Le quote di Macron finiranno come quelle di De Gaulle

Sull’immigrazione economica Macron ricalca le orme di De Gaulle. Infatti la sua recente proposta di introdurre un sistema di quote annuali per selezionare la manodopera richiesta dalle aziende ricorda da vicino quella avanzata dal Generale nel Secondo Dopo Guerra.

In entrambi i casi la ratio è identica: affermare una politica dell’immigrazione all’interno dello Stato-Nazione, assegnando a una sorta di politburo il potere di individuare dall’estero gli immigrati utili (de bons éléments, amava ripetere De Gaulle) all’economia nazionale. All’epoca l’ambizioso progetto si infranse di fronte alla galoppante e cangiante domanda di manodopera di un’industria in pieno boom economico. Al punto che la stragrande maggioranza degli imprenditori, per assumere nuovi immigrati bypassò il farraginoso iter burocratico ideato da De Gaulle e si affidò al mercato nero, favorendo persino l’ingresso illegale di molti stranieri.

È questo il destino che attende anche la proposta di Macron? Risposta scontata: assolutamente sì. Tanto più che oggi, rispetto a mezzo secolo fa, l’immigrazione, come i beni, i servizi e i capitali, è ormai una componente strutturale della moderna globalizzazione. Verità che i governi fanno finta di non vedere e continuano a trattarla come materia di esclusiva competenza nazionale. Con il risultato che mentre ciascuno difende a piè fermo, le quote di Stato, è il mercato che silenziosamente impone al sistema le sue ferree leggi.

Ecco perché – ammoniva Patrick Weil nelle prime monumentali pagine de La République et sa diversitè – l’esperienza ha dimostrato che il metodo delle quote è quello peggiore. Per la semplice ragione che sul mercato mondiale sono le imprese, non già i poteri pubblici, a selezionare e pagare i lavoratori di cui abbisognano.

La cosa più curiosa, però, è che, secondo alcuni raffinati osservatori, Macron sarebbe consapevole di tutto ciò. Avrebbe, tuttavia, deciso di tirare dritto nel disperato tentativo di dare un segnale di fermezza a un’opinione pubblica sempre più intollerante verso i nuovi arrivati ed evitare, alle presidenziali del 2020, un’emorragia di voti a favore di Marine Le Pen e del suo Fronte Nazionale. Se così fosse, viene da chiedersi perché gli elettori dovrebbero preferire la copia all’originale.

Incubo Brexit per gli immigrati UE a Londra

Should I stay or should I go? Quesito amletico che dal giugno 2016 quando la Gran Bretagna disse Sì a Brexit rovina il sonno dei 3,5 milioni di europei che vi risiedono.

Per questo esercito di stranieri se lasciare il Regno di Sua Maestà significa azzerare anni e anni di sacrifici riuscire a restarvi si sta trasformando in un’impresa d’inferno. Perché un minuto dopo l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione, con il principio della libera circolazione decadrà anche il loro status di soggiornanti regolari. Al punto da essere considerati dei veri e propri immigrati illegali.

Per scongiurare questo catastrofico scenario, che causerebbe una colossale crisi migratoria, il governo inglese ha approvato il cosiddetto EU Settlement Scheme. Una sorta di sanatoria che consentirebbe ai lavoratori UE di avere in mano un regolare permesso di soggiorno prima dell’ora X quando entrerà in vigore il distacco dall’Unione Europea. Un’idea in via di principio buona ma che all’atto pratico, come spiega la puntuale inchiesta di Yasmeen Serhan su The Atlantic, fa acqua da tutte le parti. Vediamo di capire perché.

Partiamo dall’aleatorietà dei tempi di applicazione. La sanatoria, infatti, è aperta ma non è certa quale sarà la sua data di chiusura: giugno 2021 se il divorzio dall’UE è concordato, oppure dicembre 2020 nel caso di una rottura traumatica delle trattative ed un’uscita no deal. Nel dubbio, migliaia di cittadini europei si sono affrettati a formalizzare la domanda di regolarizzazione mettendo in ginocchio la burocrazia inglese.

