L’elezione di Trump è possibile ma poco probabile

La corsa di Trump al secondo mandato presidenziale, quando mancano poco più di tre settimane all’Election Day di novembre, appare ancora possibile ma sempre meno probabile.

Possibile non solo perché in politica, come già tante volte accaduto in passato, può sempre accadere qualcosa all’ultimo minuto capace di cambiare le carte in tavola. E rovesciare, nel caso a favore del miliardario newyorkese, l’esito di una competizione elettorale che molti invece danno per lui ormai perduta. Ma anche in ragione del fatto che agli occhi di molti settori di quella strana galassia quale è l’opinione pubblica americana, gli eccessi e la sua cocciutaggine comportamentale che tanti gli rimproverano trovano invece un chiaro apprezzamento. Come, ad esempio, quello testimoniato da Michelle O’Neal, donna di mezza dello stato della Virginia, che intervistata la scorsa settimana dal quotidiano liberal OZY ha spiegato di averlo votato nel 2016 perché: “I honestly didn’y vote on his character. I like that he’s a fighter”.

Ma le chance del possibile, che non vanno mai sottovalutate, rischiano però la resa di fronte a tre fondamentali ragioni che, allo stato delle cose, rendono la rielezione di Trump davvero poco probabile. In primis l’economia. Che con l’esplosione della grande pandemia si è trasformata da arma vincente in un boomerang del trumpismo. Basti pensare che nel giro degli ultimi mesi il tasso di disoccupazione che negli USA pre Covid aveva toccato il minimo storico del 3,5%, a settembre scorso è schizzata al 7,9%. E che al momento la macchina produttiva a stelle e strisce è riuscita a recuperare solo 11,4 milioni di posti di lavoro dei 22,2 persi nei terribili mesi della scora primavera. E poiché è noto il detto che “quando l’economia va male, va male per il Presidente in carica” è certo che nelle urne la negatività di questi numeri si farà sentire, e come! Oltre ai segnali infausti dell’economia si aggiungono, giorno dopo giorno, anche quelli dei sondaggi. Che nonostante i tanti e non piccoli errori del passato rappresentano comunque degli indicatori sia pur grossolani dell’umore del corpo elettorale. Che con l’avanzare della data del voto sembra orientato più a punire l’amministrazione in carica che a premiare le proposte dell’opposizione.

Interessante al riguardo l’ultima rilevazione relativa allo stato chiave dell’Arizona. Che nonostante abbia sistematicamente premiato dal 1996 i repubblicani a danno dei democratici oggi non solo colloca Trump di 1 punto alle spalle di Joe Biden. Ma sembra sul punto di consegnare il seggio senatoriale della trumpiana di ferro Martha McSallyfar nelle mani del democratico Mark Kelly. Ma non basta.

Perché c’è una terza, decisiva questione per cui Trump rischia di non farcela. Infatti a differenza del 2016 in cui Trump si presentò, nel bene e nel male, come una figura di rottura di un’America scontenta ed impoverita dalla globalizzazione, nella attuale campagna per la rielezione non ha avanzato nuove proposte né lanciato progetti per il futuro. Riducendo la sua azione ad una sorta di guerriglia permanente contro i settori dell’establishment a lui ostili. Cosa che in molti elettori sembra aver risvegliato la nostalgia di una normalità politica che lui non sarà mai in grado di assicurare.

Anche Lincoln si ammalò come Trump

Il tipo di malattia che ha colpito Trump e la sua velata ma preoccupante indisponibilità a riconoscere come legittimo il risultato del voto popolare delle prossime elezioni presidenziali ricordano da vicino due episodi che già in passato e per le stesse ragioni hanno fatto tremare il sistema politico statunitense.

