Trump ricorda da vicino Jackson

Trump perderà a novembre le elezioni? E’ possibile ma poco probabile. Una affermazione per taluni forse inspiegabile se non addirittura sbagliata. Eppure ad una attenta lettura della situazione essa appare, almeno al momento, meno azzardata di quanto a prima vista potrebbe apparire. Per la semplice ragione che non bastano le dure critiche sull’atteggiamento avuto dal capo della Casa Bianca nei giorni che hanno incendiato l’America per decretare, come invece afferma Thomas Wright su The Atlantic dello scorso 2 giugno: “We’ve now entered the final phase of the Trump era”.

Ma il fastidio per un modo di fare irritante, come è quello del tycoon newyorkese, non rappresenta un salvacondotto per qualunque tipo di accusa. Al punto che l’inquilino della Casa Bianca è stato accusato di voler attentare alla democrazia semplicemente per aver minacciato l’intervento dell’esercito contro i vandali in azione nelle metropoli del paese. Senza però ricordare che, ad esempio, in passato prima Lyndon Johnson a metà degli anni ’60 (contro i segregazionisti dell’Arkansas e dell’Alabama) e poi Bush padre nel 1992 ( per frenare i moti scoppiati nei ghetti neri di Los Angeles) avevano fatto ricorso, come la legge consente in casi estremi, alla Guardia Nazionale.

La verità è che con la propaganda non si fa politica. E, per quello che è dato vedere, gli avversari del Presidente ci sembra abbondino della prima ma scarseggino della seconda. Il vero punto della questione sta qui. Trump non piace ma è senza alternative. L’opposizione democratica latita e quella repubblicana tace. Di qui le sue chance di agguantare nelle urne di novembre il secondo, ambitissimo mandato. Sfruttando il suo formidabile mix di conservazione, progressismo e populismo che ricorda da vicino quello di un antico, famoso predecessore: Andrew Jackson. Un Presidente che gli annali della storia descrivono urtante e spietato non meno dell’attuale.

I neri si rivoltano, Trump sorride

La rivolta nera che sta incendiando l’America rischia di suonare la campana a morte per le chance dei democratici alle prossime elezioni presidenziali di novembre. Non solo perché, come insegnano le spietate leggi della politica, eventi di questo tipo finiscono inesorabilmente per rafforzare la destra conservatrice. Basta ricordare che a quelli di pari ampiezza scoppiati nel 1968 quando fu assassinato Martin Luther King, seguirono alla Casa Bianca, con l’unica eccezione di Carter nel 1976, 25 anni di ferreo predominio repubblicano.

Ma perché alla base della rabbia dolorosa dei tanti scesi in piazza in questi giorni c’è la disperazione di una comunità che non si sente ascoltata nel modo dovuto da chi, come l’opposizione, si è invece sempre considerata, a torto o a ragione, loro paladina.

Una verità che lo scrittore nero Astead W. Herndon ha brutalmente riassunto sul New York Times di domenica scorsa affermando: “Joe Biden cerca di lenire l’animo ferito di un paese sconvolto dalla rabbia e di strappare la Casa Bianca a Trump. Ma se si limita a ripetere alla gente che a novembre deve andare a votare rischia di fallire su entrambi i fronti. Ai neri non basta più sentirsi dire che sconfiggendo Trump tutto ritornerà come prima visto che l’America pre-Trump non è certo il loro obbiettivo”.

Un concetto che un giovane nero, Sierre Moore, ha reso ancora più chiaro dalle barricate erette contro i gendarmi: "Se i democratici vogliono il nostro voto ascoltino le ragioni della nostra rabbia”. La verità, però, è che dietro a queste dolorose, sacrosante grida di aiuto è in agguato per il partito dell’asinello il peggiore dei rischi. Arrivare all’appuntamento di novembre con l’elettorato nero, da sempre suo punto di forza, anziché compatto spaccato e deluso. E per di più isolato e contrapposto sia da quello dei bianchi moderati anti Trump sia, cosa ancora più grave, da quello numerosissimo delle minoranze immigrate del paese. Che non a caso, proprio grazie alla loro stretta alleanza “arcobaleno” nel 2004, avevano consentito per la prima volta l’ingresso alla Casa Bianca di un nero d’America.

