Sull’immigrazione un piccolo grande esperimento parte da Fiumicino

La lotta al Covid ha fatto passare sotto traccia in Europa una novità assoluta sull’immigrazione. E che ha come protagonista l’Italia. Lo scorso 3 febbraio, infatti, l’aeroporto di Fiumicino è diventato il primo scalo europeo ove opera una task force congiunta della nostra Polizia e degli agenti di Frontex, l’Agenzia UE per il controllo delle frontiere esterne. Questa inedita squadra speciale ha la mission di eseguire operazioni di transito e rimpatrio degli immigrati destinatari di misure di allontanamento adottate dall’Italia o da altri Stati membri.

L’iniziativa, che presto verrà estesa al resto d’Europa, rappresenta un decisivo passo, anche se da molti incompreso, verso un vero processo di europeizzazione delle politiche migratorie dei 27 Stati UE.

Innanzitutto perché essa testimonia uno dei pochi casi in cui i Paesi del Vecchio Continente cedono, o quantomeno condividono, a un’agenzia sovranazionale le competenze su una materia che l’unanimità delle Cancellerie europee ha storicamente considerato di esclusiva prerogativa nazionale. Se non è una rivoluzione, poco ci manca. Non foss’altro perché questo sia pur circoscritto salto di qualità potrebbe consentire di superare quello che taluni esperti hanno definito il paradosso di Schengen. Che ha imposto agli Stati UE sotto pressione migratoria come l’Italia, l’onere di sorvegliare una frontiera che formalmente è nazionale, ma nei fatti è europea visto che l’ingresso ad esempio nel nostro Paese può consentire di circolare liberamente nel resto d’Europa.

Secondariamente, l’organizzazione di rimpatri sotto l’egida di Frontex, consentirebbe ai governi nazionali di ridurre il danno in termini di consenso prodotto da operazioni di polizia nazionali che spesso dividono e contrappongono l’opinione pubblica tra gli estremisti del tutti fuori e quelli del tutti dentro.

Infine, l’esperimento di Fiumicino potrebbe, inoltre, attutire una delle più aspre contese degli ultimi anni tra gli Stati di frontiera dell’Europa mediterranea e quelli del Nord. Alle accuse da parte dei primi di mancanza di solidarietà, i secondi hanno spesso risposto di essere disponibili a ricevere una parte dei richiedenti asilo arrivati al Sud, ma non gli immigrati irregolari da rimpatriare hic et nunc.

Intendiamoci, è vero che anche se l’esperimento di Fiumicino dovesse diventare strutturale su scala europea, saremmo solo a metà del cammino. Ma come è sempre accaduto nella storia UE, è buscando l’Oriente per l’Occidente che si arriva alla metà, cioè, in questo caso, a una matura politica europea dell’immigrazione che preveda anche l’introduzione di canali UE legali di ingresso per immigrati economici e richiedenti asilo.

Sull’asilo più si ritarda la riforma di Ginevra più cresce il caos

Dagli USA all’UE cresce la domanda d’asilo, ma le Cancelliere non riescono a dare risposte. Nessun governo occidentale sembra, infatti, avere intenzione di fare i conti con un complesso di emergenze umanitarie del nuovo tipo che richiederebbero strumenti politici e normativi al passo con i tempi. Infatti, lo storico boom di rifugiati, più di 80 milioni nel mondo, ha evidenziato negli ultimi dodici mesi le sempre più vistose crepe della governance globale del diritto d’asilo incentrata sulla Convenzione di Ginevra del 1951. Soprattutto su due fronti.

Il primo fronte riguarda il fatto che, lo segnalano da tempi raffinati esperti della materia come l’americano Davi Frum, i potenziali rifugiati del XXI secolo coincidono solo in parte con quelli tutelati in base alla Convenzioni di Ginevra del 1951. Alle vittime di discriminazioni e violenze di Stato (pensiamo ad esempio ai siriani in fuga da un paese in guerra da diedi anni) si è aggiunta, infatti, negli ultimi anni una eterogenea galassia di vulnerabili. Che chiedono asilo non perché vittime di violenza pubblica (statale) ma privata (famiglia, gang criminali, etc.). Cosa che mezzo secolo fa nessuno aveva previsto. Eclatante il caso degli Stati Uniti che registrano un netto aumento del flusso migratorio (carovane organizzate di migliaia di persone in marcia verso il confine americano) dal Centro-America (Nicaragua, Honduras, Salvador e Guatemala). Dove la guerra tra bande criminali ha causato la fuga di migliaia di persone. La complessità di questo fenomeno mette in discussione sia la definizione di asilo, sia la dicotomia tra migrazione forzata e mobilità volontaria. Infatti, questi migranti centro-americani sono al contempo definiti clandestini e richiedenti asilo. La distinzione è data dal caso, cioè dall’orientamento di chi è chiamato a valutarli. Il risultato è che molti di loro, non essendo vittime di violenza da parte di uno Stato, ma di privati, vengono esclusi dalla fattispecie indicata dalla Convenzione di Ginevra. Mentre altri, a parità di condizioni, sulla base di una interpretazione estensiva della stessa Convenzione, ottengono lo status di rifugiato.