Alle denunce di disservizi di ogni genere e tipo, Downing Street ha risposto di avere semplificato l’iter con un’app che pur costata ben 175 milioni di sterline funziona poco e male. Innanzitutto perché la versione mobile è utilizzabile solo su dispositivi Android più recenti. Mentre più della metà della popolazione utilizza smartphone con sistemi operativi diversi. E molti europei, nonostante il tesoro inglese incassi regolarmente le loro tasse, per il solo fatto di non possedere un telefonino Android o la necessaria dimestichezza con la sua tecnologia, rischiano giuridicamente di finire nel limbo. Secondo il think-tank British Future un terzo dei 3,5 milioni di europei che vive nel Regno Unito, in particolare anziani e persone con scarse conoscenze di inglese e informatica, potrebbe non riuscire a compilare la domanda. Ma c’è di più. Perché anche chi riesce a compilarla può inciampare nei cavilli della disastrosa burocrazia della Perfida Albione. Tra le varie condizioni richieste per ottenere un permesso di soggiorno permanente c’è, ad esempio, anche quella di dimostrare di risiedere nel Regno da almeno 5 anni in modo continuativo. Provarlo è impresa ardua persino per i the best and brighetest con le carte in super regola.

Come dimostra il caso a dir poco clamoroso dello chef stellato di origine polacca Damian Wawrziniak. Residente da 15 anni in Gran Bretagna, stranoto al grande pubblico, cuoco ufficiale alle Olimpiadi di Londra 2012, ed in grado di vantare tra i suoi clienti persino la famiglia reale, si è visto negare, per una colpevole sciatteria burocratica la sua domanda di regolarizzazione. Cosa che oltre alla sua giusta indignazione ha scatenato un putiferio sui social network (ha migliaia di follower). Obbligando l’Immigration britannica a tornare sui suoi passi, riconoscere di aver sbagliato e concedergli in quattro e quattr’otto il visto di cui aveva pieno diritto.

Ma come sarebbe andata questa disavventura a lieto fine se il mal capitato, anziché uno straniero di successo, fosse stato un semplice, anonimo lavoratore? Viene da pensare che Oltremanica il rischio di un nuovo caso Windrush si faccia sempre più concreto. All’epoca a farne le spese furono gli immigrati caraibici. Oggi quelli europei.

Doppio passaporto, l’Ue in ordine sparso

Quella della cosiddetta doppia cittadinanza è una delle questioni più controverse e poco note del dibattito sull’immigrazione. Parliamo della possibilità per gli immigrati di ottenere il passaporto del Paese ospitante, senza perdere quello dello stato di origine. Nei confronti di questo istituto in Europa, contrariamente a quanto si è registrato fino agli anni Sessanta del secolo scorso, prevale oggi un orientamento giuridico di maggiore tolleranza. Per almeno tre fattori: la nascita di norme più efficaci contro la discriminazione di genere; un lungo periodo di pace nelle relazioni internazionali; un cambiamento di percezione degli interessi statali nell’ambito della migrazione.

Con l’aggiunta che nel Vecchio Continente, l’approvazione di norme contro la discriminazione di genere ha consentito ai figli di coppie miste di ereditare la cittadinanza non solo dai padri ma anche dalle madri.

Un mutamento accelerato anche dal cambio di strategia dei paesi di origine che tradizionalmente guardavano i loro emigrati come una risorsa persa, ma in seguito, ne hanno scoperto il valore economico e politico. Prendendo atto che privare gli emigrati della loro cittadinanza dopo la naturalizzazione nel paese di insediamento, significava tagliare inutilmente quei legami che facilitavano l’arrivo in patria di ingenti rimesse o che li aiutavano ad acquisire appoggio politico in un paese straniero.

Di seguito una breve rassegna di quanto previsto in materia negli ordinamenti dei principali Paesi UE:

ITALIA. E’ ammessa la doppia cittadinanza. Con il decreto ministeriale del 7 ottobre 2004 è stato, infatti, abolito l’obbligo per gli stranieri che diventano cittadini italiani di rinunciare alla cittadinanza di origine.

