Zuckerberg spaventa Trump e i falchi anti-immigrati

A complicare la vita di Trump, come se non bastassero i tanti guai che ha, torna, e non è la prima volta, quello dell’immigrazione.

Scade oggi infatti l’ultimatum lanciato dai governatori conservatori di molti stati per la cancellazione, promessa e ripromessa in campagna elettorale dall’inquilino della Casa Bianca prima di diventare Presidente, del DACA (Deferred Action for Childood Arrival) varato da Obama nel 2012. Con l’obbiettivo di evitare, sia pure a determinate, stringenti condizioni, l’espulsione dei figli di immigrati clandestini arrivati in tenera età o minorenni sul suolo americano. Ma che oggi l’attuale amministrazione repubblicana, divisa al suo interno, non sa se e come onorare. Stretta com’è dall’arcigna intransigenza dei falchi capeggiati dal Texas, e il timore di scatenare un’ondata di proteste e di contestazioni, potenzialmente più dure e laceranti di quelle seguite al divieto imposto l’inverno scorso all’ingresso negli USA dei rifugiati provenienti dai paesi musulmani.
Un rischio serio per almeno due ragioni.

La prima: cancellare il DACA significherebbe annullare retroattivamente un diritto, in questo caso alla non deportazione, legalmente già concesso da un Presidente, sia pure “nemico”. Che aveva convinto più di un milione di giovani studenti e lavoratori immigrati irregolari ad uscire allo scoperto chiedendo di essere ammessi al programma facendone formale richiesta con domande corredate di nome, cognome e numero di cellulare. E che, invece, se Donald decidesse di mettere in atto quanto promesso al momento del voto, rischierebbero di trasformarsi in facili prede della ventata di espulsioni quotidianamente minacciate, e in alcuni casi già messe in atto, dalla nuova amministrazione.

La seconda: innescare un nuovo, duro braccio di ferro con la parte più “illuminata” e moderna del mondo delle imprese. Che, fiutando il pericolo, venerdì scorso ha dato l’alto là con un documento-manifesto redatto da Mark Zuckerberg (Facebook) e firmato da altri 384 capi d’azienda tra cui Jeff Bazos (Amazon) e Tim Cook (Apple). Con il quale, sottolineando che il 57% dei tech workers sono nati all’estero, si è volutamente rammentato, a mo’ di ammonimento, che mettere mano all’abolizione del DACA comporterebbe fare i conti con l’espressa opposizione di 18 stati, New York e Washington in primis. Con tutte le conseguenze del caso.

Sull’immigrazione Trump trattato come Minniti

Fino a ieri eravamo convinti che sull’immigrazione la faziosità politico ideologica fosse una esclusiva, cattiva abitudine della quotidiana, estenuante rissa in servizio permanente ed effettivo tra i nostri partiti. Un errore. Come dimostra, ad esempio, l’inusuale, categorica durezza con cui i nemici di Trump hanno letto, giudicato e stroncato, senza appello, le sue recenti proposte di riforma dell’immigrazione. Che per quanto perfettibili ed emendabili si pongono l’obiettivo, come abbiamo cercato di spiegare dettagliatamente in un nostro precedente articolo, di mettere mano ad un complesso ed assai delicato nodo di questioni. Che da almeno vent’anni tutte le amministrazioni alternatesi alla guida del Paese a stelle e strisce hanno tentato, senza successo, di sbrogliare. Una verità che si è preferito fare finta di non ricordare.

Prova ne è il fatto che un quotidiano autorevole e prudente come il New York Times, da mesi in prima linea nella guerra anti Trump, si è spinto al punto da definire quella della Casa Bianca una “senseless immigration proposal”, una proposta senza né capo né coda. In base alla convinzione che, differentemente da quanto sostenuto dal Presidente, non è vero che la riduzione del numero dei lavoratori stranieri di bassa qualifica rappresenta un beneficio per quelli americani sotto occupati o disoccupati. Un’opinione in sé legittima ma in aperta contraddizione con quanto sostenuto tempo addietro sulle sue stesse colonne da un’economista del calibro di Paul Krugman: “immigration reduces the wages of domestic workers who compete with immigrants…we’ll need to reduce the inflow of low-skill immigrants”.

