Le Pen, figlia, spariglia

Marine Le Pen, mission accomplie. Non solo perché è scontato che i ballottaggi del secondo turno elettorale di domenica prossima, 17 giugno, assegneranno al suo Fronte Nazionale un numero di parlamentari che nessuno, fino a ieri, riteneva possibile. Ma, soprattutto, per essere riuscita là dove il padre Jean-Marie aveva, per ottusità, fallito. Sparigliare le carte del sistema politico francese. In tre mosse.

La prima, assai salata, ai danni dall’ex super potente Nicolas Sarkozy. Sloggiato dall’Eliseo per default di tanti suoi ex elettori. Che nelle urne al programma dell’UMP hanno preferito quello rivisto e corretto bleu-Marine. Una dinamica elettorale che riporta alla mente la genialità machiavellica di un altro grande regista dall’arte dello “spariglio” in terra di Francia, François Mitterand. Che trent’anni prima aveva dato spazio all’astro nascente di Le Pen padre per sottrarre voti alla destra gollista.

La seconda, chiarificatrice, ha chiuso i conti con l’inconsistenza verbosa del populismo di sinistra incarnato da Jean-Luc Mèlenchon. Passato alle cronache per la roboante affermazione, nell’occasione rivolta agli odiati cugini socialisti, “meglio essere populisti che opportunisti”. Ma stritolato dalla Le Pen 42 a 21 nella sfida elettorale diretta nel collegio di Hénin-Beaumont.

La terza, di tre giorni fa, ha posto fine alla conventio ad excludendum  del Fronte Nazionale dal sistema politico d’Oltralpe instaurata nel 2002. Quando il candidato socialista Lionel Jospin, scavalcato per il ballottaggio dal vecchio Le Pen, accettò, in nome della difesa democratica, di dare indicazione ai suoi di votare il super moderato Jaques Chirac. Un cordone sanitario anti Le Pen, oggi  Marine, maldestramente e strumentalmente riproposto, sia pure a parti invertite, dai socialisti.  Che i conservatori dell’UMP, a differenza dal passato, hanno decisamente rispedito al mittente. Un no, il loro, dalla molte, potenziali implicazioni e che sarebbe riduttivo catalogare come il niet ritorsivo e nervoso di un partito sconfitto. Non fosse altro perché, in caso contrario, non farebbe che rafforzare agli occhi di un’opinione pubblica impaurita e senza prospettive l’idea di appoggiare l’opa politica anti establishement lanciata dal populismo nuova versione di Marine Le Pen.

Per un pugno di voti

Dire no, in via preventiva ed assoluta, alla possibilità che i figli degli immigrati, nati in Italia, possano diventare nostri concittadini di diritto e non solo di fatto, è come volere fermare l’acqua pendente. Un niet faticoso, costoso e, soprattutto, inutile. Tanto più se pronunciato dai più tenaci e testardi paladini della riforma costituzionale che, da pochi anni, ha introdotto l’accesso automatico alla cittadinanza del Bel Paese per i lontani discendenti della vecchia emigrazione italiana all’estero. Che da noi non hanno mai pagato le tasse, non hanno fatto il servizio militare quando era obbligatorio e, nella stragrande maggioranza dei casi, non parlano più neppure la nostra lingua. Condizioni opposte a quelle dei piccoli delle famiglie immigrate che, con quelli italiani, condividono i banchi di scuola, tifano per la stessa squadra, parlano, molti a fatica, lo stesso idioma e, soprattutto, vivranno qui il loro futuro. Un rifiuto che fa a pugni con la storia e che il tempo, dunque, si incaricherà di giustiziare. Ma poiché nella vita di un paese non è indifferente se una riforma si fa prima o dopo, anche nel caso in questione più che alzare la voce è fondamentale riuscire a decifrare argomenti ed obbiettivi di una chiusura all’apparenza puramente e semplicemente irragionevole. Come testimoniano le argomentazioni, per molti aspetti illuminanti, usate dall’on. Bricolo, capo gruppo dei deputati della Lega, per motivare il no del suo partito: si comincia con il diritto di cittadinanza ai figli degli immigrati ma il vero obbiettivo è quello del voto loro ai genitori. Non usa le parole brutali della xenofobia razzista d’antan. Ma allude. Evocando scenari tanto futuribili quanto minacciosi. Sta qui la novità del messaggio. Sapendo bene l’”inspendibilità” politica, anche tra i più oltranzisti militanti della sua parte, di una pura e semplice negazione etnica alla parità di diritti,  usa, invece,  una retorica argomentativa tipica del neopopulismo contemporaneo. Che consiste nell’uso subliminale della paura legata all’ingombrante fantasma dell’immigrazione per catturare il consenso “irrazionale” dei settori economicamente e culturalmente meno protetti della popolazione. Uno spazio sociale che gli amici degli immigrati non possono, però, continuare a snobbare e lasciare in mano ai loro avversari.

