Il new deal di Trump contro il Coronavirus

La Politica non smette mai di sorprendere. Fino a ieri chi avrebbe infatti mai immaginato che Trump, Presidente super falco repubblicano, si sarebbe spinto a varare, causa coronavirus, un relief plan, un piano di assistenza pubblica di proporzioni enormemente superiori a quello assurto a pietra miliare della Storia Sociale americana con il New Deal di quel grande democratico che fu F. Delano Roosvelt?

Sembra forse strano, eppure è così che stanno le cose. Visto che, come ha ben spiegato ieri dalle colonne del quotidiano on-line Axios Jonathan Parker, economista MIT, l’intervento di 2.200 miliardi di dollari messo in campo dalla Casa Bianca:"this should not be thought of as a stimulus bill, this should be thought of as social insurance in a disaster state of the world for the most hard hit”. Una sorta di assicurazione sociale straordinaria di 4/6 settimane per tutti onde evitare che la popolazione a causa del blocco delle attività produttive imposto dalla pandemia venga travolta da una valanga di debiti , di fame e di sfratti su larga scala.

Un’impresa che detta così sembrerebbe poca cosa salvo rimanere a bocca aperta nell’apprendere che nei sette giorni appena trascorsi sono stati oltre 3,2 milioni gli americani che hanno fatto richiesta del sussidio di disoccupazione. Anche se al momento è impossibile prevedere come e quanto verrà speso dei 2mila 200miliardi previsti da un testo di legge di 883 pagine, una cosa è certa. Trump sembra oggi avere avuto il coraggio che in parte mancò ad Obama nell’affrontare le dolorose conseguenze sociali ed economiche della gravissima recessione del 2008. Quando increduli e con lo sguardo attonito incollato alla tv vedemmo migliaia di giovani funzionari pubblici e privati lasciare con la lettera di licenziamento in tasca e gli scatoloni in spalla le sfavillanti sedi dawn town di New York, Chicago o Los Angeles.

Una sorta di capovolgimento di ruolo tra desta e sinistra made in US che , come decenni orsono spiegò con la sua solita finezza intellettuale Henry Kissinger nell’atto di stringere la mano al primo ministro cinese Ciu En Lai, può colpire ma non stupire. Perché, queste le sue parole, ci sono rotture dei confini della politica (nel caso di allora riguardava il riconoscimento da parte americana della Cina comunista di Mao) che pur sognate dalla sinistra possono essere realizzate solo dalla destra.

Uno scenario del tutto simile a quello a cui oggi stiamo assistendo. Con un Presidente repubblicano ed antistalista per eccellenza che, di punto in bianco, scarica l’ortodossia liberista del capostipite repubblicano Ronald Reagan ed abbraccia quello considerato fino a ieri peggio del demonio: il Big Goverment. Con il risultato che d’incanto nell’America priva di sanità pubblica per tutti e nella quale la disoccupazione è stata sempre vista e giudicata come una colpa più che una disgrazia, si distribuiscono 1200 dollari ad ogni adulto in età di lavoro, 500 dollari ad ogni figlio e l’assegno di disoccupazione, aumentato, viene concesso a tutti i disoccupati compresi i precari della GiG Economy .

Sul Covid-19 il nostro Parlamento tace quello USA litiga

La montagna di dollari previsti dalla Casa Bianca per combattere la pandemia e le sue conseguenze sull’occupazione e la produzione americane peserà non poco sull’esito delle elezioni presidenziali del prossimo novembre. Cosa che spiega più e meglio di tante parole le ragioni del feroce braccio di ferro tra i senatori repubblicani e quelli dell’opposizione democratica che da oltre 48 ore ne impedisce il varo.

Non c’è dubbio infatti che, come sempre avviene in frangenti come l’attuale, dietro i buoni propositi di facciata quello che conta, in parallelo con le modalità distributive, sono quelle redistributive. Ossia chi saranno i gruppi ed i settori sociali che più di altri beneficeranno dei trasferimenti pubblici: il mondo delle imprese e delle professioni o quello del lavoro dipendente e delle attività scarsamente qualificate e altamente precarie?

