Partono per farsi un futuro non per riempire le nostre culle

Per coloro che spiegano l’immigrazione come una duratura terapia per la nostra demografia malata, Yoselin Wences è un nome che non dice nulla. Del quale, tuttavia, farebbero bene a interessarsi. Perché potrebbe, forse, essere utile a far cambiar loro idea. La sua storia è, infatti, la cartina di tornasole del comportamento demografico dei figli degli immigrati negli Usa, paese leader dell’immigrazione. Visto che, al contrario dei genitori, sognano tutto meno che di procreare.

Basta leggere al riguardo quanto ha scritto di recente il New York Times. Che dopo aver intervistato un vasto campione di giovanissimi immigrati di seconda generazione, che come i coetanei yankee posticipano o rinunciano a fare un bebé, si è concentrato sull’emblematica vicenda personale di Yoselin Wences. Figlia ventenne di una casalinga e di un manovale messicani che con i risparmi di una vita di durissimo lavoro negli Stati Uniti le hanno dato la possibilità di iscriversi alla North Carolina University per diventare la prima laureata della famiglia. Cosa che, come ogni traguardo, ha, però, un costo. Materiale e immateriale. Tant’è che mamma e papà, per evitare che l’investimento sul suo futuro andasse in fumo, fin da piccina, insieme alle favole le ripetevano, come fosse un mantra “di non cadere nel loro stesso errore di mettere su famiglia in giovane età ma di pensare solo a studiare e fare carriera”.

E così è stato. Tant’è che dalla testimonianza raccolta dal quotidiano americano, emerge il ritratto di una brillante studentessa, testarda e caparbia nella sua volontà di riscattare i sacrifici dei genitori ma assai lontana dal retaggio culturale dei suoi avi: donna-angelo del focolare domestico. Yoselin ha, infatti, dichiarato che fare i figli è fuori dalla sua agenda. Se ne parlerà, forse, verso i 35 anni. Ciò che conta adesso è non perdere tempo. Conquistare l’agognato titolo studio grazie al quale occupare un posto sull’ascensore sociale che i genitori non avrebbero neanche immaginato.

Ma ciò che più conta è che la storia della signorina Wences è comune a mille sue pari età di origine straniera. Non solo negli Usa ma in mezzo mondo. Italia inclusa. Perché come di recente certificato dall’Istat, anche da noi, rispetto alle prime, le seconde generazioni di immigrati fanno sempre meno figli. Per la semplice ragione che si adottano al generale trend del nostro paese. Sono, insomma, esseri razionali. Proprio per questo più che la soluzione sono lo specchio dei nostri problemi. E non solo demografici.

Gilet gialli e immigrati: due rabbie che non si incontrano

“A smorzare l’ira dei gilet gialli che da quattro mesi, ogni sabato, mettono a ferro e fuoco la Francia, è stata l’alleanza che nessuno riteneva possibile: tra i ceti borghesi dei quartieri bene metropolitani e quelli di origine immigrata delle banlieue”. A sostenerlo, intervistato da West, è Jacques Levy, docente al Politecnico federale di Losanna e all'Università di Reims, vincitore del prix Vautrin-Lud, considerato come una sorta di Premio Nobel della Geografia.

Secondo lo studioso d’Oltralpe, infatti, la rabbia ma soprattutto la violenza di chi è sceso in strada ha impaurito, allo stesso tempo, due pezzi di popolazione che fino a poco tempo avevano poco o nulla in comune: gli abitanti benestanti dei centri urbani e quelli con background straniero delle periferie. Ma se il perché del timore dei primi è facilmente intuibile (incarnano l’élite odiata dalla piazza), lo è meno quello dei secondi. Che, invece, sostiene Jacques Levy sono “forse i più preoccupati dalla volontà populista dei gilet gialli perché colpisce quello che, nonostante tutto, è il loro unico protettore: ovvero lo Stato”. Insomma, i cittadini di origine straniera sono letteralmente spaventati dalla potenziale avanzata di una democrazia di arrabbiati ostile al potere di mediazione delle istituzioni pubbliche. Il cui operato, fino a oggi, per quanto duramente contestato, ha garantito al popolo delle banlieue un minimo di prestazioni e servizi sociali. Che, invece, la rabbia dei casseur potrebbe cancellare con un tratto di penna.

Chiarito il profilo dei nemici dei gilet gialli, rimane da capire qual è quello di questi ultimi. Chi sono questi scontenti che da mesi agitano i weekend francesi?

Partiamo dal fatto – ci dice Jacques Levy – che si tratta di un blocco sociale eterogeneo appartenente ai ceti medio bassi periurbani, in cui a fare da mastice è la medesima volontà politica di scardinare, in nome del popolo sovrano, il potere di una ristretta élite che, a loro avviso, detiene il monopolio del capitale culturale ed economico. Nell’era della globalizzazione vedono tutto e tutti in fluido movimento mentre loro si sentono agli arresti domiciliari, paralizzati da una fragile condizione socio-economica. Che li condanna a scegliere tra due frustranti opzioni: vivere, senza permettersi altri lussi, in pochi metri quadri in centro con affitti alle stelle oppure optare per la periferia comprando casa ma anche l’automobile necessaria per raggiungere, con mille difficoltà, il posto di lavoro in città. Ed è proprio per questo che la tassa ecologista sul gasolio e sulle auto inquinanti voluta dal Presidente Macron ha rappresentato la goccia che ha fatto traboccare il vaso della loro rabbia, dando il là a quello che oggi, non a caso, chiamiamo movimento dei gilet gialli”. Che, infatti, sono i giubbotti retro-riflettenti che per la legge francese, così come per quella italiana, vanno indossati da chi scende dal proprio veicolo lungo le strade.

