Negli Usa le divisioni non si riducono a Trump

Anche se Trump dovesse uscire sconfitto dalle elezioni del prossimo 3 novembre (cosa al momento affatto scontata) l’America difficilmente ritornerà, come invece sperano i suoi avversari, quella di un tempo. Perchè i sussulti che ormai a getto continuo scuotono la vita pubblica del paese sono espressione di una sua divaricazione politico-culturale che sarebbe non solo ingiusto ma miope addebitare agli errori (non pochi né piccoli) dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

I problemi nascono e vengono da molto più lontano. Infatti come ha scritto Thomas B. Edsall in un bellissimo ed assai ragionato commento sul New York Times del 7 luglio: “L’elettorato è diviso in due campi opposti basati sull’adesione degli elettori a principi morali fondativi ed alle politiche che da essi ne derivano sia per quanto riguarda la loro identità socio-culturale che la loro propensione per leadership liberali o autoritarie. Una complessità che i politici capiscono intuitivamente al punto che mentre Trump è convito che il caos, la confusione ed i conflitti aiutano la sua rielezione, Joe Biden si da fare per spegnere il fuoco su cui soffia Trump

Una contrapposizione che gli ultimi clamorosi eventi legati alle dimostrazioni innescate dall’uccisione di George Floyd hanno se possibile ulteriormente rafforzato e confermato. Nello scorso week end, ad esempio, mentre nelle piazze di New York i liberal d’America chiedevano l’impegno dei democratici a tagliare i finanziamenti alla polizia (defunding) nelle strade della Grande Mela si è consumato un vero e proprio bagno di sangue: 64 aggressioni armate e 10 morti. Cifre e numeri che New York sperava di aver definitivamente archiviati dopo l’anno nero del 1996. E che, soprattutto, hanno messo in grave imbarazzo la municipalità democratica cittadina. Stretta tra l’obbligo di usare il pugno di ferro per evitare che l’insicurezza di un tempo tornasse a spadroneggiare in città, e le proteste dei giovani militanti che consideravano la loro prudenza nei confronti degli uomini in divisa alla stregua di un vero e proprio regalo al trumpismo.

Un conflitto che per i democratici ha il sapore di un assaggio visto che in vista della loro prossima Convention di agosto dovranno per forza di cose decidere se assecondare la piazza sul defunding delle forze dell’ordine oppure scegliere la moderazione per non inimicarsi l’elettorato che non ama Trump ma neppure il caos. Ed evitare di pagare pegno all’antico detto politico: piazze piene, urne vuote.

Trump teme la linea d’ombra

Siamo proprio sicuri che Trump è finito? Secondo Frank Bruni, che sul New York Times di mercoledì 1 luglio lo ha definito “toast” (cotto) la risposta è sì. Una predizione forse azzardata ma non infondata a leggere i risultati, per lui sconfortanti, di sondaggi e rilevazioni campionarie pubblicati ormai a getto continuo. Come quella, ultima della serie, condotta del Pew Research Center. Secondo la quale l’83% degli americani intervistati si sarebbero detti scontenti di come stanno andando le cose nel loro paese. Una percentuale negativa da capogiro soprattutto se espressa a pochi giorni dalla ricorrenza del 4 luglio. Una festa che da sempre ha rappresentato per gli americani motivo di speranza ed ottimismo per le sorti a venire della loro nazione. E che invece, quest’anno, rischia di essere “silenziata” dall’incedere del coronavirus talmente inarrestabile da imporre il lockdown persino a quella che anni addietro Mark Twain definì come la Porta d’Oro d’America: la California.

Una situazione che Trump oltre a gestire come peggio non poteva ha scriteriatamente pensato di utilizzare, con ribalda prosopopea, come arma di una assai poco felice campagna elettorale. Un modo di fare fortunato fino a ieri che rischia oggi di trasformare le elezioni presidenziali del prossimo 3 novembre in un referendum sulla sua persona anziché su una proposta politica. Il nodo dei problemi, che spiega molto dell’agitazione presente tra i suoi più stretti collaboratori, è che non si capisce più dove sia finito il messaggio di cambiamento con il quale Trump oltre a sorprendere amici e nemici era riuscito a mobilitare quella parte dell’America profonda “lasciata indietro” dai fasti della globalizzazione e dal trionfo della cultura metropolitana aperta a tutte le diversità eccetto la loro. Uno spaesamento strategico aggravato dal tradimento della fortuna. Un abbandono che per un politico è peggio del veleno. La buona sorte degli anni passati negli ultimi mesi sembra, infatti, avergli decisamente voltato le spalle. Al punto che quasi tutto quello che fa finisce per andargli storto.

