Diminuiscono gli sbarchi in Italia, aumentano in Spagna

Crollano gli sbarchi in Italia. A smentire la vulgata dell’invasione sono i numeri pubblicati oggi da Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, che certificano il calo degli arrivi nel mese di giugno: 3.000 gli immigrati approdati in Italia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, -87% rispetto allo stesso mese del 2017. In totale nei primi sei mesi del 2018 sono giunte sulle nostre coste circa 16.100 persone, -81% rispetto a un anno fa.

In controtendenza la rotta del Mediterraneo occidentale che per la prima volta diventa la più attiva. Il numero degli arrivi in Spagna è, infatti, balzato a 6.400: +166% nel confronto con giugno 2017. 14.700 il numero totale nella prima metà del 2018, cifra più che raddoppiata in un anno.

Sulla rotta del Mediterraneo orientale mentre continuano a calare gli sbarchi in Grecia, solo 3.600 nell’ultimo mese, gli attraversamenti irregolari dei confini terrestri con la Turchia (circa 24.300 quelli rilevati negli ultimi sei mesi).

I numeri dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, completano il quadro dei flussi migratori euro-africani: 1.443 le persone morte dall’inizio dell’anno, per lo più nel Mediterraneo centrale.

Richieste d’asilo in calo per il secondo anno consecutivo

Mentre l’Europa rischia il cupio dissolvi su immigrati e rifugiati, i dati ufficiali raccontano un’altra realtà. Nel 2017 le richieste d’asilo nell’Ue (più Norvegia, Svizzera e Liechtenstein) sono calate del 44% rispetto all’anno precedente. A certificarlo il rapporto annuale dell'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo (Easo) che ha indicato in 728.470 il totale delle richieste di protezione internazionale presentate in Europa. Nel 2016 erano state 1.292.740.

Il Paese con la percentuale più alta resta la Germania (31%), che però ha registrato una drastica diminuzione, passando dalle 745.155 domande del 2016, alle 222.560 del 2017 (-70%). Una vera e propria impennata, +98%, si è avuta invece in Spagna. In larga parte dovuta all’arrivo di venezuelani in fuga dal regime di Maduro. Anche l'Italia ha fatto registrare un lieve aumento (5%) delle domande d’asilo: 128.850 rispetto alle 1232mila del 2016. Nonostante siano calate le pratiche esaminate, diretta conseguenza della flessione dei richiedenti, è invece aumentato il numero di quelle diniegate, che nel 2017 in Europa hanno superato la soglia del mezzo milione.

I dati provvisori per inizio 2018 mostrano una stabilizzazione a circa 50.000 domande al mese. Un trend confermato anche dal crollo degli sbarchi. Solo sulle nostre coste nei primi 6 mesi dell’anno sono calati di quasi l’80%.

L’immigrazione circolare sconfigge quella illegale

La migrazione circolare come antidoto all’immigrazione illegale. Grazie a una formazione professionale capace di contribuire allo sviluppo dei Paesi di origine. È questa la proposta innovativa per la governance dell’immigrazione alla base del progetto MENTOR (MEditerranean Network for Training Orientation to Regular Migration). Una partnership tra Comune di Milano, Comune di Torino e Agenzia Piemonte Lavoro, in collaborazione con Anolf Piemonte. Che in questi giorni vede impegnati 14 ragazze e 5 ragazzi, provenienti da Marocco e Tunisia, in un tirocinio di tre mesi presso aziende delle aree metropolitane di Torino e Milano. Per capire come funziona questa iniziativa West ha intervistato Giulia Miccichè, Project Manager di MENTOR.

Su che base è avvenuta la selezione dei 19 ragazzi e perché la scelta di Marocco e Tunisia?
La scelta di Marocco e Tunisia è dovuta al fatto che si tratta di contesti locali in cui è stato realizzato un precedente progetto (SALEMM) che ha permesso di costruire reti di stakeholder istituzionali e non, fondamentali per la realizzazione del progetto. Si tratta di nazioni di migrazione “storica” verso l'Italia, in particolare nelle aree di Torino e Milano. La selezione dei ragazzi è stata condotta con un Bando (scaricabile dal sito) che con i partner locali e internazionali ne hanno fissato i criteri: titolo di studio, settore di esperienza, età, progettualità post-tirocinio.

