Sull’immigrazione USA l’ombra del settarismo

Per Biden la croce dell’immigrazione si fa sempre più pesante. Infatti agli attacchi da destra dei repubblicani che addebitano alla sua politica aperturista la colpa dell’arrivo al confine meridionale del paese di un numero senza precedenti di clandestini e minori non accompagnati, negli ultimi giorni si sono aggiunti quelli da sinistra.

Organizzazioni umanitarie ed esponenti di rilievo del suo partito, infatti, si sono rivoltati come un sol uomo contro la presidential determination di venerdì scorso. Nella quale si stabiliva che nell’anno fiscale 2021 gli USA avrebbero accolto non più di 15mila rifugiati. Una cifra considerata dai critici doppiamente inaccettabile. Perché identica a quella a suo tempo fissata da Trump con le "forbici". Ma, soprattutto, perché, come ha denunciato di fronte ad una folta platea di cronisti Pamila Jaypal, democratica di peso dello stato di Washington: “il Presidente ha tradito la promessa di riabilitare la nostra umanità umiliata da 4 anni di Trump elevando l’accoglienza dei rifugiati a 65mila nell’anno in corso ed a 125mila in quello successivo”. Una reazione che ha obbligato la Casa Bianca a fare rapida marcia indietro e promettere di alzare con un secondo provvedimento, che però a tutt’oggi non risulta firmato dal Presidente, il contestato tetto del primo.

Fin qui i fatti di una vicenda che rischia però di essere più complicata di quel che potrebbe, a prima vista, sembrare. A conferma della difficile sintonia esistente tra la prudenza politica di Biden e la radicalità delle attese di vasti settori della sinistra. Che anche se animata dalle migliori intenzioni, e quella dei rifugiati è sicuramente tra le più nobili, non sembra rendersi conto della situazione di ansia che si è creata nell’opinione pubblica del paese per l’ondata in arrivo dal centro-America di un numero senza precedenti di clandestini adulti e minori non accompagnati. Che anche se rappresentano un settore dell’immigrazione diverso da quello dei rifugiati hanno obbligato l’amministrazione al rispetto delle compatibilità “quantitative” degli stranieri in ingresso. Che se violate rischiano, all’opposto del programma pacificatore di Biden, di aggiungere nuove, pericolose tensioni a quelle che da tempo agitano il paese a stelle e strisce.

Usare la ragione in una materia delicata ed esplosiva come l’immigrazione non è mai stato facile. Ma in America dopo Trump sembra addirittura quasi impossibile. Anche per colpa dei media, sia conservatori che liberal, che prediligono dare spazio al settarismo più che al ragionevole ma noioso moderatismo.

Due esempi per tutti. Giorni addietro un ospite di Fox News, Jucker Carlson, in un programma di prima serata ha affermato come se nulla fosse “che il partito democratico sta tentando di rimpiazzare gli attuali elettori con quelli provenienti dal Terzo Mondo”. Mentre abbiamo avuto modo di leggere sul Washington Post dello scorso 13 aprile un editoriale di Catherine Rampell di cui vale la pena riportare l’incipit: “The most anti-refugee president in modern history may not be Donal Trump. Right now, it’s looking like Joe Biden”. Come si dice: a buon intenditor poche parole.

Gli immigrati pro Trump che non ti aspetti

Perché nel 2020 mentre la maggioranza degli elettori USA incoronava Biden e sfrattava Trump tra quelli immigrati è invece cresciuto il consenso per il secondo più che per il primo? Una domanda a cui in molti hanno cercato di dare risposta. A cominciare dal New York Times che lo scorso 20 dicembre pubblicò, a firma di Weiyi Cai e Ford Fessenden, un editoriale che fece scalpore fin dal titolo: “Immigrant Neighborhoods Shifted Red as Country Chose Blu”. Non c’è dubbio infatti che il successo, relativo ma innegabile, riscosso dal magnate newyorkese tra gli elettori latino-americani ha rappresentato una delle maggiori sorprese politiche del durissimo scontro elettorale per la conquista della Casa Bianca dello scorso novembre tra repubblicani e democratici. Soprattutto in ragione del fatto che ai più risultava davvero difficile riuscire ad ammettere che dopo anni di feroce campagna anti immigrati, compresa l’accusa ai messicani di essere degli stupratori, nelle urne fosse cresciuto anziché calato il consenso dei Latinos per l’ex Presidente. E se, problema nel problema, questa loro singolare quanto inaspettata scelta rappresentava un semplice “fuoco di paglia” oppure il segnale di una tendenza di medio lungo periodo.

