L’immigrazione moderna è guerra per i talenti

È una fake news sostenere, come invece fanno in molti, che l’America di Trump ha chiuso le sue porte agli immigrati. Visto che in parallelo al giro di vite verso i latinos poco qualificati che dal sud tentano di varcare il confine per chiedere asilo gli USA, essi continuano a riservare il più accattivante dei welcome ai talenti stranieri di ogni razza e colore. Una politica migratoria a due facce di cui, però, si parla moltissimo della prima ma assai meno della seconda. Infatti, all’opposto del braccio di ferro ingaggiato dalla Casa Bianca col Messico per scaricare sulle spalle dell’alleato centro americano l’onere di frenare le carovane di migranti provenienti da Ecuador, San Salvador e Nicaragua, si sa poco e male della guerra in atto tra le prestigiose università made in US per accaparrarsi il fior fiore degli studenti di mezzo mondo.

Esemplificativo, come riporta Jonathan Moules sul Financial Times, il caso dei più quotati Master in Business Administration d’Oltreoceano che, tanto per intenderci, sfornano i super manager del futuro. I cui rettori non sanno più cosa inventarsi per attirare dall’estero the best and the brightest perché, nonostante la ventata dell’America First, sanno bene che grazie alla mixité aumentano in maniera esponenziale la qualità e le performance degli iscritti ai loro istituti. Una verità che però non dice tutto visto che restano da chiarire le ragioni per cui i centri di eccellenza americani fanno oggi più fatica che in passato a reclutare dall’estero i cervelli dalle uova d’oro.

La prima: con la globalizzazione è cominciato uno scontro al color bianco tra i poli di eccellenza globali. Questo vuol dire che, rispetto a ieri, gli USA hanno nuovi e più robusti competitor, Cina in primis , con i quali fare i conti;

La seconda: è quella che in economia viene definita asimmetria informativa. Proprio come un consumatore medio spesso non è al corrente che, ad esempio, il supermercato a un passo da quello in cui va abitualmente ha prodotti a prezzi più vantaggiosi, così capita che molti potenziali “clienti” degli MBA statunitensi non siano al corrente delle favorevolissime offerte formative e dei relativi benefit (rette scontate, vitto e alloggio gratuiti etc.) loro riservati. Ecco una delle tante conferme della complessità con cui deve fare i conti l’immigrazione del XXI secolo.

Il fattore g dei pro e dei contro all’immigrazione

C’è il fattore g dietro lo scontro che in mezzo Occidente divide l’esercito dei pro da quello dei contro la globalizzazione e l’immigrazione. La g di geografia aiuta, infatti, moltissimo a decifrare le dinamiche che spingono un crescente numero di nuove leve a schierarsi da una parte o dall’altra della barricata. Dall’analisi dei flussi elettorali in Europa come Oltreoceano emerge con tutta evidenza che i super globalisti pro-immigrazione vivono nel cuore delle megalopoli occidentali. Mentre i loro oppositori abitano, come ha sostenuto il geografo francese Jacque Levy, le zone periurbane (e rurali) dove di questo nuovo mondo iper-tecnologico e senza barriere si vedono solo gli enormi svantaggi. Intorno a questo cleavage territoriale si sta dunque consumando una durissima battaglia che, rispetto al passato, non è più di classe ma per l’appunto di natura geografica.

Per capire di cosa parliamo è, forse, utile riprendere i dati emersi da un recente e assai raffinato speciale del Financial Times dall’emblematico titolo The Future of Cities. Che segnala, ad esempio, come il 75% degli investimenti negli Stati Uniti finisca in tre aree metropolitane (Silicon Valley, New York e Boston) che ospitano appena il 10% della popolazione americana. Per dirla con Richard Florida, che prima di altri ha colto questo problema, si tratta di veri e propri picchi di eccellenza tecnologica, economica e politica che grazie alla capacità di attirare talenti e finanziamenti internazionali vanno a gonfie vele mentre il resto del mondo rimane a guardare. Sempre più frustrato e arrabbiato al punto da affidarsi ai partiti sovranisti in cerca di aiuto e protezione.

