Finito il lavoro sporco sull’immigrazione Trump l’ha cacciato

C 'è da scommettere che l’eredità di Jeff Sessions, da ieri l’altro ex ministro della giustizia Usa, è destinata a durare forse più a lungo di quella del Capo che l’ha messo alla porta. Per la semplice ragione che i cambiamenti da lui imposti con convinta, implacabile durezza conservatrice alle procedure per la concessione dell’asilo rappresentano quasi un punto di non ritorno della politica dell’immigrazione americana. Come dimostra il fatto che Sessions, nelle stesse ore in cui Trump redigeva la lettera di ben servito nei suoi confronti, anziché svuotare i cassetti e fare le valige si è sentito in dovere di emanare un interim final rule, che il Presidente ha firmato lo scorso 9 novembre, sulle procedure relative alla protezione umanitaria che ha il sapore di un manifesto più che di un testamento. Articolato in due punti.

a) organizzare un nuovo e più complicato iter per le richieste di asilo da parte di quanti entrano senza preventiva autorizzazione sul suolo americano o provengono da paesi sottoposti al divieto di ingresso indicati nel decreto presidenziale del 2017;

b) i pochi che dovessero riuscire a superare il primo sbarramento avranno come unico diritto di perorare nelle apposite sezioni giudiziare solo il rinvio operativo dei decreti di espulsione ( rinvio sempre revocabile e che, in quanto tale, non consente di ottenere il permesso di soggiorno). In pratica, in base a queste procedure, ai cittadini dei tre paesi centro americani ( El Salvador, Nicaragua e Guatemala), dai quali sono stati numerosi gli arrivi di famiglie e minori non accompagnati sarà al massimo consentito di chiedere il rinvio del decreto di espulsione ma mai lo status di rifugiati.

Non una svolta ma una vera e propria cesura. Visto che fino all’avvento come Attorney General dell’uomo forte dell’Alabama la giurisprudenza statunitense aveva, sia pur informalmente, ritenuto ammissibile, superando i rigidi limiti fissati dalle Convenzioni Internazionali, il diritto al godimento della protezione umanitaria anche per le vittime della violenza criminale e di quella familiare che piagano le popolazioni del Centro America.

Dopo che Sessions ha chiuso la porta a questo fiume di disperati (USA e Messico negli ultimi tre anni hanno bloccato quasi 1 milione di centro-americani e 150 mila minori non accompagnati), è davvero difficile immaginare che una futura amministrazione, di qualunque colore essa sia, avrà non tanto la forza quanto la convenienza a riaprirla.

Sulle elezioni USA gli occhi dei populisti europei

Con il voto di oggi gli americani decideranno molto ma non tutto del futuro politico del loro paese.

Molto in ragione del fatto che se i democratici dovessero riuscire a riprendersi anche solo la Camera dei Deputati, non c’è dubbio che per Trump sarebbero problemi seri fare i conti con un’opposizione parlamentare che non gliene farebbe passare una. E che ricambiando con gli interessi il clima di feroce partigianeria con cui Donald ha avvelenato la politica nazionale, non si lascerebbe certo sfuggire l’occasione di azzopparlo. Bloccando sul nascere qualunque sua iniziativa legislativa. Costringendolo, così come i repubblicani fecero con Obama negli ultimi due anni del suo mandato presidenziale, a governare tramite executive order. Provvedimenti che, però, hanno la debolezza normativa di essere decreti ma non leggi. E in quanto tali suscettibili di revoca o modifica nel caso arrivasse nel 2020 un nuovo inquilino alla Casa Bianca. Cosa che per altro Trump, fin dalla sua nomina, ha fatto senza problemi con quelli del suo predecessore.

Inoltre i democratici avendo la Camera in pugno è certo che darebbero via libera, come hanno giurato di fare, alle procedure per l’impeachment di Donald. Non è affatto detto, però, che sarà questo il verdetto delle urne. Trump, infatti, ha due formidabili atout dalla sua. L’economia che va non a gonfie ma a gonfissime vele. E la preoccupazione dell’opinione pubblica statunitense per l’avvicinamento ai confini del paese di una singolare carovana di migliaia di famiglie honduregne. Intenzionate, costi quello che costi, a entrare dal Messico negli Usa alla ricerca di migliori condizioni di vita. Una novità che ha consentito a Trump di rianimare una campagna elettorale a lungo sotto tono risfoderando la paura dell’immigrazione. Dimostratasi una potentissima arma di mobilitazione della base repubblicana.

