Basta una parola e nasce la fake news sull’immigrazione

Quando si ha a che fare con l’immigrazione le parole pesano come macigni. E anche il più piccolo dettaglio può fare una grande, grandissima differenza. Emblematica, al riguardo, la velenosa bagarre scoppiata in Francia circa la presunta svolta “reazionaria” di Macron. Che secondo la denuncia, ripresa e autorevolmente rilanciata da un articolo apparso su Le Monde lo scorso 17 ottobre, avrebbe abbracciato la posizione dell’estrema destra lepenista sulla double peine per tutti gli immigrati colpevoli di reati. Per i quali, una volta scontata la pena in carcere, andrebbe previsto l’immediato rimpatrio. Un’accusa grave. Perché oltre a tradire quanto da lui sostenuto nel corso della vittoriosa “en marche” per l’Eliseo, rappresenterebbe un preoccupante passo indietro su una questione che da anni tormenta ed avvelena la politica dell’immigrazione d’Oltrealpe. Che nel solo 2015 è costata alla Francia ben sette condanne per violazione dei diritti umani da parte della Corte di giustizia europea.

Ma le cose stanno veramente come dicono i critici del giovane presidente? Non sembrerebbe visto che nell’intervista televisiva “incriminata” Macron ha testualmente detto: ”Coloro che, in quanto stranieri irregolarmente presenti sul territorio nazionale, commettono un crimine saranno rimpatriati”. Quindi, se le parole hanno ancora un senso, la sua proposta di double peine, ossia l’espulsione dopo aver scontato la pena, non riguarda tutti gli immigrati che trasgrediscono la legge, come chiede il Front Nationale di Marine Le Pen, ma solo quelli irregolari o clandestini. Parliamoci chiaro. La douple peine è un’afflizione crudele che impone di pagare due volte lo stesso reato e per questo giuridicamente molto discutibile. Ma non c’è dubbio che in un paese ancora sotto shock per gli attentati terroristici la saggezza avrebbe richiesto, su un tema non caldo ma caldissimo quale è l’immigrazione, maggiore prudenza e un pizzico di attenzione in più alle parole.

Sugli immigrati le statistiche USA smentiscono Trump

L’America dell’immigrazione usa i numeri per non piegarsi ai diktat di Trump. Semplicemente dimostrando che i fondamentali delle sue affermazioni non stanno in piedi perché non veri. E’ quello che si evince da uno studio che la Brooking Institution, rielaborando gli ultimi dati dell’istituto statistico statunitense sulla popolazione di origine straniera presente sul territorio nazionale, ha pubblicato lo scorso 2 ottobre con l’emblematico titolo: “Recent foreign-born growth counters Trump’s immigration stereotypes”. Smentendo, in particolare, tre delle principali argomentazioni usate dal neo inquilino della Casa Bianca per motivare la “stretta” alle frontiere del suo paese.

1) Non è vero che negli Usa il numero degli immigrati è in forte aumento. Anzi. Il drastico calo degli arrivi, iniziato nel 2010, ha fatto sì che negli ultimi 24 mesi, cosa che non avveniva da tempo memorabile, la percentuale della popolazione straniera, rispetto a quella totale, è restata pressoché stabile. Passando dal 13% nel 2015 al 13,5% nel 2016.

2) E’ solo un vecchio clichè quello dell’arrivo dell’orda messicana. Che va fermata (col muro). Tra il 2010 e il 2016, infatti, sul totale dei nuovi immigrati il 58% proviene dall’Asia e meno del 28% dall’America Latina. Tanto è vero che oggi sul totale della popolazione di origine straniera presente sul territorio americano quella dei latinos, anche se ancora maggioritaria, è ferma al 51%. Mentre quella asiatica ha ormai raggiunto il 31%. Con l’aggiunta del non piccolo particolare che all’interno dell’enorme galassia dell’immigrazione sudamericana quella messicana ha registrato una diminuzione netta di 135mila unità.

