Le europee del 2019 si vincono sull’immigrazione

Alle elezioni del prossimo maggio sarà l’immigrazione a decidere il futuro dell’Europa. Una verità che le forze politiche europeiste faticano ad affrontare e persino ad accettare. Con un cincischio che non solo rischia di aggravare l’umore non particolarmente favorevole della nostra pubblica opinione. E che potrebbe spingere molti, al momento del voto, a passare dall’indecisione alla protesta. Ma perché conferma, almeno per quanto riguarda l’immigrazione, l’incapacità, ai limiti della non volontà, dell’establishment europeo di prestare ascolto ai tanti avvertimenti ed alle richieste di cambiare strada lanciati dalla società. In un arco di tempo che non è dell’oggi ma che risale al 2005. Quando, tra il maggio ed il giugno di quell’anno, prima la Francia ed a ruota l’Olanda, votarono no al referendum approvativo della Costituzione europea. Firmata solo pochi mesi prima in pompa magna dai capi dei governi dell’Unione. Un no che a Bruxelles, e nelle cancellerie nazionali, si pensò bene, una volta decantati il trambusto ed il disorientamento dei primi giorni, di archiviare come un puro e semplice incidente di percorso.

Un errore politico madornale. Non solo perché in democrazia si paga sempre a caro prezzo trattare come fosse acqua fresca il pollice verso degli elettori. Tanto più, come in quel caso, se appartenenti a due dei sei stati fondatori della Comunità Europea. Ma, cosa ancor più grave, non si capì che francesi ed olandesi avevano, come avviene in democrazia, usato le urne per fare sentire la loro voce. E segnalare insoddisfazione e timore per lo stravolgimento che il mercato del lavoro ed il sistema dei servizi dei loro paesi rischiavano di subire dalla libera circolazione “garantita” agli immigrati dei paesi dell’Est. Che dal 2004 erano entrati a fare parte, a pieno titolo, del Club Europa. Una lacerazione politica che negli anni anziché essere sanata si è allargata. Fino ad esplodere con Brexit nel 2016. E che oggi il populismo nazionalista usa come una clava per colpire al cuore le nostre società aperte.

Se le cose stanno così alle forze convintamente europeiste non resta altro che rimboccarsi le maniche. E decidere, messi da parte dubbi ed ubbie, di prendere come si dice il toro per le corna. Per evitare che l’ansia e l’insicurezza (reali o percepite poco importa) spingano milioni di elettori nelle braccia apparentemente più rassicuranti del sovranismo comunitario. Mettendo al primo punto dei loro programmi elettorali la promessa, una volta vinte le elezioni , di modificare le norme che attualmente regolano l’ingresso degli immigrati dell’Est in quelli più ricchi dell’Ovest.

Una mossa che se tempestiva e fatta nel modo dovuto potrebbe, forse, essere anche d’aiuto per chiudere la trattativa, oggi pericolosamente in panne, con gli inglesi bisognosi di trovare una dignitosa via d’uscita al pasticcio combinato con il referendum del 2016. Poiché in politica non esistono le cose impossibili ma solo quelle difficili, anche un’amputazione, sia pur dolorosa, non deve fare paura. Se serve a difendere i principi generali della libera circolazione dall’assalto, ormai all’arma bianca, del tribalismo nazionalista. Hic Rodus, hic salta! Dicevano i saggi di un tempo.

L’immigrazione spaventa la democrazia inefficace

Per cercare di fare luce sulle ragioni alla base dell’ondata anti liberale che sta facendo tremare le istituzioni dell’Occidente democratico, West ha chiesto lumi a Giovanni Orsina. Professore di Storia Contemporanea dei Sistemi Politici Europei alla Università Luiss di Roma ed editorialista di punta del quotidiano La Stampa.

Professore,  a Suo parere l’attuale “recessione democratica”, come l’ha definita il politologo americano Larry Diamond, è solo figlia della rabbia socio-economica  dei perdenti della globalizzazione o c’è dell’altro?

