L’emergenza profughi di cui nessuno parla

Frontiere militarizzate, campi profughi, rivolte anti-immigrati, governo in affanno. Scene e situazioni che evocano le crisi dei rifugiati che negli ultimi anni hanno messo a dura prova l’Europa, e l’Italia in particolare, ma che a latitudini diverse si ripresentano, sia pur con le differenze del caso, con le stesse criticità. È il caso del Brasile chiamato a fronteggiare la marea di disperati in fuga dal Venezuela di Maduro. Spinti dalla crisi politica ed economica, caratterizzata da iperinflazione, carenza di beni, fame e violenza, dal 2014 più di 20mila venezuelani hanno chiesto asilo al Brasile. Ma la situazione sul campo è molto più grave e rischia di deflagrare. A Boa Vista, città al confine con il Venezuela e la Guyana, nel 2017 l'arrivo di 40mila rifugiati ha messo a dura prova i servizi locali. Con l'assistenza dell'UNHCR, le autorità hanno istituito tre campi profughi, che si sono rapidamente riempiti, mentre i nuovi arrivati hanno iniziato a sistemarsi nelle baraccopoli cresciute a dismisura intorno alla città.

L’arrivo dei venezuelani ha fatto esplodere nuove tensioni sociali, nonostante il Brasile, come spiega una ricerca Migration Policy Institute, sia da secoli terra accogliente per gli immigrati provenienti da ogni angolo del pianeta. Ma il recente afflusso di immigrati umanitari ha scatenato una guerra tra poveri, con i brasiliani che accusano di dumping i venezuelani perché pur di lavorare accettano salari sempre più bassi. La stagnazione economica e la crisi politica hanno poi fatto il resto, spingendo il presidente Michel Temer a raddoppiare il numero di militari al confine venezuelano, nel tentativo di bloccare l’esodo dal Venezuela. Terrorizzato dall'esito delle prossime elezioni, che potrebbero essere influenzate dalle crescenti proteste anti-immigrati, e dalle pressioni di politici conservatori, forze di sicurezza e attivisti di estrema destra, Temer ha anche rimaneggiato la legge sull'immigrazione, varata solo un anno fa. La nuova legislazione, nella sua versione finale, ha spostato l'attenzione dai diritti degli immigranti ai problemi di sicurezza nazionale, facendo ripiombare il Paese all'epoca della dittatura militare.

Confermato il bonus mamma a tutte le immigrate

Il bonus mamma spetta anche alle donne straniere presenti in Italia senza permesso di soggiorno di lunga durata. A confermarlo la Corte d'appello di Milano che ha respinto il ricorso dell'Inps contro l'ordinanza del Tribunale. Nei mesi scorsi, infatti, i giudici di primo grado avevano ritenuto discriminatorio il meccanismo di assegnazione del premio una tantum da 800 euro corrisposto a partire dal 1° gennaio 2017 su domanda della futura madre al compimento del settimo mese di gravidanza o alla nascita, adozione o affido. A seguito di quel primo pronunciamento, l'Inps aveva dato esecuzione all'ordinanza, consentendo quindi a tutte le mamme straniere la presentazione delle domande, ma precisando che l'assegno veniva pagato con riserva in attesa dell’appello. La Corte, invece, ha confermato la decisione del Tribunale di Milano. Il costo stimato dall’Inps è di 18 milioni di euro considerato che le nascite da donne straniere sono il 5% del totale, 24.500. Ora Asgi, Apn e Fondazione Piccini, le associazioni promotrici del ricorso, chiedono all'Inps di assumere “una decisione definitiva, chiudendo il contenzioso e garantendo il rispetto pieno e senza riserve della decisione". E di evitare il giudizio della Cassazione.

Sull’immigrazione dall’Africa il peggio deve ancora venire

Il flusso migratorio dall'Africa subsahariana verso Europa e Stati Uniti è inarrestabile e destinato a crescere. È la conclusione cui è giunto uno studio del Pew Research Center basato su dati e statistiche di Nazioni Unite, Eurostat e Dipartimento di Stato Usa. A catalizzare l’attenzione dei ricercatori il boom delle richieste d’asilo in Europa: un milione dal 2010. L’afflusso totale, rilevano, è comunque maggiore, perché in molti arrivano con permessi di lavoro o studio o attraverso i ricongiungimenti familiari. 400.000, invece, gli immigrati subsahariani che tra il 2010 e il 2016 si sono trasferiti negli Stati Uniti tra il 2010 e il 2016.