Ma qui finisce il tanto. Perché il tutto, al momento, non è nelle disponibilità decisionali dell’elettorato. Per la semplice ragione che nella vita politica americana, qualunque sia l’esito del voto di domani, restano da affrontare due fondamentali questioni.

La prima è il trumpismo. Un’ideologia nata prima che sorgesse l’astro del magnate newyorkese per opera degli estremisti repubblicani del Tea Party. E che per questo è sicuro non saranno i risultati di queste elezioni a spedire nel dimenticatoio della storia.

La seconda, invece, riguarda la crisi politica in cui versa il partito democratico. Da troppo tempo privo di un convincente programma e di una credibile leadership. Un’organizzazione che sa essere solo contro ma mai per. Una condizione che rende ad essa praticamente impossibile, chissà per quanti anni, puntare a riguadagnare il consenso della maggioranza degli americani.

Sullo jus soli non ha poi tutti i torti

Non c’è dubbio che la ruvidezza con cui Donald Trump affronta le questioni indispettisca. Ma gli va riconosciuta la forza che serve per prendere di petto i tabù. Come testimonia il putiferio scatenato in America dalla sua uscita contro il cosiddetto jus soli. In base al quale chiunque nasce sul suolo americano diventa, a prescindere da qualsiasi altra condizione, cittadino made in US. Un diritto riconosciuto e ratificato dal Congresso nel 1868 e in quanto tale inserito come Emendament 14th della Costituzione americana. E successivamente confermato dalla Corte Suprema con una sentenza rimasta storica nel 1898. Quello della cittadinanza legata al luogo di nascita e non alla discendenza familiare (jus sanguinis) è un principio che, storicamente, gli Stati Uniti hanno ereditato dall’Inghilterra loro antica madre patria. Dove era stato sancito come legge della Corona in base alla Common Law nel lontano 1666.

Lo jus soli per un paese vasto quanto un continente ma con poche braccia ha per decenni rappresentato l’arma simbolicamente forse più convincente per attrarre a sé i popoli di mezzo mondo. Al punto di elevarlo ad emblema della sua unicità nazionale. Ma con il tempo la situazione è lentamente ma inesorabilmente cambiata. In primo luogo perché le nuove forme di comunicazione e la velocità dei trasporti espongono lo jus soli a stelle e strisce ad essere impropriamente utilizzato dal cosiddetto turismo delle nascite. Che rischia di colpire al cuore il valore simbolico che l’America ancora attribuisce alla cittadinanza e di trasformarlo da bene pubblico in un puro e semplice benefit privato. Ma anche perché nel mondo contemporaneo va maturando una nuova e più attenta sensibilità sull’importanza e la delicatezza che le questioni politiche, culturali e religiose connesse al tema della cittadinanza hanno per la comune convivenza. In ragioni delle quali The Birthright Lottery, la lotteria del diritto di nascita, come l’ha definita nel suo libro Ajelet Chachar, è più un ingombrante fardello del passato che un viatico per il futuro. Un problema che Trump, visto che è escluso che ne sia venuto a conoscenza leggendo, ha pensato bene di sollevare semplicemente fiutando l’aria dello scontro politico.

Il populismo colto del Mago di Oz

Dopo la Russia, a distanza di appena un decennio ma a migliaia di chilometri di distanza, populismo e populisti comparvero, quasi d’improvviso, nella vita politica degli Usa. Grazie alla nascita, nel 1892, del People's Party.

Un partito che per un certo periodo ebbe dimensioni ragguardevoli e che nacque come reazione dei piccoli contadini (farmers), e in genere dei piccoli e piccolissimi proprietari, contro lo strapotere, giugulatorio del sistema bancario e della grande finanza. Ma fin dai primi anni del ‘900, tuttavia, il People's Party vide contrarsi drasticamente la propria capacità di penetrazione e i propri consensi. Nel 1912 il partito non esisteva più.

Eppure dal 1892, quando era stata varata a St. Louis la sua piattaforma partitica, il sostantivo populismo ebbe un formidabile successo politico e mediatico. Nei primi anni ’90 dell’800 il People’s Party riuscì a darsi un solido assetto organizzativo. Divenendo punto di riferimento di una vasta ondata di protesta che agitava le campagne. A causa della depressione sociale e morale che, in particolare negli stati del Sud, aveva fatto seguito alla sanguinosa guerra di secessione. Ma anche agli effetti della grande depressione che tra il 1870 e il 1897 aveva fatto crollare di anno in anno i prezzi dei prodotti agricoli.

