Le 10 crisi umanitarie del 2017 da non dimenticare

Sono almeno dieci le crisi umanitarie che il 2017 ha lasciato in eredità al 2018. A metterle in fila è stata l’Agenzia di stampa svizzera Irin.

Si parte dalle Siria, al suo settimo anno di guerra. Con il ritiro in buon ordine delle potenze occidentali, Bashar al-Assad , grazie a Russia e Iran, resta saldamente al potere. Il Paese ormai ridotto a un cumulo di macerie, continua a non conoscere pace e fare i conti con un crescente numero di sfollati: oltre 6 milioni interni e 5,5 milioni all'estero.
Non va meglio in Yemen, dove da oltre 2 anni e mezzo si combatte una “guerra per procura” tra Arabia Saudita e Iran. Su circa 29 milioni di abitanti, 8,4 milioni sono alla fame, 400.000 bambini soffrono di grave malnutrizione e oltre 5.500 civili sono stati uccisi. Senza contare la grave epidemia di colera che lo scorso anno ha ucciso 2.226 yemeniti e infettato quasi un milione.
Dall'elenco non manca l’Afghanistan, devastato da quasi 20 anni di guerra. Lo scorso agosto, le Nazioni Unite hanno dichiarato “conflitto attivo” la nuova escalation militare messa in atto dai talebani contro il governo centrale, sempre più debole.
Naturalmente la Libia è uno dei Paesi che desta più preoccupazione. Il “gigantesco carcere dell’Africa”, così lo definisce Irin, per il milione di immigrati bloccati nei centri di detenzione.
Dopo un anno catastrofico in cui più di 655 mila persone sono state cacciate dallo stato di Rakhine in Myanmar, è difficile immaginare per la minoranza Rohingya un 2018 peggiore. Ma, con quasi un milione di rifugiati stipati in campi sovraccarichi nel sud del Bangladesh, quella dei Rohingya non è l’unica crisi umanitaria del Myanmar, ricorda l’Irin. In Myanmar, infatti, sono operativi numerosi gruppi armati, impegnati in una miriade di conflitti etnici, e che ogni anno causano vittime e profughi.

La Repubblica democratica del Congo si appresta a diventare il detonatore di una crisi che può coinvolgere l’intero continente africano. Dopo la decisione del presidente Joseph Kabila di rinviare di un anno le elezioni previste nel 2017, al solo scopo di mantenere il potere, il malcontento popolare è aumentato e le violente manifestazioni dei giorni scorsi hanno causato la morte di diverse persone. I combattimenti nella regione del Kasai hanno fatto registrare più di 3 mila vittime. L’ondata di violenza ha costretto oltre 1,7 milioni di persone a lasciare le proprie case. Nel 2018 più di 13 milioni di persone avranno bisogno di assistenza e protezione umanitaria.
Il Sud Sudan, la più giovane nazione africana nata dopo una lunga guerra civile contro il regime di Khartoum, dal 2013 è preda di un violento e sanguinoso conflitto etnico. La comunità internazionale, è l’analisi dell’agenzia Irin, non ha gli strumenti e la voglia per raggiungere un accordo di pace ampio e sostenibile. Ciò significa che altri rifugiati si uniranno agli oltre due milioni che hanno già lasciato il Paese.
Ci sono molte ragioni per cui la Repubblica Centrafricana è stata ufficialmente dichiarata nel 2017 “la nazione più infelice del mondo”. Si può iniziare dall'aumento del 50% del numero di sfollati, dai due milioni di persone affamate o dal mezzo milione che ha deciso di fuggire dal Paese. Dilaniato da quattro anni di guerra civile, tra ribelli islamici e gruppi armati cristiani, che né un governo debole né una missione delle Nazioni Unite riescono a contenere.
Restando in Africa a preoccupare è anche l’incandescente situazione del Camerun. Il Paese è diviso in due: la regione francofona, la più estesa e con in mano le leve del comando, e quella anglofona, che conta un quinto della popolazione ma è completamente emarginata da politica ed economia. E proprio le proteste della comunità anglofona contro il presidente Paul Biya, al potere da 35 anni, rischiano di trasformarsi in una nuova guerra civile.

Ultimo ma non meno importante il Venezuela di Maduro. La crisi umanitaria ha già prodotto un’emergenza sanitaria, una diffusa malnutrizione infantile e la fuga di un milione di persone.

