La Salvini danese annuncia ma non fa

In Italia quando sull'immigrazione la politica non sa che pesci prendere istituisce una commissione con l’incarico di trovare, ovviamente nel più breve tempo possibile, una soluzione. Quella danese, invece, per decidere decide salvo rinviare la messa in atto al futuro che verrà. Due modelli diversi ma accomunati dall'annunciare. Anziché dal fare. Prova ne è il bailamme seguito alla notizia che dall'America, tramite il New York Times, è rimbalzata da noi secondo cui il governo danese avrebbe deciso di applicare per i rifugiati l’inumano modello da tempo adottato da quello australiano. Stanziando nella nuova legge di bilancio 140 milioni di dollari per i lavori necessari a trasformare l’isoletta di Lindholm, situata a 20 minuti dalla capitale Copenaghen, in un centro di “accoglienza” di 100 richiedenti asilo respinti.

Superato il primo momento di sconforto abbiamo cercato di approfondire la questione scoprendo che: 1) gli interventi di riadattamento dell’isolotto richiedono tempi lunghi. La cui fine, se nulla osta, è prevista per la seconda metà del 2021. Una data talmente lontana per cui è difficile che i membri dell’attuale Esecutivo saranno ancora in carica. Di mezzo, infatti, oltre alle elezioni europee di maggio 2019, ci sono il mese successivo quelle del Parlamento nazionale e, più in là, quelle regionali; 2) i 100 disgraziati eventualmente destinati al confine, per fortuna, non sono, come riferiscono molti organi di stampa, rifugiati che pur avendo avuto respinta la richiesta di asilo non possono essere rimpatriati. Bensì immigrati passati in giudicato per ripetuti reati comuni; 3) il silenzio dell’opposizione di sinistra sulla vergogna “dell’isola dei disperati”, come le cronache hanno definito l’affaire, denunciato come un vergognoso appeasament in vista dei prossimi turni elettorali, è invece espressione di prudente saggezza. Per la semplice ragione, come ha fatto notare sulla sua rubrica giornalistica l’ex ministro dell’immigrazione e super liberal Birthe Hornbech “è vero che quelli del centro destra sono abilissimi a fare autogol visto che la storia dell’isola è solo un annuncio destinato a finire nel nulla così come avvenuto per quelli sui rimpatri di massa. Detto ciò, però, è innegabile che quello dei rifugiati che non hanno diritto all'asilo ma non possono neppure essere rimpatriati è un problema sul quale c’è poco da scherzare”.

Parole sante. Che ridanno un po’ di dignità alla politica europea dell’immigrazione. E che suonano di ammonimento per tanti commentatori nostrani che, forse, anziché correre dietro allo scoop sulla nuova Dachau danese avrebbero fatto meglio, anziché agitarsi, ricordare al New York Times che attualmente nelle prigioni a stelle e strisce sono detenuti, a tempo indeterminato, più di 300mila immigrati. Per non parlare di Guantanamo.

Negli USA sull’immigrazione è muro contro muro

Sull’immigrazione si profila per l’America un pericoloso muro contro muro. Nel vero e proprio senso della parola. Per la semplice ragione che se nelle prossime ore, come sembra probabile, i democratici confermeranno il loro no alla richiesta di Trump di prevedere nelle nuove linee di budget i finanziamenti per la costruzione del “suo” muro, il 7 dicembre prossimo scatterà lo shutdown. Il blocco delle attività che scatta quando il Congresso  non riesce ad approvare la legge di rifinanziamento delle attività amministrative. L’Antideficit-Act , infatti, stabilisce che senza l'approvazione dei relativi stanziamenti, siano essi annuali o a breve termine, le attività governative debbano essere sottoposte a un «arresto» (shutdown) fino all'approvazione del loro rifinanziamento dell’apposito Comitato interparlamentare. Con la differenza che, visti anche i risultati delle ultime elezioni di medio termine, la posizione del Presidente, rispetto al braccio di ferro che lo scorso gennaio aveva dato luogo allo stesso tipo di impasse appare oggi più debole e quella dell’opposizione più forte. Per almeno due motivi.

