La Cina è vicina

Abbattere un nuovo record. Sembrerà strano e soprattutto ai più poco noto, ma nell’Unione Europea il primato dei visti rilasciati nel 2009 per motivi di studio è andato ai giovani con gli occhi a mandorla. In linea con questo trend la Germania, dove, sempre più spesso, i ragazzi cinesi scelgono di immigrare. Tanto che rappresentano la comunità più numerosa (12%) degli oltre 200 mila studenti stranieri che frequentano università e istituti di formazione superiore. La ricerca dell'Ufficio federale di statistica teutonico rivela, inoltre, che in questa speciale classifica, i ragazzi e le ragazze del non così lontano Oriente, sono seguiti da  russi e polacchi. Per quanto riguarda, infine le scelte di chi arriva da lontano, se il 24% delle matricole si iscrive a scienze economiche, politiche o giurisprudenza, al secondo posto – con il 22% – ci sono le facoltà che offrono materie che hanno a che fare con la salute e il sociale. A seguire, le materie umanistiche e le scienze naturali (15%).

In allegato:
  • Statistiche Amtener des bundes und der lander, Internationale Bildungsindikatoren im Ländervergleich, 2011
  • Dal Kosovo con amore

    Basta uno scatto a riaccendere il nazionalismo. Lo sa bene Afërdita Dreshaj, che sul suo profilo facebook ha pubblicato una foto in cui è ritratta con Anja Saranovic. Due amiche, come tante altre? Niente affatto. Sono rispettivamente miss Kosovo e miss Serbia. E l'immagine ha scatenato l'ira delle fazioni più estremiste dei due paesi. Gli ultrà nazionalisti hanno attaccato le due giovani in nome di un conflitto etnico e politico ancora non risolto, soprattutto da quando – nel febbraio 2008 – la repubblica kosovara ha dichiarato unilateralmente l'indipendenza da Belgrado.

    Ma, fuori dalla realtà virtuale, quali sono i rapporti fra la comunità serba e quella albanese? Ci sono ancora tensioni e conflitti etnici? Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Sara Bonotti, Senior Human Rights Officer della missione OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) in Kosovo.

    Non è facile rispondere una volta per tutte a questa domanda, perché le relazioni fra serbi kosovari e albanesi kosovari sono fluide e dipendono molto dalle dinamiche politiche. Per esempio, la situazione nel Kosovo del nord (abitato in prevalenza da serbi, Ndr), insieme al dialogo tuttora in corso fra Pristina e Belgrado, ha avuto ripercussioni in tutto il paese, con un aumento della diffidenza reciproca e della percezione di insicurezza.

    Quali fattori rappresentano tuttora un ostacolo per il processo di riconcilazione?

    Nonostante le relazioni fra le due comunità siano gradualmente migliorate dalla fine del conflitto nel 1999 fino agli scontri di marzo 2004, ci sono delle questioni pendenti: ad esempio, l'alto numero di persone scomparse il cui destino – ancora dopo 12 anni – è ignoto, o la prosecuzione piuttosto lenta dei processi per crimini di guerra. Anche il fatto che intere comunità non possono o non vogliono, per varie ragioni, tornare a vivere nelle loro case e nei loro luoghi di origine.

    Un altra popolazione presente nel territorio kosovaro è quella Rom.

    I Rom kosovari si trovano in una situazione complicata – prosegue la dottoressa Bonotti. Il loro grado di partecipazione alla vita pubblica e alla società è insoddisfacente, vivono in condizioni molto povere e hanno scarse opportunità di lavoro. Lo scenario generale è caratterizzato da una forte discriminazione.

    Tuttavia, ci sono delle eccezioni: a Prizren, la comunità Rom – radicata nella città da parecchio tempo –  è ben integrata e accettata dalla maggioranza della popolazione, e il livello del coinvolgimento negli affari istituzionali è più alto che altrove.

    Qual è il ruolo dell'OSCE in Kosovo?

    Dal 1999, la missione OSCE in Kosovo aveva l'obiettivo di favorire la costituzione di istituzioni democratiche e di proteggere e promuovere i diritti umani. Al momento, l'OSCE sostiene e controlla l'applicazione di buone forme di governo, come la trasparenza e la responsabilità delle istituzioni; dall'altra parte, protegge e promuove i diritti umani, in un'ottica inter-etnica. La missione, d'altra aprte, contribuisce attivamente alla normalizzazione dei rapporti fra le diverse popolazioni kosovare e,  grazie alla sua estesa presenza sul territorio, riesce ad avere il polso della situazione: è in condizione di valutare gli standard dei diritti umani e della comunità, di organizzare campagne di sensibilizzazione e realizza progetti che coinvolgono sia le istituzioni e che le comunità serbe e albanesi.