Negli USA elezioni al ribasso

Negli USA più si avvicina novembre più cresce l’incertezza sull’esito delle elezioni presidenziali. Visto che i danni della pandemia sanitaria con il suo enorme carico di morte rischiano di privare il confronto politico, dopo anni di aspre, feroci contrapposizioni alimentate dalla discussa presidenza Trump, del suo residuo di razionalità. Con il risultato, come spesso avviene in queste occasioni, che tra i contendenti la corona verrà assegnata sulla base dei minori demeriti in luogo dei maggiori meriti. Ragione per la quale non sbagliano coloro che intravvedono, con giusta preoccupazione, l’eventualità che a novembre prossimo il voto si trasformi in una sorta di referendum negativo su chi, fra Trump o il suo avversario Biden, godrà di un minor tasso di repulsività nell’audience elettorale.

Un rischioso handicap dal quale, almeno fino a ieri, ritenevamo dovesse guardarsi, vista la sua estrosa aggressività, soltanto il  magnate newyorkese. Quando invece lunedì scorso il candidato in pectore democratico, mettendo fine ad un silenzio che durava da settimane, ha d’improvviso deciso, tra la gioia dei nemici e l’incredulità degli amici, di mettere da parte il suo rassicurante, elegante aplomb politico. Rendendosi responsabile di una gaffe che rischia di compromettere non poco le sue chance elettorali di per sé assai complicate.

L’ex vice di Obama, ospite di   The Breakfast Club, talk-show molto seguito dai giovani afroamericani, forse sentendosi troppo incalzato dalle domande del conduttore, il notissimo hip-hop DJ Charlomagne Tha God, sul finire della trasmissione ha con stizza affermato: “If you have a problem figuring out wheter you’re for me o Trump, then you aint’t black”. Non sei un nero! Un errore madornale. Che di lì a pochi giorni ha avuto la sfortuna di essere ricordato nei cortei dei neri che in queste ore, dopo l’uccisione di uno di loro per mano della polizia, stanno mettendo a ferro e fuoco Minneapolis. Facendo traballare la poltrona del suo sindaco il democratico Jacob Frey.

E ridato fiato agli uomini del Presidente che non si sono lasciati sfuggire l’occasione di fargli pubblicità sui media di mezza America con lo slogan black voters for Trump. Pensando in questo modo di far passare in secondo piano anni di suoi commenti aggressivi e negativi nei confronti della comunità nera e della trasgressività deviante dei suoi giovani. Povera America in che mani sei finita!

Immigrazione: Che Fare?

In Italia sull’immigrazione si continua a discutere, meglio a litigare, con la testa rivolta all’indietro. Con il risultato che anche se passano gli anni i problemi da risolvere restano, più o meno, sempre gli stessi. Generando una pericolosa sensazione di stanchezza anche tra coloro che al tema si sono dedicati, come si dice, anima e corpo. Ma per evitare di arrendersi a questo negativo stato d’animo l’unica strada è quella di provare a “gettare il sasso nello stagno”. Tornando a sollecitare una riflessione senza preconcetti e schemi precostituiti sul Che Fare? per rendere la nostra politica dell’immigrazione in linea con i tempi oltre che con l’Europa.

                           Osservazioni preliminari
a) sul piano del consenso politico-elettorale l’immigrazione non premia o premia poco la sinistra, ma la punisce molto. Un handicap che le rigidità ideologiche non curano ma, se possibile, aggravano. Impedendo di capire che le paure ed il rifiuto di molti nei confronti degli immigrati non vanno bollati come una colpa ma, al contrario, affrontati come un problema. Di cui farsi carico e, nella misura del possibile, lenire con opportuni rimedi. Per la semplice ragione che l’immigrazione funziona, e viene usata, come un facile ma efficientissimo collante “simbolico” nella guerra per l’identità di chi si percepisce trascurato e messo ai margini. Non sempre o solo per ragioni economiche. Ma perché si considera voiceless, senza voce. Oppure scarsamente tutelato, e talvolta offeso, dal modo di fare delle istituzioni. Ragione per la quale, visto che in politica i sentimenti contano, eccome contano!, di fronte ai tanti che, a torto o a ragione, a causa dell’immigrazione si sentono o si lasciano convincere di essere stranieri a casa loro, alla sinistra una cosa è sicuramente vietata: fare spallucce ripetendo che è colpa loro se non capiscono. “ La paura”, ripeteva il grande filosofo americano Ralph W. Emerson, “ sconfigge più persone che ogni altra cosa al mondo”.