Anche se al momento è impossibile prevedere come andrà a finire la faccenda vale però la pena rilevare che nell’occasione il comportamento di Trump sembra aver messo il silenziatore a quello ferocemente provocatorio a cui da tempo ci aveva abituati. Visto che in queste ore anziché attaccare frontalmente, come suo solito, l’opposizione sembra aver scelto la via del dialogo e della mediazione. Una svolta, però, solo all’apparenza spontaneamente sincera.

In parte perché la quarantena obbligata di tre “suoi” senatori positivi al coronavirus ha fatto perdere ai repubblicani la maggioranza dell’aula. Consentendo ai democratici di riportarsi sul piede di parità: 47 a 47. E di subordinare il loro assenso al Relief Plan proposto dalla Casa Bianca all’introduzione di modifiche che per gli uomini del Presidente non è affatto facile accogliere.

Ma soprattutto in ragione del fatto che Trump, da quell’astuto politico che si è rivelato essere, sembra aver fiutato, vista la crisi psicologica e produttiva del paese per la temutissima pandemia Covid-19, il rischio che il suo abituale settarismo potrebbe rappresentare per riuscire a restare, dopo novembre, altri quattro anni alla Casa Bianca.

Per gli anti-Trump l’ottimismo peggio del coronavirus

Tra i democratici Usa una contagiosa euforia sul possibile esito positivo delle prossime elezioni presidenziali di novembre sembra aver scacciato negli ultimi giorni la cupa depressione della sconfitta fino a ieri data invece da molti di loro quasi per scontata. Questo grazie alla ritrovata unità del partito sulla nomination di Joe Biden ed alle sue indubbie chance di strappare a Trump la Casa Bianca. Anche grazie ai non piccoli errori di valutazione e di gestione dell’epidemia da coronavirus commessi dal Presidente.

Un cambio di umore che rappresenta per il partito dell’asinello l’unguento richiesto dalle fatiche di una campagna elettorale a dir poco in salita. Ma che rischia di fargli perdere di vista due insidiose trappole politiche. Che l’opposizione democratica farebbe invece bene a tenere nel conto dovuto. Onde evitare una nuova, ennesima sconfitta elettorale. Potenzialmente più devastante della dolorosa e inaspettata Caporetto del 2016. Quando Illary Clinton, data per sicura vincitrice, nelle urne finì seconda alle spalle dell’outsider miliardario newyorkese.

Come? Evitando, per prima cosa, di contare a occhi ciechi, come invece molti democratici continuano a fare, sul favorevole apporto elettorale delle minoranze. Intanto perché tra i neri americani la partecipazione elettorale è tradizionalmente di gran lunga inferiore alla media. Ma soprattutto in ragione del fatto che quella numerosissima dei Latini presenta al suo interno divisioni di appartenenza politico-culturale assai significative. L’elettorato latino-americano non è infatti un blocco unico ma un mosaico di origini regionali, di età e di istruzione. Basti pensare a quelli super-democratici del Texas e della California e, all’opposto, al fortissimo radicamento repubblicano dei cubani e dei venezuelani della potente Florida.

Ma non basta. Sono numerosi i democratici statunitensi, di cui Sanders è certamente il rappresentante più nobile, convinti, ecco la seconda trappola, di ottenere il consenso degli elettori con una campagna contro (Trump) e non per (l’America). E che non vogliono accettare l’idea che per riavere indietro il consenso di quelli che l’avevano negato quattro anni fa sia necessario riconoscere con umiltà le ragioni del loro malcontento.

La verità è che se anche a novembre prossimo dovesse cambiare l’inquilino della Casa Bianca, l’America non tornerà più ad essere quella lasciata da Obama il 20 gennaio 2017. Ragione per cui sbagliano coloro che per puro odio nei confronti di Trump non vedono l’ora di ripetere le parole di Gerald Ford che, messo alle spalle lo scandalo del Watergate disse:”Our National nightmare is over”.

