La colpa dei clandestini non è il crimine ma il dumping sociale

Negli Usa esiste una correlazione tra immigrazione clandestina e criminalità? La risposta, all'opposto di quanto molti credono, è "no". A certificarlo è uno studio elaborato da The Marshall Project, una organizzazione americana di giornalismo online che si occupa di questioni giudiziarie, che ha incrociato i dati del governo e di vari istituti di ricerca indipendenti. Quindi una ricerca dall'assoluto rigore scientifico. Premesso che, come reso noto dal Federal Bureau of Investigation, meglio noto come FBI, negli ultimi dieci anni in tutti gli Stati Uniti si è registrato un calo generalizzato dei crimini, nelle aree del Paese dove maggiore è la presenza di immigrati illegali, la diminuzione dei reati è stata addirittura maggiore che altrove. A smontare il teorema secondo cui all'aumento degli immigrati illegali corrisponde in automatico un incremento della violenza, basta comparare i dati forniti dal Census Bureau e dal Dipartimento della Giustizia. Dal 1980 al 2016 il numero di clandestini è cresciuto costantemente (nel 2006 si è toccato il record storico di 12,5 milioni), mentre è calato il tasso nazionale di criminalità. Tanto che oggi è ben al di sotto di quello che era 40 anni fa. La spiegazione più logica è che chi emigra negli Stati Uniti senza documenti lo fa per rifarsi una vita. E come è noto il sogno americano è il lavoro non la galera. Inoltre i clandestini evitano i reati perché le dure leggi americane sull'immigrazione prevedono che chi è arrestato viene deportato. Al netto dei reati l'unico vero problema provocato dall'immigrazione clandestina è quello del dumping sociale che determina una diminuzione dei salari dei lavoratori americani.

Lasciano gli USA per evitare il rimpatrio

Sorprendente effetto Trump sui rimpatri volontari. Con questo titolo il quotidiano americano Politico sintetizza alla perfezione quello che sta avvenendo negli USA sul fronte della lotta all'immigrazione clandestina. Infatti secondo un report di The Marshall Project (organizzazione no-profit di giornalismo online che si occupa di questioni carcerarie), elaborato su dati del Dipartimento della Giustizia, le partenze volontarie degli immigrati senza documenti sono aumentate vertiginosamente da quando alla Casa Bianca è arrivato il tycoon newyorkese. La lotta senza quartiere all'immigrazione attuata dall'amministrazione trumpiana starebbe, perciò, dando i suoi frutti. Anche se, come sottolinea lo studio appena pubblicato, “non è tutto oro ciò che luccica”. Per capire come stanno le cose cominciamo dai dati. Nel 2018 i 30mila stranieri che hanno fatto domanda ai giudici federali per il rimpatrio volontario rappresentano il numero più alto degli ultimi sette anni. Un aumento tanto più significativo (+50% rispetto al 2017) se rapportato a quello ( + 17%) dell’immigrazione ufficiale, che testimonia come il giro di vite deciso dalla Casa Bianca stia avendo effetto. Sono sempre di più, infatti, i clandestini che stanno prendendo in considerazione l'idea di lasciare gli Stati Uniti, per scongiurare il pericolo di essere fermati e imprigionati o tentare di intraprendere una lunga battaglia legale con poche speranze di successo. L'aumento delle richieste di rimpatri volontari potrebbe, dunque, essere visto come una vittoria per l'amministrazione Trump, che si è prefissata l'obiettivo di espellere dal Paese tutti i clandestini. Ma questo exploit di partenze potrebbe però avere anche un’altra e meno amara spiegazione. Perché come sottolinea The Marshall Project, le partenze volontarie rendono più facile il rientro legale negli USA. Secondo la legge sull'immigrazione statunitense la partenza volontaria è considerata una specie di privilegio che consente, all'opposto di coloro che vengono rimpatriati dalle autorità federali, di non dover attendere anni prima di poter richiedere il visto e tornare negli Stati Uniti. Oltre a non rischiare di finire in cella se fermato e trovato senza documenti.