FRANCIA. E’ ammessa la doppia cittadinanza. Il possesso di una o più altre nazionalità non ha, in linea di principio, alcuna incidenza sulla cittadinanza francese. La legge non richiede, infatti, che uno straniero diventato francese rinunci alla sua cittadinanza di origine o che un francese diventato straniero rinunci alla cittadinanza francese. La Francia non stabilisce distinzioni fra coloro che hanno una doppia cittadinanza e tutti gli altri francesi per quanto riguarda i diritti e i doveri legati alla cittadinanza.

INGHILTERRA. È ammessa la doppia cittadinanza. Nel Regno Unito, a differenza che in Germania o in Spagna, il possesso di una o più altre nazionalità non ha, in linea di principio, alcuna incidenza sulla cittadinanza britannica.

GERMANIA. Non è ammessa la doppia cittadinanza, salvo in alcuni casi. Per i cittadini svizzeri ed europei sulla base del principio di reciprocità. E per i figli degli immigrati nati in Germania, visto che dal 2014 è stato abolito il cosiddetto Optiospflicht: l’obbligo di scegliere una sola nazionalità – quella tedesca o quella della famiglia di origine – al compimento dei 23 anni.

SPAGNA. Non è ammessa la doppia cittadinanza, salva in alcuni casi. Ossia quelli previsti dall'art.11, comma 3 della Costituzione, che riguardano gli stranieri provenienti dall'America latina e da Andorra, Filippine Guinea Equatoriale e Portogallo. Lo stesso articolo, infine, introduce il principio generale del divieto della privazione della cittadinanza nei confronti degli spagnoli d’origine.

Tapachula ci dice l’aria che tira sui rifugiati

Da Tapachula arriva l’ennesima conferma che il sistema globale di accoglienza dei rifugiati, nato con la Convenzione di Ginevra del 1951, si sgretola ogni giorno di più. Questa cittadina messicana, al confine col Guatemala, luogo di transito per i richiedenti asilo negli USA, è oggi teatro di una crisi umanitaria senza precedenti, come rivela Nanjala Njabola sull’ultimo numero di Foreign Affairs. Perché l’amministrazione Trump, con l’autorevole avallo della Corte Suprema statunitense, ha stabilito che i centro-americani intenzionati a chiedere protezione negli Stati Uniti dovranno depositare le loro richieste non più al confine americano, ma nelle nazioni attraversate nella marcia di avvicinamento al Norte. Per quelli dell’Honduras e del El Salvador i paesi delegati sono il Guatemala e il Messico, mentre per i guatemaltechi solo il secondo. Una novità assoluta oltreoceano che ricorda da vicino il principio della Convezione di Dublino in base al quale i migranti hanno l’obbligo di chiedere asilo nel paese UE di primo approdo.

Il risultato è che il Messico è tenuto adesso, se non vuole perdere aiuti e scambi commerciali con i vicini e minacciosi yankee, a fare quello che non aveva mai fatto: accogliere e valutare le domande di asilo dei centro-americani nei confronti dei quali aveva, invece, sempre chiuso un occhio, sapendo che gli Usa erano la loro destinazione finale.

Ma i problemi per il governo messicano non finiscono qui. Non foss’altro perché nelle città di confine come Tapachula e Tijuana alla pressione migratoria dall’America centrale, si è sommata, cosa che nessuno aveva previsto, quella dall’Africa. Sono infatti in aumento gli africani che attraversano l’Atlantico per raggiungere gli Usa passando per il Messico dove però, viste le novità di cui sopra, rimangono bloccati. Il risultato è che per questo vasto ed eterogeneo esercito di richiedenti asilo e immigrati illegali (difficile distinguere gli uni dagli altri) quello messicano rischia di trasformarsi in vero e proprio eterno limbo. Dove persino chi avrebbe pieno diritto allo status di rifugiato passerà mesi, se non anni, nell’attesa di ricevere la protezione umanitaria che gli spetta.

Ciò che più conta, tuttavia, è che il caso messicano più che un’eccezione è la regola nel sistema globale di accoglienza dei rifugiati. Le difficoltà nel distinguere gli immigrati illegali dai richiedenti asilo, così come quella di garantire protezione a nuove tipologie di vulnerabili (es. i rifugiati climatici) non annoverati nella Convenzione di Ginevra del 1951, sono all’ordine del giorno in mezzo mondo. Tant’è che a livello internazionale è in costante crescita il numero di richiedenti asilo che addirittura nasce e muore dentro i campi profughi UNHCR, aspettando tutele che non riceveranno mai.