Più coronavirus, meno Sanders: i guai per Trump

Al momento è difficile capire se la corsa di Trump al secondo mandato presidenziale rischi di più dalla sua incerta e da molti criticata gestione dell’epidemia da coronavirus o dall’ascesa verso la nomination nel partito democratico del moderato Joe Biden. Che martedì scorso ha sonoramente sconfitto l’incendiario Bernie Sanders nello stato da sempre considerato come la sua vera roccaforte: il Michigan. Un risultato accolto con sollievo da quella parte della pubblica opinione che pur avversando l’attuale Presidente molto probabilmente a novembre prossimo avrebbe scelto l’astensione anziché votare per un candidato dell’opposizione estremista e per non pochi aspetti velleitario come l’anziano senatore del Vermont. Ma, come spesso accade in politica, le cose non sono andate come sembrava dovessero andare.

In primo luogo per il margine di vittoria con cui Biden ha schiacciato il suo avversario: 16%. Una percentuale enorme se si considera che quella con cui nel 2016 Sanders aveva “azzoppato” l’allora super candidata Illary Clinton era stata di 1,5%. Ma soprattutto perché l’enorme numero di delegati portati in dote dall’industrioso stato del Midwest all’ex vice di Obama (150) è il frutto di un vero e proprio plebiscito tra gli elettori (giovani, anziani, uomini e donne) del partito dell’asinello. Molti dei quali hanno forse cercato in questo modo di farsi perdonare il tradimento del 2016 che consentì al miliardario newyorkese di intascare i voti necessari per battere al foto finish la ex First Lady. Ma soprattutto perché riducendo al lumicino le possibilità di Sanders di aggiudicarsi la nomination i democratici privano Trump delle chance elettorale su cui forse più contava. Quello di un avversario amato dalla sua base ma inviso alla maggioranza dell’elettorato.

Il nativismo è nato prima di Trump

L’immigrazione ha da sempre rappresentato una vera e propria cartina di tornasole sulla natura dei cambiamenti in corso nella società americana. Nel bene come nel male. Sbagliano perciò coloro secondo cui l’aspro scontro che su questa questione dal giorno dell’elezione di Trump divide la politica e la società statunitensi è qualcosa di inedito per la storia di un paese che ha da sempre fatto dell’immigrazione un caposaldo della sua cultura nazionale. E che per questo imputano solo alla protervia conservatrice del trumpismo il tradimento del sacro principio dell’accoglienza simbolicamente scolpito alla base della Statua della Libertà con le parole: "Date a me le vostre stanche, povere, rannicchiate masse…io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata".

Ma non è così. Visto che gli eventi di oggi ricordano molto da vicino il clima anti immigrati che, a partire dalla metà dell’800, fin quasi alla soglia del secolo successivo scosse, più e peggio di oggi, gli USA. Anche allora in pieno subbuglio per l’incalzare di radicali rivolgimenti dell’economia e della società che avrebbero fatto di una ex colonia la prima potenza del mondo industrializzato. Un cambiamento colossale che per molti, però, fu peggio di un travaglio. Spingendoli ad aderire ed animare il Know Nothing Party (“non so nulla” rispondevano i suoi militanti quando venivano interrogati dalle forze dell’ordine) che dal 1840 per quasi un trentennio lottò strenuamente contro l’arrivo di centinaia di migliaia di immigrati in gran parte cattolici irlandesi. E che al momento del suo esaurimento consegnò il testimone della protesta contro i nuovi venuti al restrizionismo delle cosiddette Jim Crow Laws ed al Chinese Exclusion Act del 1882. Tutto perché una parte dell’America temeva di essere travolta dal progresso e costretta dall’immigrazione a fare la stessa fine dei cavalli quando con l’avvento dei trattori vennero cacciati dall’agricoltura e rinchiusi nelle stalle aspettando di morire.

