Anche il Canada ha il suo Salvini

Dal lontano Québec arrivano utili spiegazioni sul come e perché il neopopulismo anti-immigrati sfonda in mezzo mondo. In questa ricca e pacifica provincia francofona di uno Stato, il Canada, in piena espansione economica, con un tasso di disoccupazione ai minimi storici (5,8%), la campagna elettorale (che si conclude con il voto oggi) per la nomina dei rappresentanti locali all’assemblea nazionale, è stata dominata dall’immigrazione.

Merito del capo-popolo, imprenditore, già ministro François Legault che con il suo partito (CAQ-Coalition Avenir Québec), aizzando le paure anti-stranieri, oltre a conquistare secondo i sondaggi molti consensi, è riuscito laddove nessuno era mai arrivato da mezzo secolo a questa parte: affievolire l’indole indipendentista di questa terra dal DNA francese che mal tollera il governo centrale anglofono.

È la prova provata che da un lato all’altro dell’Atlantico, sia pur scontate le differenze del caso, a tirare la volata dei partiti neopopulisti anti-immigrati oltre alle questioni economiche ci sono quelle identitarie. Insomma, contrariamente al passato, il No all’immigrazione spopola oggi in lungo e in largo non solo perché arricchisce molti autoctoni e ne impoverisce altrettanti. Ma anche e soprattutto in ragione del fatto che è temuta come una minaccia all’identità, allo stile di vita e ai tradizionali usi e costumi. Non è un caso che François Legault, come molti suoi omologhi nel resto dell’Occidente, abbia trasformato, in appena sette anni, il suo semi-sconosciuto movimento in un partito di massa (lo danno al 30%) incentrando la propaganda politica su un doppio binario.

Il primo è quello del silenzio sul boom delle richieste di manodopera straniera che arrivano dagli imprenditori canadesi in piena crescita economica.

Il secondo è quello delle urla di allarme sulla categoria di immigrati che più fanno paura: quelli musulmani. Una retorica impregnata di menzogne che, sia pur smentite da fonti ufficiali, fanno presa sul grande pubblico. Come quella che ha convinto molti, sedotti dai comizi di Monsieur Legault, a credere che quegli immigrati che impongono il burqa alle proprie donne riescono a ottenere la carta d’identità canadese in meno di tre mesi, quando, invece, servono tre anni oltre al superamento di un rigido test di lingua e cittadinanza.

E’ quella che Francis Fukuyama nel suo ultimo libro ha definito the rise of identity politics, ma che gli europei toccano con mano, senza tenerne conto, da quasi vent’anni. Era, infatti, il 2002 quando nello scenario politico olandese, uno dei più ricchi e multiculturali d’Europa, faceva il suo ingresso il movimento liberale, libertario ma anti-Islam di Pim Fortuyn, che poi verrà ucciso da un’estremista di sinistra. Dalla sua morte, insieme a quella del regista Theo Van Gogh, accoltellato da un olandese di origine marocchina, è nato politicamente Geert Wilders e il suo partito (PVV) anti-musulmano. Che ha dato il là alla stagione neopopulista prima nei paesi più economicamente in salute del Vecchio Continente (Svezia in testa) e oggi anche in quelli mediterranei.

Caro Salvini, agli immigrati regolari chi ci pensa?

Uno strano virus continua ad aleggiare ai piani alti del Viminale. Anche l’attuale Ministro dell’Interno, proprio come il suo predecessore, è, infatti, vittima di una sindrome che lo spinge a trattare immigrazione e sicurezza come fossero un tutt’uno. È per questo che con un pizzico di ironia il decreto Salvini, presentato ieri in pompa magna, potrebbe essere ribattezzato Minniti 2.0. Visto che si continua ad associare problemi fra loro diversi, mettendo sullo stesso piano immigrati regolari, illegali, finti richiedenti asilo, ultras, mafiosi e terroristi.

Sta qui il vero, grande limite di un intervento normativo sul quale, salvo un paio di sbandate che auspichiamo il Parlamento raddrizzi (revoca della cittadinanza, sospensione dello status di richiedente d’asilo e finanziamento dello Sprar), non c’è, come qualcuno ha cominciato a fare, da stracciarsi le vesti. Ha, dunque, un vizio, oltre che di forma, di metodo. Perché sottovaluta, come amava ripetere il sociologo francese Marcell Mauss, che l’immigrazione è un fatto totale. Per governarla servono strumenti che tengano conto di questo fenomeno non a 180 ma a 360 gradi.

