Perché tra i gilet gialli non ci sono gli immigrati?

Come mai tra i gilet gialli che ogni sabato, da un mese, mettono a ferro e fuoco Parigi non ci sono gli immigrati?

I volti delle migliaia di impauriti e impoveriti dalla globalizzazione che riversano il loro odio nella ville Lumiere, sono solo bianchi. Mentre mancano quelli degli oltre otto milioni di origine straniera che vivono accanto a loro. E dire che molti di questi corrisponderebbero, almeno in parte, all’identikit che i gilet gialli danno di loro stessi. Tanto è vero che vivono in quartieri esclusi dal benessere del centro città, con tassi di disoccupazione del 50% (contro una media nazionale del 10%), pessimi mezzi e servizi pubblici e livelli di frustrazione pari se non superiori a quelli del popolo che fa tremare Macron. Un silenzio assordante. Specie se si tiene conto che da quelle parti gli immigrati delle periferie sanno benissimo come far sentire la propria voce. Nell’ottobre del 2005, solo per fare un esempio, le tre settimane di violentissime sommosse (due morti, centinaia di feriti, migliaia di auto incendiate) nei sobborghi di mezza Francia costrinsero l’allora presidente Nicolas Sarkozy a dichiarare lo stato di emergenza nazionale.

Perché, allora, questo esercito di emarginati e scontenti di origine straniera non fa pendant con quello degli autoctoni, bianchi?

Di qui la necessità di riflettere su questa nuova fase del populismo moderno che non include il popolo degli immigrati. Sarà, forse, perché il populismo, che impregna e unisce i rivoluzionari con le giacchette gialle, è per definizione nazionalista e, dunque, fatica a includere nel concetto di popolo da difendere gli stranieri che sono quelli da cui difendersi?

Swissexit peggio di Brexit

Dopo Brexit arriva anche Swissexit. E la Svizzera, dopo la Gran Bretagna potrebbe decidere di uscire. Ma non dall’Unione Europea, di cui non fa parte, ma addirittura dalla Comunità Internazionale.

È questa la decisione sulla quale domenica prossima gli elettori svizzeri sono chiamati a dire Sì o No. Il quesito referendario, voluto dalla destra populista dell’Unione Democratica di Centro (UDC), chiederà, infatti, loro di esprimersi a favore o contro l’autodeterminazione della Svizzera e la supremazia della costituzione federale sui trattati internazionali. Se la Swissexit, come auspica l’UDC, dovesse ottenere la maggioranza, qualsiasi accordo siglato con altri Stati (UE inclusa) rischierebbe di essere modificato, o addirittura annullato, se giudicato contrario alla volontà referendaria.

Insomma. In caso di vittoria del Sì anche la Svizzera, come la perfida Albione, si avvierebbe verso un isolamento, quanto splendido è tutto da vedere. Non sarà semplice rifarsi una vita solitaria e sovranista, per questo paese super globalizzato che deve il suo formidabile stato di benessere economico agli enormi depositi e investimenti finanziari che con le sue banche attira da mezzo mondo.

Gli ultimi sondaggi danno in netto vantaggio i No. Ma, a prescindere da come vada a finire domenica, per gli estremisti dell’UDC, che già in passato sono riusciti a ostacolare con una proposta referendaria l’ingresso di Berna nell’UE, sarà comunque un successo. Non foss'altro perché hanno catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale, e non solo su un problema inesistente. Ovvero l’’indipendenza e la sovranità di un paese che, oltre alle ottime performance economiche, grazie anche alla sua storica neutralità (dal 1674 ha rinunciato alla guerra) vanta ottimi rapporti politici e diplomatici globali. Come conferma, solo per fare un esempio, il fatto che la stragrande maggioranza delle più importanti Convenzioni internazionali, su qualsiasi materia, sono state firmate, ieri, come oggi, in Svizzera.

