L’Austria modifica la legge sulla cittadinanza

La disciplina legislativa austriaca sulla cittadinanza, basata sulla legge federale (Staatsbürgerschaftsgesetz) del 1985, è stata di recente emendata dal Parlamento con una norma entrata in vigore lo scorso gennaio. All'interno della quale si segnalano quattro modifiche principali: - Viene innalzato il livello minimo di reddito e nei tre anni precedenti la data di inoltro della domanda di naturalizzazione occorre dimostrare di non aver ricevuto alcuna assistenza previdenziale da parte dello stato ospitante. - In caso di frode, ovvero qualora le autorità rilevino delle irregolarità nelle procedure di concessione della cittadinanza, il candidato può essere soggetto a un'ammenda fino a 5.000 euro e tre anni di prigione. - I soggetti stranieri che hanno frequentato un ciclo di studi secondari che include come materie l'educazione civica e la storia sono esenti dal test sulla cittadinanza introdotto nel 2006. - Prima di diventare nuovi cittadini non basterà giurare solennemente fedeltà alla Repubblica, ma anche ai valori della società e della democrazia europea.

A distanza di pochi anni dall'ultima riforma (2005) il legislatore ha deciso di intervenire nuovamente su questa materia. A dimostrazione di come le sfide poste dalla crescente comunità straniera abbiano conquistato i primi posti dell'agenda politica del paese. Secondo gli ultimi dati ufficiali, infatti, nella Repubblica Federale d'Austria il rapporto tra autoctoni e immigrati è di 8 a 1. Cifre rilevanti al punto che se si prendono in considerazione anche gli immigrati naturalizzati la percentuale di abitanti di origine straniera è addirittura superiore a quella degli Stati Uniti.

L'Austria è, dunque, uno dei principali paesi di immigrazione europei. Eppure, proprio come la vicina Germania, sembra voler continuare a rifiutare tale status. Tant'è vero che solo alla fine del XX secolo e all'inizio del XXI i governi austriaci hanno iniziato a prenderne coscienza, senza per questo modificare in modo sostanziale le modalità di concessione dello status civitatis. Oggi, infatti, le norme in vigore si basano, proprio come in passato, su una concezione rigida ed estrema dello jus sanguinis. Con procedure ancora molto complesse e tempi molto lunghi: "The alien has lawfully resided in the federal territory for un interrupted periodo of at least ten years, including at least five years as a settled resident"(art.10 comma 1).

Non sorprende allora che l'intensa attività legislativa degli ultimi anni si sia limitata a irrigidire i principi guida della normativa in vigore, introducendo molteplici balzelli amministrativi. Insomma, l'Austria, proprio come la vicina Germania, sembra restia ad autodefinirsi un paese di immigrazione. Con la sostanziale differenza che Berlino con la riforma del 1999 ha voltato pagina, mentre Vienna continua a leggere quella antica.

Meindert Fennema: “La novità Wilders”

Con la pubblicazione di “The Sorcerer’s Apprentice” Meindert Fennema ha conquistato la ribalta mediatica come biografo del tanto discusso leader del Partito della Libertà olandese Geert Wilders. Direttore dell’Istituto di ricerca sull’immigrazione dell’Università di Amsterdam e storico esponente dei Verdi olandesi, il Professor Fennema offre ai nostri lettori un’interpretazione precisa e soprattutto fuori dagli schemi del fenomeno Wilders e più in generale del controverso rapporto tra welfare e immigrazione nel vecchio continente.

 

1) Nel suo bestseller “The Sorcerer’s Apprentice” lei ha criticato l’establishment politico olandese per aver sottovalutato i problemi reali posti dal partito di Geert Wilders. In particolare ha segnalato che tanto l’integrazione degli immigrati, quanto la sostenibilità del sistema di welfare rappresenta un problema per buona parte degli stati europei. Com’è possibile, allora, conciliare Welfare e immigrazione nel prossimo futuro?

 

Si tratta di un problema a dir poco complesso. Se non altro perché è evidente che il sistema di welfare deve necessariamente fare riferimento a una comunità economica, morale e politica ben definita, con rigide e severe regole che stabiliscono chi ne fa parte e chi no. In un sistema, invece, come quello attuale che prevede meno controlli alle frontiere, è indispensabile che anche il welfare venga ridisegnato in modo diverso da come l’abbiamo conosciuto. In altre parole deve essere più flessibile.