b) la migliore politica dell’immigrazione è quella che fa meno errori delle altre. L’esperienza italiana e di molti altri paesi dimostra infatti che, data la natura del problema, mutevole ed in continua, sistematica evoluzione, non esiste una ricetta unica e perfetta in assoluto. Ma, forse, solo una relativamente più efficace perché pronta e disposta ad auto-correggersi facendo tesoro, per il futuro, degli errori del passato. Che può consentire di venire a capo del paradosso per cui sull’immigrazione la destra dice che chiude ma il suo blocco economico-sociale di riferimento ne fa uso guadagnandoci. E al contrario la sinistra, che apre, perde il suo. Per l’ostinato rifiuto di affrontare la questione dei clandestini (come dimostra la sciagurata presa di distanza dalla coraggiosa “svolta” Minniti). Un errore che ricorda quello sindacale, parimenti suicida, dei lontani anni ’70 del Novecento sul salario variabile indipendente.

                          Considerazioni di metodo

a) accantonare la logica per la quale le leggi sull’immigrazione si fanno per cancellare , dalla a alla z, quelle precedenti ( del tipo: azzeriamo la Turco-Napolitano con la Bossi-Fini che a sua volta , per ritorsione, va buttata a mare). Perché forse serve a fare propaganda ma non a migliorare il governo dell’immigrazione. Un errore sottolineato con forza su Le Monde dal grande esperto Cris Beauchemin che tempo addietro, partendo dal caso francese, ha detto : “Il est légitime pour un gouvernement de vouloir réguler les migrations mais l’inflation législative…est problematique….les lois se succédent sans que l’on se donne vraiment les moyennes d’evaluer leurs effets: d’une certaine façon le renouvellement perpétuel des lois signe l’échec des teste précédent. Ils sont sans doute davantage conçus comme signaux politiques que comme des instruments visant effectivement à mieux réguler les migrations”.
Questo, ovviamente, non vuole dire che, come vedremo più avanti, ciò che è scritto nel Libro della Legge non abbisogni di essere aggiornato o, in alcune parti, radicalmente riscritto. Anzi. Ma che l’ésprit de loi dei nuovi interventi normativi non può e non deve più essere ispirato dall’idea “cambiamo tutto e ricominciamo da capo”. Per l’unica e semplice ragione che la normativa italiana sull’immigrazione, iniziata più di trent’ anni fa con la Martelli, costituisce, nel bene e nel male, un patrimonio ormai consolidato che si può modificare ma non cancellare. Di qui il suggerimento che i futuri interventi legislativi siano concepiti per sopperire ad eventuali carenze normative e “rivedere più che picconare” le parti di quelle precedenti dimostratesi, all’atto pratico, inadeguate, insufficienti oppure sbagliate.

b) accantonare il dominus storico della nostra politica immigratoria: la sanatoria. Meglio, le sanatorie erga omnes. Una anomalia tutta nazionale. Per il loro numero (nell’arco di vent’anni ne sono state fatte talmente tante che si è perso il conto). Per la massa di coloro che ne hanno usufruito (quasi la metà degli attuali immigrati regolarmente residenti in Italia sono “ex sanati”). Ma, qui l’aspetto forse più inquietante del problema, per il fatto che ad esse hanno fatto indifferentemente ricorso governi di centro-sinistra, di centro-destra e, persino, quelli cosiddetti tecnici. Vale qui forse la pena rammentare che la sanatoria in assoluto più massiccia è quella fatta, all’opposto di quanto molti credono e ripetono, non dal centro-sinistra ma dal centro-destra nel 2002.

c) accantonare l’abitudine di ripetere che “l’immigrazione è una risorsa” senza domandarsi perché e a favore di chi. Sta qui il cuore del problema visto che ci sarà pure una ragione per la quale mentre l’economia "li vuole la società no". Una schizofrenia sistemica in grande parte prodotta, come avviene nei processi di modernizzazione, dal fatto che l’immigrazione è causa di ansia e, al contempo, fonte di nuova ricchezza. Mentre la somma dei suoi fattori dà un risultato positivo, la sua ripartizione è però ineguale. Premia alcuni e penalizza altri. C’è che vince e c’è chi perde. Non solo economicamente ma, come in precedenza già sottolineato, esistenzialmente. Vale forse la pena tornare a ricordare che l’ostilità di tanti nei confronti degli immigrati è solo in parte frutto di sentimenti xenofobi. Non c’è ideologia, per quanto diabolica, in grado di fare presa sul comportamento collettivo in assenza di fenomeni reali percepiti come minaccia e, perciò, rifiutati dalla società. Meglio, dai suoi settori socialmente e culturalmente più deboli.

