Dagli USA un’idea sull’asilo su cui riflettere

Martedì scorso 11 settembre la Corte Suprema americana ha emesso sull’immigrazione una sentenza carica di enormi conseguenze. In primo luogo in ragione del fatto che in piena campagna elettorale per le prossime elezioni presidenziali e su uno dei più accesi e contestati dossier della politica interna del paese dà torto a quanto per mesi sostenuto contro il Presidente dall’opposizione democratica e da una parte della magistratura statunitensi. Semplificando, di fatto e di molto, la strada di Trump alla difficile ma agognatissima rielezione alla Casa Bianca nel 2020. Ma soprattutto perché aiuta a fare una volta per tutte chiarezza su un argomento delicatissimo qual è appunto quello dell’asilo che la crisi alla frontiera meridionale del paese ha fatto deflagrare in tutta la sua drammaticità.

Per capire di cosa stiamo parlando vale forse la pena iniziare dai numeri. Solo negli ultimi 12 mesi sulla linea di confine che separa gli Stati Uniti dal Messico gli agenti dell’immigration americana hanno fermato, mentre tentavano di entrare illegalmente nel paese, quasi mezzo milione tra adulti e bambini. Nella stragrande maggioranza provenienti dal San Salvador, Guatemala ed Honduras. Che però, una volta intercettati, sulla base di uno schema adottato fin dai tempi della presidenza Obama, in base alle norme in vigore che appunto Trump intende cambiare, dichiarandosi richiedenti asilo devono essere rilasciati dalle forze dell’ordine. E in attesa che la giustizia abbia modo e tempo di esaminare la loro richiesta spariscono nell’immenso continente nordamericano. E del suo mercato del lavoro mai sazio di braccia volonterose e a buon mercato.

Un sistema che gli studiosi del Migration Policy Institute in un’indagine sull’argomento hanno definito “ben oliato e sponsorizzato dalle gang centro americane” perché dimostratosi per loro meno rischioso e più “sicuro” rispetto a quello dell’immigrazione clandestina del passato. Quando a tentare di passare il confine senza documenti, rischiando però di morire o di essere acciuffati e rimpatriati dal Border Patrol, erano per lo più giovani maschi messicani soli e non intere famiglie come oggi.

Un meccanismo infernale nel quale i veri rifugiati funzionano da “copertura” per i tantissimi immigrati economici intenzionati a raggiungere, senza permesso, i nuclei dei loro “paesani” da tempo insediati ai quattro angoli del paese a stelle a strisce. Ma che la Casa Bianca, con il placet della Corte Suprema, ha deciso oggi di spezzare stabilendo che i centro americani intenzionati a chiedere asilo negli USA dovranno depositare le loro richieste non più al confine yankee ma nelle nazioni attraversate nella marcia di avvicinamento al Norte. Per quelli dell’Honduras e del San Salvador le nazioni delegate sono il Guatemala e il Messico, mentre per i guatemaltechi solo il secondo.

Una pillola forse per alcuni difficile da ingoiare addolcita però, come giustamente sottolineato dai supremi magistrati americani, da un principio di garanzia in base al quale coloro che avessero respinte le richieste di accoglienza nei paesi “terzi” saranno autorizzati a perorare la loro causa e difendere i loro diritti rivolgendosi direttamente all’amministrazione made in USA.

Idee per il nuovo governo dell’immigrazione

Poiché per il nuovo Governo l’immigrazione rappresenterà una questione assai delicata è auspicabile che i suoi interventi, per evitare guai peggiori di quelli che intende mettersi alle spalle, siano improntati alla massima prudenza. Scansando la trappola, in cui sono finiti in passato altri esecutivi, che nell’euforia del loro insediamento hanno fatto promesse dimostratesi poi nei fatti sbagliate o irrealizzabili. Come sarebbe quella, da qualcuno in questi giorni addirittura invocata, di “buttare a mare” la Bossi-Fini e promulgare l’ennesima, nuova legge sull’immigrazione. Accompagnata, ça va sans dire, dalla sanatoria in massa delle centinaia di migliaia di immigrati che, nonostante il diniego della richiesta di asilo e la promessa (non mantenuta) di rimpatrio da parte di Salvini, continuano ad essere presenti sul nostro territorio.