Il primo è che avendo dovuto chiedere l’aiuto del Messico per tentare di risolvere la crisi dei caminantes al confine californiano, nessuno crede più alla promessa elettorale di Donald che il muro sarebbe stato costruito con i soldi dei messicani. “Ma come” ha ironicamente fatto notare il senatore democratico Leahy “adesso chiede i soldi dei contribuenti per un’opera che, aveva solennemente giurato, non avrebbe mai pesato sulle tasche degli americani ma su quelle dei messicani”.

Il secondo è che la decisione del Presidente di volere a tutti i costi imporre nella legge di bilancio uno specifico capitolo di spesa per il “muro” consente ai democratici di usare il no come un “muro” per ricompattarsi e superare le loro paralizzanti divisioni interne. E avere buon gioco agli occhi della pubblica opinione nel sostenere che, al netto di qualche minima concessione, la spesa per la sicurezza non deve superare 1,6 miliardi di dollari contro i 5 pretesi dalla Casa Bianca. E che se a causa dello shutdown i funzionari federali arriveranno a Natale senza stipendio la colpa è di un Presidente ogni giorno più nervoso.

Per i dem USA l’immigrazione non è più un tabù

Finalmente tra i democratici americani comincia, forse sulla spinta dei positivi risultati delle recenti elezioni di midterm, a farsi largo l’idea che è impresa non difficile ma impossibile pensare di battere Trump alle Presidenziali del 2020 senza ridiscutere e ripensare la politica dell’immigrazione.

Una novità certificata dal documento conclusivo del meeting internazionale svoltosi a Washington lo scorso 15 novembre nella sede ultrademocratica del Migration Policy Institute. Nel quale per la prima volta si afferma che per fermare l’ondata conservatrice che ha innescato la recessione democratica dell’Occidente bisogna avere il coraggio di “riconoscere l’ingiusta redistribuzione di benefici e costi provocati nella società dall’immigrazione”.

Una presa d’atto coraggiosa che, si spera, possa rappresentare il primo passo per superare l’ostinata chiusura di un’ortodossia politica che sul tema aveva costretto i liberal del paese a stelle e strisce nell’angolo. E interrotto i canali di comunicazione dei democratici con la loro tradizionale base popolare. Chiarendo, finalmente, due cose.

La prima che non si può difendere l’immigrazione sorvolando sul fatto che del surplus di ricchezza da essa prodotto gode solo una parte ma non tutta la società. Così come per quanto riguarda i costi. Una svolta non da poco se messa a confronto con il tono di sprezzante, algida sicurezza con cui Illary Clinton, in una conferenza tenuta all’estero dopo la sonora sconfitta subita nella corsa alla Casa Bianca, aveva spiegato ad un attonito uditorio che a votare Trump era stata l’America degli “arretrati”. E che nelle urne si era schierata dalla sua “quella ottimistica, diversa e dinamica”.

La seconda  che è possibile, anche se non facile, rimettere mano al funzionamento dell’immigrazione senza per questo scatenare una campagna di odio anti immigrati e di scenografica militarizzazione dei confini. Ma con mirate politiche fiscali e di Welfare capaci di “rammendare” il tessuto sociale per aiutare chi è o si sente lasciato indietro a rimettersi al passo con la modernità.

De te fabula narratur dicevano i latini a proposito di eventi che per la loro importanza erano destinati ad influenzare il futuro di chi non ne era al momento coinvolto. Cosa che fa sperare che il segnale sull’immigrazione che arriva oggi dall’America possa, in un futuro non troppo lontano, valere anche da noi.

Finito il lavoro sporco sull’immigrazione Trump l’ha cacciato

C 'è da scommettere che l’eredità di Jeff Sessions, da ieri l’altro ex ministro della giustizia Usa, è destinata a durare forse più a lungo di quella del Capo che l’ha messo alla porta. Per la semplice ragione che i cambiamenti da lui imposti con convinta, implacabile durezza conservatrice alle procedure per la concessione dell’asilo rappresentano quasi un punto di non ritorno della politica dell’immigrazione americana. Come dimostra il fatto che Sessions, nelle stesse ore in cui Trump redigeva la lettera di ben servito nei suoi confronti, anziché svuotare i cassetti e fare le valige si è sentito in dovere di emanare un interim final rule, che il Presidente ha firmato lo scorso 9 novembre, sulle procedure relative alla protezione umanitaria che ha il sapore di un manifesto più che di un testamento. Articolato in due punti.

