Negli USA il rischio Covid-19 è maggiore per gli immigrati

Negli USA gli immigrati sono fondamentali per fronteggiare e contenere la pandemia che dopo le grandi città sta ora investendo gli Stati agricoli dell’immensa pianura statunitense. Ma allo stesso tempo ne sono prede vulnerabilissime. Visto che rischiano di pagare un prezzo altissimo sia in termini sanitari che economici. A lanciare il grido d’allarme è un recente studio del Migration Policy Institute che ha analizzato i dati dell’ufficio statistico federale sul numero dei migranti che lavorano nei vari settori produttivi del Paese a stelle e strisce. Gli “stranieri” rappresentano il 17% del totale della forza lavoro americana attualmente composta da 156 milioni unità. Una percentuale che aumenta però significativamente proprio tra gli addetti delle professioni in prima linea nella lotta al coronavirus. Infatti è immigrato o figlio di immigrati il 29% dei medici, il 23% dei farmacisti e il 38% dei paramedici.

Ma a preoccupare ancora di più sono i sei milioni di immigrati irregolari che in vario modo e a vario titolo svolgono lavori resi ancora più indispensabili in questo periodo di lockdown generale dell’economia. In particolare di quella legale. Perché tocca proprio a questi “invisibili” raccogliere nei campi frutta e verdura; tenere in ordine le case, rasare i giardini e governare la prole che non va a scuola dei professionisti impegnati a lavorare a distanza dai loro studi con i clienti; pulire uffici e sanificare ospedali, cliniche e case di riposo per anziani. Una vera e propria armata di senza documenti impegnata in prima linea nella sforzo “bellico” richiesto per assicurare i servizi indispensabili per la vita dei cittadini ed evitare che l’avanzata impetuosa dell’epidemia di Covid-19 paralizzi e metta in ginocchio l’intera Nazione. Ma sono proprio loro quelli che, pur se esposti ad un elevatissimo rischio contagio, essendo privi di documenti e di un’assicurazione sanitaria hanno possibilità zero di accedere alle cure necessarie. E come se tutto ciò non bastasse la maggioranza di loro rischia di essere tagliata fuori dai programmi di assistenza e di primo aiuto finanziati dai 2 milioni di miliardi stanziati dall’amministrazione Trump per fronteggiare la montante disoccupazione provocata dal blocco delle attività produttive e dell’immenso terziario made in USA.

Solo la scorsa settimana sono stati oltre 3milioni gli americani che hanno fatta richiesta del sussidio di disoccupazione. Una cifra che pur se da record secondo molti è solo la punta dell’iceberg. La drammatica contrazione economica creerà enormi difficoltà a decine di milioni di americani, difficoltà che saranno devastanti per tutti gli immigrati, regolari o clandestini che siano. Questo perché se è vero che gli irregolari rappresentano quelli certamente a rischio maggiore, è anche vero che minacciose nuvole nere sembrano addensarsi anche su una parte di quelli in regola perché naturalizzati da poco, o semplici residenti permanenti legali o con visti temporanei. Questo perché la legge di finanziamento degli aiuti votata dal Congresso prevede l’elargizione del sussidio a chi ha perso il lavoro mentre esclude coloro che non sono in possesso del numero di previdenza sociale, gli immigrati regolari ma con un lavoro stagionale e quelli entrati in possesso della carta verde solo negli ultimi cinque anni.

Si parla della Libia e si dimentica il Marocco

Il Marocco da sempre Paese di emigrazione, dall’inizio del nuovo secolo ha subito una metamorfosi. Grazie alla sua posizione geografica è stato a lungo Paese di transito per gli immigrati subsahariani in marcia verso l’Europa. Ma negli ultimi anni, con la progressiva chiusura delle frontiere europee, è divenuto Paese di destinazione. Come conseguenza di questo repentino cambiamento, Rabat, a differenza di altri governi della regione, ha sviluppato una politica migratoria nazionale e stretto accordi di partenariato con l’Ue. Un caso più unico che raro tanto da richiamare l’attenzione del Migration Policy Institute di Washington, che al Marocco e alla sua gestione dei migrati ha dedicato una lunga e approfondita analisi.

