Due docce fredde prima dell’impeachment

Il trepido, crescente ottimismo dei democratici USA per l’apertura mercoledì prossimo 13 novembre della procedura parlamentare di impeachment nei confronti di Donald Trump ha subìto, nel frattempo, una doppia doccia fredda. Prima con la pubblicazione dei risultati dell’ultima indagine demoscopica Times/Siena College sull’orientamento dell’elettorato americano in vista delle presidenziali del 2020. Secondo cui il Presidente conserverebbe ancora un netto vantaggio sui suoi oppositori nei decisivi collegi dei cosiddetti swing state: Pennsylvenia, Wisconsin, Michigan, Florida, North Carolina e Arizona. I quali, come forse molti ricorderanno, nel 2016, tradendo nell’urna il partito dell’asinello, gli avevano consentito di battere Hillary Clinton.

Una delusione resa ancora più bruciante per i democratici dall’esito del referendum popolare svoltosi lo scorso fine settimana in alcuni importanti comuni del democraticissimo New Jersey. I cui abitanti, voltando le spalle alle indicazioni delle locali autorità, hanno pensato bene di premiare con uno scarto di 2 a 1 quanto proposto dall’opposizione repubblicana.

Un risultato non solo sorprendente, ma significativo se si considera il “contenzioso” su cui la popolazione, votando, ha deciso di dire la sua: l’immigrazione. Nel caso schierandosi a favore di uno delle misure più contestate del giro di vite alternativamente imposto o invocato dalla Casa Bianca sugli immigrati. Riguardante la collaborazione tra la polizia locale e quella federale nella lotta agli stranieri clandestini o irregolari presenti sul territorio americano. Che i democratici e con essi molti stati, California e New York in primis, da sempre rifiutano. In ossequio della loro antica tradizionale amichevole accoglienza degli immigrati da sempre orgogliosamente difesa contro le ingerenze degli uomini del Border and Costums Enforcement. Che Trump, invece, considera non solo necessaria ma dovuta. Al punto da aver fatto della lotta ai cosiddetti sanctuary state una delle priorità della sua strategia di riorganizzazione della malandatissima immigrazione del suo paese. E, vista la piega assunta negli ultimi mesi dalla questione, della possibilità di essere rieletto per il secondo mandato nel 2020.

Macron sfida Le Pen sull’asilo

Il governo francese ha reso noto ieri di aver predisposto un testo di legge di modifica della normativa sull’immigrazione attualmente in vigore nel paese. Che in vista della sua emanazione sarà già nelle prossime settimane sottoposto all’esame della Camera e del Senato transalpini.

Una decisione improvvisa ma non inattesa. Mesi addietro, infatti, nel discorso alla nazione pronunciato in uno dei momenti più caldi della protesta dei jillet jaune, il presidente Macron rivolgendosi ai suoi concittadini aveva chiesto: “in tema di immigrazione non ritenete opportuno che per i visti di ingresso, fatti salvi gli obblighi derivanti dal diritto di asilo, si debba procedere sulla base di obbiettivi annualmente indicati dal Parlamento ?”

La verità è che il provvedimento messo a punto dall’Esecutivo di Parigi dà il via, anche se con largo anticipo, alle elezioni presidenziali del 2022. In vista delle quali Macron, sapendo che l’immigrazione sarà il cavallo di battaglia dell’opposizione lepenista, tenta di giocare in contro piede. Cercando, anche a rischio di gravi lacerazioni nella sua maggioranza, di mettere mano con un giro di vite a quello che rappresenta il vero tallone d’Achille della normative francese sull’immigrazione: l’asilo.

Tanto è vero che nel corso della presentazione alla stampa l’unico capitolo del provvedimento dettagliatamente definito è stato appunto quello riguardante le modifiche delle regole attualmente in vigore nell’Exagone sul diritto alla sanità ed alla sicurezza sociale per i richiedenti asilo. Che sono assai più permissive di quelle di tutti gli altri paesi dell’UE, eccezion fatta per il Belgio. Infatti, anche se pochi lo sanno, il sistema sanitario francese è l’unico che riconosce agli stranieri indigenti il diritto di cura gratuito anche per malattie o infermità diagnosticate prima del loro arrivo sul territorio nazionale. Una situazione che nelle urne prossime venture potrebbe rappresentare per Marine Le Pen l’arma letale finora mancata.