a) organizzare un nuovo e più complicato iter per le richieste di asilo da parte di quanti entrano senza preventiva autorizzazione sul suolo americano o provengono da paesi sottoposti al divieto di ingresso indicati nel decreto presidenziale del 2017;

b) i pochi che dovessero riuscire a superare il primo sbarramento avranno come unico diritto di perorare nelle apposite sezioni giudiziare solo il rinvio operativo dei decreti di espulsione ( rinvio sempre revocabile e che, in quanto tale, non consente di ottenere il permesso di soggiorno). In pratica, in base a queste procedure, ai cittadini dei tre paesi centro americani ( El Salvador, Nicaragua e Guatemala), dai quali sono stati numerosi gli arrivi di famiglie e minori non accompagnati sarà al massimo consentito di chiedere il rinvio del decreto di espulsione ma mai lo status di rifugiati.

Non una svolta ma una vera e propria cesura. Visto che fino all’avvento come Attorney General dell’uomo forte dell’Alabama la giurisprudenza statunitense aveva, sia pur informalmente, ritenuto ammissibile, superando i rigidi limiti fissati dalle Convenzioni Internazionali, il diritto al godimento della protezione umanitaria anche per le vittime della violenza criminale e di quella familiare che piagano le popolazioni del Centro America.

Dopo che Sessions ha chiuso la porta a questo fiume di disperati (USA e Messico negli ultimi tre anni hanno bloccato quasi 1 milione di centro-americani e 150 mila minori non accompagnati), è davvero difficile immaginare che una futura amministrazione, di qualunque colore essa sia, avrà non tanto la forza quanto la convenienza a riaprirla.

Sulle elezioni USA gli occhi dei populisti europei

Con il voto di oggi gli americani decideranno molto ma non tutto del futuro politico del loro paese.

Molto in ragione del fatto che se i democratici dovessero riuscire a riprendersi anche solo la Camera dei Deputati, non c’è dubbio che per Trump sarebbero problemi seri fare i conti con un’opposizione parlamentare che non gliene farebbe passare una. E che ricambiando con gli interessi il clima di feroce partigianeria con cui Donald ha avvelenato la politica nazionale, non si lascerebbe certo sfuggire l’occasione di azzopparlo. Bloccando sul nascere qualunque sua iniziativa legislativa. Costringendolo, così come i repubblicani fecero con Obama negli ultimi due anni del suo mandato presidenziale, a governare tramite executive order. Provvedimenti che, però, hanno la debolezza normativa di essere decreti ma non leggi. E in quanto tali suscettibili di revoca o modifica nel caso arrivasse nel 2020 un nuovo inquilino alla Casa Bianca. Cosa che per altro Trump, fin dalla sua nomina, ha fatto senza problemi con quelli del suo predecessore.

Inoltre i democratici avendo la Camera in pugno è certo che darebbero via libera, come hanno giurato di fare, alle procedure per l’impeachment di Donald. Non è affatto detto, però, che sarà questo il verdetto delle urne. Trump, infatti, ha due formidabili atout dalla sua. L’economia che va non a gonfie ma a gonfissime vele. E la preoccupazione dell’opinione pubblica statunitense per l’avvicinamento ai confini del paese di una singolare carovana di migliaia di famiglie honduregne. Intenzionate, costi quello che costi, a entrare dal Messico negli Usa alla ricerca di migliori condizioni di vita. Una novità che ha consentito a Trump di rianimare una campagna elettorale a lungo sotto tono risfoderando la paura dell’immigrazione. Dimostratasi una potentissima arma di mobilitazione della base repubblicana.

Ma qui finisce il tanto. Perché il tutto, al momento, non è nelle disponibilità decisionali dell’elettorato. Per la semplice ragione che nella vita politica americana, qualunque sia l’esito del voto di domani, restano da affrontare due fondamentali questioni.

La prima è il trumpismo. Un’ideologia nata prima che sorgesse l’astro del magnate newyorkese per opera degli estremisti repubblicani del Tea Party. E che per questo è sicuro non saranno i risultati di queste elezioni a spedire nel dimenticatoio della storia.

