Sull’immigrazione la vera sfida è tra politici seri e chiaccheroni

Non sarà tra globalisti e sovranisti la vera sfida alle elezioni europee ormai alle porte. Ma fra pasticcioni e persone serie. Questo vale in Italia come negli altri Stati UE. Soprattutto sull’immigrazione che, inutile negarlo, peserà non poco nelle urne di mezza Europa.

Per fare chiarezza su questa distinzione fina oggi passata sotto silenzio partiamo dal dire che si tratta in entrambi i casi di schieramenti eterogenei e trasversali al loro interno.

Quello dei pasticcioni è un rassemblement  di politici chiaccheroni di destra, sinistra e centro. Divisi, certo, nella narrazione del fenomeno migratorio (faccia feroce, dolce o dolcissima nei confronti dei nuovi arrivati). Ma accomunati dall’assoluto disinteresse sul merito della questione e dalla grande, compulsiva passione per i propri convincimenti sul tema, del tutto astratti dalla quotidiana verità dei fatti. Agli occhi di un comune cittadino europeo di buon senso il loro tanto dire e poco fare fa sorridere. Risata che sul medio lungo periodo potrebbe trasformarsi in un pianto per i danni che i professionisti del sorriso rischiano di produrre nell’assetto socio-politico-istituzionale del nostro malandato Vecchio Continente.

Quello dei seri è un silenzioso esercito di estremisti del fare. Che pur partendo da posizioni politiche diverse se non contrapposte (social democratiche, liberali o cattoliche) condividono sull’immigrazione il medesimo modus operandi. Anziché cavalcare i problemi, provano, sia pur con ricette divergenti, a risolverli. Hanno rispetto ai loro competitor (i pasticcioni) il limite di parlare e farsi notare pochissimo, cosa che potrebbe costargli carissimo alle urne. Ma il formidabile vantaggio di aver portato a casa, laddove governano, risultati concreti. Clamoroso, sotto questo punto di vista, ma gli esempi di ogni colore politico sono tantissimi, il caso della Baviera. Il Land più ricco della Germania, che pur essendo feudo indiscusso della Csu storicamente anti-immigrati, vanta un primato a cui nessuno potrebbe credere: essere riuscito in meno di 4 anni a collocare sul mercato del lavoro 60mila rifugiati. Come molti ricorderanno nel 2015 vennero accolti in Germania oltre 1 milione di profughi, in maggioranza siriani in fuga dal guerra. Da allora il governo di Berlino ha speso più di 20 miliardi per la loro formazione e integrazione. Come prima cosa i richiedenti asilo devono frequentare corsi di lingua tedesca e una volta ottenuta la certificazione B1 o B2 intraprendono la formazione al lavoro. Un percorso obbligato per poter restare in Germania. O in Baviera, regione ricca e ultra conservatrice dove nelle ultime elezioni si è registrata una forte avanzata dell'Afd – Alternative fuer Deutschland, Alternativa per la Germania – formazione di estrema destra che ha eroso consensi ai centristi della Csu cavalcando l'onda della xenofobia.

Se state pensando che da quelle parti è tutto più facile perché l’economia tira come il vento, avete ragione. Ma fino a un certo punto. Perché grazie a un raffinatissimo studio di Banca d’Italia, che ha messo a confronto due eccellenze come la Baviera e la Lombardia, scopriamo che la prima rispetto alla seconda ha un non trascurabile vantaggio competitivo. Riesce, infatti, a occupare di più e meglio le fasce marginali e fragili (giovanissimi, donne, anziani e immigrati) che, invece, nella locomotiva italiana soffrono lo strapotere dei segmenti classici rappresentati dai maschi tra i 40 e i 50 anni.

Osservazioni forse utili per chi tra pochi giorni avrà, nonostante tutto, la voglia e la pazienza di andare a votare.

Copia Trump sull’immigrazione e perde le elezioni in Australia

Neanche l’oceano ferma il mare di stupidaggini che si dicono e soprattutto si fanno sull’immigrazione. Ne sa qualcosa Michael Daley, candidato laburista alla poltrona di governatore dello stato australiano del Nuovo Galles del Sud, che a causa di una sua frase contro gli “immigrati che rubano il lavoro agli australiani” ha clamorosamente perso una tornata elettorale che a detta di tutti avrebbe vinto a mani basse.

A bocciare l’infelice uscita anti-stranieri dell’astro nascente della sinistra australiana, sono stati in particolare gli elettori di origine cinese. Che nelle urne, come segnala un raffinato editoriale di Erin Cook sul quotidiano americano OZY, sia pur turandosi il naso, hanno scelto di punire il loro tradizionale partito di riferimento (Labour) a favore dei liberali.

È vero che in campagna elettorale gli incidenti di percorso possono capitare davvero a tutti. Ma se riflettiamo, anche solo per un istante, sul dove e come Michael Daley è scivolato, non è esagerato sostenere che se l’è proprio cercata. Almeno per due ragioni.

La prima: parlare di immigrati che rubano il lavoro in un paese con la storia che ha l’Australia è come bestemmiare in Chiesa. Fatta eccezione per gli aborigini, oggi ridotti al lumicino, la stragrande maggioranza dei 25 milioni di abitanti di questo splendido paese, bagnato dagli Oceani Indiano e Pacifico è o ha origini immigrate. La comunità cinese, ad esempio, cioè quella che ha rifilato a Mr Daley il più pesante ceffone elettorale, sono più di 1,2 milioni (contro i 600 mila del 2006), pari al 5,4% della popolazione australiana. Ma c’è di più. Perché se dall’analisi del quadro nazionale passiamo a quella locale, ovvero allo stato del Nuovo Galles del Sud in cui si sono tenute le elezioni, l’autogol del leader laburista è ancora più evidente. Ciò in ragione del fatto che questa regione, situata nella parte sud-orientale dell’Australia ospita una megalopoli multietnica come Sydney. Che, oltre a essere la più popolosa del paese, grazie alla sua capacità politica ed economica di attrarre i migliori talenti stranieri internazionali è nella top list delle cosiddette città globali.