Un quadro assai poco confortante ma stranoto ai più. Prova ne è il fatto che nell’ottobre 2019 l’Alto Commissario Onu per i rifugiati, l’ambasciatore italiano Filippo Grandi, lanciò un ambizioso piano di riforma (Global Compact on Refugees) della Convenzione di Ginevra 1951. Una fatica di Sisifo, quella di Grandi, visto il mancato supporto degli Stati che contano. Usa in testa.

Sui rifugiati l’Europa è alla mercé degli altri

Le politiche europee per il controllo delle frontiere esterne fanno acqua da tutte le parti. Non si fa in tempo a tappare un buco che se ne apre un altro. Come dimostra la dinamica in atto nei due grandi corridoi delle rotte migratorie del Mediterraneo: quello occidentale e quello orientale.

Nel primo, a guardare i dati, l’aria che si respira sembra di quiete. Dall’inizio del 2019, infatti, gli immigrati che dal Marocco hanno raggiunto la Spagna sono stati 15.600: -50% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ciò grazie agli ingenti finanziamenti (€ 60 milioni da Madrid e € 140 milioni dall’Unione Europea) che hanno “convinto” i governanti di Rabat a mettere in atto misure straordinarie per frenare la pressione migratoria dall’Africa sub-sahariana al confine marittimo spagnolo. Un’intesa che oggi funziona, ma che già domani potrebbe naufragare. Non foss’altro perché il re Mohammed VI sa benissimo che, come per altro più di una volta ha fatto in passato, può tornare a battere cassa ed alzare la posta minacciando la riapertura dei rubinetti dell’immigrazione. Secondo uno schema a suo tempo usato dalla Libia di Gheddafi. “Morocco has realised that the migration card is a very effective pressure tool” ha affermato in un’intervista a El Pais Eduard Soler, esperto di geopolitica del Maghreb del think tank catalano CIDOB.

Nel secondo, l’Egeo, soffiano invece venti di tempesta. Perché rischia di saltare l’accordo UE-Turchia che dal 2016 in cambio di €6 miliardi ha frenato il boom di migranti che attraversavano il confine turco-ellenico per trovare rifugio in Europa. È di queste ore la decisione del Sultano Recep Tayyip Erdoğan di invadere la Siria del Nord e ripopolarla, con un’operazione di pulizia etnica dei curdi che la abitano, obbligando a un trasloco forzato i rifugiati siriani in Turchia. Minacciando, se i partner UE/NATO dovessero ostacolare questo piano neo-ottomano, di cancellare l’impegno preso nel 2016 consentendo alle migliaia di profughi oggi “ospitati” di rimettersi in marcia, come nel 2015, verso i confini europei.

Morale della favola: la politica delle “pezze” non solo è un rimedio fragile e di corto respiro, inadeguata a fronteggiare l’enorme pressione migratoria dal Sud del Mediterraneo. Ma, cosa ancora più allarmante, mette l’UE alla mercé di famelici governi locali e di trafficanti di esseri umani senza scrupoli. Subisce e non governa la globalizzazione dell’immigrazione. Con il risultato, che spiega il disgusto sempre più diffuso nell’opinione pubblica del Vecchio Continente nei confronti di Bruxelles, di non riuscire a garantire né la sicurezza degli immigrati che arrivano e né quella degli autoctoni che li dovrebbero accogliere.

Vertice UE sull’immigrazione: l’incognita Visegrad

La politica, si sa, è l’arte di convincere. Soprattutto sull’immigrazione. Una disciplina in cui sono campioni i leader di Polonia, Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca, che mentre importano da mezzo mondo manodopera straniera a basso costo dicono NO a ogni accordo UE sulla gestione solidale di migranti e rifugiati. Incluso quello che si discuterà oggi e domani a Lussemburgo.