Le aree geografiche in cui si insediò il partito populista, che ha rappresentato nella storia americana il tentativo forse più serio di spezzare il tradizionale duopolio del sistema politico statunitense, furono peraltro quasi esclusivamente quelle più colpite dalla crisi: gli ex Stati confederati del Sud e quelli del Midwest. Intercettando sentimenti, umori e frustrazioni che da allora in poi non sono mai più tramontati nel mainstream socio-politico americano. Che puntava il dito contro il mondo dell’industria e della finanza, di cui Wall Street era l’emblema. Che secondo i populisti poteva essere indebolito con la sostituzione dell’oro, allora unico mezzo di pagamento, con il libero conio dell’argento. Che avrebbe, infatti, determinato un aumento della massa monetaria. E che facendo salire l’inflazione avrebbe diminuito il costo del denaro e, quindi quello dei prestiti bancari gravanti sui piccoli contadini. Una proposta di nuova strategia economica che i populisti accompagnavano con la richiesta di calmieramento dei prezzi agricoli (con la creazione di depositi federali dove immagazzinare le eccedenze), della nazionalizzazione delle ferrovie e, sul piano politico-istituzionale, dell’introduzione dello strumento del referendum.

Ma c’era, però, un altro fronte per i populisti: gli immigrati e il nascente melting pot. Che spiega le ragioni dell’odio dichiarato e radicato, soprattutto tra i militanti di base, nei confronti degli ebrei, dei nuovi immigrati, degli stranieri e, naturalmente, dei neri. Un atteggiamento di risentimento rancoroso che non risparmiava neppure l’intellighènzia. Alla cui decadenza veniva contrapposta la semplice etica dell'uomo comune (everyman) e dei produttori onesti. Contro i quali i gruppi di affari, per difendere i propri interessi, non esitavano ad ordire giganteschi complotti. Che rientravano, secondo i documenti programmatici del People's Party, in "una vasta cospirazione contro l'umanità, organizzata su due continenti e ormai dilagante nel mondo intero".

Un tema che fu al centro della Convention di Chicago del 1896 conclusa da William Jenniger Bryan con quello che è unanimemente considerato il più appassionato e straordinario discorso della storia politica americana: The Cross of Gold. “Voi ricchi non pianterete sulla fronte dei lavoratori questa corona di spine e non crocifiggerete l’umanità sulla Vostra Croce d’Oro”. Potremmo concludere qui se non fosse che fu proprio quell’episodio ad ispirare uno dei maggiori e più amati capolavori della letteratura per l’infanzia: Il Mago di Oz. Che altro non è che un’allegoria, piena di amore e nostalgia, per il mondo sognato e mai raggiunto del People’s Party.

I primi populisti non chiedevano il reddito di inserimento

Populista è un termine complesso, dai molteplici significati, espressione di lunghe vicende storiche che iniziano nella seconda metà del XIX secolo. È infatti la traduzione della parola russa narodničestvo. Che, a sua volta, deriva da narod, ovverossia 'popolo'. Usato in Russia per la prima volta intorno al 1870, entrò a pieno titolo nel linguaggio politico comune intorno al 1875 grazie al movimento rivoluzionario dei narodnik, ovverossia 'populisti'.

Ciò che bisogna ricordare, e che spiega molto se non tutto del perché nacque il populismo russo, è che esso era convinto che la strada della redenzione del paese era possibile unicamente sulla base delle sue specificità. In ragione del fatto che solo la Russia poteva “indicare al mondo sviluppato, per quanto materialmente più opulento, la via della soluzione democratica e popolare della questione sociale: ex Oriente Lux[1].

Qui il contrasto con la realtà economico-industriale europea e con il panorama sociale proletarizzato su cui invece i socialisti ed i marxisti del Vecchio Continente puntavano le loro speranze. Ecco la ragione fondamentale del perché tra i populisti (anche se rivoluzionari) e la sinistra occidentale non sia mai più corso buon sangue. Insomma, all’opposto della lettura che ne davano i “socialisti non populisti”, per i narodnik l’arretratezza dell’economia e dei rapporti di produzione non erano un male né rappresentavano un ostacolo nella lotta per l’emancipazione sociale delle masse. Quella che vista con gli occhi dell’Occidente risultava essere pura e semplice arretratezza (da combattere) ai loro non era assolutamente tale. In quanto consentiva (su questo i narodnik erano in piena sintonia con l'orgoglio 'grande-slavo' o addirittura panslavista dei reazionari 'slavofili') di “saltare” le forche caudine ed i danni sociali dello sviluppo capitalistico. Che “la sinistra europea” riteneva essere una tappa dolorosa ma ineludibile.

