Il Ministro dell’Istruzione riconosce de facto lo jus soli

Mentre media e mondo della politica tornano a parlare di immigrazione sull'onda dell'emergenza Rosarno, dal Ministero dell'Istruzione arriva sulla materia una proposta a dir poco rivoluzionaria. Il Ministro, infatti, ha emanato una circolare - "indicazioni e raccomandazioni per l'integrazione di alunni con cittadinanza non italiana" - in base alla quale dal prossimo anno scolastico scatterà, per quanto riguarda il numero delle presenze degli alunni stranieri nelle classi italiane, il tetto del 30%. Con la specificazione che la sua applicazione non riguarda gli scolari figli di immigrati nati in Italia. Che, detto per inciso, costituiscono quasi il 40% della popolazione scolastica interessata dal provvedimento. In molti paesi europei si tratterebbe di indicazioni a dir poco ovvie. Da noi, invece, dove la normativa sulla cittadinanza è improntata a un rigido rispetto dello jus sanguinis, non è esagerato parlare di una svolta epocale.

Onore al Ministro quindi. Non era certo facile riconoscere, seppur de facto, il principio dello jus soli nell'ordinamento vigente. Soprattutto alla vigilia dell'apertura in Parlamento del difficile dibattito sulla cittadinanza agli immigrati. Non più tardi di un mese fa, infatti, quando la proposta di riforma della legge del 1992 è giunta in Parlamento, i pasdaran dello jus sanguinis e dello status quo hanno dimostrato di essere in maggioranza o comunque in grado di imporre la loro volontà. Da sottolineare, inoltre, l'abilità del Ministro che scegliendo lo strumento della circolare é riuscita, d'un colpo, a "saltare" i tempi lunghi del dibattito parlamentare e, contemporaneamente, a non gettare altra legna sull'infuocato clima politico. Insomma, la proposta del Ministro è scaltra nella forma ed innovativa nel contenuto.

A tal proposito vale la pena di ricordare che in materia di immigrazione una sentenza della Corte Costituzionale fin dal 1977 aveva fatto presente al legislatore la necessità, per evitare provvedimenti settoriali ed una tantum, di mettere mano ad interventi organici e unitari.

Neopopulismo: il caso Olanda

Dopo le grida di preoccupato allarme per il successo elettorale del partito di Geert Wilders, sulla situazione politica olandese è sceso un colpevole silenzio. Un disinteresse tanto più colpevole se si tiene conto che l’incertezza e l’instabilità politica è quanto mai inusuale per un paese dalle nobili tradizioni democratiche. Quello olandese, dunque, è un problema al quale l’intera Europa deve prestare attenzione.

Perché in Olanda, a quasi tre mesi dalle ultime elezioni politiche, la formazione di un nuovo governo è sempre più un rebus?  La verità è che la tornata elettorale dello scorso giugno ha prodotto soltanto frammentazioni e incertezze nell’instabile scenario politico olandese. La débacle dei due grandi partiti, quello democristiano (21 seggi) e quello laburista (30 seggi); la vittoria stentata del partito liberale (31 seggi) che deve fare i conti con il Partito della Libertà (PVV) di  Geert Wilders (passato da 9 a 24 seggi), non solo ha reso quasi impossibile la nascita di un nuovo esecutivo, ma ha anche posto una questione più generale.

Fin dai tempi di Weimar, infatti, le democrazie occidentali si interrogano su come relazionarsi con le formazioni politiche extra-parlamentari. Escluderle dal gioco democratico o favorire una loro inclusione? E, quest’ultima opzione non può tradursi in un cavallo di Troia degli estremisti?

Insomma  Amsterdam è come Weimar? E’ questo l’enigma che ancora oggi rallenta la formazione del nuovo esecutivo olandese. A noi non sembra così. Per almeno due ragioni.

La prima, sappiamo che la storia dei partiti neo-populisti europei negli ultimi due decenni ha seguito percorsi diametralmente opposti a quello registrato nella Repubblica tedesca tra le due guerre mondiali.

