Sull’immigrazione Renzi è pronto alla spallata

Presidente Renzi sull’immigrazione rompa gli indugi e sparigli le carte. Con il dovuto rispetto siamo infatti convinti che per riuscire se non a mettere fine almeno contenere la guerra dell’immigrazione in atto ai nostri confini “di terra e di mare”  non basta, come Lei propone,  sostituire le norme di Dublino con un nuovo sistema di regole comuni europee sull’asilo. Perché ci sono due questioni capitali che se non chiarite rischiano di annullare anche le migliori delle intenzioni.

Partiamo dalla prima provando a rispondere alla seguente domanda: si può fronteggiare l’attuale esodo senza modificare i principi ispiratori e le regole della Convezione di Ginevra del 1952  secondo cui profughi e rifugiati vanno, meglio,  andrebbero,  al massimo protetti ed assistiti ma solo  “temporaneamente”  e in attesa che, calmatesi le acque a casa loro, vi possono fare ritorno? La risposta è no. E poiché la natura e le dimensioni dei conflitti alla base della crisi umanitaria di cui essi sono figli sono tali da escludere, se non tra decenni, un loro dietro front,  ha senso, come oggi avviene, continuare ad impedire loro di cercare un lavoro e di integrarsi? Qualunque riforma europea dell’asilo è da qui che deve partire. Sveltire le procedure di concessione dell’asilo e consentire, a chi ne ha diritto,  di trovare, con le proprie  gambe, come sostenere sé e la propria famiglia.

Ed arriviamo alla seconda questione. Per fare breccia sulle egoistiche chiusure conservatrici di molti governi del Vecchio Continente e tranquillizzare la nostra pubblica opinione, oggi inquieta e impaurita, una politica europea dell’asilo così rinnovata impone un giro di vite inflessibile sui rimpatri dei falsi esuli e rifugiati. Che, a differenza di quanto oggi avviene,  vanno resi obbligatori anche in assenza di intese o accordi di riammissione con i paesi di origine.

Lo smartphone beffa i trafficanti di essere umani

I trafficanti di esseri umani cominciano a temere gli smartphone più che le forze dell’ordine. Una novità, al momento flebile quanto una piccola luce in fondo al tunnel che, però, potrebbe rapidamente trasformarsi in un’inaspettata quanto per loro devastante arma letale.

Da un’inchiesta pubblicata lo scorso 25 agosto  dal New York TimesA 21st-Century Migrant’s  Essentials: Food, Shelter, Smarthphone” emerge infatti con chiarezza che le nuove tecnologie della comunicazione, con tanto di mappe, itinerari e consigli utili via social networks, consentono a migliaia di esuli in marcia dai Balcani verso l’Europa, di “autonomizzarsi” dalla tirannia dei trafficanti. Che, per non finire fuori mercato si vedono costretti, ogni giorno di più, ad abbassare i prezzi pretesi per i loro infami servizi.

Per capire meglio il significato di tanta novità  basta  leggere  la testimonianza di uno che di immigrazione se ne intende e molto. Mohamed Haj Ali, rifugiato siriano  da anni impegnato a Belgrado nell’assistenza di compatrioti in fuga tramite l’Adventist Development and Relief Agency, intervistato dal quotidiano americano, spiega che “oggi non è più come ieri quando gran parte degli immigrati in transito nella Serbia erano costretti a versare la loro decima ai trafficanti. Per la semplice ragione che  attualmente coloro che  arrivano a destinazione, grazie ai social, sono in grado di dare le giuste dritte a quelli ancora nelle retrovie. Fornendo loro le precise coordinate GPS  degli itinerari più sicuri  e meno controllati memorizzati con i loro smartphone. In base ai miei calcoli, al momento, i prezzi imposti dai trafficanti sono calati di una buona metà”. Riflettete gente, riflettete!

L’Europa rischia più con l’immigrazione che con la Grecia

Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Come l’Europa che mentre sulla Grecia continua, da mesi, ad inanellare incontri e vertici ai massimi livelli, sull’immigrazione, invece, ieri ha pensato bene, ancora una volta, di rinviare ogni decisione a tempi migliori. Un errore grave che rischia di essere capitale. Per il semplice motivo che il caso della prima, per quanto difficile, rappresenta per il futuro prossimo venturo dell’Unione un problema assai meno grave di quello posto dalla seconda. Per più ragioni.