Questioni sulle quali solo in questi giorni si comincia a fare luce. Grazie ad un’approfondita indagine condotta dal centro di ricerca Equis. Che all’inizio della scorsa settimana ha pubblicato le prime conclusioni della sua “Detailed Anlysis of the Latino Vote in 2020”. Basata sulle interviste a 40mila elettori ispanici e ad una parallela radiografia dei risultati emersi in alcune delle cosiddette circoscrizioni elettorali “chiave”. Dalla quale emergono fondamentalmente due cose.

La prima è che la tradizionale maggioranza pro democratici dei Latinos si è confermata determinante per la vittoria del partito dell’asinello. Senza il loro voto, infatti, i democratici non avrebbero potuto conquistare, sia pur di poco, la supremazia nei due rami del Parlamento e Joe Biden non ce l’avrebbe fatta ad essere eletto.

La seconda, però, è che nelle elezioni del 2020, rispetto a quelle precedenti del 2016, tra i swing voters la porzione dei Latinos che ha scelto di votare per Trump è stata superiore a quella che molti, in primis i democratici, avrebbero mai immaginato. In particolare tra le donne, i giovani e gli astensionisti. I dati, al riguardo, parlano chiaro. Nelle urne del 2020 rispetto a quelle del 2016 i voti dei latini pro Trump sono aumentati, come da previsioni, a Miami del 51% tra i cubani e del 120% tra i non cubani e nella Rio Grand Valley del Texas dell’83%. Ma anche in aree “insospettabili” come Milwaukee (+38%), Patterson- New Jersey (+100%) e nel Maricopa County dell’Arizona (+64%). Orbene, ha spiegato David Lauter sul Los Angeles Times dello scorso 9 aprile, pur ammettendo che in questi risultati abbiano pesato dinamiche locali il fatto che l’aumento abbia riguardato aree molto diverse tra loro indica che il “localismo” non ne ha rappresentato l’elemento determinante. Che secondo il report stilato da Equis va infatti cercato altrove.

A partire dal fatto che molti Latini in quanto piccoli imprenditori hanno subito il fascino del self made man di successo impersonificato come pochi da Donald Trump. Un fattore determinante nella loro scelta di voto rafforzato, secondo il presidente di Equis Stephanie Valencia, dal fatto che: “the relative absence of immigration from the 2020 debate opened the door for more conservative Latino voters to shift to Trump…in 2020 a different issue - the pandemic and the economic devastation it caused – dominated their attention”. La crisi economica provocata dal Covid ha infatti colpito, in molti casi con effetti devastanti, i bilanci familiari di una vasta platea di piccoli imprenditori e commercianti immigrati e di quelli occupati come operai nel settore delle costruzioni. Sui quali hanno avuto facile presa le oscure profezie del magnate newyorkese sulle negative conseguenze del regime di lockdown prolungato che Biden avrebbe imposto all’economia nel caso avesse vinto le elezioni.

Il tutto aggravato, se così si può dire, da un clamoroso errore della strategia elettorale degli uomini di Biden. I quali, ha spiegato in una lunga intervista a FiveThirtyEight’s Politics il vicepresidente di Equis Carlos Odio: “hanno speso una montagna di quattrini per convincere i membri della comunità latina ad iscriversi alle liste elettorali e ad andare a votare, salvo però snobbare quel piccolo particolare, che in politica tanto piccolo non è, che è la persuasione”. Infatti i democratici sicuri dell’orientamento elettorale favorevole dei Latinos anziché convincerli sulla bontà delle loro proposte si sono fondamentalmente preoccupati di riuscirne a portare ai seggi il maggior numero possibile. Un errore pagato a caro prezzo. Visto che a votare Trump sono stati proprio i settori non tradizionali dell’elettorale latino: donne, giovani ed astensionisti.