La seconda: scimmiottare da sinistra il peggio dei programmi elettorali di destra degli avversari è per definizione suicida. Tra la copia e l’originale, è noto, vince sempre quest’ultima.

Morale della favola. Michael Daley è, forse, politicamente morto. Oppure avrà nel futuro prossimo venturo la sua rivincita. Di certo ha dimostrato un enorme pigrizia. Bastava ripassare, sia pur a grandi linea, la storia migratoria del suo paese per risparmiarsi una così magra figura.

Da oggi ai rifugiati ci penserà Annie

Una parte dei rifugiati negli Usa è stata, a sua insaputa, protagonista di un esperimento senza precedenti. Perché per la prima volta dalla nascita con la Convenzione di Ginevra del 1951 dell’attuale sistema internazionale d’asilo, a stabilire dove e come accoglierli nel 2018 sul suolo americano non è stato un funzionario pubblico. Ma Annie, sofisticato software il cui nome è un omaggio ad Annie Moore che nel 1892, ancora minorenne, dall’Irlanda sbarcò Oltreoceano diventando la prima dei 12 milioni di immigrati che fino 1954 transitarono davanti ai severi ispettori di Ellis Island, accanto alla Statua della Libertà.

Secondo il team di ricercatori internazionali del Worcester Polytechnic Institute (USA), della Lund University (Svezia) e della Oxford University (Regno Unito) che le hanno dato i natali, la super hi-tech Annie grazie a un raffinato algoritmo che incrocia le caratteristiche socio-economiche-politiche del paese, della regione o della città ospitante con quelle dei singoli rifugiati (età, disabilità, livelli di istruzione, formazione etc.) garantisce, rispetto a quella stabilita dagli esseri umani, una più efficiente redistribuzione dei nuovi arrivati. Per la semplice ragione che in meno di un’ora (contro la mezza giornata che abbisogna in media a un impiegato) riesce a individuare il match ottimale tra luogo e soggetto da accogliere. Facilitando e velocizzando l’inserimento socio-lavorativo di quest’ultimo.

Un sistema di redistribuzione dei rifugiati altamente innovativo che ha grandi potenzialità perché l’algoritmo sopra descritto è già stato sperimentato con enorme successo per risolvere problemi simili. Dalla selezione degli ospedali a cui assegnare i medici inesperti al primo incarico a quella dei single in cerca dell’anima gemella. Ne sanno qualcosa - come ha notato Krishnadev Calamur in un recente articolo su The Atlantic - Alvin Roth e Loyd Shaplay che per i loro studi ultradecennali su questi modelli matematici hanno ottenuto il Premio Nobel per l’Economia 2012.

Tutto questo non vuol dire che Annie riuscirà a fronteggiare da sola le reticenze politiche sui rifugiati che dilagano in mezzo Occidente. Ma è comunque uno dei pochissimi segnali di rinnovamento del sistema internazionale di accoglienza dei richiedenti asilo che da settant’anni a questa parte, nonostante sia stato pensato per un mondo che non c’è più, è rimasto identico a sé stesso.

Secondo loro l’immigrazione si spiega con l’ambiente

Nove pagine scritte a quattro mani per rispondere alla gigantesca e complicata domanda sul se e come i cambiamenti climatici influenzano i flussi migratori. L’impresa, tutt’altro che semplice, sembra essere riuscita ad Antonello Pasini e Stefano Amendola, fisici del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Italia). Infatti, nell’articolo pubblicato di recente sulla rivista Environmental Research Communications, i due ricercatori sostengono di essere giunti alla conclusione che esiste un rapporto direttamente proporzionale tra aumento delle temperature e tasso di emigrazione da un dato paese. Ecco perché, a loro avviso, nel periodo 1995-2009 oggetto dello studio, il 90% degli immigrati in Italia dalla rotta Mediterranea sia arrivato dalla fascia africana del Sahel. E in particolare da dieci nazioni che più di altre hanno subìto un surriscaldamento climatico tale da minacciare le attività agricole: Burkina Faso, Ciad, Eritrea, Gambia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal e Sudan.

Per riassumere sarebbe questa la loro tesi: l’inquinamento ambientale causa con l’aumento delle temperature medie quello dei flussi migratori. Per questo, secondo gli autori, è ora che in Africa “si adottino strategie doppiamente vincenti, come il recupero di terreni degradati e desertificati, che possano condurre a mitigare il riscaldamento globale e, nel contempo, a creare situazioni che prevengano il triste fenomeno delle migrazioni forzate”.

Tutto bene, dunque? Fino a un certo punto. Perché la ricerca di Pasini e Amendola, che si è avvalsa di iper sofisticati modelli di analisi, sostenendo che chi lascia il Sahel per l’Italia lo fa non per scelta (alla ricerca di migliori condizioni di lavoro e di vita) ma obbligato da cause di forza maggiore (aumento delle temperature), lascia irrisolti almeno due quesiti.

Il primo: perché a parità di avverse condizioni climatiche tra i Paesi del Sahel si registrano tassi di emigrazione verso l’Italia assai divergenti fra loro? Insomma perché da Stati come Niger, Ciad o Burkina Faso riceviamo un numero irrisorio di immigrati, mentre sono tanti quelli che ad esempio arrivano dal Senegal?