    In Germania con un click

    Emigrare in Germania è oggi più semplice con il nuovo servizio online dell'Agenzia federale per il lavoro. Su Migraton-Check, chi ha in programma di trasferirsi Oltrereno può trovare una prima risposta ai suoi dubbi. Se il titolo di studio conseguito all'estero è riconosciuto, ad esempio o se ci sono offerte di impiego corrispondenti al proprio profilo professionale. E naturalmente come ottenere il permesso di soggiorno. C'è una anche sezione dedicata alle imprese. Le aziende tedesche, in carenza di personale qualificato, potranno così assumere direttamente all'estero.

    La Germania del Ramadan

    Quella tedesca è la seconda più grande comunità islamica d'Europa, dopo quella francese. Che, come tutti i fedeli di Maometto del Vecchio Continente, ha celebrato la festa del Ramadan che si è concluso lo scorso 28 agosto. Tra le varie manifestazioni organizzate per l'occasione, in Germania quella di Berlino è di certo tra le più note. Nel corso di uno dei tanti dibattiti, abbiamo incontrato al Pergamon Museum, Riem Spielhaus, ricercatrice presso il Centre for European Islamic Thought, nonché docente di studi islamici presso la Humboldt-Universität di Berlino e di Copenaghen. Con lei, abbiamo approfondito i più controversi aspetti dei musulmani d'Oltrereno.

    «Per prima cosa, è molto difficile fare una stima delle persone di religione islamica presenti nel territorio tedesco – ci spiega la professoressa Spielhaus. A riguardo, lo studio più affidabile è quello realizzato dall'Ufficio federale per l'immigrazione e i rifugiati, che valuta la popolazione musulmana fra 3.8 e 4.2 milioni. In secondo luogo, nel trattare questo argomento è indispensabile fare chiarezza su un aspetto fondamentale: non bisogna confondere le questioni relative all'immigrazione e all'integrazione e quelle relative alla religione. Per esempio, una  ricerca ha rivelato che solo il 40% degli immigrati iraniani in Germania si percepisce come musulmano. Allo stesso tempo, le moschee sono frequentate ormai dai giovani delle nuove generazioni, che non hanno nessun background migratorio».

    C'è una differenza – appunto – fra le ultime generazioni, i giovani nati e cresciuti a Berlino, Monaco o Amburgo, e i loro genitori, immigrati nei decenni scorsi?

    «C'è sicuramente una nuova mentalità fra i figli e i nipoti dei migranti – prosegue. Per loro  le origini non sono fondamentali. “Non importa da dove vengono i nostri genitori, il background non fa differenza, dobbiamo costruirci una nuova identità”, è quello che dicono. Questo significa: essere tedeschi. Ne è un esempio l'iniziativa Deutsch Plus, che vuole promuovere la Germania come una nazione plurale, con cittadini di diversa origine e religione, ma comunque tedeschi».

    Il suo ultimo libro, Wer ist hier Muslim? (Chi è musulmano?), affronta proprio la questione dell'identità “tedesco-musulmana”: una “Gemeinsam”, una comunità che ha delle proprie caratteristiche.

    «L'esistenza di una identità “tedesco-musulmana” è fuori di dubbio. Molti musulmani si stupiscono che politici e giornalisti – a volte – non capiscono come sia possibile essere tedeschi pur professando una diversa religione. Eppure è così. Nei dibattiti pubblici si continua a usare spesso il “noi” e il “voi”, che mette in evidenza la polarità fra essere tedeschi ed essere musulmani. Su questo, Navid Kermani (scrittore e giornalista tedesco di origini iraniane, Ndr) ha scritto che, quando un leader politico dice “noi”, rimane sempre l'impressione di non poter essere inclusi in quel “noi”. Ma come negare che ci siano tedeschi di religione islamica? Per i giovani, nati e cresciuti in Germania, è naturale esserlo».

    Quali sono le azioni portate avanti dal governo federale?

    «Il governo Merkel ha fatto partire nel 2006 numerosi progetti a lungo termine, relativi all'area immigrazione quanto a quella delle questioni religiose, come l'Integrationsgipfel e la Deutshe Islamkonferenz. Ma il lavoro concreto spetta ai Länd, che devono adottare leggi apposite. A Berlino, per esempio, si tiene dal 2005 l'Islamforum: un'occasione di incontro per pastori e imam, ministri (la capitale è città-stato, Ndr) e rappresentanti delle associazioni musulmane. L'anno scorso, inoltre, è stata approvata una legge che consente ai musulmani di seppellire i defunti secondo il rito islamico, e anche questo – conclude Riem Spielhaus – è stato un importante passo verso la piena integrazione».