2) Il Welfare rappresenta ancora un tema attorno al quale s’organizza la dicotomia politica destra-sinistra? Se non è così, quali sono oggi i temi su cui si contrappongono gli schieramenti politici?

Il punto è che la sinistra non si è mai preoccupata di prestare attenzione al rapporto intricato e complesso tra welfare e immigrazione.

3) Se è vero che l’immigrazione rappresenta un vero e proprio problema per il welfare europeo, quali sono le soluzioni proposti da Geert Wilders?

 

Bloccare i flussi migratori, qui ed ora!

4) Lei pensa che si possa tracciare un paragone tra l’attuale crisi delle tradizionali formazioni europee e quella che si registrò negli ’20 e ’30 del secolo scorso?

 

Certamente sì. Ma non è nè utile né costruttivo farlo.

 

5) Tornando a Wilders, come vede il prosieguo della sua carriera politica? La parlamentarizzazione in atto del suo partito rischia di creare problemi al PVV o viceversa rappresenta un’occasione per innovare il sistema politico olandese?

 

Si tratta di una domanda viziata da pregiudizi: la carriera di Geert Wilders si è sempre svolta nel solco delle istituzioni parlamentari nel rispetto delle regole democratiche. Semmai sono stati i suoi avversari a prediligere le attività extra-parlamentari, fino a giungere all’uso della violenza, come dimostra l’omicidio di Theo Van Gogh.

 

2) Test di cittadinanza – Ines Michalowski

L’inchiesta di West sui test di cittadinanza in vigore a livello europeo si conclude con questa seconda parte dell’intervista a Ines Michalowski. Con il suo intervento, la ricercatrice del Social Science Research Center Berlin, offre ai nostri lettori maggiore chiarezza su un tema complesso e dibattutto.

Qual è la sua opinione sui test di cittadinanza? E, soprattutto, quali sono gli stati europei in cui hanno avuto maggior successo?

La risposta dipende molto da cosa si intende per “successo”. Se con questo intendiamo che ad ottenere la cittadinanza siano  soltanto gli immigrati realmente interessati e meritevoli, si può dire che (anche se il numero di naturalizzazioni diminuisce a causa delle prove), i test sono davvero utili perché permettono di selezione come nuovi cittadini per così dire  i “più adeguati”.

Per altri, invece, si può parlare di successo solo quando si registra un’elevata percentuale di idonei al test e parallelamente un tasso piuttosto stabile di naturalizzazioni, perché questo significa che le prove non ostacolano la possibilità di ottenere lo status civitatis.

Inoltre, secondo alcuni il successo dipende dalla capacità dei test di misurare la preparazione e soprattutto, la qualità dei futuri cittadini. Il che significa ad esempio misurare se chi ottiene la cittadinanza sia, ad esempio, più predisposto ad essere politicamente attivo visto che grazie alle prove conosce meglio il sistema politico del paese ospitante.

Purtroppo la verità è che è difficile condurre un’analisi comparata tra chi ha superato i test e chi no. In sintesi, è impossibile rispondere alla domanda iniziale.

 

È possibile sostenere che i test di cittadinanza siano un mezzo illiberale per raggiungere un fine liberale?

Come ha più volte sostenuto Christian Joppke una democrazia liberale può introdurre i test senza per questo violare i principi fondamentali che la caratterizzano.

Chi critica questo strumento sottolinea spesso che si tratta di una procedura obbligatoria per chiunque voglia ottenere la cittadinanza, rendendo ben più complicata la procedura per ottenere lo status civitatis e imponendo ai richiedenti l’obbligo di studiare argomenti ai quali non sono interessati. Infine, secondo i più scettici si tratterebbe di una vera e propria forma di assimilazionismo culturale.

Andiamo per ordine. Se è vero che a volte i test complicano realmente la possibilità di ottenere la cittadinanza, è altrettanto vero che non si tratta certo di una regola generale. Per fare un esempio, i dati sul test di cittadinanza introdotto nel settembre del 2008 in Germania dimostrano che in media più del 90% dei candidati lo supera. Anche se una percentuale così alta può far pensare che a provare i test siano solo coloro che si sentono sicuri di superarlo, uno sguardo ai dati aggregati sui tassi di naturalizzazione dimostra che sono diminuiti nell’anno in cui il test è stato introdotto per aumentare nuovamente negli anni successivi. Come dire che le prove possono scoraggiare gli interessati a chiedere la cittadinanza, ma si tratta di un fenomeno tutt’altro che permanente.

