Uno scienziato dell’immigrazione fuori dal coro

Pierre Vermeren, uno dei massimi esperti mondiali di Maghreb, ha accettato di rispondere alle domande di West. 

1) Qual è l’identikit degli immigrati e dei rifugiati che arrivano in Europa dall’Africa?

Sono in maggioranza maschi che:

-provengono da paesi in pace (fortunatamente oggi nel continente africano gli stati in guerra sono un’eccezione);

- posseggono livelli di istruzione e ambizioni superiori a quelli medi dei loro paesi d’origine;

- hanno alle spalle famiglie sufficientemente robuste economicamente per potersi permettere di affrontare gli elevatissimi costi del viaggio (migliaia di euro che finiscono nelle mani della mafia del traffico di esseri umani). Questo spiega perché non sono rari i casi nei quali più nuclei familiari, considerandolo alla stregua di un investimento, uniscono i risparmi per finanziare “la partenza” di un loro rappresentante.

2) E’ vero che sono loro la soluzione al declino demografico dell’Europa?

In astratto sì. Ma la vera risposta dipende dal modello di società e dal tipo di immigrazione che vogliamo.

Il Giappone, ad esempio, che ha i più bassi tassi di fertilità del mondo, ha deciso, scontando un drastico calo della popolazione, di farvi fronte puntando su un forte innalzamento della produttività media del Paese. Legata, soprattutto, alla massima diffusione ed utilizzazione della robotica.

Il Canada, invece, ha tradizionalmente puntato sugli immigrati qualificati.

Mentre inglesi e francesi fino all’altro ieri hanno accolto manodopera straniera da impiegare in occupazioni poco qualificati. Ma è difficile pensare che questi operai immigrati, coi loro bassi stipendi, siano in grado di sostenere, oltre alle famiglie in patria, le pensioni di quadri e dirigenti del paese ospitante.

Se questo è il quadro, saranno gli europei e le istituzioni che li rappresentano a dover scegliere. Tenendo ben presente che l’opzione Sì soltanto all’immigrazione qualificata è ottima per noi ma pessima per i paesi di origine che così perdono “cervelli”. L’unico flusso migratorio che potremmo definire neutro, perché reciprocamente vantaggioso sia per lo Stato ospitante che per quello di origine, è quello che riguarda i rifugiati in fuga da guerre e persecuzioni. Che poi non sono così numerosi come talvolta si sente ripetere.

3) Come dovrebbe cambiare la politica estera UE in Africa?

La priorità è consentire un serio processo di industrializzazione degli Stati africani anziché continuare a imporre loro l’importazione ad oltranza di prodotti cinesi ed europei. Un modus operandi, il nostro, che ha distrutto industria, agricoltura e mercato del lavoro locali. Causando una disoccupazione di massa che non risparmia neanche i giovani altamente qualificati. Ecco perché molti sognano di emigrare.

Per rinascere l’Africa ha bisogno, ad esempio, di creare, al suo interno, una sorta di mercato comune. Che, però, almeno in una prima fase, deve essere protetto dalla concorrenza delle produzioni occidentali e cinesi. L’obiettivo è che i consumatori africani - presto supereranno 2 miliardi - acquistino sempre più prodotti e servizi made in Africa.

A questo, inutile dirlo, va affiancato un maxi piano di formazione in tutti i campi, soprattutto quello sanitario.

Adesso dalla Libia arrivano i libici

L’Italia discute, mentre la Libia brucia. Un’inerzia che Roma rischia di pagare a carissimo prezzo. Un assaggio del disastro prossimo venturo che ci aspetta lo abbiamo avuto nel weekend appena concluso. Perché tra i primi immigrati arrivati da Tripoli via mare nelle nostre coste in quest’alba del 2020 abbiamo registrato una decina di nuclei familiari di nazionalità libica.

Pochi, ma rilevanti. Si tratta infatti di una novità assoluta. Per capire di cosa stiamo parlando, è forse il caso di ricordare che gli autoctoni libici non hanno mai lasciato il paese di origine. Neanche dopo la caduta di Muammar Gheddafi nel 2011. Né durante l’emergenza immigrazione del triennio 2014-2015-2016 quando dalla Libia partirono (destinazione Italia) circa 500 mila immigrati, africani e asiatici, ma in nessun caso libici. Per la semplice ragione che gli abitanti di quella che fu una nostra colonia sono cresciuti a pane e retorica anti-italiana, in un paese certo non democratico, ma che grazie ai proventi petroliferi era capace di garantire ai suoi cittadini standard economici tali da non indurli a cercare fortuna all’esterno.

