Il rancore degli americani precede Trump

Sostenere che il devastante assalto di Capitol Hill è tutta e solo colpa dell’avventurismo di Trump e dei suoi fanatici accoliti è solo parte di una verità assai più complicata. Di fronte a tanta sconsiderata violenza non basta certo alzare il dito accusatore. Né denunciare come giustificazionista chi riflette sulle ragioni di un rancore sociale le cui radici risalgono a prima dell’avvento del trumpismo.

Infatti, spiega Thomas B. Edsall sul New York Times del 13 gennaio scorso: “a partire dagli anni 70 si evidenzia tra i meno istruiti, in parallelo con una diminuzione dei salari, anche un forte calo percentuale dei matrimoni con partner in possesso di un più elevato grado di scolarizzazione”. Una verità ribadita da Carol Graham e Sergio Pinto sulle pagine del Brookings Paper 2020: “ la disperazione - associata da un maggiore tasso di mortalità - è più diffusa tra i bianchi meno istruiti e presenta un tasso più elevato rispetto a quella mediamente accertata tra gli appartenenti alle minoranze etniche”.

D’altra parte per accorgersi che nel cuore del gigante americano covava la rabbia non bisognava certo attendere l’invasione dei corridoi del Congresso da parte di Jack Angeli travestito da sciamano con le corna. Sarebbe infatti bastato prestare attenzione alle preveggenti pagine dell’Elegia Americana di J. D. Vance. Un bellissimo e commovente romanzo sulla disperante condizione di vita degli Hillbilly della Virginia. O a quelle ancor più strazianti scritte da Stephen Markley sulle vite senza futuro dei giovani sbandati dei paesini dell’Ohio de-industrializzato. Pezzi di società passati dalla parte della conservazione semplicemente perché soli e abbandonati a sé stessi. E quindi condannati, non solo per colpa loro, a ripercorrere gli stessi sentieri che, mutatis mutandis, aveva spinto i soldati italiani della Prima Grande Guerra nelle braccia del fascismo. O i piccolo borghesi tedeschi impoveriti dalla crisi di Weimar nelle feroci falangi del regime hitleriano. Ma i problemi non finiscono qui.

Quello americano, infatti, è l’ultimo e più allarmante capitolo di una crisi più generale che scuote ormai da tempo tutte le società democratiche dell’Occidente. Trump è venuto non prima ma dopo che in una notte del lontano giugno 2016 gli inglesi avevano deciso, cogliendo di contro piede le cancellerie di mezzo mondo, di votare Brexit. Così come Brexit non è venuta prima ma dopo che nel 2005 i cittadini di Francia ed Olanda avevano, primi fra tutti e contro le indicazioni dei loro stessi governanti, detto no alla nuova Costituzione dell’Unione Europea. Eventi che pur se espressione di storie nazionali e di contesti istituzionali tra loro assai diversi sono tutti figli di un disorientamento e di un malessere di cui il montante populismo dei nostri tempi più che la causa ne è la prova.

La verità è che per oltre 70 anni, dopo la fine della guerra, le istituzioni democratiche dell’Occidente hanno guadagnato ed ottenuto consenso promettendo e dando benessere. Esaltando tutto ciò che sapeva di performance ma badando poco, fino ad essiccarli, ai valori. Pur di fare andare avanti l’economia si sono mollati gli ormeggi della società. Un mondo oggi per molti al tramonto e che li spinge a chiedersi: io chi sono? Quale è la mia comunità di appartenenza? Che futuro avranno i miei figli?

La democrazia in America traballa

L’America fa davvero paura. La gravissima (e perdente) sedizione antiparlamentare messa in atto ieri dalle falangi del trumpismo estremo non rappresenta, infatti, l’unico problema con cui è chiamata a fare i conti la traballante democrazia d’oltre Atlantico. Come testimoniano i contraddittori e per molti aspetti inattesi risultati emersi dalle urne delle presidenziali di novembre. Che se da una parte hanno consentito ai democratici di sfrattare Donald Trump dalla Casa Bianca. Hanno però dall’altra confermato una loro preoccupante distanza dal “paese reale”.

Tanto è vero che la conquista da parte di Joe Biden della maggioranza dei consensi popolari non si è tradotta in un parallelo rafforzamento parlamentare del suo partito. Un paradosso sintetizzato come meglio non si poteva dall’editoriale pubblicato il 27 novembre dal maggiore quotidiano statunitense secondo cui: “Joe Biden ha conquistato l’inaspettato e non voluto record storico di avere dalla sua il 51% del consenso popolare e, contemporaneamente, assistere alla pesantissima sconfitta dei suoi   alla Camera dei Rappresentanti”. Dove il partito del Presidente, pur restando in maggioranza, ha perduto 10 dei 232 seggi conquistati nelle midterm elections di due anni prima. Mentre i repubblicani, cosa non meno sorprendente, nonostante la sconfitta del loro leader, hanno accresciuto la loro rappresentanza passata da 197 a 210 unità.

