Le elezioni Usa legate alla cabala

Perché nessuno è in grado di sapere come andranno a finire le elezioni presidenziali americane del prossimo novembre? Domanda quanto mai lecita visto che quando mancano ormai meno di 60 giorni all’Election Day neppure i più sofisticati sondaggi di opinione sembrano essere riusciti a dare una convincente risposta. La verità, come ha ben chiarito un editoriale pubblicato dal Washington Post lo scorso 3 agosto, è che le elezioni 2020 presentano 7 criticità “ambientali” che le rendono diverse e insondabili rispetto alle precedenti. Di che si tratta? E’ presto detto.

- L’unica volta che le elezioni presidenziali si svolsero come oggi in presenza di una pandemia fu 100 anni fa ai tempi della spagnola. Poichè il Covid-19 ha un costo psicologico, è davvero impossibile capire come reagiranno alla sua minaccia gli elettori. Quello che è certo è che il virus è onnipresente nei loro dialoghi quotidiani e che più della politica è in grado di “colorare” e dominare i loro orientamenti;

- i gravi danni all’economia prodotti dal coronavirus dovrebbero, almeno in base alla tradizione, ritorcersi contro il Presidente in carica. Ma non è detto che sia così: “In a typical presidential race a recession like this would probably send an incumbent packing; other issues, particularly cultural factors, would literally no matter. But American are still giving President Trump decent marks on his handling of the economy and the third-quarter economic numbers show a rapid rebound. At same time, disagreement about immigration, political correctness and racism have kept cultural issues front and center”;

- l’America è da mesi sconvolta da duri scontri di strada e da proteste contro la violenza della polizia contro i neri. Di solito, però, queste situazioni non danno buoni frutti al momento del voto. Nel 1963, ad esempio, il 60% degli americani non simpatizzava con le marce per i diritti civili, e nel 2011 solo il 44% supportava i giovani di Occupy Wall Street. Oggi le cose sono forse cambiate se, come sostiene l’indagine Gallup di luglio scorso, 2/3 degli statunitensi sarebbero contrari alla violenza razzista delle forze dell’ordine;

- negli USA anche le istituzioni tradizionalmente più stimate e ammirate, compresi l’esercito e la polizia, stanno perdendo credibilità e fiducia agli occhi della pubblica opinione. Un declino in atto ormai da oltre un cinquantennio e che ultimamente ha pesantemente coinvolto anche le organizzazioni non governative e del volontariato;

- tra la gente la soddisfazione per come vanno le cose del Paese è in caduta libera. Secondo i sondaggi più recenti “only 13% said they were satisfied with the direction of the country”. Quello che però non è chiaro è chi trarrà profitto da tanto malcontento. Joe Biden, infatti, sarà in grado di strapparlo a Trump come fece Clinton ai danni di Bush padre nel 1992? Oppure se lo lascerà sfuggire come capitò nel 2012 a Mitt Romney nella sfida con Obama?;

- con l’innovazione partita dalla North Caroline, che consente di votare per posta prima del giorno delle elezioni, si preparano giorni di fuoco per il sistema politico-elettorale americano. Per la semplice ragione che se è vero, come alcuni sostengono, che questo tipo di votazione potrebbe interessare fino all’83% del corpo elettorale “these changes could transform the election from a single day into a months-long slugfest of debating, voting, counting and court challenge”;

- anche se Trump ha fatto peggio di molti suoi predecessori gli resta tempo per recuperare. Per la semplice ragione che in politica nulla è scritto sulla pietra: ciò che sembra sicuro ad agosto ad ottobre,forse, è già stato dimenticato.

Conclusione: se nel 2020 è accaduto ciò che nessuno avrebbe mai pensato potesse accadere perché lo stesso non potrebbe valere per l’elezione del Presidente?