Quali sono i settori e le aziende in cui i giovani immigrati sono impiegati? E come potranno mettere a frutto nei loro Paesi l’esperienza di questi mesi?
I settori sono stati individuati sulla base di uno studio preliminare che ha consentito di evidenziare gli ambiti produttivi, in termini di innovazione e potenzialità di sviluppo, più promettenti per Marocco e Tunisia. Le aziende che ospitano gli stagisti operano in diversi settori: energie rinnovabili, agroalimentare e ristorazione, ICT e innovazione digitale e tecnologica, architettura e design, metallurgia, ricerca sociale, automazione industriale, automotive, farmaceutico, logistica. Come ho detto sopra, i giovani si sono candidati già con un progetto post-tirocinio, che nel corso dell'esperienza in Italia in molti casi si modifica per via delle conoscenze che si stanno acquisendo in azienda, ma soprattutto per le relazioni che si stanno stabilendo al suo interno che permetteranno per alcuni di stabilire delle collaborazioni con le aziende ospitanti anche dai Paesi di origine. Per altri, si tratterà in ogni caso di individuare elementi di innovazione che i giovani potranno utilizzare nei loro futuri percorsi professionali o imprenditoriali.

Come evitare il rischio che gli immigrati coinvolti nel progetto, una volta in Italia, decidano di non tornare più nei loro Paesi?
Abbiamo lavorato molto sulla responsabilizzazione dei candidati già prima della partenza, nei confronti dei loro pari e delle istituzioni che li stavano accompagnando in un'esperienza unica, purtroppo irrealizzabile per molti altri giovani che pur talentuosi non hanno i giusti contatti con aziende italiane o le risorse economiche necessarie  per partire. Ci siamo fidati di loro e abbiamo avuto conferma che non sono interessati a rimanere illegalmente qui da noi. Soprattutto se ci fosse la possibilità di ritornare un domani in Italia, dopo aver intrapreso un percorso professionale nei loro Paesi. Sta qui la chiave che garantisce il successo alla mobilità circolare.

I 10 punti sull’immigrazione proposti dall’Italia

Chi sbarca in Italia, sbarca in Europa. È questo il principio cardine contenuto nella proposta in 10 punti (di seguito riportata integralmente) che a nome del nostro Paese il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha illustrato ai colleghi di 15 nazioni Ue riunitisi informalmente domenica scorsa a Bruxelles in vista del Vertice dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione fissato per il 28 e 29 giugno prossimi.  In particolare l’Italia ritiene che per passare dalla gestione emergenziale, alla gestione strutturale del fenomeno immigrazione, sia necessario: a) superare gli obblighi previsti dal Regolamento di Dublino; b) procedere ad un rafforzamento delle frontiere esterne; c) creare centri di protezione internazionale nei Paesi di transito; d) stabilire per ogni Stato Ue quote di ingresso degli immigranti economici.

1. Intensificare accordi e rapporti tra Unione europea e Paesi terzi da cui partono o transitano i migranti e investire in progetti. Ad esempio la Libia e il Niger, col cui aiuto abbiamo ridotto dell’80% le partenze nel 2018.
2. Centri di protezione internazionale nei Paesi di transito. Per valutare richieste di asilo e offrire assistenza giuridica ai migranti, anche al fine di rimpatri volontari. A questo scopo l’Ue deve lavorare con UNHCR e OIM. Perciò è urgente rifinanziare il Trust Fund UE-Africa (che ha attualmente uno scoperto complessivo di 500milioni di euro) che incide anche su contrasto a immigrazione illegale su frontiera Libia-Niger.
3. Rafforzare frontiere esterne. L’Italia sta già sostenendo missioni UE (EUNAVFOR MED Sophia e Joint OperationThemis) e supportando la Guardia Costiera Libica, occorre rafforzare queste iniziative.
4. Superare Dublino (obiettivo più complesso). Nato per altri scopi, è ormai insufficiente. Solo il 7% dei migranti sono rifugiati. Senza intervenire adeguatamente rischiamo di perdere la possibilità di adottare uno strumento europeo veramente efficace. Il Sistema Comune Europeo d’Asilo oggi è fondato su un paradosso: i diritti vengono riconosciuti solo se le persone riescono a raggiungere l’Europa, poco importa a che prezzo.
5. Superare criterio Paese di primo arrivo. Chi sbarca in Italia, sbarca in Europa. Riaffermare responsabilità-solidarietà come binomio, non come dualismo. È in gioco Schengen.
6. Responsabilità comune tra Stati membri su naufraghi in mare. Non può ricadere tutto sui Paesi di primo arrivo. Superare il concetto di ‘attraversamento illegale’ per le persone soccorse in mare e portate a terra a seguito di Sar. Bisogna scindere tra porto sicuro di sbarco e Stato competente ad esaminare richieste di asilo. L’obbligo di salvataggio non può diventare obbligo di processare domande per conto di tutti.
7. L’Unione europea deve contrastare, con iniziative comuni e non affidate solo ai singoli Stati membri, la “tratta di esser umani” e combattere le organizzazioni criminali che alimentano i traffici e le false illusioni dei migranti.
8. Non possiamo portare tutti in Italia o Spagna. Occorrono centri di protezione in più Paesi europei per salvaguardare diritti di chi arriva e evitare problemi di ordine pubblico e sovraffollamento.
9. Contrastare movimenti secondari. Attuando principi precedenti, gli spostamenti intra-europei di rifugiati sarebbero meramente marginali. Così i movimenti secondari potranno diventare oggetto di intese tecniche tra paesi maggiormente interessati.
10. Ogni Stato stabilisce quote di ingresso dei migranti economici. E’ un principio che va rispettato, ma vanno previste adeguate contromisure finanziare rispetto agli Stati che non si offrono di accogliere rifugiati.

