Sui rifugiati l’Europa è alla mercé degli altri

Le politiche europee per il controllo delle frontiere esterne fanno acqua da tutte le parti. Non si fa in tempo a tappare un buco che se ne apre un altro. Come dimostra la dinamica in atto nei due grandi corridoi delle rotte migratorie del Mediterraneo: quello occidentale e quello orientale.

Nel primo, a guardare i dati, l’aria che si respira sembra di quiete. Dall’inizio del 2019, infatti, gli immigrati che dal Marocco hanno raggiunto la Spagna sono stati 15.600: -50% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ciò grazie agli ingenti finanziamenti (€ 60 milioni da Madrid e € 140 milioni dall’Unione Europea) che hanno “convinto” i governanti di Rabat a mettere in atto misure straordinarie per frenare la pressione migratoria dall’Africa sub-sahariana al confine marittimo spagnolo. Un’intesa che oggi funziona, ma che già domani potrebbe naufragare. Non foss’altro perché il re Mohammed VI sa benissimo che, come per altro più di una volta ha fatto in passato, può tornare a battere cassa ed alzare la posta minacciando la riapertura dei rubinetti dell’immigrazione. Secondo uno schema a suo tempo usato dalla Libia di Gheddafi. “Morocco has realised that the migration card is a very effective pressure tool” ha affermato in un’intervista a El Pais Eduard Soler, esperto di geopolitica del Maghreb del think tank catalano CIDOB.

Nel secondo, l’Egeo, soffiano invece venti di tempesta. Perché rischia di saltare l’accordo UE-Turchia che dal 2016 in cambio di €6 miliardi ha frenato il boom di migranti che attraversavano il confine turco-ellenico per trovare rifugio in Europa. È di queste ore la decisione del Sultano Recep Tayyip Erdoğan di invadere la Siria del Nord e ripopolarla, con un’operazione di pulizia etnica dei curdi che la abitano, obbligando a un trasloco forzato i rifugiati siriani in Turchia. Minacciando, se i partner UE/NATO dovessero ostacolare questo piano neo-ottomano, di cancellare l’impegno preso nel 2016 consentendo alle migliaia di profughi oggi “ospitati” di rimettersi in marcia, come nel 2015, verso i confini europei.

Morale della favola: la politica delle “pezze” non solo è un rimedio fragile e di corto respiro, inadeguata a fronteggiare l’enorme pressione migratoria dal Sud del Mediterraneo. Ma, cosa ancora più allarmante, mette l’UE alla mercé di famelici governi locali e di trafficanti di esseri umani senza scrupoli. Subisce e non governa la globalizzazione dell’immigrazione. Con il risultato, che spiega il disgusto sempre più diffuso nell’opinione pubblica del Vecchio Continente nei confronti di Bruxelles, di non riuscire a garantire né la sicurezza degli immigrati che arrivano e né quella degli autoctoni che li dovrebbero accogliere.

Vertice UE sull’immigrazione: l’incognita Visegrad

La politica, si sa, è l’arte di convincere. Soprattutto sull’immigrazione. Una disciplina in cui sono campioni i leader di Polonia, Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca, che mentre importano da mezzo mondo manodopera straniera a basso costo dicono NO a ogni accordo UE sulla gestione solidale di migranti e rifugiati. Incluso quello che si discuterà oggi e domani a Lussemburgo.

A smascherare la schizofrenia tra ultra-nazionalismo politico e super globalismo economico del quartetto di Visegrad, dopo il New York Times, stavolta è un formidabile reportage di Bloomberg Businessweek. Grazie al quale scopriamo, ad esempio, che nel 2018 l’Ungheria ha rilasciato ai cittadini non comunitari 50 mila permessi di lavoro, il doppio rispetto a quelli previsti dal Premier anti-immigrati Orban. Che di fronte a queste cifre non deve aver fatto sonni tranquilli. Perché col boom dei nuovi arrivati segnano anche un deciso cambio dei paesi da dove arrivano. Infatti mentre aumentano quelli dall’India, dal Vietnam e dalla Mongolia, crollano quelli dalle vicine Bielorussia e Ucraina. Tradotto: più immigrati meticci di varie religioni, meno bianchi cristiani. Un vero e proprio dramma esistenziale per il Primo Ministro ungherese che si è sempre presentato come il paladino iper-nazionalista di un paese autosufficiente ed etnicamente omogeneo nonostante ospiti oltre mezzo milione di stranieri su un totale di 10 milioni di abitanti.