Il Paese, che conta 32 milioni di abitanti, ospita, oggi, 700mila immigrati provenienti dall’Africa subsahariana. Nel 1999 erano circa 50mila. Di fronte a questo incremento dei flussi, nel 2003 il governo marocchino è stato il primo nella regione a emanare una legge sull’immigrazione, introducendo misure per favorire l’integrazione e adottando politiche per il rispetto dei diritti umani. Mentre risale al 2014 una prima sanatoria per 25mila clandestini, seguita da un’altra nel 2017 che ha portato alla regolarizzazione di altri 28mila. Una decisione che ha però scatenato forti proteste.

Le difficili condizioni economiche del Paese, soprattutto nelle aree più periferiche, dove i tassi di povertà e disoccupazione sono molto alti, hanno creato un diffuso malessere tra le popolazioni locali, che vedono negli immigrati i diretti competitor nell’accesso al mercato del lavoro e alla redistribuzione della ricchezza. Il crescente clima di ostilità non ha però portato ha una retromarcia del governo. Che anzi punta a diventare sempre di più attore principale nelle discussioni regionali sull'immigrazione, svolgendo un ruolo centrale nel dialogo euro-africano. Compito ampiamente riconosciuto dall'Unione europea che solo lo scorso anno ha destinato al Marocco 148 milioni di euro per affrontare l’emergenza migranti e altri 182 milioni di euro per sostenere la creazione di posti di lavoro.

Sull’immigrazione il Covid-19 dà una mano a Trump

Sull’immigrazione il coronavirus non è per Trump quel cigno nero di cui tanti parlano. Anzi. La Casa Bianca, infatti, come denuncia un articolo dello scorso martedì del New York Times, con la scusa di bloccare la diffusione del Covid-19 si appresta a sigillare le frontiere. E a rispedire in Messico tutti gli immigrati “pescati” lungo il confine meridionale del Paese. In base ad un ordine perentorio dell’amministrazione federale, a partire dalle prossime ore chiunque verrà intercettato nel tentativo di varcare illegalmente la frontiera americana sarà immediatamente riaccompagnato in Messico. In modo tale da evitare alle forze di polizia l’obbligo di trattenere per l’identificazione e ed il successivo trasferimento degli immigrati nei centri di detenzione ad essi riservati. A questa misura, visto il rischio pandemico, non fanno eccezione neppure i richiedenti asilo.

Una stretta che la Casa Bianca sognava da tempo ma resa fino ad oggi inattuabile dalle norme nazionali e ed internazionali sulla protezione dei profughi e degli sfollati. Ora la pandemia che spaventa il mondo offre a Trump l’occasione che sognava da quando ha  messo piede alla Casa Bianca: blindare l’immenso confine del Paese a stelle e strisce che attraverso migliaia di miglia unisce, passando per il Texas, l’Arizona ed il New Messico, la costa est della Florida con quella ovest della California. Secondo le indiscrezioni raccolte dai giornalisti del NYT il governo avrebbe già approntato il piano che lascia mano libera agli agenti di respingere senza troppi complimenti chiunque tenti di entrare illegalmente negli Stati Uniti. E per mettere a tacere le Ong e le associazioni in difesa delle libertà civili, l’amministrazione si fa scudo della necessità di mettere in sicurezza il Paese ed evitare ad ogni costo la diffusione del Covid-19 che ha già raggiunto livelli allarmanti. Tra le restrizioni in arrivo anche la sospensione dei processi presso i tribunali per l’immigrazione, chiamati ad esaminare le richieste d’asilo delle migliaia di disperati richiusi nei centri detenzione.

Un pacchetto di misure definito “senza precedenti” dagli stessi funzionari del Dipartimento di Giustizia. Che pur se legalmente assai discutibile viene però considerato da Washington un obbligo. Con l’argomentazione che l’esplosione di una pandemia da Covid-19 al confine con il Messico sarebbe talmente pericolosa da mettere a rischio la sicurezza nazionale americana. Da sottolineare però il fatto che mentre nel grande Stato centroamericano i casi accertati di coronavirus sono più di un centinaio, negli Usa hanno invece superato nelle ultime ore la soglia dei 13.000. Numeri che confermano come la pandemia rappresenti una scusa per mettere in atto la chiusura del confine meridionale più volte tentata, ma che avvocati e tribunali, in punta di diritto, hanno sempre bloccato.