3) Lo stereotipo dell’immigrato senza istruzione e poco qualificato è infondato. Dai dati degli ultimi sei anni emerge infatti che, in media, il 52% degli immigrati è in possesso di un diploma e il 29% della licenza di scuola media superiore. Dati tanto più significativi se si considera che, rispetto a questi due livelli di titoli di studio, le percentuali relative ai nazionali si fermano, rispettivamente, al 32% e al 37%. A questo punto sorge spontanea la domanda: come mai usando l’immigrazione “che non c’è” Trump è riuscito a portare dalla sua l’elettorato? La risposta, paradossale, la troviamo continuando a sfogliare le pagine dello studio della Brookings. Dalle quali veniamo a sapere che, in maggioranza, si sono schierati al suo fianco (14 su 16) proprio gli stati con meno immigrati di tutti. Ossia quelli nei quali la presenza straniera, rispetto alla media nazionale del 13,5%, è abbondantemente al di sotto del 5%. Niente male, non c’è che dire.

In Italia per l’immigrazione ci vuole il modulo 2-3-4

Visto quello che succede in giro nel mondo non bisogna essere dei grandi profeti per immaginare che anche da noi l’immigrazione sarà centrale nell’ormai prossima competizione elettorale. Ed un banco di prova, difficile ma non impossibile, per un programma elettorale riformista al passo con l’Europa e, soprattutto, con i tempi. Per il quale, ricorrendo ad una formula di tipo calcistico, suggerirei di adottare lo schema del 2-3-4. Di che si tratta?. E’ presto detto.

2. Osservazioni preliminari

a) sul piano elettorale l’immigrazione non premia o premia poco, ma punisce molto. Per la semplice ragione che se è vero che su questo tema le elezioni a sinistra non si vincono, è ancor più vero che si perdono. Una verità che impone di mettere da parte rigidità ideologiche e, vista anche l’aria che tira, capire che le paure ed il rifiuto di molti nei confronti degli immigrati non vanno bollati come una colpa ma, al contrario, affrontati come un problema. Di cui farsi carico e, nella misura del possibile, lenire con opportuni rimedi. Visto che in politica i sentimenti contano, eccome contano!, di fronte ai tanti che, a torto o a ragione, a causa dell’immigrazione si sentono o si lasciano convincere di essere stranieri a casa loro, una cosa è sicuramente vietata: fare spallucce ripetendo che è colpa loro se non capiscono.

b) la migliore politica dell’immigrazione è quella che fa meno errori delle altre. Detto in altri termini: l’esperienza italiana e di molti altri paesi dimostra che, data la natura del problema, mutevole ed in continua, sistematica evoluzione, non esiste una ricetta unica e perfetta in assoluto. Ma, forse, solo una relativamente più efficace. Che sulla base del buon senso (non del senso comune!), è in grado di autocorregersi facendo tesoro, nel futuro, degli errori commessi nel passato.

3. considerazioni di metodo

a) accantonare la logica per la quale le leggi sull’immigrazione si fanno per annullare, dalla a alla z, quelle precedenti ( del tipo: azzeriamo la Turco-Napolitano con la Bossi-Fini che oggi, per ritorsione, va buttata a mare). Perché forse serve a fare propaganda ma non a migliorare il governo dell’immigrazione. Questo non vuole dire, come vedremo più avanti, che ciò che è scritto nel Libro della Legge non abbisogni di essere aggiornato o, in alcune parti, radicalmente riscritto. Ma che l’ésprit de loi dei nuovi interventi normativi non può e non deve più essere ispirato dall’idea “cambiamo tutto e ricominciamo da capo”. Per l’unica e semplice ragione che la normativa italiana sull’immigrazione, iniziata trent’ anni fa con la Martelli, costituisce, nel bene e nel male, un patrimonio ormai consolidato che si può modificare ma non cancellare. Di qui la convinzione ed il suggerimento che le eventuali, future modifiche siano limitate e chirurgicamente mirate alla modifica delle parti la cui applicazione si dimostra essere inadeguata se non sbagliata.

