[Speciale elezioni Olanda / 2] Con il Terzo Millennio arrivano i guai

La politica non conosce solo stop and go. Ma anche fasi di vera e propria regressione.

Come testimoniano, ad esempio, le politiche migratorie olandesi degli ultimi anni.

Con l’inizio del Terzo Millennio, infatti, in quella che una volta era una piccola oasi felice dell’Europa del Nord tutto sembra cambiare. È come la fine di un incantesimo che, anziché con i sogni, obbliga a fare i conti con la durezza tipica dei fenomeni inaspettati.

"Viviamo gli uni accanto agli altri, senza incontrarci". Questo l’incipit dell’articolo di Paul Scheffer, pubblicato nel gennaio del 2000, dal titolo significativo: “Het Multiculturele Drama” (Il dramma multiculturale). Che fotografa l’inizio di una vera e propria rivoluzione copernicana al negativo nella gestione del fenomeno migratorio nei Paesi Bassi. Secondo l’autore, un intellettuale di peso della socialdemocrazia olandese, il punto cruciale era tragico fallimento del multiculturalismo. Visto che  all’ombra di una finta tolleranza stava emergendo una sottoclasse di denizens apertamente ostile ai valori olandesi. E le accusa più dure – Scheffer -  le riservava alla componente musulmana: "incapace di accettare la distinzione fra Stato e moschea".

Perché un intellettuale progressista in un paese tra più progressisti al mondo arriva a criticare così aspramente un sistema sociale che per anni ha rappresentato un modello da imitare nel resto del mondo? Partiamo intanto dai numeri. Nel 2004 – secondo il CIA World Factbook – su una popolazione di circa 16 milioni di abitanti, il 20% era di origine straniera e tra questi il 5% di fede musulmana.

Una crescita quantitativa considerevole che il relativismo del modello multiculturale non è riuscito a governare al punto da produrre gravi e persino sanguinose tensioni. In principio fu Pim Fortuyn.

Rampante politico olandese che aveva avuto il coraggio e la sfrontatezza di squarciare da un lato il velo di ipocrisia di una certa sinistra e dall’altro, di accusare apertamente l’ortodossia e l’estremismo di una parte dei musulmani. Da qui il passo verso il populismo, però, fu molto breve.

“Ci sono troppi immigrati in un paese piccolo come il nostro” soleva dire Fortuyn. Il primo imprenditore della politica olandese capace di cavalcare i malumori della società fu ucciso alla vigilia delle elezioni politiche del 2002 per mano di un olandese “puro” di estrema sinistra. Il segnale di inizio di una guerra dagli esiti imprevedibili.

Due anni dopo, infatti, toccava a Theo Van Gogh. Un regista balzato agli onori della cronaca per un cortometraggio che denunciava le discriminazioni e le violenze imposte alle donne nella società musulmana. Nell’agosto del 2004 venne ucciso nelle strade di Amsterdam da un islamista marocchino-olandese.

Pochi anni, dunque, per trasformare il paradiso dei diritti civili in una realtà fragile e instabile. Il fallimento del multiculturalismo, il relativismo dei partiti di sinistra, il populismo di quelli di destra e l’estremismo dell’ortodossia musulmana hanno distrutto il modello sociale olandese. Al punto che oggi osserviamo un paese che viaggia sempre più a vista, dove la mancanza di una bussola in tema di immigrazione consente l’emergere di leader politici a dir poco discutibili.

L’ultimo arrivato è Geert Wilders. Il nuovo leader della destra populista che si considera l’erede di Pim Fortuyn. In realtà per lui vale il vecchio adagio “i figlio sono peggio dei padri”. Si tratta, infatti,

di un personaggio dichiaratamente xenofobo con un programma politico monotematico: cavalcare e alimentare i timori dell’elettorato. Una strategia che ha mietuto importanti successi a livello locale nell’attesa messianica di un voto plebiscitario alle elezioni politiche del prossimo 9 giugno.

Sarà davvero così?




Vedi anche:



[Speciale elezioni Olanda/ 1] Che fine ha fatto la tolleranza?







[Speciale elzioni in Olanda / 3] Non é detto che l'estremismo paghi

Naturalizzazioni, un controparadosso all’italiana

Ci siamo ormai abituati, ma non per questo rassegnati, al clima da stadio che prevale nel dibattito politico italiano in materia di immigrazione. Così periodicamente va in scena la scontro tra chi vuole una società multietnica e chi la rifiuta; chi ha pietà per i clandestini e chi no; chi non tollera il velo e chi lo difende in nome della libertà religiosa e così via.
Nelle ultime settimane il nuovo pomo della discordia è la legge sulla cittadinanza. Inutile dire che le curve sono già schierate: per alcuni la normativa del 1992 è troppo restrittiva, per gli altri ha maglie troppe larghe. Così la realtà dei fatti viene costantemente immolata in nome di un crescente manicheismo .
Intendiamoci, la legge sulla cittadinanza italiana va cambiata perché inadatta a un grande paese di immigrazione qual è l'Italia oggi. Nella fattispecie, il principio dello jus sanguinis che ispira la normativa in vigore deve essere temperato con quello dello jus soli. In linea con la maggior parte dei paesi europei. Basti pensare che persino la Germania, la cui legislazione è stata storicamente ispirata a un rigido rispetto dello jus sanguinis, si è mossa in questa direzione già dieci anni fa.
Questo, però, non autorizza a buttare via il bambino con l'acqua sporca. Molti opinionisti, infatti, criticando la normativa in vigore, vanno oltre, lasciando intendere quanto sia difficile, se non impossibile, ottenere la cittadinanza italiana pur essendo in possesso di tutti i requisiti di legge. Eppure i dati ufficiali dimostrano il contrario. Nel 2008, ad esempio, le autorità italiane hanno respinto poco più dell'1% delle 56.985 domande di naturalizzazione. Un dato ancor più sorprendente se paragonato a quello degli Stati Uniti, in cui teoricamente è più facile ottenere lo status civitatis. Nello stesso anno, infatti, il governo americano ha respinto più del 10% delle domande. Tra l'altro, vale la pena di rilevare che il 2008 è stato un anno particolarmente fortunato per i richiedenti cittadinanza americana. Il clima della campagna elettorale presidenziale, infatti, ha consentito un'udienza maggiore alle richieste di naturalizzazione sostenute dalle associazioni di immigrati.
In conclusione, questi dati non costituiscono certo una soluzione alle molteplici sfide poste dal fenomeno migratorio in Italia. Essi, però, offrono una nitida fotografia della realtà, a prescindere da qualsiasi retorica.







2008 ITALIA
Presenze straniere: 4 mln
Domande naturalizzazione: 56.985
Concesse: 39.484
Respinte: 739
%: 1,3
USA
Presenze straniere: 38 mln
Domande naturalizzazione: 1.167.000
Concesse: 1.046.539
Respinte: 121.000
%: 10,3