Gli USA di Trump Brexit al quadrato

Trump ha deciso sul Muro di trascinare l’America in una crisi politico-istituzionale che ricorda, moltiplicata per mille, quella dell’Inghilterra di Brexit. Per due ragioni.

La prima: in entrambi i casi tutto origina da un’ossessione - poco importa se fondata o meno - che è, anche linguisticamente, la stessa al di qua e al di là dell’Atlantico: take back the control of our border. Riprendere il controllo delle frontiere per fermare l’immigrazione.

La seconda: impedire alle istituzioni rappresentative di riuscire ad imporre una via d’uscita alla crisi sulla base del principio cardine della moderna democrazia liberale: il compromesso parlamentare.

Due cause aggravate, soprattutto nel caso degli USA, da una lotta feroce per la supremazia all’interno della destra politica tra i conservatori moderati e gli estremisti neo populisti. Che Trump con la dichiarazione dello stato di emergenza di oggi ha deciso di spingere, costi quel che costi, alla resa dei conti finale. E’ da qui che bisogna partire per cercare di capire le ragioni di un atto che va ben al di là dell’azzardo. Per il trumpismo, infatti, il Muro da simbolo si è paradossalmente trasformato in una sorta di spartiacque esistenziale. Visto il disastroso esito delle elezioni di medio termine dello scorso novembre, quando i democratici hanno mietuto consensi come era loro riuscito solo dopo la defenestrazione di Nixon in conseguenza del Watergate. O rientrare nei ranghi, e per riguadagnare il voto dei moderati, chiudere il contenzioso del suo finanziamento accettando il compromesso siglato in Parlamento dai maggiorenti del suo partito e quelli dell’opposizione. Oppure, in omaggio al nucleo duro dell’America profonda a lui ancora assolutamente fedele, rilanciare con la dichiarazione dello stato di emergenza una sfida che ha come primo e fondamentale obbiettivo quello di mettere l’establishment repubblicano con le spalle al “Muro”.

Obbligandolo a decidere se , in base agli articoli dall’Emergencies Act del 1974, è fondata e legittima la sua richiesta di utilizzare, per la costruzione del Muro, fondi già altrimenti finalizzati dalla legge di bilancio parlamentare, oppure, d’intesa con l’opposizione, considerarla un’impropria espropriazione del Parlamento e quindi vietarla. Una miscela resa, se possibile, addirittura esplosiva dall’avvio della corsa alle elezioni presidenziali 2020. Alle quali Trump, anche se forse in cuor suo teme di non poter rivincere, sa che può arrivare solo se padrone incontrastato e assoluto del suo partito.

Caduto il muro spera negli errori altrui

Il futuro di Trump dipende dai democratici. Sembra assurdo, eppure è così. Visto che, per come si sono messe le cose, solo un errore politico dei suoi avversari può, forse, consentire al tycoon newyorkese di uscire dall’angolo in cui la fissazione del Muro l’ha cacciato. Una situazione di difficoltà che il discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato l’altra sera ha, se possibile, ulteriormente aggravata. Costringendolo a commettere l’errore che un politico in caduta libera nei consensi non dovrebbe mai fare: tacere sui problemi e, per non riconoscere di aver sbagliato, parlare d’altro. Cosa che invece Trump ha fatto con spavalda protervia. Al punto che nel suo non breve intervento (il secondo più lungo speech presidenziale dopo quello pronunciato da Bill Clinton nel 2000) dello shutdown provocato dal braccio di ferro sul finanziamento del Muro non ha neppure pronunciata la parola.

Una scelta opportunistica che rischia, però, di rilevarsi disastrosa. Intanto perché non ha offerto il doveroso conforto alla parte “popolare” del suo elettorato che non ha gradito vedere per tre settimane milioni di americani lasciati a casa senza stipendio per una causa che molti considerano più un impuntatura politica che un problema del loro vivere quotidiano. Ma soprattutto perché non ha fornito, come si sarebbe aspettato dal Presidente, una possibile, accettabile soluzione del problema quando scadrà il prossimo 15 del mese la tregua concordata con l’opposizione democratica. Che dal canto suo dovrà però calibrare con attenzione le proprie mosse. Per evitare, come invece silenziosamente Trump ed i suoi sperano, che la sua ferma, e al momento vincente, opposizione all’aggressivo populismo divisivo trumpista si traduca in una pericolosa radicalizzazione a sinistra della sua offerta politica. Con il risultato di consentire a Donald di rimettere nel sacco le pive perdute sul Muro anticlandestini.

