Schengen, occhio al cavallo di Troia

Il deciso incremento dei flussi migratori dal vicino Nord Africa, dopo le rivolte di inizio anno, ha messo  in crisi non solo l’Italia ma l’intero continente europeo. Una situazione che, secondo molti stati UE, è dovuta ai limiti degli accordi di Schengen. Ma è proprio vero? È davvero indispensabile mettere mano a quello che è un diritto fondamentale dell’Unione: la libera circolazione delle persone? Ne parliamo con il Professor Paolo Bargiacchi, docente di diritto internazionale presso l’Università Kore di Enna, che ha seguito da vicino il dibattito ancora in corso sulla cosiddetta emergenza Lampedusa.


1) Il Consiglio europeo del 23-24 giugno si è concluso con un nulla di fatto. Tra le poche novità si segnala l’invito alla Commissione di presentare per il prossimo settembre un testo che definisca in dettaglio l’eventuale reintroduzione temporanea ed eccezionale dei controlli di frontiera nell’area Schengen. Quali sono i limiti ed i vantaggi di questa proposta?

La proposta comporta pochi vantaggi, molti rischi e – soprattutto – appare fuori luogo con riguardo sia all’obiettivo del “sistema Schengen” che alla c.d. “emergenza Lampedusa”. L’arrivo di persone dal Nord Africa è un problema (in parte) di natura umanitaria cui va applicata la pertinente normativa internazionale ed europea. L’area Schengen, invece, nasce con riguardo alla necessità (“fisiologica” e non “patologica”) di consentire la libera circolazione delle persone per ragioni prevalentemente economiche. E’ quindi fuori luogo pensare di affrontare un problema umanitario, di carattere contingente ed eccezionale, modificando un sistema normativo che, invece, nasce e persegue obiettivi del tutto diversi. L’unico vantaggio di una simile riforma del sistema Schengen sarebbe per il singolo Stato che, così, avrebbe la possibilità di “chiudere” più facilmente le proprie frontiere agli “stranieri” facendo valere imprecisati ed insindacabili motivi di ordine pubblico. Il vantaggio del singolo Stato, però, andrebbe a discapito di tutti gli altri ed il rischio potrebbe allora essere quello di scatenare una “corsa” a serrare le proprie frontiere con derivato stallo dell’intero sistema Schengen.

 

2) Dal punto di vista giuridico crede davvero che una riforma di Schengen sia l’unica via di uscita dal vicolo cieco in cui si trova la politica migratoria europea? Se no, quali sono le possibili alternative?

La riforma di Schengen non solo non è una via di uscita ma rischia anche di produrre un duplice risultato negativo: da un lato, non risolvere l’emergenza umanitaria e, dall’altro, compromettere il funzionamento del regime Schengen che, a sua volta, è necessario al funzionamento del mercato interno europeo nella misura in cui garantisce la libera circolazione dei lavoratori. In alternativa, quindi, l’Unione europea deve: in primo luogo, trovare una intesa politica di largo respiro e lungo termine sulla politica migratoria comune da sviluppare nei prossimi anni; in secondo luogo, applicare ai flussi di persone in arrivo dai Paesi extraeuropei le pertinenti categorie e norme del diritto internazionale a cominciare da quella fondamentale tripartizione tra “rifugiati” (in cerca di asilo), “sfollati” (in cerca di protezione temporanea) e “migranti” (in cerca di una vita migliore). Solo riconoscendo (e garantendo) a chiunque arrivi sulle coste europee il corretto status di diritto internazionale si potranno meglio tutelare i diritti umani ed evitare che, sfruttando incertezze e confusione, una certa politica cavalchi l’onda della demagogia, dell’allarmismo e, a volte, della xenofobia.

 

3) Quali sono stati gli errori commessi dal governo italiano e dall’Unione europea nella gestione della c.d. “emergenza Lampedusa”?

