L’Islam che non ti aspetti

Il "Pew Forum on Religion and Public life" di Washington ha recentemente pubblicato una studio sulla distribuzione della popolazione musulmana nel mondo. Una ricerca molto approfondita, frutto di tre anni di lavoro di un team di demografi e sociologi di fama internazionale, che ha preso in esame i dati relativi a più di 200 paesi.

I risultati sembrano sfatare molti luoghi comuni in circolazione su questa materia: non c'è dubbio, infatti, che gli attentati dell'11 settembre 2001 e la politica estera dell'amministrazione di Gorge W. Bush hanno largamente contribuito al consolidamento ed alla diffusione di molti dei pregiudizi oggi presenti in Occidente nei confronti dell'Islam. Nell'immaginario di molti, infatti, il termine musulmano è sinonimo di sciita, terrorista, di origine maghrebina o mediorientale. Un dato questo che rappresenta il vero grande successo di Al Qaeda e del suo leader Osama Bin Laden che ha sempre avuto la pretesa di rappresentare l'intera "umma" musulmana nel suo jihad contro l'Occidente.

I fedeli islamici sono più di un miliardo e mezzo: quasi il 25% dell'intera popolazione del pianeta. L'Asia è il continente che ne ospita la percentuale più alta:oltre il 60%. Seguono Nord Africa e Medio Oriente con il 20%. La componente sciita rappresenta all'incirca il 13% dell'universo complessivo dei fedeli ed è maggioritaria in quattro stati: Iran, Arzebaigian, Bahrein e Iraq.

Quanto all'Europa le sorprese non mancano. I residenti musulmani sono 38 milioni. In maggioranza nelle nazioni centro-orientali: la Russia da sola ne ospita il 40%. Ad Occidente troviamo al primo posto i 4 milioni e passa della Germania. La ricerca mette in luce un dato di grande interesse: sono indigeni più del 60% dei musulmani europei. Tra le popolazioni di Russia, Albania, Kosovo, Bosnia-Herzegovina e Bulgaria la componente islamica è infatti presente da diversi secoli.
Infine, l'Italia: con l'1% è il paese che ospita la più piccola comunità di tutto il continente

In Germania l’urna diventa multietnica

Dopo aver difeso la fictio del gastarbeiter (lavoratore ospite), la Germania sembra aver preso coscienza della sua multietnicità. I numeri, d'altronde, parlano chiaro. Il voto della scorsa settimana ha testimoniato che 5,6 milioni di elettori sono di origine straniera, pari al 9% dell'intero elettorato. Una percentuale rilevante se si pensa che le elezioni del 2002 erano state vinte con uno scarto di appena 6000 voti. Già alla fine degli anni Novanta il governo di Gerhard Schroeder aveva modificato la legge sulla cittadinanza, che in Germania si basava sul rigido rispetto dello jus sanguinis, creando un sistema misto - a metà via tra lo jus sanguisinis e lo jus soli - e concedendo la naturalizzazione agli stranieri residenti in Germania da almeno otto anni.

Una grande novità recepita, adesso, persino dai restii partiti di centro-destra. Tant'è vero che, per la prima volta nella storia del suo partito, Angela Markel ha organizzato a Berlino, alcune settimane prima delle elezioni, una conferenza per i suoi 120 candidati di origine straniera con tanto di dichiarazione del segretario Ronald Pofalla: "orgoglioso delle radici multietniche e colorate" dei cristiano-democratici. Da parte sua il Ministro dell'Interno, Wolfgang Schauble, ha recentemente promosso una Conferenza sull'Islam, incentrata sull'importanza dell'integrazione.

I problemi, certo, non mancano. Nel mondo del lavoro c'è ancora una forte discriminazione nei confronti degli immigrati e l'elettorato di centro-destra continua ad essere molto diffidente verso i nuovi compagni di viaggio. Ma soprattutto resta ancora pesante la sottorappresentazione degli elettori di orgine straniera al punto che tra i deputati uscenti erano appena 11, pari al 2%

Cittadinanza: Germania e Italia a due velocità

In Italia nel giugno 1912 veniva approvato il primo provvedimento organico sulla cittadinanza italiana, replicato un anno dopo dalla Germania. Si trattava in entrambi i casi dell'introduzione di un regime in cui lo status civitatis si basava sul rigido rispetto del principio di filiazione (Jus sanguinis). Basta leggere l'art.1 della legge 13 giugno 1912 n.153, in base al quale si consideravano cittadini per nascita: il figlio di padre cittadino; il figlio di madre cittadina se il padre è ignoto o non ha la cittadinanza italiana, né quella di altro Stato, ovvero se il figlio non segue la cittadinanza del padre straniero secondo la legge dello Stato al quale questi appartiene; chi è nato nel Regno se entrambi i genitori o sono ignoti o non hanno la cittadinanza italiana, né quella di altro Stato, ovvero se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori stranieri secondo la legge dello Stato al quale questi appartengono. Il figlio di ignoti trovato in Italia si presume fino a prova in contrario nato nel Regno.