Va benissimo la lotta ai falsi rifugiati, agli immigrati che minacciano la sicurezza nazionale e a quelli illegali che nell’attesa di essere espulsi fuggono dai Centri per i Rimpatri (CPR). Ma dell’altra faccia dell’immigrazione, degli imprenditori e dei dipendenti stranieri che vivono e lavorano onestamente sul nostro territorio e che, con l’aria che tira, rischiano di essere additati come terroristi e stupratori seriali, chi e quando se ne occuperà? E che dire del milione di giovanissimi stranieri che tra i banchi di scuola di mezza Italia giocano e studiano, fianco a fianco ai nostri figli?

Si poteva, ad esempio, investire su di loro il miliardo e più di euro risparmiati dal crollo degli sbarchi nelle nostre coste. Non foss’altro perché in maggioranza hanno ormai la carta d’identità italiana o i documenti in regola per ottenerla nel prossimo futuro. Strano che non abbiano trovato posto in un decreto che porta il nome di chi dello slogan “prima gli italiani” ne ha fatto una ragione di vita politica.

ll Mediterraneo nuovo centro della crisi mondiale

Maurice Aymard, massimo esperto mondiale di geopolitica del Mediterraneo, allievo di Fernand Braudel, spiega ai lettori di West come e perché quello che i romani definivano Mare Nostrum si è globalizzato, diventando il nuovo centro della crisi mondiale. 

Perché lei sostiene che il Mediterraneo da Mare Nostrum è diventato globale, un moltiplicatore di instabilità?

Prima di rispondere è utile fare qualche passo indietro nella storia. Ricordando, per esempio, che il Mediterraneo fu ribattezzato Mare Nostrum dai Romani a suggello del loro dominio. Che divenne pressoché assoluto dopo la sottomissione delle colonie greche dell’Italia meridionale; l’annientamento della talassocrazia punica dell’Africa del Nord; della penisola iberica e, uno dopo l’altro, dei vari regni ellenistici del Mediterraneo orientale. Roma divenne così potenza unica in grado di avere in pugno, per due-tre secoli, il bacino mediterraneo. Sia marittimo che costiero. Ma dalla seconda metà del II secolo dopo Cristo fino alla caduta dell’impero romano d’Occidente le frontiere del Reno e del Danubio cominciarono ad essere sistematicamente attraversate da popolazioni europee nord orientali e dell’Asia centro-settentrionale. Le prime scalzarono il potere di Roma dalla penisola iberica con i Visigoti e da quello nord africano con i Vandali. E, al contempo, l’Impero d’Oriente accettò l’arrivo e poi l’insediamento degli slavi nella penisola balcanica e dei turchi in Anatolia. Invasioni a flusso continuo che in Europa finirono per esaurirsi alla fine del primo millennio e che, invece, in Asia minore proseguirono ancora a lungo. A guardar bene, dunque, il Mediterraneo ha conosciuto tre secoli di stabilità e di calma (spesso solo apparenti) di pax romana e sette/otto di instabilità permanente. Che determinarono una serie di cambiamenti irreversibili sul piano etnico e linguistico. Che le istituzioni eredi di Roma hanno cercato di fronteggiare in due modi. Da una parte concedendo quanto potevano e dall’altra facendo muro con l’unica arma di cui disponevano: la cristianizzazione. Finendo però per lasciare mano libera all’Islam di mettere radici e conquistare irreversibilmente i paesi rivieraschi del Mediterraneo meridionale. Passando dalla storia di ieri a quella contemporanea dobbiamo prestare attenzione alla grande svolta intervenuta nelle migrazioni mediterranee tra la fine del ‘900 e i primi anni del 2000. Quando dopo un secolo e mezzo cessò la grande ondata migratoria euro mediterranea transoceanica e il Mediterraneo divenne il centro di una nuova catena migratoria. Fatta da migranti che non vengono più, così come fino allora avvenuto, solo dalle sue “periferie”nord africane, come il Marocco o l’Algeria, ma dall’Africa sub sahariana. Non più solo dal Medio Oriente ma dall’Asia. Oggi la circolazione degli uomini da una sponda all’altra non si limita più ai popoli dell’antico circondario. Ma si è allargata assumendo dimensioni mondiali. Insomma, c’è stata una dilatazione del Mediterraneo che ha superato la fascia costiera per arrivare al ventre dell’Africa e dell’Estremo Oriente. Un fenomeno di dimensioni intercontinentali, mondiale. Caratterizzato dalla nascita di un nuovo sistema di reti, informali e spesso illegali, atte a canalizzare questo nuovo tipo di mobilità. Che rappresenta un fattore di crisi per le amministrazioni pubbliche, disarmate di fronte a dei flussi che non possono controllare, limitare, né tanto meno bloccare: la proibizione è sempre il migliore incentivo al contrabbando. Ai governi non resta altro che, come si dice, fare buon viso a cattivo gioco. Non fosse altro perché l’invecchiamento della popolazione europea necessità degli immigrati per finanziare le pensioni dei suoi anziani. Una situazione che se anche molto difficile, con un pizzico di fantasia e di coraggio non è impossibile da gestire.
Mentre il Mediterraneo si globalizza, l’Europa tende a chiudersi in se stessa. Non crede che lo scontro tra sovranisti e non rischia di trasformare il Vecchio Continente nella periferia del mondo?