La c.d. “emergenza Lampedusa” ha posto problemi concreti e di natura operativa molto complessi e difficili da risolvere. Da questo punto di vista, le Autorità italiane hanno fatto tutto il possibile e la risposta dell’Unione europea – in termini di aiuti e sostegno finanziario e logistico all’Italia – poteva e doveva essere più rapida. Dal punto di vista giuridico, l’Italia ha commesso l’errore di non distinguere con chiarezza chi, tra quelli che sbarcavano sulle coste italiane, fosse uno “sfollato” in fuga dalla guerra di Libia (e come tale meritevole di protezione umanitaria temporanea) e chi invece fosse “solo” un “migrante” in cerca di una vita migliore (in pratica, chiunque altro provenisse dalle coste nordafricane, compresi i tunisini dopo la fine della rivolta). Gli “sfollati” hanno diritto ad essere ammessi e protetti (temporaneamente) sul territorio dello Stato; i migranti, invece, hanno diritto ad essere ammessi solo nei limiti previsti dalla legislazione sull’immigrazione dello Stato ricevente (di solito, nei limiti delle “quote” stabilite annualmente da ogni Paese). Dopo aver allora riconosciuto a tutti (ed indistintamente) lo status di protezione temporanea per ragioni umanitarie, l’errore dell’Italia è stato anche quello di attribuire ai “protetti” l’ulteriore diritto di circolare liberamente nell’area Schengen. In altre parole, applicando il regime “ordinario” sulla libera circolazione delle persone ad una categoria di individui posti invece sotto la “eccezionale” protezione umanitaria internazionale, la decisione (e la qualificazione giuridica) delle Autorità italiane mirava a produrre effetti giuridici anche nei confronti – e nel territorio – degli altri Stati dell’area Schengen.

 

4) Mentre gli Stati dell’Europa centro-settentrionale si fanno carico della maggior parte dei richiedenti asilo del Vecchio Continente, quelli dell’Europa Mediterranea sono costretti a fronteggiare la pressione migratoria dal vicino Nord-Africa. Per un vero rilancio delle politiche migratorie europee non si potrebbe partire proprio dalla riforma di Dublino II e da un rafforzamento di Frontex?

Come detto, prima che giuridico il problema dell’immigrazione extraeuropea è politico. Fino a quando gli Stati dell’Unione non troveranno una politica comune veramente condivisa e si impegneranno, ciascuno per la sua parte, a rispettarla ed eseguirla, ogni afflusso – più o meno massiccio – di rifugiati, sfollati o migranti riproporrà gli stessi problemi già emersi nel corso del primo semestre del 2011. In tale ottica, certamente riformare Dublino II e rafforzare Frontex (cosa già in atto, tra l’altro) è un primo significativo passo nella giusta direzione ma, senza una intesa politica di lungo termine “alle spalle”, da solo non è assolutamente sufficiente.

Il diritto di voto agli immigrati è sempre inopportuno?

In molti paesi europei il dibattito sull'immigrazione è sempre più paragonabile al vaso di pandora. Ogni volta che si apre i problemi, i dubbi e le incertezze si moltiplicano.

Non sorprende, allora, il clima infuocato che da diversi mesi caratterizza la vita politica francese. Il dibattito sull'identità nazionale, infatti, lanciato lo scorso novembre dal ministro dell'Immigrazione Eric Besson, rischia di trasformarsi in un boomerang, non solo per il governo, ma anche per il principale partito di opposizione.

In questi giorni a far salire la temperatura è la querelle sul voto agli immigrati per le elezioni amministrative. In entrambi gli schieramenti le contraddizioni e le esitazioni non mancano di certo. Persino il ministro dell'Immigrazione che, come il Presidente Sarkozy, si era mostrato apertamente favorevole, ha cambiato improvvisamente rotta. Definendo il dibattito in corso "controproducente", seppur plausibile e opportuno "nei prossimi dieci anni". Come dire meglio rimandare che perdere consensi in vista delle prossime elezioni regionali.

Un revirement che, però, non deve stupire. Su questa materia, infatti, l'orologio della storia sembra essersi fermato a vent'anni fa. Era il 1981 quando il candidato all'Eliseo, François Mitterand, proponeva fra le sue "110 riforme per la Francia" il diritto di voto per i cittadini di origine straniera.

Da allora nulla è cambiato. Gli interessi a breve termine hanno sempre prevalso su una visione politica di lungo periodo. Non a caso, in questo eterno presente le parole chiave sono sempre le stesse "controproducente", "inopportuno" e "prematuro".