A questo occorre aggiungere che è vero che i test obbligano a studiare materia che possono non interessare, ma questo vale, ad esempio, anche per le prove delle patente.

Infine, per quanto riguarda l’accusa che i test sono una forma di assimilazionismo culturale, bisogna dire che si tratta di un argomento piuttosto dibattuto, ma se guardiamo ai test in vigore in cinque stati (Germania, Olanda, Austria, Gran Bretagna, USA) ci accorgiamo che fatta eccezione per l’Olanda che prevede quesiti relative a norme sociali (l'istruzione dei figli, la religione etc), negli altri casi è evidente che non vengono trattati temi sensibili che potrebbero essere associabili a forma di assimilazionismo culturale.

 

Com’è possibile sottoporre il medesimo test a persone che presentano non poche diversità: giovani, anziani, soggetti con diversi livelli di istruzione, persone diversamente abili?

Molti paesi prevedono eccezioni proprio per soggetti con disabilità o per gli anziani.

Per quanto riguarda, invece, il livello di istruzione è vero che i test non prevedono particolari eccezioni per chi ha un basso livello se non bassissimo di istruzione. Nel caso della Germania, però, le autorità hanno tenuto a precisare che i test sono stati formulati per essere superati per chi ha un livello di preparazione equivalente a quello di un bambino di 9 anni. Questo implica che un cittadino medio tedesco sia in grado di superare il test. Anche se è altrettanto vero che molti cittadini non sarebbero in grado di superare le prove perché non hanno mai studiato quelle nozioni o più semplicemnte le hanno dimenticate. Cosa che vale sia per gli autoctoni che per i naturalizzati.

Ciò detto, come ribadito in precedenza, il carattere selettivo dei test di cittadinanza non può essere negato.

I test di cittadinanza prevedono soltanto domande relative al contesto nazionale o fanno riferimento anche alle istituzioni europee?

Principalmente si focalizzano su aspetti pertamente nazionali, ma spesso, seppur in modalità diverse, fanno anche riferimento alla storia dell’UE se non addirittura a quella degli altri stai membri.




Vedi anche:



1) Test di cittadinanza – Ines Michalowski




1) Test di cittadinanza – Ines Michalowski

La recente introduzione in molti stati europei dei test sulla cittadinanza per gli immigrati ha destato non poche polemiche e controversie. Di cosa si tratta? Può un semplice questionario stabilire se un immigrato è idoneo a ottenere lo status civitatis? E, soprattutto, parliamo di un mezzo illiberale per raggiungere un fine liberale?
In questa selva oscura, ricca di dubbi e incertezze, dove prevale un diffuso senso di confusione, sarà Ines Michalowski a farci da Virgilio con un’intervista che pubblichiamo a partire da oggi in due puntate. Ricercatrice presso il Social Science Research Center Berlin, Michalowski ha dedicato la sua attività accademica a tutte le problematiche connesse alla concessione della cittadinanza nei diversi paesi europei e non solo, pubblicando numerosi articoli, saggi e volumi sul tema.


1) Quali sono gli stati europei in cui è in vigore il test di cittadinanza?

Gli ultimi dati disponibili risalgono al 2006 (MIPEX – Migration Integration Policy Index).
Su 25 paesi membri dell’Ue, 11 stati avevano adottato il test di cittadinanza nel 2006.
Fra questi la maggiore parte aveva optato per delle prove scritte ( Austria, Danimarca, Estonia, Gran Bretagna, Germania, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi), mentre Grecia, Ungheria e Spagna per quelle orali.
Vale la pena di notare che per quanto riguarda Gran Bretagna e Francia il rapporto presenta alcune imprecisioni. A dispetto di quanto indicato nell’indice MIPEX, infatti, la Gran Bretagna non prevede una prova orale, bensì via computer che evidentemente richiede conoscenze di lingua scritta. Quanto alla Francia, invece, il rapporto parla della presenza di un test orale. In realtà il ministero dell’Istruzione d’Oltralpe non ha mai pubblicato istruzioni in merito. Di conseguenza i test in Francia esistono solo formalmente. Come d’altronde, ha confermato la Sous-Direction de l’accés à la nationalité di Rezé.
In ogni caso, per aver un quadro completo e aggiornato sugli attuali 27 stati membri bisogna aspettare la pubblicazione dell’indice MIPEX 2010.

2) Quali sono gli aspetti in comune e quali, invece, le differenze tra i test di cittadinanza in vigore nei diversi stati europei?

