Una proposta sulla cittadinanza ai figli degli immigrati

Ci sono molte buone ragioni per cambiare la legge n.91 del 1992 sulla cittadinanza, oggi vigente in Italia. A spiegarle è il Prof. Alessio Rauti, docente di Diritto pubblico all'Università Mediterranea di Reggio Calabria, membro della neonata Accademia di Diritto e Migrazione che riunisce oltre duecento studiosi.

La storia di Rami Shehata e Adam El Hamami, premiati con la cittadinanza italiana perché hanno aiutato i carabinieri a intercettare il loro pullman dirottato da Ousseynou Sy, ha riaperto il dibattito sulle modalità di concessione dello status civitatis ai nati nel nostro paese da genitori stranieri. Qual è la sua opinione a tal proposito?

La legge n. 91 del 1992 in tema di acquisto e perdita della cittadinanza italiana è nata già vecchia, ovvero incapace di rimodulare i criteri di acquisto della cittadinanza alla luce della progressiva trasformazione della nostra Repubblica da Stato ad alta emigrazione a Paese ad alta immigrazione. In verità, non ci solo miopia politica, ma una precisa scelta che addirittura rese questa legge, ancora oggi vigente, molto meno inclusiva di quanto lo fosse la precedente legge n. 555 del 1912, in cui, ad esempio, era prevista una forma di ius soli temperato in base alla quale la cittadinanza era acquistata, a certe condizioni, dal figlio di stranieri residenti nel territorio del Regno da almeno dieci anni o poteva essere concessa allo straniero ivi residente da cinque anni . Il riferimento è particolarmente significativo se si fa caso al fatto che quella legge era stata approvata al culmine storico dell’emigrazione italiana, ovvero quando tutta l’attenzione del legislatore era rivolta non certo all’immigrazione, quanto e piuttosto, per svariate ragioni, a tenere fermo il legame con la Patria dei cittadini all’estero.

Peraltro, mentre molti altri Stati europei, una volta divenuti Paesi ad alta immigrazione, hanno modificato in senso più inclusivo le loro leggi, il legislatore italiano, che ha subito tale trasformazione attraverso un lungo processo iniziato nella seconda metà degli anni settanta del secolo scorso, tace sul punto. Anzi, dopo una sfilza di progetti puntualmente presentati in ogni legislatura e arenatisi nelle secche parlamentari, il recente “Decreto Salvini” (D.L n. 113/2018, convertito nella legge n. 132 dello stesso anno) addirittura aumenta a quattro anni il tempo per la decisione sulle domande di cittadinanza per naturalizzazione. È il segno dell’incapacità delle forze politiche – a questo punto, deve dirsi, di tutte – di coltivare e realizzare un progetto organico sulla cittadinanza e sulla convivenza sociale di questo Paese o talvolta della loro profonda debolezza nell’affrontare a testa alta le conseguenze di tale opera a livello elettorale.

A mio avviso, l’acquisto della cittadinanza è la tappa di un percorso in cui lo straniero decide di comportarsi come se fosse cittadino, sentendosi di conseguenza investito del dovere di fedeltà alla Repubblica (ancora formalmente riferito ai soli cittadini) e del dovere di difesa della Patria, in combinato disposto col principio di solidarietà di cui all’art. 2 della Costituzione, dovere che la stessa Corte costituzionale ha ritenuto assolvibile in forme non armate e volontarie anche da parte degli stranieri (sent. n. 119/2015, relativa al servizio civile nazionale). Ecco, il dovere di difesa della Patria e la fedeltà alla Repubblica – si pensi alla possibilità, prevista dalla legge, per alcune categorie di stranieri di accedere sin d’ora ad alcuni impieghi pubblici, per i quali vale in maniera ancora più forte il dovere di fedeltà alla Repubblica, oltre che quello di adempiere le relative funzioni con disciplina e onore – costituiscono la cartina di tornasole per individuare i veri cittadini, quelli che davvero compongono la comunità politica, sebbene ai fini dell’acquisto dei diritti politici sia richiesto l’ultimo passo di questa prima fase di cammino, ovvero il giuramento, che in verità, se formalmente costituisce il cittadino, sostanzialmente non fa che dichiarare un’appartenenza che si costruisce prima.

Ecco, a me pare necessaria una completa rivisitazione della legge del 1992, che introduca una panoplia di criteri temperati (di ius soli e ius sanguinis) e misti. Segnatamente, opterei per il criterio dello ius soli condizionato al possesso del permesso di lungo soggiorno dei genitori od alla loro residenza legale per almeno cinque anni, mentre sembra davvero eccessivo mantenere un criterio puro di ius sanguinis, tarato su schemi “familistici”, che consente l’esercizio del diritto di voto anche a quanti non hanno mai risieduto in Italia e magari neppure conoscono la lingua italiana. Oltre alle conseguenze sul reale carattere politico-rappresentativo delle elezioni ed al rischio accresciuto di manipolazione del voto, è evidente come in questi casi venga offuscata oltre la soglia della ragionevolezza la natura davvero politica della cittadinanza, che si fonda su specifici doveri di solidarietà sociale, politica ed economica.

Inoltre, accanto ad un ragionevole abbassamento del numero di anni di residenza necessari per richiedere la cittadinanza – e ad un intervento di modifica del Testo Unico sull’immigrazione, volto ad introdurre il criterio di progressività della durata dei permessi rinnovati – io spingerei verso la valorizzazione del territorio come spazio di relazioni e, dunque, per i ragazzi, verso l’abbinamento con meccanismi di ius culturae legati alla frequenza di cicli scolastici; per i giovani valorizzerei esperienze come il servizio civile o, come per gli adulti, la partecipazione a forme qualificate di solidarietà sociale, come la protezione civile, le attività della Croce Rossa, etc. Ad esempio, il minore nato in Italia o che vi entra regolarmente entro l’età in cui normalmente viene terminata la scuola secondaria di primo grado (13 anni) potrebbe acquistare la cittadinanza una volta terminati due cicli scolastici. Questo consentirebbe anche di superare le difficoltà legate all’attuale criterio che consente l’acquisto della cittadinanza da parte del minore straniero nato in Italia e che abbia risieduto legalmente e ininterrottamente nel territorio italiano addirittura per diciotto anni, fino al compimento della maggiore età.