E, tuttavia, quello che sulla carta sembrava impossibile, si è realizzato in questo inizio del nuovo anno. Merito di un’Italia imbambolata, di un’Europa sempre più divisa e di due famelici player geopolitici internazionali come Russia e Turchia. Che hanno messo le mani in Libia per rafforzare le rispettive sfere di influenza nello scacchiere mediterraneo. Strategia e tattica impeccabili, quelle di Mosca e Istanbul. Sanno, infatti, benissimo che in entrambe le rive di quello che i romani dominavano e per questo chiamavano Mare Nostrum, si affacciano oggi Stati fragili e impotenti. In quest’ottica, la sensazione è che il peggio, almeno per noi, potrebbe ancora arrivare.

Una marea di profughi all’orizzonte

Un’emergenza profughi senza precedenti rischia di abbattersi sull’Italia. Il pericolo arriva dalla vicinissima Libia. Le sorti di quella che fu una colonia italiana sono ormai in mano alla Russia e alla Turchia. Ma è sul nostro paese che ricadranno, per evidenti ragioni geografiche, le conseguenze geopolitiche del nuovo assetto che Putin ed Erdogan stabiliranno in loco.

Qualunque sia il disegno dei due leader, nell’attesa che venga realizzato, per noi sarà un disastro. Nell’immediato si profila, infatti, sul territorio libico una sorta di guerra di logoramento tra le truppe del maresciallo Khalifa Haftar (sostenuto da russi, egiziani, sauditi) e quelle del Premier Fajez al Serraj (riconosciuto dall’Onu e foraggiato dai turchi). Preso atto che su questo scontro potevamo ma non abbiamo voluto dire la nostra, è certo che esso potrebbe avere almeno due non trascurabili ripercussioni sulla pressione migratoria verso l’Italia.

La prima, obbligare persino i cittadini libici a fare quello che (per orgoglio anti-italiano e discreto benessere economico) non hanno mai fatto, neanche durante la crisi umanitaria dovuta alla caduta di Gheddafi nel 2011, cioè cercare rifugio in Italia.

La seconda, rafforzare lo strapotere dei trafficanti di esseri umani nel Sud del paese (regione del Fezzan) che potrebbero approfittare del caos generale per intensificare, e trarre lauti profitti, il flusso di immigrati che dall’Africa subsahariana, via Libia, sogna di arrivare nelle nostre coste.

La speranza è che si tratti di previsioni sbagliate. Ma dovessero rivelarsi anche solo in parte corrette, è difficile immaginare che di fronte a un’emergenza umanitaria di questa portata il governo italiano riceva un aiuto dai partner europei. Se non siamo stati in grado di intervenire con una voce unanime sulle cause, figuriamoci sulle conseguenze.

I cervelli sì, i latinos no

L'America di Trump cerca i cervelli immigrati, ma rifiuta i latinos.  Tant'è che in parallelo al giro di vite verso i latino-americani poco qualificati, riserva il più accattivante dei welcome ai talenti stranieri di ogni razza e colore. Una politica migratoria a due facce di cui, però, si parla moltissimo della prima ma assai meno della seconda. Infatti, all’opposto del braccio di ferro ingaggiato dalla Casa Bianca col Messico per scaricare sulle spalle dell’alleato centro americano l’onere di frenare le carovane di migranti provenienti da Ecuador, San Salvador e Nicaragua, si sa poco e male della guerra in atto tra le prestigiose università made in US per accaparrarsi il fior fiore degli studenti di mezzo mondo.

Esemplificativo, come riporta Jonathan Moules sul Financial Times, il caso dei più quotati Master in Business Administration d’Oltreoceano che, tanto per intenderci, sfornano i super manager del futuro. I cui rettori non sanno più cosa inventarsi per attirare dall’estero the best and the brightest perché, nonostante la ventata dell’America First, sanno bene che grazie alla mixité aumentano in maniera esponenziale la qualità e le performance degli iscritti ai loro istituti. Una verità che però non dice tutto visto che restano da chiarire le ragioni per cui i centri di eccellenza americani fanno oggi più fatica che in passato a reclutare dall’estero i cervelli dalle uova d’oro.