Biden si gioca la credibilità sul confine messicano

Sull’immigrazione Biden deve cambiare molto e subito. Se vuole ristabilire l’ordine ai confini meridionali del paese. E bloccare quella che con il passare dei giorni si configura sempre più come una vera e propria invasione da parte non più di decine, ma di centinaia di migliaia di messicani e centro-americani. Basta leggere i dati appena resi noti a Washington dai servizi dell’immigration. Secondo i quali a marzo scorso sono stati fermati al confine 170 mila adulti (con un incremento del 70% rispetto a quelli del mese precedente); 20 mila minori (+ 50% ) e 53mila gruppi familiari rispetto ai 12.250 di febbraio. Un aumento che nel caso di questi ultimi si spiega con la decisione stabilita per legge dal governo messicano di non accogliere, come invece avveniva fino a pochi mesi fa, le famiglie con bambini piccoli respinte dalle autorità statunitensi.

Una situazione che, visti i numeri, sarebbe per l’ex vice di Obama peggio di un suicidio politico pensare di fronteggiare con le promesse e le buone intenzioni. Privando la giovane amministrazione democratica della credibilità e dell’autorevolezza richieste per attuare il programma di riforme annunciate all’atto del suo insediamento alla Casa Bianca. Infatti secondo il Migration Policy Institute di Washington, filo-democratico da sempre: “Biden per assicurarsi il difficile ma decisivo appoggio del Congresso alle tanto attese riforme dell’immigrazione deve riuscire là dove Obama e Trump hanno fallito: dimostrare agli alleati stranieri ed agli elettori americani di voler seriamente difendere i confini”.

Una strada obbligata ma difficile. Obbligata perché se sull’immigrazione non cambiano le cose i democratici rischiano nelle elezioni di midterm del prossimo anno di consentire ai repubblicani di riguadagnare la maggioranza parlamentare perduta con la plebiscitaria vittoria di Biden alle presidenziali 2020. Ma difficile perché per Joe di Scranton, come lo chiamano scherzosamente gli amici, l’unico modo per riguadagnare il controllo dei confini è rompere con l’intransigente ortodossia aperturista della sinistra del suo partito. Su due punti in particolare: le insensate procedure in essere che regolano la concessione del diritto di asilo ed i vincoli sulle classi di età, resi obsoleti dal tempo, contenuti dal Trafficking Victims Protection Reauthotization Act varato nel 1980 da George Bush.

Nel caso delle prime, pur sapendo che l’opposizione di importanti settori del suo partito sarà, a dir poco feroce, avere l’umiltà di ammettere che quanto previsto dal famoso Remain in Mexico a suo tempo imposto da Trump meritava certo di essere migliorato ma non cancellato. Un errore, sia detto qui per inciso, causato da un cieco furore iconoclasta non dissimile da quello che aveva spinto Trump a fare tabula rasa di tutti i precedenti provvedimenti sull’immigrazione solo perché figli di Obama. Con l’aggravante che Biden, stando a quanto racconta in un recente articolo l’ex collaboratrice di Obama Cecilia Munoz, in qualità di vice aveva a suo tempo condiviso lo sforzo dell’allora Presidente di iniziare a modificare le procedure dell’asilo. Stabilendo come primo passo, in base ad una logica che anticipava di anni quella del Remain in Mexico di Trump, che le domande di asilo dei minori anzichè negli USA andavano presentate ed esaminate nel paese di partenza. Questo perché: “la risposta ai problemi dell’America Centrale non può essere quella di consentire a tutti i bisognosi di venire negli USA”.

La verità è che oggi le politiche dell’asilo, per come sono,  rappresentano un cavallo di Troia delle moderne politiche dell’immigrazione. Infatti, segnalava nel luglio 2019 David Frum con un brillante articolo di Atlantic: “The asylum system is profoundly broken, and the only way to make it work is to begin with fundamental questions. If poverty, unemployment, crime, spousal abuse, and other non-state-imposed forms of human suffering justify an asylum claim, then at least 2 billion people on Earth are eligible if they can make it over the border”.

Ma oltre all’asilo è bene che Biden metta rapidamente mano anche alla questione dei minori stranieri non accompagnati che a migliaia cercano ogni giorno di attraversare la frontiera del Norte. Per almeno due ragioni.

La prima, alla quale i dati a nostra disposizione non consentono purtroppo di dare risposta, riguarda i bambini intercettati alla frontiera dalla polizia americana e che hanno commosso il mondo. I quali, secondo quanto messo in luce da numerose inchieste giornalistiche, vengono affidati da zii o nonni nelle mani di pericolosi trafficanti messicani solo con l’obbiettivo di raggiungere, dopo anni di lontananza, i genitori che vivono e lavorano come clandestini nel paese a stelle e strisce. Nel qual caso non si capisce il motivo per il quale l’amministrazione Biden, in deroga alle norme in vigore, non proceda immediatamente al varo di un programma che consenta il ricongiungimento familiare dei minori anche con i genitori non in regola con i documenti di soggiorno. Una mossa che impedirebbe al vorace mercato dei coyotes di speculare su un diritto per tanti minori oggi non esigibile sul piano legale ma largamente dovuto su quello morale.