Il secondo fronte è stato a più riprese denunciato dall’Alto Commissario ONU per i rifugiati, Filippo Grandi: "Siamo testimoni di una realtà nuova che ci dimostra come gli esodi forzati, oggi, non soltanto siano largamente più diffusi, ma, inoltre, non costituiscano più un fenomeno temporaneo e a breve termine”, come, invece, prevede la Convenzione siglata 70 anni fa nella cittadina svizzera. La maggioranza dei rifugiati nel mondo rientra, infatti, nella categoria tecnicamente nota dei protracted, cioè quelli costretti a vivere lontano da casa da almeno 5 o più anni. Secondo l’Overseas Development Institute (ODI) di Londra, tra il 1978 e il 2014, l’80% delle emergenze umanitarie si è risolta dopo 10 o più anni e solo 1 su 40 nell’arco di tre anni. Le crisi che causano grandi flussi di rifugiati durano, in media, più a lungo che in passato. Il conflitto in Somalia, ad esempio, va avanti da quasi trent’anni. È, inoltre, maggiore la frequenza con cui si verificano nuove situazioni drammatiche o si riacutizzano crisi già in corso (tra le più gravi oggi spiccano Siria e Venezuela, ma negli ultimi cinque anni anche Sud Sudan, Congo, Yemen, Burundi, Ucraina, Repubblica Centrafricana hanno fatto registrare gravi instabilità politiche).

E’ un quadro che conferma, lo sostengono gli stessi vertici dell’UNHCR, che la vecchia strumentazione di gestione del sistema internazionale dell’asilo non tiene più. Purtroppo oggi, a differenza di quanto avvenne all’indomani della Seconda Guerra mondiale, non c’è una potenza globale capace di imporre una nuova governance internazionale dell’asilo.

Il Covid non frena le rimesse degli immigrati

Gli ultimi dati sulle rimesse degli immigrati in Italia confermano che l’immigrazione è lo specchio del Paese ospitante. Nel 2020, a fronte di un vero e proprio crollo su scala globale, i flussi di denaro inviati dagli immigrati d’Italia nelle ex terre di origine sono invece significativamente cresciuti. Infatti, come evidenziano i dati dell’ultimo, recentissimo bollettino statistico di Bankitalia, nei primi nove mesi dell’annus horribilis 2020 le rimesse degli immigrati hanno segnato, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, un aumento del 19%. Passando in termini assoluti da 4,4 a 5,3 miliardi di euro. Dunque all’opposto di quelli del resto del Pianeta gli stranieri del Bel Paese nel picco della pandemia non hanno rallentato ma intensificato l’invio di denaro a casa.

Come spiegare questa non trascurabile disponibilità di denaro in un periodo di massima crisi economica?

La risposta è forse da rintracciare in alcune caratteristiche specifiche del tessuto sociale ed economico dell’Italia. Che con tutta evidenza sembra avere influenzato i comportamenti degli immigrati. Siamo notoriamente un popolo di risparmiatori. Tant’è che, secondo Unimpresa, nel 2020, proprio come rilevato per gli stranieri, la liquidità nei conti correnti delle famiglie e delle aziende italiane è cresciuta rispettivamente del 7% e del 20,8% fino a sfiorare un totale 2 mila miliardi di euro, cifra assai più alta del valore del Prodotto Interno Lavoro. E’ un boom di riserve spiegabile certo con la nostra storica propensione al risparmio (e col fatto che i lockdown riducono le occasioni di spesa), ma anche col prosperare dell’informale che è un altro tratto distintivo dell’economia italiana. Perché è vero che la pandemia ha paralizzato settori cardine del nostro mercato sommerso: bar, ristoranti e hotel. Ma altrettanti, agricoltura e servizi pubblici e privati, hanno, invece, continuato ad offrire, con tutte le difficoltà del caso, impieghi irregolari, sia agli italiani che agli stranieri. Si tratta peraltro spesso di soggetti che proprio perché formalmente disoccupati usufruiscono di diverse forme di sussidi pubblici (es. il reddito di cittadinanza) che sommate alle entrate derivanti dal lavoro sommerso possono almeno in parte spiegare il perché i salvadanai degli autoctoni come quelli dei nuovi arrivati siano gonfi di liquidità.