La seconda, invece, riguarda la crisi politica in cui versa il partito democratico. Da troppo tempo privo di un convincente programma e di una credibile leadership. Un’organizzazione che sa essere solo contro ma mai per. Una condizione che rende ad essa praticamente impossibile, chissà per quanti anni, puntare a riguadagnare il consenso della maggioranza degli americani.

Sullo jus soli non ha poi tutti i torti

Non c’è dubbio che la ruvidezza con cui Donald Trump affronta le questioni indispettisca. Ma gli va riconosciuta la forza che serve per prendere di petto i tabù. Come testimonia il putiferio scatenato in America dalla sua uscita contro il cosiddetto jus soli. In base al quale chiunque nasce sul suolo americano diventa, a prescindere da qualsiasi altra condizione, cittadino made in US. Un diritto riconosciuto e ratificato dal Congresso nel 1868 e in quanto tale inserito come Emendament 14th della Costituzione americana. E successivamente confermato dalla Corte Suprema con una sentenza rimasta storica nel 1898. Quello della cittadinanza legata al luogo di nascita e non alla discendenza familiare (jus sanguinis) è un principio che, storicamente, gli Stati Uniti hanno ereditato dall’Inghilterra loro antica madre patria. Dove era stato sancito come legge della Corona in base alla Common Law nel lontano 1666.

Lo jus soli per un paese vasto quanto un continente ma con poche braccia ha per decenni rappresentato l’arma simbolicamente forse più convincente per attrarre a sé i popoli di mezzo mondo. Al punto di elevarlo ad emblema della sua unicità nazionale. Ma con il tempo la situazione è lentamente ma inesorabilmente cambiata. In primo luogo perché le nuove forme di comunicazione e la velocità dei trasporti espongono lo jus soli a stelle e strisce ad essere impropriamente utilizzato dal cosiddetto turismo delle nascite. Che rischia di colpire al cuore il valore simbolico che l’America ancora attribuisce alla cittadinanza e di trasformarlo da bene pubblico in un puro e semplice benefit privato. Ma anche perché nel mondo contemporaneo va maturando una nuova e più attenta sensibilità sull’importanza e la delicatezza che le questioni politiche, culturali e religiose connesse al tema della cittadinanza hanno per la comune convivenza. In ragioni delle quali The Birthright Lottery, la lotteria del diritto di nascita, come l’ha definita nel suo libro Ajelet Chachar, è più un ingombrante fardello del passato che un viatico per il futuro. Un problema che Trump, visto che è escluso che ne sia venuto a conoscenza leggendo, ha pensato bene di sollevare semplicemente fiutando l’aria dello scontro politico.

Il populismo colto del Mago di Oz

Dopo la Russia, a distanza di appena un decennio ma a migliaia di chilometri di distanza, populismo e populisti comparvero, quasi d’improvviso, nella vita politica degli Usa. Grazie alla nascita, nel 1892, del People's Party.

Un partito che per un certo periodo ebbe dimensioni ragguardevoli e che nacque come reazione dei piccoli contadini (farmers), e in genere dei piccoli e piccolissimi proprietari, contro lo strapotere, giugulatorio del sistema bancario e della grande finanza. Ma fin dai primi anni del ‘900, tuttavia, il People's Party vide contrarsi drasticamente la propria capacità di penetrazione e i propri consensi. Nel 1912 il partito non esisteva più.

Eppure dal 1892, quando era stata varata a St. Louis la sua piattaforma partitica, il sostantivo populismo ebbe un formidabile successo politico e mediatico. Nei primi anni ’90 dell’800 il People’s Party riuscì a darsi un solido assetto organizzativo. Divenendo punto di riferimento di una vasta ondata di protesta che agitava le campagne. A causa della depressione sociale e morale che, in particolare negli stati del Sud, aveva fatto seguito alla sanguinosa guerra di secessione. Ma anche agli effetti della grande depressione che tra il 1870 e il 1897 aveva fatto crollare di anno in anno i prezzi dei prodotti agricoli.