Un gap, quello tra perdenti e vincenti della globalizzazione, destinato a minacciare seriamente la pax sociale dei paesi occidentali. Sarà, forse, per questo che Steve Case l’ultramilionario fondatore di AOL, proprietario di giganti come Yahoo e Huffingtonpost, ha spiazzato molti suoi colleghi lanciando un maxi programma di finanziamento di progetti imprenditoriali nelle regioni americane extra-urbane. Una mossa, quella di Steve Case, più politica che economica. Difficile immaginare, quantomeno nel breve-medio periodo, che possa trarre lauti guadagni da investimenti in zone del tutto prive dei fondamentali (infrastrutture, tecnologie, risorse umane, etc.) necessari per giocare nel campionato globalista. Ma, al contempo, è facile prevedere che la sua offerta d’aiuto possa riabilitare l’immagine delle elités economiche agli occhi degli arrabbiati che vivono fuori o ai margini delle grandi città. Con la speranza che domani comincino a negare il consenso che fino a oggi hanno dato a politici sovranisti come Donald Trump. Che non a caso ha dimostrato di volere smantellare i capisaldi di quell’ordine internazionale post-seconda guerra mondiale (es. diplomazia multilaterale, libera circolazione delle merci, etc.) che hanno fatto la fortuna di colossi come Facebook o Apple

In questa sua nuova avventura politica il boss di AOL potrebbe contare, per ovvie ragioni, sui sindaci delle megalopoli occidentali. Come, per fare un esempio a noi vicino, quello di Milano. Che non a caso è al centro della suddetta indagine del Financial Times sullo strapotere delle città. Riusciranno i Sala da una parte all’altra dell’Atlantico, in collaborazione con i big delle multinazionali, a costruire una proposta politica alternativa a quella dei sovranisti e, soprattutto, capace di rincuorare i perdenti della globalizzazione togliendo terreno ai sovranisti?

La sinistra danese ripensa l’immigrazione e avanza

In Danimarca dove sono in corso le elezioni per il nuovo Parlamento secondo i primi exit pool i risultati potrebbero riservare due inattese quanto interessanti sorprese. La prima: a differenza che nel resto del Vecchio Continente i socialdemocratici danesi rischiano di vincere. La seconda: la ragione che ha riportato “all’ovile” molti vecchi militanti socialdemocratici che negli ultimi anni avevano abbandonato il partito è stata il nuovo corso politico voluto ed imposto, soprattutto sul tema dell’ immigrazione, dalla giovane, coraggiosa leader Mette Frederiksen. Che vincendo l’opposizione e la resistenza di molti ha traghettato sull'immigrazione il partito da un aperturismo velleitario ed autolesionista ad una impostazione modernamente selettiva e credibile. Soprattutto da parte dei settori popolari ed operai resi inquieti dai tanti stranieri arrivati negli ultimi anni. Una svolta emblematicamente suggellata dalla designazione come suo braccio destro di Mattias Tesfaye figlio di un rifugiato etiope.

Al netto di quello che sarà l’esito finale che uscirà delle urne, vale certo la pena approfondire le ragioni alla base della nuova linea scelta sull’immigrazione da una delle più illustri famiglie storiche della socialdemocrazia europea.

Partiamo dal fatto che il revirement dei socialisti danesi non è una eccezione ma la conferma di un trend che riguarda, almeno da due anni a questa parte, molte organizzazioni della sinistra nord europea. Tant’è che, solo per fare un esempio, il 21 maggio del 2018, con un discorso pubblico che fece molto clamore, Stefan Lofven, Premier svedese e leader del partito che fu di Olaf Palme, annunciò in pompa magna che le misure restrittive nei confronti dei richiedenti asilo varate nel 2016 dopo il boom di 160 mila domande d’asilo del 2015, da temporanee sarebbero diventate permanenti. Con l’obiettivo di accogliere non più di 14 mila rifugiati l’anno; smascherare i falsi profughi e scoraggiare i ricongiungimenti familiari. Tra le altre novità: il divieto di frequentare la scuola dell’obbligo per i piccoli immigrati irregolari.

