La rivolta del Libano dimentica i profughi

La rivolta popolare che sta paralizzando il Libano non è uno dei tanti conflitti etnico-religiosi che da sempre hanno caratterizzato la sua tormentatissima storia. Quella delle ultime settimane, infatti, è una protesta che unisce anziché contrapporre le sue tante anime. Sulle quali è fondato il sistema politico nato all’indomani dell’indipendenza dalla Francia raggiunta nel 1943. E successivamente “costituzionalizzato” dopo una sanguinosissima guerra civile. Che scoppiata nel 1975 si è conclusa solo nel 1990 quando a Taif le maggiori 18 sette politico-religiose (tra cui i cristiani maroniti, i musulmani sunniti, sciiti e alawiti, e i drusi) si spartirono tra loro il potere. Consentendo ai rispettivi “boss” di difendere ciascuno gli interessi settari delle proprie comunità di riferimento semplicemente distribuendo favori. Un sistema che ha portato all’esplosione, in parallelo, del debito pubblico e delle diseguaglianze sociali. Nel Paese dei Cedri, infatti, secondo il World Inequality Database, l’1% della popolazione possiede un quarto di tutta la ricchezza nazionale.

Ma l’odierna grave crisi economica e la paralisi politica hanno compiuto il “miracolo” spiazzando le élite religiose e unendo i libanesi di tutte le confessioni. Alimentando qualche speranza, mista a molta ansia, anche in quella parte della popolazione, tanto numerosa quanto silenziosa, di cui mai nessuno parla: i profughi siriani e palestinesi. In Libano attualmente vivono 1,5 milioni di rifugiati siriani oltre a 400mila palestinesi. Che sommati rappresentano, cosa pressoché unica nella demografia mondiale, un quarto dell’intera popolazione nazionale. Numeri, come sottolinea con amarezza un articolo dedicato al tema dalla rivista americana Ozy, che per quanto riguarda l’accoglienza dei rifugiati dovrebbero far vergognare gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Ora, però, davanti alle proteste di piazza, siriani e palestinesi, temono di diventare i capri espiatori di una classe politica incapace di ammettere di aver fallito nel fornire servizi di base, stimolare l'economia o combattere la corruzione nella pubblica amministrazione. Infatti, nonostante le tante divisioni, la politica libanese è sempre stata unita nell’evitare di affrontare il problema dei rifugiati. Segregandoli in una sorta di apartheid nel timore che la loro integrazione potesse alterare il delicato equilibrio interconfessionale a favore dei musulmani sunniti.

Ma la diffidenza verso i rifugiati, purtroppo, non è solo appannaggio dei politici. Nel corso delle tante manifestazioni, alle quali hanno preso parte non pochi tra siriani e palestinesi, in più di un’occasione è infatti circolata la parola d’ordine secondo la quale le eventuali conquiste economiche e sociali strappate ai governanti dovrebbero essere riservate e godute esclusivamente dai libanesi di nascita. Un errore che il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha pensato subito di sfruttare gridando alla cospirazione internazionale contro il Libano. Un’accusa a dir poco singolare visto che a formularla è proprio il partito-milizia sciita da sempre finanziato e sostenuto dall’Iran.

Il sogno americano nasconde un segreto

Oggi è più facile comprendere perché il sogno americano continua a mantenere da secoli per gli immigrati la stessa forza d’attrazione. Chiamando a sé, anche dai più reconditi angoli del Pianeta, milioni di uomini, donne e bambini alla ricerca di una vita migliore. Grazie ai risultati di un recentissimo studio condotto da tre prestigiose università (Princeton, Stanford e UC Davis) che ha avuto una vasta eco sulle pagine del New York Times. Dal quale emerge, dati alla mano, come e perché l’immigrazione negli USA non abbia mai smesso di essere una sorta di fonte inesauribile di opportunità per chi cerca con il suo lavoro di migliorare la sua posizione socio-economica.