Le aree geografiche in cui si insediò il partito populista, che ha rappresentato nella storia americana il tentativo forse più serio di spezzare il tradizionale duopolio del sistema politico statunitense, furono peraltro quasi esclusivamente quelle più colpite dalla crisi: gli ex Stati confederati del Sud e quelli del Midwest. Intercettando sentimenti, umori e frustrazioni che da allora in poi non sono mai più tramontati nel mainstream socio-politico americano. Che puntava il dito contro il mondo dell’industria e della finanza, di cui Wall Street era l’emblema. Che secondo i populisti poteva essere indebolito con la sostituzione dell’oro, allora unico mezzo di pagamento, con il libero conio dell’argento. Che avrebbe, infatti, determinato un aumento della massa monetaria. E che facendo salire l’inflazione avrebbe diminuito il costo del denaro e, quindi quello dei prestiti bancari gravanti sui piccoli contadini. Una proposta di nuova strategia economica che i populisti accompagnavano con la richiesta di calmieramento dei prezzi agricoli (con la creazione di depositi federali dove immagazzinare le eccedenze), della nazionalizzazione delle ferrovie e, sul piano politico-istituzionale, dell’introduzione dello strumento del referendum.

Ma c’era, però, un altro fronte per i populisti: gli immigrati e il nascente melting pot. Che spiega le ragioni dell’odio dichiarato e radicato, soprattutto tra i militanti di base, nei confronti degli ebrei, dei nuovi immigrati, degli stranieri e, naturalmente, dei neri. Un atteggiamento di risentimento rancoroso che non risparmiava neppure l’intellighènzia. Alla cui decadenza veniva contrapposta la semplice etica dell'uomo comune (everyman) e dei produttori onesti. Contro i quali i gruppi di affari, per difendere i propri interessi, non esitavano ad ordire giganteschi complotti. Che rientravano, secondo i documenti programmatici del People's Party, in "una vasta cospirazione contro l'umanità, organizzata su due continenti e ormai dilagante nel mondo intero".

Un tema che fu al centro della Convention di Chicago del 1896 conclusa da William Jenniger Bryan con quello che è unanimemente considerato il più appassionato e straordinario discorso della storia politica americana: The Cross of Gold. “Voi ricchi non pianterete sulla fronte dei lavoratori questa corona di spine e non crocifiggerete l’umanità sulla Vostra Croce d’Oro”. Potremmo concludere qui se non fosse che fu proprio quell’episodio ad ispirare uno dei maggiori e più amati capolavori della letteratura per l’infanzia: Il Mago di Oz. Che altro non è che un’allegoria, piena di amore e nostalgia, per il mondo sognato e mai raggiunto del People’s Party.

I primi populisti non chiedevano il reddito di inserimento

Populista è un termine complesso, dai molteplici significati, espressione di lunghe vicende storiche che iniziano nella seconda metà del XIX secolo. È infatti la traduzione della parola russa narodničestvo. Che, a sua volta, deriva da narod, ovverossia 'popolo'. Usato in Russia per la prima volta intorno al 1870, entrò a pieno titolo nel linguaggio politico comune intorno al 1875 grazie al movimento rivoluzionario dei narodnik, ovverossia 'populisti'.

Ciò che bisogna ricordare, e che spiega molto se non tutto del perché nacque il populismo russo, è che esso era convinto che la strada della redenzione del paese era possibile unicamente sulla base delle sue specificità. In ragione del fatto che solo la Russia poteva “indicare al mondo sviluppato, per quanto materialmente più opulento, la via della soluzione democratica e popolare della questione sociale: ex Oriente Lux[1].

Qui il contrasto con la realtà economico-industriale europea e con il panorama sociale proletarizzato su cui invece i socialisti ed i marxisti del Vecchio Continente puntavano le loro speranze. Ecco la ragione fondamentale del perché tra i populisti (anche se rivoluzionari) e la sinistra occidentale non sia mai più corso buon sangue. Insomma, all’opposto della lettura che ne davano i “socialisti non populisti”, per i narodnik l’arretratezza dell’economia e dei rapporti di produzione non erano un male né rappresentavano un ostacolo nella lotta per l’emancipazione sociale delle masse. Quella che vista con gli occhi dell’Occidente risultava essere pura e semplice arretratezza (da combattere) ai loro non era assolutamente tale. In quanto consentiva (su questo i narodnik erano in piena sintonia con l'orgoglio 'grande-slavo' o addirittura panslavista dei reazionari 'slavofili') di “saltare” le forche caudine ed i danni sociali dello sviluppo capitalistico. Che “la sinistra europea” riteneva essere una tappa dolorosa ma ineludibile.