Il secondo: perché la stragrande maggioranza degli immigrati dal Sahel nel nostro paese è composta da giovani maschi? Donne, anziane e bambini resistono di più e meglio alle alte temperature?

Le risposte arrivano dalla letteratura scientifica internazionale e in particolare da uno studio di Carolina Fritz del Migration Policy Institute di Washington: “the relationship between climate change and migration is not a linear one, but rather more complex, unpredictable, and influenced by larger social, economic and political forces that shape how societies interact with their environments”. In altri termini, fatta eccezione per i casi di vere e proprie catastrofi naturali che nell’immediato provocano il repentino sfollamento delle popolazioni interessate, non è affatto semplice distinguere i fattori ambientali, da altre variabili, materiali e immateriali, nell’analisi delle cause dei movimenti di popolazione.

Per fare un esempio, a causa dell’uragano Katrina a New Orleans, metà degli abitanti abbandonò definitivamente la città, il resto invece rientrò dopo aver trovato temporaneamente rifugio nelle aree limitrofe. Dettaglio quest’ultimo da non sottovalutare. Perché come ha denunciato uno studio della Banca Mondiale (con tutte le difficoltà di fare stime per le ragioni sopra indicate) entro il 2050 i cambiamenti climatici forse potrebbero sì spingere a emigrare 143 milioni di persone ma, questa la specifica da notare, all’interno dello stesso paese e/o continente in cui sono nati. Si chiamano migrazioni interne. E non hanno nulla a che vedere con quelle internazionali, alle quali, lo ricordiamo, appartengono i flussi migratori dal Sahel all’Italia.

Brexit fa rimpatriare un nostro cervello

C'è anche un mini incentivo al rientro in Italia dei cervelli in fuga nel Decreto Crescita approvato lo scorso 5 aprile. Su questo intervento normativo, che non è una novità per il nostro Paese, ne abbiamo parlato con la Professoressa Lucia Quaglia che ha un passato all'Università di York e un presente da ordinario di Scienza Politica in quella di Bologna.  

 Dalla sua esperienza personale, può spiegare ai nostri lettori quando, come e perché ha scelto di rientrare in Italia? Lo rifarebbe?

Io sono stata professore ordinario all’Università di York fino a maggio 2017, quando ho preso servizio all’Università di Bologna, a seguito di chiamata diretta dall’estero per chiara fama internazionale. Diverse motivazioni professionali e personali mi hanno spinto a tornare in Italia. Primo, la possibilità di lavorare in una ottima università, Bologna, eccellenza accademica in Italia, soprattutto nelle scienze politiche. Secondo, vi era la prospettiva di contribuire a sviluppare ed ‘internazionalizzare’ la ricerca in Italia. Terzo, la Brexit ha avuto un suo peso. Non sapevo (nè tuttora si sa’ con certezza) se i cittadini di paesi UE avrebbero potuto continuare a vivere e lavorare Oltremanica, e a quali condizioni. E nel campo accademico, se il Regno Unito fosse rimasto parte di programmi di ricerca e finanziamento della UE in futuro. Infine, io insegno corsi sulla Unione Europea, e molta della mia ricerca e’ in questo ambito.

Per riprendere lo stesso quesito che anni fa Amartya Sen pose al governo indiano preoccupato dal come fare rientrare i suoi talenti all'estero: il problema dell'Italia oggi sono i cervelli in fuga o la sua scarsa attrattività nei confronti di quelli stranieri?

L’Italia é poco attrattiva per gli accademici stranieri per una serie di fattori. Primo, gli stipendi sono più bassi, anche se dipende dal livello di seniority (il divario salariale per i professori ordinari e’ minore rispetto agli associati o ai ricercatori) e dal paese di comparazione. Secondo, le infrastrutture ed l’apparato amministrativo sono di minor qualità rispetto ad altri paesi, primo fra tutto, Regno Unito e Svizzera. La burocrazia, universitaria e non, è piuttosto farraginosa. Terzo: pochi stranieri parlano l’italiano, non è una lingua facilissima da imparare, e con il solo inglese non si sopravvive in Italia, nè nelle università ne’ nella vita di tutti i giorni. Infine, lavorare e vivere in un paese straniero richiede in genere un qualche ‘adattamento’, ma credo che l’Italia, soprattutto per chi non la conosce, richieda qualche ‘aggiustamento’ in piu’.

Sfatati i luoghi comuni sull’immigrazione africana

Entrare nel cuore dell’immigrazione dell’immigrazione africana e non riconoscerla. È questa la sensazione che potrebbe capitare a chi sfogliasse, usando come lenti i luoghi comuni in materia, le formidabili pagine del report Africa’s youth: jobs or migration? appena pubblicato dalla Mo Ibrahim Foundation di Dakar (Senegal). Oltre cento pagine che con rigore scientifico, dati alla mano, sfatano molte delle convenzioni dominanti nel dibattito politico occidentale sulle cause e le conseguenze dell’immigrazione dall’Africa. Soprattutto su tre punti.

Il primo: l’immigrazione africana non è diretta in maggioranza verso l’Europa ma verso le regioni limitrofe. Tant’è che oltre il 70% degli immigrati prova a farsi una nuova vita negli Stati prossimi a quello di origine. Mentre meno del 30% supera i confini dell’Africa. Per la semplice ragione che partire verso più prestigiose mete, come gli USA o l’UE, ha un costo, esistenziale ed economico, non alla portata di tutti. Tant’è che, solo per fare un esempio, il Vecchio Continente ospita meno di 9 milioni di africani, per lo più originari del Maghreb, cioè la parte Nord e tra le più sviluppate dell’Africa.