Non c’è niente da fare: quando la faziosità del pregiudizio ha la meglio sul buon senso si finisce per farsi male con le proprie mani. Al punto che  anche un centro di ricerca serio e super attendibile come il Migration Policy Institute di Washington,  dovendo prendere posizione sull’argomento in questione, senza però mettere in difficoltà la sua lealtà democratica, non sapendo che pesci prendere ha preferito arrampicarsi sugli specchi sostenendo che: "as whole the implications of the immigration proposal may be both bigger and smaller than promised by its sponsors”. Se non aria fritta poco ci manca.

Trump sceglie l’immigrazione per uscire dall’angolo

Ieri, con una mossa a sorpresa che ha spiazzato amici e nemici, Trump ha dato l’ok ad una difficile ma coraggiosa riforma dell’immigrazione made in US. Una decisione ai limiti dell’azzardo, tenuto conto che su questo terreno avevano in precedenza provato ma clamorosamente fallito sia George Bush che Barak Obama. Ma che  consentendo all’inquilino della Casa Bianca di voltare pagina, dopo la pesante sconfitta subita sulla Sanità, gli offre il terreno migliore per tornare a dialogare “direttamente”, come era felicemente riuscito a fare nei mesi della campagna per la presidenza, con l’economia e la società americane.

Con l’aggiunta, non da poco, che parlare di riforma dell’immigrazione e non del Muro al confine messicano, oltre a mettere in grande difficoltà l’opposizione democratica, può essere di aiuto per riaprire il dialogo con la potente, ed oggi ostile,  lobby dei Latinos.

Ma non finisce qui. Intanto perché i 4 punti centrali della riforma sponsorizzata dalla Casa Bianca (dimezzare in 10 anni il numero degli ingressi; sostituire l’attuale sistema Family-based con quello più moderno ed avanzato del punteggio e dei livelli professionali; abolire la lotteria dei visti; fissare a  50mila il tetto annuale dei rifugiati accolti) anche se richiesti a gran voce da anni non sono mai stati accolti. Ma soprattutto perché parlano, simultaneamente, a due mondi  abissalmente distanti ma elettoralmente ed economicamente cruciali.

Il primo quello degli americani poveri e non qualificati che soffrono la concorrenza delle braccia troppo disponibili degli stranieri. Il secondo, rappresentato dalla cosiddetta geek economy, che ha un bisogno famelico di assicurarsi i visti di ingresso dall’estero, oggi in gran parte appannaggio dei ricongiungimenti familiari, di tecnici e addetti super professionali.

Dulcis in fundo: nei primi 6 mesi della presidenza Trump a causa della diminuita  pressione migratoria il numero degli arresti sulle duemila e passa miglia del confine meridionale è crollato  di oltre il 48%.

Sull’immigrazione meglio i piccoli passi che il piagnisteo

Bravo Minniti! E’ questo il giudizio che, enfasi a parte, riteniamo doveroso opporre all’ondata di  querulo, inconcludente vittimismo nazionale che ha fatto passare in secondo piano i pochi ma concreti risultati strappati dal nostro ministro sull’emergenza immigrazione nella difficile riunione di ieri l’altro a  Tallin.

Un atteggiamento sbagliato. Non solo perché, visto la gravità situazione, anziché  coraggio e compattezza rischia di diffondere nel Paese, con la frustrazione, velleitarie e pericolose volontà di reazione. Ma soprattutto in ragione del fatto che è controproducente e autolesionistico indicare come prova  dell’altrui scarsa solidarietà questioni, come quella dell’apertura dei loro porti, che lo stesso nostro ministro ha confermato non essere tra i temi all’ordine del giorno. L’Europa può piacere o meno. Di sicuro, soprattutto su un tema delicatissimo come l’immigrazione e nei confronti di un paese con le carte non proprio in regola, arriva a decidere solo dopo un lungo, ponderato lavoro di preparazione.