Il primo risale al novembre del 1863. Quando il Presidente Abramo Lincoln, nel pieno della sanguinosa guerra di secessione, sul treno che lo riportava a casa all’indomani del famoso Gettysburg Address dette segni di un forte malessere che i medici della scorta diagnosticarono come infezione da vaiolo. Una epidemia per la quale al tempo non esisteva alcuna forma di vaccino e che per sua fortuna riuscì a superare dopo un mese di stretta quarantena. Anche allora, come oggi per Trump, la maggiore preoccupazione dello staff sanitario della Casa Bianca fu quella di rassicurare il paese minimizzando la gravità del male. Diagnosi però smentita da uno studio pubblicato nel 2007 dal Journal of Medical Biography. Secondo il quale in base all’evidenza dei sintomi “Lincoln likely had a serious case of disease”. Di qui la domanda di molti: quali conseguenze la sua eventuale morte avrebbe avuto per la moderna democrazia americana in considerazione del fatto che il Presidente si era ammalato quando non aveva ancora emanato l’Emancipation Proclamation che metteva fine allo schiavismo negli USA?

Il secondo episodio risale alla feroce disputa politica scoppiata all’indomani delle elezioni tenutesi in concomitanza del centesimo anniversario della nascita degli Stati Uniti d’America. Da cui il titolo “Centennial Crisis” del libro scritto sull’argomento da William Rehnquist. Una crisi determinata dal fatto che nonostante Samuel Tiden, governatore democratico di New York, avesse ricevuto più voti del governatore dell’Ohio Rutherford Hayes suo avversario, il collegio dei Grandi Elettori (che rappresenta un’istituzione del sistema elettorale made in US incomprensibile agli occhi di un europeo) composto al 50% da democratici e per l’altro 50 da repubblicani non fu in grado di decidere a chi assegnare la vittoria. Innescando un crescendo di accuse e contro accuse che fece temere potesse tornare a riaccendersi il conflitto secessionista concluso appena qualche anno prima. E che fu per fortuna evitato, dopo settimane di serrate, segretissime trattative, dall’accordo tra le parti meglio noto come The Compromise of 1877. In base alle quali il partito democratico (molto diverso da quello attuale perché formato in grande parte da conservatori e agrari degli stati del Sud ) concesse ai repubblicani la Casa Bianca in cambio dello smantellamento negli stati ex schiavisti delle strutture di controllo militare loro imposte alla fine della guerra di secessione. E che per le popolazioni afroamericane significò il ritorno, sotto mentite spoglie, della segregazione del passato.

Sull’immigrazione la nostra debolezza é culturale

Preoccupa la sbrigativa, negativa bocciatura riservata dai nostri mezzi di informazione, di destra e di sinistra, al documento sull’immigrazione reso noto la scorsa settimana della Commissione europea. Non solo per le ragioni di merito ben illustrate su questo giornale dall’ultimo editoriale di Giuseppe Terranova. Ma perché espressione di un confuso ritardo culturale che sul tema dell’immigrazione rischia di penalizzare oltre misura la capacità contrattuale del nostro paese a livello internazionale. Visto che, nel caso, la stroncatura da parte della nostra stampa del documento della Commissione rischia di veicolare Oltreconfine una indisponibilità alla trattativa che non è proprio quella che più serve oggi all'Italia.

La verità è che sarebbe forse ora di capire, una volta per tutte, che all’estero è difficile anche per chi è meglio intenzionato nei nostri confronti non dico accettare ma persino comprendere il nostro modo di ragionare. Che sull’immigrazione ostenta, ad un tempo, un vittimismo rivendicativo e un viscerale rifiuto per tutto ciò che sa di regole e disciplina. Un mix confuso e pericoloso che commentatori e studiosi della materia anziché aiutare a combattere hanno, invece, fatto a gara per rafforzare. Mentre la politica per prudenza o opportunismo (salvo il caso di cui gli va dato merito del ministro Enzo Amendola che è uno dei pochi che sa come ragionano i nostri partner comunitari) ha preferito soprassedere tacendo. Non si può credibilmente sostenere l’obbligo della redistribuzione tra tutti i paesi europei dei profughi che arrivano sulle nostre coste rifiutando, perché troppo “securitarie”, norme comuni per una seria ed efficace selezione, che oggi non c’è, di chi ha diritto e chi no all’asilo.