La ricerca, che si estende su un arco temporale di oltre un secolo, dal 1880 ai giorni nostri, dimostra, in maniera incontrovertibile, che i figli degli immigrati poveri hanno avuto e continuano ad avere, in media, performance di riuscita nello studio come nel lavoro superiori a quelle dei figli delle famiglie povere autoctone. Mentre nel secolo scorso l’ascesa sociale ha “premiato” soprattutto le seconde generazioni di immigrati europei (italiani, irlandesi, finlandesi, tedeschi ecc.), oggi quello stesso successo è appannaggio dei figli nati sul territorio americano da povere famiglie immigrate latinos. Tutti, nelle loro rispettive epoche, hanno goduto di una mobilità sociale che è invece assai più bassa tra la progenie delle famiglie povere d’America. In primis quelle degli afroamericani. Se il sogno americano è quello di consentire ai poveri di assicurare ai figli una vita migliore della loro, ebbene, a parità di condizioni di partenza, sono riusciti a realizzarlo molto di più gli immigrati che gli yankee. Inoltre i risultati di questa ricerca, come giustamente fa notare il NYT, sembrano voler smentire la fondatezza di uno degli argomenti centrali dell’aspro scontro sull’immigrazione che da mesi infuoca la politica statunitense.

L’azione dell’amministrazione Trump, infatti, è volta soprattutto ad aprire le porte agli immigrati ricchi e qualificati, sostenendo che il Paese non può permettersi di accogliere le famiglie povere (soprattutto centroamericane) perché andrebbero a gravare sui programmi pubblici di assistenza sociale. Lo studio dimostra, invece, che la prospettiva a breve termine dei politici sottovaluta i benefici all’economia del Paese che arrivano dalle seconde generazioni. Così come è errato pensare che gli immigrati di oggi, che arrivano prevalentemente dall’America Latina e dall’Asia, hanno meno probabilità di integrarsi nel tessuto sociale ed economico rispetto alle precedenti ondate di poveri che arrivavano dall’Europa. Infatti secondo i dati pubblicati dalla ricerca emerge che tra gli immigrati che meno si sono integrati figurano, a sorpresa, i norvegesi. Che ironia della sorte Trump ha invece indicato come modello di immigrati da “importare”.

L’immigrazione manda in crisi la giustizia USA

Negli USA i tribunali per l’immigrazione, con un arretrato di oltre 1 milione di casi, sono prossimi al collasso. Stretti come sono tra la politica sempre più aggressiva di Trump contro i clandestini e la marea umana di disperati che si accalca alla frontiera con il Messico. Solo nello scorso mese di maggio gli arrivi dal confine meridionale sono stati 133mila: il numero più alto mai registrato dal marzo 2006. Un’ondata di richiedenti asilo e immigrati illegali, in particolare dal Centroamerica, che sta mandando in tilt la giustizia. Ma è bene chiarire che, come spiega un recente studio del Migration Policy Insitute (MPI) di Washington, questa montagna di casi pendenti è in attesa di essere esaminata dall’Executive Office for Immigration Review (EOIR), che facendo capo al Dipartimento della Giustizia è alle dirette dipendenze del potere esecutivo. I giudici dei 63 tribunali per l’immigrazione sparsi su tutto il territorio nazionale, decidono in particolare dei casi di espulsioni e della concessione dell’asilo o protezione internazionale. Poiché si tratta di materie che rientrano nell'ordinamento civile, il governo non è tenuto a fornire agli imputati, se non possono permetterselo, un avvocato d’ufficio. Anche se fino ad oggi il 52% degli stranieri che hanno dovuto dar conto della loro posizione nelle corti ha usufruito di una rappresentanza legale.

C’è più di una causa che ha contribuito a questa situazione. In particolare, sottolinea l’indagine del think tank americano, all'inasprimento delle procedure di espulsione non è corrisposto un adeguato aumento delle risorse, umane ed economiche, da destinare ai tribunali per l’immigrazione. Per capire come stanno le cose, basta considerare la disparità di quanto il governo federale spende per la difesa delle frontiere e la caccia ai clandestini. Nel 2018, infatti, il Congresso ha stanziato più di 24 miliardi di dollari per le due principali agenzie governative che si occupano di lotta all’immigrazione, l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) e il CBP (Customs and Border Protection), e solo 437milioni per l’EOIR. Le scarse risorse finanziarie e il blocco delle assunzioni dei giudici, sono perciò all'origine dell’aumento dei casi pendenti. Tanto che oggi l’iter giudiziario per decidere su un’espulsione o una richiesta d’asilo supera, in media, i 700 giorni. Due due anni tondi tondi.