Come ha affermato il politologo francese Jean-Yves Camus in un’intervista al nostro giornale, le formazioni cosiddette populiste, dopo gli straordinari successi elettorali degli esordi, si sono sistematicamente trovate a un bivio: moderarsi per entrare in Parlamento e nel governo o continuare sulla strada dell’estremismo. Che però si è sempre rivelata senza sbocco.

In questo senso, se il PVV, com’è probabile, fornirà un appoggio esterno al nuovo esecutivo olandese, è possibile sostenere che nel breve periodo Geert Wilders non rinuncerà alle sue sortite anti-immigrati e anti-Islam. Tant’è che ha già annunciato di voler partecipare alle celebrazioni dell’11 settembre a New York per manifestare contro il progetto che prevede la costruzione di una moschea nei pressi di Ground Zero. Sul lungo periodo, però, Wilders dovrà scegliere se limare gli atteggiamenti più estremisti per trasformare il PVV in un partito di governo o continuare a fare il capo popolo. In quest’ultimo caso i successi degli ultimi anni potrebbero trasformarsi in un fuoco di paglia. Fermo restando che in politica nulla è immutabile e, dunque, conviene sempre stare allerta. Evitando la tentazione del tacchino induttivista.

Senza dimenticare, ed è questa la seconda ragione, che i grandi partiti e, più in generale l’establishment olandese, per sopravvivere devono fare i conti con le sfide e le problematiche poste dal biondone capo-popolo. Non solo in tema di immigrazione, ma anche per quanto riguarda le politiche di welfare. Lasciare il monopolio di questioni così delicate alle forze anti-sistema non sembra consigliabile.

1) Rom – Chi sono?

Il problema dei Rom e, più in generale, delle popolazioni nomadi europee, è un complicato miscuglio di stigmatizzazione razziale e di stili di vita socialmente rifiutati. Se non si parte da qui, non si finisce da nessuna parte.
Chi sono, da dove vengono, e, ancora, perché la storia di questi popoli è costellata di pogrom e persecuzioni?
A questi e altri interrogativi il nostro giornale tenterà di rispondere con un’inchiesta che, a partire da oggi, proverà a gettar luce su una collettività che in molti faticano ad accettare.
Ideologie a parte, esiste una «questione nomadi»? Certamente si. Lo dimostra, ad esempio, il fatto che in tutta Europa non esiste un censimento ufficiale. Così come incerti e cangianti sono gli appellativi ad essi riferiti: Rom, Manouches, gens de voyage, zingari, gitani, vagabondi etc.
Si tratta di un popolo, piuttosto eterogeneo al suo interno, che affonda le proprie radici nella parte nord orientale dell’India. Dalla quale, fin dal 1300, grazie a una protezione-salvacondotto universale del Papa e dell’Imperatore, iniziarono a migrare verso l’Europa dell’est. Anche se una parte di essi era presente negli stati balcanici fin dall’anno mille. Da dove, nel corso dei secoli, si sono progressivamente spostati verso l’Europa occidentale: Italia e Spagna in particolare.
Giunti in Europa, gli zigani (dal greco intoccabili) si sono divisi in tre grandi gruppi a seconda dello stato di stanziamento: Roms, Manouches e Gitani. Ma il termine «Rom» (dal romani, l’originaria lingua indiana, «Uomo») viene genericamente utilizzato in riferimento a tutte le popolazioni itineranti a partire dalla Conferenza di Londra del 1971. In quell’anno, infatti, un gruppo di intellettuali di origine nomade, residente nell’Europa dell’Est, fondò un movimento politico e decise di adottare proprio tale termine per indicare la variegata galassia dei gruppi gitani. Fermo restando che, a conferma della loro eterogeneità, molti nomadi non hanno preso parte alla conferenza e, ad esempio, rifiutano di essere definiti rom.
Insomma è chiaro che, a dispetto dei luoghi comuni, i rom non hanno nulla a che fare con i rumeni.
Dopo la storia, i numeri. Ma quanti sono?
Secondo le stime del Consiglio d’Europa il vecchio continente ospiterebbe tra i 10 e i 12 milioni di gitani. In gran parte nei paesi dell’Est. Romania in testa con quasi 2 mln di presenze. Nella parte occidentale, invece, è la Spagna a ospitarne il maggior numero (725.000). Seguita da Francia (400.000), Regno Unito (300.000) e Italia (140.000).
Rimane da capire perché, a distanza di secoli dai primi insediamenti, non esista in Europa un censimento ufficiale. A dispetto della vulgata comune, non è affatto il nomadismo la causa principale. Come, infatti, ha più volte rilevato lo storico francese Henriette Asséo, l’80% degli Zigani europei ha abbandonato il nomadismo fin dal 1500. In questo senso è possibile sostenere che le vere cause siano due: il loro stile di vita e, in molti paesi, il loro status di cittadini di serie B. Parliamo infatti di individui che, pur essendo stanziati da molti anni nello stesso stato, nella stessa città e perfino nello stesso quartiere, hanno preferito mantenere usi e costumi del nomadismo. I quali spesso non coincidono con quelli del paese in cui risiedono. Come dire, sono diventati sedentari, ma non hanno rinunciato alle loro tradizioni.
Sulla seconda causa ci soffermeremo nelle prossime puntate.

