2) Fenomeno Le Pen

In vista delle elezioni presidenziali francesi del prossimo 22 aprile, gli ultimissimi sondaggi danno il Front National ai massimi storici. Un successo per certi versi inaspettato, specie se si considera che appena 12 mesi fa Jean-Marie Le Pen, fondatore e indiscusso leader del partito di estrema destra d’Oltralpe, ha abbandonato la scena politica, lasciando il timone dell’FN alla figlia Marine. Ne parliamo con Jean Yves Camus:   docente all’Istituto di Relazioni Internazionali e Strategiche di Parigi (IRIS), collaboratore di  “Le Monde Diplomatique”, “Charlie Hebdo”, “Proche Orient”, “Rue89”,  è unanimemente riconosciuto come  uno dei massimi e più acuti analisti di quello che grazie ad  una straordinariamente felice espressione ormai  tutti  chiamano  “le populisme alpin.

1) Secondo un recente sondaggio TNS Sofres il 31% dei francesi condivide le idee del Front National contro il 22% di un anno fa? Quali sono le ragioni di questo successo?

Questi dati sono sicuramente dovuti al cambio di leadership nel partito. Marine Le Pen è più in sintonia con lo stile di vita della middle class rispetto a suo padre. Il motivo è semplice: assomiglia alla lavoratrice media francese ed ha modificato le priorità  nell’agenda politica nazionale sulle questioni socio-economiche. E’ stato posto al centro l’intervento dello stato e sono state addirittura proposte politiche di pianificazione a discapito del libero mercato.

2) Secondo il sondaggio il partito di Marine Le Pen conquista sempre più consensi tra gli under 35. È possibile dunque sostenere che anche tra le classi medie delle grandi città e i giovani istruiti il Front National comincia riscuotere consensi?

No, perché il livello di educazione funge da barriera contro il voto al FN. Il 28% dei giovani con un’età tra i 18 ed i 24 anni ha intenzione di votare per lei. Questa percentuale, però, crolla al 13% tra i giovani che hanno studiato almeno 2 anni all’università. Quindi il fattore discriminante sembra essere l’educazione più che l’età. Inoltre l’elettorato del FN non è più circoscrivibile agli abitanti delle grandi città.  Il vero problema e che i giovani non scolarizzati sono i più colpiti dalla crisi e dalla disoccupazione. Questi ragazzi considerano la possibilità di votare per il FN proprio perché il partito indica gli immigrati come capro espiatorio e ritiene che siano la principale causa delle difficoltà nella ricerca del lavoro.

3)      In passato il Front National ha raggiunto importanti successi elettorali fino al punto che alle elezioni del 2002 Jean-Marie Le Pen arrivò al ballottaggio. In quell’occasione però gli elettori dimostrarono di considerare il Front National non adeguato a svolgere attività di governo. Oggi, però, il 31% degli intervistati dichiara di considerarea FN un vero e proprio partito di governo. Crede che alla luce di questi dati, e visto le difficoltà del partito socialista, Marine Le Pen abbia serie possibilità di vincere le prossime elezioni presidenziali?

Non ha alcuna speranza e lei lo sa bene. Stiamo andando verso un ballottaggio tra la destra di Sarkozy e la sinistra di Hollande. Il FN ha una remota possibilità di rimontare i 5 punti percentuali che lo dividono dal partito di Sarkozy. Marie Le Pen è una donna competente sui vari temi come quello dell’identità, dell’immigrazione, del diritto, ma manca di credibilità quando le richieste principali sono quelle di ridurre il debito pubblico e di occuparsi di economia. Inoltre il partito socialista è coeso alle spalle di Francois Hollande, elemento che mancava quando la candidata era Ségolène Royal.

La cittadinanza in Spagna (3)

I percorsi di acquisizione della cittadinanza iberica per opzione e per naturalizzazione richiedono agli interessati l'obbligo di soddisfare, in aggiunta, ulteriori requisiti.
In particolare, ai sensi dell'art.22 comma 4 del Codice civile, lo straniero deve certificare, oltre alla buona condotta rispetto alla giustizia spagnola e del paese di provenienza, anche un accettabile livello di integrazione sociale (suficiente grado de integracìon en la sociedad espanola y buena conducta cìvica ).