Il telelavoro spiazza la domanda di immigrati

Mesi addietro avevamo preconizzato, senza però disporre delle necessarie evidenze scientifiche, che la pandemia da Covid-19, oltre a tanti altri danni, avrebbe anche messo in crisi l’ultradecennale e, tutto sommato fortunato ménage di coppia tra l’immigrazione e la globalizzazione. Basato, in via generale, sulla “esportazione” delle produzioni a minor valore aggiunto dai paesi industrializzati verso quelli con regimi salariali inferiori. E, all’opposto, sulla “importazione” dai secondi ai primi di immigrati a basso costo. In particolare nel settore del commercio e dei servizi pubblici e privati delle grandi città. Nelle moderne metropoli, infatti, fino a prima della pandemia, grande parte della domanda di nuovi lavori ha per anni riguardato, in parallelo a quelli a più alta professionalità, quelli assai poco qualificati degli addetti ai servizi di “accudimento” dei primi: lavoro domestico, ristoranti, alberghi, centri benessere, palestre, imprese di pulizie etc. Svolti nella maggioranza dei casi da braccia straniere. Ed è proprio su questo mondo del lavoro che il Covid-19 sembra essere piombato come l’Angelo della Morte.

Basta leggere, al riguardo, l’interessantissimo saggio di due economisti del Massachusetts Institute of Technology: David Autor e Elisabeth Reynolds. Che a luglio scorso, nell’ambito del Hamilton Project, hanno pubblicato  “The Nature of Work After the Covid Crisis: Too Few Low-Wage Jobs”. Secondo i quali, come si intuisce dal titolo stesso della ricerca, una delle principali conseguenze dell’“innovazione distruttrice” della diffusione del telelavoro imposto dalla pandemia determinerà la massiccia soppressione dei lavori meno retribuiti delle qualifiche più basse. Una previsione che anche se formulata riguardo al mercato del lavoro USA riteniamo valga anche per tutti gli altri delle nazioni maggiormente industrializzate. La minaccia del Covid-19 ha infatti obbligato in tutto il mondo milioni di liberi professionisti e di lavoratori dipendenti, in maggioranza colletti bianchi, dell’industria, della finanza, dei media e delle pubbliche amministrazioni, nel caotico esperimento (tutt’altro che concluso) del lavoro da casa. E per costoro vivere e lavorare da casa anziché, come in passato, fuori casa ha come prima, immediata conseguenza quella di fare in proprio e di rinunciare, in parte o in toto, ai lavori in precedenza delegati, per mancanza di tempo o per convenienza economica, ad altri.

Per la semplice ragione che grazie al telelavoro anche il professionista più impegnato non ha più bisogno, come invece aveva prima, di assumere un “tutto fare” che oltre a fargli da autista tra una riunione, un pranzo di lavoro e un salto in palestra garantiva l’innaffiamento del giardino. Ed una donna occupata a tempo pieno per le stesse ragioni oggi stando a casa può rispetto al passato fare a meno della nanny immigrata che fino a ieri mentre lei era obbligata in ufficio garantiva il riordino della casa, l’accoglienza dei figli dopo la scuola e la preparazione del loro pasto serale.

Il telelavoro è una forma di automazione del mercato del lavoro che, come affermano gli autori della su menzionata ricerca, determina: “ a steep declines in demand for building, demand for building cleaning, security, maintenance serivice, hotel workers and restaurant staff, taxi and ride-hailing drivers, miryriad of other workers who feed, transport, clothe, entartain and shelter people when they are not in their own homes”. Un’ area del mondo del lavoro a basso salario enorme. A solo titolo indicativo basta ricordare che negli Stati Uniti essa riguarda, secondo i dati ante crisi del Bureau of Labor, più di 30 milioni di individui. Molti, moltissimi dei quali immigrati. Una mannaia che per l’immigrazione è resa se possibile ancor più devastante dal fatto che “Covid-induced changes in work patterns will alter the character of cities…[that].. have seen steep gain in racial and ethnic diversity …the post pandemic economy will see a partial reversal of these trends”.