L’immigrazione spacca il trumpismo

Per Trump la retromarcia sul duro braccio di ferro con i democratici sulla costruzione del Muro anti clandestini al confine con il Messico rischia di essere molto più di una pur pesante sconfitta tattica. Per il semplice motivo che la vera ragione che lo ha obbligato a tornare indietro dal suo ukase sta nella frattura politica determinata dalla vicenda del Muro nel fronte populista che lo aveva eletto a suo rappresentante. Che per la prima volta ha messo in discussione la grande alleanza tra big business e ceti popolari abilmente costruita dal magnate newyorkese con la parola d’ordine make America great again. Che molti suoi elettori del ceto medio e del lavoro dipendente hanno invece considerato tradita dallo shutdown che ha lasciato a casa senza stipendio milioni di famiglie di impiegati delle agenzie federali e di dipendenti delle aziende dell’indotto ad esse collegate.

Una umanità per la quale la lotta all’immigrazione va bene se colpisce gli odiati takers (gli approfittatori) ma non, come in questo caso, molti incolpevoli makers (produttori). Ed è qui che l’indubbia genialità del progetto di Trump di trasformare il partito repubblicano da esangue rappresentante del big business in un grande partito conservatore di massa ha mostrato per la prima volta la corda. E’ come se l’accecamento anti immigrati lo abbia privato della capacità politica che fino a ieri gli aveva consentito di venire a capo anche delle situazioni più spinose. Come quella, ad esempio, di riuscire a fare accettare ai poveri un colossale taglio delle tasse ai ricchi. E, all’opposto, di fare ingoiare ai secondi, facendo finta di volerlo cancellare, la continuazione dell’Obamacare per i primi. Una novità tanto improvvisa quanto imprevista che può seriamente costare al “nostro” non solo la rielezione ma addirittura la candidatura alle elezioni presidenziali del 2020.

L’immigrazione dà e toglie

E’ proprio vero che per la politica l’immigrazione rappresenta un terremo molto scivoloso. Peggio, un’arma a doppio taglio. Che può fare vincere le elezioni ma se abusata trasformarsi in un nonnulla in una pericolosa buccia di banana. Basta vedere, al riguardo, quello che sta accadendo negli USA. Dove, anche se al momento nessuno può con certezza dire come finirà il braccio di ferro ingaggiato da Trump con l’opposizione democratica, di certo è che il suo incaponimento sul Muro anti clandestini al confine del Messico si sta trasformando,con il passare dei giorni, in una trappola. Assai costosa elettoralmente.

Secondo l’ultima rilevazione CBS News, infatti, il suo grado di gradimento nell’opinione pubblica statunitense è sceso, come mai dall’insediamento alla Casa Bianca, ben al di sotto del 40%. Una tendenza al ribasso che negli stati del confine meridionale del paese, direttamente interessati al “muro si, muro no”, si sta trasformando per il suo partito in una vera e propria Caporetto. Tanto è vero che nelle ultime elezioni di midterm svoltesi alla fine dello scorso novembre i democratici sono riusciti a conquistare quasi tutti i seggi parlamentari in ballottaggio. Non solo in Arizona e nell’Orange Country della California del sud ma, cosa che non avveniva da quasi 37 anni, nel super conservatore e da sempre repubblicano New Mexico. Insomma l’immigrazione non dà sempre e comunque. Perché quando viene meno la ragionevolezza toglie e di brutto.

Sull’immigrazione l’Occidente rischia l’abisso

Sull’immigrazione le democrazie occidentali stanno scivolando verso l’abisso. Una verità difficile da negare visto che questo fenomeno è l’agente della crisi politica, ai limiti dell’impazzimento, in cui si sono cacciati le classi dirigenti ed i governi al di qua e al di là dell’Atlantico.

Basta osservare, mettendo per un momento da parte per carità di patria i nostri guai e quelli dell’Unione Europea, quanto sta accadendo nello storico bastione dell’Occidente liberale: gli Stati Uniti. Dove shutdown provocato dal braccio di ferro di Trump con i democratici sui finanziamenti necessari per la costruzione del Muro anti clandestini al confine messicano paralizza da più di tre settimane gran parte dell’amministrazione. Lasciando a casa senza stipendio più di un milione di dipendenti pubblici. Oltre a quelli delle imprese dell’indotto.