Stessa musica negli altri paesi di Visegrad. Caso emblematico quello della Polonia che nel 2017 ha rilasciato un numero di visti per l’ingresso di lavoratori stranieri superiore a quello di qualsiasi altra nazione UE. Una domanda di manodopera dall’estero che secondo uno studio del Fondo Monetario Internazionale nel futuro prossimo venturo è, peraltro, destinata a crescere ulteriormente. Perché nei quattro ex-satelliti sovietici mentre l’economia tira, il mercato del lavoro arranca a causa dei milioni di emigrati all’estero, in maggioranza donne impiegate come colf e badanti negli Stati dell’Europa occidentale.

Indicazioni forse utili per spingere i Fab Four a un cambio di strategia. Che non significa passare dalle porte (fintamente) chiuse a quelle spalancate. Ma più semplicemente ragionare con i partner UE sul se e come costruire una efficace governance europea del fenomeno migratorio.

Sull’asilo una lezione dall’Africa

Sembra assurdo ma è vero. Mentre l’Europa chiacchiera, l’Africa comincia, per quel che può, a fare la sua parte nell’emergenza umanitaria in Libia. Pochi giorni fa un primo gruppo di eritrei, somali e sudanesi è stato, infatti, evacuato dai centri di detenzione libici in Ruanda. Sono i primi a beneficiare del meccanismo di transito di emergenza, concordato, istituito e finanziato dal governo ruandese, dall’UNHCR e dall’Unione Africana. Al loro arrivo nel paese dalle mille colline, teatro nel 1994 di una guerra civile con quasi 1 milione di vittime, hanno ottenuto un documento d’identità, lo status di richiedenti asilo, vitto, alloggio, assistenza sanitaria gratuiti e l’accesso a un sofisticato programma di formazione e inserimento lavorativo.

Il loro prossimo futuro dipenderà dalla risposta che i funzionari UNHCR daranno alle rispettive domande di protezione internazionale ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951. Le opzioni sono due.

La prima: in caso di esito positivo con lo status rifugiato avranno il diritto di rifarsi una nuova vita in Ruanda.

La seconda: se, invece, l’esito è negativo, saranno assistiti per fare ritorno nel paese di origine. Oppure in base alla richiesta di manodopera del mercato locale, avranno la possibilità di regolarizzare la propria condizione giuridica in Ruanda.

Un’operazione senza precedenti anche se non è la prima volta dal crollo del regime di Gheddafi che uno stato africano offre assistenza alle vittime della crisi libica. Lo aveva fatto e continua a farlo dal gennaio 2018 il governo nigeriano, ma solo nei confronti dei suoi cittadini.  Da quella data, infatti, la Nigeria, il più grande trampolino di lancio di immigrati illegali verso le nostre coste, è impegnata a evacuare i nigeriani bloccati nei centri di detenzione libici. I diplomatici del paese hanno identificato cinquemila connazionali, di cui oltre mille sono stati già rimpatriati via area. Il governo del primo paese africano e settimo al mondo per densità demografica (186 milioni di abitanti) ha precisato che la missione è a tempo indeterminato e i voli continueranno fino quando ci saranno nigeriani sul territorio libico disponibili a tornare a casa.

Le sia pur nobili iniziative dell’esecutivo ruandese e nigeriano sono una goccia nel mare di problemi del nostro dirimpettaio libico. Rappresentano, tuttavia, un gigantesco segnale di maturità e autonomia politica che l’Unione Europea dovrebbe cogliere. Perché trattare gli stati africani da adulti, e non da eterni adolescenti da assistere e mantenere, conviene. Significa contare su nuovi partner per elaborare strategie di lungo respiro in materia di gestione dei flussi migratori ed altro: Pechino docet.

