I Democratici litigano, Donald investe sui social

Il muro anti immigrati, il braccio di ferro con il Congresso? Pure e semplici armi di “distrazione” di massa. La vera partita per la rielezione alla presidenza Usa, Trump la giocherà, di nuovo, suoi social media. Infatti replicando la strategia del 2016, la sua infernale macchina del consenso procede spedita verso il traguardo del 2020. E così mentre è in atto una guerra fratricida tra i candidati Democratici in vista delle primarie, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha già raccolto (e in parte speso) una cifra record: 100 milioni di dollari. Ed è seguendo il denaro che si scopre la strategia per tentare di replicare il miracolo del novembre di 3 anni fa: i social network. Tanto è vero che partendo dai dati pubblicati da Bully Pulpit Interactive la rivista online Axios AM ha scoperto che Trump sta massicciamente investendo su Facebook e Google. Arrivando a spendere negli ultimi 3 mesi la cifra monstre di 5,6 milioni dollari. Una montagna di soldi che non ha precedenti. Più del doppio di quanto finora speso da tutti i democratici in lizza. E 10 volte maggiore all'investimento fatto da Elizabeth Warren, la senatrice democratica che più ha puntato sulle piattaforme digitali. Il tutto, almeno così sembra, nell'indifferenza generale. Nonostante le numerose inchieste secondo cui le big tech americane (Twitter, Facebook e Google) avrebbero favorito, nel 2016, la diffusione di fake news ai danni di Hillary Clinton, e portato alla Casa Bianca il primo presidente eletto da Facebook: Donald Trump.

In Ue le domande d’asilo tornano quelle del 2014

L'Italia nell’Ue è il Paese che nel 2018 ha registrato il maggior calo di domande di asilo. Visto che esse sono scese a 49.200, contro le 130mila dell'anno precedente (-61%). Una flessione che, secondo i dati Eurostat, riguarda tutto il Vecchio Continente. Infatti nel 2018 con 508.800 richieste si è scesi a -11% rispetto al 2017. Tornando, dopo il picco del grande esodo del 2015, alla situazione fisiologica del 2014. Il dettaglio dei dati indica, però, che per alcuni Paesi la tendenza è stata opposta: Cipro (+70%), Spagna (+60%), Belgio, Olanda, Francia e Grecia (tra il 30 e 15% in più). In generale a guidare la classifica dei Paesi per numero di richieste di protezione internazionale è la Germania (161.900, il 28% del totale), seguita da Francia (110.500), Grecia (65.000), Spagna (52.700) e Italia (quinta con 49.200 pari all'8%). Se invece si considera il rapporto tra popolazione residente e numero di domande, la classifica cambia e vede in testa Cipro con 8.805 per milione di abitanti.

Orbán scavalcato a destra sull’immigrazione

L'Ungheria non diventerà un Paese di immigrazione. Così Orbán, a settembre, rispondeva sprezzante al Parlamento europeo che si apprestava a votare la procedura per violazione dello Stato di diritto. Dopo che a luglio c’era già stato il deferimento di Budapest alla Corte di giustizia dell’Unione europea per non aver rispettato la direttiva sui ricollocamenti dei richiedenti asilo. Negli ultimi tempi, però, il teorico della "democrazia illiberale" ha aperto le frontiere del suo Paese a 350 venezuelani.

A prima vista sembrerebbe un cambio di rotta. Ma a ben guardare non è così. I confini difesi con il filo spinato restano, infatti, invalicabili, tranne che per i "perseguitati dal regime di Maduro di origini magiare". Con l'istituzione di un "permesso speciale di soggiorno" per tutti i venezuelani con "sangue ungherese", il governo Orbán intende perseguire un obiettivo dal chiaro sapore nazionalista. Infatti il programma di rimpatrio "intende facilitare il ritorno alla madrepatria degli esponenti e discendenti della diaspora magiara", definiti "martiri del comunismo", fuggiti nel 1956 dopo la fallita rivoluzione per rovesciare il regime filosovietico.

Agli "ungheresi con diritto di ritorno" è garantito un biglietto aereo, un alloggio per un anno e corsi di lingue. Tutto a carico dello Stato. Al momento in lista di attesa, pronti a imbarcarsi su un volo che li porti a Budapest, ci sono 750 venezuelani. L’operazione, che va detto è stata molto poco pubblicizzata dal governo, non ha riscosso successo tra la popolazione. Emblematico un episodio, raccontato dalla Bbc, avvenuto nella località turistica di Balatonoszod. Dove l’arrivo dei primi profughi venezuelani ha scatenato una vera e propria psicosi collettiva. Con i centralini della locale stazione di polizia intasati dalle telefonate dei cittadini che segnalavano, allarmati, la presenza di "neri" per le strade.