Come, ad esempio, l’esito infelice della definizione dodering (vecchio scimunito) con la quale aveva pensato di tagliare le gambe al rivale democratico Joe Biden. E che, invece, si è per lui trasformata in un boomerang, costringendolo a correre ai ripari per evitare di inimicarsi e perdere il voto del potente e decisivo partito dei seniores a stelle e strisce. La verità è che c’è una linea d’ombra sul futuro di Trump di cui, per affettuosa scaramanzia, i suoi evitano nel modo più assoluto di parlare. Di tutti i Presidenti americani solo due hanno fallito la rielezione al secondo mandato: Jimmy Carter e George Bush (padre). Ed entrambi nell’estate pre- elettorale avevano un rating di gradimento inferiore a 40%. Che è esattamente lo stesso di cui è attualmente accreditato il magnate newyorkese.

Biden avanza ma per la vittoria c’è tempo

Per Trump la corsa alla rielezione presidenziale si fa di giorno in giorno più faticosa. Come testimoniano i risultati , per lui certo non confortanti, resi noti dall’ultimo sondaggio New York Times/ Siena College relativo all’orientamento del voto nei sei stati (Pennsylvania, Wisconsin, Florida, Arizona, Michigan, North Carolina) che per il loro peso elettorale saranno decisivi sull’esito delle urne a novembre prossimo. In base alle risposte degli intervistati, infatti, il candidato dell’opposizione democratica Joe Biden avrebbe sull’attuale inquilino della Casa Bianca un vantaggio di ben 14 punti.

Uno scarto notevole. Reso ancora più significativo dal fatto che l’ex vice di Obama oltre ad avere dalla sua il cosiddetto elettorato indipendente, quello femminile scolarizzato e dei giovani delle varie minoranze sembrerebbe addirittura tener testa a Trump anche tra gli adulti maschi bianchi da sempre massicciamente schierati dalla sua. Un cambiamento nell’umore politico del paese segnalato anche dal fatto che a maggio la raccolta fondi del candidato democratico aveva superato per la prima volta dall’avvio della campagna elettorale quella del magnate newyorkese.

La verità, spiegava una nota Axios dello scorso 22 giugno, è che oggi molti swing voters che nel 2016 avevano tradito la Clinton per Trump dicono di voler ritornare suoi loro passi perché: “they see Biden less a change agent than as a path back to stability". Anche se hanno consapevolezza dei problemi che attanagliano il loro vivere quotidiano manifestano però il bisogno, dopo quattro anni di una presidenza a dir poco tumultuosa, di tirare il fiato sacrificando le speranze alla normalità. Ma pur stando così le cose Biden farebbe però bene a non cullarsi sugli allori.

Intanto perché in politica i mesi che mancano al giorno delle urne sono un’eternità. Capace di riservare ogni tipo di sorprese. A partire dagli esiti delle Convention conclusive dei democratici a Milwaukee il 17 agosto e dei repubblicani Jacksonville il 24 dello stesso mese. Ma soprattutto facendo tesoro delle elezioni del 2004. Quando George W. Bush dato per sconfitto per la disastrosa condotta della guerra in Iraq venne rieletto alla Casa Bianca infliggendo all’astro democratico di allora John Kerry una pesante quanto inaspettata sconfitta. La verità, ammoniva scaramanticamente un’editoriale del New York Times dello scorso 15 giugno è che “gli americani sono meno interessati al processo del passato che alla valutazione della concretezza e del realismo dei progetti e delle proposte per il futuro”.

Trump cerca di rimettersi in carreggiata

Trump più che malato, come invece molti avevano desunto (e forse sperato!) dai segni di malessere avuti in occasione della sua visita all’accademia militare di West Point, sembra vivo e vegeto. Soprattutto politicamente. Visto che negli ultimi giorni è riuscito a rompere l’accerchiamento in cui si era cacciato reagendo malamente alle sacrosante dimostrazioni di protesta scoppiate dopo che a Minneapolis si era perpetrata l’ultima, ennesima esecuzione di un uomo di colore da parte della polizia.

Un passo falso che per la sua protervia poteva costargli molto caro. Per gli americani di qualunque colore politico è infatti inaccettabile che il Presidente degli Stati Uniti esca dalla Casa Bianca brandendo la Bibbia a fianco del Generale in capo dell’esercito. E per raggiungere la chiesa del quartiere pretenda di far sloggiare dalle forze dell’ordine i manifestanti che gli ostacolano il cammino. Ma quando nessuno se lo aspettava ecco il colpo di scena. Lunedì scorso i giudici della Corte Suprema con il decisivo voto del super conservatore Neil Gorsuch, che proprio Trump tra mille critiche aveva imposto all’indomani della sua elezione, hanno preso due decisioni a dir poco storiche.