Detto questo rimane da capire perché gli immigrati hanno dirottato così tanti risparmi nei Paese di origine. Sono tre i possibili scenari.

1) Si può presumere, soprattutto per gli immigrati dell’Europa dell’Est, che le restrizioni anti-Covid abbiano limitato con la libera circolazione la possibilità di trasferire informalmente le rimesse in patria attraverso periodici viaggi. Finendo per essere obbligati, di conseguenza, a ricorrere ai canali formali come MoneyGram e consentendo alle autorità italiane di avere contezza di un flusso di denaro che in precedenza passava sotto traccia.

2) Si può supporre che l’effetto pandemia abbia impaurito una fetta degli immigrati a tal punto da spingerli a pensare di dovere abbandonare definitivamente l’Italia. Cosa che li ha convinti a togliere i contanti da sotto il materasso per inviarli a casa.

3) Si può, infine, ipotizzare che gli immigrati abbiano aumentato il flusso delle rimesse semplicemente a supporto dei loro cari residenti in Paesi meno avanzati che più di altri hanno subìto i contraccolpi economici della pandemia.

Un dato, tuttavia, sembra certo. La disponibilità di liquidità che ha consentito agli immigrati di inviare anche in un momento di crisi un così elevato flusso denaro in patria, indica che almeno dal punto di vista economico si sono adattati ai vizi e alle virtù del Paese che li ospita. Forse sono più integrati di quanto pensiamo.

Calano come non mai gli studenti stranieri negli Usa

L’american dream non fa più breccia tra gli universitari di mezzo mondo. Almeno è questo che viene da pensare leggendo l’autorevole analisi del Migration Policy Institute di Washington sullo storico crollo delle matricole straniere nelle Università USA nell’anno accademico 2019/2020: -20 mila rispetto a quello precedente. In termini assoluti i numeri rimangono ancora alti, oltre un milione, ma è una flessione che Oltreoceano fa moltissimo rumore. Non foss’altro perché è il primo segno negativo che si registra dal 1965, quando il governo americano con l’Immigration and Nationality Act abolì i divieti di ingresso riservati fino ad allora a determinate nazionalità consentendo anche tutti gli studenti internazionali di scommettere nel sogno americano.

Una inedita inversione di tendenza che secondo le ricercatrici Emma Israel e Jeanne Batalova ha almeno quattro spiegazioni: il costo medio delle rette in continuo aumento; le procedure burocratiche per ottenere visti di studio inasprite quando si scoprì che uno degli attentatori delle Torri Gemelle era entrato negli USA grazie a un permesso di soggiorno per studenti; la competizione tra gli Stati globali per attirare i migliori cervelli dall’estero; il clima anti-immigrati foraggiato dall’amministrazione Trump. Il tutto condito dall’effetto pandemia che ha spinto o costretto anche migliaia di studenti stranieri già iscritti nelle accademie statunitensi a rientrare in patria dove è più economico e conveniente seguire la didattica a distanza.

È forse ancora presto per stabilire se tale calo di iscrizioni dall’estero sia una parentesi o un dato destinato a diventare strutturale. Di certo non è un buon segnale per un impero che ha fondato la sua grandezza su una formidabile capacità di attrarre per decenni the brightest and the best da ogni angolo del Pianeta. Curioso notare che in questo quadro non proprio confortante per gli USA, l’unica buona notizia arrivi dal suo attuale acerrimo rivale, la Cina. Pare, infatti, che nell’anno horribilis appena concluso, a differenza del resto degli studenti stranieri, quelli cinesi siano stati gli unici ad aumentare nelle Università americane, fino al punto da rappresentare il 35% del totale delle matricole che arrivano dall’estero.

