Il populismo colto del Mago di Oz

Dopo la Russia, a distanza di appena un decennio ma a migliaia di chilometri di distanza, populismo e populisti comparvero, quasi d’improvviso, nella vita politica degli Usa. Grazie alla nascita, nel 1892, del People's Party.

Un partito che per un certo periodo ebbe dimensioni ragguardevoli e che nacque come reazione dei piccoli contadini (farmers), e in genere dei piccoli e piccolissimi proprietari, contro lo strapotere, giugulatorio del sistema bancario e della grande finanza. Ma fin dai primi anni del ‘900, tuttavia, il People's Party vide contrarsi drasticamente la propria capacità di penetrazione e i propri consensi. Nel 1912 il partito non esisteva più.

Eppure dal 1892, quando era stata varata a St. Louis la sua piattaforma partitica, il sostantivo populismo ebbe un formidabile successo politico e mediatico. Nei primi anni ’90 dell’800 il People’s Party riuscì a darsi un solido assetto organizzativo. Divenendo punto di riferimento di una vasta ondata di protesta che agitava le campagne. A causa della depressione sociale e morale che, in particolare negli stati del Sud, aveva fatto seguito alla sanguinosa guerra di secessione. Ma anche agli effetti della grande depressione che tra il 1870 e il 1897 aveva fatto crollare di anno in anno i prezzi dei prodotti agricoli.

Le aree geografiche in cui si insediò il partito populista, che ha rappresentato nella storia americana il tentativo forse più serio di spezzare il tradizionale duopolio del sistema politico statunitense, furono peraltro quasi esclusivamente quelle più colpite dalla crisi: gli ex Stati confederati del Sud e quelli del Midwest. Intercettando sentimenti, umori e frustrazioni che da allora in poi non sono mai più tramontati nel mainstream socio-politico americano. Che puntava il dito contro il mondo dell’industria e della finanza, di cui Wall Street era l’emblema. Che secondo i populisti poteva essere indebolito con la sostituzione dell’oro, allora unico mezzo di pagamento, con il libero conio dell’argento. Che avrebbe, infatti, determinato un aumento della massa monetaria. E che facendo salire l’inflazione avrebbe diminuito il costo del denaro e, quindi quello dei prestiti bancari gravanti sui piccoli contadini. Una proposta di nuova strategia economica che i populisti accompagnavano con la richiesta di calmieramento dei prezzi agricoli (con la creazione di depositi federali dove immagazzinare le eccedenze), della nazionalizzazione delle ferrovie e, sul piano politico-istituzionale, dell’introduzione dello strumento del referendum.

Ma c’era, però, un altro fronte per i populisti: gli immigrati e il nascente melting pot. Che spiega le ragioni dell’odio dichiarato e radicato, soprattutto tra i militanti di base, nei confronti degli ebrei, dei nuovi immigrati, degli stranieri e, naturalmente, dei neri. Un atteggiamento di risentimento rancoroso che non risparmiava neppure l’intellighènzia. Alla cui decadenza veniva contrapposta la semplice etica dell'uomo comune (everyman) e dei produttori onesti. Contro i quali i gruppi di affari, per difendere i propri interessi, non esitavano ad ordire giganteschi complotti. Che rientravano, secondo i documenti programmatici del People's Party, in "una vasta cospirazione contro l'umanità, organizzata su due continenti e ormai dilagante nel mondo intero".

Un tema che fu al centro della Convention di Chicago del 1896 conclusa da William Jenniger Bryan con quello che è unanimemente considerato il più appassionato e straordinario discorso della storia politica americana: The Cross of Gold. “Voi ricchi non pianterete sulla fronte dei lavoratori questa corona di spine e non crocifiggerete l’umanità sulla Vostra Croce d’Oro”. Potremmo concludere qui se non fosse che fu proprio quell’episodio ad ispirare uno dei maggiori e più amati capolavori della letteratura per l’infanzia: Il Mago di Oz. Che altro non è che un’allegoria, piena di amore e nostalgia, per il mondo sognato e mai raggiunto del People’s Party.