Lezione di tedesco sui rifugiati

La lezione che arriva dalla Germania, o meglio dalla sua regione del Baden-Württemberg, dovrebbe far riflettere un po’ tutti. Europei e non. Il Land, tra i più industrializzati del Vecchio Continente, sta infatti vincendo alla grande una sfida che altrove sembra impossibile: l’integrazione dei rifugiati. Questo che è il cuore pulsante dell'industria tedesca e la patria dei colossi automobilistici Mercedes e Porsche e delle multinazionali Bosch, SAP e BASF, ha fatto bingo puntando sul loro lavoro. Un caso unico per la Germania che nel biennio 2015-2016, nel pieno della crisi migratoria, ha accolto con grande generosità più di un milione di profughi ma che oggi fa i conti con la crescente insofferenza di molti autoctoni nei loro confronti. Come dimostra l’avanzata del partito di estrema destra Afd (Alternative für Deutschland), soprattutto nei territori orientali ex comunisti.

Un’onda nera che, invece, sembra non riguardare il Baden-Württemberg. Dove tutti i sondaggi danno l’Afd in costante calo. Proprio perché la narrazione anti-immigrati è stata sconfitta dalle buone pratiche per l’integrazione. Tanto da richiamare negli USA l’attenzione del sito giornalistico online Ozy. E che per la sua emblematicità merita di essere raccontata. La Germania, così come l’Italia, è uno dei Paesi europei più in crisi dal punto di vista demografico. L'invecchiamento della popolazione tedesca porterà, da qui ai prossimi anni, a una carenza di lavoratori stimata in oltre un milione di unità. Partendo da questo dato le autorità di Stoccarda hanno capito prima e meglio di altri l’opportunità di investire su immigrati e rifugiati. E grazie al coinvolgimento di attori pubblici, privati e Ong, sono riuscite a mettere a frutto con rara efficienza le risorse messe a disposizione dai programmi federali per l’integrazione. Organizzando, oltre ad ottimi corsi di lingua e di formazione professionale, anche interventi mirati a favore di donne, minori e individui particolarmente vulnerabili. Assicurando a tutti con il sostegno della Caritas di Stoccarda una accettabile sistemazione abitativa.

Un bacino di manodopera certificata a cui stanno attingendo sia i colossi dell’industria tedesca sia le piccole aziende. Ultima in ordine di tempo la Deutsche Bahn (le ferrovie tedesche). Che per fare fronte alla crescente mancanza di macchinisti per i suoi convogli ha messo in piedi dal mese scorso uno speciale corso di addestramento tra richiedenti asilo della regione. Che concluso il periodo di tirocinio e superato il test finale quando saliranno alla guida di una locomotiva guadagneranno 3mila euro al mese. È questo l'ultimo esempio dell'approccio out-of-the-box del Land. 30 anni dopo la caduta del muro di Berlino, il Baden-Württemberg sta dimostrando che il ruolo pubblico resta fondamentale per una giusta integrazione degli “stranieri”. Che da minaccia possono, invece, diventare una preziosa risorsa. Perché, allora, come maliziosamente si chiede Ozy, il Baden-Württemberg, che per dimensioni non supera il piccolo stato americano del Maryland, ha accolto da solo nel 2018 11.000 immigranti mentre gli Stati Uniti a livello nazionale pensano di non poterne “sopportare” più 18.000?

Lesbo, cartina di tornasole delle politiche di accoglienza

La piccolissima isola greca del Mar Egeo, Lesbo, vive una grave crisi umanitaria. Lontana dai riflettori, quella che fu il luogo natio della poetessa Saffo, negli ultimi 5 anni è stata trasformata nel più grande hotspot per migranti d’Europa. Il picco di arrivi si registrò nel 2015-2016, quando la Grecia accolse più di 853.000 persone, in maggioranza siriana. Dopo alcuni anni di relativa calma, negli ultimi 8 mesi gli sbarchi sono ripresi massicciamente. A settembre nei campi allestiti sulle isole dell’Egeo si contavano più di 25mila tra rifugiati e immigranti economici. Una situazione esplosiva aggravata dalla crisi economica che da oltre un decennio piega l’Ellade. Mettendone a dura prova la tenuta del tessuto sociale. Nonostante questo difficilissimo scenario, Lesbo, secondo il Migration Policy Institute di Washington, nel campo della gestione dei centri di accoglienza rappresenta a livello internazionale un’esperienza su cui vale la pena riflettere.

