Sull’immigrazione l’Occidente rischia l’abisso

Sull’immigrazione le democrazie occidentali stanno scivolando verso l’abisso. Una verità difficile da negare visto che questo fenomeno è l’agente della crisi politica, ai limiti dell’impazzimento, in cui si sono cacciati le classi dirigenti ed i governi al di qua e al di là dell’Atlantico.

Basta osservare, mettendo per un momento da parte per carità di patria i nostri guai e quelli dell’Unione Europea, quanto sta accadendo nello storico bastione dell’Occidente liberale: gli Stati Uniti. Dove shutdown provocato dal braccio di ferro di Trump con i democratici sui finanziamenti necessari per la costruzione del Muro anti clandestini al confine messicano paralizza da più di tre settimane gran parte dell’amministrazione. Lasciando a casa senza stipendio più di un milione di dipendenti pubblici. Oltre a quelli delle imprese dell’indotto.

Un evento che non solo sta assumendo dimensioni mai viste in precedenza. Ma che, col passare dei giorni, rischia, non essendo in vista possibili soluzioni, di trasformarsi in un vero e proprio “buco nero” per la politica statunitense. Un’entropia sistemica di cui è chiara avvisaglia la lettera con cui il capo dell’opposizione democratica e presidente della Camera dei deputati Nancy Pelosi ha in queste ore formalmente chiesto al Presidente, cosa mai accaduta negli USA dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale, di rinviare il suo discorso sullo Stato dell’Unione fissato per il prossimo 29 gennaio.

Come andrà a finire oggi nessuno lo sa. Di sicuro siamo in presenza di una lunga, negativa onda di eventi che nei decenni a venire sarà letta e indicata come uno spartiacque della storia politica del III millennio

Trump rischia di sbattere contro il Muro

Se il Muro anziché di cemento fosse di acciaio sareste disposti a finanziarlo? E’ molto difficile se non improbabile che con questa “offerta” dell’ultima ora Trump riesca a smuovere il no dei parlamentari democratici alle spese per la realizzazione della sua agognata barriera anti clandestini al confine messicano. E mettere fine allo shutdown del bilancio americano che da oltre due settimane tiene inoperosi e senza stipendio 800 mila dipendenti di diverse agenzie statali e federali. Un braccio di ferro che col passare dei giorni rischia di trasformare l’azzardo politico con cui il Presidente pensava di piegare le resistenza degli avversari in un rischioso boomerang per la Casa Bianca. Per almeno due ragioni.

La prima: dai sondaggi degli ultimi giorni emerge che i lavoratori pubblici lasciati a casa senza salario, differentemente da quanto immaginato (e sperato) dai consiglieri presidenziali, danno in maggioranza la colpa della loro difficile situazione ( mutui che scadono, bollette da pagare, tasse scolastiche dei figli etc.) anziché ai democratici all’impuntatura di Trump sulla costruzione del Muro a tutti i costi. Una novità che consente ai democratici di rafforzare il loro no al finanziamento di un’opera che il magnate newyorchese in campagna elettorale aveva promesso sarebbe stata pagata dai messicani e non,come chiede oggi, dai contribuenti americani.

La seconda: con la questione Muro sì, Muro no il Presidente sperava di fare apparire l’opposizione come debole e poco decisa sulla scottante, e per lui politicamente favorevole, questione della lotta all’immigrazione clandestina. Una linea a dir poco improvvida. Per la semplice ragione che quasi in contemporanea alla sua “propostina” del Muro in acciaio anziché in cemento i grandi mezzi di comunicazione hanno ricordato che nel 2006 64 deputati e 24 senatori democratici, tra cui Barack Obama, Illary Clinton e l’attuale capo dell’opposizione al Senato Chuch Schumer, avevano votato sì al Secure Fencing Act voluto da Gerge W. Bush per controllare le zone più a rischio del confine meridionale del Paese.

Una partita a scacchi che per Trump si fa davvero complicata. Al punto che nei circoli conservatori comincia a serpeggiare la preoccupazione che pur di vincerla egli decida di rompere l’accerchiamento cedendo ai democratici sulla questione dell’immigrazione che a loro sta più a cuore: quella della definitiva legalizzazione dello status dei giovani Dreamers.