I cervelli ritornano, ma a casa di mamma

Sul ritorno in patria causa pandemia dei cervelli italiani “fuggiti” all’estero, c’è poco da festeggiare e molto da riflettere. Infatti, dietro il picco (+20%) di nostri giovani fra i 18 e i 34 anni che nel 2020 sono rientrati in Italia, si celano tre grandi ombre nascoste dall’inspiegabile entusiasmo con il quale i più autorevoli quotidiani nazionali (e non) hanno accolto la notizia.

La prima riguarda coloro che sono rientrati perché hanno perso il lavoro. Conclusa la pandemia è facile immaginare che almeno una parte di essi, non avrà la capacità psichica ed economica per ricominciare da zero all’estero. I nuovi rimpatriati si aggiungeranno al già vasto bacino di loro coetanei disoccupati che vivono e/o sopravvivono in Italia grazie a quella formidabile riserva di Welfare familiare (stipendio dei genitori, pensione dei nonni) che primo o poi si esaurirà.

La seconda concerne i più fortunati che incentivati dal telelavoro hanno preferito passare i lockdown in patria tra il calore di amici, parenti e del clima mite del Bel Paese. Le previsioni sulle loro scelte future post pandemia sembrano altrettanto scontate: torneranno all’estero. Per la semplice ragione che la pandemia non ha cancellato, ma semmai accentuato, quelle carenze strutturali del mercato del lavoro italiano che li avevano spinti ad andare oltre confine. Insomma, è vero che grazie alle nuove tecnologie delle comunicazioni le occupazioni altamente qualificate possono essere svolte da ogni angolo del globo. Ma è altrettanto innegabile, come ha di recente notato Richard Florida, che finita la sessione su Zoom o su Meet, l’esercito cosmopolita dei the best and brightest continuerà a domandare servizi e infrastrutture avanzate che solo le regioni e le smart cities globali offrono loro.

Morale della favola, e qui arriviamo alla terza ombra. Anche sul tema dei cervelli in fuga la pandemia rischia di rappresentare la cartina al tornasole dei vizi del Bel Paese. Concentrati ad esultare per il ritorno dei nostri amatissimi talenti, continuiamo a non interrogarci sul perché non riusciamo, invece, ad attirare quelli altrui.

Il punto, come aveva notato oltre un ventennio fa Amartya Sen, sta proprio qui. Nel mondo globale, infatti, la competizione che più conta riguarda il livello e la qualità delle condizioni che i diversi territori sono in grado di offrire ai singoli. E’ questo il nuovo, potente magnete che orienta la decisione di partire o restare di coloro che hanno più doti e capacità di altri. A prescindere dal paese di origine, i cervelli sono e saranno sempre in movimento, per nostra fortuna.

Il diritto all’asilo si salva riformando Ginevra

In questo tragico 2020 oltre al Covid-19 sono sfuggite di mano alla comunità internazionale anche le emergenze umanitarie. Lo storico boom di rifugiati, più di 80 milioni nel mondo, ha evidenziato negli ultimi dodici mesi le sempre più vistose crepe della governance globale del diritto d’asilo incentrata sulla Convenzione di Ginevra del 1951. Soprattutto su due fronti.

Il primo riguarda il fatto che, come ha di recente segnalato David Frum dalle colonne dell’autorevole magazine statunitense The Atlantic, i potenziali rifugiati del XXI secolo coincidono solo in parte con quelli tutelati in base alla Convenzioni di Ginevra del 1951. Alle vittime di discriminazioni e violenze di Stato (pensiamo ad esempio ai siriani in fuga da un paese in guerra da 7 anni) si è aggiunta, infatti, una eterogenea galassia di vulnerabili. Che chiedono asilo non perché vittime di violenza pubblica (statale) ma privata (famiglia, gang criminali, etc.). Cosa che mezzo secolo fa nessuno aveva previsto. Eclatante il caso degli Stati Uniti che registrano un netto aumento del flusso migratorio (carovane organizzate di migliaia di persone in marcia verso il confine americano) dal Centro-America (Nicaragua, Honduras, Salvador e Guatemala). Dove la guerra tra bande criminali ha causato la fuga di migliaia di persone. La complessità di questo fenomeno mette in discussione sia la definizione di asilo, sia la dicotomia tra migrazione forzata e mobilità volontaria. Infatti, questi migranti centro-americani sono al contempo definiti clandestini e richiedenti asilo. Molti di loro, non essendo vittime di violenza da parte di uno Stato, ma di privati, infatti non rientrano nella fattispecie indicata dalla Convenzione di Ginevra. Mentre altri, sulla base di una interpretazione estensiva della stessa, ne fanno parte a pieno titolo e, per questo, hanno le carte in regola per ottenere lo status di rifugiato.