Se non va dimenticato che la frequenza scolastica è l’unica in grado di incidere, sia pure con risultati variabili, sull’apertura di nuclei familiari tendenzialmente chiusi, l’ideale sarebbe comunque modulare criteri che, senza sacrificare le legittime aspettative dei minori, agiscano in modo promozionale offrendo possibilità agevolate di acquisto della cittadinanza che coinvolgono la vita dell’intera famiglia.

È una sfida complessa ed impegnativa, nondimeno decisiva per il nostro futuro.

Superare la contrapposizione ius sanguinis-ius soli

Confusi dall'animato, infruttuoso dibattito della politica italiana sulla cittadinanza ai figli degli immigrati, abbiamo chiesto lumi al Prof. Alessio Rauti, docente di Diritto pubblico all'Università Mediterranea di Reggio Calabria, membro della neonata Accademia di Diritto e Migrazione che riunisce oltre duecento studiosi.

Quando si parla di concessione della cittadinanza a figli degli immigrati, la politica italiana si divide tra i sostenitori dello ius sanguinis e quelli dello ius soli. Ma questa contrapposizione, soprattutto guardando a cosa accade all'estero, non è largamente datata?

Comincio subito col dire che il punto centrale del discorso sulla cittadinanza riguarda non solo o tanto quello che pensano gli studiosi, ma il grado di competenza e consapevolezza raggiunto dall’opinione pubblica, ancora molto basso. È importante dunque qualunque opera di adeguata informazione sui differenti modi in cui questi due criteri di acquisto della cittadinanza possono essere (e siano) modulati nelle legislazioni statali. Ma la questione riguarda innanzitutto l’Italia: ad esempio, non credo sia ben chiaro che anche il nostro ordinamento prevede una specifica ipotesi di ius soli diretta ad evitare la creazione di situazioni di apolidia. La legge n. 91 del 1992 stabilisce infatti l’acquisto della cittadinanza alla nascita da parte dei minori nati nel territorio statale che, per diversi motivi, si ritroverebbero privi di qualsiasi cittadinanza: perché figli di apolidi, genitori ignoti o stranieri che non sono in grado di “trasmettere” loro la propria cittadinanza in base alla legge dello Stato cui appartengono. Insomma: uno ius soli c’è già nel nostro ordinamento e a questo si aggiunge la più nota forma ulteriore ed ibrida di tale criterio che consente l’acquisto della cittadinanza ai minori stranieri nati in Italia che risiedano legalmente e ininterrottamente nel territorio dello Stato fino al compimento della maggiore età.
Se poi consideriamo le legislazioni degli altri Stati, ci accorgiamo che esistono ulteriori, differenti modalità di acquisto della cittadinanza in base ad un criterio temperato di ius soli e/o di un criterio corretto di ius sanguinis. Si aggiungono poi molti altri criteri: accanto a quelli assai noti della residenza prolungata sul territorio dello Stato, dell’adozione del minore straniero da parte di un cittadino, del matrimonio con un cittadino, va pure ricordato il c.d. ius culturae, legato alla frequenza da parte del minore straniero di uno o più cicli scolastici. È chiaro che rispetto sia allo ius soli che allo ius sanguinis può essere decisiva la Dea Fortuna, ma lo ius soli è decisamente più inclusivo, perché, a differenza dello ius sanguinis, può permettere agli stranieri che si trovano nel territorio di un altro Stato di far acquistare la relativa cittadinanza ai propri figli nati nel Paese, ancorché alle condizioni di volta in volta previste dalle legislazioni nazionali. Si tratta, dunque, di un criterio che, purché sapientemente modulato, può ben bilanciare il carattere tendenzialmente escludente dello ius sanguinis, senza per ciò impedire agli Stati un ragionevole controllo statale sui flussi migratori e sulla tenuta sociale.

Può spiegare ai nostri lettori quali sono a livello internazionale gli orientamenti prevalenti in materia di concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati?

