Sull’immigrazione sovranisti e liberisti ignorano il Covid-19

Neanche il micidiale Covid-19 ha scalfito gli antichi vizi della politica dell’immigrazione in Italia. Passato il picco dell’emergenza sanitaria, sono tornate in campo le tradizionali squadre dei pro e dei contro gli immigrati. Stessi titolari e medesime tattiche di gioco.

Il team del laissez-faire-umanitario chiede a gran voce la regolarizzazione dei circa 600 mila illegali presenti nel nostro paese. Un provvedimento a loro avviso necessario perché serve manodopera nel settore agricolo e dell’assistenza agli anziani, ma anche per evitare che un esercito di invisibili si aggiri clandestinamente per l’Italia col rischio di diffondere il virus.

Lo schieramento securitario risponde che un Paese in ginocchio da settimane di lockdown ha bisogno di tutto fuorché dell’ennesima sanatoria di massa. Soprattutto in ragione del fatto che gli italiani bloccati a casa, atterriti da una crisi sanitaria che inevitabilmente sarà anche economica, stenterebbero ad accettare le ragioni del beau geste verso gli stranieri, tanto più se illegali.

A rendere ancora più singolare questo match dal sapore antico e fuori dal tempo, è l’assenza di un arbitro. Imparzialità, professionalità e buon senso non hanno, infatti, mai avuto spazio in questo scontro. E non lo avranno neanche durante questa crisi epocale, senza precedenti nella storia dell’Italia repubblicana.

Oggi come ieri tertium non datur. È, forse, questa per gli italiani una delle poche certezze sulla fase post Covid-19. Cambierà tutto, ma non la nostra politica migratoria. Continueremo accalorati a indossare l’una o l’altra casacca. Nessuno si prenderà la briga di fermare il gioco e segnalare che le squadre in campo lottano da decenni per vincere un campionato falsato in partenza. Perché si mischiano e confondono scientemente il diritto d’asilo e quello dell’immigrazione, la tutela degli emarginati onesti e quella degli emarginati disonesti, i bisogni degli imprenditori che pagano le tasse da quelli dei colleghi invisibili al fisco, etc.. In questo bailamme, viene da pensare che nessuno dei contendenti sappia davvero chi siano i left behind e come aiutarli. Ma questa non è la nostra partita.

Il Coronavirus alleato dei clandestini USA

Illegali ma essenziali. Questo in sintesi il contenuto della originalissima lettera che negli USA migliaia di immigrati irregolari impiegati nella raccolta di frutta e verdura stanno ricevendo, con la benedizione del governo centrale, dai datori di lavoro. Si tratta di una soluzione all’americana, cioè iper-pragmatica, a un problema che da una parte all’altra dell’Atlantico non risparmia nessuno Paese: durante l’emergenza Covid-19 come garantire manodopera a basso costo nel comparto agro-alimentare che per evitare il rischio carestie non può fermarsi?

A spiegare i dettagli di questa trovata made in US, è un reportage di Miriam Jordan dalle colonne del New York Times. Grazie al quale scopriamo che in un Paese che, a differenza di quelli dell’Europa mediterranea, sconosce e non accetta il concetto di sanatoria, la via maestra per evitare di scoraggiare l’esercito di immigrati irregolari a svolgere il proprio mestiere non poteva essere che quella di inviare loro un messaggio rassicurante. Basato su un pratico do ut des: voi lavorate, il governo chiuderà un occhio, ma solo pro-tempore, sul vostro status giuridico. Finita l’emergenza, insomma, sceriffi e agenti di frontiera torneranno a fare il loro mestiere di butta fuori, ma adesso si concentrano esclusivamente sugli immigrati illegali who pose a public safety or criminal threat.

Una ricetta più o meno discutibile ma che secondo quanto riporta la giornalista dell’autorevole quotidiano liberal, raccogliendo le testimonianze dei diritti interessati, ha risolto in un colpo due problemi.

Il primo, rispondere all’allarme lanciato dagli imprenditori, garantendo che il settore agro-alimentare funzioni a pieno regime mentre il motore economico americano è costretto a rallentare a causa delle misure anti-virus.