Il secondo: la povertà assoluta e l’insicurezza non rappresentano, a differenza di quanto sostenuto da più parti, le ragioni fondamentali che spingono gli immigrati africani a partire. L’80% di chi lascia la terra natìa lo fa non per necessità ma per soddisfare l’ambizione di un upgrade delle proprie condizioni personali e professionali. Cercano, insomma, servizi, prestazioni e occupazioni superiori allo standard di quelli offerti in patria. Sono, quindi, come sosteneva più di un secolo fa l’economista americano Mayo-Smith, coloro che all’interno delle diverse realtà nazionali appartengono, in genere, a gruppi sociali relativamente meno poveri e con qualità culturali, fisiche e motivazionali superiori a quelle medie. E che proprio per queste qualità superiori non rappresentano un campione significativo delle nazioni di origine. Solo i più dotati, gli ambiziosi e quelli con le “entrature” giuste hanno la forza di puntare “oltre confine”. Anche a costo di correre dei rischi. Mentre i loro connazionali più poveri materialmente ed intellettualmente, gli inerti, i deboli restano a casa.

Il terzo: l’identikit dell’immigrato africano-tipo africano è oggi assai diverso da quello presente nell’immaginario collettivo di molti occidentali. Perché rispetto al passato, a cercare un futuro migliore all’estero non sono più soltanto maschi, con scarsa istruzione e poche specializzazioni. Ma giovani con una crescente presenza di donne (sfiorano il 50%). E, in generale, elevati livelli di salute, formazione, conoscenze digitali e informatiche che sono il vero, principale indicatore della distanza siderale tra loro e gli immigrati d’un tempo.

Tutto questo non vuol dire che non esista un problema-Africa. Tantomeno una spinosissima questione immigrazione in mezzo Occidente. Ma che ci troviamo di fronte a un fenomeno sì epocale ma perché, rispetto al passato, assai più complesso. Che come tale, lontano da ogni forma di semplicismo, va trattato.

Una proposta sulla cittadinanza ai figli degli immigrati

Ci sono molte buone ragioni per cambiare la legge n.91 del 1992 sulla cittadinanza, oggi vigente in Italia. A spiegarle è il Prof. Alessio Rauti, docente di Diritto pubblico all'Università Mediterranea di Reggio Calabria, membro della neonata Accademia di Diritto e Migrazione che riunisce oltre duecento studiosi.

La storia di Rami Shehata e Adam El Hamami, premiati con la cittadinanza italiana perché hanno aiutato i carabinieri a intercettare il loro pullman dirottato da Ousseynou Sy, ha riaperto il dibattito sulle modalità di concessione dello status civitatis ai nati nel nostro paese da genitori stranieri. Qual è la sua opinione a tal proposito?

La legge n. 91 del 1992 in tema di acquisto e perdita della cittadinanza italiana è nata già vecchia, ovvero incapace di rimodulare i criteri di acquisto della cittadinanza alla luce della progressiva trasformazione della nostra Repubblica da Stato ad alta emigrazione a Paese ad alta immigrazione. In verità, non ci solo miopia politica, ma una precisa scelta che addirittura rese questa legge, ancora oggi vigente, molto meno inclusiva di quanto lo fosse la precedente legge n. 555 del 1912, in cui, ad esempio, era prevista una forma di ius soli temperato in base alla quale la cittadinanza era acquistata, a certe condizioni, dal figlio di stranieri residenti nel territorio del Regno da almeno dieci anni o poteva essere concessa allo straniero ivi residente da cinque anni . Il riferimento è particolarmente significativo se si fa caso al fatto che quella legge era stata approvata al culmine storico dell’emigrazione italiana, ovvero quando tutta l’attenzione del legislatore era rivolta non certo all’immigrazione, quanto e piuttosto, per svariate ragioni, a tenere fermo il legame con la Patria dei cittadini all’estero.

Peraltro, mentre molti altri Stati europei, una volta divenuti Paesi ad alta immigrazione, hanno modificato in senso più inclusivo le loro leggi, il legislatore italiano, che ha subito tale trasformazione attraverso un lungo processo iniziato nella seconda metà degli anni settanta del secolo scorso, tace sul punto. Anzi, dopo una sfilza di progetti puntualmente presentati in ogni legislatura e arenatisi nelle secche parlamentari, il recente “Decreto Salvini” (D.L n. 113/2018, convertito nella legge n. 132 dello stesso anno) addirittura aumenta a quattro anni il tempo per la decisione sulle domande di cittadinanza per naturalizzazione. È il segno dell’incapacità delle forze politiche – a questo punto, deve dirsi, di tutte – di coltivare e realizzare un progetto organico sulla cittadinanza e sulla convivenza sociale di questo Paese o talvolta della loro profonda debolezza nell’affrontare a testa alta le conseguenze di tale opera a livello elettorale.

A mio avviso, l’acquisto della cittadinanza è la tappa di un percorso in cui lo straniero decide di comportarsi come se fosse cittadino, sentendosi di conseguenza investito del dovere di fedeltà alla Repubblica (ancora formalmente riferito ai soli cittadini) e del dovere di difesa della Patria, in combinato disposto col principio di solidarietà di cui all’art. 2 della Costituzione, dovere che la stessa Corte costituzionale ha ritenuto assolvibile in forme non armate e volontarie anche da parte degli stranieri (sent. n. 119/2015, relativa al servizio civile nazionale). Ecco, il dovere di difesa della Patria e la fedeltà alla Repubblica – si pensi alla possibilità, prevista dalla legge, per alcune categorie di stranieri di accedere sin d’ora ad alcuni impieghi pubblici, per i quali vale in maniera ancora più forte il dovere di fedeltà alla Repubblica, oltre che quello di adempiere le relative funzioni con disciplina e onore – costituiscono la cartina di tornasole per individuare i veri cittadini, quelli che davvero compongono la comunità politica, sebbene ai fini dell’acquisto dei diritti politici sia richiesto l’ultimo passo di questa prima fase di cammino, ovvero il giuramento, che in verità, se formalmente costituisce il cittadino, sostanzialmente non fa che dichiarare un’appartenenza che si costruisce prima.

