Tra i rifugiati ci sono quelli che stanno peggio degli altri

In aumento i casi di rifugiati e richiedenti asilo che soffrono di malattie mentali, in particolare depressione e disturbo da stress post-traumatico. Un articolo pubblicato dal Migration Policy Insitute (MPI) accende i riflettori su un aspetto poco indagato del fenomeno migratorio.

Per capire le dimensioni del problema possono tornare utili numeri e statistiche. Uno studio condotto dalla psicologa Martina Heeren in Svizzera ha evidenziato che i richiedenti asilo avevano più probabilità di soffrire di disturbo da stress post-traumatico rispetto a quelli cui era stata concessa la residenza, 54% contro 41. Allo stesso modo, il tasso di depressione tra coloro che attendevano una decisione sulla richiesta di protezione era quasi il doppio di quello dei rifugiati riconosciuti. Donne e minori non accompagnati i più colpiti.

I richiedenti asilo possono sperimentare traumi prima, durante e dopo il loro viaggio. Una ricerca condotta da Medici senza frontiere in Italia ha mostrato che mentre il 60% dei rifugiati ha avuto eventi potenzialmente traumatici prima della partenza, l'89% ha riportato un trauma durante il viaggio. La quota di torture era dieci volte superiore rispetto ai Paesi di origine.Non diversa la situazione per i rifugiati siriani che tra il 2015 e il 2016 sono giunti in Grecia. In questo caso MSF ha indagato sull'impatto che il prolungamento del confinamento sulle isole greche ha avuto sulla salute mentale. A Lesbo, a causa delle condizioni di sovraffollamento del campo e la mancanza di risorse, si è registrato un aumento esponenziale di nuovi pazienti psichici passando dal 35% del 2016 al 75% del 2017.

Una “crisi silenziosa”, scrive ancora MPI, che minaccia l'intero sistema di asilo” dell’Unione europea. Perché sebbene l'Ue riconosca l'importanza di fornire assistenza ai malati mentali, nella pratica i singoli Stati non lo fanno.

La nuova guerra di Israele contro gli immigrati africani

Le espulsioni degli immigrati africani spaccano Israele e innescano una delicatissima controversia religiosa. Vediamo perché: all’inizio di gennaio il governo israeliano aveva deciso di “liberarsi” di 40mila immigrati eritrei e sudanesi, entrati illegalmente nel Paese. Offrendo 3.500 dollari a chi se ne andava o, in alternativa, il trasferimento in un centro di detenzione. Con il piccolo problema, però, che molti degli interessati avrebbero diritto alla protezione internazionale. Di cui, invece, Netanyahu non vuole sentir parlare perché “non sono rifugiati, ma infiltrati che cercano lavoro”. Sbandierando, a sostegno della decisione presa dal suo governo, l’accordo firmato con il Ruanda che, dietro finanziamento, accoglierà gli africani espulsi.

Ma è proprio questa deportazione, come riferisce The Atlantic in un lungo e ben documentato reportage, che ha scosso l’opinione pubblica e la coscienza di molti religiosi. La scorsa settimana la rabbina Susan Silverman ha iniziato una campagna per convincere gli israeliani a nascondere nelle loro case i richiedenti asilo africani, paragonando la loro situazione a quella di Anna Frank. “Le persone hanno rischiato la vita per salvare gli ebrei – ricorda la rabbina -, e noi oggi diciamo che non vogliamo rischiare la più lieve alterazione demografica?”. Perché ciò che teme Netanyahu è la “minaccia concreta al carattere giudaico del Paese”.

Una mobilitazione che oltre a 850 rabbini, ha coinvolto anche alcuni piloti della compagnia di bandiera El Al, che si rifiuteranno di salire a bordo degli aerei destinati alle deportazioni, mentre proseguono le manifestazioni di protesta davanti all'ambasciata del Ruanda. Ma c’è chi invece è d’accordo nell'uso del pugno di ferro. Come ad esempio gli abitanti di Tel Aviv sud e dell'area intorno alla stazione dei bus, dove vive il 60% dei clandestini africani, ma anche una parte degli immigrati dell'Est Europa che non vede di buon occhio “la concorrenza dei neri”.

Sull’immigrazione i ribelli di Macron non mollano

Non può essere il numero dei rimpatri il parametro per giudicare il successo della politica sull'immigrazione. In Francia la nuova legge su immigrazione e asilo, non ancora varata, continua ad animare il dibattito politico. E la spina nel fianco per Macron restano i parlamentari della sua maggioranza. Ancora una volta, infatti, alcuni deputati de La République en Marche sono tornati ad alzare la voce contro un progetto di legge che, anche se non ancora noto in tutti i suoi dettagli, ha come principio ispiratore quello del "giro di vite" dell’immigrazione economica. Una contestazione che di conseguenza, riporta Le Monde, punta a mettere in discussione l’eccessivo potere del ministero dell’Interno in materia di politiche migratorie. Che, a loro dire, devono invece poggiare su tre pilastri: i flussi, l’integrazione, ma soprattutto un attento monitoraggio delle dinamiche internazionali che ne sono all'origine.