    In Germania dall’Est

    Negli ultimi 7 anni,  più di 259mila cittadini provenienti da otto stati membri dell’UE (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Estonia, Lettonia e Lituania) si sono trasferiti in Germania in cerca di un’occupazione. Secondo la ricerca dell'Agenzia federale per il lavoro, tale dato supera ampiamente il numero dei lavoratori  provenienti dal resto dell'Unione (poco più di 10mila)

    AAA talenti stranieri cercasi

    Professionisti sempre più rari in Germania. Fra quindici anni, il vuoto di personale qualificato raggiungerà quota 6.5 milioni, secondo le stime dell'Agenzia federale del lavoro. Così, Berlino ha approvato un piano per facilitare l'occupazione di medici, ingegneri, ricercatori e altri lavoratori qualificati stranieri. La norma varata dal Consiglio dei ministri prevede infatti un più facile riconoscimento dei titoli di studio conseguiti in patria e l'eliminazione dell'attuale sistema di quote di occupazione nazionale. Secondo questo sistema le imprese sono obbligate a prendere in considerazione prima i candidati tedeschi, segnalati dall'ufficio di collocamento, e successivamente quelli provenienti dalla UE. Per riuscire ad attirare il maggior numero di talenti stranieri, inoltre, il governo di Berlino ha previsto di abbassare la soglia di reddito minimo necessaria per impiegare un cittadino non tedesco. Le aziende potranno, infatti, assumere lavoratori qualificati all'estero, garantendo loro uno stipendio annuo di 40mila euro rispetto ai precedenti 66mila.

    In allegato:
  • Bundesministerium für Arbeit und Soziales - Fachkräftesicherung  Ziele undMaßnahmenderBundesregierung - 2011
  • Il melting pot tedesco

    In Germania sono circa 15 milioni e mezzo gli abitanti con un background migratorio. Secondo dati del Ministero della famiglia, infatti, i Lands sarebbero popolati da circa 7 milioni e 300mila stranieri e da poco più di 8 milioni di cittadini tedeschi ma con origine straniera.

    In allegato:
  • Bundesministerrium fur familie, Seniorem, Frauen and Juden - Ehe, Familie, Werte Migrantinnen and Migranten in Deutschland, 2011
  • Una festa che non è una festa

    La domenica di Pentecoste più colorata d'Europa. È il “Karneval der Kulturen”, la cui 16esimaedizione si è svolta dal 10 al 13 giugno per le strade di Berlino. Quattro giorni – e tre notti – di festeggiamenti, con lo scopo di far conoscere e di valorizzare la diversità etnica e culturale della città. Per tutto il pomeriggio di domenica, oltre novanta carri, organizzati da gruppi di ogni nazionalità, hanno animato la street parade da Hermannplatz fino a Yorckstraße

    Insieme al milione di persone che ha festeggiato e ballato per le vie di Kreuzberg, il quartiere a maggioranza turca, c'era anche il sindaco SPD Klaus Wowereit, a testimoniare l'ospitalità dei berlinesi. Un'immagine concreta della tolleranza della capitale, visto che Wowereit è noto per essere stato il primo leader di un Land tedesco a dichiararsi pubblicamente omosessuale.

    Se nelle interviste rilasciate alla stampa il borgomastro berlinese ha voluto sottolineare la Offenheit, l'apertura della città, in realtà il discorso sull'integrazione non è così semplice. Secondo uno studio pubblicato pochi giorni fa da Eurostat, relativamente al 2009, il 56% delle nuove acquisizioni di cittadinanza europea è avvenuto in Germania, Francia e Regno Unito (rispettivamente con il 12, 18 e 26 per cento). Ma se andiamo a guardare il rapporto fra gli immigrati che hanno conseguito la cittadinanza tedesca e la popolazione totale, la Germania si ferma al 19esimo posto, dietro anche all'Italia e al di sotto della media europea.

    Del resto, tutti hanno ancora in mente le parole della Kanzlerin Angela Merkel, che l'ottobre scorso dichiarò “fallito” il multiculturalismo, e definì “un'illusione” l'idea di poter vivere serenamente accanto agli stranieri. Ma se la capitale tedesca rappresenta – per alcuni aspetti – un buon esempio di integrazione, e ne è dimostrazione non solo il “Karneval” ma anche il costante flusso immigratorio dai paesi dell'Unione, comunque sulle rive della Spree i problemi non mancano. Su 3 milioni e 400mila abitanti, infatti, quasi 450mila non sono ancora cittadini tedeschi. La legislazione del Land del Brandeburgo, inoltre, prevede che i bambini siano iscritti nella scuola del municipio dove sono residenti. In una città come Berlino, che ha in tutto circa 850mila abitanti di origine straniera, alcuni quartieri sono abitati in grande maggioranza da immigrati (è il caso di Kreuzberg, appunto). Il rischio, quindi, è di creare classi che viaggiano a velocità ridotta rispetto a quelle frequentate in prevalenza da bambini di origine tedesca.