Il PD sull’immigrazione cancella Minniti

Per il PD puntare sull’anti-salvinismo per combattere la politica dell’immigrazione di Salvini rischia di essere una trappola mortale. Perchè, come dimostrano le vuote, inconcludenti parole di circostanza pronunciate dalla sua nuova dirigenza di fronte al teatrale salvataggio dei 42 immigrati da parte degli attivisti della Mare Jonio, anziché la mano dura del Ministro degli Interni rischiano di colpire l’intelligenza della pubblica opinione. E soprattutto cancellare dalla sua agenda politica la capacità di governo di questo fenomeno dimostrata a suo tempo, con alti e bassi, ma con successo da Marco Minniti.

E’ infatti singolare che il maggior partito di opposizione abbia col silenzio date per buone le argomentazioni sulla non democraticità delle istituzioni libiche addotte dalla ONG di Beppe Caccia per giustificare il rifiuto di riportare da dove erano partiti i naufraghi. Visto che con esse un suo autorevole esponente, al tempo Ministro degli Interni, ha lungamente trattato e fortemente incoraggiato a riorganizzarsi. Fino a convincerle ad accettare l’ingresso sul loro territorio di osservatori ed operatori dell’ONU e dell’OIM. Ma soprattutto non si può far finta di continuare a non vedere ciò che a molti osservatori imparziali ormai appare chiaro. E cioè che il doveroso obbligo imposto dalle convenzioni internazionali che regolano il salvataggio in mare non può essere usato fraudolentemente da chi decide deliberatamente di naufragare per immigrare.

Non dire la verità per timore di essere accumunati al “nemico” è una tabe intellettuale dell’estremismo politico da cui credevamo che la sinistra si fosse da tempo immunizzata. Tanto più in una materia delicata ed esplosiva quale da sempre è quella dell’immigrazione. Una domanda per concludere: alle prossime elezioni di maggio il PD ritiene forse possibile riguadagnare l’opinione pubblica di cui tanto abbisogna la causa europeista facendo lo “gnorri” sull’immigrazione?

Il Muro o la Casa Bianca nel 2020

Più passa il tempo più aumenta per Trump il rischio che il Muro anti clandestini al confine del Messico finisca nel nulla. Ma non c’è dubbio che, comunque vada a finire la vicenda, il braccio di ferro da mesi in atto sulla sua costruzione è destinato a lasciare il segno nella storia politica americana. Non differentemente di come nel recente passato era accaduto, ad esempio, quando Lyndon B. Johnson impose nel 1964 il varo del Civil Rights o Nixon, ad un passo dall’impeachment dopo il Water Gate, si dimise da Presidente nel 1974.

Per la semplice ragione che la questione del Muro sì/Muro no ha ormai assunto i connotati simbolici di uno scontro in piena regola sul modo di essere e di funzionare della democrazia made in US. Che nelle ultime ore ha conosciuto una ulteriore, drammatica accelerazione. Visto che Trump - sfidando la censura votata la scorsa settimana dalla Camera e quella attesa la prossima settimana del Senato grazie alla defezione annunciata da 13 repubblicani - ha invece pensato bene ieri di rincarare ulteriormente la dose. Annunciando di aver iscritto nel budget di spesa 2019 i miliardi necessari alla costruzione del Muro nonostante il no del Parlamento. Violando la regola costituzionale da sempre in vigore secondo la quale: “ il Presidente propone, il Congresso dispone”.

Perché una così evidente forzatura? Al di là del fatto che, data la complicata architettura costituzionale americana, solo la Corte Suprema sarà in grado di stabilire, e ci vorranno mesi, se legittima o meno, quello che più colpisce è l’argomentazione usata a sua giustificazione dal Presidente. La quale, se dovesse prevalere, rischia di stravolgere, più di quanto già fin qui avvenuto, il modo di essere della democrazia rappresentativa del paese a stelle e strisce. Il suo messaggio è semplice: poiché la costruzione del Muro è una promessa fatta agli elettori essa deve essere onorata costi quel che costi. Costringendo alla resa l’ostracismo conservatore dell’establishment politico tradizionale. Che per Trump oltre ai democratici comprende anche alcuni potenti maggiorenti del suo stesso partito da anni seduti in Parlamento. Che, vista la piega che hanno preso le cose, si stanno organizzando per impedire la sua ricandidatura alle prossime elezioni presidenziali del 2020.

