La diversità rende forte l’economia USA

L’America di Trump non finisce mai di stupire. E stavolta la sorpresa arriva dal mercato del lavoro che fa registrare un primato straordinario: nel 2018 la maggior parte dei nuovi assunti sono di colore o appartenenti alle minoranze etniche. E novità nella novità, a guidare questa tendenza sono le donne. È lo straordinario annuncio fatto qualche giorno fa in prima pagina dal Washington Post, quotidiano non certo tenero con l’attuale inquilino della Casa Bianca che ha analizzato i dati del Dipartimento del Lavoro dagli anni ’70 ad oggi. In particolare il numero degli occupati è aumentato di 5,2 milioni dalla fine del 2016, e di questi 4,5 milioni appartengono alle minoranze.

Mai era accaduto nella storia recente del Paese. Il rimodellamento della forza lavoro americana è iniziato nel 2015, anno in cui un sempre maggiore numero di donne afroamericane e ispaniche hanno deciso di mettersi in gioco abbandonando il tradizionale ruolo di casalinghe e mamme. Una rivoluzione culturale, favorita anche dai posti di lavoro lasciati liberi dai molti baby boomer bianchi che nel frattempo stanno andando in pensione. Ma a spingere queste donne a cercare lavoro è soprattutto la necessità di una maggiore stabilità economica. Non è un mistero che le famiglie appartenenti a minoranze etniche sono meno ricche di quelle bianche. Secondo i dati della Federal Reserve del 2016 un nucleo familiare Wasp può contare, in media, su un patrimonio netto superiore ai 170mila dollari, mentre una tipica famiglia afroamericana o latina non supera i 21mila dollari. Secondo molti economisti dietro il boom di queste assunzioni c’è anche un diverso approccio dei datori di lavoro che ormai non cercano più solo bianchi e preferibilmente uomini.

Un altro dato che il Washington Post mette in evidenza è l’avanzata delle donne latinoamericane. Spinte a cercare lavoro e a garantire un reddito alla famiglia dopo l'escalation delle espulsioni dei clandestini, che per il 90% sta colpendo uomini originari del Centroamerica. Ma c’è un altro aspetto che favorisce le ispaniche, l’alta scolarizzazione: dal 2010 al 2016 le laureate sono passate dal 36 al 41%. Ad aiutarle è poi la perfetta conoscenza di inglese e spagnolo, di fatto seconda lingua negli USA.

Fin qui le buone notizie. Ma come evidenzia il Washington Post l’economia americana mostra segni di rallentamento. La guerra dei dazi e le incertezze globali hanno già portato a una frenata dell’occupazione. A questo punto è perciò lecita una domanda: chi subirà il colpo più duro di una possibile recessione? La risposta è facile: le donne delle minoranze. Perché nonostante tutte le rivoluzioni culturali, in caso di crisi, infatti, i white worker restano sempre e comunque la “prima scelta” delle imprese.

Negli USA la tortura contro gli immigrati è di antica data

Migliaia di immigrati, molti dei quali malati di mente, rinchiusi in isolamento nelle carceri americane. Una pratica che le Nazioni Unite equiparano a una forma di tortura, ma che è invece molto utilizzata dai funzionari dell’Ice (l’Immigration and Customs Enforcement del Dipartimento della Sicurezza nazionale). Non solo adesso con Trump ma anche ai tempi di Obama. Questo è quanto emerge da un’inchiesta indipendente, condotta da media (The Atlantic e New York Times) e organizzazioni non governative(Project On Government Oversight, American Civil Liberties Union e National Immigration Justice Center) su documenti governativi degli ultimi 4 anni. E che squarcia il velo su quella che è una storia di abusi sistematici compiuti da un’agenzia federale. In base agli ultimi dati, ad agosto gli immigrati irregolari detenuti nelle prigioni statunitensi erano più di 55.000, un numero record mai raggiunto in precedenza. Il che aiuta a comprendere come il sovraffollamento carcerario e le lungaggini burocratiche nell’esame delle richieste d’asilo contribuiscano a creare disagi e frustrazioni tra i detenuti. Sempre più numerosi, infatti, sono i casi di persone colpite da ansia, rabbia, depressione e impulsi suicidi. Perciò viste come una minaccia per gli altri detenuti e per il personale, e dunque messe "regolarmente" in isolamento.