Il secondo, dare un minimo di tutele e rassicurazioni ai tanti immigrati illegali che difficilmente avrebbero retto la doppia pressione di svolgere un’occupazione a rischio sanitario (difficile rispettare la distanza sociale nei campi e nei capannoni) e di essere intercettati e rimpatriati dalle forze dell’ordine.

La ratio del provvedimento non è peraltro così lontana da quella adottata ad esempio in Italia per coloro i quali in queste settimane di quarantena si ritrovano la patente scaduta, non possono rinnovarla, ma in caso di esigenze oggettive di prendere la macchina possono farlo senza rischiare una multa salata.

Si tratta, insomma, di parentesi di tolleranza pro-tempore, secondo lo spirito pratico anglossassone, nei confronti di varie forme di illegalità.

Con IRINI l’Europa ne fa un’altra delle sue

Neanche il micidiale COVID-19 scalfisce i vecchi vizi dell’UE sull’immigrazione. Avanziamo divisi sull’uno e sull’altro fronte, spediti verso il baratro. L’ultima conferma, ma solo in ordine di tempo, è arrivata qualche giorno fa dalla presentazione di IRINI. Questo l’appellativo della nuova missione europea per il pattugliamento militare del Mediterraneo ed il contrasto dei traffici clandestini nelle acque libiche. Che nella forma e nella sostanza è la perfetta sintesi delle lacerazioni e delle indecisioni dei 27 su entrambi i temi.

Partiamo dalla forma. La notizia del varo di questa nuova iniziativa militare è passata sotto traccia. Fatta eccezione per gli addetti ai lavori, l’opinione pubblica del Vecchio Continente è stata debitamente tenuta all’oscuro. Si dirà che in queste ore siamo tutti sintonizzati sul virus e i disastri che causa. Vero, ma fino a un certo punto. Il sospetto, corroborato da una prassi consolidata negli anni, è che anche questa volta i partner UE abbiano preferito tacere ai cittadini di aver preso un sia pur blando e scarsamente finanziato impegno comune per la gestione di ciò che accade a un passo da casa nostra. La ratio che ormai da decenni accomuna le cancellerie di mezza Europa è sempre la stessa: alzare la voce per dissentire, abbassarla quando si trova un accordo. Ciò nel timore che i rispettivi elettorati vedano di cattivo occhio l’allocazione di risorse nazionali a favore di cause comunitarie distanti dalla loro quotidianità. Ai leader UE sfugge, tuttavia, che questo modus operandi è la retta via per trasformare persino il più inossidabile cittadino europeista in un rancoroso euroscettico, convinto che a Bruxelles, oltre a sprecare il denaro dei contribuenti, non si faccia niente.

Passando dalla forma alla sostanza il risultato non cambia. Perché persino il più euro-entusiasta degli abitanti UE se fosse stato adeguatamente informato del varo di IRINI avrebbe reagito con un mix di frustrazione e rabbia. Perche? E’ presto detto. Questa neonata missione militare dall’altisonante nome che in greco vuol dire pace prende il posto di Sophia varata nel 2015. Ma a differenza di quella precedente non avrà più come compito quello di contrastare il traffico di esseri umani sul canale italo-libico del Mediterraneo Centrale. Ma quello del commercio clandestino di armi verso le fazioni libiche in guerra tra loro. Ragione per la quale l’area dei pattugliamenti riguarderà principalmente le coste orientali del paese nord africano. Il salvataggio degli immigrati in mare non rientra nel mandato della nuova missione. Ma c’è di più. Se una delle navi appartenenti al convoglio IRINI dovesse casualmente incrociare un natante con immigrati diretti clandestinamente al Nord sarà obbligata, dopo il salvataggio, a procedere al loro sbarco in Grecia (l’Italia è esclusa per via del contagio). Paese dal quale poi verrebbero redistribuiti verso altre nazioni dell’UE. Ma se questa circostanza da eccezionale dovesse diventare usuale in base all’accordo IRINI verrebbe immediatamente sospesa. Per evitare che si trasformi di fatto in un incentivo alle partenze di clandestini dal Maghreb.