b) accantonare il dominus della nostra politica immigratoria: la sanatoria erga omnes. Meglio le sanatorie erga omnes. Una anomalia tutta nazionale. Per il numero (nell’arco di vent’anni ne sono state fatte sei). Per la massa di coloro che ne hanno usufruito, (quasi la metà degli attuali immigrati regolarmente residenti in Italia sono “ex sanati”). Ma, ecco l’aspetto forse più inquietante, per il fatto che ad esse hanno fatto indifferentemente ricorso esecutivi di centro-sinistra, di centro-destra e persino quelli cosiddetti tecnici. Con la piccola ma significativa aggiunta che la sanatoria in assoluto più massiccia è quella fatta, all’opposto di quanto molti credono e ripetono, non da un governo di centro-sinistra ma da uno di centro-destra nel 2002.

c) accantonare l’abitudine di ripetere che “l’immigrazione è una risorsa” senza domandarsi perché e a favore di chi. Sta qui il cuore del problema visto che ci sarà pure una ragione per la quale mentre l’economia "li vuole la società no". Una schizofrenia sistemica in grande parte prodotta, come avviene nei processi di modernizzazione, dal fatto che l’immigrazione è causa di ansia e, al contempo, fonte di nuova ricchezza. Mentre la somma dei suoi fattori dà un risultato positivo, la sua ripartizione è però ineguale. Premia alcuni e penalizza altri. C’è che vince e c’è chi perde. Non solo economicamente ma, cosa ancor più grave, esistenzialmente. Vale forse tornare a ricordare che l’ostilità di tanti nei confronti degli immigrati è solo in parte frutto di sentimenti xenofobi. Non c’è ideologia, per quanto diabolica, in grado di fare presa sul comportamento collettivo in assenza di fenomeni reali percepiti come minaccia e, perciò, rifiutati dalla società. Meglio, dai suoi settori più deboli.

4. interventi di merito

a) abrogare il reato penale di clandestinità. Perché? La risposta la troviamo nelle pagine scritte da un magistrato, Paolo Borgna, che oltre a conoscere è chiamato, nell’esercizio quotidiano delle sue funzioni, a fare i conti con questo problema: “la risposta carceraria alla clandestinità, che si tratti indifferentemente di una badante o di uno spacciatore, è un’illusione: una promessa irrealizzabile. L’esperienza ci insegna che il processo penale, per essere efficace, deve essere selettivo. Deve mirare a reprimere condotte particolarmente gravi per la collettività. Non può essere utilizzato come strumento per fronteggiare comportamenti di massa: i suoi tempi, i suoi costi, i suoi riti, sempre più appesantiti, sono incompatibili con questo scopo…[è] uno strumento spuntato. Con l’unico risultato di suscitare scontento e disillusione tra i cittadini”.

b) modificare le norme degli ingressi per lavoro. In primo luogo perché si basano su un presupposto illogico: un datore di lavoro che sta in Italia deve assumere con richiesta nominativa qualcuno(a) che sta in un altro paese e che non ha mai conosciuto. Ma soprattutto perché sul mercato sono le imprese o le famiglie non la burocrazia pubblica che selezionano e pagano coloro di cui abbisognano. Un farraginoso meccanismo capace di produrre un doppio, negativo risultato: pretendere di fissare delle quote che la velocità del mercato rende sistematicamente obsolete. E allarmare la pubblica opinione con l’annuncio dell’arrivo di nuovi “contingenti” di cui essa fatica a comprendere l’utilità e la necessità. Con l’ulteriore aggravante che mentre le istituzioni continuano a sfornare dichiarazioni contro l’immigrazione clandestina, la crescente domanda di lavoro viene in grande parte soddisfatta solo grazie all’efficientissimo, onnipresente mercato della clandestinità.

c) riorganizzare le strutture preposte al governo dell’immigrazione. Cosa non semplice data la tradizionale rigidità della nostra struttura amministrativa e la sua storica avversione per ogni cambiamento negli equilibri dei poteri e delle competenze ministeriali. Ma non rinviabile. Visto che il fenomeno migratorio, essendo una filiera, per essere governato richiederebbe un’ unità di comando e non, come avviene oggi, amministrazioni che se ne occupano spesso e volentieri come fossero “saparati in casa”.