Che un Presidente o un Presidente-eletto (quale è al momento Biden) raggiunga il 51% del voto popolare e, contemporaneamente, si riduca il numero dei deputati del suo partito è un evento a dir poco inusuale per la storia politica americana. Nei cui annali, per trovare una “anomalia” politica paragonabile all’attuale, bisogna risalire alle elezioni presidenziali del lontano 1896. Quando il partito repubblicano di William McKinley, indicato come presidente da una schiacciante maggioranza degli elettori, perse però ben 48 deputati. Ma i problemi degli uomini dell’asinello non finiscono qui.

Per la semplice ragione che per i democratici il voto di novembre, oltre ai guai di cui sopra, ha confermato che il tasso di adesione dell’elettorato immigrato è assai inferiore a quello che molti di loro, con ingiustificata sicurezza, davano invece quasi per scontato. Come testimonia la assai ben documentata indagine pubblicata da Weiyi Cai e Ford Fessenden sul New York Times dello scorso 20 dicembre con il titolo: “Immigrant Neighborhoods Shifted Red as the Country Chose Blue”. Secondo la quale: "nelle ultime elezioni presidenziali i collegi elettorali dove è più massiccia la presenza di residenti di origine latina o asiatica, compresi quelli con un’elevata incidenza di popolazione immigrata, hanno evidenziato un tratto comune : aumento della partecipazione elettorale e un significativo spostamento a destra….Per cui anche se Trump ha perso voti nelle aree tradizionalmente repubblicane e tra i bianchi delle grandi città -cosa che ne ha determinato la sconfitta- ha invece sicuramente guadagnato voti nei quartieri dove vivono gli immigrati”.

Problema non da poco. Visto che, ha acutamente osservato Roberto Suro della University of Southern California, “se l’aumento della partecipazione elettorale degli immigrati va a vantaggio dei repubblicani, beh vuol dire che andrà a farsi friggere la convinzione che oggi va per la maggiore tra i liberal sulle (per loro) positive conseguenze politiche del cambiamento demografico”.

Mancano di idee e se la prendono con gli immigrati

Ho incontrato il Direttore della Luiss School of Government prof. Giovanni Orsina. Fine politologo e studioso da sempre dell’universo politico conservatore italiano ed europeo. Al quale ho chiesto lumi sulle ragioni teoriche e politiche dell’ostilità anti immigrati della Destra italiana.

Domanda: perché la Destra fa della lotta agli immigrati il suo tratto politico distintivo?

Risposta: domanda interessante alla quale, d’acchito, mi verrebbe di rispondere forse perché sul mercato politico non c’è altro. Infatti l’immigrazione rappresenta l’unico divide in un sistema politico che su tutte le altre grandi issue (intangibilità della proprietà privata, libertà sindacali, parità di genere etc.etc.) presenta, almeno sul piano dei principi, una sostanziale convergenza di sistema. In un mondo in cui di tratti distintivi ne sono rimasti davvero pochi quello dell’ostilità nei confronti degli immigrati ha inoltre il non piccolo pregio di non produrre penalizzazioni elettorali. Visto che si scarica su soggetti che non votano. In Italia dire no agli immigrati, anche se divisivo, assicura popolarità. E per questo rappresenta una irresistibile attrazione per degli imprenditori politici che altrimenti farebbero fatica ad assicurarsi un “posto al sole”.

Domanda: la questione dell’immigrazione presenta un peculiare paradosso. La sinistra “apre” agli immigrati ma perde i ceti popolari. Mentre la destra dice che “chiude” ma favorisce l’uso a man bassa dell’immigrazione da parte della sua constituency. Perché?

Risposta: perché viviamo in un mondo di paradossi nel quale, se così posso dire, nessuno si vuole fare carico delle conseguenze di ciò che chiede. Mi sovviene al riguardo la singolare posizione di quel politico siciliano che si lamentava per la cattiva connessione dei telefonini ma era contrario all’istallazione di un ripetitore nella sua zona. Viviamo in un mondo in cui i politici corteggiano l’elettore male educato. Meglio, infantilizzato. Che pretende la badante ma non vuole l’immigrato! Senza dimenticare, però, che c’è una parte dei ceti popolari che gli immigrati proprio non li vuole.