Naturalmente esistono vari metodi di comparazione. Generalmente, è possibile prendere in considerazione due fattori principali: quello formale e quello sostanziale.
Quanto al primo aspetto si registrano importanti differenze a livello europeo. Oltre al fatto che alcuni stati adottano prove scritte, mentre altri solo quelle orali, la vera differenza riguarda il fatto che alcuni paesi hanno reso pubblici i questionari ( e le relative risposte corrette), mentre altri non l’hanno fatto. A quest’ultima categoria sono ascrivibili i Paesi Bassi e la Gran Bretagna. Da notare, però, che mentre il governo inglese ha messo almeno a disposizione un campione di 97 domande utile agli interessati per esercitarsi, nei Paesi Bassi questo non è affatto previsto.
Quanto agli stati che, invece, hanno reso pubblici i questionari (e le relative risposte corrette), si rileva comunque una certa eterogeneità. L’Austria, ad esempio, ha pubblicato un campione di 90 domande, contro le 300 della Germania. Così come varia e non poco il numero di quesiti ai quali rispondere: 18 in Austria, ad esempio, mentre 33 in Germnia. E ancora il tempo a disposizione per rispondere è piuttosto variabile: 2 ore in Austria, 1 ora in Germania).
Allo stesso tempo il numero di risposte necessarie a superare il test dipende da paese a paese: 9/12 in Austria, contro le 18 della Germania). Senza dimenticare un fattore tutt’altro che secondario, il costo per fare le prove. In Germania bastano 25 euro, nei Paesi Bassi ben 230.
Fin qui le diversità di carattere formale. Quanto ai contenuti, invece, si registrano altrettante differenze. Sotto questo punto di vista, ad esempio, un’analisi comparata tra Austria, Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna e Paesi Bassi, ha rilevato una certa omogeneità dei test adottati nei primi tre stati che dove prevalgono in particolare i seguenti temi: politica, democrazia, storia e stato nazione. Mentre nel test inglese e in quello olandese sono i quesiti di natura più pratica ad avere maggior spazio: welfare (ad esempio nel caso olandese sono previste domande sul funzionamento del sistema sanitari etc), servizi pubblici e così via.
Un altro aspetto, invece, distingue i test in vigore negli Stati Uniti, in Germania, in Austria e Gran Bretagna da quello adottato in Olanda. Infatti, il test olandese prevede anche quesiti per così dire riferiti a norme sociali, mentre negli altri quattro casi non si rilevano mai domande di questo genere (come ad esempio l’educazione dei figli, il matrimonio, la famiglia) e più in generale i questionari sono sempre e solo riferiti ad aspetti regolati dalla legge.

TEST DI CITTADINANZA








































































































































































































ORALE SCRITTO NON IN VIGORE DATI NON DISPONIBILI
AUSTRIA

X


BELGIO
BULGARIA
CIPRO
REP. CECA
DANIMARCA

X


ESTONIA

X


FINLANDIA
FRANCIA°
GERMANIA

X


GRECIA

X


IRLANDA
ITALIA
LETTONIA

X


LITUANIA

X


LUSSEMBURGO
MALTA
PAESI BASSI

X


POLONIA
PORTOGALLO
REGNO UNITO°°

X


ROMANIA
SLOVACCHIA
SLOVENIA
SPAGNA

X


SVEZIA
UNGHERIA

X



Fonte: www.west-info.eu su elaborazione dati MIPEX 2006.
° Come ha giustamente rilevato Ines Michalowski, a dispetto di quanto sostenuto dall’indice MIPEX 2006, i test di cittadinanza in Francia non sono ad oggi in vigore.
°° Come ha giustamente rilevato Ines Michalowski, a dispetto di quanto sostenuto dall’indice MIPEX 2006, il Regno Unito prevede un test di cittadinanza via computer che implica una conoscenza della lingua scritta e non di quella orale.

La Grecia fa i conti con la cittadinanza

Rischiano di rimanere delusi gli immigrati di seconda generazione che speravano di acquisire la cittadinanza greca in modo più semplice e veloce.