Il bivio dell’American dream

Con il Dream Act firmato sabato scorso dal governatore Jerry Brown, che consente agli studenti stranieri più meritevoli di usufruire, pur se irregolari, delle borse di studio pubbliche, la California prende posizione nel duro braccio di ferro sull’immigrazione. Che da anni paralizza e divide l’America. Ma nella direzione opposta a quella conservatrice scelta a catena, sulla scia dell’ ”apripista” Arizona, dalla Geogia, dall’Utah, dall’Indiana, dalla South Caroline e, per ultima dall’Alabama. Non c’é dubbio, però, che la scesa in campo dell’Orange County, lo stato più popoloso e ricco del paese a stelle e strisce, rappresenta, a questo punto della vicenda, un salto di qualità. Un vero e proprio punto di svolta. In primo luogo perché determina un’accelerazione dello scontro politico su uno dei temi chiave della campagna presidenziale del prossimo anno. Sul quale, é certo, che  il Congresso non ha né il tempo né la forza di prendere la pur minima decisione. Superando lo stallo in cui versa ormai da anni ed al quale sono in molti ad avere pagato pegno, compreso il « falco » George W. Bush. Con la conseguenza, qui il secondo aspetto del problema, che più della contrapposizione, in qualche modo scontata, tra i due schieramenti tra loro in competizione, sono soprattutto quelle interne ai due schieramenti che rappresentano ormai il vero rompicapo di tutta la vicenda. Come testimonia, ad esempio,  l’ondata di reprimende piovute, nelle ultime settimane, sul governatore repubblicano del Texas, Rick Perry, colpevole, agli occhi di molti membri del suo stesso partito, di aver dichiarato la sua non contrarietà al Dream Act voluto dal collega della California. Ma é soprattutto l’asimmetria tra la incapacità/impossibilità a decidere di “quelli di Washington” ed il protagonismo “decisionista” dei singoli stati, suggellato dall’asso pigliatutto californiano, che carica questo ennesimo capitolo della ormai lunga storia  dell’immigrazione made in USA di conseguenze istituzionali potenzialmente esplosive. Quasi a voler tornare a prima del 1875, quando la Corte Suprema aveva stabilito, con la storica sentenza n. 275, che l’immigration andava delegata all’eslusiva competenza del governo federale e non più , come invece era avvenuto fino a quel momento, a quella dei singoli stati dell’Unione.

USA-Messico: più ingressi, meno clandestini

Una rivoluzione di rare dimensioni sta cambiando il volto e la natura dell’immigrazione d’Oltreatlantico. L’immenso fiume di clandestini messicani che per decenni ha travolto barriere e divieti di ogni tipo, inondando di braccia la ricca , e famelica, economia nordamericana, si è,  di colpo, arrestato. Fin quasi a prosciugarsi.Tra il 2010 ed i primi mesi del 2011, infatti, per la prima volta in  sessanta anni, il saldo netto dei flussi migratori Messico-Usa è sceso a zero. Se non addirittura sotto zero, come ipotizza da Princeton il grande specialista della materia Douglas S. Massey.