All'inizio degli anni Novanta i due Paesi hanno intrapreso strade diametralmente opposte. L'Italia riformava la normativa sulla cittadinanza, con la legge 5 febbraio 1992 n.91, in piena continuità con i principi guida già presenti in quella del 1912. Continuava, infatti, a prevalere il principio dello jus sanguinis per l'acquisto della cittadinanza. Tant'è vero che in quella normativa il Legislatore differenziava il periodo di residenza necessario per l'ottenimento della cittadinanza, introducendo un regime di maggior favore per il discendente di cittadini italiani per nascita entro il secondo grado. Così, infatti, recitava l'art.4: 1. Lo straniero o l'apolide, del quale il padre o la madre o uno degli ascendenti in linea retta di secondo grado sono stati cittadini per nascita, diviene cittadino: a) se presta effettivo servizio militare per lo Stato italiano e dichiara preventivamente di voler acquistare la cittadinanza italiana; b) se assume pubblico impiego alle dipendenze dello Stato, anche all'estero, e dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana; c) se, al raggiungimento della maggiore età, risiede legalmente da almeno due anni nel territorio della Repubblica e dichiara, entro un anno dal raggiungimento, di voler acquistare la cittadinanza italiana. 2. Lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data. In tutt'altra direzione si è mossa la Germania che nel 1999 ha approvato una nuova normativa in materia di cittadinanza.

Talmente rivoluzionaria che ha consentito al Presidente della federazione, Johannes Rau, di dichiarare di "rappresentare tutti i tedeschi ed in particolare coloro i quali non hanno ancora il passaporto". La legge 15 luglio 1999, infatti, stabiliva che lo status civitatis si acquisiva in base al principio del luogo di nascita (jus soli), mentre a quello dell jus sangunis veniva dato carattere residuale. Nella fattispecie l'art.3 affermava che la cittadinanza tedesca può essere acquisita per nascita, per adozione e per naturalizzazione.

Sta qui il cambio di rotta della politica tedesca in materia di immigrazione come hanno confermato i risultati delle recenti elezioni legislative che hanno registrato un aumento dei parlamentari di origine straniera da 11 a 15. Esattamente l'opposto di quanto accaduto in Italia, dove i deputati di origine straniera sono passati dai 3 della scorsa legislatura ai 2 di quella attuale.

La Svizzera è una sorpresa che non sorprende

Il 57% dei si' con cui gli elettori svizzeri hanno approvato il referendum sul divieto assoluto di costruire nuovi minareti sul territorio nazionale ha destato molto scalpore a livello internazionale e sorpreso persino i suoi stessi promotori.

A ben guardare, però, questo risultato non fa altro che confermare un trend già in atto da anni nella Confederazione elvetica. Infatti non è la prima volta che i cittadini svizzeri esprimono chiaramente il loro atteggiamento di forte, negativa chiusura in tema di immigrazione. Basti pensare che già nel 2004 l'elettorato aveva bocciato le proposte del governo sulla facilitazione del processo di naturalizzazione dei giovani stranieri di seconda generazione e sull'acquisizione automatica della nazionalità per quelli di terza. Così come nel 2006 erano state approvate, con una maggioranza del 70%, due leggi che inasprivano significativamente le norme sull'immigrazione e sul diritto d'asilo. In linea con i numerosi referendum anti-stranieri, in gran parte italiani, degli anni Settanta.

Dunque, nulla di nuovo? Fino ad un certo punto. Disquisire se gli esiti delle consultazioni popolari in materia di immigrazione siano o meno l'espressione della xenofobia dei cittadini svizzeri è a dir poco parziale. Se non altro perchè non è un azzardo ritenere che la maggioranza dei cittadini europei si riconosca nelle scelte dell'elettorato elevetico.
Il vero problema, invece, è di "metodo". Il referendum, in quanto tale, non può essere la regola, ma l'eccezione. Pensare di consultare il popolo, peraltro in un periodo di grave crisi economica, in materia di immigrazione equivarrebbe, ceteris paribus, a chiedere se si è d'accordo o meno sull'introduzione di nuove tasse.