Che la crisi economica c’entri non c’è dubbio. Ma quello che bisogna chiarire è come e perché ha innescato la crisi politica alla base di quella che, per restare alla domanda, è l’attuale “recessione democratica”. Per oltre 70 anni, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, le istituzioni democratiche dell’Occidente hanno guadagnato ed ottenuto consenso promettendo e dando benessere materiale. Esaltando tutto ciò che sapeva di “performance” ma badando poco, fino ad essiccarli, ai valori. Pur di fare andare avanti la barca dell’economia si sono mollati gli ormeggi della società. Oggi che il benessere è venuto meno, il deficit di contenitori non economici spinge molti a chiedersi: io chi sono? Qual è la mia comunità di appartenenza? Che mondo lascio ai miei figli? etc.  Ecco perché, come dicevo all’inizio, la crisi economica è stato l’innesco di una bomba che, però, ha molto a che fare con l’identità. Che, come tutti sanno, è spesso il fattore determinante dei grandi sommovimenti politici.

Quanto è vero, se è vero, che l’immigrazione, come sostiene il ministro degli interni tedesco Seehofer,  è “ la madre di tutti i guai”?

Parecchio. Più che l’immigrazione reale quella temuta. Viviamo in un mondo “asimmetrico”: mentre le società liberali hanno, per loro stessa volontà,  le mani legate da leggi, convenzioni internazionali, norme procedurali etc., ci sono nazioni e persone che ne approfittano e le usano a mo’ di cavallo di Troia. Prendiamo ad esempio il caso dei famosi barconi che attraversano il Mediterraneo: sono destinati fin dall’inizio al naufragio, perché la loro funzione è quella di “attivare” il diritto internazionale marittimo e rendere obbligatorio il salvataggio. Ma questo non è nient’altro che uno stratagemma per dribblare elegantemente le leggi sull’ingresso degli stranieri sul territorio nazionale. Insomma: le regole dell’Occidente vengono usate contro le regole dell’Occidente. E, in sovrappiù, l’Occidente ci mette del suo. Visto che, quasi fosse una bestemmia, nessuno si pone la domanda: ma la sacrosanta convenzione internazionale che impone in mare l’obbligo di salvare chi naufraga, fino a che punto vale se il naufragio anziché accidentale è organizzato, cercato e realizzato scientemente, e con lo scopo di violare una legge? Dobbiamo fare grande attenzione, perché all’indomani del 1945 l’Europa ha accettato la liberal democrazia non per il suo intrinseco valore morale, ma per la sua utilità. Il che vuol dire che, se le opinioni pubbliche europee cominciano a dubitare della sua utilità, sarà difficile convincerle a non abbandonarla. Torniamo così alla “recessione democratica”.

Sempre per restare in tema di immigrazione c’è un rebus che Le chiederei di aiutarmi a risolvere: come mai, dopo che a partire da Marx e per molti decenni l’immigrazione è stata avversata perché indeboliva  le capacità contrattuali dei lavoratori nei confronti degli imprenditori, i partiti pro-labour sono poi diventati, talvolta ben oltre il necessario, pro-immigrati ?

Per trovare una possibile risposta bisogna ritornare agli anni ’70 del secolo scorso. Quando, sull’onda vittoriosa di quella che Inglehart allora definì come  “the silent revolution”, la nuova sinistra dei diritti scalzò quella di classe. Anche perché bisognava sostituire la classe operaia, considerata al tramonto, con settori del ceto medio fino ad allora egemonizzati dai partiti di centro. Il linguaggio-messaggio dei diritti, a partire da quelli sessuali, è non solo potentissimo ma, nel senso buono del termine, impunito. Per la semplice ragione che, mentre un marxista poteva essere delegittimato perché incompatibile col quadro valoriale occidentale, oltre che irrevocabilmente destinato al retrobottega della Storia, i paladini dei diritti possono reclamare di essere in realtà i più “occidentali” di tutti. L’inflazione dei diritti, altro punto da non dimenticare, ha finito per allargare a dismisura l’onnipotenza “giudicante” dei giudici. Che, infatti, e non solo in Italia, da allora hanno visto crescere di molto il proprio potere. Insomma, la valorizzazione delle diversità e delle minoranze, fino alle diversità minime e alle più piccole minoranze, ha disintegrato ogni di idea di comunità, a cominciare da quelle nazionali e di classe. Delegittimata ogni identità, in nome di che cosa si sarebbe potuta fermare l’immigrazione? In fondo, per ridurre il ragionamento all’osso, nel momento in cui si è convinta che  la tradizione e la nazione non potevano più essere combattute nel nome dell’identità di classe, e ha preso a combatterle nel nome di un individuo astratto e universale, la sinistra non ha trovato più alcuna ragione per non spalancare “le mura di Gerico” agli immigrati.