Per i narodniki, di conseguenza, il terreno più favorevole della lotta verso “il sole dell’avvenire”, non erano le città dei grandi agglomerati operai, ma le campagne ed i contadini che vi lavoravano. “Non l'industria anonima e spersonalizzante, ma il mondo patriarcale e fortemente coeso della produzione rurale associata. Il soggetto rivoluzionario per eccellenza era di conseguenza costituito dai contadini, che si identificavano in toto appunto con il popolo e con la virtuosa morale comunitaria che lo contraddistingueva, e non dagli operai, consustanziali - tanto da esserne il prodotto più clamorosamente visibile - con il processo capitalistico-borghese, un processo che corrompeva i costumi imborghesendoli con miraggi mercantili, divideva la comunità, degradava il tessuto sociale, creava individui e individualismi, allontanava dalle radici profonde, e naturali, della vita collettiva. Il socialismo, o il comunismo, non erano l'esito più o meno inevitabile dello sviluppo capitalistico giunto alla sua fase di massima espansione, ma esistevano da tempo nell'organizzazione sociale e nel grembo antico delle istituzioni comunitarie russe.

Il “Che fare?” (teniamo bene a mente questa domanda) perciò, non poteva né doveva essere quello, come proponevano invece socialisti e marxisti, di assecondare lo sviluppo storico, presunto alleato della causa dell'emancipazione operaia. Ma quello di agire semplicemente e direttamente per liberare l'immensa maggioranza contadina, in sé già socialista, dalle sovrastrutture parassitarie dello zarismo autocratico-liberticida e dell'aristocrazia fondiaria. È in questo quadro che nacque, crebbe e morì l’esperienza rivoluzionaria dei primi populisti della storia.

Il ciclo delle loro lotte prese dunque il via con gli anni ’70 dell’800. In coincidenza con la morte di Herzen, l'uomo che, nell'esilio, aveva rappresentato il movimento democratico e socialista russo. Per proseguire, intorpidendosi, con l’affare Nečaev. Che portò alla messa all’angolo dell’ala populista settario-cospirativa, favorendo, invece, il grande movimento della ''andata al popolo” e della propaganda degli studenti nelle campagne (1874-1877). L’evento storico successivo fu la nascita, nel 1876, della prima organizzazione rivoluzionaria panrussa, la Zemlja i volja. Da cui si scisse, nel 1879, l’ala denominata Narodnaja volja. Il cui febbrile spontaneismo terrorista culminò, nel 1881, con l'assassinio di Alessandro II, primo ed ultimo zar riformatore. A sei anni di distanza, in coincidenza del VI anniversario della sua morte, la polizia di San Pietroburgo arrestò il 1º marzo 1887 i fratelli Aleksandr ed Anna Ulijanov. Con l'accusa di aver progettato, insieme ad altri studenti affiliati alla Narodnaja Volja, un attentato dinamitardo contro il nuovo sovrano Alessandro III. Mentre la sorella Anna, estranea ai fatti, venne rilasciata pochi giorni dopo, Aleksandr, nell’intento forse di scagionare gli altri membri del gruppo, si accollò tutte le responsabilità. Condannato a morte, rifiutò di presentare domanda di grazia e l'8 maggio dello stesso anno venne impiccato con altri quattro compagni[2].

La vicenda legata all’esecuzione del giovane terrorista populista Alexander, pur rilevante in sé, conserva un posto di particolare rilievo negli annali della storia soprattutto per un altro evento ad essa collegato, sia pur indirettamente. Rappresentò, infatti, un passaggio decisivo, se non addirittura fondamentale, nella formazione politica di suo fratello Vladimir Il’ic’ Lenin, che di lì a vent’anni avrebbe guidato la rivoluzione bolscevica del 1917. Fu proprio riflettendo sugli errori politici che avevano portato Aleksandr sul patibolo che Lenin maturò la sua spietata critica nei confronti dell’impianto culturale del populismo e della loro strategia politica. Ed in particolare dell’erroneità del sovversivismo e del terrorismo con cui essi immaginavano, e speravano, di riuscire a spingere alla rivolta le masse contadine alla rivolta. Riflessione conclusa e sistematizzata, anni dopo, nelle famosissime pagine del Che Fare il suo libro in assoluto più celebrato. Con cui convinse Stalin, Trotskij e tutti gli altri componenti dell’originario gruppo di ferro bolscevico che solo una strategia rivoluzionaria basata sull’alleanza tra avanguardia marxista (bolscevica) e classe operaia avrebbe consentito di conquistare il potere.