La politica, dunque, ha una doppia responsabilità in materie così delicate. Da un lato, ha l'obbligo di sedare e non cavalcare i malumori dei cittadini e, dall'altro, di legiferare in modo concertato, senza cadere nell'affascinante tentazione populistica, anche se appellarsi alla vox populi è più facile e redditizio in termini elettorali. Intendiamoci, il referendum costituisce la massima espressione della democrazia diretta, come contrappeso al potere del governo e degli stessi eletti in Parlamento. Questo non autorizza, però, ad utilizzare l'istituto referendario come una "pattumiera delle emozioni" alla mercè di demagoghi e populisti del momento. Con il paradossale risultato per cui l'espressione massima della democrazia diretta si trasforma nel suo opposto: un dispotismo sia pur della maggioranza

La democrazia non si inculca, si spiega

La recente introduzione in molti stati europei dei test sulla cittadinanza per gli immigrati ha destato non poche polemiche e controversie. Conoscere la Costituzione o esprimere il proprio entusiasmo, spesso in modo mendace, per lo Stato ospitante, è la stessa cosa? Fino a che punto tali prove sono compatibili con i principi liberali che sono alla base della democrazia occidentale?

In sostanza, non è in discussione l’utilità delle prove in quanto tali, bensì le modalità di applicazione delle stesse. Partiamo dal fatto che la patria del liberalismo e di milioni di immigrati, gli Stati Uniti, ha introdotto da molti anni, con un certo successo, i test e il giuramento di fedeltà alla bandiera come prerequisito per l’ottenimento dello status civitatis.

E in Europa?

Clamoroso il caso della Gran Bretagna. Dove i test verificano la capacità dei candidati ad adeguarsi allo stile di vita dei cittadini del Regno. A fare la differenza, ad esempio, è l’attitudine al  queuing: mettersi in fila per entrare negli autobus, al cinema o più semplicemente per prendere un tè.

Mentre in Germania fino a poco tempo fa solo gli immigrati provenienti da uno stato appartenente all’Organizzazione della Conferenza Islamica erano sottoposti a un test orale di lingua tedesca. Per tutti gli altri, invece, era sufficiente rispondere a un questionario a risposta multipla.

Esempi, nient’affatto eccezionali, che dimostrano quanto sia sottile il confine tra rispetto e negazione dei principi liberali nell’elaborazione dei test per gli immigrati. In altre parole, tale strumento è utile per verificare se il nuovo cittadino è consapevole dei diritti e doveri che gli spettano nella società ospitante. Andare oltre, limitando le libertà individuali equivale a introdurre una nuova forma di liberalismo: quello repressivo. In quest’ottica, considerare, ad esempio, il divieto del velo – da non confondere con quello integrale – come un viatico indispensabile per vivere in una democrazia occidentale è quantomeno un paradosso.

Eppure, basterebbe rileggere uno stralcio delle sentenza di una Corte d’Appello statunitense del 1944: “ il patriottismo […] così come l’amore per la democrazia non è un requisito necessario per ottenere la cittadinanza. Ciò che conta è la disponibilità a rispettare le nostre leggi e i principi politici fondamentali della nostra società”(1).

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1) Gordon S. Integrating Immigrants: Morality and Loyalty in US Naturalization Practice in Citizenship Studies, Volume 11, Issue 4 September 2007, page 371

[I risultati delle elezioni olandesi] L’antimmigrazione non sfonda

Se è vero che la vecchia politica ha perso è anche vero che l’antipolitica non ha vinto. Ci sembra questo, in estrema sintesi, l’esito delle elezioni politiche di ieri. A differenza delle opinioni e delle analisi di gran parte della stampa internazionale, riteniamo che non sia affatto vero che le urne abbiano sancito la vittoria di  Geert Wilders. Certo è innegabile che il Partito della Libertà, passando da 9 a 24 seggi,  ha registrato il miglior risultato della sua storia a discapito dei Cristiano-democratici del premier uscente Jan Peter Balkenende. Dimostrando, così, che, al di là delle facili semplificazioni e dei consueti stereotipi, la figura di Wilders è l’espressione di una crisi profonda legata al traballante sistema delle politiche sociali che si presenta sempre più come un tiro alla fune tra vecchi e nuovi cittadini. Ciò detto , il Partito della Libertà è soltanto la terza forza politica del paese dopo i liberali e i laburisti.