La riforma, sottoposta ieri al dibattito parlamentare, presenta delle norme più restrittive rispetto al disegno di legge iniziale. Il governo socialista, infatti, dopo una fase di consultazioni pubbliche, ha deciso di introdurre delle variazioni sostanziali atte ad irrigidire alcune parti del nuovo provvedimento. Così gli stranieri nati sul territorio greco potranno richiedere la cittadinanza solo se entrambi i genitori risiedono legalmente nel territorio nazionale da almeno cinque anni. In base alla proposta iniziale, invece, era sufficiente che uno dei due genitori rispettasse i requisiti predetti. Inoltre, il richiedente, prima di ottenere lo status civitatis, dovrà dimostrare di aver frequentato per almeno 6 anni la scuola dell'obbligo. Inizialmente, invece, ne bastavano 3. A questo occorre aggiungere l'onere di presentare tre lettere di referenze di cittadini greci. La nuova riforma, infine, prevede che dopo aver acquisito la cittadinanza è possibile ottenere il diritto di voto alle elezioni locali solo se si è in grado di dimostrare una buona padronanza della lingua greca. Secondo il Ministro dell'Interno il provvedimento permetterà ad almeno 250.000 stranieri di iscriversi, dopo aver acquisito lo status civitatis, nei registri elettorali.

Eppure, nonostante le modifiche, in senso restrittivo, adottate rispetto al disegno di legge iniziale il partito conservatore, New Democracy, continua a criticare aspramente la nuova riforma, definendola fin troppo morbida nei confronti dei nuovi arrivati. " Le modifiche non rappresentano altro che l'introduzione, in gran ritardo, di quello che nel resto d'Europa è una normalità da molti anni", ha tenuto a precisare Panos Panayiotopoulos, portavocce del partito conservatore . Al contrario, invece, gli esponenti della Chiesa nazionale hanno sottolineato che il provvidemento non sarà affatto utile a risolvere i veri problemi dell'immigrazione perchè"non si occupa in modo serio del fenomeno migratorio, sottovaluta la sensibilità e le problematiche dei nuovi arrivati e non prende in considerazione le possibili ripercussioni sull'intera popolazione".

In Inghilterra l’immigrazione va nelle urne

Immigrazione e sicurezza. Con questi temi i laburisti britannici puntano a rovesciare i risultati dei sondaggi che fin qui li danno come perdenti alle prossime elezioni.
Una strategia tanto inconsueta quanto, almeno in teoria, obbligata. In una fase di grave crisi economica, infatti, è evidente che le problematiche relative alla gestione del fenomeno migratorio assumono un ruolo centrale nell'agone politico. L'aumento della disoccupazione e l'andamento negativo dei principali indici economici non possono che generare malumori tra la popolazione che, proprio come avviene in molti paesi, si mostra sempre più intollerante nei confronti dello straniero.

Da qui la necessità per il partito di Gordon Brown di rassicurare l'elettorato mostrandosi fermo e duro su un tema così delicato. Con tre proposte: rigidi controlli alle frontiere; selezione degli ingressi in base alle necessità dell'economia britannica e, soprattutto, earned citizenship, alla fine di un percorso lungo e articolato. Ed è proprio quest'ultima proposta, più di ogni altra, a far discutere. Se non altro perché in un ordinamento tradizionalmente ispirato al rigido rispetto dello jus soli rappresenta non solo una novità, ma una vera e propria soluzione di continuità. In sostanza, rilevano i laburisti, nei prossimi anni, grazie alla legge approvata la scorsa estate dal governo Brown, la cittadinanza non sarà più uno status alla portata di tutti, ma da conquistare, rispettando determinate tappe e condizioni. Tra cui, ha sottolineato il Premier britannico, centrale è l'esame di lingua inglese, perché "i migranti che parlano l'inglese trovano impiego e si integrano più facilmente".
Una proposta che ricalca da vicino quanto previsto già da diversi anni nell'ordinamento canadese e australiano e che sembra trovare crescenti consensi in molti paesi europei.

Tutto bene dunque? Fino a un certo punto. In preda alla crisi economica e al fallimento dei modelli di integrazione tradizionali i governi del vecchio continente puntano sempre più su questo nuovo sistema, rischiando di non considerarne le possibili controindicazioni. Prima fra tutte, quella relativa alla reale efficacia dei test per gli immigrati. Dalle prime risultanze, infatti, emerge una certa incongruenza tra l'uniformità dei test e la loro applicazione a una realtà ben più complessa e variegata, caratterizzata da considerevoli differenze di etnia, genere, età, grado di istruzione e condizione psicofisica.

La scuola e gli immigrati

Qual è l'impatto degli alunni stranieri sulla scuola pubblica italiana? E' questo, in sintesi, il quesito che si sono posti due economisti della Banca d'Italia, Davide Dottori e I-Ling Shen, in un recente studio dal titolo "L'immigrazione poco qualificata e l'espansione della scuola privata". Gli autori non sembrano avere dubbi.