Forse i socialdemocratici scandinavi, a differenza degli omologhi mediterranei, hanno intuito che per tirare a campare conviene furbescamente scimmiottare le posizioni anti-immigrati dei neopopulisti in ascesa in mezzo Occidente?

La risposta è no. Almeno secondo Mattias Tesfayes. Che intervistato dal Financial Times ha sostenuto che la nuova politica migratoria selettiva dei socialisti danesi, oltre che indispensabile per sostenere il Welfare State di cui usufruiscono le fasce più deboli della popolazione, fa parte del DNA e della storia della socialdemocrazia occidentale. Come, peraltro, lui stesso aveva teorizzato in un formidabile pamphlet del 2017 dal provocatorio titolo Welcome Mustafa, richiamo alle sue origini africane, in cui aveva riportato alla luce lo scetticismo verso gli immigrati che negli anni 50’ e ’60 del secolo scorso accumunava le famiglie socialdemocratiche europee.

Si tratta forse di una raffinata forma di revisionismo a fini squisitamente elettorali?

Di certo sappiamo che Karl Marx, con tutta probabilità, sarebbe stato dalla sua parte. Visto che nel lontano 1870, a proposito delle conseguenze dell’immigrazione irlandese in Inghilterra, scriveva: “l’Irlanda fornisce il suo sovrappiú al mercato del lavoro inglese e in tal modo comprime i salari nonché la posizione materiale e morale della classe operaia inglese…Ogni centro industriale e commerciale in Inghilterra possiede ora una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime il livello di vita...egli nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali contro l’operaio irlandese…L’irlandese lo ripaga con gli interessi della stessa moneta..questo antagonismo viene alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa, dal pulpito, dai giornali umoristici, insomma con tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto della debolezza del movimento operaio inglese a dispetto della sua organizzazione”.

La cattiva politica dell’asilo aiuta l’immigrazione irregolare

I richiedenti asilo sono diventati il vero bacino sommerso della manodopera immigrata di mezza Europa. Sta qui, forse, la spiegazione del generale silenzio bipartisan sull’annunciata e mai realizzata riforma del sistema europeo comune di asilo. In questi ultimi anni, infatti, nonostante le crisi umanitarie consumatesi a un passo da casa nostra se a criticare sono stati in molti, sono stati invece pochi coloro che hanno avanzato proposte o fatto qualcosa per superare il sistema attuale. Basato sulla Convenzione di Dublino che stabilisce il cosiddetto criterio del first step, secondo cui spetta al paese UE di primo approdo l’onere di accogliere temporaneamente e valutare le richieste di asilo dei nuovi arrivati.

È vero che questo penalizza gli Stati (Grecia, Italia e Spagna) che si affacciano sulla polveriera mediterranea. Ma è arcinoto che questi ultimi, soprattutto ma non solo nei casi di diniego, viste le enormi criticità delle procedure di rimpatrio, lasciano un esercito di fantasmi che non hanno diritto all’asilo in un limbo giuridico che li rende appetibili per gli imprenditori che cercano in nero di accaparrarsi manodopera poco specializzata e a bassissimo costo. Il risultato è che mentre una parte viene arruolata “in loco” dalle imprese degli Stati di primo ingresso, la restante supera illegalmente i confini per andare a soddisfare la domanda di manodopera irregolare di quelle nord europee.