Se l’emigrazione dipende dalla stupidità dei politici

Sulle cause delle migrazioni non si finisce davvero mai di imparare. Visto che quando pensavamo di conoscerle tutte, siamo oggi costretti ad ammettere che ce ne è una che non avevamo mai presa nella dovuta considerazione: la stupidità della politica. O, se si preferisce, la stupidità politica dei governanti. Che in Venezuela, dopo aver ridotto sul lastrico, prima con Chavez e poi con Maduro, l’economia più ricca del Sud America, sta costringendo centinaia di migliaia di abitanti a fuggire all’estero per non essere inghiottiti dall’inferno quotidiano del loro paese. Cercando scampo, ad ogni costo e con tutti i mezzi possibili in nazioni che, all’opposto di oggi, fino a ieri guardavano al Venezuela come alla terra promessa.

Basti considerare che dei 2,3 milioni di emigrati quelli accolti come rifugiati dal solo Perù superano il milione. E che secondo le stime dell’Alto Commissariato Rifugiati dell’Onu il numero dei minori venezuelani non accompagnati in arrivo nelle nazioni circonvicine è 4 volte superiore a quello registrato in tutte le peggiori situazioni di crisi a livello mondiale. Numeri che danno la misura e la dimensione di una vera e propria catastrofe umanitaria. Mai vista in un continente, per altro non proprio tranquillo, qual è l’America Latina. Che ricorda, in peggio, quella conosciuta dall’Europa con i rifugiati nel 2015.

A parere degli esperti, infatti, il Venezuela da pericolosa pentola a pressione si è ormai trasformata in una bomba migratoria pronta ad esplodere da un momento all’altro. Con conseguenze che oggi nessuno osa neppure immaginare. Al punto, paradosso dei paradossi, da spingere molti a ritenere che per evitare rogne con nuovi, indesiderati arrivi finiscano per prendere la situazione in mano il vecchio Zio d’America e la sua CIA.

Demografia e immigrazione alleate di Orban

Tra le numerose, possibili cause dell’oscura e preoccupante piega antiliberale della democrazia nei paesi dell’Est europeo ce ne sono due di cui poco si parla: la crisi demografica e l’immigrazione. Perché sono esse, spiega Ivan Krastev in lungo articolo di Foreign Affairs, alla base di quella da lui senza mezzi termini definita come una vera e propria  “Eastern Europe’s Illiberal Revolution”. Che, per paradosso, affonda la sue iniziali radici nella rivolta democratica contro i regimi comunisti dell’Est coronata nel 1989 dalla caduta del Muro di Berlino. Fu allora, infatti, che “la meglio gioventù” lasciò le nazioni dell’odiata Cortina di Ferro per trasferirsi in massa nel lungamente desiderato Eden dell’Occidente. Da quella data al 2017 emigrò il 27% della popolazione della Lettonia, il 23% dalla Lituania, il 21% dalla Bulgaria. E che negli stessi anni dieci milioni di polacchi avevano lasciato il loro paese per il Regno Unito.