Un evento che non solo sta assumendo dimensioni mai viste in precedenza. Ma che, col passare dei giorni, rischia, non essendo in vista possibili soluzioni, di trasformarsi in un vero e proprio “buco nero” per la politica statunitense. Un’entropia sistemica di cui è chiara avvisaglia la lettera con cui il capo dell’opposizione democratica e presidente della Camera dei deputati Nancy Pelosi ha in queste ore formalmente chiesto al Presidente, cosa mai accaduta negli USA dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale, di rinviare il suo discorso sullo Stato dell’Unione fissato per il prossimo 29 gennaio.

Come andrà a finire oggi nessuno lo sa. Di sicuro siamo in presenza di una lunga, negativa onda di eventi che nei decenni a venire sarà letta e indicata come uno spartiacque della storia politica del III millennio

Trump rischia di sbattere contro il Muro

Se il Muro anziché di cemento fosse di acciaio sareste disposti a finanziarlo? E’ molto difficile se non improbabile che con questa “offerta” dell’ultima ora Trump riesca a smuovere il no dei parlamentari democratici alle spese per la realizzazione della sua agognata barriera anti clandestini al confine messicano. E mettere fine allo shutdown del bilancio americano che da oltre due settimane tiene inoperosi e senza stipendio 800 mila dipendenti di diverse agenzie statali e federali. Un braccio di ferro che col passare dei giorni rischia di trasformare l’azzardo politico con cui il Presidente pensava di piegare le resistenza degli avversari in un rischioso boomerang per la Casa Bianca. Per almeno due ragioni.

La prima: dai sondaggi degli ultimi giorni emerge che i lavoratori pubblici lasciati a casa senza salario, differentemente da quanto immaginato (e sperato) dai consiglieri presidenziali, danno in maggioranza la colpa della loro difficile situazione ( mutui che scadono, bollette da pagare, tasse scolastiche dei figli etc.) anziché ai democratici all’impuntatura di Trump sulla costruzione del Muro a tutti i costi. Una novità che consente ai democratici di rafforzare il loro no al finanziamento di un’opera che il magnate newyorchese in campagna elettorale aveva promesso sarebbe stata pagata dai messicani e non,come chiede oggi, dai contribuenti americani.

La seconda: con la questione Muro sì, Muro no il Presidente sperava di fare apparire l’opposizione come debole e poco decisa sulla scottante, e per lui politicamente favorevole, questione della lotta all’immigrazione clandestina. Una linea a dir poco improvvida. Per la semplice ragione che quasi in contemporanea alla sua “propostina” del Muro in acciaio anziché in cemento i grandi mezzi di comunicazione hanno ricordato che nel 2006 64 deputati e 24 senatori democratici, tra cui Barack Obama, Illary Clinton e l’attuale capo dell’opposizione al Senato Chuch Schumer, avevano votato sì al Secure Fencing Act voluto da Gerge W. Bush per controllare le zone più a rischio del confine meridionale del Paese.

Una partita a scacchi che per Trump si fa davvero complicata. Al punto che nei circoli conservatori comincia a serpeggiare la preoccupazione che pur di vincerla egli decida di rompere l’accerchiamento cedendo ai democratici sulla questione dell’immigrazione che a loro sta più a cuore: quella della definitiva legalizzazione dello status dei giovani Dreamers.

Sull’immigrazione l’UE è in un vicolo cieco

Poche ore prima dell’apertura del Vertice dei Capi di Stato e di Governo europei anche la Germania, arrendendosi all’evidenza dei fatti, ha detto basta al sistema delle quote di riparto obbligatorio dei profughi e degli esuli tra i paesi dell’Unione.

Una decisione, quella tedesca, che ricalca quanto già comunicato al riguardo dalla Commissione e che consente, finalmente, di chiudere un clamoroso quanto doloroso capitolo della per altro gravemente fallimentare politica dell’immigrazione europea. Che ha impiegato più di tre anni per rendersi conto di quello che da un’obiettiva osservazione della realtà si sarebbe dovuto capire se non in pochi giorni certamente in poche settimane.

Ma per ragioni diverse da quella usualmente addotte nei comunicati ufficiali emessi a ripetizione dagli uffici di Bruxelles. Che hanno sempre indicato nell’egoismo dei governi, in particolare di quelli capeggiati dai falchi di Visegrad, la ragione dell’inconcludente strategia del riparto obbligatorio dei rifugiati approdati in massa nei paesi sud del Vecchio Continente. Solo una “mente burocratica” poteva infatti far finta di non capire che per quanto disperati e bisognosi di protezione i profughi non avevano interesse né intenzione di finire “ripartiti” in un paesino della Polonia o della Slovacchia. Né tanto meno a Cipro o Malta. E che l’obbiettivo per il quale avevano rischiato la vita per terra e per mare erano le terre dell’ex Europa dell’Ovest. Dove da tempo risiedevano e lavoravano i membri delle loro diaspore nazionali.