Per i narodniki, di conseguenza, il terreno più favorevole della lotta verso “il sole dell’avvenire”, non erano le città dei grandi agglomerati operai, ma le campagne ed i contadini che vi lavoravano. “Non l'industria anonima e spersonalizzante, ma il mondo patriarcale e fortemente coeso della produzione rurale associata. Il soggetto rivoluzionario per eccellenza era di conseguenza costituito dai contadini, che si identificavano in toto appunto con il popolo e con la virtuosa morale comunitaria che lo contraddistingueva, e non dagli operai, consustanziali - tanto da esserne il prodotto più clamorosamente visibile - con il processo capitalistico-borghese, un processo che corrompeva i costumi imborghesendoli con miraggi mercantili, divideva la comunità, degradava il tessuto sociale, creava individui e individualismi, allontanava dalle radici profonde, e naturali, della vita collettiva. Il socialismo, o il comunismo, non erano l'esito più o meno inevitabile dello sviluppo capitalistico giunto alla sua fase di massima espansione, ma esistevano da tempo nell'organizzazione sociale e nel grembo antico delle istituzioni comunitarie russe.

Il “Che fare?” (teniamo bene a mente questa domanda) perciò, non poteva né doveva essere quello, come proponevano invece socialisti e marxisti, di assecondare lo sviluppo storico, presunto alleato della causa dell'emancipazione operaia. Ma quello di agire semplicemente e direttamente per liberare l'immensa maggioranza contadina, in sé già socialista, dalle sovrastrutture parassitarie dello zarismo autocratico-liberticida e dell'aristocrazia fondiaria. È in questo quadro che nacque, crebbe e morì l’esperienza rivoluzionaria dei primi populisti della storia.

Il ciclo delle loro lotte prese dunque il via con gli anni ’70 dell’800. In coincidenza con la morte di Herzen, l'uomo che, nell'esilio, aveva rappresentato il movimento democratico e socialista russo. Per proseguire, intorpidendosi, con l’affare Nečaev. Che portò alla messa all’angolo dell’ala populista settario-cospirativa, favorendo, invece, il grande movimento della ''andata al popolo” e della propaganda degli studenti nelle campagne (1874-1877). L’evento storico successivo fu la nascita, nel 1876, della prima organizzazione rivoluzionaria panrussa, la Zemlja i volja. Da cui si scisse, nel 1879, l’ala denominata Narodnaja volja. Il cui febbrile spontaneismo terrorista culminò, nel 1881, con l'assassinio di Alessandro II, primo ed ultimo zar riformatore. A sei anni di distanza, in coincidenza del VI anniversario della sua morte, la polizia di San Pietroburgo arrestò il 1º marzo 1887 i fratelli Aleksandr ed Anna Ulijanov. Con l'accusa di aver progettato, insieme ad altri studenti affiliati alla Narodnaja Volja, un attentato dinamitardo contro il nuovo sovrano Alessandro III. Mentre la sorella Anna, estranea ai fatti, venne rilasciata pochi giorni dopo, Aleksandr, nell’intento forse di scagionare gli altri membri del gruppo, si accollò tutte le responsabilità. Condannato a morte, rifiutò di presentare domanda di grazia e l'8 maggio dello stesso anno venne impiccato con altri quattro compagni[2].