Un esodo che ha determinato nella demografia dell’area un “buco” le cui pesanti conseguenze sono oggi sotto gli occhi di tutti. L’attuale popolazione est-europea, infatti,  è numericamente inferiore al passato, più anziana ed etnicamente omogenea. E che il vero, grande divide tra i popoli europei d’Oriente e quelli d’Occidente è oggi rappresentato dalla cultura e dalla composizione etnica più che dal livello economico. Per capire che le cose stanno così basta un confronto tra due nazioni geograficamente di pari grandezza e storicamente di pari importanza nell’ex impero asburgico: l’Austria e l’Ungheria.  Nella prima, sul totale della popolazione, i cittadini di origine straniera sono il 15% ed i nati all’estero il 16%. Nella seconda, invece, rispettivamente il 2% ed il 6% (molti dei quali di etnia ungherese immigrati dalla Romania). Numeri che più di tante parole spiegano perché le nazioni dell’Est vivono la diversità etnica e culturale come una  minaccia esistenziale e considerano la democrazia “illiberale” come la migliore arma per tenerle a debita distanza.

Una situazione sulla quale, come se non bastasse, è piombata nel 2016 come una bomba la grande crisi dei rifugiati. Che ha terrorizzato quei paesi come una possibile, minacciosa rivoluzione esterna in marcia verso i propri confini. E che forse ha spinto  molti a domandarsi se non stesse per avverarsi l’antica profezia di Raymond Aron secondo cui: "in un mondo sempre più globale la diseguaglianza etnica tra i popoli sostituisce quella che una volta era tra le classi". Convincendoli ad elevare Viktor Orban & Co a propri protettori.

Eccitano l’identità usando l’immigrazione

La politica dell’identità rischia di mettere in ginocchio le istituzioni democratiche di mezzo mondo. Non l’immigrazione, come invece quotidianamente sentiamo ripetere. Per la semplice ragione che non bastano i pur seri, serissimi problemi che essa provoca per spiegare le ragioni che hanno innescato l’ondata conservatrice che si è abbattuta sull’Occidente liberaldemocratico. Che per natura, ampiezza e qualità è ben più profonda, e grave, delle  semplice rabbia anti immigrati del passato. E della classica protesta di coloro che non accettano il fatto che l’immigrazione arricchisca alcuni ma penalizzi altri.

Oggi, infatti, è sulle gambe del ceto medio e non solo dei poveri che avanza l’uragano. Che a partire dal 2016, al di qua e al di là dell’Atlantico, si è abbattuto, in molti casi travolgendoli, sui i partiti e le istituzioni tradizionali. Il demone dell’identità, o per dirla con Francis Fukuyama, the rise of identity politics, ha preso nella politica il posto fino a ieri occupato  dall’economia e dall’ideologia. Ma la colpa non è di Satana. Visto che, come l’autore della Fine della Storia spiega su Foreign Affairs di agosto-settembre: "in molte democrazie moderne l’interesse della sinistra è prevalentemente rivolto non più, come prima, ai grandi temi dell’eguaglianza economica ma alla tutela identitaria delle minoranze : etniche, immigrate, donne, rifugiati, LGBT. E quello della destra, all’opposto, alla difesa patriottica dell’identità nazionale legata, più spesso che no, alla razza, l’etnia o la religione".

Un micidiale, spericolato tiro alla fune che ha finito per punire la prima e premiare la seconda. Che, tanto per capirci, pur continuando ad usare l’immigrazione “economica” ed arricchirsi, non ha però avuto scrupoli ad evocarne la minaccia “politica”. Per eccitare all’autodifesa gli esclusi al diritto dell’identità riservato, e talvolta persino garantito, alle minoranze di cui sopra. Una verità indiscutibile, anche se per molti forse difficile da accettare, sulle ragioni di quella definita da Roland Ingleart e Peppa Norris the silent revolution in Reverse. Che ha suonato la carica per i tanti (forse sarebbe meglio dire i troppi) destinati al retrobottega della storia dai vincitori della silent revolution - verde, multiculturale, multietnica e libertaria-  degli anni ’70 del ‘900.

È qui che è scattato l’innesco infernale per il quale masse di elettori del ceto medio, smesso di credere alle promesse delle élites al potere, hanno mollato il centro della politica e le sue storiche rappresentanze partitiche. Per passare, armi e bagagli,  a quelle che con superficiale snobismo vengono definiti populiste. Una sedizione in piena regola di un mondo impaurito più nell’anima che nelle tasche. Per rassicurare il quale, però, ed evitare guai peggiori, sarebbe consigliabile evitare di continuarlo a dopare con la paura degli immigrati. 