La similarità con l’oggi stato tutta qui. Come testimoniano meglio e più di molte parole le ultimissime proiezioni dell’ufficio statistico americano secondo le quali:
a) la popolazione USA che oggi vive nelle grandi città è l’87% di quella totale contro il 50% di venti anni fa;
b) la demografia USA sta cambiando ad una velocità impressionante al punto che nel giro dei prossimi venti anni conoscerà l’inimmaginabile: ad essere maggioranza non saranno più gli yankee bianchi ma gli appartenenti alle attuali minoranze etniche;
c) oggi sul totale della popolazione la percentuale di quella immigrata ha raggiunto il suo massimo storico;
d) nel 2040 i musulmani superando gli ebrei saranno il secondo più numeroso gruppo religioso del paese;
e) in America nei prossimi due decenni, per la prima da quando è nata, ci saranno più anziani che bambini.
E così, al pari delle lancette dei barometri che sentendo l’arrivo della bassa pressione si spostano sul quadrante “tempesta”, quelle dell’immigrazione iniziano a fibrillare quando cambiano i fondamentali della società.

La crisi dei rifugiati boccia il pacifismo europeo

Con una nuova, ennesima crisi umanitaria ai confini balcanici la malattia dell’ Unione Europea entra in uno stadio semi terminale. Perché agli occhi di una pubblica opinione terrorizzata dal cigno nero del coronavirus e dalle sue catastrofiche conseguenze economiche, rischia di non essere più credibile un’istituzione che, perduta la memoria delle promesse fatte al tempo della grande crisi dei rifugiati del 2015, si ritrova oggi punto e da capo con gli stessi problemi.

E a dimostrazione che questo sia il rischio lo testimoniano le feroci reazioni degli abitanti delle due isolette greche di Lesbo e Chios. Che giovedì della scorsa settimana, dopo l’annuncio del governo turco di voler consentire all’esercito di profughi medio orientali di proseguire la marcia verso la frontiera ellenica, hanno dichiarato lo sciopero contro il tradimento di Atene e di Bruxelles. Visto che dopo aver loro imposto con gelida nonchalance di convivere per anni in spazi ristrettissimi con 38mila disperati, in luogo dei 6mila previsti, si appresterebbero oggi a chiedere loro di dare una nuova prova di “responsabilità” ed accoglierne dei nuovi.

Un tradimento tanto più indigesto perché condito dal cinismo burocratico con cui le alte sfere bruxellesi hanno cercato di calmare le acque affermando “che per quanto di loro conoscenza non risulta che le autorità turche siano intenzionate a venir meno agli accordi siglati nel 2016”. Facendo finta di non vedere, come ha spiegato al Financial Times il grande esperto dell’immigrazione Omar Kadikoy: “la novità di oggi è che il governo di Ankara anziché prestare ogni tanto un occhio all’immigrazione irregolare verso l’Egeo ha invece deciso di chiuderli tutti e due”. Una scelta capace di conseguenze disastrose dato che nell’epicentro infiammato della martoriata Siria vivono 948mila tra donne, uomini e bambini. Che tra una rischiosa fuga oltrefrontiera e le bombe dei caccia russi hanno già scelto, senza il minimo dubbio, la prima.

Il virus arriva alla Casa Bianca

E se a complicare la rielezione di Trump, fino a ieri data quasi per scontata, fosse il coronavirus e non l’immigrazione come pensava e sperava l’opposizione?

Domanda forse stravagante ma legittima. Infatti l’arrivo del morbo negli Usa ha d’improvviso costretto il Presidente, nel pieno di una combattutissima campagna elettorale, a dover fare i conti con la minacciosa comparsa del classico, pericolosissimo cigno nero. Un evento imprevisto ma potentemente maligno, capace di impaurire il sentire collettivo e di fare deragliare la politica dai suoi binari. Trasformando in proibitivo ciò che fino a poco prima essa considerava come dovuto. Una novità certo poco gradita che ha spinto Trump, per non finire con il cerino in mano, ad agire. In due mosse.

