Tornano i caravaneros ai confini USA

Dopo mesi di relativa calma sono riprese le marce dei disperati del Centroamerica. Da giorni circa 4mila persone sono accalcate al confine tra Guatemala e Messico nel tentativo di raggiungere gli Stati Uniti. La carovana si è formata mercoledì della scorsa settimana a San Pedro Sula, nel nord dell’Honduras, ed è stata organizzata, come è ormai consuetudine, attraverso gruppi di WhatsApp e Facebook. Partiti in 300 ora sono più di 4mila. Secondo i funzionari dell’Onu la carovana è composta in maggioranza da famiglie, più di un terzo sono minori e donne incinte. Dopo aver attraversato il Guatemala, sono ora bloccati alla frontiera con il Messico, che per il momento non lascia passare nessuno. Come scrive il Washington Post, la prima carovana dell’anno rappresenta un test per il governo del presidente Andrés Manuel López Obrador, che l'anno scorso ha promesso all’amministrazione Trump che avrebbe intensificato il controllo dei confini. Sotto la minaccia di dazi, gli sforzi messicani sono notevolmente aumentati, ma ciò non ha impedito ai migranti provenienti da Honduras, Salvador e Guatemala di formare una nuova e imponente carovana.

Il Messico è determinato a non ripetere gli errori commessi in passato, e al momento è riuscito a contenere l’ingresso dei clandestini. Anche facendo ricorso all’uso della forza con la Guardia nazionale schierata in massa lungo il confine. Nonostante le possibilità dei migranti di entrare negli Stati Uniti siano le più basse da anni, la violenza e la miseria che flagellano i Paesi del Centroamerica spingono queste persone a tentare il tutto per tutto. L’era delle carovane era iniziata nell’autunno del 2018, un esodo collettivo che aveva portato centinaia di migliaia di persone a tentare l’ingresso negli USA dal Messico. Per bloccare un fenomeno ormai senza controllo, gli Stati Uniti avevano imposto al Messico, sotto la minaccia di pesanti sanzioni, la chiusura delle frontiere. Lo scorso luglio Trump aveva anche firmato un accordo con il Guatemala in materia di asilo: il cosiddetto “Paese terzo sicuro”. Un’intesa che obbliga i migranti, in maggioranza salvadoregni e honduregni che passano dal Guatemala per recarsi negli Stati Uniti, a richiedere protezione prima nello Stato guatemalteco invece che al confine yankee. Il pugno di ferro contro i clandestini sembrava aver funzionato. Ma le drammatiche immagini della marea umana ammassata sul ponte che collega Tecun Uman, in Guatemala, con Ciudad Hidalgo, in Messico, dicono il contrario.

Frontex: calano gli arrivi

Per l’Europa il 2019 è stato l’anno del crollo degli arrivi di immigrati irregolari. Secondo le ultimissime stime di Frontex gli ingressi illegali in tutta l’Unione sono stati poco più di 139mila. Il numero più basso mai registrato dal 2013. In particolare per quanto riguarda l’Italia. Nel nostro Paese, infatti, gli sbarchi fermi a quota 11.500, sono stati di gran lunga inferiori ai circa 82mila della Grecia ed ai 24mila della Spagna. Nel suo rapporto l’Agenzia Europea della guardia di frontiera ha inoltre teso a sottolineare come gli arrivi nel Vecchio Continente siano calati del 6% rispetto al 2018 e addirittura del 92% rispetto all’anno record del 2015. Quando a seguito della grave crisi della guerra in Siria sbarcarono oltre 1 milione di profughi. Tornando ai dati relativi all’anno appena concluso emerge che la riduzione più significativa ha riguardato, con grande beneficio del Bel Paese, la rotta del Mediterraneo centrale. Nel 2019, infatti, gli arrivi sul nostro territorio hanno segnato un - 41% rispetto ai dodici mesi del 2018. Un trend negativo che nell’area del Mediterraneo occidentale è stato ancora più accentuato: - 58%.