La revoca della concessione scatta in maniera automatica nel caso in cui il richiedente, se di età superiore ai 14 anni ed in possesso di tutti i requisiti previsti per legge, non adempie entro 180 giorni dall' ok delle autorità alla sua richiesta, ai seguenti obblighi:
- dichiarazione di fedeltà al Re e di obbedienza alla Costituzione ed alle leggi nazionali.
- registrazione dell'acquisizione della cittadinanza presso l'ufficio dello stato civile.
- dichiarazione di rinunciare alla cittadinanza del paese di origine. Una clausola, questa, che caratterizza in maniera particolare la normativa spagnola che al pari di quella tedesca non prevede la possibilità della doppia cittadinanza. Con l'unica eccezione per i casi previsti nell'art.11, comma 3 della Costituzione, che riguardano gli stranieri provenienti dall'America latina e da Andorra, Filippine Guinea Equatoriale e Portogallo (El Estado podrá concertar tratados de doble nacionalidad con los países iberoamericanos o con aquellos que hayan tenido o tengan una particular vinculación con España).

La disciplina spagnola sulla cittadinanza è meno articolata e complessa rispetto a quella di altri paesi europei. In ragione anche del fatto che il suo impianto normativo, definito alla fine degli anni Settanta del ‘900, non ha avuto fino a tutt'oggi significativi aggiornamenti. Un ritardo preoccupante soprattutto in considerazione del fatto che la Spagna è ormai una tra le principali mete dei flussi migratori internazionali. Un ordinamento che basato su una concezione estrema dello jus sangunis, finisce per produrre tra gli stranieri, in base al paese di origine, significative sperequazioni normative. Allo straniero proveniente dall'America latina, ad esempio, bastano 2 anni per ottenere la cittadinanza via naturalizzazione, mentre per quello che proviene dal Marocco ne occorrono 10.

1) Circe lepenista

A dodici mesi dalla conquista della leadership del Front National e a 4 dalle prossime elezioni presidenziali, Marine Le Pen rischia di essere la vera novità nel panorama politico francese. Non solo per l’ampio e crescente consenso, confermato da un recente sondaggio TNS Sofres, che gode tra l’elettorato d’Oltralpe. Ma soprattutto per essere riuscita nel giro di un anno a dare più che una semplice riverniciata al partito di estrema destra fondato dal padre nel 1972. Al punto che tra lei e il suo predecessore, almeno dal punto di vista lessicale e degli obiettivi, è ormai difficile trovare, oltre al cognome, un punto in comune.

Il perché è presto detto. L’affascinante Marine è convinta che per rilanciare l’FN occorre ridisegnarne l’immagine e, per certi versi, c’è già riuscita. Donna in carriera, divorziata, paladina degli omosessuali e degli ebrei, anti-nazista, statalista, no global. Sono questi i più importanti ingredienti della magica ricetta che le ha permesso di trasformare in così poco tempo la vecchia formazione politica di estrema destra in un partito di destra post-moderno, seppur dai toni sempre accesi. Che rientra ormai a pieno titolo nella nuovissima famiglia del neopopulismo europeo. La quale annovera tra i suoi esponenti di spicco, ad esempio, Geert Wilders che oggi con il suo Freedom Party è indispensabile per la sopravvivenza del governo olandese.  

Parliamo, in sostanza, di tutti quei partiti, nati negli stati più ricchi e liberali del Vecchio Continente, noti semplicemente per il loro anti-europeismo e i proclami anti-immigrati, che hanno avuto la capacità di superare i tradizionali schemi politici. Abbandonate le valigie ideologiche del secolo scorso, giocano da battitori liberi, avvalendosi come bussola esclusivamente del pragmatismo. Un modus operandi che permette loro di dare risposte immediate e concrete ai problemi reali di una fascia sempre più ampia e trasversale di cittadini.