Continua il calo degli sbarchi

Crollano gli arrivi di immigrati illegali sulle coste italiane. Nel mese di febbraio sono stati in totale 60, il 70% in meno rispetto a gennaio. Si tratta del numero più basso degli ultimi 9 anni. A certificarlo è l’ultimo bollettino di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. Nei primi due mesi del 2019 gli sbarchi in Italia sono stati 260, cioè il 95% in meno rispetto allo stesso periodo del 2018, proseguendo il trend in calo iniziato nell’estate del 2017. Il crollo degli arrivi riguarda d’altra parte tutte le quattro principali rotte migratorie che portano in Europa. Dove gli arrivi totali a febbraio sono stati 3.560: il 58% in meno rispetto al mese precedente. Fermo restando che la via più battuta resta quella del Mediterraneo orientale con 2.250 sbarchi, c’è da segnalare che la rotta terrestre dei Balcani occidentali ha fatto registrare un incremento del 40% rispetto a un anno fa.

Per paura di Trump i super immigrati vanno in Canada

Il Canada ringrazia Trump. Le politiche anti immigrazione della Casa Bianca stanno infatti avvantaggiando il Paese. Che beneficia così della fuga dei cervelli stranieri dagli Usa. Un fenomeno che ha richiamato l’attenzione del Financial Times, che ha dedicato un lungo reportage alla veloce trasformazione di Toronto nella nuova Silicon Valley.

Lo scorso anno, infatti, la più grande città del Canada ha superato San Francisco – e tutte le altre metropoli statunitensi – nella creazione di posti di lavoro nel settore hi-tech. La sua popolazione di sviluppatori di software, ingegneri e programmatori, tra il 2012 e il 2017, è più che raddoppiata, facendone il centro tecnologico con la maggiore crescita di tutto il Nord America. Sorprendendo, e non poco, gli ingombranti vicini meridionali.

Spartiacque di questo nuovo fenomeno le elezioni di Justin Trudeau nel 2015 e di Donald Trump nel 2016. Che di fatto hanno portato Ottawa e Washington a intraprendere strade diametralmente opposte in materia di immigrazione. Come si sa l’amministrazione Usa ha fatto della crociata contro gli stranieri la sua cifra dominante. Tradotta nell’ordine esecutivo “Buy American and Hire American”, assumi e compra americano, che ha reso più stringenti i requisiti per la concessione dei visti H-1B, quelli utilizzati per i lavoratori stranieri altamente qualificati. Dimezzando così gli 85.000 arrivi annuali. E tutto a discapito delle aziende della Silicon Valley. Approfittando del cambio di clima a Washington, il governo Trudeau non ha perso tempo e ha cercato di attirare i “cervelli” cacciati da Trump. E così con il programma Global Talent Stream sono giunti in Canada già 100mila lavoratori ad alta specializzazione. E altri 200mila sono previsti da qui al 2020.

Dove vivono gli immigrati illegali negli Usa

Il 61% dei 10,7 milioni di immigranti illegali negli Stati Uniti è concentrato in 20 grandi aree metropolitane. Una scelta in controtendenza rispetto a quella che normalmente fanno gli americani, che solo per il 37% scelgono di risiedere nelle grandi città. Ma che invece si spiega con le opportunità di lavoro (poco qualificato e in nero) che le metropoli offrono ai clandestini. Eppure negli ultimi 10 anni la geografia degli insediamenti di immigrati senza documenti è profondamente cambiata. Come racconta l’ultimo rapporto del Pew Research Center. Le più grandi comunità si trovano nelle cosiddette “città santuario”, ovvero New York, Chicago e Los Angeles, che però dal 2007 ad oggi hanno visto calare considerevolmente il numero di immigrati illegali. Emblematico l’esempio della Grande Mela passata da un milione e mezzo a poco più di 1 milione. Un dato perfettamente allineato con il trend nazionale, dove si registra il costante calo dei sans papiers dopo il picco dei 12,2 milioni toccato nel 2007. Delle 182 aree metropolitane incluse nello studio le città che hanno visto l’aumento maggiore sono Boston, Washington-DC e a sorpresa Charlotte (Carolina del Nord). Diventata, in concomitanza con il suo boom economico, meta di immigrazione solo nell'ultimo ventennio.

UN in aiuto della Colombia sui profughi venezuelani

L’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) ha aperto al confine colombiano il primo centro di accoglienza per i profughi venezuelani. Realizzato nella città di Maicao, al momento può ospitare 350 persone. Si tratta, sottolinea l’Unhcr, di una misura provvisoria in grado di assicurare un riparo temporaneo a quanti fuggono dal Paese sudamericano, e, allo stesso tempo, di aiutare le autorità locali a sostenere il peso degli arrivi in massa. Maicao è infatti la città colombiana con la più alta concentrazione pro capite di rifugiati, costretti a vivere in strada o in baraccopoli. Va ricordato che degli oltre 3,4 milioni di venezuelani in fuga dal regime di Maduro, la Colombia ne ospita più di un milione. Nonostante gli enormi sforzi compiuti dal governo di Bogotà, la marea umana che continua a riversarsi dal Venezuela ha ormai letteralmente sopraffatto le capacità di accoglienza del Paese.