Il secondo è stato a più riprese denunciato dall’Alto Commissario ONU per i rifugiati, Filippo Grandi: "Siamo testimoni di una realtà nuova che ci dimostra come gli esodi forzati, oggi, non soltanto siano largamente più diffusi, ma, inoltre, non costituiscano più un fenomeno temporaneo e a breve termine”, come, invece, prevede la Convenzione siglata 70 anni fa nella cittadina svizzera. La maggioranza dei rifugiati nel mondo rientra, infatti, nella categoria tecnicamente nota dei protracted, cioè quelli costretti a vivere lontano da casa da almeno 5 o più anni. Un trend che sembra destinato a crescere, come dimostra una ricerca longitudinale e condotta dall’Overseas Development Institute (ODI) di Londra. In base alla quale, tra il 1978 e il 2014, l’80% delle emergenze umanitarie si è risolta dopo 10 o più anni e solo 1 su 40 nell’arco di tre anni. Le crisi che causano grandi flussi di rifugiati durano, in media, più a lungo che in passato. Il conflitto in Somalia, ad esempio, va avanti da quasi trent’anni. È, inoltre, maggiore la frequenza con cui si verificano nuove situazioni drammatiche o si riacutizzano crisi già in corso (tra le più gravi oggi spiccano Siria e Venezuela, ma negli ultimi cinque anni anche Sud Sudan, Congo, Yemen, Burundi, Ucraina, Repubblica Centrafricana hanno fatto registrare gravi instabilità politiche). La tempestività con cui si riescono a trovare soluzioni per rifugiati e sfollati interni è andata diminuendo dalla fine della Guerra Fredda. A peggiorare il quadro, il numero sempre minore di rifugiati che riescono a fare ritorno a casa: alla fine del Novecento si registrava una media annua di 1,5 milioni mentre negli ultimi 10 anni non sono stati oltre i 385 mila.

Siamo dunque di fronte ad uno scenario che, come sostengono gli stessi vertici dell’UNHCR, testimonia oltre ogni ragionevole dubbio che la vecchia strumentazione di gestione del sistema internazionale dell’asilo non tiene più. Una verità che deve però fare i conti con la difficoltà di riuscire persino a capire chi è l’autorità in grado di mettere mano alla loro riforma. Soprattutto in un mondo che per la prima volta dal Secondo Dopo Guerra appare privo di una riconosciuta leadership globale.

Un regalo amaro per il compleanno dell’UNHCR

L’UE ha regalato all’UNHCR, che oggi compie 70 anni, l’ennesima emergenza profughi. Infatti, dopo Lesbo e Lampedusa, la crisi umanitaria si abbatte in queste ore nell’arcipelago spagnolo delle Canarie. Che dall’inizio dell’anno ha accolto dall’Africa Occidentale oltre 20 mila tra immigrati e rifugiati: +70% rispetto al 2019. Cifre così alte non si registravano dalla crisis de los cayucos del 2006.

E' uno scenario identico a quello più volte già visto sulle coste italiane e greche. “Le Canarie non possono essere lasciate sole”, ha denunciato lo scorso weekend il Governatore Angél Victor Torres puntando il dito contro il Premier socialista Pedro Sanchez, suo compagno di partito. Che a sua volta denuncia l’UE di avere lasciato la Spagna sola in questa emergenza umanitaria. Dal canto loro, le organizzazioni non governative denunciano gravissime violazioni dei diritti umani nei centri di accoglienza. Per tale ragione i giudici sono intervenuti con alcune sentenze che hanno ridotto da 60 (previsto dalla normativa vigente) a 3 giorni il periodo massimo di trattenimento dei nuovi arrivati nei centri di accoglienza. E intanto la politica e l’opinione pubblica si dividono tra lo schieramento securitario e quello umanitario.

 La verità è che alle Canarie, come a Lesbo e a Lampedusa, va in scena il peggio dell’inerzia europea sulle politiche migratorie. Con l’aggravante in questo caso che molte nazioni del Vecchio Continente, rassicurate dall’efficacia dell’accordo pluriennale Spagna-Marocco sul contrasto all’immigrazione irregolare che ricorda quello tra UE e Turchia, hanno pensato bene di continuare a nicchiare sui tre grandi nodi irrisolti della politica UE dell’asilo e dell’immigrazione.

