Trovato l’antenato di Trump

Prima domanda: Donald Trump è un demagogo? Seconda domanda: chi è il demagogo e, soprattutto, dove e quando è nato? Per un verdetto se non definitivo almeno realistico su Trump serve, oltre alla prudenza, la pazienza. E aspettare il prossimo 18 luglio quando si riunirà a Cleveland (Ohio) la Convention del partito repubblicano. Per vedere, innanzitutto, se l’esuberante magnate newyorkese riuscirà a ottenere il quorum di delegati necessario per l’agognata nomination alle elezioni presidenziali USA. Ma, soprattutto, per capire con quale programma spera di convincere il non piccolo esercito di elettori americani che lo detesta a consegnargli, con il voto, le chiavi della Casa Bianca.

In attesa di trovare una risposta alla prima domanda è utile e più divertente passare alla seconda. Che riguarda l’origine e la vicenda di quando il demagogo fece il suo ingresso nel lessico politico moderno. Secondo gli storici i natali del demagogo, dal greco démos (popolo) e gougu (capo), risalgono agli anni ’20 del V sec. avanti Cristo. Quando, in una Atene stremata ed angosciata da lunghi, inconcludenti anni di conflitto contro Sparta, sua agguerritissima rivale, salì alla ribalta Cleone. Uno sconosciuto mercante di pellami dotato, però, di grandissime doti di imbonitore. Che, sbarazzatosi con facilità delle vecchie cariatidi politiche cittadine, con roventi arringhe (aggressive e volgari secondo Aristotele), cercò di convincere gli ateniesi a nominarlo Comandante Supremo. Con la promessa di liquidare in quattro e quattr’otto l’irrisolto contenzioso con Sparta e di riportare la città ai fasti del tempo andato. 

Ma quando l’opinione pubblica sembrava ormai sul punto di cedere alle sue lusinghe, Aristofane, uno dei più grandi, se non il più grande autore della satira teatrale di tutti i tempi, decise di sbarrargli il passo e di aprire gli occhi agli ateniesi sul pericolo cui andavano incontro. Mettendo in scena  I Cavalieri. Dove Cleone (nei panni di Paphlagone) circuisce un vecchio mezzo rimbambito di nome Démos (il popolo, appunto!) fino a impossessarsi persino della sua casa. Salvo trovarsi, inaspettatamente, a fare i conti con la resistenza di due servi del vecchio Démos. Che per difendere il padrone dalla circonvenzione di Cleone, messi gli occhi su Agoracrito, un venditore ambulante senza scrupoli di salsicce, ne eccitano le misere ambizioni convincendolo a scendere in politica. Per contrastare e battere Paphlagone (Cleone) usando, però, i suoi stessi subdoli metodi di corrompimento della pubblica opinione. Come?  Semplicemente sussurandogli all’orecchio che, un demagogo, per vincere, non ha bisogno di essere educato né tanto meno onesto. A buon intenditor poche parole.

L’islamizzazione dell’Europa è una balla

L’ineluttabile, prossima islamizzazione religiosa dell’Europa è una balla grande quanto una casa. Non meno dei numeri e delle statistiche con cui è stata costruita.  Come dimostrano, ad esempio, le recenti “profezie matematiche” dello studioso londinese Eric Kaufman. Secondo cui, da qui al 2050, la progressione dei seguaci di Maometto sul “mercato religioso” del Vecchio Continente supererà il 20%. In base a due semplici quanto discutibili proiezioni. La prima relativa agli elevati tassi di natalità delle famiglie musulmane. La seconda al crescente ateismo degli europei che consentirà al loro credo di occupare, senza colpo ferire, spazi sempre maggiori.

Un vaticinio trasformato in vessillo da molti convinti che gli immigrati dell’Islam, oltre al diritto ad un tenore di vita migliore, hanno anche quello di difendere, e perché no?, di diffondere il proprio credo religioso. Usato, invece, come una utilissima arma contundente dalle destre che sfruttano l’islamizzazione prossima ventura del Continente per aumentare, con l’ansia collettiva, le schiere dei propri sostenitori.