La prima è che mentre il caso greco riguarda l’Europa del passato, quello dell’immigrazione è destinato a condizionare, nel bene o nel male, lo scenario politico, sociale e culturale europeo dei prossimi decenni. D’altra parte è sempre più diffusa la convinzione che imporre alla Grecia di restare a tutti i costi nel club bruxellese non rappresenti per l’Europa l’ante murale più efficace contro le spinte centripete ed anti unioniste che spuntano al suo interno ormai  come funghi. Replicando lo stesso errore del passato quando ha fatto finta di non sentire o capire i “no” ai trattati europei dei referendum francese ed olandese del 2005 e, successivamente, di quello irlandese nel 2007.

La seconda e più seria ragione è figlia di una sorta di strabismo politico-culturale. Che sembra impedire all'Europa di agire sulla base di una realistica, aggiornata percezione delle dimensioni qualitative e quantitative dei problemi. Al punto di dannarsi l’anima per un paese che, con tutto il rispetto, rappresenta meno dell’1,7% del prodotto lordo del continente e di fronte all'immane tsunami dell’immigrazione convincersi che decidendo di non decidere prima o poi passano anche i guai.

Immigrazione e corruzione

Per una nazione l’immigrazione funziona come una cartina di tornasole. Perché ne rafforza le virtù oppure, come nel caso dell’Italia, ne aggrava i vizi. Come, purtroppo, conferma l’ondata di arresti scattata ieri a Roma di tanti funzionari corrotti preposti alla sua gestione. Una verità, nel nostro caso, resa ancor più grave dall'inquietante, perverso legame tra immigrazione e corruzione tipico dei paesi più arretrati e corrotti del Terzo Mondo. Che, non a caso, sono anche quelli da cui, chi può, cerca di fuggire. E dove nessuno si sogna di andare a vivere.

Tutte le ricerche internazionali erano, almeno fino a ieri, concordi sull'esistenza di un rapporto di causa ed effetto tra elevata corruzione ed alta emigrazione e, all'opposto, tra forte immigrazione e bassa corruzione.

Source: Migration Policy Institute

Una regola che, però, da noi non sembra funzionare. Perché? Per la semplice ragione che nel nostro paese, a differenza di tutte le altre grandi democrazie industriali, l’immigrazione è stata vissuta come una emergenza continua e governata con una sanatoria dopo l’altra. Con l’annesso corollario, ben sfruttato dai più rapaci, di interventi finanziati in deroga e in nome dell’urgenza. Un circolo vizioso di sistema che spiega la facilità con cui la politica si è piegata alla trasversalità “senza colore” del sottogoverno criminale.

Dati bomba dall’Immigration americana

Con l’immigrazione può avverarsi anche l’inimmaginabile. Gli USA, ad esempio, spulciando le liste degli ingressi degli ultimi anni hanno appena scoperto che sul loro territorio ormai arrivano più immigrati dalla Cina e dall’India che dal Messico.

Una novità da sempre considerata non solo impossibile ma, appunto, neppure immaginabile. Visto che fino a meno di 10 anni fa l’armata dei latinos che annualmente superavano il Rio Grande per lavorare e vivere nel ricco Norte dei gringos superava di 6 volte quella cinese ed indiana.

Per capire cos’è accaduto e, soprattutto, com’è avvenuto bisogna, per prima cosa, risalire al 2013, l’anno del “grande sorpasso”. Quando per la prima volta dopo quasi mezzo secolo nella classifica annuale stilata dall’Immigration americana i messicani (125 mila) sono stati scalzati dal primo al terzo posto alle spalle dei cinesi (147mila) e degli indiani (129mila). Due minoranze che, detto per inciso, sono anche le più numerose tra gli studenti stranieri presenti nei campus americani.

Recent Mexican, Chinese, and Indian Immigrant Populations (with Residence Abroad One Year Ago), 2000-13



Source: Migration Policy Institute


Dati che parlano da soli ma che, però, non dicono tutto. In particolare su un punto chiave della questione. Infatti più che l’aumento degli arrivi dal lontano Oriente l’elemento determinante è stato soprattutto il crollo di quelli dalla vicina frontiera messicana. Basti ricordare che oggi, rispetto al 2005, mentre cinesi ed indiani sono, rispettivamente, triplicati e raddoppiati, i messicani sono più che dimezzati (-66%). Questi i fatti. Che insieme a molte concause ( controlli dei federali americani più severi ai confini e calo delle nascite in Messico) trovano la loro principale spiegazione nel fatto che l’economia statunitense oggi, a differenza di un tempo, ha più bisogno di cervelli che di braccia straniere. Le uniche che, fino a ieri, il Messico era in grado di offrire su larga scala.