Vale la pena di rilevare che le scelte degli elettori olandesi hanno semplicemente confermato quello che ormai è un trend prevalente nella maggior parte dei paesi europei. Gli stati del vecchio continente, infatti, si trovano in questi anni di fronte a un bivio: superare gli schemi della vecchia politica elaborando in particolare politiche di welfare più consone alle sfide poste da questo nuovo millennio o cedere la scena ai populisti di turno. L’elettorato ne è perfettamente cosciente. I leader politici, invece, continuano a temporeggiare.

Da qui bisogna partire per tentare di delineare gli scenari futuri della politica olandese. Le ipotesi sono sostanzialmente tre. La prima, i grandi partiti potrebbero trarre lezione dalla tornata elettorale di ieri e prendere in mano il bandolo della matassa superando gli obsoleti schemi politici tradizionali. Oppure , seconda opzione, continuare in questo reciproco gioco al massacro che produce soltanto instabilità e forze antisistema. Last but not least, optare per il coinvolgimento del Partito della Libertà nella formazione del nuovo governo.   Una scelta quest’ultima che non giustifica gli allarmismi di molti media sul pericolo di una deriva populistica della piccola oasi dell’Europa del Nord. La parlamentarizzazione delle forze antipolitiche, infatti, ha storicamente contribuito a sedare e limare gli atteggiamenti più estremisti di personaggi come Wilders.

Di certo la palla rimane a Mark Rutte e Job Cohen, i leader che hanno conquistato più consensi. Tocca a loro decidere.




Vedi anche:



[Speciale elezioni Olanda/ 1] Che fine ha fatto la tolleranza?







[Speciale elezioni Olanda / 2] Con il Terzo Millennio arrivano i guai







[Speciale elzioni in Olanda / 3] Non é detto che l'estremismo paghi







[Speciale elezioni in Olanda / 4] L'immigrazione non è più di moda?

[Speciale elezioni Olanda / 2] Con il Terzo Millennio arrivano i guai

La politica non conosce solo stop and go. Ma anche fasi di vera e propria regressione.

Come testimoniano, ad esempio, le politiche migratorie olandesi degli ultimi anni.

Con l’inizio del Terzo Millennio, infatti, in quella che una volta era una piccola oasi felice dell’Europa del Nord tutto sembra cambiare. È come la fine di un incantesimo che, anziché con i sogni, obbliga a fare i conti con la durezza tipica dei fenomeni inaspettati.

"Viviamo gli uni accanto agli altri, senza incontrarci". Questo l’incipit dell’articolo di Paul Scheffer, pubblicato nel gennaio del 2000, dal titolo significativo: “Het Multiculturele Drama” (Il dramma multiculturale). Che fotografa l’inizio di una vera e propria rivoluzione copernicana al negativo nella gestione del fenomeno migratorio nei Paesi Bassi. Secondo l’autore, un intellettuale di peso della socialdemocrazia olandese, il punto cruciale era tragico fallimento del multiculturalismo. Visto che  all’ombra di una finta tolleranza stava emergendo una sottoclasse di denizens apertamente ostile ai valori olandesi. E le accusa più dure – Scheffer -  le riservava alla componente musulmana: "incapace di accettare la distinzione fra Stato e moschea".

Perché un intellettuale progressista in un paese tra più progressisti al mondo arriva a criticare così aspramente un sistema sociale che per anni ha rappresentato un modello da imitare nel resto del mondo? Partiamo intanto dai numeri. Nel 2004 – secondo il CIA World Factbook – su una popolazione di circa 16 milioni di abitanti, il 20% era di origine straniera e tra questi il 5% di fede musulmana.

Una crescita quantitativa considerevole che il relativismo del modello multiculturale non è riuscito a governare al punto da produrre gravi e persino sanguinose tensioni. In principio fu Pim Fortuyn.

Rampante politico olandese che aveva avuto il coraggio e la sfrontatezza di squarciare da un lato il velo di ipocrisia di una certa sinistra e dall’altro, di accusare apertamente l’ortodossia e l’estremismo di una parte dei musulmani. Da qui il passo verso il populismo, però, fu molto breve.