                                     Interventi di merito

a) abrogare il reato penale di clandestinità. Perché, come ha ben chiarito il magistrato torinese Paolo Borgna da anni in prima fila nella lotta contro la tratta o lo sfruttamento degli esseri umani “ è proprio questa norma, all’apparenza draconiana, che rappresenta per gli stranieri che delinquono un utilissimo appiglio per evitare di essere rimpatriati. Per almeno due ragioni. La prima è che sfruttando i tempi (troppo) lunghi della Giustizia (tre gradi di giudizio) gli stranieri fuori legge, anche se condannati, hanno diritto a restare. La seconda è che la maggioranza degli altri irregolari, nonostante si guadagnino la vita lavorando duramente, per paura di essere colpiti “dal reato” si nascondono. Finendo per ingrossare ulteriormente le fila della galassia clandestinità in cui i pesci grossi si muovono indisturbati. Una palude tanto ampia quanto intoccabile, a meno che non la si prosciughi. Sottraendole tutti i casi di irregolarità non collegati ad attività criminali o illecite. Se la nostra normativa e la nostra amministrazione fossero capaci di realizzare questo obbiettivo, l’80% del fenomeno della clandestinità sarebbe risolto. E polizia e magistrati potrebbero meglio occuparsi di reprimere il suo lato criminale. L’esperienza insegna che il processo penale, per essere efficace, deve essere selettivo. Deve mirare a reprimere condotte particolarmente gravi per la collettività. Non può essere utilizzato come strumento per fronteggiare comportamenti di massa: i suoi tempi, i suoi costi, i suoi riti, sempre più appesantiti, sono incompatibili con questo scopo…[è] uno strumento spuntato. Con l’unico risultato di suscitare scontento e disillusione tra i cittadini”.

b) modificare le attuali norme degli ingressi per lavoro. Il sistema dei “flussi” fin qui utilizzato, infatti, non funziona. Per la semplice ragione che subordinare l’ingresso alla stipulazione di un contratto tra un datore di lavoro che sta in Italia e un lavoratore che sta all’estero è un’ipocrisia che fa a pugni con il buon senso. E semplicemente illogico pensare che un datore di lavoro che sta in Italia debba assumere con richiesta nominativa qualcuno/a che sta in un altro paese e che non ha mai conosciuto. Inoltre poiché sono le imprese e le famiglie, non la burocrazia, che selezionano e pagano gli immigrati di cui abbisognano questo sistema, oltre a non funzionare fa anche danni. Perché pretende di fissare quote che la velocità del mercato rende sistematicamente obsolete. E allarma la pubblica opinione con l’annuncio dell’arrivo di nuovi “contingenti” di cui essa fatica a comprendere l’utilità e la necessità. Con l’ulteriore aggravante che mentre le istituzioni continuano a sfornare dichiarazioni contro l’immigrazione clandestina, la crescente domanda di lavoro viene, in grande parte, soddisfatta just in time solo grazie all’efficientissimo, onnipresente mercato della clandestinità. Anche se cambiare può forse far tremare le vene ai polsi è obbligatorio, ormai, pensare e sperimentare strade alternative. Come, ad esempio, quella del rilascio, in paesi che abbia sottoscritto con l’Italia chiari e vincolanti accordi di riammissione dei propri nazionali, da parte dei nostri Consolati di visti temporanei (4-6 mesi) per ricerca di lavoro. Che, all’atto dell’emissione, rilevano con le foto segnaletiche le impronte degli stranieri che ne fanno richiesta. Un sistema che scoraggerebbe non poco coloro che una volta entrati commettono reati o che, non avendo trovato lavoro, restano oltre la scadenza dei termini consentiti. Perché la conoscenza certa dell’identità e della nazione di provenienza non sarà loro consentito, come invece oggi spesso avviene, utilizzare alias a catena per beffare le forze dell’ordine evitando di essere rimpatriati.