Se è vero che questa eterogenea galassia di arrabbiati punta il dito contro le élite nazionali ed europee che cannibalizzano i vantaggi della globalizzazione, verrebbe da pensare che possano rappresentare un ottimo serbatoio per il nuovo Front National anti-establishment di Marine Le Pen. Ma su questo il Professor Levy è assai prudente. “Per la semplice ragione che agli occhi dei gilet gialli i lepinisti sono troppo moderati. Hanno accettato le regole del gioco istituzionale. Non sono, dunque, la soluzione ma parte dei loro problemi”. Spiegazione di per sé sufficiente anche a comprendere il perché del catastrofico tentativo del leader del Movimento 5 stelle Luigi Di Maio, vice-premier e ministro, di instaurare con i movimentisti d’Oltralpe un’alleanza transnazionale.

E anche a proposito dei rapporti Italia-Francia, al calor bianco specie sull’immigrazione, Jacques Levy sembra avere le idee chiarissime. “L’Italia è stata lasciata sola dai partner europei. Ma, tuttavia, come diceva Italo Calvino è vero che la menzogna non è nel discorso ma nelle cose. Perché nell’UE il manicheismo sull’immigrazione (pro o contro senza mediazioni) offusca la ragione. Non consente di riflettere su un problema che certo esiste ma che ha contorni ben diversi da quelli dominanti nel dibattito pubblico. Ossessionati dall’invasione degli immigrati, non discutiamo né affrontiamo i veri nodi della questione. Ai nuovi arrivati chiediamo, ad esempio, il rispetto di regole che, spesso, noi stessi disconosciamo. Visto che ormai non siamo più d’accordo neanche su chi è e come si distingue un immigrato economico da un rifugiato”. È, forse questo, il momento, rispolverando Spinoza, di non versar lacrime, né esprimere indignazione. Ma, appunto, di cercare di capire.

Apre le quote non i porti

Retrofront di Matteo Salvini sul decreto flussi per gli immigrati. In nome del prima gli italiani aveva sempre detto No. Ma ieri è arrivato il suo Sì all’ingresso nel 2019 di 30.850 lavoratori extra-UE, a patto che non provengano da paesi che non hanno firmato accordi di rimpatrio con l’Italia. La notizia è buona e cattiva allo stesso tempo.

Buona perché forse é un segnale che il Ministro dell’Interno chiusi porti e frontiere ha capito che per rispondere alla domanda di manodopera a basso costo degli imprenditori occorre aprire, sia pur sub-condicione, vie di accesso legale al nostro Paese. Non foss’altro perché quando l’economia chiama se a rispondere non è il mercato legale a sostituirlo è quello super efficiente ma illegale. Che come abbiamo visto di recente in Calabria a San Ferdinando, una delle ultra-tentennali baraccopoli italiane per manovali clandestini, produce sfruttamento, degrado se non addirittura morte ma è formidabile nel mettere in contatto domanda e offerta.

Cattiva perché per risolvere un problema reale (la richiesta di manodopera del sistema economico) ricorre a uno strumento obsoleto che rischia persino di essere impopolare. È, infatti, arcinoto che i tempi, lunghi e farraginosi, che l’amministrazione necessita per stabilire le quote non coincidono affatto con quelli assai più veloci e cangianti dell’economia. L’esperienza – sostiene Patrick Weil nelle prime, memorabili pagine de La Republique et sa diversité – “ha dimostrato che il metodo delle quote è il peggiore….poichè sul mercato mondiale sono le imprese, non già i pubblici poteri, che selezionano e pagano i lavoratori di cui abbisognano. La politica di quote predeterminate dallo Stato rischia così semplicemente di giustificare l’esistenza di una costosa burocrazia incaricata di sovrintendere la loro definizione e ripartizione”. Un farraginoso meccanismo capace di produrre un doppio, negativo, risultato: fissare cifre, che la velocità del mercato rende presto superate, e turbare ciclicamente la pubblica opinione con l’annuncio di arrivi di cui essa fatica a comprendere l’utilità e la necessità. Con l’aggravante che, mentre le cancellerie continuano a sfornare dichiarazioni contro l’immigrazione clandestina, la crescente domanda di lavoro da parte di imprese e famiglie viene, in grande parte, soddisfatta solo grazie all’efficientissimo, onnipresente mercato della clandestinità.

Se, ad esempio, quest’anno, smentendo ogni indicatore, la nostra economia dovesse tirare più di un treno ad alta velocità, il numero di lavoratori immigrati fissato ieri potrebbe rivelarsi insufficiente. Costringendo gli imprenditori a chiedere aiuto al mercato sommerso. Cosa che peraltro, comunque vada, possiamo dare per scontato. Per il semplice fatto che come quelli dei suoi predecessori, il decreto flussi di Matteo Salvini è sì previsto per garantire un ingresso legale agli immigrati economici a noi utili ma di fatto verrà usato per sanare, in un modo o nell’altro, la posizione di coloro che già risiedono e lavorano illegalmente sul nostro territorio. Tant’è che dei 30.850 sopra indicati: 18.000 sono riservati agli stagionali (che finita l’ultima raccolta non hanno mai lasciato, come avrebbero dovuto fare per legge, l’Italia); 12.850 dovrebbero essere dedicati ai non stagionali ma anche in questo caso la stragrande maggioranza (circa 10 mila) servirà per riconvertire in permessi di lavoro altre tipologie di permessi. Soprattutto quelli per protezione umanitaria. Che essendo stata abolita dal decreto sicurezza Salvini (novembre 2018) rischia di trasformare in fantasmi migliaia di beneficiari.