La vicenda legata all’esecuzione del giovane terrorista populista Alexander, pur rilevante in sé, conserva un posto di particolare rilievo negli annali della storia soprattutto per un altro evento ad essa collegato, sia pur indirettamente. Rappresentò, infatti, un passaggio decisivo, se non addirittura fondamentale, nella formazione politica di suo fratello Vladimir Il’ic’ Lenin, che di lì a vent’anni avrebbe guidato la rivoluzione bolscevica del 1917. Fu proprio riflettendo sugli errori politici che avevano portato Aleksandr sul patibolo che Lenin maturò la sua spietata critica nei confronti dell’impianto culturale del populismo e della loro strategia politica. Ed in particolare dell’erroneità del sovversivismo e del terrorismo con cui essi immaginavano, e speravano, di riuscire a spingere alla rivolta le masse contadine alla rivolta. Riflessione conclusa e sistematizzata, anni dopo, nelle famosissime pagine del Che Fare il suo libro in assoluto più celebrato. Con cui convinse Stalin, Trotskij e tutti gli altri componenti dell’originario gruppo di ferro bolscevico che solo una strategia rivoluzionaria basata sull’alleanza tra avanguardia marxista (bolscevica) e classe operaia avrebbe consentito di conquistare il potere.

[1] Cfr. Ibidem

[2] Cfr. L. Fischer “Vita di Lenin” 1973

Le elezioni USA preoccupano i populisti

Per il populismo europeo sarebbe certo un problema politico se lo Zio d’America diventasse meno potente di quello che è. Perché questo è quello che rischia Donald Trump alle prossime ed ormai imminenti elezioni di midterm americane. Visto che in 35 delle 38 competizioni di questo tipo svoltesi negli Usa dal secondo dopoguerra ad oggi, l’inquilino della Casa Bianca è uscito regolarmente battuto. Perdendo il controllo di uno dei due rami del Congresso. Se non addirittura, come capitò ad Obama nel 2014, entrambi.

Una tradizione nella quale confidano molto i democratici. Che sperano, con buone chance, di riconquistare la maggioranza alla Camera dei Deputati. Un’eventualità data al 70/75% dal Cook Political Report e addirittura all’84% da Five Thirty Eight di Nata Silver. Cosa che, invece, si presenta assai più ardua per quel che riguarda il Senato. Dove, nonostante tra loro e la maggioranza repubblicana lo squilibrio sia oggi di soli 2 seggi ( 49 a 51 ), la possibilità di rimonta è più problematica. Perché i democratici non sono affatto sicuri di riuscire a conservare i seggi senatoriali di tre fondamentali collegi ( Nord Dakota, Florida e Missouri ) oggi vacanti per il ritiro a vita privata, causa limiti di età, di tre storici senatori del Partito dell’Asinello.

Se davvero le cose andassero così, ed i democratici dovessero riuscire a riprendere la presidenza della Camera, allora per Trump sarebbero guai seri. Per la semplice ragione che con la maggioranza dei deputati dalla loro i democratici avrebbero i voti sufficienti per fare scattare le procedure di impeachment del Presidente. E consentire all’indagine del procuratore Miller di procedere spedita. Eliminando gli intralci che ad essa Trump ha potuto fino ad oggi frapporre al riparo della maggioranza parlamentare del suo partito.

Ma Donald non è affatto spacciato. In primo luogo perché, visto il carattere, c’è da stare certi che si batterà fino all’ultimo voto. Viaggiando da un territorio all’altro del suo immenso paese per arringare e galvanizzare , come nessuno meglio di lui sa fare, i fan della sua base. Ma soprattutto perché ha dalla sua quella che potrebbe essere l’arma decisiva. L’economia. Che tira come forse non era mai accaduto dagli anni dell’arrivo alla Casa Bianca di Bill Clinton. Al punto da avere ridotto il numero dei senza lavoro ad -3,9%. Una percentuale che non si vedeva dal grande boom degli anni ’50. Come andrà a finire lo sapremo presto: il primo fine settimana di novembre.

Chi combatte i populisti farebbe bene a conoscerli

L’Europa, anche se contro voglia, sarà obbligata a fare i conti con i cosiddetti neo populisti. Tanto più se dovessero avere successo alle elezioni europee del prossimo maggio. Man mano che si avvicina quella data, infatti, il barometro del voto sembra indicare questo come un esito possibile anche se fino a ieri inimmaginabile. Eventualità per la quale c’è in giro più preoccupazione che riflessione. E, soprattutto, pochissima azione. Un clima che ricorda l’antica Roma ai tempi di Sagunto. Che chiacchierava mentre quello bruciava.