La Germania attua una nuova politica per i profughi

Sui rifugiati la Germania volta pagina. Dopo la crisi del 2015 quando più di un milione di profughi, in maggioranza siriani, trovarono asilo in terra tedesca, il governo di Berlino ha deciso di cambiare strategia. Infatti accogliendo l'appello dell'Unhcr (l'Agenzia Onu per i rifugiati) e della Commissione europea ha dato il via a un ambizioso programma di reinsediamento che, come scrive il sito dell'emittente pubblica tedesca Dw: è una vera e propria rivoluzione delle politiche finora adottate sull'accoglienza e gestione dei rifugiati. Il reinsediamento, va specificato, è un canale di immigrazione sicuro e regolamentato. Da un lato, infatti, può ridurre il traffico illegale delle persone in fuga; dall'altro, consente agli Stati disposti a ospitare i profughi di decidere quanti accoglierne e stabilirne i requisiti per l'accesso legale. E così dopo l’ondata incontrollata del 2015, che ha messo in serissima difficoltà politica la cancelliera Merkel, Berlino ha deciso di cambiare registro. Passando dai 1.600 reinsediamenti del 2017 agli oltre 10.200 nel 2018. La stessa cifra dovrebbe essere confermata anche per l’anno in corso. Un'inversione a U se si pensa che tra il 2012 e il 2014 nell'ambito dei programmi dell'Unhcr la Germania aveva accolto solo 300 persone. L'attuale piano di reinsediamento è, però, legato a tre condizioni: le persone devono essere considerate incapaci di tornare nel loro Paese d'origine e di costruire un futuro nel luogo in cui sono fuggite. Inoltre, devono dimostrare di essere “particolarmente vulnerabili”, ovvero che non sono in grado di venire in Europa da soli. Una volta giunti in Germania ai rifugiati non viene concesso l'asilo, ma un permesso di residenza e lavoro di 1 o 3 anni, rinnovabile. Su questo ultimo punto è insorta la Caritas nazionale che ha accusato il governo di usare un escamotage per negare ai profughi che hanno ottenuto il reinsediamento il diritto di chiedere asilo.

Prima Dreamers, poi Daca e infine (forse) clandestini

Mentre a Washington si dibatte sul destino del Daca, il programma di protezione dei giovani immigranti irregolari arrivati negli Stati Uniti da bambini, uno studio evidenzia come, al riguardo, la situazione per il paese a stelle e strisce stia diventando con il passare del tempo sempre più complessa. Infatti grazie al Migration Policy Institute, che ha analizzato i dati del Census Bureau, si è scoperto che ogni anno circa 100mila studenti stranieri “undocumented” si diplomano nei licei americani. Il centro studi washingtoniano stima che siano in totale 98.000, in netto aumento rispetto ai 65mila del 2003. Una attenta analisi documentaria ha consentito ai ricercatori di accertare che la maggior parte di questi Dreamers è concentrata in pochi Stati: più di un quarto in California e un altro 17% in Texas. Due zone di confine dove è più massiccia la presenza di giovani stranieri senza permesso di soggiorno. Poiché la maggior parte di questi diplomati probabilmente non ha la protezioni a suo tempo assicurata da Obama ai Daca, e quindi sono da considerarsi clandestini a tutti gli effetti, diventano dirimenti le politiche locali in materia di istruzione. Ad esempio, 20 Stati consentono agli studenti stranieri senza documenti di frequentare le scuole pubbliche. Altri invece, come Arizona e Georgia, vietano loro categoricamente il diritto all'istruzione pubblica. Nonostante che la Corte Suprema con una sentenza del 1982 abbia stabilito che gli Stati non possono negare un'educazione pubblica gratuita ai bambini in base al loro status giuridico. Oggi il braccio di ferro tra Casa Bianca e tribunali federali ha fatto finire il Daca nel Limbo, e ha gettato i Dreamers nell'incertezza. Scoraggiando molti di loro a iscriversi all'università. Il rischio è che possano finire nel mare magnum dell’economia sommersa e ingrossare le fila del lavoro nero. L’ultima parola spetta ora alla Corte Suprema che entro il prossimo anno dovrebbe pronunciarsi in via definita sulla legittimità del Daca.

In Colombia si fanno sentire gli effetti collaterali della crisi venezuelana

Il peggior incubo del governo colombiano si sta materializzando nella città di Maicao, al confine con il Venezuela. È qui che è sorto nelle scorse settimane il primo campo profughi allestito dall’Unhcr. Un segnale che i venezuelani in fuga dal loro martoriato Paese resteranno lì a lungo, scrive The Atlantic. Mentre la crisi economica e politica del Venezuela si aggrava, le persone che cercano rifugio in Colombia aumentano di giorno in giorno. Il governo di Bogotà ha a lungo cercato soluzioni diverse, ma alla fine ha dovuto rassegnarsi alla realtà dei fatti e accettare il campo profughi gestito dall'Agenzia dell'Onu per i rifugiati. Le 62 tende del Centro di Attenzione Integrale, sono in grado di ospitare 350 persone. Qui donne, bambini, anziani hanno temporaneamente accesso ad alloggi, cibo, acqua, cure mediche di base e altri servizi. Ben poca cosa se si pensa che Maicao, con una popolazione di circa 100.000 persone, ospita attualmente 60.000 tra rifugiati e immigranti venezuelani, la maggior parte dei quali vive per strada o in baraccopoli sorte un po’ ovunque. Un dramma umanitario che rischia di aggravarsi, se, come stimano le Nazioni Unite, la portata della fuga dal Venezuela potrebbe superare quella dell'esodo dalla Siria. Ad oggi 3,5 milioni di persone hanno lasciato il Paese, e più di 1,5 milioni hanno trovato rifugio in Colombia.