Tant’è che, sondaggi alla mano, si scopre, ad esempio, che i potenziali elettori del Front National appartengono a diverse classi sociali e fasce di età: dagli operai e dagli impiegati pubblici dei grandi agglomerati urbani, alla popolazione delle zone rurali, passando per gli under-35, fino ad arrivare, addirittura, a una parte degli attivisti per i diritti omosessuali e, persino, a un pezzo, seppur ancora marginale, della middle class. Dati inimmaginabili fino allo scorso gennaio che fanno di Marine Le Pen se non una possibile vincitrice della corsa all’Eliseo, quantomeno una vera e propria minaccia non solo per l’UMP di Nicolas Sarkozy, ma anche per i socialisti di François Hollande e per l’estrema sinistra.

Certo rimane da capire se la capitalizzazione del malessere sociale si tradurrà in un’azione di governo che rispetti le regole democratiche o meno. Tuttavia, al netto che la storia degli ultimi dieci anni dimostra come l’esercizio del potere produca una certa moderazione di questi partiti (si pensi, ad esempio, all’FPO di Jorg Haider), ciò che qui preme sottolineare è che, piaccia o no, l’assoluta novità della premiata ditta LePen&co sta nel metodo: hanno intuito in largo anticipo rispetto alle tradizionali famiglie politiche del Vecchio Continente che l’unica via per adeguarsi alla straordinaria, e senza precedenti, velocità di trasformazione della società post-industriale è quella di liberarsi di ogni vecchia zavorra ideologica.

La cittadinanza in Spagna (2)

Per naturalizzazione. Per quanto concerne la concessione della cittadinanza via naturalizzazione, la norma generale prevede come requisito fondamentale la residenza legale e continuativa nel territorio nazionale per un periodo di 10 anni. Tuttavia sono previste alcune importanti eccezioni:

- per i rifugiati politici: 5 anni di residenza.

- per gli stranieri provenienti dall'America latina o da Andorra, Filippine, Guinea Equatoriale, Portogallo e per i sefarditi (ebrei spagnoli espulsi dal territorio nazionale nel 1492): 2 anni di residenza.

- per coloro che sono nati in Spagna: 1 di residenza.

- per gli stranieri sposati con un cittadino spagnolo da almeno 12 mesi: 1 anno di residenza.

- per coloro che sono, o sono stati, legalmente affidati alla tutela, alla custodia o all'affido di un cittadino o di una istituzione spagnola per due anni consecutivi: 1 anno di residenza.

- per i nati fuori dalla Spagna, ma con un genitore o un nonno che ha avuto, in passato, la cittadinanza spagnola: 1 anno di residenza.

- per coloro che non hanno fatto valere, in passato, il diritto di opzione per la cittadinanza spagnola: 1 anno di residenza.

Lo straniero deve rivolgere la richiesta di cittadinanza al Ministro della Giustizia che può respingerla con decisione motivata per ragioni di ordine pubblico o d'interesse nazionale. In questo caso il richiedente ha il diritto di impugnare l'atto in via amministrativa.
Ai sensi dell'art. 21 del Codice Civile, inoltre, se il richiedente si trova in circostanze eccezionali (circunstancias excepcionales) può ottenere un certificato di cittadinanza (carta de naturaleza) con Decreto Reale.

In base alla legge 17/1999 ,ed alla successiva modifica del 2002, e'' previsto un regime speciale, non menzionato dal Codice civile, per lo straniero che si arruola come militare a tempo determinato con una ferma (compromiso) triennale che consente la concessione del permesso di residenza legale in Spagna. Per coloro che,nel frattempo, hanno fatto domanda di naturalizzazione è contemplata la possibilità del prolungamento della ferma fino alla conclusione dell'iter amministrativo previsto per la concessione dello status civitatis.