Purtroppo a Malta Hathaway non c’era

Se il Professor James C. Hathaway avesse partecipato al vertice di Malta sull’immigrazione dello scorso 23 settembre, avrebbe avuto qualcosa da dire. È stato lui, infatti, nel 1997 a presiedere una Commissione Onu di super esperti di diritto d’asilo che aveva teorizzato l’introduzione di una sorta di corridoi umanitari statali (non gestiti da enti privati) come soluzione al problema della condivisione fra la comunità internazionale degli oneri derivanti dalle emergenze profughi nel mondo (cioè quello di cui si è dibattuto, sia pur su scala europea e non globale, pochi giorni fa nella capitale maltese).

Per consultare le conclusioni alle quali giunse il panel di studiosi guidati da James C. Hathaway, basta digitare su internet Making International refugee law relevant again: a proposal for collectivized and solution-oriented protection. Il documento, considerato una pietra miliare degli asylum studies contemporanei, proponeva di introdurre a livello globale una netta distinzione tra i luoghi di identificazione dei richiedenti asilo da quelli di accoglienza di coloro cui venisse riconosciuto lo status di rifugiato. Era questa, a loro avviso, l’unica via per evitare che in caso di crisi umanitarie la responsabilità di assistere e proteggere profughi e sfollati, ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951, ricadesse esclusivamente sugli stati limitrofi.

Per capire di cosa parliamo, immaginiamo di applicare questa teoria nello spazio euro-mediterraneo che dalla Primavera Araba del 2011 è il luogo di transito di migliaia di richiedenti asilo e immigrati economici in fuga dall’Africa verso l’Europa. Una pressione migratoria senza precedenti che – di questo si è discusso a La Valletta – è gravata, per ragioni geografiche, sugli Stati UE di frontiera, Grecia e Italia in testa, chiamati a svolgere, al contempo, il doppio ruolo di paesi che identificano e accolgono i nuovi arrivati.

Problema che, invece, seguendo le indicazioni della Commissione Hathaway potrebbe essere risolto creando negli stati collaborativi dell’Africa del Nord e di quella subsahariana, sotto l’egida dell’UNHCR e dell’OIM, safety zone dove chiedere asilo senza rischiare la vita. In caso di esito negativo i richiedenti verrebbero rimpatriati nel paese di origine. Mentre, ecco il significato dei sopra citati corridoi umanitari statali, se il parere è positivo i rifugiati verrebbero redistribuiti tra una coalizione di Stati firmatari di un accordo internazionale che li obbliga ad accoglierli pro-quota. Sta qui il passaggio dall’emergenza a una politica ordinata e sicura per chi arriva e chi riceve.

Con l’autunno tornano i gilet gialli

Passate le vacanze, ieri sera a Parigi i gilet gialli sono tornati e si sono impossessati della marcia per il clima.  Come mai tra  questo esercito di arrabbiati che ogni sabato, da mesi, mette a ferro e fuoco la capitale francese non ci sono gli immigrati?

I volti delle migliaia di impauriti e impoveriti dalla globalizzazione che riversano il loro odio nella ville Lumiere, sono solo bianchi. Mentre mancano quelli degli oltre otto milioni di origine straniera che vivono accanto a loro. E dire che molti di questi corrisponderebbero, almeno in parte, all’identikit che i gilet gialli danno di loro stessi. Tanto è vero che vivono in quartieri esclusi dal benessere del centro città, con tassi di disoccupazione del 50% (contro una media nazionale del 10%), pessimi mezzi e servizi pubblici e livelli di frustrazione pari se non superiori a quelli del popolo che fa tremare Macron. Un silenzio assordante. Specie se si tiene conto che da quelle parti gli immigrati delle periferie sanno benissimo come far sentire la propria voce. Nell’ottobre del 2005, solo per fare un esempio, le tre settimane di violentissime sommosse (due morti, centinaia di feriti, migliaia di auto incendiate) nei sobborghi di mezza Francia costrinsero l’allora presidente Nicolas Sarkozy a dichiarare lo stato di emergenza nazionale.