Assai critica, invece, continua ad essere la situazione nell’area orientale. Che nel 2019 ha visto un sensibile aumento della pressione migratoria. L’anno scorso, infatti, sono giunti sulle coste greche più di 82mila immigranti irregolari. Con un incremento del 46%, circa, rispetto al 2018. Questo perché, sottolinea Frontex, nella seconda metà del 2019 “gli arrivi irregolari nella regione, anche se inferiori a quelli del 2015 e dei primi mesi del 2016, sono stati al livello più alto dall’entrata in vigore dell’accordo Ue-Turchia del marzo 2016”. Altrettanto critica continua ad essere anche la situazione sulla rotta balcanica. Dove gli ingressi irregolari sono stati circa 14mila: oltre il doppio rispetto a quelli al 2018. Per quanto riguarda la nazionalità degli stranieri, sul totale degli arrivi del 2019 quella degli afghani pesa per oltre un quarto, con un incremento del 167% rispetto all’anno precedente. Da sottolineare, infine, il preoccupante aumento del numero di donne e minori non accompagnati.

L’immigrata eroina del “Sanctuary Movement”

La 41enne salvadoregna Rosa Gutiérrez López sono 15 anni che vive da clandestina negli Stati Uniti. Una storia, la sua, uguale a tante altre. La fuga da un Paese devastato dalla violenza e dalla povertà, lavori umili e massacranti per assicurare un futuro ai suoi tre figli -di cui uno, il più piccolo, affetto da sindrome di Down- nati negli USA e perciò cittadini americani. Da oltre un anno Rosa è però diventata il simbolo della resistenza contro la promessa di Trump di espellere senza troppi complimenti i circa 11 milioni di immigrati illegali presenti sul territorio americano.

La sua lotta è iniziata il 10 dicembre 2018. Giorno in cui invece di ottemperare al decreto di espulsione emesso nei suoi confronti dall’Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale dell’immigrazione, ha scelto di chiedere asilo ad una chiesa: la Cedar Lane Unitarian Universalist Church a Bethesda nel Maryland. Diventando così la prima immigrata clandestina ad essere accolta da un’istituzione religiosa nella zona di Washington DC. Una storia che ha colpito i giornali americani, a partire dal Washington Post. E riacceso i riflettori della pubblica opinione sul cosiddetto “Sanctuary Movement”. Un movimento attivo in molte città statunitensi che sfida le autorità governative offrendo protezione contro l’espulsione agli stranieri clandestini ricercati dalle forze di polizia. E che rifacendosi alla tradizione biblica vede in prima linea molte congregazioni religiose.

Questo movimento, anche se di antichissime tradizioni, in epoca recente è tornato a farsi sentire negli anni Ottanta del ‘900. Quando l’amministrazione Reagan, in violazione del principio internazionale che proibisce il refoulement degli immigrati in Paesi non sicuri, decise la deportazione nelle nazioni di provenienza dei rifugiati del Centroamerica. Fu così che oltre 500 chiese statunitensi decisero di costituirsi “santuari per l’asilo politico” accogliendo e salvando dal rinvio oltreconfine migliaia di irregolari. Oggi nell’era Trump la storia si ripete. Anche se, stando almeno ai dati ufficiali, con numeri assai inferiori. Secondo il World Church Service, infatti, sarebbero 50 gli immigrati privi di documenti che, al momento, risultano accolti in 39 chiese statunitensi. Una cifra che, invece, a detta di molti sottostimerebbe l’effettiva ampiezza del fenomeno. Ma al di là dei numeri resta il fatto che il caso di Rosa Gutiérrez López continuando a calamitare l’attenzione dei media ha spinto la Cedar Lane Unitarian Universalist Church a raccogliere fondi per assistere la sua famiglia. E che la sua situazione, in stallo sul piano giudiziario, rischia di tenerla per anni “reclusa” in un luogo di culto che, ironia della sorte, dista soli 15 km dalla Casa Bianca.

