L’antisemitismo non muore mai

L’antisemitismo non appartiene solo al passato. Anzi, sembra conoscere un preoccupante revival. Lo testimonia il caso della Spagna. Dove risulta che l’”Observatorio de Antisemitismo” ha registrato nell'ultimo anno il 50% in più delle denunce riguardanti atti di violenza verbale e fisica nei confronti degli appartenenti alla comunità ebraica. Da parte non solo di comuni cittadini, ma anche dei media. Sotto accusa soprattutto alcune espressioni spregiative radicate nel linguaggio comune, usate anche da anchormen e noti giornalisti (v. la parola “giudiata” che sta a indicare “un’azione malvagia propria degli ebrei”). Modi di dire duramente condannati a tal punto che è stato chiesto più volte alla Real Academia Spagnola di eliminarle dal dizionario. Una dura realtà confermata dal proliferare di siti web e gruppi nelle reti sociali apertamente antisemiti e negazionisti.

In allegato:
  • Observatorio de Antisemitismo, Informe sobre el Antisemitismo en España durante el año 2011. Report on Anti-Semitism in Spain in 2011
  • Regolare o clandestino il malato è sempre un malato

    È giusto negare l'assistenza medica ad un malato solo perché è un clandestino? È questa la domanda che si sono posti molti medici spagnoli dopo l'entrata in vigore del Real Decreto 16/2012 che vieta il diritto alle cure sanitarie agli immigrati privi di permesso di soggiorno. Norma che ha sollevato una vera e propria levata di scudi da parte degli addetti ai lavori. Al punto che, in nome dello slogan “curiamo persone, non assicurati, la “Federazione delle società iberiche dei medici di famiglia” (Semfyc), ha deciso di allargare  la nozione di obiezione di coscienza. Creando uno specifico documento che permette di certificare la volontà di continuare ad assistere i propri pazienti, anche se non sono in possesso di una tessera sanitaria.

    In allegato:

    Il fondo del barile

    Per i Governi, quando si tratta di fare cassa, torna utile tutto. Anche raschiare il fondo del barile. Tanto più se capita, come è accaduto all’Esecutivo di Madrid, la straordinaria occasione di ridurre la spesa pubblica senza colpire i connazionali ma cancellando l’assistenza sanitaria di base agli immigrati non in regola. Ossia dei tanti stranieri presenti in Spagna senza permesso di soggiorno o di un contratto di lavoro. Una mossa che permette al Tesoro iberico di risparmiare ogni anno circa 917 milioni di euro. Un taglio di spesa significativo dal punto di vista quantitativo ma anche simbolico dal punto di vista politico. Visto che, secondo il ministro della Sanità e delle pari opportunità Ana Mato, in questo modo si è deciso di dare un alt al cosiddetto turismo sanitario. Che aveva permesso a molti familiari di immigrati irregolari, sfruttando il diritto all’assistenza dei loro cari oggi abolito, di farsi curare senza pagare.

    In allegato:
  • Gobierno de Espana - Press release
  • Barcellona, odi et amo

    Barcellona? C’è chi la ama e chi la odia. Almeno così sembra a guardare il comportamento degli immigrati secondo gli ultimi dati ufficiali sulle loro presenze nella capitale catalana. In base ai quali il 2011 ha segnato un doppio record storico. Da un lato, il numero degli stranieri residenti è sceso a quota 282.000: -13.000 rispetto all’anno precedente. Dall’altro, si è registrato un vero e proprio boom di neonati di coppie miste. Al punto che i nuclei familiari con background migratorio sono ormai 1/3 del totale. Come dire: molti rientrano in madrepatria, ma chi rimane si trova così bene da metter su famiglia. Tra i primi spiccano soprattutto ecuadoriani, boliviani e peruviani. Fra i secondi, invece, troviamo in particolare pachistani, italiani e cinesi.

    In allegato:
  • Departament d'Estadística - La població estrangera a Barcelona Gener 2012
  • Emigranti allo sbaraglio

    Partire è un po’ come morire. Non la pensano cosi i cittadini spagnoli. Che, pur di sfuggire alla morsa della crisi, sono pronti ad emigrare verso qualsiasi destinazione. Incluse quelle non proprio ospitali come la Lapponia. La conferma arriva dall’ultimo rapporto EURES, il servizio europeo per l’impiego nato nel 1993. Dal quale emerge che nel 2011 il numero di ispanici che ha risposto agli annunci di lavoro all’estero ha superato quota 158 mila: +33% rispetto alla media registrata negli anni precedenti. Un dato a dir poco significativo specie se si considera che non contempla gli oltre 200 mila contatti diretti via internet tra le aziende straniere e i sudditi di Juan Carlos in cerca di un’occupazione. Da notare, inoltre, si legge nel report, che negli ultimi 12 mesi é cambiato anche il profilo dei richiedenti: se in passato erano soltanto  neolaureati in cerca di un’esperienza fuori i patri confini per imparare le lingue, oggi sono sempre di più gli over 30, qualificati e non. Piccolo inconveniente, sono pochissimi quelli che conoscono un idioma diverso da quello nazionale. Tant’è che solo il 15% delle domande va a buon fine.