Il think tank di Washington ha quindi analizzato le cause di questo esodo a partire dall'esplosione demografica. La regione subsahariana, infatti, dal 1990 al 2013 ha raddoppiato la popolazione facendo registrare la crescita più rapida del mondo. E le previsioni non mostrano al momento un’inversione di tendenza. A essa si affianca il divario nel processo di sviluppo economico delle diverse aree. Intanto la crescita dei Paesi africani non è omogenea, i tassi di disoccupazione restano a livelli di guardia e i salari continuano a essere bassi. Sullo sfondo la crescente instabilità politica e il moltiplicarsi dei conflitti. Un quadro che spiega più di tante parole un sondaggio condotto in 6 Paesi dell’Africa subsahariana tra febbraio e aprile 2017. Alla domanda se sarebbero andati a vivere in un altro Paese se avessero avuto le condizioni, 4 intervistati su 10 hanno risposto affermativamente.

In Europa, salvo che in Italia, crollano le domande d’asilo

L’anno scorso in Europa, eccezion fatta per l’Italia, le richieste d’asilo sono pressoché dimezzate. In base ai dati diffusi da Eurostat, infatti, nell’Ue le domande sono calate del 46% passando dal milione e 206.000 del 2016 a 650mila nel 2017. Nel nostro Paese, invece, sono aumentate del 4%. L'Italia con 126mila domande è seconda dietro la Germania che, nonostante un calo del 73%, guida la classifica con 198mila richieste. Al terzo posto la Francia (91mila) e a seguire Grecia (57mila), Regno Unito (33mila) e Spagna (30mila). Ultima la Slovacchia, dove solo 27 stranieri hanno fatto domanda di protezione.

Secondo l’Istituto di statistica dell’Ue il flusso dei richiedenti asilo ha subito una netta flessione rispetto al 2015 e 2016 quando nel pieno della crisi dei rifugiati gli arrivi superarono il milione. I numeri appena diffusi fanno tornare le statistiche ai livelli del 1992, anno della prima ondata di profughi provenienti dall’ex Jugoslavia. Last but not least, per quanto riguarda le nazionalità, a chiedere protezione umanitaria in Europa sono stati soprattutto siriani (102.000) iracheni (47.500) e afghani (43mila). Mentre in Italia la prima nazione di provenienza è la Nigeria.

Crollano gli sbarchi in Italia

Crollo degli sbarchi a febbraio sulle nostre coste. A certificarlo sono i numeri comunicati da Frontex, l’agenzia europea di controllo dei confini. Meno di 800 gli immigrati che il mese scorso sono arrivati in Italia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, in calo di oltre un decimo nel confronto con l’anno precedente. Nel periodo gennaio-febbraio, il numero complessivo di immigranti rilevati su questa rotta è sceso del 61% rispetto al 2017, arrivando a 5.200. Il cattivo tempo e l’intensificazione dell’azione di contrasto della Guardia costiera libica tra le cause che hanno determinato il repentino stop alle traversate. Ancora una volta il gruppo più numeroso è composto dagli eritrei, seguiti dai tunisini.

Nei primi due mesi dell'anno il numero complessivo degli arrivi illegali in Europa è quasi dimezzato toccando quota 12mila, in gran parte dovuto al consistente calo registrato nel Mediterraneo centrale. In Spagna a gennaio-febbraio il numero di arrivi, 2.500, è rimasto invariato rispetto al 2017. Situazione pressoché stabile anche in Grecia, dove sono giunti 3.900 immigrati, soprattutto da Siria e Turchia, in lieve calo rispetto all'anno scorso. Quasi azzerati i transiti nei Paesi dei Balcani occidentali. Nel solo mese di febbraio, sulle quattro rotte monitorate da Frontex, il totale degli arrivi irregolari è stato di 3.400, tre quarti in meno rispetto al 2017.