Tradotto: vista la mancanza di una intesa sul se e come contrastare la gestione della pressione migratoria, soprattutto dalla Libia, i governi europei hanno spostato la loro l’attenzione su un secondo problema (le armi) lasciando irrisolto il primo. Non solo. La decisione di scaricare sulla Grecia gli eventuali immigrati salvati in mare per allentare le pressioni sull’Italia in piena crisi sanitaria, rischia di scatenare tra l’Ellade e quello che una volta era il Bel Paese una guerra tra poveri.

L’Europa vacilla: rischia il ko?

Morì di risposte nazionali alle crisi globali. È forse questo l’epitaffio ideale per spiegare ai posteri il decesso dell’Unione Europea nell’anno domini 2020. Una morte, sarà il caso di farlo ben presente nell’iscrizione lapidaria, non improvvisa. Ma figlia di una lunga e straziante agonia aggravata nel 2015 dall’emergenza profughi ed oggi dalla pandemia in corso.

Negli anni Novanta del secolo scorso gli Stati europei hanno a lungo cenato e straviziato spensieratamente insieme. Madesso che la globalizzazione chiede di pagare il conto, nessuno è disposto a condividere le spese. È un fuggi, fuggi generale. Chacun pour soi, dieu pour tous, insomma. Di qui il rapido e progressivo deterioramento dei pilastri della nostra Unione.

La libera circolazione delle persone, cioè gli accordi di Schengen, è stata sospesa ieri unilateralmente da stati fondatori come la Germania, lo stesso era avvenuto durante la crisi migratoria di cinque anni fa. La libera circolazione delle merci è a sua volta minacciata da un crescente numero di paesi che, per timore di averne bisogno, ostacolano il traffico doganale di prodotti sanitari (mascherine, camici, etc.) richiestissimi per assistere i pazienti affetti da Coronavirus. La Presidente della Banca Centrale Europea ha gettato benzina sul fuoco dei mercati finanziari dichiarando di guidare un’istituzione che non può fare niente contro lo spread che aumenta in paesi come l’Italia. La politica estera e di difesa dell’UE è al lumicino al punto che sulle guerre civili a un passo da casa nostra, Libia e Siria in testa, non è in grado di intervenire né diplomaticamente, né militarmente. La politica interna europea non è riuscita a imporre un piano equo e solidale per la gestione e la ripartizione dei flussi migratori, soprattutto di rifugiati che in queste ore premono sul corridoio balcanico mentre mezza Europa fa spallucce.

È solo una sintesi incompleta della cartella clinica della paziente UE appena collassata. Con essa, però, non muore la globalizzazione. Agli statarelli europei divisi e felici toccherà per questo l’onere di intessere relazioni e alleanze con le grandi potenze che continueranno a giocare la partita alla quale noi, invece, abbiamo rinunciato.

Che fare per i profughi visto che Ginevra non funziona più

La Convenzione di Ginevra sui rifugiati ormai funziona come una vera e propria lotteria del diritto d’asilo. Più che le norme internazionali, infatti, è ormai il caso che detta tempi e modi della concessione dello status di profugo nei paesi che nel 1951 sottoscrissero nell’omonima cittadina svizzera quell’accordo internazionale.

A denunciare questa anomalia che mette a repentaglio l’incolumità di molti soggetti vulnerabili è un dettagliato reportage di Matt Katz appena pubblicato dall’autorevole rivista americana The Atlantic. Che per offrire ai lettori un esempio concreto di come la Convenzione di Ginevra faccia acqua da tutte le parti, dà voce e conto della sorte che spetta ai fortunati che riescono a fuggire dalla gravissima, e dimenticata, guerra civile tra anglofoni e francofoni in Camerun. Si scopre così che per i richiedenti asilo camerunensi la probabilità di ottenere all’estero lo status rifugiato dipende più dalla porta alla quale bussano che alle condizioni oggettive nelle quali si trovano.

Facile, ad esempio, essere accolti in Svezia, molto più complicato in Giappone. Visto che Tokyo, in media, ogni anno accoglie non più di 20 richieste di asilo. Al punto di dire no persino ai siriani che rientrano senza ombra di dubbio nella definizione di rifugiato della Convenzione di Ginevra: “un individuo che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino”.

Sono due le ragioni che spiegano la profonda divergenza che a livello internazionale regna sull’interpretazione di chi risponde alla suddetta definizione.