Da Chinatown una sfida a Trump

Negli USA tira una brutta aria per gli immigrati. Ma quelli giovani di Chinatown non se ne curano. Una nuova generazione di sino-americani, infatti, nata e cresciuta nella Grande Mela sta ripensando il proprio futuro per salvare il quartiere dalla gentrificazione. Ed evitare così lo spopolamento di massa per fare spazio ai nuovi ricchi che inevitabilmente porta, non solo all'aumento degli affitti, ma anche alla drastica trasformazione dell’identità del posto. Un fenomeno che ha già cancellato molti quartieri popolari di Manhattan a Brooklyn, e che ora minaccia l’ultima roccaforte etnica nel cuore della città.

La risposta della comunità immigrata cinese, come scrive il quotidiano americano The Atlantic, è semplice e allo stesso tempo rivoluzionaria. Passare ai figli il testimone degli affari di famiglia. La narrazione vuole che per gli immigrati di seconda generazione il riscatto sociale passi attraverso un’istruzione di livello elevato per poter poi intraprendere carriere di alto profilo. Nella Chinatown di New York, invece, i figli di molti commercianti stanno facendo una scelta diversa: rimanere nel negozio di famiglia. Senza però rinunciare agli studi. Le sei storie che raccontate da The Atlantic sono paradigmatiche del fenomeno in atto. Sei giovani imprenditori di origine straniera, tutti universitari o già laureati, che hanno deciso di mettere le loro competenze linguistiche e tecnologiche al servizio dell’attività familiare. Diventando prima di tutto i traduttori del negozio, perché il maggiore handicap dei genitori è proprio la scarsa o nulla conoscenza dell’inglese. Da bravi nativi digitali stanno inoltre imprimendo una svolta smart agli affari. Consapevoli che solo con la tecnologia queste piccole imprese possono sperare di sopravvivere.

Usano le università per incastrare i clandestini

Nella lotta all’immigrazione clandestina l’amministrazione Trump non finisce mai di stupire. Per sgominare il traffico di visti illegali concessi a studenti stranieri, il Dipartimento della Sicurezza nazionale è giunto perfino a creare una falsa università. A rivelare l’incredibile storia è stato il quotidiano online Detroit Free Press che con dovizia di particolari ha raccontato come l’operazione durata più di 10 mesi ha portato all’arresto di 250 falsi studenti, in maggioranza indiani, e di 8 “reclutatori”. A gestire il campus universitario di Farmington, nel Michigan, erano gli agenti dell’Immigration and Custom Enforcement (ICE), l’agenzia federale responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione.

Il falso ateneo poteva trarre in inganno chiunque. Il sito web recava il logo dell’istituto con tanto di motto latino “Scientia et Labour”, ovvero “conoscenza e lavoro”, e pubblicizzava il programma noto come Curricular Practical Training (CPT), che consente agli studenti stranieri in possesso del visto F-1 di lavorare negli Stati Uniti. E proprio questo programma ha permesso a centinaia di immigrati di risiedere negli USA perché iscritti a un corso di studio universitario certificato. Peccato, però, che l’Università di Farmington fosse finta e funzionasse da “esca” per un’operazione sotto copertura dell’ICE, tesa a stroncare le frodi legate all’immigrazione clandestina. E infatti le otto persone arrestate, che avevano l’incarico di selezionare gli studenti, sono accusate di aver aiutato almeno 600 cittadini stranieri a risiedere illegalmente negli Stati Uniti grazie a un permesso di soggiorno ottenuto in modo fraudolento. Inoltre gli otto “reclutatori” avrebbero ricevuto collettivamente 250.000 dollari per trovare studenti disposti a frequentare l’ateneo, senza rendersi conto che i pagamenti venivano fatti dall’ICE. Anche gli studenti iscritti erano consapevoli che il programma era illegale, e che in realtà l’Università di Farmington era un clamoroso “fake”. Secondo il quotidiano di Detroit il falso college aveva iniziato a operare nel 2015 nell’ambito di un’operazione chiamata Paper Chase, intensificata con la presidenza Trump.

E così si è scoperto che il caso di Farmington non era isolato. Un’identica operazione è stata infatti portata a termine anche nel New Jersey. Dove i “federali” hanno arrestato 21 persone per frodi legate a falsi permessi di soggiorno per studio e lavoro . Anche in questo caso a fare da esca è stato un finto ateneo, l’ University of Northern New Jersey.