Un errore che su un terreno minato com’è quello dell’immigrazione in Italia rischia non solo di essere politicamente e culturalmente regressivo. Ma di compromettere definitivamente la credibilità e l’attendibilità delle nostre proposte per un futuro, profondo cambiamento delle regole dell’asilo e dell’immigrazione a livello europeo. Anziché pensare a radicali ma rischiosissime innovazioni palingenetiche sarebbe molto meglio se la nuova coalizione di governo si concentrasse su alcune urgenti “necessità” della nostra immigrazione. In particolare quattro:

1) abrogare il reato penale di clandestinità. Perché, come ricorda Paolo Borgna da anni in prima fila nella lotta contro la tratta o lo sfruttamento degli esseri umani “è proprio questa norma, all’apparenza draconiana, che rappresenta per gli stranieri che delinquono un utilissimo appiglio per evitare di essere rimpatriati”.

2) modificare le attuali norme degli ingressi per lavoro. Il sistema dei “flussi” fin qui utilizzato, infatti, non funziona. Per la semplice ragione che subordinare l’ingresso alla stipulazione di un contratto tra un datore di lavoro che sta in Italia e un lavoratore che sta all’estero è un’ipocrisia che fa a pugni con il buon senso. E semplicemente illogico pensare che un datore di lavoro che sta in Italia debba assumere con richiesta nominativa qualcuno/a che sta in un altro paese e che non ha mai conosciuto.

3) riorganizzare le strutture preposte al governo dell’immigrazione. Un’operazione per nulla semplice vista la rigidità della nostra struttura amministrativa e la sua storica avversione ai cambiamenti dei suoi storici equilibri di potere e delle relative, interne aree di competenza. Difficoltà che si possono ovviare creando all’interno delle diverse amministrazioni che hanno voce in capitolo un network operativo di funzionari non solo specializzati ma stabilmente ed esclusivamente dedicati al governo dell’immigrazione.

4) risolvere presto e bene la questione della cittadinanza dei figli degli immigrati nati in Italia. Con un modello misto che sfruttando, con tutte le necessarie modifiche, la legge ’91 del 1992, permetterebbe di superare l’accesa ma inconcludente discussione consumatasi nel nostro Paese tra i fautori dello jus soli sì, jus soli no. Consentendo alla legislazione italiana di allinearsi, al riguardo, con quelle in vigore nelle principali nazioni europee.

Sull’immigrazione caduto Salvini i problemi restano

L’immigrazione rischia di essere per la nuova maggioranza di governo ragione di serie, serissime difficoltà. Soprattutto se il jackpot politico incassato con il capitombolo di Matteo Salvini dovesse essere erroneamente giudicato come un premio ed un incitamento al puro e semplice azzeramento delle sue politiche. A cominciare dal discusso Decreto Sicurezza.

Un rischio niente affatto campato per aria come testimoniano, ad esempio, le gravi divisioni politiche che sull’immigrazione sono esplose all’interno dell’opposizione democratica americana dopo lo scivolone, anch’esso clamoroso, subito dall’onnipotente Trump lo scorso novembre nelle elezioni di midterm. I democratici USA,infatti, commettendo un errore capitale, hanno letto il favore con cui gli elettori hanno permesso loro di strappare ai repubblicani la maggioranza alla Camera e di aumentare i seggi al Senato semplicemente come il risultato dell’opposizione dura e pura condotta per mesi contro il giro di vite anti-immigrati voluto dal Presidente.