Un cambiamento che i numeri spiegano più e meglio delle parole. Nel 2010 gli illegali messicani bord crossers e visa violators sono stati 100mila contro i quasi 600mila registrati, in media, tra il 2000 ed il 2004. Contemporaneamente gli uffici statistici di Città del Messico hanno censito, sul territorio nazionale, 4 milioni di presenze in più rispetto a quelle in precedenza ipotizzate in base ai trend storici dell’emigrazione al Norte. Come è avvenuto tutto ciò e, soprattutto, perché le porte del più grande vettore mondiale dell’immigrazione clandestina si sono messe a girare al contrario? In primo luogo per l’aumento del reddito delle famiglie messicane ( + 45% rispetto al 2000) e dal parallelo innalzamento del livello medio nazionale dell’istruzione. Un contesto che oggettivamente riduce “l’utilità marginale” dell’emigrazione offrendo, al contempo, nuove e maggiori opportunità di impiego soprattutto per i neo qualificati. Ma il cambiamento economico avrebbe avuto esiti limitati senza il profondo, strutturale mutamento demografico legato al vertiginoso calo nel numero delle nascite: dai 6,8 figli del 1970 ai 2 di oggi. Ma il numero dei mojado illegali difficilmente sarebbe sceso ai livelli attuali senza una terza e non meno importante ragione: il cambio di rotta deciso dall’immigration statunitense. Che anziché limitarsi a proibire e sanzionare, come era avvenuto per anni, ha deciso di premiare i regolari con l’accelerata agevolazione degli obblighi burocratici per l’ottenimento dei visti, l’aumento delle quote degli ingressi consentiti ed una robusta facilitazione dei ricongiungimenti familiari. Se andare e venire diventa possibile e più semplice forse, devono essersi detto a Washington, riusciamo ad eliminare il perverso meccanismo che nel passato obbligava  molti a venire ma per restare, foss’anche in clandestinità.

Su Schengen ricordatevi di Sagunto

Mentre su Schengen aumentano veti, ripicche e malumori, le istituzioni di Bruxelles traccheggiano senza prendere decisioni. Una situazione al limite della paralisi emblematicamente confermata dall’inconcludente esito del vertice di ieri tra i ministri degli interni e della giustizia dei 27. Aperto e chiuso, nel giro di poche ore, con un nulla di fatto. Dum Romae consolitur, Saguntum expugnatur. Un’ammonimento della storia passata che assume oggi i contorni di una concreta, minacciosa profezia per il cammino, ogni giorno più incerto, dell’Unione Europea. Che rischia di sommare un default di leadership politica a quelli dell’economia, di Grecia e Portogallo in primis. Criticare e chiedere di modificare un sistema di regole nato più di vent’anni fa, ed in vigore da oltre quindici, in sé e per sé non è  un delitto di lesa maestà. Innanzitutto perché è un diritto legittimo e riconosciuto delle singole amministrazioni nazionali. Ma soprattutto perché una materia tanto delicata quanto scottante come quella delle regole dei controlli alle frontiere e della libera circolazione delle persone ha bisogno come il pane di essere costantemente, sistematicamente aggiornata. E’ giusto migliorare ma non tornare in dietro. Sta qui  il nodo della questione. Di fronte ad un’opinione pubblica disorientata ed impaurita, ed a governi che pur di recuperare qualche punto percentuale nel consenso degli elettori chiedono ad oras e con le più disparate motivazioni di modificare Schengen, evocando rischi e minacce “esterni” , l’Europa comunitaria non può fare spallucce e guardare da un’altra parte. Nella speranza che la nottata prima o poi passi. Da qui il rischio di default politico prima menzionato. Incapace di risolvere l’insostenibile ambiguità costituzionale nella quale da tempo vivono l’Unione ed i suoi membri.  I governi nazionali , infatti, non hanno più i pieni poteri e la libertà di decidere come nel passato. Ma il passaggio ad una organizzazione federale delle attuali Istituzioni non è prevista dall’agenda dei lavori e neppure, cosa forse più grave,  nel programma di qualche illuminato che, come i Padri Fondatori, abbia il coraggio di guardare se non all’orizzonte almeno avanti.

