Per l’immigrazione Trump sceglie un ex di Obama

Donald Trump sembra avere finalmente trovato ieri l’uomo che cercava per gestire l’immigrazione come la intende lui proponendo Mark Morgan in qualità di guida dell’Immigration Customs Enforcement. L’ente federale preposto all’arresto ed alla espulsione alla frontiera degli immigrati che cercano di mettere piede senza autorizzazione sul territorio americano. Una nomina che anche se, come da prassi, per la sua formalizzazione dovrà attendere il vaglio ed il sì (non scontato) della commissione parlamentare competente, segna un punto a favore del Presidente.

In primo luogo perché mettere alla testa del braccio “armato” dell’immigration un uomo che era stato il numero uno del Border Patrol ai tempi dell’amministrazione Obama gli consente non solo di silenziare, almeno in parte, le accuse di capricciosa partigianeria rivoltegli da molti all’indomani del recente, brutale licenziamento del capo dell’Homeland Security Kirstjen Nielsen. E, con un tocco di perfida malizia, di ricordare all’opposizione democratica che in fatto di espulsioni anche il suo predecessore aveva usato la mano a dir poco pesante. Al punto da essersi guadagnato negli ambienti delle organizzazioni umanitarie pro immigrati il nomignolo di deporter chief Commander. Ma soprattutto di segnalare un sostanziale cambiamento di strategia nella lotta alla clandestinità rispetto a quella perseguita dall’ex inquilino della Casa Bianca: bloccare i nuovi ingressi più che espellere gli irregolari già presenti sul territorio.

Una scelta che anche se saranno solo i fatti a dire se e quanto efficace appare basata sulla realistica presa d’atto che è molto più difficile e costoso espellere i clandestini che evitarne l’ingresso.

Democratici USA in difficoltà sull’immigrazione

Per i democratici americani l’immigrazione sta diventando una pericolosa spina nel fianco. Non solo perché hanno grande difficoltà a contrastare sul piano della comunicazione la martellante, aggressiva campagna quotidiana anti stranieri abilmente condotta da Trump sui social con una dovizia di mezzi enormemente superiore alla loro. Ma soprattutto in ragione del fatto che sull’immigrazione anziché un’unità di intenti sembrano, almeno per ora, prevalere al loro interno le spaccature ideologiche e le divisioni programmatiche. Che rischiano di rappresentare per il partito di opposizione un pesante handicap politico in vista della campagna elettorale ormai al via per le presidenziali del novembre 2020. Ed un grazioso favore al magnate newyorkese che punta proprio sulla carta della lotta ai clandestini per riuscire ad essere confermato con un secondo mandato alla Casa Bianca.

Non è certo un caso, perciò, se il partito dell’Asinello per quanto riguarda la grave crisi umanitaria in atto ai confini meridionali del paese non sia stato finora in grado di andare al di là della pura propaganda. Né presentare una concreta e credibile proposta su come farvi fronte in alternativa a quella seguita dall’amministrazione repubblicana. Un impasse determinato dall’incapacità di venire a capo della paralizzante divisione tra la paura che ammettendo l’esistenza del problema si finisca per dare in qualche modo ragione all’allarmismo del Presidente, finora sempre bollato come eccessivo e strumentale. E, all’opposto, dal timore che continuare a minimizzare la dimensione del problema rischi di fare apparire il partito democratico agli occhi della pubblica opinione come poco attento e determinato su un tema assai sentito nel paese. Che, cosa ancora più seria, allarma anche non pochi settori del suo stesso elettorato.

Una situazione che negli ultimi giorni è stata, se possibile, ulteriormente aggravata dalla proposta avanzata dalla senatrice e candidata alla nomination democratica alle elezioni di novembre Kamala Harris. Che nel suo programma si è dichiarata favorevole all’abolizione del tetto attualmente previsto per le green card riservate agli immigrati specializzati. Una modifica alle norme attualmente in vigore sull’immigrazione che se attuata finirebbe per avvantaggiare, tra i tanti che chiedono di entrare negli USA, gli appartenenti alle minoranze indiane e cinesi che hanno livelli professionali e titoli di studio più elevati della media. E, per contro, penalizzare i latino americani di gran lunga meno scolarizzati e qualificati.

