Le ragioni della condanna europea

Mentre il Ministro dell'Interno Roberto Maroni si interroga sul perché la Corte di Giustizia dell'UE abbia bocciato la norma che ha introdotto il reato di clandestinità in Italia, West, mesi fa, senza attendere la sentenza dei giudici del Lussemburgo,  aveva indicato i problemi legati a questo provvedimento in un articolo che vi riproponiamo.

Come noto, il reato di immigrazione clandestina è stato introdotto nel nostro Paese dalla legge 94 del 15 luglio 2009, inserita nel “pacchetto sicurezza”. A meno di un anno di distanza, non è ancora possibile valutare sulla base di dati certi gli effetti deterrenti della criminalizzazione dell’ingresso illegale sul territorio italiano. Restano, tuttavia, numerose perplessità di fondo. Il reato di immigrazione clandestina esiste anche in altri paesi europei (Francia, Regno Unito, Svizzera, per citarne alcuni), ma solo in Italia si coniuga con l’obbligatorietà dell’azione penale. Così, una volta che un immigrato clandestino sia individuato sul territorio, viene automaticamente messa in moto la macchina giudiziaria, seppur a livello dei giudici di pace, con elevati costi diretti ed indiretti – la sottrazione di risorse umane ed economiche ad altre materie. In altri ordinamenti, invece, i governi possono di volta in volta scegliere le opzioni più efficaci, e ricorrere a misure di carattere amministrativo o, se necessario, penale.

La sanzione prevista per il reato di immigrazione clandestina è pecuniaria – paradossale sarebbe prevedere la detenzione, che otterrebbe l’effetto opposto a quello desiderato, cioè la permanenza dell’immigrato sul suolo italiano, seppur in un istituto di pena –, un’ammenda che va da 5000 a 10000 euro. Ma che effetto deterrente può essa avere, se si considera che gli stranieri, spesso alimentando il circolo perverso dello sfruttamento, spendono le poche risorse economiche a loro disposizione per pagarsi il viaggio sino in Italia? Anche a fronte di chi da tempo si trova sul territorio italiano, magari con un permesso di soggiorno scaduto, la sanzione più pesante è proprio l’allontanamento da esso, non certo l’ammenda. Il risultato finale, quindi, non cambia: l’espulsione, caso raro, visti i costi per lo Stato, oppure, quasi sempre, la consegna all’immigrato di un foglio di via e l’ordine di lasciare il territorio dello Stato entro cinque giorni.

L’introduzione del reato di immigrazione clandestina si pone in continuità con l’impostazione delle politiche migratorie italiane, focalizzate sul controllo e sulla repressione, più che sulla gestione del fenomeno migratorio. Il meccanismo è estremamente rigido e incapace di rispondere efficacemente al mercato. Così la fissazione annuale di quote di ingressi (con i c.d. decreti flussi) è puntualmente smentita dalle ricorrenti regolarizzazioni di massa – l’ultima delle quali riservata a colf e badanti. Le sanatorie finiscono per configurarsi come valvole di sicurezza di un sistema che appare incapace di rispondere alle esigenze tanto dell’economia del Paese, quanto degli immigrati e che, paradossalmente, alimenta l’illegalità che vorrebbe combattere, favorendo il ricorso a manodopera clandestina. Sembra giunto il momento di aprire una riflessione su politiche di gestione attiva e non solo reattiva di medio-lungo periodo per riconfigurare in termini di maggiore efficienza ed equità il rapporto tra mercato e immigrazione. Con canali di ingresso più flessibili e veloci assicurando ai migranti – all’opposto dell’odierna tendenza alla  precarizzazione della loro condizione – un pacchetto definito ma certo di diritti.

