La Corte di Strasburgo boccia il ricorso di Sea Watch

L’Italia deve garantire l’assistenza ma non lo sbarco dei 34 uomini e 13 minori tratti in salvo dalla Sea Watch il 19 gennaio scorso nel Mediterraneo. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha esaminato il ricorso presentato dalla ong tedesca proprietaria dell’imbarcazione, che batte bandiera olandese. In sostanza per i giudici di Strasburgo il governo italiano non è obbligato ad “aprire” i porti agli immigrati. Nel ricorso presentato dalla Sea Watch il reiterato “no” a far sbarcare le 47 persone salvate in mare veniva bollato come “una forma di illegittima e informale detenzione di fatto, in chiara violazione di quanto stabilito dalla Costituzione italiana e dalla Convenzione Europea per i Diritti dell'Uomo sull'inviolabilità della libertà personale”. Di diverso avviso, invece, la Corte di Strasburgo che di fatto ha legittimato la decisione di Roma. Intanto è di oggi la notizia che dopo due settimane di scontro tra Salvini e l'ong tedesca, 5 Paesi europei (Francia, Germania, Portogallo, Romania e Malta) si sono detti pronti ad accogliere i 47 disperati della Sea Watch, a patto che sbarchino in Italia.

Erdogan l’autoritario chiude un occhio sui passaporti

È sulla vendita dei passaporti a basso prezzo che la Turchia di Erdogan punta per tirarsi fuori dai crescenti guai della sua economia. La frenata della produzione sommata alla svalutazione della lira turca, che in un anno ha perso più del 40% del suo valore, hanno infatti indotto Ankara ad “abbassare” le tariffe dei certificati necessari per ottenere la cittadinanza. Che oggi, riporta il Financial Times, vanno a ruba soprattutto in Medio Oriente. Secondo le nuove regole, entrate in vigore 4 mesi fa, contro i 3 milioni di un tempo adesso uno straniero può diventare cittadino con soli 500.000 dollari in Bond o depositando lo stesso importo in una banca. Ma esiste anche un’alternativa più economica: l’investimento immobiliare la cui soglia è stata ridotta da 1 milione a 250mila dollari. Un tentativo, quest’ultimo, per cercare di rivitalizzare il settore delle costruzioni in profonda crisi dopo essere stato per decenni il driver dell’economia del Paese. Il business dei “golden visa”, ad onor del vero, non riguarda solo la Turchia visto che di esso, a partire dalla crisi del 2008, hanno abusato anche molti Stati dell’UE. Tanto è vero che negli ultimi 10 anni, stima il Global Witness e Transparency International, la vendita di passaporti ha fruttato all'economia comunitaria non meno di 25 miliardi euro. Un mercato tutt'altro che trasparente in cui si annidano evasione fiscale, riciclaggio di denaro sporco e frodi. Cosa che ha indotto Bruxelles a tirare il freno e di cui Ankara cerca oggi di approfittare. Perché se è vero che un passaporto Ue ha un valore assai superiore a quello del Paese della mezzaluna, è anche vero che in questo caso vale come non mai il detto “a caval donato non si guarda in bocca”.

Gli sgomberi sono un problema anche a Parigi

La periferia nord di Parigi trasformata in una nuova Calais. Nel corso degli anni accampamenti di immigrati irregolari sono sorti soprattutto nel comune di Saint-Denis. Almeno 2.200 persone, provenienti soprattutto da Afghanistan, Sudan, Somalia ed Eritrea, vivrebbero in questi campi. Il degrado e le crescenti tensioni sociali hanno spinto la prefettura della capitale ha organizzare “operazioni protette”, ovvero gli sgomberi delle tendopoli cresciute a dismisura lungo Canal Saint-Denis tra Porte de la Villette e Porte d’Aubervilliers. Lo smantellamento, scrive Le Monde, è iniziato lo scorso 22 gennaio e le autorità parigine hanno messo a disposizione 1.200 strutture per ospitare, fino alla fine dell’inverno, questi disperati. Una soluzione tampone, denunciano le associazioni di volontariato, che non risolve il problema. Perché i posti messi a disposizione dalle autorità sono insufficienti, si stima, infatti, che una persone su due rimarrà fuori dai centri di accoglienza e poi perché si tratta di una soluzione temporanea, che non affronta il problema alla radice. È dagli inizi degli anni 2000 che la periferie a nord-est della capitale ospita accampamenti abusivi di afghani. Ma la situazione si è fatta insostenibile dopo l’estate del 2014 con l’inizio della “crisi migratoria”. Da allora tendopoli sono spuntate un po’ ovunque. E ogni volta che il governo ne ordina lo smantellamento dopo qualche giorno ricompaiono. Emblematico il caso dell’accampamento di Camp Millénaire che nell’arco di 2 anni è stato sgombrato 35 volte.

