Sul maiale a scuola non copiamo l’Isis

L’integralismo laico è capace, talvolta, di raggiunge gli stessi livelli di perversa perfidia di quello religioso (leggi musulmano). Emblematico, al riguardo, il caso del sindaco, e con lui dell’intero consiglio comunale, di Chalon-sur-Saône, piccolo centro della provincia francese. Che hanno decretato di cancellare dalle mense scolastiche l’opzione dei pasti senza maiale.

Una decisione giustificata dal fatto che consentire ad alcuni allievi di rifiutare, per ragioni religiose, il suino a tavola rappresenta una “discriminazione” dei loro compagni. Che scalfisce uno dei valori cardine della laicité transalpina in base al quale è “bene e buono” che  nelle scuole si mangi tutti le stesse cose. Dimenticando, però, che imporre a dei bambini di scegliere se buttare giù il maiale o morire di fame o, come si dice dalle nostre parti,  tra la minestra o la finestra, più che scriteriato è uno stupido atto di perfidia.

Questa  vicenda, su cui a breve, dopo il ricorso presentato dai genitori di alcuni piccoli musulmani,  si esprimerà la magistratura, insegna almeno due cose. La prima riguarda i guasti, spesso irreparabili, che produce la perdita del buon senso. Soprattutto quando si maneggiano materie delicatissime ed esplosive per l’equilibrio e “la  pacifica coesistenza” sociali quali sono, appunto, il rispetto della diversità e la difesa dell’eguaglianza. La seconda è che l’integralismo e l’intolleranza,  religiosi o laici che siano, vanno evitati sempre e comunque come la peste.

Il neopopulista rosso che difende l’Europa e salva gli immigrati

Non è vero, grazie a Matteo Renzi,  che il populista (come viene definito con un pizzico di disprezzo chi non prende per oro colato tutte le decisioni di Bruxelles) è automaticamente nemico dell’Europa e, soprattutto, degli immigrati.

E’ questa, forse, la maggiore, ma fino ad oggi trascurata, innovazione politico-culturale alla base della catena di successi mietuti sul campo dal nostro giovane Primo Ministro. Che non solo, come dicono i giocatori del tressette, sparigliando le carte ha fatto cappotto dei suoi avversari di destra e di sinistra. In Italia come all’estero. Ma ha dimostrato che si può modernizzare  l’azione di governo senza ricorrere al vecchio vizio nazionale del trasformismo. Di cui, come sostengono velenosamente molti dei suoi nemici interni, sarebbe figlio il Partito della Nazione da lui propugnato.

Vale forse la pena rammentare loro che l’idea del partito piglia tutto (catch-all Party secondo la celebre definizione coniata nel 1966 dal grande politologo Otto Kirchheimer) oltre a non nascere oggi col trasformismo c’entra poco o nulla. Visto che fu adottata a metà del ‘900 dai grandi partiti di massa con l’obbiettivo di attrarre il massimo numero di elettori e, dunque, di trascendere gli interessi di gruppo al fine di conquistare la fiducia generale. Ma non basta. Non fosse altro perché è proprio grazie a questo modello di agire politico che vengono spuntate le armi ed erosa la rendita di posizione “critica” sfruttata in chiave anti europea ed anti immigrati da Marine Le Pen & Co. Tutto bene, dunque? Vedremo. Di sicuro nell’aria c’è qualcosa di nuovo.

Gli sceicchi del petrolio peggio dell’ungherese Orban

L’immigrazione accanto ai suoi molti, complicati aspetti presenta una dote particolare.  Quella di riuscire a fare emergere le nefandezze che alcuni paesi tentano accuratamente di tenere nascoste. Come quelle, poco note, di cui, in queste ultime drammatiche settimane, si sono, silenziosamente, macchiate le monarchie del Golfo.

Arabia Saudita, Qatar, Emirati e Kuwait, Bahrein nonostante le loro enormi ricchezze e la contiguità geografico religiosa hanno tenute ermeticamente chiuse le loro porte ai rifugiati della martoriata Siria. Con un comportamento che rischia di fare impallidire persino quello dell’ungherese Orban e del suo muro anti profughi.

Il no dei signori dei petrodollari, infatti, non ha neppure motivazioni ideologiche ma di calcolo economico. Per la semplice ragione che trovano assai più conveniente importare masse di immigrati dal lontano sud est asiatico che dai “paesi fratelli”. Per capire meglio come stanno le cose vale forse la pena ricordare che, rispetto alla popolazione nazionale, le percentuali di questi docili e poco costosi  immigrati sono, ad esempio, del 30 % in Arabia Saudita e del 90% negli Emirati, Qatar e Kuwait. Più chiaro di così.