I rifugiati cambiano, le norme sull’asilo no

Si può negare il diritto d’asilo agli immigrati illegali? La risposta la lasciamo ai giuristi. La domanda è, però, utile ad affrontare un tema (la definizione del concetto di rifugiato) che da una parte all’altra dell’Atlantico divide la politica. In questi giorni è toccato a quella americana. Perché Donald Trump ha appena firmato un discutibile decreto esecutivo (ideato dall’ormai ex Ministro della Giustizia Sessions che il Presidente ha da poco silurato) che vieta la possibilità di chiedere lo status di rifugiato agli immigrati che entrano illegalmente negli Stati Uniti. E’ questa, forse, la risposta preventiva della Casa Bianca alla carovana di 5 mila centroamericani, in queste ore in marcia verso gli Stati Uniti. Con l’obiettivo di chiedere asilo perché in fuga da violenze e soprusi di spietate gang criminali che nei loro paesi di origine (El Salvador, Guatemala e Nicaragua) fanno il bello e il cattivo tempo.

Secondo Trump sono immigrati economici intenzionati ad abusare del diritto asilo per ottenere il via libero all’ingresso che altrimenti sarebbe loro negato. Di diverso avviso gli oppositori del Presidente. Convinti, invece, che dal Centro-America arrivano categorie super vulnerabili che meritano la massima protezione umanitaria.

In questo scontro sulla interpretazione restrittiva o estensiva del concetto di rifugiato, nessuna delle due fazioni, a ben vedere, sembra avere torto. Per capire il perché partiamo dall’art.1 della Convenzione di Ginevra del 1951. Che considera rifugiato chiunque nel paese di origine sia perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o politico.

Nessuno degli immigrati centroamericani in cammino verso gli USA sembra rientrare, e qui Trump ha ragione, nelle categorie di perseguitati elencate nella Convenzione di Ginevra. Che, infatti, è stata pensata per tutelare sostanzialmente cittadini vittime di vessazioni da parte dello Stato di appartenenza. Mentre chi fugge oggi dall’America Centrale subisce forme di violenza gravissima esercitata però non da attori pubblici (lo Stato) ma privati (le gang criminali).

E, tuttavia, non hanno neanche torto gli oppositori di Trump che vedono tra i componenti della carovana di latinos, soggetti fragili da tutelare, non assimilabili alla tradizionale figura dell’immigrato economico.

La verità, che nessuna parte in campo è interessata ad affrontare, è che la Convenzione di Ginevra del 1951 ha fatto il suo corso. Quando è stata firmata il rifugiato era per lo più un soggetto vittima dello Stato in cui era nato. Dal quale doveva essere protetto. Oggi non è più così. Perché al netto di chi fugge dalla guerra (es. i siriani), sono emerse nuove categorie di potenziali rifugiati che mezzo secolo fa nessuno considerava come tali. Dai perseguitati per il loro orientamento sessuale a quelli che subiscono le gravi conseguenze dei cambiamenti climatici, fino ad arrivare alle vittime di violenze domestiche o private. Di questo universo mondo è, forse, ora di parlare.

Sull’immigrazione l’UE chiede aiuto all’Albania

L’Albania conquista un posto speciale tra i paesi extra-UE chiamati a frenare chi emigra verso l’Europa. Visto che il recente accordo anti-immigrazione irregolare tra Tirana e Bruxelles, anche se non è l’unico di questo tipo (si pensi ad esempio a quello con Ankara del 2016), è il primo che consente a Frontex (Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne) di operare in uno Stato (Albania) che non fa parte dell’UE. Perché è geograficamente cruciale per bloccare i migranti che attraverso il corridoio balcanico cercano di arrivare nel Vecchio Continente.

A convincere la Repubblica di Albania a cedere persino parte della propria sovranità territoriale non è stato soltanto il dio denaro, che pure non manca in questa partita. Ma il suo sogno, espresso con una richiesta formale del 2009, di entrare nel club dei 28. Che, però, vista l’aria euroscettica e nazional-populista che tira, difficilmente riuscirà, almeno nel breve periodo, a soddisfare le aspettative del “paese delle aquile”.

Ma se dopo questo accordo Tirana rischia di piangere, Bruxelles ha poco da ridere. La strategia di subappaltare ai partner extra-UE quello che noi non sappiamo fare da soli, mostrerà i suoi limiti. In politica, come nella vita, i nodi arrivano al pettine. Presto o tardi saremo costretti a prendere atto che di fronte alla globalizzazione dell’immigrazione, se l’Europa continua a essere divisa e priva di una politica migratoria comune, nemmeno il più fedele dei vicini potrai salvarci.