Ma, come dicevamo, lo strumento delle quote, oltre che fuori dal tempo può risultare indigeribile, se non indigesto a una porzione rilevante dei disoccupati autoctoni. Che, infatti, potrebbero scagliarsi contro il paladino del prima gli italiani accusandolo di calpestare i loro bisogni. Fino al punto di consentire ai nuovi arrivati di occupare posti di lavoro, per di più con salari da fame a discapito dei nazionali che non sanno come sbarcare il lunario.

Insomma, a conti fatti, gli esperti definirebbero il contesto prodotto dalle quote una triple lose situation. Perché soddisfa poco e male le esigenze delle tre parti in causa in questa partita: immigrati, imprenditori e Stato ospitante. Solo una minoranza dei primi riuscirà, infatti, ad entrare e lavorare legalmente. Di conseguenza solo una minima parte degli imprenditori si rivolgerà al mercato legale. Mentre lo Stato ospitante di anno in anno ospiterà un crescente numero di immigrati illegali che essendo fuori quota vivrà da invisibile nell’attesa della sanatoria prossima ventura. Dovrebbe partire proprio da qui semmai qualcuno volesse davvero innovare la politica migratoria italiana. Sciogliendo questo vero e proprio nodo gordiano attraverso un nuovo modello di ingresso: la migrazione circolare. Ovvero un flusso migratorio temporaneo che, nel massimo della sicurezza e nel rispetto assoluto dei tempi previsti per l'uscita, secondo l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni può essere utile a tutti i soggetti coinvolti se avviene volontariamente e se legato alle esigenze del mercato del lavoro dei paesi di origine e di destinazione.

Se le quote producono, dunque, una triple lose situation, la migrazione circolare genera una triple win situation. Il paese di origine otterrebbe i benefici economici del vecchio sistema (rimesse) ma, questa la grande novità, senza rinunciare definitivamente alle nuove generazioni che rappresentano per definizione il futuro di ogni Stato. L’immigrato avrebbe il sicuro vantaggio di mettersi in viaggio attraverso canali legali e regolari, potrebbe acquisire nuove competenze professionali spendibili una volta tornato nel paese di origine, e beneficerebbe di una possibilità di accesso facilitato nel caso decidesse di rientrare nel paese che lo ha accolto la prima volta. Il paese di destinazione risolverebbe il problema di mancanza di forza lavoro e nello stesso tempo migliorerebbe la percezione della migrazione economica da parte dell’opinione pubblica, che non si sentirebbe allarmata a causa della possibilità di un insediamento definitivo del lavoratore.

Tutto questo funziona già alla grande, e senza nessuna particolare criticità, con gli immigrati altamente classificati. Per ovvie ragioni neanche il peggiore degli odierni sovranisti negherebbe il permesso di soggiorno a un chirurgo o un ingegnere aerospaziale super specializzati. La vera grande sfida sta nell’adottare il modello della migrazione circolare anche alla manodopera poco qualificata. Come quella impiegata nelle nostre campagne. Difficile ma non impossibile. A patto che si cominci sperimentando uno speciale permesso di soggiorno e lavoro temporaneo ma di lungo periodo che consenta a chi ne beneficia di avere la certezza ad esempio per dieci o venti anni consecutivi di potere entrare e lavorare legalmente nel nostro paese ma solo per un tot di mesi. Necessari per ultimare il raccolto e mettere da parte una cifra comunque sufficiente per passare più che dignitosamente il resto dell’anno a casa. D’altronde, potendo scegliere, con in tasca soldi e certezza di tornare, è difficile immaginare un immigrato marocchino che si rifiuti di passare qualche mese lungo le splendide coste mediterranee del suo paese anziché tutto l’anno nella profonda provincia triveneta.

Ps. Ai più scettici ricordiamo che proprio in Italia la migrazione circolare come antidoto all’immigrazione illegale è stata già sperimentata in successo. Grazie a una formazione professionale capace di contribuire allo sviluppo dei Paesi di origine. È questa la proposta innovativa per la governance dell’immigrazione alla base del progetto MENTOR (Mediterranean Network for Training Orientation to Regular Migration). Una partnership tra Comune di Milano, Torino e Agenzia Piemonte Lavoro, in collaborazione con Anolf Piemonte. Che ha coinvolto una selezione di giovani immigrati marocchini tunisini in un tirocinio di tre mesi presso aziende delle aree metropolitane torinese e milanese. Qui i dettagli.

Mediterraneo e immigrazione, parla Carlotta Sami

Carlotta Sami, portavoce dell’Agenzia Onu per i rifugiati (UNHCR), è da anni in prima linea nella gestione della crisi migratoria e umanitaria nel Mediterraneo. L’abbiamo intervistata.