Esiste un rapporto direttamente proporzionale tra il crescente numero di stranieri nei banchi di scuola e l'inefficienza del nostro sistema scolastico statale. In sostanza, la tesi sostenuta è la seguente: la crescente presenza dei figli di immigrati poco qualificati riduce la qualità della scuola pubblica, favorendo un'espansione di quella privata. Per la semplice ragione che le famiglie italiane preferiranno gli istituti privati per garantire un maggiore livello di educazione ai propri figli. E, dunque, saranno sempre più disinteressati a pesare nelle scelte dei governi in favore dell'istruzione pubblica. Il punto è che si ritiene, forse a ragione, che senza adeguati interventi correttivi la scarsa conoscenza della lingua italiana degli alunni immigrati e il modesto livello di istruzione dei genitori possano rallentare l'attività scolastica. Un problema da non sottovalutare visto che nelle scuole del nostro paese la presenza di allievi di origine straniera è aumentata nell'ultimo decennio in modo esponenziale.

Nell'anno 2007/2008 gli alunni immigrati erano più di 574.000, pari al 6,4% dell'intera popolazione scolastica, contro il 2,2% del 2001. Scenari a dir poco imprevedibili fino a qualche tempo fa. Che, inevitabilmente, accentuano i limiti di un sistema scolastico di per sé incapace di adattarsi all'evoluzione dei tempi. Non sorprende, allora, l'emergere di fenomeni a dir poco paradossali. E' sufficiente ricordare, ad esempio, che più l'età cresce più il disagio degli alunni immigrati aumenta. Gli studenti con ritardo scolastico, infatti, sono il 12,3% sul totale di quelli con cittadinanza non italiana all'età 7 anni, che diventano il 64% a 13 anni e, addirittura, il 100% all'età di 19 anni. Mentre ancora più preoccupante, per non dire drammatica, è la situazione universitaria. In Italia, i giovani di origine straniera che decidono di intraprendere gli studi accademici sono appena il 2,5%, quando la media dei paesi Ocse è del 7%. Insomma è la cronaca di un insucesso.

La ricerca ha, dunque, il merito di offrire una fotografia nitida e accurata di un problema. Meno convincenti, invece, sembrano essere le soluzioni proposte. Siamo sicuri, ad esempio, che l'istruzione privata, proprio come nel sistema americano, sia qualitativamente superiore a quella pubblica? Tutt'altro. E, soprattutto, chi saranno allora i compagni di banco dei tanto discussi immigrati? I giovani italiani appartenenti ai ceti medio-bassi. Quelli che spesso affrontano disagi, economici e sociali, non dissimili a quelli degli stessi immigrati. Uno scenario che evidentemente prefigura tensioni in una materia di per sé complessa

L’immigrazione volta pagina

Tra le tante rivoluzioni che hanno caratterizzato il 2011, una è stata pressoché ignorata: per la prima volta negli ultimi sessant'anni il flusso di clandestini messicani verso gli USA si è arrestato. Ne discutiamo con il Prof. Douglas Massey, docente di Sociologia dell'immigrazione alla Priceton University, unanimemente riconoscito come uno dei massimi specialisti della materia.

Alla luce degli ultimi dati ufficiali, è possibile sostenere che gli Stati Uniti non rappresentano più un polo d’attrazione per i vicini messicani? Si può parlare di una vera e propria inversione tendenza destinata a durare nei prossimi anni?

In realtà, soltanto l'immigrazione illegale si è azzerata. E questo perché si sono aperti nuovi canali legali. I lavoratori stagionali dal Messico sono comunque circa 300mila l’anno, mentre l’immigrazione regolare oscilla tra 150mila e 200mila individui l’anno. Di fatto quindi i flussi migratori non si sono per niente interrotti. Ma allo stesso tempo credo che l’enorme boom migratorio a cui abbiamo assistito nell’arco temporale 1970-2000 sia finito. Infatti, il tasso di natalità messicana è in declino così come è in netta diminuzione la percentuale di messicani in età lavorativa

E, soprattutto, quanto ha influito in questo trend il cambio di passo delle politiche di ingresso USA che anziché limitarsi a proibire e sanzionare, come era avvenuto per anni, ha deciso di premiare i regolari con l’accelerata agevolazione degli obblighi burocratici per l’ottenimento dei visti, l’aumento delle quote degli ingressi consentiti ed una robusta facilitazione dei ricongiungimenti familiari. Se andare e venire diventa possibile e più semplice forse, devono essersi detto a Washington, riusciamo ad eliminare il perverso meccanismo che nel passato obbligava  molti a venire ma per restare, foss’anche in clandestinità?