 Un modo di ragionare che ricorda quello di trent’anni fa. Quando alla fine degli anni '80 si aprì nel Bel Paese, anche allora da destra e da sinistra, la “guerra” contro Schengen. Che anziché il bene intoccabile che oggi tutti dicono di volere difendere, furono in molti a condannare come espressione “securitaria” di un Europa nemica dell’accoglienza. Accoglienza, sia detto per inciso, che allora riguardava i profughi che in massa abbandonavano l’Est postcomunista e non il Sud mediterraneo. E tanto per restare in tema come non ricordare che la vituperatissima Convenzione di Dublino fu allora definita e varata per il fatto che molti paesi, compreso il nostro, non immaginando che col passare degli anni la situazione sarebbe potuta radicalmente cambiare, pensarono, con non poca perfidia, di scaricare sulle spalle della Germania il fardello degli oneri spettanti al paese cosiddetto di primo approdo.

Per concludere. Se davvero vogliamo riuscire a far sì che da domani chi arriva a Pozzallo o Lampedusa non arrivi in Italia ma in Europa allora è con essa che dobbiamo seriamente fare i conti. E prima di chiederlo agli altri faremmo forse bene a cambiare in fretta il nostro modo di ragionare.

Trump sfrutta un errore di Obama

La decisione di Trump di nominare alla Corte Suprema, a due mesi dalle elezioni presidenziali, la conservatrice Coney Barret in sostituzione della liberal Ruth Ginsburg defunta la scora settimana, anche se poco “elegante” non è, come invece molti dicono, un sopruso scandaloso. Perché, nel caso, questo nuovo, ennesimo capitolo della feroce guerra politica in atto da anni tra il Presidente ed i suoi avversari origina da una modifica parlamentare relativa alla nomina dei giudici dell’Alta Corte introdotta negli anni della presidenza di Barak Obama.

Nel 2013, infatti, Henry Reid, leader della maggioranza democratica al Senato, di fronte all’impasse sulla nomina di un giudice liberal osteggiato dai repubblicani, chiese ed ottenne di sostituire la soglia “storica” della maggioranza assoluta dei voti senatoriali con quella della maggioranza semplice. Una modifica che oggi Trump, in nome della parola d’ordine “leave no vacancy behind”, non ha avuto problemi a sfruttare a suo vantaggio. Un problema reso, se possibile, ancor più delicato per i democratici dall’articolo pubblicato lo scorso 25 settembre dal New York Times con il titolo:”The quiet lunch that could have altered Supreme Court history”. Dal quale veniamo a sapere che sempre nel 2013 Obama, in un incontro rimasto a lungo segreto, preoccupato del futuro, aveva tentato senza successo di convincere la Ginsburg, 80enne e alle prese con gravi problemi di salute, di dimettersi per consentire ad un più giovane magistrato liberal di occupare per molti anni a venire il suo decisivo seggio nell’Alta Corte.

Ma oltre a riflettere su questi fatti i democratici farebbero forse bene, anziché continuare ad attaccare a testa bassa l’inquilino della Casa Bianca rischiando di replicare il “buco nell’acqua dell’impeachment”, a credere e sperare che Coney Barret anche se anti abortista radicale può difendere la democrazia non meno di loro. Visto che lei nel 2017, in occasione di una audizione parlamentare, ha sostenuto che l’attività dei giudici, qualunque sia il loro livello, non può essere condizionata dalla politica e che tutti i togati devono rispettare le sentenze della Corte Suprema senza fare valere le proprie convinzioni religiose.

Le elezioni Usa legate alla cabala

Perché nessuno è in grado di sapere come andranno a finire le elezioni presidenziali americane del prossimo novembre? Domanda quanto mai lecita visto che quando mancano ormai meno di 60 giorni all’Election Day neppure i più sofisticati sondaggi di opinione sembrano essere riusciti a dare una convincente risposta. La verità, come ha ben chiarito un editoriale pubblicato dal Washington Post lo scorso 3 agosto, è che le elezioni 2020 presentano 7 criticità “ambientali” che le rendono diverse e insondabili rispetto alle precedenti. Di che si tratta? E’ presto detto.