Ma siccome il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, grazie alla documentatissima ricerca di Simon Cottee: “The Apostates: When Muslims leave Islam” scopriamo che le cose non stanno affatto come vengono raccontate. Per la semplice ragione che anche tra i musulmani, nonostante rischi e pericoli elevatissimi, la laicizzazione avanza a ritmi non dissimili da quelli della società in cui vivono, studiano o lavorano. Perché i giovani di seconda o terza generazione , alla faccia di divieti e fatwe, adorano come tutti i loro coetanei leggere materiali online o frequentare YouTube e discoteche. E, soprattutto, le ragazze non sopportano, con i matrimoni combinati, di finire sottomesse a vita come le loro madri.

Un dato per tutti. Negli Usa è stato accertato che ben il 32% di coloro nati e cresciuti in terra d’America hanno abbandonato l’Islam dei loro genitori.

Per i rifugiati meglio una social card che il latte in polvere

E se ai milioni di rifugiati di guerra anziché continuare a distribuire latte in polvere, coperte e pannolini dessimo carte di credito prepagate con un fisso mensile da spendere come vogliono? Questa proposta, solo all’apparenza strampalata, lanciata alcuni giorni fa da Laura Securin Palet sul nuovo quotidiano americano OZY, ha molte e robuste ragioni dalla sua. Per almeno due motivi.

Il primo, indiscutibile, è che i diretti interessati sanno, meglio delle burocrazie delle agenzie preposte al loro aiuto, ciò di cui hanno più bisogno.

Il secondo, non meno importante, è che la distribuzione, per loro gratuita di beni e alimenti, procura serie difficoltà, e molta inimicizia, tra i produttori, non certo ricchi, di molti Paesi del Medio Oriente e dell’Africa in cui sono, in maggioranza, stanziati. Che, invece, trarrebbero sicuro giovamento per le loro attività dalla robusta messa in circolazione di contante fresco da parte di tanti e numerosi consumatori “nuovi arrivati”. Senza dimenticare che gli effetti economici perversi prodotti dall'eventuale, possibile uso improprio di questi voucher non sarebbero peggiori di quelli del mercato nero nel quale attualmente vengono scambiati molti prodotti distribuiti come aiuti.

Tanto è vero che, soppesati i pro ed i contro, il World Food Programme  ha da poco deciso, in via sperimentale, di sospendere la distribuzione gratuita di aiuti sostituendola con il conferimento alle famiglie dei quasi due milioni di profughi accampati in Libano e Giordania di assegni mensili per la spesa di $40. Una soluzione più dignitosa che tendere la mano, e un primo passo verso il  “Changing the Paradigm in Protracted Refugee Situations” proposto nel 2015 dallo studioso del Migration Policy Institute Alexander Aleinikoff.

Il discutibile viaggio a Lesbo di Papa Francesco

Il viaggio di Papa Francesco a Lesbo se non un errore è, a nostro modestissimo parere, molto discutibile. Lo diciamo con dispiacere nel cuore e nell’animo, perché riteniamo che l’opera dell’attuale Pontefice sia stata sin’ora non solo illuminata ma di  grande, coraggiosissima saggezza.

Non è vero, infatti, come in molti hanno tentato di giustificare, che il Suo viaggio nell’isola greca è solo una replica di quello fatto a Lampedusa, nel 2013, per confortare gli immigrati scampati e pregare per quelli inghiottiti da quella maledetta lingua del Mediterraneo.

In primo luogo perché da allora ad oggi la situazione dell’immigrazione, come tutti sanno, è totalmente cambiata. In peggio. Ma, soprattutto, perché Lesbo è stata elevata, anche simbolicamente, a quartier generale da parte di quel variegato quanto potente schieramento che, per ragioni e fini spesso tra loro contrastanti, vedrebbe di buon occhio il fallimento dell’accordo sui rimpatri - debolissimo e pieno di buchi quanto si vuole- raggiunto tra Turchia e UE. Un’intesa, irta di complicatissime procedure ed enormi costi umani ed economici, ma che comunque, dopo mesi e mesi di bailamme generale ha rappresentato, forse, il primo punto fermo ed il primo straccio di iniziativa politica collegiale  sui rifugiati della Commissione e dei Governi europei.