Scaricando la responsabilità del coordinamento degli interventi sanitari anti epidemia sulle spalle del vicepresidente Mike Pence. Evitando in questo modo le eventuali, possibili conseguenze politiche legate al fatto che il National Health Service statunitense, per come è strutturato, potrebbe non essere in grado di fronteggiare una crisi epidemiologica di questa natura e di queste dimensioni.

E, quasi in contemporanea, rivolgendo gli strali della sua ira contro l’opposizione democratica ed i grandi organi di informazione. Accusandoli di ingigantire ad arte i rischi del coronavirus e di soffiare sul fuoco dell’ansia e delle paure collettive. Con l’unico obbiettivo, si è ingenuamente lasciato sfuggire il suo zelante capo di gabinetto Nick Mulvany, “di fargli perdere a novembre le elezioni e la possibilità di agguantare l’ambito secondo mandato da Presidente”.

Una tattica che non è detto basti, differentemente dal passato, per mettere al riparo l’aurea di invincibilità del magnate newyorkese da pericolosi contraccolpi. Soprattutto in ragione del fatto che, come titolava giorni addietro il Financial Times, the infection spread speeds (la velocità di diffusione dell’infezione) rischia di mettere al tappeto con l’economia mondiale anche quella statunitense. Sulle cui eccellenti performance Trump, prima dell’arrivo del cigno nero, aveva invece basato la quasi certezza di altri quattro anni alla Casa Bianca.

Usa: uno strano silenzio sull’immigrazione

L’immigrazione sembra scomparsa dal dibattito politico americano. Una novità che richiede una spiegazione vista la durezza con cui proprio su questo tema l’opposizione democratica aveva fino a poche settimane fa attaccato Trump e il giro di vite alle frontiere imposto senza andare per il sottile dalla sua amministrazione. Un cambiamento improvviso di cui, al momento, le ragioni più plausibili sembrano essere due.

La prima è che la strategia del Presidente, al netto di non pochi né piccoli strappi, sembra essere riuscita a raggiungere l’obbiettivo prefisso. Visto che non solo la situazione al confine meridionale con il Messico sembra oggi più calma e, forse, anche sotto controllo rispetto al caos dilagante dei mesi scorsi. Ma soprattutto perché sembra essere riuscita, a differenza di quanto sperato dai democratici, a convincere persino i settori più scettici della pubblica opinione se non della sua bontà certo della sua necessità.

La seconda, invece, affonda le sue radici nel dibattito interno al partito dell’asinello. Nel quale, in vista delle difficilissime elezioni presidenziali del prossimo novembre, moderati e ultrà sembrano aver raggiunto un accordo, pur di riuscire a sfrattare l’attuale inquilino della Casa Bianca, per mettere il silenziatore su un tema che rischia di farli apparire agli occhi degli elettori più divisi che mai.

Una sorta di tregua tattica in qualche modo imposta anche dall’esito a dir poco infelice della campagna sull’impeachment finita nel modo che tutti sanno. E che molti autorevoli commentatori ritengono sia destinata a durare almeno fino alla Convention democratica del prossimo luglio. Quando a Milwaukee, concluso il lungo e tormentato cammino delle primarie, il partito dell’opposizione indicherà la figura politica chiamata a contendere nelle urne lo scettro del comando del paese a stelle e strisce oggi saldamente in mano al magnate newyorkese.

Salvini rischia meno di Berlusconi

Sull’immigrazione i nemici di Salvini hanno forse deciso di consegnare l’Italia a Salvini? Una domanda forse maliziosa ma che viene spontaneo porsi dopo l’azzardato voto con cui i senatori della maggioranza di governo hanno dato il loro placet al suo processo per la gestione degli immigrati della Gregoretti. Non solo perché, come nella più classica eterogenesi dei fini, questa decisione anziché azzoppare rischia di trasformarsi in un potente, graditissimo assist per il Capo dell’opposizione. Che uscito malconcio dal voto delle ultime regionali si ritrova, non certo per suo merito e per di più su un terreno a lui graditissimo, al centro del dibattito politico nazionale. Ma soprattutto in ragione del fatto che gli alleati di governo, forse dimentichi del passato, non si sono forse resi conto di quanto pericoloso sia, visti anche gli attuali complicati equilibri parlamentari, tornare ad alzare i toni e stuzzicare l’umore della pubblica opinione sul delicato tema dell’immigrazione.