Serpeggia il malcontento tra gli uomini dell’Immigration USA

Non è ancora una rivolta, ma poco ci manca. Di giorno in giorno, infatti, negli USA si fa sempre più forte il malessere e lo scontento tra funzionari federali incaricati della gestione delle domande di asilo. La causa? Il programma “Remain in Mexico” in base al quale gli immigrati centroamericani debbono essere “rispediti” oltre confine in attesa che i giudici statunitensi decidano in merito alle loro richieste. Il primo ad uscire allo scoperto è stato nei giorni scorsi Doug Stephens, un funzionario californiano che ha rassegnato le dimissioni in aperta polemica con una politica da lui definita “contraria alla morale del Paese e agli obblighi legali nazionali e internazionali”. In una intervista al Los Angeles Times ha spiegato che il programma imposto da Trump al presidente messicano Obrador mette sistematicamente a rischio la vita e l’incolumità dei profughi. Un atto di sfida all’apparenza isolato visto che secondo il portavoce del sindacato che rappresenta i 13.000 funzionari pubblici che prestano servizio presso gli uffici per l’immigrazione, oltre alla sua non si registrano altre dimissioni.

Ma la situazione appare meno tranquilla di quella descritta dalle autorità. Molte fonti di stampa, infatti, sostengono che negli ultimi mesi si sono moltiplicati i casi di funzionari addetti alle domande d’asilo che hanno chiesto il trasferimento o il pensionamento anticipato. E che queste scelte nasconderebbero una forma di ribellione alle politiche volute dalla Casa Bianca. Vale la pena ricordare che a giugno scorso il sindacato dei funzionari pubblici aveva impugnato davanti alla nona Corte d’Appello il programma “Remain in Mexico”. Denunciando l’amministrazione colpevole di imporre ai propri dipendenti la violazione di leggi federali e internazionali e di rinnegare il giuramento fatto sulla Costituzione di difendere “i deboli dalle persecuzioni”. Nell’attesa del pronunciamento dei giudici, gli impiegati governativi hanno scelto la via della protesta silenziosa. Che le dimissioni di Doug Stephens hanno fatto assurgere agli onori della cronaca.

La verità è che gli immigrati irregolari rispediti in Messico sono vittime di stupri, rapimenti e violenze di ogni genere. Eppure negli ultimi mesi quasi 60mila aspiranti rifugiati sono stati “delocalizzati” nell’inferno messicano ben conosciuto dalle autorità statunitensi. Prova ne è il fatto che il Dipartimento di Stato sconsiglia ai propri cittadini di recarsi nello Stato di Tamaulipas perché pericoloso tanto quanto la Siria e l’Iraq. Impossibile però squarciare questo velo di ipocrisia. Anche se, lontano da microfoni e telecamere, funzionari della Sicurezza nazionale riconoscono che il programma è stato ideato in vista delle elezioni presidenziali con l’obbiettivo di “alleggerire” la pressione dei richiedenti asilo al confine meridionale del paese.

L’isola della vergogna europea

Il campo profughi di Moria è il fallimento morale dell’Europa. In questo centro di accoglienza situato sull’isola greca di Lesbo, infatti, i valori fondanti dell’Ue, ovvero solidarietà, rispetto dei diritti umani, protezione di chi fugge da guerre e violenze, vengono calpestati dalla burocrazia, l’indifferenza e la mancanza di volontà della politica. È una condanna senza appello quella contenuta in lungo “reportage dall’inferno” appena pubblicato dalla rivista statunitense The Atlantic. Che non esita a definirlo un luogo simbolo dei danni collaterali della Storia contemporanea (Afghanistan, Siria, Turchia). Un accampamento prossimo al collasso dove, rispetto ad una capienza “ufficiale” di 3.000 posti, sono invece da mesi costrette a sopravvivere in condizioni disumane oltre 13mila persone, per la metà bambini e ragazzi, di cui 1.000 senza genitori.