Sull’immigrazione l’UE è in un vicolo cieco

Poche ore prima dell’apertura del Vertice dei Capi di Stato e di Governo europei anche la Germania, arrendendosi all’evidenza dei fatti, ha detto basta al sistema delle quote di riparto obbligatorio dei profughi e degli esuli tra i paesi dell’Unione.

Una decisione, quella tedesca, che ricalca quanto già comunicato al riguardo dalla Commissione e che consente, finalmente, di chiudere un clamoroso quanto doloroso capitolo della per altro gravemente fallimentare politica dell’immigrazione europea. Che ha impiegato più di tre anni per rendersi conto di quello che da un’obiettiva osservazione della realtà si sarebbe dovuto capire se non in pochi giorni certamente in poche settimane.

Ma per ragioni diverse da quella usualmente addotte nei comunicati ufficiali emessi a ripetizione dagli uffici di Bruxelles. Che hanno sempre indicato nell’egoismo dei governi, in particolare di quelli capeggiati dai falchi di Visegrad, la ragione dell’inconcludente strategia del riparto obbligatorio dei rifugiati approdati in massa nei paesi sud del Vecchio Continente. Solo una “mente burocratica” poteva infatti far finta di non capire che per quanto disperati e bisognosi di protezione i profughi non avevano interesse né intenzione di finire “ripartiti” in un paesino della Polonia o della Slovacchia. Né tanto meno a Cipro o Malta. E che l’obbiettivo per il quale avevano rischiato la vita per terra e per mare erano le terre dell’ex Europa dell’Ovest. Dove da tempo risiedevano e lavoravano i membri delle loro diaspore nazionali.

A questo ostacolo basato sugli “interessi degli interessati” il sistema delle quote ne aggiungeva un altro non meno potente. Rappresentato dal fatto che, come molte ricerca hanno ampiamente dimostrato, non c’è nulla che riesce ad eccitare di più l’avversione della pubblica opinione nei confronti dell’immigrazione quanto l’annuncio dell’arrivo di nuovi stranieri. Tanto più se a farlo non è il governo nazionale ma un volto ignoto di quello dell’Unione.

L’Europa farà tesoro di tanto fallimento? Anche se la speranza è l’ultima a morire la risposta è no. Perché mancano le condizioni e le personalità politiche richieste per fare da noi in materia di immigrazione ed asilo quello che alla fine dell’800 fecero gli USA. Che tolsero il potere di controllo ai confini, fino ad allora nelle mani dei singoli stati, delegandolo all’autorità federale. E, al contempo, liberalizzarono la circolazione all’interno consentendo agli accolti di seguire e realizzare il proprio destino. Dove e come volevano.

La Salvini danese annuncia ma non fa

In Italia quando sull'immigrazione la politica non sa che pesci prendere istituisce una commissione con l’incarico di trovare, ovviamente nel più breve tempo possibile, una soluzione. Quella danese, invece, per decidere decide salvo rinviare la messa in atto al futuro che verrà. Due modelli diversi ma accomunati dall'annunciare. Anziché dal fare. Prova ne è il bailamme seguito alla notizia che dall'America, tramite il New York Times, è rimbalzata da noi secondo cui il governo danese avrebbe deciso di applicare per i rifugiati l’inumano modello da tempo adottato da quello australiano. Stanziando nella nuova legge di bilancio 140 milioni di dollari per i lavori necessari a trasformare l’isoletta di Lindholm, situata a 20 minuti dalla capitale Copenaghen, in un centro di “accoglienza” di 100 richiedenti asilo respinti.

Superato il primo momento di sconforto abbiamo cercato di approfondire la questione scoprendo che: 1) gli interventi di riadattamento dell’isolotto richiedono tempi lunghi. La cui fine, se nulla osta, è prevista per la seconda metà del 2021. Una data talmente lontana per cui è difficile che i membri dell’attuale Esecutivo saranno ancora in carica. Di mezzo, infatti, oltre alle elezioni europee di maggio 2019, ci sono il mese successivo quelle del Parlamento nazionale e, più in là, quelle regionali; 2) i 100 disgraziati eventualmente destinati al confine, per fortuna, non sono, come riferiscono molti organi di stampa, rifugiati che pur avendo avuto respinta la richiesta di asilo non possono essere rimpatriati. Bensì immigrati passati in giudicato per ripetuti reati comuni; 3) il silenzio dell’opposizione di sinistra sulla vergogna “dell’isola dei disperati”, come le cronache hanno definito l’affaire, denunciato come un vergognoso appeasament in vista dei prossimi turni elettorali, è invece espressione di prudente saggezza. Per la semplice ragione, come ha fatto notare sulla sua rubrica giornalistica l’ex ministro dell’immigrazione e super liberal Birthe Hornbech “è vero che quelli del centro destra sono abilissimi a fare autogol visto che la storia dell’isola è solo un annuncio destinato a finire nel nulla così come avvenuto per quelli sui rimpatri di massa. Detto ciò, però, è innegabile che quello dei rifugiati che non hanno diritto all'asilo ma non possono neppure essere rimpatriati è un problema sul quale c’è poco da scherzare”.