[1] Cfr. Ibidem

[2] Cfr. L. Fischer “Vita di Lenin” 1973

Le elezioni USA preoccupano i populisti

Per il populismo europeo sarebbe certo un problema politico se lo Zio d’America diventasse meno potente di quello che è. Perché questo è quello che rischia Donald Trump alle prossime ed ormai imminenti elezioni di midterm americane. Visto che in 35 delle 38 competizioni di questo tipo svoltesi negli Usa dal secondo dopoguerra ad oggi, l’inquilino della Casa Bianca è uscito regolarmente battuto. Perdendo il controllo di uno dei due rami del Congresso. Se non addirittura, come capitò ad Obama nel 2014, entrambi.

Una tradizione nella quale confidano molto i democratici. Che sperano, con buone chance, di riconquistare la maggioranza alla Camera dei Deputati. Un’eventualità data al 70/75% dal Cook Political Report e addirittura all’84% da Five Thirty Eight di Nata Silver. Cosa che, invece, si presenta assai più ardua per quel che riguarda il Senato. Dove, nonostante tra loro e la maggioranza repubblicana lo squilibrio sia oggi di soli 2 seggi ( 49 a 51 ), la possibilità di rimonta è più problematica. Perché i democratici non sono affatto sicuri di riuscire a conservare i seggi senatoriali di tre fondamentali collegi ( Nord Dakota, Florida e Missouri ) oggi vacanti per il ritiro a vita privata, causa limiti di età, di tre storici senatori del Partito dell’Asinello.

Se davvero le cose andassero così, ed i democratici dovessero riuscire a riprendere la presidenza della Camera, allora per Trump sarebbero guai seri. Per la semplice ragione che con la maggioranza dei deputati dalla loro i democratici avrebbero i voti sufficienti per fare scattare le procedure di impeachment del Presidente. E consentire all’indagine del procuratore Miller di procedere spedita. Eliminando gli intralci che ad essa Trump ha potuto fino ad oggi frapporre al riparo della maggioranza parlamentare del suo partito.

Ma Donald non è affatto spacciato. In primo luogo perché, visto il carattere, c’è da stare certi che si batterà fino all’ultimo voto. Viaggiando da un territorio all’altro del suo immenso paese per arringare e galvanizzare , come nessuno meglio di lui sa fare, i fan della sua base. Ma soprattutto perché ha dalla sua quella che potrebbe essere l’arma decisiva. L’economia. Che tira come forse non era mai accaduto dagli anni dell’arrivo alla Casa Bianca di Bill Clinton. Al punto da avere ridotto il numero dei senza lavoro ad -3,9%. Una percentuale che non si vedeva dal grande boom degli anni ’50. Come andrà a finire lo sapremo presto: il primo fine settimana di novembre.

Chi combatte i populisti farebbe bene a conoscerli

L’Europa, anche se contro voglia, sarà obbligata a fare i conti con i cosiddetti neo populisti. Tanto più se dovessero avere successo alle elezioni europee del prossimo maggio. Man mano che si avvicina quella data, infatti, il barometro del voto sembra indicare questo come un esito possibile anche se fino a ieri inimmaginabile. Eventualità per la quale c’è in giro più preoccupazione che riflessione. E, soprattutto, pochissima azione. Un clima che ricorda l’antica Roma ai tempi di Sagunto. Che chiacchierava mentre quello bruciava.

Un cincischiamento che nei confronti di questa composita galassia di “neo barbari” è alternato al disprezzo. Terapia che, stando ai fatti, sembra, però, la meno indicata. Visto che il loro ascolto anziché diminuire aumenta. La verità, però, è che su chi sono e cosa vogliono i neo populisti le idee risultano , a dir poco, confuse e, molto spesso approssimative. Tanto più in Italia, dove, caso unico al mondo, sono alleati di governo forze politiche figlie di populismi storicamente antitetici.

Un deficit di buona informazione che disorienta l’opinione pubblica che di questa nuova, variegata galassia politica continua a sapere poco o nulla. Che i grandi mezzi di comunicazione, prima fra tutti la tv, contribuiscono colpevolmente a peggiorare. Basta ascoltare uno dei tanti dibattiti di cui è quotidianamente inondato il piccolo schermo. Nei quali populista non è più un aggettivo ma solo un epiteto offensivo. Un insulto. Ripetuto, come se niente fosse, con l’unico obiettivo di mettere all’angolo l’avversario di turno chiudendogli la bocca.