Per capire le ragioni di questo scetticismo è, forse, il caso di ricordare che mentre l’Albania ha detto SI a Frontex, molti stati europei hanno detto NI o addirittura un secco NO. Tanto è vero che le truppe di Frontex non solo operano in pochi paesi europei, ma sono numericamente irrisorie rispetto alle reali esigenze del momento. Ma se sull’immigrazione i 28 sono così attaccati alle competenze nazionali, viene da chiedersi retoricamente che senso ha investire su una costosissima recinzione comune sorvegliata da terzi a difesa di una fortezza su cui pochi o nessuno sembrano ancora credere.

Anche il Giappone si divide sull’immigrazione

Che siano troppi o troppo pochi, gli immigrati non smettono di far discutere. Ieri è toccato al Giappone. Dove, a differenza dell’Europa, nonostante il bassissimo tasso di natalità, gli stranieri sono, per scelta politica, merce rara e selezionatissima. Solo l’1,6% dei 127 milioni giapponesi ha origini immigrate. Numeri da sogno per molti partiti. Ma da incubo per gli imprenditori del Sol Levante affamati di manodopera a basso costo.

Ed è proprio per sanare questo mismatch sull’immigrazione tra gli interessi della politica (porte chiuse) e quelli dell’economia (porte aperte) che ieri il Primo Ministro Shinzo Abe ha fatto sapere di essere favorevole ad un nuovo corso. Che consenta non solo di aumentare le quote di ingresso annuali previste per gli immigrati. Ma, e qui la questione sarebbe per il Giappone una mezza rivoluzione, di agevolare i ricongiungimenti familiari (oggi rarissimi se non inesistenti) introducendo la possibilità per i lavoratori stranieri, attualmente obbligati a lasciare il paese alla scadenza del permesso di lavoro, di trasformare il loro titolo di soggiorno da temporaneo in permanente.

Inutile dire che l’annuncio del Premier giapponese, nonostante la prudenza con cui ha accuratamente evitato persino di usare il termine immigrazione, ha scatenato un putiferio sui media e suscitato le critiche di mezzo Parlamento. Molti membri del quale non se la sentono di esprimere, entro la prossima primavera, i loro sì o no alla modifica delle norme attualmente in vigore.

Per il governo, dunque, la strada si presenta in salita. Va ricordato, infatti che esso deve fare i conti, tra molti altri e non piccoli problemi, con il fatto che per il Giappone l’omogeneità etnica ed rispetto religioso di millenarie tradizioni sono parte costitutiva della sua identità culturale. Che non a caso, pur di fronte ad una serissima crisi demografica ed all’invecchiamento record della sua popolazione (gli over 65 sono il 30%), ha imposto di tenere ermeticamente chiuse le frontiere agli stranieri. Compresi i rifugiati. Visto che su 10 mila domande di asilo presentate nel 2016 ne sono state accolte solo 28.

Qualunque siano le sorti del “pacchetto Abe”, il Giappone si conferma un formidabile caso di scuola per gli studiosi dei fenomeni migratori internazionali. Che dovrebbero spiegare perché l'esperienza giapponese smentisce, almeno fino a oggi, la tesi, condivisa dai più, che vede nella demografia e nell'economia determinanti causali dell'immigrazione.  Forse perché in questa materia 2+2 non fa sempre 4.

Sui rifugiati l’Onu cambia strategia

È guidata da un italiano la silenziosa ma clamorosa rivoluzione del sistema globale di accoglienza dei rifugiati. Filippo Grandi, Alto Commissario UNHCR, ha infatti rotto gli indugi mercoledì 31 ottobre proponendo un patto internazionale sugli sfollati (che l’Assemblea ONU sarà chiamata a votare il prossimo dicembre). Motivandolo con argomenti da cui chi l’aveva preceduto nello stesso difficile incarico si era accuratamente tenuto alla larga.