Per Biden il traguardo è ancora lontano

In America più si avvicinano le elezioni di novembre, più il vento della politica sembra spirare a favore dei democratici di Joe Biden. Una tendenza significativamente confermata anche dai risultati dell’ultimo, autorevole sondaggio Gallup di metà agosto. Nel quale il 35% degli statunitensi interrogati su quale fosse, a loro parere, il principale problema del paese ha indicando il coronavirus ed il 25% la mancanza di leadership del governo. Due risposte che da sole rappresenterebbero, secondo l’analista della Vanderbilt University John Sides, “ the basis for an anti-Trump majority”.

Ma Biden ed i suoi, pur se comprensibilmente galvanizzati da un clima politico che sembra aver cancellato i presagi ben più cupi dei mesi passati, farebbero bene, memori della cocente delusione legata all’inaspettata sconfitta di Illary Clinton, a tenere i piedi per terra. Non solo perché i 70 giorni che ancora mancano all’apertura delle urne possono nascondere insidie capaci di cambiare, in negativo, il quadro della attuale situazione. Come ben sa Donald Trump. Che tra aprile e maggio scorsi, sottovalutando i danni e le conseguenze della pandemia che, attraversato l’Atlantico si apprestava ad addentare il suo paese, ha visto andare letteralmente in fumo il consenso fino a quel momento tutto nelle sue mani. Una saggezza scaramantica che forse aiuterebbe l’opposizione democratica a riconoscere ed affrontare, anziché negare le serie contraddizioni della sua linea politica. Per la semplice ragione che sfruttare gli errori dell’avversario è una condizione certamente necessaria ma non sufficiente per riuscire a dare il ben servito all’attuale Presidente. Il cammino del vice di Obama verso la Casa Bianca è infatti “lastricato” da quattro problemi:

1) come voteranno, se voteranno, i giovani democratici di sinistra che dopo essersi spesi per mesi a favore del “socialista” Berni Sanders contro il moderato Biden ne hanno dovuto accettare la nomina imposta obtorto collo dai vertici del partito? Una domanda più che lecita visto che i segnali al riguardo raccolti nei giorni conclusivi della Convention democratica sono assai poco incoraggianti;

2) in che misura il programma di interventi elencati dal senatore del Delawere al momento della sua investitura a futuro Presidente risulterà convincente agli occhi della pubblica opinione? Visto che ad una attenta lettura quasi nessuno dei punti lasciati irrisolti da Obama e che, non a caso, hanno spinto Trump alla vittoria sembrano aver trovato in esso convincenti soluzioni;

3) lo shock prodotto sul mercato del lavoro dal coronavirus ha accelerato una fortissima migrazione di molti giovani colletti bianchi, per gran parte politicamente liberal, dalle grandi metropoli democratiche, come New York, Chicago o Los Angeles, verso le regioni a maggioranza repubblicana del Sun Belt e del Nord Ovest. Questo cambiamento demografico consentirà al partito dell’asinello di strappare in questi collegi elettorali il numero di grandi elettori richiesti per non replicare la sconfitta del 2016? ;

4) per evitare il rischio di pericolose, dannose fratture politiche interne Biden ed i suoi hanno preferito mettere il silenziatore sul tema dell’immigrazione. Una scelta tatticamente forse prudente ma che però rischia di allarmare l’elettorato moderato. Che pur non vedendo di buon occhio l’eccessiva durezza usata da Trump nell’affrontare la questione, in assenza di impegni vincolanti da parte dell’opposizione democratica, potrebbe scegliere il male minore: tapparsi il naso e confermarlo non fidandosi di un partito lacerato tra la ragionevolezza dei moderati e la cocciutaggine estremista di giovani astri nascenti come la Ocasio-Cortez.