Il reato di clandestinità e il suo doppio

Nell’accesa discussione innescata in Italia dall’introduzione, con il “pacchetto sicurezza” del 2009, del reato di clandestinità giunge ora una sentenza della Corte Costituzionale che chiarisce un aspetto complicato e controverso. Di che si tratta é presto detto.
La Consulta, fermo restando che dovranno essere pubblicate le motivazioni, ha stabilito l’impossibilità di sovrapporre l’aggravante per clandestinità al reato di immigrazione clandestina.
In sostanza, una cosa è il reato di immigrazione clandestina, altro è la trasformazione dello stesso in un aggravante di altri reati.
Numerosi giudici di pace avevano, infatti, sollevato questioni di costituzionalità sia quanto all’introduzione dell’aggravante di clandestinità, sia, soprattutto, in relazione al reato di immigrazione clandestina. I profili di presunta incostituzionalità riguardavano principalmente l’articolo 3 della Costituzione. Sotto il profilo del principio di eguaglianza il reato potrebbe venire contestato a stranieri in situazioni tra loro assai diverse: stranieri entrati illegalmente in territorio italiano e dediti ad attività criminosa, stranieri entrati illegalmente ma successivamente integratisi in maniera onesta, stranieri che, giunti per soggiorni di breve durata, si siano trattenuti oltre la scadenza del loro titolo di soggiorno, magari per motivi contingenti.
Più in particolare, é stata dichiarata incostituzionale l’aggravante di clandestinità introdotta nel codice penale dal “pacchetto sicurezza” del 2008, che prevede l’aumento delle pene di un terzo nel caso di reati compiuti da un immigrato clandestino. Le basi della decisione, secondo fonti ANSA, sarebbero da individuarsi negli articoli 3 e 25 della Costituzione. L’aumento della pena presenterebbe due profili di incostituzionalità. Primo, si giungerebbe a colpire due volte lo stesso soggetto, già toccato dall’apposito reato di clandestinità (introdotto dal “pacchetto sicurezza” del 2009). Secondo, l’aggravante si configurerebbe non in ragione di un “fatto materiale” – presupposto della responsabilità penale – bensì del mero status del soggetto (la presenza illegale in territorio italiano), senza che vi siano elementi oggettivi che possano indicare una maggiore gravità del reato o un’accresciuta pericolosità dell’autore.
Il giudizio della Corte non pare scardinare, quindi, uno degli elementi presentati dal governo come centrali nelle politiche migratorie italiane, appunto il reato di immigrazione clandestina. Permane, come già evidenziato in altre occasioni, un approccio eccessivamente sbilanciato sul versante della repressione dell’immigrazione clandestina e a forte rischio di inefficacia, in quanto affidato ad una macchina giudiziaria già gravata da numerosi compiti e spesso a corto di risorse umane ed economiche.

L’antidoto alla clandestinità è la flessibilità

Come noto, il reato di immigrazione clandestina è stato introdotto in Italia dalla legge 94 del 15 luglio 2009, inserita nel “pacchetto sicurezza”.  A meno di un anno di distanza, non è ancora possibile valutare sulla base di dati certi gli effetti deterrenti della criminalizzazione dell’ingresso illegale sul territorio italiano. Restano, tuttavia, numerose perplessità di fondo. Il reato di immigrazione clandestina esiste anche in altri paesi europei (Francia, Regno Unito, Svizzera, per citarne alcuni), ma solo in Italia si coniuga con l’obbligatorietà dell’azione penale. Così, una volta che un immigrato clandestino sia individuato sul territorio, viene automaticamente messa in moto la macchina giudiziaria, seppur a livello dei giudici di pace, con elevati costi diretti ed indiretti – la sottrazione di risorse umane ed economiche ad altre materie. In altri ordinamenti, invece, i governi possono di volta in volta scegliere le opzioni più efficaci, e ricorrere a misure di carattere amministrativo o, se necessario, penale.

La sanzione prevista per il reato di immigrazione clandestina è pecuniaria – paradossale sarebbe prevedere la detenzione, che otterrebbe l’effetto opposto a quello desiderato, cioè la permanenza dell’immigrato sul suolo italiano, seppur in un istituto di pena –, un’ammenda che va da 5000 a 10000 euro. Ma che effetto deterrente può essa avere, se si considera che gli stranieri, spesso alimentando il circolo perverso dello sfruttamento, spendono le poche risorse economiche a loro disposizione per pagarsi il viaggio sino in Italia? Anche a fronte di chi da tempo si trova sul territorio italiano, magari con un permesso di soggiorno scaduto, la sanzione più pesante è proprio l’allontanamento da esso, non certo l’ammenda. Il risultato finale, quindi, non cambia: l’espulsione, caso raro, visti i costi per lo Stato, oppure, quasi sempre, la consegna all’immigrato di un foglio di via e l’ordine di lasciare il territorio dello Stato entro cinque giorni.

L’introduzione del reato di immigrazione clandestina si pone in continuità con l’impostazione delle politiche migratorie italiane, focalizzate sul controllo e sulla repressione, più che sulla gestione del fenomeno migratorio. Il meccanismo è estremamente rigido e incapace di rispondere efficacemente al mercato. Così la fissazione annuale di quote di ingressi (con i c.d. decreti flussi) è puntualmente smentita dalle ricorrenti regolarizzazioni di massa – l’ultima delle quali riservata a colf e badanti. Le sanatorie finiscono per configurarsi come valvole di sicurezza di un sistema che appare incapace di rispondere alle esigenze tanto dell’economia del Paese, quanto degli immigrati e che, paradossalmente, alimenta l’illegalità che vorrebbe combattere, favorendo il ricorso a manodopera clandestina. Sembra giunto il momento di aprire una riflessione su politiche di gestione attiva e non solo reattiva di medio-lungo periodo per riconfigurare in termini di maggiore efficienza ed equità il rapporto tra mercato e immigrazione. Con canali di ingresso più flessibili e veloci assicurando ai migranti – all’opposto dell’odierna tendenza alla  precarizzazione della loro condizione – un pacchetto definito ma certo di diritti.