La prima: con la globalizzazione è cominciato uno scontro al color bianco tra i poli di eccellenza globali. Questo vuol dire che, rispetto a ieri, gli USA hanno nuovi e più robusti competitor, Cina in primis , con i quali fare i conti;

La seconda: è quella che in economia viene definita asimmetria informativa. Proprio come un consumatore medio spesso non è al corrente che, ad esempio, il supermercato a un passo da quello in cui va abitualmente ha prodotti a prezzi più vantaggiosi, così capita che molti potenziali “clienti” degli MBA statunitensi non siano al corrente delle favorevolissime offerte formative e dei relativi benefit (rette scontate, vitto e alloggio gratuiti etc.) loro riservati. Ecco una delle tante conferme della complessità con cui deve fare i conti l’immigrazione del XXI secolo.

L’immigrazione africana che non conosciamo

L'immigrazione dal continente nero è diversa da quella che si racconta. Basta sfogliare le illuminanti pagine del report Africa’s youth: jobs or migration? appena pubblicato dalla Mo Ibrahim Foundation di Dakar (Senegal). Oltre cento pagine che con rigore scientifico, dati alla mano, sfatano molte delle convenzioni dominanti nel dibattito politico occidentale sulle cause e le conseguenze dell’immigrazione dall’Africa. Soprattutto su tre punti.

Il primo: l’immigrazione africana non è diretta in maggioranza verso l’Europa ma verso le regioni limitrofe. Tant’è che oltre il 70% degli immigrati prova a farsi una nuova vita negli Stati prossimi a quello di origine. Mentre meno del 30% supera i confini dell’Africa. Per la semplice ragione che partire verso più prestigiose mete, come gli USA o l’UE, ha un costo, esistenziale ed economico, non alla portata di tutti. Tant’è che, solo per fare un esempio, il Vecchio Continente ospita meno di 9 milioni di africani, per lo più originari del Maghreb, cioè la parte Nord e tra le più sviluppate dell’Africa.

Il secondo: la povertà assoluta e l’insicurezza non rappresentano, a differenza di quanto sostenuto da più parti, le ragioni fondamentali che spingono gli immigrati africani a partire. L’80% di chi lascia la terra natìa lo fa non per necessità ma per soddisfare l’ambizione di un upgrade delle proprie condizioni personali e professionali. Cercano, insomma, servizi, prestazioni e occupazioni superiori allo standard di quelli offerti in patria. Sono, quindi, come sosteneva più di un secolo fa l’economista americano Mayo-Smith, coloro che all’interno delle diverse realtà nazionali appartengono, in genere, a gruppi sociali relativamente meno poveri e con qualità culturali, fisiche e motivazionali superiori a quelle medie. E che proprio per queste qualità superiori non rappresentano un campione significativo delle nazioni di origine. Solo i più dotati, gli ambiziosi e quelli con le “entrature” giuste hanno la forza di puntare “oltre confine”. Anche a costo di correre dei rischi. Mentre i loro connazionali più poveri materialmente ed intellettualmente, gli inerti, i deboli restano a casa.

Il terzo: l’identikit dell’immigrato africano-tipo africano è oggi assai diverso da quello presente nell’immaginario collettivo di molti occidentali. Perché rispetto al passato, a cercare un futuro migliore all’estero non sono più soltanto maschi, con scarsa istruzione e poche specializzazioni. Ma giovani con una crescente presenza di donne (sfiorano il 50%). E, in generale, elevati livelli di salute, formazione, conoscenze digitali e informatiche che sono il vero, principale indicatore della distanza siderale tra loro e gli immigrati d’un tempo.

Tutto questo non vuol dire che non esista un problema-Africa. Tantomeno una spinosissima questione immigrazione in mezzo Occidente. Ma che ci troviamo di fronte a un fenomeno sì epocale ma perché, rispetto al passato, assai più complesso. Che come tale, lontano da ogni forma di semplicismo, va trattato.

La geografia dei pro e dei contro l’immigrazione

La geografia della globalizzazione divide i suoi amici dai nemici. Infatti, dall’analisi dei flussi elettorali in Europa come Oltreoceano emerge con tutta evidenza che i super globalisti pro-immigrazione vivono nel cuore delle megalopoli occidentali. Mentre i loro oppositori abitano, come ha sostenuto il geografo francese Jacque Levy, le zone periurbane (e rurali) dove di questo nuovo mondo iper-tecnologico e senza barriere si vedono solo gli enormi svantaggi. Intorno a questo cleavage territoriale si sta dunque consumando una durissima battaglia che, rispetto al passato, non è più di classe ma per l’appunto di natura geografica.