Accanto ad una rivisitazione in senso più inclusivo delle norme che consentono l’acquisto della cittadinanza attraverso il legame con il territorio statale – come in Germania, dove attualmente bastano otto anni di residenza regolare – l’individuazione di criteri temperati di ius sanguinis e di ius soli costituisce la principale linea di tendenza riscontrabile nei Paesi europei. E va ricordato come anche Stati tradizionalmente legati al criterio del sangue, a partire dall’inizio di questo secolo hanno introdotto con intelligenza forme moderate di ius soli.
Se per lo ius sanguinis, la versione “pura” – priva di condizioni e senza limiti di generazioni – si ritrova oramai in pochi Paesi, fra cui l’Italia e solo parzialmente la Spagna (per alcuni adempimenti richiesti in alcuni casi ai figli nati all’estero), mentre molto più diffusa è la forma temperata (ad esempio, in Austria, Francia, Germania e Regno Unito), che pone ulteriori condizioni nel caso in cui il figlio di cittadino sia nato all’estero e/o impedisce la trasmissione della cittadinanza nel caso in cui il cittadino non risieda più da diverso tempo nel territorio dello Stato o la consente unicamente entro un numero limitato di generazioni.
Quanto, invece, allo ius soli, si possono distinguere almeno quattro forme temperate:
1) il c.d. doppio ius soli, in base al quale acquista la cittadinanza il minore se non solo quest’ultimo ma anche i genitori (o almeno uno dei due) sono nati nel territorio statale: in questo modo, lo straniero che si stabilisce regolarmente all’interno di un Paese diverso da quello di appartenenza può ben sperare che almeno i nipoti possano divenire cittadini di quello Stato. Il modello, in questo caso, è costituito dalla Francia, ma il criterio è presente anche in Spagna.
2) lo ius soli condizionato al possesso di alcuni requisiti da parte dei genitori del minore: a) il possesso di un permesso di soggiorno permanente o b) un certo numero di anni di residenza. Nel primo caso, il modello può rintracciarsi nel Regno Unito – in cui lo straniero nato nel territorio statale può essere registrato come cittadino, mentre è ancora un minore, se uno dei due genitori «becomes settled in the United Kingdom» (acquista, cioè, l’indefinitive leave to remain, ovvero il diritto di residenza permanente) – ma anche in Grecia. Per il secondo caso, ci si può riferire, ad esempio, all’ordinamento dell’Irlanda, la cui legge in materia consente l’acquisto della cittadinanza da parte dei figli di stranieri (o anche di un solo genitore) che abbiano legalmente risieduto, nell’arco dei quattro anni antecedenti alla nascita del figlio, per almeno tre anni sul territorio della Repubblica irlandese. In verità, un criterio simile si ritrova anche in altri Paesi europei, ma con effetti non automatici (Portogallo, Grecia e Belgio), mentre in altri casi la disciplina si presenta più variegata, come nel caso della Germania, in cui si richiede invece che il genitore vanti almeno otto anni di residenza regolare e sia titolare di un diritto di soggiorno (Aufenthaltsberechtigung) o, da almeno tre anni, di un permesso di soggiorno permanente (unbefristete Aufenthaltserlaubnis). Nel complesso tale tipologia di ius soli temperato si presenta maggiormente diffuso rispetto al “doppio ius soli” e appare decisamente più inclusivo: non a caso è stato adottato dall’Irlanda dopo aver abbandonato il criterio dello ius soli “puro” (senza condizioni) al fine di apportare a quest’ultimo una correzione ragionevole.
3) Lo ius soli temperato ibrido, che costituisce una vera e propria contaminazione fra le due forme di ius soli “temperato”, stabilendosi, ad esempio che acquista la cittadinanza di uno Stato chi nasce nel relativo territorio se anche un genitore vi sia nato e a) vi risieda regolarmente per un certo numero di anni – ad esempio: cinque negli ultimi dieci anni in Belgio oppure b) dalla nascita del figlio sia stato permanentemente domiciliato nel territorio dello Stato (come stabilito in Grecia).
4) Lo ius soli combinato con la residenza del minore costituisce un criterio che richiede all’interessato ulteriori condizioni oltre alla nascita nel territorio statale. Così, in Belgio e il figlio di stranieri nato nel territorio può acquistare la cittadinanza su richiesta al compimento dei diciotto anni, dimostrando la sua residenza continuativa ed interrotta (e in Olanda si richiede che il minore abbia scelto quello Stato come luogo principale della sua residenza). In Francia, invece, nel caso in cui i genitori non siano nati nel territorio francese, per le seconde generazioni si applica un criterio di naturalizzazione speciale, per cui il figlio nato nel territorio dello Stato da genitori stranieri nati altrove può rivendicare la cittadinanza a partire dall’età di sedici anni, se ha la residenza francese e l’ha avuta come residenza abituale per un periodo continuo o discontinuo di almeno cinque anni, dall’età di undici anni. Se la richiesta è invece presentata dai genitori, col consenso del minore, la cittadinanza francese può essere acquistata a partire dall’età di tredici anni, purché si dimostri che l’interessato abbia avuto la residenza abituale in Francia dall’età di otto anni. Nel Regno Unito, invece, acquista la cittadinanza lo straniero nato e vissuto per i primi dieci anni nel territorio dello Stato senza assentarsi per più di novanta giorni. In queste ultime ipotesi emerge un concetto di “comunità” intesa non solo come prossimità di luogo, ma anche come crescita interpersonale in un determinato territorio e, per certi aspetti, come risultato della volontà di rimanere, che molto spesso viene consacrata in una scelta finale compiuta dall’interessato. Peraltro tali requisiti costituirebbero non solo l’indice del rapporto continuativo col territorio statale, ma anche un importante veicolo di legami orizzontali con la società, tanto più necessari quanto più si presenti il rischio reale di gruppi familiari particolarmente chiusi. Peraltro, ben potrebbero rinvenirsi casi particolari in cui tale criterio viene associato con quello dello ius soli temperato, nella sua versione più inclusiva.
Infine, è possibile in alcuni casi rinvenire criteri misti di residenza e ius culturae. In tema, mi sembra significativo quanto disposto in Grecia dal codice della cittadinanza, secondo cui, previa dichiarazione congiunta e richiesta di registrazione da parte dei propri genitori, acquista la cittadinanza il figlio di stranieri che abbia completato con successo la frequenza di un ciclo scolastico per almeno sei anni in una scuola greca ed abbia risieduto «lawfully permanently».

Con questa legge sulla cittadinanza rischia le Olimpiadi

Se non salva un bus da un terrorista, alle Olimpiadi non ci va. Non fanno altro che ripetere questo i parenti e gli istruttori di Eduard Cristian Timbretti Gugiu, formidabile tuffatore della nostra nazionale, nato in Italia da genitori rumeni. Che nonostante il suo indiscutibile talento, rischia di perdere l’appuntamento con i giochi olimpici 2020 perché non ha la cittadinanza italiana.

La sua storia ricorda da vicino quella di Rami Shehata e Adam El Hamami che, però, a differenza di questo astro nascente del nostro nuoto, hanno, in via eccezionale appena ottenuto la cittadinanza italiana come premio per aver consentito un paio di settimana fa ai carabinieri di intercettare il loro pullman dirottato da Ousseynou Sy, con l’intenzione di fare una strage.

Ma la vicenda di Eduard è ancora più paradossale di quella dei due eroi nuovi cittadini grazie a uno sventato attentato. Perché secondo la legge vigente nel nostro Paese (n.91/1992) i primi, in quanto minorenni, come tutti i figli nati in Italia da genitori stranieri, avrebbero dovuto attendere il compimento della maggiore età per chiedere la cittadinanza. Lui, invece, 18 anni li ha già compiuti nel 2018. E lo scorso dicembre ha puntualmente fatto richiesta dello status civitatis dimostrando, come richiesto dalla suddetta norma, di aver risieduto, fin dalla nascita, ininterrottamente in quella che credeva fosse la sua nuova patria.

Ma allora dove sta l’inghippo?

In un codicillo, passato sotto traccia, del Decreto sicurezza approvato lo scorso ottobre dal Parlamento, su iniziativa del Ministro degli Interni Matteo Salvini. Che ha raddoppiato (da 2 a 4 anni) i già lunghissimi tempi che la Pubblica Amministrazione si prende per rispondere alle richieste di cittadinanza.

Sperando di non peccare di ottimismo, crediamo, anzi, vogliamo che anche la disavventura di Eduard, come quella di Rami e Adam, si risolva a lieto fine. Consentendogli di ottenere il passaporto tricolore in tempo per le Olimpiadi di Tokyo del prossimo anno. Ma quest’altra eccezione alla regola non risparmierà a migliaia di minori nati in Italia da genitori stranieri la doppia pena: di attendere fino alla maggiore età per sapere se è concesso loro di diventare nostri concittadini e di fare i conti con l’ulteriore balzello imposto dal decreto Salvini. Per questo viene da chiedersi se non è forse ora di mettere mano a una norma scritta 30 anni fa quando l’Italia, contrariamente oggi, non era ancora diventato una delle più importanti mete europee dell’immigrazione internazionale.