Parole sante. Che ridanno un po’ di dignità alla politica europea dell’immigrazione. E che suonano di ammonimento per tanti commentatori nostrani che, forse, anziché correre dietro allo scoop sulla nuova Dachau danese avrebbero fatto meglio, anziché agitarsi, ricordare al New York Times che attualmente nelle prigioni a stelle e strisce sono detenuti, a tempo indeterminato, più di 300mila immigrati. Per non parlare di Guantanamo.

Negli USA sull’immigrazione è muro contro muro

Sull’immigrazione si profila per l’America un pericoloso muro contro muro. Nel vero e proprio senso della parola. Per la semplice ragione che se nelle prossime ore, come sembra probabile, i democratici confermeranno il loro no alla richiesta di Trump di prevedere nelle nuove linee di budget i finanziamenti per la costruzione del “suo” muro, il 7 dicembre prossimo scatterà lo shutdown. Il blocco delle attività che scatta quando il Congresso  non riesce ad approvare la legge di rifinanziamento delle attività amministrative. L’Antideficit-Act , infatti, stabilisce che senza l'approvazione dei relativi stanziamenti, siano essi annuali o a breve termine, le attività governative debbano essere sottoposte a un «arresto» (shutdown) fino all'approvazione del loro rifinanziamento dell’apposito Comitato interparlamentare. Con la differenza che, visti anche i risultati delle ultime elezioni di medio termine, la posizione del Presidente, rispetto al braccio di ferro che lo scorso gennaio aveva dato luogo allo stesso tipo di impasse appare oggi più debole e quella dell’opposizione più forte. Per almeno due motivi.

Il primo è che avendo dovuto chiedere l’aiuto del Messico per tentare di risolvere la crisi dei caminantes al confine californiano, nessuno crede più alla promessa elettorale di Donald che il muro sarebbe stato costruito con i soldi dei messicani. “Ma come” ha ironicamente fatto notare il senatore democratico Leahy “adesso chiede i soldi dei contribuenti per un’opera che, aveva solennemente giurato, non avrebbe mai pesato sulle tasche degli americani ma su quelle dei messicani”.

Il secondo è che la decisione del Presidente di volere a tutti i costi imporre nella legge di bilancio uno specifico capitolo di spesa per il “muro” consente ai democratici di usare il no come un “muro” per ricompattarsi e superare le loro paralizzanti divisioni interne. E avere buon gioco agli occhi della pubblica opinione nel sostenere che, al netto di qualche minima concessione, la spesa per la sicurezza non deve superare 1,6 miliardi di dollari contro i 5 pretesi dalla Casa Bianca. E che se a causa dello shutdown i funzionari federali arriveranno a Natale senza stipendio la colpa è di un Presidente ogni giorno più nervoso.

Per i dem USA l’immigrazione non è più un tabù

Finalmente tra i democratici americani comincia, forse sulla spinta dei positivi risultati delle recenti elezioni di midterm, a farsi largo l’idea che è impresa non difficile ma impossibile pensare di battere Trump alle Presidenziali del 2020 senza ridiscutere e ripensare la politica dell’immigrazione.

Una novità certificata dal documento conclusivo del meeting internazionale svoltosi a Washington lo scorso 15 novembre nella sede ultrademocratica del Migration Policy Institute. Nel quale per la prima volta si afferma che per fermare l’ondata conservatrice che ha innescato la recessione democratica dell’Occidente bisogna avere il coraggio di “riconoscere l’ingiusta redistribuzione di benefici e costi provocati nella società dall’immigrazione”.

Una presa d’atto coraggiosa che, si spera, possa rappresentare il primo passo per superare l’ostinata chiusura di un’ortodossia politica che sul tema aveva costretto i liberal del paese a stelle e strisce nell’angolo. E interrotto i canali di comunicazione dei democratici con la loro tradizionale base popolare. Chiarendo, finalmente, due cose.