Anche negli Usa per entrare chiedono asilo

Nell’incerto ma durissimo braccio di ferro parlamentare sul Muro tra Trump e l’opposizione democratica si è da ultimo inserito un Terzo Attore. Che anche se non da diretto protagonista potrebbe, però,  risultare decisivo per il suo esito. Si tratta delle decine di migliaia di famiglie e di minori non accompagnati del Nicaragua, dell’Honduras e del San Salvador che cercano di entrare negli USA lungo l’immenso confine meridionale del paese.

Un fiume umano che nel solo mese di febbraio ha superato, cosa mai avvenuta dal 2011, la cifra record di 76mila. Gettando nel panico la pur ben oliata macchina organizzativa dei servizi dell’Immigration statunitense. Chiamati a gestire un esercito di “non autorizzati” che, diversamente dal passato, anziché da maschi soli è composto da padri, madri con figli e  da moltissimi minori non accompagnati. Che non solo abbisognano di strutture di accoglienza speciali di cui, al momento, l’amministrazione a stelle a strisce non è assolutamente dotata. Visto che i tre centri di cui dispone ( due in Texas ed uno in Pennsylvania ) hanno una capacità di ricezione inferiore a quattro mila unità. Ma, soprattutto, non possono essere rimpatriati. In ragione del fatto che la grande maggioranza di questi immigrati anziché cercare, come in passato, di entrare clandestinamente si consegna agli agenti di confine dichiarandosi rifugiati in cerca di asilo. Sapendo che in base alle norme in vigore le loro richieste vanno obbligatoriamente sottoposte al parere della magistratura competente. Ed essendoci dei minori di mezzo non possono essere trattenuti in stato di fermo per più di 20 giorni.  Con il risultato che molti di loro, in attesa delle lunghissime procedure giudiziali, hanno tempo e modo di sparire nei meandri oscuri di un mercato del lavoro irregolare che definire immenso è poco.

Un uso forse strumentale delle norme di garanzia che però, paradossalmente, rischia di assestare un colpo mortale alla utilità del Muro anti clandestini sostenuta dal Presidente. Visto che, come sostengono i suoi detrattori, anche se oggi fosse in funzione verrebbe tranquillamente bypassato dalla nuova strategia adottata ai confini da chi, giocando la carta dell’asilo, pur senza essere clandestino riesce ad entrare e restare non avendone formalmente il permesso.

Tre stop ai neo populisti

È proprio vero, come dicevano i latini, che in politica simul stabunt, simul cadent. Una legge spietata della politica che nel giro di una manciata di giorni sembra aver costretto alla ritirata l’Armada Invencible del neo populismo internazionale. Proprio nelle tre nazioni simbolo che avevano dato il là, nel 2016, alla sua irresistibile ed inarrestabile ascesa al potere: l’Inghilterra di Brexit, l’America di Trump e l’Italia dei 5 Stelle.

Nel giro di pochi giorni, infatti, dopo le disfatte elettorali dei grillini e l’annuncio à bout de souffle con cui il Premier Theresa May ha fatto balenare l’ipotesi che il marasma di Brexit possa risolversi col No Brexit, martedì scorso è arrivato come un macigno dagli Usa il voto della Camera dei Rappresentanti. Che ieri l’altro ha sonoramente bocciato (245 sì, 182 no) lo stato di emergenza militare dichiarato due settimane fa da Trump per scippare al Congresso i miliardi necessari per la costruzione del Muro anti clandestini al confine del Messico. Una deliberazione che però, anche se ha visto 13 deputati repubblicani votare con l’opposizione, difficilmente riuscirà a passare lo sbarramento del quorum richiesto nel Senato. Dove, nonostante qualche possibile defezione, i repubblicani sono in numero sufficiente per respingere l’assalto dei democratici.