Il risultato? Quello di scatenare una valanga di proteste e una potenziale, pericolosissima dissidenza da parte degli appartenenti all’enorme comunità dei latinos la cui compatta mobilitazione rappresenta per il partito democratico il sine qua non per sperare di riuscire a battere Trump e riconquistare la Casa Bianca.

Fa suo il divide et impera dell’antica Roma

Che Trump sia un presidente volutamente e decisamente divisivo è ormai evidente. Assai meno, invece, è il perché. Non è infatti ancora chiaro se il suo comportamento aggressivo e spesso provocatorio dipenda, come sostengono gli avversari, dai limiti culturali e caratteriali dell’uomo oppure, come invece qualcuno comincia a sospettare, da una precisa anche se discutibile strategia politica. In base alla quale, come denunciava giorni addietro un editoriale del New York Times, anche dopo aver conquistata la Casa Bianca non è diventato, differentemente dai suoi predecessori, il presidente di tutto il Popolo ma del suo Popolo.

Con Trump l’idea che una volta eletto il Presidente USA debba essere di tutti gli americani e non più solo di quelli che lo hanno eletto sembra appartenere ad un’epoca che non c’è più. Per la semplice ragione che per essere rieletto nel 2020 punta tutte le sue carte sull’United Base of America che lo ha, contro ogni pronostico, eletto nel 2016. Ed è per questo che, ad esempio, sull’immigrazione più si avvicina la scadenza elettorale più radicalizza la sua campagna anti-stranieri. Con obbiettivo di eccitare l’ansia ed il risentimento della base ed impedire il dialogo con l’opposizione parlamentare e con i settori meno radicali della pubblica opinione caldeggiato, invece, dall’establishment moderato repubblicano. E proprio perché l’appuntamento del 2020 si presenta per lui ricco di pericolose incognite preferisce fare di tutto pur di compiacere e conservare la lealtà dei suoi fan anziché tentare di “allargare al centro”, come suggerirebbero le tradizionali regole della politica, la propria costituency politico-elettorale.

Insomma, Trump per scelta non lascia passare occasione per essere, e soprattutto apparire, divisivo ed immoderato. Gli interessa più galvanizzare i suoi che convincere i dubbiosi né tanto meno gli oppositori. E, lasciando molti a bocca aperta, si preoccupa assai poco del fatto di aver conquistato come Presidente il poco invidiabile record di non essere mai stato nei sondaggi di popolarità neppure un giorno il più gradito dagli americani. La sua convinzione è chiara: puntare ad essere rieletto tenendo dalla sua quel 46% dei si che, in base al funzionamento del sistema maggioritario americano, gli ha consegnato i collegi chiave con cui ha fatto fuori, nonostante avesse raccolto un numero di consensi in assoluto superiore al suo, Hillary Clinton. La verità è che nessuno avrebbe mai immaginato che l’ex “sciupa femmine” newyorkese conoscesse, al punto da applicarlo, il divide et impera usato dagli antichi romani per conservare secoli di potere.

I repubblicani moderati nel mirino di Trump

Trump a forza di cacciare ministri non rischia di trasformare la Casa Bianca in quella che con perfida ironia Peter Nicholas ha definito sulle pagine dell’Atlantic The White House Survivors (la Casa dei Sopravvissuti)? A guardare dall’esterno verrebbe naturale rispondere sì. Non fosse altro perché nella storia USA nessun Presidente aveva mai proceduto ad un’epurazione “seriale”di uomini con incarichi di governo paragonabile a quella messa in atto dal magnate newyorkese. Che ha costretto al riposo anticipato, per rimanere ai più alti in grado, non solo Rex Tillerson (Esteri), Michael Flynn (Difesa), Jim Mattis (Difesa), Jeff Sessions (Giustizia) e Kristjen Nielsen (Interni) ma anche James Comey (FBI) e Randolph “Tex” Alles (Servizi Segreti).