d) risolvere presto e bene la questione della cittadinanza dei piccoli immigrati. Mettendo fine alla accesa ma inconcludente discussione delle ultime settimane sullo jus soli sì, jus soli no, e consentire alla legislazione italiana di allinearsi finalmente con quelle in vigore nelle principali nazioni europee. In primo luogo perché è assurdo che un paese, capace di naturalizzare nel 2015 più immigrati (178mila) del Regno Unito (118mila), della Spagna (114mila), della Francia (113mila) e della Germania (110mila) non riesca a risolvere dignitosamente lo status civitatis dei figli degli immigrati così come hanno fatto altri. Ma soprattutto perché è ormai chiaro a tutti che il futuro sociale ed economico della questione immigrazione si gioca, in grande parte, sul grado e la qualità dell’integrazione degli immigrati di seconda generazione.

Adesso anche i milionari fanno gli immigrati

Che il numero degli immigrati sia in relativa crescita è cosa nota. Ma, almeno fino a ieri, non sapevamo che il loro aumento riguardasse anche i “paperoni” di mezzo mondo. Una novità analizzata e descritta nel recente, brillante saggio ”Millionaire Emigration” del Migration Policy Institute di Washington. Secondo cui nel 2015, in base ai dati dell’ultima indagine condotta dalla società di consulenza internazionale New World Wealth, il gruppo di testa dei super milionari che avevano lasciato il proprio paese per “traslocare” all’estero era composto, nell’ordine, da: francesi (10mila), cinesi (9mila), italiani (6mila) e indiani (4mila).

Numeri all’apparenza non stratosferici, se comparati con quelli ben più significativi della “galassia migratoria dei poveri”, ma che colpiscono. Non solo perché, vista la profonda, eterogenea composizione economico-sociale e politico-culturale delle nazioni di provenienza, viene da chiedersi se alla base di questa emigrazione “della ricchezza” c’è ed eventualmente qual è il suo possibile minimo comun denominatore motivazionale. Ma soprattutto perché l’arrivo di questi stranieri, anche se ricchi, ha prodotto nelle nazioni di accoglienza reazioni negative non meno serie di quelle provocate dallo sbarco degli immigrati “dell’altro tipo” più poveri e ben più disperati. Prova ne è il fatto che negli ultimi anni tutti i paesi maggiormente interessati dal fenomeno, Stati Uniti, Canada ed Australia in primis, fino a ieri di manica larga, sono stati obbligati ad un duro giro di vite per frenare quella che i critici più agguerriti hanno sprezzantemente definito come cash for citizenship immigration.

La verità è che alla prova dei fatti le autorità nazionali, messe sotto torchio dalle rispettive pubbliche opinioni, hanno dovuto prendere atto che la politica dei visti facili per i “capitalisti immigrati” non ha prodotto, sull’economia e l’occupazione, gli effetti positivi originariamente previsti e promessi. Per la semplice ragione che, spiega il documento del think-thank americano, gli immigrati super ricchi, non differentemente da tutti gli altri, hanno come unico, egoistico obbiettivo quello di guadagnare, cambiando paese, una migliore qualità della vita per se e le loro famiglie.

Trump non fa sconti nemmeno ai rifugiati

Pochi giorni fa eravamo stati facili profeti nel prevedere che sulla quota annuale dei futuri rifugiati da accogliere negli USA Trump avrebbe lavorato di forbici. Nelle ultime ore, infatti, accreditate fonti di stampa americane hanno confermato che in un incontro svoltosi lo scorso fine settimana il Segretario di Stato Rex Tillerson ed i rappresentanti del Congresso avrebbero concordato, per l’anno fiscale 2017-2018, di abbassare a 45mila il tetto massimo dei nuovi profughi autorizzati ad entrare nel paese a stelle e strisce. Una cifra che non solo taglia di oltre la metà la quota di 110mila decisa 12 mesi prima da Obama ma che è anche di gran lunga inferiore a quelle fissate negli ultimi 40 anni, sulla scorta del Refugee Act varato nel 1980 da Ronald Reagan, da tutti i diversi Presidenti succedutisi alla Casa Bianca.