Un cincischiamento che nei confronti di questa composita galassia di “neo barbari” è alternato al disprezzo. Terapia che, stando ai fatti, sembra, però, la meno indicata. Visto che il loro ascolto anziché diminuire aumenta. La verità, però, è che su chi sono e cosa vogliono i neo populisti le idee risultano , a dir poco, confuse e, molto spesso approssimative. Tanto più in Italia, dove, caso unico al mondo, sono alleati di governo forze politiche figlie di populismi storicamente antitetici.

Un deficit di buona informazione che disorienta l’opinione pubblica che di questa nuova, variegata galassia politica continua a sapere poco o nulla. Che i grandi mezzi di comunicazione, prima fra tutti la tv, contribuiscono colpevolmente a peggiorare. Basta ascoltare uno dei tanti dibattiti di cui è quotidianamente inondato il piccolo schermo. Nei quali populista non è più un aggettivo ma solo un epiteto offensivo. Un insulto. Ripetuto, come se niente fosse, con l’unico obiettivo di mettere all’angolo l’avversario di turno chiudendogli la bocca.

Un’accusa che i politici si rimpallano sulla base di una logica tanto singolare quanto paradossale. Che ricorda molto da vicino quella usata da Dylan Thomas per definire l’alcolista: “che non ci piace semplicemente perché beve come e quanto noi”. Tanto è vero che se a proporre, ad esempio, il pugno di ferro contro la criminalità, la riduzione delle tasse o l’aumento della spesa sociale è uno “dell’altra parte”, allora è populista. Mentre se a fare le stesse proposte sono “loro” è perché rispondono alle sacrosante, improcrastinabili esigenze del paese! Amen!

Una Babele lessicale che diventa, invece, concettuale nel caso dell’altra accusa rivolta ai partiti populisti, in aggiunta a quella dell’impresentabilità: di essere estremisti di destra. Contestata, invece, da molti studiosi. Perché, ricerche alla mano, hanno spiegato che è quanto meno fuorviante sostenere che i populisti sono di destra solo perché cercano di sfruttare politicamente temi quali l’immigrazione e la rivolta fiscale. Visto che queste stesse questioni, spesso con l’aggiunta che riguarda il diritto del popolo di vedere reintegrata la sovranità decisionale sottrattagli, sono caldeggiate, più spesso che volentieri, anche dalla sinistra estrema. E che, in aggiunta, hanno anche fatto presente che, all’opposto della destra, gerarchica e statalista, i populisti sono, invece, per l’egualitarismo ed il comunitarismo.

Se è discutibile, dunque, che siano di destra ancor più lo è ritenerli di estrema destra. Infatti, ha chiarito Pietro Ignazi, “un partito può essere definito di estrema destra solo se il suo elettorato appartiene a quell’area dello schieramento politico e professa un’ideologia basata su valori che si richiamano al fascismo e persegue tra i suoi obbiettivi quello del sovvertimento dell’ordine democratico. Se questo è vero pensare di dire che la Lega Nord è di estrema destra è, al meglio, altamente problematico”.

Una verità che potremmo sintetizzare in tre punti: 1) gli elettori dei partiti neo populisti non vengono né tutti né sempre dall’estrema destra. Anzi, è vero in molti casi proprio il contrario; 2) i legami con l’eredità del fascismo, certamente riscontrabili in alcuni di questi partiti, non rappresentano la loro regola generale; 3) la lotta dei neo populisti non è finalizzata al sovvertimento dello Stato, se mai, al suo iper rafforzamento. Propugnano una democrazia illiberale e anti-istituzionale perché nemici di qualsiasi forma di mediazione frapposta tra il popolo e l’esercizio effettivo, diretto del potere. Criticano la democrazia rappresentativa in nome e per conto di quella diretta. Le loro posizioni non sono anti-sistema ma di protesta, anche estrema, contro il funzionamento difettoso dei meccanismi della democrazia rappresentativa.

Per dirla con Halbert O. Hirschman i neo populisti hanno una posizione di tipo voice che non sfocia nell’exit. Come invece fanno i partiti che si collocano agli estremi dello spettro politico e, in genere, le forze extra parlamentari. Per concludere, è bene anche ricordare che il neo populismo non è anti mercato ma favorevole a un capitalismo assistenziale-corporativo. I suoi veri nemici sono i burocrati di Bruxelles.