Il Papa ha il dovere di essere a fianco di chi soffre. Come i rifugiati, più deboli dei deboli. Ma se Lesbo “saltasse” siamo proprio sicuri che la loro sorte ne guadagnerebbe? Un dubbio che nasce dalla convinzione che l’ottimo è, spesso e volentieri, nemico del bene. Ma soprattutto da un insegnamento di Gesù, che non vorremmo apparisse irriverente ricordare quando c’è di mezzo Francesco, che ai provocatori farisei mandati per “incastrarlo” chiedendogli se era giusto pagare le tasse ai Romani rispose secco: “date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio” (Matteo, 20,25).

La sirena Trump incanta l’operaio americano

Nell’elettorato Usa è in atto una mezza rivoluzione. Di cui Donald Trump è la rumorosa e più esplosiva cartina di tornasole. L’incerta, brutale battaglia per la nomina, nel 2017, del successore alla Casa Bianca di Barak Obama, sta infatti segnalando un profondo cambiamento nell’umore e nei favori politici di due decisivi settori della società americana.

Quello degli operai e degli  impiegati del gigantesco, anche se non più imbattibile come un tempo, settore dell’industria manifatturiera , e dei dipendenti pubblici. Che impauriti dalla crisi economica e dall’inarrestabile globalizzazione dell’economia planetaria sembra abbiano deciso di passare in massa, per la prima volta dal Secondo Dopoguerra, dalle fila democratiche a quelle repubblicane. Un trend, confermato da ultimo, dall’inequivocabile successo ottenuto dal miliardario ultrà newyorkese in uno stato “operaio” e di indiscussa, storica lealtà democratica quale era sempre stato  il Michigan.

E, all’opposto, anche se molti sembrano ancora non aver colto tutte le implicazioni di questa novità, l’abbandono dei repubblicani da parte degli immigrati e, in generale, delle minoranze etniche. Che per decenni avevano costituito non solo un vero e proprio antemurale politico-ideologico ed elettorale per la destra americana. Ma anche una sorta di balance sociale  della storica costituency pro-democratici rappresentata dalle potentissime unions  sindacali e dalla comunità nera. E che le cose stiano cosi’ lo dimostra, tra gli altri, il fatto che la Clinton, per ottenere i voti di chi si guadagna la giornata lavorando, più che sulla vecchia alleanza con i blue collars  abbia deciso di giocare, se non tutte, molte delle sue chance sui nuovi arrivati latinos. Insomma una sorta di doppio movimento: con  l’operaio che da sinistra va a destra e l’immigrato, all’opposto, da destra a sinistra.

Sui profughi l’Europa alla verità preferisce tre storie

Sull’immigrazione l’Europa rischia la fine. Perché? Molti rispondono additando l’alto numero dei profughi in arrivo. Dimenticando, però, che entro il 2017, anche in base alle più pessimistiche proiezioni statistiche, essi non supererebbero lo 0,7/0,8% del totale della popolazione del Vecchio Continente.

Altri, invece, accusando l’egoismo e la chiusura dei nuovi partner dell’Est ex comunista con in testa l’Ungheria dell’ultra nazionalista  Orban. Una verità seria ma anche questa parziale. Visto che a chiudere i confini non ci hanno pensato su due volte, e prima di altri, paesi con ben altra storia come la Svezia e la Danimarca. E che l’Austria è addirittura arrivata, la scorsa settimana, a convocare un “suo” vertice sulla gestione degli ingressi alle frontiere invitando, tra gli altri, ben 5 paesi che non fanno parte né dell’Unione né dello spazio Schengen. Un atto politico senza precedenti. Che taluni hanno paragonato ad un condominio che per risolvere le questioni interne invita alla sua assemblea quelli del portone accanto.

Infine la mancanza di leadership. Problema serissimo ma che non spiega tutto. Visto che mentre dalla prima strage di immigrati a largo di Lampedusa  nell’ottobre 2013 ad oggi si è promesso molto e fatto nulla, all’ultimo Vertice europeo è bastata una notte per trovare un’intesa sulle modifiche ad importanti norme comunitarie chieste da Cameron per non uscire dall’Unione.