La grande migrazione tramonta col Covid-19

Il crollo dell’immigrazione, di pari passo con quello dei viaggi, dei commerci e degli investimenti, è l’emblema di un mondo in cui, a causa del Covid19, decenni di spumeggiante globalizzazione economica stanno cedendo il passo ad un’era di global distancing. Perché se è vero che il nazionalismo aveva attaccato la globalizzazione prima che si avesse notizia del paziente zero di Wuhan, è certo che l’epidemia sta ridisegnando le relazioni culturali ed economiche di lungo periodo di un mondo già fortemente polarizzato.

Infatti come spiega sul Washington Post del 29 giugno scorso il presidente del Peterson Institute for Economics Adam Posen :"The pandemic has made it so that you now have an additional excuse to block human-to-human conctat and intellectual and economic exchange….It’s a corrosion of globalization, but it’s also an acceleration of a realignment that was already happening” . Con il risultato, ad esempio, che all’aereoporto di Changi (Singapore), uno tra i maggiori hub mondiali, il traffico passeggeri è crollato tra gennaio e aprile 2020 da 5,9 milioni a poco più di 25 mila.

Ma la novità che fa più riflettere è che, oltre e al di là dei viaggi la pandemia ha messo in ginocchio i flussi migratori. Che a partire dal Secondo Dopoguerra avevano contribuito a tirar fuori dalla povertà più di 1 miliardo di abitanti delle regioni meno avanzate del Pianeta. Una diminuzione degli arrivi che ha riguardato non solo quelli regolari ma in misura forse maggiore quelli irregolari. Tanto è vero che ad Aprile scorso, rispetto al mese precedente, il numero degli stranieri senza visto di ingresso intercettati dagli agenti dell’Immigration americana sul confine messicano è calato, cosa mai avvenuta negli ultimi 20 anni, di oltre il 47%. Ma non basta.

I dati raccolti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) nei 35 principali luoghi di transito dell’Africa centrale ed occidentale testimoniano un potente rallentamento dei flussi migratori: -48% tra gennaio e aprile 2020. Una frenata confermata anche dalla riduzione degli ingressi irregolari sulle principali rotte europee. Che ad aprile 2020 si sono ridotti a 1.740: il numero più basso da quando Frontex ha iniziato nel 2009 a stilare un’accurata statistica mensile del fenomeno.

Una diminuzione che però, purtroppo per noi, va presa con le molle. Visto che nel mese successivo, pur restando largamente al di sotto di quelli degli anni precedenti, essi sono tornati a salire fino a 4.260. Questo perché in alcuni strati sociali dei paesi in via di sviluppo le prospettive di guadagno garantite dall’emigrazione fanno passare in secondo ordine i possibili rischi sanitari. Resta comunque il fatto che per l’anno in corso, secondo i calcoli della Banca Mondiale, le rimesse degli immigrati verso le nazioni in via di sviluppo caleranno, come mai avvenuto in precedenza. E la loro incidenza rispetto al prodotto lordo interno di quei paesi tornerà ad essere quello del 1999.

Per concludere. Anche se il recente positivo andamento delle borse ed il riavvio delle attività produttive per mesi interrotte  testimoniano la tenace volontà con cui il Nord industrializzato spinge per tornare presto “alla normalità”, è però sicuro che il modo con cui fino a ieri si viaggiava, consumava, interagiva ed immigrava a livello globale non sarà più lo stesso per molti anni a venire.

Politica USA corrosa dall’età

La presidenza degli Stati Uniti si sta trasformando in una vera e propria gerontocrazia. E la Casa Bianca da storico, vibrante centro di comando di una democrazia giovane per antonomasia in una sorta di residenza per leader politici molto, forse troppo avanti negli anni. Un dominant-recessive generational pattern, come lo definisce il demografo americano Neil Howe, che le elezioni presidenziali del prossimo 3 novembre anziché curare rischiano di aggravare. Il perché è presto detto.