Una “sforbiciata” tanto più brutale tenuto conto anche del fatto che quella di 45mila è una soglia che, di regola, l’amministrazione non può violare ma non è obbligata a raggiungere. Ragione per la quale, vista l’aria che tira, c’è il rischio concreto che gli USA, nei 12 mesi a venire, potrebbero accogliere un numero di rifugiati addirittura inferiore a quello annunciato. Un quadro non nero ma nerissimo al punto che molte organizzazioni umanitarie pro rifugiati, nonostante disappunto ed amarezza, hanno però, senza farlo vedere né sapere, tirato un piccolo, piccolissimo sospiro di sollievo. In molte di loro si era infatti diffuso il timore, tutt’altro che remoto, che Trump, dando ascolto all'ala più oltranzista del suo entourage, potesse addirittura lasciar passare il primo giorno di Ottobre, ultima data utile consentita dalla legge per il varo del nuovo piano di accoglienza e, senza decidere, congelare la situazione per chiudere la porta ai rifugiati non ad una ma a due mandate.

Dopo Brexit e Trump i left behind scuotono la Germania

Dopo la vittoria in Inghilterra della Brexit e lo sfondamento di Trump negli USA il mezzo terremoto delle recenti elezioni in Germania conferma che nelle società di punta dell’Occidente industrializzato è in atto quella che Ronald Inghelart e Pippa Norris hanno genialmente definito come una silent revolution on the contrary. Messa in atto dai “lasciati indietro” di questi paesi per dire basta ad un sistema di regole sociali e di valori culturali che li ha ridotti a viver quasi fossero estranei a casa loro. Più una rivolta che una protesta perché, sostiene Tiziano Bonazzi, composta "non solo di poveri e di esclusi, bensì di persone che si sentono homeless at home, senza casa propria, vale a dire derubati dei loro sentimenti”.

Una verità che obbliga a riflettere. Perché le cause scatenanti di tanto malcontento non sono, come da molte parti ci si ostina a voler credere, solo materiali. E per risolvere le quali basterebbe allargare i cordoni della borsa ed aumentare la spesa pubblica. Ma soprattutto cultural-esitenziali. Perché riguardano l’identità di interi gruppi sociali che messi fuori gioco dall’ età avanzata, dal basso livello di istruzione o dall’appartenenza etnica lottano per fermare l’onda imperante dei valori post-materiali e del cosmopolitismo multiculturale pro-diversità professato dalle élite. Che per molti anni hanno sottovalutato o, peggio ancora fatto finta di non vedere, lo spaesamento prodotto tra i left behind da un’immigrazione che nel giro di pochi anni ha cambiato gli stili di vita, il profilo demografico, i linguaggi e gli usi di quella da loro considerata da sempre solo come casa propria. Se le cose stanno così, visto che nessuno può pensare di fermare la storia per tornare indietro, i pericoli da cui guardarsi sono fondamentalmente due.

Il primo è quello degli arruffapopolo che, sfruttando le paure e le tensioni di questo mondo in rivolta, ne cercano il consenso smerciando come futuro la nostalgia del bel tempo andato.

Il secondo, meno cialtronesco ma non meno pericoloso, di quelli che come il manzoniano Don Ferrante preferiscono “mota non quietare e quieta non movere” in attesa che passi la nottata.

Alla Casa Bianca dopo i dreamers arrivano i rifugiati

Sull’immigrazione USA tornano a rullare i tamburi di guerra. A poche settimane di distanza dal fragoroso annuncio fatto da Trump di non voler garantire, come sarebbe stato nelle sue prerogative, la prosecuzione del DACA (il Deferred Action for Children Arrival varato nel 2014 dall’amministrazione Obama a favore dei figli degli immigrati clandestini arrivati da piccoli sul suolo americano), adesso tocca ai rifugiati.

Per la semplice ragione che entro e non oltre il prossimo Primo Ottobre la sua amministrazione dovrà infatti fissare il numero massimo di rifugiati che l’America intende accogliere nei 12 mesi a venire. Una decisione niente affatto semplice. In primo luogo perché figlia di quella con cui a gennaio il nuovo inquilino della Casa Bianca, appena insediato, aveva bloccato, scatenando un putiferio, l’arrivo di esuli e rifugiati da alcuni dei maggiori e più tormentati paesi musulmani. E sulla cui costituzionalità si attende, a breve, il parere della Corte Suprema.