Un modo di fare che sarebbe però troppo semplicistico spiegare, cosa che invece molti fanno, con la lunatica erraticità del suo cattivo carattere. O con la spietata lotta interna tra le fazioni dell’amministrazione desiderose di aggraziarsi a qualunque costo il ben volere del Capo. Perché al di là dell’esuberante ed innegabile egocentrismo dell’uomo e delle risse intestine di palazzo la spiegazione delle vicende di cui sopra è da ricercare nella feroce determinazione con cui Trump, usando l’arma della lotta all’immigrazione, sta cercando di piegare la resistenza dei vecchi, ma potentissimi gruppi di potere dell’establishment moderato, da cui lui stesso proviene, che si oppongono alla sua politica di radicalizzazione nazionalistica del tradizionale conservatorismo repubblicano. Che per riuscire ha come condizione necessaria anche se non sufficiente quella di poter contare su collaboratori disposti, senza esitazioni né doppiezze, a consentire la realizzazione di un programma strategico che per la sua ambizione si espone a molti rischi e non poche insidie. Prima fra tutte quella dell’ostracismo silenzioso ma latente di molti repubblicani moderati disposti a non badare a spese pur di impedirgli di ottenere quello a cui mira: di essere candidato plebiscitariamente dalla base come front runner del partito alle prossime elezioni presidenziali del novembre 2020.

Mossa a sorpresa di Trump sui rifugiati

L’ordinanza emessa ieri dal nuovo ministro USA della Giustizia William Barr che impone la detenzione dei richiedenti asilo fino al completo esaurimento dell’iter giudiziario relativo alla fondatezza delle loro domande è destinata, nel bene e nel male, a segnare la storia della politica dell’immigrazione non solo americana ma internazionale. In base a questa nuova direttiva, in vigore entro 90 giorni, anche ai rifugiati che superano i preliminari, sommari accertamenti di polizia non sarà consentito, come in passato, di versare una cauzione e soggiornare liberamente nel paese in attesa cha la giustizia decida sull’attendibilità delle loro richieste.

Un giro di vite che, come prevedibile, ha scatenato l’immediata reazione delle organizzazioni umanitarie che contestano, a ragione, il rischio che per molti immigrati, vista la lunghezza pluriennale dei procedimenti giudiziari, questo provvedimento determini una sorta di detenzione a tempo indeterminato. Un orrore giuridico figlio, però, di un problema vero. Riconosciuto dallo stesso Trump che venerdì della scorsa settimana a Minneapolis di fronte ad una folta platea di imprenditori aveva annunciato l’intenzione di mettere fine alla “inconcludente sceneggiata” di quella che gli addetti dell’immigration americana bollano in gergo catch and release (prendi e lasci). Perché obbligati dalla legge a consentire ai richiedenti asilo in attesa del pronunciamento della giustizia di soggiornare liberamente (e sparire) sul territorio nazionale.

Una dinamica che negli ultimi mesi, a causa delle massicce ondate di arrivi dai martoriati paesi centro americani, rischiava non solo di andare fuori controllo ma di essere utilizzato da molti immigrati (ben informati che in base alla legge anche se fermati dalla polizia sarebbero stati rilasciati in attesa del processo) per saltare gli obblighi di frontiera e raggiungere l’agognato Norte. Cosa riconosciuta ed ammessa persino dal prestigioso e super democratico Migration Policy Institute che nel suo ultimo lavoro parla di una crisi migratoria che si auto alimenta ai confini meridionali del paese ed alla quale, pur con soluzioni diverse da quelle adottate dall’amministrazione repubblicana, è urgente dare risposta.

Detto questo occorre un’ultima ma necessaria precisazione. I nuovi provvedimenti restrittivi non riguarderanno i rifugiati che si presentano per essere accolti nei port entries governativi di frontiera, ma solo quelli che chiedono asilo dopo essere stati intercettati dalle forze dell’ordine nell’atto di superare clandestinamente il confine.

Sull’immigrazione fa fuori anche lei

Trump quando si sente criticato o scavalcato a destra sull’immigrazione reagisce e colpisce. E come prima cosa mette alla porta un rappresentante del suo governo. Il cui sacrificio viene usato a mò di simbolica ma efficace rassicurazione nei confronti dell’oltranzismo leale della sua base elettorale. Su cui poggia l’opa politica da lui lanciata, e sistematicamente perseguita, nei confronti della tradizionale linea politica del suo partito. Ritenendola troppo moderata e disponibile alla mediazione nei confronti dell’opposizione. Soprattutto sull’immigrazione.