Eppure, la società sembra essere pronta al grande passo. I quotidiani Le Parisien e Aujourd'hui hanno pubblicato proprio oggi un sondaggio per certi aspetti sorprendente. La netta maggioranza dei francesi (55%) sembra essere favorevole al diritto di voto per gli immigrati. I contrari, invece, sono il 42% e gli indecesi l'8%. Un dato che di fatto sconfessa l'atteggiamento refrattario del mondo politico. Certo a ben a guardare la stragrande maggioranza dei "si" è composta da elettori di sinistra (77%). Questo, però, non può che aggravare la responsabilità del partito socialista che su questi temi ha sempre preferito non decidere.
Quanto al resto d'Europa, infine, Belgio, Danimarca, Lussemburgo, Paesi Bassi, Svezia sono gli unici a riconoscere il diritto di voto agli stranieri. In Gran Bretagna, invece, si tratta di un privilegio riservato ai cittadini provenienti dagli Stati del Commenwealth. Mentre in Spagna e Portogallo prevale il principio di reciprocità, sulla base di trattati di cooperazione con gli stati di provenienza.
I restanti paesi ingrossano le fila del gruppo degli indecisi. Quelli del "poi si vedrà

2) Rom – George Becali

In Romania George Becali non ha certo bisogno di presentazioni. Nel bene e nel male. Magnate di successo, sebbene sulla sua rapida ascesa economica si allunghi più di un sospetto. Celebrato presidente della Steaua Bucharest, il fiore all’occhiello del calcio nazionale; vedette mediatica dai toni e dai modi decisamente sopra le righe. Insomma un personaggio controverso. Nel 2000 entra in politica, e dopo varie traversie (tra cui la fondazione di un partito di estrema destra e la candidatura alla presidenza del paese) viene infine eletto al Parlamento Europeo tra le file del Partito della Grande Romania, meglio conosciuto in patria e all’estero per una piattaforma politica ferocemente nazionalista, xenofoba e molto dura sulla questione Rom. Nell'ambito della nsotra inchiesta sulle popolazioni nomadi europee, abbiamo deciso di intervistarlo.


Secondo lei, a cosa è ascrivibile l’assenza di integrazione della maggior parte dei Rom? Chi ha più colpe, le autorità o i rom stessi?

Non si può certo affermare che il problema dell’integrazione dei Rom interessi solo la Romania, perché la loro situazione è la stessa nell’Unione europea indipendentemente dal paese membro in cui risiedono: povertà e disoccupazione, con gli stessi leader locali dei Rom che usano la propria posizione privilegiata solo al servizio dell’ interesse personale. Questa è una realtà che sia le autorità che la comunità rom devono affrontare finalmente in modo serio. Quale autorità è da ritenere ad esempio responsabile se una donna Rom con in braccio un bambino mendica di fronte al Parlamento Europeo?
Come sono stato spesi gli ingenti finanziamenti europei a favore dell’integrazione delle popolazioni rom?  A tal proposito, ritiene che la strategia europea per i Rom varata nel 2008 abbia segnato passi avanti?

Se ad oggi i risultati di queste azioni latitano, non è lecito ritenere che il denaro stanziato abbia preso altre direzioni? O magari ammettere che i progetti finanziati con gli stanziamenti comunitari non fossero davvero appropriati? Alla fine della fiera, il problema Rom resta ancora irrisolto. I progressi della strategia del 2008 sono quindi minimi.

Da cittadino e politico rumeno, prima ancora che Europeo, cosa pensa delle espulsioni collettive di cittadini Rom dalla Francia sin da fine luglio? Ritiene tali provvedimenti in accordo con le normative europee, soprattutto la direttiva 38 del 2004 sulla libera circolazione nell’UE?

La campagna francese è un abuso e una violazione del diritto alla libera circolazione nell’UE. Ha sentito le interviste ai Rom espulsi? Dicevano che sarebbero di sicuro tornati in Francia. Insomma, espellere non è il modo per risolvere le cose e le autorità francesi lo capiranno molto presto. Come le autorità europee capiranno che il problema di questa comunità non è né dei rumeni né dei bulgari, ma a tutti gli effetti degli europei.