Domanda: secondo Lei è possibile sull’immigrazione una Bad Godesberg della Destra?

Risposta: secondo me no. L’unica possibile “revisione” della Destra potrebbe essere l’Europa. Se l’Europa si porta dietro l’immigrazione allora la Destra sarebbe costretta, volente o nolente, ad ammorbidire le sue posizioni. Anche Salvini dopo essere stato fatto fuori dall’Europa ha forse capito che le condizioni europee sono pre-condizioni assolute e ineludibili. Di conseguenza se si accettano i vincoli interni indicati da Bruxelles è gioco forza “ingoiare” anche quelli sugli immigrati.

La discussa eredità di Trump sull’immigrazione

Le politiche dell’immigrazione riservano, talvolta, sorprese inaspettate. Come quella appena giunta dagli Stati Uniti secondo la quale negli anni della presidenza Trump il numero degli immigrati regolari in arrivo sul suolo americano è stato, nonostante la sua politica, i giri di vite promessi ed i ripetuti, altisonanti ukase, in linea con quelli che ne avevano preceduto l’arrivo alla Casa Bianca.

A darne notizia il lavoro fresco di stampaThe Trump Effect on Legal Migration Levels: More Perception than Reality?” condotto da Muzaffar Chishti e Jessica Bolter per conto del Migration Policy Institute di Washington. Uno dei più accreditati think-thank nel campo dell’immigrazione made in US. E, cosa che rafforza l’attendibilità del lavoro di cui sopra, ultra democratico da sempre, visto che nel suo consiglio di direzione siede l’ex capo dell’immigration statunitense di Bill Clinton Doris Messner. Poiché la notizia coglierà molti di sorpresa vale forse la pena riportare per esteso alcuni passi del testo in questione:

Nonostante i suoi sforzi di limitare l’immigrazione legale l’amministrazione Trump ha ottenuti scarsi risultati…[infatti] il totale delle ammissioni (sia temporanee che permanenti) è diminuito solo marginalmente [….]. Il numero dei richiedenti asilo che hanno visto accolte le loro richieste è stato, nonostante le durissime restrizioni introdotte, il più alto dal 1990 in avanti […]. Il tasso di rilascio delle green card ha avuto un andamento costante e non difforme da quello degli anni precedenti […] gli immigrati naturalizzati americani in base ai dati disponibili, fermi al 2019, risultano in crescita […] a differenza degli altri visti di ingresso temporaneo, confermando però una restrizione iniziata già prima dell’insediamento dell’amministrazione trumpiana, sono diminuiti quelli concessi agli studenti stranieri […] con l’unica vera eccezione del pesantissimo taglio del numero dei rifugiati accolti (il più basso da quando gli USA hanno varato nel 1980 il Refugee Resettlement Program) e nonostante non piccoli interventi di modifica delle norme in vigore, cosa che ha forse dato alla pubblica opinione la sensazione di una drastica riduzione dell’immigrazione, nel quadriennio dell’amministrazione Trump il numero degli ingressi regolari, almeno fino al crollo storico determinato dall’ epidemia Covid-19, è stato sostanzialmente in linea con quello del passato”.

Affermazioni impegnative ma, stando ai dati, fondate. Di fronte alle quali sorge però spontanea la domanda: sull’immigrazione ha barato Trump o hanno ecceduto nelle critiche (feroci) i suoi avversari? Forse né l’uno né gli altri. Il fatto che la politica di Trump non sia riuscita a ridurre significativamente l’immigrazione regolare non vuol dire che essa non abbia inciso a fondo (nel testo il termine usato è toothless). Questo perché essendo l’immigrazione un fenomeno a lenta cadenza gli effetti nelle modifiche delle norme che la governano più che nell’immediato si fanno sentire nel medio, lungo periodo. Ragione per la quale, sostengono con un perfido paradosso Chishti e Bolter, “le conseguenze della politica di Trump cominceranno a farsi sentire solo dopo che se ne sarà andato”.

La pandemia è l’11 settembre dell’immigrazione

Sull’immigrazione nell’era del Covid-19 arriva dall’America un messaggio che per le sue interessanti ed innovative osservazioni obbligherà molti a riflettere. Soprattutto in Italia dove all’ombra della pandemia il che fare sull’immigrazione sembra sparito dall’agenda politica nazionale. Una rimozione esemplarmente testimoniata mesi addietro dallo scarso interesse, al limite del fastidio, riservato anche dai piani alti del suo stesso partito, alla preoccupata intervista dell’ex ministro Minniti sulle conseguenze che la pandemia avrebbe rappresentato per la nostra malandata politica dell’immigrazione. Un atteggiamento figlio dell’errata, svogliata convinzione che per la nostra immigrazione, superata la bufera sanitaria, tutto tornerà, più o meno, come prima. Ma non è così.

