Il Cile di Piñera chiude agli immigrati

La paura degli immigrati contagia anche il Cile. Tra i Paesi più stabili politicamente ed economicamente del Sudamerica rischia una brusca virata a destra con il ritorno alla presidenza del miliardario conservatore Piñera. Che ha vinto le elezioni promettendo, tra l’altro, una stretta sull’immigrazione. Il dibattito elettorale che ha animato il Cile sul finire del 2017, non è stato dissimile per toni e argomentazioni da quello in atto ormai da tempo in Europa. E, anche qui, le ricette populiste proposte dalle destre sono state largamente premiate dall’elettorato.

Ma la situazione non è poi così drammatica, come dimostra uno studio del sociologo Cristián Doña Reveco pubblicato dal Migration Policy Institute. Il Paese negli anni bui della dittatura di Pinochet ha conosciuto il fenomeno dell’emigrazione, più di mezzo milione fuggì dopo il colpo di Stato del 1973. Dal 1990, con la fine del regime e la crescente stabilità economica, si è trasformato in terra di attrazione in particolare per gli immigrati provenienti da Argentina, Perù e Bolivia. In 16 anni la popolazione di origine straniera è aumentata di oltre quattro volte, facendo segnare il record storico nel 2016 con 478mila immigrati. Nonostante essi rappresentino meno del 3% della popolazione, è un fatto che l'immigrazione in Cile sia cresciuta più rapidamente che altrove in America Latina. Un incremento che ha alimentato un forte malessere. Secondo un recente sondaggio il 41% degli intervistati ritiene gli immigrati causa dell’aumento della criminalità, nel 2003 era il 35%. A rendere più complicato il quadro sociale le nuove ondate migratorie in particolare da Haiti. Dopo il terremoto del 2010 che ha devastato vaste aree dell’isola caraibica, il Cile ha concesso un numero crescente di permessi di soggiorno: da circa 300 nel 2009 a 44mila nel 2016. E come spiega Doña Reveco l’afflusso di haitiani “in maggioranza neri, ha reso il fenomeno più visibile”.

Alle nuove emergenze è però mancata un’adeguata risposta politica. In Cile ancora oggi è in vigore la legge sull’immigrazione promulgata da Pinochet nel 1975. I governi di centrosinistra guidati dalla presidente Bachelet, il primo dal 2006 al 2010 e il secondo dal 2014 fino al prossimo marzo, nonostante le promesse non hanno mai cancellato quella legge, che mirava ad incentivare solo l’immigrazione qualificata. Gli unici interventi che la Bachelet ha promosso nel corso dei suoi due mandati non hanno però raccolto il favore popolare. Le direttive presidenziali, infatti, estendevano anche ai clandestini le cure sanitarie e il diritto all’istruzione. E in un Paese dalle forti diseguaglianze sociali non potevano che alimentare il malcontento. Cavalcato astutamente dalle destre, che oggi, in procinto di tornare alla guida del Paese, promettono un giro di vite contro l’immigrazione. La vittoria di Piñera, conclude Doña Reveco, rafforza la svolta a destra dell’America Latina e il ruolo che gli immigrati giocheranno nelle società sudamericane è seriamente messo in discussione.

Lesbo peggio di Gaza

Un campo degli orrori, questa è oggi Lesbo. “La prigione della Grecia”, come titola l'articolo-reportage del Washington Post sull'inferno dei rifugiati dimenticati e abbandonati dall'Europa. Spenti i riflettori sulla crisi che tra il 2015 e il 2016 mise a dura prova la tenuta dell'Ue, sull'isola del Mar Egeo oggi vivono più di 8mila persone. Più di 5mila nel solo campo di Moria, il principale. Costruito per ospitarne al massimo 2.300. Un'umanità dolente che vive in “condizioni orribili”, ma che secondo Griff Witte nasconde un piano preciso riconducibile a una sola parola: deterrenza. Secondo gli operatori umanitari, amministratori locali e attivisti per i diritti umani “le pessime condizioni non sono un caso, ma piuttosto il risultato di una deliberata strategia europea per tenere lontani rifugiati e immigrati”. E il messaggio che si vuole inviare è chiaro, sottolinea Eva Cossé, ricercatrice greca di Human Rights Watch, “non venite qui o resterete bloccati su quest'isola orribile per i prossimi due anni”.