La domanda è retorica. La risposta non può che essere positiva. Semmai si può e si deve ragionare sul come. Partendo magari dal buon senso. Con due semplici ma fondamentali emendamenti alla legge n.91 del 1992.

Il primo: dimezzare il tempo previsto dall’art.9 comma 1 lettera F che prevede la concessione della cittadinanza allo straniero residente da almeno dieci anni sul territorio della Repubblica. In questo modo sarà più facile e rapido per i genitori, e di conseguenza anche per i loro minori, diventare nuovi cittadini.

Il secondo: cancellare dall’art.4, comma 2 l’onere a carico del richiedente di dimostrare di aver vissuto ininterrottamente fino alla maggiore età sul territorio patrio. Non foss’altro perché lascia un’eccessiva discrezionalità burocratica. Che può spingere il funzionario di turno a negare la cittadinanza perché il soggetto interessato ha, ad esempio, passato un banale, prolungato soggiorno estivo dai nonni nel paese di origine dei genitori.

Il terzo: obbligare la PA a rispondere entro dodici mesi alle richieste di cittadinanza.

Se è vero che l’ottimo è il nemico del bene, ci si potrebbe accontentare di queste tre modifiche alla legge vigente. Poco rivoluzionarie. Ma sufficienti a rendere più semplice la vita dei tanti ragazzi che studiano e giocano con i nostri figli. Evitando, allo stesso tempo, inconcludenti, rissose barricate politiche come quelle alle quali abbiamo assistito nella scorsa legislatura. Quando lo scontro tra i paladini dello ius sanguinis e quelli dello ius soli fece perdere di vista col problema principale (la cittadinanza ai nati da genitori stranieri), un piccolo dettaglio. E, cioè, che entrambi i modelli pari sono. Sia l’uno che l’altro sono discriminatori. Perché lasciano che sia la sorte a stabilire chi può essere cittadino e chi no. Nel primo caso tutto dipende da chi nasci. Nel secondo dal dove. Ecco perché nel mondo avanzano sistemi misti che miscelano il meglio dell’uno e dell’altro.

Ius soli, ius sanguinis: una contrapposizione da superare

Da oggi l’Italia ha due nuovi cittadini ma un vecchio, irrisolto problema. I primi sono Rami Shehata e Adam El Hamami. Che pur essendo minorenni hanno, in via eccezionale, appena ottenuto la cittadinanza italiana come premio per aver consentito una settimana fa ai carabinieri di intercettare il loro pullman dirottato da Ousseynou Sy, con l’intenzione di fare una strage.

Il secondo, cioè l’annoso grattacapo da risolvere, riguarda migliaia di figli di immigrati nati in Italia che, proprio come Rami e Adam, se la sorte non li trasforma in eroi per un giorno, per ottenere la cittadinanza italiana devono aspettare, dimostrando di aver vissuto ininterrottamente nel nostro paese, il compimento della maggiore età. Così prevede la legge vigente in Italia (n.91. del 1992), improntata sul princìpio dello ius sanguinis, che confina in una sorta di limbo giuridico un vero e proprio esercito di nuovi potenziali cittadini.

Per trovare una soluzione a questo problema, nella passata legislatura era stata proposta, ma non approvata, una norma per l’introduzione dello ius soli che ai nati in Italia avrebbe consentito, sub condicione, l’automatica concessione della cittadinanza.

All’epoca, come oggi, l’infuocato dibattito tra i pro e contro lo jus soli fece perdere di vista un dettaglio non da poco. E, cioè, che entrambi i modelli (jus sanguinis e jus soli) pari sono. Sia l’uno che l’altro sono discriminatori. Perché lasciano che sia la sorte a stabilire chi può essere cittadino e chi no. Nel primo caso tutto dipende da chi nasci. Nel secondo dal dove.

È per queste ragioni che se diamo uno sguardo oltre i rissosi confini patri, scopriamo che nel mondo occidentale vi è una generale tendenza a sperimentare sistemi misti, che per evitare indebite forme di inclusione ed esclusione, miscelano lo jus sanguinis con lo jus soli. Emblematico il caso della Svezia e della Germania.

La prima applica lo jus soli per i minori stranieri nati sul suo territorio ma di cui non si conoscono i genitori oppure per quelli di genitori apolidi. Gli altri, in base alla discendenza, diventano cittadini se figli di immigrati residenti nel paese da almeno tre anni su semplice richiesta dei genitori o di chi ne fa le veci.

La seconda, che aveva un ordinamento assai vicino al nostro, a seguito della nuova legge varata nel luglio 1999, consente l’acquisizione automatica della cittadinanza ai figli di immigrati nati sul territorio nazionale ma a condizione che almeno uno dei genitori risulti stabilmente residente nel paese da almeno otto anni e sia in possesso di un regolare permesso di soggiorno. Nella maggior parte dei casi coloro che diventano cittadini tedeschi per nascita mantengono anche la nazionalità straniera dei genitori in base al principio di filiazione. Ma al momento della maggiore età, e comunque non oltre cinque anni dal suo compimento, se optano per la prima perdono quella ereditata dai genitori o viceversa.

Un mix tra i due jus che di recente ha fatto capolino, sia pur di soppiatto, finanche negli Usa. Infatti dal 2000 per risolvere la contraddizione della cittadinanza per i minori stranieri nati all’estero ma adottati da genitori americani il Child Citizenship Act ha deciso che questi bambini vanno considerati a tutti gli effetti come nati sul suolo statunitense. Un escamotage legale che a ben vedere, riconoscendo l’importanza della componente parentale, ammette, in contrasto con la legge del suolo da sempre ritenuta inviolabile, un sia pur parzialmente ricorso a quella del sangue.

Se tutto questo è vero, per risolvere i problemi in casa nostra (anche se per numero di cittadinanze concesse agli immigrati siamo leader in Europa) si potrebbero proporre tre piccole modifiche di buon senso alla legge n.91 del 1992.

La prima concerne l’art.4 comma 2 che, lo ripetiamo, ai nati da genitori immigrati consente di diventare italiani al compimento del diciottesimo anno a condizione di aver vissuto ininterrottamentefino alla maggiore età sul territorio patrio. Con il risultato che può bastare una vacanza all’estero con gli amici o una visita ai nonni nel paese dei genitori, per far saltare tutto.