- L’unica volta che le elezioni presidenziali si svolsero come oggi in presenza di una pandemia fu 100 anni fa ai tempi della spagnola. Poichè il Covid-19 ha un costo psicologico, è davvero impossibile capire come reagiranno alla sua minaccia gli elettori. Quello che è certo è che il virus è onnipresente nei loro dialoghi quotidiani e che più della politica è in grado di “colorare” e dominare i loro orientamenti;

- i gravi danni all’economia prodotti dal coronavirus dovrebbero, almeno in base alla tradizione, ritorcersi contro il Presidente in carica. Ma non è detto che sia così: “In a typical presidential race a recession like this would probably send an incumbent packing; other issues, particularly cultural factors, would literally no matter. But American are still giving President Trump decent marks on his handling of the economy and the third-quarter economic numbers show a rapid rebound. At same time, disagreement about immigration, political correctness and racism have kept cultural issues front and center”;

- l’America è da mesi sconvolta da duri scontri di strada e da proteste contro la violenza della polizia contro i neri. Di solito, però, queste situazioni non danno buoni frutti al momento del voto. Nel 1963, ad esempio, il 60% degli americani non simpatizzava con le marce per i diritti civili, e nel 2011 solo il 44% supportava i giovani di Occupy Wall Street. Oggi le cose sono forse cambiate se, come sostiene l’indagine Gallup di luglio scorso, 2/3 degli statunitensi sarebbero contrari alla violenza razzista delle forze dell’ordine;

- negli USA anche le istituzioni tradizionalmente più stimate e ammirate, compresi l’esercito e la polizia, stanno perdendo credibilità e fiducia agli occhi della pubblica opinione. Un declino in atto ormai da oltre un cinquantennio e che ultimamente ha pesantemente coinvolto anche le organizzazioni non governative e del volontariato;

- tra la gente la soddisfazione per come vanno le cose del Paese è in caduta libera. Secondo i sondaggi più recenti “only 13% said they were satisfied with the direction of the country”. Quello che però non è chiaro è chi trarrà profitto da tanto malcontento. Joe Biden, infatti, sarà in grado di strapparlo a Trump come fece Clinton ai danni di Bush padre nel 1992? Oppure se lo lascerà sfuggire come capitò nel 2012 a Mitt Romney nella sfida con Obama?;

- con l’innovazione partita dalla North Caroline, che consente di votare per posta prima del giorno delle elezioni, si preparano giorni di fuoco per il sistema politico-elettorale americano. Per la semplice ragione che se è vero, come alcuni sostengono, che questo tipo di votazione potrebbe interessare fino all’83% del corpo elettorale “these changes could transform the election from a single day into a months-long slugfest of debating, voting, counting and court challenge”;

- anche se Trump ha fatto peggio di molti suoi predecessori gli resta tempo per recuperare. Per la semplice ragione che in politica nulla è scritto sulla pietra: ciò che sembra sicuro ad agosto ad ottobre,forse, è già stato dimenticato.

Conclusione: se nel 2020 è accaduto ciò che nessuno avrebbe mai pensato potesse accadere perché lo stesso non potrebbe valere per l’elezione del Presidente?