A smascherare la schizofrenia tra ultra-nazionalismo politico e super globalismo economico del quartetto di Visegrad, dopo il New York Times, stavolta è un formidabile reportage di Bloomberg Businessweek. Grazie al quale scopriamo, ad esempio, che nel 2018 l’Ungheria ha rilasciato ai cittadini non comunitari 50 mila permessi di lavoro, il doppio rispetto a quelli previsti dal Premier anti-immigrati Orban. Che di fronte a queste cifre non deve aver fatto sonni tranquilli. Perché col boom dei nuovi arrivati segnano anche un deciso cambio dei paesi da dove arrivano. Infatti mentre aumentano quelli dall’India, dal Vietnam e dalla Mongolia, crollano quelli dalle vicine Bielorussia e Ucraina. Tradotto: più immigrati meticci di varie religioni, meno bianchi cristiani. Un vero e proprio dramma esistenziale per il Primo Ministro ungherese che si è sempre presentato come il paladino iper-nazionalista di un paese autosufficiente ed etnicamente omogeneo nonostante ospiti oltre mezzo milione di stranieri su un totale di 10 milioni di abitanti.

Stessa musica negli altri paesi di Visegrad. Caso emblematico quello della Polonia che nel 2017 ha rilasciato un numero di visti per l’ingresso di lavoratori stranieri superiore a quello di qualsiasi altra nazione UE. Una domanda di manodopera dall’estero che secondo uno studio del Fondo Monetario Internazionale nel futuro prossimo venturo è, peraltro, destinata a crescere ulteriormente. Perché nei quattro ex-satelliti sovietici mentre l’economia tira, il mercato del lavoro arranca a causa dei milioni di emigrati all’estero, in maggioranza donne impiegate come colf e badanti negli Stati dell’Europa occidentale.

Indicazioni forse utili per spingere i Fab Four a un cambio di strategia. Che non significa passare dalle porte (fintamente) chiuse a quelle spalancate. Ma più semplicemente ragionare con i partner UE sul se e come costruire una efficace governance europea del fenomeno migratorio.

Sull’asilo una lezione dall’Africa

Sembra assurdo ma è vero. Mentre l’Europa chiacchiera, l’Africa comincia, per quel che può, a fare la sua parte nell’emergenza umanitaria in Libia. Pochi giorni fa un primo gruppo di eritrei, somali e sudanesi è stato, infatti, evacuato dai centri di detenzione libici in Ruanda. Sono i primi a beneficiare del meccanismo di transito di emergenza, concordato, istituito e finanziato dal governo ruandese, dall’UNHCR e dall’Unione Africana. Al loro arrivo nel paese dalle mille colline, teatro nel 1994 di una guerra civile con quasi 1 milione di vittime, hanno ottenuto un documento d’identità, lo status di richiedenti asilo, vitto, alloggio, assistenza sanitaria gratuiti e l’accesso a un sofisticato programma di formazione e inserimento lavorativo.

Il loro prossimo futuro dipenderà dalla risposta che i funzionari UNHCR daranno alle rispettive domande di protezione internazionale ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951. Le opzioni sono due.

La prima: in caso di esito positivo con lo status rifugiato avranno il diritto di rifarsi una nuova vita in Ruanda.

La seconda: se, invece, l’esito è negativo, saranno assistiti per fare ritorno nel paese di origine. Oppure in base alla richiesta di manodopera del mercato locale, avranno la possibilità di regolarizzare la propria condizione giuridica in Ruanda.

Un’operazione senza precedenti anche se non è la prima volta dal crollo del regime di Gheddafi che uno stato africano offre assistenza alle vittime della crisi libica. Lo aveva fatto e continua a farlo dal gennaio 2018 il governo nigeriano, ma solo nei confronti dei suoi cittadini.  Da quella data, infatti, la Nigeria, il più grande trampolino di lancio di immigrati illegali verso le nostre coste, è impegnata a evacuare i nigeriani bloccati nei centri di detenzione libici. I diplomatici del paese hanno identificato cinquemila connazionali, di cui oltre mille sono stati già rimpatriati via area. Il governo del primo paese africano e settimo al mondo per densità demografica (186 milioni di abitanti) ha precisato che la missione è a tempo indeterminato e i voli continueranno fino quando ci saranno nigeriani sul territorio libico disponibili a tornare a casa.