La Salvini danese annuncia ma non fa

In Italia quando sull'immigrazione la politica non sa che pesci prendere istituisce una commissione con l’incarico di trovare, ovviamente nel più breve tempo possibile, una soluzione. Quella danese, invece, per decidere decide salvo rinviare la messa in atto al futuro che verrà. Due modelli diversi ma accomunati dall'annunciare. Anziché dal fare. Prova ne è il bailamme seguito alla notizia che dall'America, tramite il New York Times, è rimbalzata da noi secondo cui il governo danese avrebbe deciso di applicare per i rifugiati l’inumano modello da tempo adottato da quello australiano. Stanziando nella nuova legge di bilancio 140 milioni di dollari per i lavori necessari a trasformare l’isoletta di Lindholm, situata a 20 minuti dalla capitale Copenaghen, in un centro di “accoglienza” di 100 richiedenti asilo respinti.

Superato il primo momento di sconforto abbiamo cercato di approfondire la questione scoprendo che: 1) gli interventi di riadattamento dell’isolotto richiedono tempi lunghi. La cui fine, se nulla osta, è prevista per la seconda metà del 2021. Una data talmente lontana per cui è difficile che i membri dell’attuale Esecutivo saranno ancora in carica. Di mezzo, infatti, oltre alle elezioni europee di maggio 2019, ci sono il mese successivo quelle del Parlamento nazionale e, più in là, quelle regionali; 2) i 100 disgraziati eventualmente destinati al confine, per fortuna, non sono, come riferiscono molti organi di stampa, rifugiati che pur avendo avuto respinta la richiesta di asilo non possono essere rimpatriati. Bensì immigrati passati in giudicato per ripetuti reati comuni; 3) il silenzio dell’opposizione di sinistra sulla vergogna “dell’isola dei disperati”, come le cronache hanno definito l’affaire, denunciato come un vergognoso appeasament in vista dei prossimi turni elettorali, è invece espressione di prudente saggezza. Per la semplice ragione, come ha fatto notare sulla sua rubrica giornalistica l’ex ministro dell’immigrazione e super liberal Birthe Hornbech “è vero che quelli del centro destra sono abilissimi a fare autogol visto che la storia dell’isola è solo un annuncio destinato a finire nel nulla così come avvenuto per quelli sui rimpatri di massa. Detto ciò, però, è innegabile che quello dei rifugiati che non hanno diritto all'asilo ma non possono neppure essere rimpatriati è un problema sul quale c’è poco da scherzare”.

Parole sante. Che ridanno un po’ di dignità alla politica europea dell’immigrazione. E che suonano di ammonimento per tanti commentatori nostrani che, forse, anziché correre dietro allo scoop sulla nuova Dachau danese avrebbero fatto meglio, anziché agitarsi, ricordare al New York Times che attualmente nelle prigioni a stelle e strisce sono detenuti, a tempo indeterminato, più di 300mila immigrati. Per non parlare di Guantanamo.

Sull’immigrazione l’Occidente rischia l’abisso

Sull’immigrazione le democrazie occidentali stanno scivolando verso l’abisso. Una verità difficile da negare visto che questo fenomeno è l’agente della crisi politica, ai limiti dell’impazzimento, in cui si sono cacciati le classi dirigenti ed i governi al di qua e al di là dell’Atlantico.

Basta osservare, mettendo per un momento da parte per carità di patria i nostri guai e quelli dell’Unione Europea, quanto sta accadendo nello storico bastione dell’Occidente liberale: gli Stati Uniti. Dove shutdown provocato dal braccio di ferro di Trump con i democratici sui finanziamenti necessari per la costruzione del Muro anti clandestini al confine messicano paralizza da più di tre settimane gran parte dell’amministrazione. Lasciando a casa senza stipendio più di un milione di dipendenti pubblici. Oltre a quelli delle imprese dell’indotto.

Un evento che non solo sta assumendo dimensioni mai viste in precedenza. Ma che, col passare dei giorni, rischia, non essendo in vista possibili soluzioni, di trasformarsi in un vero e proprio “buco nero” per la politica statunitense. Un’entropia sistemica di cui è chiara avvisaglia la lettera con cui il capo dell’opposizione democratica e presidente della Camera dei deputati Nancy Pelosi ha in queste ore formalmente chiesto al Presidente, cosa mai accaduta negli USA dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale, di rinviare il suo discorso sullo Stato dell’Unione fissato per il prossimo 29 gennaio.