La nuova immigrazione irregolare made in US

Nelle ultime settimane l’immigrazione USA ha registrato due record uno più negativo dell’altro. Secondo gli ultimi dati il numero degli immigrati arrestati perché entrati clandestinamente nel paese sarebbe ormai prossimo alla soglia del milione. Una cifra mai raggiunta da venti anni a questa parte. Resa ancora più allarmante dall’elevata, crescente presenza al loro interno di minori non accompagnati. Basti considerare il fatto che nel 2019 quelli presi in consegna dall’United States Customs and Border Protection sono stati 76.060 con un incremento del 52% rispetto all’anno precedente.

Un fenomeno che, al netto delle infuocate polemiche sul trattamento loro riservato nei centri di trattenimento federali, rappresenta fin dai tempi della presidenza Obama un serio, serissimo grattacapo per l’amministrazione americana. In primo luogo perché assolutamente inedito nella pur antichissima storia dell’immigrazione a stelle e strisce. Ma soprattutto in ragione del fatto che esso, al pari di quello delle cosiddette carovane di famiglie centro americane, testimonia un radicale, inquietante cambiamento sia strategico che antropologico dell’immigrazione irregolare made in US. Che anziché da messicani maschi adulti, come in passato, è oggi formata da minori soli e madri di famiglia con prole provenienti, in maggioranza, da San Salvador, Honduras e Nicaragua. Convinti “al grande balzo” dalla possibilità di sfruttare, sull’onda del tamtam sapientemente amplificato dal business dell’immigrazione clandestina, il divieto di espulsione che la legge americana prevede per queste tipologie di figure.

E che le cose stiano così lo confermano due grandi studiose della materia come Doris Meissner e Sarah Pierce. Nel loro recente lavoro titolato Policy Solutions to Address Crisis at Border  Exists esse affermano: ”le organizzazioni che controllano il traffico di esseri umani stanno cercando di procacciarsi sempre nuovi clienti offrendo loro un carnet con varie opzioni per entrare negli USA: dai viaggi super express a sconti per specifiche, particolari combinazioni (adulti con minori o gruppi famigliari composti da cinquanta unità in sù )”. Insomma, parafrasando un nostro vecchio proverbio, verrebbe da dire fatto il Muro gabbatu lu Santo.

Puntano sulla demografia per farlo fuori dalla Casa Bianca

Verrebbe quasi da sorridere di fronte al presunto, nobile candore delle spiegazioni che i nemici di Trump danno delle ragioni del durissimo scontro sull’immigrazione che da mesi infiamma la politica USA. A sentire le quali il giro di vite contro gli stranieri voluto dal Presidente non avrebbe altro scopo se non quello di cementare la fedeltà della sua base elettorale eccitandone il risentimento anti immigrati. E non quello, al contrario di quanto lui sostiene, di dare risposta ad un’emergenza che, soprattutto ai confini meridionali del paese, si fa ogni giorno più grave.

Insomma un consapevole, perfido “machiavellismo” politico-elettorale utilizzato ad arte per compiacere “la pancia” dell’America bianca, rurale e mediamente poco scolarizzata a lui devota. Il cui voto alle prossime presidenziali del novembre 2020 gli assicurerebbe di replicare il successo che, contro tutti i pronostici, lo ha premiato in quelle del 2016. Donde la parola d’ordine dei “trumpiani” che rimbomba assordante in tutti i comizi del loro leader: “we win where we won, vinceremo dove abbiamo vinto.

Un uso dell’immigrazione che l’opposizione democratica ha messo nel mirino della sua strategia elettorale. Definendola politicamente strumentale e pericolosamente immorale. Contrapponendo alla sua grezza, calcolata partigianeria gli ideali storici dell’America accogliente ed aperta agli immigrati. Secondo i comandamenti al riguardo scolpiti nel marmo monumentale della Statua della Libertà. Mentre per Trump contano solo i desiderata della sua base per i democratici, invece, a contare sono in primis quelli del paese con la P maiuscola. Infatti tutti gli aspiranti alla sfida contro l’attuale inquilino della Casa Bianca, che si chiamino Biden, Warren o Sanders, l’unico punto su cui concordano nel modo più fermo e risoluto è che gli ideali vengono sempre e comunque prima dei calcoli di parte.

