La Svizzera è una sorpresa che non sorprende

Il 57% dei si' con cui gli elettori svizzeri hanno approvato il referendum sul divieto assoluto di costruire nuovi minareti sul territorio nazionale ha destato molto scalpore a livello internazionale e sorpreso persino i suoi stessi promotori.

A ben guardare, però, questo risultato non fa altro che confermare un trend già in atto da anni nella Confederazione elvetica. Infatti non è la prima volta che i cittadini svizzeri esprimono chiaramente il loro atteggiamento di forte, negativa chiusura in tema di immigrazione. Basti pensare che già nel 2004 l'elettorato aveva bocciato le proposte del governo sulla facilitazione del processo di naturalizzazione dei giovani stranieri di seconda generazione e sull'acquisizione automatica della nazionalità per quelli di terza. Così come nel 2006 erano state approvate, con una maggioranza del 70%, due leggi che inasprivano significativamente le norme sull'immigrazione e sul diritto d'asilo. In linea con i numerosi referendum anti-stranieri, in gran parte italiani, degli anni Settanta.

Dunque, nulla di nuovo? Fino ad un certo punto. Disquisire se gli esiti delle consultazioni popolari in materia di immigrazione siano o meno l'espressione della xenofobia dei cittadini svizzeri è a dir poco parziale. Se non altro perchè non è un azzardo ritenere che la maggioranza dei cittadini europei si riconosca nelle scelte dell'elettorato elevetico.
Il vero problema, invece, è di "metodo". Il referendum, in quanto tale, non può essere la regola, ma l'eccezione. Pensare di consultare il popolo, peraltro in un periodo di grave crisi economica, in materia di immigrazione equivarrebbe, ceteris paribus, a chiedere se si è d'accordo o meno sull'introduzione di nuove tasse.

La politica, dunque, ha una doppia responsabilità in materie così delicate. Da un lato, ha l'obbligo di sedare e non cavalcare i malumori dei cittadini e, dall'altro, di legiferare in modo concertato, senza cadere nell'affascinante tentazione populistica, anche se appellarsi alla vox populi è più facile e redditizio in termini elettorali. Intendiamoci, il referendum costituisce la massima espressione della democrazia diretta, come contrappeso al potere del governo e degli stessi eletti in Parlamento. Questo non autorizza, però, ad utilizzare l'istituto referendario come una "pattumiera delle emozioni" alla mercè di demagoghi e populisti del momento. Con il paradossale risultato per cui l'espressione massima della democrazia diretta si trasforma nel suo opposto: un dispotismo sia pur della maggioranza

La democrazia non si inculca, si spiega

La recente introduzione in molti stati europei dei test sulla cittadinanza per gli immigrati ha destato non poche polemiche e controversie. Conoscere la Costituzione o esprimere il proprio entusiasmo, spesso in modo mendace, per lo Stato ospitante, è la stessa cosa? Fino a che punto tali prove sono compatibili con i principi liberali che sono alla base della democrazia occidentale?

In sostanza, non è in discussione l’utilità delle prove in quanto tali, bensì le modalità di applicazione delle stesse. Partiamo dal fatto che la patria del liberalismo e di milioni di immigrati, gli Stati Uniti, ha introdotto da molti anni, con un certo successo, i test e il giuramento di fedeltà alla bandiera come prerequisito per l’ottenimento dello status civitatis.

E in Europa?

Clamoroso il caso della Gran Bretagna. Dove i test verificano la capacità dei candidati ad adeguarsi allo stile di vita dei cittadini del Regno. A fare la differenza, ad esempio, è l’attitudine al  queuing: mettersi in fila per entrare negli autobus, al cinema o più semplicemente per prendere un tè.

Mentre in Germania fino a poco tempo fa solo gli immigrati provenienti da uno stato appartenente all’Organizzazione della Conferenza Islamica erano sottoposti a un test orale di lingua tedesca. Per tutti gli altri, invece, era sufficiente rispondere a un questionario a risposta multipla.

Esempi, nient’affatto eccezionali, che dimostrano quanto sia sottile il confine tra rispetto e negazione dei principi liberali nell’elaborazione dei test per gli immigrati. In altre parole, tale strumento è utile per verificare se il nuovo cittadino è consapevole dei diritti e doveri che gli spettano nella società ospitante. Andare oltre, limitando le libertà individuali equivale a introdurre una nuova forma di liberalismo: quello repressivo. In quest’ottica, considerare, ad esempio, il divieto del velo – da non confondere con quello integrale – come un viatico indispensabile per vivere in una democrazia occidentale è quantomeno un paradosso.

Eppure, basterebbe rileggere uno stralcio delle sentenza di una Corte d’Appello statunitense del 1944: “ il patriottismo […] così come l’amore per la democrazia non è un requisito necessario per ottenere la cittadinanza. Ciò che conta è la disponibilità a rispettare le nostre leggi e i principi politici fondamentali della nostra società”(1).