Se le nigeriane confondono la prostituzione con la mobilità sociale

La tratta delle nigeriane è davvero solo sfruttamento? Mettendo da parte il politicamente corretto e analizzando alcuni studi sul fenomeno, in verità qualche dubbio affiora. Non sono in discussione i dati che certificano una realtà drammatica. Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), nel giro di tre anni gli sbarchi Italia di giovani nigeriane sono aumentati del 600 per cento, passati dai circa 1.500 del 2014 agli oltre 11 mila del 2016. Incremento continuato anche nei primi sei mesi del 2017. Cifre che documentano storie di sfruttamento e violenza, perché oltre l’80% di esse è destinato al mercato della prostituzione in tutta Europa. Donne, spesso minorenni, vittime di raggiri, ostaggio delle maman, dei riti voodoo e dei debiti da ripagare, il tutto gestito dalla potente mafia nigeriana, che nel nostro Paese ha scalato in fretta le vette del potere criminale. Tutto terribilmente vero, eppure non sempre si tratta di costrizione o “scelta non consapevole”.

Un fenomeno ben indagato dal dossier del 2015 dell’EASO, “Nigeria: la tratta di donne a fini sessuali”, che ne fa risalire l’origine agli anni ‘80 del secolo scorso, quando in Europa giunsero le prime immigrate nigeriane, soprattutto da Benin City, capitale dello stato di Edo, spinte a lasciare il loro Paese stremato dalla crisi debitoria del 1979 e dalle fallimentari ricette di risanamento imposte dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale. “Le donne dello Stato di Edo – si legge nel rapporto - sono state la prima generazione di prostitute nigeriane in Italia, dove erano arrivate per raccogliere pomodori ma sono poi finite sui marciapiedi. Alcune sono tornate nel loro Paese ricche e sono diventate esempi di successo”. La necessità, o la costrizione, di aiutare le famiglie d’origine, hanno fatto il resto.

Non è un caso che dalla Nigeria, il Paese più popoloso e più ricco dell’Africa, partano più donne che uomini. Così come documentato anche dalla ricercatrice tedesca Katrin Kastner nel suo “Movingrelationships:family ties of Nigerianmigrants on their way to Europe” del gennaio 2010. Nelle interviste raccolte tra le immigrate nigeriane lungo la rotta che collega il Marocco alla Spagna, tutte dichiarano di aver scelto di partire, perché alla ricerca di una vita migliore per se stesse e per la loro famiglia o clan d’origine. Le ragazze e donne nigeriane, scrive l’accademica tedesca, “erano consapevoli del fatto che avrebbero lavorato come prostitute, ma aspiravano a migliorare la loro vita e quella della loro famiglia”, e comunque, sottolinea Kastner, “non appartenevano ai più poveri tra i poveri, bensì al ceto medio-basso”. Anche in questo caso per l’85% si tratta di ragazze originarie di Benin City con un’età media compresa tra 18-20 anni. Sebbene nello stato di Edo la prostituzione non sia considerata “un lavoro moralmente accettabile”, le famiglie che ricevono denaro sono disposte a chiudere un occhio sulle attività svolte dalle loro figlie, sorelle e madri in Europa.

Di fatto in Nigeria la prostituzione all’estero è stata “normalizzata”, essa viene infatti dipinta perfino come un’attività “glamour”, che consente ai parenti rimasti in Nigeria di sfoggiare abiti e accessori griffati, case nuove e oggetti hi-tech, tutti status symbol di chi “ce l’ha fatta”, senza porsi, ipocritamente, la domanda “come?”. Molte ragazze dell’Edo – si legge nel dossier dell’EASO – “si sottopongono volontariamente alla tratta e sanno, prima di partire, che devono lavorare duramente per 2-3 anni come prostitute per pagare il debito contratto sperando, una volta estinto, di poter finalmente cominciare a guadagnare per sé e per la propria famiglia”. Nel saggio della Kastner, le donne nigeriane coinvolte nella tratta a fini sessuali vengono descritte così: “Né vittime puramente passive, né attori esclusivamente creativi, sono entrambe le cose contemporaneamente”. Donne che il più delle volte, però, ignorano quale incubo sia finire nel racket della prostituzione.

Immigrazione, scontro Macron-Ong

La nuova legge su “immigrazione e asilo”, che Macron dovrebbe presentare all’Assemblea nazionale il prossimo aprile, agita la Francia. Sebbene il contenuto sia sconosciuto ai più, il testo preoccupa le associazioni di volontari che si occupano di assistenza agli immigrati, che da mesi denunciano l’atteggiamento repressivo del governo e i comportamenti violenti delle forze dell’ordine. Un déjà vu, almeno per noi italiani, dello scontro che nei mesi scorsi ha visto le Ong attaccare a testa bassa la politica di contrasto agli sbarchi del ministro dell’Interno Minniti. Che oggi si ripropone con la stessa violenza verbale anche a Parigi. Il dibattito che si aperto in questi giorni è incentrato sull’intransigenza di Macron nei confronti degli immigrati clandestini, che, prima ancora dell’annunciata legge, è finito sotto il fuoco di fila delle associazioni umanitarie per la recente circolare del ministro dell’Interno francese,Gérard Collomb. In sostanza un giro di vite sui respingimenti, con i Prefetti chiamati ha istituire delle “squadre mobili” da inviare nei centri di accoglienza gestiti dalle organizzazioni di volontariato per identificare gli occupanti e a seconda che si tratti di rifugiati, richiedenti asilo o clandestini indirizzarli presso le strutture competenti.