Un quadro dal sapore quasi idilliaco che, purtroppo per loro, ha di recente perduto un po' del suo nobile appeal. Quando i media sono entrati in possesso di un documento top secret da cui emerge che anche i democratici, a loro modo, i calcoli li fanno e come. In particolare per quanto riguarda le potenziali chance di vittoria derivanti dai cambiamenti prodotti dall’immigrazione sulla composizione demografica dell’elettorato. Una novità dalla quale si evince che anche i democratici, al netto di tante belle parole, fanno né più né meno di Trump i “conti” con quella che hanno eletto a loro speciale base politica di riferimento: la demografia. Basta leggere il documento in questione secondo il quale:


  • nel 2020, secondo le tendenze demografiche in atto nel paese, il segmento degli elettori non diplomati, che rappresenta il grosso della base “trumpiana”, è destinato a diminuire in media del 2,3%. Un calo che si prospetta ancor più accentuato in stati chiave dal punto di vista elettorale come il Nevada (-3,2%), Arizona (-2,8), Texas (-2,5%);

  • il Texas, storica roccaforte repubblicana, sta cambiando “colore” grazie all’ aumento dei nuovi residenti “etnici” ( Latinos+1,9 milioni, Afro Americani +541mila, Asiatici +473mila ) rispetto a quelli bianchi (+484mila);

  • l’immigrazione di massa di molti giovani americani - mediamente più filo democratici degli anziani – che a causa dell’elevato costo della vita si stanno trasferendo dalle mega città del Nord (New York in primis) verso quelle del Sun Belt, dà al partito dell’asinello nuove e fino a ieri inimmaginabili chance di riuscire a sfondare in regioni un tempo per loro politicamente “proibitive” come l’Arizona, la Georgia ed il Texas.


Un episodio piccolo ma significativo che conferma quanto difficile sia per la politica attenersi al detto evangelico secondo cui solo chi è senza colpa può scagliare la prima pietra.

Ombre cinesi su Brexit

Un brutto presagio per Brexit. E’ questo che viene da pensare di fronte alla scoperta dei poveri resti di 39 clandestini cinesi ammassati all’interno del rimorchio di in un Tir parcheggiato nel porto inglese di Purfleet. Non solo perché quel carico di morte, al di là del crudele caso di cronaca, sembra oggi voler ricordare alla litigiosissima politica britannica l’antica ammonizione di Tito Livio a quella romana: "Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur". Ma soprattutto in ragione del fatto che la dinamica di questa triste vicenda, se letta attentamente, ha davvero il sapore di un un beffardo presagio per l’Inghilterra di Brexit. Che secedendo dall’Europa anziché “take back the control of our borders”, come dicono i suoi sostenitori, rischia invece di pagare sull’immigrazione un prezzo salatissimo. Per la semplice ragione che i confini nazionali, anche i meglio attrezzati del mondo, non sono più una assoluta garanzia di fronte ad un fenomeno di dimensioni globali come è appunto quello della moderna immigrazione. Ed in particolare di quella clandestina.

Una pericolosa ubia nostalgica di un passato imperiale ormai da tempo tramontato. Quando all’Inghilterra per tenere lontani i guai bastava il mare che la circondava. Ma oggi non è più così. Prova ne è l’odissea che dalla Bulgaria passando per il Belgio ha portato i clandestini cinesi a morire in un container scaricato su una banchina portuale del Galles meridionale da un Tir originariamente imbarcato senza “rimorchio umano” su un traghetto di linea dall’Irlanda del Nord. Un quadro che dovrebbe spingere la politica inglese a riflettere anziché, come è quasi certo avverrà, cercare rapidamente di voltare pagina. Per tornare al suo business as usual.

Contro l’impeachment Clinton fu più abile

Sull’impeachment Trump deve guardarsi da sé stesso. E dai rischi potenzialmente insiti nella sua incrollabile sicurezza psicologica secondo cui può vincere anche senza convincere. Ragione per la quale, nonostante la difficile contingenza politica in cui si trova, usa continuamente la politica dell'immigrazione per provocare ed innervosire quella parte certamente non piccola dell’America che non lo ama. Con l’unica preoccupazione di rafforzare e rinsaldare ad ogni occasione possibile, con le parole ed i fatti, la fedeltà della sua base politica. Nella convinzione, razionale o meno poco importa, che la “protezione” di un esercito di fedelissimi composto dal 35% dell’elettorato sia sufficiente ad evitargli i guai della procedura di censura parlamentare.