Qual è la reale condizione dei rom nel vostro paese? Come vivono, qual è il loro ruolo sociale? Come descriverebbe il loro rapporto con la popolazione autoctona?

La condizione dei Rom è cambiata molto in Romania. Ma all'interno della comunità Rom accade ciò che accade anche a livello nazionale: ci sono poche persone molto ricche e il resto, molti di loro, sono estremamente poveri. Moltissimi giovani Rom sono oggi i laureati. Spero che questa nuova generazione possa assumere la guida della comunità al posto delle loro attuali dirigenti che non rappresentavano i loro interessi ma anzi hanno contribuito alla crisi attuale.




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1) Rom – Chi sono?




A non decidere si rischia grosso

Per il Consiglio Europeo di oggi prendere il toro per le corna significa sciogliere i due grandi nodi dell’immigrazione: asilo e Frontex. C’è però il serio rischio di assistere a un’ennesima fumata nera. Eppure la riforma di Dublino II e il rafforzamento dell’Agenzia per il Controllo delle Frontiere Esterne sono l’unica via d’uscita dal cul de sac in cui si trova il Vecchio Continente.

Nel primo caso la vera questione è il cosiddetto “burden sharing”. Insomma, c’è chi fa troppo e chi troppo poco. Basti pensare che nel solo 2010 Francia, Germania, Svezia, Belgio e Regno Unito hanno ricevuto il 70% delle domande di asilo di tutta l’UE. Va da sé che non c’è alternativa a una vera armonizzazione delle legislazioni nazionali in materia. I pochi sforzi fatti in questa direzione, però, si sono rivelati semplici specchietti per le allodole. Emblematico il caso dell’Ufficio Europeo per l’asilo (EASO). Istituito soltanto nel maggio del 2010 e diventato operativo lo scorso 19 giugno. Di questo misterioso Ente si sa soltanto che ha sede a Malta, che ha un sito in costruzione e che avrà a disposizione solo qualche milione di euro, oltre ai contributi (volontari) dei singoli stati. In breve, mezzi limitati per raggiungere obiettivi ambiziosi: facilitare, coordinare e rafforzare la cooperazione dei governi in questo delicato settore.

Lo stesso vale, mutatis mutandis, per Frontex. Creata nel 2005, con un’inspiegabile sede a Varsavia e un bilancio striminzito, ha l’importante compito di pattugliare i confini della Fortezza Europa. Insomma, anche in questo caso l’idea è buona, ma è difficile realizzarla con le poche risorse a disposizione. Tuttavia il rebus dell’immigrazione clandestina può essere risolto solo tramite un reale potenziamento dell’Agenzia Europea per il controllo della Frontiere Esterne. Con un evidente beneficio per quella ristretta rosa di paesi, stavolta dell’Europa mediterranea, che subiscono la crescente pressione migratoria del vicino Nord-Africa. Visto che l'Agenzia, oltre alla mera attività di sorveglianza, è anche autorizzata a organizzare veri e proprio rimpatri collettivi. Com’è accaduto, per la prima volta, lo scorso 28 settembre. Quando 56 cittadini georgiani, arrestati in diversi paesi UE, sono stati imbarcati a Varsavia su un volo con destinazione Tblisi.

Sta tutto qui il cambio di marcia che il Consiglio Europeo del 23-24 giugno può imprimere alla politica migratoria del’Unione. A patto che tutti gli attori coinvolti rinuncino a considerare l’immigrazione una materia di esclusiva prerogativa nazionale.

Il Ministro dell’Istruzione riconosce de facto lo jus soli

Mentre media e mondo della politica tornano a parlare di immigrazione sull'onda dell'emergenza Rosarno, dal Ministero dell'Istruzione arriva sulla materia una proposta a dir poco rivoluzionaria. Il Ministro, infatti, ha emanato una circolare - "indicazioni e raccomandazioni per l'integrazione di alunni con cittadinanza non italiana" - in base alla quale dal prossimo anno scolastico scatterà, per quanto riguarda il numero delle presenze degli alunni stranieri nelle classi italiane, il tetto del 30%. Con la specificazione che la sua applicazione non riguarda gli scolari figli di immigrati nati in Italia. Che, detto per inciso, costituiscono quasi il 40% della popolazione scolastica interessata dal provvedimento. In molti paesi europei si tratterebbe di indicazioni a dir poco ovvie. Da noi, invece, dove la normativa sulla cittadinanza è improntata a un rigido rispetto dello jus sanguinis, non è esagerato parlare di una svolta epocale.