Allora, se non è qui il perché dov’è? Nell’impalcatura originaria e fondativa  dell’Europa. Che oltre ad escludere l’immigrazione dal proprio futuro e puntare al controllo comune dei confini interni, ma non di quelli esterni, ha imposto ai singoli governi di cedere sovranità (economica) ma non legittimità (politica). Che, com’è noto, si ferma alla frontiera e dipende dal voto dei propri cittadini. Più chiaro di così.

Il sindaco sceriffo e il medico paziente

Sono in molti a ritenere che siano solo due le cause del successo o dell’insuccesso delle politiche di integrazione degli immigrati: la chiusura culturale di chi accoglie o, all’opposto, l’irragionevolezza delle richieste dei nuovi arrivati. Un’alternativa falsa e priva di scampo perché ignora che in questa, come in tante altre complicate questioni dell’agire sociale, molto se non tutto dipende da quella piccola cosa che si chiama buon senso.

Prendiamo, ad esempio, l’ultimo ma assai emblematico caso di Charlon-sur-Saone. Ricca cittadina di provincia della Borgogna francese assurta agli onori della cronaca nazionale per gli esiti diametralmente opposti prodotti dalle  strategie adottate nei confronti della popolazione immigrata dalla giunta comunale e dalla direzione del locale ospedale. Il perché è presto detto.

La  prima, in nome di una rigida, astratta applicazione del principio della laicità previsto dalla legislazione transalpina, poche settimana fa ha votato la cancellazione dai menu scolastici dei pasti con cibi alternativi a quelli a base di  maiale. Innescando conflitti e gravi tensioni pagate, tra l’altro e senza colpa, dai piccoli immigrati figli di famiglie musulmane.

La seconda, invece, in base al principio semplice quanto saggio “de ne pas faire figurer comme un problème c’est qui n’en est pas un” ha scelto, a condizione che la disponibilità di personale lo consentisse e non ne risentisse il buon funzionamento del nosocomio, di accogliere, ad esempio, le richieste “particolari” delle degenti immigrate del reparto di ostetricia e di speciali procedure funerarie per i pazienti di fede musulmana deceduti. Dimostrando che con un pizzico di intelligenza e, soprattutto di buon senso, l’integrazione ragionevole tra chi c’è e chi arriva non è una chimera ma un obbiettivo a portata di mano.

Sull’immigrazione Donald Trump rischia l’osso del collo

E se per Donald Trump la lotta all'immigrazione anziché essere il pass per la Casa Bianca fosse una buccia di banana? Un quesito che agli occhi di molti può apparire oggi fuori luogo se non addirittura infondato. Visto il vento in poppa che sembra accompagnarlo sia nei sondaggi che nei duelli televisivi ed elettorali con i rivali-concorrenti del suo partito. Ma siccome non è tutt'oro quel che luce riteniamo il nostro dubbio non solo legittimo ma fondato. Per due ragioni.

La prima: la retorica anti immigrati può certo galvanizzare gli elettori bianchi, compresi molti di antica fede democratica. Ma non cambiare il piccolo dato di fatto che essi sono da tempo, e irreversibilmente, una minoranza rispetto alle “minoranze” così poco amate da Mr. Trump. Che, come già capitato alle ultime elezioni presidenziali al suo compagno di partito Romney, continuando ad inimicarsi latinos e musulmani rischia di finire in minoranza nella maggioranza degli stati del paese.

La seconda: è paradossale ma il big business yankee, asse portante del moderatismo repubblicano, non può né vuole fare a meno delle capaci e assai disponibili forze del lavoro immigrato. Al punto che, secondo un recente e ben informato articolo pubblicato dal Financial Times, l'86% di 1.358 grandi o grandissime imprese edilizie intervistate avrebbe denunciato una forte carenza di manodopera propria a causa del forte rallentamento degli ingressi alle frontiere. In particolare da quella messicana. “Il nostro problema”, questo il succo delle lamentele di molti imprenditori, quasi tutti di fede repubblicana, “non è che gli immigrati sono troppi, ma che sono troppo pochi”. Insomma per il mondo degli affari Trump è libero di fare tutte le sparate che vuole ma non di bloccare l'immigrazione, utile più del pane.