Ecco, a me pare necessaria una completa rivisitazione della legge del 1992, che introduca una panoplia di criteri temperati (di ius soli e ius sanguinis) e misti. Segnatamente, opterei per il criterio dello ius soli condizionato al possesso del permesso di lungo soggiorno dei genitori od alla loro residenza legale per almeno cinque anni, mentre sembra davvero eccessivo mantenere un criterio puro di ius sanguinis, tarato su schemi “familistici”, che consente l’esercizio del diritto di voto anche a quanti non hanno mai risieduto in Italia e magari neppure conoscono la lingua italiana. Oltre alle conseguenze sul reale carattere politico-rappresentativo delle elezioni ed al rischio accresciuto di manipolazione del voto, è evidente come in questi casi venga offuscata oltre la soglia della ragionevolezza la natura davvero politica della cittadinanza, che si fonda su specifici doveri di solidarietà sociale, politica ed economica.

Inoltre, accanto ad un ragionevole abbassamento del numero di anni di residenza necessari per richiedere la cittadinanza – e ad un intervento di modifica del Testo Unico sull’immigrazione, volto ad introdurre il criterio di progressività della durata dei permessi rinnovati – io spingerei verso la valorizzazione del territorio come spazio di relazioni e, dunque, per i ragazzi, verso l’abbinamento con meccanismi di ius culturae legati alla frequenza di cicli scolastici; per i giovani valorizzerei esperienze come il servizio civile o, come per gli adulti, la partecipazione a forme qualificate di solidarietà sociale, come la protezione civile, le attività della Croce Rossa, etc. Ad esempio, il minore nato in Italia o che vi entra regolarmente entro l’età in cui normalmente viene terminata la scuola secondaria di primo grado (13 anni) potrebbe acquistare la cittadinanza una volta terminati due cicli scolastici. Questo consentirebbe anche di superare le difficoltà legate all’attuale criterio che consente l’acquisto della cittadinanza da parte del minore straniero nato in Italia e che abbia risieduto legalmente e ininterrottamente nel territorio italiano addirittura per diciotto anni, fino al compimento della maggiore età.

Se non va dimenticato che la frequenza scolastica è l’unica in grado di incidere, sia pure con risultati variabili, sull’apertura di nuclei familiari tendenzialmente chiusi, l’ideale sarebbe comunque modulare criteri che, senza sacrificare le legittime aspettative dei minori, agiscano in modo promozionale offrendo possibilità agevolate di acquisto della cittadinanza che coinvolgono la vita dell’intera famiglia.

È una sfida complessa ed impegnativa, nondimeno decisiva per il nostro futuro.

Superare la contrapposizione ius sanguinis-ius soli

Confusi dall'animato, infruttuoso dibattito della politica italiana sulla cittadinanza ai figli degli immigrati, abbiamo chiesto lumi al Prof. Alessio Rauti, docente di Diritto pubblico all'Università Mediterranea di Reggio Calabria, membro della neonata Accademia di Diritto e Migrazione che riunisce oltre duecento studiosi.

Quando si parla di concessione della cittadinanza a figli degli immigrati, la politica italiana si divide tra i sostenitori dello ius sanguinis e quelli dello ius soli. Ma questa contrapposizione, soprattutto guardando a cosa accade all'estero, non è largamente datata?

Comincio subito col dire che il punto centrale del discorso sulla cittadinanza riguarda non solo o tanto quello che pensano gli studiosi, ma il grado di competenza e consapevolezza raggiunto dall’opinione pubblica, ancora molto basso. È importante dunque qualunque opera di adeguata informazione sui differenti modi in cui questi due criteri di acquisto della cittadinanza possono essere (e siano) modulati nelle legislazioni statali. Ma la questione riguarda innanzitutto l’Italia: ad esempio, non credo sia ben chiaro che anche il nostro ordinamento prevede una specifica ipotesi di ius soli diretta ad evitare la creazione di situazioni di apolidia. La legge n. 91 del 1992 stabilisce infatti l’acquisto della cittadinanza alla nascita da parte dei minori nati nel territorio statale che, per diversi motivi, si ritroverebbero privi di qualsiasi cittadinanza: perché figli di apolidi, genitori ignoti o stranieri che non sono in grado di “trasmettere” loro la propria cittadinanza in base alla legge dello Stato cui appartengono. Insomma: uno ius soli c’è già nel nostro ordinamento e a questo si aggiunge la più nota forma ulteriore ed ibrida di tale criterio che consente l’acquisto della cittadinanza ai minori stranieri nati in Italia che risiedano legalmente e ininterrottamente nel territorio dello Stato fino al compimento della maggiore età.
Se poi consideriamo le legislazioni degli altri Stati, ci accorgiamo che esistono ulteriori, differenti modalità di acquisto della cittadinanza in base ad un criterio temperato di ius soli e/o di un criterio corretto di ius sanguinis. Si aggiungono poi molti altri criteri: accanto a quelli assai noti della residenza prolungata sul territorio dello Stato, dell’adozione del minore straniero da parte di un cittadino, del matrimonio con un cittadino, va pure ricordato il c.d. ius culturae, legato alla frequenza da parte del minore straniero di uno o più cicli scolastici. È chiaro che rispetto sia allo ius soli che allo ius sanguinis può essere decisiva la Dea Fortuna, ma lo ius soli è decisamente più inclusivo, perché, a differenza dello ius sanguinis, può permettere agli stranieri che si trovano nel territorio di un altro Stato di far acquistare la relativa cittadinanza ai propri figli nati nel Paese, ancorché alle condizioni di volta in volta previste dalle legislazioni nazionali. Si tratta, dunque, di un criterio che, purché sapientemente modulato, può ben bilanciare il carattere tendenzialmente escludente dello ius sanguinis, senza per ciò impedire agli Stati un ragionevole controllo statale sui flussi migratori e sulla tenuta sociale.