La seconda ha a che fare con la necessità di eliminare ogni forma di possibile, arbitraria discrezionalità burocratica nelle relative procedure di concessione. Fino a oggi, infatti, le risposte positive o negative alle richieste di cittadinanza sono fin troppo legate al parere soggettivo dei funzionari di turno.

La terza riguarda l’art.9 comma 1 lettera F che prevede la concessione della cittadinanza allo straniero che risiede da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica. Questo significa, caso unico in Europa, che gli immigrati extra-UE possono richiedere lo status civitatis italiano (che sulla base dello ius sanguinis possono trasmettere ai figli) solo dopo due lustri di regolare soggiorno nel nostro paese. Sarebbe consigliabile ridurli, ad esempio, a quattro come, peraltro, già previsto dal nostro ordinamento per i comunitari originari di un paese europeo.

Sembra facile ma – come ripeteva Orwell – per vedere quello che abbiamo proprio davanti agli occhi serve uno sforzo continuo.

Dall’Olanda un brutto segnale per le europee

C’è poco da festeggiare davanti alla sconfitta del neopopulista Geert Wilders alle elezioni olandesi dello scorso 20 marzo. Il monito è indirizzato ai leader delle tradizionali forze politiche. Perché gli elettori chiamati alle urne per il rinnovo delle amministrazioni locali e del Senato dei Paesi Bassi, oltre ai popolari e ai socialisti, hanno bocciato il suo Partito della Libertà, ma promosso a pieni voti l’ultra-destra. Capeggiata dal semisconosciuto, Thierry Baudet che con il suo Forum per la democrazia è da oggi l’ago della bilancia del Parlamento olandese. Anti-europeo, ostile all’immigrazione, contrario alla politica di difesa dell’ambiente, è lui l’astro nascente di una neonata galassia populista europea.

Una novità sulla quale popolari e socialisti di mezza Europa farebbero bene a riflettere attentamente. Non solo perché rischiano alle prossime elezioni europee di fare i conti con un inaspettato nuovo nemico. Ma soprattutto in ragione del fatto che il voto olandese smentisce le loro speranze di trarre giovamento dall’inconcludenza finora dimostrata dai neopopulisti. Visto che l’elettorato anziché tornare indietro all’usato sicuro da loro rappresentato, sembra preferire il nuovismo anche se estremista. Magari sbagliando, non tornano indietro. Il punto sta qua.

Il caso olandese potrebbe far scuola. Per cui le due tradizionali famiglie politiche europee dovrebbero prendere atto che non bastano le scarse capacità di governo dei neopopulisti per riconquistare il potere perduto. Servono idee, fantasia e coraggio per combattere la seduzione dei nuovi capi-popolo che avanzano da una parte all’altra dell’Atlantico. Che anche se barbari pieni di mille difetti si dimostrano capaci di sfruttare al meglio le paure e le incertezze determinate dal profondo cambiamento che sta scuotendo l’Occidente.

Togliere la cittadinanza al foreign fighter è un rompicapo

Come processare i cittadini che dopo aver lottato per l'Isis (foreign fighter) tornano a casa è per mezzo Occidente un vero e proprio rompicapo giuridico. Ne abbiamo parlato con con Andrea De Petris, ricercatore di diritto costituzionale all'Università Giustino Fortunato di Benevento e membro dell'Accademia Diritto e Migrazioni che riunisce oltre duecento esperti internazionali della materia.

1) Sulla base di un vecchio principio nazionalista, in molti paesi UE sono in vigore leggi che prevedono la perdita dello status civitatis per i cittadini che si arruolano nell'esercito di uno Stato straniero. Di recente la Germania è andata oltre proponendo la perdita della cittadinanza tedesca per i titolari di doppia cittadinanza che militano in movimenti terroristici come l'Isis. Dal punto di vista giuridico quali possono essere le criticità nell'approvazione di una norma di questo tipo?

In primo luogo è opportuno ribadire che per ora si tratta di una mera proposta congiunta dei Ministeri dell’Interno e della Giustizia, guidati rispettivamente da Horst Seehofer (CSU) e Katarina Barley (SPD). Secondo l’ordinamento giuridico tedesco, la possibilità di privare un individuo della propria cittadinanza risulta tuttavia alquanto problematica. In termini generali, sono tre le vie per procedere alla denaturalizzazione di un individuo: revoca, perdita e ritiro della cittadinanza. In Germania, tuttavia, la revoca della cittadinanza è tassativamente vietata dall’art. 16 della Legge Fondamentale, né è consentita l’estradizione all’estero di un cittadino tedesco come conseguenza della privazione della cittadinanza. Questa norma trova una sua giustificazione storica nella pratica dell’espatrio di massa di cittadini tedeschi di etnia ebraica da parte del regime nazista.

La seconda modalità è la perdita della cittadinanza, che avviene quando si acquisisce una cittadinanza straniera, o quando un cittadino si arruola volontariamente nelle forze armate di un altro Stato. Tuttavia, questa via si applica solo per l’ingresso in eserciti regolari, non per le milizie di attori non statali, tra i quali si può a buon ragione ricomprendere anche l’ISIS. Il terzo caso è il ritiro della cittadinanza. Questo può accadere nel caso in cui una persona abbia fornito false informazioni durante il processo di naturalizzazione. Se ciò può essere dimostrato, è possibile procedere alla revoca dell’atto di naturalizzazione. Pertanto, è necessario in ogni caso conoscere a fondo ogni singolo caso nel quale si volesse tentare di denaturalizzare un cittadino tedesco, dal momento che la sottrazione della cittadinanza comporta una perdita tale di diritti che rischia di compromettere seriamente la condizione giuridica dell’interessato. Cosa di cui l’ordinamento tedesco è perfettamente consapevole.

La proposta di legge in discussione in questi giorni si applicherebbe soltanto a cittadini maggiorenni ed in possesso di una seconda cittadinanza, essendo altrimenti tassativamente escluso che lo Stato tedesco possa trasformare in apolide un proprio cittadino, quali che siano i reati di cui costui possa essersi reso colpevole: lo status di cittadino, infatti, è connesso alla titolarità di una serie di diritti imprescindibili per il singolo individuo che la Germania è tenuta a riconoscere e garantire.