A questo ostacolo basato sugli “interessi degli interessati” il sistema delle quote ne aggiungeva un altro non meno potente. Rappresentato dal fatto che, come molte ricerca hanno ampiamente dimostrato, non c’è nulla che riesce ad eccitare di più l’avversione della pubblica opinione nei confronti dell’immigrazione quanto l’annuncio dell’arrivo di nuovi stranieri. Tanto più se a farlo non è il governo nazionale ma un volto ignoto di quello dell’Unione.

L’Europa farà tesoro di tanto fallimento? Anche se la speranza è l’ultima a morire la risposta è no. Perché mancano le condizioni e le personalità politiche richieste per fare da noi in materia di immigrazione ed asilo quello che alla fine dell’800 fecero gli USA. Che tolsero il potere di controllo ai confini, fino ad allora nelle mani dei singoli stati, delegandolo all’autorità federale. E, al contempo, liberalizzarono la circolazione all’interno consentendo agli accolti di seguire e realizzare il proprio destino. Dove e come volevano.

La Salvini danese annuncia ma non fa

In Italia quando sull'immigrazione la politica non sa che pesci prendere istituisce una commissione con l’incarico di trovare, ovviamente nel più breve tempo possibile, una soluzione. Quella danese, invece, per decidere decide salvo rinviare la messa in atto al futuro che verrà. Due modelli diversi ma accomunati dall'annunciare. Anziché dal fare. Prova ne è il bailamme seguito alla notizia che dall'America, tramite il New York Times, è rimbalzata da noi secondo cui il governo danese avrebbe deciso di applicare per i rifugiati l’inumano modello da tempo adottato da quello australiano. Stanziando nella nuova legge di bilancio 140 milioni di dollari per i lavori necessari a trasformare l’isoletta di Lindholm, situata a 20 minuti dalla capitale Copenaghen, in un centro di “accoglienza” di 100 richiedenti asilo respinti.

Superato il primo momento di sconforto abbiamo cercato di approfondire la questione scoprendo che: 1) gli interventi di riadattamento dell’isolotto richiedono tempi lunghi. La cui fine, se nulla osta, è prevista per la seconda metà del 2021. Una data talmente lontana per cui è difficile che i membri dell’attuale Esecutivo saranno ancora in carica. Di mezzo, infatti, oltre alle elezioni europee di maggio 2019, ci sono il mese successivo quelle del Parlamento nazionale e, più in là, quelle regionali; 2) i 100 disgraziati eventualmente destinati al confine, per fortuna, non sono, come riferiscono molti organi di stampa, rifugiati che pur avendo avuto respinta la richiesta di asilo non possono essere rimpatriati. Bensì immigrati passati in giudicato per ripetuti reati comuni; 3) il silenzio dell’opposizione di sinistra sulla vergogna “dell’isola dei disperati”, come le cronache hanno definito l’affaire, denunciato come un vergognoso appeasament in vista dei prossimi turni elettorali, è invece espressione di prudente saggezza. Per la semplice ragione, come ha fatto notare sulla sua rubrica giornalistica l’ex ministro dell’immigrazione e super liberal Birthe Hornbech “è vero che quelli del centro destra sono abilissimi a fare autogol visto che la storia dell’isola è solo un annuncio destinato a finire nel nulla così come avvenuto per quelli sui rimpatri di massa. Detto ciò, però, è innegabile che quello dei rifugiati che non hanno diritto all'asilo ma non possono neppure essere rimpatriati è un problema sul quale c’è poco da scherzare”.

Parole sante. Che ridanno un po’ di dignità alla politica europea dell’immigrazione. E che suonano di ammonimento per tanti commentatori nostrani che, forse, anziché correre dietro allo scoop sulla nuova Dachau danese avrebbero fatto meglio, anziché agitarsi, ricordare al New York Times che attualmente nelle prigioni a stelle e strisce sono detenuti, a tempo indeterminato, più di 300mila immigrati. Per non parlare di Guantanamo.