La seconda riguarda invece i 16 e 17enni. Che in base alle più accreditate fonti statistiche rappresentano più del 50% dei cosiddetti minori stranieri non accompagnati quotidianamente intercettati dagli agenti di confine statunitensi. E che secondo una legge vecchia di quarant’anni hanno diritto ad una protezione come se fossero bimbi e non già giovani adulti in età ed in cerca di lavoro. Se non addirittura, come maliziosamente ipotizzato da qualcuno, membri di bande criminali sconfitte che con la fuga oltre confine e la protezione garantita dai cop federali cercano di salvare la pelle dalla feroce vendetta loro promessa dai bossi vincenti della nuova malavita.

Di qui il senso della proposta avanzata dal deputato democratico del Texas Filemon Vela: "L’unico approccio logico a questo tipo di situazione è quello di rimandare i più grandicelli a casa prevedendo, al contempo, di finanziare un specifico programma di presa in carico da parte delle Nazioni Unite al momento del loro ritorno". La verità, secondo l’analista del Migration Policy Institute Sara Pierce, è che: “Il confine settentrionale del Messico non è un luogo accogliente per giovanotti di 16 o 17 anni”.

I minori sono un rebus per l’immigrazione USA

E’ noto che dietro tutte le maggiori crisi migratorie si cela un problema. Che nel caso di quella che sta creando non poche difficoltà alla nuova amministrazione americana di Joe Biden è rappresentato dell’arrivo dal Messico di un crescente esercito di minori non accompagnati.

Un fenomeno doppiamente preoccupante. Per l’enormità delle dimensioni. Visto che secondo il capo dell’Homeland Security Alejandro Mayorkas “il numero degli arrivi al confine meridionale del paese rischiano di superare di gran lunga quelli degli ultimi 20 anni”. Ma soprattutto per la sua relativa e a tutt’oggi inspiegata novità. Infatti, come racconta Caitlin Dickerson nel suo America’s Immigration Amnesia pubblicato su New Yorker dello scorso 29 marzo, fino all’inizio degli anni 2000 gli agenti del Border Patrol in pattuglia del Rio Grande Valley del South Texas incontravano ogni mese solo poche decine di minori non accompagnati che tentavano di passare la frontiera. Però a partire dal 2012 il loro numero, solo in quel limitato tratto del confine meridionale del paese, cominciò inspiegabilmente ma sistematicamente ad aumentare: prima 1000 al mese, poi 2000 fino a raggiungere nel 2014 gli 8000. Un’ondata che obbligò l’amministrazione Obama a correre ai ripari costruendo a ritmo forsennato strutture di accoglienza per migliaia di giovani e giovanissimi latinos non accompagnati affidandone la cura al Health and Human Services. Un flusso, ecco uno dei lati dell’enigma, che così com’era iniziato d’improvviso cessò. Per tornare, però, “più forte che prima” nel 2019 scatenando la violenta repressione di Trump passata agli annali degli orrori. Un ciclo che oggi con maggiore impeto torna a ripetersi con Biden.

I fatti dicono molto ma non tutto. Soprattutto per quanto riguarda il perché di questa inquietante soluzione di continuità che ha “afflitto” gli ultimi e più recenti anni della storia ormai secolare dell’immigrazione americana. Tanto è vero che il rapporto al riguardo redatto nel 2014 dal Congressional Research Service nelle sue conclusioni si limita a dire: “le ragioni che spingono i minori ad immigrare clandestinamente negli USA sono spesso a più facce e difficili da misurare sul piano analitico….quello che resta da capire è se e come specifici aspetti della nostra politica dell’immigrazione possano averli incentivati a venire”.