Il caso Sea Watch con le responsabilità politiche del governo italiano dimostra una polarizzazione degli schieramenti tra fermezza senza buon senso e flessibilità senza princìpi. L'UNHCR non potrebbe giocare un ruolo di mediazione proponendo ad esempio l’apertura dei porti italiani in cambio di una immediata redistribuzione dei migranti tra gli altri paesi UE?

Durante l’incontro dei Capi di stato e di governo UE dello scorso ottobre, UNHCR ed OIM hanno lanciato un appello congiunto ai leader europei per adottare misure urgenti atte ad evitare nuovi decessi tra gli immigrati che dall’Africa provano a raggiungere l’Italia attraverso il Mediterraneo. I leader delle due organizzazioni hanno richiamato l’attenzione sul fatto che, nonostante il calo degli arrivi via mare, in alcuni Paesi il dibattito politico sull’immigrazione ha raggiunto livelli di tensione senza precedenti. Uno scontro che alimentando inutili timori, complica la collaborazione tra gli Stati e impedisce di trovare soluzioni innovative. E’ necessario che, fino a quando la Libia non sarà considerata un porto sicuro, tutti gli Stati dimostrino responsabilità e solidarietà per i migranti e i rifugiati che rischiano di morire in mare. L’attuale approccio “nave per nave” deve essere sostituito da un meccanismo di sbarco sicuro e ordinato nel Mediterraneo Centrale.

La Commissione UE sta valutando se e come introdurre visti umanitari europei che ogni stato membro, attraverso le ambasciate, può rilasciare a chi dimostra di necessitare protezione internazionale e di entrare in tutta sicurezza in Europa per chiedere asilo. Può essere questa una sorta di terza via percorribile?

L’UNHCR e l’OIM hanno sollecitato i leader europei a trovare soluzioni pratiche da adottare con estrema urgenza tenendo conto della necessità di garantire che le responsabilità siano condivise tra gli Stati europei. Ma servono maggiori sforzi da parte dell’UE e della comunità internazionale per impedire che rifugiati e migranti intraprendano viaggi disperati. C’è bisogno di più vie sicure e legali di accesso alle procedure d’asilo in Europa per quanti fuggono da guerre e persecuzioni, in modo che nessuno sia costretto a credere che non esista altra possibilità se non quella di affidarsi a trafficanti senza scrupoli.

Nell'attesa che si raggiungano soluzioni di ampio respiro come quelle della Commissione europea, che fare di fronte ad eventuali nuovi casi Sea Watch? Si potrebbe, ad esempio, valutare un trasbordo dei naufraghi dalla nave delle Ong a quelle sotto egida Frontex dove distinguere immigrati economici e rifugiati?

Le procedure per la definizione dello status di rifugiato sono complesse e prevedono una valutazione molto accurata dei casi. I richiedenti asilo sono spesso traumatizzati, hanno subìto violenza o sono stremati dopo la lunga prigionia nei centri di detenzione in Libia. Fra le persone soccorse ci sono casi vulnerabili che hanno urgente bisogno di cure mediche e di assistenza psicologica. E’ escluso che si possa procedere alla definizione dello status di rifugiato in tempi così brevi ed in una condizione di precarietà quale può essere rappresentata da una nave in alto mare, per giunta immediatamente dopo il trasbordo.

Sull’immigrazione Merkel non molla

In un’Europa di piccoli politici, Angela Merkel resta, nonostante tutto, un gigante. Ne ha dato prova pochi giorni fa con una mossa, sfuggita ai più, che in vista delle prossime elezioni UE potrebbe prendere in contropiede la squadra dei sovranisti proprio sul terreno a loro più caro: l’immigrazione.

Lo scorso 7 febbraio la Cancelliera è infatti volata a Bratislava per incontrare i capi di governo euroscettici e anti-immigrati del gruppo di Visegrad (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria). A spingerla nella tana dei lupi sono state le ragioni della realpolitik. Perché se è arcinoto che il quartetto dell’Est guidato da Orban adora ciò che lei odia (estremismo, xenofobia, populismo, nazionalismo), è altrettanto vero che i vitali rapporti economici e commerciali con la Germania costringono questi paesi ad abbassare la cresta. Per questo, consapevole che il rinnovo del Parlamento europeo si giocherà sull’immigrazione, la Cancelliera li ha convinti a sedersi al tavolo. Sottoscrivendo un mini-patto che in cambio di un maggiore sforzo UE nel contrasto all’immigrazione dall’Africa, li obbliga pro-futuro, in casi come quello della Seawatch, ad accettare quello che fino a ieri hanno sabotato: la redistribuzione dei rifugiati che sbarcano nelle coste greche, italiane e spagnole. Che a differenza di quella varata (e mai decollata) da Bruxelles ambisce a coinvolgere non tutti i 28 stati membri ma soltanto (per usare uno slogan caro alla Merkel) una coalizione di volenterosi.

Una vera e propria mossa del cavallo, quella della Cancelliera, che peraltro ha una doppia valenza. Oltre, infatti, a prosciugare il fango delle questioni migratorie in cui sguazzano molti leader del Vecchio Continente, potrebbe indebolire il peso dei sovranisti nel prossimo Parlamento europeo. Perché anche se il cuore del gruppo Visegrad batte per “famiglie” ben più estremiste, le ragioni di cui sopra li obbligheranno a portare i loro voti al gruppo dei popolari, guidato proprio dalla Germania. Che con la maggioranza parlamentare conquisterebbe grande voce nel capitolo delle nomine della nuova Commissione. Rompendo, così, le uova nel paniere dell’internazionale neopopulista.