Una strategia a dir poco azzardata. Che se anche alla fine darà i frutti sperati presenta però non poche debolezze. Tema sul quale vale la pena leggere l’eccellente articolo “Bill Clinton had a strategy.Trump is doing the opposite” pubblicato qualche settimana fa da David Froom sulla rivista americana Atlantic. La linea difensiva di Trump, infatti, se confrontata con quella che a suo tempo consentì a Bill Clinton di evitare l’impeachment, presenta tre serissime debolezze.

La prima: nel 1998, appena avuto sentore della “bufera” che lo stava per investire Clinton convocò alla Casa Bianca un’improvvisa conferenza stampa. Nella quale si augurò, per il bene dell’America, che la sentenza che il Senato si apprestava ad emettere nei suoi confronti fosse “reasonable, proportionate and bipartisan”. Non parlò, come invece fa di continuo l’attuale Presidente, di complotti né di oscure trame ai suoi danni.

La seconda: nei lunghi mesi dello scandalo Lewinsky l’allora inquilino della Casa Bianca anziché demonizzare gli accusatori scelse la strada del dialogo con la pubblica opinione. Rivolgendosi in particolare alla enorme ed in quel momento assai ostile platea dalle cosiddette soccer mom, le casalinghe. Riuscendo a convincerle che anche se la loro arrabbiatura era legittima, visto che il suo non era certo stato un comportamento degno di un padre di famiglia, conveniva a tutti evitare che la crisi politica compromettesse la salute, allora ottima, dell’economia. Tutt’altra musica, dunque, da quella dei velenosi tweet di cui il magnate newyorkese non sembra riuscire a fare a meno.

La terza: Clinton a pochi giorni dal voto del Senato che lo avrebbe condannato o assolto, trovò la forza ed il coraggio di lanciare contro l’Iraq la riuscitissima operazione militare Desert Fox. Che fece schizzare il suo indice di gradimento, mai sceso sotto il 60%, ad oltre il 73%. L’esatto opposto di quello riservato oggi a Trump dopo il ritiro dei marines dal confine curdo. Che da sempre mediocre nelle ultime ore sembra addirittura in caduta libera.

Immigrazione Usa, scontro senza fine

Trump e i giudici americani tornano ai ferri corti sull’immigrazione. Venerdì scorso, infatti, tre sentenze emesse una dopo l’altra dalle corti statali di New York, California e Washington hanno posto fine ad una tregua che durava da luglio scorso. Quando la Corte Suprema -respingendo le pregiudiziali di costituzionalità sollevate dai magistrati di numerosi tribunali- aveva dato ragione al Presidente. Ritenendo legittima la sua decisione di utilizzare per la costruzione del Muro risorse altrimenti stanziate dal bilancio federale. Ma l’armistizio tra Esecutivo e Magistratura non ha retto. Di fronte alla decisione annunciata dalla Casa Bianca di legare la concessione dei permessi di ingresso e soggiorno degli immigrati alla cosiddetta public charge rule. Con l’obbiettivo di ridurre il numero di coloro che poveri o fisicamente incapaci vivono di sussidi pubblici.

Una modifica normativa che sarebbe dovuta entrare in vigore già ieri, martedì 15 ottobre. Ma che i magistrati hanno invece bloccato ritenendola pericolosamente discriminatoria. In particolare nei confronti dei futuri immigrati provenienti dalle aree più povere del Pianeta. Le cui domande di ingresso negli USA, in base ai nuovi criteri proposti, sarebbero state ingiustamente penalizzate rispetto a quelle dei concorrenti delle nazioni più sviluppate.

Un meccanismo che a loro parere avrebbe, alla lunga, modificato negativamente la composizione etnico-classista dell’immigrazione made in US. Riportandola a quella ante 1965 quando l’Immigration and Nationality Act aveva abolito il vecchio sistema delle quote basate sulla razza. Obiezioni che gli uomini del Presidente, ben lontani dal volersi arrendere, hanno respinto al mittente. Facendo notare, con un pizzico di malizia, che gli autori delle sentenze sono magistrati filo democratici nominati, vedi il caso, uno da Clinton e gli altri due da Obama. E, soprattutto, che l’adozione della public charge rule non è una invenzione estemporanea. Ma parte di quella riforma dell’immigrazione auspicata da Trump nel suo primo Discorso alla Nazione da Presidente. Fin qui i fatti. Per la soluzione bisognerà attendere la Corte Suprema. Oppure la decisione degli elettori che nel 2020 saranno chiamati alle urne per confermare o cambiare l’inquilino della Casa Bianca .