Sulla frontiera col Messico si consuma la vendetta di Trump

La presidenza di Joe Biden rischia di inciampare sull’immigrazione. E di compromettere i risultati dei primi mesi del suo folgorante, positivo avvio. Infatti, secondo l’indagine condotta dalla CNN la scorsa settimana, il suo indice di gradimento, sempre superiore al 60 %, è sceso sotto la soglia del 50 proprio in relazione alla incerta gestione dell’ondata immigratoria che ha investito la frontiera sud occidentale del paese. Una valanga di arrivi di dimensioni senza precedenti. Testimoniata dell’impressionante aumento del numero degli stranieri fermati dalle guardie di confine: 71mila a dicembre, 75mila a gennaio, 100mila a febbraio (il numero più alto degli ultimi 14 anni) e più di 5mila al giorno a marzo. Cifre tanto più preoccupanti perché dal conteggio sono esclusi i minori. Nei confronti dei quali la nuova amministrazione democratica, nell’intento di cancellare gli orrori in passato loro riservati da quella repubblicana di Trump, ha scelto di garantire piena accoglienza. Ad oggi sono oltre 10mila i minorenni stranieri non accompagnati assistiti dal Departement of Health and Human Services e 5mila quelli affidati alle cure del Customs and Border Protection.

Un quadro di difficoltà che ha preso in contropiede la Casa Bianca nonostante fosse stato per tempo preannunciato, e temuto, dai servizi dell’intelligence. Tanto è vero che già alla fine dello scorso dicembre Jack Sullivan e Susan Rice, due consiglieri di peso del Presidente, preoccupati dei guai in arrivo avevano lanciato attraverso la radio di lingua spagnola EFE un appello ai potenziali immigrati dal Messico dicendo loro: “non venite ora perché i nostri aiuti stanno per arrivare”. Un invito significativamente ribadito a distanza di pochi giorni dallo stesso Biden. Che in una delle rare prese di posizioni pubbliche aveva spiegato che la sua nuova politica dell’immigrazione si proponeva di fare piazza pulita della cattiva gestione ereditata da Trump e, al contempo, di mettere in atto interventi (il termine usato era guardrails) capaci di scongiurare l’arrivo ai confini di milioni di immigrati.

Già, viene spontaneo chiedere, perché appelli ed impegni tanto autorevoli non sono riusciti ad evitare che la situazione arrivasse al punto in cui è oggi purtroppo arrivata?

Per la semplice ragione che gli immigrati hanno dato ascolto più al messaggio dei fatti che a quello delle parole. Attraversare il Centro America ed il Messico per raggiungere El Norte è pericoloso e costoso. E gli immigrati rischiano di versare migliaia di dollari ai passeur malavitosi solo se hanno la relativa certezza di non essere respinti e che “la spesa vale l’impresa”. Tanto è vero che l’esercito umano che sta tenendo in assedio la frontiera americana non è stato messo in moto, come invece sostengono molti conservatori, dalle iniziali norme di liberalizzazione varate da Biden: legalizzazione dei giovani DACA (ex Dreamers); cancellazione del divieto di ingresso negli USA dei cittadini delle maggiori 7 nazioni di religione musulmana; 100 giorni di moratoria delle espulsioni degli immigrati condannati per reati penali da parte dell’US Immigration and Customs Enforcement; divieto di espulsione in base al Title 42 (anti Covid) delle famiglie con figli; accoglienza dei minori non accompagnati; legalizzazione in 8 anni dei milioni di clandestini da anni presenti sul suolo americano.

Ma dalla sua precipitosa, e per molti versi inspiegabile decisione di cancellare l’accordo Remain in Mexico a suo tempo voluto ed imposto da Trump al paese confinante. Un errore severamente stigmatizzato quasi con le stesse argomentazioni da due commentatori pur culturalmente e politicamente lontanissimi l’uno dall’altro quali sono Fareed Zakaria e David Frum.

Il primo nel commento Biden’s generous immigration policy could turn out to backfire apparso sul Washington Post dello scorso 12 marzo affermava: “l’amministrazione Trump ha inizialmente messo in atto tattiche che definire crudeli è poco…ma alla fine ha scelto la strada della politica pratica. Ha bloccato i richiedenti asilo al confine con il Messico obbligandoli ad attendere in quel paese le decisioni della magistratura sulle domande presentate…la decisione di Biden di cancellare queste politiche sommata con l’aspettativa di una politica dell’immigrazione più generosa ha rappresentato il detonatore della valanga umana ai confini”.