Lentezze e limiti che non hanno però impedito all’Italia di portare a casa, al momento solo informalmente, dei sì altrui che fino a ieri sembravano se non impossibili certamente molto difficili. Innanzitutto i soldi: pochi ma freschi. Ai 35 milioni di euro aggiuntivi previsti per l’amministrazione degli Interni vanno aggiunti i 45 del progetto concordato con Bruxelles per rafforzare la guardia costiera e la polizia della disastrata Libia. Un finanziamento quantitativamente striminzito a confronto dei 6 miliardi di euro che hanno convinto la Turchia a chiudere la  rotta balcanica. Ma che politicamente lascia sperare. Solo l’Europa, e non l’ Italia da sola, può provare a mettere mano in loco quello che è il vero nodo di tutti i nostri guai. Un segnale tanto più importante perché, sia pur in modo non ben definito, per la prima volta si è cominciato a prendere in considerazione la necessità di coinvolgere negli interventi tre pezzi da Novanta: Egitto (forse è il momento di rimandare al Cairo il nostro ambasciatore), Tunisia ed Algeria.

Last but not least: il semaforo verde, strappato con le unghie e i denti, che ci autorizza a mettere ordine al disordinato, e da alcuni certamente strumentalizzato, traffico delle navi delle ONG  cui ogni giorno  migliaia di autostoppisti del mare  chiedono un passaggio.

Non amare gli immigrati è legittimo, prendersela con i bambini no

In democrazia litigare per errore è sempre sbagliato. Perché, come ad esempio è accaduto in questi giorni per la modifica delle norme sulla cittadinanza ai figli degli immigrati, anziché far capire al comune cittadino cosa si discute e come stanno le cose, si finisce solo per confonderlo ed allarmarlo. Un sbaglio che gli oppositori del provvedimento in discussione al Senato avrebbero potuto tranquillamente evitare visto che esso non cambia né tanto meno stravolge le norme generali sulla cittadinanza, oggi in vigore, spalancando, come da loro denunciato, le porte all'invasione straniera. Ma si limita a correggerne, per quanto riguarda i minori, due punti messi “fuori corso” non solo dal tempo ma dal buon senso. Vediamoli, allora, uno alla volta.

Primo punto: secondo il nuovo disegno di legge “acquista la cittadinanza per nascita chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri di cui almeno uno sia titolare del diritto di soggiorno permanente o in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo. Entro due anni dal raggiungimento della maggiore età l’interessato può: a) rinunciare alla cittadinanza acquisita, purché in possesso di altra cittadinanza; b) fare richiesta all’ufficiale di stato civile di acquisire la cittadinanza italiana, ove non sia stata espressa dal genitore la dichiarazione di volontà.

Per valutare il significato, le ragioni e la portata di quanto appena letto vediamo cosa dice, al riguardo, la legge attuale (n.91 del 1992): “lo straniero che sia nato in Italia può diventare cittadino italiano a condizione che vi abbia risieduto legalmente e ininterrottamente fino al raggiungimento della maggiore età e dichiari, entro un anno dal compimento della maggiore età, di voler acquisire la cittadinanza italiana.” Abbiamo volutamente segnalare in grassetto l’avverbio ininterrottamente perché è questo che oggi, giustamente, si propone di cambiare. Non solo per evitare, come più volte accaduto, che un studente figlio di immigrati, in gita all’estero con i compagni di scuola,  possa essere bloccato e rimandato a casa, in base alle norme Schengen,  perché  non italiano ma extra comunitario come i suoi genitori. Ma soprattutto per il “perfido” e punitivo irrealismo di una norma in base alla quale, ad esempio, un semplice viaggio per conoscere i nonni nella patria dei genitori, o una vacanza con gli amici  oltre confine, interrompendo i termini, imporrebbe anche al più disponibile funzionario degli Interni di respingere la domanda e di negare la possibilità di diventare nostro concittadino ad un giovane figlio di immigrati.