c) riorganizzare le strutture preposte al governo dell’immigrazione. Per nulla semplice data anche la ben nota rigidità della nostra struttura amministrativa e la sua storica avversione ai cambiamenti dei suoi storici equilibri di potere e delle relative, interne aree di competenza. Difficoltà che se sconsigliano di “sparare grosso” e, come qualcuno fa, proporre la creazione - non sbagliata ma irrealistica di un nuovo ministero dell’immigrazione - si possono ovviare creando all’interno delle diverse amministrazioni che hanno voce in capitolo un net work operativo di funzionari non solo specializzati ma stabilmente ed esclusivamente dedicati al governo dell’immigrazione. Insomma per fronteggiare e gestire un fenomeno a filiera, qual è appunto quello migratorio, servono maggiore specializzazione e più cooperazione inter-amministrativa. Per garantire l’una unità di comando spesso invocata ma che, troppo spesso, manca.

d) risolvere presto e bene la questione della cittadinanza dei piccoli immigrati. Con un modello misto ( jus temporis ) che sfruttando, con tutte le necessarie modifiche la legge ’91 del 1992, permetterebbe di superare l’accesa ma inconcludente discussione jus soli sì, jus soli no. Consentendo alla legislazione italiana di allinearsi, al riguardo, con quelle in vigore nelle principali nazioni europee. Non solo perché è veramente difficile da comprendere come sia possibile che l’Italia riesca a naturalizzare, come dimostrano gli ultimi dati disponibili risalenti al 2015, più immigrati (178mila) del Regno Unito (118mila), della Spagna (114mila), della Francia (113mila) e della Germania (110mila) ma non riesca a risolvere dignitosamente lo status civitatis dei figli degli immigrati così come hanno fatto altri. Ma soprattutto perché è ormai chiaro a tutti che il futuro sociale ed economico della questione immigrazione si gioca, in grande parte, sul grado e la qualità dell’integrazione degli immigrati di seconda generazione.

e) mettere mano alla più urgente e dolente delle questioni: i rifugiati e i richiedenti asilo. Che finalmente, ed autorevolmente, si è capito che non può e non deve essere gestita passando da un’emergenza all’altra. Perché, come ha dimostrato il cataclisma degli ultimi anni, rischia di trasformarsi in una micidiale bomba ad orologeria capace di fare molti, moltissimi danni collaterali e non. Ora se è vero che ci sono aspetti del problema, come ad esempio quello delle norme fissate dal regolamento di Dublino, che vanno affrontati, e se possibile risolti, a livello europeo. E’ pure vero che questo non può rappresentare un alibi per rinviare e non fare quello che ci tocca. Visto che l’Italia non ha ancora, nonostante l’impegno parlamentare preso vent’anni fa al momento del varo della Turco-Napolitano, una legge organica sull’asilo. Sulla quale, facendo tesoro dell’esperienza di altri paesi e chiamando a raccolta i saperi e le conoscenze che nel nostro paese certo non mancano, è ora di cominciare a discutere. Perché, prima o poi, chiunque sarà al governo dovrà pur decidere come comportarsi e trovare una soluzione per i tanti cui il diniego del riconoscimento dello status non impedisce di continuare a restare, anche se irregolarmente, sul nostro territorio. E anche con quelli che se pur ce l’hanno fatta, ottenendo il sospirato permesso, è difficile, anzi improbabile, che torneranno, finita l’emergenza, a casa loro. Ma che non possiamo pensare di continuare ad assistere lasciandoli “a zonzo”. Non fosse altro cambiando le norme, concepite in tempi lontani come la preistoria, che attualmente impediscono loro di lavorare.

Il silenzio di Biden

Si può battere Trump restando in silenzio? E’ questa l’inquieta domanda che agita le acque dei democratici Usa a causa dell’ostinato silenzio in cui sembra piombato Joe Biden. Che dal momento in cui è stato indicato dalle primarie dell’asinello come il candidato in pectore del partito alle elezioni presidenziali del prossimo novembre è come scomparso dalla scena pubblica. Richiuso e senza fiatare ormai da settimane tra le mura della casa di famiglia. In attesa, forse, che l’insoddisfacente gestione di Trump del cataclisma innescato dalla pandemia sanitaria gli consenta di ridiscendere in campo e battere un avversario pesantemente indebolito dai suoi errori. Una sorta di strategia wait and see che oltre ai pro presenta però anche non pochi contro. Soprattutto perché la sua candidatura, nonostante i chiari segnali di favore da parte della pubblica opinione, appare tutt’ora priva della forza narrativa richiesta dal tipo di posta in gioco. Che oltre alla cocciuta, indomita resilienza politica dell’attuale inquilino della Casa Bianca, impone all’ex vice di Obama di riuscire a superare l’ostilità mai nascosta nei suoi confronti dell’ala di sinistra del partito che per mesi aveva sperato di riuscire a nominare come front runner l’ultra radicale Benny Sanders.