Il primo: riconoscere che il modello assistenzialista della Convenzione di Ginevra del 1951, che ancora oggi detta tempi e modi della gestione dei rifugiati, ha fatto il suo tempo. Perché mentre a livello globale aumentano a dismisura quelli che lasciano casa per ragioni umanitarie (68,5 milioni nel 2017), diminuiscono drasticamente i fondi che i governi sono disposti a sborsare per accoglierli e mantenerli. Soprattutto nei paesi in via di sviluppo che ospitano l’85% dei rifugiati nel mondo. Quello del livello delle risorse, però, non è l'unico problema. Visto che anche quando i fondi ci sono finiscono dispersi e sprecati. A causa, soprattutto, di una catena di comando che per la sua burocrazia è utile più ai soccorritori che ai soccorsi. Prendiamo, ad esempio, il caso di USAID. Il maggiore donatore al mondo di beni alimentari per il World Food Pro­gramme. Tra il 2011 e il 2014, per trasportare le proprie derrate alimentari ha speso una media annua di 70 milioni di dollari. Cifra altissima dovuta al fatto che il gigante americano del volontariato affida, per interessi nazionali, le proprie consegne solo a cargo statunitensi. Uno spreco che potrebbe essere azzerato investendo su nuovi strumenti d’aiuto ai rifugiati. Come ad esempio utilizzare un semplice ed economico smartphone per accreditare con click la cifra equivalente al valore dei beni che oggi arrivano loro dopo mille, costose lungaggini.

Il secondo: riorganizzare il sistema degli interventi basandolo su un cambio di prospettiva della figura del rifugiato. Abbandonando lo stereotipo che lo vuole un mantenuto assistito per trasformarlo in un agente dello sviluppo. Come lavoratore-consumatore del paese che lo ospita. Di qui l’appello di Filippo Grandi a istituzionalizzare il coinvolgimento del settore privato nel sistema di gestione dei rifugiati nel mondo. Niente donazioni, né altre forme di filantropia. Alle imprese si chiede di fare quello per cui sono nate: business. Anche con i rifugiati. Investendo sulla loro formazione e professionalizzazione. Per sfruttarne, con l’ausilio delle nuove tecnologie della comunicazione, know-how, attitudine e competenze specifiche, secondo le leggi, non dello stato ma del mercato. D’altronde se è vero, come confermano i dati ONU, che la stragrande maggioranza dei nuovi arrivati, rifiuta di tornare a casa anche quando la crisi nel loro paese si è conclusa, non è, forse, più vantaggioso, per noi e per loro, impiegarli anziché assisterli vita natural durante?

Ai più scettici segnaliamo che la proposta avanzata dall’Alto Commissario UNHCR è basata su una lunga serie di buone pratiche registrate nei campi profughi di Africa e Medio Oriente fino ad arrivare in Europa. Dove, ad esempio, Manpower, big delle agenzie interinali globali, in collaborazione con i centri per l’impiego tedeschi ha trovato occupazione (non lavori socialmente utili) a oltre 2.500 rifugiati.

Per non decidere litigano sulla Convenzione di Dublino

In Italia ipnotizzati dagli sbarchi non ci siamo accorti di una clamorosa novità. Rappresentata dal fatto che lo scorso anno, per la prima volta, gli arrivi nelle nostre coste (119 mila) sono stati inferiori alle richieste di asilo (130 mila). Numeri che ai non addetti ai lavori possono sembrare oscuri. E che, invece, nascondono una storia da raccontare.

La Convenzione di Dublino (che obbliga a chiedere asilo nello Stato primo approdo) dal 1990 al 2011 è stata violata, con un un non dichiarato ma nei fatti tacito accordo, da tutti i paesi UE. Sulla base di un do ut des tra quelli del Sud e del Nord. I primi si facevano carico della prima assistenza dei nuovi arrivati per poi lasciarli transitare verso i secondi bisognosi di manodopera straniera.

Tutto questo ha funzionato fino quando il numero dei richiedenti asilo che arrivavano nell’Europa Mediterranea era basso. Ma dal 2011 lo scenario è cambiato radicalmente. La Primavera Araba e la guerra in Siria hanno costretto il Vecchio Continente a fare i conti con una crescente pressione migratoria senza precedenti. Di fronte alla quale i 28 Stati UE si sono spaccati, prendendo posizione opposte su Dublino che, invece, per lungo tempo, li aveva messi d’accordo. Così quelli del Nord hanno cominciato a chiederne il rigoroso rispetto. Arrivando persino a ripristinare i controlli alle frontiere e rimpatriando a Roma e Atene i richiedenti asilo che erano riusciti ad attraversare le Alpi. Mentre quelli del Sud hanno denunciato, per ripartire il peso dell’accoglienza, la necessità di una riforma degli accordi presi nella capitale irlandese.