La prima: molti governi, vista il vento anti-immigrazione che tira, giocano sui cavilli burocratici per rigettare e negare le domande d’asilo. Come fa, ad esempio, una donna fuggita di nascosto e senza documenti di identità, a dimostrare di essere stata abusata in patria perché appartenente a un determinata minoranza etnica? E, allo stesso tempo, come fanno i governi a smascherare chi si presenta come rifugiato ma tale non è?

La seconda: la Convenzione di Ginevra del 1951 ha fatto il suo tempo. Quando fu firmata, infatti, il rifugiato era per lo più un soggetto vittima dello Stato in cui era nato. Dal quale doveva essere protetto. Oggi non è sempre così. Perché al netto di chi fugge dalla guerra (es. i siriani), sono emerse nuove categorie di potenziali rifugiati che mezzo secolo fa nessuno considerava come tali. Dai perseguitati per il loro orientamento sessuale a quelli che subiscono le gravi conseguenze dei cambiamenti climatici, fino ad arrivare alle vittime di violenze domestiche o private. Di questo universo mondo è, forse, ora di parlare.

La sindrome di Stoccolma dei clandestini

Odiosi ma preziosi. E’ questo quello che pensano gli immigrati illegali di mezzo mondo dei trafficanti di esseri umani. Ai servizi dei quali, nella generalità dei casi, si affidano per riuscire a lasciare i patri confini in cerca di un futuro migliore all’estero. A svelare questo, per molti sorprendente, rapporto di amore-odio è un inedito studio di Jasper Gilardi appena pubblicato dal Migration Policy Institute di Washington. Grazie al quale scopriamo che la relazione smuggler-cliente è meno scontata e assai più complessa di quella dominante nella vulgata che circola sul tema nei paesi di arrivo.

Intendiamoci, che tra i due protagonisti della catena migratoria illegale il primo approfitti della debolezza del secondo è fuor di dubbio. Ma nonostante tanta asimmetria, qui la novità, tra i candidati all’emigrazione/immigrazione l’indice di gradimento dei passeur senza scrupoli è molto più alto di quanto i più pensano. Visto che i trafficanti di esseri umani vengono dalle loro stesse “vittime” percepiti come dei veri e propri giustizieri. Capaci, sia pur a carissimo prezzo, di fare valere quello che viene da loro considerato, in contrasto con quanto invece stabilisce l’ordinamento internazionale, un diritto: lasciare la Madre Patria per andare a vivere e lavorare, anche senza la dovuta autorizzazione, in un'altra nazione. Una ratio che in fondo non è così lontana da quella che in Italia spinge frange emarginate della popolazione ad affidarsi, in assenza delle Istituzioni, alle associazioni mafiose.

Una tesi che nella raffinata analisi di Jasper Gilardi, avvalorata dalle più autorevoli fonti internazionali, trova conferma nelle testimonianze di molti immigrati e persino di molti trafficanti. Come ad esempio quelli afghani che si vantano della straordinaria popolarità di cui godono fra le comunità locali. Derivante dal fatto che solo grazie a loro molti immigrati afgani sono in grado di “forzare” i divieti e gli sbarramenti di cui sono disseminati i canali legali delle politiche immigratorie dei principali paesi del Nord industrializzato. Che pensando di rendere più sicure le proprie frontiere non fanno altro che alimentare il mercato del lavoro irregolare e il traffico internazionale di esseri umani.

Un corto circuito che spiega perché il giro d’affari del business dell’immigrazione illegale tocca, secondo l’ONU, una media annua di $6 miliardi di dollari, secondo solo a quello delle droghe. Con buona pace dei proibizionisti.

Johnson scivola sull’immigrazione dei cervelli

L’estro di Boris Johnson sprofonda nelle sabbie mobili dell’immigrazione. Perché il super piano sulla futura immigrazione nell’Inghilterra di Brexit da lui appena reso noto ha tutta l’aria di un déjà vu. Una mezza stonatura nella storia politica di uomo che, nel bene o nel male, si è fatto largo spiazzando e stupendo la vecchia classe dirigente.