Come andrà a finire oggi nessuno lo sa. Di sicuro siamo in presenza di una lunga, negativa onda di eventi che nei decenni a venire sarà letta e indicata come uno spartiacque della storia politica del III millennio

Gli USA di Trump Brexit al quadrato

Trump ha deciso sul Muro di trascinare l’America in una crisi politico-istituzionale che ricorda, moltiplicata per mille, quella dell’Inghilterra di Brexit. Per due ragioni.

La prima: in entrambi i casi tutto origina da un’ossessione - poco importa se fondata o meno - che è, anche linguisticamente, la stessa al di qua e al di là dell’Atlantico: take back the control of our border. Riprendere il controllo delle frontiere per fermare l’immigrazione.

La seconda: impedire alle istituzioni rappresentative di riuscire ad imporre una via d’uscita alla crisi sulla base del principio cardine della moderna democrazia liberale: il compromesso parlamentare.

Due cause aggravate, soprattutto nel caso degli USA, da una lotta feroce per la supremazia all’interno della destra politica tra i conservatori moderati e gli estremisti neo populisti. Che Trump con la dichiarazione dello stato di emergenza di oggi ha deciso di spingere, costi quel che costi, alla resa dei conti finale. E’ da qui che bisogna partire per cercare di capire le ragioni di un atto che va ben al di là dell’azzardo. Per il trumpismo, infatti, il Muro da simbolo si è paradossalmente trasformato in una sorta di spartiacque esistenziale. Visto il disastroso esito delle elezioni di medio termine dello scorso novembre, quando i democratici hanno mietuto consensi come era loro riuscito solo dopo la defenestrazione di Nixon in conseguenza del Watergate. O rientrare nei ranghi, e per riguadagnare il voto dei moderati, chiudere il contenzioso del suo finanziamento accettando il compromesso siglato in Parlamento dai maggiorenti del suo partito e quelli dell’opposizione. Oppure, in omaggio al nucleo duro dell’America profonda a lui ancora assolutamente fedele, rilanciare con la dichiarazione dello stato di emergenza una sfida che ha come primo e fondamentale obbiettivo quello di mettere l’establishment repubblicano con le spalle al “Muro”.

Obbligandolo a decidere se , in base agli articoli dall’Emergencies Act del 1974, è fondata e legittima la sua richiesta di utilizzare, per la costruzione del Muro, fondi già altrimenti finalizzati dalla legge di bilancio parlamentare, oppure, d’intesa con l’opposizione, considerarla un’impropria espropriazione del Parlamento e quindi vietarla. Una miscela resa, se possibile, addirittura esplosiva dall’avvio della corsa alle elezioni presidenziali 2020. Alle quali Trump, anche se forse in cuor suo teme di non poter rivincere, sa che può arrivare solo se padrone incontrastato e assoluto del suo partito.

Il problema di Trump è il suo ego

La rielezione di Trump è diventata una strada in discesa? Per come si sono messe le cose verrebbe da rispondere di sì. Soprattutto dopo il doppio successo politico dello scorso fine settimana che lo ha visto uscire vittorioso da mesi di durissimo braccio di ferro con l’opposizione su le due più delicate e discusse questioni della sua presidenza: la costruzione del Muro e i respingimenti dei richiedenti asilo alla frontiera meridionale del Paese.

Per quanto riguarda la prima, infatti, la Corte Suprema, con un verdetto 5 a 4, ha dichiarato legittimo l’uso, da lui invocato ma dal Congresso negato, di 2,5 miliardi di dollari del Pentagono per la costruzione di una nuova barriera anti clandestini lunga 100miglia alla frontiera con il Messico.

La seconda, ancora più rilevante, riguarda il documento concordato con il ministro degli interni del Guatemala in base al quale gli immigrati dell’Honduras e del San Salvador che attraversano il paese centro americano con l’obbiettivo di chiedere asilo negli USA dovranno farlo “restando in loco” e non più, come in passato, sul suolo statunitense.

Una decisione che sommata a quella “estorta” al Messico con la minaccia dell’imposizione di pesanti dazi al suo export verso il possente partner nord americano di fatto blindano il confine yankee dalle carovane di profughi che negli ultimi anni avevano preso il posto dell’immigrazione clandestina tradizionale. Un quadro in base al quale anche chi non è un fan di Trump avrebbe difficoltà a negare che il vento spiri sempre più decisamente dalla sua parte. Ma c’è un ma.

