Onu e Trump in rotta di collisione sugli immigrati

“Incompatibile con la nostra politica migratoria”. Poche e lapidarie parole, quelle usate da Donald Trump, per annunciare il ritiro degli Usa dal “Global Compact on Migration”, l’accordo sull’immigrazione delle Nazioni Unite firmato a New York nel settembre 2016 e che la comunità internazionale dovrebbe adottare entro l’ottobre 2018. Che come ricorda oggi Kathleen Newland del Migration Policy Institute aveva rappresentato un passo coraggioso e senza precedenti. Mai prima di allora i Paesi che siedono all’Onu avevano, infatti, affrontato la questione in chiave politica, preoccupati che la polarizzazione nord-sud impedisse il raggiungimento di un’intesa. Con la “Dichiarazione di New York”, invece, la comunità internazionale ha preso un impegno comune per: lottare contro lo sfruttamento, il razzismo e la xenofobia; salvaguardare i profughi in fuga dalla madrepatria; garantire controlli alle frontiere in linea con il diritto internazionale.

Inoltre è stata posta un’attenzione specifica ai bisogni di donne, bambini e delle persone che necessitano di assistenza sanitaria, oltre al riconoscimento e all’incoraggiamento degli apporti positivi degli immigrati e dei rifugiati allo sviluppo sociale dei paesi ospitanti. La “Dichiarazione di New York” stabilisce, inoltre, che: "la cooperazione internazionale e, in particolare, quella tra Paesi di origine, transito e destinazione, non è mai stata così importante. E gli Stati, ammonisce Newland, “non devono sprecare questa opportunità” di trasformare “una visione in un piano concreto”, perché difficilmente ne avranno un’altra in un futuro prossimo venturo.

L’Ue volta pagina sulle quote per i rifugiati

L’Unione europea pensa al superamento delle quote di ripartizione dei rifugiati tra gli Stati membri. Quello che sembrava un tabù, inizia, invece, a farsi strada a Bruxelles.  Secondo il Financial Times, che cita la confidenza di un diplomatico a conoscenza  del dossier, l’Estonia, attuale presidente di turno del Consiglio Ue, è intenzionata a presentare una proposta che miri a superare l’attuale sistema delle quote.  Una scelta dettata dalla realpolitik, visto il fallimento del piano dei ricollocamenti e lo stallo nella discussione sulla revisione del trattato di Dublino. Dopo 18 mesi, preso atto dei mancati risultati su rifugiati e asilo, Tallin potrebbe chiudere il semestre di presidenza con questa novità. Il piano varato nel 2015, per rispondere alle richieste di Italia e Grecia, alle prese con eccezionali ondate di flussi migratori, non è mai decollato. Il blocco dei Paesi dell’Est, in particolare Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, hanno sempre rifiutato di accogliere l’esiguo numero di rifugiati loro destinato, anche in presenza di una procedura d’infrazione promossa da Bruxelles.

Un fallimento annunciato, che West aveva anticipato il 19 maggio del 2015. Ora anche l’Europa ne prende atto. “C’è sempre bisogno di cooperazione – afferma il diplomatico europeo al Financial Times - La realtà dimostra che è necessario trovare un accordo”, il muro-contro-muro non paga. Così a distanza di quasi 2 anni l’Ue potrebbe decidere di voltare pagina, cestinando le quote. Secondo le anticipazioni del quotidiano della City, in caso di nuove emergenze la Commissione europea attiverebbe, in prima battuta, una ripartizione nei singoli Stati in base alla volontarietà espressa, solo in una seconda fase, ma qui siamo nel regno dell’indeterminatezza, verrebbe richiesto il supporto di tutti i Paesi. Il superamento delle quote si sarebbe reso necessario, secondo la fonte confidenziale, anche per sbloccare il dibattito sulla riforma del trattato di Dublino, chiesta a gran voce dall’Italia. E proprio il nostro Paese potrebbe pagare un prezzo ancora più alto che in passato, perché un governo in scadenza, e nel pieno di un’infuocata campagna elettorale,  non avrebbe la forza necessaria a trattare un buon accordo. E il Canale di Sicilia, con il suo carico di disperati, è lì a ricordarcelo.