E’ emergenza immigrazione nell’isola di Afrodite

Cè un Paese dell’Unione Europea alle prese con un’emergenza immigrazione della quale poco si sa e poco si parla. Si tratta di Cipro. L'isola nel Mediterraneo orientale a sud della Turchia, nel 2018 ha ricevuto più di 6mila richieste di asilo. Con circa 1 milione di abitanti risulta perciò il Paese con la più alta percentuale di rifugiati pro capite rispetto a qualsiasi altro Stato dell’UE. E la situazione nel 2019 non è cambiata, anzi.

Il governo di Nicosia ha infatti confermato che ancora oggi vengono presentate più di mille richieste di protezione umanitaria al mese. A causa della sua posizione geografica e della vicinanza con il Medio Oriente, l'isola continua a essere una delle principali porte d’accesso all'Europa per siriani, iracheni e altri immigranti che transitano dal Libano e dalla Turchia. Non mancano gli arrivi dal Nord Africa a dimostrazione del fatto che la rotta del Mar Mediterraneo resta la più battuta dai trafficanti di uomini. Cipro non venne toccata dalla crisi del 2015, quando la maggior parte dei rifugiati arrivò in Grecia per poi raggiungere il centro e nord Europa attraverso i Balcani.

Oggi però le cose sono cambiate, e con la chiusura delle frontiere da parte delle altre nazioni europee, è di fatto diventata l’avamposto dell’UE. A complicare la situazione c’è l’irrisolta controversia territoriale. Dal 1974 Cipro è divisa tra Nord e Sud dalla cosiddetta “Linea verde” creata dall’Onu dopo l’invasione turca della parte settentrionale, avvenuta in risposta al colpo di Stato organizzato dalla giunta militare al governo in Grecia. La zona sotto il dominio turco non è mai stata riconosciuta dalla comunità internazionale. Dopo 45 anni tutti i tentativi di negoziato per riunificare le due parti dell’isola non hanno portato a nulla. E proprio questa divisione sta facilitando l’arrivo di migliaia di disperati. La nuova rotta dell’immigrazione clandestina, infatti, passa da Cipro nord. Da dove è facile attraversare la “zona cuscinetto”, che taglia trasversalmente l’isola, ed entrare nella Repubblica di Cipro. Ovvero nell’Unione europea.

La Corea si è fatta ricca grazie all’immigrazione negli Usa

I coreani rappresentano una delle minoranze immigrate di maggior successo negli Usa. Soprattutto grazie ai suoi elevati livelli medi d’istruzione che le hanno consentito di raggiungere un ottimale status socioeconomico. Anche se l’immigrazione coreana verso l’America ha origini antiche, è dagli anni 60 del secolo scorso, grazie all'Immigration Act del 1965 e alle strette relazioni politiche, economiche e militari tra Seul e Washington, che i flussi sono cresciuti in modo significativo. Basta citare qualche numero contenuto in un recente report del Migration Policy Institute per comprendere meglio le dimensioni del fenomeno.

Nel 1960 i coreani erano 11mila, nel 1980 sfioravano i 300mila: il 2.500 percento in più nell’arco di soli 20 anni. Una crescita inarrestabile fino al 2010, quando la popolazione coreana ha raggiunto il picco di 1,1 milioni, il 2,4% dei 44,5 milioni di immigrati presenti negli States. Dal 2017 l’inversione di tendenza. Negli ultimi due anni, infatti, la popolazione immigrata coreana continua a calare. Il motivo è presto detto.

Oggi ci sono meno incentivi a emigrare, poiché le condizioni politiche ed economiche in Corea del Sud sono migliorate e il governo di Seul sta incentivando la migrazione di ritorno. Eppure negli Stati Uniti essi rappresentano una delle comunità con i redditi più alti: 65mila dollari l’anno, di gran lunga superiore ai 51mila dollari che in media guadagnano le popolazioni immigrate, ma anche ai 56mila che dichiarano gli americani. A beneficiare di questa ricchezza non sono solo gli Stati Uniti, perché, secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2018 la Corea del Sud ha ricevuto rimesse per oltre 7 miliardi di dollari.