Sull’immigrazione Renzi è pronto alla spallata

Presidente Renzi sull’immigrazione rompa gli indugi e sparigli le carte. Con il dovuto rispetto siamo infatti convinti che per riuscire se non a mettere fine almeno contenere la guerra dell’immigrazione in atto ai nostri confini “di terra e di mare”  non basta, come Lei propone,  sostituire le norme di Dublino con un nuovo sistema di regole comuni europee sull’asilo. Perché ci sono due questioni capitali che se non chiarite rischiano di annullare anche le migliori delle intenzioni.

Partiamo dalla prima provando a rispondere alla seguente domanda: si può fronteggiare l’attuale esodo senza modificare i principi ispiratori e le regole della Convezione di Ginevra del 1952  secondo cui profughi e rifugiati vanno, meglio,  andrebbero,  al massimo protetti ed assistiti ma solo  “temporaneamente”  e in attesa che, calmatesi le acque a casa loro, vi possono fare ritorno? La risposta è no. E poiché la natura e le dimensioni dei conflitti alla base della crisi umanitaria di cui essi sono figli sono tali da escludere, se non tra decenni, un loro dietro front,  ha senso, come oggi avviene, continuare ad impedire loro di cercare un lavoro e di integrarsi? Qualunque riforma europea dell’asilo è da qui che deve partire. Sveltire le procedure di concessione dell’asilo e consentire, a chi ne ha diritto,  di trovare, con le proprie  gambe, come sostenere sé e la propria famiglia.

Ed arriviamo alla seconda questione. Per fare breccia sulle egoistiche chiusure conservatrici di molti governi del Vecchio Continente e tranquillizzare la nostra pubblica opinione, oggi inquieta e impaurita, una politica europea dell’asilo così rinnovata impone un giro di vite inflessibile sui rimpatri dei falsi esuli e rifugiati. Che, a differenza di quanto oggi avviene,  vanno resi obbligatori anche in assenza di intese o accordi di riammissione con i paesi di origine.

Lo smartphone beffa i trafficanti di essere umani

I trafficanti di esseri umani cominciano a temere gli smartphone più che le forze dell’ordine. Una novità, al momento flebile quanto una piccola luce in fondo al tunnel che, però, potrebbe rapidamente trasformarsi in un’inaspettata quanto per loro devastante arma letale.

Da un’inchiesta pubblicata lo scorso 25 agosto  dal New York TimesA 21st-Century Migrant’s  Essentials: Food, Shelter, Smarthphone” emerge infatti con chiarezza che le nuove tecnologie della comunicazione, con tanto di mappe, itinerari e consigli utili via social networks, consentono a migliaia di esuli in marcia dai Balcani verso l’Europa, di “autonomizzarsi” dalla tirannia dei trafficanti. Che, per non finire fuori mercato si vedono costretti, ogni giorno di più, ad abbassare i prezzi pretesi per i loro infami servizi.

Per capire meglio il significato di tanta novità  basta  leggere  la testimonianza di uno che di immigrazione se ne intende e molto. Mohamed Haj Ali, rifugiato siriano  da anni impegnato a Belgrado nell’assistenza di compatrioti in fuga tramite l’Adventist Development and Relief Agency, intervistato dal quotidiano americano, spiega che “oggi non è più come ieri quando gran parte degli immigrati in transito nella Serbia erano costretti a versare la loro decima ai trafficanti. Per la semplice ragione che  attualmente coloro che  arrivano a destinazione, grazie ai social, sono in grado di dare le giuste dritte a quelli ancora nelle retrovie. Fornendo loro le precise coordinate GPS  degli itinerari più sicuri  e meno controllati memorizzati con i loro smartphone. In base ai miei calcoli, al momento, i prezzi imposti dai trafficanti sono calati di una buona metà”. Riflettete gente, riflettete!

L’Europa rischia più con l’immigrazione che con la Grecia

Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Come l’Europa che mentre sulla Grecia continua, da mesi, ad inanellare incontri e vertici ai massimi livelli, sull’immigrazione, invece, ieri ha pensato bene, ancora una volta, di rinviare ogni decisione a tempi migliori. Un errore grave che rischia di essere capitale. Per il semplice motivo che il caso della prima, per quanto difficile, rappresenta per il futuro prossimo venturo dell’Unione un problema assai meno grave di quello posto dalla seconda. Per più ragioni.

La prima è che mentre il caso greco riguarda l’Europa del passato, quello dell’immigrazione è destinato a condizionare, nel bene o nel male, lo scenario politico, sociale e culturale europeo dei prossimi decenni. D’altra parte è sempre più diffusa la convinzione che imporre alla Grecia di restare a tutti i costi nel club bruxellese non rappresenti per l’Europa l’ante murale più efficace contro le spinte centripete ed anti unioniste che spuntano al suo interno ormai  come funghi. Replicando lo stesso errore del passato quando ha fatto finta di non sentire o capire i “no” ai trattati europei dei referendum francese ed olandese del 2005 e, successivamente, di quello irlandese nel 2007.