La Corte Suprema dà ragione a Trump

Nessuna sorpresa: la Corte Suprema degli Stati Uniti si schiera con Trump e con il suo controverso programma “Remain in Mexico”. I supremi giudici, infatti, con la sola opposizione di Sonia Sotomayor, hanno annullato la sentenza della Corte d’Appello federale del IX distretto di San Francisco che aveva deciso di bloccare il programma dell’amministrazione americana giudicandolo illegale e in palese violazioni con le norme internazionali sul diritto di asilo. In base agli articoli del “Remain in Mexico”, entrato in vigore nel 2019, gli stranieri, nella stragrande maggioranza centroamericani, che messo piede illegalmente negli Stati Uniti fanno richiesta di asilo vengono rimandati in Messico. E lì devono attendere che la giustizia americana decida se accogliere o meno le loro domande. Una prassi da sempre aspramente criticata ed avversata dalle organizzazioni non governative e che mesi addietro era stata messa in discussione per la prima volta anche dalla sentenza di un tribunale federale della California. Ora, però, la Corte Suprema riabilita il programma. Una decisione che era nell’aria, denunciano le associazione per la difesa delle libertà civili, visti gli ultimi pronunciamenti dei supremi giudici schierati a stragrande maggioranza con la Casa Bianca. Per il Dipartimento della Giustizia, invece, “la decisione della Corte Suprema ripristina la capacità del governo di gestire il confine sud-ovest e di collaborare con il governo messicano per affrontare l’immigrazione clandestina”. Di parere opposto le Ong secondo le quali il verdetto della Corte Suprema “lascia i migranti in balìa dei gruppi criminali che li prendono di mira con rapimenti, stupri, torture e violenze di ogni genere”. È bene ricordare che dal gennaio 2019 sono più di 60mila gli immigrati respinti in Messico. E di questi meno dell’1% ha visto accolta la richiesta di asilo.

“Remain in Mexico” dipende dalla Corte Suprema

I giudici della California danno un nuovo, ennesimo altolà alla politica dell’immigrazione dall’amministrazione Trump. In questo caso a finire nel mirino della Corte d’Appello federale del IX distretto di San Francisco è toccato all’assai discusso e controverso programma “Remain in Mexico”. In base al quale i richiedenti asilo negli USA devono attendere fuori del territorio americano la conclusione delle procedure relative alle loro domande. Vale la pensa ricordare, come spiega in un lungo reportage il New York Times, che questo programma era già stato bocciato una prima volta dalla magistratura lo scorso 28 febbraio. Quando i giudici californiani avevano deciso che i richiedenti asilo, in stragrande maggioranza provenienti dal Centroamerica, non dovevano essere respinti in Messico. Perché in base ai dettati di una legge federale spettava loro il diritto di restare negli Stati Uniti fino alla conclusione dell’iter giudiziario dei procedimenti che li riguardavano da parte dei tribunali dell’immigrazione. Una sentenza che i magistrati, onde evitare l’ennesimo braccio di ferro con la Casa Bianca, avevano deciso di non rendere operativa in modo da consentire al governo il tempo necessario per ricorrere in appello.

Cosa che essendo puntualmente avvenuta ha fatto sì che la questione finisse al vaglio della Corte Suprema. A fronte di questa complessa situazione i giudici di San Francisco lo scorso 4 marzo hanno accolto la richiesta del governo di Washington di mantenere in vigore le restrizioni del programma “Remain in Mexico” fino all’11 del mese. Data a partire dalla quale, in assenza di una decisione della Corte Suprema, le restrizioni imposte dall’amministrazione ai richiedenti asilo verranno abolite. Limitatamente, però, a quelli rimandati in Messico dagli stati di competenza della corte federale di San Francisco: Califronia ed Arizona. Dal provvedimento resterebbero quindi esclusi tutti coloro che avevano tentato di entrare in America varcando i confini del Texas e del New Mexico. Dall’inizio del programma “Remain in Mexico”, entrato in vigore nel gennaio 2019, più di 60mila persone sono state rispedite al di là della frontiera sud del Paese a stelle e strisce. E di queste solo l’1% ha ottenuto il riconoscimento del diritto d’asilo. E poiché in passato più volte i Supremi giudici hanno dato ragione in materia di immigrazione all’amministrazione centrale si capisce il perché dell’ottimismo manifestato dal Presidente sull’esito finale della disputa.