Col burqa la società francese cambia volto

Per troppi anni la Francia, grazie alla fictio del modello di integrazione assimilazionista, ha sistematicamente dissimulato le problematiche sociali derivanti dalla crescente presenza di immigrati.

La volontà politica di non voler sapere nulla sulle appartenenze religiose, sulle origini etniche e razziali dei cittadini, in virtù dei principi repubblicani di uguaglianza e universalismo, ha contribuito così ad occultare un fenomeno che nella realtà quotidiana diventava sempre più difficile da nascondere. Si tratta, insomma, di quella che il maestro Demetrios Papademetriou ha definito la "politica dello struzzo".

La svolta, quantomeno formale, è avvenuta sotto la presidenza di Jacques Chirac e del suo successore Nicolas Sarkozy. Nel 2003, infatti, la Commissione Stasi - incaricata di indagare il grado di applicazione del principio della laicità nella società francese - realizzò un rapporto a dir poco rivoluzionario. Per la prima volta nella storia repubblicana si affermava pubblicamente la presenza di "gravi discriminazioni" nei confronti dei cittadini di origine straniera. Allo stesso tempo, la Commissione propose un disegno di legge - poi approvato - che vietava nelle scuole pubbliche "i segni che manifestano un'appartenenza religiosa o politica", come ad esempio il velo. A distanza di pochi anni, per certi aspetti, la storia si ripete. Lo scorso giugno, infatti, il Presidente Sarkozy aveva nominato una Commissione di studio sulle conseguenze sociali derivanti dall'utilizzo del velo integrale, niqab o burqa, sul territorio nazionale. Il rapporto finale, pubblicato oggi, propone un disegno di legge che ne vieti l'utilizzo nei luoghi pubblici, in quanto "offende i valori nazionali".

Parallelamente si raccomanda di introdurre vie alternative per l'integrazione in relazione alle esigenze delle diverse comunità allogene presenti nel paese. Come, ad esempio, la creazione di centri per lo studio dell'Islam oppure l'introduzione di feste religiose come l'Aid-El-Kebir o lo Yom Kippur. Insomma, la Commissione nominata da Sarkozy, proprio come quella del 2003, ha il merito di avere affrontato vis à vis i problemi esistenti, mettendo definitivamente in discussione il modello di integrazione repubblicano. Il punto, però, è un altro. E non riguarda certo soltanto la Francia. Come si fa a garantire i diritti previsti dalle democrazie liberali in una società multietnica? E' possibile immolare le libertà fondamentali sull'altare della laicità o della pubblica sicurezza? Difficile rispondere.