La prima relativa alla condizione dei transgender. Che secondo i supremi magistrati, in base a quanto stabilito dal Civil Rights Act del 1964, ha il diritto di essere tutelata contro ogni forma di discriminazione.

La seconda, che pur avendo attirato meno attenzione della prima, rischia di essere non meno rivoluzionaria. Perché riguarda la scottantissima materia dell’immigrazione. La Corte, infatti, sempre con l’inatteso sì della sua maggioranza di destra, ha rifiutato di accogliere in giudizio il ricorso degli avvocati del Presidente contro la democratica California. Che per anni si è opposta alle ingiunzioni della Casa Bianca di far collaborare la polizia statale con quella federale nella caccia agli immigrati clandestini presenti sul suo territorio. Due novità alle quale nelle ultime ore se ne aggiunta una terza da Washington.

Il Governo, che fino a ieri aveva sempre detto di no, ha infatti deciso, superando resistenze ed oltranzismi di ogni tipo, di dare ascolto all’umore del Paese varando un progetto di riforma della polizia. Che, per quello che è dato sapere, non è lontano, almeno nelle intenzioni, dal Justice in Police Act presentato a tamburo battente la scorsa settimana dai parlamentari dell’opposizione democratica.

 Un bel cambiamento, non c’è che dire. Che se sommato alla forte ripresa segnalata negli ultimi giorni dai principali indicatori dell’economia potrebbe consentire a Trump di riguadagnare la carreggiata elettorale che nelle ultime settimane sembrava, invece, avere irrimediabilmente perso.

Dopo Minneapolis l’America sfugge di mano a Trump

Trump si è infilato in un tunnel forse senza via di uscita. Privato dal potente tam-tam di proteste innescate dal video dell’uccisione di George Floyd del controllo della comunicazione sociale sembra come aver perduto la capacità di capire la portata del terremoto che da giorni scuote l’America. Chiamata a fare i conti con un complicato groviglio di contraddizioni che potrebbero travolgere un Presidente convinto di poterle affrontare ripetendo i vittoriosi slogan semplificatori delle elezioni del 2016. Al punto di non rendersi conto che il suo rumoroso quanto poco convincente niet alla riforma della polizia invocata a gran voce nelle piazze rischia di suonare come l’appassita replica di quella che dopo l’assassinio nel 1968 di Martin Luther King jr ebbe Ronald Reagan. Che nell’occasione affermò: “great tragedy that began when we began compromising with law and order”.

La verità è che per Trump tutto appare come d’improvviso essersi drammaticamente complicato. Ed il quadro politico lontano anni luce da quello che lo vide trionfare quattro anni orsono. La sua convinzione di riuscire a silenziare i manifestanti tuonando Law&Order è infatti assai meno convincente del MAGA (Make America Great Again) che gli consentì di strappare alla Clinton le chiavi della Casa Bianca. Per almeno due ragioni.

La prima è che una posizione di questo tipo ricacciandolo nel solco della destra repubblicana d’antan rischia di alienargli i voti dei ceti popolari allettati dalla sua promessa di guerra ai vecchi notabili dei poteri forti. Che, detto per inciso, non vedono l’ora di fargli pagare la spregiudicata durezza con la quale ha liquidato il vecchio establishment moderato del suo partito.

La seconda, ancor più decisiva, è che oggi, a differenza che in passato, ad invocare la riforma del corpo di polizia non è più solo la minoranza afro-americana affiancata dai liberal di sinistra. Ma parti significative di quell’elettorato moderato bianco che dopo Minneapolis non se la sente più di barattare la sua sicurezza con la violenza impunita degli uomini in divisa contro i neri. Con il risultato, come  ha spiegato sul New York Times Lillian Mason dell’Università del Maryland: “che se i sostenitori del suprematismo bianco si arroccano nel partito repubblicano spingono ad allearsi in quello democratico tutti quelli che sono contro. Cosa mai avvenuta prima di oggi”.

Trump ricorda da vicino Jackson

Trump perderà a novembre le elezioni? E’ possibile ma poco probabile. Una affermazione per taluni forse inspiegabile se non addirittura sbagliata. Eppure ad una attenta lettura della situazione essa appare, almeno al momento, meno azzardata di quanto a prima vista potrebbe apparire. Per la semplice ragione che non bastano le dure critiche sull’atteggiamento avuto dal capo della Casa Bianca nei giorni che hanno incendiato l’America per decretare, come invece afferma Thomas Wright su The Atlantic dello scorso 2 giugno: “We’ve now entered the final phase of the Trump era”.