Il perché è presto detto. All’interno dell’isola esistono due hotspot: quello di Moria gestito dalle autorità centrali elleniche, e quello di Kara Tepe gestito dalla locale municipalità. Occorre ricordare che il primo fu aperto nel 2013 dal governo di Atene usando fondi nazionali e comunitari. Al momento, nonostante la sua capienza sia di 3mila anime, ne accoglie più di 12mila. Una sovrappopolazione che ha trasformato il centro in un’immensa baraccopoli teatro di continue violenze. Come quella dello scorso 30 settembre, quando il fuoco appiccato a due container ha causato la morte di un bambino e di sua madre. Uno scenario inumano nel quale i rifugiati restano rinchiusi anche anni.

A Kara Tepe, invece, si respira tutt’altra aria. Questo accampamento municipale, gestito d’intesa dai dipendenti del locale comune e dai volontari delle Ong, non ha mai accolto più dei 1.200 rifugiati di cui è capace. Non solo, ma è bene sottolineare che il responsabile Stavros Mirogiannis è riuscito ad imporre regole che tutti rispettano, oltre a creare aree comuni di svago e di socializzazione per le 260 famiglie, ognuna delle quali dispone di un suo autonomo container. Sulla base di queste due esperienze il Migration Policy Institute ha concluso la sua ricerca segnalando la superiorità, per quanto riguarda la protezione dei rifugiati, degli attori locali rispetto a quelli molto più lontani di Atene e di Bruxelles. Ma non è tutto oro quel che luccica, visto che anche la virtuosa Kara Tepe è costretta a fare i conti con la storica lentezza e la grave corruzione della burocrazia greca. Un male per il quale alcuni docenti dell’Università di Atene hanno suggerito come cura quella di trasferire i fondi dell’Unione (in 4 anni la Grecia ha ricevuto 2,21 miliardi di euro) alle municipalità locali saltando l’amministrazione centrale. Idea che non sembra affatto piaciuta al nuovo governo di centrodestra che invece pensa di usare i finanziamenti europei per rafforzare i pattugliamenti navali nell’Egeo e aumentare le espulsioni .

Per combattere i clandestini adesso si ricorre al Dna

Negli USA la lotta all’immigrazione clandestina si arricchisce di un nuovo inquietante capitolo: la schedatura genetica. L’amministrazione Trump, secondo quanto scrive il New York Times sta, infatti, preparando un piano per la raccolta e la catalogazione del Dna di centinaia di migliaia di immigrati che ogni anno passano per le carceri federali americane. Il programma allo studio del Dipartimento per la Sicurezza nazionale, in collaborazione con il Dipartimento di Giustizia, arriva a compimento della lunga battaglia ingaggiata dalla Casa Bianca contro i clandestini. Dopo l’exploit di arresti ed espulsioni, nel tentativo di fermare i disperati del Centroamerica che spingono al confine meridionale, arriva ora l’identificazione genetica di tutti gli immigrati irregolari. Agli agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) il compito di procedere allo screening di massa finalizzato alla creazione di una banca dati federale. Già oggi nel Codis dell’Fbi finisce il Dna dei bambini e degli adulti fermati dalla polizia utile a stabilire il loro rapporto familiare.