Una pratica sanzionata dall’Onu, ma che negli Stati Uniti è largamente diffusa, più di ogni altro Paese democratico al mondo. La cosa più grave è che a essere sottoposti a questo regime sono gli immigrati più vulnerabili, come omosessuali, disabili e malati di mente. “I funzionari dell’Ice – si legge nel rapporto di Project On Government Oversight - stanno usando l’isolamento come punizione standard invece che come ultima risorsa, costringendo le persone a stare 23 ore al giorno da sole anche per mesi”. Infatti nei due terzi dei casi si tratta di immigrati coinvolti in infrazioni disciplinari, come violazione delle regole carcerarie, insubordinazione o coinvolgimento in risse. Gli immigrati di diverse nazionalità detenuti dalle autorità statunitensi in celle isolamento sono migliaia, ma è impossibile calcolarne il numero esatto perché per legge vengono registrati solo i casi superiori ai 15 giorni. Questi dati, come era facile immaginare, stanno riaccendono le polemiche negli USA per l’eccessivo ricorso a questa misura detentiva. E la giustificazione data dall’Ice, secondo cui “l’isolamento si impone come misura protettiva, quando il detenuto immigrato è gay o soffre di disturbi mentali”, non ha fatto altro che inquietare ancora di più le associazioni per la difesa dei diritti umani.

Dover come Lampedusa

Anche se da noi pochi ne parlano, il Canale della Manica (poco più di 30 chilometri separano le coste francesi da quelle del Regno Unito) è diventato negli ultimi anni una delle nuove rotte migratorie più battute d’Europa. Un fenomeno i cui numeri, pur se lontanamente paragonabili a quelli del Mediterraneo, sta allarmando le cancellerie di Parigi e Londra. Infatti Secondo le autorità francesi dall’inizio del 2019 circa 1.470 persone, più di 250 nel solo mese di agosto, sono state soccorse mentre provavano a raggiungere con imbarcazioni di fortuna le bianche scogliere di Dover. L’anno scorso furono solo 586. Secondo la prefettura di Pas-de-Calais, in 4 anni 98 barche, con 1.029 immigranti a bordo, sono riuscite a raggiungere la costa inglese.

Ma il dato è approssimativo, così come è impossibile da calcolare il numero delle vittime. Che pure ci sarebbero già state e i cui corpi potrebbero non essere recuperati prima di alcuni anni. Di certo la vittima n.1 del Canale della Manica è un immigrato iracheno, partito da Calais, il cui cadavere è stato ritrovato la settimana scorsa al largo di Zeebrugge in Belgio. Al di là del singolo fatto di cronaca resta la domanda: perché le traversate della Manica sono triplicate nell’ultimo anno? Secondo le Ong locali l’aumento dei tentativi di attraversamento è legato alle pressioni della polizia francese con i continui smantellamenti dei campi di Calais, dei maggiori controlli su auto e tir all’imbocco dell’Eurotunnel o all’imbarco dei traghetti , e non ultimo l’avvicinarsi della Brexit. Un insieme di cause, denuncia l’associazione Medecins du Monde, che porta all’aumento di comportamenti a rischio. Tanto da spingere il ministro dell’Interno francese Christophe Castaner e la sua omologa britannica Priti Patel ad annunciare un rafforzamento del piano contro gli sbarchi dei clandestini adottato lo scorso gennaio.