Resta il fatto però, che al di là di come andrà a finire lo scontro parlamentare al Capitol Hill, l’argomento usato da Nancy Pelosi per motivare la mozione di censura contro il Presidente è destinata a rappresentare un vero e proprio antemurale politico-parlamentare alla pericolosa distruttività anti istituzionale del neo populismo trumpista. E di fare breccia nelle fila degli uomini del Presidente. Costringendoli a scegliere tra l’obbligo di fedeltà verso il Capo e quello, dovuto, ai propri elettori. Di cui abbisognano come il pane per essere rieletti nelle prossime elezioni abbinate a quelle presidenziali del 2020. Per la semplice ragione che se il Parlamento accettasse oggi il diktat dello stato di emergenza usato da Trump, con la scusa del Muro, per bypassare la sua autorità costituzionale sulla spesa pubblica, darebbe luogo ad un micidiale precedente. Che i futuri inquilini della Casa Bianca potrebbero accampare per annullare, sempre e comunque, il volere degli eletti in Parlamento.

Un argomento, tra l’altro, in passato invocato proprio dai repubblicani, con l’appoggio della Corte Suprema, per bloccare i presidential order usati da Obama per piegare il filibustering parlamentare dell’opposizione sulla riforma sanitaria e la legalizzazione dei Dreamers. La verità è che anche per il nuovismo neo populista vale la vecchia ma sempre valida regola politica secondo cui chi di spada ferisce prima o poi di spada perisce.

Il muro della democrazia in America

Il futuro della democrazia americana è appeso al Muro. La decisione con cui 18 Stati dell’Unione, tra cui due giganti come California e New York, hanno deciso di impugnare in tribunale contro Trump la legittimità del suo ricorso allo stato di emergenza per finanziarne la costruzione segna infatti l’avvio di uno scontro politico che rischia di essere per le istituzioni del Paese senza ritorno. Se per ritorno si intende il ripristino quo ante del loro tradizionale modo di essere e di funzionare.

Non fosse altro perché nella storia post bellica USA l’emergenza militare nazionale decisa da Trump venerdì scorso 15 febbraio è stata la prima ed unica dopo quella dichiarata da George Bush dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2011. Con l’ulteriore aggravante che la natura complessa e giuridicamente molto “scivolosa” del contenzioso è tale che i tempi lunghi per le sua eventuale soluzione sono destinati ad incrociare ed avvelenare quelli dell’ormai prossima campagna presidenziale 2020. Un corto circuito negativo destinato a rafforzare, sia tra i democratici che tra i repubblicani, i fautori dello scontro a scapito di quelli del dialogo. Ma i guai per l’America non finiscono qui.

Per la semplice ragione che il vero braccio di ferro in corso all’ombra del Muro è quello tra il Presidente ed il Congresso. O meglio tra i poteri del primo e le prerogative costituzionali del secondo sulla delicatissima questione relativa allo stanziamento e l’uso della spesa pubblica. Che, ritenuta una architrave dell’equilibrio costituzionale del presidenzialismo federalista statunitense, è stata gestita fin dai tempi dei Padri Fondatori in base al principio: il Presidente propone, il Congresso dispone. Il cuore della crisi americana sta nella fine di questo “duopolio democratico”. Tanto è vero che nel 2014, quindi prima dello strappo sul Muro di Trump, Barak Obama era stato accusato, e sconfitto in giudizio, dai parlamentari repubblicani, all’ora all’opposizione, per aver usurpato i poteri del Congresso finanziando per decreto la “sua” riforma sanitaria.

Gli USA di Trump Brexit al quadrato

Trump ha deciso sul Muro di trascinare l’America in una crisi politico-istituzionale che ricorda, moltiplicata per mille, quella dell’Inghilterra di Brexit. Per due ragioni.

La prima: in entrambi i casi tutto origina da un’ossessione - poco importa se fondata o meno - che è, anche linguisticamente, la stessa al di qua e al di là dell’Atlantico: take back the control of our border. Riprendere il controllo delle frontiere per fermare l’immigrazione.

La seconda: impedire alle istituzioni rappresentative di riuscire ad imporre una via d’uscita alla crisi sulla base del principio cardine della moderna democrazia liberale: il compromesso parlamentare.