Il primo riguarda come distinguere i rifugiati dagli immigrati economici irregolari. Nelle isole di frontiera europea le autorità non hanno i mezzi per vagliare al momento dello sbarco lo status dei nuovi arrivati. Migranti da rimpatriare, trafficanti da arrestare, rifugiati da accogliere, si ritrovano spesso stipati per anni nei medesimi centri. Che sono vere e proprie bombe socio-sanitarie a orologeria. Per chi vi abita, ma anche per la popolazione autoctona che risiede nei pressi. Che è quanto di meglio si possa immaginare per un potenziale scontro sociale tra chi ospita e chi viene ospitato, tanto più nell’era del COVID-19.

Il secondo concerne la redistribuzione dei nuovi arrivati in seno all’UE. Le grandi capitali europee sono d’accordo e disponibili a condividere con gli Stati di primo approdo come Grecia e Italia, l’onere dell’accoglienza dei rifugiati, ma sono in stand-by: se non riusciamo a distinguere i rifugiati da accogliere e gli immigrati economici irregolari da rimpatriare come facciamo a trovare un accordo strutturale sulla redistribuzione di chi ha diritto all’asilo?

Il terzo, forse il più delicato, ha a che vedere con i rimpatri degli irregolari. Gli Stati di primo approdo non hanno la capacità economica e organizzativa di sostenere le lunghe, costose e farraginose operazioni di rimpatrio. Tanto più se manca la collaborazione dei Paesi di origine. È vero che se ne potrebbe fare carico l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere, ma anche su questo fronte manca un accordo europeo sulla stanziamento di maggiori fondi e mezzi atti a potenziare le capacità dell’Agenzia.

Sull’immigrazione è nei guai l’UE, non solo Frontex

La bufera che ha investito Frontex (l’Agenzia Europea della Guardia di Frontiera), getta una luce sinistra sullo stato della politica dell’immigrazione a livello europeo.

Da una parte le Ong accusano Frontex di essere complice del governo greco nell’abuso dei fondamentali diritti dei migranti, soprattutto dei respingimenti collettivi in mare.

Dall’altra, Il direttore dell’Agenzia, l’ex Ministro francese Fabrice Leggeri, risponde di non avere prove di queste denunce e soprattutto di non avere l’autorità per investigare su presunte violazioni da parte dei poliziotti ellenici e di quelli europei dispiegati per conto di Frontex al confine tra la Grecia e la Turchia. In ragione del fatto che, ha dichiarato ieri lo stesso Leggeri davanti alla Commissione Libertà Civili del Parlamento Europeo, “il regolamento UE sulla sorveglianza delle frontiere è giuridicamente vago”. Nell’attesa che i giuristi, e soprattutto i giudici, facciano chiarezza sulla vicenda, alcune considerazioni balzano agli occhi, forse anche dei non addetti ai lavori.

Fabrice Leggeri guida Frontex dal 2015, ma solo in questi giorni ha alzato la voce sulla vaghezza delle norme europee che stabiliscono le competenze della sua Agenzia. Ha avuto un tempo congruo per denunciarne questi e altri enormi limiti imposti dai 27 Stati UE: un quartier generale (Varsavia) lontano dalle odierne rotte calde dell’immigrazione; un organico lillipuziano, appena 1500 funzionari per controllare tutte le frontiere terrestri, marittime, aeree europee, che contano sul supporto di un numero di omologhi nazionali variabile a seconda degli umori dei vari governi; la generica mission di garantire, si legge sul sito ufficiale dell’Agenzia, la “sicurezza e il buon funzionamento delle frontiere esterne”, nonostante la competenza in materia sia in capo ai singoli Paesi membri.

Quanto basta, come ha appena chiesto il Partito Socialista Europeo, per chiedere le dimissioni di Leggeri? Forse sì, a patto che non si confonda il dito con la luna. La disavventura personale di un avveduto alto burocrate e politico francese, non deve nascondere il vero nocciolo della questione. La libera circolazione delle persone nello spazio europeo (Schengen) sopravvive solo se la competenza in materia di controllo e sorveglianza delle frontiere esterne passa dai governi nazionali a quello dell’Unione Europea.

Il punto sta qui: si faccia un grande passo avanti verso una vera europeizzazione delle politiche migratorie oppure uno indietro all’era pre-trattato di Amsterdam, quella dello chacun pour soi, Dieu pour tous. Perché è ora che, su questo siamo d’accordo, anzi d’accordissimo con Fabrice Leggeri: “le cose siano finalmente chiarite”.