Concetti ripresi dal secondo nell’articolo Biden has a Border Problem pubblicato il 18 marzo dalla rivista Atlantic: “Trump non è stato un esempio luminoso di buone politiche. Ma almeno per quanto riguarda l’asilo ha cercato di affrontare un problema che va affrontato. Mettendo fine al Remain in Mexico Biden si è caricato sulle spalle un problema in più di cui certo non aveva bisogno”. Più chiaro di così

Negli USA i deputati strappano sull’immigrazione

Negli USA l’immigrazione torna prepotentemente al centro del dibattito politico. Ieri alla Camera dei Deputati la maggioranza democratica con il supporto di sette repubblicani ha infatti detto sì con 228 voti favorevoli e 197 contrari alla legalizzazione dei giovani DACA e di un rilevante numero di profughi stranieri accolti in base al Temporary Protected Status for humanitarian reasons. Una decisione carica di molti significati e di sicure conseguenze.

Intanto per l’ampiezza della platea degli interessati. Che secondo i calcoli più prudenti potrebbero essere non meno di 2,5 milioni. E che nel caso dei primi, i figli degli immigrati clandestini arrivati in tenera età negli USA al seguito dei loro genitori, rappresenta una definitiva conferma della regolarizzazione loro promessa da Obama nel 2012 con il Deferred Action for Childhood Arrivals e bloccata d’imperio da Trump nel 2017.

Ma soprattutto perché a poche ore dal varo di questo primo provvedimento i deputati del partito dell’asinello, appoggiati da trenta deputati repubblicani dei grandi stati agricoli meridionali, ne hanno votato anche un secondo. Relativo alla regolarizzazione di un milione di braccianti immigrati e delle loro famiglie. Questo attivismo decisionale ha però dato agli occhi di molti la sensazione di una vera e propria fuga in avanti. Quasi un segnale di avvertimento lanciato dall’ala sinistra del partito democratico, di gran lunga maggioritaria tra i membri della Camera, contro l’eccessiva enfasi data dagli uomini del Presidente alla crisi degli arrivi al confine messicano. E in evidente dissenso con l’intenzione esposta da Biden in un colloquio telefonico con il Presidente messicano di subordinare la donazione di milioni di dosi di vaccino anti Covid al suo malandato stato cin cambio di una decisa e ferma azione di stop alle partenze verso El Norte.

Uno scambio che per i democratici di sinistra rischia di essere una sorta di riedizione, anche se rivista e corretta, dell’odioso ed odiato Remain in Mexico di trumpiana memoria. Sta forse tutta qui la spiegazione della loro frenetica corsa per varare norme rumorosamente impegnative ma destinate, una volta giunte in Senato,a finire nel nulla.

Rispunta lo ius soli e il governo trema

E’ noto che i governi di coalizione sostenuti da partiti culturalmente e politicamente tra loro molto diversi nascono sulla base di un temporaneo, reciproco obbligo di convenienza. Che il più delle volte, però, nasconde un non detto tra i suoi contraenti. Che nel caso del nuovo Esecutivo guidato da Mario Draghi riguarda l’immigrazione.

Un’ omissione tanto più seria perché obbligata. Visto che l’immigrazione avrebbe rappresentato per questi partiti, dopo anni di aspre e mai sopite contrapposizioni, uno scoglio insormontabile alla loro comune  partecipazione ad un Esecutivo di unità nazionale imposto dalle gravi emergenze sanitarie ed economiche che affliggono il nostro Paese. Ma in politica, purtroppo, non è detto che il non detto, anche se obbligato, anziché un’assicurazione non possa invece rappresentare un pericolo per la tenuta della coalizione di governo. Come dimostrano le infiammate polemiche innescate dalla proposta avanzata dal neo segretario del PD Enrico Letta sulla modifica delle attuali norme di concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati. Sulla falsa riga del progetto di legge già anni addietro lungamente discusso ma finito nel nulla. Un ritorno al passato che, purtroppo, non promette nulla di buono. Per almeno due ragioni.

La prima: in un quadro di grande ansia e difficoltà del Paese a causa dell’incalzante pandemia proporre a “freddo” la riforma della cittadinanza dei figli degli immigrati non solo rischia di essere percepita dai cittadini come una sorta di parlare d’altro. Ma soprattutto, sapendone l’irrealizzabilità politico-parlamentare, di farle perdere credibilità a favore della pura e semplice propaganda;

La seconda: riproporre la questione negli stessi termini del passato suona come un ostinato, cocciuto rifiuto a tener conto dei punti di vista e delle ragioni a suo tempo da molti avanzati. Che avendo a cuore la risoluzione del problema consigliavano, per evitare il paralizzante scontro ideologico tra i difensori del vecchio diritto del sangue contro quello del suolo, di “buscar l’Oriente per l’Occidente” semplicemente modificando gli articoli meno consoni con i tempi della vecchia legge sulla cittadinanza del 1992.