A provare una mediazione è stata la Commissione UE. Che nel 2015 ha pensato bene di proporre la cosiddetta relocation (redistribuzione). Termine dietro il quale si chiedeva un nuovo patto tra gli Stati del Sud e quelli del Nord. Dai primi si pretendeva di rispettare seriamente la Convenzione di Dublino, in particolare fotosegnalando attraverso appositi centri di identificazione (hotspot) i richiedenti asilo che arrivano. Mentre dai secondi di farsi carico, tramite un’equa redistribuzione, di una parte dei rifugiati registrati ad Atene e Roma.

Sappiamo tutti com’è andata. Un flop. Causato non solo dagli egoismi nazionali, specie del gruppo di Vesegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia). Ma soprattutto dal fatto che la relocation viola le regole del buon senso. Perché chi emigra vuole ricostruire la propria vita dove pensa di poterci riuscire meglio. E per questo più che Varsavia o Bucarest, sogna Berlino.

Se le cose stanno così, continuare a tirare la Convezione di Dublino per la giacchetta, è né più né meno che una foglia di fico. Che prova a nascondere la verità che nessun paese UE vuole ammettere: se l’Europa non vuole morire di immigrazione, deve avere hic et nunc una politica migratoria comune. Le sfide che arrivano soprattutto dall’Africa sono troppo grandi per essere risolte dai singoli governi. Che siano di destra, sinistra, xenofobi, sovranisti o globalisti poco importa. Il risultato non cambia.

E’ lui il padre di Salvini e Di Maio

Anche sa fa finta di non saperlo il populismo europeo ha un padre. Con nome e cognome. Umberto Bossi. Che molto prima di Matteo Salvini, Marine Le Pen & Company, obbligò l’establishment politico nazionale a fare i conti con il populismo d’antan.

Un mix tra un impareggiabile carisma ed un linguaggio all’apparenza banalizzato e fuori dalle righe. Un avvento per primo segnalato da Ian Buruma, che di populismo e di populisti si intende più di tanti, come un vero e proprio evento: “first it was Umberto Bossi, in Italy, feeding on the resentment of southern migrant in the affluent north. Well-dressed, well-spoken, young Bossi set the tone for the new type of rightist”[1].

Tanto è vero che al pari degli attuali neopopulisti, l’allora semi sconosciuto capo leghista finì per calamitare la curiosità e l’interesse di grandi maestri della scienza politica internazionale. Che sbarcarono in Italia per analizzare e decodificare le ragioni alla base del crescente consenso riscosso nella pubblica opinione da questo “nuovo barbaro” nemico delle istituzioni. Il sociologo John Torpey, nell’attesa di essere ricevuto nella sede del Carroccio a Milano, ebbe a scrivere: “Nell’Europa Occidentale il movimento di Umberto Bossi è di certo il più interessante…non solo per quello che dice dell’Italia, ma anche per quello che può spiegare di molte altre nazioni europee”[2]. Concetti ribaditi ancor più nettamente dal politologo di Harvard Robert Putnam affermava: “l’Italia è il primo esempio di collasso di un sistema durato l’intera Guerra Fredda. Arrivate per primi a misurarvi con una crisi che scorre sotto la pelle delle nostre democrazie”[3]. E dal suo collega di Yale Joseph La Palombara: “in questa fase l’Italia conferma di essere un laboratorio politico”[4].

Ma per misurare a pieno il debito del moderno populismo verso Bossi bisogna ricostruire tre grandi questioni che rappresentarono, fin dagli esordi, la vera novità della sua scesa in campo.

Lotta e Governo. Contrariamente ai tradizionali leader populisti di estrema destra, Umberto Bossi, oltre ad essere sedotto agli inizi dall’ideologia comunista (proprio come il padre del neopopulismo olandese Pim Fortuyn), non rimane ai margini della politica. Nasce come forza anti-sistema, ma muore come forza di governo. Senza perdere, va da sé, sia pur a fasi alterne, la verve delle origini: l’istinto alla lotta. Declinato, spesso, in toni e dichiarazioni ai limiti, se non in violazione, dei principi democratici. Un aspetto non da poco. Una novità assoluta. Un percorso che anticipa di oltre un decennio ciò che si verificherà nel resto d’Europa. Austria e Olanda in testa.