Sfidano la Casa Bianca sui rifugiati

Eppure c’è chi negli Usa dice no a Trump sull’immigrazione. E, sorpresa nelle sorprese, ad opporsi all’ordine esecutivo del Presidente sui rifugiati non sono solo politici e amministratori democratici ma anche 19 governatori repubblicani. L’inizio della vicenda risale a novembre scorso quando la Casa Bianca ordina di abbassare a 18mila il numero massimo dei rifugiati da accogliere nel 2020. Il più basso da quando nel 1980 il Congresso americano aveva varato il programma di reinsediamento di sfollati e rifugiati stranieri. Ma c’è di più. Con un secondo ordine esecutivo (attualmente bloccato da un giudice del Maryland) Washington aveva stabilito che, in deroga a quanto previsto dalla legge, governatori e sindaci erano liberi di decidere se accogliere nei loro territori i rifugiati. Una mossa letta dai più come l’ennesimo tentativo dell’amministrazione Trump di indebolire, e in prospettiva eliminare del tutto, il programma di accoglienza. Ma, prendendo in contropiede l’Esecutivo nazionale 43 Stati, di cui 19 a guida repubblicana, e 100 sindaci anziché sfruttare la “scappatoia” loro concessa decidono invece di tirare dritto ed ospitare i rifugiati.

Uno scontro politico bello e buono che ha richiamato l’attenzione del Migration Policy Institute. Che in un recente studio spiega come i repubblicani pur sostenendo la battaglia di Trump contro l’immigrazione irregolare, non siano invece disposti ad assecondarlo nel respingimento delle migliaia di disperati che, costretti ad abbandonare i loro Paesi a causa di guerre e violenze, hanno diritto alla protezione internazionale. Gli USA, ricorda il MPI, dalla fine della Seconda guerra mondiale sono la nazione che più di tutte ha aperto le braccia e dato protezione ai rifugiati di mezzo mondo. Visto che dal 1980 al 2018 il paese a stelle e strisce ha accolto, in base alle norme internazionali relative alla protezione, oltre 3 milioni di uomini, donne e bambini.

Ma con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca tutto è cambiato, in peggio. Nel giugno 2017 le ammissioni, in un primo tempo sospese, sono state successivamente tagliate. Portando il loro tetto massimo dalle 110mila unità della presidenza Obama a 50.000. Una soglia che nel 2018, 2019 e 2020 è stata progressivamente abbassata prima a 45.000 poi a 30.000 fino a 18.000. Un’operazione ulteriormente aggravata dall’introduzione di tutta una serie di paletti e ostacoli burocratici. E così, ad esempio, nel 2018 a fronte di 45mila rifugiati da accogliere, gli uffici federali ne hanno invece ammessi solo 22.291. Vale la pena ricordare che nello stesso anno il Canada, con un decimo della popolazione USA, ne ha accolti 23mila. Le continue spallate di Trump al sistema del reinsediamento dei rifugiati però non trova la sponde sperata da parte di molti governatori e sindaci, anche di fede repubblicana. Per motivi che non sono solo di natura etica o morale. Per la semplice ragione che l’accoglienza dei profughi oltre ai soli costi genera anche business. Nel 2017, ad esempio, il 96% dei 2,5 milioni di rifugiati risultava occupato. Ed i loro salari, pari a circa 92 miliardi di dollari, oltre a fruttare, in tasse, alle casse dell’erario un introito di 25,5 miliardi, hanno dato luogo ad un nuovo potere d’acquisto calcolato in 66,5 miliardi di dollari. Non solo. Visto che i rifugiati-imprenditori danno oggi lavoro ai nazionali. E infatti rispetto ad un dato medio del 9% il tasso di imprenditorialità tra i rifugiati sfiora il 13%. I circa 18mila imprenditori rifugiati gestiscono aziende con un fatturato annuo pari a 5 miliardi di dollari.

Contro i clandestini si calpesta la morale

La lotta all’immigrazione clandestina dell’amministrazione Trump sembra decisa a violare anche le più elementari barriere etiche. Secondo un rapporto pubblicato dal Washington Post, infatti sembra che i funzionari dell’ICE (l’agenzia federale addetta al controllo dell’immigrazione), abbiano utilizzate le cartelle cliniche redatte dagli psicologi sui traumi dei piccoli profughi non per curarli ma per poter procedere alla loro espulsione. Per questo, non guardando in faccia nessuno, i zelanti funzionari dell’immigration dopo essersi fatti consegnare le note, riservate, delle sedute terapeutiche le avrebbero “girate” ai giudici dei tribunali per l’immigrazione. In altre parole, le informazioni fornite in confidenza dai bambini sono state utilizzate contro di loro per rispedirli a casa.