Con il nuovo programma, invece, verranno sottoposti a schedatura genetica tutti gli oltre 40mila clandestini attualmente in custodia. Funzionari del Dipartimento di Giustizia hanno affermato che si tratta solo dell’estensione di una legge del 2005 che consente di raccogliere informazioni biometriche di diversi gruppi di persone, tanto più se si tratta di criminali e immigrati illegali. Una Legge che a dire il vero era stata a suo tempo sospesa dal presidente Obama. Quando un memorandum dell’allora segretario alla Sicurezza nazionale Janet Napolitano, limitò questa pratica ai soli detenuti per gravi reati penali. La nuova iniziativa della Casa Bianca ha scatenato le proteste dell’American Civil Liberties Union, che ha denunciato come la raccolta forzata del Dna sollevi gravi problemi di privacy, oltre a trasformare un valido strumento per le indagini giudiziarie in un immenso database per la sorveglianza della popolazione. Accuse che però sembrano non scalfire la determinazione dell’amministrazione Trump secondo la quale questa nuova tecnica aiuta giudici e poliziotti a stabilire con certezza l’identità di immigrati responsabili di gravi crimini.

Uno studio smentisce Trump sulle espulsioni

L’equazione “più espulsioni=meno reati”, viene smonta dalla realtà dei numeri. Negli USA, infatti, dati alla mano, le deportazioni di massa dei clandestini non hanno portato a un calo dei crimini. A smentire la narrazione di Trump secondo cui gli immigrati sono “criminali”, “stupratori”», “bad hombres”, come spesso li ha definiti nei suoi tweet, ci pensa una studio dell’Università della California di Davis pubblicato da The Marshall Project, organizzazione no-profit di giornalismo online. Incrociando i dati sulle deportazioni del Transactional Records Access Clearinghouse (TRAC) dell'Università di Syracuse con i tassi di criminalità dell’Uniform Crime Reporting Program dell'FBI, i ricercatori hanno scoperto che l’aumento delle espulsioni non ha avuto un impatto apprezzabile sui tassi di criminalità. E il perché è presto detto.

La stragrande maggioranza dei clandestini arrestati e deportati non aveva e non ha precedenti penali gravi. Questa è la conclusione semplice ma dirompente di questo studio che esamina nei dettagli le azioni del programma delle Secure Community, squadre di agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) e delle forze dell'ordine federali, statali e locali impegnate nelle espulsioni dei clandestini, alle dirette dipendenze del Dipartimento di Stato. Istituito da Bush nel 2008, il programma è proseguito con Obama fino al 2014, anno della sua sospensione. Nel 2017 l’amministrazione Trump lo ha riattivato e inasprito. Ma nonostante ciò gli ultimi dati sulle deportazione e sui tassi di criminalità hanno rilevato che le aree del Paese dove maggiori sono state le espulsioni non hanno registrato un significativo calo dei reati. Arrivando alla conclusione che le deportazioni degli immigrati illegali non rappresentano un modo efficace per combattere il crimine. Anche perché, come sottolineano i ricercatori, gli immigranti irregolari sono meno propensi a delinquere per il semplice fatto che non vogliono attirare l’attenzione delle forze di polizia per paura di essere espulsi.

Sebbene non esista alcun legame tra immigrazione e aumento della criminalità, la percezione della popolazione va in direzione opposta. Come dimostra il caso di Nashville. La capitale dello stato del Tennessee ha introdotto una delle versioni più repressive di Secure Community, detenendo il record di carcerazioni ed espulsioni di clandestini. Nonostante ciò il tasso di criminalità non è diminuito. Ma secondo i sondaggi, la maggioranza dei residenti di Nashville sostiene le azioni delle Secure Community perché, sebbene smentita dai numeri, ritiene che a macchiarsi dei crimini siano soprattutto gli immigrati irregolari.

La diversità rende forte l’economia USA

L’America di Trump non finisce mai di stupire. E stavolta la sorpresa arriva dal mercato del lavoro che fa registrare un primato straordinario: nel 2018 la maggior parte dei nuovi assunti sono di colore o appartenenti alle minoranze etniche. E novità nella novità, a guidare questa tendenza sono le donne. È lo straordinario annuncio fatto qualche giorno fa in prima pagina dal Washington Post, quotidiano non certo tenero con l’attuale inquilino della Casa Bianca che ha analizzato i dati del Dipartimento del Lavoro dagli anni ’70 ad oggi. In particolare il numero degli occupati è aumentato di 5,2 milioni dalla fine del 2016, e di questi 4,5 milioni appartengono alle minoranze.