Se la destra sfonda in Svezia non è per l’immigrazione

Siamo proprio certi che l’immigrazione sia la causa dell’ondata politica conservatrice che sta facendo traballare le democrazie liberali occidentali? Una domanda che molti considereranno fuori luogo visto che a stare alla vulgata corrente la risposta è sì. Ma sulla quale, forse, conviene continuare ad interrogarsi per la semplice ragione che non sono pochi i conti che non tornano.

Primo tra tutti, ad esempio, il fatto che che le due prime distruttive spallate di quella che Roland Ingleart e Peppa Noris hanno genialmente definito come the silent revolution in reverse , hanno colpito due paesi ( Inghilterra con Brexit e gli USA con l’elezione di Trump) che, a differenza di quelli del Vecchio Continente, hanno vissuto solo in televisione l’esodo di massa dei profughi del 2016.

La verità è che pensare di spiegare la crisi politica di nazioni per storia, politica e cultura tra loro molto diverse perchè figlia di un’unica causa epidemica, nel caso l’immigrazione, può aiutare a mettere l’animo in pace ma non ad offrirne accettabili e credibili spiegazioni. Che le cose stiano così lo dimostra, per ultimo, l’importante, documentatissimo studio pubbicato dal quotidiano svedese The Local in vista della cruciale tornata elettorale di domenica prossima. Dal quale emerge che gli ultraconservatori Svedesi Democratici crescono nei consensi non per la loro politica ferocemente anti immigrati ma per la protesta di molti cittadini contro la politica economica ed i tagli alla spesa sociale messi in atto dai governi che da anni guidano il paese, socialdemocratici in testa.

Per questo, spiega la professoressa Jahanna Rickne, “spesso si sente ripetere che l’ascesa politica degli Svedesi Democratici è figlia dall’errata politica dell’immigrazione… ma la nostra analisi non ha riscontrato a nessun livello alcuna relazione concreta tra la crescita dei loro consensi e l’immigrazione…tanto è vero che il loro radicamento è inferiore alla media nelle aree in cui gli immigrati sono più numerosi”. Dopo domenica chiuse le urne e conosciuti i risultati varrà la pena di tornare sull’argomento.

Sull’immigrazione USA l’autunno sarà caldo

Per l’immigrazione americana dopo la quiete estiva si prepara la classica tempesta d’autunno. Destinata, nel caso avvenisse, a modificare i tratti fondamentali dell’immigration made in US dell’ultimo secolo. Almeno stando all’ultimo rapporto di fine agosto del Migration Policy Institute di Washington (“Through the Back Door: Remaking the Immigration System via Expected Public-Charge Rule”). Secondo cui la Casa Bianca sarebbe pronta a dare luce verde ad un nuovo ed assai più restrittivo sistema di procedure del rinnovo dei permessi di soggiorno per gli immigrati che vivono “a spese dello Stato”.

Una circolare ministeriale, infatti, in applicazione di un documento governativo finora top secret, stabilirebbe, modificando le norme in vigore, che il rinnovo dei visti di soggiorno annuali (compresi quelli per ricongiungimento familiare) sia consentito fondamentalmente agli immigrati che non vivono di sussidi o di altri benefit pubblici. Per fare in modo che solo gli stranieri che non rappresentano una public charge possano aspirare a passare da temporary a permanent non citizen ed ottenere, poi, l’agognata green card.

Una clausola “fiscale” che secondo le stime del Migration Policy Institute rischia di colpire soprattutto i milioni di immigrati arrivati nel paese a stelle e strisce negli ultimi 5 anni. Basti considerare che secondo il testo governativo verrebbero considerati come public charge tutti gli immigrati con un reddito familiare annuo inferiore al 250% di quello della soglia di povertà. Corrispondente, in moneta corrente, a circa 62 mila dollari. Una cifra enorme alla quale non possono neppure in sogno arrivare 2,3 milioni degli attuali 4 legal resident di ultima generazione. Composti per il 72% da messicani, per il 69% da africani ed il 52% da asiatici (giapponesi ed indiani esclusi). E che, al contrario, favorirebbe in maniera evidente e strutturalmente discriminatoria le minoranze immigrate più facoltose. In particolare quelle canadese ed europea.