Se non vuole sbagliare, dicono i “frondisti” di LRM, la politica dell’immigrazione deve sempre tenere a mente che il nodo della questione è e resta l’Africa. Visto che gli ostacoli ai rimpatri li pongono proprio i Paesi d'origine che incassano più dalle rimesse degli immigrati, che spesso rappresentano l’unica fonte di sopravvivenza per intere regioni, che dagli aiuti allo sviluppo erogati dalla comunità internazionale. Ragione per la quale "ogni ricatto è destinato a fallire". Sullo sfondo restano poi i rapporti sempre un po’ torbidi tra le nomenklature africane e le ex potenze coloniali. Insomma: un approccio solo poliziesco al problema è impotente e inconcludente senza un vero coinvolgimento delle nazioni di partenza. Per la Francia, e l’Europa, l’unica e obbligata strada è dunque quella di intensificare gli accordi di partenariato. E legare, positivamente, il tema dell’immigrazione con quelli dello sviluppo e della sicurezza dell’immenso, esplosivo continente africano.

Adesso sui barconi c’è la borghesia libica

Mentre gli arrivi dalla Libia continuano a calare, aumentano invece i libici che sui barconi fuggono dal caos e dalla guerra civile. Nel mese di gennaio, secondo i dati del ministero dell’Interno, sono arrivati sulle nostre coste 2.925 immigrati (-27,6% rispetto allo stesso periodo del 2017) e di questi 192 con passaporto libico, più di nigeriani, sudanesi e ivoriani. Per la prima volta i libici rappresentano la quarta nazionalità per numero di sbarchi dopo eritrei (581), tunisini (350) e pakistani (258).

Sempre più libici, dunque, tentano di attraversare il Mediterraneo. E a fuggire è la classe media, come si può leggere su Repubblica del 29 gennaio scorso. Nell'articolo le testimonianze di alcune famiglie della piccola e media borghesia originarie della zona di Tripoli, che hanno deciso di vendere tutto e tentare la traversata verso l’Italia, con l’obiettivo di raggiungere la Gran Bretagna. Storie di persone benestanti, che hanno resistito nella speranza di vedere il loro Paese pacificato, e che invece dopo 6 anni sono state costrette a fare i conti con la realtà. E quindi a scappare.

Grazie alla disponibilità di denaro, i piccolo-borghesi libici possono contare su viaggi abbastanza sicuri, ed evitare le traversate su gommoni fatiscenti insieme “ai neri”, che per la verità disprezzano. Un fenomeno, quello delle famiglie libiche in fuga, che potrebbe essere solo all’inizio. Secondo le stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, gli sfollati interni sarebbero più di 500mila.

Clandestini in calo, ma non per merito del governo austriaco

In Austria crollano gli arrivi di clandestini. Numeri e statistiche smontano la propaganda sul rischio invasione degli immigrati sbandierata dal nuovo governo di destra guidato dal cancelliere Sebastian Kurz. Gli ultimi dati ufficiali, forniti dalla polizia del Tirolo, confermano per il 2017 un calo del 37% rispetto all’anno precedente. In totale sono stati registrati 7.406 immigranti irregolari contro i quasi 12 mila del 2016. Anche per quanto riguarda le richieste d’asilo, complessivamente 1.236, c’è stato un calo del 37%. I respingimenti ai confini austriaci sono stati 854, quasi tutti al Brennero, e altri 2.161 immigrati sono stati espulsi a seguito di un procedimento.

Il calo del numero di clandestini è stato messo in relazione agli accordi fra Italia e Libia, ma il governo di Vienna continua a manifestare perplessità verso l’operato di Roma, tanto da far annunciare al suo ministro dell’Interno, Herbert Kickl del partito di ultradestra Fpoe, un inasprimento dei controlli al confine. E l’istituzione di una task force composta da 600 poliziotti pronta ad intervenire per sigillare in poche ore tutti i valichi del Paese.

Le rimesse degli immigrati nazione per nazione

574 miliardi di dollari. È la cifra delle rimesse degli immigrati calcolate dalla Banca Mondiale nel 2016. Un giro di denaro enorme ma che per il secondo anno consecutivo fa registrare un calo di circa l’1%. Nonostante la flessione, i soldi inviati dagli immigrati nei Paesi d’origine sono circa il doppio rispetto a dieci anni fa. E’ bene specificare che si tratta di denaro legale che quindi non tiene conto delle transazioni in nero. Il grafico interattivo pubblicato dal Pew Research Center fornisce una mappa completa dei flussi di denaro da e verso tutti i Paesi del mondo. E le sorprese che ne vengo fuori sono molte.