Una strategia che si è però rivelata solo un collante di breve durata. Visti gli scontri ai limiti dell’insulto che caratterizzano il faticoso e assai poco convincente andamento delle loro primarie in vista della nomina del candidato democratico per le prossime elezioni presidenziali.

La verità è che definire la politica della Casa Bianca inumana, reazionaria ed inefficace è stato molto più facile che concordare un dettagliato e credibile programma alternativo a quello perseguito dal tycoon newyorkese. L’immigrazione anti va bene come distintivo ma quando mancano le proposte finisce sempre per trasformarsi in un veleno. Fino al punto che la deputata democratica Norma Torres si è spinta a definire i suoi compagni di partito che provano a farsi carico di proposte partendo dalla gravità della situazione ai confini meridionali del paese come dei “Trump Democrats”.

Per non parlare del puro e semplice linciaggio politico subito ad opera degli altri candidati democratici dal texano Beto O’Rourke che, sapendo bene come vanno le cose dalle sue parti, ha avuto il coraggio di opporsi esplicitamente alla proposta, da tutti gli altri condivisa, di una totale decriminalizzazione dell’immigrazione clandestina accompagnata dallo scioglimento dell’Immigration Customs Enforcement. Fatti e vicende che in queste ore dalle nostre parti sarebbe bene tenere a mente perché, dicevano i latini de te fabula narratur.

Il populismo colto del Mago di Oz

Dopo la Russia, a distanza di appena un decennio ma a migliaia di chilometri di distanza, populismo e populisti comparvero, quasi d’improvviso, nella vita politica degli Usa. Grazie alla nascita, nel 1892, del People's Party.

Un partito che per un certo periodo ebbe dimensioni ragguardevoli e che nacque come reazione dei piccoli contadini (farmers), e in genere dei piccoli e piccolissimi proprietari, contro lo strapotere, giugulatorio del sistema bancario e della grande finanza. Ma fin dai primi anni del ‘900, tuttavia, il People's Party vide contrarsi drasticamente la propria capacità di penetrazione e i propri consensi. Nel 1912 il partito non esisteva più.

Eppure dal 1892, quando era stata varata a St. Louis la sua piattaforma partitica, il sostantivo populismo ebbe un formidabile successo politico e mediatico. Nei primi anni ’90 dell’800 il People’s Party riuscì a darsi un solido assetto organizzativo. Divenendo punto di riferimento di una vasta ondata di protesta che agitava le campagne. A causa della depressione sociale e morale che, in particolare negli stati del Sud, aveva fatto seguito alla sanguinosa guerra di secessione. Ma anche agli effetti della grande depressione che tra il 1870 e il 1897 aveva fatto crollare di anno in anno i prezzi dei prodotti agricoli.

Le aree geografiche in cui si insediò il partito populista, che ha rappresentato nella storia americana il tentativo forse più serio di spezzare il tradizionale duopolio del sistema politico statunitense, furono peraltro quasi esclusivamente quelle più colpite dalla crisi: gli ex Stati confederati del Sud e quelli del Midwest. Intercettando sentimenti, umori e frustrazioni che da allora in poi non sono mai più tramontati nel mainstream socio-politico americano. Che puntava il dito contro il mondo dell’industria e della finanza, di cui Wall Street era l’emblema. Che secondo i populisti poteva essere indebolito con la sostituzione dell’oro, allora unico mezzo di pagamento, con il libero conio dell’argento. Che avrebbe, infatti, determinato un aumento della massa monetaria. E che facendo salire l’inflazione avrebbe diminuito il costo del denaro e, quindi quello dei prestiti bancari gravanti sui piccoli contadini. Una proposta di nuova strategia economica che i populisti accompagnavano con la richiesta di calmieramento dei prezzi agricoli (con la creazione di depositi federali dove immagazzinare le eccedenze), della nazionalizzazione delle ferrovie e, sul piano politico-istituzionale, dell’introduzione dello strumento del referendum.