Quel che è peggio, sottolinea il Washington Post, è che questa pratica, inaccettabile sul piano morale, è consentita su quello legale. Nell’articolo la giornalista Hannah Dreier si concentra sul caso di un giovane richiedente asilo dell’Honduras, Kevin Euceda. Arrivato negli USA nel 2017 appena 17enne per sfuggire alle violenze della gang MS-13 che, tra l’altro, aveva trucidato la sua famiglia. Fermato al confine messicano, venne rinchiuso in un centro di detenzione per minori non accompagnati. In America la legge impone che tutti i minori, soprattutto quelli non accompagnati, siano sottoposti al consulto di uno psicologo entro le 72 ore dalla loro entrata nel sistema ORR (Office of Refugee Resettlement). Cosa che dette a Kevin Euceda la possibilità di narrare la vita di inferno vissuta in Honduras al terapista di turno. Una persona di cui si fidava perché gli aveva assicurato che le loro “chiacchierate” sarebbero restate riservate. Invece quelle confessioni sono finite all’Ice che, nell’autunno 2019, le ha usate davanti al tribunale per l’immigrazione per sostenere le ragioni della sua espulsione.

Questo tipo di condivisione delle informazioni fa parte di una precisa strategia dell’amministrazione Trump. Sebbene tecnicamente legale, per le associazioni di categoria degli psicologi rappresenta invece una palese violazione della riservatezza che è alla base di ogni rapporto terapista-paziente. Come se non bastasse l’amministrazione richiede, ora, che le note prese durante le sessioni di terapia obbligatoria con i bambini immigrati vengano trasmesse in automatico all’ICE, per poterle poi utilizzare in tribunale. Confessioni intime, traumi, incubi: tutto viene trasformato in arma giudiziaria, spesso senza il consenso dei terapeuti e sempre senza il consenso dei minori interessati. Non una bella pagina per la burocrazia americana, che nella lotta all’immigrazione sta davvero superando i limiti.

Clandestini in trappola con i telefonini

La lotta di Trump all’immigrazione clandestina non conosce davvero confini. Nella battaglia entra ora anche il cyberspionaggio. Infatti secondo un rapporto pubblicato dal Wall Street Journal l’amministrazione americana, acquistato l’accesso a un database commerciale che mappa i movimenti di milioni di smartphone negli Stati Uniti, lo sta impiegando per controllare i movimenti dei clandestini presenti nel Paese o di quelli che tentano di attraversare il confine con il Messico. I dati sono raccolti dalle app per giochi, previsioni meteo e acquisti online di telefoni e tablet alle quali gli utenti hanno dato il permesso di registrare il luogo in cui si trovano. Il governo federale, rivela il WSJ, ha acquistato il data base da una società chiamata Venntel, che a sua volta li ha comprati da diverse società di marketing.

Nel solo 2018 l’ICE, l’agenzia del Dipartimento per la Sicurezza nazionale che controlla le frontiere, ha comprato da Venntel licenze per un valore di oltre 190mila dollari. Le autorità federali non hanno né smentito né confermato l’uso dei dati nella caccia agli immigrati illegali. Una conferma, anche se indiretta, arriva però dai vertici dell’ICE. Che per pubblicizzare il brillante risultato di un’operazione che ha consentito di scoprire un tunnel sotterraneo che dal Messico sbucava all’interno di un locale in disuso a San Luis in Arizona, hanno fatto esplicito riferimento alla mappatura dei dati degli smartphone.

Il modo in cui il governo sta ottenendo queste informazioni rientra in una zona grigia che apre serissimi interrogativi sulla sempre più estesa sorveglianza commerciale che i colossi del web esercitano sui privati cittadini. E non è solo questione di privacy. Perché secondo il Wall Street Journal nel caso in questione il governo starebbe violando una sentenza della Corte Suprema. Che, nel caso Carpenter vs United States del 2017, aveva stabilito che le forze dell’ordine solo su mandato della magistratura possono acquisire informazioni relative alla localizzazione dei cellulari. Ma per gli avvocati del Dipartimento della Sicurezza Nazionale il caso non si applica a questa circostanza perché il governo sta acquistando dati già disponibili per fini commerciali. Questo rapporto è solo l’ultimo in ordine di tempo a rivelare come i funzionari federali usino tattiche spregiudicate al solo fine di perseguire l’agenda dettata dalla Casa Bianca.