Per capire di cosa parliamo è, forse, utile riprendere i dati emersi da un recente e assai raffinato speciale del Financial Times dall’emblematico titolo The Future of Cities. Che segnala, ad esempio, come il 75% degli investimenti negli Stati Uniti finisca in tre aree metropolitane (Silicon Valley, New York e Boston) che ospitano appena il 10% della popolazione americana. Per dirla con Richard Florida, che prima di altri ha colto questo problema, si tratta di veri e propri picchi di eccellenza tecnologica, economica e politica che grazie alla capacità di attirare talenti e finanziamenti internazionali vanno a gonfie vele mentre il resto del mondo rimane a guardare. Sempre più frustrato e arrabbiato al punto da affidarsi ai partiti sovranisti in cerca di aiuto e protezione.

Un gap, quello tra perdenti e vincenti della globalizzazione, destinato a minacciare seriamente la pax sociale dei paesi occidentali. Sarà, forse, per questo che Steve Case l’ultramilionario fondatore di AOL, proprietario di giganti come Yahoo e Huffingtonpost, ha spiazzato molti suoi colleghi lanciando un maxi programma di finanziamento di progetti imprenditoriali nelle regioni americane extra-urbane. Una mossa, quella di Steve Case, più politica che economica. Difficile immaginare, quantomeno nel breve-medio periodo, che possa trarre lauti guadagni da investimenti in zone del tutto prive dei fondamentali (infrastrutture, tecnologie, risorse umane, etc.) necessari per giocare nel campionato globalista. Ma, al contempo, è facile prevedere che la sua offerta d’aiuto possa riabilitare l’immagine delle elités economiche agli occhi degli arrabbiati che vivono fuori o ai margini delle grandi città. Con la speranza che domani comincino a negare il consenso che fino a oggi hanno dato a politici sovranisti come Donald Trump. Che non a caso ha dimostrato di volere smantellare i capisaldi di quell’ordine internazionale post-seconda guerra mondiale (es. diplomazia multilaterale, libera circolazione delle merci, etc.) che hanno fatto la fortuna di colossi come Facebook o Apple

In questa sua nuova avventura politica il boss di AOL potrebbe contare, per ovvie ragioni, sui sindaci delle megalopoli occidentali. Come, per fare un esempio a noi vicino, quello di Milano. Che non a caso è al centro della suddetta indagine del Financial Times sullo strapotere delle città. Riusciranno i Sala da una parte all’altra dell’Atlantico, in collaborazione con i big delle multinazionali, a costruire una proposta politica alternativa a quella dei sovranisti e, soprattutto, capace di rincuorare i perdenti della globalizzazione togliendo terreno ai sovranisti?

Corbyn ha regalato Londra ai Brexiter

Comunque vadano le elezioni politiche inglesi del 12 dicembre, Jeremy Corbyn ha già perso. Passerà agli annali come il primo leader laburista ad essersi presentato alle urne senza l’endorsement della storica rivista della sinistra britannica The Newstatesman.

Una mancata benedizione che forse non sposterà chissà quanti voti, ma che a livello simbolico pesa più di un macigno sul segretario dei Labour. Perché dal 1913, quando apparve il primo numero, nessun direttore di questa Mecca del giornalismo progressista si era permesso di negare, durante una campagna elettorale, armi e bagagli culturali al partito dei lavoratori.

A spiegare le ragioni del gran rifiuto è stato, con un lungo editoriale, Jason Cowley, che oggi guida The Newstatesman con l’ambizione di trasformarla in un cantiere aperto della sinistra riformista prossima ventura. A suo avviso sono tre i grandi limiti di Jeremy Corbyn: massimalismo, antisemitismo e aperturismo (sugli immigrati). Ricetta che ha sedotto e convinto buona parte del board Labour, ma che secondo il Cowley-pensiero rischia di non convincere gli azionisti di riferimento, cioè il tradizionale elettorato laburista. Che spiazzato, impoverito e impaurito dai contraccolpi della globalizzazione e dell’immigrazione, all’idealismo inconcludente e velleitario dell’hard left, preferisce non votare oppure l’altra sponda. Ovvero l’ammaliante proposta politica conservatrice-populista capitanata dall’istrionico Premier Boris Johnson che, spalleggiato da Nigel Farage (a lui si deve il successo del Sì alla Brexit), potrebbe se non sbancare vincere le elezioni.