Ma nonostante la polizia francese abbia preso a ispezionare ogni notte le spiagge intorno al porto di Calais, i tentativi di traversata non si arrestano. E gli scafisti continuano a fare affari d’oro grazie alla disperazione dei tanti che vedono nel Regno Unito un approdo sicuro. In maggioranza iracheni e afghani sognano di arrivare in un Paese dove hanno, nella stragrande maggioranza casi, una rete familiare su cui contare. E grazie alla conoscenza dell’inglese sono convinti di trovare facilmente lavoro e avere perciò una vita più facile. Anche se poi la realtà sull’altra sponda della Manica è ben diversa e gli stessi migranti sanno che lì vige un sistema molto ostile nei loro confronti. Nell’ultimo anno, poi, è stato registrato l’anomalo aumento di immigrati iraniani. Secondo la National Crime Agency ciò è dovuto alla crisi economica che ha colpito l’Iran dopo il rinnovo delle sanzioni da parte degli Stati Uniti. A questo va aggiunto che nell’agosto 2017 la Serbia ha abolito i visti per i cittadini iraniani. Poi ripristinati in fretta e furia a ottobre sotto le pressioni dell’Unione europea. Ma in quei tre mesi di frontiere serbe aperte 15.000 iraniani hanno approfittato del nuovo sistema per giungere in Europa. E iniziare il viaggio Belgrado-Londra, con incluso attraversamento della Manica con ogni mezzo.

Gli USA hanno dominato il mondo grazie all’immigrazione

Il crogiolo di razze, di cui è composta l’America, è un punto di forza o di debolezza? Secondo l’amministrazione Trump la risposta è scontata: avendo identificato nell'immigrazione la minaccia più grave alla stabilità degli Stati Uniti.
L’attuale inquilino della Casa Bianca con la sua politica della “tolleranza zero” ha dapprima messo al bando gli immigrati di religione islamica e ora blinda i confini meridionali nel tentativo di bloccare la carovana dei centroamericani in marcia verso la California. La paura dello straniero però, va detto, non è nuova a Washington. Brucia ancora nella coscienza collettiva l’internamento degli immigrati giapponesi dopo Pearl  Harbor o le diffidenze verso gli americani di origine tedesca durante le due Guerre mondiali. Eppure secondo Kori Schake, storica ed esperta di strategie militari al King’s College, l’immigrazione ha rappresentato un indubbio vantaggio per la politica estera Usa. A partire dalla Guerra civile americana, quando gli immigrati britannici frenarono di fatto le interferenze di Londra e in tal modo contribuirono a rendere l'America il Paese più forte del mondo.
La storia è molto semplice. Nel XIX secolo, mentre gli Stati Uniti diventavano economicamente e politicamente sempre più forti, altri Paesi tramavano per impedirne l’ascesa. E la Guerra civile americana (1861-1865) rappresentò l’occasione giusta per attuare questo piano. In particolare la Gran Bretagna, all'epoca la principale potenza mondiale, vide nella lotta tra unionisti e confederati il grimaldello che avrebbe potuto scardinare gli States. Nonostante il premier britannico Palmerston si fosse più volte dichiarato strenuo difensore dell'abolizione della schiavitù, le sue simpatie erano a favore dei sudisti secessionisti. Se il governo di Londra decise, alla fine, di non schierarsi, fu anche grazie alle pressioni che giungevano dagli immigrati Oltreoceano. I nuovi americani di origine britannica, infatti, parteggiavano per il Nord, e scendere in guerra contro di essi, avrebbe aumentato il rischio di rivolte nelle città della Gran Bretagna. Da allora, è la tesi di Schake, le libertà politiche e le opportunità economiche offerte agli immigrati europei negli Stati Uniti si sono rivelate un vantaggio unico e potente in politica estera.

Caminantes, la controverità della Casa Bianca

Sulla carovana degli immigrati centroamericani nelle ultime ore si è aperto anche un dibattito lessicale. Non privo di polemiche. Lauren Claffey, esperta in comunicazione e consulente dell’amministrazione Trump presso il Dipartimento per la sicurezza nazionale, dalle pagine Ozy, rivista ultra liberal, spiega perché quando si parla di immigrazione le parole sono importanti. E perché nel caso dei caminantes le semplificazioni giornalistiche, riprese dai social e dai politici, stanno distorcendo la realtà. Una tesi confermata da un episodio accaduto pochi giorni fa, quando migliaia di disperati, accampati da settimane nella città messicana di Tijuna, hanno tentato forzare le barriere per entrare negli Usa, ma sono stati respinti dai lacrimogeni sparati dai militari americani. Un’azione compiuta al grido di “Siamo lavoratori internazionali!”. Dunque le persone che compongono la carovana si sono messe in cammino per cercare un lavoro, non per fuggire da violenze o persecuzioni. E qui risiede l’errore denunciato da Claffey.