Le sia pur nobili iniziative dell’esecutivo ruandese e nigeriano sono una goccia nel mare di problemi del nostro dirimpettaio libico. Rappresentano, tuttavia, un gigantesco segnale di maturità e autonomia politica che l’Unione Europea dovrebbe cogliere. Perché trattare gli stati africani da adulti, e non da eterni adolescenti da assistere e mantenere, conviene. Significa contare su nuovi partner per elaborare strategie di lungo respiro in materia di gestione dei flussi migratori ed altro: Pechino docet.

Purtroppo a Malta Hathaway non c’era

Se il Professor James C. Hathaway avesse partecipato al vertice di Malta sull’immigrazione dello scorso 23 settembre, avrebbe avuto qualcosa da dire. È stato lui, infatti, nel 1997 a presiedere una Commissione Onu di super esperti di diritto d’asilo che aveva teorizzato l’introduzione di una sorta di corridoi umanitari statali (non gestiti da enti privati) come soluzione al problema della condivisione fra la comunità internazionale degli oneri derivanti dalle emergenze profughi nel mondo (cioè quello di cui si è dibattuto, sia pur su scala europea e non globale, pochi giorni fa nella capitale maltese).

Per consultare le conclusioni alle quali giunse il panel di studiosi guidati da James C. Hathaway, basta digitare su internet Making International refugee law relevant again: a proposal for collectivized and solution-oriented protection. Il documento, considerato una pietra miliare degli asylum studies contemporanei, proponeva di introdurre a livello globale una netta distinzione tra i luoghi di identificazione dei richiedenti asilo da quelli di accoglienza di coloro cui venisse riconosciuto lo status di rifugiato. Era questa, a loro avviso, l’unica via per evitare che in caso di crisi umanitarie la responsabilità di assistere e proteggere profughi e sfollati, ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951, ricadesse esclusivamente sugli stati limitrofi.

Per capire di cosa parliamo, immaginiamo di applicare questa teoria nello spazio euro-mediterraneo che dalla Primavera Araba del 2011 è il luogo di transito di migliaia di richiedenti asilo e immigrati economici in fuga dall’Africa verso l’Europa. Una pressione migratoria senza precedenti che – di questo si è discusso a La Valletta – è gravata, per ragioni geografiche, sugli Stati UE di frontiera, Grecia e Italia in testa, chiamati a svolgere, al contempo, il doppio ruolo di paesi che identificano e accolgono i nuovi arrivati.

Problema che, invece, seguendo le indicazioni della Commissione Hathaway potrebbe essere risolto creando negli stati collaborativi dell’Africa del Nord e di quella subsahariana, sotto l’egida dell’UNHCR e dell’OIM, safety zone dove chiedere asilo senza rischiare la vita. In caso di esito negativo i richiedenti verrebbero rimpatriati nel paese di origine. Mentre, ecco il significato dei sopra citati corridoi umanitari statali, se il parere è positivo i rifugiati verrebbero redistribuiti tra una coalizione di Stati firmatari di un accordo internazionale che li obbliga ad accoglierli pro-quota. Sta qui il passaggio dall’emergenza a una politica ordinata e sicura per chi arriva e chi riceve.

Con l’autunno tornano i gilet gialli

Passate le vacanze, ieri sera a Parigi i gilet gialli sono tornati e si sono impossessati della marcia per il clima.  Come mai tra  questo esercito di arrabbiati che ogni sabato, da mesi, mette a ferro e fuoco la capitale francese non ci sono gli immigrati?

I volti delle migliaia di impauriti e impoveriti dalla globalizzazione che riversano il loro odio nella ville Lumiere, sono solo bianchi. Mentre mancano quelli degli oltre otto milioni di origine straniera che vivono accanto a loro. E dire che molti di questi corrisponderebbero, almeno in parte, all’identikit che i gilet gialli danno di loro stessi. Tanto è vero che vivono in quartieri esclusi dal benessere del centro città, con tassi di disoccupazione del 50% (contro una media nazionale del 10%), pessimi mezzi e servizi pubblici e livelli di frustrazione pari se non superiori a quelli del popolo che fa tremare Macron. Un silenzio assordante. Specie se si tiene conto che da quelle parti gli immigrati delle periferie sanno benissimo come far sentire la propria voce. Nell’ottobre del 2005, solo per fare un esempio, le tre settimane di violentissime sommosse (due morti, centinaia di feriti, migliaia di auto incendiate) nei sobborghi di mezza Francia costrinsero l’allora presidente Nicolas Sarkozy a dichiarare lo stato di emergenza nazionale.