Può spiegare ai nostri lettori quali sono a livello internazionale gli orientamenti prevalenti in materia di concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati?

Accanto ad una rivisitazione in senso più inclusivo delle norme che consentono l’acquisto della cittadinanza attraverso il legame con il territorio statale – come in Germania, dove attualmente bastano otto anni di residenza regolare – l’individuazione di criteri temperati di ius sanguinis e di ius soli costituisce la principale linea di tendenza riscontrabile nei Paesi europei. E va ricordato come anche Stati tradizionalmente legati al criterio del sangue, a partire dall’inizio di questo secolo hanno introdotto con intelligenza forme moderate di ius soli.
Se per lo ius sanguinis, la versione “pura” – priva di condizioni e senza limiti di generazioni – si ritrova oramai in pochi Paesi, fra cui l’Italia e solo parzialmente la Spagna (per alcuni adempimenti richiesti in alcuni casi ai figli nati all’estero), mentre molto più diffusa è la forma temperata (ad esempio, in Austria, Francia, Germania e Regno Unito), che pone ulteriori condizioni nel caso in cui il figlio di cittadino sia nato all’estero e/o impedisce la trasmissione della cittadinanza nel caso in cui il cittadino non risieda più da diverso tempo nel territorio dello Stato o la consente unicamente entro un numero limitato di generazioni.
Quanto, invece, allo ius soli, si possono distinguere almeno quattro forme temperate:
1) il c.d. doppio ius soli, in base al quale acquista la cittadinanza il minore se non solo quest’ultimo ma anche i genitori (o almeno uno dei due) sono nati nel territorio statale: in questo modo, lo straniero che si stabilisce regolarmente all’interno di un Paese diverso da quello di appartenenza può ben sperare che almeno i nipoti possano divenire cittadini di quello Stato. Il modello, in questo caso, è costituito dalla Francia, ma il criterio è presente anche in Spagna.
2) lo ius soli condizionato al possesso di alcuni requisiti da parte dei genitori del minore: a) il possesso di un permesso di soggiorno permanente o b) un certo numero di anni di residenza. Nel primo caso, il modello può rintracciarsi nel Regno Unito – in cui lo straniero nato nel territorio statale può essere registrato come cittadino, mentre è ancora un minore, se uno dei due genitori «becomes settled in the United Kingdom» (acquista, cioè, l’indefinitive leave to remain, ovvero il diritto di residenza permanente) – ma anche in Grecia. Per il secondo caso, ci si può riferire, ad esempio, all’ordinamento dell’Irlanda, la cui legge in materia consente l’acquisto della cittadinanza da parte dei figli di stranieri (o anche di un solo genitore) che abbiano legalmente risieduto, nell’arco dei quattro anni antecedenti alla nascita del figlio, per almeno tre anni sul territorio della Repubblica irlandese. In verità, un criterio simile si ritrova anche in altri Paesi europei, ma con effetti non automatici (Portogallo, Grecia e Belgio), mentre in altri casi la disciplina si presenta più variegata, come nel caso della Germania, in cui si richiede invece che il genitore vanti almeno otto anni di residenza regolare e sia titolare di un diritto di soggiorno (Aufenthaltsberechtigung) o, da almeno tre anni, di un permesso di soggiorno permanente (unbefristete Aufenthaltserlaubnis). Nel complesso tale tipologia di ius soli temperato si presenta maggiormente diffuso rispetto al “doppio ius soli” e appare decisamente più inclusivo: non a caso è stato adottato dall’Irlanda dopo aver abbandonato il criterio dello ius soli “puro” (senza condizioni) al fine di apportare a quest’ultimo una correzione ragionevole.
3) Lo ius soli temperato ibrido, che costituisce una vera e propria contaminazione fra le due forme di ius soli “temperato”, stabilendosi, ad esempio che acquista la cittadinanza di uno Stato chi nasce nel relativo territorio se anche un genitore vi sia nato e a) vi risieda regolarmente per un certo numero di anni – ad esempio: cinque negli ultimi dieci anni in Belgio oppure b) dalla nascita del figlio sia stato permanentemente domiciliato nel territorio dello Stato (come stabilito in Grecia).
4) Lo ius soli combinato con la residenza del minore costituisce un criterio che richiede all’interessato ulteriori condizioni oltre alla nascita nel territorio statale. Così, in Belgio e il figlio di stranieri nato nel territorio può acquistare la cittadinanza su richiesta al compimento dei diciotto anni, dimostrando la sua residenza continuativa ed interrotta (e in Olanda si richiede che il minore abbia scelto quello Stato come luogo principale della sua residenza). In Francia, invece, nel caso in cui i genitori non siano nati nel territorio francese, per le seconde generazioni si applica un criterio di naturalizzazione speciale, per cui il figlio nato nel territorio dello Stato da genitori stranieri nati altrove può rivendicare la cittadinanza a partire dall’età di sedici anni, se ha la residenza francese e l’ha avuta come residenza abituale per un periodo continuo o discontinuo di almeno cinque anni, dall’età di undici anni. Se la richiesta è invece presentata dai genitori, col consenso del minore, la cittadinanza francese può essere acquistata a partire dall’età di tredici anni, purché si dimostri che l’interessato abbia avuto la residenza abituale in Francia dall’età di otto anni. Nel Regno Unito, invece, acquista la cittadinanza lo straniero nato e vissuto per i primi dieci anni nel territorio dello Stato senza assentarsi per più di novanta giorni. In queste ultime ipotesi emerge un concetto di “comunità” intesa non solo come prossimità di luogo, ma anche come crescita interpersonale in un determinato territorio e, per certi aspetti, come risultato della volontà di rimanere, che molto spesso viene consacrata in una scelta finale compiuta dall’interessato. Peraltro tali requisiti costituirebbero non solo l’indice del rapporto continuativo col territorio statale, ma anche un importante veicolo di legami orizzontali con la società, tanto più necessari quanto più si presenti il rischio reale di gruppi familiari particolarmente chiusi. Peraltro, ben potrebbero rinvenirsi casi particolari in cui tale criterio viene associato con quello dello ius soli temperato, nella sua versione più inclusiva.
Infine, è possibile in alcuni casi rinvenire criteri misti di residenza e ius culturae. In tema, mi sembra significativo quanto disposto in Grecia dal codice della cittadinanza, secondo cui, previa dichiarazione congiunta e richiesta di registrazione da parte dei propri genitori, acquista la cittadinanza il figlio di stranieri che abbia completato con successo la frequenza di un ciclo scolastico per almeno sei anni in una scuola greca ed abbia risieduto «lawfully permanently».