Un’accusa che i politici si rimpallano sulla base di una logica tanto singolare quanto paradossale. Che ricorda molto da vicino quella usata da Dylan Thomas per definire l’alcolista: “che non ci piace semplicemente perché beve come e quanto noi”. Tanto è vero che se a proporre, ad esempio, il pugno di ferro contro la criminalità, la riduzione delle tasse o l’aumento della spesa sociale è uno “dell’altra parte”, allora è populista. Mentre se a fare le stesse proposte sono “loro” è perché rispondono alle sacrosante, improcrastinabili esigenze del paese! Amen!

Una Babele lessicale che diventa, invece, concettuale nel caso dell’altra accusa rivolta ai partiti populisti, in aggiunta a quella dell’impresentabilità: di essere estremisti di destra. Contestata, invece, da molti studiosi. Perché, ricerche alla mano, hanno spiegato che è quanto meno fuorviante sostenere che i populisti sono di destra solo perché cercano di sfruttare politicamente temi quali l’immigrazione e la rivolta fiscale. Visto che queste stesse questioni, spesso con l’aggiunta che riguarda il diritto del popolo di vedere reintegrata la sovranità decisionale sottrattagli, sono caldeggiate, più spesso che volentieri, anche dalla sinistra estrema. E che, in aggiunta, hanno anche fatto presente che, all’opposto della destra, gerarchica e statalista, i populisti sono, invece, per l’egualitarismo ed il comunitarismo.

Se è discutibile, dunque, che siano di destra ancor più lo è ritenerli di estrema destra. Infatti, ha chiarito Pietro Ignazi, “un partito può essere definito di estrema destra solo se il suo elettorato appartiene a quell’area dello schieramento politico e professa un’ideologia basata su valori che si richiamano al fascismo e persegue tra i suoi obbiettivi quello del sovvertimento dell’ordine democratico. Se questo è vero pensare di dire che la Lega Nord è di estrema destra è, al meglio, altamente problematico”.

Una verità che potremmo sintetizzare in tre punti: 1) gli elettori dei partiti neo populisti non vengono né tutti né sempre dall’estrema destra. Anzi, è vero in molti casi proprio il contrario; 2) i legami con l’eredità del fascismo, certamente riscontrabili in alcuni di questi partiti, non rappresentano la loro regola generale; 3) la lotta dei neo populisti non è finalizzata al sovvertimento dello Stato, se mai, al suo iper rafforzamento. Propugnano una democrazia illiberale e anti-istituzionale perché nemici di qualsiasi forma di mediazione frapposta tra il popolo e l’esercizio effettivo, diretto del potere. Criticano la democrazia rappresentativa in nome e per conto di quella diretta. Le loro posizioni non sono anti-sistema ma di protesta, anche estrema, contro il funzionamento difettoso dei meccanismi della democrazia rappresentativa.

Per dirla con Halbert O. Hirschman i neo populisti hanno una posizione di tipo voice che non sfocia nell’exit. Come invece fanno i partiti che si collocano agli estremi dello spettro politico e, in genere, le forze extra parlamentari. Per concludere, è bene anche ricordare che il neo populismo non è anti mercato ma favorevole a un capitalismo assistenziale-corporativo. I suoi veri nemici sono i burocrati di Bruxelles.

Le europee del 2019 si vincono sull’immigrazione

Alle elezioni del prossimo maggio sarà l’immigrazione a decidere il futuro dell’Europa. Una verità che le forze politiche europeiste faticano ad affrontare e persino ad accettare. Con un cincischio che non solo rischia di aggravare l’umore non particolarmente favorevole della nostra pubblica opinione. E che potrebbe spingere molti, al momento del voto, a passare dall’indecisione alla protesta. Ma perché conferma, almeno per quanto riguarda l’immigrazione, l’incapacità, ai limiti della non volontà, dell’establishment europeo di prestare ascolto ai tanti avvertimenti ed alle richieste di cambiare strada lanciati dalla società. In un arco di tempo che non è dell’oggi ma che risale al 2005. Quando, tra il maggio ed il giugno di quell’anno, prima la Francia ed a ruota l’Olanda, votarono no al referendum approvativo della Costituzione europea. Firmata solo pochi mesi prima in pompa magna dai capi dei governi dell’Unione. Un no che a Bruxelles, e nelle cancellerie nazionali, si pensò bene, una volta decantati il trambusto ed il disorientamento dei primi giorni, di archiviare come un puro e semplice incidente di percorso.