L’aumento dei controlli interni così come alle frontiere continua, ma il loro effetto è stato controproducente, infatti più che diminuire i flussi in entrata dal Messico ha fatto precipitare i tassi di ritorno in Messico. Del resto, una volta che i migranti hanno sostenuto i notevoli rischi e costi dell’attraversamento di frontiera preferiscono nascondersi e rimanere piuttosto che tornare a casa alla fine della stagione lavorativa, in modo che non devono affrontare ulteriori costi e rischi per l’ anno successivo. Il governo non ha imparato una cosa. Infatti, nonostante il Congresso abbia incrementato l’ingresso regolare dei lavoratori stagionali, si continuano a rafforzare i controlli sia alle frontiere che internamente. L’aumento della concessione dei visti di residenza permanente si è verificato perché il Congresso ha eliminato privilegi e diritti agli immigrati legali spingendo milioni di immigrati verso la naturalizzazione che permette di acquisire diritti che promuovono l’ingresso di alcuni parenti senza limitazioni numeriche.




Se la risposta a quest’ultima domanda è positiva, è possibile allora estendere le politiche USA a livello globale? In altri termini, proprio come è accaduto con la libera circolazione delle merci, dopo tanti timori e ritrosie, è forse giunto il tempo di applicare la stessa logica alla persone?

In America del Nord abbiamo ancora  molta strada da  fare per arrivare a quel punto.

Se lei dovesse suggerire un consiglio all’Unione Europea sulle politiche migratorie quale sarebbe?

Le politiche repressive non hanno sortito gli effetti sperati; normalmente infatti hanno avuto un effetto boomerang con conseguenze negative per tutti coloro che sono coinvolti. L’approccio giusto è quello di immaginare dei modi per contenere legalmente i flussi come ad esempio l’espansione delle relazioni commerciali, degli investimenti e l’integrazione economica oppure incoraggiando la circolazione piuttosto che l’insediamento. Quest’ultimo è comunque destinato a verificarsi e quindi la migliore scelta sarebbe quella di premunirsi piuttosto che osteggiarlo.

Esiste un punto in comune tra i movimenti neo-populisti europei e quelli statunitensi? Quantomeno nel Vecchio Continente una delle ragioni del successo di questi movimenti sono i timori e le paure della classi più povere nei confronti degli immigrati. Può spiegarci il perché?

Xenofobia e sentimenti anti-immigrati sorgono in periodi di insicurezza economica e cambiamento sociale, situazioni che al momento abbondano su entrambi i lati dell’Atlantico. Sentendosi economicamente e ideologicamente insicuri e spaventati, molti cercano delle risposte semplici e gli imprenditori della politica sono ben disposti ad offrire immigrati e gruppi di outsider come capri espiatori.

4) Rom – Problema reale, soluzioni fallimentari.

Dall’attuale, convulso dibattito sui rom possiamo trarre un’unica conclusione. La «questione nomadi» non è un'invenzione, né tantomeno un’improvvisa tempesta che ha colpito il vecchio continente. E’ più semplicemente un problema reale in buona parte degli stati europei. E, grazie al polverone sollevato ad arte da quell’istrione di Nicolas Sarkozy, sappiamo anche che tanto l’ipocrisia dei benpensanti, quanto il populismo dei politici di turno non sono certo la soluzione.

Sul tema, dunque, l’enigma di fondo rimane tuttora irrisolto: siamo noi a non fare abbastanza o è il popolo sterminato da Hitler a non volersi integrare?
Di certo non mancano le risorse economiche. Tra il 2007 e il 2013 saranno spesi oltre 13 miliardi di euro tramite il Fondo sociale europeo e Il Fondo per l’integrazione dei rom e delle minoranze cosiddette vulnerabili. Senza contare, ad esempio, che la sola Romania, entro il 2013 riceverà più di 30 miliardi di euro dalla Commissione europea per l’integrazione delle popolazioni nomadi e delle altre minoranze.

È evidente allora che qualcosa non funziona. La verità è che il fiume di denaro messo a disposizione dalle istituzioni comunitarie segue percorsi cangianti, spesso oscuri, senza mai raggiungere la meta. In sostanza, in assenza di una strategia comune, si predilige finanziare un pulviscolo di progetti e progettini che si concludono sistematicamente con nulla di fatto.