Basta leggere, al riguardo, il corposo documento (Economies, Jobs, and International Migration in the Age of Covid-19) pubblicato la scorsa settimana nell’ambito del Transatlantic Council on Migration da Demetrios Papademetriou. Nel quale il fondatore ed animatore del Migration Policy Institute di Washington, think thank democratico a 18 carati, afferma: “A parte il fatto che riaprire i canali di ingresso degli immigrati richiederà tempo e, in molti casi, gradualità, la politica avrà il dovere di prestare la massima attenzione ai rischi complessivi che potrebbero derivare dal rimettere in atto le stesse politiche in atto prima dello scoppio della pandemia […] ed i confini potranno tornare ad aprirsi solo se in grado di assicurare meglio, molto meglio che in passato: a) il controllo degli ingressi illegali e dell’immigrazione clandestina; b) ridurre in anticipo e ad un livello accettabile il rischio sanitario connesso all’apertura dei confini con l’epidemia ancora in corso. Ma soprattutto [ecco il punto] bisogna entrare nell’ordine di idee che la pandemia può rappresentare un esperimento naturale per testare la fondatezza dell’assunto, largamente diffuso prima dell’arrivo del Covid-19, che il bisogno degli immigrati rappresenti per le economie sviluppate un bisogno virtualmente insaziabile…Insomma, così come la crisi sanitaria non può essere separata da quella dell’economia del pari è impossibile separare la crisi del mercato del lavoro (e dei lavori) dall’immigrazione”.

Se le parole hanno ancora un valore è evidente che da quanto letto la nostra politica dell’immigrazione se non cambia rischia di trovarsi in serie, serissime difficoltà. Per evitare le quali sono almeno tre gli interventi di modifica a cui è obbligatorio più che necessario mettere mano al più presto. In particolare:

modificare le attuali norme degli ingressi per lavoro. Il sistema dei “flussi” fin qui utilizzato, infatti, non funziona. Per la semplice ragione che subordinare l’ingresso alla stipulazione di un contratto tra un datore di lavoro che sta in Italia e un lavoratore che sta all’estero è un’ipocrisia che fa a pugni con il buon senso. E semplicemente illogico pensare che un datore di lavoro che sta in Italia debba assumere con richiesta nominativa qualcuno/a che sta in un altro paese e che non ha mai conosciuto. Inoltre poiché sono le imprese e le famiglie, non la burocrazia, che selezionano e pagano gli immigrati di cui abbisognano, questo sistema oltre a non funzionare fa anche danni. Perché pretende di fissare quote che la velocità del mercato rende sistematicamente obsolete. E allarma la pubblica opinione con l’annuncio dell’arrivo di nuovi “contingenti” di cui essa fatica a comprendere l’utilità e la necessità. Con l’ulteriore aggravante che mentre le istituzioni continuano a sfornare dichiarazioni contro l’immigrazione clandestina, la crescente domanda di lavoro viene, in grande parte, soddisfatta just in time solo grazie all’efficientissimo, onnipresente mercato della clandestinità. Anche se cambiare può forse far tremare le vene ai polsi è forse arrivato il momento di pensare e sperimentare strade alternative. Come, ad esempio, quella del rilascio, in paesi che abbiano sottoscritto con l’Italia chiari e vincolanti accordi di riammissione dei propri nazionali, da parte dei nostri Consolati di visti temporanei (4-6 mesi) per ricerca di lavoro. Che, all’atto dell’emissione, rilevano con le foto segnaletiche le impronte degli stranieri che ne fanno richiesta. Un sistema che scoraggerebbe non poco coloro che una volta entrati commettono reati o che, non avendo trovato lavoro, restano oltre la scadenza dei termini consentiti. Perché la conoscenza certa dell’identità e della nazione di provenienza non sarà loro consentito, come invece oggi spesso avviene, utilizzare alias a catena per beffare le forze dell’ordine evitando di essere rimpatriati;