La seconda e più seria ragione è figlia di una sorta di strabismo politico-culturale. Che sembra impedire all'Europa di agire sulla base di una realistica, aggiornata percezione delle dimensioni qualitative e quantitative dei problemi. Al punto di dannarsi l’anima per un paese che, con tutto il rispetto, rappresenta meno dell’1,7% del prodotto lordo del continente e di fronte all'immane tsunami dell’immigrazione convincersi che decidendo di non decidere prima o poi passano anche i guai.

Immigrazione e corruzione

Per una nazione l’immigrazione funziona come una cartina di tornasole. Perché ne rafforza le virtù oppure, come nel caso dell’Italia, ne aggrava i vizi. Come, purtroppo, conferma l’ondata di arresti scattata ieri a Roma di tanti funzionari corrotti preposti alla sua gestione. Una verità, nel nostro caso, resa ancor più grave dall'inquietante, perverso legame tra immigrazione e corruzione tipico dei paesi più arretrati e corrotti del Terzo Mondo. Che, non a caso, sono anche quelli da cui, chi può, cerca di fuggire. E dove nessuno si sogna di andare a vivere.

Tutte le ricerche internazionali erano, almeno fino a ieri, concordi sull'esistenza di un rapporto di causa ed effetto tra elevata corruzione ed alta emigrazione e, all'opposto, tra forte immigrazione e bassa corruzione.

Source: Migration Policy Institute

Una regola che, però, da noi non sembra funzionare. Perché? Per la semplice ragione che nel nostro paese, a differenza di tutte le altre grandi democrazie industriali, l’immigrazione è stata vissuta come una emergenza continua e governata con una sanatoria dopo l’altra. Con l’annesso corollario, ben sfruttato dai più rapaci, di interventi finanziati in deroga e in nome dell’urgenza. Un circolo vizioso di sistema che spiega la facilità con cui la politica si è piegata alla trasversalità “senza colore” del sottogoverno criminale.

Dati bomba dall’Immigration americana

Con l’immigrazione può avverarsi anche l’inimmaginabile. Gli USA, ad esempio, spulciando le liste degli ingressi degli ultimi anni hanno appena scoperto che sul loro territorio ormai arrivano più immigrati dalla Cina e dall’India che dal Messico.

Una novità da sempre considerata non solo impossibile ma, appunto, neppure immaginabile. Visto che fino a meno di 10 anni fa l’armata dei latinos che annualmente superavano il Rio Grande per lavorare e vivere nel ricco Norte dei gringos superava di 6 volte quella cinese ed indiana.

Per capire cos’è accaduto e, soprattutto, com’è avvenuto bisogna, per prima cosa, risalire al 2013, l’anno del “grande sorpasso”. Quando per la prima volta dopo quasi mezzo secolo nella classifica annuale stilata dall’Immigration americana i messicani (125 mila) sono stati scalzati dal primo al terzo posto alle spalle dei cinesi (147mila) e degli indiani (129mila). Due minoranze che, detto per inciso, sono anche le più numerose tra gli studenti stranieri presenti nei campus americani.

Recent Mexican, Chinese, and Indian Immigrant Populations (with Residence Abroad One Year Ago), 2000-13



Source: Migration Policy Institute


Dati che parlano da soli ma che, però, non dicono tutto. In particolare su un punto chiave della questione. Infatti più che l’aumento degli arrivi dal lontano Oriente l’elemento determinante è stato soprattutto il crollo di quelli dalla vicina frontiera messicana. Basti ricordare che oggi, rispetto al 2005, mentre cinesi ed indiani sono, rispettivamente, triplicati e raddoppiati, i messicani sono più che dimezzati (-66%). Questi i fatti. Che insieme a molte concause ( controlli dei federali americani più severi ai confini e calo delle nascite in Messico) trovano la loro principale spiegazione nel fatto che l’economia statunitense oggi, a differenza di un tempo, ha più bisogno di cervelli che di braccia straniere. Le uniche che, fino a ieri, il Messico era in grado di offrire su larga scala.

Una politica comune dell’immigrazione non ha bisogno di quote

Sull'immigrazione l'Europa ha forse deciso di fare marcia indietro? Domanda legittima visto che al primo, ma scontato no alla redistribuzione degli immigrati  di Londra, Dublino e Copenaghen, nelle ultime 24 ore si è aggiunto quello ancor più inquietante di Parigi e Madrid. Che, almeno cosi' sembrava, erano state con Roma e Berlino i veri sponsor del piano europeo dell'immigrazione  annunciato a Bruxelles in pompa magna dalla Commissione  la scorsa settimana.

