimangono, infatti, sostanzialmente in capo agli esecutivi dei diversi Paesi. Una contraddizione che da anni sotto la spinta delle emozioni tutti dicono di volere superare salvo poi dimenticarsene il prima possibile.

Parliamoci chiaro, se non si mette in atto una politica dell’immigrazione (e dell’asilo) comune in grado di distinguere chi ha diritto a essere aiutato da chi, invece, anche se non è un terrorista, merita di restare a casa sua, salta Schengen.

Resta ancora un debole filo di speranza legato ad Angela Merkel. Fino al prossimo dicembre sarà lei a guidare il Consiglio europeo chiamato ad approvare, chissà con quanta voglia, il nuovo Patto UE sull’immigrazione e l’asilo, presentato lo scorso settembre. La Cancelliera ci crede, la sua è anche una sfida personale con la storia.

Fu lei a segnare un confine chiaro tra emergenza umanitaria ed emergenza immigrazione. Fu lei a separare in maniera netta l’obbligo di accogliere i profughi che scappano da guerre (“nessun limite alla richieste di asilo in Germania” dichiarò) e la necessità di rimpatriare i falsi richiedenti asilo. Ma di lì a poco fu sempre lei a dover tornare sui suoi passi di fronte al fuoco amico di compagni di partito come il Ministro dell’Interno Horst Seehofer. Che preoccupato dall’avanzata dell’estrema destra anti-immigrati nella sua Baviera, spinse la Cancelliera a correggere in chiave più restrittiva, il suo aperturismo. Una sconfitta che forse è stata una lezione, consigliandola stavolta di non andare avanti da sola, ma di coinvolgere Emmanuel Macron.

Attenzione alla nostra seconda generazione di immigrati

Litigano sugli immigrati che arrivano e dimenticano quelli che sono già arrivati. Sarà stato forse questo senso di oblio ad avere indotto una sia pur minoritaria frangia di figli di immigrati ad unirsi all’eterogeneo gruppo di violenti che pochi giorni fa ha infiammato le piazze delle principali città italiane contro le misure restrittive anti-Covid-19. La loro presenza, confermata dal Ministro dell’Interno Lamorgese, è solo l’antipasto di quel che ci potrebbe aspettare se continuiamo a scordarli sprecando energie nel fuorviante e sconclusionato dibattito tra i sostenitori dei porti aperti o chiusi.

Intendiamoci, non sono un campione significativo dei circa 900 mila ragazzi di origine straniera che giocano e studiano con i nostri figli. Ma rappresentano il segnale di potenziali malumori latenti che serpeggiano tra quelli che sono i nuovi cittadini di domani. Il tema è serissimo. Soprattutto se si guarda all’esperienza, molto più antica della nostra, di paesi come la Francia, la Gran Bretagna o l’Olanda. Dalla quale emerge chiaramente che il futuro dell’immigrazione in una data nazione dipende dal livello di integrazione delle seconde generazioni. Il progetto migratorio attivato dai loro genitori può essere considerato compiuto positivamente solo se i figli riescono a intraprendere percorsi formativi e professionali che rispondono alle aspettative personali e familiari. In caso contrario cominciano i problemi.

Per evitarli l’Italia potrebbe partire da tre piccole modifiche alla legge n.91 del 1992 (“Nuove norme sulla cittadinanza”) attualmente in vigore.

La prima concerne l’art.4 comma 2 che ai nati da genitori immigrati consente di diventare italiani al compimento del diciottesimo anno a condizione di avere vissuto ininterrottamente fino alla maggiore età sul territorio nazionale. Con il risultato che può bastare una vacanza all’estero con gli amici o una visita ai nonni nel paese dei genitori, per far saltare tutto.

La seconda ha a che fare con la necessità di eliminare ogni forma di possibile, arbitraria discrezionalità burocratica nelle relative procedure di concessione. Fino a oggi, infatti, le risposte positive o negative alle richieste di cittadinanza sono fin troppo legate al parere soggettivo dei funzionari di turno.

La terza riguarda l’art.9 comma 1 lettera F che prevede la concessione della cittadinanza allo straniero che risiede da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica. Questo significa, caso unico in Europa, che gli immigrati extra-UE possono richiedere lo status civitatis italiano solo dopo due lustri di regolare soggiorno nel nostro paese. Sarebbe consigliabile ridurli, ad esempio, a quattro come, peraltro, già previsto dal nostro ordinamento per i comunitari.

