Crollano gli sbarchi in Europa

Calano gli arrivi di immigrati irregolari in Europa. Sono scesi a 118.900 nei primi dieci mesi del 2008: -33% rispetto allo stesso periodo del 2017, mai così bassi dal 2013. Un calo che, secondo Frontex, è giustificato dal crollo del traffico di migranti nella rotta Italia-Libia: 21.600 (-81%). Solo in parte compensati dall’aumento dei passaggi dal Marocco alla Spagna (45.900, +50%) e dalla Turchia alla Grecia (47.100, +37%). Resta chiusa, invece, la via dei Balcani occidentali (Serbia, Ungheria e Croazia), mentre si è aperta, ma con numeri poco significativi, una rotta parallela attraverso Albania, Montenegro, Bosnia-Erzegovina e Serbia.

Si avvicina lo scontro tra Trump e i caminantes

Un’avanguardia della carovana di immigrati centroamericani è arrivata a Tijuana, città tra Messico e Usa. Un gruppo di circa 400 persone, infatti, ha deciso di staccarsi dal resto dei caminantes e raggiungere in autobus la frontiera americana. Immediata la risposta della Casa Bianca. Che ha spostato in California il grosso dei 7mila militari mobilitati per blindare i confini meridionali. Da martedì al porto di San Ysidro a San Diego sono comparsi filo spinato e barriere. Nelle prossime ore è atteso anche il segretario alla difesa Jim Mattis. Washington, dunque, si prepara al peggio. Il piano dei migranti è, infatti, di presentarsi in massa ai varchi di frontiera e chiedere asilo politico. Una sfida a Trump che solo venerdì scorso ha firmato un ordine esecutivo che sospende per 90 giorni la concessione della protezione umanitaria a chiunque e per qualunque ragione metta illegalmente piede negli Usa.

Intanto il resto della carovana, formata da circa 5mila tra honduregni, guatemaltechi e salvadoregni è giunta a Guadalajara. Dal 12 ottobre, giorno della partenza da San Pedro Sula, in Honduras, ha già percorso più di 2.200 chilometri. Ma la California dista ancora 1.600 chilometri. Nel frattempo il governo messicano è alle prese con due emergenze: una di ordine pubblico e l’altra economica. Infatti, secondo una prima stima i 10 giorni di permanenza della carovana dei caminantes a Città del Messico sono costati alle casse municipali più di 600.000 dollari. Quindi non stupisce il fatto che per evitare di dissanguarsi, i consigli comunali di molte località fanno di tutto per sbarazzarsi il prima possibile dell’ingombrante e costosa presenza di questi strana galassia migrante.

La stretta di Trump non ferma la carovana di immigrati

La carovana di immigrati centroamericani si rimette in marcia verso gli Usa. Dopo una sosta di dieci giorni a Città del Messico, i circa 5 mila originari di Honduras, Guatemala e El Salvador in fuga da criminalità e violenze hanno, infatti, ripreso il loro cammino in direzione Nord. Con un cambio di itinerario.

La destinazione finale non è più lo Stato repubblicano del Texas dove Trump ha schierato 6 mila militari. Ma la California, in maggioranza democratica e in rotta di collisione con l’inquilino della Casa Bianca. Che, intanto, contro gli immigrati che si avvicinano al confine, oltre alle armi, ha affilato anche le norme sull’asilo. Firmando, ieri l’altro, un ordine esecutivo che nega agli immigrati irregolari la possibilità di chiedere asilo negli Stati Uniti.

La rotta balcanica quest’anno è bosniaca

Si riapre la rotta balcanica. Unica novità è che a essere interessato questa volta è un Paese come la Bosnia, fragile e scosso da tensioni etnico-religiose mai sopite. Da mesi, migliaia di persone cercano di sfondare i suoi confini per entrare in Croazia. Di lì nell’Ue, per poi proseguire verso ovest. Le città bosniache di Velika Kladusa e Bihac, dove si stanno concentrando gli arrivi, distano poco meno di 200 chilometri in linea d’aria da Trieste. Che è diventata per molti un vero e proprio miraggio. Per la semplice ragione che rappresenta il punto di snodo per proseguire il viaggio verso Francia, Germania, Spagna, Scandinavia e altre città italiane. Secondo i dati forniti dall’Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) dall’inizio del 2018 gli immigranti che hanno scelto la Bosnia come luogo di passaggio per arrivare in Italia sono stati più di 13.000. Meno dei 20mila stimati dalle autorità locali.
In Bosnia si comincia a parlare di emergenza. Con l'inverno il Paese balcanico rischia, infatti, di dover fronteggiare una pesante crisi umanitaria. I disperati che come fantasmi si aggirano nei campi di fortuna allestiti nelle periferie delle città difficilmente potrebbero sopravvivere ai rigori del gelo balcanico. Di qui l’allarme delle organizzazioni umanitarie che, oltre alla drammatica situazione dei rifugiati, denunciano gravi ritardi organizzativi e la diffusa corruzione delle autorità locali. Per cui c’è da dubitare che gli 8,2 milioni di euro dell’Unione europea per gli interventi umanitari bastino per  migliorare le cose.