Tanto è vero che nei salotti buoni del Texas, tra un whisky e l'altro, gira da tempo questa battuta: “se Trump vuole chiudere la frontiera del Messico con un muro la tenga almeno aperta per fare entrare gli immigrati necessari a costruirlo”. Quello che non sappiamo è se a Donald siano o meno fischiate le orecchie.

L’Arizona licenzia lo sceriffo Arpajo e apre ai messicani

Quando c’è di mezzo l’immigrazione mai dire mai. Un consiglio dettato non tanto dalla prudenza quanto dalle mille sorprese che questo complesso fenomeno è capace di produrre quasi a getto continuo.

Come quella clamorosa registrata da ultimo nello stato americano dell’Arizona. Che pur di rimettere in sesto la sua malandata economia ha ritenuto più conveniente dismettere i panni del  crociato anti immigrati e farsi paladino dell’ingresso facile (ma a pagamento) degli stranieri. Un dietro front tanto più significativo perché impartito da un Governatore anch’esso repubblicano come il predecessore Jan Brewer. Che nel 2010, invece, varando il famigerato Act SB 1070 non solo aveva messo in discussione la prerogativa assoluta del Presidente e delle autorità federali sulle norme dell’immigrazione. Ma, cosa da sempre vietata negli USA, autorizzato la polizia dello stato, e sceriffi non proprio cortesi come Joe Arpajo, di fermare e controllare l’identità di tutti i latinos sospetti clandestini.

Con la grande crisi economica e lo scoppio della bolla edilizia, che hanno cambiato le cose da così a così, anche l’Arizona ha fatto di necessità virtù. Soprattutto quando ha scoperto che molti dei suoi vicini meridionali non solo sono ricchi ma hanno anche molta voglia di spendere. Di qui l’idea di concedere ai messicani, per la modica cifra di $160, dei BCC (border-crossing card). Validi 30 anni e che consentono ai detentori soggiorni anche ripetuti ma non superiori a 30 giorni, e di utilizzare come e dove vogliono il loro denaro. Il risultato per l’Arizona? 24 milioni di turisti messicani ed un giro di affari di circa $ 2,7 miliardi l’anno. E i documenti? Roba del passato.

Contro il finto rifugiato jihadista copiamo gli USA

Se non mette ordine alle frontiere con una efficace ma ferrea disciplina del disordinato afflusso di profughi e richiedenti asilo, l’Europa rischia di perdere non la guerra con l’Isis ma la sua pubblica opinione. Ogni giorno più preoccupata ed impaurita e che ha bisogno, per non cedere alla facile quanto velenosa campagna populista basata sull’equazione terrorista = musulmano = rifugiato = arabo, di essere certa che ad entrare siano solo quelli con le carte in regola. Un’operazione difficile ma non impossibile. Che non richiede la costruzione di nuovi muri e l’innalzamento di ponti levatoi ma l’applicazione di procedure di selezione e di accertamento delle ragioni e dell’identità di quanti bussano per cercare rifugio e protezione. Esattamente l’opposto di quanto avvenuto negli ultimi mesi nei quali, forse per un mal posto senso di colpa, l’accoglienza è stata snaturata in una pura e semplice libera entrata per tutti.

Come fare?

Dare mandato ad una Autorità sovranazionale di predisporre nei vari paesi dell’Unione centri di raccolta, degni di questo nome sul modello di quelli USA. Dotati di personale specializzato in grado di verificare, secondo standard uniformi e trasparenti, la reale situazione dei singoli e autorizzato al rilascio dei visti di ingresso nell'area Schengen e, al contempo, all’esecuzione del rimpatrio dei falsi profughi. Una soluzione che farà forse storcere il naso a qualcuno ma che presenta il non piccolo pregio di chiudere, una volta per tutte, l’umiliante ed inconcludente tira e molla sulla ripartizione delle quota cui siamo stati obbligati ad assistere.