Post-nazionalismo e globalizzazione. Contrariamente al populismo xenofobo, quello di Umberto Bossi è un conservatorismo che non si prefigge però, non la difesa aggressiva dell’identità nazionale. Ma quella di un determinato territorio considerato un patrimonio di produttività, ordine e sicurezza. In difesa del quale sono visti di buon occhio eventuali accordi transnazionali. Si pensi ai tentativi di Umberto Bossi di stringere alleanze con Jorg Haider in Austria. Alla scelta del 2009 di fondare, con gli inglesi dell’UKIP il Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia in seno al Parlamento Europeo. E più in generale alla più volte millantata idea di costruire un’Europa dei Popoli. Una difesa dell’identità e della ricchezza territoriale del tutto nuova rispetto al passato. Che, questa l’altra grande novità, soddisfa le richieste e i malumori non solo dei settori sociali economicamente e culturalmente meno protetti. Ma anche di un elettorato trans-classista. Di cui fa parte persino un pezzo dell’elite economica e sociale del paese. Insomma un’idea di conservazione del nuovo tipo. Perfettamente attagliata a una società squassata dalla crisi economica e impaurita dai fantasmi minacciosi della globalizzazione. Una società moderna composta da una miriade di categorie trasversali unite dalla paura dell’impoverimento e del declassamento. E da una crescente avversione nei confronti dei tecnocrati al potere, dei parassiti della società: immigrati in primis. Un’idea di conservazione, per concludere, che piace a tutti coloro hanno perso e sono vittime del treno della globalizzazione e della modernità. Che, a dispetto di quanto si possa pensare, non sono solo i ceti meno abbienti, ma pezzi sempre più ampi della classe media.

Anti-immigrazione. Contrariamente ai tradizionali partiti populisti di estrema destra, Umberto Bossi e il suo partito si battano contro l’immigrazione, più che contro gli immigrati. Il Senatur usa poco il linguaggio della razza o dell’etnia contro i nuovi arrivati. La sua, insomma, non è una battaglia contro “negri o “ebrei”. Bensì nei confronti di tutti coloro che minacciano il benessere, l’occupazione e l’ordine del Nord. Prova ne è il fatto che la sua retorica contro gli extra-comunitari ha, mutatis mutandis, le stesse radici di quella, mai abbandonata, contro i terroni italiani del Sud. I primi come i secondi sono visti come una minaccia. Dei parassiti che rischiano di mettere a repentaglio la prosperità e l’ordine del ricco Nord.

 

[1] I. Buruma, Right is the new left, The Guardian, 26 March 2002.

[2] L.Annunziata, anno 1993. La scoperta dell’Italia, Il Corriere della Sera, 20 giugno 1993.

[3] Ivi.

[4] Ivi.

Populismo figlio del modernismo

Chi sono e cosa vogliono questi neo populisti la cui campagna elettorale per le prossime elezioni europee sta provocando tanta inquietudine nelle cancellerie del Vecchio Continente e nei piani alti di Bruxelles?

Il populista è un imprenditore politico che cerca, al pari dei suoi concorrenti, di massimizzare a suo vantaggio il profitto elettorale e mediatico. Una volta individuato un nemico nelle istituzioni statali, nelle classi dirigenti o, come nel caso di oggi, nelle forze «espropriatrici» della globalizzazione e della burocrazia di Bruxelles, li attacca in nome e per conto del Popolo. Il populista contrappone un popolo virtuoso e omogeneo contro una serie di élites e pericolosi “altri” che sono descritti come uniti nel privare (o nel cercare di privare) il popolo sovrano dei suoi diritti, valori, identità e voce. Ha un comportamento politico che potremmo definire double face, ambivalente: può essere conservatore e reazionario ma anche espressione di istanze democratiche dirette e partecipative. Va fatto presente, per chiarezza di ragionamento, che è fuorviante sostenere, come spesso invece accade, che tra il comportamento del populista e quello del demagogo non c’è differenza. Il demagogo è infatti colui che per assicurarsi vantaggi raggira ed inganna scientemente il popolo. Fino a spingerlo alla rovina. Mentre nel caso del populista si deve vedere, specificatamente, “uno stile politico, una mentalità”. Per il populista le virtù innate del popolo rappresentano la fonte esclusiva che ne legittima l’azione politica. Insomma, il primo si basa su un’idea positiva del popolo inteso come unico e solo soggetto «pulito» ed originario della politica. Il secondo sulla sua strumentalizzazione a fini personali.