Trump tuona ma la carovana sembra fargli comodo

La carovana di migranti in marcia dall’Honduras verso gli Stati Uniti domenica scorsa ha varcato i confini del Messico. In cammino da quasi due settimane, sono più di 7.00 quelli che stazionano nel centro della città di Huixtla (Chiapas). Per Loro c’è ancora molta strada da fare: 1.800 chilometri. Ma nonostante le non poche difficoltà e gli ukase di Trump, questi disperati non sembrano intenzionati a fermarsi né tanto meno a tornare indietro.

Vale forse la pena ricordare che tutto ha avuto inizio il 12 ottobre scorso dal raduno di un gruppo di honduregni alla fermata dei bus di San Pedro Sula (tristemente nota per essere una delle città più violente del mondo). L’intenzione del momento era di provare a varcare i confini della California. Ed è allora però che è successo qualcosa di inaspettato. Perché grazie al tam-tam sui social media la marea di questi disperati si è ingrossata col passare dei giorni. E chilometro dopo chilometro da centinaia sono diventati migliaia. Uomini, donne e bambini che dall’Honduras, Guatemala e El Salvador hanno deciso di unirsi alla carovana della speranza. La più grande di sempre. Al New York Times, che come i grandi media americani segue la marcia in tempo reale, tutti raccontano la stessa storia: privazioni e disperazione. Forti della speranza di poter avere un futuro migliore al Norte. Dove molti loro hanno già un familiare residente. Per questo il loro obiettivo è il confine.

Questo vero e proprio esercito in avvicinamento non poteva non far scattare negli Usa feroci polemiche politiche e finire involontariamente al centro della campagna elettorale per le elezioni di Midterm del prossimo 6 novembre. Ad aprire il fuoco di sbarramento, neanche a dirlo, è stato proprio Trump. Che prima ha minacciato ritorsioni contro i governi del Centromerica accusati di intollerabile lassismo. E poi, fiutando l’aria, ha cambiato spalla al proprio fucile, scagliandosi contro i democratici e la sinistra liberal che, a suo parere, avrebbero sponsorizzato la carovana. Con l'aggravante che, secondo Donald, al suo interno si sarebbero addirittura infiltrati terroristi islamici. Poiché nelle elezioni che lo hanno portato alla Casa Bianca l’immigrazione era stata la vera arma vincente, ha pensato bene di tornare ad utilizzarla. Soprattutto nel timore che le prossime elezioni possano riservargli una brutta sorpresa. A questo punto però, se non temessimo di passare per inguaribili dietrologi, verrebbe da pensare, nonostante le apparenza dicano il contrario, che dietro la carovana ci sia un’abile “manina”.

Giovani immigrati cinesi salvano Chinatown

La Chinatown di New York punta sui millennial immigrati per preservare la sua unicità. Una nuova generazione di sino-americani nata e cresciuta nella Grande Mela sta ripensando il proprio futuro per salvare il quartiere dalla gentrificazione. Ed evitare così lo spopolamento di massa per fare spazio ai nuovi ricchi che inevitabilmente porta, non solo all'aumento degli affitti, ma anche alla drastica trasformazione dell’identità del posto. Un fenomeno che ha già cancellato molti quartieri popolari di Manhattan a Brooklyn, e che ora minaccia l’ultima roccaforte etnica nel cuore della città.