Una bomba ad orologeria pronta ad esplodere. Dove violenza, prostituzione, anche minorile, e spaccio di droga sono all’ordine del giorno. Così come rivolte e incendi, che hanno già causato numerosi morti e feriti, e una situazione sanitaria ai limiti dell’estremo. Eppure nonostante il grido d’allarme degli operatori umanitari, il governo greco, che con fondi europei gestisce questa struttura, continua a far finta di niente. Il tutto aggravato dalla lentezza e dall’inefficienza burocratica che non solo ritarda di anni l’esame delle richieste di asilo ma, in molti casi, impedisce anche ai minori non accompagnati di ricongiungersi con i familiari che già si trovano in altri Stati europei. Inoltre i trasferimenti promessi dall’isola alla terra ferma procedono col contagocce, dal momento che il governo di Atene non ha mai rispettato la promessa di creare centri d’accoglienza in altre aree del Paese.

Ad aggravare la crisi si è aggiunta negli ultimi mesi anche la ripresa degli sbarchi: nel 2019 in Grecia sono arrivate oltre 45 mila persone, più di quelle giunte in Italia, Spagna e Malta messe insieme. 12.500 nel solo mese di settembre. Si tratta del numero più alto da marzo 2016, quando Bruxelles previo un versamento di 6 miliardi di euro demandò al governo turco il compito di bloccare il flusso di profughi siriani verso il Vecchio Continente. Questo accordo è ancora valido, nonostante il presidente turco Erdoğan continui a minacciare di inviare milioni di profughi in Europa. Ma l’instabilità crescente in tutto il Medio Oriente ha comunque portato ad un aumento degli sbarchi in Grecia, che inevitabilmente ha reso ancora più grave la crisi umanitaria nel campo di Moria. Eppure rispetto al 2015, quando si registrò la grande ondata di arrivi, se qualcosa è cambiato è in peggio. In 5 anni l’emergenza si è trasformata in normalità.

E qui The Atlantic pone la domanda delle domande: come è potuto accadere. Come è stato possibile che l’Europa, la culla della civiltà, abbia permesso che a Moria nascesse un campo simbolo di disumanità. La risposta è semplice e risiede nell’incapacità dell’Ue di dotarsi di una politica dell’asilo in grado di aiutare i singoli Stati a sopportare il peso di un’emergenza umanitaria dalla portata storica. Sarebbe perciò bastato un piccolo sforzo comune, invece del prevalere degli egoismi nazionali, per evitare un disastro che rischia di trascinare il Vecchio Continente verso l’abisso.

Questi dati spiegano Brexit e Trump

La metà dei quasi 5 milioni di immigrati unauthorized giunti in Europa è finita in due soli Paesi: Germania e Gran Bretagna. Un rigoroso studio del Pew Research Center, think tank statunitense con sede a Washington, stima che con circa 1,2 milioni a testa i due Stati detengono il triste primato del più alto numero di clandestini di tutta l’Unione europea, che in totale ne conta 4,8 milioni.

Emblematico il caso britannico. Qui l’esercito dei sans papier è raddoppiato nell’arco di un decennio. La maggior parte degli immigrati irregolari è costituita da residenti di lungo periodo, più della metà vive illegalmente nel Regno Unito da più di cinque anni e oltre un terzo da più di dieci anni. La stima arriva dopo lo choc causato dalla scoperta dei 39 cadaveri di migranti vietnamiti rinvenuti all’interno di un container qualche settimana fa. Una strage che ha squarciato il velo d’ipocrisia sul contrabbando di esseri umani particolarmente fiorente sulla rotta della Manica. Ed esploso negli ultimi tempi, con l’avvicinarsi della Brexit. Come dimostra anche il record di attraversamenti del Canale a bordo di piccole imbarcazioni: più di mille le persone che quest’anno da Calais sono giunte a Dover. Ma la ricerca mostra poi un altro dato che potrebbe irrompere nella battaglia elettorale al momento tutta incentrata sul “pasticcio” Brexit. Poiché in alcuni Stati europei gli immigrati clandestini che chiedono asilo ottengono un riconoscimento legale temporaneo, questo fa sì che parte degli unauthorized escano dal conteggio ufficiale. Per questo motivo in Germania gli irregolari veri e propri da 1,2 milioni scendono a 700mila, lasciando alla Gran Bretagna, che nel suo ordinamento non contempla permessi temporanei, la leadership del Paese con il più alto numero di clandestini d’Europa. Un primato che non potrà non avere ripercussioni sulle prossime elezioni, visto che secondo un recente sondaggio il 77% degli elettori britannici considera l’immigrazione clandestina il problema più grave che affligge il Paese.