Onore al Ministro quindi. Non era certo facile riconoscere, seppur de facto, il principio dello jus soli nell'ordinamento vigente. Soprattutto alla vigilia dell'apertura in Parlamento del difficile dibattito sulla cittadinanza agli immigrati. Non più tardi di un mese fa, infatti, quando la proposta di riforma della legge del 1992 è giunta in Parlamento, i pasdaran dello jus sanguinis e dello status quo hanno dimostrato di essere in maggioranza o comunque in grado di imporre la loro volontà. Da sottolineare, inoltre, l'abilità del Ministro che scegliendo lo strumento della circolare é riuscita, d'un colpo, a "saltare" i tempi lunghi del dibattito parlamentare e, contemporaneamente, a non gettare altra legna sull'infuocato clima politico. Insomma, la proposta del Ministro è scaltra nella forma ed innovativa nel contenuto.

A tal proposito vale la pena di ricordare che in materia di immigrazione una sentenza della Corte Costituzionale fin dal 1977 aveva fatto presente al legislatore la necessità, per evitare provvedimenti settoriali ed una tantum, di mettere mano ad interventi organici e unitari.

Neopopulismo: il caso Olanda

Dopo le grida di preoccupato allarme per il successo elettorale del partito di Geert Wilders, sulla situazione politica olandese è sceso un colpevole silenzio. Un disinteresse tanto più colpevole se si tiene conto che l’incertezza e l’instabilità politica è quanto mai inusuale per un paese dalle nobili tradizioni democratiche. Quello olandese, dunque, è un problema al quale l’intera Europa deve prestare attenzione.

Perché in Olanda, a quasi tre mesi dalle ultime elezioni politiche, la formazione di un nuovo governo è sempre più un rebus?  La verità è che la tornata elettorale dello scorso giugno ha prodotto soltanto frammentazioni e incertezze nell’instabile scenario politico olandese. La débacle dei due grandi partiti, quello democristiano (21 seggi) e quello laburista (30 seggi); la vittoria stentata del partito liberale (31 seggi) che deve fare i conti con il Partito della Libertà (PVV) di  Geert Wilders (passato da 9 a 24 seggi), non solo ha reso quasi impossibile la nascita di un nuovo esecutivo, ma ha anche posto una questione più generale.

Fin dai tempi di Weimar, infatti, le democrazie occidentali si interrogano su come relazionarsi con le formazioni politiche extra-parlamentari. Escluderle dal gioco democratico o favorire una loro inclusione? E, quest’ultima opzione non può tradursi in un cavallo di Troia degli estremisti?

Insomma  Amsterdam è come Weimar? E’ questo l’enigma che ancora oggi rallenta la formazione del nuovo esecutivo olandese. A noi non sembra così. Per almeno due ragioni.

La prima, sappiamo che la storia dei partiti neo-populisti europei negli ultimi due decenni ha seguito percorsi diametralmente opposti a quello registrato nella Repubblica tedesca tra le due guerre mondiali.

Come ha affermato il politologo francese Jean-Yves Camus in un’intervista al nostro giornale, le formazioni cosiddette populiste, dopo gli straordinari successi elettorali degli esordi, si sono sistematicamente trovate a un bivio: moderarsi per entrare in Parlamento e nel governo o continuare sulla strada dell’estremismo. Che però si è sempre rivelata senza sbocco.

In questo senso, se il PVV, com’è probabile, fornirà un appoggio esterno al nuovo esecutivo olandese, è possibile sostenere che nel breve periodo Geert Wilders non rinuncerà alle sue sortite anti-immigrati e anti-Islam. Tant’è che ha già annunciato di voler partecipare alle celebrazioni dell’11 settembre a New York per manifestare contro il progetto che prevede la costruzione di una moschea nei pressi di Ground Zero. Sul lungo periodo, però, Wilders dovrà scegliere se limare gli atteggiamenti più estremisti per trasformare il PVV in un partito di governo o continuare a fare il capo popolo. In quest’ultimo caso i successi degli ultimi anni potrebbero trasformarsi in un fuoco di paglia. Fermo restando che in politica nulla è immutabile e, dunque, conviene sempre stare allerta. Evitando la tentazione del tacchino induttivista.