Contro questa disposizione sono insorte le associazioni - tra cui Emmaus, Cimade, la Fondazione Abbé Pierre - che denunciano, oltre ad una “violazione di spazi privati”, anche “un attentato ai diritti fondamentali delle persone straniere”, perché così, a loro dire, “l’accoglienza viene sviata dal suo scopo iniziale e utilizzata come strumento per controllare i flussi migratori”. La “Federazione degli attori della solidarietà” si è anche rivolta al Difensore dei diritti, Jacques Toubon, per tentare di bloccare il censimento nei centri di accoglienza. Il dibattito è incandescente, ma il governo tira dritto. “Non possiamo accoglierli tutti”, continua a ripetere il ministro Collomb, che in un’intervista a Rtl spiega perché la situazione rischia di diventare ancora più “esplosiva”. “La Germania ha negato l’asilo a circa 300 mila persone, e queste – spiega il ministro dell’Interno - ora intendono venire in Francia. È come se dovessimo accogliere una città delle dimensioni di Lione”.

La linea dura di Macron, però, non sembra convincere tutti i parlamentari del suo partito, République en marche. Sul dossier immigrazione, infatti, in molti contestano al presidente uno sbilanciamento a destra. Ancora un altro déjà vu.

I giudici all’Inps: bonus mamme a tutte le immigrate

Il bonus mamme, l’assegno da 800 euro che l’Inps eroga come “premio” per la nascita o l’adozione di un bambino nel 2017, va esteso anche alle donne straniere prive di un permesso di soggiorno di lungo periodo. Lo ha stabilito il Tribunale di Milano, che segue di pochi giorni un analogo pronunciamento del giudice del lavoro di Bergamo. Accogliendo un ricorso presentato da ASGI, APN e Fondazione Piccini, associazioni che si battono per i diritti civili, i giudici milanesi hanno reputato discriminatoria l’interpretazione data dall'Inps alla legge che assegna gli 800 euro a tutte le donne in gravidanza (almeno al settimo mese) tra il 1 gennaio e il 31 dicembre 2017. L'Ente previdenziale, infatti, aveva escluso dal “premio” le immigrate senza permesso di soggiorno di lungo periodo perché, analoga interpretazione, era già stata adottata per il bonus bebè. Di parere opposto i giudici che stanno ribaltando questa impostazione della circolare, chiedendo all'Inps di erogare il bonus anche alle mamme senza carta di soggiorno. Il problema diventa ora economico: la coperta è corta. Senza lo stanziamento di altri fondi sarà difficile dare seguito alle sentenze.

Gli sbarchi ora fanno rotta verso la Spagna

Calano gli sbarchi di immigrati irregolari In Italia. Nel mese di novembre, secondo i dati comunicati dall’Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne (Frontex), gli arrivi nel nostro Paese sono stati 5.300: -10% rispetto a ottobre. Ma il dato su cui riflettere è quello degli arrivi complessivi, che, nei primi 11 mesi del 2017, è stato di 116.400: -30% in confronto allo stesso periodo dell'anno precedente. La maggior parte degli immigrati, certifica poi Frontex, è costituita da cittadini nigeriani, ben 1 su 7, cui seguono quelli provenienti da Guinea, Costa d'Avorio e Bangladesh.

Il crollo degli arrivi interessa l’intero territorio europeo, ad eccezione della Spagna. In novembre gli Stati Ue hanno registrato l’ingresso di 13.500 immigrati illegali: -27% in confronto allo stesso mese dello scorso anno. Mentre nei primi 11 mesi del 2017, con 186.500 arrivi, il calo è stato del 62% rispetto al 2016.

In linea con il trend europeo anche i flussi registrati nel Mediterraneo orientale. Gli arrivi in Grecia, infatti, a novembre sono stati 3.700, in calo del 30%. Mentre il dato dei primi 11 mesi dell'anno fa registrare una riduzione del 79% rispetto al 2016. Tra i 37.900 immigrati irregolari giunti quest’anno sulle coste greche la maggior parte è composta da cittadini siriani, iracheni e afghani.