“Meglio un’immigrazione scelta che un’immigrazione subita”

"Meglio un'immigrazione scelta che un'immigrazione subita". É questo, in fondo, lo slogan di maggior successo dell'attuale Presidente della Repubblica francese. La novità, però, è un'altra. Nicolas Sarkozy sembra aver individuato l'idealtipo di immigrato. Quello che tutti i paesi vorrebbero ospitare: asiatico, preferibilmente nato in Cina. In occasione del capodanno cinese che coincide con la festa del Tet (celebrata in Vietnam e in Cambogia) Nicolas Sarkozy, per la prima nella storia della Repubblica, ha invitato all'Eliseo i rappresentanti della comunità asiatica d'Oltralpe.

Nel suo discorso, destando lo stupore dei presenti, non ha lesinato elogi nei confronti degli immigrati orientali: "incarnano i valori del lavoro" e "sono molto amati dai francesi". E, non si è trattato certo di una breve parentesi. Il presidente, infatti, non si è limitato a qualche frase per cosi dire di cortesia, ma ha di fatto trasformato il proprio intervento in un vero e proprio omaggio alla comunità asiatica. Spingendosi, addirittura, a definire gli immigrati cinesi un encomiabile "modello di integrazione". Talmente riuscita da poter definire tutti gli asiatici dei cittadini francesi a pieno titolo. Degni di ammirazione per le straordinarie capacità dimostrate, l'innato senso del dovere e del lavoro. Insomma un paradigma da imitare per tutti gli immigrati presenti sul territorio nazionale. Ma, qual'è la ragione di cotanta prostrazione? Non è un azzardo pensare che l'uscita di Sarkozy faccia parte della strategia diplomatica atta a migliorare i rapporti con Pechino, dopo la crisi del 2008.

Quando l'inquilino dell'Eliseo accolse il Dalai Lama con tutti gli onori degni di un Capo di Stato. Non sorprende, allora, che nel corso del suo intervento-elogio il presidente ha tenuto anche ad annunciare la sua presenza a Shanghai il prossimo aprile. Per inaugurare l'Expo universale: "in cui il padiglione della Francia sarà l'emblema del forte legame tra la nostra Repubblica e il popolo cinese". Così d'improvviso, le olimpiadi di Pechino sembrano lontane un secolo. In quell'occasione Sarkozy proclamò a più riprese la volontà di boicottare la cerimonia di apertura in nome e in difesa dei diritti del popolo tibetano. Eppure è passato poco più di un anno. I miracoli della realpolitik.

La cittadinanza in Spagna (1)

La disciplina normativa spagnola sulla cittadinanza è dettata dalla Costituzione del 1978, dal Codice civile e dalle successive modifiche del 1999 e del 2002. L'ordinamento spagnolo, come quello inglese, è influenzato dal passato coloniale al punto da riservare un regime speciale agli stranieri provenienti dall'America latina e da paesi che hanno mantenuto particolari legami con la Spagna.

Si diventa cittadini spagnoli per naturalizzazione (sulla quale ci soffermeremo in un successivo articolo); per opzione e soprattutto per origine. In quest'ultimo caso, secondo quanto previsto dalla Costituzione, lo status civitatis non può essere revocato (ningún español de origen podrá ser privado de su nacionalidad). Si tratta, infatti, di un regime che storicamente basa l'acquisizione della cittadinanza su una concezione estrema dello jus sanguinis.

Per origine
Acquisiscono la cittadinanza i figli di almeno un genitore spagnolo e i nati sul territorio nazionale da genitori stranieri, se almeno uno dei due è nato in Spagna o entrambi sono apolidi. Nel caso in cui non è possibile accertare la filiazione del neonato, viene concessa la cittadinanza solo se si dimostra che il territorio spagnolo è il primo luogo di soggiorno. Se, invece, la filiazione viene accertata solo dopo il compimento del diciottesimo anno di età, l'interessato non acquista automaticamente la cittadinanza, ma ha due anni di tempo per fare la sua scelta.
Nel caso in cui un cittadino spagnolo adotta uno straniero sono previste due distinte procedure. Se l'adottato è minorenne acquisisce automaticamente la cittadinanza. In caso contrario, ha due anni di tempo per scegliere se mantenere la propria nazionalità o optare per quella spagnola.