2)  Ipotizziamo che un foreign fighters tunisino nato in Germania, sulla base della nuova norma, perda la cittadinanza tedesca. Rimarrebbe, così, senza cittadinanza nel paese nativo ma con quella dello Stato di origine dove, magari, non è mai andato. C'è in questo il rischio di una violazione dei diritti che rievoca i fantasmi di antiche derive autoritarie? E, in ogni caso, è necessario un processo (in contumacia?) o un semplice atto amministrativo?

Come detto, poiché siamo ancora in una fase teorica, non è possibile sapere se e come il provvedimento in discussione diventerà legge. Ad ogni modo, rispetto all’ipotesi prospettata nella domanda, va precisato che esiste un generale obbligo per gli Stati di riprendere i propri cittadini impegnati in conflitti informali all’estero, come potrebbe essere il caso della cd. “guerra dell’ISIS”. Nella fattispecie in oggetto, quindi, sussisterebbe innanzi tutto un primario obbligo della Germania di riprendere un proprio cittadino foreign fighter: il fatto che questi disponga di una seconda cittadinanza, infatti, non fa venire meno il dovere della Germania di ricondurlo sotto la custodia delle proprie forze di sicurezza, né sarebbe consentito privare l’interessato della cittadinanza tedesca per evitare di ottemperare all’obbligo di riportarlo in patria.

Un altro aspetto di cui si discute in queste settimane in Germania riguarda l’eventualità che la persona in esame, al momento della sua naturalizzazione abbia taciuto la propria vicinanza a gruppi radicali: in questo caso, secondo alcuni esperti, la cittadinanza potrebbe essere revocata. Questa convinzione muove dal fatto che la naturalizzazione può essere negata a chi persegua finalità inconciliabili con l’ordinamento giuridico della Bundesrepublik. Gli scenari sono due.

Qualora nel corso del processo di naturalizzazione vengano dimostrati comportamenti antidemocratici ed antisistema messi in atto dall’individuo in procinto di divenire cittadino tedesco, il processo potrebbe essere legittimamente interrotto.

Diverso sarebbe il caso di un cittadino naturalizzato che commettesse azioni contrarie all’ordinamento giuridico della RFT successivamente al conseguimento della cittadinanza tedesca: inoltre, nei casi in cui il processo di naturalizzazione si sia già concluso, sarebbe estremamente difficile stabilire se un combattente dell’ISIS naturalizzato fosse radicalizzato prima o dopo il conseguimento della cittadinanza tedesca, rendendo soprattutto nel secondo caso estremamente complessa la sua eventuale denaturalizzazione.

A tutto questo va aggiunto che una eventuale nuova norma si applicherebbe solo a casi di foreign fighters unitisi alle milizie dell’ISIS successivamente all’entrata in vigore della norma in questione, escludendo dunque tutti i casi di miliziani dello Stato Islamico già in mano alle autorità tedesche: ogni caso di applicazione retroattiva sarebbe dunque tassativamente vietato. Infine, per concludere sul punto, nei rari casi residui in cui potrebbe venire in discussione la denaturalizzazione di un cittadino, questa potrebbe aver luogo solo a seguito di comportamenti liberamente posti in essere dall’interessato che dimostrassero chiaro ed esplicito rifiuto nei confronti della Germania, ma non in virtù di unilaterali esigenze di sicurezza sollevate dalle autorità tedesche.

3) Mettendo da parte il nodo della doppia cittadinanza, rimane il problema di come processare, per reati compiuti fuori dal territorio nazionale, i foreign fighters che tornano, ad esempio in Germania, dopo aver combattuto in Siria per l'Isis. Quali sono i possibili strumenti giuridici da adottare?

Per quanto riportato più sopra, ne consegue che un ipotetico foreign fighter di cittadinanza tedesca catturato in Siria andrebbe comunque riportato in Germania, e comunque mai prima di una sua corretta identificazione: questo significa che rappresentanti delle autorità tedesche dovrebbero recarsi in Siria per accertarne l’identità e dimostrare la sua affiliazione alle milizie dello Stato Islamico. Ove queste condizioni ricorrano, sarebbe dunque previsto che l’interessato venga ricondotto in Germania, sconti eventuali sanzioni detentive a cui fosse stato condannato, e solo allora potrebbe essere eventualmente espulso verso un altro Paese di cui detenesse la cittadinanza. Nemmeno in questo frangente, tuttavia, sarebbe prevista la revoca della cittadinanza tedesca.

Inoltre, essendo nel frattempo trascorsi verosimilmente molti anni dall’inizio del procedimento, sarebbe da accertare se sussista ancora un interesse da parte delle autorità tedesche a procedere all’espulsione dell’interessato. In ogni caso, si renderebbe sarebbe assolutamente imprescindibile una decisione dell’autorità giudiziaria per procedere in tal senso, non potendosi in nessun modo considerare sufficiente un provvedimento di carattere amministrativo, dal momento che sono in gioco diritti fondamentali dell’individuo.

C’è del metodo nella follia terrorista

Non la chiami strage ma attentato terroristico”. Esordisce così da Bruxelles Marco Martiniello, Professore di sociologia dell’immigrazione all’Università di Liegi, quando lo contatto al telefono per capire perché venerdì scorso, in diretta Facebook, il suprematista bianco, ventottenne, australiano, Brenton Tarrant abbia ucciso 49 persone in un duplice attacco alle moschee di Christchurch in Nuova Zelanda.

Secondo il docente belga di origine italiana, infatti, a turbare la pace di un paese che di solito fa notizia per i suoi paesaggi, il rugby e la vela, non è stato il gesto di uno squilibrato. Ma, al contrario, la mente lucida di un uomo con un preciso progetto politico, questo sì folle. Che, costi quel che costi, vuole difendere l’uomo bianco dalla minaccia dei neri o dei musulmani. Ecco perché – continua il Prof. Martiniello – il tragico weekend neozelandese “non ricorda le tante stragi di massa firmate da isolati psicopatici che hanno riempito la cronaca nera USA. Ma gli attentati terroristici che in mezzo mondo, in nome delle più svariate ideologie, seminano paura e morte”.

Ci troviamo, dunque, di fronte a un vero e proprio terrorista di estrema destra appartenente in qualche modo a una sorta di nuova internazionale, sia pur non organizzata, di suprematisti bianchi rafforzati dall'avanzata al di là e al di qua dell’Atlantico di leader politici sommariamente definiti populisti?