Resta sigillata la rotta dei Balcani occidentali: a novembre, scrive Frontex, “sono stati intercettati circa 500 immigrati, grazie alla stretta cooperazione nel controllo delle frontiere tra i Paesi della regione”.

Diversa la situazione registrata da Frontex in Spagna, dove a novembre sono giunti 3.900 immigrati irregolari, il triplo di quelli dello stesso mese del 2016. Ma la nuova rotta lungo il Mediterraneo occidentale ha fatto segnare, tra gennaio e novembre, ben 21.100 “rilevamenti”, pari a un incremento del 140%. In maggioranza algerini e marocchini.

Onu e Trump in rotta di collisione sugli immigrati

“Incompatibile con la nostra politica migratoria”. Poche e lapidarie parole, quelle usate da Donald Trump, per annunciare il ritiro degli Usa dal “Global Compact on Migration”, l’accordo sull’immigrazione delle Nazioni Unite firmato a New York nel settembre 2016 e che la comunità internazionale dovrebbe adottare entro l’ottobre 2018. Che come ricorda oggi Kathleen Newland del Migration Policy Institute aveva rappresentato un passo coraggioso e senza precedenti. Mai prima di allora i Paesi che siedono all’Onu avevano, infatti, affrontato la questione in chiave politica, preoccupati che la polarizzazione nord-sud impedisse il raggiungimento di un’intesa. Con la “Dichiarazione di New York”, invece, la comunità internazionale ha preso un impegno comune per: lottare contro lo sfruttamento, il razzismo e la xenofobia; salvaguardare i profughi in fuga dalla madrepatria; garantire controlli alle frontiere in linea con il diritto internazionale.

Inoltre è stata posta un’attenzione specifica ai bisogni di donne, bambini e delle persone che necessitano di assistenza sanitaria, oltre al riconoscimento e all’incoraggiamento degli apporti positivi degli immigrati e dei rifugiati allo sviluppo sociale dei paesi ospitanti. La “Dichiarazione di New York” stabilisce, inoltre, che: "la cooperazione internazionale e, in particolare, quella tra Paesi di origine, transito e destinazione, non è mai stata così importante. E gli Stati, ammonisce Newland, “non devono sprecare questa opportunità” di trasformare “una visione in un piano concreto”, perché difficilmente ne avranno un’altra in un futuro prossimo venturo.

L’Ue volta pagina sulle quote per i rifugiati

L’Unione europea pensa al superamento delle quote di ripartizione dei rifugiati tra gli Stati membri. Quello che sembrava un tabù, inizia, invece, a farsi strada a Bruxelles.  Secondo il Financial Times, che cita la confidenza di un diplomatico a conoscenza  del dossier, l’Estonia, attuale presidente di turno del Consiglio Ue, è intenzionata a presentare una proposta che miri a superare l’attuale sistema delle quote.  Una scelta dettata dalla realpolitik, visto il fallimento del piano dei ricollocamenti e lo stallo nella discussione sulla revisione del trattato di Dublino. Dopo 18 mesi, preso atto dei mancati risultati su rifugiati e asilo, Tallin potrebbe chiudere il semestre di presidenza con questa novità. Il piano varato nel 2015, per rispondere alle richieste di Italia e Grecia, alle prese con eccezionali ondate di flussi migratori, non è mai decollato. Il blocco dei Paesi dell’Est, in particolare Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, hanno sempre rifiutato di accogliere l’esiguo numero di rifugiati loro destinato, anche in presenza di una procedura d’infrazione promossa da Bruxelles.

Un fallimento annunciato, che West aveva anticipato il 19 maggio del 2015. Ora anche l’Europa ne prende atto. “C’è sempre bisogno di cooperazione – afferma il diplomatico europeo al Financial Times - La realtà dimostra che è necessario trovare un accordo”, il muro-contro-muro non paga. Così a distanza di quasi 2 anni l’Ue potrebbe decidere di voltare pagina, cestinando le quote. Secondo le anticipazioni del quotidiano della City, in caso di nuove emergenze la Commissione europea attiverebbe, in prima battuta, una ripartizione nei singoli Stati in base alla volontarietà espressa, solo in una seconda fase, ma qui siamo nel regno dell’indeterminatezza, verrebbe richiesto il supporto di tutti i Paesi. Il superamento delle quote si sarebbe reso necessario, secondo la fonte confidenziale, anche per sbloccare il dibattito sulla riforma del trattato di Dublino, chiesta a gran voce dall’Italia. E proprio il nostro Paese potrebbe pagare un prezzo ancora più alto che in passato, perché un governo in scadenza, e nel pieno di un’infuocata campagna elettorale,  non avrebbe la forza necessaria a trattare un buon accordo. E il Canale di Sicilia, con il suo carico di disperati, è lì a ricordarcelo.