Rappresentato dalla frenesia del Nostro di segnare continuamente punti a suo vantaggio. Con il rischio di esagerare. Come è accaduto sabato scorso quando a Baltimora arringando una folla di fan scatenati ha bollato il quartiere che da anni elegge a suo rappresentante il democratico Elijah .E. Cummings “disgusting rat and rodent infested mess”. Una frase non solo inopportuna ma sbagliata. Perché una cosa è dare coraggio alla propria base un’altra dimenticare che mancando alle elezioni ancor 16 mesi a forza di tirarla la corda si spezza. Ed in politica quando avviene non c’è più modo di recuperare.

Il pugno duro con gli immigrati fa parte della storia Usa

Tra le molte ed in alcuni casi legittime ragioni per criticare la politica dell’immigrazione di Trump quella di condannarla perché estranea alla storia americana è sicuramente la meno convincente. Non solo perché se così fosse risulta davvero difficile spiegare perché, stando ai sondaggi, anche dopo l’incresciosa, deprecabile invettiva contro le 4 parlamentari democratiche di origine immigrata, l’indice di gradimento del Presidente tra i repubblicani si sia confermato addirittura superiore a quelli di Ronald Reagan con “morning in America” o di George W. Bush subito dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle di New York. Ma, soprattutto, capire le ragioni in primis culturali della vasta presa che essa esercita in molti settori sociali ed aree geografiche pur tra loro assai differenti del gigantesco continente americano.

La verità è che la questione dell’immigrazione e, con essa, quella dell’americanità, ossia dell’appartenenza al popolo americano, non sono nate con Trump. Ma hanno segnato, a fondo, molto a fondo, raggiungendo spesso livelli di durezza altrove sconosciuti, la storia dell’America fin dalla sua nascita. La prima legge sull’immigrazione, infatti, emanata nel 1790 consentiva l’acquisizione della cittadinanza USA solo agli immigrati bianchi. Per i neri si dovette attendere la ratifica costituzionale dell’emendamento 14 nel 1868, altri 30 anni per darla a quelli di origine cinese e per i nativi delle tribù indiane addirittura il varo dell’Indian Citizenship Act nel 1924. Ma non bastano queste semplici ma significative date per dimostrare che non ha senso dire che la “selective citizenship” proposta da Trump è estranea alla storia americana. Che infatti porta in sè il segno indelebile ed incancellabile dell’azione di Andriew Jackson. Presidente dal 1829 al 1837 duro, impulsivo fino alla brutalità, considerato un corpo estraneo dall’establishment dell’epoca ma amatissimo dai piccoli farmers dello sterminato midwest statunitense. A favore dei quali pensò bene di requisire i territori degli indiani ad Est del fiume Mississipi costringendoli ad un trasferimento talmente forzato da rimanere nella loro memoria come “il sentiero delle lacrime”.

Secondo Wikipedia la presidenza di Jackson (noi ci permettiamo di aggiungere prima di quella di Trump) rimane la più difficile da riassumere, spiegare e valutare. Per il biografo James Parton “era ad un tempo dittatore e democratico, un genio naturale seppur profondamente ignorante, la rappresentazione di Satana ma anche quella di un Santo”. E, dulcis in fundo, tra il 1948 ed il 2009 su 13 sondaggi di opinione condotti tra storici ed esperti di scienze politiche Jackson si è sempre classificato tra i primi 10 presidenti di tutti i tempi, o molto vicino ad essi.

Negli USA non lo amano ma lo votano

Trump concludendo la scorsa settimana un comizio in North Carolina si è accomiatato da una elettrizzata platea di sostenitori dicendo: “Win where  we won” (vinciamo dove abbiamo vinto). Una frase che dice molto se non tutto sulla sua strategia per essere riconfermato alla Casa Bianca alle prossime elezioni presidenziali del novembre 2020. Riottenere i voti di coloro che nel 2016 gli hanno consentito, smentendo le previsioni di molti, di battere la super favorita Hillary Clinton.