Senza dimenticare, ed è questa la seconda ragione, che i grandi partiti e, più in generale l’establishment olandese, per sopravvivere devono fare i conti con le sfide e le problematiche poste dal biondone capo-popolo. Non solo in tema di immigrazione, ma anche per quanto riguarda le politiche di welfare. Lasciare il monopolio di questioni così delicate alle forze anti-sistema non sembra consigliabile.

1) Rom – Chi sono?

Il problema dei Rom e, più in generale, delle popolazioni nomadi europee, è un complicato miscuglio di stigmatizzazione razziale e di stili di vita socialmente rifiutati. Se non si parte da qui, non si finisce da nessuna parte.
Chi sono, da dove vengono, e, ancora, perché la storia di questi popoli è costellata di pogrom e persecuzioni?
A questi e altri interrogativi il nostro giornale tenterà di rispondere con un’inchiesta che, a partire da oggi, proverà a gettar luce su una collettività che in molti faticano ad accettare.
Ideologie a parte, esiste una «questione nomadi»? Certamente si. Lo dimostra, ad esempio, il fatto che in tutta Europa non esiste un censimento ufficiale. Così come incerti e cangianti sono gli appellativi ad essi riferiti: Rom, Manouches, gens de voyage, zingari, gitani, vagabondi etc.
Si tratta di un popolo, piuttosto eterogeneo al suo interno, che affonda le proprie radici nella parte nord orientale dell’India. Dalla quale, fin dal 1300, grazie a una protezione-salvacondotto universale del Papa e dell’Imperatore, iniziarono a migrare verso l’Europa dell’est. Anche se una parte di essi era presente negli stati balcanici fin dall’anno mille. Da dove, nel corso dei secoli, si sono progressivamente spostati verso l’Europa occidentale: Italia e Spagna in particolare.
Giunti in Europa, gli zigani (dal greco intoccabili) si sono divisi in tre grandi gruppi a seconda dello stato di stanziamento: Roms, Manouches e Gitani. Ma il termine «Rom» (dal romani, l’originaria lingua indiana, «Uomo») viene genericamente utilizzato in riferimento a tutte le popolazioni itineranti a partire dalla Conferenza di Londra del 1971. In quell’anno, infatti, un gruppo di intellettuali di origine nomade, residente nell’Europa dell’Est, fondò un movimento politico e decise di adottare proprio tale termine per indicare la variegata galassia dei gruppi gitani. Fermo restando che, a conferma della loro eterogeneità, molti nomadi non hanno preso parte alla conferenza e, ad esempio, rifiutano di essere definiti rom.
Insomma è chiaro che, a dispetto dei luoghi comuni, i rom non hanno nulla a che fare con i rumeni.
Dopo la storia, i numeri. Ma quanti sono?
Secondo le stime del Consiglio d’Europa il vecchio continente ospiterebbe tra i 10 e i 12 milioni di gitani. In gran parte nei paesi dell’Est. Romania in testa con quasi 2 mln di presenze. Nella parte occidentale, invece, è la Spagna a ospitarne il maggior numero (725.000). Seguita da Francia (400.000), Regno Unito (300.000) e Italia (140.000).
Rimane da capire perché, a distanza di secoli dai primi insediamenti, non esista in Europa un censimento ufficiale. A dispetto della vulgata comune, non è affatto il nomadismo la causa principale. Come, infatti, ha più volte rilevato lo storico francese Henriette Asséo, l’80% degli Zigani europei ha abbandonato il nomadismo fin dal 1500. In questo senso è possibile sostenere che le vere cause siano due: il loro stile di vita e, in molti paesi, il loro status di cittadini di serie B. Parliamo infatti di individui che, pur essendo stanziati da molti anni nello stesso stato, nella stessa città e perfino nello stesso quartiere, hanno preferito mantenere usi e costumi del nomadismo. I quali spesso non coincidono con quelli del paese in cui risiedono. Come dire, sono diventati sedentari, ma non hanno rinunciato alle loro tradizioni.
Sulla seconda causa ci soffermeremo nelle prossime puntate.