L’inviato del quotidiano statunitense ricorda che dopo l’accordo sui respingimenti firmato nel marzo del 2016 tra Ue e Turchia, gli arrivi sulle coste greche sono crollati drasticamente. Ciò che invece non ha funzionato è stata la politica dei ricollocamenti, osteggiata dai Paesi dell'Est: “Il primo ministro ungherese Viktor Orban è stato trattato come un paria perché per lui i richiedenti asilo erano in realtà invasori musulmani. Ma a distanza di due anni è la visione di Orban che ha vinto in Europa”. I funzionari inviati da Bruxelles, denuncia il sindaco di Lesbo, non fanno nulla per migliorare le condizioni di vita dei disperati che vivono nei vari campi. Così come non esiste un piano per il loro trasferimento sulla terra ferma. Ma l’Ue non ci sta a farsi carico di tutte le responsabilità e punta il dito contro il governo greco. Uno scaricabarile che lascia nel limbo migliaia di disperati.

Una testimonianza raccolta dal Washington Post dà il quadro della situazione meglio di mille parole. Ahmed al-Kilani fuggito da quell'inferno senza fiamme che è Gaza è rinchiuso a Moria. Dove non si capacita delle condizioni in cui si trovano anziani e bambini, al punto da confessare di aver nostalgia del suo paese, che secondo lui è “un posto migliore”.

Londra chiude i conti correnti dei clandestini

La lotta all'immigrazione illegale passa anche attraverso la stretta bancaria. Almeno in Gran Bretagna. Nei giorni scorsi il governo di Londra ha inviato agli istituti di credito una lista di persone residenti illegalmente nel Paese chiedendone l’immediata chiusura dei conti correnti. La direttiva è stata firmata dalla sottosegretaria all'Immigrazione Caroline Nokes, appena nominata nel governo dopo il rimpasto fatto da Theresa May la scorsa settimana. “Non chiuderò gli occhi – ha spiegato la neo-ministra - su quanti abusano del sistema, perché si tratta di gente che spinge al ribasso i salari e mette in difficoltà i nostri servizi pubblici”. L’ordine impartito a banche e casse di risparmio mira a espellere dal Paese almeno 6mila clandestini e fa seguito all'introduzione di regole restrittive simili in materia di affitti. Una misura quella sui conti correnti che ha spinto, però, il Ministero dell’Interno a una precipitosa spiegazione, riferisce il Guardian. Dalla stretta bancaria, infatti, sono esclusi i rifugiati, i richiedenti asilo e tutti gli immigrati che hanno dei ricorsi in atto. Una precisazione che non ha evitato le critiche al governo da parte di Ong e associazione che si occupano di immigrati. Il legale rappresentante del Joint Council for the Welfare of Immigrants ha sottolineato come la direttiva sulla chiusura dei conti correnti “esponga queste persone a un rischio ancora maggiore di sfruttamento”, e spalanchi le porte a un’economia sommersa fatta solo di lavoro nero.

In Italia gli immigrati cristiani sono più numerosi dei musulmani

Contrariamente a quanto pensa la maggioranza degli italiani, nel nostro paese tra gli oltre 5 milioni di immigrati, quelli cristiani sono più numerosi di quelli musulmani:  2.670.000 (52,2%) contro 1.641.800 di musulmani (32,5%). L'Islam rappresenta una componente importante nel panorama religioso italiano, ma non certo predominante, come invece certa propaganda spinge a credere. Tra gli immigrati, dunque, i cristiani sono oltre il 50% e tra essi gli ortodossi, in maggioranza provenienti dall'Europa dell'est, sfiorano il 30% del totale, ovvero 1 milione e mezzo di persone. Per i musulmani, invece, a differenza delle componenti cristiane, il Dossier non cita i gruppi religiosi (sunniti, sciiti, kharigiti, idabiti, alawiti ecc.), parlando genericamente di Islam.