L’immigrazione agita l’America di Biden

L’immigrazione torna ad agitare anche l’America di Joe Biden. A causa di una massiccia, crescente ondata di arrivi irregolari ai confini meridionali del paese. Dove nell’ultima settimana gli adulti fermati quotidianamente dagli agenti di frontiera sono stati oltre 400. Il doppio rispetto a quelli registrati ad inizio d’anno. 350 i minori non accompagnati, con un aumento quadruplo rispetto alla media. Ed oltre 1000 gli immigrati, cosiddetti got-aways, che pur individuati dalle telecamere di sorveglianza riescono comunque a superare il confine facendo perdere le loro tracce.

Ma al di là dei numeri il vero problema è che, scriveva giorni addietro il pur filo governativo Washington Post, “al momento nessuno dell’amministrazione ha detto se e in che modo si cercherà di rallentare l’afflusso”. Un silenzio figlio di un serio, serissimo problema politico. Come fa, infatti, un’amministrazione che sull’immigrazione ha scelto, contro la chiusura di Trump, la linea dell’apertura a decidere oggi di fermare chi tenta di entrare dal Messico? Soprattutto in un momento in cui per riuscire ad ottenere il sì del Senato al varo del decisivo decreto “salva America” è fondamentale l’unità interna, in verità assai fragile, dei parlamentari democratici. Che qualunque atto repressivo al confine rischierebbe di mandare all’aria.

Un dilemma che per Biden si può, però,trasformare in una trappola. Per la semplice ragione che pensare di gestire senza affrontare i problemi che si pongono al confine messicano rischia di compromettere il favore al momento concessogli dall’inquieta opinione pubblica statunitense. E di favorire la rumorosa propaganda dei falchi dell’opposizione. Che bollando la linea Biden come più debole rispetto a quella seguita da Obama nella crisi del 2014 puntano sull’immigrazione per vincere le elezioni di midterm 2022.

La sinistra USA divisa sull’immigrazione

Alla sinistra del partito democratico americano non piace il cauto riformismo che sull’immigrazione ha informato i primi, significativi atti della presidenza Biden. Non solo per la scarsa aggressività dei toni quanto, soprattutto, per l’eccessiva disponibilità alla mediazione. Che rischia, a detta dei critici più radicali, di indebolire fino a compromettere gli obiettivi di riforme e cambiamenti promessi nelle vittoriose elezioni per la presidenza. Una contrapposizione che da latente si è fatta evidente giovedì scorso. Subito dopo la presentazione da parte di un gruppo di parlamentari democratici del progetto di legge di riforma dell’immigrazione denominato US Citizenship Act 2021. Infatti, mentre Biden ed i suoi di fronte alla furiosa reazione dell’opposizione repubblicana, visti anche i non favorevoli rapporti di forza parlamentari, pur di evitare un rischioso o tutto o nulla ventilavano la disponibilità alla soluzione anche di singoli, specifici capitoli del testo, Bob Mendez, Senatore democratico New Jersey, alzava la voce contro ogni cedimento affermando: “è un errore smettere di combattere prima ancora di cominciare”.

Una posizione spalleggiata, anche se con minore retorica, dal New York Times. Che lo scorso 22 febbraio nel commento di prima pagina “Why Biden is taking immigration now” di Giovanni Russonello sosteneva che: “Biden ha bisogno di un’azione altisonante se vuole evitare che si aggravi il clima di delusione tra gli elettori Latini”. Infatti, secondo Carlos Odio, cofondatore del latino-focused data firm EquisLabs : “a spianare sia pur in parte la strada a Trump è stato la loro convinzione che sull’immigrazione tra repubblicani e democratici non c’è differenza”.

Giudizi ed affermazioni che nella loro enfatica perentorietà sembrerebbero, a prima vista, fare pendere la bilancia a favore dei fautori del muro contro muro. Una invocazione all’apparenza non solo coraggiosa ma addirittura liberatoria dopo quattro anni di trumpismo imperante. Ma che, purtroppo, ignora o non tiene nel dovuto conto che nelle elezioni dello scorso novembre la conquista da parte del partito democratico della Casa Bianca è stata vistosamente “azzoppata” da una pesante anche se da molti sottaciuta débacle parlamentare.