Solo così si spiega l’inatteso annuncio del licenziamento con cui domenica scorsa all’ora di pranzo la Casa Bianca ha messo fine alla carriera del capo dell’Homeland Security Krstjen Nielsen. Da molti considerata, almeno fino all’altro ieri, una fedelissima del Presidente. Al punto di essersi guadagnata il non invidiabile appellativo di “falco di destra e senza cuore” per essere stata l’unica a difendere mesi fa in diretta tv la controversissima direttiva presidenziale che imponeva all’agenzia federale da lei guidata di separare e detenere i figli dei genitori immigrati clandestini arrestati al confine meridionale del paese. Una fedeltà che però non è bastata a metterla al riparo dalla spregiudicatezza, al limite del cinismo, con cui Trump ha messo fine alla carriera del suo ministro per riparare ad un errore da lui stesso commesso.

Di che si tratta? E’ presto detto. Venerdì scorso, infatti, il magnate newyorkese aveva fatto balenare ad una platea di agguerriti imprenditori americani l’ipotesi di allentare il giro di vite alle frontiere per consentire, viste le ottime performance dell’economia, l’ingresso di nuovi immigrati. Un’affermazione ingenuamente presa per buona dalla Nielsen. Che il giorno dopo, in una dichiarazione raccolta dal Washington Post, si è spinta ad ipotizzare la concessione da parte dell’agenzia per la sicurezza nazionale di una quota aggiuntiva di 69mila nuovi visti H-2B riservati agli stagionali stranieri. Scatenando immediatamente la rivolta degli ultras trumpiani. Che per voce del Center for Immigration Studies hanno accusato il Presidente e la sua amministrazione di tradire, come tante volte avevano già fatto in passato altri leader del tradizionale establishment repubblicano,   i lavoratori americani disoccupati. Un’accusa che Trump, già in piena campagna per le elezioni presidenziali del 2020, ha pensato bene di scansare usando la Nielsen nel più comodo ed efficace dei parafulmini.

Trump minaccia ma non chiuderà il confine

Con l’immigrazione vince in politica chi la drammatizza. Una regola che Trump conosce ed usa come pochi. Tanto è vero che alla fine della scorsa settimana, resosi forse conto che le difficoltà politiche e giudiziarie frapposte alla costruzione del Muro anti clandestini con il Messico rischiavano di dare ossigeno alla dura campagna dei democratici contro la sua linea anti immigrati, ha deciso di cambiare “cavallo” e rilanciare. Minacciando, di fronte al crescente afflusso di stranieri irregolari dallo stato centro americano verso i confini del paese, di chiudere gli ingressi di frontiera.

Una possibilità che pur se solo annunciata è riuscita, per la sua enormità, nell’obbiettivo di rinfocolare l’ansia della pubblica opinione statunitense sull’immigrazione. Un tema che nella strategia del Presidente, essendo stato di grande aiuto per la conquista della Casa Bianca nel 2016, potrebbe rappresentare, insieme al buon andamento dell’economia, il vero asso nella manica per la sua eventuale ma al momento tutt’altro che scontata rielezione nel 2020. A costo, però, di correre dei seri, serissimi rischi. Infatti chiudere i confini con il Messico determinerebbe una vera e propria soluzione di continuità nelle relazioni geopolitiche tra due nazioni amiche ed alleate. Che, insieme al Canada, rappresentano da sempre un elemento di storica stabilità per il continente americano. Ed un unicum nella storia del Secondo Dopoguerra. Visto che la sola volta in cui una misura del genere è stata messa in atto risale alle concitate ore successive all’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle di New York.

Ma i problemi non finiscono qui. Per la semplice ragione che un alt ai corridoi di comunicazione Usa-Messico avrebbe enormi conseguenze negative per l’economia del paese a stelle e strisce. Che rischia non solo un pesante rallentamento dell’export verso quello che rappresenta il suo terzo partner commerciale in assoluto. Ma anche serie difficoltà nell’approvvigionamento dei semi lavorati di cui la produzione industriale abbisogna come il pane.