abrogare il reato penale di clandestinità introdotto dalla Bossi-Fini. Perché, come ha ben spiegato nel suo libro il magistrato torinese Paolo Borgna: è proprio questa norma, all’apparenza draconiana, che rappresenta per gli stranieri che delinquono un utilissimo appiglio per evitare di essere rimpatriati. Per almeno due ragioni. La prima è che sfruttando i tempi (troppo) lunghi della Giustizia (tre gradi di giudizio) gli stranieri fuori legge, anche se condannati, hanno diritto a restare. La seconda è che la maggioranza degli altri irregolari, nonostante si guadagnino la vita lavorando duramente, per paura di essere colpiti “dal reato” si nascondono. Finendo per ingrossare ulteriormente le fila della galassia clandestinità in cui i pesci grossi si muovono indisturbati. Una palude tanto ampia quanto intoccabile, a meno che non la si prosciughi. Sottraendole tutti i casi di irregolarità non collegati ad attività criminali o illecite. Se la nostra normativa e la nostra amministrazione fossero capaci di realizzare questo obbiettivo, l’80% del fenomeno della clandestinità sarebbe risolto. E polizia e magistrati potrebbero meglio occuparsi di reprimere il suo lato criminale. L’esperienza insegna che il processo penale, per essere efficace, deve essere selettivo. Deve mirare a reprimere condotte particolarmente gravi per la collettività. Non può essere utilizzato come strumento per fronteggiare comportamenti di massa: i suoi tempi, i suoi costi, i suoi riti, sempre più appesantiti, sono incompatibili con questo scopo…[è] uno strumento spuntato. Con l’unico risultato di suscitare scontento e disillusione tra i cittadini.

Costruire un modello di governo dell’immigrazione all’altezza dei compiti. Operazione più facile a dirsi che a farsi vista la nota rigidità delle nostre amministrazioni e la loro storica avversione ai cambiamenti dei tradizionali equilibri di potere e delle rispettive aree di competenza. Difficoltà che se sconsigliano di “sparare grosso” e, come qualcuno fa, proporre la creazione - non sbagliata ma irrealistica di un nuovo ministero dell’immigrazione - si possono ovviare creando all’interno delle diverse amministrazioni che hanno voce in capitolo (Interni, Esteri, Lavoro, Sanità, Istruzione etc.) un network operativo di funzionari specializzati ed esclusivamente dedicati al governo dell’immigrazione. Insomma per fronteggiare e gestire un fenomeno a filiera, qual è appunto quello migratorio, più che continuare a scaricare i problemi sulle spalle degli Interni, serve come da tempo fanno molti altri paesi un vero e proprio gioco di squadra inter-amministrativo Per garantire quell’unità di comando tante volte invocata ma mai realizzata.

La sinistra rifletta sul voto dei latinos

Nelle elezioni presidenziali USA i latinos, che costituiscono il segmento più sfruttato e meno fortunato dell’immigrazione statunitense, non hanno espresso per il democratico Biden il plebiscito di voti che molti liberal americani davano invece per scontato. Non fosse altro come reazione alla martellante, subdola caccia alle streghe fomentata nei loro confronti da Trump fin dal primo giorno del suo insediamento alla Casa Bianca. Ma così non è stato: perché? Fondamentalmente per due ragioni.

La prima ha a che fare con le complesse, laceranti vicende storico politiche dell’immigrazione made in US.

La seconda affonda le sue radici in una infondata, ideologica visione degli immigrati (e dell’immigrazione) come potenti, decisivi attori del mutamento sociale. Una convinzione che, sia detto per inciso, accomuna, con toni e modalità diversi, la sinistra al di là e al di qua dell’Atlantico.

Negli USA tra gli immigrati ed i democratici le cose non sono mai filate lisce. Per la semplice ragione che i primi hanno storicamente avuto grande difficoltà a riconoscersi in un partito come quello dell’asinello alleato da sempre con i sindacati e la minoranza afro-americana. Due gruppi di interesse che dopo decenni e decenni di aperta ostilità anti immigrati , solo alla fine del secolo scorso hanno deciso di cambiare linea politica. E di mettere la sordina alla loro aperta chiusura all’arrivo di lavoratori stranieri. Accusati dai primi, non sempre a torto, di consentire agli imprenditori di sfruttare la loro “eccessiva” disponibilità per abbassare i salari e gli standard di protezione sociale conquistati dai blu collar autoctoni con anni di scioperi e di dure battaglie. E dalla seconda di “sublimare” la loro miserabile condizione schierandosi dalla parte del potere violento dei bianchi schiavisti alla Jim Crow. Contraddizioni che sul piano politico hanno giocato un ruolo decisivo spingendoli nelle accoglienti braccia della destra repubblicana. Gli immigrati, diceva un grande Presidente conservatore come Donald Reagan, sono degli imprenditori (di sé stessi) e per questo repubblicani.