Tutti i paesi dell’Europa occidentale prima, meridionale dopo, e orientale (dopo la caduta della cortina di ferro) hanno « bruciato » le loro riserve di mano d’opera rurale per alimentare la crescita delle loro economie, del loro mercato interno, delle loro città. Hanno bisogno di lavoratori immigrati come avevano bisogno (e lo gridavano in piazza quindici anni fa) di badanti e occuparsi dei loro anziani. Ma elaborare e, soprattutto, fare accettare alle pubbliche opinioni nazionali politiche all’altezza di queste sfide richiede tempi lunghi e grandi capacità di convincimento. E grandi doti di gestione da parte delle amministrazioni. Non si tratta di fare miracoli ma di utilizzare, al meglio, gli spazi di manovra disponibili per fronteggiare la grande complessità dei fattori in gioco.

Gli immigrati che attraversano il Mediterraneo per arrivare in Europa, sono i più poveri tra i poveri e in fuga da guerre oppure sono la conseguenza della crescita economica e di quei profondi cambiamenti che attraversano l’Africa del XXI secolo?

Non sono mai gli ultra-poveri che migrano. Migrare ha un costo (umano e anche finanziario), e rappresenta un investimento, che mobilita le risorse e gli appoggi delle famiglie allargate. Mentre la crescita demografica della Cina si fermerà nel 2040-50, l’aumento della popolazione mondiale nella seconda metà del nostro secolo si concentrerà sull’Africa sub-sahariana che deve colmare un enorme ritardo accumulato nel corso dei secoli, e vedrà anche aumentare fortemente la percentuale della sua popolazione urbana. Non dobbiamo dimenticare che, malgrado tutti i discorsi politici ostili ai nuovi arrivi, le migrazioni significano sempre un trasferimento di ricchezze dai paesi di partenza che hanno prodotto ed educato i loro migranti, verso i paesi d’arrivo che potranno raccogliere il frutto del loro lavoro durante i decenni della loro vita adulta.

In vista delle prossime elezioni europee com’è possibile rilanciare l’immagine dell’Europa? Si potrebbe, ad esempio, scommettere su una campagna elettorale incentrata sulla comunitarizzazione delle politiche migratorie come avvenne con la moneta unica?

La comunitarizzazione dell’immigrazione è il vero, più efficace modo per mettere a tacere i nemici degli immigrati. Così com’è vero che non si possono vendere favole e non ricordare che i migrati finiranno per andare là dove vogliono. E che le decisioni prese dall’alto possono rallentare e, talvolta, anche bloccare, temporaneamente, i flussi d’arrivo. Ma, come la storia insegna, saranno sempre gli “ospiti” a decidere dove e da chi farsi ospitare. In fondo, forse, è meglio così.

Dall’Africa ne vengono meno di quel che si dice

Sull’immigrazione agli errori della percezione si aggiungono, talvolta, quelli dell’informazione. Grazie a un recente studio di François Heran, demografo apprezzato in mezzo mondo, scopriamo, infatti, che l’immagine di un’Europa assediata, nel futuro prossimo venturo, da milioni di immigrati sub-sahariani, è più figlia della malizia di certa stampa (qui uno dei tanti esempi) che della realtà.

Al boom demografico dell’Africa nera, 2,2 miliardi di abitanti entro il 2050, non corrisponderà automaticamente, questa la sua tesi, un’esplosione dei flussi migratori verso l’Europa. Per la semplice ragione che con l’immigrazione, a differenza della fisica, il principio dei vasi comunicanti non vale. Conta, invece, un complesso di fattori tra i quali spicca l’indice di sviluppo economico dei paesi di origine. Più è basso, minore sarà la propensione a emigrare di chi vi abita. Perché a lasciare i confini patri non sono mai i più poveri ma coloro che stanno relativamente meglio. I primi, infatti, non hanno né l’ambizione né i mezzi per realizzare un progetto migratorio. A conti fatti, dunque, fin quando l’economia a Sud del Sahara rimarrà stagnante, nessun aumento della popolazione, per quanto critico, causerà uno smodato incremento dei flussi migratori verso il Vecchio Continente. Di qui la previsione dell’esperto francese, convinto che negli anni a venire solo il 3-4% dei sub-sahariani, e non il 25% come ventilato dagli allarmisti di turno, lascerà l’Africa per l’Europa.