Ma c’era, però, un altro fronte per i populisti: gli immigrati e il nascente melting pot. Che spiega le ragioni dell’odio dichiarato e radicato, soprattutto tra i militanti di base, nei confronti degli ebrei, dei nuovi immigrati, degli stranieri e, naturalmente, dei neri. Un atteggiamento di risentimento rancoroso che non risparmiava neppure l’intellighènzia. Alla cui decadenza veniva contrapposta la semplice etica dell'uomo comune (everyman) e dei produttori onesti. Contro i quali i gruppi di affari, per difendere i propri interessi, non esitavano ad ordire giganteschi complotti. Che rientravano, secondo i documenti programmatici del People's Party, in "una vasta cospirazione contro l'umanità, organizzata su due continenti e ormai dilagante nel mondo intero".

Un tema che fu al centro della Convention di Chicago del 1896 conclusa da William Jenniger Bryan con quello che è unanimemente considerato il più appassionato e straordinario discorso della storia politica americana: The Cross of Gold. “Voi ricchi non pianterete sulla fronte dei lavoratori questa corona di spine e non crocifiggerete l’umanità sulla Vostra Croce d’Oro”. Potremmo concludere qui se non fosse che fu proprio quell’episodio ad ispirare uno dei maggiori e più amati capolavori della letteratura per l’infanzia: Il Mago di Oz. Che altro non è che un’allegoria, piena di amore e nostalgia, per il mondo sognato e mai raggiunto del People’s Party.

La Salvini danese annuncia ma non fa

In Italia quando sull'immigrazione la politica non sa che pesci prendere istituisce una commissione con l’incarico di trovare, ovviamente nel più breve tempo possibile, una soluzione. Quella danese, invece, per decidere decide salvo rinviare la messa in atto al futuro che verrà. Due modelli diversi ma accomunati dall'annunciare. Anziché dal fare. Prova ne è il bailamme seguito alla notizia che dall'America, tramite il New York Times, è rimbalzata da noi secondo cui il governo danese avrebbe deciso di applicare per i rifugiati l’inumano modello da tempo adottato da quello australiano. Stanziando nella nuova legge di bilancio 140 milioni di dollari per i lavori necessari a trasformare l’isoletta di Lindholm, situata a 20 minuti dalla capitale Copenaghen, in un centro di “accoglienza” di 100 richiedenti asilo respinti.

Superato il primo momento di sconforto abbiamo cercato di approfondire la questione scoprendo che: 1) gli interventi di riadattamento dell’isolotto richiedono tempi lunghi. La cui fine, se nulla osta, è prevista per la seconda metà del 2021. Una data talmente lontana per cui è difficile che i membri dell’attuale Esecutivo saranno ancora in carica. Di mezzo, infatti, oltre alle elezioni europee di maggio 2019, ci sono il mese successivo quelle del Parlamento nazionale e, più in là, quelle regionali; 2) i 100 disgraziati eventualmente destinati al confine, per fortuna, non sono, come riferiscono molti organi di stampa, rifugiati che pur avendo avuto respinta la richiesta di asilo non possono essere rimpatriati. Bensì immigrati passati in giudicato per ripetuti reati comuni; 3) il silenzio dell’opposizione di sinistra sulla vergogna “dell’isola dei disperati”, come le cronache hanno definito l’affaire, denunciato come un vergognoso appeasament in vista dei prossimi turni elettorali, è invece espressione di prudente saggezza. Per la semplice ragione, come ha fatto notare sulla sua rubrica giornalistica l’ex ministro dell’immigrazione e super liberal Birthe Hornbech “è vero che quelli del centro destra sono abilissimi a fare autogol visto che la storia dell’isola è solo un annuncio destinato a finire nel nulla così come avvenuto per quelli sui rimpatri di massa. Detto ciò, però, è innegabile che quello dei rifugiati che non hanno diritto all'asilo ma non possono neppure essere rimpatriati è un problema sul quale c’è poco da scherzare”.