Secondo punto: il provvedimento in discussione aggiunge: ”acquista la cittadinanza italiana il minore straniero che sia nato in Italia o vi abbia fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età, che abbia frequentato regolarmente ai sensi della normativa vigente, per almeno cinque anni nel territorio nazionale uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali idonei al conseguimento di una qualifica professionale. Nel caso in cui la frequenza riguardi il corso di istruzione primaria, è altresì necessaria la conclusione positiva di tale corso.” Fatto salvo che è difficile non essere d’accordo, con questa proposta si superano due difficoltà. La prima, che tra due fratelli di una stessa famiglia possa diventare italiano il minore, perché nato in Italia, e non il maggiore venuto al mondo prima che i genitori si mettessero in viaggio verso il nostro paese. La seconda  di continuare a concepire la cittadinanza come un’eredità genitoriale anziché un merito per raggiungere la quale studiare fa rima con meritare.

No all’immigrazione, sì all’acciaio: parola di Donald Trump

Negli USA lo scontro sull’immigrazione, dopo qualche settimana di apparente tregua, è riesploso più violento che mai. Come testimonia l’incredibile bagarre, ai limiti della rissa, scoppiata martedì scorso nel parlamento del Texas. Nel corso della quale il deputato repubblicano Matt Rinaldi è addirittura arrivato a minacciare di voler mettere mano alla pistola contro il suo “dirimpettaio” democratico Poncho Nevàrez. Un episodio di gravità abnorme persino per un sistema politico come quello americano spesso e volentieri spietato e aduso anche ai peggiori colpi bassi. Ma che pur nei momenti di più aspra e dura confrontation ha sempre evitato di violare, oltre un certo limite, il vincolo eufemisticamente definito come fair play.

Ciò che, invece, più colpisce e fa riflettere è l’apparente incongruità tra il livello dello scontro consumatosi nell’aula parlamentare di Austin e l’oggetto di tanta contesa. Rappresentato dal decreto SB4 con cui Trump, da poco arrivato alla Casa Bianca, aveva deciso di punire, con il blocco dei finanziamenti governativi, le cosiddette  sanctuary cities. Che nel Texas, così come in molti altri stati del paese a stelle e strisce, per antica e consolidata tradizione, si rifiutano di denunciare e di consegnare alle autorità federali gli immigrati non i regola con i documenti. Tema che per quanto delicato e scottante è diventato il classico casus belli di una guerra di ben più ampie e complicate dimensioni. Per la semplice ragione che con lo scontro sull’immigrazione, scientemente voluto e perseguito, il nuovo inquilino della Casa Bianca dà l’impressione di puntare a saldare definitivamente i conti  con l’America della cultura e, qui la novità, anche dell’economia, che  pur sconfitta nelle urne non si arrende, opponendosi, alla politica della nuova amministrazione. Che ha come sua fondamentale ricetta quella che il futuro si costruisce tornando al passato.

Due mondi in guerra che sull’immigrazione, così come sull’ambiente, difficilmente faranno prigionieri. Basta leggere, al riguardo, le conclusioni del recentissimo rapporto pubblicato dall’ Economic Innovation Group  della Kaufman Foundation con il titolo “Dynamism in Retreat”. Dal quale emergono, tra le altre, due importanti novità che dicono molto su alcuni aspetti, fin’ora poco presi in considerazione, del braccio di ferro in atto negli USA sull’immigrazione.

La prima è che a schierarsi con Trump non sono stati solo i lavoratori penalizzati dall’immigrazione e dalla globalizzazione. Ma anche gli imprenditori legati alla vecchia industrializzazione ed al business tradizionale.