Un errore politico madornale. Non solo perché in democrazia si paga sempre a caro prezzo trattare come fosse acqua fresca il pollice verso degli elettori. Tanto più, come in quel caso, se appartenenti a due dei sei stati fondatori della Comunità Europea. Ma, cosa ancor più grave, non si capì che francesi ed olandesi avevano, come avviene in democrazia, usato le urne per fare sentire la loro voce. E segnalare insoddisfazione e timore per lo stravolgimento che il mercato del lavoro ed il sistema dei servizi dei loro paesi rischiavano di subire dalla libera circolazione “garantita” agli immigrati dei paesi dell’Est. Che dal 2004 erano entrati a fare parte, a pieno titolo, del Club Europa. Una lacerazione politica che negli anni anziché essere sanata si è allargata. Fino ad esplodere con Brexit nel 2016. E che oggi il populismo nazionalista usa come una clava per colpire al cuore le nostre società aperte.

Se le cose stanno così alle forze convintamente europeiste non resta altro che rimboccarsi le maniche. E decidere, messi da parte dubbi ed ubbie, di prendere come si dice il toro per le corna. Per evitare che l’ansia e l’insicurezza (reali o percepite poco importa) spingano milioni di elettori nelle braccia apparentemente più rassicuranti del sovranismo comunitario. Mettendo al primo punto dei loro programmi elettorali la promessa, una volta vinte le elezioni , di modificare le norme che attualmente regolano l’ingresso degli immigrati dell’Est in quelli più ricchi dell’Ovest.

Una mossa che se tempestiva e fatta nel modo dovuto potrebbe, forse, essere anche d’aiuto per chiudere la trattativa, oggi pericolosamente in panne, con gli inglesi bisognosi di trovare una dignitosa via d’uscita al pasticcio combinato con il referendum del 2016. Poiché in politica non esistono le cose impossibili ma solo quelle difficili, anche un’amputazione, sia pur dolorosa, non deve fare paura. Se serve a difendere i principi generali della libera circolazione dall’assalto, ormai all’arma bianca, del tribalismo nazionalista. Hic Rodus, hic salta! Dicevano i saggi di un tempo.

L’immigrazione spaventa la democrazia inefficace

Per cercare di fare luce sulle ragioni alla base dell’ondata anti liberale che sta facendo tremare le istituzioni dell’Occidente democratico, West ha chiesto lumi a Giovanni Orsina. Professore di Storia Contemporanea dei Sistemi Politici Europei alla Università Luiss di Roma ed editorialista di punta del quotidiano La Stampa.

Professore,  a Suo parere l’attuale “recessione democratica”, come l’ha definita il politologo americano Larry Diamond, è solo figlia della rabbia socio-economica  dei perdenti della globalizzazione o c’è dell’altro?

Che la crisi economica c’entri non c’è dubbio. Ma quello che bisogna chiarire è come e perché ha innescato la crisi politica alla base di quella che, per restare alla domanda, è l’attuale “recessione democratica”. Per oltre 70 anni, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, le istituzioni democratiche dell’Occidente hanno guadagnato ed ottenuto consenso promettendo e dando benessere materiale. Esaltando tutto ciò che sapeva di “performance” ma badando poco, fino ad essiccarli, ai valori. Pur di fare andare avanti la barca dell’economia si sono mollati gli ormeggi della società. Oggi che il benessere è venuto meno, il deficit di contenitori non economici spinge molti a chiedersi: io chi sono? Qual è la mia comunità di appartenenza? Che mondo lascio ai miei figli? etc.  Ecco perché, come dicevo all’inizio, la crisi economica è stato l’innesco di una bomba che, però, ha molto a che fare con l’identità. Che, come tutti sanno, è spesso il fattore determinante dei grandi sommovimenti politici.

Quanto è vero, se è vero, che l’immigrazione, come sostiene il ministro degli interni tedesco Seehofer,  è “ la madre di tutti i guai”?

Parecchio. Più che l’immigrazione reale quella temuta. Viviamo in un mondo “asimmetrico”: mentre le società liberali hanno, per loro stessa volontà,  le mani legate da leggi, convenzioni internazionali, norme procedurali etc., ci sono nazioni e persone che ne approfittano e le usano a mo’ di cavallo di Troia. Prendiamo ad esempio il caso dei famosi barconi che attraversano il Mediterraneo: sono destinati fin dall’inizio al naufragio, perché la loro funzione è quella di “attivare” il diritto internazionale marittimo e rendere obbligatorio il salvataggio. Ma questo non è nient’altro che uno stratagemma per dribblare elegantemente le leggi sull’ingresso degli stranieri sul territorio nazionale. Insomma: le regole dell’Occidente vengono usate contro le regole dell’Occidente. E, in sovrappiù, l’Occidente ci mette del suo. Visto che, quasi fosse una bestemmia, nessuno si pone la domanda: ma la sacrosanta convenzione internazionale che impone in mare l’obbligo di salvare chi naufraga, fino a che punto vale se il naufragio anziché accidentale è organizzato, cercato e realizzato scientemente, e con lo scopo di violare una legge? Dobbiamo fare grande attenzione, perché all’indomani del 1945 l’Europa ha accettato la liberal democrazia non per il suo intrinseco valore morale, ma per la sua utilità. Il che vuol dire che, se le opinioni pubbliche europee cominciano a dubitare della sua utilità, sarà difficile convincerle a non abbandonarla. Torniamo così alla “recessione democratica”.