Parole sante. Che ridanno un po’ di dignità alla politica europea dell’immigrazione. E che suonano di ammonimento per tanti commentatori nostrani che, forse, anziché correre dietro allo scoop sulla nuova Dachau danese avrebbero fatto meglio, anziché agitarsi, ricordare al New York Times che attualmente nelle prigioni a stelle e strisce sono detenuti, a tempo indeterminato, più di 300mila immigrati. Per non parlare di Guantanamo.

Sull’immigrazione l’Occidente rischia l’abisso

Sull’immigrazione le democrazie occidentali stanno scivolando verso l’abisso. Una verità difficile da negare visto che questo fenomeno è l’agente della crisi politica, ai limiti dell’impazzimento, in cui si sono cacciati le classi dirigenti ed i governi al di qua e al di là dell’Atlantico.

Basta osservare, mettendo per un momento da parte per carità di patria i nostri guai e quelli dell’Unione Europea, quanto sta accadendo nello storico bastione dell’Occidente liberale: gli Stati Uniti. Dove shutdown provocato dal braccio di ferro di Trump con i democratici sui finanziamenti necessari per la costruzione del Muro anti clandestini al confine messicano paralizza da più di tre settimane gran parte dell’amministrazione. Lasciando a casa senza stipendio più di un milione di dipendenti pubblici. Oltre a quelli delle imprese dell’indotto.

Un evento che non solo sta assumendo dimensioni mai viste in precedenza. Ma che, col passare dei giorni, rischia, non essendo in vista possibili soluzioni, di trasformarsi in un vero e proprio “buco nero” per la politica statunitense. Un’entropia sistemica di cui è chiara avvisaglia la lettera con cui il capo dell’opposizione democratica e presidente della Camera dei deputati Nancy Pelosi ha in queste ore formalmente chiesto al Presidente, cosa mai accaduta negli USA dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale, di rinviare il suo discorso sullo Stato dell’Unione fissato per il prossimo 29 gennaio.

Come andrà a finire oggi nessuno lo sa. Di sicuro siamo in presenza di una lunga, negativa onda di eventi che nei decenni a venire sarà letta e indicata come uno spartiacque della storia politica del III millennio

Gli USA di Trump Brexit al quadrato

Trump ha deciso sul Muro di trascinare l’America in una crisi politico-istituzionale che ricorda, moltiplicata per mille, quella dell’Inghilterra di Brexit. Per due ragioni.

La prima: in entrambi i casi tutto origina da un’ossessione - poco importa se fondata o meno - che è, anche linguisticamente, la stessa al di qua e al di là dell’Atlantico: take back the control of our border. Riprendere il controllo delle frontiere per fermare l’immigrazione.

La seconda: impedire alle istituzioni rappresentative di riuscire ad imporre una via d’uscita alla crisi sulla base del principio cardine della moderna democrazia liberale: il compromesso parlamentare.

Due cause aggravate, soprattutto nel caso degli USA, da una lotta feroce per la supremazia all’interno della destra politica tra i conservatori moderati e gli estremisti neo populisti. Che Trump con la dichiarazione dello stato di emergenza di oggi ha deciso di spingere, costi quel che costi, alla resa dei conti finale. E’ da qui che bisogna partire per cercare di capire le ragioni di un atto che va ben al di là dell’azzardo. Per il trumpismo, infatti, il Muro da simbolo si è paradossalmente trasformato in una sorta di spartiacque esistenziale. Visto il disastroso esito delle elezioni di medio termine dello scorso novembre, quando i democratici hanno mietuto consensi come era loro riuscito solo dopo la defenestrazione di Nixon in conseguenza del Watergate. O rientrare nei ranghi, e per riguadagnare il voto dei moderati, chiudere il contenzioso del suo finanziamento accettando il compromesso siglato in Parlamento dai maggiorenti del suo partito e quelli dell’opposizione. Oppure, in omaggio al nucleo duro dell’America profonda a lui ancora assolutamente fedele, rilanciare con la dichiarazione dello stato di emergenza una sfida che ha come primo e fondamentale obbiettivo quello di mettere l’establishment repubblicano con le spalle al “Muro”.