Discorso chiuso, quindi? Fino a un certo punto. Non foss’altro perché a questa sistematica violazione delle regole e del diritto comunitario, un’alternativa, capace di rispettare le esigenze di tutte le parti in causa, c’è. E’ quella avanzata nel 1997 dalla Commissione di massimi esperti internazionali di diritto asilo, guidati dal Prof. James C. Hathaway dell’Università del Michigan, chiamata a fare il “tagliando” al sistema globale di accoglienza dei rifugiati imperniato sulla Convenzione di Ginevra del 1951. Che secondo il team di esperti oltre a non pochi meriti presenta come vero grande difetto (accentuato da quella di Dublino) di non separare “il luogo” in cui si opera lo screening delle domande di asilo da quello in cui vengono accolti gli aventi diritto. Il punto, al netto degli opportunismi politici, sta qui. Per questo la proposta Hathaway, rimasta lettera di morta, chiedeva di riconoscere e istituire a livello internazionale, sotto l’egida dell’UNHCR, in territori prossimi alle aree di crisi, hotspot sicuri (ad esempio i campi profughi Onu) in cui trovare temporaneo rifugio per richiedere formalmente asilo. E, in caso di esito positivo poter essere redistribuiti pro-quota tra tutti gli Stati della comunità internazionale.

Che poi, a dirla tutta, non sarebbe neanche una novità assoluta. Visto che nel 1979 l’allora segretario generale delle Nazioni Unite Kurt Walheim, per risolvere l’emergenza boat people in fuga dal Vietnam, convocò una conferenza internazionale. Cui aderirono 65 governi. L’iniziativa consentì di evitare che la crisi precipitasse sulla base di un do ut des: asilo temporaneo nella regione, in cambio di un reinsediamento permanente nei paesi terzi. In buona sostanza, con quello che era di fatto un accordo tripartito fra i paesi d’origine, quelli di primo asilo e quelli di reinsediamento, gli stati dell’Asean (Filippine, Indonesia, Malesia, Singapore e Thailandia) si impegnarono a continuare a concedere l’asilo temporaneo, a condizione, però, che il Vietnam si impegnasse a frenare le partenze illegali e a promuovere quelle organizzate dall’Onu. E che, in parallelo, i paesi terzi accelerassero il ritmo del reinsediamento. Salvo alcune eccezioni, cessò il respingimento delle imbarcazioni in mare. Fra il 1979 e 1982, oltre 20 paesi – in testa Stati Uniti, l’Australia, la Francia e il Canada – assorbirono 623.800 rifugiati indocinesi. Si può fare.

L’allarme di Lancet sulle condizioni di lavoro degli immigrati

Sull’immigrazione tutti parlano ma nessuno fa. La conferma, semmai ce ne fosse ancora bisogno, arriva da uno studio sullo stato di salute dei lavoratori immigrati nel mondo firmato da Marie Norredam e Charles Agyemang, appena pubblicato dall’autorevolissima rivista scientifica inglese Lancet.

I due autori, ricercatori di clara fama assai lontani da posizioni ideologiche sul tema, accendono i riflettori sulle pessime condizioni psico-fisiche in cui versa, a causa di occupazioni super usuranti, quella non trascurabile fetta dei 258 milioni di immigrati internazionali che in Occidente come nei Paesi del Golfo svolge mestieri che gli autoctoni rifiutano perché sottopagati. Si tratta per lo più di colf, badanti, camerieri, manovali edili e agricoli che nel 69% dei casi hanno letteralmente scontato sulla propria pelle e/o mente le conseguenze di un’attività lavorativa fatta di tanti doveri ma zero diritti. Un fenomeno poco conosciuto che gli studiosi d’Oltremanica invitano, con un appello ai colleghi di mezzo mondo, ad approfondire per individuare le necessarie contromisure in difesa di questo vasto ed eterogeneo esercito di soggetti fragili che vivono alla stregua di fantasmi nelle comunità ospitanti.

Perché preoccuparsi di loro visto che spesso sono disposti a ogni genere di vessazione pur di mettere da parte denaro da inviare a casa ($689 miliardi di rimesse nel 2018)?

Per ragioni di giustizia sociale e rispetto dei diritti umani, certo. Ma per chi di fronte a questa durissima realtà non avesse il cuore tenero, è, forse, il caso di segnalare che egoisticamente aver cura di loro significa aver cura di noi. Piaccia o meno chi accudisce i nostri figli e genitori anziani fa parte della nostra comunità. Investire, formare e tutelare le condizioni di salute di quelli che sono i nuovi cittadini di domani è semplicemente conveniente. Significa guardare al futuro.