Senza contare, inoltre, che agli occhi di molti la vicenda presenta un lato se non sospetto quantomeno curioso. Infatti le forze politiche che oggi dicono sì al processo sono le stesse che ieri, per evitare che il caso fosse usato da Salvini per fare propaganda all’opa politica lanciata per il governo dell’Emilia-Romagna, avevano invece fortemente voluto che si rinviasse ogni decisione a dopo le elezioni regionali.

I problemi, però, non finiscono qui. Intanto perché visti i tempi della giustizia e l’oggettiva scivolosità giuridica dei capi di accusa è poco ma sicuro che il contenzioso andrà avanti, con tutte le immaginabili conseguenze, per lunghi mesi. Ma soprattutto perché c’è da dubitare, come invece pensano e sperano i suoi accusatori, che una eventuale condanna del leader leghista sia accolta dalla pubblica opinione con lo stesso silenzio-assenso a suo tempo da essa riservato a quella inflitta a Berlusconi per i suoi stravizi notturni. Che sanzionato come incandidabile nel 2017 non poté partecipare alle elezioni dell’anno successivo finendo relegato, per lunghi anni, nel retrobottega della politica nazionale.

La fortuna è tutta dalla parte di Trump

Che in politica la fortuna faccia la differenza è una verità nota da tempo. Ma quella che sembra assistere Trump ha dello straordinario. Come dimostra la sequenza di eventi che martedì scorso gli hanno consentito di uscire d’incanto dall’angolo in cui gli avversari pensavano di averlo cacciato. Visto che il Discorso sullo Stato dell’Unione, che molti speravano potesse essere il suo canto del cigno, si è invece trasformato, grazie alla dea bendata che lo protegge, nel trampolino di lancio per la futura rielezione a Presidente degli Stati Uniti d’America. Nel giro di poche ore, infatti, con una coincidenza che ha dell’incredibile, oltre all’assoluzione ormai certa dalla trappola dell’impeachment, gli sono giunti gli inattesi ma per lui graditissimi regali dell’opposizione democratica. Che forse non contenta della pessima immagine data al Paese con la confusa ed approssimativa gestione della sua convention dell’Iowa, ha pensato bene di farne una peggiore.

Il voluto, irrituale gesto con cui una “vecchia volpe” come Nancy Pelosi ha platealmente stracciato, di fronte ai membri del Congresso, il testo del discorso appena pronunciato da Trump, ha infatti segnalato in mondo visione lo stato di pericoloso nervosismo in cui sembra essere precipitato il partito dell’asinello. Cosa di cui molti elettori hanno sicuramente preso nota. Interrogandosi sull’affidabilità di un partito che con il passare dei giorni sembra sempre più deciso ad affidare le sue chance di riconquistare la Casa Bianca al puro e semplice anti trumpismo anziché ad un credibile e dettagliato progetto politico.

La verità è che Trump, nonostante penalizzato da un bassissimo indice di gradimento per i molti errori e le imperdonabili gaffe, ha il vento in poppa per tre indiscutibili, buonissime ragioni. L’ottimo andamento dell’economia; l’innalzamento nel 2018, dopo anni di caduta, dell’aspettativa di vita media degli americani; il consenso silenzioso ma diffuso per la sua politica di fermezza sull’immigrazione.

Discorso chiuso per l’opposizione? Sì, ma fino ad un certo punto. Perché la sorte non sembra essersi dimenticata del tutto dei democratici. Dando loro con la vittoria in Iowa del volto nuovo Pete Buttigieg una chance di ultima istanza che si spera non venga sacrificata sull’altare delle loro inguardabili divisioni e le ripicche interne