Ma la delusione dei democratici sul voto dei latinos, al di là delle complicate eredità della storia, origina soprattutto da una inesatta percezione del fenomeno migratorio e dalla convinzione secondo cui “immigration is remaking the American mainstream”. Un’affermazione che confonde il cambiamento demografico con quello sociale. Un errore già a suo tempo segnalato dal grande studioso di Harvard Alejandro Portes. Che nel saggio intitolato Tensions that make Difference: Institutions, Interests and the Immigrant Drive affermava: “L’immigrazione di massa può certamente modificare a fondo il profilo demografico della popolazione, che però è cosa ben diversa dalla modifica dei fondamenti culturali di una nazione e della sua struttura sociale . Infatti se è vero che l’immigrazione con le sue domande dal basso costringe l’ordine costituito a nuovi adattamenti in settori quali la scuola, la sanità, i servizi e il mercato del lavoro. E’ però altrettanto vero che gli immigrati più che sfidare l’ordine sociale esistente hanno come obiettivo quello di riuscire ad adattarvisi al meglio. Tanto è vero che gli immigrati ed i loro figli per risalire nella scala delle gerarchie sociali, di status e di potere del paese di arrivo non ne contestano i valori dominanti né l’ordine normativo. Ma si conformano ad essi.

Una verità mirabilmente messa a fuoco da Portes che nello scritto su citato scriveva: “Oggi a capo di una multinazionale di New York ci può essere un Lowenstein anziché un Johnson, e il sindaco della contea di Miame-Dade si può chiamare Alvarez e non più King, eppure il sistema delle norme che governano l’impresa, l’amministrazione della contea e, più in generale, la struttura socio economica di cui entrambi fanno parte sono le stesse di sempre”.

Parole sante che, forse, potrebbero aiutare la sinistra a smettere di incassare sull’immigrazione una delusione dopo l’altra.

Dalle urne americane escono tante immigrazioni

Nelle lezioni presidenziali USA gli immigrati hanno votato per Trump in misura ben superiore rispetto alle generali previsioni. Basate sulla convinzione che il duro giro di vite ai confini imposto negli ultimi quattro anni dall’inquilino dalla Casa Bianca avrebbe determinato nelle urne una punizione in massa del candidato repubblicano a favore di quello democratico. Cosa che non è invece avvenuta.

Infatti in base ad un’analisi del voto condotta dal centro studi Edison Research nel 2020 i voti dei Latinos pro Trump a livello nazionale avrebbero addirittura superato dell’8% quelli, già elevatissimi, del 2016. Orbene visto che la maggioranza dei non-white voters si è comunque espressa a favore di Biden, l’incremento dei voti suaccennato conferma che quello delle minoranze non è più, se mai lo sia stato, un blocco monolitico. Nel quale, ad esempio, i livelli di istruzione tendono oggi, e tenderanno sempre più domani, a rappresentare uno spartiacque politico e sociale ben più potente della comune appartenenza etnica. Interessante al riguardo quanto sostiene il Financial Times che in un articolo di sabato scorso affermava: “College-educated non-white voters, who favour Democrats were broadly unchanged in their voting patterns compared with 2016. But non-college-educated minority voters incresed their support for Mr Trump from 20 to 25 per cent”.

La verità è che quello della moderna immigrazione americana (ma forse anche di quella del resto del mondo) è un universo composito in cui gli interessi degli uni non coincidono con quelli degli altri. Basta leggere al riguardo le affermazioni rilasciate ad Atlantic prima delle elezioni da un esponente di spicco della minoranza latina. Che per spiegare le differenze esistenti nel seno della sua comunità dichiara candidamente che “many pro-Trump latinos define their interests differently than their more progressive cousins do. They don’t necessarily feel solidarity with Latinos as a whole, and many identify themselves as American first”. Ecco perché ha il sapore dell’aria fritta l’affermazione secondo cui negli USA la progressiva diversificazione etnica della popolazione giocherà per forza di cose a vantaggio dei democratici contro i repubblicani.

Nell’urna gli immigrati pro Trump che non ti aspetti

Nelle elezioni USA gli immigrati non hanno votato come i democratici di Joe Biden volevano e speravano. Una verità sulla quale è augurabile che i liberal americani, e con essi quelli di casa nostra, abbiano la forza e la voglia di interrogarsi. Quand’anche l’incertissimo scrutinio elettorale, al momento in cui scriviamo ancora in corso, dovesse alla fine assegnare loro l’agognata palma della vittoria. Cercando come prima cosa di capire le ragioni per cui un pezzo di società, nel caso quello dell’immigrazione, si dimostra essere diverso da quello che loro pretendono esso sia. E anziché a favore di coloro che incarnano le “umani sorti e progressive” decide di votare massicciamente un conservatore e nemico di classe come Donald Trump.