Il telelavoro spiazza la domanda di immigrati

Mesi addietro avevamo preconizzato, senza però disporre delle necessarie evidenze scientifiche, che la pandemia da Covid-19, oltre a tanti altri danni, avrebbe anche messo in crisi l’ultradecennale e, tutto sommato fortunato ménage di coppia tra l’immigrazione e la globalizzazione. Basato, in via generale, sulla “esportazione” delle produzioni a minor valore aggiunto dai paesi industrializzati verso quelli con regimi salariali inferiori. E, all’opposto, sulla “importazione” dai secondi ai primi di immigrati a basso costo. In particolare nel settore del commercio e dei servizi pubblici e privati delle grandi città. Nelle moderne metropoli, infatti, fino a prima della pandemia, grande parte della domanda di nuovi lavori ha per anni riguardato, in parallelo a quelli a più alta professionalità, quelli assai poco qualificati degli addetti ai servizi di “accudimento” dei primi: lavoro domestico, ristoranti, alberghi, centri benessere, palestre, imprese di pulizie etc. Svolti nella maggioranza dei casi da braccia straniere. Ed è proprio su questo mondo del lavoro che il Covid-19 sembra essere piombato come l’Angelo della Morte.

Basta leggere, al riguardo, l’interessantissimo saggio di due economisti del Massachusetts Institute of Technology: David Autor e Elisabeth Reynolds. Che a luglio scorso, nell’ambito del Hamilton Project, hanno pubblicato  “The Nature of Work After the Covid Crisis: Too Few Low-Wage Jobs”. Secondo i quali, come si intuisce dal titolo stesso della ricerca, una delle principali conseguenze dell’“innovazione distruttrice” della diffusione del telelavoro imposto dalla pandemia determinerà la massiccia soppressione dei lavori meno retribuiti delle qualifiche più basse. Una previsione che anche se formulata riguardo al mercato del lavoro USA riteniamo valga anche per tutti gli altri delle nazioni maggiormente industrializzate. La minaccia del Covid-19 ha infatti obbligato in tutto il mondo milioni di liberi professionisti e di lavoratori dipendenti, in maggioranza colletti bianchi, dell’industria, della finanza, dei media e delle pubbliche amministrazioni, nel caotico esperimento (tutt’altro che concluso) del lavoro da casa. E per costoro vivere e lavorare da casa anziché, come in passato, fuori casa ha come prima, immediata conseguenza quella di fare in proprio e di rinunciare, in parte o in toto, ai lavori in precedenza delegati, per mancanza di tempo o per convenienza economica, ad altri.

Per la semplice ragione che grazie al telelavoro anche il professionista più impegnato non ha più bisogno, come invece aveva prima, di assumere un “tutto fare” che oltre a fargli da autista tra una riunione, un pranzo di lavoro e un salto in palestra garantiva l’innaffiamento del giardino. Ed una donna occupata a tempo pieno per le stesse ragioni oggi stando a casa può rispetto al passato fare a meno della nanny immigrata che fino a ieri mentre lei era obbligata in ufficio garantiva il riordino della casa, l’accoglienza dei figli dopo la scuola e la preparazione del loro pasto serale.

Il telelavoro è una forma di automazione del mercato del lavoro che, come affermano gli autori della su menzionata ricerca, determina: “ a steep declines in demand for building, demand for building cleaning, security, maintenance serivice, hotel workers and restaurant staff, taxi and ride-hailing drivers, miryriad of other workers who feed, transport, clothe, entartain and shelter people when they are not in their own homes”. Un’ area del mondo del lavoro a basso salario enorme. A solo titolo indicativo basta ricordare che negli Stati Uniti essa riguarda, secondo i dati ante crisi del Bureau of Labor, più di 30 milioni di individui. Molti, moltissimi dei quali immigrati. Una mannaia che per l’immigrazione è resa se possibile ancor più devastante dal fatto che “Covid-induced changes in work patterns will alter the character of cities…[that].. have seen steep gain in racial and ethnic diversity …the post pandemic economy will see a partial reversal of these trends”.

Per Biden il traguardo è ancora lontano

In America più si avvicinano le elezioni di novembre, più il vento della politica sembra spirare a favore dei democratici di Joe Biden. Una tendenza significativamente confermata anche dai risultati dell’ultimo, autorevole sondaggio Gallup di metà agosto. Nel quale il 35% degli statunitensi interrogati su quale fosse, a loro parere, il principale problema del paese ha indicando il coronavirus ed il 25% la mancanza di leadership del governo. Due risposte che da sole rappresenterebbero, secondo l’analista della Vanderbilt University John Sides, “ the basis for an anti-Trump majority”.