Per riassumere. Nell’agone politico britannico, come in mezzo Occidente, si delinea un confronto/scontro tra sinistra massimalista vs destra conservatrice-populista. Fra queste due ali estreme non sembra più esserci spazio per i riformisti. È di questo che si sta occupando e preoccupando The Newstatesman di Jason Cowley.

Perchè, per dirla con Barack Obama, se si va troppo a sinistra non si va molto lontano. Il recente monito dell’ex Presidente USA era rivolto a chi all’interno del partito democratico americano (Alexandra Ocasio-Ortiz e Bernie Sanders, solo per fare due esempi) è convinto di battere Trump con l’arma ideologiaca della vecchia sinistra massimalista. Su questa strada, secondo Obama, gli elettori democratici moderati se va bene scelgono l’astensione, altrimenti passano all’altro campo.

Gli immigrati che preferiscono l’Africa all’Europa

La stragrande maggioranza degli immigrati africani (8 su 10) è in fuga non in Europa ma all’interno del Continente nero. E nel futuro prossimo venturo il trend è al rialzo. Non solo perché, com’è noto, per motivi economici e logistici è più semplice cercare lavoro o protezione umanitaria nei paesi limitrofi anziché nel Vecchio Continente. Ma anche in ragione del fatto che alcuni paesi dell’Africa, spesso descritti come un coacervo di prolifici affamati pronti a invadere l’Occidente, grazie a una relativa, costante crescita economica sono, invece, vere e proprie mete di immigrazione.

È questo il caso, solo per fare un esempio, della Costa d’Avorio. Che come ha di recente dimostrato una dettagliatissima inchiesta di Le Monde, con un tasso di crescita annuo dell’8% e livelli di disoccupazione inferiori al 6% ha attirato dagli Stati confinanti un fiume di manodopera. Il 40% dei suoi attuali 24 milioni di abitanti è o ha, infatti, origine immigrata. Impiegati per lo più nella coltivazione di caffè, olio di palma ma soprattutto delle preziosissime (qualità senza pari) e ambitissime (dalle multinazionali del cioccolato) fave di cacao di cui è il principale esportatore mondiale.

E come in tutti i poli migratori internazionali che si rispettino, la bassa manovalanza straniera (in maggioranza dal Burkina Faso) è tanto richiesta dall’economia quanto indigesta per la società. Tant’è che anche da quelle parti, come da noi, i sostenitori del Prima gli ivoriani non mancano. Anzi, aumentano. Anche perché, come spiega il sociologo Sosthène Koffi (uno dei massimi conoscitori del mondo rurale ivoriano), alla base dei pregiudizi che i vecchi residenti hanno verso i nuovi arrivati ci sono incomprensioni ed errate percezioni che per quanto banali se non sanate rischiano di moltiplicarsi. Molti anziani doc dei piccoli villaggi, ad esempio, non sopportano l’arroganza dei giovanissimi lavoratori immigrati che con le mote acquistate coi primi risparmi scorrazzano a destra e a manca indifferenti alla vita sociale della comunità che li ha accolti.

Un clash tra indigeni e immigrati che, peraltro, non è una novità di oggi. Tant’è che per coniugare pax sociale e bisogni economici, nel 1998 il governo di Abidjan fu costretto ad approvare una legge in base alla quale solo ed esclusivamente gli autoctoni ivoriani potevano vantare la proprietà di terreni agricoli nel paese. Un diktat rafforzato dalla nuova Costituzione del 2016 secondo cui soltanto lo Stato, società pubbliche o cittadini ivoriani doc possono acquistare appezzamenti di terra. Passare dalle parole ai fatti non è tuttavia semplice. Non solo per l’instabilità politica di un paese spaccato in due tra il ricco e fertile Sud e il più povero Nord. Ma soprattutto perché in una terra dalla lunghissima tradizione migratoria (oltre ai discendenti dei coloni francesi ci sono anche importanti comunità libanesi e siriane), stabilire come e chi è ivoriano doc più che difficile risulta impossibile.

Dopo La Valletta il Viminale chiede regole per le Ong

Sulle navi delle Ong nel Mediterraneo la Ministra dell’Interno Luciana Lamorgese torna alla linea Minniti. Infatti, ieri a Bruxelles si è fatta latrice della necessità di una qualche forma di regolamentazione delle imbarcazioni private che nel Mare Nostrum realizzano operazioni di ricerca e soccorso degli immigrati.