A confermare il rapporto direttamente proporzionale tra il tasso di crescita economica e quello di emigrazione di un dato un paese, sono le cifre che François Heran usa per smantellare verità che per quanto false trovano credito nei media e nell’opinione pubblica. Dalle quali scopriamo, cosa che forse lascerà molti a bocca aperta, che dall’Africa sub-sahariana si emigra molto meno che dall’America centrale, dall’Asia, dai Balcani e dal Maghreb. Non solo. Tra coloro che emigrano oltre il 70% si trasferisce in un altro Stato sub-sahariano. Mentre appena il 15% opta per l’Europa, il resto negli Usa e nei paesi del Golfo.

Ma le sorprese che il demografo d’Oltralpe regala a chi legge le poche, ma scientificamente rigorosissime pagine del suo rapporto, non finiscono qua. Egli, infatti, con tanto di dati ufficiali, ridimensiona un’altra grande paura aizzata a mezzo di certa stampa: quella che vede nelle pessime condizioni climatiche e ambientali il vero push factor dell’emigrazione dall’Africa sub-sahariana verso l’UE. A suo avviso, invece, siccità, deforestazioni e surriscaldamento rischiano di impoverire le popolazioni rurali africane al punto da non consentirgli di avere mezzi per emigrare se non nei paesi confinanti.

Neanche l’emigrazione aiuta più il nostro Sud

Mentre impazza una polemica senza capo né coda su uno spot di Trenitalia ("Porta al Nord il meglio del Sud) da molti considerato anti-meridionale, abbiamo scoperto, grazie al Prof. Isaia Sales, docente di Storia delle Mafie all'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, che l'emigrazione anziché bene fa solo male al nostro Sud.

Nei suoi scritti definisce l’attuale emigrazione meridionale asimmetrica: perché?

Per la semplice ragione che quella attuale è un’emigrazione che anziché arricchire impoverisce le terre da cui si parte. Non ci sono rimesse che arrivano dagli emigranti ma al contrario le famiglie debbono integrare con i loro risparmi il mantenimento dei figli. Questa emigrazione diversamente da quelle precedenti non è una fonte di “ricchezza compensativa” per il Mezzogiorno. Ma, invece, ne produce un triplice impoverimento: demografico, delle famiglie e della bilancia delle partite correnti. È quindi un’emigrazione che non ha nulla di funzionale rispetto ai luoghi d’origine.

Quali sono a suo avviso le principali differenze tra gli emigrati che oggi e quelli che ieri lasciavano il Sud per il Nord Italia? 

A fine Ottocento partivano le famiglie, negli anni cinquanta e sessanta del Novecento i padri, oggi partono i figli. Nei primi 15 anni del nuovo millennio sono emigrati dal Mezzogiorno 1,7 milioni di persone a fronte di un milione di rientri, con una perdita netta di 716 mila unità. Di queste, la maggior parte (ben il 72,4%) è costituita da giovani tra i 15 e i 34 anni, il 28% di essi è laureato. Va via “la meglio gioventù”. Una emigrazione essenzialmente giovanile e scolarizzata che però resta a rischio precarietà anche laddove si trasferisce. Con retribuzioni non adeguate a far fronte alle spese e meno che mai a inviare dei soldi a casa. Per dirla in breve: i costi di questa emigrazione superano i ricavi sia per chi parte sia per chi resta. E per di più, è un’emigrazione che non fa opinione, senza pathos né umana partecipazione. È senza epopea.

In fondo non partono i diseredati, non partono con le valigie di cartone, non incontrano un mondo che non conoscono e da cui sono spaventati e attratti al tempo stesso. Perché quelli di oggi parlano un perfetto italiano e non il dialetto, hanno costumi e abitudini simili ai loro coetanei centro-settentrionali. E viaggiano non su navi o treni sgangherati ma in areo o con sull’alta velocità.

Lei sostiene, dunque, che l'emigrazione, anziché portare rimesse culturali e materiali, ha impoverito il nostro Sud. Perché? 