Anche l’Africa finisce nel mirino di Trump

Fedele a sé stesso, Trump continua a innalzare muri e barrire per difendere il “fortino americano”. A tre anni esatti dal primo travel ban, la Casa Bianca ha esteso la limitazione della concessione dei visti di ingresso negli USA ad altre nazioni: Nigeria, Eritrea, Sudan, Tanzania, Kyrgyzstan e Myanmar. Che si aggiungono a Iran, Libia, Siria, Somalia, Yemen , Venezuela e Corea del Nord già sottoposte allo stesso tipo di provvedimento, che nel 2017, poiché colpiva in maggioranza Paesi islamici, era stato ribattezzato muslim ban. La novità di oggi, come sottolinea il New York Times, è che ad essere penalizzata è soprattutto l’Africa. E in particolare la Nigeria: il paese economicamente più potente e popoloso del continente. Dal prossimo 22 febbraio, dunque, non verranno più rilasciati i visti per vivere negli Stati Uniti ai cittadini di Nigeria, Myanmar, Eritrea e Kirghizistan. Mentre agli immigrati del Sudan e della Tanzania sarà vietato partecipare alle lotterie per la green card. Resteranno invece in vigore i visti per gli studenti e i lavoratori altamente specializzati.

Quindi, in nome della sicurezza nazionale, Trump continua a portare avanti la sua visione di attrarre “i migliori” e di chiudere le frontiere ai poveri e disperati. Un quadro dal quale emerge che sarà senza dubbio la Nigeria a pagare il costo maggiore. Visto che solo nel 2018 erano stati 8mila suoi cittadini ad emigrare negli Stati Uniti. La decisione di inserire il colosso africano tra gli Stati che minacciano la sicurezza americana ha provocato le risentite proteste del governo di Abuja. Che in una nota indirizzata all’amministrazione di Washington ha ricordato non solo la stretta, antica alleanza che lega i due Paesi. In particolare per quanto riguarda la lotta ai terroristi di Boko Haram. Ma anche il fatto che per la Nigeria l’America è il principale partner commerciale. Proteste e reazioni che, però, non hanno fatto cambiare idea al Capo della Casa Bianca che in più occasioni si era lamentato del fatto che molti nigeriani entrati negli Stati Uniti con visto turistico alla scadenza si erano guardati bene da “tornare alle loro capanne”. Un altro Paese finito nel mirino dell’amministrazione repubblicana è il Myanmar (l’ex Birmania) da cui nel 2018 erano stati in 5mila ad emigrare negli USA. E dove la minoranza musulmana rohingya tenta ogni via di uscita per evitare il genocidio. Per questo, sottolinea il NYT, la decisione di bloccare i visti mette in grave pericolo i tanti che cercano di scampare a massacri e persecuzioni.

I guai del Muro

Il Muro di Trump rischia di essere un gigante dai piedi d’argilla. A causa di falle, cedimenti strutturali e errori di costruzione. La faraonica opera che, come promesso dal Presidente ai suoi fan, dovrebbe blindare una volta per tutte il confine tra USA e Messico e bloccare il traffico di immigrati clandestini, rischia il flop. Secondo un report degli ingegneri che ci stanno lavorando al confine dell’Arizona pubblicato dal Washington Post, la struttura dovrà essere dotata di cancelli che dovranno obbligatoriamente tenere aperti per diversi mesi dell’anno. Per evitare che le piogge monsoniche che d’estate si abbattono sul deserto dello Stato diano luogo a rischiose inondazioni. Infatti in assenza di “vie di sbocco” l’ingrossamento di fiumi di solito in secca avrebbe conseguenze disastrose. E perfino il crollo dello stesso Muro.

Per questo gli addetti del CBP (Customs and Border Protection) hanno ipotizzato la realizzazione di appositi “passaggi” per tutto il periodo estivo. Come già avviene in altre sezioni di confine. Dove sono state istallate delle feritoie che gli agenti azionano manualmente all’arrivo dei temporali. Con l’inconveniente, però, che queste“serrande”, collocate in aree di confine isolate e prive di elettricità, non possono essere azionate a distanza. E in molti casi finiscono per restare aperte e incustodite per mesi. Una manna per i narcos messicani che sfruttano questi varchi per trasportare indisturbati negli Stati Uniti clandestini e droga. Insomma, sottolinea il WP, il rischio inondazioni sta minando il sogno di Trump di blindare il fortino americano. Visto che, al momento, gli uomini della Casa Bianca non risulta abbiano trovato il modo di risolvere il problema e chiudere le falle. Va detto però che di crepe nel Muro ce ne sono già parecchie. Come dimostra la scoperta di qualche giorno fa che ha portato alla luce un tunnel lungo come mai si era visto in passato.