La proposta, che ricorda da vicino il codice di condotta per le Ong voluto dall’ex Ministro del PD nell’estate del 2017, mira a imporre ai natanti che operano in mare più regole e sicurezza, per l’equipaggio e per gli immigrati messi in salvo. Con una maggiore responsabilizzazione degli Stati di cui le imbarcazioni del volontariato battono bandiera, che spesso vengono meno agli obblighi derivanti dal diritto internazionale.

Il Lamorgese-Minniti pensiero è chiaro. Per non subire l’immigrazione, bisogna governarla. Per governarla servono ordine e regole per tutti i soggetti coinvolti. L’alternativa, come accade ormai da anni, è lasciare che nella lingua d’acqua che separa l’Africa dalla Sicilia, regni il caos, trasformando in una vera e propria roulette, con la criminalità a fare da croupier, il diritto dei rifugiati a chiedere asilo e il diritto degli Stati al respingimento degli immigrati illegali.

Propositi, forse, di buon senso che, tuttavia, trovano scarsissimi consensi non solo tra buona parte della destra, ma anche della sinistra, che ha persino rinnegato l’eredità di Minniti. La prima, sempre più impregnata di nazional-sovranismo, propone di serrare le frontiere della fortezza Europa. La seconda, in nome e per conto del diritto umanitario, chiede e pretende di aprire porti e braccia per accogliere i nuovi arrivati.

In mezzo, fra queste due ali estreme, non c’è spazio. È questa l’aria che tira in Italia e nel resto del Vecchio Continente. Ideale per far naufragrare la proposta della nostra Ministra. Non resta, per chi scrive, la speranza di essere smentito.

ll Mediterraneo nuovo centro della crisi mondiale

Maurice Aymard, massimo esperto mondiale di geopolitica del Mediterraneo, allievo di Fernand Braudel, spiega ai lettori di West come e perché quello che i romani definivano Mare Nostrum si è globalizzato, diventando il nuovo centro della crisi mondiale. 

Perché lei sostiene che il Mediterraneo da Mare Nostrum è diventato globale, un moltiplicatore di instabilità?

Prima di rispondere è utile fare qualche passo indietro nella storia. Ricordando, per esempio, che il Mediterraneo fu ribattezzato Mare Nostrum dai Romani a suggello del loro dominio. Che divenne pressoché assoluto dopo la sottomissione delle colonie greche dell’Italia meridionale; l’annientamento della talassocrazia punica dell’Africa del Nord; della penisola iberica e, uno dopo l’altro, dei vari regni ellenistici del Mediterraneo orientale. Roma divenne così potenza unica in grado di avere in pugno, per due-tre secoli, il bacino mediterraneo. Sia marittimo che costiero. Ma dalla seconda metà del II secolo dopo Cristo fino alla caduta dell’impero romano d’Occidente le frontiere del Reno e del Danubio cominciarono ad essere sistematicamente attraversate da popolazioni europee nord orientali e dell’Asia centro-settentrionale. Le prime scalzarono il potere di Roma dalla penisola iberica con i Visigoti e da quello nord africano con i Vandali. E, al contempo, l’Impero d’Oriente accettò l’arrivo e poi l’insediamento degli slavi nella penisola balcanica e dei turchi in Anatolia. Invasioni a flusso continuo che in Europa finirono per esaurirsi alla fine del primo millennio e che, invece, in Asia minore proseguirono ancora a lungo. A guardar bene, dunque, il Mediterraneo ha conosciuto tre secoli di stabilità e di calma (spesso solo apparenti) di pax romana e sette/otto di instabilità permanente. Che determinarono una serie di cambiamenti irreversibili sul piano etnico e linguistico. Che le istituzioni eredi di Roma hanno cercato di fronteggiare in due modi. Da una parte concedendo quanto potevano e dall’altra facendo muro con l’unica arma di cui disponevano: la cristianizzazione. Finendo però per lasciare mano libera all’Islam di mettere radici e conquistare irreversibilmente i paesi rivieraschi del Mediterraneo meridionale. Passando dalla storia di ieri a quella contemporanea dobbiamo prestare attenzione alla grande svolta intervenuta nelle migrazioni mediterranee tra la fine del ‘900 e i primi anni del 2000. Quando dopo un secolo e mezzo cessò la grande ondata migratoria euro mediterranea transoceanica e il Mediterraneo divenne il centro di una nuova catena migratoria. Fatta da migranti che non vengono più, così come fino allora avvenuto, solo dalle sue “periferie”nord africane, come il Marocco o l’Algeria, ma dall’Africa sub sahariana. Non più solo dal Medio Oriente ma dall’Asia. Oggi la circolazione degli uomini da una sponda all’altra non si limita più ai popoli dell’antico circondario. Ma si è allargata assumendo dimensioni mondiali. Insomma, c’è stata una dilatazione del Mediterraneo che ha superato la fascia costiera per arrivare al ventre dell’Africa e dell’Estremo Oriente. Un fenomeno di dimensioni intercontinentali, mondiale. Caratterizzato dalla nascita di un nuovo sistema di reti, informali e spesso illegali, atte a canalizzare questo nuovo tipo di mobilità. Che rappresenta un fattore di crisi per le amministrazioni pubbliche, disarmate di fronte a dei flussi che non possono controllare, limitare, né tanto meno bloccare: la proibizione è sempre il migliore incentivo al contrabbando. Ai governi non resta altro che, come si dice, fare buon viso a cattivo gioco. Non fosse altro perché l’invecchiamento della popolazione europea necessità degli immigrati per finanziare le pensioni dei suoi anziani. Una situazione che se anche molto difficile, con un pizzico di fantasia e di coraggio non è impossibile da gestire.
Mentre il Mediterraneo si globalizza, l’Europa tende a chiudersi in se stessa. Non crede che lo scontro tra sovranisti e non rischia di trasformare il Vecchio Continente nella periferia del mondo?