Donald Trump, eletto nel 2016, al momento del suo insediamento a Washington è risultato essere il presidente al primo mandato più avanti con l’età della storia americana. E visto che a giugno scorso ha compiuto 74 anni nel caso dovesse ottenere dagli elettori un secondo mandato sarebbe certamente in assoluto il più anziano a lasciare l’incarico nel 2024. Record che però potrebbero essere presto dimenticati nel caso venisse invece premiato dalle urne, come oggi molti ritengono probabile e non solo possibile, lo sfidante democratico Joe Biden. Che rischia, a sua volta, di prendere in mano le redini del paese a stelle e strisce alla onorevole età di anni 78. Una competizione che viste l’età dei contendenti fa paura perché ricorda, anche se ancora da lontano, quella che si consumò nella Mosca dei Cernienko ed Andropov prima del collasso del regime comunista.

Ma se dalla Casa Bianca leviamo lo sguardo all’insieme del sistema politico americano vediamo che in fatto di gerontocrazia le cose non vanno certamente meglio. Nancy Pelosi, la democratica che occupa lo scanno più alto della Camera dei Deputati, ha compiuto 80 anni; il capo dei Senatori, il repubblicano Mitch McConnel, ben oltre i 78; i giudici della Corte Suprema in media oltre i 67 ed i membri del Governo dai 60 in su. Certificati di nascita che per quanto riguarda le generazioni alla guida delle istituzioni democratiche made in US testimoniano:


  1. un significativo scostamento dell’età media rispetto a quelle dei governi, eccezion fatta per Israele e Cile, delle grandi nazioni OCSE;

  2. il rischio che il perdurante dominio del political ageism potrebbe determinare, per usare le parole della scienziata politica californiana Kaare Strom, la sclerosi economico-istituzionale di cui negli anni recenti sono state vittime l’Italia ed il Giappone.

Biden per batterlo lo copia

E se nelle elezioni presidenziali americane del prossimo 3 novembre ad essere bocciato fosse il politico Trump ma non la politica di Trump? Trump uscirebbe di scena ma non il trumpismo.  Una eventualità paradossale ma non irreale visto che, data la situazione, è difficile credere che basti il semplice ribaltone alla Casa Bianca per guarire il colosso statunitense dalle sue interne, laceranti contraddizioni.

Una verità ignorata con presuntuosa cocciutaggine dai vertici dell’opposizione democratica che ad eccezione di Pete Buttigieg, giovane governatore d’avanguardia dell’Indiana, hanno improntato la linea di condotta all’idea che Trump anziché l’iceberg di seri, serissimi problemi fosse una pura e semplice anomalia del sistema. Archiviata la quale tutto, compreso il sereno, sarebbe tornato come prima. Al punto di far finta di non capire che il trumpismo - come invece coraggiosamente sostenuto da Buttigieg in un’intervista rilasciata mesi fa al New York Times - è espressione, contorta e contraddittoria quanto si vuole, di domande di una società in grande trasformazione che chiedono di essere se non risolti almeno capiti.

In politica, però, quello che non si capisce in tempo si paga. Spesso a caro prezzo. Prova ne è il fatto che in base alle più recenti indiscrezioni sembra che ad agosto alla convention del suo partito Joe Biden, smentendo la faciloneria derisoria fin qui usata nei confronti dell’America First di Trump, proporrà come soluzione dei problemi un gigantesco piano basato sul Buy American. Una scelta confermata dalla sua super manager elettorale Kate Bedingfield che ad Axios ha confessato “Trump has had for four years to put in place Buy American policies, and he’s failed to do so, Joe Biden’will do it on day one”. Niente di male, salvo dover spiegare la coerenza di una linea di questo tipo e (altro titolo programmatico) riposizionare gli Usa alla testa della collaborazione globalista tanto invisa al biondo miliardario newyorkese. Un ossimoro politico che fa il paio con il “protezionismo progressista” recentemente invocato per l’Europa dall’ingegnoso politologo bulgaro Ivan Krastev. Ma non basta.