Sull’immigrazione preoccupa il silenzio dei riformisti

Lo scontro tra messianici e millenaristi ha paralizzato la politica dell’immigrazione in Italia. Esordisce così Goffredo Buccini, editorialista di lungo corso del Corriere della Sera, intervistato da West sul suo ultimo libro Italiani e No. Dagli albanesi ai taxi del mare. Storia di trent’anni di paure (Solferino, 2020, pp.351).

Scusi, ma a chi si riferisce con i termini messianici e millenaristi?

I primi vedono negli immigrati la soluzione di tutti i nostri problemi. I secondi, al contrario, la fine del nostro mondo. È un confronto ultra-decennale tra massimalisti di sinistra e di destra. A loro va attribuito lo stallo in cui versa il dibattito, prima ancora della politica, sull’immigrazione in Italia. Il conflitto ideologizzato tra i due schieramenti non consente all’Italia di auto percepirsi come un grande Paese di immigrazione. E di conseguenza mancano i presupposti per discutere, sanare le contraddizioni ma anche valorizzare gli agi che il fenomeno migratorio inevitabilmente porta con sé. Manca un approccio di buon senso e, capace di inaugurare un’operazione verità sull’immigrazione in Italia. Sta qui la ragione del perché nel mio libro denuncio il silenzio dei riformisti su un tema così centrale e delicato.

Sta forse sostenendo che sull’immigrazione i riformisti hanno lasciato campo libero ai massimalisti di ogni colore politico?

Sì. Più che un’opinione è una verità storica. La destra millenarista fa il suo mestiere, cavalca e propaganda luoghi comuni sugli immigrati. Mentre la sinistra messianica insiste tenacemente a negare l’esistenza di qualsiasi problema. Il risultato è un vuoto, appunto riformista, che penalizza soprattutto quelli che nel libro definisco penultimi, cioè gli italiani, economicamente e socialmente fragili.

Scusi, qualcosa non torna nel suo discorso. Quelli che lei definisce penultimi non rappresentano una tradizionale fetta dell’elettorato di sinistra?

Appunto. Quello della sinistra sembra essere un vero e proprio suicidio politico. Perché mentre i massimalisti guardano solo agli immigrati e dimenticano i penultimi. I riformisti tacciono, contribuendo all’oblio del loro tradizionale elettorato. Che non a caso trova sempre più protezione e rappresentanza nella destra millenarista.

Passiamo dalla teoria alla pratica. Ci faccia qualche esempio di questa sorta di schizofrenia del dibattito politico sull’immigrazione in Italia?

Prendiamo il caso della stagione di Marco Minniti Ministro degli Interni del Partito Democratico, l’unica parentesi riformista sull’immigrazione degli ultimi anni nel nostro Paese. Propose di rafforzare e migliorare il nostro Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), coinvolgendo tutti i comuni italiani per ridistribuire il carico dell’accoglienza ed evitare conflitti tra sindaci. Ma anche di creare un Centro di Identificazione ed Espulsione in ogni regione per velocizzare le procedure di espulsione e rimpatrio dei falsi richiedenti asilo. A tale scopo promosse accordi bilaterali con i Paesi di origine e scese a patti con le tribù libiche per frenare le partenze verso le nostre coste. Venne accusato dal suo stesso partito di contrattare con i criminali che in Libia gestiscono centri di detenzione che violano i più elementari diritti umani.

Bene, ma come racconto nel mio libro, in quel periodo fui invitato dagli amici della Caritas di Benevento a un dibattito su questo tema. Davanti a una platea che semplificando definirei cattocomunista mi sono concesso un piccolo esperimento: ho chiesto quanti fossero disposti a sostenere un intervento militare per annientare con le armi l’infamia dei lager libici e per prendere il controllo della costa in mano alle organizzazioni criminali internazionali. Mi ha risposto il silenzio.

Ma c’è di più. Perché mentre lo schieramento messianico sparava a zero su Marco Minniti per i suoi approcci securitari, cincischiava davanti al progetto di legge sullo ius soli che avrebbe consentito un più facile accesso alla cittadinanza a migliaia di giovani che studiano nelle scuole con i nostri figli e in buona parte sono nati qui da noi. Timorosi di perdere consenso elettorale, relegarono in un cassetto un tema centrale per il futuro delle seconde generazioni in Italia.