Obbligandolo a decidere se , in base agli articoli dall’Emergencies Act del 1974, è fondata e legittima la sua richiesta di utilizzare, per la costruzione del Muro, fondi già altrimenti finalizzati dalla legge di bilancio parlamentare, oppure, d’intesa con l’opposizione, considerarla un’impropria espropriazione del Parlamento e quindi vietarla. Una miscela resa, se possibile, addirittura esplosiva dall’avvio della corsa alle elezioni presidenziali 2020. Alle quali Trump, anche se forse in cuor suo teme di non poter rivincere, sa che può arrivare solo se padrone incontrastato e assoluto del suo partito.

Il problema di Trump è il suo ego

La rielezione di Trump è diventata una strada in discesa? Per come si sono messe le cose verrebbe da rispondere di sì. Soprattutto dopo il doppio successo politico dello scorso fine settimana che lo ha visto uscire vittorioso da mesi di durissimo braccio di ferro con l’opposizione su le due più delicate e discusse questioni della sua presidenza: la costruzione del Muro e i respingimenti dei richiedenti asilo alla frontiera meridionale del Paese.

Per quanto riguarda la prima, infatti, la Corte Suprema, con un verdetto 5 a 4, ha dichiarato legittimo l’uso, da lui invocato ma dal Congresso negato, di 2,5 miliardi di dollari del Pentagono per la costruzione di una nuova barriera anti clandestini lunga 100miglia alla frontiera con il Messico.

La seconda, ancora più rilevante, riguarda il documento concordato con il ministro degli interni del Guatemala in base al quale gli immigrati dell’Honduras e del San Salvador che attraversano il paese centro americano con l’obbiettivo di chiedere asilo negli USA dovranno farlo “restando in loco” e non più, come in passato, sul suolo statunitense.

Una decisione che sommata a quella “estorta” al Messico con la minaccia dell’imposizione di pesanti dazi al suo export verso il possente partner nord americano di fatto blindano il confine yankee dalle carovane di profughi che negli ultimi anni avevano preso il posto dell’immigrazione clandestina tradizionale. Un quadro in base al quale anche chi non è un fan di Trump avrebbe difficoltà a negare che il vento spiri sempre più decisamente dalla sua parte. Ma c’è un ma.

Rappresentato dalla frenesia del Nostro di segnare continuamente punti a suo vantaggio. Con il rischio di esagerare. Come è accaduto sabato scorso quando a Baltimora arringando una folla di fan scatenati ha bollato il quartiere che da anni elegge a suo rappresentante il democratico Elijah .E. Cummings “disgusting rat and rodent infested mess”. Una frase non solo inopportuna ma sbagliata. Perché una cosa è dare coraggio alla propria base un’altra dimenticare che mancando alle elezioni ancor 16 mesi a forza di tirarla la corda si spezza. Ed in politica quando avviene non c’è più modo di recuperare.

Il pugno duro con gli immigrati fa parte della storia Usa

Tra le molte ed in alcuni casi legittime ragioni per criticare la politica dell’immigrazione di Trump quella di condannarla perché estranea alla storia americana è sicuramente la meno convincente. Non solo perché se così fosse risulta davvero difficile spiegare perché, stando ai sondaggi, anche dopo l’incresciosa, deprecabile invettiva contro le 4 parlamentari democratiche di origine immigrata, l’indice di gradimento del Presidente tra i repubblicani si sia confermato addirittura superiore a quelli di Ronald Reagan con “morning in America” o di George W. Bush subito dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle di New York. Ma, soprattutto, capire le ragioni in primis culturali della vasta presa che essa esercita in molti settori sociali ed aree geografiche pur tra loro assai differenti del gigantesco continente americano.