Parole come profughi, rifugiati, migranti e richiedenti asilo sono spesso usate come sinonimi, ma in realtà indicano situazioni, che hanno sì un legame, ma non sono coincidenti. E allora se non si fa chiarezza sui termini, sarà impossibile, denuncia ancora Claffey, giungere a una riforma dell’immigrazione che tutti negli Usa invocano, dal presidente Trump al senatore Bernie Sanders. Un richiedente asilo e un rifugiato sono tutelati dal diritto internazionale perché vittime di persecuzioni. Gli immigrati, invece, si dividono in regolari se risiedono legalmente in un Paese, o irregolari se privi di documenti. E poi ci sono gli aliens, ovvero i clandestini. La necessità di una guida lessicale, sottolinea Claffey, è dettata dal fatto che le parole inevitabilmente influenzano il modo in cui si affrontano le soluzioni politiche. Perciò per risolvere il dramma della carovana è necessario fare chiarezza sulla varia umanità che la compone. Molte persone avranno realmente diritto a chiedere asilo negli Stati Uniti, altri no. Ma questo è un compito che spetta ai tribunali e non ai giornalisti o ai politici.

Per i figli degli immigrati l’istruzione è un problema

È vero che i figli degli immigrati e dei rifugiati hanno più degli altri bisogno di istruzione. Ma se gliela neghiamo sono anche i nazionali a rimetterci. Perché, ammonisce Audrey Azoulay, direttore generale Unesco presentando il rapporto mondiale di monitoraggio dell’educazione, se loro non vanno a scuola si creano problemi seri per tutta la società. Leggendo le pagine del rapporto si comprende meglio il senso di questo allarme. Nel mondo, attualmente, ci sono 18 milioni di bambini rifugiati o immigrati: il 26% in più rispetto al 2000. Eppure alla maggior parte di loro è negata l’educazione scolastica. Si calcola, infatti, che dal 2016 ad oggi il buco dell’istruzione che avrebbero dovuto avere è pari a 1,5 miliardi di giorni di scuola.

Costruire ponti, non muri è il titolo del rapporto che invita i governi a integrare rifugiati e immigrati nei sistemi educativi nazionali. Eppure in Paesi come Australia, Ungheria, Indonesia, Malesia e Messico, i bambini richiedenti asilo hanno accesso limitato o nullo all'istruzione. Thailandia, Tanzania e Bangladesh chiudono le porte della scuola a chi è privo di documenti. Altre nazioni come Libano o Giordania, che ospitano il maggior numero di rifugiati pro capite, non hanno mezzi per garantire una buona educazione. Mancanza di risorse anche per una potenza economica come la Germania, mentre Ruanda e Iran sono le nazioni che hanno fatto gli investimenti più consistenti.

L’Italia, almeno questa volta e nonostante molte carenze, è inserita tra i Paesi virtuosi. Questo grazie ai passi avanti che il nostro Paese ha compiuto al riguardo. Basti ricordare che il 73% degli 86mila minori non accompagnati arrivati sul nostro territorio tra il 2011 e il 2016 è stato collocato in centri di prima e seconda accoglienza. E che la nuova legge del 2017 riconosce a questi bambini il diritto all'educazione e ha dimezzato, riducendolo a 30 giorni, il tempo massimo previsto per la loro permanenza nei centri di accoglienza. Ma c’è ancora molto da fare perché solo una piccola parte di essi frequenta regolarmente la scuola. Anche se si tratta spesso di istituti carenti delle attrezzature necessarie, tipici di zone periferiche con un elevato tasso di povertà. Con la conseguenza che nel 2017 il tasso di abbandono scolastico di questa popolazione di piccoli immigrati è tre volte quello dei figli di famiglie italiane.