Tant'è che nel rapporto di oggi la Commissione francese ribadisce che "non esiste unanimità sul divieto assoluto del velo integrale negli spazi pubblici". Si tratterebbe, infatti, di una grave violazione della libertà di opinione. Censurabile non solo dalla Corte costituzionale d'Oltralpe, ma persino dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo.

L’Ue è un rifugio solo per pochi

E' un dato ormai acclarato, per quanto taciuto, che l'opinione pubblica occidentale ha una percezione sovradimensionata dell'immigrazione.

Eppure, basterebbe ricordare che negli ultimi cinquant'anni il numero dei migranti internazionali è rimasto costante intorno al 3% della popolazione mondiale. Questa visione distorta della realtà rende difficile la gestione di un fenomeno di per sé complesso. Prevale, così, una certa confusione persino nella terminologia. Immigrati regolari, irregolari, clandestini, richiedenti asilo, sembrano indistintamente ascrivibili alla medesima categoria. In materia di immigrazione, invece, i distinguo sono essenziali.

Chi sono, ad esempio, i richiedenti asilo? E, soprattutto, i paesi europei ne ospitano davvero un numero così elevato? Si tratta di individui costretti a lasciare il proprio paese per ragioni politiche ed umanitarie e per i quali il diritto internazionale prevede tre differenti gradi di protezione: - status di rifugiato. Ai sensi dell'art.1 della Convenzione di Ginevra del 1951 viene riconosciuto a qualsiasi cittadino che si trovi fuori dal suo paese di origine e che non voglia farvi ritorno perchè teme di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza ad un determinato gruppo sociale. Lo stesso vale per gli apolidi che si trovino nelle medesime codizioni. - status di protezione sussidiaria. Viene accordato al richiedente che, seppur privo dei requisiti neccessari per essere riconosciuto come rifugiato, si trovi fuori dal paese di origine e non possa ritornarvi perchè teme danni gravi e ingiustificati quali: la tortura, la condanna a morte e la minaccia grave contro la propria vita derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato. - permesso di soggiorno per ragioni umanitarie. Lo Stato ospitante può concederlo al soggetto straniero privo dei requisiti necessari per ottenere la protezione internazionale. Come accade, ad esempio, per i minori non accompagnati.

A fronte di così ampie garanzie si potrebbe pensare a una vera e propria invasione di richiedenti asilo sul territorio occidentale. Scorrendo i dati, invece, le sorprese non mancano. Secondo Eurostat, infatti, nel 2010 i 27 paesi dell'Ue su un totale di 280.000 domande ne hanno accolte appena 76.000. Esattamente l'opposto di quanto i luoghi comuni lasciano intendere

I matrimoni misti in Francia: lucciole o lanterne?

Continua a fare discutere in Francia il dibattito sull'identità nazionale lanciato il 2 novembre scorso dal Ministro dell'Immigrazione Eric Besson. Con il passare dei giorni il dibattito anziché sull'identità si sta incentrando quasi esclusivamente sul tema dell'immigrazione, ed in particolare su quella musulmana. Un revirement tanto inatteso quanto pericoloso testimoniato da ultimo dall'ennesimo,ciclico ritorno sul pericolo dei finti matrimoni misti. Il Ministro Besson, infatti, ha annunciato la necessità di combattere quella che viene definita una vera e propria piaga sociale: l'uso fraudolento che ne fanno molti immigrati per riuscire ad ottenere la cittadinanza. Un tema che, per altro, aveva rappresentato uno leitmotiv della campagna presidenziale di Nicolas Sarkozy.