Si tratterebbe di un modello misto, West lo aveva definito ius temporis, che con le modifiche sopra descritte, sfruttando la norma del 1992, permetterebbe di superare l’accesa ma inconcludente discussione ius soli sì, ius soli no. Consentendo alla legislazione italiana di allinearsi, al riguardo, con quelle in vigore nelle principali nazioni europee.

Provvedimenti come la suddetta riforma, sono necessari ma non sufficienti a garantire un fattivo e pacifico inserimento dei giovani stranieri nel nostro paese. Investire sulle seconde generazioni con l’obiettivo di trasformarle in un ponte di integrazione tra l’intera popolazione straniera e quella autoctona richiede la messa a sistema di un sofisticato e complesso mosaico di interventi di politica pubblica con un duplice approccio: top-down e bottom-up. Iniziative, dunque, dall’alto e dal basso accumunate dalla medesima finalità, che è quella di allargare il concetto di comunità nazionale creando le condizioni sociali, economiche e politiche necessarie per l’inclusione nella stessa dei nuovi cittadini. Non si tratta di assisterli, ma valorizzarli. Ad esempio, chi più di un giovane di origine marocchina nato in Italia potrebbe ricoprire il ruolo di top manager di un’azienda italiana interessata a fare business in Marocco?

Una modesta proposta per riaprire il dossier rifugiati

Serve ingegno e creatività per rispondere all’allarme dell’UNHCR sul crollo degli aiuti internazionali ai rifugiati nel mondo. L’Agenzia delle Nazioni Unite denuncia di avere ricevuto dai donatori, pubblici e privati, il 49% dei $9,1 miliardi pattuiti per il 2020. Un gap difficilmente colmabile nei pochi mesi che rimangono alla fine dell’anno. Non foss’altro perché in piena seconda ondata di pandemia, Stati e filantropi stringono la cinghia e dirottano la maggior parte delle donazioni sulla ricerca del vaccino contro il virus. Senza contare che mentre il Covid-19 picchia duro sulla salute e sull’economia del globo, è una chimera pensare di trovare un governo che metta il portafogli e la faccia in difesa e per conto di quelli che Madre Teresa avrebbe definito gli ultimi fra gli ultimi.

È in questa ora più buia che occorre aguzzare l’ingegno e sperimentare buone pratiche atte a tutelare la vita dei circa 80 milioni di donne, uomini e bambini costretti ad abbandonare casa a causa di guerre e persecuzioni. L’Unione Europea potrebbe essere capofila di questo nuovo corso che nel lungo periodo potrebbe portare a rivoluzionare il sistema internazionale dell’asilo, come peraltro aveva indicato tempo addietro l’Alto Commissario ONU per i rifugiati Filippo Grandi.

Lo stato in cui versano i rifugiati nel mondo è talmente ingarbugliato e complesso che viene da chiedersi, da dove cominciare?

Per iniziare l’UE potrebbe promuovere un maxi piano per stravolgere le attuali modalità di riconoscimento e accoglienza dei richiedenti asilo che bussano alla sua porta. Sappiamo infatti che nei luoghi di frontiera che ricevono la maggiore pressione migratoria, Grecia e Italia, le autorità faticano a riconoscere e distinguere gli aventi diritto allo status di rifugiati dagli immigrati economici irregolari da rimpatriare. Le due categorie spesso convivono e si confondono in presunti centri di accoglienza dove nell’attesa di ricevere un parere dalle autorità del paese ospitante sono i più vulnerabili a pagare il costo psicologico e sociale di un’esistenza già spezzata dalle violenze subìte in patria. Ed è intorno a questa mancata distinzione tra rifugiati e immigrati economici che si consuma in seno all’UE lo scontro con gli Stati di frontiera che lamentano la mancanza di solidarietà e quelli mitteleuropei che denunciano l’incapacità dei partner del Sud a riconoscere i profughi da redistribuire e gli irregolari da rimpatriare.

Una soluzione, anche se complessa dal punto di vista politico-istituzionale, potrebbe arrivare da un accordo sull’opportunità di distinguere il momento e la sede dell’identificazione da quelli dell’accoglienza in Europa.

Come?