Immigrati in calo nei Paesi Ocse

Diminuiscono, per la prima volta dal 2011, i flussi migratori verso i Paesi dell'Ocse: 5 milioni gli ingressi nel 2017 contro i 5,3 milioni dell’anno precedente. Il dato è contenuto nel rapporto annuale sulle migrazioni pubblicato dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico in occasione della Giornata Mondiale dei Rifugiati. Nel nostro Paese il calo ha riguardato soprattutto gli sbarchi sulle coste: 119 mila in totale, il 34% in meno rispetto al 2016. Diretta conseguenza, spiega il documento, degli accordi Italia-Libia firmati a inizio 2017 che limitano gli arrivi di immigrati dall'Africa.

La flessione dei flussi registrata in tutti Paesi che aderiscono all’Organizzazione, è dovuta principalmente a una significativa diminuzione delle migrazioni umanitarie. Certificata dal calo delle domande di asilo, passate da 1,6 milioni nel 2016 a 1,2 milioni dello scorso anno. Altro dato evidenziato dal rapporto è che solo la metà delle richieste di protezione internazionale sono state presentate in Europa, mentre sono aumentate in modo consistente negli Stati Uniti (+ 26%), Australia (+ 29%) e Canada (+ 112%). I 36 Paesi membri dell'Ocse attualmente ospitano circa 6,4 milioni di rifugiati, più della metà la sola Turchia.

Profughi, mai così tanti nel mondo

Per il quinto anno consecutivo aumentano i profughi nel mondo: 68,5 milioni nel 2017. Di questi, secondo il rapporto annuale Global Trends dell’Unhcr, 40 milioni sono sfollati interni, 25,4 milioni rifugiati che hanno lasciato la madrepatria e oltre 3 sono richiedenti asilo in attesa che la loro domanda passi il vaglio dei rispettivi Paesi ospitanti.

Il nuovo record storico dei dislocamenti forzati è stato determinato soprattutto dalla crisi nella Repubblica Democratica del Congo, dalla guerra nel Sud Sudan e dalla fuga di centinaia di migliaia di Rohingya dalla Birmania al Bangladesh. La Siria, invece, rimane il Paese con il maggior numero di sfollati interni. Per quanto riguarda i rifugiati, poco più di un quinto sono palestinesi, che rientrano però nelle competenze di un’altra agenzia Onu, l'Unrwa, il resto proviene in maggioranza da soli cinque Paesi: Siria, Afghanistan, Sud Sudan, Birmania e Somalia. La Turchia, invece, con 3,5 milioni di rifugiati, rimane il più grande Paese ospitante al mondo. Mentre il Libano ospita il maggior numero di profughi in relazione alla sua popolazione nazionale. Il rapporto denuncia infine “la credenza popolare” che i rifugiati siano ospitati principalmente nel Nord del mondo. Le statistiche mostrano, invece, che l'85% di essi vive nei Paesi in via di sviluppo.