Si tratta di una vera e propria spoliazione senza compensazione. Perché questa emigrazione si colloca in un cambiamento epocale di alcuni tratti degli stili di vita dei meridionali. I giovani meridionali si sposano tardissimo, fanno pochissimi figli, uno, uno e mezzo in media rispetto ai quattro della generazione precedente. Siamo di fronte a un vero e proprio cambio culturale, a una mentalità molto distante da quella dei padri e dei nonni. L’emigrazione meridionale si inserisce in un processo di radicale modifica della struttura demografica e non è compensato da un parallelo flusso di immigrati.

Per concludere: quella attuale del Sud è l’unico caso al mondo di emigrazione che non porta ricchezza ai territori d’origine. È così?

Certo, è proprio questa la nuova amara originalità del nostro Mezzogiorno. Che in questo momento è un’area fornitrice di manodopera necessaria per lo sviluppo delle altre regioni italiane ed europee, allo stesso modo in cui lo aveva fatto mezzo secolo fa. Ma questo ruolo non comporta possibilità di piena realizzazione di chi emigra, di miglioramento economico per le famiglie e per i luoghi che si lasciano. Resta a chi emigra il doppio rammarico di non potersi rendere totalmente autonomo né di fare qualcosa per migliorare le terre dei padri. Una emigrazione a perdere.

La polizia di frontiera UE spiazza i nazionalisti

Se non è troppo tardi, vorremmo sperare che l’avanzata dei nazionalisti in mezza Europa finisca per rilanciare il sogno UE. La loro crescita, da ultimo in Svezia alle elezioni politiche di ieri, potrebbe, infatti, suonare una salutare sveglia alle istituzioni europee. Una visione forse ottimista, vista l’aria che tira nel Vecchio Continente ma che trova, però, una prima, possibile conferma nelle indiscrezioni dell’edizione odierna del Financial Times. Secondo il quale il poco mediatico e ancor meno popolare Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, sarebbe intenzionato a sfruttare il tradizionale discorso annuale sullo stato dell’Unione, dopodomani a Strasburgo, per illustrare al grande pubblico quello che potrebbe essere il primo passo per trasformare il controllo dei flussi migratori in una competenza europea. Una forza di polizia di frontiera UE, composta da dieci mila agenti che sul modello dei border patrol agent americani, dovrebbero essere autorizzati a sorvegliare i confini europei; rimpatriare gli immigrati illegali; evitare i cosiddetti movimenti secondari non autorizzati dallo Stato membro di primo ingresso (Italia, Grecia e Spagna) a uno del Nord.

Una soluzione, il più classico uovo di Colombo, che oltre a sanare, almeno in parte, le controversie tra chi fa troppo e chi troppo poco nella gestione dei flussi migratori euro-africani, avrebbe un’altissima valenza simbolica e politica. Soprattutto in vista delle elezioni europee del prossimo anno. Potrebbe, infatti, segnare l’inizio della riscossa degli europeisti contro i nazionalisti che sull’inerzia dei primi hanno costruito la loro battaglia populista che rischia di trasformare l’Unione Europea in una somma di impotenti staterelli. Immaginate, invece, l’impatto mediatico che avrebbero migliaia di poliziotti, con le divise blu Europa, impegnati, come in ogni stato di diritto, a garantire ordine e sicurezza lungo i nostri confini: il modo migliore per asciugare una delle pozze in cui sguazzano, spavaldi, i vari nazionalisti di turno

Una proposta sui piccoli stranieri per il governo dei “cattivi”

Se è vero che il futuro dell’immigrazione passa, almeno in parte, dal grado di integrazione delle seconde generazioni, la prossima riapertura delle scuole potrebbe essere l’occasione per un annuncio shock del nostro governo. Del tipo: “Cari ragazzi di origine straniera che frequentate dall’asilo ai nostri licei (sono 826 mila), quello che sta per iniziare sarà un anno del tutto speciale per voi. Metteremo mano alla legge sulla cittadinanza del 1992 per farvi uscire dal limbo giuridico che ostacola il vostro percorso verso lo status di cittadini italiani.”

Per capire, nel dettaglio, di cosa parliamo, occorre riavvolgere il nastro e ripassare cosa è accaduto nei mesi finali dell’ultima legislatura. All’epoca, dopo estenuanti dibattiti al calor bianco tra favorevoli e contrari allo ius soli, il Senato decise, era il 12 settembre 2017, di rimandare alle calende greche la questione. Oggi il governo giallo-verde, a un anno esatto dalla scelta di non decidere dei nostri senatori, avrebbe la possibilità di spiazzare tutti rilanciando e risolvendo, con una buona dose di pragmatismo, il nodo della concessione della cittadinanza agli under-18 stranieri. Per farlo non serve riprendere dal cassetto la farraginosa e ideologica proposta naufragrata tra gli scranni del Parlamento, ma, più semplicemente, approvare tre piccole modifiche alla legge n.91 del 1992 (“Nuove norme sulla cittadinanza”) attualmente in vigore.