    In allegato:
  • Informe de Actividades de la Red eures españa - Junio 2010 – Mayo 2011
  • Spagnoli in trappola

    Cercare fortuna all’estero e ritrovarsi a fare la fila nelle mense pubbliche pur di avere un pasto caldo. A prima vista sembrerebbe il solito capitolo di un grande classico della storia del fenomeno migratorio internazionale. Se non fosse che parliamo di cittadini della ricca Europa che dopo aver deciso di lasciare la madrepatria per  trasferirsi in un altra nazione del Vecchio Continente sono costretti a vivere ai margini della società perché non trovano un’occupazione. Al centro di questa spiacevole disavventura troviamo soprattutto spagnoli che, a causa della pesante crisi economica che colpisce l’Europa mediterranea, emigrano verso i paesi scandinavi, soprattutto la Norvegia, affascinati dagli elevati standard di vita e dall’efficienza del welfare di queste nazioni. Una scelta sempre più diffusa tra i sudditi di Juan Carlos (+43% rispetto al 2010), dovuta anche alla popolarità di una nota trasmissione televisiva “Spagnoli nel mondo” che fin dalla scorsa primavera diffonde immagini del successo e degli agi di emigranti iberici in Norvegia: stipendi da 4000 euro, bambini felici, donne protette in abitazioni piene di comfort e la sicurezza di un forte e sano stato sociale, con solo il 3% di disoccupazione.

    Peccato però che come spesso accade non è tutt’oro quello che luce. Visto che nella maggior parti dei casi quello che doveva essere un eden si è trasformato in un vero e proprio inferno: lingua sconosciuta, freddo polare e soprattutto prezzi cosi elevati da esaurire nel giro di pochi giorni i pochi risparmi in tasca. Il risultato?

    Come conferma  Wenche Berg Husebo, responsabile di  Robin Hood, una delle principali fondazioni caritatevoli norvegesi,  molti di loro affollano oggi le case di accoglienza per indigenti, dormono per strada o in rifugi di fortuna e sperano di recuperare qualche spicciolo per ritornare in Patria. Soltanto una ristretta minoranza, è riuscita a trovare lavoro grazie alla conoscenza della lingua inglese ed a una elevata specializzazione. Gli altri, invece, per il governo di Oslo sono esclusivamente un problema da cui liberarsi il prima possibile. Tant’è che il Ministro del Lavoro Hanne Bjurstrom ha di recente affermato che gli immigranti europei che non riescono a trovare un impiego devono lasciare il paese quanto prima, perché la Norvegia non può farsi carico di loro. D’altronde in una nazione con appena  5 milioni di abitanti si notano presto i profughi del sud Europa che vivono in povertà.

    Né sombrero né velo

    Le scuole pubbliche spagnole hanno il pieno diritto di proibire l’uso del velo islamico. É quanto stabilito da un Tribunale iberico che, con una sentenza senza precedenti, ha rigettato il ricorso di una studentessa che considerava l’obbligo di entrare in classe senza l’amato copricapo una vera e propria violazione della libertà di culto. Tesi che i giudici hanno ritenuto infondata per almeno due motivi. Il primo, in base alla legislazione nazionale ogni istituto può decidere autonomamente il proprio regolamento interno che nel caso in questione vietava, senza alcun riferimento alla fede e ai valori religiosi “l’utilizzo di berretti e di qualsiasi altro indumento che copre il capo”. Secondo, si legge nella sentenza, esiste ormai una consolidata giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che afferma come questo tipo di divieti non ledono la libertà di religione nella misura in cui rispettano l’art.9 della CEDU: ossia “se necessari in una società democratica, per la protezione dell’ordine pubblico, della salute o della morale pubblica, o per la protezione dei diritti e della libertà altrui”.

    In allegato:
  • Tribunal Constitucional - Sentencia n. 35/2.012
  • L’IVA cinese

    È tempo di crisi, si sa, ma non per gli immigrati cinesi residenti in Spagna. Infatti, nel solo 2011 ben il 45% dei nuovi iscritti al Registro nazionale dei lavoratori con partita IVA proveniva proprio dal Celeste Impero. Ciò spiega perché, specie nelle grandi città spagnole, tra gli imprenditori di origine straniera quelli con gli occhi a mandorla sono ormai i più numerosi. A Barcellona, ad esempio, rappresentano oltre il 34% del totale. Percentuale che raggiunge addirittura il 50% se si prendono in considerazione solo gli esercizi commerciali come bar, ristoranti, fruttivendoli e i cosiddetti bazar, dove si trova qualsiasi tipo di articolo per la casa. L’orario continuato, l’efficiente organizzazione familiare e i prezzi competitivi, sembrano essere  l’antidoto made in China contro la recessione che sta attanagliando la penisola iberica. Nessuno stupore quindi se ci si trova ad assaporare una buonissima tortilla di patate in un tipico bar di tapas il cui proprietario non ha nulla di ispanico.

    In allegato:
  • ATA - Press Release