A puro titolo indicativo vale forse la pena ricordare che in base alle statistiche del National Foreign Trade Counsil americano i numerosissimi port entry dislocati lungo l’immenso confine che si estende dalla California al Texas vengono annualmente attraversati da non meno di 500mila giganteschi tir carichi all’inverosimile di ogni tipo di merci . Dati che se sommati ai non semplici procedimenti istituzionali che la legge impone di rispettare (informare il Congresso, trattare con il sindacato degli agenti dell’immigration e delle dogane etc.) prima di procedere alla chiusura dei confini, rendono legittimo il dubbio che per Trump non sarà facile andare oltre l’annuncio. Scegliendo di incassare il “dividendo politico” che gli interessa senza però contrariare l’umore (ed i profitti) del big business da sempre schierato al suo fianco.

Elezioni USA: vince chi sbaglia meno sull’immigrazione

Negli USA l’allarmante aumento degli immigrati irregolari fermati ai confini meridionali del paese dagli uomini dell’Immigration rischia di rappresentare un inatteso ma serio rompicapo politico per l’opposizione democratica. Chiamata a scegliere tra una doppia ma tutt’altro che facile alternativa.

Proseguire nella battaglia condotta, con non pochi risultati, negli ultimi mesi. Ribadendo che il rischio di una crisi migratoria ai confini è solo un’ invenzione propagandistica, per metà paranoica e per l’altra elettoralistica, di Trump. Con il rischio però, visto il crescente numero degli stranieri arrestati, di apparire agli occhi della pubblica opinione come negligentemente indifferenti ad una questione che preoccupa non poco anche vasti settori del suo stesso elettorato.

Oppure riconoscere, a proprio rischio e pericolo, che il problema esiste. Visto che Trump non si lascerebbe certo sfuggire l’occasione per usare questa ammissione come prova dell’irragionevole braccio di ferro condotto dall’opposizione contro la costruzione del Muro anti clandestini da lui cocciutamente e strenuamente invocato. Un quadro che definire complicato è poco. Rispetto al quale, però, almeno due cose appaiono chiare.

La prima: sapere oggi per quale delle due alternative opteranno i democratici è non solo difficile ma prematuro. Visto che molto se non tutto dipende dall’esito delle primarie tra i contendenti del partito dell’Asinello in lizza per la nomination alle presidenziali del 2020. Divisi tra quelli più radicali convinti che nell’America di oggi solo l’anti-trumpismo inflessibile può consentire ai democratici di tornare a sedere alla Casa Bianca. E l’ala dei moderati, assai forte nell’establishment storico del partito e tra i gruppi parlamentari. Che, a differenza dei primi, puntano a riguadagnare il sostegno degli elettori del ceto medio e del lavoro dipendente che dopo aver votato per due volte Obama nel 2016 si erano lasciati incantare dalla sirena del neo populismo di Trump;

La seconda: stando solo ai i numeri degli arresti degli immigrati senza permesso effettuati nei primi mesi del 2019 ai confini meridionali statunitensi sarebbe difficile dare torto a Trump e ragione ai democratici. Visto che se il loro trend dovesse essere confermato anche per quelli a venire essi rischiano di essere secondi al record degli oltre 700mila registrati nel lontano 2008.

Ma se oltre alle cifre analizziamo la tipologia degli stranieri finiti nelle maglie del Border Patrol il giudizio cambia. E non poco. Visto che non si tratta più come un tempo, di clandestini, in maggioranza giovani messicani, che, come Trump sostiene, cercano di entrare illegalmente per rubare il lavoro agli americani. Ma di intere famiglie in fuga dalle violenze in atto nei martoriati paesi centro-americani di San Salvador, Guatemala e Honduras che si presentano spontaneamente agli agenti di confine chiedendo asilo e protezione. Per fermare le quali, come giustamente sostengono i democratici, l’utilità del Muro di Trump è pari a zero.