Crollano gli sbarchi in Italia, aumentano in Spagna

Ancora in calo i flussi migratori verso l’Europa. Nei primi cinque mesi del 2018 il numero totale è stato di circa 43.200: -46% nel raffronto con lo stesso periodo del 2017. A incidere sui numeri la drastica diminuzione degli arrivi sulla rotta del Mediterraneo centrale, quella dell’Italia. Dall’inizio dell’anno ne abbiamo ricevuti 13.450: -77% rispetto al medesimo arco di tempo del 2017. Di segno opposto il trend nella rotta del Mediterraneo orientale: gli arrivi in Grecia (dalla Turchia) nei primi 5 mesi dell’anno sono stati in totale 19.800, +90% rispetto al 2017.

Numeri in crescita anche nel Mediterraneo occidentale con destinazione Spagna, al centro dell’attenzione mediatica dopo il caso Aquarius. Nei primi cinque mesi di quest’anno ne ha ricevuti 8.200: +60% rispetto a un anno fa. Dati che confermano un trend iniziato nel 2017, quando con la chiusura della rotta verso il nostro Paese, i trafficanti di uomini hanno subito riaperto quella dello Stretto di Gibilterra. Ma le cifre, almeno per adesso, rimangono basse, soprattutto rispetto ad Italia e Grecia che dal 2015 hanno registrato rispettivamente 468mila e 1 milione di arrivi.

I numeri del viavai nel Mediterraneo

35 mila: tanti sono stati gli immigrati che nel 2018 tra gennaio e l’inizio di giugno hanno raggiunto l’Europa dopo aver attraversato il Mediterraneo. Il dato è dell’Unhcr (l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati). Numeri che per essere valutati nella loro consistenza vanno raffrontati sul totale del 2017 fornito dalla guardia costiera europea Frontex: 180 mila. Ma se nel Mediterraneo centrale (la rotta che interessa l’Italia) rispetto a un anno fa gli sbarchi sono più che dimezzati, diverso è il trend per Grecia e Spagna che hanno fatto registrare un incremento rispettivamente del 92% e del 9%. La situazione più esplosiva in questo momento è quella greca perché negli ultimi mesi si è riaperta la rotta terrestre al confine con la Turchia, i cui numeri, rispetto al passato, hanno superato quelli via mare.

Ma da dove provengono gli immigrati che sbarcano in Europa? In Italia, in base ai dati forniti dal Viminale, la classifica delle nazionalità è guidata dai tunisini, seguiti da eritrei, sudanesi e nigeriani. Mentre per la Grecia il flusso maggiore riguarda siriani, iracheni e afghani. Marocco, Guinea e Mali sono invece le nazioni di provenienza di quelli approdati in Spagna. Se dai numeri si passa ad un’analisi più attenta delle nazionalità emerge che solo per alcuni gruppi, siriani ed eritrei, si può parlare di rifugiati, per gli altri più onestamente di immigrati economici. Eppure quasi tutti fanno domanda d’asilo. Tralasciando i picchi del 2015 e del 2016, nel pieno della crisi siriana, nel 2017 sono state quasi 705.000 le domande di protezione internazionale presentate negli Stati dell'Ue. Che se ripartite in base alle nazioni di accoglienza, vedono la Germania (198 mila) guidare la classifica dell’Unione europea, seguita da Italia (127 mila), Francia (91 mila), Grecia (57 mila), Regno Unito (33 mila) e Spagna (30 mila). Un discorso a parte va fatto per Malta, in questi giorni al centro di una dura querelle politica con il governo italiano, che l’anno scorso ha ricevuto solo 1.610 domande. Una valutazione che però cambia se si rapporta questo numero alla sua popolazione totale (450 mila) visto che la colloca al terzo posto, dopo Grecia e Cipro.

Per i clandestini l’oblio è peggio della morte

Il Mar Mediterraneo è oggi la tratta più pericolosa al mondo per gli immigranti scalzando dal primo posto di questa terribile classifica il confine tra Usa e Messico. Questo secondo l’Oim (l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) che con il suo Missing Migrants Project ha calcolato che dal 2000 al 2017 il numero, tra morti e dispersi, ha raggiunto quota 33.761. Una cifra sulla quale molti però hanno storto il naso. Spingendo l’International Migration Institute a verificarne l’attendibilità. In considerazione del fatto che in molti casi le statistiche di questo fenomeno vengono “gonfiate” dalle Ong per criticare le politiche migratorie dei governi, in particolare di quelli europei.