Una politica comune dell’immigrazione non ha bisogno di quote

Sull'immigrazione l'Europa ha forse deciso di fare marcia indietro? Domanda legittima visto che al primo, ma scontato no alla redistribuzione degli immigrati  di Londra, Dublino e Copenaghen, nelle ultime 24 ore si è aggiunto quello ancor più inquietante di Parigi e Madrid. Che, almeno cosi' sembrava, erano state con Roma e Berlino i veri sponsor del piano europeo dell'immigrazione  annunciato a Bruxelles in pompa magna dalla Commissione  la scorsa settimana.

Capitolo chiuso dunque? Forse non è cosi'. Per la semplice ragione che la secessione franco-spagnola  potrebbe essere non una frenata  ma, paradossalmente, una due diligence, un compito obbligato per la politica europea dell'immigrazione. Il no alle quote di immigrati imposte dall'alto, infatti,  se letto con attenzione, non è solo frutto di meschini calcoli nazionalistici. Ma il segnale, indiretto quanto inconsapevole, che per la gestione dell'immigrazione non è quella la strada da seguire.

Un meccanismo “a riparto” non solo farraginoso ma doppiamente negativo. Perché fissa dei numeri che la velocità del fenomeno ignora alla grande. Ma, soprattutto, perché impaurisce la pubblica opinione con l'annuncio di arrivi di cui essa fatica a comprendere necessità ed utilità. E se tutto cio' non bastasse chi puo' realisticamente pensare che un richiedente asilo con le carte in regola sarebbe disposto, se non per finta, di essere spedito a Varsavia, in base agli astrusi algoritmi inventati dagli uffici bruxellesi di Rue de la Loi, quando i membri della sua famiglia o della diaspora nazionale lo attendono a Stoccarda o a Stoccolma?

In una materia difficile ed esplosiva come l'immigrazione la solidarietà non si annuncia, si pratica.  Ancorandola a due principi guida. Il primo: mettere in campo tutti i mezzi economici e tecnologici per proteggere, salvare e dare un tetto a profughi, perseguitati e sfollati di guerra. Rimpatriando, però, chi si mimetizza tra loro senza avere le carte in regola. Cosa che oggi non avviene. Il secondo: accertato il diritto all'asilo lasciare a questi “immigrati del secondo tipo” la libertà di muoversi liberamente per lavorare e vivere  dove li porta il cuore.

Sugli immigrati UE e Italia rischiano: ecco perché

Sull'immigrazione l’Europa, e con essa l’Italia, rischiano grosso. Se continuano a far finta di non vedere e capire che ad alimentare le spietate, insaziabili fauci del Mediterraneo più degli scafisti è la mancanza di una strategia di intervento e di contrasto adeguata alla novità della situazione. Capace di prendere atto che non funziona più il “doppio compromesso”, istituzionale ed informale, che ha consentito ad entrambe, fino ad oggi,  di tirare a campare sperando che passasse a’ nuttata.

Basato, quello istituzionale, sul regolamento di Dublino (2003) che impone al primo paese in cui i nuovi arrivati poggiano piede di stabilire se sono veri o finti rifugiati e, di conseguenza, se accettare o respingere la loro domanda d’asilo. Un principio in astratto ragionevole, se gli arrivi fossero omogeneamente distribuiti su tutte le frontiere continentali. Ma che oggi scarica solo sulle nazioni del fronte Sud, in primis la nostra, un compito che di comune ha ormai poco o niente.

E poiché, come si dice, il bisogno aguzza l’ingegno si è pensato bene di fare fronte alle difficoltà con souplesse  consentendo a molti, una volta arrivati, di prendere il treno lasciandosi le Alpi alle spalle. Una ipocrisia grande ma assai comoda.  Visto che ciascun paese oltre  a tener ben stretta la sua competenza nazionale sull’immigrazione poteva, agli occhi della propria opinione pubblica, additare il lassismo amministrativo altrui quale responsabile dell’arrivo sul suolo patrio di tanti nuovi stranieri.

Una situazione di divisione e di scollamento che i trafficanti possono sfruttare alla grande avendo dalla loro un’immensa domanda di gente che vuole fuggire ma che non sa né può farlo legalmente. In politica, tanto più quando riguarda una materia esplosiva come l’immigrazione, si sa che l’ottimo spesso è nemico del bene. Poiché è difficile fare tutto e subito perché non pensare ad un nuovo vero grande compromesso che imponga agli stati, almeno per quanto riguarda l’asilo, di procedere ad una rapida comunitarizzazione delle strutture di accoglienza e di selezione delle domande di chi arriva. Che, sbarcando, non troverà più davanti a se il maresciallo dei carabinieri italiano e della Guardia Civil spagnola ma funzionari europei delegati dall’UE di dire si’ o no e dove andare.