"Sì. Intendiamoci, queste forme di estremismo hanno origini assai antiche. Sono sempre esistite nel sotto bosco della nostra quotidianità. Ma oggi sono rafforzate da almeno tre fattori.

Il primo è il diffuso malcontento dell’opinione pubblica occidentale nei confronti dell’immigrazione, che è stato incoraggiato dai leader politici populisti e nazionalisti per motivi elettorali ed ideologici .

Il secondo è il terrorismo islamista, un alleato obiettivo dell'estrema destra, che dalle Torri Gemelle in poi ha minacciato la pax sociale dell’Occidente.

Il terzo si chiama internet. Anzi, social network. Che, come già accaduto con gli islamisti dell’Isis , hanno consentito a quella che fino ieri era una frammentata galassia di estremisti di destra, di globalizzarsi. Mettersi in rete. Diventare comunità. Sotto la regia di soggetti culturalmente attrezzati che con il loro sapere rafforzano le convinzioni dei nuovi soldati suprematisti come Brenton Tarrant. Che, non a caso, nel suo manifesto di 86 pagine cita fatti storici (dalla guerra di Lepanto a quella di Poitiers) e sfide odierne (crisi demografica dell’Occidente) raccolti presumibilmente dalla propria community online. Alla quale, peraltro, ha voluto dare testimonianza del suo gesto, attrezzandosi, prima dell’attentato, oltre che di micidiali armi automatiche, anche di una mini-telecamera che gli ha consentito di rilanciare la carneficina in presa diretta su Facebook".

Qual è, allora, l’antidoto all’odio che produce a livello globale questo scontro che sembra delinearsi tra estremismo islamista e quello bianco-cristiano?

"I governi possono fare tanto, a partire dall’educazione delle nuove generazioni che non hanno vissuto e spesso neanche studiato i drammi del Novecento. Ma tutto questo potrebbe rivelarsi inutile se i big dei social network continuano a non fare la loro parte. Non è francamente accettabile che Brenton Tarrant sia riuscito, indisturbato a fare una diretta Facebook di venti minuti per pubblicizzare i macabri dettagli del suo attentato".

Gli immigrati che preferiscono l’Africa all’Europa

La stragrande maggioranza degli immigrati africani (8 su 10) è in fuga non in Europa ma all’interno del Continente nero. E nel futuro prossimo venturo il trend è al rialzo. Non solo perché, com’è noto, per motivi economici e logistici è più semplice cercare lavoro o protezione umanitaria nei paesi limitrofi anziché nel Vecchio Continente. Ma anche in ragione del fatto che alcuni paesi dell’Africa, spesso descritti come un coacervo di prolifici affamati pronti a invadere l’Occidente, grazie a una relativa, costante crescita economica sono, invece, vere e proprie mete di immigrazione.

È questo il caso, solo per fare un esempio, della Costa d’Avorio. Che come ha di recente dimostrato una dettagliatissima inchiesta di Le Monde, con un tasso di crescita annuo dell’8% e livelli di disoccupazione inferiori al 6% ha attirato dagli Stati confinanti un fiume di manodopera. Il 40% dei suoi attuali 24 milioni di abitanti è o ha, infatti, origine immigrata. Impiegati per lo più nella coltivazione di caffè, olio di palma ma soprattutto delle preziosissime (qualità senza pari) e ambitissime (dalle multinazionali del cioccolato) fave di cacao di cui è il principale esportatore mondiale.

E come in tutti i poli migratori internazionali che si rispettino, la bassa manovalanza straniera (in maggioranza dal Burkina Faso) è tanto richiesta dall’economia quanto indigesta per la società. Tant’è che anche da quelle parti, come da noi, i sostenitori del Prima gli ivoriani non mancano. Anzi, aumentano. Anche perché, come spiega il sociologo Sosthène Koffi (uno dei massimi conoscitori del mondo rurale ivoriano), alla base dei pregiudizi che i vecchi residenti hanno verso i nuovi arrivati ci sono incomprensioni ed errate percezioni che per quanto banali se non sanate rischiano di moltiplicarsi. Molti anziani doc dei piccoli villaggi, ad esempio, non sopportano l’arroganza dei giovanissimi lavoratori immigrati che con le mote acquistate coi primi risparmi scorrazzano a destra e a manca indifferenti alla vita sociale della comunità che li ha accolti.

Un clash tra indigeni e immigrati che, peraltro, non è una novità di oggi. Tant’è che per coniugare pax sociale e bisogni economici, nel 1998 il governo di Abidjan fu costretto ad approvare una legge in base alla quale solo ed esclusivamente gli autoctoni ivoriani potevano vantare la proprietà di terreni agricoli nel paese. Un diktat rafforzato dalla nuova Costituzione del 2016 secondo cui soltanto lo Stato, società pubbliche o cittadini ivoriani doc possono acquistare appezzamenti di terra. Passare dalle parole ai fatti non è tuttavia semplice. Non solo per l’instabilità politica di un paese spaccato in due tra il ricco e fertile Sud e il più povero Nord. Ma soprattutto perché in una terra dalla lunghissima tradizione migratoria (oltre ai discendenti dei coloni francesi ci sono anche importanti comunità libanesi e siriane), stabilire come e chi è ivoriano doc più che difficile risulta impossibile.

Partono per farsi un futuro non per riempire le nostre culle

Per coloro che spiegano l’immigrazione come una duratura terapia per la nostra demografia malata, Yoselin Wences è un nome che non dice nulla. Del quale, tuttavia, farebbero bene a interessarsi. Perché potrebbe, forse, essere utile a far cambiar loro idea. La sua storia è, infatti, la cartina di tornasole del comportamento demografico dei figli degli immigrati negli Usa, paese leader dell’immigrazione. Visto che, al contrario dei genitori, sognano tutto meno che di procreare.

Basta leggere al riguardo quanto ha scritto di recente il New York Times. Che dopo aver intervistato un vasto campione di giovanissimi immigrati di seconda generazione, che come i coetanei yankee posticipano o rinunciano a fare un bebé, si è concentrato sull’emblematica vicenda personale di Yoselin Wences. Figlia ventenne di una casalinga e di un manovale messicani che con i risparmi di una vita di durissimo lavoro negli Stati Uniti le hanno dato la possibilità di iscriversi alla North Carolina University per diventare la prima laureata della famiglia. Cosa che, come ogni traguardo, ha, però, un costo. Materiale e immateriale. Tant’è che mamma e papà, per evitare che l’investimento sul suo futuro andasse in fumo, fin da piccina, insieme alle favole le ripetevano, come fosse un mantra “di non cadere nel loro stesso errore di mettere su famiglia in giovane età ma di pensare solo a studiare e fare carriera”.