Gli immigrati sudamericani che nessuno conosce

I sudamericani (visto che i messicani fanno parte del Centro America) rappresentano una piccola ma crescente quota di immigrati negli Stati Uniti. Complessivamente sono poco più di 3 milioni, il 7% dei 44,5 milioni di stranieri. Nel 1960 erano solo l’1%. Una crescita lenta ma continua, contrassegnata, negli ultimi tempi, da un aumento degli arrivi dal Venezuela, 61mila in un solo anno (2017). Tuttavia, gli Usa non sono la destinazione principale per i venezuelani che lasciano uno Stato sempre più in difficoltà. Dal 2015, infatti, più di 2 milioni di persone sono fuggite verso Colombia, Perù, Ecuador, Brasile, Cile e Argentina, dando vita al più grande esodo della storia recente dell’America Latina.

Dall’analisi compiuta dal Migration Policy Institute emerge che l’immigrazione dal Sud America è tra le più qualificate presenti nel Norte. Grazie agli alti livelli di istruzione e alle eccellenti competenze linguistiche, una percentuale significativa di lavoratori immigrati provenienti da Argentina (46%), Venezuela (42%), Cile (38%) e Brasile (36%) sono impiegati nel settore della finanza e degli affari, oltre che in ambito scientifico e artistico. Ciò fa sì che i redditi delle famiglie di origine sudamericana siano più alti di quelli di altri immigrati. Con una media di 58.600 dollari l’anno si collocano, infatti, subito sotto agli americani che in media guadagno 60.800 dollari. Non stupisce perciò che siano proprio i sudamericani a vantare la maggiore percentuale di cittadini naturalizzati. Nel 2017, il 53% degli immigrati provenienti dall’America Latina aveva il passaporto Usa.

Schengen da noi muore ma nasce in Asia

Mentre in Europa la libera circolazione piace sempre meno, l’idea fa proseliti dall'altra parte del mondo. Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, dopo decenni di rapporti tesi, sfociati anche in conflitti, oggi, anche se ancora in embrione, pensano alla creazione di una zona tipo “Schengen” nel cuore dell'Asia centrale.

Il nuovo corso, riferisce il magazine online Ozy, è iniziato a marzo quando Tagikistan e Uzbekistan hanno abolito il severo regime di visti, reliquia della guerra civile tagika (1992-1997)seguita alla caduta dell'Urss. Ma il ritrovato clima di cooperazione sta investendo tutta l’Asia centrale. La recente conferenza multilaterale, ospitata dal Kazakistan e che ha visto la partecipazione di tutte le cinque ex Repubbliche sovietiche ha di fatto avviato il disgelo. Il progetto è quello di arrivare progressivamente a un sistema unico di visti. Coinvolgendo in prospettiva anche Turchia e Azerbaigian. Non a caso il piano è stato denominato “Silk Road visa” (visto della Via della Seta). Alla base di queste aperture ci sono però ragioni economiche e geografiche. I cinque Stati coinvolti sono in pieno boom e senza sbocco sul mare. Una condizione penalizzante che fa dell’integrazione regionale una scelta obbligata.

Sullo sfondo si staglia, però, la figura minacciosa di Putin. Il presidente russo nel 2014 ha imposto ai suoi vicini la creazione dell’Unione economica eurasiatica (EEU) per facilitare il commercio tra gli stati membri. L’intenzione di Mosca non era e non è quella di trasformare la regione in un'area comune di visti. D'altra parte, però, l'integrazione rafforzata delle Repubbliche dell'Asia centrale potrebbe rappresentare un argine alla crescente influenza della Cina. E allora anche il niet di zar Vladimir potrebbe venire meno. Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, forse memori di quando sotto il dominio dell'Urss non esistevano confini, oggi vogliono tornare a muoversi al loro interno liberamente. Senza, però, l’oppressione del “grande fratello” comunista.

Anche negli USA la giustizia rallenta le espulsioni

Sarà ancora la lotta all’immigrazione clandestina il leitmotiv della campagna elettorale di Trump per la rielezione nel 2020. Lo si è capito 10 giorni fa quando con un ordine esecutivo ha concesso all’ICE, l’Agenzia federale responsabile del controllo delle frontiere e dell’immigrazione, poteri illimitati nella cattura e espulsione di clandestini. Non solo e non più quelli fermati al confine. Da oggi a rischio deportazione sono tutti gli oltre 10 milioni di immigrati illegali che si trovano nel Paese, anche da decenni.