Due cause aggravate, soprattutto nel caso degli USA, da una lotta feroce per la supremazia all’interno della destra politica tra i conservatori moderati e gli estremisti neo populisti. Che Trump con la dichiarazione dello stato di emergenza di oggi ha deciso di spingere, costi quel che costi, alla resa dei conti finale. E’ da qui che bisogna partire per cercare di capire le ragioni di un atto che va ben al di là dell’azzardo. Per il trumpismo, infatti, il Muro da simbolo si è paradossalmente trasformato in una sorta di spartiacque esistenziale. Visto il disastroso esito delle elezioni di medio termine dello scorso novembre, quando i democratici hanno mietuto consensi come era loro riuscito solo dopo la defenestrazione di Nixon in conseguenza del Watergate. O rientrare nei ranghi, e per riguadagnare il voto dei moderati, chiudere il contenzioso del suo finanziamento accettando il compromesso siglato in Parlamento dai maggiorenti del suo partito e quelli dell’opposizione. Oppure, in omaggio al nucleo duro dell’America profonda a lui ancora assolutamente fedele, rilanciare con la dichiarazione dello stato di emergenza una sfida che ha come primo e fondamentale obbiettivo quello di mettere l’establishment repubblicano con le spalle al “Muro”.

Obbligandolo a decidere se , in base agli articoli dall’Emergencies Act del 1974, è fondata e legittima la sua richiesta di utilizzare, per la costruzione del Muro, fondi già altrimenti finalizzati dalla legge di bilancio parlamentare, oppure, d’intesa con l’opposizione, considerarla un’impropria espropriazione del Parlamento e quindi vietarla. Una miscela resa, se possibile, addirittura esplosiva dall’avvio della corsa alle elezioni presidenziali 2020. Alle quali Trump, anche se forse in cuor suo teme di non poter rivincere, sa che può arrivare solo se padrone incontrastato e assoluto del suo partito.

Caduto il muro spera negli errori altrui

Il futuro di Trump dipende dai democratici. Sembra assurdo, eppure è così. Visto che, per come si sono messe le cose, solo un errore politico dei suoi avversari può, forse, consentire al tycoon newyorkese di uscire dall’angolo in cui la fissazione del Muro l’ha cacciato. Una situazione di difficoltà che il discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato l’altra sera ha, se possibile, ulteriormente aggravata. Costringendolo a commettere l’errore che un politico in caduta libera nei consensi non dovrebbe mai fare: tacere sui problemi e, per non riconoscere di aver sbagliato, parlare d’altro. Cosa che invece Trump ha fatto con spavalda protervia. Al punto che nel suo non breve intervento (il secondo più lungo speech presidenziale dopo quello pronunciato da Bill Clinton nel 2000) dello shutdown provocato dal braccio di ferro sul finanziamento del Muro non ha neppure pronunciata la parola.

Una scelta opportunistica che rischia, però, di rilevarsi disastrosa. Intanto perché non ha offerto il doveroso conforto alla parte “popolare” del suo elettorato che non ha gradito vedere per tre settimane milioni di americani lasciati a casa senza stipendio per una causa che molti considerano più un impuntatura politica che un problema del loro vivere quotidiano. Ma soprattutto perché non ha fornito, come si sarebbe aspettato dal Presidente, una possibile, accettabile soluzione del problema quando scadrà il prossimo 15 del mese la tregua concordata con l’opposizione democratica. Che dal canto suo dovrà però calibrare con attenzione le proprie mosse. Per evitare, come invece silenziosamente Trump ed i suoi sperano, che la sua ferma, e al momento vincente, opposizione all’aggressivo populismo divisivo trumpista si traduca in una pericolosa radicalizzazione a sinistra della sua offerta politica. Con il risultato di consentire a Donald di rimettere nel sacco le pive perdute sul Muro anticlandestini.

L’immigrazione spacca il trumpismo

Per Trump la retromarcia sul duro braccio di ferro con i democratici sulla costruzione del Muro anti clandestini al confine con il Messico rischia di essere molto più di una pur pesante sconfitta tattica. Per il semplice motivo che la vera ragione che lo ha obbligato a tornare indietro dal suo ukase sta nella frattura politica determinata dalla vicenda del Muro nel fronte populista che lo aveva eletto a suo rappresentante. Che per la prima volta ha messo in discussione la grande alleanza tra big business e ceti popolari abilmente costruita dal magnate newyorkese con la parola d’ordine make America great again. Che molti suoi elettori del ceto medio e del lavoro dipendente hanno invece considerato tradita dallo shutdown che ha lasciato a casa senza stipendio milioni di famiglie di impiegati delle agenzie federali e di dipendenti delle aziende dell’indotto ad esse collegate.