Perché, allora, questo esercito di emarginati e scontenti di origine straniera non fa pendant con quello degli autoctoni, bianchi?

Di qui la necessità di riflettere su questa nuova fase del populismo moderno che non include il popolo degli immigrati. Sarà, forse, perché il populismo, che impregna e unisce i rivoluzionari con le giacchette gialle, è per definizione nazionalista e, dunque, fatica a includere nel concetto di popolo da difendere gli stranieri che sono quelli da cui difendersi?

La nuova politica UE sull’immigrazione tranquillizza ma non troppo

Anche se rappresenta un passo avanti, l’accordo sull’immigrazione, che Finlandia, Francia, Germania, Italia, Malta (forse anche Portogallo e Spagna) proveranno a sottoscrivere il prossimo 23 settembre a La Valletta, ha due criticità di non poco conto.

Per capire di cosa parliamo, partiamo dal nocciolo della potenziale intesa che mira ad automatizzare fra le parti contraenti disponibili la redistribuzione immediata dei migranti che sbarcano sulle coste dell’Europa del Sud. Con tanto di penalizzazione per gli stati che non fanno la loro parte.

Rispetto al piano Juncker del 2015, la novità, fortemente voluta dal governo italiano, consisterebbe (il condizionale è d’obbligo) in un superamento de facto della Convenzione di Dublino. Risparmiando al paese di primo approdo l’obbligo di fotosegnalere, valutare e distinguere la posizione dei richiedenti asilo (da ridistribuire tra i partner UE) e quella degli immigrati irregolari da rimpatriare, con tutte le enormi difficoltà del caso, a proprie spese. Una buona notizia rispetto al recente passato, non sufficiente, tuttavia, a risolvere:

- L’annosa e mai risolta questione del se e come rimpatriare coloro, e non sono pochi, che si presentano come richiedenti asilo, ma sono immigrati irregolari. Che spetti al paese di primo approdo (come accade oggi) o a quello di secondo approdo (potrebbe succedere dopo il 23 settembre) il problema rimane. In entrambi i casi, è, infatti, arcinoto che si tratta, soprattutto nel caso di grandi numeri, di procedure lunghe, costose, farraginose, a volte impopolari e spesso ostacolate dal mancato accordo con i paesi di origine.

- I non pochi problemi di ordine legale. L’ipotesi di penalizzare sul piano finanziario gli stati che dicono no a qualsiasi forma di ridistribuzione, può, infatti, essere politicamente condivisibile. Ma in punta di diritto, se ci atteniamo ai dettati dei Trattati che hanno istituito l’UE, è, se non irricevibile, quanto meno discutibile. Tant’è che, se si dovesse passare dalle parole ai fatti, non è difficile immaginare per i giudici della Corte di giustizia europea lunghe notti e giorni di durissimo lavoro per rispondere ai ricorsi e ai contro ricorsi degli stati protagonisti di questa partita.

Per tali ragioni, non ci rassegniamo a ribadire quanto già scritto più volte in queste colonne. Si potrebbe, infatti, rilanciare la proposta avanzata trent’anni fa da uno dei massimi esperti internazionali in materia, il Prof. James Hathaway. Secondo il quale per allentare la pressione migratoria sugli stati di frontiera ed evitare che per arrivare a destinazione gli immigrati economici illegali sfruttino come cavalli di Troia i richiedenti asilo in fuga da guerre e persecuzioni, è cruciale distinguere il luogo di identificazione dei nuovi arrivati da quello di accoglienza. Nel caso nostro creando a ridosso delle aree di crisi come quella libica zone franche e sicure (ad es. in Tunisia), sotto l’egida dell’UNHCR, dell’OIM e dell’UE, in cui chiedere asilo. Al fine di garantire solo a chi ne ha diritto ai sensi della Convenzione di Ginevra di essere ridistribuiti e accolti, senza affidarsi ai trafficanti di esseri umani, nei 28 stati dell’Unione.