La prima riguarda l’art.9 comma 1 lettera F che prevede la concessione della cittadinanza: allo straniero che risiede da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica. Questo significa, caso unico in Europa, che gli immigrati extra-UE possono richiedere lo status civitatis italiano solo dopo due lustri di regolare soggiorno nel nostro paese. Sarebbe consigliabile ridurli, ad esempio, a cinque come, peraltro, già previsto dal nostro ordinamento per i comunitari originari di un paese europeo.

La seconda concerne l’art.4 comma 2 che ai nati da genitori immigrati consente di diventare italiani al compimento del diciottesimo anno a condizione di aver vissuto ininterrottamente fino alla maggiore età sul territorio patrio. Con il risultato che può bastare una vacanza all’estero con gli amici o una visita ai nonni nel paese dei genitori, per far saltare tutto.

La terza ha a che fare con la necessità di eliminare ogni forma di possibile, arbitraria discrezionalità burocratica nelle relative procedure di concessione. Fino a oggi, infatti, le risposte positive o negative alle richieste di cittadinanza sono fin troppo legate al parere soggettivo dei funzionari di turno.

Si tratterebbe di un modello misto, West lo aveva definito ius temporis, che con le modifiche sopra descritte, sfruttando la norma del 1992, permetterebbe di superare l’accesa ma inconcludente discussione ius soli sì, ius soli no. Consentendo alla legislazione italiana di allinearsi, al riguardo, con quelle in vigore nelle principali nazioni europee.

Una mossa che farebbe bene ai giovani stranieri, a quelli italiani e ai “cattivi” oggi al governo. Che dopo i no (all’Europa, agli immigrati, alle grandi opere etc.) con un sì a questa riforma dimostrerebbero, con i fatti, di volere e sapere cambiare la vecchia politica che, su questi temi, ha sempre nicchiato.

Minori stranieri non accompagnati: ognuno per sé nell’Europa che non c’è

Per toccare con mano il livello di schizofrenia delle politiche dell’immigrazione europea, la vicenda dei 27 minori stranieri non accompagnati a bordo della nave Diciotti funziona meglio di una cartina di tornasole. A differenza dei 137 compagni di viaggio maggiorenni, rimasti bloccati per giorni sul pattugliatore della Guardia costiera italiana davanti al porto di Catania, a loro è stato concesso di sbarcare, senza troppe attese, sul nostro territorio. Considerati i più vulnerabili tra i vulnerabili, godono, infatti, a livello internazionale di speciali tutele, rafforzate in Italia dalla legge n.47 del 7 aprile 2017 che, caso unico in Europa, garantisce loro anche il diritto a non essere respinti per nessuna ragione.

Ma che tipo di accoglienza avrebbero ricevuto i 27 giovani, sfortunati protagonisti di queste ultime ore, se, anziché in Italia, fossero arrivati, ad esempio, in Francia?

Qui arriviamo alla schizofrenia di cui sopra. Perché, con molta probabilità, sia pur non nell’immediato, sarebbero stati, almeno in parte, rimpatriati. All’opposto di quanto accade da noi, Oltralpe si sta affermando, infatti, un orientamento normativo che, in nome del supremo interesse del minore (come peraltro prevede la Convenzione Onu sui diritti del fanciullo del 1989), tende a incoraggiare e giustificare il rimpatrio degli under-18 stranieri non accompagnati al fine di ricongiungerli con il nucleo familiare di origine. Tant’è che nelle ultime settimane, grazie a un accordo tra Francia e Marocco, una task force di poliziotti marocchini è arrivata a Parigi con la mission di aiutare i colleghi francesi a identificare e convincere a ritornare a casa i molti giovanissimi maghrebini che sulle strade della ville lumière hanno trovato tutto quello che non sognavano: disoccupazione e malavita. Sulla stessa linea sembrano attestarsi, anche se ancora non si è in possesso di documenti ufficiali, Germania e Svezia.

Ma se su un tema dell’immigrazione così delicato, qual è quello dei minori stranieri non accompagnati, tre soci fondatori (Italia, Francia e Germania) hanno politiche così difformi, perché meravigliarsi dei danni che la paralisi UE sta infliggendo al nostro Vecchio Continente?

Se l’Europa non cambia l’immigrazione la uccide

Sull'attualità dell'immigrazione euro-mediterranea, West ha intervistato il Prof. Mario Savino, docente di diritto amministrativo all’Università della Tuscia, profondo conoscitore della materia. 