La seconda, forse ancor più interessante, è la scoperta che i territori e le città con il più elevato tasso di innovazione produttiva ed economica sono quelli in cui la percentuale degli immigrati, sul totale della popolazione, è di gran lunga superiore a quella media nazionale. Tanto è vero che nei  top ten ( Arizona, Florida, Nevada, California etc.) i “nuovi arrivati” superano il 13%  contro il 6,7% degli altri. Percentuale che per la “maglia nera” West Virginia scende addirittura all’1,4%.

Insomma, nell’America di Trump sull’immigrazione rischia la collisione non solo la società ma anche l’economia.

Con l’immigrazione clandestina non guadagnano solo i trafficanti

La clandestinità è una delle maggiori ingiustizie dell’immigrazione: per chi arricchisce, per chi ne usufruisce e, soprattutto, per chi punisce. E’ infatti un fenomeno a somma zero che premia alcuni ma penalizza altri. Dà a qualcuno ciò che toglie a qualcun altro. Una verità forse difficile da accettare, ma che va presa di petto per uscire dallo stallo puramente ideologico tra chi la giustifica, tollerandola, e chi, invece, la demonizza solo per erigere muri e chiudere i confini. Riprendendo le indicazioni fornite anni fa dal grande studioso americano David North, cominciamo col dire che a lucrare sull’immigrazione clandestina non sono solo e soltanto i trafficanti ma almeno altri tre gruppi sociali di cui raramente si parla.

Il primo, costituito dalle autorità, spesso corrotte, dei paesi di partenza. Che in aggiunta ai graziosi “doni” dei passeur traggono profitto dalle rimesse che i loro ex compatrioti rimandano a casa utilizzando, spesso e volentieri, i meandri oscuri della finanza informale.

Il secondo, composto dagli imprenditori senza scrupoli delle nazioni di arrivo. Che grazie allo sfruttamento degli stranieri non in regola spiazzano sul mercato i concorrenti rispettosi dei contratti e delle norme sul lavoro.

Il terzo gruppo, invece, è a totale appannaggio di quegli immigrati che disponendo delle risorse economiche e “relazionali” indispensabili, a differenza di tutti gli altri,  riescono, anche a rischio della loro stessa vita, a “saltare la fila”. Coronando un sogno precluso al resto dei loro compatrioti.

Adesso che abbiamo le idee più chiare  su chi guadagna dall’immigrazione clandestina occupiamoci di quelli che, invece, ci rimettono. Ad iniziare dai primi due che, per così dire, potremmo definire figli per default dei vincitori di cui sopra.

1) gli imprenditori nazionali onesti penalizzati, rispetto a quelli con meno scrupoli, perché si rifiutano di sfruttare il lavoro nero dei clandestini, di non rispettare i contratti e di non pagare i  contributi dovuti.

2) la stragrande massa dei potenziali emigranti di molte aree povere del mondo. Che non disponendo delle  risorse  economiche necessarie per comprare i viaggi all inclusive al mercato nero, si mettono in fila con tanti altri in attesa che venga il loro turno.

3) nella galassia dei perdenti troviamo, last but not least, quelli di cui fino ad ora non si è mai parlato: i  contribuenti delle nazioni di arrivo. Che con le loro tasse finanziano quel tanto o quel poco dei servizi collettivi utilizzati e consumati, senza contropartita alcuna, dai clandestini. Fine della storia.

Se la sinistra diserta in Francia passa la Le Pen

Sul cruciale ballottaggio per la presidenza francese di domenica prossima tra il centrista Emmanuel Macron e la frontista Marine Le Pen aleggia un antico, pericoloso spettro di cui pochi parlano ma che potrebbe fare la differenza: l’istinto suicida della sinistra. Visto che il leader maximo della France Insoumise Jean-Luc Mélenchon ha pensato bene, con la scusa che il borghese ed algido europeista Macron  è un nemico delle classi popolari quanto la Le Pen, di non dare ai suoi militanti indicazioni di voto. Cosa che potrebbe giustificare molti a disertare le urne e così, di fatto, dare un inatteso quanto determinante aiuto alla candidata del Front National.