Per opzione
L'articolo 20 del Codice civile individua, in aggiunta a quelle sopra citate, altre due categorie che possono esercitare il diritto d'opzione:
- gli stranieri che sono, o sono stati soggetti alla patria potestà di un cittadino spagnolo.
- gli stranieri il cui padre o madre, nato in Spagna, abbia avuto in passato la cittadinanza spagnola. Vale la pena di ricordare che in questi casi si ha il diritto di optare per la semplice cittadinanza spagnola e non per quella di origine.
La dichiarazione di opzione va fatta dall'interessato, se maggiorenne; mentre per i minori sopra i quattordici anni è richiesta l'assistenza di un rappresentante legale. Per i minori al di sotto dei quattordici anni, infine, è contemplata soltanto la richiesta inoltrata da un rappresentante legale dell'optante, autorizzata dall'ufficiale dello stato civile del domicilio del richiedente, ascoltato il parere del Pubblico Ministero.

Lo scivolone della Merkel

Il multiculturalismo è morto e non abbiamo bisogno di immigrati che pesino sul nostro welfare. Durante il congresso di Potsdam dei giovani del suo partito, Angela Merkel ha deciso, forse incautamente, di entrare a gamba tesa nel match infuocato che contrappone chi è pro e chi è contro i 16 mln tra immigrati e cittadini di origine straniera oggi residenti nel paese.

Intanto una premessa, Merkel utilizza il termine multiculturalismo come succedaneo di gastarbeiter. Quella fictio del lavoratore ospite, ispirata a un puro e semplice laissez-faire. In sostanza, fino agli anni Novanta la politica migratoria tedesca si basava su un unico principio: non bisogna preoccuparsi degli immigrati, tanto prima o poi torneranno a casa. Non è andata così. Non solo sono rimasti, ma sono arrivate anche le famiglie. Al punto che é sempre più forte il contrasto tra il rifiuto della società e la richiesta di manodopera straniera per mandare avanti quello che ancora oggi è il motore della nostra Europa. Insomma l’economia li vuole, la società no.

Ciò detto sembra che la cancelliera abbia scoperto l’uovo di colombo: visto che l’immigrazione non è rose e fiori, per dirla con De Gaulle “occorrono dei buoni immigrati”. Nulla di nuovo. Piuttosto rimane da capire perché un leader democratico-cristiano,  di un paese in piena ripresa economica, dove le formazioni neopopuliste sono a dir poco marginali, abbia optato per un intervento incauto su un tema di per sé delicato.

La sensazione è che il discorso di Potsdam sia stato influenzato dai sondaggi e, più in generale, dal clima politico che imperversa in buona parte dell’Europa occidentale.

Le ultime rilevazioni popolari, infatti, parlano chiaro: mentre la CDU è ai minimi storici, non si arresta il malumore verso le problematiche legate all’immigrazione. Secondo uno studio della Friderich Ebert Foundation, per il 34% dei tedeschi gli immigrati usurpano il welfare nazionale e addirittura per il 10% solo un nuovo Fuhrer può salvare la Germania dal baratro. Senza contare che il libro anti-Islam di Thilo Sarrazin, continua ad andare a ruba nelle librerie d’Oltrereno.

In più osservando la carta politica mitteleuropea è difficile trovare uno stato privo di un partito neopulista in continua ascesa. Basti pensare che nella vicina Danimarca l’estrema destra è addirittura al governo. Forse Angela Merkel ha deciso di mettere le mani avanti per evitare di rimanere scoperta sul fianco destro del suo schieramento politico?

Può darsi. Su questa strada, però, la cancelliera rischia di rendere insanabile la spaccatura tra il rifiuto della società e la richiesta di forza lavoro straniera del settore economico: uno scenario ideale per il proliferare di ogni forma di neopopulismo.