Tutto questo, però, non basta a giustificare le discriminazioni subite dalle popolazioni nomadi in tutti gli stati del vecchio continente. A complicare il quadro fin qui descritto, contribuiscono almeno tre caratteristiche tipiche di questo variegato popolo. La prima, pur avendo in molti casi abbandonato il nomadismo, non hanno rinunciato agli usi e costumi che esso implica. Si tratta, infatti, di individui che spesso hanno la cittadinanza del paese ospitante e vivono da molti anni nella stessa città. Rifiutando, però, i tratti tipici della società moderna: anagrafe, istruzione e così via.

La seconda, - come ha rilevato Ion Vianu su la “Rivista22” – lo strapotere esercitato dalla ristretta casta di capi tribù che gestisce un sistema parallelo basato sulla ripartizione ineguale della ricchezza. Infine, non bisogna sottovalutare che la straordinaria eterogeneità delle popolazioni nomadi li ha sempre privati di un vero leader, in grado di far valere i loro diritti a livello internazionale. Come, invece, è accaduto, ad esempio, agli ebrei fin dalla fine dell’Ottocento.
Una realtà a dir poco complessa, ulteriormente complicata dallo scenario economico internazionale. In tempi di crisi, infatti, la ricerca di un capro espiatorio è una consuetudine dura a morire.
Quanto basta per prevedere che la soluzione alla «questione nomadi» non è affatto dietro l’angolo.




Vedi anche:



1) Rom – Chi sono?







2) Rom – George Becali







3) Rom – Ramona Manescu




Immigrati, in aumento il business delle rimesse

Nel corso del 2008 il valore delle rimesse degli immigrati in Italia ha abbondantemente superato i 6 miliardi di euro. É quanto emerge dai dati di Bankitalia e Istat, rielaborati dalla Fondazione Leone Moressa. Un aumento pari al 5,6% rispetto al 2007.

Un dato su cui riflettere se si considera che equivale a quasi mezzo punto di Pil. Non più di dieci anni fa il valore complessivo delle rimesse degli stranieri presenti nel nostro paese era addirittura inferiore ai 600 mila euro. Anche se, in attesa dei dati ufficiali, non è difficile prevedere che nel 2009 si sia registrata una consistente flessione dei flussi di denaro destinati all'estero. Questo, però, non sminuisce affatto l'entità di un fenomeno destinato a crescere nei prossimi anni. Sono cifre, dunque, che descrivono alcune caratteristiche fondamentali del fenomeno migratorio italiano. In primis, è evidente che, al di là di qualsiasi retorica, la maggior parte degli stranieri presenti sul nostro territorio lavora e produce ricchezza per sé e per il paese ospitante.

Si conferma così la teoria del maestro Alejandro Portes: "emigrano non solo perché lo vogliono, ma anche parchè li vogliono". Va tenuto, inoltre, presente che le cifre in nostro possesso riguardano soltanto i canali formali, considerando anche quelli informali il dato sarebbe ancor più sorprendente.

Certo, è probabile che una parte di questo denaro sia frutto di un'occupazione in nero, ma questo non deve sorprendere in un paese come l'Italia dove almeno il 20% del mercato del lavoro è sommerso. In tutto ciò, colpisce il fatto che le rimesse rappresentano un vero e proprio business. Gli immigrati, infatti, preferiscono tendenzialmente trasferire il proprio denaro attraverso le grandi compagnie di money transfer, piuttosto che affidarsi agli istituti bancari o postali. Le cause di questo fenomeno sono molteplici: linguistiche, burocratiche e anche di tempo. Qual è il problema? Il risultato è che il mercato delle rimesse è in gran parte affidato, in regime di oligopolio, ai big del money transfer. Il che evidentemente implica un elevato costo delle operazioni di transazione. Che, in media, si aggirano sui 10 euro per una rimessa di 300. E' vero che per alcune destinazioni la concorrenza ha permesso una sensibile riduzione dei costi. Per l'America Latina, ad esempio, il costo delle transazioni è passato dal 15% al 5% della somma totale. Ma, attualmente, se un immigrato di origine africana decide di inviare i propri risparmi in madrepatria rischia di pagare una commissione fino al 20%. Come dire al danno la beffa.

Tra i tanti proclami pro-immigrazione, non sarebbe opportuno passare ai fatti occupandosi di queste problematiche?