Prima i sauditi si è rivelato un boomerang

A Riad la politica del Prima i sauditi ha messo in ginocchio l’economia del Regno. Per capire questo classico caso di eterogenesi dei fini occorre riavvolgere il nastro al 2017. Quando per ridurre il tasso di disoccupazione tra gli autoctoni, schizzato al 12,9%, il governo dell’Arabia Saudita decise di cambiare la sua politica migratoria. Con l'obiettivo di svuotare il serbatoio di 12 milioni di immigrati (su un totale di 32 milioni di abitanti) che dal 1970 aveva attirato nell’industria edilizia, petrolifera e dei servizi alla persona. Per incentivarli a tornare a casa l’esecutivo wahabita decise di introdurre una tassa sui lavoratori dipendenti stranieri e il divieto di impiegarli in determinati settori.

Il vero grande problema è che oggi, 48 mesi dopo, l’operazione è riuscita alla grande. Tant’è che oltre 1 milione di immigrati ha fatto le valigie lasciando liberi altrettanti posti che, qui l’enorme imprevisto, nessuno dei disoccupati autoctoni ha voluto rimpiazzare. Per la semplice ragione che in quella che è dopo gli Usa la seconda meta mondiale per numero di stranieri in proporzione alla popolazione, i nuovi arrivati trovano sì occupazione ma come bassissima manovalanza a pessime condizioni retributive e di vita. Prova ne è il fatto che dal momento in cui entrano nel paese, le loro sorti, libertà di movimento inclusa, dipendono dai padroni sauditi che detengono, come strumenti di ritorsione, i rispettivi passaporti.

Il risultato è che adesso il governo non sa che pesci prendere. Se torna sui suoi passi, rischia di perdere credibilità e consenso tra i tanti sostenitori del Prima i sauditi. Ma se va avanti su questa strada deve fare i conti con la rabbia e la frustrazione dei disoccupati autoctoni che chiedono lavoro all’altezza delle loro aspettative. E con i tanti imprenditori che nonostante il ciclo economico assai poco favorevole (complice il crollo del prezzo del petrolio sotto i 55$ al barile) hanno bisogno di manodopera che non trovano.

Una disavventura, quella del governo saudita, forse utile ai tanti che in mezzo mondo, soprattutto occidentale, credono di dettare a colpi di norme e slogan tempi e modi delle dinamiche migratorie. Sottovalutando i desiderata di Sua Maestà il mercato.

Negli USA non ci sarebbe mai stato un caso Diciotti

Dagli Usa di Trump all’Italia di Salvini, i confini tra politica e diritto dell’immigrazione sembrano sempre più labili e complessi. Abbiamo chiesto lumi al Prof. Mario Savino, ordinario di diritto amministrativo all’Università della Tuscia e cofondatore della neonata Accademia di Diritto e Migrazione (ADiM) che riunisce oltre duecento studiosi della materia.   

 1) Sui temi dell'immigrazione, lo scontro tra politica e magistratura non riguarda soltanto l'Italia ma, ad esempio, anche gli Usa di Trump. Oltreoceano i giudici sono intervenuti a più riprese contro i provvedimenti del Presidente ma senza mai arrivare a ipotesi di reati penali. Da noi, invece, pochi giorni fa il Tribunale dei Ministri ha chiesto al Parlamento l'autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini per le scelte prese la scorsa estate sul casa Diciotti. Ci aiuta a capire se si tratta di differenze, quella tra Usa e Italia, dovute a questioni squisitamente giuridiche?

La dialettica tra governo e magistratura, nelle democrazie liberali, è fisiologica. Ed è inevitabile che si faccia più intensa in un ambito – l’immigrazione – nel quale si sperimentano misure via via più restrittive che sfidano i principi cardine dello stato di diritto e della rule of law. Quando il parlamento o il governo adottano misure che limitano le libertà individuali, spetta alle corti vigilare sulla compatibilità di quelle limitazioni con il diritto domestico e sovranazionale.

Vi è, però, una differenza importante tra Stati Uniti e Italia, che riguarda il principio di non interferenza della magistratura nelle questioni politiche. Negli Stati Uniti, la political question doctrine ha una tradizione consolidata, risalente alla decisione della Corte Suprema nel caso Marbury v Madison (1803). In quella occasione, il giudice Marshall stabilì che, quando un membro dell’esecutivo ha un potere discrezionale attinente alla sfera politica, nessuno standard giuridico può vincolarlo e nessuna corte può sindacarlo. Un’altra fondamentale pronuncia – Baker v Carr (1962) – ha individuato i caratteri propri di una “questione politica”: tra questi, l’attribuzione all’esecutivo del potere da parte di una norma costituzionale, l’assenza di uno standard di decisione “judicially discoverable and manageable”, l’impossibilità per una corte di decidere senza interferire nelle scelte dell’esecutivo. Dunque, se una questione è eminentemente politica, le corti statunitensi devono rifiutarsi di giudicare il caso e lasciare che la questione sia risolta tramite il processo politico. Ovviamente, il discorso cambia quando la decisione politica si traduce in misure legislative o amministrative – come è avvenuto con i Muslim bans adottati dall’amministrazione Trump nel 2017 – che, incidendo su diritti e principi costituzionali, sono sottoposte al vaglio di legittimità delle corti.