I problemi, però , non finiscono qui. In primo luogo perché la Casa Bianca, forse per la prima volta da sempre, oserebbe, bypassando il Congresso, cambiare per via amministrativa le leggi che regolano gli ingressi. Ma soprattutto in ragione del fatto che la “ghigliottina” sul rinnovo dei visti su descritta finirebbe alla lunga per modificare strutturalmente, eliminando “gialli e latino-americani in eccesso”, la composizione “arcobaleno” della moderna immigration americana. Replicando, per giunta di nascosto, quanto a suo tempo previsto dal vituperatissimo National Origins Quota Act del 1924. Che dopo essere stato ripudiato nel 1965, perché mai e poi mai avrebbe dovuto essere emanato, rischia oggi di riportare Cerbero a guardia dei cancelli di quella che il mondo ha sempre considerato come la sua Golden Door.

Marx ci aveva messo in guardia sull’immigrazione

Quand’è e com’è che la sinistra, dopo averla per decenni ferocemente combattuta, si è schierata a favore dell’immigrazione? Una domanda che forse può apparire bizzarra se non addirittura provocatoria agli occhi di chi, ed oggi sono i più, è convito che l’apertura agli immigrati sia iscritta da sempre nel dna politico del movimento operaio. E che invece è giusto porsi non solo perché sul piano storico le cose non stanno affatto così. Ma soprattutto perché molti degli odierni guai politici che affliggono i partiti della sinistra di mezzo mondo derivano dal fatto che, a differenza di altre fondamentali revisioni della tradizionale linea politica, nel caso dell’immigrazione hanno invece "cambiato spalla al proprio fucile" senza però né dichiararlo né tanto meno discuterlo apertamente. Provocando quello che è sotto gli occhi di tutti: una drammatica secessione politica della propria base sociale che per protesta li ha abbandonati passando armi e bagagli nel campo degli avversari di sempre.

Una verità tanto più amara se non altro perché già genialmente anticipata da Karl Marx che nel lontano 1870, a proposito delle conseguenze dell’immigrazione irlandese in Inghilterra, scriveva: “l’Irlanda fornisce il suo sovrappiú al mercato del lavoro inglese e in tal modo comprime i salari nonché la posizione materiale e morale della classe operaia inglese…Ogni centro industriale e commerciale in Inghilterra possiede ora una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi.

L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime il livello di vita...egli nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali contro l’operaio irlandese…L’irlandese lo ripaga con gli interessi della stessa moneta..questo antagonismo viene alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa, dal pulpito, dai giornali umoristici, insomma con tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto della debolezza del movimento operaio inglese a dispetto della sua organizzazione”.

Da allora ad oggi le cose sono certamente molto cambiate e non tutte stanno come quelle descritte dal Moro di Treviri. Ma che l’immigrazione rappresenti un problema per il mondo del lavoro ed i suoi partiti politici è sicuro. Nel 2004, infatti, a distanza di un’epoca siderale da quando scriveva Marx, un altro grande democratico, quale il grande cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt, metteva in guardia i suoi ricordando loro che “il multiculturalismo non è adatto per una società democratica…ed è stato un errore importare negli anni ’60 guest workers di altre culture”.

Se la discussione sull’immigrazione non riparte da qui c’è il rischio di dare ragione a quanti, sull’onda di Giuseppe Verdi, guadagnano terreno ripetendo “Tornate all’Antico, sarà un progresso”.

Li inchioda sui clandestini e taglia i regolari

Nella guerra sull’immigrazione i dati sembrano dare ragione a Trump. E alle sue promesse elettorali. Visto che, come spiega un lungo e dettagliato articolo di prima pagina del Washington Post di martedi scorso 3 luglio, mentre cala l’immigrazione illegale “ he is changing the face of legal immigration”.