Ma il fastidio per un modo di fare irritante, come è quello del tycoon newyorkese, non rappresenta un salvacondotto per qualunque tipo di accusa. Al punto che l’inquilino della Casa Bianca è stato accusato di voler attentare alla democrazia semplicemente per aver minacciato l’intervento dell’esercito contro i vandali in azione nelle metropoli del paese. Senza però ricordare che, ad esempio, in passato prima Lyndon Johnson a metà degli anni ’60 (contro i segregazionisti dell’Arkansas e dell’Alabama) e poi Bush padre nel 1992 ( per frenare i moti scoppiati nei ghetti neri di Los Angeles) avevano fatto ricorso, come la legge consente in casi estremi, alla Guardia Nazionale.

La verità è che con la propaganda non si fa politica. E, per quello che è dato vedere, gli avversari del Presidente ci sembra abbondino della prima ma scarseggino della seconda. Il vero punto della questione sta qui. Trump non piace ma è senza alternative. L’opposizione democratica latita e quella repubblicana tace. Di qui le sue chance di agguantare nelle urne di novembre il secondo, ambitissimo mandato. Sfruttando il suo formidabile mix di conservazione, progressismo e populismo che ricorda da vicino quello di un antico, famoso predecessore: Andrew Jackson. Un Presidente che gli annali della storia descrivono urtante e spietato non meno dell’attuale.

I neri si rivoltano, Trump sorride

La rivolta nera che sta incendiando l’America rischia di suonare la campana a morte per le chance dei democratici alle prossime elezioni presidenziali di novembre. Non solo perché, come insegnano le spietate leggi della politica, eventi di questo tipo finiscono inesorabilmente per rafforzare la destra conservatrice. Basta ricordare che a quelli di pari ampiezza scoppiati nel 1968 quando fu assassinato Martin Luther King, seguirono alla Casa Bianca, con l’unica eccezione di Carter nel 1976, 25 anni di ferreo predominio repubblicano.

Ma perché alla base della rabbia dolorosa dei tanti scesi in piazza in questi giorni c’è la disperazione di una comunità che non si sente ascoltata nel modo dovuto da chi, come l’opposizione, si è invece sempre considerata, a torto o a ragione, loro paladina.

Una verità che lo scrittore nero Astead W. Herndon ha brutalmente riassunto sul New York Times di domenica scorsa affermando: “Joe Biden cerca di lenire l’animo ferito di un paese sconvolto dalla rabbia e di strappare la Casa Bianca a Trump. Ma se si limita a ripetere alla gente che a novembre deve andare a votare rischia di fallire su entrambi i fronti. Ai neri non basta più sentirsi dire che sconfiggendo Trump tutto ritornerà come prima visto che l’America pre-Trump non è certo il loro obbiettivo”.

Un concetto che un giovane nero, Sierre Moore, ha reso ancora più chiaro dalle barricate erette contro i gendarmi: "Se i democratici vogliono il nostro voto ascoltino le ragioni della nostra rabbia”. La verità, però, è che dietro a queste dolorose, sacrosante grida di aiuto è in agguato per il partito dell’asinello il peggiore dei rischi. Arrivare all’appuntamento di novembre con l’elettorato nero, da sempre suo punto di forza, anziché compatto spaccato e deluso. E per di più isolato e contrapposto sia da quello dei bianchi moderati anti Trump sia, cosa ancora più grave, da quello numerosissimo delle minoranze immigrate del paese. Che non a caso, proprio grazie alla loro stretta alleanza “arcobaleno” nel 2004, avevano consentito per la prima volta l’ingresso alla Casa Bianca di un nero d’America.

Negli USA elezioni al ribasso

Negli USA più si avvicina novembre più cresce l’incertezza sull’esito delle elezioni presidenziali. Visto che i danni della pandemia sanitaria con il suo enorme carico di morte rischiano di privare il confronto politico, dopo anni di aspre, feroci contrapposizioni alimentate dalla discussa presidenza Trump, del suo residuo di razionalità. Con il risultato, come spesso avviene in queste occasioni, che tra i contendenti la corona verrà assegnata sulla base dei minori demeriti in luogo dei maggiori meriti. Ragione per la quale non sbagliano coloro che intravvedono, con giusta preoccupazione, l’eventualità che a novembre prossimo il voto si trasformi in una sorta di referendum negativo su chi, fra Trump o il suo avversario Biden, godrà di un minor tasso di repulsività nell’audience elettorale.