Il PD sull’immigrazione cancella Minniti

Per il PD puntare sull’anti-salvinismo per combattere la politica dell’immigrazione di Salvini rischia di essere una trappola mortale. Perchè, come dimostrano le vuote, inconcludenti parole di circostanza pronunciate dalla sua nuova dirigenza di fronte al teatrale salvataggio dei 42 immigrati da parte degli attivisti della Mare Jonio, anziché la mano dura del Ministro degli Interni rischiano di colpire l’intelligenza della pubblica opinione. E soprattutto cancellare dalla sua agenda politica la capacità di governo di questo fenomeno dimostrata a suo tempo, con alti e bassi, ma con successo da Marco Minniti.

E’ infatti singolare che il maggior partito di opposizione abbia col silenzio date per buone le argomentazioni sulla non democraticità delle istituzioni libiche addotte dalla ONG di Beppe Caccia per giustificare il rifiuto di riportare da dove erano partiti i naufraghi. Visto che con esse un suo autorevole esponente, al tempo Ministro degli Interni, ha lungamente trattato e fortemente incoraggiato a riorganizzarsi. Fino a convincerle ad accettare l’ingresso sul loro territorio di osservatori ed operatori dell’ONU e dell’OIM. Ma soprattutto non si può far finta di continuare a non vedere ciò che a molti osservatori imparziali ormai appare chiaro. E cioè che il doveroso obbligo imposto dalle convenzioni internazionali che regolano il salvataggio in mare non può essere usato fraudolentemente da chi decide deliberatamente di naufragare per immigrare.

Non dire la verità per timore di essere accumunati al “nemico” è una tabe intellettuale dell’estremismo politico da cui credevamo che la sinistra si fosse da tempo immunizzata. Tanto più in una materia delicata ed esplosiva quale da sempre è quella dell’immigrazione. Una domanda per concludere: alle prossime elezioni di maggio il PD ritiene forse possibile riguadagnare l’opinione pubblica di cui tanto abbisogna la causa europeista facendo lo “gnorri” sull’immigrazione?

Il Muro o la Casa Bianca nel 2020

Più passa il tempo più aumenta per Trump il rischio che il Muro anti clandestini al confine del Messico finisca nel nulla. Ma non c’è dubbio che, comunque vada a finire la vicenda, il braccio di ferro da mesi in atto sulla sua costruzione è destinato a lasciare il segno nella storia politica americana. Non differentemente di come nel recente passato era accaduto, ad esempio, quando Lyndon B. Johnson impose nel 1964 il varo del Civil Rights o Nixon, ad un passo dall’impeachment dopo il Water Gate, si dimise da Presidente nel 1974.

Per la semplice ragione che la questione del Muro sì/Muro no ha ormai assunto i connotati simbolici di uno scontro in piena regola sul modo di essere e di funzionare della democrazia made in US. Che nelle ultime ore ha conosciuto una ulteriore, drammatica accelerazione. Visto che Trump - sfidando la censura votata la scorsa settimana dalla Camera e quella attesa la prossima settimana del Senato grazie alla defezione annunciata da 13 repubblicani - ha invece pensato bene ieri di rincarare ulteriormente la dose. Annunciando di aver iscritto nel budget di spesa 2019 i miliardi necessari alla costruzione del Muro nonostante il no del Parlamento. Violando la regola costituzionale da sempre in vigore secondo la quale: “ il Presidente propone, il Congresso dispone”.

Perché una così evidente forzatura? Al di là del fatto che, data la complicata architettura costituzionale americana, solo la Corte Suprema sarà in grado di stabilire, e ci vorranno mesi, se legittima o meno, quello che più colpisce è l’argomentazione usata a sua giustificazione dal Presidente. La quale, se dovesse prevalere, rischia di stravolgere, più di quanto già fin qui avvenuto, il modo di essere della democrazia rappresentativa del paese a stelle e strisce. Il suo messaggio è semplice: poiché la costruzione del Muro è una promessa fatta agli elettori essa deve essere onorata costi quel che costi. Costringendo alla resa l’ostracismo conservatore dell’establishment politico tradizionale. Che per Trump oltre ai democratici comprende anche alcuni potenti maggiorenti del suo stesso partito da anni seduti in Parlamento. Che, vista la piega che hanno preso le cose, si stanno organizzando per impedire la sua ricandidatura alle prossime elezioni presidenziali del 2020.