È chiarissimo adesso perché lei parla di una Italia paralizzata sull’immigrazione. Lo è meno come uscire dalla paralisi. Per dirla con Lenin, che fare?

Superare il conflitto ideologizzato. Avviare un’operazione verità sull’immigrazione. Prendere atto che se non è ben governato con i vantaggi arrivano anche i disagi. Trovare soluzioni pragmatiche e di buon senso. Tenere conto che l’immigrazione è un tema di politica interna ma anche internazionale. Questo chiama in causa l’Unione Europea. E non mi riferisco soltanto alla necessità di una politica migratoria comune atta a promuovere e garantire via legali di ingresso, controlli alle frontiere e rimpatri europei. Ma anche alla politica estera e di difesa dell’UE.

Insomma, boots on the ground contro il rischio di una invasione dal Sud del mondo?

Il mondo è cambiato. Con Biden alla Casa Bianca, i rapporti tra UE e USA saranno forse più distesi. Ma non possiamo più aspettarci che lo zio Sam ci aiuti e protegga come ha fatto dal Secondo Dopo Guerra all’altro ieri. È ora che l’Europa cammini sulle proprie gambe. Questo significa avere anche una vera politica estera e di difesa comune capace se necessario di intervenire militarmente nei teatri di instabilità prossimi alle nostre frontiere. Altrimenti rischiamo di scivolare in quello che nel libro definisco il paradosso del pacifista che ha spesso come grottesco corollario la necessità di affidarsi ai brutti della storia che ci liberino dall’obbligo di essere brutali a nostra volta.

Salvare Schengen con una politica dell’immigrazione comune

Sull’immigrazione arrivano in Europa due nuove grida di aiuto. Diverse, ma ugualmente disperate. Quello della mamma del piccolo Joseph che avanti ieri si è aggiunto alla lunga lista degli immigrati morti nel Mediterraneo. E quello dei familiari delle vittime dell’attentato del 2 novembre a Vienna costato la vita a quattro persone. Chissà se hanno tirato un sospiro di sollievo alla notizia dell’arresto a Varese di Turko Arsimekov, richiedente asilo ceceno, accusato di essere tra gli artefici della recente strage nella capitale austriaca.

Due dolori prodotti da un’Europa che manca di una politica dell’immigrazione comune all’altezza della situazione. Sono cadaveri che tuttavia pesano sulla coscienza non di Bruxelles, ma dei suoi 27 Stati membri. È loro la cocciuta scelta di non cedere su questa materia le competenze nazionali alle istituzioni UE. Nell’Europa che grazie a Schengen non ha frontiere al suo interno, le politiche di sorveglianza, ingresso e soggiorno dei nuovi arrivati rimangono, infatti, sostanzialmente in capo agli esecutivi dei diversi Paesi. Una contraddizione che da anni sotto la spinta delle emozioni tutti dicono di volere superare salvo poi dimenticarsene il prima possibile.

Parliamoci chiaro, se non si mette in atto una politica dell’immigrazione (e dell’asilo) comune in grado di distinguere chi ha diritto a essere aiutato da chi, invece, anche se non è un terrorista, merita di restare a casa sua, salta Schengen.

Resta ancora un debole filo di speranza legato ad Angela Merkel. Fino al prossimo dicembre sarà lei a guidare il Consiglio europeo chiamato ad approvare, chissà con quanta voglia, il nuovo Patto UE sull’immigrazione e l’asilo, presentato lo scorso settembre. La Cancelliera ci crede, la sua è anche una sfida personale con la storia.

Fu lei a segnare un confine chiaro tra emergenza umanitaria ed emergenza immigrazione. Fu lei a separare in maniera netta l’obbligo di accogliere i profughi che scappano da guerre (“nessun limite alla richieste di asilo in Germania” dichiarò) e la necessità di rimpatriare i falsi richiedenti asilo. Ma di lì a poco fu sempre lei a dover tornare sui suoi passi di fronte al fuoco amico di compagni di partito come il Ministro dell’Interno Horst Seehofer. Che preoccupato dall’avanzata dell’estrema destra anti-immigrati nella sua Baviera, spinse la Cancelliera a correggere in chiave più restrittiva, il suo aperturismo. Una sconfitta che forse è stata una lezione, consigliandola stavolta di non andare avanti da sola, ma di coinvolgere Emmanuel Macron.