Un errore che riporta alla mente, fatte le debite differenze, quello commesso nell’Europa degli anni Trenta del ‘900 dai comunisti del Comintern. Che di fronte al fascismo montante decisero di attaccare anziché allearsi con i partiti del socialismo riformista con una sentenza di scomunica riportata in tutti i libri di storia: “da  destra del proletariato siete divenuti la sinistra della borghesia”.  Una scelta, quella della gauche proletarienne, che consentirà forse a molti militanti di continuare a sentirsi “duri e puri” ma di fare il gioco del nemico peggiore. Un problema molto serio. Che faranno ad esempio, dopo la posizione presa dal grande capo, gli elettori del superlepenista paesino di Nantes-la-Ville che al primo turno hanno inaspettatamente consentito alla sinistra degli Insoumise di arrivare in testa con 7 punti percentuali di distacco sul partito di Marine? Oppure quelli di molti quartieri popolari dove, per usare le parole de Le Monde “Mélanchon a raflé la mise au premier tour et Macron est souvent mal perçu”? Ma non basta. Visto che a destra, all’opposto, non  si intravvedono defezioni né desistenze, mentre è possibile che oltre ai voti raccolti al primo turno dal conservatore Nicolas Dupont-Aignant, la débâcle di Fillon spinga nelle braccia della Le Pen significativi pezzi dell’establishment elettorale repubblicano.

Insomma, a differenza di quanto molti ripetono, riteniamo la vittoria di Macron auspicabile ma appesa a un filo. L’unica speranza è che dopo gli esiti non proprio esaltanti della Brexit, e dei primi 100, inconcludenti giorni della presidenza Trump, Oltralpe si facciano, come si dice, i conti in tasca. Decidendo di risparmiarsi i costi che per loro comporterebbe la vittoria di quella che Giuseppe Berta ha magnificamente definito come l’”economia politica della nostalgia” .  

Immigrazione: così è se vi pare

Chiarire le ragioni per le quali l’immigrazione è il cavallo di battaglia della destra populista e perché su di essa, senza capirsi, gli studiosi continuano ad accapigliarsi, è difficile ma non impossibile. Basta, ad esempio, mettere a confronto le deduzioni che il  Mckinsey Global Institute (MGI) trae dalla ricerca “People On The Move: global migration’s impact and opportunity”, e quelle pubblicate  pochi giorni fa dal Los Angeles Times, dopo una corposa indagine sugli addetti del settore dell’edilizia in California, con il titolo “Immigrants flooded California construction. Worker pay sank, here’s why”.

Partiamo dal MGI secondo cui l’immigrazione oltre ad un enorme valore aggiunto per l’economia (solo nel 2015 i miliardi di dollari sono stati: 2000 negli Usa, 550 in Germania, 390 in Inghilterra e 330  in Australia), è motrice di innovazione tecnologica ed imprenditoriale, frena l’invecchiamento demografico nei paesi avanzati e, qui il punto, non ha nessuna delle caratteristiche negative che normalmente le si addossano. Perché non toglie lavoro ai nazionali, non ne causa la riduzione dei salari  e, nel medio periodo, dà più di quanto prende dalla spesa pubblica. Una vera e propria manna al punto che, sempre secondo Mckinsey, se nei paesi industrializzati si riuscisse a ridurre solo del  5/10% il gap salariale che penalizza gli immigrati rispetto ai locali l’economia ne guadagnerebbe tra gli 800 e i 1000 miliardi.