Ma soprattutto perché si è venuto a sapere, grazie ad uno scoop di 2 giorni fa del New York Times, che la questione è ben lungi dall’essere definita a causa di profonde divisioni interne tra i diversi dipartimenti della nuova amministrazione. Motivo dei contrasti uno studio redatto dal Department of Health and Human Services, aspramente contestato e criticato dai falchi dell’inner cicle trumpiano, secondo il quale, dati alla mano, i rifugiati anziché essere un peso sono un fonte di guadagno per le casse pubbliche. Non un costo ma una risorsa, come si usa dire da noi. Visto che secondo gli estensori del documento, preparato per il Presidente ma mai arrivato sul suo tavolo, l’esercito dei rifugiati, tra il 2005 e il 2014, sottraendo il costo dei servizi goduti dal totale delle tasse pagate, avrebbe apportato all’erario a stelle e strisce un surplus netto superiore a 63 miliardi di dollari.

Una cifra non solo enorme ma che, se veritiera, renderebbe difficile la vita ai duri di Washington intenzionati ad abbassare ulteriormente la soglia dei 50mila ingressi concessa da Trump per calmare l’ondata di contestazioni seguite al primo giro di vite con cui, a gennaio, aveva già più che dimezzata l’ultima quota di 110mila esuli della presidenza Obama. Staremo a vedere come andrà a finire. Con l’unica certezza, però, che questa volta difficilmente Donald potrà cavarsela lavandosi le mani, come gli è riuscito con il DACA, non decidendo e rimandando la palla al Congresso.

C’è un’altra via per giungere allo ius soli

In politica come nella vita può accadere, talvolta, che non tutti i mali vengano per nuocere. A patto, però, di avere la volontà e l’intelligenza per ribaltare la necessità in virtù. Come nel caso del tristissimo rinvio alle calende greche deciso ieri dal Senato del provvedimento (già votato dalla Camera) sul cosiddetto ius soli. Che, all’opposto di quanto da noi avviene, avrebbe consentito, allineando la normativa italiana a quelle in vigore in tutte le altre nazioni europee, la concessione automatica della cittadinanza ai figli degli immigrati regolari (regolari!!) nati o arrivati in tenerissima età nel nostro Paese.

Un rinvio doloroso che, al di là delle parole portate a sua giustificazione, è figlio di una cultura politica con l’orologio fermo. E che anziché pensare all’Italia che sarà preferisce o spera di poter lucrare qualche voto in più su quella che non c’è più. Una debolezza che, però, con un po’ di furbizia i sostenitori dello ius soli potrebbero usare per vincere la guerra dopo aver perduto una battaglia. Come? Prendendo per buone le argomentazioni dei loro avversari. Per i quali, sfruttando le paure degli italiani per l’attuale criticissima situazione alle nostre frontiere, è un gioco da ragazzi continuare a difendere la vecchia regola della cittadinanza basata sullo ius sanguinis contro i rischi di invasione insiti in quella del suolo. Insomma, come ai tempi in cui dall’Italia si partiva e non si arrivava, per loro è italiano solo chi è già figlio di italiani ma non chi nasce in Italia. Con il risultato di lasciare “appesi” in un limbo e senza identità centinaia di migliaia di bambini e giovani figli di immigrati che da anni, insieme ai nostri, studiano, giocano, lavorano e vanno allo stadio.

Una situazione alla quale si può porre rimedio, accantonando il braccio di ferro ideologico, sacrosanto ma perdente, e togliere loro, come si dice a Roma, “la sete col prosciutto” con lo ius temporis. Semplicemente riducendo gli anni minimi di presenza legale in Italia che la legge oggi richiede ai loro genitori per ottenere la nostra cittadinanza (ad es. da 10 a 4, così come per gli stranieri comunitari), eliminando, parallelamente, ogni forma di possibile, arbitraria discrezionalità burocratica nelle relative procedure di concessione. Italiani loro, italiani i figli. Con buona pace dei nemici dello ius soli.