Un Congresso così darà filo da torcere a Trump

Dopo le elezioni di Midterm del novembre scorso il 13% dei parlamentari del 116° Congresso Usa è composto di rifugiati e immigrati. È questo quanto emerge dall'ultima pubblicazione del Pew Research Center secondo cui sono immigrati o figli di immigrati 52 deputati e 16 senatori. Tra questi 57 sono democratici, 10 repubblicani, e uno (il senatore Bernie Sanders del Vermont, figlio di padre polacco) indipendente. Da notare che la super-democratica California ne ha eletti 19. Sfogliando la ricerca veniamo a sapere che il 32% di deputati e senatori è di origine europea, il 22% latinoamericana, 19% asiatica e il 18% caraibica. Mentre quelli provenienti o discendenti da Medio Oriente, Nord Africa e Africa sub sahariana non superano i l 10%. In questo panorama multietnico del nuovo Parlamento a Stelle e Strisce la figura di maggiore spicco è quella di Ilhan Omar, la prima parlamentare musulmana che ha fatto ingresso alla Camera con il velo. Rifugiata somala è arrivata negli Stati Uniti a 14 anni, dopo averne passati 4 in un campo profughi in Kenya. Diventata cittadina americana nel 2000, a novembre il Minnesota l’ha eletta sua rappresentante al Congresso.

Aumentano i rimpatri alla tedesca

"Chiudiamo gli aeroporti come abbiamo chiuso i porti". Era l’ottobre scorso quando il ministro dell’Interno Matteo Salvini minacciava di non far atterrare i voli charter organizzati dal governo tedesco per riportare in Italia gli immigranti che avevano fatto richiesta di protezione internazionale nel nostro Paese e si erano poi spostati in Germania. A distanza di 4 mesi i numeri raccontano, però, un’altra realtà. E cioè che la quota di "dublinanti" espulsi da Berlino è passata dai 7.102 del 2017 agli 8.658 del 2018. E sorpresa nella sorpresa, più di un terzo sono stati rispediti proprio in Italia. Lo scrive la Süddeutsche Zeitung in base al rapporto del Ministero dell’Interno in risposta a una interrogazione parlamentare del partito Die Linke. Le espulsioni di massa dalla Germania, dunque, avvengono in prevalenza verso il nostro Paese, mentre l'Ungheria del sovranista Orbàn continua a rifiutare di riaccogliere i rifugiati, in aperta violazione dei trattati internazionali. A stupire però è l’intransigenza di Atene che ha preso solo cinque "dublinanti" e respinto migliaia di richieste per ragioni "per lo più infondate", lamenta il governo federale. Secondo i dati delle autorità tedesche, infatti, la metà degli immigrati da espellere proviene proprio dalla Grecia.

Il mercato dei visti d’oro in Europa

Non ci sono leggi sull'immigrazione che tengano visto che si può ottenere un passaporto europeo pagando. Una pratica, quella dei cosiddetti “golden visas” (visti d’oro), che non riguarda solo il Vecchio Continente. Di certo è che esso, al pari di tanti paradisi fiscali caraibici, ha pensato bene di fare cassa con gli ingressi facili. Un fenomeno, esploso con la crisi del 2008, che ora la Commissione europea, forse tardivamente e con armi spuntate, tenta di frenare. Per la semplice ragione che dietro i sistemi dei “golden visas” spesso si celano forme di riciclaggio di denaro, truffe, evasione e corruzione. Ma come scrive il Financial Times l’esecutivo comunitario per il momento ha scelto di limitarsi a semplici raccomandazioni.

Eppure il “mercato” dei visti nasconde scenari inquietanti . Come ricorda il quotidiano della City l’iniziativa di Bruxelles fa seguito allo scandalo che l’anno scorso ha travolto la Danske Bank. La cui filiale estone è accusata di aver riciclato denaro per 200 miliardi di euro e che vede coinvolti anche familiari del presidente russo Putin. Questo il dato di cronaca più eclatante. Ma Secondo una ricerca del Global Witness and Transparency International i negli ultimi 10 anni, in cambio di sostanziosi investimenti, i partner dell’ UE hanno incassato 25 miliardi di euro circa rilasciando permessi di residenza o addirittura certificati di cittadinanza. Vediamo esattamente come stanno le cose: sono 4 i Paesi che vendono passaporti (Austria, Bulgaria, Cipro, Malta); 13 quelli che offrono permessi di soggiorno a investitori stranieri (Austria, Cipro, Lussemburgo, Malta, Grecia, Lettonia, Portogallo, Spagna, Irlanda, Gran Bretagna, Bulgaria, Paesi Bassi e Francia). Una vera e propria industria della cittadinanza. E gli oligarchi russi e i nuovi ricchi cinesi sono stati i maggiori beneficiari. A buon intenditore poche parole…