La verità è che la questione dell’immigrazione e, con essa, quella dell’americanità, ossia dell’appartenenza al popolo americano, non sono nate con Trump. Ma hanno segnato, a fondo, molto a fondo, raggiungendo spesso livelli di durezza altrove sconosciuti, la storia dell’America fin dalla sua nascita. La prima legge sull’immigrazione, infatti, emanata nel 1790 consentiva l’acquisizione della cittadinanza USA solo agli immigrati bianchi. Per i neri si dovette attendere la ratifica costituzionale dell’emendamento 14 nel 1868, altri 30 anni per darla a quelli di origine cinese e per i nativi delle tribù indiane addirittura il varo dell’Indian Citizenship Act nel 1924. Ma non bastano queste semplici ma significative date per dimostrare che non ha senso dire che la “selective citizenship” proposta da Trump è estranea alla storia americana. Che infatti porta in sè il segno indelebile ed incancellabile dell’azione di Andriew Jackson. Presidente dal 1829 al 1837 duro, impulsivo fino alla brutalità, considerato un corpo estraneo dall’establishment dell’epoca ma amatissimo dai piccoli farmers dello sterminato midwest statunitense. A favore dei quali pensò bene di requisire i territori degli indiani ad Est del fiume Mississipi costringendoli ad un trasferimento talmente forzato da rimanere nella loro memoria come “il sentiero delle lacrime”.

Secondo Wikipedia la presidenza di Jackson (noi ci permettiamo di aggiungere prima di quella di Trump) rimane la più difficile da riassumere, spiegare e valutare. Per il biografo James Parton “era ad un tempo dittatore e democratico, un genio naturale seppur profondamente ignorante, la rappresentazione di Satana ma anche quella di un Santo”. E, dulcis in fundo, tra il 1948 ed il 2009 su 13 sondaggi di opinione condotti tra storici ed esperti di scienze politiche Jackson si è sempre classificato tra i primi 10 presidenti di tutti i tempi, o molto vicino ad essi.

Negli USA non lo amano ma lo votano

Trump concludendo la scorsa settimana un comizio in North Carolina si è accomiatato da una elettrizzata platea di sostenitori dicendo: “Win where  we won” (vinciamo dove abbiamo vinto). Una frase che dice molto se non tutto sulla sua strategia per essere riconfermato alla Casa Bianca alle prossime elezioni presidenziali del novembre 2020. Riottenere i voti di coloro che nel 2016 gli hanno consentito, smentendo le previsioni di molti, di battere la super favorita Hillary Clinton.

Una strategia che non è, come a prima vista verrebbe da pensare, difensiva ma di attacco frontale alla martellante quanto confusa campagna elettorale dell’opposizione democratica. Che continuando ad alzare i toni contro la sua politica dell’immigrazione ed il suo stile prepotentemente decisionista non si è forse ancora resa conto di contribuire a rafforzarne il consenso negli strati popolari proprio in stati come l’Ohio, la Pennsylvania o il Wisconsin sui quali Trump più conta per restare presidente. Una dinamica che spiega anche quello che per editorialisti e politologi è diventato un vero e proprio rompicapo in base al quale Trump, paradossalmente, cala nel rating del public approval ma aumenta in quello elettorale.

La verità è che, per usare l’acuta definizione datane dal New Yorker,  con il suo “razzismo calcolato” Trump cerca di costringere i democratici a radicalizzarsi in una sorta di antitesi razziale dei repubblicani. Cosa che oltre a rafforzare il lealismo dei supporter repubblicani di base potrebbe anche inquietare molti elettori potenzialmente filo democratici del ceto medio professionale ed imprenditoriale. Che pur non approvando il suo modo di fare e di parlare temono però che un’ulteriore polarizzazione ideologica della vita politica del paese ed una sua eventuale sconfitta elettorale possano compromettere l’eccellente andamento dell’economia e degli affari. Decidendo, come si dice,  di  votarlo turandosi il naso.