Veniamo all’esercizio dell’azione penale nei confronti di esponenti di governo. Negli Stati Uniti, prevale l’esigenza di preservare l’equilibrio tra i poteri ed evitare conflitti che collochino un potere al di sopra dell’altro. La Costituzione statunitense disciplina la procedura di impeachment, assegnando soltanto alle Camere il potere di iniziativa e decisione al solo fine della destituzione dall’incarico pubblico. L’idea che un giudice possa incriminare il presidente o un membro del suo Cabinet in carica è così estranea a quella cultura che la Costituzione non disciplina neppure l’ipotesi. Interpellato su questa possibilità, l’Office of Legal Counsel del Dipartimento della Giustizia ha ribadito – negli unici due casi della storia (nel 1973 con riguardo a Richard Nixon e nel 2000 dopo l’impeachment di Bill Clinton) – che l’incriminazione di un presidente costituirebbe un evento politicamente e costituzionalmente traumatico, che sovvertirebbe le dinamiche del sistema di governo “in profound and necessarily unpredictable ways”.

E’ evidente la distanza da ciò che accade in Italia. Il principio di non interferenza – pur affermato dalla Corte costituzionale (ad esempio, sent. n. 52/2016) e stabilito in norme generali, come l’art. 7 del codice del processo amministrativo, secondo cui “non sono impugnabili gli atti o provvedimenti emanati dal Governo nell’esercizio del potere politico” – è condizionato dal “pangiuridismo” imperante. Come ricorda Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 27 gennaio, l’equilibrio tra i poteri funziona se l’opinione pubblica impone agli attori in gioco di rispettarlo. E invece l’“antipolitica” come “tradizione più forcaiola che liberale” avvicina spesso l’Italia alla deriva illiberale della “democrazia giudiziaria”, cioè a una democrazia nella quale la discrezionalità politica è letteralmente sub judice. Si pensi al vasto consenso che accompagnò l’operazione “mani pulite”o alla contrarietà del M5S all’istituto dell’immunità parlamentare previsto in Costituzione.

Venendo ai nostri giorni, emblematica è la decisione del Tribunale di Catania, che, nella veste di Tribunale dei ministri, ha inviato al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere per sequestro di persona aggravato (art. 605 c.p.) nei confronti del Ministro dell’interno Salvini in relazione al caso Diciotti. Secondo i giudici catanesi, la scelta del Ministro di negare per 5 giorni lo sbarco ai migranti rimasti a bordo della nave Diciotti nel porto di Catania non può considerarsi “atto politico”, dovendo tale categoria “implementarsi in quella più ampia cornice di legalità, costituzionale ed europea, che ne ridimensiona il suo tradizionale privilegio di insindacabilità”. Così, dal sano rigetto dell’idea assolutista del sovrano “legibus solutus” si passa al suo opposto, non meno illiberale.

 2) La Commissione UE sta valutando se e come introdurre visti umanitari europei che ogni stato membro, attraverso le ambasciate, può rilasciare a chi dimostra di necessitare protezione internazionale e di entrare in tutta sicurezza in Europa per chiedere asilo. Può essere questa una terza via da seguire per smarcarsi dall'incudine della fermezza senza buon senso e dal martello della flessibilità senza princìpi?

Non credo molto in questa possibilità, non solo per il difficile contesto politico attuale, ma anche per i limiti di praticabilità giuridico-amministrativa di questa soluzione. Di “Protected Entry Procedures”, cioè di procedure che consentano ai rifugiati di presentare una richiesta di asilo presso le ambasciate dei paesi europei, si parla a Bruxelles da un ventennio. Il primo studio di fattibilità promosso dalla Commissione europea, risalente al 2002, coraggiosamente invitava a istituire procedure di ingresso protetto come via di ingresso permanente e non solo emergenziale, legata a specifiche situazioni di crisi umanitaria. Tuttavia, a un più attento esame, emersero i limiti di questa opzione: la necessità di un notevole potenziamento delle capacità operative delle ambasciate; la difficoltà di assicurare l’assistenza legale e il pieno rispetto delle norme europee sul giusto procedimento a sud del Mediterraneo; la difficile gestione di una procedura in due fasi, con valutazione preliminare nel paese terzo e decisione finale nel paese europeo di destinazione, responsabile a quel punto dell’onerosa accoglienza o del difficile rimpatrio.

Certo, prevedere visti umanitari non del singolo Stato membro ma dell’Unione potrebbe servire a prevenire l’asylum shopping da parte dei rifugiati, che altrimenti sarebbero più propensi a chiedere un visto umanitario all’ambasciata tedesca che a quella bulgara. Tuttavia, il problema del paese europeo di destinazione riemerge nella fase successiva: quale Stato membro deve farsi carico di chi giunga in Europa con un visto umanitario europeo?

Come si vede, in assenza di una riforma del regolamento Dublino che porti all’individuazione di un meccanismo adeguato di condivisione e riparto degli oneri di accoglienza (c.d burden-sharing), tanto l’opzione dei visti umanitari quanto l’opzione del reinsediamento (o resettlement) sono destinate a incontrare un ostacolo insormontabile.

3) Secondo molti osservatori, le prossime elezioni europee si giocheranno sull'immigrazione. Può spiegarci il perchè?   