Un’impresa non da poco visto che nel 2016 questa sinistra non votando per ostilità la “centrista” Clinton consentì a Trump di passare in distretti elettorali dove, altrimenti, non avrebbe mai potuto vincere.

La situazione di quello che per tutti è ormai Joe già non facile negli ultimi giorni si è, se così si può dire, ulteriormente complicata. Per due ragioni.

La prima legata alla denuncia da parte di una sua ex collaboratrice del Senato, Tara Reade, di molestie sessuali subite nel 1993. La cui smentita da parte dall’accusato (I’m saying unequivocally it never, never, happened) non ha avuto la forza necessaria per convincere dell’innocenza due segmenti dell’elettorato potenzialmente a lui più favorevoli: quello femminile e quello più istruito. I cui dubbi e sospetti sono stati immediatamente registrati dall’abbassamento dell’indice di gradimento nei suoi confronti.

La seconda, ancor più preoccupante, riguarda due pezzi forti dell’elettorato democratico: gli afro-americani e le minoranze immigrate. Che tramortiti dal Covid19 più di altri settori della popolazione americana è probabile, salvo miracoli, che a novembre prossimo più che andare alle urne penseranno a come curare le tante ferite, materiali ed esistenziali, subite.

Immigrazione e globalizzazione divorziano per colpa del Covid-19

Immigrazione e globalizzazione rischiano il divorzio a causa del Covid19. Visto che la crisi economica prodotta dalla pandemia è destinata a mettere fine alle ragioni del loro ultradecennale e, tutto sommato fortunato menage. Basato sulla “esportazione” delle produzioni a minor valore aggiunto dai paesi più industrializzati verso quelli con regimi salariali più bassi. E, di converso, con “l’importazione” dai secondi ai primi di lavoratori poco qualificati, molto disponibili e a basso costo. Introvabili, per ragioni che analizzeremo in un articolo a parte, ma richiesti come il pane dalla gigantesca macchina economica dei servizi sia pubblici che privati. Concentrati nel vero cuore pulsante della moderna produzione high tech: le cosiddette smart cities.

Le potenti, politicamente ed economicamente aree urbane che da Los Angeles a New York, via Milano e Francoforte hanno fatto il bello ed il cattivo tempo della globalizzazione del XXI secolo. Che per rispondere alla richiesta di “accudimento” ( hotel, abbigliamento prete-à-porter, stirerie, palestre, ristoranti, centri yoga etc) dei super e strapagati professionisti della finanza, dell’informazione e della moda hanno ingoiato nei meandri del loro mercato del lavoro, come se nulla fosse, migliaia, milioni di stranieri. Ma su questo meccanismo di scambio, asimmetrico ma conveniente, tra Nord e Sud del Pianeta il coronavirus è piombato come l’Angelo della Morte.

Negli Usa, ad esempio, spiegava un reportage del Washington Post dell’ 8 maggio, i danni sofferti dall’occupazione nel solo mese di aprile scorso sono stati doppi rispetto a quelli della grande crisi del 2007/9. Facendo schizzare il tasso di disoccupazione dal 3,5% pre-pandemia al 14,7 di oggi. Un dato spaventoso che peggiora se disaggregato in base alle categorie etniche dei senza lavoro: 18,9% ispanici; 16,7% afro-americani; 14,5% asiatici; 14,2 bianchi. Ma se, come dice il quotidiano di Washington, “low-wages workers are experencing their own Great Depression” crediamo veramente che qualcuno, per quanto male in arnese, penserà di lasciare casa per emigrare dove non c’è più lavoro. Rischiando di entrare in rotta di collisione con i tanti che hanno perduto il pane che avevano?