Non scherziamo col fuoco

In Italia sull’immigrazione sembra proprio che ci sia qualcuno deciso ad innervosire ed incattivire la pubblica opinione più di quanto già non lo sia. Ne è prova la recente sentenza emessa dalla Cassazione che a Corti riunite ha accolto il ricorso di una cittadina nigeriana contro la convalida del decreto di espulsione per sfruttamento della prostituzione decisa dal Tribunale di Perugia nel marzo 2009. Con l’argomentazione che il suo allontanamento dai figli, per altro già dati in affidamento dai servizi sociali ad una famiglia italiana, rischiava di confliggere con il principio, sancito dalla Convenzione di New York  sui diritti dell’infanzia, della tutela del supremo interesse dei minori. Di conseguenza doveva considerarsi superato il principio di “eccezionalità” che, in base alla legislazione italiana, consente di derogare alle norme sull’immigrazione irregolare e clandestina e di vietare la separazione dei figli dai genitori. Un principio che ha senso e può essere compreso anche dall’ultimo dei cittadini solo se riguarda comportamenti che, per quanto contra legem, rientrano nella fattispecie dei cosiddetti “reati buoni”. Allora sì che il legame genitori figli va, nella misura del possibile, tutelato. Anche chiudendo un occhio. Quando è in ballo la sorte dei minori le leggi vanno infatti lette ed interpretate usando il cuore e non solo il cervello. Un padre ed una madre, buoni ed onesti lavoratori, restano tali anche senza il permesso di soggiorno. E non c’è dubbio che in casi del genere il dettato della Convenzione di New York ha una valenza legale e non solo morale. Ma se così non è? Se il padre è assente perché non esiste, e la madre non viola la legge per fame, come nel film l’Oro di Napoli,  ma sfrutta quella di altre donne per costringerle a prostituirsi, perché trasformare le piccole, innocenti vittime del suo poco amore in complici di una palese violazione delle norme? Siamo convinti che una lettura meno astrusa ed astratta dei dettami internazionali in tema di infanzia avrebbe forse potuto suggerire ai Supremi Magistrati non solo di convalidare il decreto di espulsione di una cattiva immigrata ma di ordinare, per il bene dei minori, l’immediato allontanamento dal suolo patrio di una madre tanto sciagurata.

Non basta dire populismo xenofobo

I risultati delle elezioni svedesi sono stati una nuova, ulteriore conferma del “malessere nord europeo” segnalato da Francesco Molica nell’editoriale del giornale di venerdi’ scorso. Che sta mettendo in crisi equilibri politici e comportamenti collettivi ultradecennali in paesi da sempre considerati come la quintessenza della stabilità. Uno scenario di cui l’immigrazione rappresenta se non l’unica causa certamente il detonatore. Perché oggi in Svezia e ieri in Olanda,Danimarca, Austria, Svizzera e nel Belgio fiammingo settori consistenti della popolazione abbandonano i partiti nei quali si erano riconosciuti per anni e votano quelli classificati, con un rozzo e superficiale stereotipo, populisti?

La verità è che l’immigrazione sta producendo quello che i politologi americani definiscono un political disconnect. Una sconnessione negli interessi reali e nelle percezioni culturali dei gruppi sociali più svantaggiati, e oggi pesantemente puniti dalla crisi, e quelli degli establishment nazionali. Che apre vere e proprie praterie ad imprenditori politici, spesso sconosciuti, ma decisi a farsi largo con tutti i mezzi nelle strette maglie del potere tradizionale. La verità è che nel Dna dell’immigrazione si annida una strutturale contraddizione: tra la spinta all’apertura verso gli immigrati da parte dell’economia e la chiusura ostile dei settori più deboli della società. L’economia li vuole, la società no. L’immigrazione dal punto di vista sociale non è a somma positiva, win-win. Tutti vincitori. Ma a somma zero: c’è un winner ed un looser. Uno vince e l’altro perde. Per questo è inutile continuare a denunciare il rifiuto di tanti nei confronti degli immigrati solo come frutto di manipolazioni xenofobe.

Nessuna ideologia, neppure la più diabolica, è infatti capace di fare presa sul comportamento collettivo in assenza di fenomeni reali o percepiti dai gruppi sociali svantaggiati come una minaccia. Tanto più in realtà come quelle nordeuropee basate su sistemi spinti di welfare e di relazioni forti di solidarietà interna. Che entrano in crisi se saltano i fondamentali su cui sono nati e cresciuti: le barriere nazionali e la distinzione, tipica delle comunità chiuse, tra i diritti degli insider e quelli degli outsider. Un mondo impaurito dal meccanismo “dentro-fuori” della moderna roulette sociale che senza andare troppo per il sottile, pur di rimanere “dentro”, pensa bene di prendersela con quelli che vengono da “fuori”