Col burqa la società francese cambia volto

Per troppi anni la Francia, grazie alla fictio del modello di integrazione assimilazionista, ha sistematicamente dissimulato le problematiche sociali derivanti dalla crescente presenza di immigrati.

La volontà politica di non voler sapere nulla sulle appartenenze religiose, sulle origini etniche e razziali dei cittadini, in virtù dei principi repubblicani di uguaglianza e universalismo, ha contribuito così ad occultare un fenomeno che nella realtà quotidiana diventava sempre più difficile da nascondere. Si tratta, insomma, di quella che il maestro Demetrios Papademetriou ha definito la "politica dello struzzo".

La svolta, quantomeno formale, è avvenuta sotto la presidenza di Jacques Chirac e del suo successore Nicolas Sarkozy. Nel 2003, infatti, la Commissione Stasi - incaricata di indagare il grado di applicazione del principio della laicità nella società francese - realizzò un rapporto a dir poco rivoluzionario. Per la prima volta nella storia repubblicana si affermava pubblicamente la presenza di "gravi discriminazioni" nei confronti dei cittadini di origine straniera. Allo stesso tempo, la Commissione propose un disegno di legge - poi approvato - che vietava nelle scuole pubbliche "i segni che manifestano un'appartenenza religiosa o politica", come ad esempio il velo. A distanza di pochi anni, per certi aspetti, la storia si ripete. Lo scorso giugno, infatti, il Presidente Sarkozy aveva nominato una Commissione di studio sulle conseguenze sociali derivanti dall'utilizzo del velo integrale, niqab o burqa, sul territorio nazionale. Il rapporto finale, pubblicato oggi, propone un disegno di legge che ne vieti l'utilizzo nei luoghi pubblici, in quanto "offende i valori nazionali".

Parallelamente si raccomanda di introdurre vie alternative per l'integrazione in relazione alle esigenze delle diverse comunità allogene presenti nel paese. Come, ad esempio, la creazione di centri per lo studio dell'Islam oppure l'introduzione di feste religiose come l'Aid-El-Kebir o lo Yom Kippur. Insomma, la Commissione nominata da Sarkozy, proprio come quella del 2003, ha il merito di avere affrontato vis à vis i problemi esistenti, mettendo definitivamente in discussione il modello di integrazione repubblicano. Il punto, però, è un altro. E non riguarda certo soltanto la Francia. Come si fa a garantire i diritti previsti dalle democrazie liberali in una società multietnica? E' possibile immolare le libertà fondamentali sull'altare della laicità o della pubblica sicurezza? Difficile rispondere.

Tant'è che nel rapporto di oggi la Commissione francese ribadisce che "non esiste unanimità sul divieto assoluto del velo integrale negli spazi pubblici". Si tratterebbe, infatti, di una grave violazione della libertà di opinione. Censurabile non solo dalla Corte costituzionale d'Oltralpe, ma persino dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo.

L’Ue è un rifugio solo per pochi

E' un dato ormai acclarato, per quanto taciuto, che l'opinione pubblica occidentale ha una percezione sovradimensionata dell'immigrazione.

Eppure, basterebbe ricordare che negli ultimi cinquant'anni il numero dei migranti internazionali è rimasto costante intorno al 3% della popolazione mondiale. Questa visione distorta della realtà rende difficile la gestione di un fenomeno di per sé complesso. Prevale, così, una certa confusione persino nella terminologia. Immigrati regolari, irregolari, clandestini, richiedenti asilo, sembrano indistintamente ascrivibili alla medesima categoria. In materia di immigrazione, invece, i distinguo sono essenziali.