Sempre per restare in tema di immigrazione c’è un rebus che Le chiederei di aiutarmi a risolvere: come mai, dopo che a partire da Marx e per molti decenni l’immigrazione è stata avversata perché indeboliva  le capacità contrattuali dei lavoratori nei confronti degli imprenditori, i partiti pro-labour sono poi diventati, talvolta ben oltre il necessario, pro-immigrati ?

Per trovare una possibile risposta bisogna ritornare agli anni ’70 del secolo scorso. Quando, sull’onda vittoriosa di quella che Inglehart allora definì come  “the silent revolution”, la nuova sinistra dei diritti scalzò quella di classe. Anche perché bisognava sostituire la classe operaia, considerata al tramonto, con settori del ceto medio fino ad allora egemonizzati dai partiti di centro. Il linguaggio-messaggio dei diritti, a partire da quelli sessuali, è non solo potentissimo ma, nel senso buono del termine, impunito. Per la semplice ragione che, mentre un marxista poteva essere delegittimato perché incompatibile col quadro valoriale occidentale, oltre che irrevocabilmente destinato al retrobottega della Storia, i paladini dei diritti possono reclamare di essere in realtà i più “occidentali” di tutti. L’inflazione dei diritti, altro punto da non dimenticare, ha finito per allargare a dismisura l’onnipotenza “giudicante” dei giudici. Che, infatti, e non solo in Italia, da allora hanno visto crescere di molto il proprio potere. Insomma, la valorizzazione delle diversità e delle minoranze, fino alle diversità minime e alle più piccole minoranze, ha disintegrato ogni di idea di comunità, a cominciare da quelle nazionali e di classe. Delegittimata ogni identità, in nome di che cosa si sarebbe potuta fermare l’immigrazione? In fondo, per ridurre il ragionamento all’osso, nel momento in cui si è convinta che  la tradizione e la nazione non potevano più essere combattute nel nome dell’identità di classe, e ha preso a combatterle nel nome di un individuo astratto e universale, la sinistra non ha trovato più alcuna ragione per non spalancare “le mura di Gerico” agli immigrati.

Se l’emigrazione dipende dalla stupidità dei politici

Sulle cause delle migrazioni non si finisce davvero mai di imparare. Visto che quando pensavamo di conoscerle tutte, siamo oggi costretti ad ammettere che ce ne è una che non avevamo mai presa nella dovuta considerazione: la stupidità della politica. O, se si preferisce, la stupidità politica dei governanti. Che in Venezuela, dopo aver ridotto sul lastrico, prima con Chavez e poi con Maduro, l’economia più ricca del Sud America, sta costringendo centinaia di migliaia di abitanti a fuggire all’estero per non essere inghiottiti dall’inferno quotidiano del loro paese. Cercando scampo, ad ogni costo e con tutti i mezzi possibili in nazioni che, all’opposto di oggi, fino a ieri guardavano al Venezuela come alla terra promessa.

Basti considerare che dei 2,3 milioni di emigrati quelli accolti come rifugiati dal solo Perù superano il milione. E che secondo le stime dell’Alto Commissariato Rifugiati dell’Onu il numero dei minori venezuelani non accompagnati in arrivo nelle nazioni circonvicine è 4 volte superiore a quello registrato in tutte le peggiori situazioni di crisi a livello mondiale. Numeri che danno la misura e la dimensione di una vera e propria catastrofe umanitaria. Mai vista in un continente, per altro non proprio tranquillo, qual è l’America Latina. Che ricorda, in peggio, quella conosciuta dall’Europa con i rifugiati nel 2015.

A parere degli esperti, infatti, il Venezuela da pericolosa pentola a pressione si è ormai trasformata in una bomba migratoria pronta ad esplodere da un momento all’altro. Con conseguenze che oggi nessuno osa neppure immaginare. Al punto, paradosso dei paradossi, da spingere molti a ritenere che per evitare rogne con nuovi, indesiderati arrivi finiscano per prendere la situazione in mano il vecchio Zio d’America e la sua CIA.