Negli USA sull’immigrazione è muro contro muro

Sull’immigrazione si profila per l’America un pericoloso muro contro muro. Nel vero e proprio senso della parola. Per la semplice ragione che se nelle prossime ore, come sembra probabile, i democratici confermeranno il loro no alla richiesta di Trump di prevedere nelle nuove linee di budget i finanziamenti per la costruzione del “suo” muro, il 7 dicembre prossimo scatterà lo shutdown. Il blocco delle attività che scatta quando il Congresso  non riesce ad approvare la legge di rifinanziamento delle attività amministrative. L’Antideficit-Act , infatti, stabilisce che senza l'approvazione dei relativi stanziamenti, siano essi annuali o a breve termine, le attività governative debbano essere sottoposte a un «arresto» (shutdown) fino all'approvazione del loro rifinanziamento dell’apposito Comitato interparlamentare. Con la differenza che, visti anche i risultati delle ultime elezioni di medio termine, la posizione del Presidente, rispetto al braccio di ferro che lo scorso gennaio aveva dato luogo allo stesso tipo di impasse appare oggi più debole e quella dell’opposizione più forte. Per almeno due motivi.

Il primo è che avendo dovuto chiedere l’aiuto del Messico per tentare di risolvere la crisi dei caminantes al confine californiano, nessuno crede più alla promessa elettorale di Donald che il muro sarebbe stato costruito con i soldi dei messicani. “Ma come” ha ironicamente fatto notare il senatore democratico Leahy “adesso chiede i soldi dei contribuenti per un’opera che, aveva solennemente giurato, non avrebbe mai pesato sulle tasche degli americani ma su quelle dei messicani”.

Il secondo è che la decisione del Presidente di volere a tutti i costi imporre nella legge di bilancio uno specifico capitolo di spesa per il “muro” consente ai democratici di usare il no come un “muro” per ricompattarsi e superare le loro paralizzanti divisioni interne. E avere buon gioco agli occhi della pubblica opinione nel sostenere che, al netto di qualche minima concessione, la spesa per la sicurezza non deve superare 1,6 miliardi di dollari contro i 5 pretesi dalla Casa Bianca. E che se a causa dello shutdown i funzionari federali arriveranno a Natale senza stipendio la colpa è di un Presidente ogni giorno più nervoso.

Per i dem USA l’immigrazione non è più un tabù

Finalmente tra i democratici americani comincia, forse sulla spinta dei positivi risultati delle recenti elezioni di midterm, a farsi largo l’idea che è impresa non difficile ma impossibile pensare di battere Trump alle Presidenziali del 2020 senza ridiscutere e ripensare la politica dell’immigrazione.

Una novità certificata dal documento conclusivo del meeting internazionale svoltosi a Washington lo scorso 15 novembre nella sede ultrademocratica del Migration Policy Institute. Nel quale per la prima volta si afferma che per fermare l’ondata conservatrice che ha innescato la recessione democratica dell’Occidente bisogna avere il coraggio di “riconoscere l’ingiusta redistribuzione di benefici e costi provocati nella società dall’immigrazione”.

Una presa d’atto coraggiosa che, si spera, possa rappresentare il primo passo per superare l’ostinata chiusura di un’ortodossia politica che sul tema aveva costretto i liberal del paese a stelle e strisce nell’angolo. E interrotto i canali di comunicazione dei democratici con la loro tradizionale base popolare. Chiarendo, finalmente, due cose.

La prima che non si può difendere l’immigrazione sorvolando sul fatto che del surplus di ricchezza da essa prodotto gode solo una parte ma non tutta la società. Così come per quanto riguarda i costi. Una svolta non da poco se messa a confronto con il tono di sprezzante, algida sicurezza con cui Illary Clinton, in una conferenza tenuta all’estero dopo la sonora sconfitta subita nella corsa alla Casa Bianca, aveva spiegato ad un attonito uditorio che a votare Trump era stata l’America degli “arretrati”. E che nelle urne si era schierata dalla sua “quella ottimistica, diversa e dinamica”.

La seconda  che è possibile, anche se non facile, rimettere mano al funzionamento dell’immigrazione senza per questo scatenare una campagna di odio anti immigrati e di scenografica militarizzazione dei confini. Ma con mirate politiche fiscali e di Welfare capaci di “rammendare” il tessuto sociale per aiutare chi è o si sente lasciato indietro a rimettersi al passo con la modernità.

De te fabula narratur dicevano i latini a proposito di eventi che per la loro importanza erano destinati ad influenzare il futuro di chi non ne era al momento coinvolto. Cosa che fa sperare che il segnale sull’immigrazione che arriva oggi dall’America possa, in un futuro non troppo lontano, valere anche da noi.