Papa Francesco: governare l’immigrazione per dare integrazione

Chissà se chi pochi giorni fa si è spinto a dare dello “sbirro” a Minniti per aver bloccato il fiume di arrivi incontrollato di immigrati dalla Libia si spingerà oggi a dirlo del Papa. Che di ritorno dalla Colombia ha affermato a chiare lettere che la politica dell’immigrazione per essere buona deve regolare il numero degli ingressi in base alle capacità/possibilità di un paese di garantire, con un’accoglienza degna di questo nome, una efficace integrazione dei nuovi arrivati.

Una presa di posizione che se anche qualcuno, per miope strumentalismo, potrebbe etichettare come una svolta rispetto al preteso, tradizionale aperturismo senza se e senza ma della Chiesa, segna certamente una novità di assoluto, positivo rilievo. In primo luogo perché, almeno per il momento, mette fine al rumoroso e per molti aspetti velenoso dibattito di queste settimane contro l’operato del nostro governo orchestrato da alcune ONG. Che non si rendono conto che continuando a dire no alle regole fissate dall’Italia, in accordo con l’Europa, sulle attività di soccorso e trasbordo nel Mediterraneo rischiano di ridurre, e umiliare i nobili fini della loro esistenza a quello di un assai poco trasparente sindacato degli immigrati.

Ma soprattutto perché le parole di Francesco rendono finalmente chiaro l’errore di quelli che, da destra, dicono sempre e comunque no all’immigrazione. Ma anche dei tanti che, da sinistra, si strappano i capelli e gridano al tradimento contro chiunque ritiene che l’immigrazione deve essere, per quanto possibile, regolata. Soprattutto per evitare che a “farcela” non siano solo quelli che saltano la fila ma anche i più deboli e meritevoli.

Zuckerberg spaventa Trump e i falchi anti-immigrati

A complicare la vita di Trump, come se non bastassero i tanti guai che ha, torna, e non è la prima volta, quello dell’immigrazione.

Scade oggi infatti l’ultimatum lanciato dai governatori conservatori di molti stati per la cancellazione, promessa e ripromessa in campagna elettorale dall’inquilino della Casa Bianca prima di diventare Presidente, del DACA (Deferred Action for Childood Arrival) varato da Obama nel 2012. Con l’obbiettivo di evitare, sia pure a determinate, stringenti condizioni, l’espulsione dei figli di immigrati clandestini arrivati in tenera età o minorenni sul suolo americano. Ma che oggi l’attuale amministrazione repubblicana, divisa al suo interno, non sa se e come onorare. Stretta com’è dall’arcigna intransigenza dei falchi capeggiati dal Texas, e il timore di scatenare un’ondata di proteste e di contestazioni, potenzialmente più dure e laceranti di quelle seguite al divieto imposto l’inverno scorso all’ingresso negli USA dei rifugiati provenienti dai paesi musulmani.
Un rischio serio per almeno due ragioni.

La prima: cancellare il DACA significherebbe annullare retroattivamente un diritto, in questo caso alla non deportazione, legalmente già concesso da un Presidente, sia pure “nemico”. Che aveva convinto più di un milione di giovani studenti e lavoratori immigrati irregolari ad uscire allo scoperto chiedendo di essere ammessi al programma facendone formale richiesta con domande corredate di nome, cognome e numero di cellulare. E che, invece, se Donald decidesse di mettere in atto quanto promesso al momento del voto, rischierebbero di trasformarsi in facili prede della ventata di espulsioni quotidianamente minacciate, e in alcuni casi già messe in atto, dalla nuova amministrazione.

La seconda: innescare un nuovo, duro braccio di ferro con la parte più “illuminata” e moderna del mondo delle imprese. Che, fiutando il pericolo, venerdì scorso ha dato l’alto là con un documento-manifesto redatto da Mark Zuckerberg (Facebook) e firmato da altri 384 capi d’azienda tra cui Jeff Bazos (Amazon) e Tim Cook (Apple). Con il quale, sottolineando che il 57% dei tech workers sono nati all’estero, si è volutamente rammentato, a mo’ di ammonimento, che mettere mano all’abolizione del DACA comporterebbe fare i conti con l’espressa opposizione di 18 stati, New York e Washington in primis. Con tutte le conseguenze del caso.