Fatto questo tutto il resto poi verrà. In fondo fu proprio con un atto simile che nel 1875 nacque la moderna politica dell’immigrazione americana che conferi’ a Washington le competenze sugli ingressi degli stranieri fino ad allora gelosamente, e disastrosamente amministrate dai singoli governi statali. Perché l’Italia non pensa di giocare d’anticipo e, anziché battere i pugni come qualcuno ha suggerito al nostro Primo Ministro, non dichiara pubblicamente ed ufficialmente di essere pronta a seguire questa strada confermando non a parole ma con i fatti che l’europeismo si difende osando ed innovando?

Temono i populisti, ma non li prendono sul serio

Perché, nonostante l’esito delle elezioni europee e di quelle più recenti in Germania e Svezia, l’establishment politico del Vecchio Continente strilla e strepita contro il populismo invece di prenderlo sul serio? Domanda sacrosanta visto che a fronte dei tanti segnali di avvertimento, la risposta delle nostre cancellerie è stata, più o meno, sempre la stessa. Fare finta di niente sperando che passi a’nuttata. Nella convinzione che l’ondata populista, figlia dell’attuale, prolungata Grande Recessione, perderà propulsione e consensi con la ripresa dell’economia. Ma le cose stanno veramente cosi? Non proprio. Per almeno due ragioni. Partiamo dalla prima.

In un argomentato articolo pubblicato sull’ultimo numero di Foreign Affairs con il titolo "Pitchfork Politics" (la Politica dei Forconi), Yascha Mounk spiega perché la “tesi economicista” del populismo abbracciata dall’establishment politico sia non solo riduttiva ma sbagliata: “in ragione del fatto che sottovaluta l’importanza dei cambiamenti elettorali. L’onda populista più che della crisi è figlia di un complesso di sfide che hanno ridotto la capacità dei governi democratici di rispondere alle esigenze dei cittadini. Problemi che non si risolveranno certo nel giro di qualche anno”.

Verità confermata dai risultati delle tornate elettorali a Stoccolma e nei Länder tedeschi della Turingia e Brandeburgo. In entrambi i casi, infatti, pur trattandosi di realtà geografiche dove la crisi si vede col binocolo, i partiti populisti hanno toccato livelli di consenso impensabili fino a pochissimo tempo fa. Ma c’è una seconda ragione di natura squisitamente politica che consiglierebbe di prendere il populismo sul serio. Visto che sembra in grado di mettere in discussione il monopolio politico sull’elettorato di centro destra detenuto, quasi ininterrottamente dalla fine della seconda guerra mondiale, dai grandi partiti conservatori continentali.

Basta guardare, ad esempio, a quello che accade in Francia, dove gli ex gaullisti dell’UMP rischiano di essere elettoralmente fagocitati dal neo populismo blu-marine della Le Pen. O in Inghilterra, visto che lì, in caso di elezioni anticipate, l’UKIP di Nigel Farage, togliendo voti da destra, costringerà i Tory di Cameron a lasciare il governo. Identica situazione nel paese delle renne dove gli svedesi democratici del giovane populista Jimmie Akesson, agguantato un clamoroso share elettorale vicino al 13%, hanno costretto alle dimissioni il primo ministro conservatore di Fredrik Reinfeldt. Per ultima la Germania. Dove il 12,2% incassato da Alternative für Deutschland, ha prodotto, per la prima volta nella storia, uno smottamento politicamente significativo a destra del partito di Frau Merkel & C.

Combattere il crimine è una cosa, i clandestini un’altra

Ma è proprio vero che una severa applicazione delle norme sull’immigrazione, e l’espulsione in massa di quella clandestina, consente di ridurre il tasso e la gravità dei reati di una nazione? No, secondo una indagine di Thomas J. Miles e Adam B. Cox della University of Chicago Law School che sarà pubblicata a novembre dal Journal of Law & Economics. Con un titolo che già dice tutto: “Does Immigration Enforcement Reduce Crime?”. Che farà molto discutere e riflettere.