Sull’immigrazione la vera sfida è tra politici seri e chiaccheroni

Non sarà tra globalisti e sovranisti la vera sfida alle elezioni europee ormai alle porte. Ma fra pasticcioni e persone serie. Questo vale in Italia come negli altri Stati UE. Soprattutto sull’immigrazione che, inutile negarlo, peserà non poco nelle urne di mezza Europa.

Per fare chiarezza su questa distinzione fina oggi passata sotto silenzio partiamo dal dire che si tratta in entrambi i casi di schieramenti eterogenei e trasversali al loro interno.

Quello dei pasticcioni è un rassemblement  di politici chiaccheroni di destra, sinistra e centro. Divisi, certo, nella narrazione del fenomeno migratorio (faccia feroce, dolce o dolcissima nei confronti dei nuovi arrivati). Ma accomunati dall’assoluto disinteresse sul merito della questione e dalla grande, compulsiva passione per i propri convincimenti sul tema, del tutto astratti dalla quotidiana verità dei fatti. Agli occhi di un comune cittadino europeo di buon senso il loro tanto dire e poco fare fa sorridere. Risata che sul medio lungo periodo potrebbe trasformarsi in un pianto per i danni che i professionisti del sorriso rischiano di produrre nell’assetto socio-politico-istituzionale del nostro malandato Vecchio Continente.

Quello dei seri è un silenzioso esercito di estremisti del fare. Che pur partendo da posizioni politiche diverse se non contrapposte (social democratiche, liberali o cattoliche) condividono sull’immigrazione il medesimo modus operandi. Anziché cavalcare i problemi, provano, sia pur con ricette divergenti, a risolverli. Hanno rispetto ai loro competitor (i pasticcioni) il limite di parlare e farsi notare pochissimo, cosa che potrebbe costargli carissimo alle urne. Ma il formidabile vantaggio di aver portato a casa, laddove governano, risultati concreti. Clamoroso, sotto questo punto di vista, ma gli esempi di ogni colore politico sono tantissimi, il caso della Baviera. Il Land più ricco della Germania, che pur essendo feudo indiscusso della Csu storicamente anti-immigrati, vanta un primato a cui nessuno potrebbe credere: essere riuscito in meno di 4 anni a collocare sul mercato del lavoro 60mila rifugiati. Come molti ricorderanno nel 2015 vennero accolti in Germania oltre 1 milione di profughi, in maggioranza siriani in fuga dal guerra. Da allora il governo di Berlino ha speso più di 20 miliardi per la loro formazione e integrazione. Come prima cosa i richiedenti asilo devono frequentare corsi di lingua tedesca e una volta ottenuta la certificazione B1 o B2 intraprendono la formazione al lavoro. Un percorso obbligato per poter restare in Germania. O in Baviera, regione ricca e ultra conservatrice dove nelle ultime elezioni si è registrata una forte avanzata dell'Afd – Alternative fuer Deutschland, Alternativa per la Germania – formazione di estrema destra che ha eroso consensi ai centristi della Csu cavalcando l'onda della xenofobia.

Se state pensando che da quelle parti è tutto più facile perché l’economia tira come il vento, avete ragione. Ma fino a un certo punto. Perché grazie a un raffinatissimo studio di Banca d’Italia, che ha messo a confronto due eccellenze come la Baviera e la Lombardia, scopriamo che la prima rispetto alla seconda ha un non trascurabile vantaggio competitivo. Riesce, infatti, a occupare di più e meglio le fasce marginali e fragili (giovanissimi, donne, anziani e immigrati) che, invece, nella locomotiva italiana soffrono lo strapotere dei segmenti classici rappresentati dai maschi tra i 40 e i 50 anni.

Osservazioni forse utili per chi tra pochi giorni avrà, nonostante tutto, la voglia e la pazienza di andare a votare.