Ma il problema esiste e in che dimensioni? E, soprattutto, risponde a verità l'affermazione secondo cui essendo la normativa in vigore poco efficace è urgente rimettervi mano con l'introduzione di leggi più severe e stringenti? Secondo la denuncia-allarme di Besson "i matrimoni misti costituiscono l'80% del totale di quelli annullati" Un'affermazione alla quale sarebbe stato opportuno, non foss'altro per consentire a qualche interessato di farsi un'idea di come stanno veramente le cose, aggiungere qualche numero. Come ad esempio quelli relativi al 2004 quando a fronte di 745 annullamenti, di cui 395 per fraudolenta convenienza, i matrimoni misti celebrati sono stati ben 88.123. S dunque è vero che gli negli annullamenti matrimoniali quelli misti pesano per l'80%, è anche vero che essi costituiscono niente più che una goccia nel mare delle unioni tra coppie di diversa nazionalità. Stesso discorso per quanto riguarda la pretesa inefficacia delle norme in vigore contro i finti matrimoni di convenienza.

Semplicemente perché non è vero quello che, a ruota delle parole di Besson, hanno ripetuto molti parlamentari della maggioranza secondo cui gli immigrati riescono a conservare la cittadinanza francese anche in caso di annullamento del matrimonio. Infatti le norme in vigore , introdotte nel 2003 e nel 2006, sono al riguardo non rigide ma rigidissime.

Al punto da prevedere, in caso di comprovato matrimonio di interesse, fino a cinque anni di prigione, 15.000 euro di multa e la revoca della cittadinanza. Inoltre, acquisire lo status civitatis via matrimonio non è così semplice come qualcuno vuole lasciare ad intendere. Un immigrato irregolare che sposa un cittadino francese ottiene un permesso di soggiorno di lungo periodo solo dopo tre anni di matrimonio. E, solo dopo un ulteriore "periodo di prova" di quattro o cinque anni ottiene la cittadinanza. Per i regolari, invece, ne occorrono quattro per diventare cittadino a pieno titolo.

L’Islam che non ti aspetti

Il "Pew Forum on Religion and Public life" di Washington ha recentemente pubblicato una studio sulla distribuzione della popolazione musulmana nel mondo. Una ricerca molto approfondita, frutto di tre anni di lavoro di un team di demografi e sociologi di fama internazionale, che ha preso in esame i dati relativi a più di 200 paesi.

I risultati sembrano sfatare molti luoghi comuni in circolazione su questa materia: non c'è dubbio, infatti, che gli attentati dell'11 settembre 2001 e la politica estera dell'amministrazione di Gorge W. Bush hanno largamente contribuito al consolidamento ed alla diffusione di molti dei pregiudizi oggi presenti in Occidente nei confronti dell'Islam. Nell'immaginario di molti, infatti, il termine musulmano è sinonimo di sciita, terrorista, di origine maghrebina o mediorientale. Un dato questo che rappresenta il vero grande successo di Al Qaeda e del suo leader Osama Bin Laden che ha sempre avuto la pretesa di rappresentare l'intera "umma" musulmana nel suo jihad contro l'Occidente.

I fedeli islamici sono più di un miliardo e mezzo: quasi il 25% dell'intera popolazione del pianeta. L'Asia è il continente che ne ospita la percentuale più alta:oltre il 60%. Seguono Nord Africa e Medio Oriente con il 20%. La componente sciita rappresenta all'incirca il 13% dell'universo complessivo dei fedeli ed è maggioritaria in quattro stati: Iran, Arzebaigian, Bahrein e Iraq.