La risposta della comunità immigrata cinese, come scrive il quotidiano americano The Atlantic, è semplice e allo stesso tempo rivoluzionaria. Passare ai figli il testimone degli affari di famiglia. La narrazione vuole che per gli immigrati di seconda generazione il riscatto sociale passi attraverso un’istruzione di livello elevato per poter poi intraprendere carriere di alto profilo. Nella Chinatown di New York, invece, i figli di molti commercianti stanno facendo una scelta diversa: rimanere nel negozio di famiglia. Senza però rinunciare agli studi. Le sei storie che raccontate da The Atlantic sono paradigmatiche del fenomeno in atto. Sei giovani imprenditori di origine straniera, tutti universitari o già laureati, che hanno deciso di mettere le loro competenze linguistiche e tecnologiche al servizio dell’attività familiare. Diventando prima di tutto i traduttori del negozio, perché il maggiore handicap dei genitori è proprio la scarsa o nulla conoscenza dell’inglese. Da bravi nativi digitali stanno inoltre imprimendo una svolta smart agli affari. Consapevoli che solo con la tecnologia queste piccole imprese possono sperare di sopravvivere.

Sbarchi in calo in Italia, la nuova meta è la Spagna

In base agli ultimi dati di Frontex , con 110mila arrivi nei primi 9 mesi del 2018, l’Europa registra un piccolo ma significativo calo degli sbarchi, che, con un meno 80%, diventa un vero e proprio crollo nel caso dell’Italia. Lo scorso settembre lungo le quattro principali rotte del Mediterraneo (occidentale, centrale, orientale) e dei Balcani, gli arrivi nel Vecchio Continente sono stati in totale 12.900 (il 21% meno rispetto allo stesso mese del 2017).  Un quadro generale che però presenta luci e ombre. Visto che dopo la chiusura della rotta centrale, la pressione migratoria dall’Italia si è pesantemente e stabilmente diretta verso la Spagna.

Infatti, da gennaio sono non meno di 35.500 gli immigrati sbarcati sulle coste spagnole, più del doppio rispetto al 2017. Nel solo mese di settembre gli arrivi in Spagna sono stati 6.500, metà di tutti quelli registrati in Europa. Segno che al momento la rotta del Mediterraneo occidentale è la più attiva. Un quadro opposto, invece, in Italia dove dall’inizio dell’anno gli arrivi sono fermi a quota 20.900, con un calo, appunto, dell’80%. In chiaroscuro la situazione lungo la rotta del Mediterraneo orientale, dove, sebbene nell’ultimo mese gli arrivi siano calati del 25%, dall’inizio dell’anno il flusso è però aumentato del 40%. Sono, infatti, 40.300 gli immigrati giunti finora in Grecia, soprattutto attraverso il confine terrestre con la Turchia. Bloccata, invece, la rotta dei Balcani.

Avanza dalla Baviera l’anti-populismo verde

E se fossero i Verdi la vera sorpresa delle elezioni di domenica prossima in Baviera? L’unica cosa certa è che le urne terremoteranno il panorama politico del Land più ricco e popoloso della Germania. Data ormai per scontata la batosta della Csu, il partito gemello della Cdu della Merkel, quello che più temono Berlino e Bruxelles è la possibile affermazione dell’estrema destra xenofoba di AfD. Cosa che confermerebbe la tendenza dilagante in Europa, come dimostrano gli ultimi esiti elettorali in Italia e Svezia. Insomma il vento del “cambiamento” spira forte anche in Baviera. Con una novità. Perché in base agli ultimi sondaggi a gonfiarsi potrebbero non essere solo le vele dei populisti, ma anche quelle degli ambientalisti.

Dismessi i panni del partito anti-sistema, infatti, i Verdi si sono stabilmente collocati nel centrosinistra. E in controtendenza dal mainstraem nazionalista si professano orgogliosamente filoeuropei, pro-immigrati e strenui difensori dell’ambiente. E grazie a una leadership giovane e rinnovata, stanno crescendo nei consensi anche in una regione conservatrice come la Baviera. Non è un caso, infatti, che, come testimonia un lungo reportage del quotidiano americano The Atlantic, la loro campagna in favore dei rifugiati non sembra affatto averli penalizzati. Anzi. Tanto è vero che nel Land dove maggiore è stata la pressione dei flussi di profughi durante la crisi del 2015-2016, “l’invasione degli stranieri” non è percepita come il primo dei problemi. Se fosse confermato il 18% che i sondaggi attribuiscono loro, i Verdi diventerebbero il secondo partito della regione, erodendo consensi sia ai socialdemocratici della Spd, ormai in caduta libera all’11%, sia alla Csu. Che pagherebbe la disaffezione del suo tradizionale elettorato moderato a causa della svolta xenofoba voluta dal suo leader, il ministro dell’Interno Seehofer. Una virata a destra che costerebbe cara alla Csu, visto che secondo le ultime proiezioni passerebbe dal 48% di 5 anni al 33%. Confermando una doppia emorragia di voti: a sinistra verso i Verdi a destra verso Alternative für Deutschland (data al 10%). In attesa che i nove milioni di elettori dicano la loro, l’unica cosa certa è che da lunedì la Baviera nulla sarà più quella di prima.