Sfogliando vecchi appunti è tornato alla luce un “furente” articolo pubblicato dal Washington Post (pensate un po') il 30 gennaio del 2017 con il titolo Our history shows there’e a dark side to Buy America che dice: "Il programma di Trump Buy American anche se suona bene in realtà è la replica di precedenti programmi fondamentalmente razzisti, soprattutto nei confronti degli asiatici e degli americani di origine asiatica….Buy American presuppone un’economia nella quale i lavoratori americani sono contro quelli di altri paesi considerati alla stregua di nemici”. Tirate di questo genere saranno riservate anche al Buy American dei fan dell’Asinello?

Negli Usa le divisioni non si riducono a Trump

Anche se Trump dovesse uscire sconfitto dalle elezioni del prossimo 3 novembre (cosa al momento affatto scontata) l’America difficilmente ritornerà, come invece sperano i suoi avversari, quella di un tempo. Perchè i sussulti che ormai a getto continuo scuotono la vita pubblica del paese sono espressione di una sua divaricazione politico-culturale che sarebbe non solo ingiusto ma miope addebitare agli errori (non pochi né piccoli) dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

I problemi nascono e vengono da molto più lontano. Infatti come ha scritto Thomas B. Edsall in un bellissimo ed assai ragionato commento sul New York Times del 7 luglio: “L’elettorato è diviso in due campi opposti basati sull’adesione degli elettori a principi morali fondativi ed alle politiche che da essi ne derivano sia per quanto riguarda la loro identità socio-culturale che la loro propensione per leadership liberali o autoritarie. Una complessità che i politici capiscono intuitivamente al punto che mentre Trump è convito che il caos, la confusione ed i conflitti aiutano la sua rielezione, Joe Biden si da fare per spegnere il fuoco su cui soffia Trump

Una contrapposizione che gli ultimi clamorosi eventi legati alle dimostrazioni innescate dall’uccisione di George Floyd hanno se possibile ulteriormente rafforzato e confermato. Nello scorso week end, ad esempio, mentre nelle piazze di New York i liberal d’America chiedevano l’impegno dei democratici a tagliare i finanziamenti alla polizia (defunding) nelle strade della Grande Mela si è consumato un vero e proprio bagno di sangue: 64 aggressioni armate e 10 morti. Cifre e numeri che New York sperava di aver definitivamente archiviati dopo l’anno nero del 1996. E che, soprattutto, hanno messo in grave imbarazzo la municipalità democratica cittadina. Stretta tra l’obbligo di usare il pugno di ferro per evitare che l’insicurezza di un tempo tornasse a spadroneggiare in città, e le proteste dei giovani militanti che consideravano la loro prudenza nei confronti degli uomini in divisa alla stregua di un vero e proprio regalo al trumpismo.

Un conflitto che per i democratici ha il sapore di un assaggio visto che in vista della loro prossima Convention di agosto dovranno per forza di cose decidere se assecondare la piazza sul defunding delle forze dell’ordine oppure scegliere la moderazione per non inimicarsi l’elettorato che non ama Trump ma neppure il caos. Ed evitare di pagare pegno all’antico detto politico: piazze piene, urne vuote.

Trump teme la linea d’ombra

Siamo proprio sicuri che Trump è finito? Secondo Frank Bruni, che sul New York Times di mercoledì 1 luglio lo ha definito “toast” (cotto) la risposta è sì. Una predizione forse azzardata ma non infondata a leggere i risultati, per lui sconfortanti, di sondaggi e rilevazioni campionarie pubblicati ormai a getto continuo. Come quella, ultima della serie, condotta del Pew Research Center. Secondo la quale l’83% degli americani intervistati si sarebbero detti scontenti di come stanno andando le cose nel loro paese. Una percentuale negativa da capogiro soprattutto se espressa a pochi giorni dalla ricorrenza del 4 luglio. Una festa che da sempre ha rappresentato per gli americani motivo di speranza ed ottimismo per le sorti a venire della loro nazione. E che invece, quest’anno, rischia di essere “silenziata” dall’incedere del coronavirus talmente inarrestabile da imporre il lockdown persino a quella che anni addietro Mark Twain definì come la Porta d’Oro d’America: la California.