Un rischioso handicap dal quale, almeno fino a ieri, ritenevamo dovesse guardarsi, vista la sua estrosa aggressività, soltanto il  magnate newyorkese. Quando invece lunedì scorso il candidato in pectore democratico, mettendo fine ad un silenzio che durava da settimane, ha d’improvviso deciso, tra la gioia dei nemici e l’incredulità degli amici, di mettere da parte il suo rassicurante, elegante aplomb politico. Rendendosi responsabile di una gaffe che rischia di compromettere non poco le sue chance elettorali di per sé assai complicate.

L’ex vice di Obama, ospite di   The Breakfast Club, talk-show molto seguito dai giovani afroamericani, forse sentendosi troppo incalzato dalle domande del conduttore, il notissimo hip-hop DJ Charlomagne Tha God, sul finire della trasmissione ha con stizza affermato: “If you have a problem figuring out wheter you’re for me o Trump, then you aint’t black”. Non sei un nero! Un errore madornale. Che di lì a pochi giorni ha avuto la sfortuna di essere ricordato nei cortei dei neri che in queste ore, dopo l’uccisione di uno di loro per mano della polizia, stanno mettendo a ferro e fuoco Minneapolis. Facendo traballare la poltrona del suo sindaco il democratico Jacob Frey.

E ridato fiato agli uomini del Presidente che non si sono lasciati sfuggire l’occasione di fargli pubblicità sui media di mezza America con lo slogan black voters for Trump. Pensando in questo modo di far passare in secondo piano anni di suoi commenti aggressivi e negativi nei confronti della comunità nera e della trasgressività deviante dei suoi giovani. Povera America in che mani sei finita!

Immigrazione: Che Fare?

In Italia sull’immigrazione si continua a discutere, meglio a litigare, con la testa rivolta all’indietro. Con il risultato che anche se passano gli anni i problemi da risolvere restano, più o meno, sempre gli stessi. Generando una pericolosa sensazione di stanchezza anche tra coloro che al tema si sono dedicati, come si dice, anima e corpo. Ma per evitare di arrendersi a questo negativo stato d’animo l’unica strada è quella di provare a “gettare il sasso nello stagno”. Tornando a sollecitare una riflessione senza preconcetti e schemi precostituiti sul Che Fare? per rendere la nostra politica dell’immigrazione in linea con i tempi oltre che con l’Europa.

                           Osservazioni preliminari
a) sul piano del consenso politico-elettorale l’immigrazione non premia o premia poco la sinistra, ma la punisce molto. Un handicap che le rigidità ideologiche non curano ma, se possibile, aggravano. Impedendo di capire che le paure ed il rifiuto di molti nei confronti degli immigrati non vanno bollati come una colpa ma, al contrario, affrontati come un problema. Di cui farsi carico e, nella misura del possibile, lenire con opportuni rimedi. Per la semplice ragione che l’immigrazione funziona, e viene usata, come un facile ma efficientissimo collante “simbolico” nella guerra per l’identità di chi si percepisce trascurato e messo ai margini. Non sempre o solo per ragioni economiche. Ma perché si considera voiceless, senza voce. Oppure scarsamente tutelato, e talvolta offeso, dal modo di fare delle istituzioni. Ragione per la quale, visto che in politica i sentimenti contano, eccome contano!, di fronte ai tanti che, a torto o a ragione, a causa dell’immigrazione si sentono o si lasciano convincere di essere stranieri a casa loro, alla sinistra una cosa è sicuramente vietata: fare spallucce ripetendo che è colpa loro se non capiscono. “ La paura”, ripeteva il grande filosofo americano Ralph W. Emerson, “ sconfigge più persone che ogni altra cosa al mondo”.

b) la migliore politica dell’immigrazione è quella che fa meno errori delle altre. L’esperienza italiana e di molti altri paesi dimostra infatti che, data la natura del problema, mutevole ed in continua, sistematica evoluzione, non esiste una ricetta unica e perfetta in assoluto. Ma, forse, solo una relativamente più efficace perché pronta e disposta ad auto-correggersi facendo tesoro, per il futuro, degli errori del passato. Che può consentire di venire a capo del paradosso per cui sull’immigrazione la destra dice che chiude ma il suo blocco economico-sociale di riferimento ne fa uso guadagnandoci. E al contrario la sinistra, che apre, perde il suo. Per l’ostinato rifiuto di affrontare la questione dei clandestini (come dimostra la sciagurata presa di distanza dalla coraggiosa “svolta” Minniti). Un errore che ricorda quello sindacale, parimenti suicida, dei lontani anni ’70 del Novecento sul salario variabile indipendente.