L’Europa non sa che fare con i minori stranieri non accompagnati

I minori stranieri non accompagnati sono ormai un rompicapo europeo e non più solo italiano. Basta vedere, al riguardo, quello che accade in Francia. Che, spiega in un lungo e dettagliato reportage Le Monde, è alle prese con una difficile, tormentata discussione sulla loro assistenza. E sul nomadismo di questo esercito di giovani stranieri, spesso poco più che bambini, verso le aree del Paese dove è per loro più facile ottenere protezione ed evitare il rischio espulsione.

Un problema che, com’è ovvio, non è solo di natura finanziaria. Tanto è vero che in un loro recente documento i Dipartimenti (le nostre Regioni), che oggi si fanno carico dell’accoglienza, hanno sollecitato il governo a mettere mano ad una drastica revisione dei sistemi di valutazione oggi in vigore sul riconoscimento del loro status. Una richiesta resa urgente dal fatto, ad esempio, che nel solo 2017 su 50mila domande presentate solo 15mila sono state quelle ritenute con i requisiti necessari per essere accettate. E beneficiare dell’accesso all’alloggio, all’istruzione e al lavoro.

E così mentre i centri di accoglienza esplodono, di pari passo le strade si riempiono di giovani “diniegati” che cercano in qualche modo di sfruttare la disomogeneità con cui la loro condizione viene valutata nelle diverse regioni del paese alimentando il nomadismo da un territorio all’altro. Non a caso è proprio questo il problema più serio sollevato dal documento inviato dall’Assemblea dei Dipartimenti al primo ministro Edouard Philippe. Proprio nel momento in cui si è fatta più aspra la discussione, all’interno della stessa maggioranza, sulla nuova, controversa legge su immigrazione e asilo.

Un’iniziativa decisa dagli amministratori locali per protestare contro l’indifferenza dei responsabili centrali sulle difficoltà che la gestione di questi minori pone alle autorità regionali. Ponendo una semplice ma cruciale domanda su chi si deve occupare, e finanziare, di dare loro accoglienza: il Governo centrale o i Dipartimenti ? Se il compito è locale allora vanno garantire alle regioni i finanziamenti necessari per poter adempiere, al meglio, a questo compito. Se, invece, è dell’amministrazione centrale allora vanno centralizzati e standardizzati sia il sistema dell’accoglienza che quello delle procedure di valutazione delle domande presentate.

Un problema, però, che non ha solo la Francia. Nel 2017, ad esempio, la Svezia è stata scossa da un’ondata di suicidi di giovani stranieri appena maggiorenni. Molti dei quali, giunti lassù con la grande ondata di rifugiati che ha sconvolto l’Europa nel 2015, di fronte alla prospettiva di essere rimpatriati hanno preferito mettere fine alle loro esistenze. Casi estremi, certo, ma anche una macroscopica e dolorosa conferma della necessità di trovare per questa delicatissima nuova galassia della moderna immigrazione una accettabile e rapida soluzione.

Numeri da capogiro sull’immigrazione dall’Africa

Un flusso inarrestabile quello dell’immigrazione dall'Africa sub-sahariana. Negli ultimi 8 anni il numero delle persone che hanno lasciato l’area a sud del Maghreb è aumentato di circa il 50%. Solo la Siria ha registrato un tasso di crescita più alto.

In base ai dati delle Nazioni Unite, rielaborati dal Pew Research Center di Washington, nel 2017 gli immigrati provenienti dall'Africa continentale erano circa 25 milioni. Negli ultimi tre decenni oltre all'aumento esponenziale dei flussi, si è registrato anche un cambio di rotta. Nel 1990, il 75% degli immigranti della regione viveva in altri Paesi sub-sahariani, una quota che è scesa al 68% nel 2017. Nello stesso periodo la quota di quelli che hanno scelto l’Europa è passata dall’11% al 17%, mentre è salita dal 2 al 6% l’immigrazione sub-sahariana negli Stati Uniti. A questo proposito il rapporto del PWR evidenzia che centinaia di migliaia di immigrati provenienti dal sud del deserto del Sahara si ammassano in Libia nella speranza di attraversare il Mediterraneo per arrivare sulle coste europee. Molti di questi vengono rinchiusi in campi di detenzione, sottoposti a violenze e abusi, e in alcuni casi venduti all'asta come schiavi.