Copia Trump sull’immigrazione e perde le elezioni in Australia

Neanche l’oceano ferma il mare di stupidaggini che si dicono e soprattutto si fanno sull’immigrazione. Ne sa qualcosa Michael Daley, candidato laburista alla poltrona di governatore dello stato australiano del Nuovo Galles del Sud, che a causa di una sua frase contro gli “immigrati che rubano il lavoro agli australiani” ha clamorosamente perso una tornata elettorale che a detta di tutti avrebbe vinto a mani basse.

A bocciare l’infelice uscita anti-stranieri dell’astro nascente della sinistra australiana, sono stati in particolare gli elettori di origine cinese. Che nelle urne, come segnala un raffinato editoriale di Erin Cook sul quotidiano americano OZY, sia pur turandosi il naso, hanno scelto di punire il loro tradizionale partito di riferimento (Labour) a favore dei liberali.

È vero che in campagna elettorale gli incidenti di percorso possono capitare davvero a tutti. Ma se riflettiamo, anche solo per un istante, sul dove e come Michael Daley è scivolato, non è esagerato sostenere che se l’è proprio cercata. Almeno per due ragioni.

La prima: parlare di immigrati che rubano il lavoro in un paese con la storia che ha l’Australia è come bestemmiare in Chiesa. Fatta eccezione per gli aborigini, oggi ridotti al lumicino, la stragrande maggioranza dei 25 milioni di abitanti di questo splendido paese, bagnato dagli Oceani Indiano e Pacifico è o ha origini immigrate. La comunità cinese, ad esempio, cioè quella che ha rifilato a Mr Daley il più pesante ceffone elettorale, sono più di 1,2 milioni (contro i 600 mila del 2006), pari al 5,4% della popolazione australiana. Ma c’è di più. Perché se dall’analisi del quadro nazionale passiamo a quella locale, ovvero allo stato del Nuovo Galles del Sud in cui si sono tenute le elezioni, l’autogol del leader laburista è ancora più evidente. Ciò in ragione del fatto che questa regione, situata nella parte sud-orientale dell’Australia ospita una megalopoli multietnica come Sydney. Che, oltre a essere la più popolosa del paese, grazie alla sua capacità politica ed economica di attrarre i migliori talenti stranieri internazionali è nella top list delle cosiddette città globali.

La seconda: scimmiottare da sinistra il peggio dei programmi elettorali di destra degli avversari è per definizione suicida. Tra la copia e l’originale, è noto, vince sempre quest’ultima.

Morale della favola. Michael Daley è, forse, politicamente morto. Oppure avrà nel futuro prossimo venturo la sua rivincita. Di certo ha dimostrato un enorme pigrizia. Bastava ripassare, sia pur a grandi linea, la storia migratoria del suo paese per risparmiarsi una così magra figura.

Da oggi ai rifugiati ci penserà Annie

Una parte dei rifugiati negli Usa è stata, a sua insaputa, protagonista di un esperimento senza precedenti. Perché per la prima volta dalla nascita con la Convenzione di Ginevra del 1951 dell’attuale sistema internazionale d’asilo, a stabilire dove e come accoglierli nel 2018 sul suolo americano non è stato un funzionario pubblico. Ma Annie, sofisticato software il cui nome è un omaggio ad Annie Moore che nel 1892, ancora minorenne, dall’Irlanda sbarcò Oltreoceano diventando la prima dei 12 milioni di immigrati che fino 1954 transitarono davanti ai severi ispettori di Ellis Island, accanto alla Statua della Libertà.

Secondo il team di ricercatori internazionali del Worcester Polytechnic Institute (USA), della Lund University (Svezia) e della Oxford University (Regno Unito) che le hanno dato i natali, la super hi-tech Annie grazie a un raffinato algoritmo che incrocia le caratteristiche socio-economiche-politiche del paese, della regione o della città ospitante con quelle dei singoli rifugiati (età, disabilità, livelli di istruzione, formazione etc.) garantisce, rispetto a quella stabilita dagli esseri umani, una più efficiente redistribuzione dei nuovi arrivati. Per la semplice ragione che in meno di un’ora (contro la mezza giornata che abbisogna in media a un impiegato) riesce a individuare il match ottimale tra luogo e soggetto da accogliere. Facilitando e velocizzando l’inserimento socio-lavorativo di quest’ultimo.