Un’opinione diffusa un po’ in tutta Europa, Germania compresa dove l’avanzata dell’ultradestra xenofoba ha fatto scattare più di un campanello d’allarme. E costretto Frau Merkel a rivedere la generosa politica delle frontiere aperte, dopo aver accolto più di 1 milione di profughi siriani nel pieno della crisi del 2015-2016. Infatti non è un caso se il numero degli immigrati irregolari presenti sul territorio tedesco è praticamente raddoppiato tra il 2014 e il 2017. Anche se va sottolineato che il 32% dei sans papier proviene da Paesi europei extra Ue. Il terzo e quarto posto in classifica spettano a Italia e Francia rispettivamente con 700mila e 400mila clandestini. I quattro Paesi in testa alla classifica da soli accolgono il 70% di tutti gli immigrati irregolari presenti nell’Ue e nell’Efta (l’Associazione europea di libero scambio che comprende Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera). E comunque, sottolinea la ricerca Pew Research Center, nonostante le migrazioni verso l’Europa negli ultimi 5 anni siano notevolmente aumentate, gli attuali 4,8 milioni di irregolari rappresentano meno dell'1% della popolazione totale che conta 500 milioni di persone. Numeri risibili se confrontati con i dati degli Stati Uniti, dove su circa 325 milioni di abitanti i clandestini sono quasi 11 milioni, il 3% della popolazione. Numeri che aiutano a capire le dinamiche politiche degli ultimi anni. E perché Brexit e Trump non sono scherzi della storia.

La rivolta del Libano dimentica i profughi

La rivolta popolare che sta paralizzando il Libano non è uno dei tanti conflitti etnico-religiosi che da sempre hanno caratterizzato la sua tormentatissima storia. Quella delle ultime settimane, infatti, è una protesta che unisce anziché contrapporre le sue tante anime. Sulle quali è fondato il sistema politico nato all’indomani dell’indipendenza dalla Francia raggiunta nel 1943. E successivamente “costituzionalizzato” dopo una sanguinosissima guerra civile. Che scoppiata nel 1975 si è conclusa solo nel 1990 quando a Taif le maggiori 18 sette politico-religiose (tra cui i cristiani maroniti, i musulmani sunniti, sciiti e alawiti, e i drusi) si spartirono tra loro il potere. Consentendo ai rispettivi “boss” di difendere ciascuno gli interessi settari delle proprie comunità di riferimento semplicemente distribuendo favori. Un sistema che ha portato all’esplosione, in parallelo, del debito pubblico e delle diseguaglianze sociali. Nel Paese dei Cedri, infatti, secondo il World Inequality Database, l’1% della popolazione possiede un quarto di tutta la ricchezza nazionale.

Ma l’odierna grave crisi economica e la paralisi politica hanno compiuto il “miracolo” spiazzando le élite religiose e unendo i libanesi di tutte le confessioni. Alimentando qualche speranza, mista a molta ansia, anche in quella parte della popolazione, tanto numerosa quanto silenziosa, di cui mai nessuno parla: i profughi siriani e palestinesi. In Libano attualmente vivono 1,5 milioni di rifugiati siriani oltre a 400mila palestinesi. Che sommati rappresentano, cosa pressoché unica nella demografia mondiale, un quarto dell’intera popolazione nazionale. Numeri, come sottolinea con amarezza un articolo dedicato al tema dalla rivista americana Ozy, che per quanto riguarda l’accoglienza dei rifugiati dovrebbero far vergognare gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Ora, però, davanti alle proteste di piazza, siriani e palestinesi, temono di diventare i capri espiatori di una classe politica incapace di ammettere di aver fallito nel fornire servizi di base, stimolare l'economia o combattere la corruzione nella pubblica amministrazione. Infatti, nonostante le tante divisioni, la politica libanese è sempre stata unita nell’evitare di affrontare il problema dei rifugiati. Segregandoli in una sorta di apartheid nel timore che la loro integrazione potesse alterare il delicato equilibrio interconfessionale a favore dei musulmani sunniti.