Contro Trump lasciano l’immigrazione per l’impeachment

Nella guerra contro Trump i democratici americani hanno, come si usa dire in questi casi, cambiato spalla al loro fucile. E per impedirne la rielezione nel 2020 hanno deciso di spostare il tiro della loro campagna elettorale dall’immigrazione, come invece avevano fatto fino ad oggi, al suo impeachment.

Una svolta difficile e sofferta che dopo molte incertezze e aspre lacerazioni interne è stata nelle ultime settimane ratificata e “benedetta” anche dai massimi esponenti del partito. Come conferma l’ultima, autorevolissima presa di posizione di quello che molti, al momento, considerano come il candidato democratico numero uno alle prossime elezioni presidenziali, l’ex vice di Obama, Joseph Biden. Che venerdì scorso in un comizio nel New Hampshire rivolgendosi ad una incredula ma elettrizzata platea di suoi simpatizzanti ha dichiarato di essere anche lui favorevole alla mozione parlamentare di messa sotto accusa del Presidente. Una decisione legittima sul piano formale ma azzardata su quello politico. Perché, come molti attenti analisti sostengono, giocando la carta dell’impeachment essi corrono il rischio di rafforzare anziché sconfiggere Trump. Perche? E’ presto detto.

In base alla costituzione USA la natura del procedimento per la messa in stato di accusa del Presidente è politica e non giudiziaria. L’impeachment non è un atto penalmente obbligato ma discrezionale. Che viene messo in atto se e solo se la maggioranza assoluta dei membri del Parlamento ritiene il Presidente colpevole di aver agito contro gli interessi del Paese mettendone a rischio la sicurezza. Norma in base alla quale, data l’attuale composizione del Congresso, per riuscire a “fare fuori” il magnate newyorchese, sarebbe necessario che un rilevante numero di senatori repubblicani (almeno 20) decidesse di abbandonare l’uomo della Casa Bianca e votare con l’opposizione.

Un’eventualità al momento tanto remota quanto improbabile. Prova ne è il fatto, ad esempio, che gli stessi esponenti repubblicani che negli ultimi giorni hanno manifestato una chiara irritazione nei confronti del magnate newyorkese per il ritiro militare dal confine siriano hanno invece continuato a tacere sulla questione al centro della sua eventuale messa in stato di accusa: l’Ukrainagate. Per questo la strada dell’impeachment, così come accadde ai repubblicani quando anni fa tentarono di usarlo per spodestare Bill Clinton, rischia di trasformarsi anche per i democratici in un boomerang. Che può, ad un tempo, rafforzare anziché indebolire la lealtà verso Trump della sua base popolare e populista. E con l’ammaina bandiera “tattico” deciso sull’immigrazione minare la preziosa, combattiva mobilitazione anti repubblicana delle tantissime minoranze etniche made in US.

Dubbi su voto a 16 anni e ius culturae

L’Italia riserva ai giovani un trattamento di gran lunga peggiore di molti altri paesi. Non solo per l’enorme squilibrio materiale tra le risorse che lo Stato dedica (e spende) per il loro futuro e quelle che invece investe (e spende) a favore degli anziani. Ma anche per la superficiale approssimazione e le non piccole incongruenze che caratterizzano due nuove proposte di legge piombate rumorosamente nella nostra già infuocata situazione politico-parlamentare.

Che riguardano, nel caso della prima, l’abbassamento della soglia di età da diciotto a sedici anni del diritto di voto per i giovani italiani. Mentre la seconda propone di introdurre nella nostra legislazione il cosiddetto jus culturae. Con l’obbiettivo di dare la possibilità ai figli degli immigrati nati o arrivati in tenerissima età nel Bel Paese di diventare italiani prima di aver compiuto, come invece impone la normativa in vigore, diciotto anni. Due proposte che anche se animate dalle migliori intenzioni presentano non piccole controindicazioni.