Ci sono almeno due motivi. Il primo è che l’immigrazione è ormai divenuta la maggiore preoccupazione dei cittadini europei. Secondo l’ultimo sondaggio di Eurobarometer, il 40 per cento degli intervistati ha indicato nella gestione dei flussi migratori il principale problema del “vecchio continente”. Seguono terrorismo, debiti pubblici statali e situazione economica, con percentuali oscillanti tra il 18 e il 20 per cento.

Il secondo motivo è la determinazione dei movimenti populisti e sovranisti a utilizzare l’immigrazione come tema dominante. Questa scelta consente loro di mascherare la relativa povertà della loro agenda politica. Al contempo, li aiuta a veicolare un messaggio di rilancio del welfare e di redistribuzione in favore dei “nazionali” che, pur avendo un basso tasso di praticabilità finanziaria, ha un enorme potenziale di consenso sia a livello nazionale (“prima gli italiani!”) sia a livello sovranazionale (“prima gli europei!”).

In questo humus, ideale per la proliferazione di fake news e le manipolazioni di dati ed evidenze empiriche, è essenziale contribuire allo sviluppo di un dibattito pubblico informato. E’ necessario, cioè, promuovere la disseminazione di dati affidabili e di analisi rigorose, sia per informare gli elettori, sia per rafforzare la capacità di argomentazione e persuasione degli esponenti politici, che troppo spesso partecipano impreparati ai dibattiti in questa materia.

Come evitare nuovi casi Sea Watch

Contro l’avanzata dei sovranisti non basta urlare più Europa. Servono, invece, più idee. Indispensabili, specie sui temi dell’immigrazione, per andare oltre la dicotomia tra il partito della fermezza senza buon senso e quella della flessibilità priva di princìpi. Qualche speranza arriva da Bruxelles. Dove una task force di esperti, nel silenzio dei media, è al lavoro per evitare nuovi casi Sea Watch. O, quantomeno, impedire che in queste situazioni i richiedenti asilo vengano confusi e trattati, come accade in queste ore, alla stregua degli immigrati economici (illegali) che viaggiano con loro.

Su richiesta del Parlamento UE, gli esperti della Commissione europea presenteranno, infatti, il prossimo 31 marzo, un disegno legislativo per migliorare la gestione di quei flussi migratori definiti misti perché vedono immigrati e rifugiati muoversi lungo le stesse rotte. Ai sensi del diritto internazionale i primi vanno rimpatriati, i secondi no. Distinguerli, tuttavia, è spesso impresa ardua se non impossibile. Pensiamo, ad esempio, ai 47 migranti a bordo della nave della Ong tedesca Sea Watch che in queste ore davanti al porto di Siracusa chiede invano di attraccare. Sappiamo che ci sono anche dei richiedenti asilo. Ma li trattiamo come i loro compagni di viaggio immigrati economici illegali nell’attesa che si risolva la querelle internazionale sul dove e come accoglierli.

Per risolvere questo problema, che rappresenta una sistematica violazione della Convenzione di Ginevra sui rifugiati, la soluzione al vaglio dell’esecutivo di Bruxelles si chiama Visto umanitario europeo. Che ogni Stato membro, attraverso ambasciate e consolati nei paesi di origine degli immigrati, potrebbe rilasciare a chi dimostra (verranno fatti controlli incrociati con le banche dati UE) di aver bisogno di protezione per entrare e chiedere asilo in Europa senza rischiare la vita.

Una sorta di corridoio umanitario governativo, non affidato a iniziative di volontariato una tantum, che per gli esperti UE avrebbe tre vantaggi:

- Ridurrel'intollerabile numero di vittime nel Mediterraneo e sulle rotte migratorie verso l'UE: almeno 30.000 persone sono morte alle frontiere dell'UE dal 2000”.

- Combattereil business dei trafficanti di esseri umani”.

- Ottimizzareil bilancio degli stati membri”.

La ciliegina sulla torta potrebbe essere la creazione di un quadro armonizzato di procedure comuni di ingresso protetto. Ma sarebbe davvero chiedere troppo all’orgoglio nazionale di 28 stati (non sappiamo se e quando ci sarà davvero Brexit) che ormai faticano persino a sedersi insieme intorno a un tavolo.

Salvini rischia tirando la corda

Se è vero che in politica, come nell’ippica, i cavalli di razza si vedono sulle lunghe distanze, Matteo Salvini rischia molto. Almeno sui temi dell’immigrazione. Perché forse accecato dagli indiscutibili successi del 2018 (per tutti il crollo degli sbarchi), col nuovo anno ha iniziato a muoversi (politicamente) come un elefante in una cristalleria. Seminando, a destra e a manca, vento che potrebbe trasformarsi in tempesta.

Il leader leghista ne ha per tutti: da Bruxelles, passando per Berlino e Parigi fino ad arrivare alla Cassazione (che oggi ha stabilito la non retroattività del decreto Salvini) o a Castel Novo di Porto (in rivolta ieri per la chiusura del locale Centro di accoglienza dove lavoravano un centinaio di italiani doc).