Ma Biden ed i suoi, pur se comprensibilmente galvanizzati da un clima politico che sembra aver cancellato i presagi ben più cupi dei mesi passati, farebbero bene, memori della cocente delusione legata all’inaspettata sconfitta di Illary Clinton, a tenere i piedi per terra. Non solo perché i 70 giorni che ancora mancano all’apertura delle urne possono nascondere insidie capaci di cambiare, in negativo, il quadro della attuale situazione. Come ben sa Donald Trump. Che tra aprile e maggio scorsi, sottovalutando i danni e le conseguenze della pandemia che, attraversato l’Atlantico si apprestava ad addentare il suo paese, ha visto andare letteralmente in fumo il consenso fino a quel momento tutto nelle sue mani. Una saggezza scaramantica che forse aiuterebbe l’opposizione democratica a riconoscere ed affrontare, anziché negare le serie contraddizioni della sua linea politica. Per la semplice ragione che sfruttare gli errori dell’avversario è una condizione certamente necessaria ma non sufficiente per riuscire a dare il ben servito all’attuale Presidente. Il cammino del vice di Obama verso la Casa Bianca è infatti “lastricato” da quattro problemi:

1) come voteranno, se voteranno, i giovani democratici di sinistra che dopo essersi spesi per mesi a favore del “socialista” Berni Sanders contro il moderato Biden ne hanno dovuto accettare la nomina imposta obtorto collo dai vertici del partito? Una domanda più che lecita visto che i segnali al riguardo raccolti nei giorni conclusivi della Convention democratica sono assai poco incoraggianti;

2) in che misura il programma di interventi elencati dal senatore del Delawere al momento della sua investitura a futuro Presidente risulterà convincente agli occhi della pubblica opinione? Visto che ad una attenta lettura quasi nessuno dei punti lasciati irrisolti da Obama e che, non a caso, hanno spinto Trump alla vittoria sembrano aver trovato in esso convincenti soluzioni;

3) lo shock prodotto sul mercato del lavoro dal coronavirus ha accelerato una fortissima migrazione di molti giovani colletti bianchi, per gran parte politicamente liberal, dalle grandi metropoli democratiche, come New York, Chicago o Los Angeles, verso le regioni a maggioranza repubblicana del Sun Belt e del Nord Ovest. Questo cambiamento demografico consentirà al partito dell’asinello di strappare in questi collegi elettorali il numero di grandi elettori richiesti per non replicare la sconfitta del 2016? ;

4) per evitare il rischio di pericolose, dannose fratture politiche interne Biden ed i suoi hanno preferito mettere il silenziatore sul tema dell’immigrazione. Una scelta tatticamente forse prudente ma che però rischia di allarmare l’elettorato moderato. Che pur non vedendo di buon occhio l’eccessiva durezza usata da Trump nell’affrontare la questione, in assenza di impegni vincolanti da parte dell’opposizione democratica, potrebbe scegliere il male minore: tapparsi il naso e confermarlo non fidandosi di un partito lacerato tra la ragionevolezza dei moderati e la cocciutaggine estremista di giovani astri nascenti come la Ocasio-Cortez.

La grande migrazione tramonta col Covid-19

Il crollo dell’immigrazione, di pari passo con quello dei viaggi, dei commerci e degli investimenti, è l’emblema di un mondo in cui, a causa del Covid19, decenni di spumeggiante globalizzazione economica stanno cedendo il passo ad un’era di global distancing. Perché se è vero che il nazionalismo aveva attaccato la globalizzazione prima che si avesse notizia del paziente zero di Wuhan, è certo che l’epidemia sta ridisegnando le relazioni culturali ed economiche di lungo periodo di un mondo già fortemente polarizzato.