Capitolo chiuso dunque? Forse non è cosi'. Per la semplice ragione che la secessione franco-spagnola  potrebbe essere non una frenata  ma, paradossalmente, una due diligence, un compito obbligato per la politica europea dell'immigrazione. Il no alle quote di immigrati imposte dall'alto, infatti,  se letto con attenzione, non è solo frutto di meschini calcoli nazionalistici. Ma il segnale, indiretto quanto inconsapevole, che per la gestione dell'immigrazione non è quella la strada da seguire.

Un meccanismo “a riparto” non solo farraginoso ma doppiamente negativo. Perché fissa dei numeri che la velocità del fenomeno ignora alla grande. Ma, soprattutto, perché impaurisce la pubblica opinione con l'annuncio di arrivi di cui essa fatica a comprendere necessità ed utilità. E se tutto cio' non bastasse chi puo' realisticamente pensare che un richiedente asilo con le carte in regola sarebbe disposto, se non per finta, di essere spedito a Varsavia, in base agli astrusi algoritmi inventati dagli uffici bruxellesi di Rue de la Loi, quando i membri della sua famiglia o della diaspora nazionale lo attendono a Stoccarda o a Stoccolma?

In una materia difficile ed esplosiva come l'immigrazione la solidarietà non si annuncia, si pratica.  Ancorandola a due principi guida. Il primo: mettere in campo tutti i mezzi economici e tecnologici per proteggere, salvare e dare un tetto a profughi, perseguitati e sfollati di guerra. Rimpatriando, però, chi si mimetizza tra loro senza avere le carte in regola. Cosa che oggi non avviene. Il secondo: accertato il diritto all'asilo lasciare a questi “immigrati del secondo tipo” la libertà di muoversi liberamente per lavorare e vivere  dove li porta il cuore.

Sugli immigrati UE e Italia rischiano: ecco perché

Sull'immigrazione l’Europa, e con essa l’Italia, rischiano grosso. Se continuano a far finta di non vedere e capire che ad alimentare le spietate, insaziabili fauci del Mediterraneo più degli scafisti è la mancanza di una strategia di intervento e di contrasto adeguata alla novità della situazione. Capace di prendere atto che non funziona più il “doppio compromesso”, istituzionale ed informale, che ha consentito ad entrambe, fino ad oggi,  di tirare a campare sperando che passasse a’ nuttata.

Basato, quello istituzionale, sul regolamento di Dublino (2003) che impone al primo paese in cui i nuovi arrivati poggiano piede di stabilire se sono veri o finti rifugiati e, di conseguenza, se accettare o respingere la loro domanda d’asilo. Un principio in astratto ragionevole, se gli arrivi fossero omogeneamente distribuiti su tutte le frontiere continentali. Ma che oggi scarica solo sulle nazioni del fronte Sud, in primis la nostra, un compito che di comune ha ormai poco o niente.

E poiché, come si dice, il bisogno aguzza l’ingegno si è pensato bene di fare fronte alle difficoltà con souplesse  consentendo a molti, una volta arrivati, di prendere il treno lasciandosi le Alpi alle spalle. Una ipocrisia grande ma assai comoda.  Visto che ciascun paese oltre  a tener ben stretta la sua competenza nazionale sull’immigrazione poteva, agli occhi della propria opinione pubblica, additare il lassismo amministrativo altrui quale responsabile dell’arrivo sul suolo patrio di tanti nuovi stranieri.

Una situazione di divisione e di scollamento che i trafficanti possono sfruttare alla grande avendo dalla loro un’immensa domanda di gente che vuole fuggire ma che non sa né può farlo legalmente. In politica, tanto più quando riguarda una materia esplosiva come l’immigrazione, si sa che l’ottimo spesso è nemico del bene. Poiché è difficile fare tutto e subito perché non pensare ad un nuovo vero grande compromesso che imponga agli stati, almeno per quanto riguarda l’asilo, di procedere ad una rapida comunitarizzazione delle strutture di accoglienza e di selezione delle domande di chi arriva. Che, sbarcando, non troverà più davanti a se il maresciallo dei carabinieri italiano e della Guardia Civil spagnola ma funzionari europei delegati dall’UE di dire si’ o no e dove andare.

Fatto questo tutto il resto poi verrà. In fondo fu proprio con un atto simile che nel 1875 nacque la moderna politica dell’immigrazione americana che conferi’ a Washington le competenze sugli ingressi degli stranieri fino ad allora gelosamente, e disastrosamente amministrate dai singoli governi statali. Perché l’Italia non pensa di giocare d’anticipo e, anziché battere i pugni come qualcuno ha suggerito al nostro Primo Ministro, non dichiara pubblicamente ed ufficialmente di essere pronta a seguire questa strada confermando non a parole ma con i fatti che l’europeismo si difende osando ed innovando?