Mai era accaduto nella storia recente del Paese. Il rimodellamento della forza lavoro americana è iniziato nel 2015, anno in cui un sempre maggiore numero di donne afroamericane e ispaniche hanno deciso di mettersi in gioco abbandonando il tradizionale ruolo di casalinghe e mamme. Una rivoluzione culturale, favorita anche dai posti di lavoro lasciati liberi dai molti baby boomer bianchi che nel frattempo stanno andando in pensione. Ma a spingere queste donne a cercare lavoro è soprattutto la necessità di una maggiore stabilità economica. Non è un mistero che le famiglie appartenenti a minoranze etniche sono meno ricche di quelle bianche. Secondo i dati della Federal Reserve del 2016 un nucleo familiare Wasp può contare, in media, su un patrimonio netto superiore ai 170mila dollari, mentre una tipica famiglia afroamericana o latina non supera i 21mila dollari. Secondo molti economisti dietro il boom di queste assunzioni c’è anche un diverso approccio dei datori di lavoro che ormai non cercano più solo bianchi e preferibilmente uomini.

Un altro dato che il Washington Post mette in evidenza è l’avanzata delle donne latinoamericane. Spinte a cercare lavoro e a garantire un reddito alla famiglia dopo l'escalation delle espulsioni dei clandestini, che per il 90% sta colpendo uomini originari del Centroamerica. Ma c’è un altro aspetto che favorisce le ispaniche, l’alta scolarizzazione: dal 2010 al 2016 le laureate sono passate dal 36 al 41%. Ad aiutarle è poi la perfetta conoscenza di inglese e spagnolo, di fatto seconda lingua negli USA.

Fin qui le buone notizie. Ma come evidenzia il Washington Post l’economia americana mostra segni di rallentamento. La guerra dei dazi e le incertezze globali hanno già portato a una frenata dell’occupazione. A questo punto è perciò lecita una domanda: chi subirà il colpo più duro di una possibile recessione? La risposta è facile: le donne delle minoranze. Perché nonostante tutte le rivoluzioni culturali, in caso di crisi, infatti, i white worker restano sempre e comunque la “prima scelta” delle imprese.

Negli USA la tortura contro gli immigrati è di antica data

Migliaia di immigrati, molti dei quali malati di mente, rinchiusi in isolamento nelle carceri americane. Una pratica che le Nazioni Unite equiparano a una forma di tortura, ma che è invece molto utilizzata dai funzionari dell’Ice (l’Immigration and Customs Enforcement del Dipartimento della Sicurezza nazionale). Non solo adesso con Trump ma anche ai tempi di Obama. Questo è quanto emerge da un’inchiesta indipendente, condotta da media (The Atlantic e New York Times) e organizzazioni non governative(Project On Government Oversight, American Civil Liberties Union e National Immigration Justice Center) su documenti governativi degli ultimi 4 anni. E che squarcia il velo su quella che è una storia di abusi sistematici compiuti da un’agenzia federale. In base agli ultimi dati, ad agosto gli immigrati irregolari detenuti nelle prigioni statunitensi erano più di 55.000, un numero record mai raggiunto in precedenza. Il che aiuta a comprendere come il sovraffollamento carcerario e le lungaggini burocratiche nell’esame delle richieste d’asilo contribuiscano a creare disagi e frustrazioni tra i detenuti. Sempre più numerosi, infatti, sono i casi di persone colpite da ansia, rabbia, depressione e impulsi suicidi. Perciò viste come una minaccia per gli altri detenuti e per il personale, e dunque messe "regolarmente" in isolamento.