                          Considerazioni di metodo

a) accantonare la logica per la quale le leggi sull’immigrazione si fanno per cancellare , dalla a alla z, quelle precedenti ( del tipo: azzeriamo la Turco-Napolitano con la Bossi-Fini che a sua volta , per ritorsione, va buttata a mare). Perché forse serve a fare propaganda ma non a migliorare il governo dell’immigrazione. Un errore sottolineato con forza su Le Monde dal grande esperto Cris Beauchemin che tempo addietro, partendo dal caso francese, ha detto : “Il est légitime pour un gouvernement de vouloir réguler les migrations mais l’inflation législative…est problematique….les lois se succédent sans que l’on se donne vraiment les moyennes d’evaluer leurs effets: d’une certaine façon le renouvellement perpétuel des lois signe l’échec des teste précédent. Ils sont sans doute davantage conçus comme signaux politiques que comme des instruments visant effectivement à mieux réguler les migrations”.
Questo, ovviamente, non vuole dire che, come vedremo più avanti, ciò che è scritto nel Libro della Legge non abbisogni di essere aggiornato o, in alcune parti, radicalmente riscritto. Anzi. Ma che l’ésprit de loi dei nuovi interventi normativi non può e non deve più essere ispirato dall’idea “cambiamo tutto e ricominciamo da capo”. Per l’unica e semplice ragione che la normativa italiana sull’immigrazione, iniziata più di trent’ anni fa con la Martelli, costituisce, nel bene e nel male, un patrimonio ormai consolidato che si può modificare ma non cancellare. Di qui il suggerimento che i futuri interventi legislativi siano concepiti per sopperire ad eventuali carenze normative e “rivedere più che picconare” le parti di quelle precedenti dimostratesi, all’atto pratico, inadeguate, insufficienti oppure sbagliate.

b) accantonare il dominus storico della nostra politica immigratoria: la sanatoria. Meglio, le sanatorie erga omnes. Una anomalia tutta nazionale. Per il loro numero (nell’arco di vent’anni ne sono state fatte talmente tante che si è perso il conto). Per la massa di coloro che ne hanno usufruito (quasi la metà degli attuali immigrati regolarmente residenti in Italia sono “ex sanati”). Ma, qui l’aspetto forse più inquietante del problema, per il fatto che ad esse hanno fatto indifferentemente ricorso governi di centro-sinistra, di centro-destra e, persino, quelli cosiddetti tecnici. Vale qui forse la pena rammentare che la sanatoria in assoluto più massiccia è quella fatta, all’opposto di quanto molti credono e ripetono, non dal centro-sinistra ma dal centro-destra nel 2002.

c) accantonare l’abitudine di ripetere che “l’immigrazione è una risorsa” senza domandarsi perché e a favore di chi. Sta qui il cuore del problema visto che ci sarà pure una ragione per la quale mentre l’economia "li vuole la società no". Una schizofrenia sistemica in grande parte prodotta, come avviene nei processi di modernizzazione, dal fatto che l’immigrazione è causa di ansia e, al contempo, fonte di nuova ricchezza. Mentre la somma dei suoi fattori dà un risultato positivo, la sua ripartizione è però ineguale. Premia alcuni e penalizza altri. C’è che vince e c’è chi perde. Non solo economicamente ma, come in precedenza già sottolineato, esistenzialmente. Vale forse la pena tornare a ricordare che l’ostilità di tanti nei confronti degli immigrati è solo in parte frutto di sentimenti xenofobi. Non c’è ideologia, per quanto diabolica, in grado di fare presa sul comportamento collettivo in assenza di fenomeni reali percepiti come minaccia e, perciò, rifiutati dalla società. Meglio, dai suoi settori socialmente e culturalmente più deboli.