All’apparenza sembra una vittoria della dottrina-Trump, ma a ben guardare forse non è proprio così. Secondo un’analisi di Politico e The Marshall Project l’arretrato giudiziario, nell’ultimo anno, è cresciuto molto più rapidamente rispetto agli arrivi di migranti. Giudici e avvocati concordano nel riconoscere come le mosse dell’amministrazione, pensate per accelerare l’iter delle espulsioni, abbiano invece prodotto l’effetto contrario. Con il risultato di aver rallentato la macchina della giustizia e mandato in tilt l’intero sistema. Negli ultimi tre anni l’arretrato è aumentato del 68%. E così oggi nei tribunali più grandi, come New York, Los Angeles e Houston, le udienze per decidere se un immigrato illegale che si trova in stato di fermo vada o meno espulso, non vengono fissate prima del 2023. Mentre per la conclusione di tutto il procedimento giudiziario si calcola un tempo medio di 10 anni. Anche con il nuovo ordine esecutivo della Casa Bianca, che rischia però di essere bloccato dai ricorsi già annunciati dalle associazioni per la difesa dei diritti umani, ci vorrebbero comunque anni per smaltire tutto l’arretrato. Anche perché l’ex procuratore generale Jeff Sessions subito dopo la sua investitura ha imposto ai giudici, che non sono indipendenti ma rispondono al Dipartimento della Giustizia, di esaminare tutti casi legati all’immigrazione clandestina e di non procedere più alle sospensioni dei casi meno gravi. Un’analisi delle cifre del Dipartimento di Giustizia mostra che gli ordini dell'amministrazione sono stati seguiti: negli ultimi due anni l’uso delle sospensioni è crollato.

Ora i pubblici ministeri sono incaricati di perseguire ogni espulsione e i giudici non hanno altra scelta che procedere con tutti i casi. Ma c’è di più, la disposizione emanata da Sessions si applica anche ai 330.000 casi precedentemente chiusi. E che quindi sono stati riaperti. Inutile anche l’assunzione di nuovi giudici dell’immigrazione. Dall’elezione di Trump nel 2016 l’arretrato peggiora di anno in anno, e a giugno i casi in attesa di giudizio hanno raggiunto il record storico di 877mila.

Anche negli USA sull’immigrazione è braccio di ferro con la giustizia

Trump ci riprova. E nel tentativo di tenere fede alla sua promessa, finora andata a vuoto, di espellere milioni di immigrati illegali, vara un nuovo giro di vite. E così con un nuovo ordine esecutivo, la Casa Bianca ha concesso poteri quasi illimitati nella deportazione dei clandestini all’Agenzia federale responsabile del controllo delle frontiere e dell’immigrazione (ICE), che dipende dal Dipartimento della Sicurezza nazionale. Una stretta finalizzata ad accelerare le espulsioni bypassando i tribunali. Infatti da oggi gli immigrati che non potranno dimostrare di essere stati negli USA ininterrottamente per più di due anni saranno immediatamente rimpatriati e non potranno avvalersi della difesa di un avvocato. La nuova misura è in vigore su tutto il territorio nazionale. In precedenza, invece, le espulsioni rapide si applicavano solo agli immigranti intercettati vicino al confine, entro in un raggio di 100 miglia, o che erano stati nel Paese per meno di due anni. In termini pratici, dunque, viene offerto ai funzionari dell'immigrazione e alle autorità doganali il potere di determinare chi può essere subito rispedito a casa. Tale decisione, finora, era demandata a un giudice dell'immigrazione, al termine di processi che spesso richiedevano anni. Il nuovo ordine esecutivo della Casa Bianca ha sollevato le critiche dell’opposizione democratica e delle organizzazioni non governative che denunciano l'amministrazione Trump di perseguire nella politica delle deportazioni di massa negando agli immigrati un'audizione davanti a un giudice. E ricordando che la Corte Suprema ha sempre dichiarato che anche gli immigrati privi di documenti hanno diritto a un giusto processo.