La prima che non si può difendere l’immigrazione sorvolando sul fatto che del surplus di ricchezza da essa prodotto gode solo una parte ma non tutta la società. Così come per quanto riguarda i costi. Una svolta non da poco se messa a confronto con il tono di sprezzante, algida sicurezza con cui Illary Clinton, in una conferenza tenuta all’estero dopo la sonora sconfitta subita nella corsa alla Casa Bianca, aveva spiegato ad un attonito uditorio che a votare Trump era stata l’America degli “arretrati”. E che nelle urne si era schierata dalla sua “quella ottimistica, diversa e dinamica”.

La seconda  che è possibile, anche se non facile, rimettere mano al funzionamento dell’immigrazione senza per questo scatenare una campagna di odio anti immigrati e di scenografica militarizzazione dei confini. Ma con mirate politiche fiscali e di Welfare capaci di “rammendare” il tessuto sociale per aiutare chi è o si sente lasciato indietro a rimettersi al passo con la modernità.

De te fabula narratur dicevano i latini a proposito di eventi che per la loro importanza erano destinati ad influenzare il futuro di chi non ne era al momento coinvolto. Cosa che fa sperare che il segnale sull’immigrazione che arriva oggi dall’America possa, in un futuro non troppo lontano, valere anche da noi.

Finito il lavoro sporco sull’immigrazione Trump l’ha cacciato

C 'è da scommettere che l’eredità di Jeff Sessions, da ieri l’altro ex ministro della giustizia Usa, è destinata a durare forse più a lungo di quella del Capo che l’ha messo alla porta. Per la semplice ragione che i cambiamenti da lui imposti con convinta, implacabile durezza conservatrice alle procedure per la concessione dell’asilo rappresentano quasi un punto di non ritorno della politica dell’immigrazione americana. Come dimostra il fatto che Sessions, nelle stesse ore in cui Trump redigeva la lettera di ben servito nei suoi confronti, anziché svuotare i cassetti e fare le valige si è sentito in dovere di emanare un interim final rule, che il Presidente ha firmato lo scorso 9 novembre, sulle procedure relative alla protezione umanitaria che ha il sapore di un manifesto più che di un testamento. Articolato in due punti.

a) organizzare un nuovo e più complicato iter per le richieste di asilo da parte di quanti entrano senza preventiva autorizzazione sul suolo americano o provengono da paesi sottoposti al divieto di ingresso indicati nel decreto presidenziale del 2017;

b) i pochi che dovessero riuscire a superare il primo sbarramento avranno come unico diritto di perorare nelle apposite sezioni giudiziare solo il rinvio operativo dei decreti di espulsione ( rinvio sempre revocabile e che, in quanto tale, non consente di ottenere il permesso di soggiorno). In pratica, in base a queste procedure, ai cittadini dei tre paesi centro americani ( El Salvador, Nicaragua e Guatemala), dai quali sono stati numerosi gli arrivi di famiglie e minori non accompagnati sarà al massimo consentito di chiedere il rinvio del decreto di espulsione ma mai lo status di rifugiati.

Non una svolta ma una vera e propria cesura. Visto che fino all’avvento come Attorney General dell’uomo forte dell’Alabama la giurisprudenza statunitense aveva, sia pur informalmente, ritenuto ammissibile, superando i rigidi limiti fissati dalle Convenzioni Internazionali, il diritto al godimento della protezione umanitaria anche per le vittime della violenza criminale e di quella familiare che piagano le popolazioni del Centro America.

Dopo che Sessions ha chiuso la porta a questo fiume di disperati (USA e Messico negli ultimi tre anni hanno bloccato quasi 1 milione di centro-americani e 150 mila minori non accompagnati), è davvero difficile immaginare che una futura amministrazione, di qualunque colore essa sia, avrà non tanto la forza quanto la convenienza a riaprirla.

Sulle elezioni USA gli occhi dei populisti europei

Con il voto di oggi gli americani decideranno molto ma non tutto del futuro politico del loro paese.