D’altronde lo ha spesso rivendicato: Tanti nemici, tanto onore!. Tant’è che a ogni azione degli avversari la sua reazione è sempre la stessa: Non mi importa di niente, salvo che degli italiani. Che, però, di questo passo potrebbero ripensare il consenso fin qui concesso. Non foss’altro perché il nostro paese tra i tanti difetti non ha, per fortuna, quello della spietatezza. Per questo difficilmente continuerebbero a seguirlo se dovesse, come accade in questi giorni, associare il responsabile del Viminale a una serie di problemi che destabilizzano la loro quotidianità e sensibilità. Dalle immagini della carneficina di immigrati in mare al mancato rimpatrio (ne aveva promessi 600 mila, ne ha eseguiti una manciata) degli immigrati residenti illegalmente sul nostro territorio, compresi quelli ai quali non verrà rinnovato lo status di protezione umanitaria come previsto dal Decreto sicurezza. Senza contare i pessimi rapporti con le cancellerie di mezza Europa, con buona parte delle istituzioni internazionali (FMI in testa), con la Conferenza Episcopale Italiana e con i corpi intermedi (Sindacati e Confindustria). Dulcis in fundo: il Vaticano e il Quirinale.

Con questi chiari di luna, c’è il rischio che un qualsiasi, banalissimo scivolone possa costare assai caro a Matteo Salvini. Non foss’altro perché c’è da dubitare che troverebbe qualcuno a dargli una mano. Anzi. E allora il popolo che oggi lo sostiene potrebbe trasformare il suo slogan in un boomerang: che ci importa di Salvini! Sic transeat gloria mundi.

Salvini vinta la battaglia rischia di perdere la guerra

Sull’immigrazione Matteo Salvini ha vinto la battaglia. Ma rischia di perdere la guerra. Perché al crollo degli sbarchi del 2018 (la sua vittoria) potrebbe corrispondere un 2019 da record per numero di morti nel Mediterraneo (la sua potenziale sconfitta). Le immagini di cadaveri, bimbi inclusi, galleggianti, come quelle dell’ultimo weekend, non sono alla lunga accettabili. Neanche, ne siamo sicurissimi, dal più fedele sostenitore del Ministro degli Interni.

A questo punto non basta più stare fermi. E ripetere: porti chiusi, è colpa dei trafficanti, anzi delle Ong, forse di Malta, della Libia o di Bruxelles. Perché la storia insegna che la politica di Brenno, vae victis (guai ai vinti), rischia di essere un pericoloso boomerang per il responsabile del Viminale. Ci sono momenti in cui la politica richiede fantasia. Facendo quella che potrebbe essere definita la mossa del cavallo. Nella zona Search and rescue (Sar) libica, se Tripoli viene meno ai suoi obblighi, abbiamo il dovere di intervenire e salvare gli immigrati in balìa del mare. Ma, per evitare che l’onere di accoglierli ricada solo su di noi, qui la novità, potremmo chiedere di trasbordarli nelle navi dell’Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne (Frontex). Dove, sotto la supervisione del personale UNHCR, avviare le operazioni di riconoscimento, distinguendo gli immigrati economici (da rimpatriare nei centri Onu in Libia) e i richiedenti asilo da ridistribuire tra una coalizione di Stati volenterosi (Merkel dixit) disposti, pro quota, a farsene carico. Si potrebbe così europeizzare l’emergenza immigrazione senza giocare sulla vita degli immigrati.

Insomma, se proprio dobbiamo violare, come abbiamo fatto, norme e consuetudini globali (porti chiusi, salvataggi in mare etc.) meglio farlo per sperimentare innovative soluzioni a un problema che è sempre più strutturale, non emergenziale. Dando, così, un colpo di frusta alla comunità internazionale che su questo tema nicchia. Fingendo di non vedere che, al netto delle divergenti posizioni politiche, il sistema di gestione dei rifugiati nato con la Convenzione di Ginevra del 1951 ha fatto, almeno in parte, il suo corso. Soprattutto perché, lo aveva segnalato per primo nel 1997 il massimo esperto mondiale in materia Prof. James C. Hathaway, non prevede quello che oggi in una puntuale intervista l’Alto Commissario Onu per rifugiati Filippo Grandi ha definito meccanismo di sbarchi condiviso. Ovvero un modo per distinguere il luogo dello screening da quello in cui accogliere chi ne ha diritto.

Che poi, a dirla tutta, non sarebbe neanche una novità assoluta. Visto che nel 1979 l’allora segretario generale delle Nazioni Unite Kurt Walheim, per risolvere l’emergenza boat people in fuga dal Vietnam, convocò una conferenza internazionale. Cui aderirono 65 governi. L’iniziativa consentì di evitare che la crisi precipitasse sulla base di un do ut des: asilo temporaneo nella regione, in cambio di un reinsediamento permanente nei paesi terzi. In buona sostanza, con quello che era di fatto un accordo tripartito fra i paesi d’origine, quelli di primo asilo e quelli di reinsediamento, gli stati dell’Asean (Filippine, Indonesia, Malesia, Singapore e Thailandia) si impegnarono a continuare a concedere l’asilo temporaneo, a condizione, però, che il Vietnam si impegnasse a frenare le partenze illegali e a promuovere quelle organizzate dall’Onu. E che, in parallelo, i paesi terzi accelerassero il ritmo del reinsediamento. Salvo alcune eccezioni, cessò il respingimento delle imbarcazioni in mare. I reinsediamenti nei paesi terzi, che nel primo semestre del 1979 erano stati circa 9 mila al mese, passarono, nella seconda metà dell’anno, a circa 25mila al mese. Fra il luglio 1979 e il luglio 1982, oltre 20 paesi – in testa Stati Uniti, l’Australia, la Francia e il Canada – assorbirono 623.800 rifugiati indocinesi. Si può fare.