Le religioni degli immigrati in Italia

Ortodossi:                           1.505.000      29,9%

Cattolici:                                 910.600       18,0%

Protestanti:                            216.800         4,3%

Altri cristiani:                         38.300          0,8%

Musulmani:                          1.641.800      32,5%

Ebrei:                                             4.600          0,1%

Induisti:                                    150.800          3,0%

Buddhisti:                                 113.900           2,3%

Altre religioni orientali:        81.200          1,6%

Atei e agnostici:                     234.700          4,6%

Religioni tradizionali:           59.000          1,2%

Altri:                                              86.400           1,7%

Totale:                                     5.043.100     100,0%

Fonte: Rielaborazione su dati Cesnur

Immigrazione, dal summit Med 7 sfida a Visegrad

Allineati e compatti per una migliore gestione dei flussi migratori. Il summit Med 7, la riunione dei capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Europa del Sud, ha serrato le fila proponendo una linea comune in grado di contrastare la posizione del Gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia) da sempre ostile all’apertura delle loro frontiere agli immigrati. Nella dichiarazione finale del vertice tenuto a Villa Madama, sotto la presidenza del governo italiano, i leader dei 7 Paesi del fronte mediterraneo si sono impegnati “a una maggiore condivisione del peso della gestione dei flussi migratori”, indicata come “sfida fondamentale per l'Unione Europea nei prossimi anni”. Nel documento, sottoscritto da Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Malta e Cipro, si legge: “I Paesi del Sud dell'Europa sono particolarmente interessati e coinvolti dal fenomeno dal momento che rappresentano la prima linea dei confini esterni dell'Unione. Il nostro ruolo fondamentale e il peso della protezione di questi confini deve essere condiviso”. E proprio su una maggiore condivisione del problema puntano i Paesi del Med 7, ricordando che essi pur rappresentando un quarto della popolazione contribuiscono per oltre il 40% al bilancio dell’Ue.

Macron a Roma discute di immigrazione ma a Parigi i suoi litigano

L’immigrazione complica i sogni di gloria di Macron. L’attivismo del capo dell’Eliseo impegnato in campo internazionale a riconquistare quella grandeur francese un pò appannata con le ultime due presidenze, rischia, infatti, un brusco stop in patria. La causa? La nuova legge su “immigrazione e asilo”, che sta mettendo a dura prova La République En Marche. Il partito costruito da Macron alla vigilia delle presidenziali e che ha poi vinto anche le successive legislative. Una formazione, nata dall’assemblaggio trasversale di pezzi della sinistra socialista e della destra gollista e che oggi, proprio sull’immigrazione, rischia di sgretolarsi.

La nuova legge dovrebbe essere approvata dal Consiglio dei Ministri entro febbraio per poi approdare in Parlamento ad aprile. Sebbene i contenuti siano ancora tutti da definire il dibattito in Francia, si è fatto incandescente. Il capo dell’Eliseo, infatti, non ha mai nascosto la volontà di rendere più stingenti i criteri per la concessione dell’asilo e, poiché “non si possono accogliere tutti”, di usare il pugno duro con gli immigrati irregolari. Una prima avvisaglia si è avuta lo scorso dicembre con la circolare del ministro dell’Interno Gérard Collomb che, di fatto ha imposto il censimento dei migranti privi di documenti direttamente nei centri di accoglienza. Immediata la levata di scudi delle Ong, ma anche dell’ala sinistra de La République En Marche. Tensioni che hanno messo in fibrillazione un gruppo di parlamentari che si è rifiutato addirittura di incontrare il ministro dell’Interno. Mentre è ancora alta l’eco dell’attacco a Collomb arrivato dalla deputata “ribelle”, Sonia Krimi, che ha definito “i centri di detenzione indegni della nostra Repubblica”.

Per smorzare questo malessere montante si è mobilitato anche il primo ministro Édouard Philippe che ha convocato i deputati della maggioranza, promettendo di spiegare la nuova legge in un vademecum di 40 pagine che sarà inviato nei prossimi giorni. Ma per sminare il campo da possibili imboscate, il quotidiano Le Monde avanza la tesi che presidente e governo abbiano deciso di sdoppiare lo scottante dossier. Ovvero la parte internazionale è stata avocata dal primo che da ieri è a Roma impegnato in una due giorni per il vertice dei Paesi dell’Europa del Sud e un bilaterale con il presidente Mattarella. E a seguire martedì prossimo si recherà a Calais, città-simbolo dei tanti disperati che tentano di attraversare con ogni mezzo la Manica, in vista del vertice franco-britannico del 18 gennaio. A Philippe e Collomb è rimasta, invece, l’appendice nazionale e il difficile compito di mediare tra le due anime del partito. Per portarlo unito a votare la nuova legge che renderà la Francia forse più sicura ma anche meno accogliente.