Un problema assai serio sul quale persino la rivista ultra progressista Atlantic una settimana prima delle lezioni aveva con intelligente preveggenza cercato richiamare l’attenzione di Biden e dei suoi. Con un articolo significativamente intitolato: “What liberals don’t understand about pro-Trump Latinos”. Che sfidando l’eccessivo, dominante ottimismo sul comportamento elettorale degli immigrati ammoniva: “Democrats shouldn’t be surprised if Trump matches or improves on his 2016 showing amond Latinos on November 3”.

La verità, forse a molti sconosciuta, è che gli immigrati americani sono sempre stati, con una percentuale oscillante secondo il Pew Research tra il 60 e il 40% del totale, una colonna portante dell’elettorato repubblicano. Al punto che nel Secondo Dopoguerra l’unica, grande sanatoria (amnesty) del 1985 a favore dei clandestini presenti sul territorio yankee è avvenuta negli anni della presidenza del repubblicano ultra liberista Ronald Regan. Con la motivazione che essendo gli immigrati degli imprenditori, sia pur sui generis, essi rappresentavano in nuce una forza nel futuro del suo partito. Come i dati elettorali di questi giorni, anzi di queste ore, tornano a confermare.

Immigrati: i meno poveri dei poveri

Nell’editoriale della scorsa settimana dedicato ai dati pubblicati dall’OCSE nel suo recentissimo International Migration Outlook 2020 abbiamo affrontato il tema della colossale contrazione dei flussi migratori internazionali legata alla drammatica recessione economica indotta dalla pandemia su scala mondiale. Nei primi sei mesi 2020 i flussi migratori mondiali sono infatti diminuiti, rispetto allo stesso periodo del 2019, del 46%. Un crollo di proporzioni mai registrato in passato che, secondo le proiezioni dell’istituto parigino, potrebbe addirittura raddoppiare entro la fine dell’anno.

Dati che testimoniano non una semplice frenata ma una vera e propria inversione di rotta rispetto ai trend migratori degli ultimi decenni. Al punto che secondo gli studiosi dell’OCE “mobility not to return to previous levels for some time to come”. Cosa che non solo testimonia la fine, da vedere se definitiva, del complicato ma tutto sommato felice ménage che per decenni ha legato l’immigrazione alla globalizzazione dell’economia. Basato, in via generale, sulla “esportazione” delle produzioni a minor valore aggiunto dai paesi industrializzati verso quelli con regimi salariali inferiori. E, all’opposto, sulla “importazione” dai secondi ai primi di immigrati a basso costo. Ma soprattutto chiarisce oltre ogni ragionevole dubbio che per l’immigrazione economica, quindi al netto di quella dei profughi e dei rifugiati, è la domanda e l’offerta del mercato e non la povertà assoluta e la sovra popolazione mondiali, come invece molti si ostinano a ripetere, il vero “primo mobile” dell’immigrazione contemporanea. Poiché quanto da noi affermato in merito alla povertà assoluta ed alla sovra popolazione non ha convinto alcuni nostri lettori è doveroso, per evitare di continuare a non capirci, cercare di fare chiarezza spendendo, al riguardo, qualche parola in più.

La povertà assoluta. Stabilito una volta per tutte che nessuno lascia casa e famiglia per piacere ma perché cerca e spera con l’emigrazione/immigrazione di migliorare una condizione materiale ed esistenziale ritenuta non soddisfacente, il vero punto da chiarire è perché, se davvero la causa di tutto fosse la povertà assoluta, la maggioranza di quelli che partono non sono i più poveri dei poveri. Ma quelli che, rispetto ai tanti che restano, possiedono oltre ad un di più di risorse economico-finanziarie anche capacità professionali, mentali e relazionali che rappresentano il “capitale” necessario per concepire prima ancora che tentare un passo per altri proibitivo. Tanto è vero che, dicono M. Clemens e H. Postel del Center for Global Development: “l’emigrazione è maggiore dai paesi che sulla scala della distribuzione della ricchezza mondiale si collocano ai ranghi medio alti di quella dei paesi poveri. Le nazioni con un reddito medio tra $8000/10000 hanno un’emigrazione 3 volte superiore di quella dei paesi con un reddito medio pari o inferiore a $2000.” Per costoro l’emigrazione/immigrazione rappresenta una risk management strategy delle opportunità fornite dal mercato. E se queste vengono meno, come oggi a causa della pandemia, preferiscono non rischiare rinviando la partenza ad un domani migliore. La maggioranza di quelli che emigrano lo fanno non perché versano in condizioni di povertà estrema. Ma perché andando all’estero sperano di ottenere dalle risorse di cui dispongono un “dividendo” maggiore di quello che viene loro riconosciuto in patria. Una verità che non vale solo per i flussi migratori contemporanei ma anche per quelli del passato meno recente. Basta leggere al riguardo quanto sostiene M. Clemens nel Technical Paper No. 2017/8 delle Nazioni Unite titolato Migration is a Form of Development: “Mass emigration from Sweden, for instance, began as Sweden began its take off into modern economic growth around 1870….the departure of Swedes was a sign that economic development had taken off in once-poor Sweden”.