Un quadro totalmente diverso quello fatto dal Los Angeles Times. Un quotidiano, è bene ricordarlo, che sulla materia si è schierato contro l’oltranzismo di Trump e le sue minacce a San Francisco, in gergo definita “santuario”, perché non consente ai federali di arrestare gli immigrati clandestini. Ebbene dalla inchiesta cosa emerge? Semplicemente che gli immigrati hanno scalzato i lavoratori americani del settore delle costruzioni. Più o meno come nell’agricoltura del passato avevano fatto i trattori con i cavalli. Inoltre: a) i salari degli edili sono oggi inferiori del 5% rispetto a quelli di 50 anni fa; b) sul totale degli addetti i “non nativi”  sono saliti dal 13% a quasi il 50%; c) la sindacalizzazione, un tempo totale, è crollata al punto che solo 1 addetto su 10 ha la tessera delle union. Un altro mondo rispetto a quello rose e fiori di Mckinsey. La verità è che l’immigrazione essendo un fenomeno di modernizzazione economico-sociale produce certo innovazione e maggiore produttività ma, anche, pesanti costi e molti problemi. Di qui il consiglio a non prendere solo la parte mezza piena del bicchiere per lasciare quella mezza vuota agli altri.      

Trump tuona ma le richieste dei permessi di lavoro aumentano

Sul mercato dell’immigrazione americana i minacciosi tweet di Trump non sembrano, al momento, aver avuto l’effetto dissuasivo sbandierato nei comizi elettorali. Come dimostra l’elevatissimo numero delle richieste avanzate dal mondo delle imprese deciso, più che mai, a fare di tutto pur di assicurarsi uno degli 85mila H-1B-visa triennali concessi ogni 12 mesi dall’Immigration statunitense a super qualificati professionisti stranieri. Al punto che lunedì scorso, nel giro di sole 24 ore, i responsabili del centro di raccolta e smistamento di Laguna Niguel (California), per evitare di rimanere sommersi, sono stati costretti a bloccare e rispedire indietro decine di camion della FEDEX stracolmi di richieste degli ambitissimi permessi di lavoro.

Un brutto segnale per il nuovo inquilino della Casa Bianca. Che nella sua travolgente campagna presidenziale, per conquistare il voto della classe media, e rompere la storica lealtà democratica dell’esercito operaio dell’immenso Midwest, aveva promesso di chiudere il rubinetto dell’immigrazione per favorire l’occupazione dei nazionali. Cosa facile a dire ma assai difficile a fare. Innanzitutto per una ragione puramente politica. E’ molto complicato, anche per un “decisore” come Trump, mettere mano ad un materia delicata ed esplosiva come l’immigrazione avendo contro contemporaneamente, anche se per ragioni opposte,  buona parte dei repubblicani e dei democratici. I primi, legati a doppio filo al mondo degli affari e del business imprenditoriale, che tutto vogliono meno che si arresti il poco costoso ma assai laborioso flusso di braccia straniere.  E i secondi che dopo la catastrofica débâcle della Clinton, sperando in una possibile rivincita nelle elezione di mid-term del prossimo anno, sono decisi ad impedire,con le unghie e con i denti, che vengano colpiti i diritti e le aspettative dei loro (nelle urne) fedelissimi Latinos & Co.

Ma non basta. Perché visto come funziona il mercato, per imporre nelle assunzioni la priorità dei nazionali sugli immigrati ci sono solo due strade. Che non sembrano digeribili per un imprenditore, sia pure assai  disinvolto, come Donald. La prima, fatta di quote e liste privilegiate,che finirebbero  per imporre alla  “mano invisibile” del mercato  una camicia di forza burocratica stile sovietico. La seconda, meno brutale ma altrettanto contro indicata, basata sull’innalzamento del salario minimo fissato per legge. Che, mandando in rosso i conti e la produttività delle aziende, farebbe però venire meno, almeno nell’area del lavoro legale poco qualificato, il vantaggio competitivo del minor costo degli immigrati rispetto ai nazionali. Insomma, dalla padella alla brace.