Un sistema di redistribuzione dei rifugiati altamente innovativo che ha grandi potenzialità perché l’algoritmo sopra descritto è già stato sperimentato con enorme successo per risolvere problemi simili. Dalla selezione degli ospedali a cui assegnare i medici inesperti al primo incarico a quella dei single in cerca dell’anima gemella. Ne sanno qualcosa - come ha notato Krishnadev Calamur in un recente articolo su The Atlantic - Alvin Roth e Loyd Shaplay che per i loro studi ultradecennali su questi modelli matematici hanno ottenuto il Premio Nobel per l’Economia 2012.

Tutto questo non vuol dire che Annie riuscirà a fronteggiare da sola le reticenze politiche sui rifugiati che dilagano in mezzo Occidente. Ma è comunque uno dei pochissimi segnali di rinnovamento del sistema internazionale di accoglienza dei richiedenti asilo che da settant’anni a questa parte, nonostante sia stato pensato per un mondo che non c’è più, è rimasto identico a sé stesso.

Secondo loro l’immigrazione si spiega con l’ambiente

Nove pagine scritte a quattro mani per rispondere alla gigantesca e complicata domanda sul se e come i cambiamenti climatici influenzano i flussi migratori. L’impresa, tutt’altro che semplice, sembra essere riuscita ad Antonello Pasini e Stefano Amendola, fisici del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Italia). Infatti, nell’articolo pubblicato di recente sulla rivista Environmental Research Communications, i due ricercatori sostengono di essere giunti alla conclusione che esiste un rapporto direttamente proporzionale tra aumento delle temperature e tasso di emigrazione da un dato paese. Ecco perché, a loro avviso, nel periodo 1995-2009 oggetto dello studio, il 90% degli immigrati in Italia dalla rotta Mediterranea sia arrivato dalla fascia africana del Sahel. E in particolare da dieci nazioni che più di altre hanno subìto un surriscaldamento climatico tale da minacciare le attività agricole: Burkina Faso, Ciad, Eritrea, Gambia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal e Sudan.

Per riassumere sarebbe questa la loro tesi: l’inquinamento ambientale causa con l’aumento delle temperature medie quello dei flussi migratori. Per questo, secondo gli autori, è ora che in Africa “si adottino strategie doppiamente vincenti, come il recupero di terreni degradati e desertificati, che possano condurre a mitigare il riscaldamento globale e, nel contempo, a creare situazioni che prevengano il triste fenomeno delle migrazioni forzate”.

Tutto bene, dunque? Fino a un certo punto. Perché la ricerca di Pasini e Amendola, che si è avvalsa di iper sofisticati modelli di analisi, sostenendo che chi lascia il Sahel per l’Italia lo fa non per scelta (alla ricerca di migliori condizioni di lavoro e di vita) ma obbligato da cause di forza maggiore (aumento delle temperature), lascia irrisolti almeno due quesiti.

Il primo: perché a parità di avverse condizioni climatiche tra i Paesi del Sahel si registrano tassi di emigrazione verso l’Italia assai divergenti fra loro? Insomma perché da Stati come Niger, Ciad o Burkina Faso riceviamo un numero irrisorio di immigrati, mentre sono tanti quelli che ad esempio arrivano dal Senegal?

Il secondo: perché la stragrande maggioranza degli immigrati dal Sahel nel nostro paese è composta da giovani maschi? Donne, anziane e bambini resistono di più e meglio alle alte temperature?