Con questa legge sulla cittadinanza rischia le Olimpiadi

Se non salva un bus da un terrorista, alle Olimpiadi non ci va. Non fanno altro che ripetere questo i parenti e gli istruttori di Eduard Cristian Timbretti Gugiu, formidabile tuffatore della nostra nazionale, nato in Italia da genitori rumeni. Che nonostante il suo indiscutibile talento, rischia di perdere l’appuntamento con i giochi olimpici 2020 perché non ha la cittadinanza italiana.

La sua storia ricorda da vicino quella di Rami Shehata e Adam El Hamami che, però, a differenza di questo astro nascente del nostro nuoto, hanno, in via eccezionale appena ottenuto la cittadinanza italiana come premio per aver consentito un paio di settimana fa ai carabinieri di intercettare il loro pullman dirottato da Ousseynou Sy, con l’intenzione di fare una strage.

Ma la vicenda di Eduard è ancora più paradossale di quella dei due eroi nuovi cittadini grazie a uno sventato attentato. Perché secondo la legge vigente nel nostro Paese (n.91/1992) i primi, in quanto minorenni, come tutti i figli nati in Italia da genitori stranieri, avrebbero dovuto attendere il compimento della maggiore età per chiedere la cittadinanza. Lui, invece, 18 anni li ha già compiuti nel 2018. E lo scorso dicembre ha puntualmente fatto richiesta dello status civitatis dimostrando, come richiesto dalla suddetta norma, di aver risieduto, fin dalla nascita, ininterrottamente in quella che credeva fosse la sua nuova patria.

Ma allora dove sta l’inghippo?

In un codicillo, passato sotto traccia, del Decreto sicurezza approvato lo scorso ottobre dal Parlamento, su iniziativa del Ministro degli Interni Matteo Salvini. Che ha raddoppiato (da 2 a 4 anni) i già lunghissimi tempi che la Pubblica Amministrazione si prende per rispondere alle richieste di cittadinanza.

Sperando di non peccare di ottimismo, crediamo, anzi, vogliamo che anche la disavventura di Eduard, come quella di Rami e Adam, si risolva a lieto fine. Consentendogli di ottenere il passaporto tricolore in tempo per le Olimpiadi di Tokyo del prossimo anno. Ma quest’altra eccezione alla regola non risparmierà a migliaia di minori nati in Italia da genitori stranieri la doppia pena: di attendere fino alla maggiore età per sapere se è concesso loro di diventare nostri concittadini e di fare i conti con l’ulteriore balzello imposto dal decreto Salvini. Per questo viene da chiedersi se non è forse ora di mettere mano a una norma scritta 30 anni fa quando l’Italia, contrariamente oggi, non era ancora diventato una delle più importanti mete europee dell’immigrazione internazionale.

La domanda è retorica. La risposta non può che essere positiva. Semmai si può e si deve ragionare sul come. Partendo magari dal buon senso. Con due semplici ma fondamentali emendamenti alla legge n.91 del 1992.

Il primo: dimezzare il tempo previsto dall’art.9 comma 1 lettera F che prevede la concessione della cittadinanza allo straniero residente da almeno dieci anni sul territorio della Repubblica. In questo modo sarà più facile e rapido per i genitori, e di conseguenza anche per i loro minori, diventare nuovi cittadini.

Il secondo: cancellare dall’art.4, comma 2 l’onere a carico del richiedente di dimostrare di aver vissuto ininterrottamente fino alla maggiore età sul territorio patrio. Non foss’altro perché lascia un’eccessiva discrezionalità burocratica. Che può spingere il funzionario di turno a negare la cittadinanza perché il soggetto interessato ha, ad esempio, passato un banale, prolungato soggiorno estivo dai nonni nel paese di origine dei genitori.

Il terzo: obbligare la PA a rispondere entro dodici mesi alle richieste di cittadinanza.

Se è vero che l’ottimo è il nemico del bene, ci si potrebbe accontentare di queste tre modifiche alla legge vigente. Poco rivoluzionarie. Ma sufficienti a rendere più semplice la vita dei tanti ragazzi che studiano e giocano con i nostri figli. Evitando, allo stesso tempo, inconcludenti, rissose barricate politiche come quelle alle quali abbiamo assistito nella scorsa legislatura. Quando lo scontro tra i paladini dello ius sanguinis e quelli dello ius soli fece perdere di vista col problema principale (la cittadinanza ai nati da genitori stranieri), un piccolo dettaglio. E, cioè, che entrambi i modelli pari sono. Sia l’uno che l’altro sono discriminatori. Perché lasciano che sia la sorte a stabilire chi può essere cittadino e chi no. Nel primo caso tutto dipende da chi nasci. Nel secondo dal dove. Ecco perché nel mondo avanzano sistemi misti che miscelano il meglio dell’uno e dell’altro.