Una novità sottovalutata da molti figlia del discusso stop (di recente avallato da una sentenza della Corte Suprema) agli arrivi dei rifugiati e degli immigrati legali dai paesi musulmani (-1/3) sommato alla drastica riduzione di quelli provenienti dalle maggiori nazioni dell’immigrazione “storica” americana: Cina, India, Filippine, Vietnam. A cui va aggiunto il 15% in meno dei permessi ufficialmente riservati al continente africano.

Un giro di vite che nei due anni della presidenza Trump, in parallelo alla qualità, ha però riguardato anche la quantità dell’immigrazione regolare made in US. Con una sforbiciata, mai avvenuta in passato, non solo del numero dei visti temporanei degli stranieri altamente qualificati e stagionali, ma persino di quelli permanenti (-12%) e dei ricongiungimenti familiari. Questa operazione, anche se i numeri in una materia come l’immigrazione contano, eccome contano!, va soprattutto valutata per il modo con cui è stata condotta. Sfruttando quella che potremmo definire una strategia “del doppio binario”.

La Casa Bianca, infatti, inchiodando per mesi l’attenzione politica dell’opposizione democratica e dello stesso Congresso in un estenuante, rumoroso braccio di ferro sull’immigrazione illegale (e il trattamento riservato ai clandestini di ogni razza ed età), ha potuto tranquillamente usare l’amministrazione per tagliare quella legale. Ordinando agli addetti dell’immigration di apporre sulle pratiche di ammissione degli stranieri meno yes e più no.

Una procedura silenziosa quanto efficace che, per usare le parole degli analisti liberal del Migration Policy Institute, proprio perché “gone largely unnoticed” è riuscita, prendendo molti di contro piede, a mettere mano alla politica dell’immigrazione facendo a meno della politica. Il che, comunque la si giudichi, non è cosa da poco.

Immigrati di ritorno del calcio mondiale

Anche ai mondiali di calcio l’immigrazione (nel caso di ritorno) rischia di farla da protagonista. Visto che ieri sera i semidei argentini del calcio guidati, si fa per dire, da Lionel Messi hanno rischiato, contro ogni pronostico, di essere anzitempo rispediti a casa dalla Nigeria di Leon Balogun. Talentuoso giovanotto nato a Berlino nel 1968 da una famiglia di immigrati nigeriani in Germania. Che anziché giocare, come in molti speravano, con la maglia della Bundesrepublik Deutschland in cui è nato ha scelto di scendere in campo con quelli del paese di origine dei suoi genitori.

Così come prima di lui aveva fatto, nell’incontro stravinto due giorni prima dal Senegal sulla Polonia, Mi Baye Niang. Il quale, anche se francese per nascita, non ha esitato a mettere la classe calcistica di cui dispone non al servizio dei Blues transalpini ma degli 11 del paese dal quale, a suo tempo, erano emigrati padre e madre.

Due casi i loro per nulla isolati. Infatti tra le squadre impegnate nei mondiali che si svolgono in Russia, sono ben 37 i calciatori che il quotidiano americano OZY ha definito “immigrant children who play for their parents’ countries”.Tutti africani che hanno scelto di essere “riadottati” rispettivamente: 17 dal Marocco, 9 dal Senegal, 6 dalla Nigeria, 5 dalla Tunisia.

Una migrazione di ritorno che fa riflettere. Non fosse altro perché segna una rottura con il passato quando il meccanismo del football internazionale funzionava in senso esattamente opposto. Ed i talenti calcistici terzo mondiali finivano inesorabilmente per farsi adottare, via naturalizzazione, dalle equipe dei paesi più ricchi e potenti del Vecchio Continente.

Basta ricordare, tra tanti, l’emblematico caso del fuori classe mozambicano Eusebio che nel lontano 1966 consentì per una volta al Portogallo di portare a casa l’agognata coppa Rimet. Anche se resta da capire bene perché oggi il vento del calcio sembra aver cambiato direzione, è sicuro che se da noi continuiamo con i buuuu degli ultras a Balotelli &Company, i piedi buoni tra i nostri Azzurri rischiano, in futuro, di essere sempre meno.