Il Regno dove regnano le rimesse

Le rimesse degli immigrati rappresentano, per i Paesi in via di sviluppo, un “tesoro” irrinunciabile. Ne sa qualcosa un piccolo arcipelago polinesiano: Tonga. Secondo il rapporto 2018 della Banca Mondiale, il 35,9% del Pil del Paese è costituito, infatti, proprio dalle rimesse dall'estero. Si tratta dell’incidenza più alta in assoluto, cosa che gli ha a fatto conquistare il primato in questa speciale classifica, scalzando l’ex repubblica sovietica del Kirghizistan che si ferma al 35,1%. Il Regno di 169 isole, situato nell'Oceano Pacifico conta 109mila abitanti. Molti di più sono, invece, quelli che vivono all'estero. L’emigrazione in questo angolo di Oceania inizia alla fine della Seconda guerra mondiale, ma è nell'ultimo decennio che è esplosa. Colpa del cambiamento climatico e dell’innalzamento del mare che ha spazzato via molti insediamenti costieri e distrutto la sua già fragile economia agricola. Tanto da far crollare anche gli investimenti stranieri che dai 56 milioni di dollari del 2014 sono scesi a 14 del 2017.

Di Maio sull’immigrazione prende lucciole per lanterne

Ma davvero l’invasione di immigrati è colpa del franco CFA? La tesi un po’ bislacca è del vicepremier Luigi Di Maio, che ha ripreso, in realtà, una vecchia battaglia politica di Giorgia Meloni e di gran parte della destra italiana. L’assunto enunciato dal leader 5 Stelle è molto chiaro: la politica neocolonialista della Francia, e quindi di Macron, impoverisce l’Africa aggravando così la crisi migratoria. Dunque le stragi nel Mediterraneo e gli sbarchi sulle nostre coste sono colpa di Parigi. Perché attraverso il franco CFA, moneta utilizzata da 14 Paesi africani (ma non tutti ex colonie francesi), destabilizza l’area subsahariana da dove parte l’esodo dei disperati. Fin qui la cronaca politica degli ultimi giorni. Ma le cose stanno davvero così? Al vicepremier pentastellato sarebbe bastato consultare il sito del ministero dell’Interno (retto dall'altro vicepremier, il leghista Matteo Salvini) per evitare di prendere lucciole per lanterne e dichiarare “guerra” alla Francia. Secondo i dati ufficiali, infatti, delle 23.370 persone sbarcate in Italia nel 2018 solo il 5%, ovvero 1.064, sono quelli giunti da un Paese dell’area CFA, la Costa d’Avorio. Tutti gli altri per la stragrande maggioranza da Tunisia, Eritrea (ex colonia italiana) e Iraq. Insomma una figuraccia. Ma una volta a Palazzo Chigi non c’era l’Ufficio Studi?

Il passo indietro della Germania sui rifugiati

La Germania fa i conti con la politica delle porte aperte ai profughi. A tre anni e mezzo dalla storica frase “Ce la faremo” pronunciata il 31 agosto 2015 dalla cancelliera Angela Merkel nel tentativo di tranquillizzare l’opinione pubblica spaventata dall'ondata di rifugiati siriani. Grazie alla quale quasi un milione di persone in fuga dall'inferno del Medio Oriente trovò protezione in terra tedesca . E cosa ancor più rilevante oltre 311mila di loro alla fine del 2018 poteva contare su un impiego stabile. Fin qui i successi . Non tutto però è andato nel verso giusto.

Quella accoglienza che aveva stupito l’Europa, è ora un ricordo lontano. Anche in Germania spira forte il vento della xenofobia. E l’avanzata dell’estrema destra ha spinto il governo di coalizione della Merkel ad adottare politiche sempre più restrittive verso immigrati e rifugiati. Come dimostra lo studio sulle modifiche al sistema di accoglienza tedesco elaborato da Federico Quadrelli per Open Migration. La tesi di fondo è che analizzando la riforma della legge sul diritto d’asilo si capisce come la Merkel abbia dovuto cedere alle pressioni dei suoi alleati della Csu bavarese. I cristiano sociali nel tentativo di arginare l’emorragia di voti verso l’estrema destra di Afd hanno condizionato le politiche della cancelliera. Portandola ad adottare quella stretta sui  rifugiati che annulla di fatto lo storico “Ce la faremo”. Con i socialdemocratici (anche’essi al governo) attori silenti e rassegnati all'estinzione (elettorale).

È emergenza nella Lampedusa dei Caraibi

La crisi venezuelana travolge i paradisi caraibici. Che spesso si trasformano in inferno per i rifugiati in fuga dal regime di Maduro. Paradigmatico il caso di Trinidad e Tobago. Lo Stato delle Piccole Antille, a 11 km via mare dalle coste venezuelane, rischia di trasformarsi nella Lampedusa dei Caraibi. Ospita, infatti, il più alto numero pro-capite di esuli dal Venezuela (40 mila). Un boom che ha spinto il governo caraibico ad adottare una durissima politica dei rimpatri forzati, violando, denuncia la rivista online Refugees Deeply, tutte le convenzioni internazionali in materia. I richiedenti asilo vivono, infatti, in un clima di terrore. La legislazione locale non fa distinzione tra rifugiati e immigrati. Di conseguenza, anche la registrazione come richiedente asilo presso l’Unhcr (Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati) non rappresenta una sufficiente protezione legale per quanti sono fuggiti sull'isola.