Le risposte arrivano dalla letteratura scientifica internazionale e in particolare da uno studio di Carolina Fritz del Migration Policy Institute di Washington: “the relationship between climate change and migration is not a linear one, but rather more complex, unpredictable, and influenced by larger social, economic and political forces that shape how societies interact with their environments”. In altri termini, fatta eccezione per i casi di vere e proprie catastrofi naturali che nell’immediato provocano il repentino sfollamento delle popolazioni interessate, non è affatto semplice distinguere i fattori ambientali, da altre variabili, materiali e immateriali, nell’analisi delle cause dei movimenti di popolazione.

Per fare un esempio, a causa dell’uragano Katrina a New Orleans, metà degli abitanti abbandonò definitivamente la città, il resto invece rientrò dopo aver trovato temporaneamente rifugio nelle aree limitrofe. Dettaglio quest’ultimo da non sottovalutare. Perché come ha denunciato uno studio della Banca Mondiale (con tutte le difficoltà di fare stime per le ragioni sopra indicate) entro il 2050 i cambiamenti climatici forse potrebbero sì spingere a emigrare 143 milioni di persone ma, questa la specifica da notare, all’interno dello stesso paese e/o continente in cui sono nati. Si chiamano migrazioni interne. E non hanno nulla a che vedere con quelle internazionali, alle quali, lo ricordiamo, appartengono i flussi migratori dal Sahel all’Italia.

Brexit fa rimpatriare un nostro cervello

C'è anche un mini incentivo al rientro in Italia dei cervelli in fuga nel Decreto Crescita approvato lo scorso 5 aprile. Su questo intervento normativo, che non è una novità per il nostro Paese, ne abbiamo parlato con la Professoressa Lucia Quaglia che ha un passato all'Università di York e un presente da ordinario di Scienza Politica in quella di Bologna.  

 Dalla sua esperienza personale, può spiegare ai nostri lettori quando, come e perché ha scelto di rientrare in Italia? Lo rifarebbe?

Io sono stata professore ordinario all’Università di York fino a maggio 2017, quando ho preso servizio all’Università di Bologna, a seguito di chiamata diretta dall’estero per chiara fama internazionale. Diverse motivazioni professionali e personali mi hanno spinto a tornare in Italia. Primo, la possibilità di lavorare in una ottima università, Bologna, eccellenza accademica in Italia, soprattutto nelle scienze politiche. Secondo, vi era la prospettiva di contribuire a sviluppare ed ‘internazionalizzare’ la ricerca in Italia. Terzo, la Brexit ha avuto un suo peso. Non sapevo (nè tuttora si sa’ con certezza) se i cittadini di paesi UE avrebbero potuto continuare a vivere e lavorare Oltremanica, e a quali condizioni. E nel campo accademico, se il Regno Unito fosse rimasto parte di programmi di ricerca e finanziamento della UE in futuro. Infine, io insegno corsi sulla Unione Europea, e molta della mia ricerca e’ in questo ambito.

Per riprendere lo stesso quesito che anni fa Amartya Sen pose al governo indiano preoccupato dal come fare rientrare i suoi talenti all'estero: il problema dell'Italia oggi sono i cervelli in fuga o la sua scarsa attrattività nei confronti di quelli stranieri?

L’Italia é poco attrattiva per gli accademici stranieri per una serie di fattori. Primo, gli stipendi sono più bassi, anche se dipende dal livello di seniority (il divario salariale per i professori ordinari e’ minore rispetto agli associati o ai ricercatori) e dal paese di comparazione. Secondo, le infrastrutture ed l’apparato amministrativo sono di minor qualità rispetto ad altri paesi, primo fra tutto, Regno Unito e Svizzera. La burocrazia, universitaria e non, è piuttosto farraginosa. Terzo: pochi stranieri parlano l’italiano, non è una lingua facilissima da imparare, e con il solo inglese non si sopravvive in Italia, nè nelle università ne’ nella vita di tutti i giorni. Infine, lavorare e vivere in un paese straniero richiede in genere un qualche ‘adattamento’, ma credo che l’Italia, soprattutto per chi non la conosce, richieda qualche ‘aggiustamento’ in piu’.