Tutti i paesi dell’Europa occidentale prima, meridionale dopo, e orientale (dopo la caduta della cortina di ferro) hanno « bruciato » le loro riserve di mano d’opera rurale per alimentare la crescita delle loro economie, del loro mercato interno, delle loro città. Hanno bisogno di lavoratori immigrati come avevano bisogno (e lo gridavano in piazza quindici anni fa) di badanti e occuparsi dei loro anziani. Ma elaborare e, soprattutto, fare accettare alle pubbliche opinioni nazionali politiche all’altezza di queste sfide richiede tempi lunghi e grandi capacità di convincimento. E grandi doti di gestione da parte delle amministrazioni. Non si tratta di fare miracoli ma di utilizzare, al meglio, gli spazi di manovra disponibili per fronteggiare la grande complessità dei fattori in gioco.

Gli immigrati che attraversano il Mediterraneo per arrivare in Europa, sono i più poveri tra i poveri e in fuga da guerre oppure sono la conseguenza della crescita economica e di quei profondi cambiamenti che attraversano l’Africa del XXI secolo?

Non sono mai gli ultra-poveri che migrano. Migrare ha un costo (umano e anche finanziario), e rappresenta un investimento, che mobilita le risorse e gli appoggi delle famiglie allargate. Mentre la crescita demografica della Cina si fermerà nel 2040-50, l’aumento della popolazione mondiale nella seconda metà del nostro secolo si concentrerà sull’Africa sub-sahariana che deve colmare un enorme ritardo accumulato nel corso dei secoli, e vedrà anche aumentare fortemente la percentuale della sua popolazione urbana. Non dobbiamo dimenticare che, malgrado tutti i discorsi politici ostili ai nuovi arrivi, le migrazioni significano sempre un trasferimento di ricchezze dai paesi di partenza che hanno prodotto ed educato i loro migranti, verso i paesi d’arrivo che potranno raccogliere il frutto del loro lavoro durante i decenni della loro vita adulta.

Com’è possibile rilanciare l’immagine dell’Europa? Si potrebbe, ad esempio, scommettere sulla comunitarizzazione delle politiche migratorie come avvenne con la moneta unica?

La comunitarizzazione dell’immigrazione è il vero, più efficace modo per mettere a tacere i nemici degli immigrati. Così com’è vero che non si possono vendere favole e non ricordare che i migrati finiranno per andare là dove vogliono. E che le decisioni prese dall’alto possono rallentare e, talvolta, anche bloccare, temporaneamente, i flussi d’arrivo. Ma, come la storia insegna, saranno sempre gli “ospiti” a decidere dove e da chi farsi ospitare. In fondo, forse, è meglio così.