Le 10 crisi umanitarie del 2017 da non dimenticare

Sono almeno dieci le crisi umanitarie che il 2017 ha lasciato in eredità al 2018. A metterle in fila è stata l’Agenzia di stampa svizzera Irin.

Si parte dalle Siria, al suo settimo anno di guerra. Con il ritiro in buon ordine delle potenze occidentali, Bashar al-Assad , grazie a Russia e Iran, resta saldamente al potere. Il Paese ormai ridotto a un cumulo di macerie, continua a non conoscere pace e fare i conti con un crescente numero di sfollati: oltre 6 milioni interni e 5,5 milioni all'estero.
Non va meglio in Yemen, dove da oltre 2 anni e mezzo si combatte una “guerra per procura” tra Arabia Saudita e Iran. Su circa 29 milioni di abitanti, 8,4 milioni sono alla fame, 400.000 bambini soffrono di grave malnutrizione e oltre 5.500 civili sono stati uccisi. Senza contare la grave epidemia di colera che lo scorso anno ha ucciso 2.226 yemeniti e infettato quasi un milione.
Dall'elenco non manca l’Afghanistan, devastato da quasi 20 anni di guerra. Lo scorso agosto, le Nazioni Unite hanno dichiarato “conflitto attivo” la nuova escalation militare messa in atto dai talebani contro il governo centrale, sempre più debole.
Naturalmente la Libia è uno dei Paesi che desta più preoccupazione. Il “gigantesco carcere dell’Africa”, così lo definisce Irin, per il milione di immigrati bloccati nei centri di detenzione.
Dopo un anno catastrofico in cui più di 655 mila persone sono state cacciate dallo stato di Rakhine in Myanmar, è difficile immaginare per la minoranza Rohingya un 2018 peggiore. Ma, con quasi un milione di rifugiati stipati in campi sovraccarichi nel sud del Bangladesh, quella dei Rohingya non è l’unica crisi umanitaria del Myanmar, ricorda l’Irin. In Myanmar, infatti, sono operativi numerosi gruppi armati, impegnati in una miriade di conflitti etnici, e che ogni anno causano vittime e profughi.

La Repubblica democratica del Congo si appresta a diventare il detonatore di una crisi che può coinvolgere l’intero continente africano. Dopo la decisione del presidente Joseph Kabila di rinviare di un anno le elezioni previste nel 2017, al solo scopo di mantenere il potere, il malcontento popolare è aumentato e le violente manifestazioni dei giorni scorsi hanno causato la morte di diverse persone. I combattimenti nella regione del Kasai hanno fatto registrare più di 3 mila vittime. L’ondata di violenza ha costretto oltre 1,7 milioni di persone a lasciare le proprie case. Nel 2018 più di 13 milioni di persone avranno bisogno di assistenza e protezione umanitaria.
Il Sud Sudan, la più giovane nazione africana nata dopo una lunga guerra civile contro il regime di Khartoum, dal 2013 è preda di un violento e sanguinoso conflitto etnico. La comunità internazionale, è l’analisi dell’agenzia Irin, non ha gli strumenti e la voglia per raggiungere un accordo di pace ampio e sostenibile. Ciò significa che altri rifugiati si uniranno agli oltre due milioni che hanno già lasciato il Paese.
Ci sono molte ragioni per cui la Repubblica Centrafricana è stata ufficialmente dichiarata nel 2017 “la nazione più infelice del mondo”. Si può iniziare dall'aumento del 50% del numero di sfollati, dai due milioni di persone affamate o dal mezzo milione che ha deciso di fuggire dal Paese. Dilaniato da quattro anni di guerra civile, tra ribelli islamici e gruppi armati cristiani, che né un governo debole né una missione delle Nazioni Unite riescono a contenere.
Restando in Africa a preoccupare è anche l’incandescente situazione del Camerun. Il Paese è diviso in due: la regione francofona, la più estesa e con in mano le leve del comando, e quella anglofona, che conta un quinto della popolazione ma è completamente emarginata da politica ed economia. E proprio le proteste della comunità anglofona contro il presidente Paul Biya, al potere da 35 anni, rischiano di trasformarsi in una nuova guerra civile.