Una pratica sanzionata dall’Onu, ma che negli Stati Uniti è largamente diffusa, più di ogni altro Paese democratico al mondo. La cosa più grave è che a essere sottoposti a questo regime sono gli immigrati più vulnerabili, come omosessuali, disabili e malati di mente. “I funzionari dell’Ice – si legge nel rapporto di Project On Government Oversight - stanno usando l’isolamento come punizione standard invece che come ultima risorsa, costringendo le persone a stare 23 ore al giorno da sole anche per mesi”. Infatti nei due terzi dei casi si tratta di immigrati coinvolti in infrazioni disciplinari, come violazione delle regole carcerarie, insubordinazione o coinvolgimento in risse. Gli immigrati di diverse nazionalità detenuti dalle autorità statunitensi in celle isolamento sono migliaia, ma è impossibile calcolarne il numero esatto perché per legge vengono registrati solo i casi superiori ai 15 giorni. Questi dati, come era facile immaginare, stanno riaccendono le polemiche negli USA per l’eccessivo ricorso a questa misura detentiva. E la giustificazione data dall’Ice, secondo cui “l’isolamento si impone come misura protettiva, quando il detenuto immigrato è gay o soffre di disturbi mentali”, non ha fatto altro che inquietare ancora di più le associazioni per la difesa dei diritti umani.

Dover come Lampedusa

Anche se da noi pochi ne parlano, il Canale della Manica (poco più di 30 chilometri separano le coste francesi da quelle del Regno Unito) è diventato negli ultimi anni una delle nuove rotte migratorie più battute d’Europa. Un fenomeno i cui numeri, pur se lontanamente paragonabili a quelli del Mediterraneo, sta allarmando le cancellerie di Parigi e Londra. Infatti Secondo le autorità francesi dall’inizio del 2019 circa 1.470 persone, più di 250 nel solo mese di agosto, sono state soccorse mentre provavano a raggiungere con imbarcazioni di fortuna le bianche scogliere di Dover. L’anno scorso furono solo 586. Secondo la prefettura di Pas-de-Calais, in 4 anni 98 barche, con 1.029 immigranti a bordo, sono riuscite a raggiungere la costa inglese.

Ma il dato è approssimativo, così come è impossibile da calcolare il numero delle vittime. Che pure ci sarebbero già state e i cui corpi potrebbero non essere recuperati prima di alcuni anni. Di certo la vittima n.1 del Canale della Manica è un immigrato iracheno, partito da Calais, il cui cadavere è stato ritrovato la settimana scorsa al largo di Zeebrugge in Belgio. Al di là del singolo fatto di cronaca resta la domanda: perché le traversate della Manica sono triplicate nell’ultimo anno? Secondo le Ong locali l’aumento dei tentativi di attraversamento è legato alle pressioni della polizia francese con i continui smantellamenti dei campi di Calais, dei maggiori controlli su auto e tir all’imbocco dell’Eurotunnel o all’imbarco dei traghetti , e non ultimo l’avvicinarsi della Brexit. Un insieme di cause, denuncia l’associazione Medecins du Monde, che porta all’aumento di comportamenti a rischio. Tanto da spingere il ministro dell’Interno francese Christophe Castaner e la sua omologa britannica Priti Patel ad annunciare un rafforzamento del piano contro gli sbarchi dei clandestini adottato lo scorso gennaio.

Ma nonostante la polizia francese abbia preso a ispezionare ogni notte le spiagge intorno al porto di Calais, i tentativi di traversata non si arrestano. E gli scafisti continuano a fare affari d’oro grazie alla disperazione dei tanti che vedono nel Regno Unito un approdo sicuro. In maggioranza iracheni e afghani sognano di arrivare in un Paese dove hanno, nella stragrande maggioranza casi, una rete familiare su cui contare. E grazie alla conoscenza dell’inglese sono convinti di trovare facilmente lavoro e avere perciò una vita più facile. Anche se poi la realtà sull’altra sponda della Manica è ben diversa e gli stessi migranti sanno che lì vige un sistema molto ostile nei loro confronti. Nell’ultimo anno, poi, è stato registrato l’anomalo aumento di immigrati iraniani. Secondo la National Crime Agency ciò è dovuto alla crisi economica che ha colpito l’Iran dopo il rinnovo delle sanzioni da parte degli Stati Uniti. A questo va aggiunto che nell’agosto 2017 la Serbia ha abolito i visti per i cittadini iraniani. Poi ripristinati in fretta e furia a ottobre sotto le pressioni dell’Unione europea. Ma in quei tre mesi di frontiere serbe aperte 15.000 iraniani hanno approfittato del nuovo sistema per giungere in Europa. E iniziare il viaggio Belgrado-Londra, con incluso attraversamento della Manica con ogni mezzo.