In questo caso, invece, quello da lui dato alle stampe più che ad un piano dell’immigrazione del nuovo tipo ricorda molto da vicino il classico ma consumato wishful thinking di cui è lastricato il mondo dei governanti del Pianeta: rifiutare gli immigrati peggiori ed accaparrarsi quelli migliori. Nel caso in questione stabilendo che dal 2021 i visti di ingresso per lavoro Oltremanica saranno legati ad un sistema a punti che premia gli immigrati English fluently, con elevati livelli di istruzione, formazione e specializzazione. E penalizza quelli di bassa manovalanza. Insomma, sì a ingegneri, medici e accademici, no a idraulici, operai e giovani camerieri che non spiccicano se non poche parole di inglese. È questa secondo il nuovo inquilino di Downing Street la via maestra per trasformare la Gran Bretagna in una sorta di Paradiso in terra dove l’immigrazione sarà composta solo e soltanto da cervelli. Mentre per quanto riguarda quella delle braccia, questo il Johnson-pensiero, Albione ne potrà finalmente fare a meno. Come? Sostituendola con la robotica ed aumentando i salari per i lavori più umili e meno qualificati. Una mossa che convincerà i disoccupati autoctoni ad accettare occupazioni fino a oggi rifiutate e appaltate alla forza lavoro immigrata.

Non sappiamo quale sarà la reazione di Bojo al risveglio da questo sogno che lo accomuna a una sfilza di suoi illustri predecessori (De Gaulle in primis). È comunque certo che a scuoterlo sarà Sua Maestà il Mercato. Non è un caso, infatti, che a meno di ventiquattrore dal suo annuncio la Confindustria britannica ha fatto trapelare anche se con discrezione non poca irritazione. Perché oltre che di talenti i suoi aderenti hanno una grande fame di braccia straniere a basso costo. Soprattutto in settori come la sanità, l’assistenza alla persona, l’edilizia, l’agricoltura, il turismo e la ristorazione. Che richiedono forza lavoro just in time, che non rispetta i diktat della politica ma quelli della domanda e dell’offerta. Questo significa che per ottenere ciò di cui abbisogna il mondo del business presto o tardi sarà costretto a rivolgersi al mercato nero dell’immigrazione. Con l’unico risultato che domani, diversamente dal passato, il pericoloso spettro dell’idraulico polacco entrerà non più dalla porta ma dalla finestra.

La sinistra dovrebbe leggere questa ricerca sull’immigrazione

Dopo che per anni West, nell’indifferenza generale, ha cercato di segnalare il problema, finalmente trova conferma il fatto che se è vero che l’immigrazione produce ricchezza, è altrettanto vero che di essa si avvantaggia solo una parte della società. Basta leggere le conclusioni di un interessante studio appena pubblicato dal think tank liberal londinese Global Future. Secondo cui se si vuole mettere fine al pericoloso scontro in atto sull’immigrazione, la prima cosa da fare è sperimentare innovativi strumenti per redistribuire in modo egualitario tra la popolazione del paese ospitante il surplus generato dai nuovi arrivati. Un tema gigantesco e complicato. Al punto che fino a oggi se ne sono tenuti alla larga sia i nuovi partiti sovranisti che quelli aperturisti. I primi, invocando i muri. I secondi cincischiando tra frontiere aperte sì, frontiere aperte no.

Partiamo dal cuore del problema, cioè dal fatto che gli Stati occidentali al loro interno sono ormai spaccati in due contrapposti schieramenti: Anywhere vs Somewhere, per usare la fortunata definizione coniata dall’analista britannico David Goodhart. Alla prima categoria appartiene una minoranza di professionisti globali, super specializzati e istruiti che hanno il potere di contrabbandare per nazionali decisioni prese solo a tutela dei loro interessi. Come, ad esempio, quella di puntare sull’economia della conoscenza, aperta e con una elevata immigrazione, che garantisce loro sicuri vantaggi. Ma penalizza gli appartenenti alla seconda categoria perché meno colti e qualificati. È intorno a questo cleavage tra vincenti e perdenti della globalizzazione/immigrazione che si gioca l’equilibrio geopolitico dell’Occidente nato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Perché di fronte a questa epocale sfida, il rischio è che l’ansia e la frustrazione sociale dei Somewhere si traduca in un sostegno elettorale sempre più robusto all’eterogenea galassia di capi-popolo che non a caso dal 2016 (anno del clamoroso sì alla Brexit) esce vincente dalle urne occidentali.