Di populisti nella storia ce ne sono stati tanti e di tutti i tipi. Di certo è che i movimenti populisti sorgono nelle fasi di rapida trasformazione sociale, quando le tradizionali strutture di potere entrano in crisi e un senso di profonda incertezza si impadronisce delle masse. Esemplare, al riguardo, la pionieristica analisi della sciagurata esperienza argentina di Peròn fatta più di sessant’anni fa da Gino Germani. Secondo cui il peronismo, di cui era acerrimo nemico, aveva rappresentato un peculiare canale di integrazione delle masse, senz’altro alternativo nella sua forma autoritaria a quello della democrazia rappresentativa, sfruttando l’esistenza, in vasti strati sociali, di un immaginario democratico latente diverso da quello liberal-democratico. Un immaginario di tipo olistico, che trovava nella frequente violazione dello spirito della democrazia rappresentativa da parte dei suoi stessi apostoli un’inesauribile fonte di vitalità e Capace, allo stesso tempo, di attrarre consensi con la sua promessa di riscatto della dignità dei lavoratori.

Il populista agisce politicamente sulla base di una visione negativa, manichea e “confrontazionista” della realtà. Molti elementi di questo nucleo di pensiero li aveva magistralmente evocati Isaiah Berlin ricordando, nel lontano 1969, che il populismo invoca una Gemeinschaft, cioè un’idea di comunità; è apolitico, in quanto radicato per lo più nella sfera sociale; ha un afflato rigeneratore, poiché intende ridare al popolo la centralità sottrattagli; vuole impiantare i valori di un mondo idealizzato del passato in quello attuale. È un “nostalgico” nel vero e proprio senso della parola. Visceralmente attaccato a ciò che vede, crede o teme stia per tramontare. Un attaccamento che nella sua logica non ha, però, una valenza disperatamente ed inutilmente conservatrice. Ma, piuttosto, quella attiva - difficile dire con quale tasso di redditività - di un anticorpo nei confronti dei contraccolpi che i processi di modernizzazione determinano nei gruppi sociali più deboli e meno protetti.

La democrazia populista si presenta come «una forma estrema di democrazia», che ridà nelle mani dei cittadini tutto il potere possibile. È alternativa al modello della democrazia liberale basato sul meccanismo decisionale della delega ai partiti ed alle organizzazioni intermedie. Mentre predilige i referendum, propositivo o abrogativo, le proposte di iniziativa popolare, la revoca del mandato parlamentare. Questa forma di populismo politico corrisponde a una forma moderna di democrazia diretta: lo dimostra il fatto che, soprattutto dopo la metà del XX secolo, è tornato in auge il referendum come strumento del populismo politico.

A differenza del Fascismo e del Comunismo per il populismo non esiste un corpo dottrinario di riferimento. Condiviso e riconosciuto. Ed è per questo che non dispone di un’unica ricetta.

Il populista trova spazio ed ascolto quando i poteri e le istituzioni tradizionali non vedono o non si curano del fatto che tutti i processi di modernizzazione, anche quelli obbligati e potenzialmente positivi, comportano sempre costi e traumi nella società. Che non non vanno sottovalutati e, se possibile, curati. Per evitare quello che gli americani chiamano disconnect, ossia la sconnessione tra gli interessi reali e le percezioni culturali dei gruppi sociali più svantaggiati e quelli delle élites economico-politico.

Dall’Africa scappano i ceti medi non i poveri

Si chiama Fuga in Europa (Einaudi, pagg.165) l'ultimo libro di Stephen Smith, docente di studi africani alla prestigiosa Duke University di Durham negli USA. Lo abbiamo intervistato.   

Lei sostiene che l’Africa per l’Europa non è come il Messico per gli USA. Perché?