Nei prossimi decenni la situazione potrebbe anche peggiorare. A causa della crescita demografica del continente africano, il numero di immigranti è infatti destinato a aumentare.

I rifugiati una macchia al mito dell’accogliente Australia

L’Australia un Paese accogliente ma non per tutti. Con l’introduzione di severe misure per contrastare l’immigrazione illegale, da terra promessa è così diventata meta negata. Eppure la nazione-continente per oltre tre secoli ha favorito e incentivato l’arrivo di immigrati europei, ancora oggi il 28% della sua popolazione è di origine straniera. Un’apertura riservata anche ai rifugiati, tanto da farle guadagnare il terzo gradino del podio, dopo Usa e Canada, nella speciale classifica dell’accoglienza: 840mila dal 1947.

Dagli inizi degli anni Duemila l’inversione di rotta. A determinarla un episodio avvenuto nell’agosto del 2001 quando il governo rifiutò l’approdo a una nave cargo che aveva salvato in mare 400 tra afghani e iracheni. A quasi due decenni di distanza, scrive in un lungo e ben documento report del MPI (Migration Policy Institute) i politici australiani continuano a promuovere i respingimenti e ad accettare solo un’immigrazione selezionata e qualificata. Dal 2014 il governo del conservatore Tony Abbott ha avviato l’Operazione Confini Sovrani (Operation Sovereign Borders), che ha lo scopo di respingere o deportare in altri Paesi tutti gli immigranti illegali che arrivano via mare. Un’operazione messa in piedi dopo che nel 2013 si erano registrati 37 sbarchi. Dal 2014 ad oggi gli sbarchi sono a quota 0. Un successo per il governo di Canberra, tanto da spingere nel 2016, nel pieno della crisi migratoria in Europa, l’ex premier Abbott a consigliare ai politici dell’Ue di seguire l’esempio australiano.

Un programma di respingimenti fortemente criticato dai media, dalle Ong e dalle Nazioni Unite. Chi sbarca illegalmente in Australia ha davanti a sé due prospettive: o l’imbarcazione viene rispedita nelle acque internazionali, oppure gli occupanti finiscono nei centri di detenzione e identificazione in Papua Nuova Guinea e nell’isola di Nauru. Centri che in molti hanno paragonato a lager. Eppure nella seconda metà degli anni ’70 l’Australia accolse circa 2.000 “boat people” in fuga dal Vietnam.

Alla linea dura si affianca quella delle porte aperte all’immigrazione qualificata. Dopo l’abolizione nel 1973 della Politica dell’Australia bianca, il Paese si è progressivamente aperto anche agli immigrati non europei. Come dimostrano i dati sugli arrivi: nel 1972-73 il 43% proveniva dal Regno Unito e dall'Irlanda, mentre l'India era all'ottavo posto con il 2%. Nel 2016-17 gli indiani sono balzati al primo posto con 226.000 arrivi pari al 17%, seguiti da cinesi (13%) e britannici (8%). Gli immigranti che chiedono la residenza permanente sono selezionati in base a tre criteri: ricongiungimento familiare, programmi di lavoro o assistenza umanitaria. Prioritaria resta però l'immigrazione economica. Nonostante la crisi, nel 2009-2010 il 64% dei permessi sono stati concessi nell'ambito del programma di migrazione specializzata. Nel 2016-17 questa cifra è aumentata al 67% con 183.600 arrivi.

L’esempio australiano conferma le contraddizioni e le ipocrisie che, a ogni latitudine, governano i flussi migratori. Perché se da una parte l’immigrazione qualificata è accettata e anzi incoraggiata, dall’altra la nazione-continente sbarra i suoi porti ai barconi carichi di disperati, lasciandoli letteralmente alla deriva. Dimenticando di essere stata per oltre mezzo secolo l’approdo sicuro per quanti scappavano da guerre e catastrofi umanitarie.