Perché, allora, questo esercito di emarginati e scontenti di origine straniera non fa pendant con quello degli autoctoni, bianchi?

Di qui la necessità di riflettere su questa nuova fase del populismo moderno che non include il popolo degli immigrati. Sarà, forse, perché il populismo, che impregna e unisce i rivoluzionari con le giacchette gialle, è per definizione nazionalista e, dunque, fatica a includere nel concetto di popolo da difendere gli stranieri che sono quelli da cui difendersi?

La nuova politica UE sull’immigrazione tranquillizza ma non troppo

Anche se rappresenta un passo avanti, l’accordo sull’immigrazione, che Finlandia, Francia, Germania, Italia, Malta (forse anche Portogallo e Spagna) proveranno a sottoscrivere il prossimo 23 settembre a La Valletta, ha due criticità di non poco conto.

Per capire di cosa parliamo, partiamo dal nocciolo della potenziale intesa che mira ad automatizzare fra le parti contraenti disponibili la redistribuzione immediata dei migranti che sbarcano sulle coste dell’Europa del Sud. Con tanto di penalizzazione per gli stati che non fanno la loro parte.

Rispetto al piano Juncker del 2015, la novità, fortemente voluta dal governo italiano, consisterebbe (il condizionale è d’obbligo) in un superamento de facto della Convenzione di Dublino. Risparmiando al paese di primo approdo l’obbligo di fotosegnalere, valutare e distinguere la posizione dei richiedenti asilo (da ridistribuire tra i partner UE) e quella degli immigrati irregolari da rimpatriare, con tutte le enormi difficoltà del caso, a proprie spese. Una buona notizia rispetto al recente passato, non sufficiente, tuttavia, a risolvere:

- L’annosa e mai risolta questione del se e come rimpatriare coloro, e non sono pochi, che si presentano come richiedenti asilo, ma sono immigrati irregolari. Che spetti al paese di primo approdo (come accade oggi) o a quello di secondo approdo (potrebbe succedere dopo il 23 settembre) il problema rimane. In entrambi i casi, è, infatti, arcinoto che si tratta, soprattutto nel caso di grandi numeri, di procedure lunghe, costose, farraginose, a volte impopolari e spesso ostacolate dal mancato accordo con i paesi di origine.

- I non pochi problemi di ordine legale. L’ipotesi di penalizzare sul piano finanziario gli stati che dicono no a qualsiasi forma di ridistribuzione, può, infatti, essere politicamente condivisibile. Ma in punta di diritto, se ci atteniamo ai dettati dei Trattati che hanno istituito l’UE, è, se non irricevibile, quanto meno discutibile. Tant’è che, se si dovesse passare dalle parole ai fatti, non è difficile immaginare per i giudici della Corte di giustizia europea lunghe notti e giorni di durissimo lavoro per rispondere ai ricorsi e ai contro ricorsi degli stati protagonisti di questa partita.

Per tali ragioni, non ci rassegniamo a ribadire quanto già scritto più volte in queste colonne. Si potrebbe, infatti, rilanciare la proposta avanzata trent’anni fa da uno dei massimi esperti internazionali in materia, il Prof. James Hathaway. Secondo il quale per allentare la pressione migratoria sugli stati di frontiera ed evitare che per arrivare a destinazione gli immigrati economici illegali sfruttino come cavalli di Troia i richiedenti asilo in fuga da guerre e persecuzioni, è cruciale distinguere il luogo di identificazione dei nuovi arrivati da quello di accoglienza. Nel caso nostro creando a ridosso delle aree di crisi come quella libica zone franche e sicure (ad es. in Tunisia), sotto l’egida dell’UNHCR, dell’OIM e dell’UE, in cui chiedere asilo. Al fine di garantire solo a chi ne ha diritto ai sensi della Convenzione di Ginevra di essere ridistribuiti e accolti, senza affidarsi ai trafficanti di esseri umani, nei 28 stati dell’Unione.