La sinistra danese cambia linea sui rifugiati

La Danimarca archivia la politica dell’accoglienza e vara misure severissime per rifugiati e richiedenti asilo. Il “cambio di paradigma” sull'immigrazione, lo slogan che ha contribuito a portare la destra al governo, è diventato legge. Anche grazie al voto dell'opposizione socialdemocratica. Il Parlamento di Copenaghen ha infatti approvato a larga maggioranza un provvedimento che cancella la parola integrazione e punta tutto sui rimpatri. Da ora in avanti in Danimarca i rifugiati saranno tutti a tempo determinato. L'obiettivo della nuova legge è quello di ottenere più respingimenti e garantire meno inclusione sociale anche agli stranieri che godono della protezione umanitaria e che vivono da anni nel Paese. Dalla stretta non viene escluso neanche il sistema di ripartizione dei rifugiati gestito dalle Nazioni Unite. Che prevede una ripartizione su basi nazionali per coloro che fuggono da guerre, persecuzioni e altre calamità. Da notare infine, come ha spiegato la ministra per l’Immigrazione, Inger Støjberg, che l'obiettivo è quello di ridurre il numero, ben al di sotto dell'attuale 90%, dei rifugiati che una volta arrivati non lasciano più il Paese.

Macron-Ong: braccio di ferro sui minori stranieri

La schedatura dei minori stranieri non accompagnati apre un nuovo fronte di scontro in Francia. Venti associazione guidate dall'Unicef hanno infatti impugnato davanti al Consiglio di Stato il decreto che istituisce il fascicolo nazionale dei giovani immigrati che fanno domanda di protezione. La decisione dei giudici è attesa per il 12 marzo. A finire nel mirino delle Ong è la parte del decreto che impone alle prefetture la creazione di file biometrici. Una disposizione contenuta nella recente legge su immigrazione e asilo che ha già sollevato questioni di legittimità costituzionale. Con questo atto lo Stato francese ha compiuto un passo indietro storico per i diritti dei bambini in nome della lotta all'immigrazione, denuncia l'agenzia per la tutela dell'infanzia dell'Onu. Nelle intenzioni del governo, invece, il decreto dello scorso 31 gennaio doveva accelerare l'accertamento dell'età dei ragazzi stranieri non accompagnati così da evitare che i tanti immigrati maggiorenni, cui non spetta l'assistenza e perciò rischiano l'espulsione, continuino a spacciarsi per minorenni. Va ricordato che il numero dei bambini e ragazzi giunti in Francia senza l'accompagnamento di un adulto è aumentato significativamente a partire dal 2015. Quarantamila quelli assistiti nel solo 2018. E che sono costati alle casse dello Stato 2 miliardi di euro.

I talenti fuggono, il Venezuela muore

Oltre al più grande esodo umano della storia sudamericana, ciò che sta uccidendo il Venezuela è la fuga dei suoi “cervelli”. Che sempre più numerosi emigrano verso l’Europa (in particolare in Spagna), per usare le loro capacità professionali e rifarsi una vita. Un’emorragia di talenti che se pur iniziata nel 1999, con l’avvento del regime di Chavez, ha ultimamente assunto dimensioni tali da richiamare l’attenzione di un’indagine pubblicata recentemente sul Financial Times. Dalla quale emerge un quadro che definire disastroso è poco. Cominciamo col dire che la stragrande maggioranza dei tre milioni di profughi venezuelani ha trovato rifugio nelle nazioni confinanti. Un trend che negli ultimi 5 anni è cambiato. Visto che dal 2014 gli arrivi in Europa sono più che raddoppiati. Basti considerare che dal 2014 a oggi i venezuelani nella Penisola iberica sono passati  da 155mila a 274mila. Se venissero contati anche i clandestini supererebbero la soglia dei 400mila. Ma il dato che più emerge è la caratteristica di questa diaspora. Che oltre a essere altamente qualificata è decisa, secondo un’indagine del sociologo Tomás Páez dell’Università Centrale del Venezuela, a non tornare più indietro. Nemmeno se Maduro lasciasse il potere. Perché come sostiene Andrew Selee, presidente del Migration Policy Institute di Washington, “una volta che le persone mettono radici altrove, è molto difficile per loro tornare a casa”. È chiaro quanto questo costerà a quello che una volta era il Paese più ricco dell’America Latina.