1) In Europa è come se l'immigrazione avesse azzoppato d’un colpo, oltre ai partiti di sinistra, anche quelli, storicamente decisivi, di centro. Se questa è la situazione cosa possiamo attenderci dalla elezioni europee del prossimo anno?

 L’immigrazione ha messo in ginocchio la sinistra perché la sinistra non ha saputo coniugare, nel suo messaggio politico, la solidarietà verso gli ultimi (i migranti) con la solidarietà verso i penultimi (i ceti popolari) e i terzultimi (i ceti medi declassati dalla crisi). Accogliere e integrare gruppi di migranti di cultura e religioni diverse comporta costi elevati, a carico del bilancio statale e delle comunità ospitanti. Quei costi richiedono una adeguata compensazione, possibile soltanto attraverso una coraggiosa riforma del welfare e delle politiche sociali. È paradossale che le sinistre abbiano lasciato questo tema alla destra e dato l’impressione di una solidarietà unidirezionale verso gli outsider. Lo strabismo della sinistra – un occhio al mercato e l’altro all’immigrazione – ha spianato la strada alla riscossa dei populismi e dei nazionalismi.

La polarizzazione che ne è derivata ha prodotto un nuovo scenario, nel quale – come spiegano i politologi – il cleavage non corre più lungo l’asse destra-sinistra, ma lungo l’asse apertura-chiusura. In questo nuovo paesaggio politico,le forze centriste di un tempo sono rimaste spiazzate: non più al centro, ma vicine al polo dell’apertura. Per questo, hanno finito per essere accomunate alla sinistra e perdere la loro base di consenso.

Le elezioni europee del 2019 potrebbero rappresentare per le forze dell’apertura (di centro e di sinistra) una importante occasione per fare autocritica e includere nel loro messaggio di riscatto sociale quella parte dell’elettorato che si è sentita tradita e abbandonata. È una sfida difficile, soprattutto per la segmentazione nazionale degli elettorati. Ma la posta in gioco è alta. Il Parlamento europeo potrebbe finire per essere dominato da quelle forze nazionaliste per contrastare le quali sono nate prima la Comunità e poi l'Unione. Il rischio non è solo il rallentamento del processo di integrazione, ma la sua perdita di senso. Un pericolo esistenziale per l'Unione.

2) Anche se l'ultimo Consiglio europeo sull'immigrazione ha evitato il peggio, non è forse vero che le sue confuse conclusioni sono una preoccupante conferma  di una crisi "decisionale" delle istituzioni di governo dell'UE? 

Nell’UE la crescente preminenza del Consiglio, cioè dei governi nazionali, e la parallela marginalizzazione della Commissione e del Parlamento sono il risultato di due fattori convergenti.

Il primo è la diffusa domanda di sicurezza e protezione, che nasce dalla mancanza di lavoro, dall’impoverimento dei ceti medi e dall’arretramento del welfare. A questa domanda i governi europei devono dare risposta. E la risposta è spesso fatalmente declinata nei termini hobbesiani della difesa sociale e della chiusura verso l’esterno. Di qui, il ritorno all’ideale antistorico del Leviatano, che aleggia su gran parte del Vecchio Continente e si riflette sugli equilibri istituzionali europei.

Il secondo fattore è la insufficienza dei poteri che i trattati conferiscono all’Unione. Per dare risposte efficaci a problemi difficili e complicati, qual è quello dell’immigrazione, le istituzioni sovranazionali dovrebbero ricevere dagli esecutivi nazionali nuovi e maggiori poteri su questioni che però toccano il “cuore” della loro sovranità. I governi, invece, accettano di "condividere" quei poteri soltanto in una sede come il Consiglio dove, grazie alla regola delle decisioni prese all'unanimità, li possono difendere e conservare.

Il risultato è un dominio sterile del Consiglio, confermato dalle conclusioni del vertice UE del 28 giugno. Il baratro è stato evitato, perché sulle ragioni di consenso interno hanno alla fine prevalso le ragioni diplomatiche e la consapevolezza dell’interdipendenza. Nella sostanza, però, a Bruxelles non è stato preso nessun impegno vincolante. In materia di immigrazione e richiedenti asilo, tutte le ipotesi discusse – dalla distribuzione dei migranti dopo gli sbarchi al reinsediamento dei rifugiati da paesi terzi ai cosiddetti rimpatri Dublino – sono state condizionate all'adesione volontaria dei singoli Stati membri. Questo dominio solitario non giova allo stesso Consiglio, paralizzato al suo interno dalla “trappola della decisione congiunta”: senza il supporto della Commissione e la dialettica con il Parlamento, gli esecutivi nazionali non sono in grado di superare le contrapposizioni che li dividono, con grave danno per l’Unione e i suoi cittadini.