Infatti come spiega sul Washington Post del 29 giugno scorso il presidente del Peterson Institute for Economics Adam Posen :"The pandemic has made it so that you now have an additional excuse to block human-to-human conctat and intellectual and economic exchange….It’s a corrosion of globalization, but it’s also an acceleration of a realignment that was already happening” . Con il risultato, ad esempio, che all’aereoporto di Changi (Singapore), uno tra i maggiori hub mondiali, il traffico passeggeri è crollato tra gennaio e aprile 2020 da 5,9 milioni a poco più di 25 mila.

Ma la novità che fa più riflettere è che, oltre e al di là dei viaggi la pandemia ha messo in ginocchio i flussi migratori. Che a partire dal Secondo Dopoguerra avevano contribuito a tirar fuori dalla povertà più di 1 miliardo di abitanti delle regioni meno avanzate del Pianeta. Una diminuzione degli arrivi che ha riguardato non solo quelli regolari ma in misura forse maggiore quelli irregolari. Tanto è vero che ad Aprile scorso, rispetto al mese precedente, il numero degli stranieri senza visto di ingresso intercettati dagli agenti dell’Immigration americana sul confine messicano è calato, cosa mai avvenuta negli ultimi 20 anni, di oltre il 47%. Ma non basta.

I dati raccolti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) nei 35 principali luoghi di transito dell’Africa centrale ed occidentale testimoniano un potente rallentamento dei flussi migratori: -48% tra gennaio e aprile 2020. Una frenata confermata anche dalla riduzione degli ingressi irregolari sulle principali rotte europee. Che ad aprile 2020 si sono ridotti a 1.740: il numero più basso da quando Frontex ha iniziato nel 2009 a stilare un’accurata statistica mensile del fenomeno.

Una diminuzione che però, purtroppo per noi, va presa con le molle. Visto che nel mese successivo, pur restando largamente al di sotto di quelli degli anni precedenti, essi sono tornati a salire fino a 4.260. Questo perché in alcuni strati sociali dei paesi in via di sviluppo le prospettive di guadagno garantite dall’emigrazione fanno passare in secondo ordine i possibili rischi sanitari. Resta comunque il fatto che per l’anno in corso, secondo i calcoli della Banca Mondiale, le rimesse degli immigrati verso le nazioni in via di sviluppo caleranno, come mai avvenuto in precedenza. E la loro incidenza rispetto al prodotto lordo interno di quei paesi tornerà ad essere quello del 1999.

Per concludere. Anche se il recente positivo andamento delle borse ed il riavvio delle attività produttive per mesi interrotte  testimoniano la tenace volontà con cui il Nord industrializzato spinge per tornare presto “alla normalità”, è però sicuro che il modo con cui fino a ieri si viaggiava, consumava, interagiva ed immigrava a livello globale non sarà più lo stesso per molti anni a venire.

Politica USA corrosa dall’età

La presidenza degli Stati Uniti si sta trasformando in una vera e propria gerontocrazia. E la Casa Bianca da storico, vibrante centro di comando di una democrazia giovane per antonomasia in una sorta di residenza per leader politici molto, forse troppo avanti negli anni. Un dominant-recessive generational pattern, come lo definisce il demografo americano Neil Howe, che le elezioni presidenziali del prossimo 3 novembre anziché curare rischiano di aggravare. Il perché è presto detto.

Donald Trump, eletto nel 2016, al momento del suo insediamento a Washington è risultato essere il presidente al primo mandato più avanti con l’età della storia americana. E visto che a giugno scorso ha compiuto 74 anni nel caso dovesse ottenere dagli elettori un secondo mandato sarebbe certamente in assoluto il più anziano a lasciare l’incarico nel 2024. Record che però potrebbero essere presto dimenticati nel caso venisse invece premiato dalle urne, come oggi molti ritengono probabile e non solo possibile, lo sfidante democratico Joe Biden. Che rischia, a sua volta, di prendere in mano le redini del paese a stelle e strisce alla onorevole età di anni 78. Una competizione che viste l’età dei contendenti fa paura perché ricorda, anche se ancora da lontano, quella che si consumò nella Mosca dei Cernienko ed Andropov prima del collasso del regime comunista.