Per esempio istituendo delle enclave umanitarie europee in ciascuno degli Stati membri. Si tratterebbe di territori circoscritti che sotto la sovranità UE consentirebbero un intervento congiunto dell’UNHCR, dell’OIM e delle Ong per espletare le procedure di riconoscimento dei richiedenti asilo nei tempi e nei modi previsti dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951. Gli aventi diritto all’asilo verrebbero redistribuiti da questa struttura UE tra i paesi europei, mentre coloro che vengono riconosciuti non come profughi ma come immigrati economici irregolari rimarrebbero nell’enclave (e non sul territorio del Paese ospitante) nell’attesa di essere rimpatriati. Questo significherebbe un superamento de facto delle singole politiche nazionali a favore di una struttura politico-amministrativa europea e autonoma.

È una novità che oltre ad azzerare uno storico tema di scontro interno all’UE, garantirebbe maggiore sicurezza ai rifugiati e alle popolazioni autoctone che risiedono oggi nei pressi dei centri di accoglienza. Per i primi il diritto d’asilo si trasformerebbe da una vera e propria roulette a una certezza garantita e tutelata dalle massime e più autorevoli istituzioni internazionali. Per i secondi cambierebbe la percezione dei nuovi arrivati. Non vederli ciondolare per anni in fatiscenti centri di accoglienza, sarebbe di per sé sufficiente, infatti, a superare molti pregiudizi e luoghi comuni.

Che poi, a dirla tutta, non sarebbe neanche una novità assoluta. Visto che nel 1979 l’allora segretario generale delle Nazioni Unite Kurt Walheim, per risolvere l’emergenza boat people in fuga dal Vietnam, convocò una conferenza internazionale. Cui aderirono 65 governi. L’iniziativa consentì di evitare che la crisi precipitasse sulla base di un do ut des: asilo temporaneo nella regione, in cambio di un reinsediamento permanente nei paesi terzi. In buona sostanza, con quello che era di fatto un accordo tripartito fra i paesi d’origine, quelli di primo asilo e quelli di reinsediamento, gli stati dell’Asean (Filippine, Indonesia, Malesia, Singapore e Thailandia) si impegnarono a continuare a concedere l’asilo temporaneo, a condizione, però, che il Vietnam si impegnasse a frenare le partenze illegali e a promuovere quelle organizzate dall’Onu. E che, in parallelo, i paesi terzi accelerassero il ritmo del reinsediamento. Salvo alcune eccezioni, cessò il respingimento delle imbarcazioni in mare. Fra il 1979 e 1982, oltre 20 paesi – in testa Stati Uniti, l’Australia, la Francia e il Canada – assorbirono 623.800 rifugiati indocinesi.

Troppe e pretestuose le critiche al Patto UE sull’immigrazione

In Italia, un fuoco incrociato di critiche, da sinistra e da destra, ha accolto la proposta di un nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo, presentata dalla Commissione Europea lo scorso 23 settembre.

Da sinistra si denuncia la deriva securitaria dell’esecutivo di Bruxelles, soprattutto laddove propone di rafforzare il sistema europeo di rimpatrio dei falsi richiedenti asilo.

Da destra se ne denuncia, invece, la deriva umanitaria perché incentrato unicamente sull’accoglienza e su una redistribuzione non obbligatoria che continuerebbe a lasciare sola l’Italia nell’adempiere l’onere della prima assistenza e accoglienza dei nuovi arrivati.

La cosa più curiosa è che ad accomunare entrambi i fronti è il piagnisteo per la mancata riforma del Regolamento di Dublino. Un j’accuse bipartisan assolutamente pretestuoso perché fa finta di non sapere che nell’ordinamento europeo un Regolamento (in questo caso quello di Dublino) non può essere modificato da una Comunicazione (questa lo strumento giuridico scelto dalla Commissione per presentare il nuovo Patto). Mentre si preferisce non notare i tanti spunti innovativi che il testo contiene. A partire dal fatto che per la prima volta si consente agli Stati non direttamente interessati dalla pressione migratoria di sostenere quelli che si trovano in prima linea, con la redistribuzione o, in alternativa, contribuendo alle complesse operazioni di rimpatrio.