Per almeno due ragioni. La prima: è più difficile e pericoloso attraversare il Mediterraneo che il Rio Grande. Tant’è che molti immigrati subsahariani in viaggio verso l’Europa rimangono bloccati in Nord Africa. La seconda: nel 2050 l’Europa avrà 500 milioni di abitanti contro i 2,5 miliardi dell’Africa. Mentre gli USA ne conteranno circa 325 milioni contro i 650 milioni di tutta l’America Latina.

Dalla storia dell’emigrazione messicana emergono, tuttavia, indicazioni preziose per l’Unione Europea.

Il 1975 segna l’inizio in Messico di un livello di prosperità sufficiente, per un fetta importante dei suoi 60 milioni di abitanti, a sostenere i costi di un progetto migratorio. Tant’è che da quel momento, nell’arco di un trentennio, dieci milioni di messicani sono emigrati negli Stati Uniti, dove hanno trovato lavoro e messo su famiglia. Per questo oggi sono circa 30 milioni e rappresentano il 10% della popolazione americana. Badate bene alle date, non sono casuali.

Dal 2010, invece, contrariamente a quanto sostiene Donald Trump, c’è stato un calo dell’immigrazione messicana verso gli USA. Perché l’economia del Messico (che oggi ha 120 milioni di abitanti) ha fatto un ulteriore balzo in avanti. Tale da garantire, almeno in parte, alla sua popolazione dignitose condizioni di vita e lavoro.

Oggi molti paesi africani (Ghana, Costa d’Avorio, Nigeria e Kenya), proprio come il Messico negli anni Settanta, hanno raggiunto una soglia di prosperità tale da consentire alle classi medie, che dispongono di maggiori capacità culturali ed economiche, di emigrare verso una vita migliore in Europa. È per questo che mi aspetto nei prossimi venti-trent’anni un boom di immigrati dall’Africa.

Lei sostiene che ad emigrare dall’Africa non sono le classi più povere ma quelle medie?

La migrazione ha un costo e richiede una certa comprensione e visione generale del mondo. Essere "collegati" al resto del mondo - attraverso la TV satellitare, Internet, i social media o WhatsApp - e avere i mezzi finanziari per intraprendere il viaggio. Che costa almeno 2-3 mila euro, cifra di gran lunga superiore al reddito pro-capite annuale di molti stati sub-sahariani. Quindi, piuttosto che il "più povero dei poveri", è la classe media emergente del continente che migra. Oggi, circa 150 milioni di africani dispongono di un reddito giornaliero compreso tra 5 e 20 dollari USA. Nei prossimi trent'anni, questa classe media dovrebbe quadruplicarsi.

Ma, allora, perché Bill Gates, che con la sua fondazione si batte per migliorare gli standard medici e d’istruzione dei paesi africani, sostiene che solo contribuendo all’emergere di una classe media in Africa, l’Europa potrà registrar un calo della pressione migratoria da quel continente.

Sul breve periodo ha torto. Perché l'aiuto straniero è un sussidio per la migrazione perché aiuta i paesi poveri in Africa a varcare la soglia della prosperità, a quel punto i loro abitanti hanno i mezzi per andarsene. Ma sul lungo termine Bill Gates ha ragione. Perché i paesi africani veramente sviluppati manterranno i loro abitanti che preferiranno avere successo a casa piuttosto che tentare la fortuna tra estranei.

 In assenza di una politica dell’immigrazione comune come fa l’Europa a reggere il confronto con un gigante come l’Africa?

Si confrontano due giganti: uno demografico (Africa), l’altro economico (Europa). Che con il 7% della popolazione mondiale, dispone del 25% del PIL e del 50% del Welfare globale. Anche senza una politica comune, il Vecchio Continente ha i mezzi almeno per rallentare l'afflusso di immigrati indesiderati. I 6 miliardi di euro pagati alla Turchia hanno, ad esempio, consentito di trattenere sul suolo turco più di 2,5 milioni di rifugiati. Così come gli accordi raggiunti con i signori della guerra libici hanno impedito a 700.000 immigrati africani di attraversare il Mediterraneo. Ma, naturalmente, questa non è una soluzione praticabile a lungo termine, alla luce della migrazione di massa che mi aspetto per i prossimi tre decennia. Infatti, ogni tentativo di rispondere, senza una politica di ampio respire ma soltanto con la forza e il denaro alla pressione migratoria africana è destinato a fallire. La verità è che l’immigrazione rafforzerà o seppellirà l’Europa.