Dall’Arizona con amore

"Se non ci pensa il governo federale, ci pensiamo noi". É questo lo slogan che accomuna buona parte degli stati meridionali della federazione americana contro l'inerzia dell'amministrazione centrale. Accusata di tergiversare, da troppi anni, sulla tanto discussa riforma organica in materia di immigrazione. Leader di questa vera e propria rivolta è Jan Brewer, la governatrice dello stato dell'Arizona. Balzata alla notorietà per aver approvato una legge contro l'immigrazione clandestina.

Un provvedimento molto discusso che ha ricevuto pesanti critiche da molte associazioni per i diritti degli immigrati e dallo stesso Presidente Barack Obama. Tutto ormai è nelle mani della Corte Suprema, cui spetterà il compito di decidere sulla legittimità della legge, visto che negli Usa l'immigrazione è da sempre prerogativa del governo centrale. Di certo la governatrice dell'Arizona può ritenersi ampiamente soddisfatta della sua iniziativa. In poco tempo, infatti, è riuscita a catalizzare l'attenzione dei media e dei politici nazionali su un problema in sé grave, ma che tocca assai da vicino gli stati al confine con il Messico, esposti più di altri all'ingente flusso di clandestini. D'altra parte, numerosi sondaggi, tra cui quello dell'autorevole Gallup, indicano che la maggioranza degli americani è d'accordo sulla necessità di una stretta sull'immigrazione clandestina. Un dato che non deve stupire. Se non altro perchè da troppi anni il Senato americano non riesce a trovare un accordo su un tema così controverso e delicato. Già nel 2007 l'amministrazione Bush aveva tentato, senza alcun successo, di approvare una riforma sull'immigrazione. Un tentativo che, peraltro, è costato caro a John McCain, candidato conservatore alle ultime elezioni presidenziali, accusato dai suoi di voler "regolarizzare tutti i clandestini".

Un vero e proprio vuoto di potere destinato ad essere riempito sempre più dalle iniziative dei singoli stati. Tant'è che Idaho, Colorado, Maryland, Minnesota, Missouri, North e South Carolina, Utah e Texas hanno già annunciato di voler seguire la strada tracciata dall'Arizona. Assistiamo, dunque, alla nascita di un partito trasversale che divide e contrappone orizzontalmente la politica e la società civile americ

L’Austria modifica la legge sulla cittadinanza

La disciplina legislativa austriaca sulla cittadinanza, basata sulla legge federale (Staatsbürgerschaftsgesetz) del 1985, è stata di recente emendata dal Parlamento con una norma entrata in vigore lo scorso gennaio. All'interno della quale si segnalano quattro modifiche principali: - Viene innalzato il livello minimo di reddito e nei tre anni precedenti la data di inoltro della domanda di naturalizzazione occorre dimostrare di non aver ricevuto alcuna assistenza previdenziale da parte dello stato ospitante. - In caso di frode, ovvero qualora le autorità rilevino delle irregolarità nelle procedure di concessione della cittadinanza, il candidato può essere soggetto a un'ammenda fino a 5.000 euro e tre anni di prigione. - I soggetti stranieri che hanno frequentato un ciclo di studi secondari che include come materie l'educazione civica e la storia sono esenti dal test sulla cittadinanza introdotto nel 2006. - Prima di diventare nuovi cittadini non basterà giurare solennemente fedeltà alla Repubblica, ma anche ai valori della società e della democrazia europea.

A distanza di pochi anni dall'ultima riforma (2005) il legislatore ha deciso di intervenire nuovamente su questa materia. A dimostrazione di come le sfide poste dalla crescente comunità straniera abbiano conquistato i primi posti dell'agenda politica del paese. Secondo gli ultimi dati ufficiali, infatti, nella Repubblica Federale d'Austria il rapporto tra autoctoni e immigrati è di 8 a 1. Cifre rilevanti al punto che se si prendono in considerazione anche gli immigrati naturalizzati la percentuale di abitanti di origine straniera è addirittura superiore a quella degli Stati Uniti.