Una situazione che Trump oltre a gestire come peggio non poteva ha scriteriatamente pensato di utilizzare, con ribalda prosopopea, come arma di una assai poco felice campagna elettorale. Un modo di fare fortunato fino a ieri che rischia oggi di trasformare le elezioni presidenziali del prossimo 3 novembre in un referendum sulla sua persona anziché su una proposta politica. Il nodo dei problemi, che spiega molto dell’agitazione presente tra i suoi più stretti collaboratori, è che non si capisce più dove sia finito il messaggio di cambiamento con il quale Trump oltre a sorprendere amici e nemici era riuscito a mobilitare quella parte dell’America profonda “lasciata indietro” dai fasti della globalizzazione e dal trionfo della cultura metropolitana aperta a tutte le diversità eccetto la loro. Uno spaesamento strategico aggravato dal tradimento della fortuna. Un abbandono che per un politico è peggio del veleno. La buona sorte degli anni passati negli ultimi mesi sembra, infatti, avergli decisamente voltato le spalle. Al punto che quasi tutto quello che fa finisce per andargli storto.

Come, ad esempio, l’esito infelice della definizione dodering (vecchio scimunito) con la quale aveva pensato di tagliare le gambe al rivale democratico Joe Biden. E che, invece, si è per lui trasformata in un boomerang, costringendolo a correre ai ripari per evitare di inimicarsi e perdere il voto del potente e decisivo partito dei seniores a stelle e strisce. La verità è che c’è una linea d’ombra sul futuro di Trump di cui, per affettuosa scaramanzia, i suoi evitano nel modo più assoluto di parlare. Di tutti i Presidenti americani solo due hanno fallito la rielezione al secondo mandato: Jimmy Carter e George Bush (padre). Ed entrambi nell’estate pre- elettorale avevano un rating di gradimento inferiore a 40%. Che è esattamente lo stesso di cui è attualmente accreditato il magnate newyorkese.

Biden avanza ma per la vittoria c’è tempo

Per Trump la corsa alla rielezione presidenziale si fa di giorno in giorno più faticosa. Come testimoniano i risultati , per lui certo non confortanti, resi noti dall’ultimo sondaggio New York Times/ Siena College relativo all’orientamento del voto nei sei stati (Pennsylvania, Wisconsin, Florida, Arizona, Michigan, North Carolina) che per il loro peso elettorale saranno decisivi sull’esito delle urne a novembre prossimo. In base alle risposte degli intervistati, infatti, il candidato dell’opposizione democratica Joe Biden avrebbe sull’attuale inquilino della Casa Bianca un vantaggio di ben 14 punti.

Uno scarto notevole. Reso ancora più significativo dal fatto che l’ex vice di Obama oltre ad avere dalla sua il cosiddetto elettorato indipendente, quello femminile scolarizzato e dei giovani delle varie minoranze sembrerebbe addirittura tener testa a Trump anche tra gli adulti maschi bianchi da sempre massicciamente schierati dalla sua. Un cambiamento nell’umore politico del paese segnalato anche dal fatto che a maggio la raccolta fondi del candidato democratico aveva superato per la prima volta dall’avvio della campagna elettorale quella del magnate newyorkese.

La verità, spiegava una nota Axios dello scorso 22 giugno, è che oggi molti swing voters che nel 2016 avevano tradito la Clinton per Trump dicono di voler ritornare suoi loro passi perché: “they see Biden less a change agent than as a path back to stability". Anche se hanno consapevolezza dei problemi che attanagliano il loro vivere quotidiano manifestano però il bisogno, dopo quattro anni di una presidenza a dir poco tumultuosa, di tirare il fiato sacrificando le speranze alla normalità. Ma pur stando così le cose Biden farebbe però bene a non cullarsi sugli allori.