Una strategia che non è, come a prima vista verrebbe da pensare, difensiva ma di attacco frontale alla martellante quanto confusa campagna elettorale dell’opposizione democratica. Che continuando ad alzare i toni contro la sua politica dell’immigrazione ed il suo stile prepotentemente decisionista non si è forse ancora resa conto di contribuire a rafforzarne il consenso negli strati popolari proprio in stati come l’Ohio, la Pennsylvania o il Wisconsin sui quali Trump più conta per restare presidente. Una dinamica che spiega anche quello che per editorialisti e politologi è diventato un vero e proprio rompicapo in base al quale Trump, paradossalmente, cala nel rating del public approval ma aumenta in quello elettorale.

La verità è che, per usare l’acuta definizione datane dal New Yorker,  con il suo “razzismo calcolato” Trump cerca di costringere i democratici a radicalizzarsi in una sorta di antitesi razziale dei repubblicani. Cosa che oltre a rafforzare il lealismo dei supporter repubblicani di base potrebbe anche inquietare molti elettori potenzialmente filo democratici del ceto medio professionale ed imprenditoriale. Che pur non approvando il suo modo di fare e di parlare temono però che un’ulteriore polarizzazione ideologica della vita politica del paese ed una sua eventuale sconfitta elettorale possano compromettere l’eccellente andamento dell’economia e degli affari. Decidendo, come si dice,  di  votarlo turandosi il naso.

Sui clandestini i dem USA non sanno che pesci prendere

Due episodi delle ultime ore confermano che negli USA lo scontro sull’immigrazione tra Trump e l’opposizione democratica è ormai giunto ad un punto di non ritorno. Prima il via libera presidenziale agli arresti ed al rimpatrio su larga scala da parte degli agenti dall’Home Security Agency dei clandestini presenti in gran numero nelle cosiddette sanctuary cities, come New York, San Francisco, Chigaco etc., in maggioranza governate da amministrazioni da sempre schierate contro l’uomo della Casa Bianca. Ed a seguire il terribile tweet con cui il Presidente ha “consigliato”, cosa mai avvenuta in precedenza, a 4 parlamentari democratiche ferocemente ostili alla sua politica- Ilham Omar (Minnesota), Alexandria Ocasio-Cortez (New York), Rashida Tlaib (Michigan), Anyanna Pressley (Massachusetts)- di lasciare il paese e tornare nelle nazioni di provenienza dei loro genitori, danno la misura di una contrapposizione sull’immigrazione che l’America aveva conosciuto solo nell’800 con l’ondata anti stranieri guidata dal Know Nothing Party e l’espulsione in massa degli immigrati cinesi e nel ‘900 con l’internamento in speciali campi di detenzione di quelli giapponesi dopo il bombardamento di Pearl Harbour da parte dell’aviazione del Sol Levante.

Riferimenti storici importanti che aiutano a capire ma non a spiegare perché gli eventi di oggi sono destinati a segnare chissà per quanto tempo il futuro della politica dell’immigrazione americana. Non fosse altro perché se anche l’esito delle urne non consentisse a Trump di essere riconfermato nelle 2020, cosa allo stato da molti ritenuta improbabile, la politica dell’immigrazione di chiunque sarà il successore difficilmente potrà evitare di fare i conti con gli enormi cambiamenti politico-culturali prodotti dagli anni della sua turbolenta presidenza. Che al di là dei metodi spesso discutibili usati è però riuscita a prendere di petto quello che da sempre ha rappresentato il vero punto debole della lotta di Washington all’immigrazione irregolare. Rappresentato dal fatto che i clandestini una volta riusciti a superare il confine e mettere piede sul suolo americano, a meno di non commettere reati o infrazioni gravi, erano pressoché certi di poter lavorare e vivere negli USA senza correre il rischio di essere rimpatriati. Un tabù che, al di là delle parole, nessun presidente americano prima dell’arrivo del magnate newyorkese aveva avuto l’ardire di affrontare. E che dopo di lui nessuno, c’è da scommettere, oserà o sarà in grado di ignorare.

I democratici corteggiano i clandestini e i latinos si inquietano

I democratici americani con il loro radicalismo sull’immigrazione rischiano oltre a fare il gioco di Trump anche di rompere con quella che dovrebbe rappresentare per loro la “testa d’ariete politica” alle elezioni presidenziali del 2020: la constituency latina. Come dimostra l’esito poco felice dell’incontro svoltosi lo scorso fine settimana tra i candidati alla nomination democratica ed i rappresentanti della potente League of United Latin American Citizens (LULAC). Che non hanno nascosto la propria delusione di fronte al fatto che i vari Bernie Sanders, Elisabeth Warren, Julien Castro e Beto O’Rourke pur divisi su tutto si sono invece trovati d’accordo sull’attaccare il giro di vite sull’immigrazione voluto da Trump. Promettendo non solo di voler cambiare, ammorbidendole, le recenti norme introdotte dall’amministrazione repubblicana contro gli ingressi irregolari, ma di estendere anche ai clandestini i benefici della protezione sanitaria varata tra mille difficoltà da Obama.