I white poor si accasano da McDonald’s

Chissà se qualcuno degli accigliati soloni che hanno puntato il dito accusatore contro la scorretta dieta alimentare suggerita da Trump con una delle sue classiche “uscite” (meglio la pizza che la verdura) ha provato a discuterne con i milioni di statunitensi nullatenenti di cui parla “Dignity: Seeking Respect in Back Row America”. Il recentissimo, coraggioso lavoro dell’americano Chris Arnade. Che con un lungo viaggio alle radici della dilagante povertà del suo paese ne ha scoperto un intero esercito, non di immigrati ma di americani emarginati, là dove mai nessuno avrebbe mai immaginato: i McDonald's. Che sparsi ai quattro angoli delle grandi periferie urbane rappresentano un rifugio per i tantissimi che non sanno dove e come sbarcare il lunario. Perché offrono loro per pochi dollari, oltre a patatine fritte ed hamburger, anche un posto caldo dove leggere, ricaricare il telefonino e, quando capita, scambiare quattro chiacchiere.

Un quadro certo parziale ma preoccupante di un paese inquieto e pericolosamente lacerato. Che non solo ha smesso di essere giovane, visto che le nascite diminuiscono come mai in passato. Ma nel quale, cosa pressoché sconosciuta nel resto del mondo industrializzato, sono tre anni consecutivi che le aspettative di vita anziché aumentare diminuiscono. Secondo l’ultimo rapporto del Journal of American Medical Association, infatti, la soglia della vita media del paese è oggi scesa a 72 anni contro gli 82 del Giappone e di molte nazioni del Vecchio Continente.

Dati che sembrano fare a pugni con quelli in galoppante crescita della sua economia. Ma che più di tante parole aiutano a comprendere cosa c’è dietro l’irruzione vincente ma destabilizzante di Trump e del trumpismo. E le ragioni per le quali milioni di elettori di questa “America a parte” che nel 2012 avevano votato per Obama, nel 2016 hanno invece deciso, in polemica con l’establishment sia democratico che repubblicano, di plebiscitare un outsider miliardario newyorkese.

Il Covid-19 spiazza l’immigrazione economica

Sull’immigrazione, parafrasando il quesito sulla globalizzazione con cui Henry Farrel e Abraham Newman titolano il loro articolo sull’ultimo numero di Foreign Affairs, ci domandiamo: “Will Coronavirus End Immigration as We Know It ?”.

La risposta, con tutte le cautele del caso, è sì. Per la semplice ragione che il pandemonio che sta mettendo in ginocchio le economie ricche del mondo (di oggi la notizia del colossale smottamento di quella americana) è destinato ad annullare la ragione materiale per cui a milioni negli ultimi decenni hanno lasciato il proprio paese cercando fortuna all’estero.

Infatti se nelle nazioni avanzate il mercato crolla e l’occupazione non tira ragione vuole che per gli abitanti di quelle relativamente più arretrate vengono meno, al netto dei profughi e dei veri perseguitati, gli incentivi che fino a ieri li spingevano a partire e rischiare, spesso con la vita, i risparmi personali e dei loro familiari.

Un disincentivo che si trasforma in un vero e proprio altolà soprattutto se la povertà di quelli (la maggioranza) che emigrano/immigrano non è assoluta ma relativa. Figlia del desiderio, comprensibile, di ottenere oltre confine un riconoscimento alle proprie capacità altrimenti negato in patria. Una condizione resa ancora più complicata dalla particolarissima natura della crisi produttiva indotta dalla pandemia. Che ha messo in ginocchio, chissà per quanto tempo, il settore dei servizi che soprattutto nell’ultimo ventennio ha trainato il mercato informale dell’immigrazione. Sia di quella regolare che di quella irregolare. Perché capace di rispondere just in time ed a prezzi ultra competitivi ad una domanda, imperiosa e capricciosa, nemica della burocrazia e delle fastidiose pratiche degli uffici del collocamento.

Chiusi ristoranti, bar, centri di benessere, alberghi, palestre yoga etc. etc da oggi in avanti a quale porta andrà a bussare l’immigrazione? Ma non basta. Visto che la strage tra le generazioni della terza età consumata dal Covid19 renderà assai più difficile, rispetto al passato, il comodo ricorso alle badanti straniere cui per anni le famiglie del ceto medio nazionale hanno delegato, a costi tutto sommato accettabili, la cura dei loro anziani.