                                     Interventi di merito

a) abrogare il reato penale di clandestinità. Perché, come ha ben chiarito il magistrato torinese Paolo Borgna da anni in prima fila nella lotta contro la tratta o lo sfruttamento degli esseri umani “ è proprio questa norma, all’apparenza draconiana, che rappresenta per gli stranieri che delinquono un utilissimo appiglio per evitare di essere rimpatriati. Per almeno due ragioni. La prima è che sfruttando i tempi (troppo) lunghi della Giustizia (tre gradi di giudizio) gli stranieri fuori legge, anche se condannati, hanno diritto a restare. La seconda è che la maggioranza degli altri irregolari, nonostante si guadagnino la vita lavorando duramente, per paura di essere colpiti “dal reato” si nascondono. Finendo per ingrossare ulteriormente le fila della galassia clandestinità in cui i pesci grossi si muovono indisturbati. Una palude tanto ampia quanto intoccabile, a meno che non la si prosciughi. Sottraendole tutti i casi di irregolarità non collegati ad attività criminali o illecite. Se la nostra normativa e la nostra amministrazione fossero capaci di realizzare questo obbiettivo, l’80% del fenomeno della clandestinità sarebbe risolto. E polizia e magistrati potrebbero meglio occuparsi di reprimere il suo lato criminale. L’esperienza insegna che il processo penale, per essere efficace, deve essere selettivo. Deve mirare a reprimere condotte particolarmente gravi per la collettività. Non può essere utilizzato come strumento per fronteggiare comportamenti di massa: i suoi tempi, i suoi costi, i suoi riti, sempre più appesantiti, sono incompatibili con questo scopo…[è] uno strumento spuntato. Con l’unico risultato di suscitare scontento e disillusione tra i cittadini”.

b) modificare le attuali norme degli ingressi per lavoro. Il sistema dei “flussi” fin qui utilizzato, infatti, non funziona. Per la semplice ragione che subordinare l’ingresso alla stipulazione di un contratto tra un datore di lavoro che sta in Italia e un lavoratore che sta all’estero è un’ipocrisia che fa a pugni con il buon senso. E semplicemente illogico pensare che un datore di lavoro che sta in Italia debba assumere con richiesta nominativa qualcuno/a che sta in un altro paese e che non ha mai conosciuto. Inoltre poiché sono le imprese e le famiglie, non la burocrazia, che selezionano e pagano gli immigrati di cui abbisognano questo sistema, oltre a non funzionare fa anche danni. Perché pretende di fissare quote che la velocità del mercato rende sistematicamente obsolete. E allarma la pubblica opinione con l’annuncio dell’arrivo di nuovi “contingenti” di cui essa fatica a comprendere l’utilità e la necessità. Con l’ulteriore aggravante che mentre le istituzioni continuano a sfornare dichiarazioni contro l’immigrazione clandestina, la crescente domanda di lavoro viene, in grande parte, soddisfatta just in time solo grazie all’efficientissimo, onnipresente mercato della clandestinità. Anche se cambiare può forse far tremare le vene ai polsi è obbligatorio, ormai, pensare e sperimentare strade alternative. Come, ad esempio, quella del rilascio, in paesi che abbia sottoscritto con l’Italia chiari e vincolanti accordi di riammissione dei propri nazionali, da parte dei nostri Consolati di visti temporanei (4-6 mesi) per ricerca di lavoro. Che, all’atto dell’emissione, rilevano con le foto segnaletiche le impronte degli stranieri che ne fanno richiesta. Un sistema che scoraggerebbe non poco coloro che una volta entrati commettono reati o che, non avendo trovato lavoro, restano oltre la scadenza dei termini consentiti. Perché la conoscenza certa dell’identità e della nazione di provenienza non sarà loro consentito, come invece oggi spesso avviene, utilizzare alias a catena per beffare le forze dell’ordine evitando di essere rimpatriati.

c) riorganizzare le strutture preposte al governo dell’immigrazione. Per nulla semplice data anche la ben nota rigidità della nostra struttura amministrativa e la sua storica avversione ai cambiamenti dei suoi storici equilibri di potere e delle relative, interne aree di competenza. Difficoltà che se sconsigliano di “sparare grosso” e, come qualcuno fa, proporre la creazione - non sbagliata ma irrealistica di un nuovo ministero dell’immigrazione - si possono ovviare creando all’interno delle diverse amministrazioni che hanno voce in capitolo un net work operativo di funzionari non solo specializzati ma stabilmente ed esclusivamente dedicati al governo dell’immigrazione. Insomma per fronteggiare e gestire un fenomeno a filiera, qual è appunto quello migratorio, servono maggiore specializzazione e più cooperazione inter-amministrativa. Per garantire l’una unità di comando spesso invocata ma che, troppo spesso, manca.

d) risolvere presto e bene la questione della cittadinanza dei piccoli immigrati. Con un modello misto ( jus temporis ) che sfruttando, con tutte le necessarie modifiche la legge ’91 del 1992, permetterebbe di superare l’accesa ma inconcludente discussione jus soli sì, jus soli no. Consentendo alla legislazione italiana di allinearsi, al riguardo, con quelle in vigore nelle principali nazioni europee. Non solo perché è veramente difficile da comprendere come sia possibile che l’Italia riesca a naturalizzare, come dimostrano gli ultimi dati disponibili risalenti al 2015, più immigrati (178mila) del Regno Unito (118mila), della Spagna (114mila), della Francia (113mila) e della Germania (110mila) ma non riesca a risolvere dignitosamente lo status civitatis dei figli degli immigrati così come hanno fatto altri. Ma soprattutto perché è ormai chiaro a tutti che il futuro sociale ed economico della questione immigrazione si gioca, in grande parte, sul grado e la qualità dell’integrazione degli immigrati di seconda generazione.