Questa tragica conta, infatti, ha preso il via negli anni ’90 in concomitanza con le posizioni di forte critica alle politiche di chiusura dei Paesi Ue nei confronti degli immigrati che per cambiare vita intraprendono viaggi rischiosissimi e si affidano ai trafficanti di esseri umani. Tanto è vero che a seguito del grave naufragio avvenuto a Lampedusa il 3 ottobre 2013 in cui persero la vita 366 persone, l’Oim ha deciso di creare il progetto Missing Migrants. Con l’obiettivo di monitorare le tragedie in atto non solo nel Mediterraneo ma su tutte le frontiere del pianeta. Mettendo in piedi un indicatore più completo degli altri perché in grado di aggiornare quotidianamente il database con i dati forniti da 190 Paesi.

Un moderno atlante dal quale emerge che nel mondo i confini più pericolosi sono le coste al largo dell'Australia, la frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti, il Corno d'Africa, il Sudest asiatico, e l’Africa subsahariana. Con il primo posto di questa tremenda classifica occupata dal cimitero del Mare Nostrum. La verità è che molti non solo viaggiano ma muoiono da clandestini ed è quindi molto difficile, se non impossibile, stabilirne l’esatto numero. Unica consolazione in tanto disastro è che c’è qualcuno che si impegna, almeno, a non condannarli in eterno all’invisibilità.

I minori soli che inquietano Parigi

Orde di giovanissimi, tra i 10 e i 17 anni d’età, violenti e molti dei quali tossicodipendenti, vagano da mesi tra le vie del XVIII arrondissement di Parigi. È questo il nucleo duro dei piccoli marocchini non accompagnati che, nuova piaga dell’immigrazione, inquietano la Francia. E che pur fisicamente e psicologicamente provati hanno instaurato un clima di paura tra gli abitanti della Goutte d’Or. Un fenomeno che sembra aver colto di sorpresa le autorità e trasformato uno dei quartieri più multietnici in una specie di favela. E di cui si è occupato Le Monde che ha ricostruito il viaggio che dal Marocco li ha portati in Europa: verso l’inferno senza biglietto di ritorno.

Giovanissimi pronti a tutto, e che a differenza di quanto spesso danno ad intendere, non è vero che non hanno una famiglia ma semplicemente, partendo, se la sono lasciata alle spalle. Dal porto di Tangeri, infatti, ogni mese centinaia di questi minori cercano di raggiungere il Nord nascondendosi sotto i bus o i tir che si imbarcano sui traghetti per Tarifa, località spagnola situata sull'altro lato dello stretto di Gibilterra. Interrogati sul perché della loro fuga, hanno dato quasi sempre la stessa risposta: “Salvare mamma”. Il loro sogno, colpevolmente alimentato dai social media marocchini, è quello di arrivare nel nostro Vecchio Continente, visto e percepito come terra ricca e opulenta, con l’obiettivo di riuscire a inviare denaro a casa. L’elemento centrale della recente industrializzazione che ha creato forti squilibri sociali nel Paese maghrebino, è che sono soprattutto le donne ad essere impiegate nelle fabbriche di tessuti, negli stabilimenti ittici, ma anche nell'industria automobilistica e aeronautica. Paghe misere e turni massacranti, più la cura delle famiglie. Le nuove schiave della globalizzazione. Fuggire, dunque, per aiutare le proprie madri e se stessi, visto che il Marocco non offre un presente né tanto meno un futuro.

Ancor più interessante è il fatto che il nomadismo di questi minori non accompagnati non si ferma alla Ville Lumière. Come è emerso dai dati di un rapporto commissionato mesi fa dal Comune di Parigi all'Associazione Trajectoires, che studiando le rotte degli immigranti e dei rifugiati in Europa, ha tracciato il percorso di questi giovani vagabondi che non solo Oltralpe vanno da una città all'altra (Parigi, Montpellier, Rennes, Brest, Bayonne), ma varcando le frontiere vanno da una Paese all’altro (Svezia, Danimarca, Spagna, Germania, Belgio, Francia), senza mai stabilirsi definitivamente. Scoprendo che in un anno e mezzo, sono stati quasi trecento quelli di cui si è accertata la presenza nel quartiere parigino della Goutte d’Or, e che nei mesi di permanenza hanno rifiutato - anche con la violenza – di essere presi in carico dai servizi sociali di assistenza all'infanzia.