Ed è proprio per evitare questo rischio che i ricercatori di Global Future avanzano una proposta assai innovativa. Ovvero quella di creare a livello nazionale, nel caso di specie in Gran Bretagna, un Fondo Nazionale per ripartire la ricchezza prodotta dall’immigrazione tra i ceti-medio bassi dei quartieri periurbani che vedono i nuovi arrivati come una minaccia al loro benessere economico e sociale. Si tratterebbe di investire annualmente una cifra pari alla ricchezza che l’immigrazione, ad esempio attraverso il pagamento di contributi previdenziali apporta al Paese ospitante. Nel caso del Regno di Sua Maestà se si tiene conto soltanto degli immigrati dall’aria UE parliamo di circa 4,3 miliardi di sterline l’anno. Da destinare, d’accordo con gli amministratori locali delle aree con la più elevata percentuale di Somewhere a sei dossier: formazione, inserimento lavorativo, rigenerazione degli spazi urbani, trasporti pubblici, innovazione, investimenti.

Insomma, un pacchetto di azioni pensata come una sorta di riduzione del danno che i ceti svantaggiati, incluso un grosso pezzo della classe media, hanno subìto perdendo, a torto o ragione, il treno della globalizzazione che ad altissima velocità ha frantumato molte delle loro certezze.

Una possibile soluzione a un problema che, peraltro, mentre le tradizionali classi dirigenti occidentali fanno finta di non vedere, era stato segnalato in larghissimo anticipo da accademici di fama internazionale come il Professor George Borjas dell’Università di Harvard. Che negli anni Ottanta del secolo scorso, dopo un monumentale studio pluriennale sull’impatto economico-sociale dei profughi cubani (i cosiddetti Marielitos immortalati nel film-cult Scarface) sul mercato del lavoro della Florida, era giunto alla conclusione che avevano abbassato i redditi dei ceti autoctoni medio-bassi e aumentato quello dell’upper-class. Nient’altro, sostiene Borjas, che la dimostrazione della legge della domanda e dell’offerta. Perché con l’aumento della disponibilità di risorse umane disposte a fare determinati mestieri, diminuisce il valore della loro prestazione, e dunque del salario. A vantaggio del datore di lavoro. Più chiaro di così.

Il coronavirus non ferma i cervelli immigrati cinesi

La vox populi sul coronavirus rischia di riportare al 1882 le lancette dell’orologio della storia dell’immigrazione cinese negli USA. All’epoca il Congresso americano con il Chinese Exclusion Act decretò il blocco degli ingressi dalla Cina. Fu la prima volta che Oltreoceano una legge formalizzava un sistematico meccanismo di esclusione e discriminazione nei confronti di una determinata comunità straniera. Un record assai poco onorevole che assecondava il diffuso comune sentire che vedeva negli immigrati orientali un vero e proprio yellow peril, un pericolo giallo, come si leggeva persino nella più autorevole stampa statunitense. Ai cinesi si attribuiva di tutto: traffico di droga, atti di pedofilia, violenza, furti, contagio di malattie di ogni genere, etc. Tant’è che soltanto nel 1965 il governo americano tornò sui suoi passi con l’approvazione dell’Immigration and Nationality Act che riaprì anche agli immigrati orientali le porte degli Stati Uniti. Ma è solo dal 1979, con la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Pechino e Washington, che i flussi migratori dalla Cina verso gli USA tornano ad essere costanti e crescenti. Fino al punto che oggi tra le comunità straniere più numerose Oltreoceano quella cinese è salita al terzo posto (5,5% del totale), alle spalle di messicani e indiani.

Ma ciò che più conta è che con la quantità è cambiata anche la qualità degli immigrati cinesi che lasciano la madrepatria sedotti dall’american dream. Fino agli Novanta del secolo scorso rappresentavano, infatti, il prototipo della manodopera straniera a basso costo, poco integrata e molto sfruttata, soprattutto nei settori agricolo, edile e minerario. Oggi non è più così. Più che le braccia sono sempre più i cervelli cinesi a trovare casa e lavoro negli Stati Uniti.