Ius soli, ius sanguinis: una contrapposizione da superare

Da oggi l’Italia ha due nuovi cittadini ma un vecchio, irrisolto problema. I primi sono Rami Shehata e Adam El Hamami. Che pur essendo minorenni hanno, in via eccezionale, appena ottenuto la cittadinanza italiana come premio per aver consentito una settimana fa ai carabinieri di intercettare il loro pullman dirottato da Ousseynou Sy, con l’intenzione di fare una strage.

Il secondo, cioè l’annoso grattacapo da risolvere, riguarda migliaia di figli di immigrati nati in Italia che, proprio come Rami e Adam, se la sorte non li trasforma in eroi per un giorno, per ottenere la cittadinanza italiana devono aspettare, dimostrando di aver vissuto ininterrottamente nel nostro paese, il compimento della maggiore età. Così prevede la legge vigente in Italia (n.91. del 1992), improntata sul princìpio dello ius sanguinis, che confina in una sorta di limbo giuridico un vero e proprio esercito di nuovi potenziali cittadini.

Per trovare una soluzione a questo problema, nella passata legislatura era stata proposta, ma non approvata, una norma per l’introduzione dello ius soli che ai nati in Italia avrebbe consentito, sub condicione, l’automatica concessione della cittadinanza.

All’epoca, come oggi, l’infuocato dibattito tra i pro e contro lo jus soli fece perdere di vista un dettaglio non da poco. E, cioè, che entrambi i modelli (jus sanguinis e jus soli) pari sono. Sia l’uno che l’altro sono discriminatori. Perché lasciano che sia la sorte a stabilire chi può essere cittadino e chi no. Nel primo caso tutto dipende da chi nasci. Nel secondo dal dove.

È per queste ragioni che se diamo uno sguardo oltre i rissosi confini patri, scopriamo che nel mondo occidentale vi è una generale tendenza a sperimentare sistemi misti, che per evitare indebite forme di inclusione ed esclusione, miscelano lo jus sanguinis con lo jus soli. Emblematico il caso della Svezia e della Germania.

La prima applica lo jus soli per i minori stranieri nati sul suo territorio ma di cui non si conoscono i genitori oppure per quelli di genitori apolidi. Gli altri, in base alla discendenza, diventano cittadini se figli di immigrati residenti nel paese da almeno tre anni su semplice richiesta dei genitori o di chi ne fa le veci.

La seconda, che aveva un ordinamento assai vicino al nostro, a seguito della nuova legge varata nel luglio 1999, consente l’acquisizione automatica della cittadinanza ai figli di immigrati nati sul territorio nazionale ma a condizione che almeno uno dei genitori risulti stabilmente residente nel paese da almeno otto anni e sia in possesso di un regolare permesso di soggiorno. Nella maggior parte dei casi coloro che diventano cittadini tedeschi per nascita mantengono anche la nazionalità straniera dei genitori in base al principio di filiazione. Ma al momento della maggiore età, e comunque non oltre cinque anni dal suo compimento, se optano per la prima perdono quella ereditata dai genitori o viceversa.

Un mix tra i due jus che di recente ha fatto capolino, sia pur di soppiatto, finanche negli Usa. Infatti dal 2000 per risolvere la contraddizione della cittadinanza per i minori stranieri nati all’estero ma adottati da genitori americani il Child Citizenship Act ha deciso che questi bambini vanno considerati a tutti gli effetti come nati sul suolo statunitense. Un escamotage legale che a ben vedere, riconoscendo l’importanza della componente parentale, ammette, in contrasto con la legge del suolo da sempre ritenuta inviolabile, un sia pur parzialmente ricorso a quella del sangue.

Se tutto questo è vero, per risolvere i problemi in casa nostra (anche se per numero di cittadinanze concesse agli immigrati siamo leader in Europa) si potrebbero proporre tre piccole modifiche di buon senso alla legge n.91 del 1992.

La prima concerne l’art.4 comma 2 che, lo ripetiamo, ai nati da genitori immigrati consente di diventare italiani al compimento del diciottesimo anno a condizione di aver vissuto ininterrottamentefino alla maggiore età sul territorio patrio. Con il risultato che può bastare una vacanza all’estero con gli amici o una visita ai nonni nel paese dei genitori, per far saltare tutto.

La seconda ha a che fare con la necessità di eliminare ogni forma di possibile, arbitraria discrezionalità burocratica nelle relative procedure di concessione. Fino a oggi, infatti, le risposte positive o negative alle richieste di cittadinanza sono fin troppo legate al parere soggettivo dei funzionari di turno.

La terza riguarda l’art.9 comma 1 lettera F che prevede la concessione della cittadinanza allo straniero che risiede da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica. Questo significa, caso unico in Europa, che gli immigrati extra-UE possono richiedere lo status civitatis italiano (che sulla base dello ius sanguinis possono trasmettere ai figli) solo dopo due lustri di regolare soggiorno nel nostro paese. Sarebbe consigliabile ridurli, ad esempio, a quattro come, peraltro, già previsto dal nostro ordinamento per i comunitari originari di un paese europeo.

Sembra facile ma – come ripeteva Orwell – per vedere quello che abbiamo proprio davanti agli occhi serve uno sforzo continuo.