“Ci sono troppi immigrati in un paese piccolo come il nostro” soleva dire Fortuyn. Il primo imprenditore della politica olandese capace di cavalcare i malumori della società fu ucciso alla vigilia delle elezioni politiche del 2002 per mano di un olandese “puro” di estrema sinistra. Il segnale di inizio di una guerra dagli esiti imprevedibili.

Due anni dopo, infatti, toccava a Theo Van Gogh. Un regista balzato agli onori della cronaca per un cortometraggio che denunciava le discriminazioni e le violenze imposte alle donne nella società musulmana. Nell’agosto del 2004 venne ucciso nelle strade di Amsterdam da un islamista marocchino-olandese.

Pochi anni, dunque, per trasformare il paradiso dei diritti civili in una realtà fragile e instabile. Il fallimento del multiculturalismo, il relativismo dei partiti di sinistra, il populismo di quelli di destra e l’estremismo dell’ortodossia musulmana hanno distrutto il modello sociale olandese. Al punto che oggi osserviamo un paese che viaggia sempre più a vista, dove la mancanza di una bussola in tema di immigrazione consente l’emergere di leader politici a dir poco discutibili.

L’ultimo arrivato è Geert Wilders. Il nuovo leader della destra populista che si considera l’erede di Pim Fortuyn. In realtà per lui vale il vecchio adagio “i figlio sono peggio dei padri”. Si tratta, infatti,

di un personaggio dichiaratamente xenofobo con un programma politico monotematico: cavalcare e alimentare i timori dell’elettorato. Una strategia che ha mietuto importanti successi a livello locale nell’attesa messianica di un voto plebiscitario alle elezioni politiche del prossimo 9 giugno.

Sarà davvero così?




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[Speciale elzioni in Olanda / 3] Non é detto che l'estremismo paghi

Naturalizzazioni, un controparadosso all’italiana

Ci siamo ormai abituati, ma non per questo rassegnati, al clima da stadio che prevale nel dibattito politico italiano in materia di immigrazione. Così periodicamente va in scena la scontro tra chi vuole una società multietnica e chi la rifiuta; chi ha pietà per i clandestini e chi no; chi non tollera il velo e chi lo difende in nome della libertà religiosa e così via.
Nelle ultime settimane il nuovo pomo della discordia è la legge sulla cittadinanza. Inutile dire che le curve sono già schierate: per alcuni la normativa del 1992 è troppo restrittiva, per gli altri ha maglie troppe larghe. Così la realtà dei fatti viene costantemente immolata in nome di un crescente manicheismo .
Intendiamoci, la legge sulla cittadinanza italiana va cambiata perché inadatta a un grande paese di immigrazione qual è l'Italia oggi. Nella fattispecie, il principio dello jus sanguinis che ispira la normativa in vigore deve essere temperato con quello dello jus soli. In linea con la maggior parte dei paesi europei. Basti pensare che persino la Germania, la cui legislazione è stata storicamente ispirata a un rigido rispetto dello jus sanguinis, si è mossa in questa direzione già dieci anni fa.
Questo, però, non autorizza a buttare via il bambino con l'acqua sporca. Molti opinionisti, infatti, criticando la normativa in vigore, vanno oltre, lasciando intendere quanto sia difficile, se non impossibile, ottenere la cittadinanza italiana pur essendo in possesso di tutti i requisiti di legge. Eppure i dati ufficiali dimostrano il contrario. Nel 2008, ad esempio, le autorità italiane hanno respinto poco più dell'1% delle 56.985 domande di naturalizzazione. Un dato ancor più sorprendente se paragonato a quello degli Stati Uniti, in cui teoricamente è più facile ottenere lo status civitatis. Nello stesso anno, infatti, il governo americano ha respinto più del 10% delle domande. Tra l'altro, vale la pena di rilevare che il 2008 è stato un anno particolarmente fortunato per i richiedenti cittadinanza americana. Il clima della campagna elettorale presidenziale, infatti, ha consentito un'udienza maggiore alle richieste di naturalizzazione sostenute dalle associazioni di immigrati.
In conclusione, questi dati non costituiscono certo una soluzione alle molteplici sfide poste dal fenomeno migratorio in Italia. Essi, però, offrono una nitida fotografia della realtà, a prescindere da qualsiasi retorica.







2008 ITALIA
Presenze straniere: 4 mln
Domande naturalizzazione: 56.985
Concesse: 39.484
Respinte: 739
%: 1,3
USA
Presenze straniere: 38 mln
Domande naturalizzazione: 1.167.000
Concesse: 1.046.539
Respinte: 121.000
%: 10,3