Chi sono, ad esempio, i richiedenti asilo? E, soprattutto, i paesi europei ne ospitano davvero un numero così elevato? Si tratta di individui costretti a lasciare il proprio paese per ragioni politiche ed umanitarie e per i quali il diritto internazionale prevede tre differenti gradi di protezione: - status di rifugiato. Ai sensi dell'art.1 della Convenzione di Ginevra del 1951 viene riconosciuto a qualsiasi cittadino che si trovi fuori dal suo paese di origine e che non voglia farvi ritorno perchè teme di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza ad un determinato gruppo sociale. Lo stesso vale per gli apolidi che si trovino nelle medesime codizioni. - status di protezione sussidiaria. Viene accordato al richiedente che, seppur privo dei requisiti neccessari per essere riconosciuto come rifugiato, si trovi fuori dal paese di origine e non possa ritornarvi perchè teme danni gravi e ingiustificati quali: la tortura, la condanna a morte e la minaccia grave contro la propria vita derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato. - permesso di soggiorno per ragioni umanitarie. Lo Stato ospitante può concederlo al soggetto straniero privo dei requisiti necessari per ottenere la protezione internazionale. Come accade, ad esempio, per i minori non accompagnati.

A fronte di così ampie garanzie si potrebbe pensare a una vera e propria invasione di richiedenti asilo sul territorio occidentale. Scorrendo i dati, invece, le sorprese non mancano. Secondo Eurostat, infatti, nel 2010 i 27 paesi dell'Ue su un totale di 280.000 domande ne hanno accolte appena 76.000. Esattamente l'opposto di quanto i luoghi comuni lasciano intendere

I matrimoni misti in Francia: lucciole o lanterne?

Continua a fare discutere in Francia il dibattito sull'identità nazionale lanciato il 2 novembre scorso dal Ministro dell'Immigrazione Eric Besson. Con il passare dei giorni il dibattito anziché sull'identità si sta incentrando quasi esclusivamente sul tema dell'immigrazione, ed in particolare su quella musulmana. Un revirement tanto inatteso quanto pericoloso testimoniato da ultimo dall'ennesimo,ciclico ritorno sul pericolo dei finti matrimoni misti. Il Ministro Besson, infatti, ha annunciato la necessità di combattere quella che viene definita una vera e propria piaga sociale: l'uso fraudolento che ne fanno molti immigrati per riuscire ad ottenere la cittadinanza. Un tema che, per altro, aveva rappresentato uno leitmotiv della campagna presidenziale di Nicolas Sarkozy.

Ma il problema esiste e in che dimensioni? E, soprattutto, risponde a verità l'affermazione secondo cui essendo la normativa in vigore poco efficace è urgente rimettervi mano con l'introduzione di leggi più severe e stringenti? Secondo la denuncia-allarme di Besson "i matrimoni misti costituiscono l'80% del totale di quelli annullati" Un'affermazione alla quale sarebbe stato opportuno, non foss'altro per consentire a qualche interessato di farsi un'idea di come stanno veramente le cose, aggiungere qualche numero. Come ad esempio quelli relativi al 2004 quando a fronte di 745 annullamenti, di cui 395 per fraudolenta convenienza, i matrimoni misti celebrati sono stati ben 88.123. S dunque è vero che gli negli annullamenti matrimoniali quelli misti pesano per l'80%, è anche vero che essi costituiscono niente più che una goccia nel mare delle unioni tra coppie di diversa nazionalità. Stesso discorso per quanto riguarda la pretesa inefficacia delle norme in vigore contro i finti matrimoni di convenienza.

Semplicemente perché non è vero quello che, a ruota delle parole di Besson, hanno ripetuto molti parlamentari della maggioranza secondo cui gli immigrati riescono a conservare la cittadinanza francese anche in caso di annullamento del matrimonio. Infatti le norme in vigore , introdotte nel 2003 e nel 2006, sono al riguardo non rigide ma rigidissime.

Al punto da prevedere, in caso di comprovato matrimonio di interesse, fino a cinque anni di prigione, 15.000 euro di multa e la revoca della cittadinanza. Inoltre, acquisire lo status civitatis via matrimonio non è così semplice come qualcuno vuole lasciare ad intendere. Un immigrato irregolare che sposa un cittadino francese ottiene un permesso di soggiorno di lungo periodo solo dopo tre anni di matrimonio. E, solo dopo un ulteriore "periodo di prova" di quattro o cinque anni ottiene la cittadinanza. Per i regolari, invece, ne occorrono quattro per diventare cittadino a pieno titolo.