 

Remittance Flows Worldwide in 2016

Immigrazione, le statistiche smontano le paure di Trump

Sul fronte dell’immigrazione gli Stati Uniti riservano sempre curiose sorprese. Che smontano, in parte, la propaganda di Trump intenta a innalzare muri per bloccare l’invasione di clandestini provenienti da “fogne di Paesi” o terroristi islamici. Attraverso i dati pubblicati dal Pew Research Center si scopre, ad esempio, che gli immigrati provenienti dall’India rappresentano il gruppo con il più alto tasso di naturalizzazioni, mentre quelli di origine africana sono aumentati di cinque volte dal 1980. E in entrambi i casi si parla di un’immigrazione qualificata e scolarizzata.

Lontani dunque i tempi della tratta degli schiavi, che fin dal 16° secolo ha visto approdare sulle coste del Nordamerica milioni di uomini e donne in catene. Oggi dal continente africano arrivano giovani istruiti e formati. Una “fuga di cervelli”, come denunciano i Paesi d’origine che però non riescono a trattenere le loro menti migliori. E così spulciando tra i numeri e le statistiche di uno studio del Pew Research Center, basato sui dati del Census Bureau, si scopre che i neri provenienti da Africa e Caraibi sono passati dagli 816 mila del 1980 agli oltre 4 milioni del 2016. Solo dal 2000 l’aumento è stato del 71%. Nonostante l’alto numero di irregolari, nel 2015 erano 619mila, i neri immigrati rappresentano il gruppo con maggiori probabilità di ottenere la cittadinanza statunitense. E questo perché provengono soprattutto da nazioni di lingua inglese e il più delle volte vantano livelli di istruzione alti. Anche se ciò varia notevolmente da Paese a Paese: il 59% dei nati in Nigeria è laureato, contro il 10% dei somali. E l’ondata di immigrati di prima e seconda generazione, altamente istruiti divisi tra modernità e riscoperta delle radici africane, sta contagiando anche la scena culturale statunitense. Un fenomeno cui il New York Times ha di recente dedicato un lungo articolo dall’evocativo titolo: Daughters of African Immigrants Use the Stage to Tell of Two Worlds.

E che gli Stati Uniti siano meta di un’immigrazione molto qualificata lo conferma anche un’altra ricerca. Tra il 2005 e il 2015 gli immigranti provenienti dall’India hanno fatto registrare il tasso più alto di naturalizzazione, l’80% ovvero ben 12 punti percentuali in più rispetto a dieci anni prima.. Nello stesso periodo il governo degli Stati Uniti ha respinto quasi 1 milione di domande di cittadinanza, l'11% delle 8,5 milioni presentate. E, a sorpresa, tra i gruppi con il più basso tasso di naturalizzazione figurano i messicani. Penalizzati soprattutto dalla scarsa conoscenza dell’inglese, handicap che invece non blocca gli indiani, tra l’altro più scolarizzati e formati.

Nonostante i dati smentiscano le paure di Trump, il presidente, come riporta il Los Angele Times, vuole modificare le regole storiche del censimento introducendo nel questionario del 2020 l’obbligo della dichiarazione di cittadinanza. Uno stratagemma per mettere in difficoltà Stati come la California, che nel conteggio della popolazione non discrimina tra statunitensi e immigrati. E che in virtù di ciò drena maggiori risorse federali e un seggio in più al Congresso. Con la modifica del censimento, secondo i calcoli della Casa Bianca, molti immigrati eviteranno la registrazione, e ciò porterà a un risparmio in sovvenzioni e sussidi pari 21 miliardi di dollari in 10 anni. Più la perdita di un seggio alla Camera. Che per Trump vorrebbe dire un democratico in meno.

Clamoroso crollo delle rimesse ma non per i messicani

Nel 2016 per il secondo anno consecutivo, prima volta in 30 anni, sono calate le rimesse degli immigrati verso i Paesi di origine. I flussi di denaro inviato dai lavoratori stranieri hanno, infatti, segnato un meno 1,4% rispetto al 2015, scendendo a 574 miliardi di dollari contro i 581 dell’anno precedente. Un trend negativo che, anche se lievemente, non ha coinvolto l’Europa. Meglio ha invece fatto tutta l’America Latina: più 7,4% rispetto al 2015, con oltre 74 miliardi di dollari.

Uno studio pubblicato dal Pew Research Center, sui dati della Banca Mondiale, analizza questa crescita partendo da una constatazione: il miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro negli Stati Uniti. La maggioranza degli immigrati sudamericani e caraibici vive, infatti, negli Usa e come il resto della popolazione ha beneficiato della forte ripresa economica, cosa che ha contribuito a rafforzare la capacità di inviare denaro a casa. Nel 2016, infatti, i guadagni settimanali medi dei lavoratori ispanici sono aumentati del 6,2% rispetto all'anno precedente. Il rafforzamento del dollaro e il deprezzamento delle monete locali hanno poi fatto il resto.