Prima di procedere nella disamina del problema vale forse la pena ricordare, per chi non ne fosse al corrente, che nelle elezioni presidenziali gli americani hanno a disposizione due schede. Una che riguarda il candidato Presidente e l’altra la nomina dei cosiddetti down ballots: i parlamentari della circoscrizione di appartenenza. Ed è proprio in base a questo complicato meccanismo elettorale che lo straripante 51% del consenso popolare per Biden non si è replicato nei confronti dei candidati democratici in corsa per un seggio parlamentare. Gli elettori, infatti, con un voto gergalmente definito disgiunto, hanno punito Trump ma per quanto riguarda i down ballots hanno consentito ai repubblicani di aumentare alla Camera il numero dei deputati, saliti da 197 a 210; ed al Senato di strappare un preziosissimo pareggio: 50 a 50.

Sulle ragioni di questo voto disgiunto i critici di sinistra farebbero forse bene a riflettere. Non solo perché raramente in passato ai democratici era accaduto che la conquista della Casa Bianca non avesse trascinato con sé anche quella di una robusta maggioranza in Parlamento. Ma soprattutto in ragione del fatto che a tradire le loro aspettative hanno contribuito le scelte a favore dei down ballots repubblicani fatte dagli immigrati-elettori di aree come la Florida, il Texas e la California. Che hanno detto un sì convinto al senatore del Delaware ma un no altrettanto deciso alla linea del suo partito. Non certo per l’eccessiva prudenza. Ma perché, ecco dove casca l’asino, contrari e spaventati dal radicalismo astratto ed ideologico di alcune proposte di riforma dell’immigrazione sbandierate nei comizi dagli esponenti democratici super liberal: abolizione della polizia di frontiera, cancellazione dell’accordo con il Messico sui richiedenti asilo, sanatoria immediata ed automatica dei clandestini.

Sull’immigrazione Biden sceglie il passo dopo passo

Per Joe Biden adesso viene il difficile: onorare gli impegni presi con i suoi elettori nella dura ma vittoriosa campagna elettorale contro Donald Trump senza però aggravare l’aspra, infuocata contrapposizione politica che agita il Paese. Come dimostra il clima di prudente cautela adottato dalla sua amministrazione in merito al provvedimento di legge di riforma dell’immigrazione denominato U.S Citizenship Act 2021. Che presentato giovedì scorso da un gruppo di senatori e deputati democratici si propone, oltre all’aggiornamento ed alla revisione di significativi capitoli della normativa in essere sull’immigrazione, anche di risolvere una volta per tutte la scottante questione dei milioni di clandestini da anni presenti sul suolo americano. Scatenando, come prevedibile, la reazione dell’ala dura repubblicana che per bocca di Jim Jordan, deputato di lunga data dell’Ohio, ha definito il provvedimento “un premio palesemente partigiano di coloro che violando per anni le norme hanno inondato il mercato del lavoro con milioni di americani disoccupati”.

Una provocazione che Biden ed i suoi oltre a non raccogliere si sono premurati, con grande abilità, di “smontare”. Infatti nel corso di un incontro riservato con un gruppo di attivisti democratici e di associazioni degli immigrati il Presidente, rammentando loro i fallimenti parlamentari in cui erano incappati nel 2001, 2006, 2007 e 2013 i provvedimenti di riforma generale dell’immigrazione, li ha invitati, in vista dell’obbiettivo generale, a puntare “in the meantime” ad obbiettivi più ridotti ma raggiungibili. Una linea così sintetizzata da Frank Sharry, uno dei grandi saggi dell’immigrazione made in US: “La legalizzazione degli 11 milioni di clandestini è la nostra Stella Polare. Ma non possiamo tornare a casa a mani vuote. La nostra linea non è tutto o niente. Dobbiamo riuscire ad aprire un varco”.

Una linea dai piccoli passi che anche se crea non pochi “mal di pancia” nella sinistra del partito dell’asinello è però l’unica in grado di assicurare sia pur parziali risultati. Evitando, visto soprattutto il caos politico in cui versano i repubblicani, forzature parlamentari che rischiano di essere una replica, per di più aggravata, dei tanti fallimenti del passato.