Molto in ragione del fatto che se i democratici dovessero riuscire a riprendersi anche solo la Camera dei Deputati, non c’è dubbio che per Trump sarebbero problemi seri fare i conti con un’opposizione parlamentare che non gliene farebbe passare una. E che ricambiando con gli interessi il clima di feroce partigianeria con cui Donald ha avvelenato la politica nazionale, non si lascerebbe certo sfuggire l’occasione di azzopparlo. Bloccando sul nascere qualunque sua iniziativa legislativa. Costringendolo, così come i repubblicani fecero con Obama negli ultimi due anni del suo mandato presidenziale, a governare tramite executive order. Provvedimenti che, però, hanno la debolezza normativa di essere decreti ma non leggi. E in quanto tali suscettibili di revoca o modifica nel caso arrivasse nel 2020 un nuovo inquilino alla Casa Bianca. Cosa che per altro Trump, fin dalla sua nomina, ha fatto senza problemi con quelli del suo predecessore.

Inoltre i democratici avendo la Camera in pugno è certo che darebbero via libera, come hanno giurato di fare, alle procedure per l’impeachment di Donald. Non è affatto detto, però, che sarà questo il verdetto delle urne. Trump, infatti, ha due formidabili atout dalla sua. L’economia che va non a gonfie ma a gonfissime vele. E la preoccupazione dell’opinione pubblica statunitense per l’avvicinamento ai confini del paese di una singolare carovana di migliaia di famiglie honduregne. Intenzionate, costi quello che costi, a entrare dal Messico negli Usa alla ricerca di migliori condizioni di vita. Una novità che ha consentito a Trump di rianimare una campagna elettorale a lungo sotto tono risfoderando la paura dell’immigrazione. Dimostratasi una potentissima arma di mobilitazione della base repubblicana.

Ma qui finisce il tanto. Perché il tutto, al momento, non è nelle disponibilità decisionali dell’elettorato. Per la semplice ragione che nella vita politica americana, qualunque sia l’esito del voto di domani, restano da affrontare due fondamentali questioni.

La prima è il trumpismo. Un’ideologia nata prima che sorgesse l’astro del magnate newyorkese per opera degli estremisti repubblicani del Tea Party. E che per questo è sicuro non saranno i risultati di queste elezioni a spedire nel dimenticatoio della storia.

La seconda, invece, riguarda la crisi politica in cui versa il partito democratico. Da troppo tempo privo di un convincente programma e di una credibile leadership. Un’organizzazione che sa essere solo contro ma mai per. Una condizione che rende ad essa praticamente impossibile, chissà per quanti anni, puntare a riguadagnare il consenso della maggioranza degli americani.

Sullo jus soli non ha poi tutti i torti

Non c’è dubbio che la ruvidezza con cui Donald Trump affronta le questioni indispettisca. Ma gli va riconosciuta la forza che serve per prendere di petto i tabù. Come testimonia il putiferio scatenato in America dalla sua uscita contro il cosiddetto jus soli. In base al quale chiunque nasce sul suolo americano diventa, a prescindere da qualsiasi altra condizione, cittadino made in US. Un diritto riconosciuto e ratificato dal Congresso nel 1868 e in quanto tale inserito come Emendament 14th della Costituzione americana. E successivamente confermato dalla Corte Suprema con una sentenza rimasta storica nel 1898. Quello della cittadinanza legata al luogo di nascita e non alla discendenza familiare (jus sanguinis) è un principio che, storicamente, gli Stati Uniti hanno ereditato dall’Inghilterra loro antica madre patria. Dove era stato sancito come legge della Corona in base alla Common Law nel lontano 1666.

Lo jus soli per un paese vasto quanto un continente ma con poche braccia ha per decenni rappresentato l’arma simbolicamente forse più convincente per attrarre a sé i popoli di mezzo mondo. Al punto di elevarlo ad emblema della sua unicità nazionale. Ma con il tempo la situazione è lentamente ma inesorabilmente cambiata. In primo luogo perché le nuove forme di comunicazione e la velocità dei trasporti espongono lo jus soli a stelle e strisce ad essere impropriamente utilizzato dal cosiddetto turismo delle nascite. Che rischia di colpire al cuore il valore simbolico che l’America ancora attribuisce alla cittadinanza e di trasformarlo da bene pubblico in un puro e semplice benefit privato. Ma anche perché nel mondo contemporaneo va maturando una nuova e più attenta sensibilità sull’importanza e la delicatezza che le questioni politiche, culturali e religiose connesse al tema della cittadinanza hanno per la comune convivenza. In ragioni delle quali The Birthright Lottery, la lotteria del diritto di nascita, come l’ha definita nel suo libro Ajelet Chachar, è più un ingombrante fardello del passato che un viatico per il futuro. Un problema che Trump, visto che è escluso che ne sia venuto a conoscenza leggendo, ha pensato bene di sollevare semplicemente fiutando l’aria dello scontro politico.