Intanto perché in politica i mesi che mancano al giorno delle urne sono un’eternità. Capace di riservare ogni tipo di sorprese. A partire dagli esiti delle Convention conclusive dei democratici a Milwaukee il 17 agosto e dei repubblicani Jacksonville il 24 dello stesso mese. Ma soprattutto facendo tesoro delle elezioni del 2004. Quando George W. Bush dato per sconfitto per la disastrosa condotta della guerra in Iraq venne rieletto alla Casa Bianca infliggendo all’astro democratico di allora John Kerry una pesante quanto inaspettata sconfitta. La verità, ammoniva scaramanticamente un’editoriale del New York Times dello scorso 15 giugno è che “gli americani sono meno interessati al processo del passato che alla valutazione della concretezza e del realismo dei progetti e delle proposte per il futuro”.

Trump cerca di rimettersi in carreggiata

Trump più che malato, come invece molti avevano desunto (e forse sperato!) dai segni di malessere avuti in occasione della sua visita all’accademia militare di West Point, sembra vivo e vegeto. Soprattutto politicamente. Visto che negli ultimi giorni è riuscito a rompere l’accerchiamento in cui si era cacciato reagendo malamente alle sacrosante dimostrazioni di protesta scoppiate dopo che a Minneapolis si era perpetrata l’ultima, ennesima esecuzione di un uomo di colore da parte della polizia.

Un passo falso che per la sua protervia poteva costargli molto caro. Per gli americani di qualunque colore politico è infatti inaccettabile che il Presidente degli Stati Uniti esca dalla Casa Bianca brandendo la Bibbia a fianco del Generale in capo dell’esercito. E per raggiungere la chiesa del quartiere pretenda di far sloggiare dalle forze dell’ordine i manifestanti che gli ostacolano il cammino. Ma quando nessuno se lo aspettava ecco il colpo di scena. Lunedì scorso i giudici della Corte Suprema con il decisivo voto del super conservatore Neil Gorsuch, che proprio Trump tra mille critiche aveva imposto all’indomani della sua elezione, hanno preso due decisioni a dir poco storiche.

La prima relativa alla condizione dei transgender. Che secondo i supremi magistrati, in base a quanto stabilito dal Civil Rights Act del 1964, ha il diritto di essere tutelata contro ogni forma di discriminazione.

La seconda, che pur avendo attirato meno attenzione della prima, rischia di essere non meno rivoluzionaria. Perché riguarda la scottantissima materia dell’immigrazione. La Corte, infatti, sempre con l’inatteso sì della sua maggioranza di destra, ha rifiutato di accogliere in giudizio il ricorso degli avvocati del Presidente contro la democratica California. Che per anni si è opposta alle ingiunzioni della Casa Bianca di far collaborare la polizia statale con quella federale nella caccia agli immigrati clandestini presenti sul suo territorio. Due novità alle quale nelle ultime ore se ne aggiunta una terza da Washington.

Il Governo, che fino a ieri aveva sempre detto di no, ha infatti deciso, superando resistenze ed oltranzismi di ogni tipo, di dare ascolto all’umore del Paese varando un progetto di riforma della polizia. Che, per quello che è dato sapere, non è lontano, almeno nelle intenzioni, dal Justice in Police Act presentato a tamburo battente la scorsa settimana dai parlamentari dell’opposizione democratica.

 Un bel cambiamento, non c’è che dire. Che se sommato alla forte ripresa segnalata negli ultimi giorni dai principali indicatori dell’economia potrebbe consentire a Trump di riguadagnare la carreggiata elettorale che nelle ultime settimane sembrava, invece, avere irrimediabilmente perso.