La sovra popolazione. L’immigrazione economica come tutti i fenomeni guidati dalla “mano invisibile” del mercato procede lungo un ideale asse di equilibrio fissato, di volta in volta, dalle convenienze dei suoi attori. Per questo è tutto meno che un semplice travaso demografico dalle nazioni dove gli esseri umani sono troppi in quelle dove sono troppo pochi. Tanto è vero, affermano A.Golini, C.Bonifazi, A.Righi tre studiosi dell’insigne scuola demografica italiana, le terre di maggiore emigrazione non sono quelle dove si fanno più figli bensì quelle che hanno raggiunto, in parallelo con lo sviluppo, anche una accettabile transizione demografica. Ecco perché i flussi migratori internazionali nella loro regolarità direzionale smentiscono alla radice l’ideologia neo malthusiana secondo cui l’emigrazione/immigrazione rappresenta la valvola di sfogo per la sovrappopolazione del Pianeta.

Per concludere. Ritenere l’immigrazione figlia della necessità imposta dalla povertà assoluta e dalla sovra popolazione non è solo una svista cognitiva ma anche pratica. Visto che se esse fossero davvero il primo mobile dell’immigrazione sarebbe impossibile non solo praticare ma persino immaginare qualsiasi strategia atta alla sua gestione.

OCSE: con il mercato crolla l’immigrazione

La pestilenza è piombata come un maglio sull’immigrazione. Basta leggere al riguardo l’ultimo, recentissimo International Migration Outlook dell’OCSE. Secondo il quale nei primi sei mesi 2020 i flussi migratori mondiali sono diminuiti, rispetto allo stesso periodo del 2019, del 46%. Un crollo di proporzioni mai registrato in passato che potrebbe, secondo le proiezioni dell’istituto parigino, addirittura raddoppiare nell’ultimo semestre dell’anno in corso.

Non una semplice frenata ma una vera e propria inversione di rotta dei comportamenti migratori degli ultimi decenni. Visto che, recita fin dalle prime pagine il documento dell’OCSE “mobility not to return to previous levels for some time to come”. Certificando la fine del complicato ma tutto sommato felice ménage che per più di vent’anni ha legato l’immigrazione alla globalizzazione dell’economia. Basato, in via generale, sulla “esportazione” delle produzioni a minor valore aggiunto dai paesi industrializzati verso quelli con regimi salariali inferiori. E, all’opposto, sulla “importazione” dai secondi ai primi di immigrati a basso costo. In particolare nel settore del commercio e dei servizi delle grandi metropoli dell’Occidente industrializzato. Ma soprattutto perché chiarisce oltre ogni ragionevole dubbio che è la domanda e l’offerta del mercato e non la povertà assoluta e la sovra popolazione mondiali, come invece molti si ostinano a ripetere, il “primo mobile” dell’immigrazione moderna. D’altra parte se non fosse così pensiamo veramente che basterebbe il timore del Covid a convincere i dannati del mondo a scegliere di non emigrare restando a casa loro? Su via non scherziamo! Se non altro per riguardo ai milioni di lavoratori che ogni giorno da noi come nel resto del mondo, sfidando la paura del contagio si ostinano di buon mattino ad andare a lavorare.

L’immigrazione economica non è un fenomeno naturale ma una funzione della moderna economia. Il mercato domanda e l’immigrazione risponde. Ragione per cui se la prima si blocca si blocca di conseguenza anche la seconda. I flussi migratori, infatti, al pari delle merci sono attivati, in primis, da una domanda che l’offerta di lavoro in loco non è in grado di soddisfare. Infatti, ricordava anni addietro Alejandro Portes che di queste cose se ne intende come pochi: ”i lavoratori immigrati non vengono solo perché lo vogliono, ma perché li vogliono”. Ecco perché non basta la povertà o la sovra popolazione a spiegare l’immigrazione.

Per concludere una preghiera ai lettori: tutte le volte che sentite qualcuno ripetere che l’immigrazione è un fenomeno inarrestabile siate così cortesi di segnalare le pagine del rapporto OCSE. E se insiste issate, come facevano nel lontano passato le navi infettate dal colera, una bandiera gialla mettendoli in quarantena.