Dopo il Covid-19 globalizzazione e immigrazione divergono

Le rimesse degli immigrati sono destinate a pagare un prezzo assai elevato alla disastrosa recessione economica innescata su scala globale dalla pandemia Covid19. Con conseguenze ben più serie e complicate di quelle legate ad un semplice anche se doloroso collateral damage della guerra in atto sui mercati. Per la semplice ragione, come spiegava con un titolo di quattro parole -“Economic Freeze cuts Remittances”- un articolo pubblicato dal New York Times la scorsa settimana, che a causa dei colossali tagli dell’occupazione a livello mondiale gli immigrati che vivono e lavorano all’estero nei mesi a venire non saranno in grado, come in passato, di spedire in patria parte dei loro guadagni. Prosciugando, con percentuali che secondo la Banca Mondiale potrebbero oscillare nei mesi a venire tra il -20/-30 per cento, il monte delle rimesse che nel 2018 (ultimo anno di cui si dispongono i dati) aveva raggiunto la ragguardevole cifra di 689 miliardi di dollari. Dando luogo ad un duplice, negativo ordine di conseguenze.

La prima e più evidente riguarda i paesi in via di sviluppo. Che rischiano a causa del taglio di questi specialissimi finanziamenti esteri di rallentare se non addirittura bloccare i processi di modernizzazione intrapresi con successo negli ultimi anni. E di riattizzare con il malessere sociale pericolose e mai sopite tensione del loro vivere collettivo.

La seconda, ancor più preoccupante, è che la crisi delle rimesse rischia di incrinare il delicato ma fondamentale compromesso che negli ultimi decenni ha consentito ai ricchi ed ai poveri del mondo di condividere, sia pure in maniera diseguale, i frutti della globalizzazione dell’economia e della produzione. Riaprendo una frattura che nessuno, al momento, è in grado di sapere se e come sanare.

Stop USA all’immigrazione

Gli Usa chiudono i confini all’immigrazione di ogni ordine e grado. Da ieri, infatti, vista l’urgenza di proteggere dalla concorrenza immigrata i milioni di americani lasciati senza lavoro dalla pandemia Covid19, con un executive order del Presidente Trump è stato temporaneamente bloccato il rilascio agli stranieri dei visti di ingresso  per ragioni di lavoro (green card comprese). Anche se di questa ordinanza al momento non è dato conoscere con esattezza né la durata e neppure se sono previste o meno eventuali, limitate eccezioni, è indubbio che per la sua radicalità essa non ha precedenti nella pur lunga e tormentata storia dell’immigration statunitense.

Per la semplice ragione che l’America a differenza di oggi, anche negli anni più bui dell’isolazionismo ante Prima Guerra Mondiale, passati alla storia come quelli “dell’americanismo 100%” e sigillati nel 1921 dall’ Emergency Immigration Act e nel 1924 dall’ancor più famoso Johnson-Red Act, non chiuse mai del tutto i canali di ingresso dei lavoratori immigrati sul suo territorio. Con Trump, complice l’epidemia, le cose hanno dunque assunto un carattere più radicale, destinato a lasciare il segno. Intanto perché, anche se può non piacere, è facile prevedere che le decisioni prese da quella che in tema di immigrazione è la nazione Numero Uno al mondo finiranno certamente per condizionare quelle di molte altre. Soprattutto nel nostro Vecchio Continente. Se dice alt all’immigrazione il paese che da essa e con essa è nato, e che dell’immigrazione ha sempre fatto un punto di unicità ed orgoglio, immaginiamoci quali saranno le reazioni di quelli che, pur ospitando da anni milioni di immigrati, continuano testardamente a non accettare l’immigrazione come componente centrale della loro identità nazionale. Ma è sul futuro dell’America che la decisione presa oggi dalla Casa Bianca è destinata ad avere conseguenze a dir poco enormi.

Bisogna infatti essere ciechi per non vedere che  dall’executive act di Trump dipenderà molto dell’esito delle prossime, e ormai non più lontanissime elezioni presidenziali di novembre prossimo. Visto che all’opposizione democratica servirà un vero e proprio miracolo politico per riuscire a tenere unita la sua base elettorale, che oggi è quella più in difficoltà nella società statunitense, e convincerla a “sfrattare” un presidente per il suo nativismo anti immigrati.