Ultimo ma non meno importante il Venezuela di Maduro. La crisi umanitaria ha già prodotto un’emergenza sanitaria, una diffusa malnutrizione infantile e la fuga di un milione di persone.

Se le nigeriane confondono la prostituzione con la mobilità sociale

La tratta delle nigeriane è davvero solo sfruttamento? Mettendo da parte il politicamente corretto e analizzando alcuni studi sul fenomeno, in verità qualche dubbio affiora. Non sono in discussione i dati che certificano una realtà drammatica. Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), nel giro di tre anni gli sbarchi Italia di giovani nigeriane sono aumentati del 600 per cento, passati dai circa 1.500 del 2014 agli oltre 11 mila del 2016. Incremento continuato anche nei primi sei mesi del 2017. Cifre che documentano storie di sfruttamento e violenza, perché oltre l’80% di esse è destinato al mercato della prostituzione in tutta Europa. Donne, spesso minorenni, vittime di raggiri, ostaggio delle maman, dei riti voodoo e dei debiti da ripagare, il tutto gestito dalla potente mafia nigeriana, che nel nostro Paese ha scalato in fretta le vette del potere criminale. Tutto terribilmente vero, eppure non sempre si tratta di costrizione o “scelta non consapevole”.

Un fenomeno ben indagato dal dossier del 2015 dell’EASO, “Nigeria: la tratta di donne a fini sessuali”, che ne fa risalire l’origine agli anni ‘80 del secolo scorso, quando in Europa giunsero le prime immigrate nigeriane, soprattutto da Benin City, capitale dello stato di Edo, spinte a lasciare il loro Paese stremato dalla crisi debitoria del 1979 e dalle fallimentari ricette di risanamento imposte dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale. “Le donne dello Stato di Edo – si legge nel rapporto - sono state la prima generazione di prostitute nigeriane in Italia, dove erano arrivate per raccogliere pomodori ma sono poi finite sui marciapiedi. Alcune sono tornate nel loro Paese ricche e sono diventate esempi di successo”. La necessità, o la costrizione, di aiutare le famiglie d’origine, hanno fatto il resto.

Non è un caso che dalla Nigeria, il Paese più popoloso e più ricco dell’Africa, partano più donne che uomini. Così come documentato anche dalla ricercatrice tedesca Katrin Kastner nel suo “Movingrelationships:family ties of Nigerianmigrants on their way to Europe” del gennaio 2010. Nelle interviste raccolte tra le immigrate nigeriane lungo la rotta che collega il Marocco alla Spagna, tutte dichiarano di aver scelto di partire, perché alla ricerca di una vita migliore per se stesse e per la loro famiglia o clan d’origine. Le ragazze e donne nigeriane, scrive l’accademica tedesca, “erano consapevoli del fatto che avrebbero lavorato come prostitute, ma aspiravano a migliorare la loro vita e quella della loro famiglia”, e comunque, sottolinea Kastner, “non appartenevano ai più poveri tra i poveri, bensì al ceto medio-basso”. Anche in questo caso per l’85% si tratta di ragazze originarie di Benin City con un’età media compresa tra 18-20 anni. Sebbene nello stato di Edo la prostituzione non sia considerata “un lavoro moralmente accettabile”, le famiglie che ricevono denaro sono disposte a chiudere un occhio sulle attività svolte dalle loro figlie, sorelle e madri in Europa.

Di fatto in Nigeria la prostituzione all’estero è stata “normalizzata”, essa viene infatti dipinta perfino come un’attività “glamour”, che consente ai parenti rimasti in Nigeria di sfoggiare abiti e accessori griffati, case nuove e oggetti hi-tech, tutti status symbol di chi “ce l’ha fatta”, senza porsi, ipocritamente, la domanda “come?”. Molte ragazze dell’Edo – si legge nel dossier dell’EASO – “si sottopongono volontariamente alla tratta e sanno, prima di partire, che devono lavorare duramente per 2-3 anni come prostitute per pagare il debito contratto sperando, una volta estinto, di poter finalmente cominciare a guadagnare per sé e per la propria famiglia”. Nel saggio della Kastner, le donne nigeriane coinvolte nella tratta a fini sessuali vengono descritte così: “Né vittime puramente passive, né attori esclusivamente creativi, sono entrambe le cose contemporaneamente”. Donne che il più delle volte, però, ignorano quale incubo sia finire nel racket della prostituzione.