Per la Von der Leyen la riforma dell’asilo è un obbligo

La solidarietà non può dipendere da una posizione geografica, la Convenzione di Dublino sui richiedenti asilo deve essere riformata. Sante parole, quelle pronunciate oggi dalla neo-presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen durante la conferenza stampa convocata a Bruxelles per annunciare i portafogli dei suoi commissari. Per la semplice ragione che la Convenzione siglata nella capitale irlandese da 12 Stati UE nel 1990, entrata in vigore nel 1997, aggiornata nel 2003 e nel 2013, è oggi carta straccia. Non è più sufficiente a garantire sicurezza e diritto d’asilo in Europa.

Per capire il perché, partiamo da quello che ormai da quasi trent’anni è il suo principio-guida. In base al quale i cittadini extracomunitari, in fuga dai paesi di origine a causa di guerre o persecuzioni per motivi di natura politica o religiosa, possono fare richiesta di asilo solo nel primo paese membro dell'Ue in cui arrivano (one step, one shop). Una norma allora pensata per risolvere due problematiche:

- Asylum shopping, cioè il rischio che uno stesso soggetto facesse domanda d’asilo in più Stati.
- Rifugiati in orbita, ovvero richiedenti asilo che venivano rimbalzati da uno Stato all’altro per conflitto di competenza.

Per lungo tempo, fin quando la pressione migratoria, prima dall’Europa dell’Est, poi dai Balcani e infine soprattutto dal Nord Africa, non ha raggiunto livelli allarmanti, la Convenzione è rimasta in vita solo sul piano squisitamente formale, in forza di un compromesso tacito tra gli Stati dell’Europa mediterranea e quelli mitteleuropei. Nonostante i vincoli imposti da Dublino, i primi si sono fatti sempre carico da soli dell’onere di ricevere i richiedenti asilo e garantire loro una prima assistenza, consentendo, tuttavia, a coloro che rifiutavano di farsi registrare e fotosegnalare, di chiedere formalmente rifugio nel Nord Europa che li accoglieva di buon grado vista l’elevata domanda di manodopera straniera. Solo così si spiega perché, dati Eurostat e Unhcr alla mano, tra gli Stati UE, a registrare il maggior numero di rifugiati pro-capite sono per lo più quelli lontani dalle frontiere calde dell’immigrazione, come, ad esempio, la Svezia.

Questo silenzioso patto tra Nord e Sud Europa sulla distorta applicazione della Convenzione di Dublino, è saltato con la Primavera Araba del 2011. Le proteste di piazza in buona parte dello scacchiere nordafricano hanno spazzato via i regimi autoritari che per decenni, sia pur con alti e bassi, avevano garantito ai partner europei un filtro alla pressione migratoria dall’Africa sub-sahariana. Con il risultato che, specialmente nel triennio 2014/2015/2016, il numero dei richiedenti asilo nell’Europa mediterranea ha raggiunto cifre spaventose, mai registrate prima. Cosa che ha spinto i leader dei governi mitteleuropei (ad eccezione di Angela Merkel), intimoriti dall’onda populista anti-immigrati al loro interno, a chiedere a quelli del Sud quello che, per ragioni opportunistiche di cui sopra, non avevano mai richiesto: il rispetto della Convenzione di Dublino. Addossando sulla Grecia e Italia l’onere di valutare migliaia di domande d’asilo da parte di soggetti desiderosi di raggiungere i più ricchi stati mitteleuropei. Un compito tanto più arduo se si tiene conto del fatto che i molti casi di diniego, viste le complesse procedure di rimpatrio, hanno ingrossato le fila di un esercito di fantasmi sul territorio italiano e greco.