Sembra quasi che i due estremi, buoni e cattivi, che da anni dominano il dibattito italiano sull’immigrazione, abbiano già da tempo firmato un loro tacito Patto che li unisce nella lotta, sia pur da posizioni opposte, per mantenere irrisolta la questione migratoria. Per la semplice ragione che in caso contrario, entrambi rischierebbero di perdere la rendita di posizione che li tiene in vita.

Ciò premesso, si potrebbe obiettare perché la Commissione abbia scelto il debole strumento giuridico della Comunicazione, non vincolante per gli Stati membri, per indirizzare i governi nazionali su un tema così divisivo e spinoso.

La verità è che quello presentato l’altro ieri è un prodotto semilavorato. Saranno le trattative in seno al Consiglio e al Parlamento europeo a renderlo un prodotto finito o a cestinarlo in assenza di un accordo. Sta qui la ragione di un documento, a tratti forse complesso, che lascia ai negoziati tra i governi il compito delle cruciali cuciture e rifiniture finali.

Se dovessimo fare una lista dei punti sui quali è sperabile che le trattative intergovernative facciano passi avanti, ne potremmo indicare tre:

-Istituzione di un sistema europeo di controllo e identificazione degli ingressi alle frontiere esterne UE. Questo consentirebbe di garantire, in tempi snelli, una netta distinzione tra gli immigrati irregolari da rimpatriare e richiedenti asilo da accogliere.

- Creazione di un sistema europeo di rimpatrio degli immigrati irregolari.

- Armonizzazione delle politiche nazionali di soggiorno e ingresso degli immigrati economici nell’UE.

Tre mosse che consentirebbero di fatto di andare ben oltre la riforma del Regolamento di Dublino.

Quattro nodi sull’immigrazione che Von der Leyen deve sciogliere

Sogno o son desto? Deve essere questa la domanda balzata nella mente di chi mercoledì scorso ascoltava Ursula von der Leyen annunciare l’imminente presentazione da parte della Commissione UE del nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo. Per i dettagli bisognerà aspettare il 23 settembre, ma la fedelissima di Angela Merkel ha lasciato intendere novità senza precedenti per risolvere problemi che nessuno fino a oggi aveva voluto affrontare. Soprattutto su quattro fronti che dal 2015, anno della grande crisi umanitaria, hanno evidenziato tutti i limiti della governance europea sull’immigrazione.

Il primo riguarda il Regolamento di Dublino che impone agli Stati di primo approdo l’onere di assistere, riconoscere e distinguere gli immigrati irregolari da rimpatriare dai rifugiati da accogliere. La cronaca degli ultimi anni ha reso, infatti, palese che i Paesi di frontiera, come Italia e Grecia, non possono svolgere da soli l’ingrato ruolo di portieri della fortezza Europa. Da Lampedusa a Moria non mancano le testimonianze delle autorità governative e non che denunciano centri di accoglienza al collasso, nei quali convive un’eterogenea galassia di irregolari e rifugiati che spesso attendono anche anni per un Sì o un No alla loro richiesta d’asilo.

Il secondo concerne la necessità di riuscire nei fatti a garantire una equa e solidale redistribuzione tra i 27 membri UE dei profughi arrivati negli Stati di primo approdo.

Il terzo, tra i più spinosi, interessa, invece, il bisogno di promuovere e istituzionalizzare rimpatri collettivi europei degli immigrati economici irregolari.

Il quarto è legato alle lentezze burocratiche che in mezza Europa rendono difficile, se non impossibile l’ingresso regolare degli immigrati che cercano lavoro e una vita migliore nel Vecchio Continente.

Non sappiamo se e in che termini il nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo contiene misure efficaci e condivise per affrontare anche solo una parte dei problemi fin qui elencati. La strada è in salita. Perché anche se la Riforma dovesse essere così rivoluzionaria, come sostenuto da Ursula von der Leyen, per entrare in vigore dovrà superare indenne il vaglio del Consiglio UE, cioè del rissoso condominio che include i singoli Stati membri.

Una sia pur flebile speranza potrebbe, tuttavia, arrivare da Angela Merkel che fino a dicembre 2020 presiede il semestre di turno del Consiglio europeo. Rinvigorita in patria dall’ottima gestione della pandemia, potrebbe essere intenzionata a cogliere questa occasione per mettere un suo storico sigillo sulla innovativa proposta di governance dell’immigrazione e fare dimenticare la sua generosa, ma impopolare, gestione dell’emergenza profughi del 2015.