3) Per superare i paralizzanti egoismi nazionali, l'Europa potrebbe incamminarsi su una strada come quella scelta dagli USA nel 1889. Quando decisero, per mettere fine agli inefficienti nazionalismi dei singoli stati, di unificare e delegare tutte le competenze sull'immigrazione al Congresso e al Presidente?

L’Europa di oggi è molto diversa dagli Stati Uniti di allora. Nella seconda metà dell’Ottocento il fiorire del commercio e della libera circolazione sulle due sponde dell’Atlantico creava un humus favorevole ai processi federativi e di integrazione politica. Oggi, la crisi economica ha innescato un processo opposto, che porta a sopravvalutare la sovranità statale e a ipotizzarne una riscossa rispetto al mercato e alla globalizzazione. In questo quadro, o si accelera il processo di integrazione in alcune aree, come l’immigrazione, ricorrendo alle cooperazioni rafforzate, ma è forte il rischio di approfondire linee di frattura già esistenti tra Est e Ovest o tra Sud e Nord dell’Europa. Oppure si procede in modo graduale, con un percorso fatto di piccoli passi e di mediazioni con i governi sovranisti, le cui posizioni spesso sono dettate da contingenti ragioni di convenienza elettorale più che da convinzioni radicate sull’inutilità della cooperazione sovranazionale. Su questo doppio registro bisognerà costruire un percorso comune.

Da Bruxelles novità in arrivo sull’immigrazione

6 mila euro per ogni immigrato che gli Stati UE prenderanno in carico dalle navi che nel Mediterraneo sono costrette a salvare vite umane. Sarebbe questa, secondo un’indiscrezione del Financial Times, l’offerta-pivot del progetto per allentare la pressione migratoria sull’Italia che la Commissione Europea renderà pubblico nelle prossime ore e che mercoledì sarà discussa dagli ambasciatori dei 28.

La ratio del piano attribuito all’Esecutivo di Bruxelles, come West aveva intuito, è quella di provare a formalizzare quella solidarietà dei volonterosi, di cui aveva parlato Angela Merkel, sperimentata, in contemporanea con le convulse fasi del Consiglio UE dello scorso 28 giugno, con il modello Lifeline. Il nome della nave Ong che alla vigilia di quel summit fu accolta da Malta, dopo giorni di scaricabarile con l’Italia, con un preventivo impegno - cosa mai successa prima - da parte di otto stati europei (Belgio, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda e Portogallo) di condividere il carico di disperati a bordo.

In cambio di questa iniziativa che sembra rispondere alle richieste di Roma, Bruxelles ci chiederebbe il rispetto di tre condizioni.

La prima: mettere fine all’incertezza delle ultime settimane sui porti chiusi o aperti, garantendone, invece, la piena operatività almeno fino al prossimo settembre. Quando dovrebbero cambiare le regole di ingaggio della missione militare europea Sophia. Che con l’obiettivo di neutralizzare il traffico di esseri umani opera nel Mediterraneo utilizza come base degli sbarchi unicamente i nostri e non quelli di altri stati membri. Su questo punto, ieri il Ministro degli Esteri Moavero Milanesi, a margine dei colloqui avuti a Berlino con l’omologo Heiko Mass, ha dato ai partner europei assicurazioni chiare e precise.

La seconda: assicurare che i migranti sbarcati in Italia non finiscano, in un modo o nell’altro, oltre le Alpi, soprattutto in Germania. Dove questo tema, cioè quello che gli addetti ai lavori definiscono movimento secondario, è caldissimo. Perché utilizzato dal Ministro dell’Interno Horst Seehofer contro la politica pro-rifugiati della sua compagna di partito Angela Merkel, colpevole, a suo avviso, di aver perso voti in favore dell’estrema destra.

La terza: avviare l’apertura di centri sorvegliati sotto l’egida UE dove riconoscere e distinguere i richiedenti asilo e gli immigrati economici. Per ridistribuire i primi tra i partner europei e rimpatriare i secondi col supporto di Frontex.

Nell’attesa di conoscere i dettagli della proposta ufficiale di Bruxelles, sembra prendere piede, dopo il fallimento della redistribuzione dei rifugiati per quote obbligatorie, un metodo in linea con quello di successo utilizzato in passato (vedi Schengen), riassumibile con lo slogan: piccoli passi per grandi conquiste.