Visto che smentisce l’inveterato, ma non confermato luogo comune secondo cui esiste un automatico rapporto di causa ed effetto tra l’aumento della presenza degli stranieri e quello dei reati perpetrati nel paese che li accoglie. Conclusione alla quale Miles e Cox sono giunti dopo un certosino lavoro di prima mano sui documenti archiviati dalle autorità della sicurezza statunitense. Dimostrando, dati alla mano, che tra il 2008 e il 2013, nonostante la messa in atto di un gigantesco giro di vite, con l’arresto e l’espulsione di 500mila immigrati per lo più non in regola con i documenti, il tasso della violenza criminale nel paese a stelle e strisce è restato sostanzialmente invariato. Così come il numero dei reati più odiosi e violenti, inseriti nell’annuale rapporto FBI Crime Rate:omicidi, stupri,rapine a mano armata etc.

Una constatazione, che per molti avrà forse il sapore del paradosso, che Miles e Fox spiegano in maniera assai convincente. Segnalando il colossale abbaglio di impostazione alla base del faraonico e super tecnologico programma Secure Community varato nel 2008 da George W. Bush e proseguito poi da Barack Obama. Che, con l’obbiettivo di erigere una più solida ed efficace cintura di sicurezza a protezione degli impauriti cittadini americani, ha delegato all’Immigration, snaturandola, compiti di ordine pubblico. Sovrapponendo e confondendo il controllo e la selezione degli ingressi con la lotta al crimine.

In particolare rendendo obbligatoria, con norma federale, la trasmissione al centro archivi dell’Homeland Security Department delle informazioni sullo status giuridico degli stranieri incappati nei controlli di polizia anche negli angoli più remoti dell’immenso continente nord americano. Ed il conseguente arresto di molti di loro. Non perché responsabili di reato ma in quanto clandestini o irregolari. Con il risultato di riempire, in misura sproporzionata, gli istituti penitenziari, di ogni livello e grado, di stranieri ma non di gangster.

Sull’immigrazione Renzi rischia il passo più lungo della gamba

Ha il sapore della propaganda l’impegno preso ieri a Milano da Matteo Renzi di abolire la Bossi-Fini sull’immigrazione e, contemporaneamente, di introdurre lo jus soli come nuova regola per l’acquisizione della cittadinanza in Italia. Per almeno due motivi.

Partiamo dal primo. La Bossi-Fini, come qualsiasi altra legge, non si abolisce. Se mai si cambia. Ma con tempi, modi e procedure che sono tutt’altra cosa dal puro e semplice tratto di penna promesso dal sindaco di Firenze. In Italia, si sa, fare una legge non è la cosa più semplice e rapida del mondo. Tanto più nel caso in questione. Vista l’esplosività del tema (l’immigrazione) e l’elenco infinito di provvedimenti su cui il Parlamento, nei pochi mesi restanti della legislatura, è chiamato a pronunciarsi. Il risultato? Illudere i militanti e deludere i cittadini. I primi, infatti, saranno presto obbligati a prendere atto che si metterà fine alla Bossi-Fini solo introducendo una nuova normativa. Ad oggi tutta da pensare e che, soprattutto, andrà contrattata con la ringhiosa opposizione di tanti avversari. I secondi, a loro volta, costretti a riconoscere che in Italia sull’immigrazione continua, come nel passato,  il cattivo costume di preferire i  proclami alla paziente, argomentata ricerca di soluzioni condivise.

Il  secondo motivo, più serio, è cultural-politico. Nella proposta di Renzi torna a fare capolino una confusione che per la sinistra, in passato,  si è spesso trasformata in una trappola. Nonostante un’apparente, superficiale contiguità, immigrazione e cittadinanza sono infatti materie diverse che richiedono di essere discusse ed affrontate separatamente. Visto che le norme sull’immigrazione stabiliscono come, quando e perché uno straniero può entrare sul territorio di un paese ma non chi ne è cittadino.

Immigrare in Italia è una cosa, esserne cittadini un’altra. Una verità purtroppo ignorata e che spiega, forse, il perché di un’imprudenza grave per un politico accorto e navigato quale sin’ora aveva dato mostra di essere il nuovo leader PD. Al quale qualcuno avrebbe forse dovuto consigliare che, visto il nervosismo del Paese in tema di immigrazione, per la riforma, necessaria, delle norme sulla cittadinanza anziché l’introduzione del minaccioso e per molti incomprensibile jus soli, bastava banalmente correggere la Legge del 1992. Abbassando dagli attuali 10 a 3 o 5  gli anni di permanenza degli immigrati sul nostro territorio per ottenere la naturalizzazione. Loro ed i loro figli.