Il bandolo della matassa sta tutto qua. Non mancano le soluzioni per sbrogliarlo. Si potrebbe, ad esempio, rilanciare la proposta avanzata trent’anni fa da uno dei massimi esperti internazionali in materia, il Prof. James Hathaway. Secondo il quale per allentare la pressione migratoria sugli stati di frontiera ed evitare che per arrivare a destinazione gli immigrati economici illegali sfruttino come cavalli di Troia i richiedenti asilo in fuga da guerre e persecuzioni, è cruciale distinguere il luogo di identificazione dei nuovi arrivati da quello di accoglienza. Creando a ridosso delle aree di crisi come quella libica zone franche e sicure (ad es. in Tunisia), sotto l’egida dell’UNHCR, dell’OIM e dell’UE, in cui chiedere asilo, garantendo solo a chi ne ha diritto ai sensi della Convenzione di Ginevra di essere redistribuiti e accolti, senza affidarsi ai trafficanti di esseri umani, nei 28 Stati dell’Unione.

Ursula Von der Leyen sembra avere le idee chiare in proposito. Meno convincente, tuttavia, la sua scelta di affidare un portafoglio dal peso massimo, qual è quello dell’immigrazione al rappresentante (Margaritinis Schinas) di uno Stato, la Grecia, peso-piuma. Decisione che ricalca quella presa a suo tempo da Jean Claude Junker che affidò il medesimo delicatissimo incarico, al greco Dimitris Avramopoulos. Se il buon giorno si vede dal mattino…

Parole nuove sull’immigrazione africana

Contrariamente a quanto sostenuto da più parti, il futuro sbocco demografico dell’Africa non è l’Europa. A smentire le fosche previsioni di un prossimo gigantesco travaso di esseri umani dalla povera e giovane Africa al ricco e Vecchio continente, è il politologo Achille Mbembe docente all’Università sudafricana di Witwatersand. Che dalle colonne dell’ultimo numero dell’autorevole rivista francese Le Débat (edizioni Gallimard), ha avanzato una tesi-shock, destinata a far storcere il naso a molti. Perché a suo avviso l’Africa ha le carte in regola per garantire lavoro e condizioni di vita dignitose ai suoi abitanti, anche nel caso in cui, come indicato da più parti, dovessero raddoppiare entro il 2050 rappresentando il 22% della popolazione mondiale. Sì, ma come?

Creando uno spazio di libera circolazione delle persone al suo interno. Una sorta di Schengen in versione africana capace di intensificare la mobilità, i collegamenti e l’interscambio tra Stati e regioni, smantellando il retaggio coloniale di quelle frontiere stabilite in passato, a proprio uso e abuso, dagli occupanti europei e riconosciute nel 1963 dall’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA).

Si tratterebbe dell’ultimo stadio del processo di decolonizzazione iniziato con la fine della Seconda Guerra Mondiale, ma ancora oggi incompiuto. Per realizzarlo, suggerisce Achille Mbembe, serve un mix di riforme politiche ed economiche. Dall’introduzione di un visto Schengen-Africa a un robusto piano di investimenti pubblici, soprattutto nel settore delle infrastrutture (autostrade, ferrovie, aeroporti, etc.), necessarie per liberalizzare e accelerare lo scambio di merci e persone all’interno di un continente che, in questo modo, sia pur in ritardo, prenderebbe il treno della globalizzazione.

Wishful thinking, si dirà. Fino a certo punto. Non foss’altro perché un primo passo in questo non semplice cammino è stato registrato lo scorso 7 luglio a Niamey, in Niger, con la firma dello storico accordo di libero scambio (AFCFTA) tra gli stati africani. Di tutto questo la Cina ha piena contezza, tanto è vero che dal 2001 investe decine di miliardi in Africa. Mentre l’Europa, e specialmente l’Italia, impegnata in una lunga e sterile battaglia tra amici e nemici dell’immigrazione, porti aperti e porti chiusi, sì o no alle ONG, nicchia, perdendo di vista che a un passo da casa si sta giocando una delle più importanti partite (insieme a quella asiatica) per stabilire i nuovi equilibri geopolitici globali.