E così è stato. Tant’è che dalla testimonianza raccolta dal quotidiano americano, emerge il ritratto di una brillante studentessa, testarda e caparbia nella sua volontà di riscattare i sacrifici dei genitori ma assai lontana dal retaggio culturale dei suoi avi: donna-angelo del focolare domestico. Yoselin ha, infatti, dichiarato che fare i figli è fuori dalla sua agenda. Se ne parlerà, forse, verso i 35 anni. Ciò che conta adesso è non perdere tempo. Conquistare l’agognato titolo studio grazie al quale occupare un posto sull’ascensore sociale che i genitori non avrebbero neanche immaginato.

Ma ciò che più conta è che la storia della signorina Wences è comune a mille sue pari età di origine straniera. Non solo negli Usa ma in mezzo mondo. Italia inclusa. Perché come di recente certificato dall’Istat, anche da noi, rispetto alle prime, le seconde generazioni di immigrati fanno sempre meno figli. Per la semplice ragione che si adottano al generale trend del nostro paese. Sono, insomma, esseri razionali. Proprio per questo più che la soluzione sono lo specchio dei nostri problemi. E non solo demografici.

Gilet gialli e immigrati: due rabbie che non si incontrano

“A smorzare l’ira dei gilet gialli che da quattro mesi, ogni sabato, mettono a ferro e fuoco la Francia, è stata l’alleanza che nessuno riteneva possibile: tra i ceti borghesi dei quartieri bene metropolitani e quelli di origine immigrata delle banlieue”. A sostenerlo, intervistato da West, è Jacques Levy, docente al Politecnico federale di Losanna e all'Università di Reims, vincitore del prix Vautrin-Lud, considerato come una sorta di Premio Nobel della Geografia.

Secondo lo studioso d’Oltralpe, infatti, la rabbia ma soprattutto la violenza di chi è sceso in strada ha impaurito, allo stesso tempo, due pezzi di popolazione che fino a poco tempo avevano poco o nulla in comune: gli abitanti benestanti dei centri urbani e quelli con background straniero delle periferie. Ma se il perché del timore dei primi è facilmente intuibile (incarnano l’élite odiata dalla piazza), lo è meno quello dei secondi. Che, invece, sostiene Jacques Levy sono “forse i più preoccupati dalla volontà populista dei gilet gialli perché colpisce quello che, nonostante tutto, è il loro unico protettore: ovvero lo Stato”. Insomma, i cittadini di origine straniera sono letteralmente spaventati dalla potenziale avanzata di una democrazia di arrabbiati ostile al potere di mediazione delle istituzioni pubbliche. Il cui operato, fino a oggi, per quanto duramente contestato, ha garantito al popolo delle banlieue un minimo di prestazioni e servizi sociali. Che, invece, la rabbia dei casseur potrebbe cancellare con un tratto di penna.

Chiarito il profilo dei nemici dei gilet gialli, rimane da capire qual è quello di questi ultimi. Chi sono questi scontenti che da mesi agitano i weekend francesi?

Partiamo dal fatto – ci dice Jacques Levy – che si tratta di un blocco sociale eterogeneo appartenente ai ceti medio bassi periurbani, in cui a fare da mastice è la medesima volontà politica di scardinare, in nome del popolo sovrano, il potere di una ristretta élite che, a loro avviso, detiene il monopolio del capitale culturale ed economico. Nell’era della globalizzazione vedono tutto e tutti in fluido movimento mentre loro si sentono agli arresti domiciliari, paralizzati da una fragile condizione socio-economica. Che li condanna a scegliere tra due frustranti opzioni: vivere, senza permettersi altri lussi, in pochi metri quadri in centro con affitti alle stelle oppure optare per la periferia comprando casa ma anche l’automobile necessaria per raggiungere, con mille difficoltà, il posto di lavoro in città. Ed è proprio per questo che la tassa ecologista sul gasolio e sulle auto inquinanti voluta dal Presidente Macron ha rappresentato la goccia che ha fatto traboccare il vaso della loro rabbia, dando il là a quello che oggi, non a caso, chiamiamo movimento dei gilet gialli”. Che, infatti, sono i giubbotti retro-riflettenti che per la legge francese, così come per quella italiana, vanno indossati da chi scende dal proprio veicolo lungo le strade.

Se è vero che questa eterogenea galassia di arrabbiati punta il dito contro le élite nazionali ed europee che cannibalizzano i vantaggi della globalizzazione, verrebbe da pensare che possano rappresentare un ottimo serbatoio per il nuovo Front National anti-establishment di Marine Le Pen. Ma su questo il Professor Levy è assai prudente. “Per la semplice ragione che agli occhi dei gilet gialli i lepinisti sono troppo moderati. Hanno accettato le regole del gioco istituzionale. Non sono, dunque, la soluzione ma parte dei loro problemi”. Spiegazione di per sé sufficiente anche a comprendere il perché del catastrofico tentativo del leader del Movimento 5 stelle Luigi Di Maio, vice-premier e ministro, di instaurare con i movimentisti d’Oltralpe un’alleanza transnazionale.

E anche a proposito dei rapporti Italia-Francia, al calor bianco specie sull’immigrazione, Jacques Levy sembra avere le idee chiarissime. “L’Italia è stata lasciata sola dai partner europei. Ma, tuttavia, come diceva Italo Calvino è vero che la menzogna non è nel discorso ma nelle cose. Perché nell’UE il manicheismo sull’immigrazione (pro o contro senza mediazioni) offusca la ragione. Non consente di riflettere su un problema che certo esiste ma che ha contorni ben diversi da quelli dominanti nel dibattito pubblico. Ossessionati dall’invasione degli immigrati, non discutiamo né affrontiamo i veri nodi della questione. Ai nuovi arrivati chiediamo, ad esempio, il rispetto di regole che, spesso, noi stessi disconosciamo. Visto che ormai non siamo più d’accordo neanche su chi è e come si distingue un immigrato economico da un rifugiato”. È, forse questo, il momento, rispolverando Spinoza, di non versar lacrime, né esprimere indignazione. Ma, appunto, di cercare di capire.