Ma se dalla Casa Bianca leviamo lo sguardo all’insieme del sistema politico americano vediamo che in fatto di gerontocrazia le cose non vanno certamente meglio. Nancy Pelosi, la democratica che occupa lo scanno più alto della Camera dei Deputati, ha compiuto 80 anni; il capo dei Senatori, il repubblicano Mitch McConnel, ben oltre i 78; i giudici della Corte Suprema in media oltre i 67 ed i membri del Governo dai 60 in su. Certificati di nascita che per quanto riguarda le generazioni alla guida delle istituzioni democratiche made in US testimoniano:


  1. un significativo scostamento dell’età media rispetto a quelle dei governi, eccezion fatta per Israele e Cile, delle grandi nazioni OCSE;

  2. il rischio che il perdurante dominio del political ageism potrebbe determinare, per usare le parole della scienziata politica californiana Kaare Strom, la sclerosi economico-istituzionale di cui negli anni recenti sono state vittime l’Italia ed il Giappone.

Biden per batterlo lo copia

E se nelle elezioni presidenziali americane del prossimo 3 novembre ad essere bocciato fosse il politico Trump ma non la politica di Trump? Trump uscirebbe di scena ma non il trumpismo.  Una eventualità paradossale ma non irreale visto che, data la situazione, è difficile credere che basti il semplice ribaltone alla Casa Bianca per guarire il colosso statunitense dalle sue interne, laceranti contraddizioni.

Una verità ignorata con presuntuosa cocciutaggine dai vertici dell’opposizione democratica che ad eccezione di Pete Buttigieg, giovane governatore d’avanguardia dell’Indiana, hanno improntato la linea di condotta all’idea che Trump anziché l’iceberg di seri, serissimi problemi fosse una pura e semplice anomalia del sistema. Archiviata la quale tutto, compreso il sereno, sarebbe tornato come prima. Al punto di far finta di non capire che il trumpismo - come invece coraggiosamente sostenuto da Buttigieg in un’intervista rilasciata mesi fa al New York Times - è espressione, contorta e contraddittoria quanto si vuole, di domande di una società in grande trasformazione che chiedono di essere se non risolti almeno capiti.

In politica, però, quello che non si capisce in tempo si paga. Spesso a caro prezzo. Prova ne è il fatto che in base alle più recenti indiscrezioni sembra che ad agosto alla convention del suo partito Joe Biden, smentendo la faciloneria derisoria fin qui usata nei confronti dell’America First di Trump, proporrà come soluzione dei problemi un gigantesco piano basato sul Buy American. Una scelta confermata dalla sua super manager elettorale Kate Bedingfield che ad Axios ha confessato “Trump has had for four years to put in place Buy American policies, and he’s failed to do so, Joe Biden’will do it on day one”. Niente di male, salvo dover spiegare la coerenza di una linea di questo tipo e (altro titolo programmatico) riposizionare gli Usa alla testa della collaborazione globalista tanto invisa al biondo miliardario newyorkese. Un ossimoro politico che fa il paio con il “protezionismo progressista” recentemente invocato per l’Europa dall’ingegnoso politologo bulgaro Ivan Krastev. Ma non basta.

Sfogliando vecchi appunti è tornato alla luce un “furente” articolo pubblicato dal Washington Post (pensate un po') il 30 gennaio del 2017 con il titolo Our history shows there’e a dark side to Buy America che dice: "Il programma di Trump Buy American anche se suona bene in realtà è la replica di precedenti programmi fondamentalmente razzisti, soprattutto nei confronti degli asiatici e degli americani di origine asiatica….Buy American presuppone un’economia nella quale i lavoratori americani sono contro quelli di altri paesi considerati alla stregua di nemici”. Tirate di questo genere saranno riservate anche al Buy American dei fan dell’Asinello?