Nel caso della prima, infatti, appare davvero singolare come si possa pensare di abbassare l’età del voto a sedici anni lasciando però inalterata a diciotto quella della maggiore età. Una contraddizione dal sapore strampalato che Mattia Feltri ha lapidariamente bollato sulla Stampa di qualche giorno fa: “se uno a sedici anni ha la testa buona per partecipare alla scelta del governo del paese, ce l’ha anche per ottenere il porto d’armi, acquistare casa, vivere da solo, come qualsiasi adulto rispondere penalmente delle sue azioni. In due parole è maggiorenne”. L’errore sta qui. Perché se si abbassa l’età “elettorale” ma non quella della maggiore età c’è il rischio che nella testa dei giovani il diritto di voto appaia di secondo livello rispetto a quelli assai ambiti ma riservati ai diciottenni della patente di guida o di un conto in banca senza l’autorizzazione di papà e mamma. Con il risultato di aggravare anziché curare il loro crescente disinteresse per le urne.

Per quanto riguarda invece lo jus culturae va detto che rischia di produrre pericolose contraddizioni e diseguaglianze nelle loro famiglie, indebolendo l’obiettivo che si propone: mettere fine alla disparità di trattamento che sulla cittadinanza l’Italia, unico caso in Europa, continua a riservare ai figli degli immigrati. Infatti in base a questo nuovo diritto si potrebbe dare il caso che diventino italiani i figli ma non i genitori. Oppure che tra due fratelli l’acquisizione della cittadinanza sia consentita a quello “studioso” e sia invece negata all’altro solo perché ama poco i banchi di scuola. Con il risultato di costringerlo a sentirsi straniero anche tra le mura di casa. Queste due controindicazioni, aggiunte ad altre di cui ci occuperemo in prossimo articolo, meritano di essere prese in seria, serissima considerazione. Non fosse altro perché su una materia scottante e delicata com’è quella della riforma della cittadinanza le approssimazioni sono vivamente sconsigliate.

Storico calo degli immigrati negli USA

Brusca frenata dell’immigrazione USA. Nel 2018, infatti, cosa mai avvenuta negli ultimi dieci anni, il numero degli immigrati arrivati sul suolo americano è stato inferiore a quello registrato nei dodici mesi precedenti. Con una riduzione percentuale di oltre il 70%. Equivalente, secondo i calcoli resi noti giovedì scorso dal Census Bureau’s American Community Survey , ad un “taglio” in termini assoluti di oltre 200mila unità.

Uno stop degli arrivi che oltre ad interrompere un trend caratterizzato in passato da un costante, significativo aumento, è stato pari, per dimensioni, solo a quello registrato nel lontano 2008. Quando a causa della grave crisi dell’economia statunitense, innescata dal colossale fallimento finanziario della Lehman Brothers, molti immigrati avevano ritenuto più conveniente non muoversi da casa rinviando a tempi migliori il loro viaggio al Norte. Ma il calo negli arrivi di oggi ha cause e ragioni assai diverse, anzi opposte, a quelle di ieri. Visto che il mercato del lavoro statunitense, sull’onda di una floridissima condizione della produzione e dell’economia, non è in recessione come allora bensì in costante, fortissima espansione. E le imprese sono alla disperata ricerca di nuove forze di lavoro che solo l’immigrazione è in grado di fornire. Il punto sta qui. Perché il calo delle presenze immigrate sul totale della popolazione americana descritto all’inizio non ha ragioni economiche ma politiche. In particolare due.

La prima: Trump con il giro di vite messo in essere e la violenta retorica del suo linguaggio ha lanciato verso le comunità immigrate un segnale che definire disincentivante è poco. Che il tam-tam dell’informazione inviata dalle numerose diaspore presenti nel paese a stelle e a strisce ai propri connazionali si è trasformato in un messaggio tanto semplice quanto chiaro: non venite perché qui non vi vogliono.

La seconda: la Casa Bianca con l’arrivo del taycoon newyorkese ha colpito al cuore, prosciugandola, la seconda principale fonte della nuova immigrazione americana, quella dei resetteled refugee. Che preceduti solo dai  ricongiungimenti familiari hanno per quasi mezzo secoli assicurato nella popolazione americana il costante aumento della sua componente foreign. Infatti mettendo fine ad una prassi in essere dal 1980 la nuova amministrazione repubblicana ha drasticamente ridotto il numero degli stranieri accolti in base all’American Refugee Act. Che dai 110mila dell’ultimo anno della presidenza Obama sono stati ridotti nel 2017-18 a 33mila e con l’ordine esecutivo firmato la scorsa settimana ad appena 18mila. Poco più di niente. Tenuto conto che l’America nell’arco degli ultimi quaranta anni ha accolto tre dei quattro milioni di rifugiati sparsi nel mondo.