Ma la diffidenza verso i rifugiati, purtroppo, non è solo appannaggio dei politici. Nel corso delle tante manifestazioni, alle quali hanno preso parte non pochi tra siriani e palestinesi, in più di un’occasione è infatti circolata la parola d’ordine secondo la quale le eventuali conquiste economiche e sociali strappate ai governanti dovrebbero essere riservate e godute esclusivamente dai libanesi di nascita. Un errore che il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha pensato subito di sfruttare gridando alla cospirazione internazionale contro il Libano. Un’accusa a dir poco singolare visto che a formularla è proprio il partito-milizia sciita da sempre finanziato e sostenuto dall’Iran.

Il sogno americano nasconde un segreto

Oggi è più facile comprendere perché il sogno americano continua a mantenere da secoli per gli immigrati la stessa forza d’attrazione. Chiamando a sé, anche dai più reconditi angoli del Pianeta, milioni di uomini, donne e bambini alla ricerca di una vita migliore. Grazie ai risultati di un recentissimo studio condotto da tre prestigiose università (Princeton, Stanford e UC Davis) che ha avuto una vasta eco sulle pagine del New York Times. Dal quale emerge, dati alla mano, come e perché l’immigrazione negli USA non abbia mai smesso di essere una sorta di fonte inesauribile di opportunità per chi cerca con il suo lavoro di migliorare la sua posizione socio-economica.

La ricerca, che si estende su un arco temporale di oltre un secolo, dal 1880 ai giorni nostri, dimostra, in maniera incontrovertibile, che i figli degli immigrati poveri hanno avuto e continuano ad avere, in media, performance di riuscita nello studio come nel lavoro superiori a quelle dei figli delle famiglie povere autoctone. Mentre nel secolo scorso l’ascesa sociale ha “premiato” soprattutto le seconde generazioni di immigrati europei (italiani, irlandesi, finlandesi, tedeschi ecc.), oggi quello stesso successo è appannaggio dei figli nati sul territorio americano da povere famiglie immigrate latinos. Tutti, nelle loro rispettive epoche, hanno goduto di una mobilità sociale che è invece assai più bassa tra la progenie delle famiglie povere d’America. In primis quelle degli afroamericani. Se il sogno americano è quello di consentire ai poveri di assicurare ai figli una vita migliore della loro, ebbene, a parità di condizioni di partenza, sono riusciti a realizzarlo molto di più gli immigrati che gli yankee. Inoltre i risultati di questa ricerca, come giustamente fa notare il NYT, sembrano voler smentire la fondatezza di uno degli argomenti centrali dell’aspro scontro sull’immigrazione che da mesi infuoca la politica statunitense.

L’azione dell’amministrazione Trump, infatti, è volta soprattutto ad aprire le porte agli immigrati ricchi e qualificati, sostenendo che il Paese non può permettersi di accogliere le famiglie povere (soprattutto centroamericane) perché andrebbero a gravare sui programmi pubblici di assistenza sociale. Lo studio dimostra, invece, che la prospettiva a breve termine dei politici sottovaluta i benefici all’economia del Paese che arrivano dalle seconde generazioni. Così come è errato pensare che gli immigrati di oggi, che arrivano prevalentemente dall’America Latina e dall’Asia, hanno meno probabilità di integrarsi nel tessuto sociale ed economico rispetto alle precedenti ondate di poveri che arrivavano dall’Europa. Infatti secondo i dati pubblicati dalla ricerca emerge che tra gli immigrati che meno si sono integrati figurano, a sorpresa, i norvegesi. Che ironia della sorte Trump ha invece indicato come modello di immigrati da “importare”.