A confermarlo è il dettagliatissimo rapporto Chinese Immigrants in United States di Carlos Echeverria-Estrada and Jeanne Batalova, appena pubblicato dal Migraton Policy Institute. Dal quale emerge che la comunità cinese americana è una vera e propria eccellenza internazionale. Sono al primo posto tra gli studenti stranieri nelle Università d’Oltreoceano e secondi solo agli indiani per numero di permessi di lavoro altamente specializzato (H-1B) ottenuti nel 2018.

Un fiume di talenti orientali che peraltro primeggia nei comparti chiave per le moderne democrazie occidentali: scienze, tecnologie, ingegneria e matematica, riassunti dall’acronimo inglese STEM. Senza contare che fanno registrare tra i più bassi tassi di criminalità e fra i più alti livelli di integrazione. Insomma, da appestati a super ricercati. Sarà forse questo il loro vero vaccino contro i sintomi sociali del coronavirus.

Immigrazione, primo vero grattacapo per Johnson

Finiti i festeggiamenti, per i Brexiter è l’ora della verità. Soprattutto sull’immigrazione. Spetterà in particolare al Premier inglese Boris Johnson l’onere di dimostrare, come ha più volte sostenuto, che fuori dall’UE per la Gran Bretagna sarà più semplice controllare i propri confini e selezionare all’ingresso i buoni dai cattivi immigrati. Che tradotto significa: porte aperte ai cervelli e chiuse alle braccia straniere.

Nell’attesa di capire se e come l’istrionico leader britannico riuscirà a realizzare il sogno che è stato di molti politici (De Gaulle docet) prendiamo atto che secondo un rapporto del Parlamento di Sua Maestà la sua sarà un’impresa assai complessa se non impossibile. Il dettagliato documento redatto e appena pubblicato dai deputati di Westminster segnala infatti due non trascurabili ostacoli sui quali potrebbe infrangersi il progetto del Primo Ministro: attirare the brightest and the best e lasciare fuori gli immigrati unskilled dei Paesi Terzi.

Il primo: per accaparrarsi i migliori talenti internazionali servono norme e burocrazia snelle, tarate sulle esigenze del mercato occupazionale tali da non scoraggiare professionisti che non apprezzando cavilli e tempi lunghi sono pronti a scegliere, a condizioni migliori, altri lidi. Peccato che la normativa vigente va in tutt’altra direzione. Perché è vero che prevede visti agevolati per gli immigrati altamente qualificati. Ma non tiene affatto conto del rapporto esistente tra domanda e offerta di lavoro relative a una specifica professione. Questo vuol dire, solo per fare un esempio, che un ingegnere indiano che decide di trasferirsi Oltremanica può perdere più di qualche mese per trovare un impiego. Problema non da poco perché, si legge nel report parlamentare:“highly qualified research scientists, computer programmers and mathematicians do not usually switch countries without a job lined up”. Ma anche se Boris Johnson, con tutte le difficoltà del caso, riuscisse a modificare la normativa vigente si ritroverebbe solo a metà dell’opera. Dovrebbe, infatti, fare i conti con le richieste di manodopera straniera a basso costo che arrivano dagli imprenditori inglesi, soprattutto nei settori agricolo, edile, socio-sanitario e turistico.

Sta qui il secondo ostacolo. Per soddisfare questa domanda di braccia immigrate, Boris Johnson dovrebbe non solo smentire le sue promesse (no all’idraulico polacco, etc.), ma ridisegnare la normativa britannica secondo una logica opposta a quella che riguarda i super qualificati. Contrariamente a questi ultimi, infatti, i lavoratori poco qualificati difficilmente riescono ad avere un lavoro prima dell’ingresso nel paese ospitante (chi assume una baby-sitter senza averla mai guardate negli occhi?). Ma se il Premier inglese dovesse trovare la quadra anche su questo punto, si ritroverebbe tra le mani un’altra patate bollente: il malessere sociale dei lavoratori autoctoni poco qualificati che subiscono la concorrenza al ribasso di coloro che con le medesime competenze arrivano dall’estero. E che, vale la pena ricordarlo, sono quelli che hanno votato in massa per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Insomma, un rebus. Resta da vedere se anche in questo caso il fantasioso Boris Johnson riuscirà a tirare fuori il coniglio dal cappello ?