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1) Gordon S. Integrating Immigrants: Morality and Loyalty in US Naturalization Practice in Citizenship Studies, Volume 11, Issue 4 September 2007, page 371

[I risultati delle elezioni olandesi] L’antimmigrazione non sfonda

Se è vero che la vecchia politica ha perso è anche vero che l’antipolitica non ha vinto. Ci sembra questo, in estrema sintesi, l’esito delle elezioni politiche di ieri. A differenza delle opinioni e delle analisi di gran parte della stampa internazionale, riteniamo che non sia affatto vero che le urne abbiano sancito la vittoria di  Geert Wilders. Certo è innegabile che il Partito della Libertà, passando da 9 a 24 seggi,  ha registrato il miglior risultato della sua storia a discapito dei Cristiano-democratici del premier uscente Jan Peter Balkenende. Dimostrando, così, che, al di là delle facili semplificazioni e dei consueti stereotipi, la figura di Wilders è l’espressione di una crisi profonda legata al traballante sistema delle politiche sociali che si presenta sempre più come un tiro alla fune tra vecchi e nuovi cittadini. Ciò detto , il Partito della Libertà è soltanto la terza forza politica del paese dopo i liberali e i laburisti.

Vale la pena di rilevare che le scelte degli elettori olandesi hanno semplicemente confermato quello che ormai è un trend prevalente nella maggior parte dei paesi europei. Gli stati del vecchio continente, infatti, si trovano in questi anni di fronte a un bivio: superare gli schemi della vecchia politica elaborando in particolare politiche di welfare più consone alle sfide poste da questo nuovo millennio o cedere la scena ai populisti di turno. L’elettorato ne è perfettamente cosciente. I leader politici, invece, continuano a temporeggiare.

Da qui bisogna partire per tentare di delineare gli scenari futuri della politica olandese. Le ipotesi sono sostanzialmente tre. La prima, i grandi partiti potrebbero trarre lezione dalla tornata elettorale di ieri e prendere in mano il bandolo della matassa superando gli obsoleti schemi politici tradizionali. Oppure , seconda opzione, continuare in questo reciproco gioco al massacro che produce soltanto instabilità e forze antisistema. Last but not least, optare per il coinvolgimento del Partito della Libertà nella formazione del nuovo governo.   Una scelta quest’ultima che non giustifica gli allarmismi di molti media sul pericolo di una deriva populistica della piccola oasi dell’Europa del Nord. La parlamentarizzazione delle forze antipolitiche, infatti, ha storicamente contribuito a sedare e limare gli atteggiamenti più estremisti di personaggi come Wilders.

Di certo la palla rimane a Mark Rutte e Job Cohen, i leader che hanno conquistato più consensi. Tocca a loro decidere.




Vedi anche:



[Speciale elezioni Olanda/ 1] Che fine ha fatto la tolleranza?







[Speciale elezioni Olanda / 2] Con il Terzo Millennio arrivano i guai







[Speciale elzioni in Olanda / 3] Non é detto che l'estremismo paghi







[Speciale elezioni in Olanda / 4] L'immigrazione non è più di moda?

[Speciale elezioni Olanda / 2] Con il Terzo Millennio arrivano i guai

La politica non conosce solo stop and go. Ma anche fasi di vera e propria regressione.

Come testimoniano, ad esempio, le politiche migratorie olandesi degli ultimi anni.

Con l’inizio del Terzo Millennio, infatti, in quella che una volta era una piccola oasi felice dell’Europa del Nord tutto sembra cambiare. È come la fine di un incantesimo che, anziché con i sogni, obbliga a fare i conti con la durezza tipica dei fenomeni inaspettati.

"Viviamo gli uni accanto agli altri, senza incontrarci". Questo l’incipit dell’articolo di Paul Scheffer, pubblicato nel gennaio del 2000, dal titolo significativo: “Het Multiculturele Drama” (Il dramma multiculturale). Che fotografa l’inizio di una vera e propria rivoluzione copernicana al negativo nella gestione del fenomeno migratorio nei Paesi Bassi. Secondo l’autore, un intellettuale di peso della socialdemocrazia olandese, il punto cruciale era tragico fallimento del multiculturalismo. Visto che  all’ombra di una finta tolleranza stava emergendo una sottoclasse di denizens apertamente ostile ai valori olandesi. E le accusa più dure – Scheffer -  le riservava alla componente musulmana: "incapace di accettare la distinzione fra Stato e moschea".

Perché un intellettuale progressista in un paese tra più progressisti al mondo arriva a criticare così aspramente un sistema sociale che per anni ha rappresentato un modello da imitare nel resto del mondo? Partiamo intanto dai numeri. Nel 2004 – secondo il CIA World Factbook – su una popolazione di circa 16 milioni di abitanti, il 20% era di origine straniera e tra questi il 5% di fede musulmana.