Populismo figlio del modernismo

Chi sono e cosa vogliono questi neo populisti la cui campagna elettorale per le prossime elezioni europee sta provocando tanta inquietudine nelle cancellerie del Vecchio Continente e nei piani alti di Bruxelles?

Il populista è un imprenditore politico che cerca, al pari dei suoi concorrenti, di massimizzare a suo vantaggio il profitto elettorale e mediatico. Una volta individuato un nemico nelle istituzioni statali, nelle classi dirigenti o, come nel caso di oggi, nelle forze «espropriatrici» della globalizzazione e della burocrazia di Bruxelles, li attacca in nome e per conto del Popolo. Il populista contrappone un popolo virtuoso e omogeneo contro una serie di élites e pericolosi “altri” che sono descritti come uniti nel privare (o nel cercare di privare) il popolo sovrano dei suoi diritti, valori, identità e voce. Ha un comportamento politico che potremmo definire double face, ambivalente: può essere conservatore e reazionario ma anche espressione di istanze democratiche dirette e partecipative. Va fatto presente, per chiarezza di ragionamento, che è fuorviante sostenere, come spesso invece accade, che tra il comportamento del populista e quello del demagogo non c’è differenza. Il demagogo è infatti colui che per assicurarsi vantaggi raggira ed inganna scientemente il popolo. Fino a spingerlo alla rovina. Mentre nel caso del populista si deve vedere, specificatamente, “uno stile politico, una mentalità”. Per il populista le virtù innate del popolo rappresentano la fonte esclusiva che ne legittima l’azione politica. Insomma, il primo si basa su un’idea positiva del popolo inteso come unico e solo soggetto «pulito» ed originario della politica. Il secondo sulla sua strumentalizzazione a fini personali.

Di populisti nella storia ce ne sono stati tanti e di tutti i tipi. Di certo è che i movimenti populisti sorgono nelle fasi di rapida trasformazione sociale, quando le tradizionali strutture di potere entrano in crisi e un senso di profonda incertezza si impadronisce delle masse. Esemplare, al riguardo, la pionieristica analisi della sciagurata esperienza argentina di Peròn fatta più di sessant’anni fa da Gino Germani. Secondo cui il peronismo, di cui era acerrimo nemico, aveva rappresentato un peculiare canale di integrazione delle masse, senz’altro alternativo nella sua forma autoritaria a quello della democrazia rappresentativa, sfruttando l’esistenza, in vasti strati sociali, di un immaginario democratico latente diverso da quello liberal-democratico. Un immaginario di tipo olistico, che trovava nella frequente violazione dello spirito della democrazia rappresentativa da parte dei suoi stessi apostoli un’inesauribile fonte di vitalità e Capace, allo stesso tempo, di attrarre consensi con la sua promessa di riscatto della dignità dei lavoratori.

Il populista agisce politicamente sulla base di una visione negativa, manichea e “confrontazionista” della realtà. Molti elementi di questo nucleo di pensiero li aveva magistralmente evocati Isaiah Berlin ricordando, nel lontano 1969, che il populismo invoca una Gemeinschaft, cioè un’idea di comunità; è apolitico, in quanto radicato per lo più nella sfera sociale; ha un afflato rigeneratore, poiché intende ridare al popolo la centralità sottrattagli; vuole impiantare i valori di un mondo idealizzato del passato in quello attuale. È un “nostalgico” nel vero e proprio senso della parola. Visceralmente attaccato a ciò che vede, crede o teme stia per tramontare. Un attaccamento che nella sua logica non ha, però, una valenza disperatamente ed inutilmente conservatrice. Ma, piuttosto, quella attiva - difficile dire con quale tasso di redditività - di un anticorpo nei confronti dei contraccolpi che i processi di modernizzazione determinano nei gruppi sociali più deboli e meno protetti.