L'Austria è, dunque, uno dei principali paesi di immigrazione europei. Eppure, proprio come la vicina Germania, sembra voler continuare a rifiutare tale status. Tant'è vero che solo alla fine del XX secolo e all'inizio del XXI i governi austriaci hanno iniziato a prenderne coscienza, senza per questo modificare in modo sostanziale le modalità di concessione dello status civitatis. Oggi, infatti, le norme in vigore si basano, proprio come in passato, su una concezione rigida ed estrema dello jus sanguinis. Con procedure ancora molto complesse e tempi molto lunghi: "The alien has lawfully resided in the federal territory for un interrupted periodo of at least ten years, including at least five years as a settled resident"(art.10 comma 1).

Non sorprende allora che l'intensa attività legislativa degli ultimi anni si sia limitata a irrigidire i principi guida della normativa in vigore, introducendo molteplici balzelli amministrativi. Insomma, l'Austria, proprio come la vicina Germania, sembra restia ad autodefinirsi un paese di immigrazione. Con la sostanziale differenza che Berlino con la riforma del 1999 ha voltato pagina, mentre Vienna continua a leggere quella antica.

Meindert Fennema: “La novità Wilders”

Con la pubblicazione di “The Sorcerer’s Apprentice” Meindert Fennema ha conquistato la ribalta mediatica come biografo del tanto discusso leader del Partito della Libertà olandese Geert Wilders. Direttore dell’Istituto di ricerca sull’immigrazione dell’Università di Amsterdam e storico esponente dei Verdi olandesi, il Professor Fennema offre ai nostri lettori un’interpretazione precisa e soprattutto fuori dagli schemi del fenomeno Wilders e più in generale del controverso rapporto tra welfare e immigrazione nel vecchio continente.

 

1) Nel suo bestseller “The Sorcerer’s Apprentice” lei ha criticato l’establishment politico olandese per aver sottovalutato i problemi reali posti dal partito di Geert Wilders. In particolare ha segnalato che tanto l’integrazione degli immigrati, quanto la sostenibilità del sistema di welfare rappresenta un problema per buona parte degli stati europei. Com’è possibile, allora, conciliare Welfare e immigrazione nel prossimo futuro?

 

Si tratta di un problema a dir poco complesso. Se non altro perché è evidente che il sistema di welfare deve necessariamente fare riferimento a una comunità economica, morale e politica ben definita, con rigide e severe regole che stabiliscono chi ne fa parte e chi no. In un sistema, invece, come quello attuale che prevede meno controlli alle frontiere, è indispensabile che anche il welfare venga ridisegnato in modo diverso da come l’abbiamo conosciuto. In altre parole deve essere più flessibile.

2) Il Welfare rappresenta ancora un tema attorno al quale s’organizza la dicotomia politica destra-sinistra? Se non è così, quali sono oggi i temi su cui si contrappongono gli schieramenti politici?

Il punto è che la sinistra non si è mai preoccupata di prestare attenzione al rapporto intricato e complesso tra welfare e immigrazione.

3) Se è vero che l’immigrazione rappresenta un vero e proprio problema per il welfare europeo, quali sono le soluzioni proposti da Geert Wilders?

 

Bloccare i flussi migratori, qui ed ora!

4) Lei pensa che si possa tracciare un paragone tra l’attuale crisi delle tradizionali formazioni europee e quella che si registrò negli ’20 e ’30 del secolo scorso?

 

Certamente sì. Ma non è nè utile né costruttivo farlo.

 

5) Tornando a Wilders, come vede il prosieguo della sua carriera politica? La parlamentarizzazione in atto del suo partito rischia di creare problemi al PVV o viceversa rappresenta un’occasione per innovare il sistema politico olandese?

 

Si tratta di una domanda viziata da pregiudizi: la carriera di Geert Wilders si è sempre svolta nel solco delle istituzioni parlamentari nel rispetto delle regole democratiche. Semmai sono stati i suoi avversari a prediligere le attività extra-parlamentari, fino a giungere all’uso della violenza, come dimostra l’omicidio di Theo Van Gogh.