Il populismo colto del Mago di Oz

Dopo la Russia, a distanza di appena un decennio ma a migliaia di chilometri di distanza, populismo e populisti comparvero, quasi d’improvviso, nella vita politica degli Usa. Grazie alla nascita, nel 1892, del People's Party.

Un partito che per un certo periodo ebbe dimensioni ragguardevoli e che nacque come reazione dei piccoli contadini (farmers), e in genere dei piccoli e piccolissimi proprietari, contro lo strapotere, giugulatorio del sistema bancario e della grande finanza. Ma fin dai primi anni del ‘900, tuttavia, il People's Party vide contrarsi drasticamente la propria capacità di penetrazione e i propri consensi. Nel 1912 il partito non esisteva più.

Eppure dal 1892, quando era stata varata a St. Louis la sua piattaforma partitica, il sostantivo populismo ebbe un formidabile successo politico e mediatico. Nei primi anni ’90 dell’800 il People’s Party riuscì a darsi un solido assetto organizzativo. Divenendo punto di riferimento di una vasta ondata di protesta che agitava le campagne. A causa della depressione sociale e morale che, in particolare negli stati del Sud, aveva fatto seguito alla sanguinosa guerra di secessione. Ma anche agli effetti della grande depressione che tra il 1870 e il 1897 aveva fatto crollare di anno in anno i prezzi dei prodotti agricoli.

Le aree geografiche in cui si insediò il partito populista, che ha rappresentato nella storia americana il tentativo forse più serio di spezzare il tradizionale duopolio del sistema politico statunitense, furono peraltro quasi esclusivamente quelle più colpite dalla crisi: gli ex Stati confederati del Sud e quelli del Midwest. Intercettando sentimenti, umori e frustrazioni che da allora in poi non sono mai più tramontati nel mainstream socio-politico americano. Che puntava il dito contro il mondo dell’industria e della finanza, di cui Wall Street era l’emblema. Che secondo i populisti poteva essere indebolito con la sostituzione dell’oro, allora unico mezzo di pagamento, con il libero conio dell’argento. Che avrebbe, infatti, determinato un aumento della massa monetaria. E che facendo salire l’inflazione avrebbe diminuito il costo del denaro e, quindi quello dei prestiti bancari gravanti sui piccoli contadini. Una proposta di nuova strategia economica che i populisti accompagnavano con la richiesta di calmieramento dei prezzi agricoli (con la creazione di depositi federali dove immagazzinare le eccedenze), della nazionalizzazione delle ferrovie e, sul piano politico-istituzionale, dell’introduzione dello strumento del referendum.

Ma c’era, però, un altro fronte per i populisti: gli immigrati e il nascente melting pot. Che spiega le ragioni dell’odio dichiarato e radicato, soprattutto tra i militanti di base, nei confronti degli ebrei, dei nuovi immigrati, degli stranieri e, naturalmente, dei neri. Un atteggiamento di risentimento rancoroso che non risparmiava neppure l’intellighènzia. Alla cui decadenza veniva contrapposta la semplice etica dell'uomo comune (everyman) e dei produttori onesti. Contro i quali i gruppi di affari, per difendere i propri interessi, non esitavano ad ordire giganteschi complotti. Che rientravano, secondo i documenti programmatici del People's Party, in "una vasta cospirazione contro l'umanità, organizzata su due continenti e ormai dilagante nel mondo intero".

Un tema che fu al centro della Convention di Chicago del 1896 conclusa da William Jenniger Bryan con quello che è unanimemente considerato il più appassionato e straordinario discorso della storia politica americana: The Cross of Gold. “Voi ricchi non pianterete sulla fronte dei lavoratori questa corona di spine e non crocifiggerete l’umanità sulla Vostra Croce d’Oro”. Potremmo concludere qui se non fosse che fu proprio quell’episodio ad ispirare uno dei maggiori e più amati capolavori della letteratura per l’infanzia: Il Mago di Oz. Che altro non è che un’allegoria, piena di amore e nostalgia, per il mondo sognato e mai raggiunto del People’s Party.