Quanto all'Europa le sorprese non mancano. I residenti musulmani sono 38 milioni. In maggioranza nelle nazioni centro-orientali: la Russia da sola ne ospita il 40%. Ad Occidente troviamo al primo posto i 4 milioni e passa della Germania. La ricerca mette in luce un dato di grande interesse: sono indigeni più del 60% dei musulmani europei. Tra le popolazioni di Russia, Albania, Kosovo, Bosnia-Herzegovina e Bulgaria la componente islamica è infatti presente da diversi secoli.
Infine, l'Italia: con l'1% è il paese che ospita la più piccola comunità di tutto il continente

In Germania l’urna diventa multietnica

Dopo aver difeso la fictio del gastarbeiter (lavoratore ospite), la Germania sembra aver preso coscienza della sua multietnicità. I numeri, d'altronde, parlano chiaro. Il voto della scorsa settimana ha testimoniato che 5,6 milioni di elettori sono di origine straniera, pari al 9% dell'intero elettorato. Una percentuale rilevante se si pensa che le elezioni del 2002 erano state vinte con uno scarto di appena 6000 voti. Già alla fine degli anni Novanta il governo di Gerhard Schroeder aveva modificato la legge sulla cittadinanza, che in Germania si basava sul rigido rispetto dello jus sanguinis, creando un sistema misto - a metà via tra lo jus sanguisinis e lo jus soli - e concedendo la naturalizzazione agli stranieri residenti in Germania da almeno otto anni.

Una grande novità recepita, adesso, persino dai restii partiti di centro-destra. Tant'è vero che, per la prima volta nella storia del suo partito, Angela Markel ha organizzato a Berlino, alcune settimane prima delle elezioni, una conferenza per i suoi 120 candidati di origine straniera con tanto di dichiarazione del segretario Ronald Pofalla: "orgoglioso delle radici multietniche e colorate" dei cristiano-democratici. Da parte sua il Ministro dell'Interno, Wolfgang Schauble, ha recentemente promosso una Conferenza sull'Islam, incentrata sull'importanza dell'integrazione.

I problemi, certo, non mancano. Nel mondo del lavoro c'è ancora una forte discriminazione nei confronti degli immigrati e l'elettorato di centro-destra continua ad essere molto diffidente verso i nuovi compagni di viaggio. Ma soprattutto resta ancora pesante la sottorappresentazione degli elettori di orgine straniera al punto che tra i deputati uscenti erano appena 11, pari al 2%

Cittadinanza: Germania e Italia a due velocità

In Italia nel giugno 1912 veniva approvato il primo provvedimento organico sulla cittadinanza italiana, replicato un anno dopo dalla Germania. Si trattava in entrambi i casi dell'introduzione di un regime in cui lo status civitatis si basava sul rigido rispetto del principio di filiazione (Jus sanguinis). Basta leggere l'art.1 della legge 13 giugno 1912 n.153, in base al quale si consideravano cittadini per nascita: il figlio di padre cittadino; il figlio di madre cittadina se il padre è ignoto o non ha la cittadinanza italiana, né quella di altro Stato, ovvero se il figlio non segue la cittadinanza del padre straniero secondo la legge dello Stato al quale questi appartiene; chi è nato nel Regno se entrambi i genitori o sono ignoti o non hanno la cittadinanza italiana, né quella di altro Stato, ovvero se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori stranieri secondo la legge dello Stato al quale questi appartengono. Il figlio di ignoti trovato in Italia si presume fino a prova in contrario nato nel Regno.

All'inizio degli anni Novanta i due Paesi hanno intrapreso strade diametralmente opposte. L'Italia riformava la normativa sulla cittadinanza, con la legge 5 febbraio 1992 n.91, in piena continuità con i principi guida già presenti in quella del 1912. Continuava, infatti, a prevalere il principio dello jus sanguinis per l'acquisto della cittadinanza. Tant'è vero che in quella normativa il Legislatore differenziava il periodo di residenza necessario per l'ottenimento della cittadinanza, introducendo un regime di maggior favore per il discendente di cittadini italiani per nascita entro il secondo grado. Così, infatti, recitava l'art.4: 1. Lo straniero o l'apolide, del quale il padre o la madre o uno degli ascendenti in linea retta di secondo grado sono stati cittadini per nascita, diviene cittadino: a) se presta effettivo servizio militare per lo Stato italiano e dichiara preventivamente di voler acquistare la cittadinanza italiana; b) se assume pubblico impiego alle dipendenze dello Stato, anche all'estero, e dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana; c) se, al raggiungimento della maggiore età, risiede legalmente da almeno due anni nel territorio della Repubblica e dichiara, entro un anno dal raggiungimento, di voler acquistare la cittadinanza italiana. 2. Lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data. In tutt'altra direzione si è mossa la Germania che nel 1999 ha approvato una nuova normativa in materia di cittadinanza.