La democrazia populista si presenta come «una forma estrema di democrazia», che ridà nelle mani dei cittadini tutto il potere possibile. È alternativa al modello della democrazia liberale basato sul meccanismo decisionale della delega ai partiti ed alle organizzazioni intermedie. Mentre predilige i referendum, propositivo o abrogativo, le proposte di iniziativa popolare, la revoca del mandato parlamentare. Questa forma di populismo politico corrisponde a una forma moderna di democrazia diretta: lo dimostra il fatto che, soprattutto dopo la metà del XX secolo, è tornato in auge il referendum come strumento del populismo politico.

A differenza del Fascismo e del Comunismo per il populismo non esiste un corpo dottrinario di riferimento. Condiviso e riconosciuto. Ed è per questo che non dispone di un’unica ricetta.

Il populista trova spazio ed ascolto quando i poteri e le istituzioni tradizionali non vedono o non si curano del fatto che tutti i processi di modernizzazione, anche quelli obbligati e potenzialmente positivi, comportano sempre costi e traumi nella società. Che non non vanno sottovalutati e, se possibile, curati. Per evitare quello che gli americani chiamano disconnect, ossia la sconnessione tra gli interessi reali e le percezioni culturali dei gruppi sociali più svantaggiati e quelli delle élites economico-politico.

Anche il Giappone si divide sull’immigrazione

Che siano troppi o troppo pochi, gli immigrati non smettono di far discutere. Ieri è toccato al Giappone. Dove, a differenza dell’Europa, nonostante il bassissimo tasso di natalità, gli stranieri sono, per scelta politica, merce rara e selezionatissima. Solo l’1,6% dei 127 milioni giapponesi ha origini immigrate. Numeri da sogno per molti partiti. Ma da incubo per gli imprenditori del Sol Levante affamati di manodopera a basso costo.

Ed è proprio per sanare questo mismatch sull’immigrazione tra gli interessi della politica (porte chiuse) e quelli dell’economia (porte aperte) che ieri il Primo Ministro Shinzo Abe ha fatto sapere di essere favorevole ad un nuovo corso. Che consenta non solo di aumentare le quote di ingresso annuali previste per gli immigrati. Ma, e qui la questione sarebbe per il Giappone una mezza rivoluzione, di agevolare i ricongiungimenti familiari (oggi rarissimi se non inesistenti) introducendo la possibilità per i lavoratori stranieri, attualmente obbligati a lasciare il paese alla scadenza del permesso di lavoro, di trasformare il loro titolo di soggiorno da temporaneo in permanente.

Inutile dire che l’annuncio del Premier giapponese, nonostante la prudenza con cui ha accuratamente evitato persino di usare il termine immigrazione, ha scatenato un putiferio sui media e suscitato le critiche di mezzo Parlamento. Molti membri del quale non se la sentono di esprimere, entro la prossima primavera, i loro sì o no alla modifica delle norme attualmente in vigore.

Per il governo, dunque, la strada si presenta in salita. Va ricordato, infatti che esso deve fare i conti, tra molti altri e non piccoli problemi, con il fatto che per il Giappone l’omogeneità etnica ed rispetto religioso di millenarie tradizioni sono parte costitutiva della sua identità culturale. Che non a caso, pur di fronte ad una serissima crisi demografica ed all’invecchiamento record della sua popolazione (gli over 65 sono il 30%), ha imposto di tenere ermeticamente chiuse le frontiere agli stranieri. Compresi i rifugiati. Visto che su 10 mila domande di asilo presentate nel 2016 ne sono state accolte solo 28.

Qualunque siano le sorti del “pacchetto Abe”, il Giappone si conferma un formidabile caso di scuola per gli studiosi dei fenomeni migratori internazionali. Che dovrebbero spiegare perché l'esperienza giapponese smentisce, almeno fino a oggi, la tesi, condivisa dai più, che vede nella demografia e nell'economia determinanti causali dell'immigrazione.  Forse perché in questa materia 2+2 non fa sempre 4.