Una crescita quantitativa considerevole che il relativismo del modello multiculturale non è riuscito a governare al punto da produrre gravi e persino sanguinose tensioni. In principio fu Pim Fortuyn.

Rampante politico olandese che aveva avuto il coraggio e la sfrontatezza di squarciare da un lato il velo di ipocrisia di una certa sinistra e dall’altro, di accusare apertamente l’ortodossia e l’estremismo di una parte dei musulmani. Da qui il passo verso il populismo, però, fu molto breve.

“Ci sono troppi immigrati in un paese piccolo come il nostro” soleva dire Fortuyn. Il primo imprenditore della politica olandese capace di cavalcare i malumori della società fu ucciso alla vigilia delle elezioni politiche del 2002 per mano di un olandese “puro” di estrema sinistra. Il segnale di inizio di una guerra dagli esiti imprevedibili.

Due anni dopo, infatti, toccava a Theo Van Gogh. Un regista balzato agli onori della cronaca per un cortometraggio che denunciava le discriminazioni e le violenze imposte alle donne nella società musulmana. Nell’agosto del 2004 venne ucciso nelle strade di Amsterdam da un islamista marocchino-olandese.

Pochi anni, dunque, per trasformare il paradiso dei diritti civili in una realtà fragile e instabile. Il fallimento del multiculturalismo, il relativismo dei partiti di sinistra, il populismo di quelli di destra e l’estremismo dell’ortodossia musulmana hanno distrutto il modello sociale olandese. Al punto che oggi osserviamo un paese che viaggia sempre più a vista, dove la mancanza di una bussola in tema di immigrazione consente l’emergere di leader politici a dir poco discutibili.

L’ultimo arrivato è Geert Wilders. Il nuovo leader della destra populista che si considera l’erede di Pim Fortuyn. In realtà per lui vale il vecchio adagio “i figlio sono peggio dei padri”. Si tratta, infatti,

di un personaggio dichiaratamente xenofobo con un programma politico monotematico: cavalcare e alimentare i timori dell’elettorato. Una strategia che ha mietuto importanti successi a livello locale nell’attesa messianica di un voto plebiscitario alle elezioni politiche del prossimo 9 giugno.

Sarà davvero così?




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Naturalizzazioni, un controparadosso all’italiana

Ci siamo ormai abituati, ma non per questo rassegnati, al clima da stadio che prevale nel dibattito politico italiano in materia di immigrazione. Così periodicamente va in scena la scontro tra chi vuole una società multietnica e chi la rifiuta; chi ha pietà per i clandestini e chi no; chi non tollera il velo e chi lo difende in nome della libertà religiosa e così via.
Nelle ultime settimane il nuovo pomo della discordia è la legge sulla cittadinanza. Inutile dire che le curve sono già schierate: per alcuni la normativa del 1992 è troppo restrittiva, per gli altri ha maglie troppe larghe. Così la realtà dei fatti viene costantemente immolata in nome di un crescente manicheismo .
Intendiamoci, la legge sulla cittadinanza italiana va cambiata perché inadatta a un grande paese di immigrazione qual è l'Italia oggi. Nella fattispecie, il principio dello jus sanguinis che ispira la normativa in vigore deve essere temperato con quello dello jus soli. In linea con la maggior parte dei paesi europei. Basti pensare che persino la Germania, la cui legislazione è stata storicamente ispirata a un rigido rispetto dello jus sanguinis, si è mossa in questa direzione già dieci anni fa.
Questo, però, non autorizza a buttare via il bambino con l'acqua sporca. Molti opinionisti, infatti, criticando la normativa in vigore, vanno oltre, lasciando intendere quanto sia difficile, se non impossibile, ottenere la cittadinanza italiana pur essendo in possesso di tutti i requisiti di legge. Eppure i dati ufficiali dimostrano il contrario. Nel 2008, ad esempio, le autorità italiane hanno respinto poco più dell'1% delle 56.985 domande di naturalizzazione. Un dato ancor più sorprendente se paragonato a quello degli Stati Uniti, in cui teoricamente è più facile ottenere lo status civitatis. Nello stesso anno, infatti, il governo americano ha respinto più del 10% delle domande. Tra l'altro, vale la pena di rilevare che il 2008 è stato un anno particolarmente fortunato per i richiedenti cittadinanza americana. Il clima della campagna elettorale presidenziale, infatti, ha consentito un'udienza maggiore alle richieste di naturalizzazione sostenute dalle associazioni di immigrati.
In conclusione, questi dati non costituiscono certo una soluzione alle molteplici sfide poste dal fenomeno migratorio in Italia. Essi, però, offrono una nitida fotografia della realtà, a prescindere da qualsiasi retorica.







2008 ITALIA
Presenze straniere: 4 mln
Domande naturalizzazione: 56.985
Concesse: 39.484
Respinte: 739
%: 1,3
USA
Presenze straniere: 38 mln
Domande naturalizzazione: 1.167.000
Concesse: 1.046.539
Respinte: 121.000
%: 10,3