A guidare la classifica dei Paesi che ricevono più soldi è il Messico con 28,6 miliardi di dollari (+ 9,3% rispetto al 2015), oltre un terzo delle rimesse verso tutta l'America Latina e i Caraibi. A seguire Guatemala (7,5 miliardi), Repubblica Dominicana (5,5 miliardi) e Colombia (4,9 miliardi). Haiti invece si attesta come primo Paese in termini percentuali, le rimesse sono state infatti pari al 29,4% del Pil.Mentre per i Caraibi hanno rappresentato l’8%, il 3,6% per l’America Centrale e solo lo 0,5% per il Sud America.

Su scala mondiale il Messico si piazza al quarto posto dietro l'India (62,7 miliardi), la Cina (61 miliardi) e le Filippine (31 miliardi). Un quartetto che da solo ingloba quasi un terzo di tutte le rimesse inviate nel 2016.

Adesso per arrivare ai barconi si preferiscono gli yacht

Tornano gli sbarchi di immigrati sulle coste italiane: + 15% nei primi 23 giorni del 2018 rispetto allo stesso periodo del 2017. In totale gli arrivi sono stati 2.749 contro 2.393. I dati forniti dal ministero dell’Interno parlano chiaro. Per la prima volta dal luglio scorso certificano un’inversione di tendenza. Dopo mesi di relativa calma, seguiti alla svolta di Minniti (accordo con la Libia e stretta sulle Ong), riprendono i salvataggi in mare e si scoprono nuove rotte. È questa la vera novità che merita una riflessione.

Se gli arrivi dalla Libia sono stati pressoché identici, aumentano invece quelli provenienti dalla Turchia. Siamo di fronte a una mutazione del fenomeno. Basta guardare alla provenienza degli immigrati: al primo posto ci sono i pakistani, 257, seguiti dai tunisini, 232, e dai libici, 192. E sei i casi Libia e Tunisia sono ben conosciuti e monitorati dal Viminale, è la nuova rotta del Mediterraneo orientale a impensierire. E La Stampa oggi riporta due recenti episodi, l’11 gennaio quando nel porto di Crotone è arrivato un barcone proveniente dalla Turchia con 264 persone a bordo, di nazionalità siriana, afghana, pakistana e irachena. Due giorni prima, però, “un veliero era stato avvistato da un velivolo della Guardia di Finanza nello Ionio: a bordo hanno trovato due scafisti ucraini e 33 curdi”. Due casi che riaccendono i riflettori sull'immigrazione “di lusso” di siriani, curdi, pakistani, iracheni delle classi medie in grado di pagare le tariffe salate di un viaggio sicuro.

Nel caso dei pakistani il biglietto “all inclusive” costa 6-7mila euro e comprende il volo diretto fino a Istanbul e poi il viaggio in barca a vela. Ed è proprio sulla costa turca, dopo la chiusura della rotta balcanica, che si è spostato il traffico di clandestini. Grazie agli yacht e ai velieri della marineria del Mar Nero e agli skipper ucraini gli immigrati possono così contare su una traversata in tutta sicurezza.

L’Africa più dei soldi ha bisogno di insegnanti

La scuola alla prova dello choc demografico in Africa. Secondo le ultime previsioni, infatti, da qui al 2030 il Continente dovrà assicurare la scolarizzazione di altri 170 milioni di ragazzi, senza però poter contare su un sistema educativo all'altezza. E dunque l’istruzione diventerà una priorità negli aiuti internazionali per l’Africa? E’ la domanda posta da Le Monde presentando la conferenza del Partenariato Globale per l’Istruzione (Gpe) in programma a Dakar all'inizio di febbraio, quando i Paesi Ue saranno chiamati a confermare il finanziamento di oltre 3 miliardi di euro per il potenziamento dei sistemi scolastici.

Una nuova sfida, perché negli ultimi anni la comunità internazionale ha progressivamente tagliato i fondi destinati all'istruzione nei Paesi poveri. E il caso dell’Africa subsahariana è emblematico: nel 2016 l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Osce) ha stanziato 2,7 miliardi di dollari contro i 3,7 del 2010. Come gli aiuti francesi, rimarca Le Monde, che nello stesso periodo sono passati da 819 milioni di dollari a 300 milioni. E così ancora oggi per la maggior parte dei bambini africani l’istruzione di base è preclusa, mentre a pagare il prezzo più alto sono come le sempre le ragazze. In Congo, Mali ed Etiopia meno della metà delle bambine va a scuola.