Talmente rivoluzionaria che ha consentito al Presidente della federazione, Johannes Rau, di dichiarare di "rappresentare tutti i tedeschi ed in particolare coloro i quali non hanno ancora il passaporto". La legge 15 luglio 1999, infatti, stabiliva che lo status civitatis si acquisiva in base al principio del luogo di nascita (jus soli), mentre a quello dell jus sangunis veniva dato carattere residuale. Nella fattispecie l'art.3 affermava che la cittadinanza tedesca può essere acquisita per nascita, per adozione e per naturalizzazione.

Sta qui il cambio di rotta della politica tedesca in materia di immigrazione come hanno confermato i risultati delle recenti elezioni legislative che hanno registrato un aumento dei parlamentari di origine straniera da 11 a 15. Esattamente l'opposto di quanto accaduto in Italia, dove i deputati di origine straniera sono passati dai 3 della scorsa legislatura ai 2 di quella attuale.

La Svizzera è una sorpresa che non sorprende

Il 57% dei si' con cui gli elettori svizzeri hanno approvato il referendum sul divieto assoluto di costruire nuovi minareti sul territorio nazionale ha destato molto scalpore a livello internazionale e sorpreso persino i suoi stessi promotori.

A ben guardare, però, questo risultato non fa altro che confermare un trend già in atto da anni nella Confederazione elvetica. Infatti non è la prima volta che i cittadini svizzeri esprimono chiaramente il loro atteggiamento di forte, negativa chiusura in tema di immigrazione. Basti pensare che già nel 2004 l'elettorato aveva bocciato le proposte del governo sulla facilitazione del processo di naturalizzazione dei giovani stranieri di seconda generazione e sull'acquisizione automatica della nazionalità per quelli di terza. Così come nel 2006 erano state approvate, con una maggioranza del 70%, due leggi che inasprivano significativamente le norme sull'immigrazione e sul diritto d'asilo. In linea con i numerosi referendum anti-stranieri, in gran parte italiani, degli anni Settanta.

Dunque, nulla di nuovo? Fino ad un certo punto. Disquisire se gli esiti delle consultazioni popolari in materia di immigrazione siano o meno l'espressione della xenofobia dei cittadini svizzeri è a dir poco parziale. Se non altro perchè non è un azzardo ritenere che la maggioranza dei cittadini europei si riconosca nelle scelte dell'elettorato elevetico.
Il vero problema, invece, è di "metodo". Il referendum, in quanto tale, non può essere la regola, ma l'eccezione. Pensare di consultare il popolo, peraltro in un periodo di grave crisi economica, in materia di immigrazione equivarrebbe, ceteris paribus, a chiedere se si è d'accordo o meno sull'introduzione di nuove tasse.

La politica, dunque, ha una doppia responsabilità in materie così delicate. Da un lato, ha l'obbligo di sedare e non cavalcare i malumori dei cittadini e, dall'altro, di legiferare in modo concertato, senza cadere nell'affascinante tentazione populistica, anche se appellarsi alla vox populi è più facile e redditizio in termini elettorali. Intendiamoci, il referendum costituisce la massima espressione della democrazia diretta, come contrappeso al potere del governo e degli stessi eletti in Parlamento. Questo non autorizza, però, ad utilizzare l'istituto referendario come una "pattumiera delle emozioni" alla mercè di demagoghi e populisti del momento. Con il paradossale risultato per cui l'espressione massima della democrazia diretta si trasforma nel suo opposto: un dispotismo sia pur della maggioranza