La crociata anti-clandestini diventa un boomerang per Trump

Un’eccezionale ondata di immigranti dal Guatemala rischia di travolgere la diga voluta ed eretta da Trump sul confine meridionale. Costringendo la sua amministrazione a fare i conti con le contraddizioni e punti deboli della crociata anti-stranieri voluta dalla Casa Bianca. Un esempio fra tutti: il rilascio in massa dei disperati fermati al confine con il Messico.

Partiamo dai fatti. L’Arizona è l’epicentro di tanto terremoto. Perché, come riferisce il Washington Post, un improvviso picco di arrivi ne sta mandando in tilt i centri di detenzione. In conseguenza dell’aumento esponenziale delle famiglie centroamericane, in particolare del Guatemala, che in queste ultime settimane stanno tentando di entrare illegalmente negli States. Da sottolineare che se anche il Dipartimento della sicurezza nazionale non ha pubblicato il numero dei clandestini fermati a settembre, ma da molti indicatori emergerebbe che esso è superiore ai 13mila di agosto.

Ma oltre allo “schiaffo” politico in arrivo alla Casa Bianca, c’è un altro aspetto di quanto sta avvenendo sul quale fare chiarezza. Il business dei clandestini vale troppo e non sarà certo un “muro”, per quanto alto e possente, a bloccarlo. Una falla c’è sempre. E oggi è l’Arizona. L’ondata di arrivi senza precedenti di famiglie centroamericane nei deserti del sud dello Stato non è casuale. Le organizzazioni criminali hanno, infatti, aperto questo nuovo canale perché sanno bene che l’Arizona, a differenza del Texas, non ha sufficienti centri di detenzione per tenere uniti genitori e bambini. E così liberi tutti. Con buona pace per Trump.

Il Guatemala guida l’esercito dei clandestini verso gli Usa

Non sarà una campagna di informazione a  scoraggiare i clandestini che partono dal Centro America verso gli Stati Uniti. Lautamente finanziata da Washington, la propaganda che mette in guardia dai pericoli dei viaggi verso Nord non attecchisce tra i disperati che fuggono da fame, povertà e violenza. Anzi, come nel caso del Guatemala, fa molta più presa la “controinformazione” dei contrabbandieri di uomini. Un reportage del New York Times spiega perché non saranno dei cartelloni pubblicitari o spot su radio e tv ad arrestare questo esodo di massa da una delle aree più povere e violente al mondo.

Ogni anno da Guatemala, El Salvador e Honduras 500mila persone attraversano il confine meridionale del Messico nel tentativo di raggiungere gli States. Un viaggio pericoloso, che spesso vede i migranti vittime di uccisioni, rapimenti, violenze sessuali, sparizioni. O nel caso migliore, detenuti per lunghi periodi nei centri di identificazione per essere poi espulsi dagli Usa. Un’odissea ben conosciuta e che non scoraggia dal mettersi in marcia. Anzi nonostante le politiche restrittive dell’amministrazione Trump, il numero di attraversamenti illegali del confine Usa-Messico nell'ultimo anno è aumentato, come dimostra l'escalation degli arresti. Ma il dato che più ha colpito i funzionari americani è il numero di guatemaltechi fermati, circa 43mila in 9 mesi. Il più alto tra tutte le altre nazionalità. Eppure in tutto il Guatemala cartelloni pubblicitari avvertono i potenziali migranti dei pericoli del viaggio. Una campagna di informazione che costa al governo americano 750mila dollari l'anno. Che salgono a 1 milione e 300mila dollari se si includono anche El Salvador e Honduras. Evidente il messaggio non è convincente. Più efficace la comunicazione dei trafficanti. Che, sui social media, con tecniche da tour operator vendono viaggi a dir poco da sogno. Che per molti disgraziati, purtroppo, si trasformeranno in un inferno.