Il Giappone chiude anche ai richiedenti asilo

Il Giappone una nazione-fortino che chiude le sue frontiere non solo agli immigrati ma anche ai rifugiati. Tanto è vero che nel 2017 a fronte di 20mila richieste d’asilo ne ha accettate solo 20: lo 0,1% del totale. Nel 2016 furono 28 su quasi 11mila. Numeri che, come aveva spiegato West in un precedente articolo dedicato al Paese del Sol Levante, illustrano meglio di tante parole la paura verso gli stranieri che attanaglia i giapponesi.

Già nel 2015 aveva destato indignazione la posizione assunta dal premier conservatore Shinzo Abe nei confronti dei profughi siriani: prima di accoglierli – aveva detto – dobbiamo pensare a migliorare le condizioni di vita dei nostri cittadini. In particolare donne e anziani. Una totale chiusura confermata anche dalle politiche del suo governo. Dal 2010, riporta il Guardian, il Giappone ha concesso ai rifugiati in possesso di visti validi per l’impiego i permessi di lavoro mentre ha di pari passo respinto le loro richieste d’asilo. Una stretta che secondo il governo ha alimentato il drammatico aumento delle domande “fasulle” da parte di persone che invece cercano soltanto un lavoro. Si spiegherebbe così il boom delle richieste presentate nel 2017, l’80% in più rispetto all’anno precedente.

Nel tentativo di ridurre il numero di richiedenti asilo, il mese scorso il governo di Tokyo ha reso ancora più stringente la concessione dei permessi di lavoro, lasciando nel limbo giuridico migliaia di rifugiati. E, peggio ancora, decidendo di rinchiudere gli immigrati con permesso di soggiorno scaduto in speciali centri di detenzione. Non a caso finiti sotto accusa per il trattamento inumano riservato ai reclusi: “Le restrizioni messe in atto dal governo”, denuncia l’Associazione dei rifugiati, “stanno colpendo anche i veri richiedenti asilo”.

Frontex: meglio i numeri delle chiacchiere

Sul fronte degli sbarchi la situazione in Italia è migliorata, ma non risolta. Così il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, a margine della presentazione del rapporto sull’analisi del rischio per il 2018. Osservata speciale resta la rotta del Mediterraneo centrale, che però dallo scorso luglio ha fatto registrare un significativo crollo degli arrivi. Un riconoscimento alla linea Minniti, che mette fine alla guerra delle cifre che si era scatenata nelle scorse settimane tra Viminale e l’Agenzia europea della guardia costiera. Secondo la quale mentre regge il nostro accordo con la Libia per il contrasto delle partenze, sembrano invece profilarsi nuovi guai da Tunisia e Algeria. A preoccupare sono i recenti sbarchi di piccoli gruppi di magrebini sulle coste della Sardegna e della Sicilia. La paura infatti è che dietro questi arrivi possano nascondersi foreign fighter di ritorno. “Un rischio”, ha chiarito Leggeri, e per questo è aumentata “la nostra capacità di intercettazione”. Sta di fatto che secondo i dati diffusi dai servizi di intelligence, dei circa 5.000 che dal nostro continente sono andati a combattere con l’Isis circa il 30% sia tornato o abbia cercato di farlo.

Nel 2017 il totale dei rimpatri dall'Unione europea è stato di 150mila. Dal che si deduce facilmente quanto irrealistica suoni la promessa imprudentemente fatta da qualcuno di rimpatriare, una volta arrivato al governo, 600mila clandestini dall’Italia. Sta di fatto che la cooperazione tra Frontex e il nostro Paese sul fronte dei rimpatri è aumentata. Tanto che nel 2017, come ha tenuto a sottolineare Leggeri, l’Italia è stata tra i primi tre Stati dell’Ue che hanno usato le attività dell'Agenzia per riportare nei Paesi d’origine chi non aveva diritto a restare.

Per quanto riguarda gli ingressi illegali nell’Ue il 2017 ha fatto registrare un drastico calo: 204.700 (-60%). In conclusione: le rotte del Mediterraneo orientale e dei Balcani continuano a essere sigillate, ma cresce la preoccupazione per il fronte spagnolo. Dal quale il numero di sbarchi ha raggiunto un livello senza precedenti: più del doppio rispetto al record del 2016.