e) mettere mano alla più urgente e dolente delle questioni: i rifugiati e i richiedenti asilo. Che finalmente, ed autorevolmente, si è capito che non può e non deve essere gestita passando da un’emergenza all’altra. Perché, come ha dimostrato il cataclisma degli ultimi anni, rischia di trasformarsi in una micidiale bomba ad orologeria capace di fare molti, moltissimi danni collaterali e non. Ora se è vero che ci sono aspetti del problema, come ad esempio quello delle norme fissate dal regolamento di Dublino, che vanno affrontati, e se possibile risolti, a livello europeo. E’ pure vero che questo non può rappresentare un alibi per rinviare e non fare quello che ci tocca. Visto che l’Italia non ha ancora, nonostante l’impegno parlamentare preso vent’anni fa al momento del varo della Turco-Napolitano, una legge organica sull’asilo. Sulla quale, facendo tesoro dell’esperienza di altri paesi e chiamando a raccolta i saperi e le conoscenze che nel nostro paese certo non mancano, è ora di cominciare a discutere. Perché, prima o poi, chiunque sarà al governo dovrà pur decidere come comportarsi e trovare una soluzione per i tanti cui il diniego del riconoscimento dello status non impedisce di continuare a restare, anche se irregolarmente, sul nostro territorio. E anche con quelli che se pur ce l’hanno fatta, ottenendo il sospirato permesso, è difficile, anzi improbabile, che torneranno, finita l’emergenza, a casa loro. Ma che non possiamo pensare di continuare ad assistere lasciandoli “a zonzo”. Non fosse altro cambiando le norme, concepite in tempi lontani come la preistoria, che attualmente impediscono loro di lavorare.

Il silenzio di Biden

Si può battere Trump restando in silenzio? E’ questa l’inquieta domanda che agita le acque dei democratici Usa a causa dell’ostinato silenzio in cui sembra piombato Joe Biden. Che dal momento in cui è stato indicato dalle primarie dell’asinello come il candidato in pectore del partito alle elezioni presidenziali del prossimo novembre è come scomparso dalla scena pubblica. Richiuso e senza fiatare ormai da settimane tra le mura della casa di famiglia. In attesa, forse, che l’insoddisfacente gestione di Trump del cataclisma innescato dalla pandemia sanitaria gli consenta di ridiscendere in campo e battere un avversario pesantemente indebolito dai suoi errori. Una sorta di strategia wait and see che oltre ai pro presenta però anche non pochi contro. Soprattutto perché la sua candidatura, nonostante i chiari segnali di favore da parte della pubblica opinione, appare tutt’ora priva della forza narrativa richiesta dal tipo di posta in gioco. Che oltre alla cocciuta, indomita resilienza politica dell’attuale inquilino della Casa Bianca, impone all’ex vice di Obama di riuscire a superare l’ostilità mai nascosta nei suoi confronti dell’ala di sinistra del partito che per mesi aveva sperato di riuscire a nominare come front runner l’ultra radicale Benny Sanders.

Un’impresa non da poco visto che nel 2016 questa sinistra non votando per ostilità la “centrista” Clinton consentì a Trump di passare in distretti elettorali dove, altrimenti, non avrebbe mai potuto vincere.

La situazione di quello che per tutti è ormai Joe già non facile negli ultimi giorni si è, se così si può dire, ulteriormente complicata. Per due ragioni.

La prima legata alla denuncia da parte di una sua ex collaboratrice del Senato, Tara Reade, di molestie sessuali subite nel 1993. La cui smentita da parte dall’accusato (I’m saying unequivocally it never, never, happened) non ha avuto la forza necessaria per convincere dell’innocenza due segmenti dell’elettorato potenzialmente a lui più favorevoli: quello femminile e quello più istruito. I cui dubbi e sospetti sono stati immediatamente registrati dall’abbassamento dell’indice di gradimento nei suoi confronti.

La seconda, ancor più preoccupante, riguarda due pezzi forti dell’elettorato democratico: gli afro-americani e le minoranze immigrate. Che tramortiti dal Covid19 più di altri settori della popolazione americana è probabile, salvo miracoli, che a novembre prossimo più che andare alle urne penseranno a come curare le tante ferite, materiali ed esistenziali, subite.