Immigrazione, scontro Macron-Ong

La nuova legge su “immigrazione e asilo”, che Macron dovrebbe presentare all’Assemblea nazionale il prossimo aprile, agita la Francia. Sebbene il contenuto sia sconosciuto ai più, il testo preoccupa le associazioni di volontari che si occupano di assistenza agli immigrati, che da mesi denunciano l’atteggiamento repressivo del governo e i comportamenti violenti delle forze dell’ordine. Un déjà vu, almeno per noi italiani, dello scontro che nei mesi scorsi ha visto le Ong attaccare a testa bassa la politica di contrasto agli sbarchi del ministro dell’Interno Minniti. Che oggi si ripropone con la stessa violenza verbale anche a Parigi. Il dibattito che si aperto in questi giorni è incentrato sull’intransigenza di Macron nei confronti degli immigrati clandestini, che, prima ancora dell’annunciata legge, è finito sotto il fuoco di fila delle associazioni umanitarie per la recente circolare del ministro dell’Interno francese,Gérard Collomb. In sostanza un giro di vite sui respingimenti, con i Prefetti chiamati ha istituire delle “squadre mobili” da inviare nei centri di accoglienza gestiti dalle organizzazioni di volontariato per identificare gli occupanti e a seconda che si tratti di rifugiati, richiedenti asilo o clandestini indirizzarli presso le strutture competenti.

Contro questa disposizione sono insorte le associazioni - tra cui Emmaus, Cimade, la Fondazione Abbé Pierre - che denunciano, oltre ad una “violazione di spazi privati”, anche “un attentato ai diritti fondamentali delle persone straniere”, perché così, a loro dire, “l’accoglienza viene sviata dal suo scopo iniziale e utilizzata come strumento per controllare i flussi migratori”. La “Federazione degli attori della solidarietà” si è anche rivolta al Difensore dei diritti, Jacques Toubon, per tentare di bloccare il censimento nei centri di accoglienza. Il dibattito è incandescente, ma il governo tira dritto. “Non possiamo accoglierli tutti”, continua a ripetere il ministro Collomb, che in un’intervista a Rtl spiega perché la situazione rischia di diventare ancora più “esplosiva”. “La Germania ha negato l’asilo a circa 300 mila persone, e queste – spiega il ministro dell’Interno - ora intendono venire in Francia. È come se dovessimo accogliere una città delle dimensioni di Lione”.

La linea dura di Macron, però, non sembra convincere tutti i parlamentari del suo partito, République en marche. Sul dossier immigrazione, infatti, in molti contestano al presidente uno sbilanciamento a destra. Ancora un altro déjà vu.

I giudici all’Inps: bonus mamme a tutte le immigrate

Il bonus mamme, l’assegno da 800 euro che l’Inps eroga come “premio” per la nascita o l’adozione di un bambino nel 2017, va esteso anche alle donne straniere prive di un permesso di soggiorno di lungo periodo. Lo ha stabilito il Tribunale di Milano, che segue di pochi giorni un analogo pronunciamento del giudice del lavoro di Bergamo. Accogliendo un ricorso presentato da ASGI, APN e Fondazione Piccini, associazioni che si battono per i diritti civili, i giudici milanesi hanno reputato discriminatoria l’interpretazione data dall'Inps alla legge che assegna gli 800 euro a tutte le donne in gravidanza (almeno al settimo mese) tra il 1 gennaio e il 31 dicembre 2017. L'Ente previdenziale, infatti, aveva escluso dal “premio” le immigrate senza permesso di soggiorno di lungo periodo perché, analoga interpretazione, era già stata adottata per il bonus bebè. Di parere opposto i giudici che stanno ribaltando questa impostazione della circolare, chiedendo all'Inps di erogare il bonus anche alle mamme senza carta di soggiorno. Il problema diventa ora economico: la coperta è corta. Senza lo stanziamento di altri fondi sarà difficile dare seguito alle sentenze.