Un salto in avanti che, con grande delusione dei relatori, anziché galvanizzare ha preoccupato non pochi tra i delegati della comunità ispanica presenti in platea. Molti dei quali nonostante i lunghi anni di duro lavoro e regolare presenza sul territorio americano essendo ancora privi della protezione sanitaria pubblica hanno segnalato ai quattro big democratici la più viva contrarietà all’idea di essere “saltati” a favore di nuovi arrivati con meno diritti dei loro.

Tanto è vero che in uno dei momenti più caldi del confronto qualcuno dalla platea ha ricordato ad alta voce che nel 2009 il presidente Obama, per vincere l’ostruzionismo dei repubblicani, aveva dichiarato di fronte al Congresso che i benefici previsti della riforma sanitaria non riguardavano i clandestini. La verità, come ha giustamente fatto notare il Presidente della LULAC Dimingo Garcia ai cronisti che l’interrogavano sul perché delle contrapposizioni emerse nel corso dell’incontro appena concluso, è che gli appartenenti alla comunità latino-americana per confermare il tradizionale orientamento elettorale pro democratici si aspettano di sentire dai rappresentanti del partito dell’Asinello proposte concrete sui tanti problemi del loro vivere quotidiano più che tirate ideologiche contro la battaglia dell’immigrazione portata avanti da Trump. Come dire: a buon intenditor poche parole!

Negli USA come da noi la sinistra balbetta sull’immigrazione

Man mano che passano i mesi e si avvicinano le lezioni presidenziali 2020 è da mettere in conto che per Trump sull’immigrazione non saranno rose e fiori. Perché questa questione già di per sé difficile e politicamente assai divisiva si è di molto complicata negli ultimi mesi. A causa della gravissima crisi umanitaria che le autorità federali americane debbono fronteggiare ai confini meridionali del paese. Dove carovane formate da migliaia di famiglie centro americane, in grande parte provenienti di martoriati territori dell’Honduras, del Guatemala e del S. Salvador cercano, con tutti i mezzi e in tutti i modi di riuscire a scavalcare la frontiera yankee con la speranza di ottenere, con l’asilo, il diritto di farsi una nuova vita in America.

Difficoltà che una parte dell’opposizione democratica tenta di usare per delegittimare agli occhi della pubblica opinione la strategia del giro di vite con cui Trump spera di ottenere dagli elettori la conferma alla Casa Bianca. Una scelta politica azzardata che rischia di trasformarsi per gli oppositori del magnate newyorkese in un boomerang politico. Intanto perché, per come sono fatti e pensano gli americani, questo tipo di atteggiamento, considerato in contrasto con il principio fondante della cultura nazionale ”right or wrong this is my country”, non è da loro affatto apprezzato. Ma soprattutto in ragione del fatto che le accuse rivolte alla maggioranza repubblicana dai rappresentanti del partito dell’Asinello, secondo i quali l’emergenza immigrazione non esiste ma è solo un’invenzione usata dal Presidente per distrarre l’attenzione dei cittadini dai veri problemi del paese, suona non solo poco credibile ma, soprattutto, figlia di un errore che nelle urne può costare caro. E che nello slang politologico viene etichettato come doppio pesismo. Che, tradotto in parole semplici, stigmatizza una concezione della lotta politica secondo cui la stessa azione è giusta e legittima se la faccio io, mentre è colpevolmente sbagliata se la fa il mio avversario.

Una logica dei “due pesi e due misure” per la quale i democratici mentre gridano contro il pugno duro di Trump dimenticano (o fanno finta di dimenticare) che, numeri alla mano, i 450mila e passa immigrati clandestini espulsi dall’amministrazione Obama sono, ad oggi, due volte di più quelli rimandati a casa dal suo straripante successore alla Casa Bianca. Ed ai cittadini questo modo di fare né sfugge né piace.