Il Decreto flussi fotocopia quello del 2018

Il decreto flussi 2019, così come quello del 2018, fissa in 30.850 il numero dei permessi di lavoro per gli immigrati extra-Ue che potranno entrare in Italia. In particolare sono 12.850 quelli riservati al lavoro autonomo e non stagionale; 18mila, invece, quelli per stagionali, agricoltura e turismo in testa. Da sottolineare il fatto che i permessi di lavoro stagionali riguardano esclusivamente i cittadini appartenenti alle 28 nazionalità indicate nel decreto: Albania, Algeria, Bosnia-Herzegovina, Corea, Costa d'Avorio, Egitto, El Salvador, Etiopia, Macedonia, Filippine, Gambia, Ghana, Giappone, India, Kosovo, Mali, Marocco, Mauritius, Moldova, Montenegro, Niger, Nigeria, Senegal, Serbia, Sri Lanka, Sudan, Tunisia, Ucraina. Escluso dalla lista il Pakistan, perché, come aveva anticipato a febbraio il Viminale, il governo di Islamabad non si è dimostrato collaborativo nei rimpatri degli immigranti irregolari. Il "click day" per le richieste dei permessi di lavoro  non stagionale e autonomo, da inoltrare sul sito del Viminale è scattato il 16 aprile e si chiuderà alla fine di quest'anno. Per quelli stagionali, invece, il via alla presentazione delle domande è fissato per le ore 9 del 24 aprile.

La politica migratoria spagnola appesa al voto

Sull'immigrazione la Spagna potrebbe essere d'esempio per l'Europa? Una domanda che contiene implicitamente anche una risposta: sì. Almeno secondo il recente studio condotto dal Migration Policy Insitute di Washington sulla gestione dei flussi e sulla politica dell'immigrazione seguite da Madrid negli ultimi 30 anni. Ricordando, per prima cosa, che la Spagna, dopo essere stata fino agli anni 80 del secolo scorso terra di emigrazione, quando si è trasformata nel decennio successivo in un grande magnete per le forze di lavoro straniere non si è però fatta trovare impreparata all'appuntamento. Puntando, da subito, sullo sviluppo di un quadro politico-amministrativo in grado di assicurare una efficace gestione dei tanti stranieri in arrivo in maggioranza africani e poco qualificati. E sul coinvolgimento dei datori di lavoro, dei sindacati e delle amministrazioni regionali. Stringendo importanti partnership operative prima con i paesi del Magreb e poi, dopo la grande ondata di arrivi nel 2005-2006 da quelli dell'Africa occidentale, con diversi governi dell'area sub sahariana. Basati sullo scambio tra maggiori opportunità di immigrazione legale e una stretta collaborazione soprattutto per quanto riguarda i respingimenti. Sebbene la pesante crisi economica del 2008 abbia di fatto azzerato la domanda di nuovi lavoratori stranieri da questi paesi, Madrid ha comunque mantenuto con loro una stretta cooperazione. Prova ne è il fatto che oggi, visti i nuovi ed incoraggianti segnali di ripresa della sua economia, il governo spagnolo potrebbe decidere di tornare ad aumentare le quote degli ingressi per i lavoratori provenienti dai Paesi Terzi. Da impiegare in quei settori, come l'agricoltura, l'edilizia ed il turismo , dove la manodopera nazionale scarseggia. Ma c’è il però rappresentato dal fatto che il prossimo 28 aprile, dopo le dimissioni del premier socialista Sanchez, la Spagna sarà chiamata alle urne. Un appuntamento sul quale incombe il possibile exploit del partito di estrema destra Vox che in nome della lotta contro i clandestini sta, di fatto, conducendo un'aggressiva campagna elettorale contro l’immigrazione in quanto tale.

Arrivano sempre meno immigrati in Europa

Nel primo trimestre 2019 gli sbarchi sulle coste italiane sono crollati del 92% rispetto a un anno fa. Secondo Frontex (l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) sulla rotta del Mediterraneo centrale gli arrivi di immigrati irregolari sono stati in totale 480. Su scala europea, invece, da gennaio a marzo si contano circa 17.900 immigrati illegali, il 13% in meno rispetto a un anno fa. Due migranti su tre, invece, hanno attraversato la rotta del Mediterraneo Orientale, facendo salire del 10% il suo utilizzo, con più di 9mila sbarchi da gennaio. Ancora numeri in crescita anche per la rotta terrestre dei Balcani occidentali: dall’inizio dell’anno sono stati registrati circa 2.300 attraversamenti illegali,l'81% in più rispetto a un anno fa.