Una umanità per la quale la lotta all’immigrazione va bene se colpisce gli odiati takers (gli approfittatori) ma non, come in questo caso, molti incolpevoli makers (produttori). Ed è qui che l’indubbia genialità del progetto di Trump di trasformare il partito repubblicano da esangue rappresentante del big business in un grande partito conservatore di massa ha mostrato per la prima volta la corda. E’ come se l’accecamento anti immigrati lo abbia privato della capacità politica che fino a ieri gli aveva consentito di venire a capo anche delle situazioni più spinose. Come quella, ad esempio, di riuscire a fare accettare ai poveri un colossale taglio delle tasse ai ricchi. E, all’opposto, di fare ingoiare ai secondi, facendo finta di volerlo cancellare, la continuazione dell’Obamacare per i primi. Una novità tanto improvvisa quanto imprevista che può seriamente costare al “nostro” non solo la rielezione ma addirittura la candidatura alle elezioni presidenziali del 2020.

L’immigrazione dà e toglie

E’ proprio vero che per la politica l’immigrazione rappresenta un terremo molto scivoloso. Peggio, un’arma a doppio taglio. Che può fare vincere le elezioni ma se abusata trasformarsi in un nonnulla in una pericolosa buccia di banana. Basta vedere, al riguardo, quello che sta accadendo negli USA. Dove, anche se al momento nessuno può con certezza dire come finirà il braccio di ferro ingaggiato da Trump con l’opposizione democratica, di certo è che il suo incaponimento sul Muro anti clandestini al confine del Messico si sta trasformando,con il passare dei giorni, in una trappola. Assai costosa elettoralmente.

Secondo l’ultima rilevazione CBS News, infatti, il suo grado di gradimento nell’opinione pubblica statunitense è sceso, come mai dall’insediamento alla Casa Bianca, ben al di sotto del 40%. Una tendenza al ribasso che negli stati del confine meridionale del paese, direttamente interessati al “muro si, muro no”, si sta trasformando per il suo partito in una vera e propria Caporetto. Tanto è vero che nelle ultime elezioni di midterm svoltesi alla fine dello scorso novembre i democratici sono riusciti a conquistare quasi tutti i seggi parlamentari in ballottaggio. Non solo in Arizona e nell’Orange Country della California del sud ma, cosa che non avveniva da quasi 37 anni, nel super conservatore e da sempre repubblicano New Mexico. Insomma l’immigrazione non dà sempre e comunque. Perché quando viene meno la ragionevolezza toglie e di brutto.

Sull’immigrazione l’Occidente rischia l’abisso

Sull’immigrazione le democrazie occidentali stanno scivolando verso l’abisso. Una verità difficile da negare visto che questo fenomeno è l’agente della crisi politica, ai limiti dell’impazzimento, in cui si sono cacciati le classi dirigenti ed i governi al di qua e al di là dell’Atlantico.

Basta osservare, mettendo per un momento da parte per carità di patria i nostri guai e quelli dell’Unione Europea, quanto sta accadendo nello storico bastione dell’Occidente liberale: gli Stati Uniti. Dove shutdown provocato dal braccio di ferro di Trump con i democratici sui finanziamenti necessari per la costruzione del Muro anti clandestini al confine messicano paralizza da più di tre settimane gran parte dell’amministrazione. Lasciando a casa senza stipendio più di un milione di dipendenti pubblici. Oltre a quelli delle imprese dell’indotto.

Un evento che non solo sta assumendo dimensioni mai viste in precedenza. Ma che, col passare dei giorni, rischia, non essendo in vista possibili soluzioni, di trasformarsi in un vero e proprio “buco nero” per la politica statunitense. Un’entropia sistemica di cui è chiara avvisaglia la lettera con cui il capo dell’opposizione democratica e presidente della Camera dei deputati Nancy Pelosi ha in queste ore formalmente chiesto al Presidente, cosa mai accaduta negli USA dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale, di rinviare il suo discorso sullo Stato dell’Unione fissato per il prossimo 29 gennaio.

Come andrà a finire oggi nessuno lo sa. Di sicuro siamo in presenza di una lunga, negativa onda di eventi che nei decenni a venire sarà letta e indicata come uno spartiacque della storia politica del III millennio